Tag - italia

La protezione speciale tra radicamento sociale e divieto di respingimento
Due riconoscimenti che si inseriscono nel solco dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale in materia di protezione speciale, alla luce delle modifiche introdotte dal D.L. n. 130/2020, convertito nella L. n. 173/2020, e dei successivi interventi del D.L. n. 20/2023 (cd. “Decreto Cutro”). In ordine di udienza, nel primo caso, il Tribunale Ordinario di Potenza, Sezione specializzata in materia di immigrazione, ha deciso su un ricorso avverso il diniego della protezione internazionale emesso dalla competente Commissione Territoriale. Il ricorrente aveva richiesto in via principale il riconoscimento dello status di rifugiato, in subordine la protezione sussidiaria e, ulteriormente, altre forme di tutela previste dall’ordinamento. Il Tribunale ha rigettato le domande di protezione internazionale, ritenendo non credibile e comunque non rilevante ai fini giuridici la vicenda personale narrata e non sussistendo, sulla base delle fonti aggiornate, una situazione nel Paese di origine tale da integrare i presupposti della protezione sussidiaria, anche con riferimento all’assenza di un conflitto armato o di violenza indiscriminata. Tuttavia, il Collegio ha rilevato un significativo percorso di integrazione sociale e lavorativa in Italia, documentato da attività lavorativa regolare, formazione e inserimento nel contesto socio-lavorativo. In ragione di ciò, il Tribunale ha riconosciuto la sussistenza dei presupposti per il rilascio della protezione speciale ai sensi dell’art. 19 del Testo Unico Immigrazione, evidenziando che il rimpatrio determinerebbe una lesione del diritto alla vita privata e un grave sradicamento dal percorso di integrazione raggiunto. È stata quindi disposta la trasmissione degli atti alla Questura competente per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale. Tribunale di Potenza, decreto del 22 aprile 2026 La seconda decisione valorizza la portata innovativa del D.L. n. 130/2020, evidenziando come le modifiche apportate agli artt. 5, comma 6, e 19 del D.lgs. n. 286/1998 abbiano determinato una sostanziale “reviviscenza” della protezione umanitaria, attraverso il rafforzamento del principio di non refoulement e il richiamo espresso agli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato italiano. In tale prospettiva, viene ribadita la centralità della tutela dei diritti fondamentali della persona, inclusa la vita privata e familiare, quale parametro rilevante nella valutazione del rischio connesso al rimpatrio. La decisione si confronta altresì con le modifiche introdotte dal D.L. n. 20/2023, rilevando come, nonostante la soppressione del riferimento espresso alla vita privata e familiare nell’art. 19, comma 1.1, T.U.I., tale profilo continui a rilevare in via indiretta attraverso il rinvio agli obblighi costituzionali e convenzionali, in particolare agli artt. 2 e 117 Cost. e all’art. 8 CEDU. Nel caso concreto, il giudicante procede a una valutazione individuale e comparativa della situazione del richiedente, secondo i criteri elaborati dalla giurisprudenza di legittimità. Viene dato rilievo alla giovane età al momento della partenza dal Paese di origine, al percorso migratorio e, soprattutto, al significativo livello di integrazione raggiunto in Italia, comprovato dallo svolgimento di attività lavorativa regolare e dalla contribuzione previdenziale. La decisione sottolinea come il richiedente abbia intrapreso un serio percorso di inserimento socio-lavorativo, idoneo a dimostrare un effettivo radicamento nel territorio nazionale, meritevole di tutela anche alla luce dei principi costituzionali, in particolare dell’art. 35 Cost. All’esito del giudizio comparativo tra la condizione attuale del richiedente in Italia e quella nel Paese di origine, nonché in assenza di elementi ostativi legati alla sicurezza pubblica, il giudice ritiene sussistenti gravi motivi di carattere umanitario ostativi al rimpatrio. Viene pertanto riconosciuto il diritto del richiedente al rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale, con trasmissione degli atti al Questore competente ai sensi dell’art. 19, comma 1.2, del D.lgs. n. 286/1998. Tribunale di Lecce, decreto del 23 aprile 2026 Si ringrazia l’Avv. Andrea Fabbricatti per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni sul riconoscimento della protezione speciale
Frontiere-Filtro: L’Accoglienza nei Centri d’Italia (2026)
GIORGIA MALAVENDA È disponibile dal 28 aprile il nono rapporto sui centri di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati in Italia basato su dati relativi al 2024, realizzato da ActionAid e Openpolis nell’ambito del progetto Centri d’Italia, ad oggi l’unica piattaforma di monitoraggio indipendente presente nel paese. Scarica il rapporto completo Intitolato “La frontiera, ovunque”, il documento mira a smascherare le problematiche intrinseche del sistema di accoglienza odierno, ed è già dal titolo che si intuiscono le conclusioni a cui i dati registrati portano: il processo di selezione del migrante non si limita, infatti, alle sole frontiere fisiche lungo i confini nazionali ma si protrae lungo tutta la filiera dell’accoglienza, sottoforma di ostacoli legislativi, amministrativi e linguistici. Tale prospettiva è oggi essenziale per spostare il focus del dibattito pubblico e politico sul tema dell’immigrazione dalle logiche di espulsione a ciò che avviene lungo il percorso di accoglienza e integrazione del migrante. > Siamo di fronte a una scelta di Governo che ha progressivamente spostato > l’accoglienza da infrastruttura di tutela in un dispositivo di filtro, > smistamento e contenimento. L’EMERGENZA PRODOTTA La narrativa emergenziale proposta nell’ultimo decennio ha portato a una proliferazione di decreti emergenziali sotto il governo attuale in nome di uno stato di emergenza (dichiarato dall’aprile 2023 all’aprile 2025), ma la chiave di lettura proposta dal rapporto dimostra come la persistenza di questo stato di precarietà non sia dovuto all’eccezionale incremento dei flussi migratori segnalato, ma sia piuttosto esito di una emergenza appositamente costruita, grazie allo smantellamento delle politiche di accoglienza. È a partire dalla limitazione dell’operatività delle navi ONG di soccorso marittimo, imposto dal Decreto Piantedosi, che l’emergenza nasce. Con l’assegnazione dei porti lontani del Centro-Nord Italia per salvataggi avvenuti principalmente lungo la rotta del Mediterraneo centrale non solo si sottopongono persone a una situazione di precarietà per più tempo del necessario ma si tolgono risorse monetarie e temporali alle ONG dispiegate nelle missioni Search and Rescue 1. Pur essendo l’obiettivo dichiarato di questa politica alleviare le pressioni sulle strutture di prima accoglienza nel Sud Italia, il rapporto mostra come proprio in questi centri rimangano costantemente disponibili più di 2.000 posti inutilizzati presso gli hotspot e CPA di Sicilia, Calabria e Puglia. Questa prassi viene quindi smascherata come mero tentativo di ostacolare le missioni SAR e di criminalizzare la solidarietà e, non a caso, sono varie le sanzioni contro le navi umanitarie che sono state annullate sulla base dell’illegittimità di questa prassi, quali le sentenze dei tribunali di Salerno e Ragusa. > Ancora una volta, l’emergenza da eccezione si trasforma in una tecnica > ordinaria di organizzazione dell’accoglienza. Le frontiere interne La centralità dei processi di filtro è resa ancora nota dalla crescente prevalenza delle strutture di prima accoglienza, quali hotspot, CPA e CAS, su quelle facenti parte del SAI per l’accoglienza secondaria. Il report sottolinea due tendenze visibili dal 2023: la proliferazione di strutture hotspot, che passano da 4 a 11 nel 2024 con il triplicarsi dei posti disponibili, e il forte sbilanciamento del sistema verso i Centri di Accoglienza Straordinaria, che accolgono nel 2024 il 71,9% delle persone totali, dimostrando che il perno dell’intero sistema è ancora una volta rappresentato dall’accoglienza straordinaria. Delle 6.024 strutture governative attive al 31 dicembre 2024, 520 registrano presenze che superano il 120% della capienza, con 12.904 persone coinvolte specialmente nei CAS di Lombardia, Lazio, Puglia e Veneto. Nel Mezzogiorno prevalgono CAS di grandi dimensioni con una capienza media di 38 posti mentre nel Nord-Est, specialmente nel FVG, la capienza media si riduce a 11 posti grazie al peculiare modello di micro-accoglienza diffusa 2. Passando all’analisi dello stato dell’accoglienza del SAI si osserva un tasso di turnover degli ospiti che diminuisce dal 35,5% registrato nel 2023 al 21,3% nel 2025, indicando un ricambio sempre più lento che contrasta l’entrata di nuovi