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Voglia di uccidere
(disegno di Otarebill) Sarà presentato martedì 27 gennaio, alle 17:30 nella redazione di Napoli Monitor (via Broggia, 11), il numero 15 de Lo stato delle città (a questo link indice e punti di distribuzione a Napoli, Roma, Bologna, Milano, Torino e nelle prossime settimane in altre città). Tra gli articoli della rivista c’è Voglia di uccidere, di Maurizio Braucci, che riproponiamo oggi ai nostri lettori. *     *     *  Giovani che uccidono altri giovani, spesso con pistole, altrimenti con coltelli. È un tema, quello della morte per futili motivi, che sembra non interessare l’opinione pubblica se non per l’arco di un momento: quello dell’ennesima vittima. Ogni dibattito che nel corso degli ultimi anni è seguito alle tragiche vicende di giovani uccisi per un litigio, si è sempre ridotto a discorsi sulla sicurezza e sulla certezza delle pene. Francesco Pio Maimone, Santo Romano, Gianbattista Cutolo, Emanuele Tufano e Pasquale Nappo, sono tra gli altri nomi di giovani uccisi a Napoli e provincia. In altre provincie del sud le pistole hanno sparato in situazioni che in passato sarebbero esplose con una violenza non armata. E quindi, perché tante armi e tanto desiderio di uccidere? La profezia di un poeta e il film di un grande regista possono aiutarci a rispondere. La prima riguarda l’intervista che Pier Paolo Pasolini, nel suo ultimo giorno di vita, concesse a Furio Colombo, in cui parla dell’Italia del 1975: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere”. I più meticolosi leggono in questa dichiarazione il resoconto di un momento storico dove il conflitto ideologico, tra ricchi e poveri, tra destra e sinistra, era talmente acceso che dalla rivalità si era passati alla guerra nelle strade. Ma se intendiamo la storia come un’eco del passato che arriva fino a noi, in questo allarme di Pasolini non possiamo non scorgere qualcosa che riguarda il nostro presente, impoverito ancora di più da contenuti violenti e narcisistici lì dove prima erano ideologici. Oggi non potremmo dire che è all’interno di dinamiche di lotta di classe che dei ragazzi incensurati muoiono a causa delle armi da fuoco e altri vengono condannati a pene più lunghe dei loro anni. Ma dovremmo specificare che si tratta di conflitti intraclassisti, che scoppiano tra persone appartenenti alla stessa dimensione sociale, e questo per effetto della trasformazione della lotta tra le classi in lotta di classe unilaterale, cioè da parte dei ricchi contro i poveri, come aveva scritto il compianto Goffredo Fofi pochi anni fa. In pratica i più poveri si fanno la guerra tra loro, per effetto di un’implosione disperata dei diritti e delle opportunità, oppure, aggiungo io, la fanno contro i ceti che sono potenzialmente dei loro alleati: quella classe media con cui ancora possono avere dei contatti sociali e che riconoscono come diversa da loro eppure ancora eguale a loro, in una specie di competizione tra disperati e omologati, dove l’omologazione è diventata l’unica via di adesione ai modelli del consumo. Quando, nell’agosto del 2023, fu ucciso Gianbattista Cutolo, ventiquattrenne musicista napoletano, scrissi una lettera aperta al suo giovanissimo assassino, spiegando che aveva sparato contro un ragazzo che abitava a pochi passi da casa sua, un futuro lavoratore intellettuale proveniente da una condizione sociale più agiata ma non contrapposta alla sua. In pratica, aveva ucciso un alleato e non un rivale. Lo stesso si può dire per i tre omicidi avvenuti a Monreale, ad aprile del 2025, dove un diciannovenne della periferia palermitana, si è armato per punire un rimprovero subìto da alcuni giovani operai del posto, cioè degli sfruttati. Nello stesso periodo, per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema, ho realizzato un cortometraggio sul tipo degli spot sociali, a metà tra finzione e documentario. Ho intervistato due ragazzi e una ragazza che raccontavano perché, secondo loro, le morti per futili motivi sono in aumento, e le spiegazioni sono state semplici: procurarsi una pistola è diventato molto facile, e si va in giro armati perché si pensa che