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Emergency apre tre mostre per parlare di migrazioni
In un settembre che confonde il mondo con temperature altissime, sembra quasi un refrigerio se non addirittura un rifugio visitare Orizzonti Negati, la mostra che Emergency ha aperto all’isola veneziana della Giudecca per parlare di migrazioni. Orizzonti che oggi sono negati nel sud del mondo, ma che potrebbero diventare un’urgenza anche per questa parte del pianeta che già programma trasferimenti di vita in spazi freschi sempre più limitati. Anche la tragedia per noi è un lusso e come tale ipotizziamo di scongiurarla. Perché come dice lo scrittore Daniele Del Giudice: «L’Europa ha questo di speciale rispetto a qualunque altra cultura: ha vinto tutto e ha perso tutto, e in questo senso è unica nell’aver conosciuto sino in fondo il diritto e il rovescio delle cose». Un diritto che ci si illude di non perdere mai. La mostra si articola in tre spazi espositivi. I loro titoli compongono un discorso che scuote e percuote le coscienze di chi osserva. DIVIDED WE DO NOT STAND…A CHANGE… Divisi non abbiamo alcuna possibilità di Lilli Müller; IDENTITÀ INTERSTIZIALI – UMARU: DIARIO DI UN VIAGGIO MIGRANTE di Claudia Virginia Vitali a cura di Virginia Monteverde; APOLIDE – Abitare il mondo di Giovanni e Marcello Chiarenza. Le parole chiave che legano un discorso che non si può non ascoltare, a tratti poetico, sempre lucido sono: acqua, trasparenza, casa, interstizi. L’acqua che collega, divide e ci spaventa nella sua forza, la trasparenza che ci permette di vedere e capire attraverso; gli interstizi i rifugi dove ci si rifugia in qualunque smarrimento e che spesso diventano case. E’ proprio questo che queste tre mostre ci chiedono: di attraversare gli interstizi, di guardare oltre ciò che siamo abituati a vedere, di riconoscere nell’altro non una distanza, ma un possibile anticipo del nostro stesso destino. Perché gli orizzonti negati non appartengono mai soltanto a qualcun altro: prima o poi possono diventare i nostri. E allora l’acqua non è più soltanto quella che separa, né la casa soltanto il luogo che protegge. Diventano entrambe domande: chi può attraversare, chi può restare, chi ha diritto a un rifugio, chi è costretto a cercarsene uno? «Quando si parla di migrazioni lo si fa spesso senza cognizione di causa, a soli scopi elettorali alla ricerca di facile consenso – ha spiegato in apertura dell’esposizione Mara Rumiz, responsabile della sede veneziana dell’associazione -. In questi ultimi tempi, le cose sembrano cambiare in peggio: c’è un inasprimento incredibile delle misure di respingimento e anche una domanda da asilo comporta comunque un internamento in strutture che sono peggio delle carcere. Perché nelle carceri alcune regole devono essere osservate e qualche garanzia chi è rinchiuso ce l’ha, i CPR invece sono delle strutture obbrobriose dove i ragazzi, perché sono soprattutto i più giovani che ci finiscono dentro, sono imbottiti di psicofarmaci e non gli viene riconosciuto nessun diritto. Per questo Emergency continua a lavorare sul tema dell’accoglienza usando anche l’arte come strumento per muovere le coscienze». Uscendo dalla sede di Emergency alla Giudecca, il refrigerio di settembre sembra improvvisamente meno rassicurante. La mostra non offre risposte, ma incrina certezze. E forse è proprio questo il compito dell’arte: non salvarci dalla realtà, ma impedirci di smettere di guardarla. La mostra sarà visitabile nella sede di Emergency, nell’isola veneziana della Giudecca (fermata Redentore) dal 4 settembre al 27 ottobre, da mercoledì a sabato dalle ore 12 alle 18. Ingresso libero.
Rassegna Stampa: Il pensiero in divisa, un contributo di Mario Sommella
DI MARIO SOMMELLA SU WWW.MARIOSOMMELLA.COM DEL 9 LUGLIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Mario Sommella, pubblicato sul suo blog il 9 luglio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «Nessun luogo è più strategico delle aule per fabbricare consenso, perché è lì che si formano le mentalità di domani. In Italia il processo ha una data di nascita istituzionale: il protocollo d’intesa tra il Ministero dell’Istruzione e quello della Difesa, avviato nel 2014 e formalizzato su scala nazionale negli anni successivi, che ha dato ai rappresentanti delle Forze armate il diritto di entrare stabilmente nelle classi. Da allora, come documentano l’inchiesta di Antonio Mazzeo e il monitoraggio dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, gli studenti di ogni ordine e grado partecipano a cerimonie, parate, visite a caserme e poligoni, lezioni di educazione civica, ambientale o alla legalità affidate a personale militare. Il canale privilegiato di questa penetrazione è la cosiddetta formazione scuola-lavoro, gli ex percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento. Il caso emblematico è il Liceo digitale sperimentato a Roma, finanziato direttamente da Leonardo, dove i tecnici dell’azienda entrano in aula a insegnare intelligenza artificiale e gli studenti svolgono i tirocini nelle sedi del gruppo industriale. Non si tratta di episodi marginali: nel solo 4 novembre 2025, giornata delle Forze armate, l’Osservatorio ha censito oltre duecento iniziative con i militari nelle scuole di tutta Italia. E non è un’anomalia soltanto italiana: i documenti attuativi del piano ReArm Europe indicano espressamente il settore dell’istruzione come strategico per la riuscita del riarmo, e una risoluzione del Parlamento europeo si muove nella stessa direzione.…continua a leggere su www.mariosommella.com -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Elogio della corruzione
Una cosa che si deve riconoscere ai capitalisti yankee e ai loro governi reazionari o liberal (destra camuffata, da noi spacciati come progressisti) è la grande capacità corruttiva. La corruzione yankee è nell’informazione (vedi la continua propaganda manipolativa, oggi anche con le app dei genocidi sionisti), è nell’immagine dei suoi […] L'articolo Elogio della corruzione su Contropiano.