beneficiari nel circolo, dunque pressando nuovamente sui centri dediti alla prima accoglienza. A snaturare l’essenza dell’accoglienza è il peso di operatori for profit nella gestione dei centri governativi, che dal 2022 al 2024 si duplica arrivando a gestire più di 14mila posti, più di un decimo dei complessivi. Ancora, lo schema di capitolato d’appalto vigente dal 2024 ostacola la fruizione dei servizi di mediazione linguistico-culturale e dei colloqui psicologici: insieme al ritiro implicito della domanda di protezione per assenza al colloquio e alla procedura accelerata di valutazione della domanda “tardiva” previste dal d.l. 145/2024, si compromettono non solo le tutele e i diritti degli ospitati, ma anche la capacità del sistema di rilevare e valutare adeguatamente le vulnerabilità personali che possono essere dietro a queste decisioni. Oltre a queste fragilità il documento evidenzia anche le responsabilità di un’amministrazione precaria, lenta e intermittente che pone in essere ostacoli amministrativi nell’accesso alle questure e nella formalizzazione della domanda. Forme di accoglienza non dignitose non risparmiano neanche i minori non accompagnati, portando a un allarmante numero di uscite per abbandono. L’introduzione da parte del d.l. 133/2023 della possibilità di collocare MSNA ultrasedicenni in centri di accoglienza per adulti, in sezioni specifiche, per un tempo massimo di 90 giorni, prorogabile di altri 60, ha legittimato ancora di più la prassi già esistente di inserimento di MSNA in centri per adulti. Nonostante fosse stata intesa come misura eccezionale da applicare solo nei casi di indisponibilità temporanea di strutture dedicate, i casi critici sono diversi. Torino si dimostra prima per numero di MSNA transitati in centri per adulti e almeno 13 delle prefetture incluse nel rapporto dichiarano superamenti 3della soglia massima dei 150 giorni, dimostrando come il superamento dei limiti di legge non sia episodico e avvenga anche in territori con posti liberi nel circolo dedicato. Ancora una volta il rapporto smaschera la riluttanza del Governo di porre l’accoglienza sul primo piano: l’incapacità della gestione del sistema è evidente dalla carenza di meccanismi di monitoraggio delle politiche sviluppate e dalla disomogeneità territoriale delle ispezioni presso i centri governativi, che lasciano nel 2024 l’80,9% delle strutture prive di alcun controllo. Spesso i dati dichiarati dalle Prefetture e dalle autorità centrali non combaciano. Il Viminale afferma, infatti, di non registrare dati relativi ai centri di accoglienza provvisori né quelli relativi al tempo di accoglienza e alla sezione separata istituita per i MSNA nei centri adulti: una superficialità che ostacola il lavoro di reporting su una realtà altrimenti invisibile al comune cittadino. LO SCENARIO 2026 L’ennesima stretta sull’immigrazione è ora rappresentata dal disegno di legge7 approvato il febbraio scorso dal CdM per l’attuazione del Patto UE sulla migrazione e asilo, nel quadro della riforma del CEAS adottata nel 2024 e ora in procinto di essere attuata. Dei dieci testi introdotti, quello che desta più preoccupazioni è il Regolamento (UE) 2024/1348 (Regolamento Procedure) poiché amplia i casi di ricorso obbligatorio alla procedura accelerata di esame della domanda alla frontiera, con annesso allontanamento immediato e un massimo di dieci giorni per fare ricorso. L’infondatezza di una domanda si baserà quindi su meri criteri statistici, quali la provenienza da un paese d’origine sicuro e il possesso di una cittadinanza facente parte delle low-recognition-rate citizenships 4, tra le quali la venezuelana, la colombiana e ora quella siriana, nonostante le violenze etniche e confessionali ancora in corso. La mancata valutazione delle specificità di una domanda di protezione in nome di queste logiche puramente statistiche smaschera nuovamente la superficialità del sistema che, pur di accelerare le procedure di frontiera, rinuncia a investigare su possibili profili di intersezionalità e vulnerabilità personale del migrante. Con l’ennesimo atto emergenziale 5 in materia migratoria il discorso politico torna ancora una volta a focalizzarsi sulle procedure di rimpatrio, ricorrendo a prassi illecite e problematiche 6 che alimentano una politica carente e superficiale che pone lo sguardo alle frontiere esterne e non a quelle interne, facendo dell’accoglienza un sistema esclusivo. 1. La politica dei porti lontani non arretra neanche di fronte alla morte, Sos Mediterranee (19 maggio 2026) ↩︎ 2. 3 Che cos’è l’accoglienza diffusa? ICS (25 maggio 2018) ↩︎ 3. Minore trattenuto in struttura per adulti: La Corte Europea dei Diritti Umani condanna l’Italia, ASGI (29 Aprile 2026) ↩︎ 4. Latest Asylum Trends: Recognition Rates, EUAA ↩︎ 5. Convertito in legge il DL 23/2026 su sicurezza e migrazione, IntegrazioneMigranti (24 aprile 2026) ↩︎ 6. I rimpatri volontari assistiti non siano strumenti di “remigrazione”. Un commento al decreto-legge 55/2026, UniPd Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” (22 maggio 2026) ↩︎
CPR di Trento: negato l’accesso agli atti alle organizzazioni della società civile
Ministero dell’Interno, Commissariato del Governo e Provincia autonoma di Trento hanno risposto con un rigetto alla richiesta di accesso civico generalizzato (FOIA) presentata il 23 aprile 2026 da Cittadinanzattiva APS e dall’Assemblea Antirazzista Trento, con il supporto legale degli avvocati Antonello Ciervo, Salvatore Fachile, Laura Liberto, coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti-Cittadinanzattiva e Gennaro Santoro. La richiesta mirava a ottenere tutti i documenti relativi alla progettazione e realizzazione del CPR previsto a Maso Visintainer, a Trento. Ne denunciano l’ostracismo le stesse organizzazioni con una nota stampa. La motivazione del diniego è identica in tutte le risposte istituzionali, un copia-incolla: i CPR, in base al decreto-legge 124/2023, sono stati classificati come “opere destinate alla difesa e alla sicurezza nazionale“. Una definizione che, in materia di accesso civico generalizzato, equivale a un segreto di Stato: nessun progetto, nessuna relazione tecnica, nessun documento urbanistico o ambientale, nessuna informazione sui costi e tempistiche di realizzazione. «Classificare un centro di detenzione amministrativa alla stregua di un’installazione militare non è una scelta tecnica neutrale, bensì una scelta politica che sottrae deliberatamente al controllo pubblico un’opera che incide profondamente sul territorio, sull’uso del suolo, sulle risorse provinciali e sui diritti delle persone – compreso quello alla salute – che vi saranno recluse», affermano le organizzazioni civiche. Il Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol NO CPR, composto da oltre 50 realtà sociali e politiche che sostengono la campagna contro l’apertura del CPR, e Cittadinanzattiva considerano questa mancata trasparenza gravissima. I CPR sono luoghi strutturalmente opachi: l’accesso al loro interno è negato ai giornalisti e alla società civile, e numerosi report, inchieste giornalistiche e pronunce giurisdizionali hanno documentato come in queste strutture i diritti fondamentali vengano sistematicamente violati. Ora si aggiunge un nuovo tassello: la società civile non può essere messa a conoscenza di quali valutazioni siano in corso sull’impatto territoriale e ambientale, su come verrà costruito il centro, con quali costi e secondo quali criteri. Le organizzazioni ricordano che l’area individuata per la costruzione del CPR è stretta tra la tangenziale di Trento e l’autostrada del Brennero e in particolare il lato est è percorso per tutta la sua lunghezza da un metanodotto ad alta pressione. «Quel che è emerso – la sola documentazione che la Provincia ha ritenuto di non poter nascondere perché già pubblica e facilmente reperibile online – è la delibera di Giunta n. 1626 del 24 ottobre 2025 e il testo dell’accordo Piantedosi-Fugatti. Un accordo che prevede la costruzione del CPR interamente a carico delle casse provinciali, e in cambio impegna il Ministero a dimezzare i posti di accoglienza sul territorio trentino da 700 a 350.  Quello che rimane nell’ombra – i progetti tecnici, le valutazioni ambientali, i costi, le procedure di affidamento – è esattamente ciò che ogni cittadina e ogni cittadino di questo territorio, e non solo, hanno il diritto di conoscere. Continueremo a chiedere trasparenza e a opporci con ogni strumento disponibile. I CPR non sono basi militari: sono luoghi in cui si detengono esseri umani, e per questo, pur ribadendo la nostra netta contrarietà, ci aspettiamo che siano perlomeno aperti al controllo pubblico, non schermati dietro una norma che li equipara a infrastrutture di guerra», concludono le organizzazioni.
