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Arrivano anche Egitto e Inghilterra: la guerra in Yemen diventa sempre più grande
La guerra civile in Yemen si sta trasformando sempre più in un conflitto regionale. Da settimane, agli scontri tra Ansar Allah, il movimento meglio noto come Houthi, e il governo internazionalmente riconosciuto, guidato dal Consiglio presidenziale di comando (PLC), si è aggiunto il coinvolgimento diretto dell’Arabia Saudita, bersaglio degli attacchi Houthi e principale alleato del PLC. Dopo il recente ingresso di Turchia e Pakistan a sostegno di Riyad, il prossimo attore a intervenire potrebbe essere l’Egitto. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha dichiarato che il Paese è pronto ad aiutare l’Arabia Saudita e a «prendere ogni misura per proteggere» i propri «fratelli nel Golfo». Il conflitto coinvolge ormai direttamente anche l’Europa, tanto che il Regno Unito ha annunciato l’invio di caccia in Arabia Saudita, dove da oltre sei mesi sono già presenti velivoli e contingenti italiani. «Non dimenticherò mai e poi mai i nostri fratelli nel Golfo». Con queste parole, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha annunciato che l’Egitto è pronto ad aiutare l’Arabia Saudita nel conflitto in corso in Yemen e a «prendere ogni misura per proteggere» Riyad. L’eventuale dispiegamento di mezzi e soldati sarà sottoposto al voto del Parlamento la prossima settimana, in un contesto di escalation della guerra civile yemenita, che coinvolge un numero crescente di attori regionali. Sul campo, oltre al PLC e all’Arabia Saudita da una parte, e ad Ansar Allah dall’altra, sono intervenuti, seppur con un coinvolgimento ancora limitato, anche Turchia e Pakistan. All’inizio di ottobre, i due Paesi, firmatari del Patto della Mecca, la cosiddetta «NATO islamica», hanno inviato a Riyad equipaggiamenti e supporto tecnico e a carattere difensivo: il contributo turco comprende sistemi di difesa aerea e strumenti a sostegno della pianificazione strategica e della logistica militare, oltre al coinvolgimento di personale nei settori dell’intelligence, della sorveglianza e della ricognizione; il Pakistan, invece, ha fornito equipaggiamenti militari che, secondo le informazioni disponibili, vengono impiegati nelle operazioni contro Ansar Allah. Il motivo per cui Pakistan e Turchia si stanno concentrando prevalentemente sul sostegno tecnico e logistico a Riyad è che il Patto della Mecca non è ancora stato ratificato. Ieri, tuttavia, la Turchia ha presentato al Parlamento il documento per la ratifica dell’accordo di difesa reciproca, accelerando il processo che potrebbe aprire la strada a un coinvolgimento diretto nel conflitto. Se la guerra dovesse estendersi anche all’Egitto, quello che ha avuto origine come un fronte collaterale della guerra israelo-statunitense contro l’Iran rischierebbe di trasformarsi in un conflitto regionale su vasta scala, coinvolgendo tutte le principali potenze militari dell’area. Secondo il Global Firepower Index (GFP), l’Egitto occupa il 19° posto nella classifica mondiale delle potenze militari, risultando primo in Nordafrica e quinto nell’area del Medio Oriente e Nordafrica intesa in senso esteso, comprendente anche Turchia, Pakistan e Afghanistan. Lo precedono, tra i Paesi di questa area, proprio la Turchia (nona potenza militare mondiale), il Pakistan (14esima), Israele (15esima) e l’Iran (16esima). L’escalation ha ormai spinto anche il Regno Unito a intervenire: ieri, Londra ha annunciato il dispiegamento di caccia Typhoon in Arabia Saudita per contribuire alla difesa del Paese dagli attacchi di Ansar Allah, sempre più sotto pressione per le offensive del gruppo. Il governo britannico ha precisato che i velivoli non attaccheranno gli Houthi, ma saranno impiegati esclusivamente in missioni difensive e di supporto logistico. È lo stesso principio alla base delle missioni militari italiane attive nella regione dallo scorso marzo: concepite inizialmente come dispositivi di difesa circoscritti, lontane dal fronte principale della guerra israelo-statunitense contro l’Iran, le missioni italiane sono finite coinvolte in uno dei teatri più caldi della regione e sono tuttora dispiegate nell’area