anche gli altri siano armati. Mi sembra un circolo vizioso: le armi in mano ai più giovani aumentano perché sono aumentate le armi; il fatto che le armi siano aumentate fa temere per la propria vita e quindi ci si arma. Ma la leva della paura e l’aumento degli armamenti, non sono forse i punti forti dei partiti di destra che hanno preso potere in molti paesi del mondo? L’altro spunto di analisi è quello offerto dal film The Funeral (Fratelli in italiano, 1996) di Abel Ferrara, scritto da Nicholas St. John. Qui un mafioso, Ray Tempio, cerca l’autore del misterioso assassinio del suo giovane fratello, Johnny, e lo trova in un semplice bulletto che prima si difende dicendo di averlo ucciso perché il giovane aveva violentato la sua ragazza e infine confessa che lo ha fatto solo perché era stato picchiato da lui davanti alla propria fidanzata. Queste le parole di Ray prima di vendicarsi: “Tu pensi che meriti di vivere dopo che hai ucciso un uomo? Puoi continuare a vivere in pace con la tua coscienza? Una volta che punti una pistola non c’è più modo di tornare indietro. Mia moglie, che non ti conosce, mi ha pregato di risparmiare la tua vita, di lasciare che sia Dio a punirti e di tenere le mie mani pulite. Se Johnny avesse violentato la tua ragazza, per il suo bene, io ti avrei risparmiato. Ma tu hai agito solo per rabbia, tu sei pericoloso. Tu non hai rispetto per la vita della gente, non c’è posto per uno come te nella società e il carcere è una cortesia che non meriti. Io non vedo altra scelta per me”. Sono le parole di un gangster che sente la legge del crimine come non sottratta a quella di Dio, e che crede di affermare un senso di giustizia anche se attraverso la violenza. Queste due citazioni dovrebbero farci riflettere sul fatto che esistono sicuramente ragioni sociali intorno all’aumento della violenza armata tra i giovani, ma allo stesso tempo la gratuità di questi fenomeni racconta anche della loro gravità amorale. Un altro grande poeta, William Wordsworth, ha scritto che “il bambino è il padre dell’uomo”, e se dei ragazzini agiscono distruggendo le proprie e altrui vite per non altro che rabbia, vuol dire che non solo il presente ma anche il futuro sono macchiati di sangue versato per stupidità ed esaltazione. Ma guardando agli adulti, io sento che tra il genocidio di Gaza, che ha mostrato la perdita di ogni rispetto verso la vita dei bambini, e l’assuefazione che in troppi hanno verso la morte gratuita dei giovani intorno a loro, c’è una continuità. Il conformismo che regola gran parte dei discorsi mediatici a riguardo dovrebbe farci temere di diventare complici di quelli che pure percepiamo come gesti crudeli, se ci affidiamo allo scetticismo di non poter far altro che restare a guardare. Provocare chi non crede che tutto questo si possa cambiare, è non solo un dovere ma un diritto dell’intelligenza umana. I giovani custodiscono le possibilità future di abituarsi al male oppure di rifiutarlo. E noi tutti siamo moralmente morti se non crediamo che dire “basta” abbia ancora un senso. Le parole della madre di Pasquale Nappo, il diciottenne ucciso a novembre scorso a Boscoreale, sono una terribile sintesi di tutto questo: “Credo sia stato un errore, una fatalità nella quale mio figlio non c’entrava nulla. Quando ho sentito di casi del genere in televisione, non avrei mai creduto che sarebbe potuto succedere a me”. Pasolini aggiungeva, nell’intervista che ho citato, che “l’inferno sta salendo da voi”, ma se questo è vero, dobbiamo chiederci cosa non impedisce e non previene questa salita. Un altro grande artista, il regista Vittorio De Seta, mi raccontò con una metafora quello che lui pensava del male, dopo che la sua compagna e collaboratrice Vera Gherarducci era morta a causa di una leucemia. Da questa drammatica esperienza aveva capito che, come nel caso della leucemia, quando i globuli rossi si abbassano perché il midollo osseo non ne produce più, nella società il male aumenta anche per effetto della diminuzione del bene, e il male diventa impazzito, delirante e autodistruttivo, appunto perché non ha più antagonismi. Mi è sempre sembrata una metafora chiarissima nella sua semplicità.