“RISIKO BANCARIO”: INTESA SANPAOLO PUNTA UFFICIALMENTE AD ACQUISIRE MPS. INTERVISTA AD ALESSANDRO VOLPI (ALTRECONOMIA)
Intesa Sanpaolo ha lanciato una Opas (Offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria) del valore di circa 30,6 miliardi per acquisire Monte dei Paschi di Siena. Intesa – insieme a Unipol – entra così, “di petto”, nel riassestamento del sistema bancario italiano, il cosiddetto “Risiko bancario”.  L’operazione avrebbe ricadute anche sulla partecipata Bper (Banca popolare dell’Emilia-Romagna). Poche ore prima, Banco Bpm aveva proposto a Monte dei Paschi di Siena di discutere e concordare un’operazione di aggregazione per creare un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, che sarebbe così il secondo operatore nazionale per dimensioni. Secondo Intesa Sanpaolo l’obbiettivo dell’acquisizione sarebbe quello di “consolidare il sistema bancario europeo”, mentre la “cordata Mps-Bpm-Generali costituirebbe la costruzione di un terzo polo di credito italiano”. Su Radio Onda d’Urto ha commentato la notizia Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea al dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa e collaboratore di Altreconomia. Ascolta o scarica
June 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Un altro naufragio evitabile nel Mediterraneo
Almeno 11 vittime nell’ennesimo naufragio nel Mediterraneo. Le autorità italiane e maltesi hanno deciso troppo tardi che valeva la pena intervenire in soccorso dell’imbarcazione in pericolo, con a bordo circa 60 persone. È stato invece il peschereccio Tuncay Sagun-2 a trarre in salvo 48 sopravvissuti. Il nostro aereo Seabird era sul posto e ha avvistato alcuni corpi a bordo della motovedetta italiana. Dalle informazioni a nostra disposizione ci risulta che, ancora una volta, le autorità erano ben consapevoli della situazione e che queste morti si potevano evitare. L’Italia e Malta hanno inviato i loro assetti di soccorso quando ormai era troppo tardi. Dai tracciamenti che abbiamo potuto verificare nella zona delle operazioni, ci risulta infatti che un aereo maltese era già presente sulla scena alle 10:33 UTC. Successivamente nella stessa area sono stati tracciati anche altri assetti aerei maltesi, italiani, di Frontex e di EUNAVFOR MED. Quando l’aereo di monitoraggio di Sea-Watch Seabird 1 ha raggiunto l’area alle 16:42 UTC, una motovedetta italiana, due navi maltesi e il peschereccio che aveva effettuato il soccorso erano sul posto. Abbiamo avvistato diversi corpi sulla motovedetta italiana, dentro ai sacchi per cadaveri. Abbiamo anche visto il trasferimento dei sopravvissuti dal peschereccio alle navi maltesi e l’evacuazione medica di almeno una persona, effettuata da un elicottero maltese. Ancora non si sa quante siano le persone disperse. Chi è Stato? Sea Watch
June 8, 2026
Pressenza
Tassazione delle grandi fortune: non “patrimoniale”, solo buon senso – di Andrea Fumagalli
La raccolta delle firme a favore di una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Imposta sui grandi patrimoni” (che avevamo già presentato qui lo scorso 10 maggio) si fonda sui principi costituzionali di capacità contributiva (art. 53, primo comma, Costituzione); progressività del sistema tributario (art. 53, secondo comma, Costituzione); eguaglianza sostanziale (art. [...]
June 8, 2026
Effimera
Festa aziendale in divisa. Avanza la militarizzazione anche alla RAI, critico il sindacato USIGRAI
Un post su Facebook di UsiGRai, il sindacato dei lavoratori della Rai, pubblica una nota relativa alla festa Bimbo-Rai (https://www.facebook.com/share/18BtCUAUYi/). Il commento della organizzazione è molto critico e anche in noto giornalista Nico Piro si esprime una nota critica sulla vicenda (qui il suo post su Facebook). Da sempre cerca di contrastare la conduzione del servizio pubblico, in fase di rinnovo nel 2027, oggi anche contro le dismissioni del patrimonio immobiliare (Qui il comunicato USIGRAI). La festa – secondo i lavoratori – non è il consueto momento di paternalismo aziendale e di fidelizzazione dei dipendenti (per la verità moltissimi precari o con contratti capestro per Bullshit Jobs, i lavoretti di merda normati dal Jobs Act del 2014): il diavolo si nasconde nei dettagli. La segnalazione diventa di interesse per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università perché il dettaglio, rivelatore degli intenti aziendali, sta nella presenza dei militari alla festa. Esercito e Forze dell’Ordine sono invitati in qualità di animatori, ruolo che esercitano volentieri, purché si tratti di mostrarsi in divisa e di proporre armi e strumenti di morte come giocattoli. Il «vuoto aziendale e culturale» della Rai richiamato dalla segnalazione, non credo sia davvero tale. Secondo me si tratta, per i vertici dell’azienda italiana di radiotelevisione strettamente imparentati con le forze politiche al governo, di spostare l’attenzione dei dipendenti, e di coloro che assistono alla festa, verso l’accettazione della inevitabile necessità di stare a fianco delle armate nazionali alla difesa del paese da presunti aggressori.  Dunque, una ideologia, per quanto scomposta e piuttosto maldestra. Occorre far in modo che ci si pensi, fin da piccoli, cittadini obbedienti, reclutabili all’interno di formazioni militari, addestrati in appoggio civile alle azioni guerresche, nonché soggetti adattati alle forme della repressione di qualsiasi dissenso. Credo sia una precisa scelta della Rai quella virare gli scopi pubblici, informazione non faziosa e intrattenimento di qualche pregio (diversione non idiotizzante, soporifera, ottundente), verso un sistema valoriale drogato da insistenti richiami al rischio, alla sicurezza, alla necessità di una protezione armata, interna, e ai nostri confini. I contribuenti pagano il canone, senza possibilità di evitarlo visto che, sempre il solito Renzi papà del Jobs Act e della Buona Scuola lo ha legato, nel 2016, al consumo domestico della energia elettrica, ma i contribuenti non hanno voce in capitolo sulle scelte della RAI, sempre più orientate a compiacere i politici di turno, a diffondere veline governative, come da modello berlusconiano instaurato negli anni Novanta,  (Editorialedomani.it sulla vicenda). L’azienda dedica un intero settore di intervento a scopi educativi. RaiKids, in cui rientra anche la festa segnalata e trasmessa dai canali TV, è una sezione di programmi radio-televisivi dedicati ai minori, la versione aggiornata della vecchia radio e TV per ragazzi, nata con i primi televisori domestici (https://www.raiplaysound.it/radiokids/podcast). Un contenitore ricco, ma non sempre altrettanto educativo, sia per formati, sia per temi proposti (molto moralismo, molta condiscendenza e piaggeria verso l’infanzia, molta propaganda appena velata). Per l’intrattenimento dei piccoli la concorrenza è agguerrita. Oggi, sempre più spesso, i bambini e le bambine vedono le animazioni e i programmi sulle piattaforme private a cui i loro genitori pagano l’abbonamento. Si impara la guerra con le sfide mortali, la logica amico-nemico, la necessità di far parte di una banda, un gruppo chiuso pronto alla lotta per la difesa del proprio territorio. Il paternalismo aziendale ha illustri modelli nel passato industriale del secolo scorso. Un caso italiano è quello della Fiat, quando la casa automobilistica governava a maglie strette la vita economica, culturale e politica della sua città, Torino. A Natale, nello stabilimento Mirafiori, si radunavano i figli dei dipendenti, della sede centrale, del Lingotto, di Fiat-Ferriere, del vasto indotto. Spesso gli auguri li faceva il padrun Agnelli (Giovanni, il nonno fondatore e poi il nipote, in arte l’Avvocato) fra gli applausi della claque, il dono di un giocattolo, un panettone, una bottiglia di spumante Gancia. Poi tutti a casa contenti, grati per il lavoro e per le due stanzette nelle case-Fiat.   