a sostegno dell’alleato saudita. Parallelamente, l’UE sta studiando modi per intervenire, valutando l’ampliamento della missione Aspides lanciata proprio contro Ansar Allah nel 2024. Il motivo del coinvolgimento sempre più diretto anche da parte europea risiede nella rilevanza strategica del Mar Rosso, snodo fondamentale per il traffico marittimo globale; un blocco simultaneo del Mar Rosso e dello Stretto di Hormuz, inoltre, ridurrebbe ulteriormente il traffico di idrocarburi ed estenderebbe le difficoltà nell’approvvigionamento energetico anche al commercio internazionale di beni. Gli scontri in Yemen sono riesplosi all’inizio di settembre, ma in un saliscendi di intensità proseguono dalla seconda metà di luglio, quando in risposta agli attacchi delle forze filosaudite contro Sana’a Ansar Allah ha annunciato l’avvio di un blocco marittimo contro l’Arabia Saudita. Dopo una rapida avanzata che ha portato gli Houthi a conquistare l’intera costa yemenita affacciata sul Mar Rosso, il PLC ha annunciato una controffensiva volta a riconquistare i territori perduti, riuscendo a riprendere il controllo di parte della costa e ad allargare il fronte del conflitto all’entroterra, in particolare all’area di Ta’izz, la terza città del Paese. Negli ultimi giorni, gli attacchi reciproci si sono intensificati: Ansar Allah è riuscita a conquistare alcune delle principali vie di collegamento tra Ta’izz e Aden, capitale provvisoria del governo filosaudita, e ha intensificato gli attacchi contro le installazioni militari del PLC e le infrastrutture petrolifere dell’Arabia Saudita, compresa la capitale Riyadh; PLC e sauditi, invece, si sono concentrati sulla capitale yemenita Sana’a e sui centri conquistati da Ansar Allah lo scorso settembre. The post Arrivano anche Egitto e Inghilterra: la guerra in Yemen diventa sempre più grande appeared first on L'Indipendente.
October 21, 2026
L'INDIPENDENTE
Eritrea, USA e il Mar Rosso
articoli di Leila Belhadj Mohamed (*) e di Siid Negash (**) L’Eritrea, Trump e la nuova partita per il Mar Rosso Washington riapre il dialogo con Asmara mentre precipitano i rapporti tra Etiopia ed Eritrea. Cresce il rischio di una nuova guerra nel Corno d’Africa. Nel giro di due settimane, l’Eritrea è tornata al centro di due vicende che raccontano
October 10, 2026
La Bottega del Barbieri
Yemen, la scommessa di Riad e il conto che pagano i civili
L’offensiva contro gli Houthi rilancia una guerra mai davvero conclusa. Tra fragilità della coalizione, interessi regionali e nuove vittime civili, anche la presenza militare italiana in Arabia Saudita solleva interrogativi politici. Si continua a raccontare lo Yemen come una guerra saudita contro il movimento Ansar Allah, noto come Houthi, e in questa cornice l’operazione «Yemen Dawn», annunciata domenica dal presidente del Consiglio presidenziale Rashad al-Alimi, sembra la mossa di una potenza che torna a colpire. Basta tornare indietro di qualche settimana per vedere una sequenza diversa. A metà settembre gli Houthi, con un’offensiva rapida, hanno preso Mokha, alcune isole e il territorio attorno a Bab al-Mandab, come ricostruisce Al Jazeera, mentre già dalla fine di luglio missili e droni colpiscono impianti industriali ed energetici sauditi, secondo quanto riportano i media statunitensi. L’annuncio di Alimi, che promette di riprendere ogni area in mano al movimento e indica in Sanaa il traguardo, arriva dunque da chi ha appena perso la costa, ed è difficile non leggerlo anche come un segnale rivolto agli alleati e alla propria opinione pubblica. I numeri che accompagnano l’operazione, trecentoventiquattro obiettivi colpiti e cento aerei impiegati, vengono dalla parte governativa e nessuno li ha confermati in modo indipendente. UNA COALIZIONE FRAGILE Il fronte che dovrebbe arrivare nella capitale è fragile in modo documentato. L’analista Elfadil Ibrahim, su Responsible Statecraft, ricorda che dopo l’uscita degli Emirati dallo Yemen, imposta da Riad alla fine dello scorso anno in risposta all’offensiva dei separatisti del sud, le fazioni schierate con il governo hanno ottenuto una busta paga e un sistema di identificazione biometrica comuni, ma nessun comando e nessun addestramento