Condannato in primo grado Anan Yaesh, processato in Italia da Israele
(disegno di ottoeffe) Le grida dei solidali accompagnano il collegio della Corte d’Assise mentre sfila dalla porta laterale dell’aula al secondo piano del Tribunale dell’Aquila, dopo aver letto la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e sei mesi di carcere per associazione con finalità di terrorismo internazionale. La disposizione arriva nel primo pomeriggio di venerdì 16 gennaio, dopo ore di attesa e una camera di consiglio che sembra non finire mai. L’aula è divisa in due: la parte riservata al pubblico è occupata, come nelle ultime udienze, da persone arrivate da Melfi, Napoli, Roma e Bologna per sostenere i tre imputati; affollata di poliziotti in borghese è, stavolta, anche la parte “istituzionale”, solitamente riservata a giudici e pubblici ministeri. La Corte ridimensiona, almeno in parte, l’impianto d’accusa costruito dalla procura: a fronte dei dodici, nove e sette anni chiesti per Anan, Ali e Mansour, restano “solo” i cinque anni e sei mesi inflitti al primo tra questi. Ali Irar e Mansour Dogmosh sono assolti ai sensi dell’articolo 530, comma 2, che registra la mancanza o non sufficienza della prova: è una formula che consente alla Corte di celare la strumentalità del loro coinvolgimento, utile solo per costruire la fattispecie associativa e mischiare le carte di un’indagine che, di fatto, si sovrapponeva alla precedente richiesta israeliana di estradizione per Yaeesh. Che si trattasse di una forzatura, lo avevano già lasciato intendere in effetti i provvedimenti del Tribunale della libertà e della Cassazione, che avevano disposto la scarcerazione di Irar e Dogmosh escludendo la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza. Il dibattimento iniziato ad aprile non ha portato in aula alcun elemento nuovo capace di modificare quel quadro: la sentenza si limita a registrarlo, senza però trarne fino in fondo tutte le conseguenze. RESISTENZA E TERRORISMO Data la povertà del quadro probatorio emerso, la scelta della Corte di condannare comunque Anan rappresenta un precedente grave, che sembra tener poco conto del dibattimento e tanto del clima politico dentro cui questo processo è maturato. La categoria di “terrorismo” è stata progressivamente allargata in questi anni, non solo dentro questo processo, fino a coincidere con il paradigma di sicurezza caratteristico della giustizia israeliana, per la quale qualsiasi forma di opposizione rientra automaticamente nello schema della minaccia terroristica. In attesa delle motivazioni della sentenza, che andranno depositate entro novanta giorni, rimangono però aperti allarmanti interrogativi. Come ampiamente già scritto su questo giornale in riferimento al processo, le convenzioni internazionali considerano legittima la resistenza, anche armata, quando le sue azioni sono rivolte contro forze armate di una potenza occupante. Le stesse, rientrano invece nell’alveo del terrorismo quando atti o minacce di violenza sono diretti contro civili, con l’obiettivo di seminare terrore nella popolazione. Chi ha seguito il dibattimento sa che nel corso del processo non sono emersi elementi secondo cui le Brigate di risposta rapida di Tulkarem – di cui Anan è stato descritto come uno dei principali quadri – avrebbero preso di mira obiettivi non militari. Anche il nodo attorno ad Avnei Hefetz – la colonia israeliana che è stata il centro di gravità di più udienze, e che per settimane si è provato a raccontare come un paesino da cartolina adagiato sulle alture che dominano Tulkarem, abitato da persone non coinvolte nell’occupazione coloniale in Cisgiordania – si è sciolto con una certa facilità. È bastato un solo testimone della difesa, il geografo Francesco Chiodelli, nell’udienza del 28 novembre, per mostrare i trentuno chilometri che separano Tulkarem da Avnei Hefetz per ciò che sono: un territorio punteggiato di checkpoint e postazioni militari, fino all’ingresso della colonia, chiusa dentro una doppia recinzione. Dietro quella recinzione si staglia una grande caserma su cui, nelle immagini del 2021, era ancora ben leggibile una targa con il nome del battaglione Netzah Yehuda, unità di ebrei ultraortodossi dell’esercito israeliano tra le più oscure, nota per i numerosi e brutali episodi di violenza contro la popolazione palestinese, al punto da essere stata sanzionata persino dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Biden. Su quali elementi, allora, ed ecco gli interrogativi di cui sopra, la Corte ha ritenuto che le condotte attribuite ad Anan oltrepassino quella soglia oltre la quale il diritto internazionale smette di riconoscere una lotta di liberazione e comincia a qualificare le stesse azioni come “terrorismo”? Su quali binari continuerà il processo, dal momento che la difesa dell’imputato ha già annunciato il ricorso in appello e, se necessario, in Cassazione? CHI STA PROCESSANDO ANAN YAEESH? Ciò che è evidente è che la sentenza rende ancora più leggibile la natura politica di questo processo. Nel modo in cui Ali e Mansour sono stati utilizzati per costruire attorno ad Anan l’ossatura di una presunta associazione con finalità di terrorismo, organizzata e radicata anche sul territorio italiano. Nel tentativo di Israele, a cui l’Italia ha fatto da stato vassallo, di colpire la resistenza palestinese in Cisgiordania: «Israele voleva fermare Anan – ha dichiarato l’avvocato Rossi Albertini – e l’apertura di un fronte di lotta che, tra il 2023 e il 2024, avrebbe potuto nascere e radicarsi, rappresentando un problema nel piano genocidario che si stava portando avanti a Gaza». L’ipotesi che Anan stesse contribuendo a costruire, a distanza, un centro unificato delle brigate territoriali in Cisgiordania del nord – il triangolo Nablus-Jenin-Tulkarem – rende evidente il suo ruolo di primo piano nella resistenza armata di quella zona. Per bloccare l’apertura di questo fronte, d’altronde, Israele aveva chiesto l’estradizione all’Italia, estradizione scongiurata solo quando la Corte d’appello dell’Aquila ha dovuto riconoscere il rischio concreto di torture e trattamenti inumani che avrebbe potuto subire nelle carceri israeliane. Fin dalle prime udienze, inoltre, insieme agli atti, sono entrati in aula gli apparati di controllo e militari israeliani: la procura ha provato a introdurre verbali di interrogatori a prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri locali, redatti dalla polizia e dallo Shin Bet, raccolti senza alcuna garanzia difensiva e ricorrendo sistematicamente all’uso della tortura (la difesa è riuscita a farli escludere, ricordando l’ovvio: le dichiarazioni strappate con la violenza non possono diventare prova in un processo in uno stato che si professa di diritto); la Corte d’Assise ha poi accettato di ascoltare, in collegamento da Parigi, una funzionaria dell’ambasciata israeliana perché spiegasse la natura di Avnei Hefetz. È stata, quella, una delle udienze in cui lo sbilanciato rapporto di forza tra Israele e lo stato italiano è apparso con maggiore evidenza: entrava nel processo la voce dello stato occupante, ridefinendo il territorio controllato militarmente e persino rinominandolo, indicando la Cisgiordania come “territorio di Giudea e Samaria” e presentando come “insediamento civile” un luogo di occupazione militare. Il tutto, mentre alle spalle della funzionaria campeggiava una grande bandiera israeliana. Alla presenza, anche fisica, di Israele nel processo, si è accompagnato un costante lavoro di cooperazione da parte dell’Italia. Nella gestione del telefono cellulare sequestrato ad Anan, per esempio, inviato alle autorità israeliane che lo hanno utilizzato per localizzare e uccidere gli ultimi componenti delle Brigate di risposta rapida di