RadioKids piace ovviamente al foglio torinese La stampa – da sempre al fianco degli Agnelli – che commenta entusiasta i successi del formato, da 70 anni sulla breccia (clicca qui per la notizia). Una breccia che nel gergo militare è un avanzamento di truppe, l’apertura di un varco in un muro fortificato, con facile metafora mediatica un esempio vincente di opinionismo servile. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La provincia tra macerie e memorie. Appunti su Invelle e Le città di pianura
(disegno di cyop&kaf) Continuavamo a guardare il mare, come se dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro. Era così ogni volta, prima di ripartire. Ma l’unica cosa che succedeva era che il pomeriggio cedesse il passo all’imbrunire, un faro neon si accendeva in lontananza e la luce biancastra si frantumava sulla superficie dell’acqua. La cosa difficile era lasciarselo alle spalle, il mare. Pensare a quello che restava, a quelli che restavano. Il peggio non era che le cose continuavano mentre eravamo altrove, era che cambiavano. Quando tornavamo, i luoghi avevano cambiato connotati, un frammento dopo l’altro, metamorfosi impercettibili. Gli ulivi seccati, tagliati, bruciati. Le campagne incolte, deserte, stravolte. Coste, lungomare e centri storici imbellettati, confezionati e venduti al turismo. Tornavo e non li riconoscevo. Montava una rabbia ingenua perché nessuno mi aveva avvisato, passato parola, eppure ero cresciuta lì. “Fra le varie epoche vi è una zona di crepuscolo nella quale ci si smarrisce facilmente e ci si perde in modo misterioso. […] Il mondo fa quello che gli riesce più facile: tace. La luce è mutata. Tutti gli oggetti, persino gli alberi, sono aguzzi, stridenti, taglienti”. L’avevo sottolineato in un libro di Christa Wolf, Nessun luogo, da nessuna parte. Perdevo qualcosa un poco per volta. Dove andare adesso, senza una geografia interiore, se le cose che prima erano al centro non sono più lì ma spostate? Sono almeno dieci anni che mi sento fuori posto, che ingoio questo spaesamento. Dopo un po’ non sanguini più. Partire, tornare, andarsene, scivolare come un raggio fino al calare della luce. Le cose ammucchiate dentro, il portabagagli carico di scatoloni ma l’auto costretta a girare a vuoto, senza un posto in cui traslocare. Nessun luogo, da nessuna parte. Nel dialetto di Pergola, un paese nell’entroterra marchigiano tra Pesaro e Urbino, per dire “in nessun luogo” si dice “invelle”. L’ho scoperto da un film d’animazione che porta questo nome, Invelle, realizzato da Simone Massi e uscito nell’estate del 2024. Invece in un film del 2025, Le città di pianura di Francesco Sossai, ambientato tra Venezia e la provincia di Treviso, un personaggio riflette a voce alta: “Distruggeranno tutto, non rimarrà più nulla di questa regione, solo un’enorme infrastruttura, solo modi di muoversi da un posto all’altro, ma nessun luogo dove andare”. Questi film si intrecciano, parlando del rapporto con il passato e con il paesaggio, della memoria dei luoghi, tra rurale e urbano, tra periferia e città, tra vuoto e pieno. INVELLE Simone Massi, illustratore artigiano, intreccia tre generazioni: Zelinda è una bambina alla fine del primo conflitto mondiale, poi madre di Assunta con l’armistizio del ’43, e nonna di Icaro mentre in tv passa la notizia del sequestro di Moro. Con le loro storie graffiate tra nero e bianco e i dialoghi in dialetto marchigiano, Invelle racconta la guerra che si abbatte sulla campagna povera come un colpo di zappa su un formicaio, la fame, il lavoro infantile, l’emigrazione, i partigiani e i nazifascisti. Sono scene di vita quotidiana: una nenia per addormentare un figlio, il raccoglimento intorno a un lutto, la festa del paese e un cantastorie in piazza, gli attrezzi e gli animali per il lavoro nei campi, prendere l’acqua alla fontana. Ma interrogano continuamente su cosa è stato, cosa è rimasto di cosa è stato, qual è il posto per quelle storie. Il racconto porta fino all’esodo verso le fabbriche e l’abbandono delle campagne, la periferia fatta di cantieri e case popolari appena costruite: “Vedi che sono andati via tutti, mi spieghi perché ti ostini a rimanere qui?”; “con la mucca? la mucca si può anche vendere, nella casa nuova la stalla non c’è”; “il bagno, che ti credi, in città c’è tutte le comodità”; “e questo cos’è? un termosifone, ce n’è uno per stanza, ti scalda tutta casa”. La migrazione ai bordi della città di migliaia di persone che per adeguarsi alla modernità sono state indotte a rinnegare la propria cultura, la rinuncia al poco per avere ancora meno. Il padre di Icaro lo rimprovera: “Cos’è questa storia che a scuola parli in dialetto? Me l’ha raccontato la maestra, non son mica contento. L’hai visto che vita fa tuo padre, l’altro giorno a momenti m’attacco col padrone”. Perché Icaro, come tutti i figli di contadini e subalterni, deve fare quello che sua madre, sua nonna e chi è venuto ancora prima non hanno potuto fare. Se gli altri bambini in tono di scherno lo chiamano contadino, allora come non sentire vergogna per quelle origini tanto da volersene disfare? I figli come Icaro saranno uomini che si lasciano definire solo per negazione: non sono più e non sono ancora, contadini de-contadinizzati, sradicati in fuga da se stessi ma verso “nessun luogo”. Come può dopotutto avere un posto da occupare quella classe contadina che ha servito i padroni della terra, è stata carne da macello in due guerre mondiali e poi nelle fabbriche, ma dimenticata e stigmatizzata da un sistema che ora ne canta i bei tempi andati. La distruzione delle basi economiche della civiltà agropastorale ha comportato la disgregazione dei gruppi sociali tradizionali, ha guastato la terra e guastato le relazioni tra le comunità e la terra. “What are the roots that clutch, what branches grow / Out of this stony rubbish?” interroga T. S. Eliot in The waste land (che forzando, forse, la traduzione, è la terra guasta, appunto). Quali radici si afferrano, quali rami crescono da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo, tu non puoi dirlo, né indovinarlo – tu conosci soltanto un mucchio di frante immagini, là dove batte il sole, e l’albero morto non dà riparo, né il grillo dà conforto, e l’arida pietra non dà suono d’acqua.  