condivisi, come avrebbe ammesso lo stesso ministro della Difesa yemenita. Nella battaglia di Mokha, secondo la ricostruzione di un altro analista da lui richiamata, un falso ordine di ritirata diffuso via radio e sms con la voce clonata di un comandante ha attraversato cinque formazioni prive di una sala operativa in comune. Sono dettagli che descrivono più un insieme di eserciti sovrapposti che una forza unitaria, e rendono poco credibile l’idea di una marcia fino a Sanaa. RIAD E IL FRONTE REGIONALE Per capire perché Riad rilanci proprio ora bisogna guardare fuori dallo Yemen. Lo stesso articolo ricorda che il gasdotto est-ovest saudita, da cui passa fino al quattro per cento dell’offerta mondiale di petrolio, è stato messo fuori uso da droni partiti dall’Iraq, come ha confermato il ministero degli Esteri del regno, e che secondo l’agenzia AP, citando funzionari sauditi e iracheni, emissari houthi avrebbero lavorato in una sala operativa gestita da milizie irachene. Nelle stesse settimane è saltato l’incontro in Oman con l’Iran sul transito nello stretto di Hormuz, dopo le obiezioni di Riad al linguaggio del testo. L’Arabia Saudita si ritrova così con due passaggi marittimi in bilico, il Mar Rosso, dove le sue navi sono diventate un bersaglio dichiarato degli Houthi, e Hormuz, dove la trattativa con Teheran si è arenata, e lo Yemen diventa il terreno su cui si può almeno tentare di mostrare forza. Il quadro è quello di una guerra regionale riaccesa dal conflitto con l’Iran, che la tregua del 2022 aveva privato per qualche anno del carattere di scontro aperto, e che ora torna a servirsi del territorio yemenita come teatro. Definire gli Houthi un semplice proxy di Teheran, come fa il segretario di Stato Marco Rubio, spiega poco, perché il movimento nasce negli anni Novanta come reazione zaidita al proselitismo wahhabita finanziato da Riad nelle montagne del nord, e la sua ostilità verso i sauditi precede il sostegno iraniano. ALLEATI MENO DISPONIBILI DEL PREVISTO Gli alleati su cui Riad conta sono meno disponibili di quanto si pensi. Circa duecento militari americani si trovano in Arabia con compiti di intelligence e di individuazione degli obiettivi, e alla domanda se Washington colpirà gli Houthi per conto dei sauditi Donald Trump ha risposto in sostanza di no, sostenendo che il movimento gli ha fatto sapere di non volere uno scontro. Il patto di difesa firmato ad agosto alla Mecca con Turchia e Pakistan è rimasto per settimane sulla carta, e un funzionario turco ha spiegato al Middle East Eye, riferisce ancora Responsible Statecraft, che ratifiche e meccanismi di interoperabilità richiederanno anni. Lunedì i ministri dei tre paesi, riuniti a Riad, hanno deciso di attivare misure di deterrenza e di far affluire rapidamente forze in territorio saudita, un passo concreto ma pensato per difendere il regno dai missili e dai droni, e non per riprendere la capitale yemenita. UNDICI ANNI DI GUERRA SENZA UNA VITTORIA Qui sta la questione di fondo, che le cronache di questi giorni tendono a coprire. Gli Houthi non sono stati indeboliti dalle campagne che negli anni hanno cercato di piegarli, né dagli attacchi israeliani che hanno ucciso il loro primo ministro e il capo di stato maggiore, né dall’operazione americana Rough Rider, due mesi di bombardamenti costati circa un miliardo di dollari. Dopo undici anni di intervento saudita la pressione militare ha prodotto un movimento più sicuro di sé, che ha reso pubbliche le proprie condizioni, ossia oltre cinquantasette miliardi di dollari di compensazioni, la fine di quello che definisce un blocco di porti e aeroporti e una quota dei proventi di petrolio e gas. Sono richieste pesanti e discutibili, ma indicano dove prima o poi finirà la partita. La lettura di una coalizione al collasso, d’altra parte, è a sua volta parziale. Le stesse fonti registrano avanzate governative a nordovest di Marib e a Taiz, e il Sana’a Center osserva che gli Houthi hanno finora evitato un assalto diretto ai quartieri urbani di Taiz, dove la popolazione è numerosa e l’ostilità verso il movimento è forte. È ragionevole supporre, e lo dico come ipotesi, che l’offensiva serva anche a migliorare la posizione di Riad prima di un tavolo