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Il permesso per assistenza minore va riconosciuto per ragioni di coesione e radicamento del nucleo familiare in Italia
Il Tribunale per i Minorenni di Milano ribadisce l’interpretazione dell’art. 31, comma 3, del T.U.I. alla luce dell’art. 8 della C.E.D.U. che, come noto, sancisce il principio che ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui. Il Collegio ha rilevato che, ai fini del rilascio dell’autorizzazione di cui all’art. 31, comma 3, D.lgs. n. 286/1998, “la valutazione prognostica deve avere ad oggetto l’accertamento della sussistenza di “gravi motivi” connessi allo sviluppo psico-fisico del minore, valutati caso per caso, senza che possa assumere rilievo esclusivo o preminente una prognosi negativa circa le prospettive di integrazione dei genitori in Italia, dato che in tal modo si sposterebbe l’oggetto del giudizio dalle esigenze esistenziali ed educative dei figli, che costituiscono la ratio della norma, alla condizione dei genitori”, “potendosi denegare l’autorizzazione solo nel caso in cui l’interesse del minore, pur prioritario nella considerazione della norma sia nel caso concreto recessivo, non avendo esso carattere assoluto come chiarito dalla CEDU nell’interpretazione dell’art. 8 della Convenzione” (Cass. Sez. I 30.11.2020 n. 27238; Cass. Sez. I 23.4.2021 n. 10849; Cass. Sez. I 30.6.2021 n. 18604 Cass. Sez. I 10.1.2203 n. 355). Nel caso di specie, sono state riconosciute le condizioni per concedere l’autorizzazione richiesta, atteso che il nucleo risulta coeso e ben integrato sul territorio italiano e che l’eventuale allontanamento dal territorio italiano risulterebbe pregiudizievole per la minore e per il suo sviluppo psico-fisico, dovendo rinunciare ad avere un rapporto affettivo con uno dei genitori, così pregiudicando anche l’unità familiare in violazione dell’art. 8 CEDU. Sussistono, pertanto, i presupposti di legge per l’accoglimento del ricorso per ragioni di coesione e radicamento del nucleo familiare in Italia. Tribunale per i Minorenni di Milano, decreto dell’1 aprile 2026 Si ringrazia l’Avv. Lorenzo Chidini per la segnalazione e il commento.
La flotta europea dei “volenterosi” salperà per il Golfo della guerra
Ancora una volta le scelte delle potenze del gruppo dei “volenterosi” non saranno quelle che vorrebbero ma quelle che sono costrette a fare. In tal senso l’invio di una flotta europea nello Stretto di Hormuz dove gli USA e Israele hanno scatenato una guerra contro l’Iran, appare inevitabile. Il vertice […] L'articolo La flotta europea dei “volenterosi” salperà per il Golfo della guerra su Contropiano.
April 24, 2026
Contropiano
Manifesto di Resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra
PREMESSA L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ritiene che non sia più il momento di limitare l’obiezione di coscienza a un mero diritto individuale, da esercitarsi come eccezione entro i confini del servizio militare. In un momento storico in cui la guerra viene normalizzata e i nostri luoghi del sapere vengono trasformati in avamposti ideologici e tecnologici per il conflitto, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vuole segnalare i rischi che il servizio civile oggi può rappresentare. Infatti, nell’attuale contesto di guerra permanente esso diventa uno strumento utile ai guerrafondai come cavallo di Troia per riportare nei Paesi europei la leva militare: l’obiezione di coscienza in questa fase deve essere totale e farsi scelta collettiva e politica. 1. IL RIPUDIO DELLA GUERRA COME VALORE ASSOLUTO Richiamiamo con forza l’Articolo 11 della Costituzione Italiana: l’Italia ripudia la guerra non solo come strumento di offesa, ma come logica di risoluzione dei conflitti. Questo ripudio non può essere sospeso né subordinato ad alleanze internazionali o logiche di riarmo. Rifiutiamo a priori ogni politica, ogni investimento e ogni decisione che spinga l’umanità verso l’autodistruzione. 2. SCUOLA E UNIVERSITÀ: LUOGHI DI PACE, NON DI GUERRA Denunciamo la penetrazione dei valori bellicisti nei luoghi della formazione. La scuola e l’università devono essere spazi di pensiero critico e di cooperazione. NO alla ricerca scientifica asservita all’industria bellica. NO ai protocolli tra istituzioni scolastiche e forze armate. NO alla militarizzazione e al nazionalismo dei programmi educativi. NO ad ogni forma di schedatura di massa finalizzata alla leva. La conoscenza deve servire alla vita e al progresso della società, non al perfezionamento di strumenti di distruzione e morte. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università considera rilevante l’impatto dell’obiezione non solo nell’ambito di scuole e università, ma anche nel resto della società per le implicazioni che ha sulle comunità e nei luoghi di lavoro. 3. OBIEZIONE DI COSCIENZA TOTALE E COLLETTIVA Rivendichiamo il diritto all’Obiezione di Coscienza Totale e Collettiva e in tutti gli ambiti della società civile: – Nel mondo del lavoro, per il diritto di rifiutare la produzione e il trasporto di armamenti. – Nella ricerca, per il diritto di sottrarsi a progetti “dual-use” o a scopi bellici. – In tutta la società, come barriera civile contro un sistema che prepara il Paese allo stato di guerra. 4. CONTRO LA COMPLICITÀ E IL GENOCIDIO La nostra obiezione è un atto di solidarietà internazionale. Dire NO alla guerra oggi significa: – Dire NO al genocidio del popolo palestinese e ad altri genocidi in atto. – Dire NO al sionismo e al fascismo, basati sulla sopraffazione e sull’esclusione. – Dire NO alle politiche coloniali e alla complicità dell’Occidente nei massacri in corso. – Dire NO alla corsa al RIARMO. 5. CONTRO LA REPRESSIONE DEL DISSENSO Rifiutiamo la narrazione unica. La criminalizzazione di chi manifesta per la pace, il clima di minacce e ritorsioni contro la libertà d’insegnamento, la censura nelle scuole e nelle università e la repressione nelle piazze sono i sintomi di un sistema globale di guerra. Non esiste pace né democrazia senza libertà di dissenso. L’obiezione collettiva è la nostra risposta alla paura. L’Obiezione di Coscienza Totale è oggi un atto di realismo possibile contro la folle corsa verso la guerra. Non basta limitarsi a esercitare questo diritto individualmente solo in funzione del servizio di leva o di un’eventuale chiamata per entrare nell’esercito in caso di guerra, occorre rifiutare di essere ingranaggi del meccanismo bellico anche da un posizionamento civile. Riteniamo che oggi il servizio civile non si configuri più come scelta alternativa al militare: in tutta Europa è lo strumento che i guerrafondai utilizzano per militarizzare tutta la società, applicando la dottrina militare della “difesa totale” per la quale ogni cittadino e ogni cittadina sono considerati “soldati” a partire dai propri posti di lavoro o di studio o di cooperazione sociale. L’Obiezione di Coscienza Totale è la forza collettiva per salvare l’intero Paese dalla guerra in tutti gli ambiti della società nei quali si esercitano i diritti di cittadinanza. Non chiediamo il permesso di restare umani: NOI ESERCITIAMO IL DIRITTO DI RESTARE UMANI. LA NOSTRA PROPOSTA * Invitiamo a mettere in atto azioni di disobbedienza civile contro tutte le misure adottate dal Governo del nostro Paese e dalle altre istituzioni nazionali ed europee per militarizzare la società, incluso il ritorno della leva obbligatoria in qualsiasi forma (mini-leve, giornate sulle forze armate, questionari, visite mediche, settimane di esercitazioni, servizio civile finalizzato allo sforzo bellico etc.) e diciamo no alla schedatura di massa dei ragazzi e delle ragazze. * Vogliamo difendere le giovani ed i giovani e non lasciarli soli davanti ad un destino di guerra contro chi vuole trasformarli in carne da cannone, proponendo una Obiezione di Coscienza Totale e Collettiva. * Con questo manifesto invitiamo a respingere con determinazione i provvedimenti di chi vuole la guerra, facendo valere la superiorità dei principi della Costituzione della Repubblica alla prospettiva di scivolare in una guerra che distruggerà il nostro Paese. È così che vogliamo difenderlo, seguendo quel Ripudio della guerra espresso nell’art. 11 della nostra Costituzione. Ed è proprio nel solco del ripudio totale della guerra che si colloca il nostro rifiuto nei confronti di qualsiasi ipotesi di difesa militare e civile funzionale o complementare alla logica bellica. Se saremo in tante e in tanti, i progetti di guerra non avranno la meglio e riusciremo a difendere i valori fondanti della nostra Repubblica e i diritti di tutti i popoli. IN GUERRA SI COMBATTE PER LA PATRIA, MA QUANDO SI RIFIUTA LA GUERRA SI COMBATTE PER L’UMANITÀ. Scarica qui il PDF del Manifesto di Resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra e stampalo per diffonderlo. Manifesto obiezione totale2Download Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Premiare i rimpatri, comprimere i diritti