Tulkarem: una scelta in contrasto con il principio di non-assistenza a gravi violazioni del diritto internazionale, che impone agli stati di non fornire supporto operativo al mantenimento di situazioni illecite, quale l’occupazione militare esercitata da Israele in Cisgiordania. Alla fine di questo primo grado di giudizio, insomma, la sensazione diffusa è quella di una gioia senza sollievo: Ali e Mansour sono liberi, mentre Anan continuerà a scontare la pena nel carcere di Melfi, in attesa dell’appello. Significative sono proprio le parole di Mansour Dogmosh: «Provo sentimenti contrastanti di dolore e di gioia. Gioia perché, finalmente, io e il mio amico Ali siamo stati riconosciuti innocenti dopo due anni durissimi, che hanno segnato profondamente noi e le nostre famiglie. Dolore perché la nostra gioia non è ancora completa: il nostro terzo amico, Anan, è ancora detenuto e condannato a cinque anni di carcere. […] Quando sono arrivato in Italia, l’ho fatto cercando libertà di espressione, dignità umana e sicurezza, valori che nel nostro paese ci sono stati negati. Non avrei mai immaginato di lasciare la Palestina per mancanza di libertà e trovarmi qui ad affrontare un’esperienza così dura. […] Vi chiediamo di continuare a sostenerci, come avete sempre fatto, e di stare ancora al nostro fianco affinché anche per Anan prevalgano la giustizia e la verità, e la nostra gioia possa essere finalmente piena». (francesca di egidio)
La continuazione della guerra
La polizia si muove nella logica degli eserciti: ecco il nesso tra il Minnesota, il Venezuela e le nostre strade. In nome della sicurezza, interna e internazionale Il 17 gennaio del 1991 è passato alla storia come l’inizio della prima guerra del Golfo, con gli Usa alla testa di una […] L'articolo La continuazione della guerra su Contropiano.
Migliaia in piazza per il Venezuela. L’Italia non è complice dell’aggressione statunitense
Si è svolta in una trentina di città italiane la giornata nazionale di mobilitazione “Giù le mani dal Venezuela” che ha visto cortei e presidi in piazza contro l’aggressione statunitense e per la liberazione del presidente Nicolas Maduro e di Cilia Flores. A Roma più di duemila sono partite in […] L'articolo Migliaia in piazza per il Venezuela. L’Italia non è complice dell’aggressione statunitense su Contropiano.
Palestina – lo sguardo non si abbassa
Articoli, analisi e riflessioni storiche di Andrea Carugati, Lucia Montanaro, Amal Oraby, Luca Saltalamacchia, Enrico Semprini. Con aggiornamenti dalla Palestina di Anbamed e di Radio Onda d’Urto. Prima parte dell’analisi sul dispositivo giuridico relativo all’arresto di Mohammad Hannoun e degli altri solidali; seconda parte dell’inchiesta di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto; seconda selezione tratta dal libro di Noam Chomsky e
«Il 90% delle armi a Israele da Usa, Germania e Italia»
Il ruolo di Leonardo, di Enrica Muraglie Secondo il rapporto di Bds Italia presentato alla Camera, tra l’altro, l’impiego degli F35 nei bombardamenti contro i civili palestinesi è stato documentato in più occasioni. Da il manifesto e Sbilanciamoci «Noi non vendiamo neanche un bullone a Israele», aveva assicurato appena due mesi fa Roberto Cingolani, amministratore delegato e direttore generale di Leonardo
“La causa degli uomini liberi”. Il caso Hannoun e la lotta contro il colonialismo israeliano