che nessuno può evitare. IL PREZZO PAGATO DAI CIVILI A pagare, come sempre, sono i civili, e da tutte le parti. Human Rights Watch ha analizzato le immagini satellitari dei raid del 13 luglio sull’aeroporto di Sanaa, compiuti dalle forze governative in coalizione con l’Arabia Saudita, i primi della coalizione contro gli Houthi dalla tregua del 2022, e ha rilevato che almeno tre munizioni hanno colpito l’unica pista funzionante di quello che è l’unico scalo internazionale delle zone sotto controllo houthi, porta d’ingresso per il personale e per gli aiuti umanitari. Gli Houthi, dal canto loro, colpiscono aeroporti sauditi, e fra gli episodi più recenti figurano Jazan e Najran, con tre feriti secondo l’autorità saudita dell’aviazione civile, mentre la stessa organizzazione aveva già giudicato probabili crimini di guerra gli attacchi houthi agli scali sauditi tra il 2014 e il 2022. Un centro yemenita per i diritti umani denuncia ora il bombardamento houthi di quartieri residenziali a Taiz, con un ospedale di maternità colpito nella zona rurale, mentre su Sanaa cadono nuovi raid, fra cui uno su una fabbrica che l’emittente houthi Al Masirah attribuisce all’Arabia Saudita. Decine di migliaia di persone hanno già lasciato le proprie case. Una battaglia per la capitale, nel nordovest dove vive la maggior parte degli yemeniti, significherebbe portare la guerra dentro la parte più popolata del paese. L’ITALIA DENTRO IL CONFLITTO In questo scenario l’Italia non è spettatrice. Dalla seconda metà di marzo l’Aeronautica militare ha schierato in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein un dispositivo di circa quattrocento uomini, secondo il sito della Difesa ripreso da Analisi Difesa, che con la componente dell’Esercito porta il contingente a circa settecento militari, secondo Open, con base principale a Taif, a settanta chilometri dalla Mecca, come ricorda l’AGI. La Difesa lo presenta come supporto ai paesi partner colpiti dagli attacchi iraniani, e dunque come difesa da droni e missili, e ad agosto, ricorda Analisi Difesa, non risultavano minacce dirette all’Italia da parte delle milizie yemenite. Il 18 settembre, tuttavia, un Eurofighter italiano è stato colpito nell’attacco alla base di Taif, e il ministro Crosetto ha assicurato che nessun militare è rimasto coinvolto. Un funzionario del governo di Sanaa ha dichiarato all’ANSA che gli Houthi non sono in guerra con l’Italia, ma ha chiesto che cosa facciano aerei italiani in Arabia a sostegno della guerra di Riad. La domanda, riportata da Open, è anche politica. Il dispiegamento è partito dopo una risoluzione di maggioranza approvata a marzo, è stato ufficializzato sul sito della Difesa solo tra fine luglio e inizio agosto, con tre mesi e mezzo di ritardo, secondo Il Fatto Quotidiano, e una modifica al decreto Missioni consente oggi, ricorda ancora Open, trasferimenti in Arabia Saudita senza nuovo passaggio parlamentare purché il numero complessivo resti invariato. Il Movimento 5 Stelle dice di aver chiesto un’informativa urgente fin da luglio. LA STRADA RESTA QUELLA DELLA TRATTATIVA Da questi fatti ricavo una posizione. Un’offensiva su Sanaa difficilmente porterà alla sconfitta del movimento, e se anche ci riuscisse avrebbe un costo umano che nessun obiettivo militare giustifica. La sola strada che undici anni di guerra hanno lasciato aperta è un cessate il fuoco seguito da una trattativa vera, che metta sul tavolo porti e aeroporti e le responsabilità delle violazioni commesse da entrambe le parti. L’Italia dovrebbe sostenere questa strada con ciò che è in suo potere, e anzitutto chiarire in Parlamento natura, durata e limiti di una missione che tiene soldati italiani a settanta chilometri dalla Mecca mentre il conflitto intorno a loro si allarga. Finché questo dibattito non avviene, l’Italia resta dentro una guerra di cui il Parlamento ha discusso troppo poco. Fonti * Al Jazeera, 5 ottobre 2026 – offensiva governativa e attacchi agli aeroporti sauditi * The National, 5 ottobre 2026 – offensiva contro gli Houthi e impiego di 100 jet * ABC17 / CNN, 4 ottobre 2026 – annunciata la grande offensiva del governo yemenita * Responsible Statecraft, 17 settembre 2026 – Elfadil Ibrahim, analisi della strategia saudita Per questa fonte non ho ancora trovato con certezza l’articolo esatto con quel riferimento, quindi preferisco non darti un link sbagliato. * Human Rights Watch, 28 luglio 2026 – Strikes Endangering Civilians in Yemen and Saudi Arabia * Sana’a Center, 2 ottobre 2026 – The Battle for Taiz and the Struggle for Yemen Francesco Russo