ROSSELLA PUCA, GLOBAPROJECT.INFO Nel decreto sicurezza bis il governo lega compensi e procedure all’allontanamento delle persone migranti, restringe le garanzie difensive e consolida un modello sempre più autoritario di gestione dell’ordine pubblico. Il decreto sicurezza (bis) del 24 febbraio 2026, n. 23 è stato approvato al Senato il 17 aprile scorso e deve essere convertito definitivamente dalla Camera entro il 25 aprile. Notizie AVVOCATI E RIMPATRI: UN INCENTIVO CONTRO DIRITTI E DEONTOLOGIA Nel decreto sicurezza è previsto un compenso per i legali che li favoriscono Avv. Arturo Raffaele Covella 21 Aprile 2026 Dopo il via libera di Palazzo Madama, il governo ha posto la questione di fiducia per blindarne la conversione senza modifiche sostanziali: il 22 aprile in Aula sono iniziate le dichiarazioni di voto, nel pieno dello scontro con le opposizioni, mentre l’approvazione definitiva è attesa entro il termine previsto. Parallelamente, l’esecutivo lavora anche a un provvedimento ad hoc per riscrivere la norma contestata sugli incentivi economici legati ai rimpatri volontari, con l’ipotesi di estenderli non solo agli avvocati ma anche a mediatori e associazioni coinvolte nelle pratiche, persino nei casi in cui il rimpatrio non si concluda. Dentro questo decreto, all’articolo 30-bis inserito durante l’esame al Senato, è stata introdotta la norma sui cosiddetti “premi” ai legali: un compenso di circa 615 euro riconosciuto all’avvocato che assiste un cittadino straniero in un percorso di rimpatrio volontario, ma solo nel caso in cui il rimpatrio si realizzi effettivamente. Il meccanismo è costruito esplicitamente come incentivo “a risultato”: il pagamento arriva solo ad esito della partenza della persona assistita. Parallelamente, il decreto interviene anche sul piano delle garanzie, limitando il gratuito patrocinio nei ricorsi contro le espulsioni e rafforzando l’impianto dei rimpatri. Quello che viene presentato come un dettaglio tecnico è in realtà una scelta politica molto chiara: si introduce un interesse economico diretto dentro il rapporto tra avvocato e assistito, legandolo all’esito voluto dallo Stato. Ciò significa spostare l’equilibrio della difesa in un contesto in cui una delle due parti, il cittadino straniero, è già in condizioni di vulnerabilità materiale e giuridica. Non a caso le critiche sono arrivate anche dall’avvocatura, che ha parlato di lesione dell’indipendenza della difesa e di torsione della funzione del legale. Il punto politico è semplice: si costruisce un sistema in cui da un lato si incentiva economicamente l’allontanamento e dall’altro si riducono gli strumenti per opporvisi. Il risultato è una pressione strutturale verso il rimpatrio, ottenuta non solo con norme amministrative ma intervenendo direttamente sulle condizioni in cui si esercita il diritto di difesa. Il pagamento subordinato alla partenza introduce un elemento di condizionamento che entra in tensione con l’autonomia della difesa e con l’idea stessa di patrocinio. Nello stesso decreto sicurezza ci sono misure che vanno nella stessa direzione di cui parlavo qui. Tra cui l’estensione di strumenti di fermo preventivo in occasione delle manifestazioni e l’introduzione sistematica delle cosiddette “zone rosse”, cioè aree urbane in cui è possibile limitare l’accesso e la presenza sulla base di valutazioni di ordine pubblico. Guida legislativa DL “SICUREZZA”, AVVOCATI E MAGISTRATI CONTRO GLI INCENTIVI SUI RIMPATRI E L’ABROGAZIONE DEL GRATUITO PATROCINIO Il difensore sarebbe trasformato in uno strumento delle politiche di remigrazione Redazione 20 Aprile 2026 Tutto questo si inserisce in un impianto più ampio fatto della solita decretazione d’urgenza, dei tempi parlamentari contingentati e dell’ennesimo ricorso alla fiducia in barba alla separazione dei poteri. Il governo con Meloni si è assunto come vero e proprio legislatore, sebbene senza urgenza, sebbene senza (reale) conversione da parte di un parlamento e nonostante – ancora peggio – i rilievi del Quirinale sull’anticostituzionalità. Per questo la questione non riguarda solo la singola norma sui compensi ai legali. Riguarda un modo di governare che spinge verso una gestione sempre più autoritaria della sicurezza: incentivi economici per favorire i rimpatri, limitazione delle garanzie difensive, strumenti preventivi sulle manifestazioni, zone urbane sottratte all’uso libero. L’opposizione a questo decreto non è quindi solo una battaglia su un articolo specifico, per quanto spregevole, ma un rifiuto complessivo di un impianto che coarta sempre più spazi democratici e diritti nel nome della gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico.