September 6, 2026
Contropiano
Giovedì, 10 settembre: incontro Coordinamento nazionale No Riarmo con Osservatorio contro la militarizzazione
GIOVEDÌ 10 SETTEMBRE, ORE 19:00-21:00 Secondo incontro online del Coordinamento nazionale No Riarmo (CNNR) con rappresentanti di altre associazioni, comitati, partiti per ragionare insieme sulle loro posizioni e proposte: ·        come costruire un movimento di massa unitario e plurale per l’Italia fuori della guerra e contro il riarmo; ·        come contribuire a dare al movimento contro la guerra e il riarmo una rappresentanza politica in Parlamento. Relazioni di: ·        Marta Collot, coportavoce nazionale di Potere al Popolo (PaP) ·        Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ·        Rosa Siciliano, direttrice editoriale di “Mosaico di pace”, rivista mensile promossa da Pax Christi Italia ·        Paolo Ferrero, direttore del periodico mensile “Su la testa. Argomenti per la rifondazione comunista” Per iscriversi alla riunione: HTTPS://US02WEB.ZOOM.US/MEETING/REGISTER/N–8WYZORPW5GULHMZWB4W Dopo l’iscrizione, si riceverà una e-mail di conferma con le informazioni necessarie per entrare nella riunione. Si consiglia di iscriversi con buon anticipo per poter prendere la sala virtuale ZOOM adeguata ad ospitare tutti i partecipanti. Se non si riceve il link di iscrizione (in genere è per un errore di scrittura del proprio indirizzo e-mail) scrivere a  articolo11@art11.it Ore 19:00 Relazioni degli ospiti invitati. Durata prevista di ogni relazione introduttiva: 15’ Ore 20:10 Domande e interventi dei partecipanti in sala virtuale ZOOM. Si prevedono massimo 8 interventi di durata non superiore ai 4’. Per intervenire, prenotarsi scrivendo all’indirizzo articolo11@art11.it, indicando nome, cognome, associazione (partito, sindacato, comitato) di riferimento, città in cui si opera e argomento della domanda/intervento. Selezione e ordine degli interventi saranno stabiliti dalla segreteria del Coordinamento nazionale Ore 20:45 Risposte e repliche dei relatori (5’ a testa) * * * BARI, LUNEDÌ 14 SETTEMBRE, ORE 19:00 c/o MarxVentuno, II strada Borrelli 34. Dopo il n. 125 (ass. Kronos, scuola di recupero) di via Buccari. Al cancello citofonare al 51. Giornata del tesseramento al Comitato Articolo 11 – L’Italia ripudia la guerra (nuova tessera 2026-27) Ø  PRESENTAZIONE DEL PROGRAMMA DI ATTIVITÀ per il quadrimestre settembre-dicembre Ø  FUORI LA GUERRA DALLA STORIA Il canto di protesta contro la guerra Con Pino di Lenne, Cedro e Sidera * * * L’incontro del 26 agosto è sul canale youtube di “Articolo 11”: https://www.youtube.com/watch?v=Eng56jQTR3s Introduzione di Andrea Catone al I incontro con rappresentanti di associazioni, comitati, partiti per: 1.     Dare vita a un movimento di massa contro la guerra, il più ampio, unitario e inclusivo possibile 2.     Esaminare la possibilità di dare al movimento contro la guerra rappresentanza politica in Parlamento Giorno dopo giorno la “guerra mondiale a pezzi” si amplia e si intensifica. I pezzi di questa guerra si ricongiungono. Il governo Zelensky, che a fine febbraio invocava l’aggressione militare di USA e Israele contro l’Iran, fornisce supporto e tecnologie militari ai paesi arabi del Golfo alleati di USA e Israele. Il carattere fondamentale di questa guerra mondiale è costituito, al di là delle peculiarità delle diverse situazioni locali, dallo scontro tra imperialismo occidentale – USA, NATO, UE, G7, Israele – volto a mantenere un ordine mondiale basato sullo scambio ineguale, il neocolonialismo, lo sfruttamento e il dominio economico-finanziario e politico-militare sul Sud globale, con la pretesa di essere l’unica forma di libertà e democrazia al mondo, da un lato, e, dall’altro, i Paesi che chiedono un diverso ordine mondiale, economico-sociale e politico, basato su coesistenza pacifica, rapporti paritari reciprocamente vantaggiosi, riconoscimento della pluralità di storie, culture, sistemi politici ed economici delle diverse civiltà. È ciò che viene sintetizzato spesso nella formula dello scontro tra “mondo unipolare” e “mondo multipolare”. La guerra è oggi la questione principale e prioritaria che abbiamo di fronte. Non una questione tra le tante, ma la questione delle questioni. La guerra sovradetermina tutte le altre questioni, dalla politica economica, che si indirizza sempre più verso il riarmo a detrimento della spesa sociale, alla militarizzazione delle menti, delle scuole e della società. Oggi si richiede una fondamentale scelta di campo. Il Coordinamento nazionale NORiarmo, costituitosi lo scorso anno sull’onda della petizione di gennaio 2025 contro il decreto di sostegno militare all’Ucraina (cfr. Peacelink, https://www.peacelink.it/editoriale/a/50492.html), ritiene che, insieme con le manifestazioni di indignazione, protesta, condanna del genocidio, occorra operare politicamente per ottenere risultati concreti, trasformando la protesta in rivendicazione politica determinata, puntuale, chiara e non ambigua. Come cittadini poniamo al parlamento e al governo del nostro Paese una richiesta precisa che si esprime nello slogan: Fuori l’Italia dalla guerra!. Interruzione immediata di ogni sostegno economico, militare, politico, diplomatico all’Ucraina nella guerra contro la Russia. Interruzione di ogni rapporto politico-diplomatico, militare, economico-finanziario con lo stato genocida e terrorista di Israele. Nessun sostegno all’aggressione di USA e Israele contro l’Iran, rifiuto di aderire alle sanzioni illegali imposte dagli USA. Nessun sostegno alle aggressioni USA, economiche e militari ai Paesi dell’America Latina per rimettere sotto il loro tallone di ferro i movimenti di emancipazione, dal Venezuela a Cuba, assediata da un embargo pluridecennale. Fuori l’Italia dalla guerra è l’obiettivo immediato e la discriminante essenziale. Nella situazione attuale, che vede ogni giorno, ogni ora l’escalation bellica contro la Russia, alimentata sempre più massicciamente dalla UE e dal Regno Unito – che, pur fuori UE, è oggi il leader della strategia militare contro la Russia – non sono ammissibili ambiguità o mezze misure: o si rivendica e si agisce di conseguenza per l’immediata uscita dell’Italia dalla guerra, o si è per la prosecuzione della guerra, a fianco dei guerrafondai, i quali in gran parte si dichiarano fautori di “una pace giusta e duratura”, ottenibile a loro dire con l’intensificazione della guerra alla Russia per indurla a trattative. Questa strada ha portato in oltre 4 anni di guerra solo all’intensificazione e alla escalation. Il Coordinamento nazionale NORIARMO lavora, nel massimo di cooperazione e dialogo costruttivo con gli altri coordinamenti, comitati, associazioni, per dar vita a un movimento unitario e plurale che abbia come obiettivo discriminante e unificante, senza ambiguità o mezze misure, quello del Fuori l’Italia dalla guerra! L’incontro di oggi si iscrive nella nostra azione per costruire il massimo di unità possibile, nel massimo di chiarezza e determinazione. Riteniamo che “Fuori l’Italia dalla guerra” sia l’obiettivo realisticamente unificante, su cui può convergere un reale movimento di massa, quanto mai necessario in questa situazione, non limitato a generose e coraggiose avanguardie. Su questo siamo impegnati a lavorare proponendo e costruendo comitati/coordinamenti unitari nei territori. Il radicamento territoriale è fondamentale per lo sviluppo di un movimento di massa reale. I comitati territoriali possono dar vita ad iniziative locali – manifestazioni, presidi, ecc. – che possono convergere in giornate nazionali di mobilitazione contro la guerra. Proprio perché ci poniamo sul terreno della lotta politica concreta contro la guerra, non possiamo ignorare il terreno della rappresentanza politica nel parlamento nazionale, poiché è lì che si decidono ancora le cose (anche se è in atto da anni l’attacco alla centralità del Parlamento stabilita dalla Costituzione antifascista del 1948). Per questo, non possiamo non porci la questione delle prossime elezioni politiche. In merito alla questione fondamentale della guerra, constatiamo che vi è qui un falso bipolarismo: il Partito democratico ha approvato – in sede italiana e nelle votazioni del parlamento europeo – tutte le mozioni di sostegno militare, economico, politico, ideologico all’Ucraina contro la Russia. Sulla questione fondamentale della guerra contro la Russia le posizioni di PD e FdI convergono. Si può notare anzi che nei grandi media vicini al PD prevale una posizione più oltranzista di quella della leader di FdI, che nell’ultimo incontro dei “Volenterosi”, ha rifiutato formalmente l’invio di militari e di missili in Ucraina. Occorre fare della questione della guerra il tema principale della campagna elettorale, quello su cui si devono misurare effettivamente le forze in campo. Come operiamo per la costruzione di un movimento di massa reale e unitario, senza ambiguità, per l’Italia fuori della guerra, così auspichiamo la costruzione di un ampio schieramento di forze – unitario e plurale – che possa dare al nostro Paese una rappresentanza politica al movimento contro la guerra. Le direttrici di fondo del suo programma – da cui discendono fondamentali scelte di politica economica, sociale, culturale – si possono individuare nei due pilastri a) della Costituzione antifascista di democrazia economico-sociale del 1948, col suo fondamentale articolo 11, e, b) della fuoriuscita dell’Italia dalla guerra e dal sistema di guerra. Ci auguriamo che questi incontri con rappresentanti di associazioni, partiti, comitati, movimenti che si schierano contro la guerra possano favorire la costruzione di una coalizione di forze politiche, sociali, sindacali, culturali sulla base di questi due fondamentali pilastri. Oggi i poteri finanziari e militari dell’imperialismo stanno spingendo il mondo verso la catastrofe. Oggi abbiamo l’imperativo morale oltre che politico di fermarli, dotandoci degli strumenti più adeguati allo scopo. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La Humanity 2 bloccata a Lampedusa mentre aumenta il tasso di mortalità nel Mediterraneo