October 7, 2026
Pressenza
Il “Patto della Mecca” attivato: Ankara e Islamabad a difesa di Riyad
A due mesi dalla sua firma, il Patto della Mecca è ufficialmente operativo. L’alleanza militare trilaterale tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan ha visto, lunedì 6 ottobre, il suo primo banco di prova a Riyad, con la convocazione di una riunione straordinaria del comitato congiunto di difesa e politica estera. […] L'articolo Il “Patto della Mecca” attivato: Ankara e Islamabad a difesa di Riyad su Contropiano.
October 7, 2026
Contropiano
A cosa servono i caccia italiani in Arabia saudita e con quale mandato operano?
Lo scorso 18 settembre, un attacco lanciato da Ansar Allah, il gruppo yemenita meglio noto come Houthi, ha colpito la base saudita di Ta’if, danneggiando un Eurofighter italiano. All’inizio di questa settimana, i vertici della Difesa si sono riuniti per valutare la situazione. Al termine degli incontri, il ministro Crosetto ha fatto sapere che sono state adottate misure per aumentare le condizioni di sicurezza del personale italiano. Il tema è più delicato di quanto appaia. L’aereo si trovava in Arabia Saudita nell’ambito di una missione avviata a sostegno della difesa dei Paesi del Golfo. L’attivazione del dispositivo è arrivata lo scorso marzo e ruota attorno a tecnicismi legislativi introdotti dallo stesso governo Meloni. Se tuttavia allora Riyad si trovava in una posizione relativamente periferica rispetto al principale fronte della guerra, oggi il quadro è cambiato notevolmente: con l’intensificazione degli attacchi di Ansar Allah, il territorio saudita è diventato un bersaglio diretto e la presenza di assetti militari italiani sul territorio accresce il rischio che l’Italia venga trascinata nell’escalation, anche alla luce del tentativo di Crosetto di potenziare le missioni nel Mar Rosso. L’aereo colpito dall’attacco di Ansar Allah contro la base di Ta’if era un Eurofighter Typhoon F-2000, appartenente alla famiglia dei caccia intercettori. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che nessun militare italiano è rimasto coinvolto e che l’aereo è stato colpito mentre si trovava all’interno della base, in un’area decentrata. Non sono stati segnalati altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal personale italiano. Dopo l’attacco, rappresentanti di Ansar Allah hanno dichiarato che l’obiettivo non era un assetto italiano, sottolineando che il gruppo «non è in guerra con l’Italia» e chiedendo al contempo spiegazioni sulla presenza italiana nella regione. Crosetto ha ribadito che l’Italia non è in guerra con lo Yemen, mentre sullo sfondo si sono moltiplicate le richieste di chiarimento da parte dell’opposizione riguardo alla natura e agli obiettivi della missione italiana in Arabia Saudita. L’Indipendente ha già dedicato un approfondimento alle missioni militari italiane presenti nei Paesi della Penisola Arabica. I dispositivi attivi sono almeno due, uno terrestre e uno aereo, e sono orientati al sostegno alla difesa e alla sorveglianza dello spazio aereo dei Paesi partner del Golfo. Il Typhoon danneggiato lo scorso 18 settembre rientra nella seconda missione, che comprende anche un velivolo da trasporto, un velivolo per la sorveglianza aerea, un sistema anti-drone ACUS-E e altri tre caccia. Al di là degli assetti impiegati e del numero di militari dispiegati, diversi dettagli operativi restano riservati: il governo non ha chiarito le modalità concrete di impiego delle missioni né le regole di ingaggio dei sistemi di difesa e degli aerei italiani. Anche l’esatta dislocazione del personale non è stata resa pubblica, ma l’attacco del 18 settembre ha confermato, come già ipotizzato da tanti, la presenza di parte degli assetti nella base di Ta’if. La base riveste infatti un’importanza strategica per la sua posizione nell’ovest dell’Arabia