Un prigioniero politico al Kremlino
Un conduttore televisivo russo, piuttosto antipatico, riempie di insulti Giorgia Meloni. Il governo, tramite l’apposito ministro degli esteri, convoca l’ambasciatore russo in Italia per protestare. Posto che, come qui da noi, anche da quelle parti un conduttore televisivo non ricopre alcuna carica statale, se i russi adottassero lo stesso criterio […] L'articolo Un prigioniero politico al Kremlino su Contropiano.
April 22, 2026
Contropiano
Caso Moussa Diarra, il GIP respinge l’archiviazione e dispone nuove indagini
Non è una vittoria. Ma è la prima crepa reale in una narrazione costruita per assolversi. Il Giudice per le indagini preliminari di Verona ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura sul caso di Moussa Diarra, disponendo nuove indagini e aprendo un fronte decisivo: l’agente che ha ucciso Moussa è ora indagato anche per concorso in depistaggio. Non un dettaglio tecnico, ma un ribaltamento politico e giudiziario di quanto si è tentato di imporre fin dal primo giorno. Notizie «NON SIAMO A MINNEAPOLIS, MA A VERONA» L’on. Ilaria Cucchi pubblica un video sull’uccisione di Moussa Diarra. Il famoso “coltello”: una posata da cucina Redazione 17 Febbraio 2026 Per mesi, infatti, la morte di Moussa è stata incasellata dentro uno schema noto: legittima difesa, intervento necessario, pericolo imminente. Una storia già scritta, in cui la vittima viene trasformata in minaccia e l’uso letale della forza diventa inevitabile. Oggi quella storia non regge più. Il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra parla apertamente di una messa in discussione di un “impianto autoassolutorio” e di un sistema “repressivo e razzista” che ha tentato di giustificare l’uccisione. Parole che non sono uno slogan, ma la descrizione di un meccanismo ben rodato: prima si spara, poi si costruisce la narrazione. «È una notizia importante, – sottolinea il Comitato – che giunge nei giorni frenetici legati al lavoro per il ritorno a casa di Moussa, e siamo felici di condividerla con l’ampia rete collettiva che dal primo giorno si è stretta attorno a Moussa ed alla sua famiglia». L’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia, smonta con precisione questo impianto: “Moussa Diarra era un ragazzo originario del Mali che viveva a Verona. Era incensurato. Il 20 ottobre del 2024 era in stato di evidente difficoltà psichiatrica, ed è stato contenuto dalla polizia ferroviaria con tre colpi di pistola, uno dei quali lo ha colpito al cuore, uccidendolo”. Tre colpi per ‘contenere’. Già questa parola basterebbe a restituire l’abisso. E poi l’arma, la giustificazione: “Era armato di un ‘coltello’. In realtà non si trattava di altro che di una banale posata da tavola”. Una forzatura narrativa che si inserisce perfettamente nella costruzione del pericolo necessario a legittimare lo sparo. Anselmo ricorda anche il clima politico immediato: “il ministro Salvini intervenne subito dicendo ‘non ci mancherà’”. Una frase che pesa, perché contribuisce a definire il perimetro dentro cui la vita di Moussa è stata giudicata – e svalutata – ancora prima di qualsiasi accertamento. Ma è proprio sul terreno degli accertamenti che la versione ufficiale comincia a sgretolarsi. Il GIP, con un’ordinanza di 54 pagine, ha accolto le richieste istruttorie della difesa e disposto nuove verifiche, riconoscendo implicitamente che i conti non tornano. Non tornano, ad esempio, per le telecamere: su decine di dispositivi attivi nella stazione, quello decisivo non funzionava. Non tornano per i testimoni: nessuno avrebbe visto il coltello descritto dagli agenti. Non tornano per quell’oggetto stesso, che potrebbe essere stato collocato dopo lo sparo. È su queste crepe che insiste anche Ilaria Cucchi, che fin dall’inizio ha denunciato il rischio di una “verità preconfezionata”: “Il morto, da vittima, era diventato il carnefice. Una storia che avevo già visto”. Non è solo memoria, è esperienza politica di come funzionano questi casi in Italia. E infatti la sequenza è riconoscibile: isolamento della vittima, costruzione del pericolo, legittimazione dell’intervento, chiusura rapida del caso. Questa volta, però, qualcosa si è inceppato. L’iscrizione per concorso in depistaggio è il punto più grave. Significa che non si indaga solo su ciò che è accaduto, ma su ciò che è stato raccontato – e su come è stato raccontato. Significa che il problema non è solo lo sparo, ma il possibile tentativo di coprirne le responsabilità. Per questo la decisione del GIP segna un passaggio politico prima ancora che giudiziario. Perché mette in discussione non solo una ricostruzione, ma un metodo. Resta però tutto aperto. La strada verso verità e giustizia è ancora lunga e tutt’altro che garantita. Le archiviazioni respinte possono tornare, le narrazioni possono riorganizzarsi, le responsabilità possono essere diluite. Per questo la mobilitazione resta decisiva. “Ora siamo noi a dover fare la nostra parte”, dice Cucchi. Tenere alta l’attenzione non è un gesto simbolico: è l’unico modo per impedire che anche questa storia venga normalizzata, assorbita, dimenticata. Il caso Moussa Diarra non è un’eccezione. È un paradigma. E oggi, per la prima volta, quel paradigma mostra una crepa visibile.