Mentre il governo Meloni festeggia il calo degli sbarchi sulle coste italiane, il 2026 si conferma l’anno più letale nel Mediterraneo centrale da quando esiste una documentazione sistematica. La nuova barca a vela di SOS Humanity è stata fermata a Lampedusa dopo il suo primo soccorso; Mediterranea Saving Humans denuncia un aumento del 150% del tasso di mortalità lungo la rotta. Il 30 agosto 2026 la Humanity 2, la nuova imbarcazione a vela di SOS Humanity, è stata sottoposta a un fermo provvisorio dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. Era rientrata dalla sua prima missione: nei due giorni precedenti l’equipaggio aveva tratto in salvo 71 persone in pericolo nel Mediterraneo centrale. Pochi giorni dopo, il 4 settembre, Mediterranea Saving Humans ha diffuso un comunicato che colloca quel fermo dentro un quadro più ampio, quello di una frontiera che si sposta sempre più lontano e di una rotta che diventa sempre più mortale. La riduzione degli arrivi celebrata dal governo, nella realtà, non racconta la diminuzione delle partenze, ma l’aumento delle morti e degli ostacoli a chi prova a salvare vite in mare. Ph: SOS Humanity Ph: Leon Salner, SOS Humanity IL FERMO DELLA HUMANITY 2 Il primo soccorso è avvenuto il 28 agosto, quando l’equipaggio ha avvistato in acque internazionali al largo della Libia una piccola imbarcazione in vetroresina non idonea alla navigazione, con dodici persone a bordo. Nella notte, mentre navigava verso nord, la Humanity 2 è stata avvicinata da una seconda imbarcazione sovraffollata in difficoltà: in una situazione di pericolo, 59 persone sono state spinte a bordo della barca a vela da soggetti sconosciuti, che hanno poi abbandonato la scena, con alcune persone rimaste ferite durante l’imbarco. Sulla barca di 24 metri l’equipaggio si è trovato a gestire una situazione caotica, informando le autorità competenti non appena l’emergenza è stata messa sotto controllo. All’arrivo nel porto assegnato di Lampedusa, le autorità italiane hanno emesso il provvedimento di fermo per la presunta mancata “comunicazione immediata dell’operazione di soccorso al Centro di coordinamento del soccorso marittimo competente”. Un’accusa infondata che l’organizzazione respinge in pieno: «Le accuse mosse sono scandalose, poiché la Humanity 2 ha agito in ogni momento nel rispetto del diritto internazionale», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche di SOS Humanity. «L’equipaggio ha informato le autorità competenti non appena si è assicurato che fosse stato prestato il primo soccorso immediato ai sopravvissuti e che non ci fossero più persone in acqua. Il fermo della Humanity 2 con queste motivazioni assurde dopo la sua primissima missione è un ulteriore segno del tentativo delle autorità italiane di soffocare ogni sforzo di soccorso da parte della società civile». Per il membro dell’equipaggio Ikram Jarmouni il blocco è «una mossa politicamente motivata volta a ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso». E ha un costo diretto, misurabile in vite: «Durante la stessa missione sono state prese a bordo 71 persone in pericolo e sono stati avvistati tre cadaveri che galleggiavano in acqua. […] Queste morti sono il risultato diretto della scelta dei governi europei di impedire a tutti i costi alle persone di raggiungere le coste europee, invece di creare percorsi sicuri. Ogni ora in cui questa nave rimane trattenuta sulla base di accuse illegittime è un’ora in cui non è là fuori in mare, ed è esattamente questo l’obiettivo di questo fermo». SOS Humanity ha annunciato di essere pronta a impugnare la decisione, del resto i tribunali italiani, basandosi sulla normativa internazionale, stanno costantemente dando ragione alle ONG del soccorso civile. «Non accetteremo che l’Unione Europea e i suoi Stati membri lascino morire delle persone e si sottraggano alla responsabilità che il diritto internazionale attribuisce loro di salvare vite umane in mare», ha sottolineato Marie Michel. «Continueremo a garantire che i diritti umani di tutti siano tutelati senza eccezioni: nelle aule di tribunale, nei parlamenti e nelle piazze». UN ANNO DI MORTI IN AUMENTO Dal 14 agosto diverse organizzazioni di ricerca e soccorso hanno rinvenuto complessivamente 30 salme nel corso delle loro operazioni nel Mediterraneo centrale. Il 2026 si è rivelato l’anno più letale nel Mediterraneo centrale secondo i dati di OIM: in media, ogni sei ore una persona muore lungo questa rotta. Il fermo della Humanity 2, inoltre, segue quello di otto navi di soccorso dell’alleanza Justice Fleet bloccate dalle autorità italiane nel solo 2026, un accanimento che aggrava ulteriormente la carenza di capacità di soccorso in mare. > Il “governo più longevo di sempre”, come ama definirlo la Presidente del > Consiglio Meloni, è nella sostanza dei fatti il più mortifero con oltre 10.000 > vite perse – fonte OIM – nel Mediterraneo dall’inizio della legislatura . È su questo scenario di repressione e necropolitica che si inserisce la risposta di Mediterranea Saving Humans al governo Meloni. Tra gennaio e agosto 2026, denuncia l’organizzazione, il tasso di mortalità lungo la rotta del Mediterraneo centrale è aumentato del 150% rispetto allo stesso periodo del 2025. Mentre l’esecutivo si vanta di aver “diminuito gli sbarchi in Italia dell’80%“, crescono i rischi per chi tenta la traversata e continuano i respingimenti verso la Libia: solo nel 2025, oltre 27.000 persone sono state intercettate in mare dalle milizie libiche e riportate indietro, verso un Paese che non può essere considerato un porto sicuro. «Il Governo non ha sconfitto le partenze, ha semplicemente spostato più lontano il confine. E quando il confine si sposta, aumentano le distanze, i rischi e le possibilità che una persona muoia senza che nessuno la veda», ha dichiarato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. «Esultare per la diminuzione degli sbarchi significa ignorare deliberatamente ciò che accade prima: le persone che vengono fermate, riportate in Libia, deportate in condizioni terribili o che perdono la vita durante la traversata». Negli ultimi cinque anni la stima è sotto gli occhi di tutti: oltre 10.000 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. E’ una strage che prosegue mentre l’Europa investe sempre di più nel controllo delle frontiere esterne e nella collaborazione con Paesi che non garantiscono la tutela dei diritti fondamentali. Il punto riguarda la natura stessa del soccorso. «Vorremmo ricordare al Governo una cosa elementare: il soccorso in mare non è una concessione politica, è un obbligo. E chi viene salvato deve poter sbarcare in un porto sicuro», ha proseguito Marmorale. «Non si può trasformare il numero degli sbarchi in un indicatore di successo se il prezzo di quel risultato è un aumento delle morti e delle persone abbandonate lungo una delle rotte migratorie più letali del mondo». Le due organizzazioni convergono sulla stessa richiesta: canali legali e sicuri d’ingresso, un sistema europeo di ricerca e soccorso adeguato, una politica che metta al centro la vita delle persone. «Se davvero vogliamo mettere fine all’infinita strage nel Mediterraneo, dobbiamo smettere di rendere sempre più difficile e pericoloso l’accesso all’Europa», ha infine concluso Laura Marmorale. «È questo il “successo” che vorremmo poter celebrare: non meno persone che arrivano perché più persone vengono fermate o muoiono, ma meno morti perché nessuno è più costretto a rischiare la vita per cercare sicurezza e futuro». Nel frattempo, la Humanity 2 resta ferma nel porto di Lampedusa. E ogni ora di fermo, come ricorda l’equipaggio, è un’ora in meno passata in mare a cercare chi rischia di non essere visto da nessuno.