Saudita, non lontano da Gedda, città che ospita importanti infrastrutture militari saudite, tra cui una base navale e una base aerea. La nota rilasciata da Crosetto dopo la riunione del 21 settembre non ha contribuito a fugare i dubbi. Il ministro si è limitato a dichiarare che «per tutti gli assetti e in particolare per quelli aerei sono state adottate misure per incrementarne le condizioni di sicurezza», senza fornire ulteriori dettagli. Ha inoltre fatto sapere che «sarà assicurata la continuità delle attività operative nel rispetto degli impegni internazionali assunti con la partecipazione ad Inherent Resolve e la tutela del nostro personale», precisando però che la questione della presenza italiana nell’area è ancora in fase di valutazione. Il riferimento di Crosetto a Inherent Resolve, la missione internazionale contro l’Isis avviata nel 2014, non è casuale: il dispositivo dell’Aeronautica oggi attivo in Arabia Saudita è stato infatti avviato dal governo attraverso il ricorso a tecnicismi legislativi che hanno permesso lo spostamento delle truppe italiane dispiegate nella regione proprio nell’ambito di Inherent Resolve. Tutto ruota attorno alla modifica del 2024 alla legge quadro sulle missioni internazionali, varata dal governo Meloni. L’intervento stabilisce che il Governo debba trasmettere alle Camere le deliberazioni relative alle missioni internazionali indicando, per ciascuna di esse, l’area geografica di intervento, gli obiettivi, la base giuridica, l’equipaggiamento e il numero di truppe da inviare, «anche in modalità interoperabile con altre missioni nella medesima area geografica». Tradotto: una volta effettuate le dovute verifiche, le forze impiegate nell’ambito di una missione in una determinata area possono essere spostate nell’ambito di un’altra missione nella medesima area geografica anche senza una nuova autorizzazione parlamentare. Lo stesso cavillo potrebbe essere utilizzato anche per attivare una missione italiana nel Mar Rosso: il dispositivo sarebbe orientato alla difesa dei mercantili italiani sulla tratta, e Crosetto starebbe valutando di avviarlo senza attendere le decisioni europee e senza una nuova consultazione parlamentare. Parallelamente, il ministro si sta muovendo anche per potenziare la missione comunitaria Aspides, lanciata nel 2024 proprio contro gli attacchi di Ansar Allah alle rotte commerciali, sostenendo a livello europeo la necessità di un intervento più incisivo. Il quadro attuale è particolarmente delicato: in questo momento, l’Italia ha attive più missioni in Asia occidentale. Questi dispositivi sono stati approvati facendo leva su una modifica a una legge introdotta dallo stesso esecutivo e ruotano attorno alla rimodulazione di un’ulteriore missione, risalente a oltre dieci anni fa, che si inseriva in un quadro geopolitico profondamente diverso. Gli stessi dispositivi attivati a marzo sono stati avviati in un momento in cui Ansar Allah pareva ancora lontano dall’entrare in guerra e in cui Paesi come l’Arabia Saudita sembravano avere un ruolo molto meno centrale nel conflitto di quanto ne abbiano oggi. Dei dettagli operativi delle missioni non è noto pressoché nulla e le regole di ingaggio degli assetti difensivi non sono state chiarite. Il tutto, messo in parallelo con il possibile potenziamento delle missioni nel Mar Rosso, delinea uno scenario in cui l’Italia rischia di trovarsi invischiata in un conflitto senza che sia chiaro cosa stia accadendo sul terreno e senza che il Parlamento sia chiamato a esprimersi sulla questione. The post A cosa servono i caccia italiani in Arabia saudita e con quale mandato operano? appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 23, 2026
L'INDIPENDENTE
Ultimatum agli yemeniti. Ma gli attacchi alle navi sono cessati da tempo
L’Occidente collettivo sta alzando i toni anche quando non dovrebbe, in particolare sulla situazione nello Yemen. “Gli Houthi nello Yemen devono cessare immediatamente tutte le loro azioni militari, minacce e attacchi contro il trasporto marittimo”. Questo è il tono di un comunicato dei ministri degli Esteri del G7 diffuso a […] L'articolo Ultimatum agli yemeniti. Ma gli attacchi alle navi sono cessati da tempo su Contropiano.