Solidarietà al partito dei CARC
Cronaca di repressioni annunciate, stiamo parlando delle perquisizioni avvenute nella mattinata del 21 aprile nelle abitazioni di alcuni attivisti dei CARC tra Toscana e Campania, fra cui un minore, trattenuti poi in questura per molte ore. I capi di imputazione sono particolarmente pesanti e va colto il dato specificamente politico di una inchiesta che applica l’articolo 270-bis del codice penale italiano con cui si puniscono le «associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo» anche internazionale «o di eversione dell’ordine democratico». Si noti che si intende punire il proposito, non l’attuazione o la preparazione di una qualche azione. Ed è questo l’articolo in base al quale è stato condannato in primo grado il militante palestinese Anan Yaneesh che vivendo in Italia non avrebbe certo potuto compiere nessuna azione armata nella sua terra, in Cisgiordania. Se il 270-bis era da tempo utilizzato per reati di terrorismo, ora invece viene curvato sempre più in reato di opinione per essere applicato in procedimenti contro realtà sociali e politiche non terroristiche ma di lotta e di opposizione come appunto i CARC. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vede nell’utilizzo del reato associativo un’ autentica minaccia alla democrazia e alla partecipazione attiva in ambito sindacale, sociale e politico. All’occorrenza questo articolo potrebbe essere agitato per colpire molti altri attivisti, ed è ormai oggetto di forti critiche da parte di legali, giuristi e osservatori dei diritti civili. Non ci sono fatti violenti commessi dai militanti dei CARC, il 270-bis si presta invece per ridurre al silenzio le organizzazioni di opposizione, delegittimarle in ambito sociale alimentando la caccia alle streghe tipica di ogni clima emergenziale, quel clima che oggi indistintamente colpisce attivisti sindacali per gli scioperi di settembre ed ottobre, attivisti sociali e politici impegnati nei movimenti ambientalisti, dell’abitare e contro la guerra e il genocidio in Palestina. L’Osservatorio, esprimendo la propria solidarietà agli attivisti dei CARC, si fa quindi promotore di una campagna di solidarietà attiva contro l’emergenza delle legislazioni speciali. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’agente del Mossad morto misteriosamente sul Lago Maggiore era un pezzo grosso
La pesante cappa di silenzio calata sul misterioso “affondamento” di una barca sul lago Maggiore il 28 maggio del 2023 è stata rotta da uno dei soggetti coinvolti: il Mossad israeliano. Nello stranissimo incidente morirono un agente del Mossad, due agenti dei servizi segreti italiani e una donna. Gli altri […] L'articolo L’agente del Mossad morto misteriosamente sul Lago Maggiore era un pezzo grosso su Contropiano.