(disegno di ottoeffe) Mentre il presidente dell’Associazione palestinesi in Italia, Mohamed Hannoun, è rinchiuso in una cella del carcere di Genova, privato del diritto di replica, le pagine dei principali quotidiani italiani forniscono ricostruzioni poliziesche e giudiziarie, frammenti di intercettazioni telefoniche e ambientali, cenni alla biografia dell’indiziato, fino a ieri semisconosciuto. Partiamo da queste ultime. Chi è Mohamed Hannoun? “Un architetto di 63 anni, cittadino giordano ma residente in Italia sin dal 1983, anno in cui si stabilì a Genova”, scrive la redazione online di Rainews24. “L’imam di Genova che stava per trasferirsi in Turchia”, secondo La Stampa, che però attribuisce ad Hannoun la cittadinanza palestinese. Ci pensa la redazione del Post a chiarire: “Mohammad Hannoun è palestinese, ma ha anche la cittadinanza giordana”. Curioso profilo, adeguato alla tempesta mediatica scatenata ai danni non certo del solo Hannoun, ma dell’intero movimento di solidarietà con la Palestina. Un binazionale arabo, forse imam, che aspira a diventare turco, al centro di una rete transnazionale che invia denaro ad Hamas, appendice palestinese della fratellanza musulmana: quanto basta per sfamare l’immaginario orientalista e islamofobo che ha oggi come funzione principale quella di “strutturare i nazionalismi europei” più retrivi e aggressivi, per dirla con Enzo Traverso. Uno sguardo che si innesta paradossalmente sulle classiche strutture idealtipiche dell’antisemitismo ottocentesco. Quelle dell’ebreo errante e del pericolo di sovversione giudeo-bolscevica, oggi tradotto con il termine francese islamo-gauchisme, rilevabile nelle teorie della procura genovese, secondo la quale esisterebbe il pericolo di una connessione tra i No Tav valsusini e Gaza, via Genova e la sua moschea. Ancora La Stampa sottolinea come la “pro-pal Angela Lano”, che figura tra gli indiziati nell’inchiesta, sia laureata in letteratura araba e sia un’esperta di Islam – avrebbe addirittura “aggiornato il grande dizionario enciclopedico della Utet per le voci letteratura araba e letteratura persiana”, nel 1996, e quello di Repubblica, nel 2003, mentre il figlio distribuiva volantini contro la costruzione del treno ad alta velocità Torino-Lione. Ma torniamo ad Hannoun. Essere un cittadino palestinese-giordano, classe 1962, vuol dire una sola cosa: essere nato in un campo profughi. Si tratta di un’ovvietà per coloro che hanno una conoscenza, anche minima, della questione palestinese. Meno ovvio per chi ha deciso di dare il suo caso in pasto a un’opinione pubblica disorientata dalle mobilitazioni di massa per la Palestina che hanno investito l’Italia dal 7 ottobre 2023 in avanti. L’ordine di carcerazione emesso ai danni dei nove imputati accusati di finanziamento a un’organizzazione terroristica non menziona in nessun caso il luogo di nascita, salvo che per uno di loro, palestinese nato in Kuwait. Per tutti gli altri non è indicata che la data. Quello che potrebbe apparire come un semplice dettaglio, una sfumatura burocratica, tradisce una realtà molto più complessa. Figli della Nakba, la deportazione dei tre quarti degli abitanti della Palestina storica nel 1948 tramite l’impiego del terrore di massa contro la popolazione civile da parte dei gruppi paramilitari Lehi e Irgoun, gli indiziati dell’operazione “Domino” sono rifugiati nati in nessun luogo, o meglio nello “spazio di eccezione permanente” del campo profughi palestinese¹. Si tratta della diaspora più visibile e più invisibile del mondo, costretta ad abitare l’eterno paradosso di un diritto al ritorno riconosciuto dal diritto internazionale, ma rinchiuso all’interno dei confini di uno pseudo-Stato costruito a colpi di cannone dalla potenza occupante. Gaza, il campo profughi più popoloso della Terra, ne è la rappresentazione plastica evidente. Queste premesse sono necessarie se si vuole capire chi è realmente Mohamed Hannoun e perché egli abbia pronunciato le parole che gli investigatori hanno intercettato nel corso degli ultimi vent’anni, scimmiottandole e riportandole in maniera strumentale all’interno di un fascicolo di trecento pagine, scritto più a Tel Aviv che a Genova. Hannoun è, come tutti i palestinesi, figlio di una diaspora che Israele ha perseguitato in ogni angolo del mondo dal 1948 a oggi. L’Italia non ne è esente. Dagli anni Sessanta in avanti, membri della