IL GOVERNO MELONI CELEBRA LA SUA LONGEVITÀ. MARCO REVELLI: “NULLA DA FESTEGGIARE IN BASSO. LA VITA QUOTIDIANA È PEGGIORATA”
“In questi anni di governo Meloni la vita quotidiana è peggiorata. Festeggiano una grazia ricevuta, la durata non è di per sè stessa un merito, anche per gli individui si raggiungono età avanzate ma dipende dai contenuti di quelle vite; non c’è nulla da festeggiare in basso, tra di noi, tra la gente, tra i cittadini comuni, tra i lavoratori“. È il commento perentorio, ai microfoni di Radio Onda d’Urto, del prof. Marco Revelli, storico, sociologo, che ha insegnato Scienza della politica presso Facoltà di Scienze politiche dell’Università del Piemonte Orientale al record di longevità del governo Meloni nella storia della Repubblica. Tra i successi enunciati di questi 1413 giorni viene ribadito l’aumento dell’occupazione “ma non si è mai visto che una buona crescita dell’occupazione si accompagnasse ad una diminuzione dei salari, invece questa è la realtà”. Se anche altri indicatori economici non sono positivi, il prof. Revelli si chiede: “cosa resta dell’azione governativa oltre all’ossessione securitaria-repressiva?”.  “Restano i proclami anti-immigrazione – risponde Revelli – resta il dare in pasto ad una popolazione in difficoltà un capro espiatorio, uno strato sociale collocato più in basso di chi sta più in basso tra i cittadini, in modo tale che si possano in qualche modo gratificare perché esiste qualcuno che sta sotto di loro; è un meccanismo perverso, un meccanismo che regola tutte le forme di degrado sociale e civile e tutti i governi di destra”. Per il prof. Revelli “la forza di Meloni sta nella debolezza della sua opposizione, nelle posizioni ondivaghe e schizofreniche, su molti terreni, come sulla politica estera, del Partito Democratico e di una parte consistente di quello schieramento che non si oppone con la forza e che ci si aspetterebbe che facesse alla politica di riarmo e alla deriva verso una guerra generalizzata; temi che dovrebbero stare in cima all’agenda politica anche se nelle tornate elettorali nell’agenda poi contano di più i temi legati alle condizioni di vita. L’ondata di indignazione che ha accompagnato Israele prima per il genocidio a Gaza e poi per la dissennata guerra all’Iran, in parte la si vedrà nelle urne, la si vedrà soprattutto nel voto all’opposizione che sarà tanto più convinto quanto maggiore sarà la compattezza di questa opposizione nella critica alle politiche occidentali a favore di Israele e nella critica al rischio di guerra generalizzata verso cui sta scivolando la questione ucraina”. L’intervista di Radio Onda d’Urto al prof. Marco Revelli, storico, sociologo, che ha insegnato Scienza della politica presso Facoltà di Scienze politiche dell’Università del Piemonte Orientale. Ascolta o scarica.          
September 4, 2026
Radio Onda d`Urto
La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria
In Francia, da settembre 2026, viene reintrodotto il servizio militare anche se per ora a carattere volontario. Si tratta di una leva su base volontaria (dunque non obbligatoria) aperta a giovani di 18 e 19 anni, sia uomini che donne, che abbiano la cittadinanza francese. La leva durerà in totale […] L'articolo La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano
Italia, Ruanda e la nuova esternalizzazione dei rimpatri
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra non aver molto in comune con la Prima Ministra danese Mette Frederiksen, se non il fatto di essere le uniche due donne al governo in Europa. Tuttavia, a inizio agosto, in seguito ai fatti avvenuti a Ceuta e Melilla, entrambe hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta che, nonostante le differenze, ciò che le accomuna è il desiderio di “difendere l’Europa” da coloro che “vogliono imporci stili di vita che non vogliamo”, desiderio che si traduce ovviamente nella implementazione di una politica migratoria rigorosa. Essa però, ai loro occhi, non basta più. Occorre “realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa”. “Ci stiamo lavorando con impegno”, scrivono.  Era già evidente come il modello Albania, promosso dall’Italia, fosse stato accolto e sostenuto non solo dalla Danimarca ma dall’Unione Europea stessa. Infatti, in seguito al nuovo regolamento per il rimpatrio dei migranti approvato dal Parlamento europeo a giugno 1, 19 Paesi hanno scritto una lettera ai leader europei, sottolineando la necessità di “dimostrare risultati concreti” e “portare avanti quanto prima soluzioni nei Paesi terzi”. La principale soluzione sono proprio i centri per il rimpatrio (return hub), strutture in cui trattenere coloro che non hanno un diritto legale a restare nel territorio europeo e che sono destinatarie di un provvedimento di rimpatrio. I centri potranno essere costruiti anche in un uno Stato non appartenente all’UE, basta che abbia un accordo con uno Stato membro, così come succede in Albania da ottobre 2024 2.  I centri sono luoghi di transito, dove le persone vengono collocate in attesa di essere rimpatriate nel Paese di origine, ma possono diventare vere e proprie strutture di detenzione. Nel caso albanese erano destinati a ospitare soltanto richiedenti asilo, esternalizzando la procedura, che veniva gestita dalle autorità italiane. Dopo una serie di ricorsi legali, nel marzo 2025 il governo Meloni ha trasformato il centro in una struttura per le espulsioni di migranti irregolari che avevano già ricevuto una decisione di rimpatrio. Questo cambiamento ha reso la struttura albanese un primo precursore dei centri per il rimpatrio, ma sono ancora le autorità italiane a gestirlo e a essere responsabili del rimpatrio finale dei migranti. Il modello europeo potrebbe, invece, esternalizzare interamente la gestione e la responsabilità delle procedure di asilo e di espulsione a un Paese non appartenente all’UE. Nello specifico, Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi hanno confermato di essere in trattativa per l’istituzione di tali strutture in Paesi come Uganda, Ruanda e Ghana. Il loro obiettivo è concludere la prima partnership entro la fine dell’anno, con la firma prevista all’inizio del 2027 3.  Al momento, comunque, solo il Ruanda ha confermato di essere in trattative con l’Italia, confermandosi un partner strategico. Illustrazione: Wikimedia commons La portavoce del governo ruandese Yolande Makolo ha ribadito che “i richiedenti asilo sono africani” e il Paese non vuole “che gli africani soffrano in paesi che non li accolgono. Non vogliamo che intraprendano pericolosi viaggi attraverso il deserto e muoiano nel (mare) Mediterraneo (…), né in altri paesi che non li vogliono”. “L’ideale sarebbe che rimanessero a casa, avessero opportunità e sicurezza nelle proprie case. E se non riescono a ottenerlo, forse possono trovarlo in altri paesi, specialmente in Africa. (…) Vogliamo che i giovani africani siano felici vivendo nel loro continente e che contribuiscano a costruirlo insieme”, ha affermato 4.  