April 22, 2026
Contropiano
Le troppe falle nella cybersicurezza dei trasporti italiani
Immagine in evidenza rielaborata con IA Quanto è difficile parlare di cybersicurezza con le aziende. E ciò vale anche per quelle dei trasporti: un settore in apparenza lontano dagli attacchi dei cracker, ma che mostra invece parecchie vulnerabilità oltre a un ampio potenziale di rischio. Provare ad affrontare il tema della sicurezza informatica con alcune delle più grandi realtà del paese produce come minimo un irrigidimento; nel peggiore dei casi, il silenzio. Mail senza risposta, telefoni che squillano a vuoto, repliche vaghe: quasi nessuno si presta a rispondere alle domande del cronista, e molti si eclissano dopo un primo contatto di prammatica. LA CYBERSICUREZZA DELLE AUTOSTRADE ITALIANE Prendiamo Autostrade per l’Italia (ASPI), la stessa società che qualche anno fa (non molti: era il 2018) finì sotto la lente di ingrandimento per il caso del ponte Morandi, crollato a Genova a metà agosto. Un disastro che aveva sollevato interrogativi profondi sui sistemi di controllo e sulla cultura della sicurezza del gruppo. Ci si aspetterebbe che queste procedure, fisiche e cyber, siano diventate il fiore all’occhiello del gruppo. E che – stando così le cose – non sia un problema comunicarlo all’esterno. Sbagliato. Svariati tentativi di contatto via email sono caduti nel vuoto. Non va meglio al telefono, con l’apparecchio dell’ufficio stampa che squilla senza che nessuno risponda. Quando si attiva la segreteria, lo fa solo per rimandare al medesimo indirizzo di posta elettronica, che rimane muto.  La società Movyon si definisce il “centro di eccellenza per la ricerca e innovazione del gruppo ASPI” e offre “soluzioni tecnologiche end-to-end per gestori di infrastrutture stradali e autostradali, pubbliche amministrazioni e service provider, supportandoli nella creazione di una mobilità più intelligente, accessibile, sostenibile e sicura a favore della comunità”. Il logo si trova, per esempio, sulle sbarre che si alzano e si abbassano ai caselli. Sembra la porta giusta a cui bussare per parlare di cybersicurezza con ASPI. Del resto, la stessa Movyon sviluppa applicazioni tecnologicamente avanzate come quelle per il monitoraggio delle merci pericolose in viaggio sulla rete, il cosiddetto V2X (vehicle to everything): un sistema che, si legge nella presentazione, “monitora in tempo reale i veicoli che trasportano materiali pericolosi e avvisa i conducenti di eventuali situazioni di pericolo, come la presenza di altri veicoli con merci pericolose nelle vicinanze o situazioni anomale lungo la strada”. Il sistema non si limita al minimo indispensabile, ma, viene spiegato, arricchisce i messaggi con informazioni aggiuntive rispetto agli standard di settore. Lecito chiedersi: cosa succederebbe se venisse attaccato?  Estendendo il discorso, ci sono altre domande da porsi. Cosa accadrebbe se qualcuno tentasse di azzerare tutti i pedaggi, rubare i dati delle carte di credito degli automobilisti, o cambiare i messaggi nei cartelli a led che puntellano la rete, magari consigliando di effettuare deviazioni non necessarie al solo scopo di creare il caos? È già accaduto in passato? Quali misure sono state prese? Chi è il responsabile della sicurezza? Domande la cui risposta possiamo soltanto immaginare, perché neanche Movyon ha risposto alla nostra richiesta di contatto. LE FERROVIE DELLO STATO Anche il trasporto ferroviario non è esente da rischi cyber. Che possono riguardare gli apparati di gestione elettronica della rete e dei convogli, ma anche il sistema dei pagamenti. Nel mese di novembre 2025 un attore malevolo ha rubato e diffuso online 2,3 terabyte di dati di Almaviva (un provider di servizi web) e Ferrovie dello Stato, che a esso si appoggiava.  L’attacco è stato confermato dalla stessa Almaviva in una nota, dopo essere trapelato alla stampa. Secondo la rivendicazione dei cracker, il leak conterrebbe repository aziendali condivisi e documentazione tecnica riservata, inclusi contratti. Ma ci sarebbero anche dati personali dei passeggeri e dei dipendenti di quasi tutte le società del gruppo FS, da Mercitalia a Rete Ferroviaria Italiana, da Trenitalia a Italferr (da poco ribattezzata FS Engineering).  “L’episodio che ci riguarda è riconducibile a un accesso non autorizzato che ha interessato un vecchio data center in dismissione della società Almaviva”, rispondono le Ferrovie dello Stato a una richiesta di informazioni da parte di Guerre di Rete. “L’attenzione è concentrata sull’accertamento tecnico dei fatti, sulla tutela delle informazioni e sulla piena collaborazione con Almaviva, società obiettivo dell’attacco, e le autorità competenti”. Le FS non forniscono ulteriori dettagli “per rispetto delle indagini”, ma aggiungono che sono in corso “attività di verifica tecnica e monitoraggio di tutti i nostri sistemi”. Almaviva, viene spiegato dalle Ferrovie, ha “informato anche gli organismi competenti per la protezione dei dati personali, mentre il Gruppo FS collabora per ciò che riguarda tutti i profili di propria competenza”. Che provvedimenti sono stati presi? “Appena emersa la vicenda, il Gruppo FS, grazie alla sinergia tra FS Security e FS Technology e in coordinamento con Almaviva e con le autorità, ha attivato tutte le misure di sicurezza e mitigazione necessarie”, risponde la società. “Sono stati predisposti backup alternativi, rafforzate le attività di monitoraggio e continuità operativa e condivise le azioni da intraprendere con le strutture di Security del gruppo e con gli organismi di vigilanza competenti. Parallelamente, prosegue il monitoraggio del web e dei canali specializzati per intercettare tempestivamente eventuali pubblicazioni di materiali riconducibili all’attacco. Anche Almaviva ha dichiarato di aver isolato l’attacco, attivato il proprio team specializzato e garantito la continuità dei servizi critici”. FS definisce “fondamentale” il presidio dell’intera filiera tecnologica – considerando che tutti i grandi gruppi si avvalgono di fornitori che possono essere “bucati” – e ammette che non è sufficiente monitorare i sistemi interni. “I fornitori e i partner tecnologici sono tenuti a rispettare requisiti stringenti sul piano della sicurezza informatica, della protezione dei dati, della continuità operativa e della gestione degli incidenti. Tali presidi sono definiti nell’ambito dei rapporti contrattuali, dei processi di qualifica e delle verifiche periodiche, con livelli di attenzione coerenti con la criticità dei servizi affidati”. L’errore è sempre possibile, ed è in queste lunghe catene di fornitura che provano a infilarsi i cattivi della rete.  IL TRASPORTO AEREO Già, il problema delle filiere. Sempre più complesse, e, per questo, sempre più vulnerabili.  Pensare a un attacco al sistema ferroviario può spaventare, ma immaginare che sia il sistema di controllo di un aeroplano a essere bucato scatena il terrore. Guerre di Rete ha provato a contattare Ita Airways, compagnia di bandiera (o forse non più: dipende dai punti di vista) italiana. Alla nostra richiesta di intervista, gli uffici hanno opposto un no-comment. Non è stato possibile, dunque, parlare con il CISO (chief internet security officer, cioè il capo della sicurezza informatica) né domandare che tipo di procedure di sicurezza, almeno a livello basilare, siano prese a tutela dei viaggiatori.  Ma perché questa paura di parlare, quando si tratta di cybersecurity? A rispondere è l’ENAC, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, che fa capo al governo ed è l’autorità che fissa le regole del settore in Italia basandosi su normative europee (come la NIS2) e nazionali. “La sicurezza, in generale, sta alle spalle dei processi operativi: per questo è prassi comune che non se ne parli, e che le misure prese non vengano condivise”, riflette l’ingegnere Sebastiano Veccia, a capo della sicurezza dell’ENAC. Nella sua interpretazione, “non è ritrosia, ma una forma di cultura di sicurezza: si fa, ma non si dice”.  Resta il fatto che il pubblico ha domande sul rischio di volare, soprattutto in tempi di guerre asimmetriche che coinvolgono obiettivi non militari. Chiediamo se è possibile far cadere un aereo per mezzo di un attacco informatico. “Mi sento di escluderlo”, risponde Veccia. “Certo, un caso molto diverso come quello dell’11 settembre insegna che tutto è possibile, ma si tratta di una probabilità estremamente bassa”. È possibile invece inserirsi nei sistemi  di comunicazione con i piloti? “I sistemi di comunicazione tra l’aeromobile e la torre di controllo sono avanti anni luce”, risponde il dirigente.  E se invece qualcuno riuscisse a infiltrarsi nelle ditte che producono gli aeroplani, e quindi anche il software che li governa, per inserire codice malevolo? In fondo gli incidenti del Boeing 737 Max paiono legati a sensori difettosi e software. “È il problema ben noto dei cosiddetti insider nell’industria. In Italia e in Europa, per le figure che entrano a contatto con aree e attività sensibili, viene richiesto alle forze di polizia un controllo dei precedenti penali del soggetto. Per ruoli di particolare criticità si richiede, in aggiunta, un background check rafforzato, che non si limita ai precedenti penali, ma guarda anche agli ambienti e alle compagnie che la persona frequenta”. Indagini di intelligence che servono a capire se il soggetto è radicalizzato, o vicino ad aree politiche pericolose. “La prevenzione si fa a monte, e lo stesso approccio degli aeroporti vale anche per i costruttori aeronautici e chi fa manutenzione degli aeromobili. Anche per chi è incaricato di caricare i dati sui pc di bordo c’è una procedura blindata”. Veccia è consapevole che la sicurezza è un gioco tra guardie e ladri: l’inseguimento è costante. Si prova a isolare i dispositivi critici dal mondo esterno. “Le chiavette di manutenzione vengono controllate, sterilizzate e infine distrutte. Non solo: in aviazione le stesse attività di controllo si espletano in loco e non, come spesso accade oggi, da remoto. La programmazione degli interventi di sicurezza è importante, così come lo è preparare una matrice dei rischi: perché  il 90% delle emergenze è dovuto a cattiva pianificazione. Faccio comunque notare che energia nucleare e aeronautica sono sempre stati i due settori più controllati”.  