diaspora palestinese affluiscono sul territorio italiano costruendo reti organizzative di diverso tipo, talvolta tollerate dal governo italiano, talvolta in conflitto con esso. La loro storia si incrocia con quella dei cosiddetti “anni di piombo” e il Mossad, il servizio segreto israeliano, agisce senza esclusione di colpi sul suolo italiano. L’assassinio dell’intellettuale palestinese Wael Adel Zwaiter, crivellato con dodici colpi di pistola da agenti israeliani a Roma, di fronte al suo domicilio, il 16 ottobre 1972, ne è l’esempio più conosciuto. La frottola, cara all’estrema destra italiana, della “pista palestinese” in relazione alla bomba alla stazione di Bologna, deriva proprio dalla forte presenza politicamente organizzata dei membri di Fatah e del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, che in Italia negli anni Settanta trafficavano armi, con il beneplacito di alcuni ambienti governativi. Si tratta di una memoria che si è gradualmente persa, a fronte della decomposizione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, che ha fatto seguito agli accordi di Oslo, e alla trasformazione delle sue delegazioni estere in pseudo-ambasciate. Insomma, Hannoun non viene dal nulla, né è un agente dell’islamismo transnazionale, come vorrebbero farlo passare i magistrati genovesi e la grande stampa nazionale. Il suo ruolo è comprensibile solo agli occhi dell’organizzazione più complessiva del movimento per l’autodeterminazione del popolo palestinese che, per natura, non può essere che diasporico. Calare questo movimento nella propria storicità concreta è il presupposto per comprenderlo, al di là delle mistificazioni influenzate dalla propaganda dello Stato occupante, Israele, che accusa i palestinesi di qualcosa di cui esso stesso è il solo responsabile: la natura diasporica della loro organizzazione. D’altronde, i palestinesi non hanno inventato nulla. Riavvolgendo ancora il nastro, è possibile scorgere lo stesso modello organizzativo tra altri gruppi in lotta contro il colonialismo. Il caso del Fronte di liberazione nazionale (Fln) algerino, cui le organizzazioni nazionaliste palestinesi si ispirano, è emblematico. Definito come il “nerf de la guerre” – il nervo della guerra –, il finanziamento all’organizzazione anticolonialista nell’ambito della guerra di liberazione dal dominio francese (1954-1962) è uno degli aspetti più delicati dell’attività estera dei militanti del Fronte. Dopo quattro anni di durissima guerra, nel 1958, un emissario è inviato a Roma dal Fln, chiamato a svolgere attività di organizzazione e propaganda – oggi i magistrati genovesi preferiscono dire “lobbying”, ma la sostanza non cambia. Il suo nome era Tayeb Boulahrouf, egli detiene un conto in banca, riceve e invia bonifici verso le banche centrali del Fronte, situate al Cairo e a Damasco. Siamo in piena guerra fredda e alcuni partiti politici italiani lo sostengono finanziariamente: si vocifera che anche il direttore dell’Eni, Enrico Mattei, gli versasse denaro. Alla Francia, teoricamente alleata di ferro, tutto ciò non va giù: il 5 luglio 1959 una potente bomba collocata nell’auto dell’algerino squarcia il cielo di Roma. L’emissario del Fln sopravvive, al suo posto muore un bambino italiano. Nel 1962 vengono firmati gli accordi di Evian e l’Algeria ottiene l’indipendenza. Boulahrouf, prima collettore di fondi e “lobbysta” clandestino, è nominato primo ambasciatore d’Algeria a Roma, con tutti gli onori. Sono le ironie della storia, o talvolta il caso, a decidere, quando si lotta contro un colonialismo feroce come quello d’insediamento – che accomuna palestinesi e algerini, per averlo subìto –, se si verrà nominati ambasciatori, o se si finirà al 41bis per finanziamento illegale di un gruppo terroristico; o peggio ancora squarciati dall’esplosione di un ordigno posizionato nella propria auto, o magari crivellati di