LE CITTÀ DI PIANURA Non c’è nessun luogo che conosca che sia fervido in me come quelli in cui sono cresciuta: i colori, l’aria, le forme. Ogni cosa ha una sostanza primordiale, suprema, tanto che non si può immaginare che ci sia altro dopo. Eppure, non c’è nessun luogo in cui mi senta più forestiera di quelli in cui sono cresciuta, quasi una comparsa per strade e paesi che pure conosco a memoria. Per anni mi sono ostinata, ogni volta che tornavo, a percorrere una per una tutte quelle strade di campagna, a tratti sterrate, a tratti soffocate da rovi e sterpaglia, che, come un apparato radicale in superficie, si dipanano tra un paese e l’altro, ma nessuno le usa più (se non chi ha un terreno in zona e non ha ceduto all’abbandono) preferendo la statale dritta e scorrevole. Volevo orientarmi in quel sistema di stradine e pezzo dopo pezzo comporre una mappa scarabocchiata su post-it giustapposti, come se districando gli incroci, localizzando le edicole votive, i crocicchi, sarei poi stata capace di riconoscere una mappa interiore, di campare anche lontano da lì. Quando ho letto La casa in collina di Pavese, ho trovato parole: “Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere”. In fondo, questo racconta Le città di pianura: la periferia, le zone industriali, i vuoti, lo spaesamento che provoca viverci. I protagonisti, Carlobianchi e Doriano, amici storici di mezza età, si muovono per i paesi tra le Dolomiti bellunesi e la laguna di Venezia come accampati, inseguendo un’ultima bevuta e in attesa di un amico che sta per fare ritorno al paese dopo anni altrove. Sono individui incapaci di trovare uno spazio e una misura, figli delusi della loro epoca in cui ogni “noi” si disgrega, mentre l’“io” resta in balia della propria quotidiana percezione dell’ingiustizia, consegnato inerme ai propri dubbi, alla disperazione. Incrociano Giulio, uno studente di architettura, che si ritrova in macchina con loro e i tre sembrano assecondare il corso delle cose di straforo, di sbieco, non la linea retta e l’impatto frontale della controllata vita di città. Torno ancora a La casa in collina: “Ci si poteva abbandonare e poi riprendere; nulla accadeva e tutto aveva sapore. Domani, chi sa”. Le città di pianura, girato in pellicola, è un film sul paesaggio: quello del Veneto, sì, ma più alla larga quello della provincia italiana che ha attraversato il boom economico e si ritrova casolari, viadotti incompiuti, cemento armato. Per tutto il film sento familiarità con le inquadrature: la statale, le rotonde, i capannoni, i campi che si alternano a qualche rustico abbandonato col cancello corroso, gli sterrati, i tralicci, le villette bifamiliari con i serramenti nuovi e le ringhiere lucide, i casali con i tetti sfondati, i cartelli “vendesi” scoloriti e penzolanti. Quando, verso la fine del film, al tavolo di un bar Giulio abbozza sui tovagliolini satinati una mappa delle zone che hanno attraversato, ho ripensato a quel mosaico di post-it per mappare le mie strade di campagna. Così diversa da quella fatta di vita e di fatica di Invelle, ora la campagna mi sembra uno sfondo, una scenografia per le seconde case dei villeggianti cittadini. Una zona franca che costeggia le autostrade che prendono il venerdì quando vanno a passare il fine settimana fuori città e poi riprendono la domenica sera per fare ritorno a casa. La campagna oggi è una terra straniera: non sappiamo riconoscere le colture e le pratiche tramandate per secoli, i tempi per seminare e raccogliere, il legame tra dare e ricevere. Tra un bicchiere e l’altro, i protagonisti di Le città di pianura si fingono geometri per un conte che cerca di salvare la sua villa cinquecentesca dalla costruzione di un’autostrada che distruggerebbe la sua proprietà. “Un’infrastruttura essenziale per lo sviluppo del territorio, così mi hanno detto; ma perché la gente non usa più la parola terra?”, si indigna il conte. Poi scandisce: “Territorio, che schifo”. In un libro di Georges Perec ho sottolineato, a tratto doppio e triplo: “Viviamo nello spazio, in questi spazi, in queste città, in queste campagne, in questi corridoi, in questi giardini. Ci sembra evidente. Forse dovrebbe essere effettivamente evidente. Ma non è evidente, non è scontato. […] Il problema non è tanto sapere come ci siamo arrivati, quanto semplicemente riconoscere che ci siamo arrivati, che ci siamo […]. Insomma, gli spazi si sono moltiplicati, spezzettati, diversificati. Ce ne sono di ogni misura e di ogni specie, per ogni uso e per ogni funzione. Vivere, è passare da uno spazio all’altro, cercando il più possibile di non farsi troppo male”. DALLE MACERIE Di Pergola, paese d’origine di Massi e delle storie di Invelle, Wikipedia dice tra le prime righe che “la cittadina è stata inserita tra i borghi più belli d’Italia dall’associazione omonima”. Una trovata per trarre profitto dai luoghi con la retorica delle aree interne da rigenerare: “borghi” da ripopolare rendendoli attrattivi ai turisti, ai creativi, ai professionisti che possono trasferirsi dalla città e lavorare da remoto, finalmente in un posto dove l’aria è buona. Una trasformazione a cui si prodigano community manager, paesologi, innovatori sociali, ricercatori territorialisti, che impatta sul paesaggio, convertendo locali legati ai servizi di prossimità in spazi residenziali per il turismo breve o lungo. Artigiani e piccoli commercianti vengono sostituiti da spazi funzionali al consumo veloce: souvenir, ristorazione standardizzata, intrattenimento. Mentre resta fuori la gente che in quel posto ancora ci prova a vivere, gente con i suoi bisogni reali, poco spendibili dentro il racconto della rigenerazione. In un paese vicino al mio, far parte dei “borghi più belli d’Italia” è stata la legittimazione a un’ordinanza con cui si vietano iniziative politiche, manifestazioni e volantinaggi nel centro storico per la stagione estiva. La sindaca ha giustificato il divieto sottolineando l’importanza di non creare disagi ai turisti “interessati alle attività di puro svago” e di preservare la reputazione della cittadina. Il mio paese conta meno di duemila abitanti, hanno chiuso uno dopo l’altro il forno, la macelleria, l’alimentari e la scuola. Eppure possiamo vantare una bottega di “vintage furniture and art showroom” dove arnesi e arredi contadini trovano nuovi (ricchi) proprietari, e una boutique di tessili antichi e pregiati abiti artigianali tessuti al telaio (per chi ci vuole credere). Se già lo spaesamento viene dagli spazi vitali stravolti e dallo smarrimento del senso legato ai luoghi, mi disorienta il culto di un mondo che non c’è più e temo la trasformazione della tradizione in identità. Non ho mai ceduto a mitizzare la civiltà contadina, che felice lo è solo nelle pagine scritte dagli altri, dai colti. I racconti che mi hanno cresciuta da sempre parlano di fame, miseria, fatica, stenti. “Non sono un nostalgico delle società pastorali, non sono il turista che ama trascorrere il weekend in campagna. Non ho mai detto a un montanaro ‘beato te che respiri quest’aria sana, beato te che vivi delle nostre cose perdute’”, scrive Nuto Revelli. La periferia, la provincia ai margini non ha mai potuto pensarsi da sé: la civiltà contadina non ha fatto in tempo a immaginare la terra che lavorava come luogo su cui costruire futuro, è passata da un padrone all’altro. Se la terra se la passano di mano i padroni, allora l’emancipazione non deve passare attraverso il superamento della cultura tradizionale di matrice rurale, ma attraverso il mantenimento della memoria, demolendo una volta per tutte i confini del ghetto. Nella furia di somigliare all’urbano e