La visione di Veccia è confermata da una nostra fonte interna al settore. Che, al tavolo di un ristorante, racconta come “negli ultimi trent’anni non ci sono mai stati due incidenti aeronautici per lo stesso motivo, e questo perché ogni volta che ne accade uno lo si analizza nei dettagli e si corre ai ripari. Questo, in altri settori dove le procedure sono molto più lasse, viene preso per eccesso di pignoleria”. Un esempio è quello dei trasporti marittimi, con i porti che rappresentano la via di ingresso privilegiata per le merci che finiscono sugli scaffali, per il petrolio, ma anche per molto altro. LA SICUREZZA INFORMATICA DEI PORTI Sarebbe sbagliato sottovalutare l’importanza della cybersicurezza nei porti: quantità enormi di merci viaggiano via mare. Ma ci sono anche droga, armi, materiale illegale. E persone. Si comincia dai controlli all’ingresso per camion e autoveicoli. Entrare liberamente nell’area portuale significa avere una sorta di lasciapassare, utilissimo se si sa dove mettere le mani. Sistemi di controllo esistono, certo. Ma, come racconta la nostra fonte, le maglie sono larghe: “Quando si fanno le gare di appalto, per esempio per le telecamere da installare, solitamente si sceglie il prodotto che ha il prezzo più basso, che di norma è cinese. Queste telecamere possono avere delle backdoor, delle porte software nascoste che sono in grado di esfiltrare i dati e che cambiano a ogni aggiornamento. In sostanza, non controllando la tecnologia che usiamo potremmo offrire a un paese straniero la possibilità di fare intelligence sulle nostre informazioni”. Pechino è la principale indagata.  Ma c’è di più. L’andirivieni di un porto è basato su un sistema di riconoscimento delle targhe automobilistiche: camion di autotrasportatori noti trovano porte aperte e sbarre alzate ai varchi. I controlli sono a campione. Facile capire come, con un attacco mirato, sia facile far entrare anche chi non sarebbe autorizzato. Basta inserire una targa in più nel gestionale e il gioco è fatto. Le procedure manuali sarebbero più efficaci, ma sono troppo lente per i volumi di traffico dei grandi hub. Senza considerare che gli spazi sulle banchine sono affittati e gestiti tramite un software gestionale estremamente complesso, che sa esattamente chi e dove farà cosa con mesi di anticipo: anche in questo caso, un cybercriminale che riuscisse a entrare nel sistema potrebbe creare il caos operativo, paralizzando le attività. Guerre di Rete ha contattato il porto di Gioia Tauro, principale scalo merci italiano: nessuna risposta, neanche dopo svariati tentativi telefonici e via mail. Ha risposto, invece, l’autorità portuale di Genova.  “In merito alla richiesta pervenutaci, siamo nella necessità di non poter aderire all’iniziativa proposta”, afferma la replica pervenuta tramite posta elettronica. “La cybersecurity costituisce un ambito di particolare sensibilità per le infrastrutture critiche nazionali, categoria alla quale i sistemi portuali appartengono a pieno titolo. La normativa vigente in materia, unitamente alle linee guida emanate dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), raccomanda la massima prudenza nella comunicazione pubblica relativa a sistemi, procedure e strategie di protezione informatica. La policy dell’Ente prevede pertanto di non rilasciare interviste su tali tematiche al di fuori dei canali istituzionali preposti”. Insomma, nulla da dichiarare.  S Il breve viaggio intrapreso offre un quadro allarmante. E le contromisure non possono essere solo tecniche. Veccia, dirigente dell’ENAC, sottolinea quanto la cultura aziendale giochi un ruolo centrale: “La formazione del personale è importante. C’è ancora chi lascia le proprie password attaccate al PC con dei post-it. Per questo va ribadito: anche se fare corsi può sembrare noioso ai dipendenti, quest’attività si rivela utile quando ci si trova di fronte a un caso sospetto, e si torna con la mente alle lezioni in aula per sapere come reagire”.  Ci sono anche altre questioni, più difficili da affrontare. Come spiega la nostra fonte, “molte delle soluzioni di cybersecurity nel nostro paese vengono vendute dallo stesso gruppo di persone, poche decine di soggetti che si conoscono tra loro e che possono essere avvicinati senza grossi problemi da chi è dotato di argomenti convincenti, e di una certa disponibilità economica”. Accade di continuo, spiega. Ma questo è un tema per un altro giorno. L'articolo Le troppe falle nella cybersicurezza dei trasporti italiani proviene da Guerre di Rete.
April 22, 2026
Guerre di Rete