Il Paese, infatti, aveva già stretto un accordo con il Regno Unito di Boris Johnson nel 2022 che prevedeva di mandare in Ruanda i richiedenti asilo arrivati irregolarmente nel Regno Unito, in cambio di finanziamenti a Kigali.  In seguito, la Corte suprema aveva bocciato il piano nel novembre 2023, ritenendo che il Paese non fosse sufficientemente sicuro, dato il rischio di persecuzione o di maltrattamenti, ed esso fu annullato durante il governo di Keir Starmer nel 2024. Il governo ruandese ha poi fatto causa chiedendo altri 115 milioni di sterline come risarcimento per i pagamenti futuri non corrisposti e la fine anticipata dell’intesa 5, risarcimento che è stato recentemente considerato illegittimo.  In realtà, già nel 2014 un accordo permise a Israele di trasferire nel paese africano alcune migliaia di eritrei e sudanesi 6; dal 2019, inoltre, il dispositivo dell’Emergency Transit Mechanism (ETM) di Gashora, nel distretto meridionale di Bugesera, avviato da Ruanda, Unione Africana e Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha raccolto profughi evacuati dalla Libia e in attesa di reinsediamento o rimpatrio volontario 7. Kigali skyline (PH: Wikimedia commons) La situazione politica attuale in Ruanda è dominata dal controllo del Fronte Patriottico Ruandese (RPF) e dalla presidenza di Paul Kagame, riconfermato nel luglio 2024 per un ulteriore mandato con oltre il 99% dei voti. Kagame governa il paese dal 2000 e le riforme costituzionali gli consentono di mantenere il potere, limitando lo spazio per l’opposizione politica e la libertà di stampa. Nel frattempo, il Paese persegue una rapida modernizzazione e un forte sviluppo economico, presentandosi come un modello efficiente di stabilità e attrazione per gli investimenti esteri. Tra questi, anche quelli del Piano Mattei 8 che, con l’aggiunta del Ruanda a luglio 2026 per “sostenere la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico nella Nazione”, arriva a interessare 18 Paesi africani 9.  La stabilità interna, basata anche su una forte repressione del dissenso, contrasta con le forti tensioni nella regione dei Grandi Laghi. Il Ruanda è infatti accusato da organismi internazionali e dalla Repubblica Democratica del Congo di sostenere i ribelli del movimento M23 e, nonostante i tentativi di mediazione diplomatica e i fragili accordi di pace sottoscritti tra le parti, la situazione lungo i confini con la RDC e il Burundi resta instabile e caratterizzata da ricorrenti scontri armati.  Anche per quanto riguarda gli altri Paesi, comunque, la situazione è poco chiara. Il Ghana ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per accettare nel proprio Paese migranti di altre nazionalità africane espulsi da Washington, fungendo da hub di transito, e diversi gruppi di difesa dei diritti hanno presentato ricorsi e cause legali contro lo Stato ghanese presso la Corte di Giustizia dell’ECOWAS e i tribunali locali, contestando la detenzione in strutture militari, la segretezza dell’accordo e il rischio di persecuzioni per i migranti rispediti nei paesi da cui erano fuggiti 10.  L’Uganda segue una strada simile a quella ruandese. Il Paese vive una forte tensione politica dopo la conferma del presidente Yoweri Museveni per il suo settimo mandato nelle elezioni di gennaio 2026: all’età di 81 anni e al potere dal 1986, Museveni ha vinto le elezioni con circa il 72% dei voti, tanto che il principale sfidante Bobi Wine ha denunciato brogli elettorali, violenze e arresti domiciliari per gli oppositori. Nel frattempo, cresce il peso politico del figlio del presidente, Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercito e considerato il possibile erede.  Come ha affermato Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si “rischia di creare un buco nero per i diritti umani con i suoi return hubs per i migranti” 11. L’Europa non è estranea alle politiche di esternalizzazione e le violazioni di lunga data dei diritti dei rifugiati e dei migranti in Libia e Tunisia dimostrano che la cooperazione migratoria volta a prevenire l’arrivo nell’UE porterà a gravi e diffuse violazioni dei diritti umani. “Come può qualcuno ragionevolmente credere che questa volta sarà diversa?”, chiede il Commissario.  L’UE sta chiaramente cadendo vittima di “retorica populista” sui migranti, ha detto Jean-Nicolas Beuze, rappresentante dell’UNHCR a Bruxelles. I rifugiati corrono il rischio di essere inviati in un paese dove possono “subire danni irreparabili” 12. Anche Human Rights Watch 13 ha costantemente riscontrato che le deportazioni verso paesi terzi espongono le persone a detenzioni arbitrarie, maltrattamenti, indigenza e rimpatrio a catena, cioè il ritorno in luoghi di pericolo. Secondo l’organizzazione, i Paesi UE dovrebbero abbandonare del tutto i piani per i centri per il rimpatrio, dato che nessuno dei paesi presi in considerazione supererebbe una seria revisione sulla situazione del rispetto dei diritti umani. 1. Approvato il nuovo regolamento UE sui rimpatri – Parlamento UE (giugno 2026) ↩︎ 2. Come sottolinea Euronews, inoltre, l’Italia prevedeva inizialmente di ospitare circa tremila migranti al mese nei centri albanesi, contro un numero effettivo appena 500 persone in totale da quando il complesso è stato convertito in centro per le espulsioni. Il costo complessivo supera i 670 milioni di euro e, secondo un recente studio dell’università di Bari, trattenere i migranti in questi centri si è rivelato molto più costoso per l’Italia rispetto alla loro permanenza sul proprio territorio ↩︎ 3. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan, Politico (giugno 2024) ↩︎ 4. Ruanda negozia con l’Italia di accogliere richiedenti asilo espulsi dal paese europeo, Democrata (agosto 2026) ↩︎ 5. Corte respinge richiesta del Ruanda: niente 115 milioni dal Regno Unito per piano migranti bocciato, EuroNews (giugno 2026) ↩︎ 6. Il Ruanda apre al modello Ruanda. Ma l’Italia è ferma al modello Libia – Il Manifesto (agosto 2026) ↩︎ 7. Il Ruanda apre alle espulsioni europee: «Stiamo trattando con l’Italia» – Africa Rivista (agosto 2026) ↩︎ 8. Piano Mattei per l’Africa, Presidenza Consiglio dei Ministri ↩︎ 9. Questo link un database strutturato dei dati degli investimenti del Piano in Africa con una tabella Excel scaricabile ↩︎ 10. Rights lawyers sue Ghana over third-country deportation deal with Trump administration, PB News (giugno 2026) ↩︎ 11. Europe is at risk of creating a human rights black hole with its ‘return hubs’ for migrants, The Guardian (luglio 2026) ↩︎ 12. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan – Politico (giugno 2026) ↩︎ 13. Dangerous EU Momentum Towards Offshore Deportation Centers – HRW (giugno 2026) ↩︎
La scuola e la cultura del riarmo