al centro, dimentichiamo il buono dell’essere ai margini. La memoria dei luoghi così tanto intrecciata a quella della fatica, dell’ingiustizia, della miseria, dell’esodo, può salvarci se ritroviamo nella storia contadina la vocazione all’eresia. Questo mi dice Invelle: ritrovare il legame con quella cultura prima della distorsione, prima che fosse ridotta a simulacro per profitto di altri. Se sradicare i popoli conquistati è sempre stata la politica dei conquistatori, allora quella cultura può ancora dirci come sanare una terra guasta, una cultura col senso del limite e con la cura delle relazioni, cultura dell’interdipendenza e non del dominio degli umani sul non-umano. Possiamo guardare il presente e fare della memoria il grimaldello per ribaltarlo. Certo, serve essere lucidi, non cadere in facili propositi di palingenesi; serve essere intransigenti, non confondersi con le “buone pratiche” esistenti, non lasciarsi inglobare. Dopo Le città di pianura, mi torna in mente un pensiero condiviso con altri in passato: e se l’età industriale fosse stata una parentesi, solo una grande alluvione, o inondazione? Ha spazzato via in poco tempo una civiltà millenaria, eppure ora le acque defluiscono, le fabbriche e i fabbricati restano come vuoti urbani e le macerie contadine galleggiano come relitti. In questo andare e tornare, mi domando se qualcosa di spurio possa venir fuori dai detriti. Se sia arrivato il tempo di vedere cosa emerge nel disastro. Fosse anche per caso, uno scarto. Non farsi fottere dalla nostalgia, ma trarne forza e senso. Trovare radici in un punto di fuga all’orizzonte. Perché se io ho potuto studiare, partire, è perché mia nonna e mia madre hanno lavorato col tabacco per decenni, ma mio nonno è emigrato in Svizzera e solo quando è tornato ha avuto un pezzo di terra che potesse dire sua. Scriveva Antonio Neiwiller: “È tempo di convivere con le macerie e l’orrore, per trovare un senso. […] Luoghi visibili e luoghi invisibili, luoghi reali e luoghi immaginari popoleranno il nostro cammino. […] Essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori inquieti. E se a qualcuno verrà in mente, un giorno, di fare la mappa di questo itinerario, di ripercorrere i luoghi, di esaminare le tracce, mi auguro che sarà solo per trovare un nuovo inizio”. (chiara romano)
June 8, 2026
Napoli MONiTOR
La seconda volta. Ajoké, il mare e la ville morte
31 maggio 2026. È quasi mezzanotte quando Ajoké 1, una testimone del rapporto Women State Trafficking mi scrive per dirmi che l’hanno arrestata. È la seconda volta da quando ha iniziato l’aventure, qualche anno fa. Era partita dalla sua terra d’origine, nell’Africa subsahariana, in fuga da violenze e abusi. Anche in questa occasione, Ajoké è stata intercettata in mare.  La prima volta, ad arrestarla, era stata la Guardia Nazionale Tunisina (GNT), una forza di sicurezza interna, militare, dipendente dal Ministero dell’Interno. Picchiata selvaggiamente, incarcerata nella caserma di El Meguissem. Violentata. Poi trasportata alla frontiera, venduta ai libici, detenuta di nuovo. Violentata ancora. Infine, liberata previo pagamento del riscatto. Approfondimenti LA TRATTA DI STATO DELLE DONNE NERE E MIGRANTI TRA TUNISIA E LIBIA La voce delle sopravvissute e testimoni nella presentazione del rapporto Women State Trafficking al Parlamento Europeo  Nicoletta Alessio 23 Aprile 2026 La seconda volta la storia comincia in modo diverso, perché il porto di partenza non è Sfax, in Tunisia, ma Zuwarah, in Libia. Ajoké è salita su un gommone insieme ad altre persone, ma le hanno bloccate ugualmente. Pare che i prestanti e abili militari della so called Guardia Costiera libica siano usciti subito a prenderli in mare. Sono esperti e veloci, formati ed equipaggiati dai loro colleghi italiani. I militari hanno portato a riva le persone intercettate in mare, poi detenute in un primo hub e trasferite in un carcere libico ben noto, e non solo agli autori del rapporto State Trafficking e Women State Trafficking.  Ajoké è di nuovo detenuta. Conosciamo il seguito di questa seconda detenzione, anche se lei non l’ha ancora vissuto. E anche lei sa già come andrà a finire. Ora che è in prigione, uscirà con il barnamiche, come viene chiamata la negoziazione per l’uscita di un detenuto da un carcere libico. Una trattativa economica. Uscirà perché la sua rete familiare o amicale pagherà il suo riscatto. Oppure sarà venduta a qualcuno che guadagnerà facendole usare il suo corpo. La porterà in qualche bordello, per recuperare i soldi anticipati per il suo acquisto e moltiplicherà i propri guadagni, mettendosi in tasca molto di più di quanto abbia speso per comprarla, obbligandola alla prostituzione. Qualche giorno fa ho saputo che è stata arrestata e avrei preferito non esserne a conoscenza. Confesso di averlo pensato quando ho ricevuto il suo primo messaggio con il video che mi mostrava dove era detenuta insieme agli altri. Me l’ha mandato lei stessa, domenica 31 maggio. In un audio concitato mi racconta che ha nascosto il cellulare e che, per una fortuita casualità, non l’hanno trovato durante la perquisizione. È quasi mezzanotte e il suo audio dice: «La polizia ci ha arrestato di nuovo». Poi, un altro vocale, registrato a voce bassa. Tanto bassa che faccio fatica a sentire. I suoni sono distinti, capisco cosa succede: un pick-up in movimento, col portello posteriore di lamiera che sbatte a ogni sobbalzo sulla strada dissestata. Si sente il rumore dei sassi sotto le ruote, il cemento irregolare. In sottofondo, voci, parole incomprensibili. Un chiacchiericcio. Persone. Li stanno trasportando. Poi, ancora la sua voce: «Ci hanno arrestati mentre stavamo attraversando il mare. Siamo nella macchina. E ora ci stanno portando in prigione».  Un’ora di pausa: poi, di nuovo un video. Questa volta è lei che descrive, mentre filma: «Guarda come siamo» dice la sua voce. Filma due stanze: è l’interno di una casa, vuota, fatta di due piccoli spazi comunicanti. Pareti bianche, il pavimento di mattonelle beige. Non ci sono porte, ma gli infissi sono in legno e la forma è arcuata. Le persone sono ammassate. Alcune sono distese: è lo stesso principio di quando sono in barca, la tobà, con i corpi serrati, incastrati, in un’assurda perfetta armonia di forme concave e convesse. Altre possono solo restare sedute perché non hanno lo spazio di allungare le gambe. C’è qualche bambino. I corpi sono docili. Restano lì, immobili. Si sente la voce di Ajoké mentre filma per qualche secondo: si sente la stanchezza, la disperazione, ma non c’è nessun atto di ribellione. Ancora qualche minuto e ricevo la localizzazione: Zuwarah, accanto al mare. Se ingrandisco la mappa, vedo una specie di costruzione rettangolare, che è proprio sulla costa, quasi sulla spiaggia. LUNEDÌ 1 GIUGNO 2026 Silenzio. Non ho notizie per tutto il giorno. Alle otto di sera, ricevo una foto di un hangar dall’interno. Cemento battuto a terra. Pavimento bagnato in alcuni punti, luce artificiale potente, neon. Materassi di gommapiuma sparsi, di colore verde pallido. La struttura ha la forma di un tunnel. Il tetto curvo che lo richiude è di lamiera ondulata. Il caldo dev’essere soffocante lì dentro. Un’unica porta in metallo e al di sopra una finestra protetta da una griglia. L’unica. Non si esce di lì. Non c’è audio che accompagna, né parole per spiegare. Ma immagino che l’abbiano trasferita in prigione. MARTEDÌ 2 GIUGNO 2026 ORE 15.54 Una foto, sfuocata.  