September 22, 2026
Contropiano
Crosetto alla guerra contro gli Houthi
La guerra è un rasoio, ricordiamo spesso. E ogni sciocchezza verbale inventata per occultare la realtà viene in un attimo fatta in mille pezzi alla prova dei fatti. La guerra riscoppiata tra Arabia Saudita e milizie AnsarAllah – sbrigativamente chiamate “gli Houthi”, dal nome del loro fondatore – ha portato […] L'articolo Crosetto alla guerra contro gli Houthi su Contropiano.
September 20, 2026
Contropiano
Due fronti usa-e-getta per pompare il riarmo
Le avventure militari italiche camminano sempre sul filo invisibile tra la tragedia e il ridicolo. La postura del duce “mascellone” si scolora davanti all’immagine di un fuggiasco travestito da caporale tedesco in fondo ad un camion, nella frazione di Musso – nomen omen – un chilometro prima della fatale Dongo. […] L'articolo Due fronti usa-e-getta per pompare il riarmo su Contropiano.
September 18, 2026
Contropiano
Crosetto annuncia la missione della Marina italiana nel Mar Rosso: “Non aspetteremo l’UE”
L’Italia intende inviare navi della Marina Militare nel Mar Rosso per proteggere i propri mercantili. Ad annunciarlo è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha dichiarato l’intenzione di attivarsi «in modo tale che le navi italiane possano iniziare a passare senza aspettare che la burocrazia europea si sommi alla nostra». Il riferimento è alla missione europea Aspides, avviata nel 2024 per proteggere la navigazione dagli attacchi del gruppo yemenita Ansar Allah, meglio noto come Houthi. Crosetto intende accelerare le operazioni senza attendere le decisioni della missione europea, perché «ritardare significa aggravare problemi». Il ministro ha precisato che la decisione sull’eventuale invio delle navi sarà valutata con il governo e il Parlamento; nel frattempo, tuttavia, ha avviato la macchina di verifica per comprendere se sia possibile impiegare capacità delle Forze armate «già presenti nell’area e attualmente impiegate in altre operazioni» senza una nuova autorizzazione parlamentare: un’ipotesi che, sul piano politico, potrebbe configurarsi in un aggiramento di fatto del Parlamento. L’annuncio di Crosetto è arrivato ieri, 17 settembre, in occasione di un intervento del ministro presso il Forum “Risorsa Mare” de La Spezia: «Di fronte alla difficile situazione che si sta ripresentando nello stretto di Bab el-Mandeb, che si aggiunge alla crisi di Hormuz e alle conseguenze economiche delle numerose tensioni internazionali, ho deciso, insieme al Capo di Stato Maggiore della Difesa, di attivare la Marina Militare per predisporre quanto necessario per garantire il transito in sicurezza delle navi italiane», ha detto Crosetto. «Abbiamo deciso, con il capo di Stato maggiore, di non aspettare che sia Aspides a decidere se le navi possono passare o meno. Probabilmente ci attiveremo in modo tale che le navi italiane possano iniziare a passare senza aspettare che la burocrazia europea si sommi alla nostra». Crosetto ha poi ridimensionato il tiro della sua precedente dichiarazione, mettendo qualche dovuto asterisco: «Non decido adesso», ha affermato in riferimento al numero e al tipo di navi da inviare nel Mar Rosso. «È una situazione di questi giorni. Valuteremo con il governo e con il Parlamento cosa sarà necessario fare; l’importante è ripristinare i traffici». Le consultazioni con il governo e il Parlamento non pare siano ancora iniziate, ma il ministro ha già disposto