GUERRE, CRISI ECOLOGICHE E IL RUOLO DELL’EDUCAZIONE DI FRONTE ALLA NORMALIZZAZIONE BELLICA Quando pensiamo alla guerra, tendiamo quasi sempre a guardare al momento esatto in cui essa esplode visivamente: i bombardamenti, le macerie, le immagini dei profughi e i conteggi drammatici delle vittime che scorrono quotidianamente sui nostri schermi. Con un meccanismo di auto-difesa psicologica, la definiamo quasi d’istinto come qualcosa che accade «altrove». Osserviamo Gaza, le sue città devastate e l’enorme, eppure taciuto, impatto ambientale e sistemico di quella distruzione. Tuttavia, la guerra non comincia mai con il lancio delle prime bombe. La guerra comincia molto prima, come ricordava l’arcivescovo metropolita di Napoli Domenico Battaglia nella sua Lettera ai mercanti della morte. Comincia quando una società si assuefà all’idea che il riarmo sia una necessità ineluttabile; quando il paradigma della «sicurezza» soppianta e sostituisce il linguaggio dei diritti fondamentali; quando il concetto di «nemico» diventa l’unica lente attraverso cui interpretiamo la complessità del mondo. È proprio da questa consapevolezza che nasce la necessità di riflettere su Gaza partendo anche da ciò che accade all’interno delle nostre istituzioni educative. Parlare di Gaza significa infatti parlare della scuola e dell’università italiana ed europea: la corsa alle armi, infatti, non riguarda unicamente gli apparati militari, ma penetra capillarmente nei tessuti della cultura, dell’informazione e dell’educazione. Negli ultimi anni si è assistito a una presenza sempre più strutturata e istituzionalizzata dell’industria della difesa all’interno del sistema scolastico nazionale. Tra i protagonisti di questo processo spicca Leonardo S.p.A., il principale colosso italiano dell’aerospazio e della difesa, che da tempo partecipa attivamente ai percorsi di Formazione Scuola-Lavoro (FSL, ex PCTO), promuovendo iniziative di orientamento, laboratori e moduli didattici incentrati sulle discipline STEM. Per cogliere la reale portata di questa dinamica è indispensabile analizzare il ruolo svolto dalla Fondazione Leonardo ETS. Piuttosto che due entità distinte, ci si trova davanti a un continuum strategico e istituzionale: la Fondazione è stata istituita da Leonardo S.p.A. in veste di Socio Fondatore, ne trae la quasi totalità dei finanziamenti [ndr: il 99% nel 2024, ultimo bilancio disponibile] e vede nei propri organi direttivi alcune medesime figure apicali dell’azienda. La Fondazione Leonardo ETS opera, nei fatti, come un vero e proprio braccio culturale e pedagogico no-profit del colosso bellico, consentendo all’azienda di fare il proprio ingresso nelle classi e di superare le fisiologiche resistenze etiche di docenti e famiglie. La capillarità di questo fenomeno è stata documentata nel dettaglio dal recente dossier “La scuola di Leonardo. Scuole e industria militare: forme e dispositivi della complicità con il genocidio. Il caso di Roma”, curato da BDS Roma e firmato dal ricercatore Gianluca Coeli. Il report, che mappa la presenza aziendale nelle scuole romane e nazionali, rileva che ben 19 istituti superiori su 125 analizzati vantano collaborazioni formalizzate con Leonardo S.p.A. o con la sua Fondazione. Un caso emblematico è quello del Liceo Digitale dell’IIS Carlo Matteucci di Roma — nato proprio su impulso della Fondazione — dove gli studenti affrontano temi come intelligenza artificiale, robotica e cybersicurezza svolgendo moduli di FSL con tutor dell’azienda e visitando i relativi siti produttivi. A questo quadro si aggiungono percorsi su scala nazionale come “In volo con Leonardo”, integrato nella piattaforma STEMLab (sviluppata in partnership con Educazione Digitale / CivicaMente), che eroga pacchetti di circa 25 ore certificate su droni, sistemi di sorveglianza e intelligenza artificiale. Parallelamente, attraverso la collaborazione tra la Fondazione e HUB Scuola (Gruppo Mondadori), è nata la piattaforma “A Scuola di STEM”, promossa anche da Uffici Scolastici Regionali come quello della Calabria, portando le video-lezioni di ingegneri e tecnici di un colosso dell’industria militare direttamente all’interno della didattica curricolare. Il nodo centrale della questione non risiede soltanto nei soggetti che varcano le soglie degli istituti scolastici, ma nella cornice discorsiva con cui vi entrano. Le tecnologie promosse dall’industria della difesa nelle scuole rientrano per la quasi totalità nella categoria del dual use, ovvero tecnologie a duplice uso, civile e militare. L’intelligenza artificiale può affinare la diagnostica medica ma anche guidare droni d’attacco autonomi; i sistemi satellitari possono monitorare gli incendi boschivi o coordinare attacchi tattici sul campo; la cybersicurezza protegge la rete di un ospedale così come costituisce il pilastro della guerra cibernetica contemporanea. Il problema etico e pedagogico sorge quando agli studenti vengono presentate esclusivamente le ricadute civili di queste tecnologie, mentre viene completamente omesso il fatto che a svilupparle sono aziende la cui principale attività economica rimane la produzione e la vendita di armamenti. Ci troviamo di fronte a quello che si potrebbe definire un “dual-use washing”: un’operazione di legittimazione e valorizzazione sociale che rende del tutto accettabile e persino auspicabile il ruolo dell’industria bellica nell’immaginario dei giovani. Il quadro si articola ulteriormente considerando che Leonardo partecipa, assieme a grandi gruppi bancari e industriali come UniCredit, Banco BPM, Enel e Autostrade per l’Italia, alla Fondazione per la Scuola Italiana ETS. L’intento dichiarato è quello di intervenire direttamente sui programmi FSL, sull’orientamento e sulla formazione dei docenti. Non si tratta dunque di semplici progetti extracurricolari, ma della partecipazione attiva di attori dell’industria della difesa alla definizione delle linee di indirizzo educativo dell’intero Paese. Di fronte a queste trasformazioni, la domanda da porsi non è di natura luddistica, né si tratta di demonizzare la tecnologia in sé. La vera questione riguarda la visione di scuola che stiamo costruendo. Se nei contesti di guerra aperta, come a Gaza, le scuole e le università vengono fisicamente annientate in quanto simboli e presidi del futuro di un popolo, nei contesti europei il rischio è sottile ma altrettanto profondo: che la scuola venga gradualmente cooptata fino a trasformarsi in uno strumento di normalizzazione e assuefazione culturale alla guerra. In questa prospettiva si inserisce anche il rinnovato dibattito europeo attorno alla leva militare. Superata la forma classica della coscrizione obbligatoria del Novecento, il linguaggio istituzionale odierno fa ricorso a categorie quali «servizio volontario», «riserva operativa», «resilienza civile» e «cittadinanza attiva». Si va definendo quello che si configura come un apparente ossimoro: un modello di leva volontaria/obbligatoria. Un esempio è quanto avviene in Germania, dove l’introduzione di un questionario informativo obbligatorio per i diciottenni maschi permette allo Stato di tracciare competenze e disponibilità per la costruzione di una banca dati utile alla riserva. Anche in Italia l’ipotesi di rafforzare la riserva militare e di introdurre forme di preparazione e addestramento per la popolazione civile è entrata stabilmente nell’agenda politica bipartisan e nei recenti provvedimenti legislativi (come il cosiddetto DDL Crosetto). Questo insieme di dispositivi traduce sul