colpi come Wael Adel Zwaiter. Nel caso algerino, che è prezioso poiché esempio della sconfitta della bestialità disumanizzante del colonialismo, è il lavoro dei solidali, dei fiancheggiatori, dei “portatori di valigie” – i militanti europei che attraversavano le frontiere dei paesi europei con valigie piene di contante per finanziare il Fln, braccati dalla Francia coloniale finendo spesso dietro le sbarre – a rendere possibile la strutturazione politica della diaspora e a proteggerla dalla vendetta dell’occupante. Come recita la conclusione del “manifesto dei 121”, che fu firmato da personalità di primo piano della sinistra francese nel 1960, tra cui Jean-Paul Sartre, a difesa degli imputati di una delle reti principali di portatori di valigie, diretta dal filosofo cattolico Francis Jeanson: “La cause du peuple algérien, qui contribue de façon décisive à ruiner le système colonial, est la cause de tous les hommes libres”. L’equazione con la Palestina, “causa di tutti gli uomini liberi” degli anni Venti del nostro secolo, è evidente. Il caso Hannoun insegna qualcosa a coloro che in questi anni si sono indignati di fronte al brutale genocidio del popolo palestinese, messo in atto da Israele. La solidarietà ai palestinesi, senza i palestinesi, perde di senso. Non è possibile apprezzare lo sforzo dei solidali impegnati nella Flottiglia, senza riconoscere i meriti dell’attività di Mohamed Hannoun e delle altre persone ora messe sotto processo – e non è un caso che la testa di questa struttura solidale fosse proprio a Genova, città da cui la fase più intensa del movimento ha preso vita la scorsa estate, anche grazie al lavoro della diaspora palestinese. Non è possibile emozionarsi per i bambini trucidati dai missili teleguidati dagli israeliani a Gaza, senza riconoscere il valore politico dell’attività svolta dalla diaspora, tutta la diaspora, palestinese nel nostro paese. Di fronte al contrattacco, che pretende di punire i nove palestinesi per cercare di intimidire l’imponente movimento di solidarietà con Gaza nato negli ultimi mesi, è necessario sgombrare il campo da ogni possibile ambiguità. Per gli Hannoun passati, quelli presenti, e quelli che verranno, sulle cui spalle è portata la “causa di tutti gli uomini liberi”. (nicola lamri)   -------------------------------------------------------------------------------- ¹ Prendo in prestito questa definizione dall’amico cineasta Malek Rasamny, autore del lungometraggio The native and the refugee (2019).
Manifestazioni in Italia a sostegno del Venezuela bolivariano
Ieri pomeriggio, mentre Trump parlava a Mar Lago rivendicandosi l’aggressione militare al Venezuela, il sequestro del presidente Maduro e l’obiettivo di mettere le mani sul petrolio, in molte città italiane ci sono state manifestazioni di ripudio dell’aggressione statunitense e di solidarietà con il Venezuela bolivariano. Ovunque la richiesta di immediata […] L'articolo Manifestazioni in Italia a sostegno del Venezuela bolivariano su Contropiano.
Produzione industriale, il declino
Da dati forniti dalla segreteria nazionale della CGIL rileviamo alcune delle tanti situazioni di crisi riguardanti diversi settori della struttura industriale del nostro Paese con la produzione in calo ininterrotto da almeno tre anni (2025: -0,9%). Mentre la legge di bilancio pone la produzione di armi nella scia di una […] L'articolo Produzione industriale, il declino su Contropiano.
La logica della deterrenza porta sfortuna
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è recata in visita al COVI, il Comando Operativo Vertice Interforze, ossia il quartier generale strategico di tutte le forze armate italiane che mantiene anche le comunicazioni con i contingenti militari italiani all’estero. Si tratta di una vasta base militare sorta nell’ex aeroporto […] L'articolo La logica della deterrenza porta sfortuna su Contropiano.