un accertamento per «verificare se l’attuale quadro giuridico consenta, qualora necessario, di richiamare sotto comando nazionale capacità delle Forze armate italiane già presenti nell’area e attualmente impiegate in altre operazioni, oppure se si renda necessaria una nuova e specifica autorizzazione del Parlamento, anche in virtù delle decisioni già adottate da alcuni Paesi alleati e partner». Crosetto, insomma, sta valutando la possibilità di impiegare le navi militari italiane già presenti nell’area per proteggere i mercantili italiani, senza necessariamente passare dal Parlamento. Il quadro pare analogo a quello emerso in estate, quando è uscita la notizia dei soldati italiani dispiegati in Medio Oriente: le opposizioni hanno contestato al governo una mancanza di trasparenza, mentre l’esecutivo ha richiamato implicitamente la modifica del 2024 alla legge quadro sulle missioni internazionali, varata dallo stesso governo Meloni. L’intervento dell’esecutivo stabilisce che il Governo debba trasmettere alle Camere le deliberazioni relative alle missioni internazionali indicando, per ciascuna di esse, l’area geografica di intervento, gli obiettivi, la base giuridica, l’equipaggiamento e il numero di truppe da inviare, «anche in modalità interoperabile con altre missioni nella medesima area geografica». Tradotto: una volta effettuate le dovute verifiche, le forze impiegate nell’ambito di una missione in una determinata area possono essere spostate nell’ambito di un’altra missione nella medesima area geografica anche senza una nuova autorizzazione parlamentare. Intanto, l’offensiva di Ansar Allah in Yemen continua e, tra il blocco del Mar Rosso e gli attacchi sul territorio nazionale, Riyad sembra sempre più in difficoltà, tanto da avere chiesto aiuto a partner regionali e internazionali. Secondo indiscrezioni dell’agenzia di stampa Reuters, Riyad avrebbe sollecitato la Cina a intervenire diplomaticamente presso l’Iran affinché contribuisca a contenere Ansar Allah, cercando, nel frattempo, assistenza militare da altri alleati. Dopo i fatti de La Mecca, gli alleati dei sauditi hanno fatto scattare il campanello d’allarme: la scorsa settimana, Riyad ha denunciato un attacco contro la capitale religiosa dell’Islam, accusando gli Houthi; Ansar Allah ha smentito categoricamente il proprio coinvolgimento, ma la denuncia dell’Arabia Saudita ha scatenato un’ondata di indignazione globale. Il ministro della Difesa del Pakistan ha così fatto un riferimento pubblico all’accordo della Mecca, siglato recentemente con Arabia Saudita e Turchia, che istituisce quella che è stata definita la “NATO musulmana”: il ministro ha affermato che Islamabad «adempirà al proprio dovere», senza elaborare ulteriormente. The post Crosetto annuncia la missione della Marina italiana nel Mar Rosso: “Non aspetteremo l’UE” appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Yemen. L’offensiva lampo ha visto Ansarallah prendere il controllo di Bab al-Mandab
Il 9 agosto, il portavoce della Resistenza Nazionale yemenita, il maggior generale Sadiq al-Duwaid, ha cercato di placare i timori scoppiati in seguito all’attacco di Ansarallah al porto di Mokha, che aveva coinvolto un’ondata di missili, droni e imbarcazioni cariche di esplosivo, bloccando le operazioni in uno dei porti chiave […] L'articolo Yemen. L’offensiva lampo ha visto Ansarallah prendere il controllo di Bab al-Mandab su Contropiano.
September 18, 2026
Contropiano