piano pratico la dottrina della “Difesa Totale“ (Total Defence): un modello elaborato nei Paesi scandinavi durante la Guerra Fredda e oggi riproposto a livello comunitario. Secondo tale approccio, in caso di crisi o conflitto non sono unicamente le Forze Armate a doversi mobilitare, ma l’intera compagine sociale — inclusi i settori dell’istruzione, della ricerca e dell’informazione. Non si attende l’evento bellico per organizzare la società; si pre-organizza la società in funzione dell’eventualità della guerra. Sul piano pedagogico, ciò si traduce in ciò che la stessa NATO definisce guerra cognitiva: un terreno di scontro in cui il consenso della popolazione viene orientato ad accettare la militarizzazione come un passaggio ineludibile e la “sicurezza” come un valore supremo, prioritario rispetto all’esercizio dei diritti civili e sociali. Qual è allora il ruolo della scuola di fronte a questa progressiva assuefazione culturale? La scuola ha il compito etico e istituzionale fondativo di sviluppare il pensiero critico, la capacità d’analisi autonomo e la complessità, non certo quello di favorire l’adeguamento passivo a processi di militarizzazione. Per tali ragioni, assume un significato preciso l’adesione al Manifesto di resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra, promosso dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Il manifesto rilancia la scelta dell’obiezione di coscienza totale e collettiva: la determinazione, da parte della comunità educante, di non farsi ingranaggio della cultura del riarmo. Fare obiezione di coscienza oggi significa rifiutare la normalizzazione della logica bellica negli spazi pubblici e difendere con fermezza l’autonomia della ricerca e dell’insegnamento. Significa sottrarre la formazione dei giovani alle esigenze dell’industria bellica e riaffermare che educare non vuol dire addestrare o preparare al conflitto, ma fornire agli individui gli strumenti culturali necessari per prevenirlo e decostruirlo. Riflettere su questi temi significa, infine, accogliere l’invito alla responsabilità giunto dalla società civile palestinese. Nel suo appello rivolto alla comunità internazionale, il Popular Art Centre di Ramallah ha sintetizzato così la natura della solidarietà contemporanea: «Vi scriviamo oggi dalla Palestina non per chiedere compassione, ma per chiedere che si agisca». Si tratta di un cambio di prospettiva fondamentale: non viene chiesta commiserazione o pietà, ma l’assunzione di una precisa responsabilità politica ed etica. La questione palestinese — così come la difesa di uno spazio educativo libero da logiche belliche — non è una semplice emergenza umanitaria, ma una grande questione di libertà, giustizia e autodeterminazione. Le parole conclusive che giungono da Ramallah tracciano la rotta anche per chi, all’interno delle scuole e delle università, lavora quotidianamente per custodire il senso profondo dell’educazione: «La vostra solidarietà non è simbolica. Dà speranza alle persone. Rafforza coloro che continuano a credere nella giustizia. La giustizia può essere ritardata, ma non deve mai essere abbandonata». Fonti citate * BDS Roma / Gianluca Coeli, “LA SCUOLA DI LEONARDO. Scuole e industria militare: forme e dispositivi della complicità con il genocidio. Il caso di Roma”. * Domenico Battaglia (Arcivescovo Metropolita di Napoli), “Lettera ai mercanti della morte”. * Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, “Manifesto di resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra”. * Popular Art Centre di Ramallah, “Un appello dalla Palestina ai popoli liberi del mondo”. Alessandra, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Lanciata la petizione: Per un’istruzione e una ricerca libere dalla militarizzazione
SI È TENUTA IERI POMERIGGIO A ROMA LA CONFERENZA STAMPA DI LANCIO DELLA CAMPAGNA “LA CONOSCENZA NON MARCIA”. DA METÀ SETTEMBRE, HANNO CHIARITO LE REALTÀ DI STUDENTI, STUDENTESSE, DOCENTI, RICERCATRICI E RICERCATORI, CONTESTUALMENTE ALLA RIPARTENZA DELL’ANNO SCOLASTICO E ACCADEMICO, PARTIRÀ LA RACCOLTA FIRME A SOSTEGNO DELLA PETIZIONE POPOLARE CHE CHIEDE IL DIVIETO DI COLLABORAZIONE TRA ISTRUZIONE E FILIERA MILITARE INDUSTRIALE, IL RICONOSCIMENTO DELL’OBIEZIONE DI COSCIENZA E LA ISTITUZIONI DI OSSERVATORI INDIPENDENTI IN ISTITUTI SCOLASTICI E ATENEI. Sintesi Vietare ogni collaborazione della scuola e dell’università con il complesso militare-industriale per favorire un’istruzione libera dalla guerra in senso ampio, sia in termini di ricerca e sviluppo di tecnologie e conoscenze a fini bellici, sia in termini educativi, sociali e culturali. Garantire, nel mondo dell’istruzione e della ricerca, il diritto ad esprimere il proprio dissenso per i propri convincimenti morali, filosofici o religiosi, e di rifiutare di effettuare la propria prestazione lavorativa se questa è connessa direttamente o indirettamente con le armi e la guerra, in linea con il ripudio costituzionale della guerra. Oggetto: Petizione popolare ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione italiana – Per un’istruzione e una ricerca libere dalla militarizzazione (promossa dalla campagna La Conoscenza Non Marcia). I sottoscritti cittadini italiani, mediante la presente petizione redatta ai sensi dell’art. 50 della Costituzione e dell’art. 109 del Regolamento della Camera dei Deputati, intendono sottoporre alla Camera dei Deputati la seguente richiesta di intervento legislativo. Premesso che Politiche e interessi economici orientano sempre più il mondo dell’istruzione, dell’università e della ricerca verso un’economia e cultura militarizzata. Questa deriva mette a rischio il principio costituzionale che richiede all’Italia di ripudiare la guerra (Art. 11), nonché la natura civile della scuola e dell’università come fondamento di democrazia e di costruzione della pace. Da tempo la ricerca è entrata a far parte del cosiddetto complesso militare-industriale, l’insieme di istituzioni, forze armate, aziende e investitori che producono armi, saperi e servizi a fini militari. In un’inchiesta di Altraeconomia dell’ottobre 2025 svolta in 31 atenei, la maggior parte di essi aveva accordi con varie aziende militari, tra le quali spicca Leonardo S.p.a., la partecipata dello Stato e 13° azienda di armamenti al mondo, oltre che fornitore della marina israeliana: in dettaglio, 23 atenei avevano accordi con Leonardo, 20 con Thales-Alenia Space S.p.a., 8 con il colosso dei missili terra-aria MBDA). Il Piano Europeo di Riarmo da 800 miliardi euro propone di aumentare in maniera decisiva le sinergie tra militare e civile, compreso scuola e università, per il rilancio dell’industria europea in chiave miliare. Si promuove così warfare come collante dell’Europa, a discapito del welfare. L’Italia si sta attrezzando di conseguenza. Secondo il Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa – Triennio 2025-2027 si dovrebbe avviare, come ha spiegato il proponente Ministro della Difesa Crosetto “Defence Summit” organizzato da IlSole24Ore a fine 2025: «un modello in cui industria, università, ricerca, difesa sono