Poi un video. Diciotto secondi. «Siamo molti qui, tanti tanti». Corpi ammassati. Tutte donne, alcune sedute, altre in piedi. Un vociare indistinto di sottofondo. Rimbomba. C’è un unico uomo nella stanza. Hanno separato gli uomini dalle donne. Poi un audio che segue. Concitato, mormorato: «Questa è la prigione. Questa è la prigione». Nell’inquadratura, una ventina di donne visibili, sedute sui materassini, qualche sacco addossato alle pareti. Lo spazio aperto intorno è un vuoto che non dà riparo. La foto è scattata da una soglia, come chi guarda da dietro una porta socchiusa. Forse quella di un unico bagno. Di solito le donne vengono violentate lì.  Prima e ora, ancora Ajoké è una delle testimoni del rapporto Women State Trafficking, quello che documenta come Tunisia e Libia, attraverso i loro apparati di controllo delle frontiere, i loro accordi bilaterali, i finanziamenti ricevuti grazie all’esternalizzazione, siano direttamente implicati nel traffico di esseri umani e in particolare delle donne che tentano di attraversare il corridoio Tunisia-Libia verso il Mediterraneo centrale. I meccanismi che il rapporto descrive sono ancora in funzione e Ajoké, insieme a moltissimi altri, è di nuovo dentro quegli ingranaggi ben oliati. La volta passata, qualche mese fa, aveva ottenuto il suo rilascio in cambio di servizi sessuali in prigione. Uscita, era rimasta bloccata in Libia. A Zawiya si era stabilita in un insediamento informale, un “campo”. Con lei, il figlio di poco più di un anno. Per mantenersi raccoglieva bottiglie di plastica per rivenderle. Non era assistita. Non era protetta. Semplicemente presente, in uno spazio sospeso, che non è né accoglienza né libertà. La sua condizione – visibile, precaria, documentata – non ha attivato nessuna forma di protezione da parte degli Stati che pure finanziano la presenza di organizzazioni umanitarie in Libia e che siedono ai tavoli diplomatici, contribuendo a disegnare le politiche migratorie nel Mediterraneo centrale. INTANTO, FUORI: LA VILLE MORTE Mentre Ajoké è detenuta, gli altri testimoni di Women State Trafficking che si trovano ancora in Libia sono bloccati nei “campi”. Non perché siano stati arrestati – non ancora – ma perché in questi giorni Tripoli – e molte altre città- sono in stato di blocco. I testimoni di Women State Trafficking, con cui siamo ancora in contatto, ne danno l’allerta. Da Tripoli arriva un’espressione sola: la ville morte. La città morta. Significa che le persone nere si nascondono – più del solito, per quanto sia possibile. La popolazione libica è a caccia. Linciaggi liberi. Operati da cittadini, imposti dalla violenza, dalle milizie, dalla paralisi istituzionale. Chi è nei campi non esce, non si muove. Le comunicazioni sono intermittenti. Il monitoraggio diventa impossibile o quasi. La stessa dinamica si sta replicando, in questi stessi giorni, in Tunisia. Anche lì, le possibilità di movimento per le persone black sono ulteriormente ridotte, che siano amministrativamente regolari oppure no. Le reti di supporto sul territorio riferiscono una situazione di pressione crescente: blitz della polizia nelle case abitate da persone migranti, arresti arbitrari. Violenza documentata che circola nelle reti sociali, sotto gli occhi di tutti, tra l’impotenza di chi vorrebbe agire ma non può intervenire e la totale indifferenza di chi ha il potere di farlo. E, come sempre, il silenzio complice dell’Unione europea. Comunicati stampa e appelli WOMEN STATE TRAFFICKING: L’APPELLO DI RR[X] Un appello per trasformare il rapporto di ricerca presentato a Bruxelles il 22 aprile 2026 in un'azione diffusa e collettiva per fermare la tratta di stato 29 Aprile 2026 > La storia di Ajoké mostra diverse cose insieme. Innanzitutto, che la doppia intercettazione – da parte di due diversi apparati statali, in due momenti diversi – non è un’eccezione ma una possibilità strutturale per chi vive in Libia o in Tunisia senza protezione. Chi è stato già fermato, rilasciato e rimasto sul territorio, torna ad essere soggetto agli stessi meccanismi, senza che nulla nel frattempo sia cambiato nella sua condizione di vulnerabilità. Mostra che essere testimone non offre protezione sul campo. Mostra che la povertà estrema non attiva nessun meccanismo di risposta da parte degli Stati che pure finanziano la presenza umanitaria in quei territori e che la visibilità della condizione delle persone razzializzate nere è invisibile anche quando è sotto lo sguardo di tutti.  Rende chiaro, infine, che l’esternalizzazione delle frontiere produce catene di responsabilità che gli Stati finanziatori si rifiutano sistematicamente di riconoscere. La Guardia Nazionale Tunisina e la Guardia Costiera Libica operano con risorse, formazione e copertura politica fornite dall’Unione Europea. L’Italia è in prima linea. Ogni intercettazione, ogni respingimento, ogni trasferimento in detenzione avviene all’interno di un quadro che l’Europa ha contribuito a costruire e che continua a sostenere e a rafforzare. Ajoké è detenuta di nuovo. Gli ultimi messaggi che mi ha mandato risalgono a martedì, due giugno. Una foto mostra due uomini nello spazio all’esterno dell’hangar: un nero e un libico. L’audio racconta che stanno iniziando il barnamiche, l’operazione di negoziazione: il mediatore, nero e della stessa comunità a cui la persona appartiene, con l’accordo delle guardie libiche, fa da intermediario tra il detenuto e il suo mondo esterno, per ottenere il pagamento del riscatto. La seconda foto, scattata dal cortile, mostra uomini in lontananza. L’audio di Ajoké racconta che li stanno picchiando. Da martedì 2 giugno non ho più sue notizie.  Gli altri testimoni di Women State Trafficking sono nei campi in Libia. Altri con cui siamo in contatto sono in Tunisia.  La politica del confine continua a funzionare. La città è morta e insieme a lei la dignità, la vergogna, il rispetto, il diritto. 1. Il nome é ovviamente di fantasia. La prigione in cui è attualmente detenuta è stata resa anonima per questioni di protezione ↩︎
Decreto sul nuovo Patto Ue, accelera il governo