tutt’uno. I centri sperimentali di Esercito, Marina, Aeronautica devono stare insieme all’università». La questione è ribadita nel documento programmatico pluriennale per la difesa – Triennio 2025-2027 del Governo della Repubblica italiana: “Ricerca e sviluppo. Le attività di ricerca scientifica e tecnologica sono coordinate dalla Direzione nazionale degli armamenti e includono il Piano nazionale della ricerca Militare (PNRM), i progetti dei Centri test della Difesa, gli accordi con università e i programmi di cooperazione a livello Ue, NATO e internazionale (tra cui sono citati quelli in ambito Agenzia europea della difesa, Fondo europeo della difesa, NATO Science and Technology Organization, DIANA e NATO Innovation Fund). Fino al 2039 sono previsti fondi per 1.5 miliardi di euro, di cui il 75% per programmi di cooperazione.” La “Cittadella dell’Aerospazio” di Torino è tra le sperimentazioni più emblematiche. Si tratta di un progetto della NATO denominato DIANA (Defence Innovation Accelerator North Atlantic) per lo sviluppo di tecnologie a doppio uso (civile e militare). Coinvolge Leonardo e il Politecnico di Torino (in violazione allo statuto d’Ateneo). Viene sostenuto dalle istituzioni locali come opportunità di sviluppo territoriale sulle ceneri del settore automobilistico. Sul sito del comune di Torino si legge: “Facendo leva sulla collaborazione tra Leonardo e il Politecnico, si creerà un sistema interconnesso dove coesistono l’accademia, la ricerca e i laboratori di sviluppo tecnologico, le start up e le piccole medie imprese, e la grande impresa” (citato in questo articolo di Internazionale). Il modello torinese trova applicazione in progetti come il Rome Technopole, che unisce atenei del Lazio, enti locali e colossi bellici (Leonardo, Thales Alenia Space, MBDA). Nei territori con basi militari, la NATO si radica stipulando accordi con le università per tirocini nei comandi, attività didattiche gestite da militari, visite guidate e PCTO nelle basi. La presenza atlantica orienta inoltre la ricerca e la didattica attraverso programmi specifici come il NATO SPS Programme, il NATO Model Event dell’università di Bologna o l’esercitazione “Mare Aperto”, condotta con la Marina Militare e circa 14 atenei. L’integrazione tra istruzione e settore militare punta, inoltre, a normalizzare la guerra agendo con forza sul piano simbolico e valoriale ad ogni ordine scolastico, dall’infanzia agli ITS. Tra i vari documenti, la Risoluzione del Parlamento europeo del 2 aprile 2025 del Parlamento europeo, sull’attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune, all’articolo 167 chiede: di mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili. Oltre che in varie dichiarazioni ufficiali, forme d’intervento in tal senso sono già molteplici nelle scuole e università italiane, come documenta l’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università: progetti formativi (dalla legalità al cyberbullismo) affidati a militari anziché a pedagogisti; visite in caserma, alzabandiera e cerimonie ufficiali; stage e PCTO con forze armate o industrie belliche; giornate di orientamento e reclutamento. Casi emblematici includono il primo liceo digitale a Roma guidato da docenti Leonardo, i corsi di inglese ed educazione alimentare tenuti da personale NATO e US Navy, e i moduli STEM promossi da Leonardo tramite principali case editrici (Treccani, Mondadori), penetrando così direttamente nell’editoria scolastica. A fronte della spinta militarista che li coinvolge, alcuni atenei e scuole si stanno tutelando per mantenere fede al ripudio costituzionale della guerra (Art. 11) e la missione civile del mondo dell’istruzione e della ricerca. Nel 2025, per esempio, l’Università di Pisa ha modificato lo Statuto introducendo il divieto di partecipazione a qualsiasi progetto finalizzato allo sviluppo di armamenti bellici. Considerato che L’articolo 11 della Costituzione impone alla Repubblica di ripudiare la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, promuovendo la pace e la giustizia fra le Nazioni; I SOTTOSCRITTI, PROMOTORI DELLA CAMPAGNA “LA CONOSCENZA NON MARCIA”, CHIEDONO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI DI APPROVARE LE SEGUENTI PROPOSTE: 1. VIETARE COLLABORAZIONI, tramite opportune misure normative, tra istituzioni scolastiche e accademiche e il complesso militare-industriale: progetti di didattica, ricerca e Terza missione con industrie belliche, con istituzioni (incluse università) di Paesi che attuano genocidio, oppressione coloniale, segregazione e pulizia etnica (come Israele), e con organizzazioni internazionali (es. NATO) che alimentano guerre e riarmo; partecipazione di docenti a organizzazioni militari o legate all’industria bellica (es. Med-Or); finanziamenti e partnership con aziende belliche e con realtà che collaborano con governi violatori del diritto internazionale; corsi, master, scuole di specializzazione, eventi didattici e di orientamento in università e scuole in collaborazione con forze armate e forze dell’ordine, che devono restare fuori dal sistema educativo; eventi con forze armate e con forze dell’ordine dentro le scuole su tematiche educative che esulano dai loro compiti specifici. 2. costituire un ORGANO DI CONTROLLO E SUPERVISIONE nelle istituzioni dell’istruzione scolastica e universitaria di ogni ordine e grado e negli enti di ricerca, per monitorare, rendere pubblici e intervenire in merito a qualsiasi accordo, partnership, iniziative di scambio, protocolli di intesa e su ogni aspetto etico che riguarda le azioni di atenei, scuole o enti di ricerca in rapporto con altri enti pubblici o privati. Tale organo, da costituirsi necessariamente composto da figure indipendenti al fine di garantirne la credibilità, deve poter essere interpellato mediante meccanismi di partecipazione democratica sia dalla componente studentesca che dal personale (docente e non docente). 3. garantire l’OBIEZIONE DI COSCIENZA nelle scuole, nelle università e negli enti di ricerca, per consentire, in protezione da qualunque controllo del potere esecutivo e dalla ‘gerarchia interna’ (incluso un pregiudizio sul lavoratore), il rifiuto di mansioni legate al complesso militare-industriale e il settore della difesa: gite in basi militari, collaborazioni universitarie con il comparto bellico, accordi di ricerca. Il docente, ricercatore, personale amministrativo potrà, in coerenza con l’obiezione di coscienza prevista dalla legge, astenersi dall’attività se nel suo dipartimento/ scuola/ centro/ facoltà venga organizzata un’iniziativa bellica. Lo studente potrà rifiutare di partecipare a corsi o ad incontri comunque finalizzati alla logica della guerra senza che da tale rifiuto derivi alcun pregiudizio al proprio andamento scolastico o universitario. Tutte le info su www.laconoscenzanonmarcia.com Facebook: La Conoscenza Non Marcia Mail: info@laconoscenzanonmarcia.com https://www.instagram.com/p/DcyZrZ-DeAe/?igsi=aGZ5b3oyZ2I3N2Q4 -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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