Il 4 giugno il Consiglio dei ministri ha annunciato il decreto legge per l’attuazione del nuovo Patto Europeo su migrazione e asilo.  «Una rivoluzione copernicana» per «accompagnare l’immediato ingresso ed entrata in vigore di queste norme, anche forti del fatto che come governo riteniamo di esser stati attori principali del processo riformatore del sistema di asilo a livello europeo», ha detto spocchioso il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in conferenza stampa il 4 giugno.  «Abbiamo voluto con questo intervento, senza depotenziare gli altri cantieri che abbiamo aperto come il disegno di legge migrazione e asilo che già viaggia in Parlamento – ha aggiunto – anticipare quelle che ci consentono di dare immediata attuazione a questo processo regolatorio nuovo da parte dell’Unione europea a partire dal 13 giugno». Il decreto d’urgenza serve a rendere «immediatamente operative, a decorrere dal 12 giugno 2026, data di avvio dell’applicazione del Patto Ue sulla migrazione e l’asilo, le procedure di asilo alla frontiera che il diritto dell’Unione rende obbligatorie per determinate categorie di richiedenti». In attuazione della decisione della Commissione europea che ha quantificato la capacità adeguata degli Stati membri e il numero massimo annuale di domande da esaminare nella procedura di frontiera, l’Italia «dovrà esaminare con procedura di frontiera, nel primo periodo di applicazione compreso tra il 12 giugno 2026 e il 12 giugno 2027, fino a 16.032 domande annue». La procedura di frontiera, in attuazione delle disposizioni del nuovo Patto, troverà obbligatoria applicazione nel caso di persone provenienti da Paesi che presentano un tasso di accoglimento delle domande inferiore al 20%, di soggetti considerati pericolosi per la sicurezza nazionale, o che abbiano presentato informazioni o documenti falsi. Le procedure di frontiera, ai sensi del nuovo Patto, «devono concludersi entro il termine massimo complessivo di dodici settimane. Di qui la necessità per l’ordinamento nazionale di fissare: i termini della fase amministrativa e quelli della fase processuale in modo coerente con tale limite massimo; apprestare i necessari rafforzamenti per gli uffici amministrativi e giudiziari che saranno impegnati nella suddetta attività». A questo si aggiungono la previsione del fermo del richiedente alla frontiera «per un massimo di 72 ore» nelle more degli accertamenti su identità e pericolosità, e l’introduzione di decisioni di rigetto più rigide, per le quali – nelle ipotesi di inammissibilità, manifesta infondatezza e ritiro implicito della domanda – non opererebbe l’effetto sospensivo automatico del ricorso giurisdizionale. Ogni “rivoluzione” dipende dal punto di osservazione che si ha si sta “in alto” o “in basso” nella gerarchia sociale, su appunto chi impatta e chi ne beneficia e quali sono gli obiettivi: per tutte le realtà organizzate italiane che da anni operano sul terreno della tutela dei diritti delle persone migranti c’è una lettura diametralmente opposta a quella del Viminale.  Approfondimenti GLI STATI GENERALI SULLA DETENZIONE AMMINISTRATIVA La semantica del contenimento nel Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo Nicoletta Alessio 6 Giugno 2026 «Per chi difende i diritti fondamentali, questa non è una svolta verso una maggiore tutela delle persone, bensì verso la normalizzazione di procedure accelerate di frontiera, del trattenimento e dell’eccezione come regola», scrive Mediterranea. L’obiettivo è dichiarato ed è un solo, ossia «respingere». Cioè «rendere più facile espellere e deportare verso i paesi d’origine o paesi terzi donne e uomini, bambine e bambini, che stanno cercando protezione in Italia e in Europa».  Dietro il linguaggio dell’efficienza, denuncia l’organizzazione, «si costruisce un sistema che mira a smantellare il diritto d’asilo, indebolire le garanzie giurisdizionali e ampliare gli spazi di discrezionalità amministrativa. Procedure accelerate, nuove limitazioni alla libertà personale, possibilità di rigetti più rapidi e minori tutele per chi presenta ricorso: misure che incidono direttamente sulla vita di migliaia di persone». Di qui il rovesciamento della formula ministeriale: «Più che una “rivoluzione copernicana”, siamo di fronte a un’ulteriore escalation nella guerra contro un’umanità la cui unica colpa è di essere nata nel posto “sbagliato” del pianeta». Un posto «sbagliato» che però, osserva l’organizzazione, «diventa “giusto” se andiamo a fare razzie di petrolio, gas, oro, terre rare. È “giusto” per vendere armi a più non posso, per depredarlo di ogni cosa. Diventa “sbagliato” solo quando si tratta di riconoscere ai suoi abitanti che lo abbiamo impoverito, devastato, inquinato, togliendo loro il diritto di chiedere diritti». Sul metodo, prima ancora che sul merito, interviene il Tavolo Asilo e Immigrazione 1, che esprime «forte preoccupazione e sconcerto» per l’adozione di un nuovo decreto-legge «mentre è ancora in corso l’esame parlamentare del disegno di legge relativo già approvato dal Consiglio dei Ministri nei mesi scorsi». Il punto centrale è la scelta della decretazione d’urgenza a fronte di due anni di tempo per il recepimento. «Ancora una volta, e nonostante ci siano stati due anni di tempo per il recepimento delle normative europee, il governo, che ha tenuto nascosti i Piani di implementazione, sceglie la strada della decretazione d’urgenza e dell’intervento emergenziale, comprimendo il dibattito democratico e svuotando il ruolo del Parlamento». Una prassi, per il Tavolo, «ormai consolidata di intervenire su diritti fondamentali attraverso strumenti normativi che limitano il confronto pubblico e la possibilità di incidere sui contenuti delle riforme». Sul merito, l’allarme riguarda gli automatismi. I testi finora circolati, avverte il Tavolo, mostrano «il rischio concreto di un ampliamento degli spazi di discrezionalità amministrativa che possono riguardare pericolosi automatismi incompatibili con il principio di valutazione individuale, imposto dal Patto Ue, relativo alle richieste d’asilo e riduzioni delle garanzie giurisdizionali effettive». In gioco, si legge, vi è il rispetto di principi fondamentali: «il diritto d’asilo, la libertà personale, la tutela della salute, la dignità delle persone e il divieto di refoulement, tutelati dalla Costituzione italiana, dal diritto dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali». A pesare è anche il deficit di trasparenza. Le criticità, sottolinea il Tavolo, «si sommano all’assenza, pressoché totale nel percorso di implementazione del Patto, di un adeguato processo di consultazione pubblica»: organizzazioni della società civile, enti territoriali e attori coinvolti nei sistemi di accoglienza «non sono stati messi nelle condizioni di potersi confrontare sui testi preparatori del Piano», documento «rimasto ad oggi nascosto». Da qui l’appello finale alle istituzioni. Il Tavolo «richiama con forza il Parlamento a esercitare pienamente la propria funzione di indirizzo e controllo», perché il recepimento del Patto «non deve tradursi in un abbassamento delle garanzie costituzionali e convenzionali». Ed è necessario «ricondurre ogni intervento normativo entro un quadro di trasparenza e partecipazione, assicurando che le politiche migratorie siano costruite nel rispetto dei diritti fondamentali e non piegate a logiche emergenziali e propagandistiche». Una conclusione netta: «Il rispetto dello stato di diritto non può essere considerato un ostacolo, ma è la condizione imprescindibile per la legittimità e l’efficacia delle politiche pubbliche». 1. Ne fanno parte: A Buon Diritto, ACLI, ActionAid International Italia, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Casa dei Diritti Sociali, CIR, CGIL, CIES ETS, CNCA –  Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, Commissione Migrantes Missionari Comboniani Provincia Italiana, EMERGENCY, Europasilo, FCEI – Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Fondazione Migrantes, Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, International Rescue Committee Italia, Italiani Senza Cittadinanza, Medici del Mondo, Oxfam Italia, Recosol – Rete delle comunità solidali, Refugees Welcome Italia, Save the Children, SIMM, UIL.  ↩︎