Trieste e la Rotta balcanica: politiche di frontiera, esclusione e pratiche di solidarietàSostieni Melting Pot
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Dalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino
alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i
meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di
solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot 1.
PH: Stefano Gili, Officina 31021
LA FRONTIERA ORIENTALE E LE CONTRADDIZIONI DEL SISTEMA EUROPEO
La frontiera orientale italiana rappresenta uno dei luoghi in cui emergono con
particolare chiarezza le contraddizioni del sistema europeo di asilo.
Trieste, al confine con la Slovenia e all’interno dello spazio Schengen, è un
punto di passaggio della cosiddetta Rotta balcanica, percorsa da persone
provenienti, tra gli altri Paesi, soprattutto da Afghanistan, Siria, Iraq,
Pakistan e Bangladesh.
Le ragioni della partenza sono diverse e comprendono guerre, persecuzioni,
instabilità politica, crisi economiche e assenza di prospettive di vita sicure.
Parlare genericamente di «pressione migratoria» rischia di cancellare le storie
individuali e i contesti che spingono le persone a partire, trasformando
esperienze complesse in un problema da contenere 2.
A Trieste, la frontiera rivela così il suo volto più profondo. Non è soltanto
una linea geografica, ma un dispositivo che regola la mobilità, seleziona
l’accesso ai diritti e può condannare all’attesa, alla precarietà e
all’invisibilità.
Il confine diventa anche un metodo per stabilire chi può muoversi, a quali
condizioni e con quali possibilità di essere riconosciuto e tutelato 3. Il
controllo, infatti, non si ferma ai posti di frontiera, ma prosegue negli
uffici, nelle procedure d’asilo, nell’accesso all’accoglienza e nella ricerca,
spesso disperata, di un riparo e di assistenza.
In questo scenario si colloca il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo,
entrato in applicazione il 12 giugno 2026, che ridefinisce le procedure di
screening, asilo e rimpatrio e i meccanismi di solidarietà tra gli Stati membri
4.
La sua attuazione, però, deve garantire il rispetto dei diritti fondamentali,
della dignità umana, dell’accesso effettivo all’asilo, della protezione delle
persone vulnerabili, del principio di non-refoulement e del diritto a un ricorso
effettivo. Ma, oggi, tali garanzie sembrano passare in secondo piano nelle
politiche migratorie, anziché rappresentare obblighi imprescindibili per
un’Unione europea fondata sui diritti umani e sullo Stato di diritto.
Per questo il monitoraggio indipendente alle frontiere è indispensabile,
soprattutto dove le barriere linguistiche e la mancanza di assistenza legale
rischiano di lasciare gli abusi senza voce e le persone senza strumenti per
difendersi.
Anche durante i controlli temporanei al confine italo-sloveno, previsti fino al
18 dicembre 2026, gli obblighi di tutela dei diritti fondamentali restano
invariati 5.
La sfida di Trieste è dunque impedire che la frontiera diventi una soglia oltre
la quale i diritti si assottigliano. Garantire procedure accessibili,
accoglienza e protezione significa riconoscere che dietro ogni attraversamento
c’è una persona, non un’emergenza o numero da respingere.
SECURITIZZAZIONE, ESTERNALIZZAZIONE E DETERRENZA
Gianfranco Schiavone, presidente dell’ICS e collaboratore di Altreconomia e
ASGI, interpreta quanto accade lungo il confine orientale come parte di una
trasformazione più ampia delle politiche europee: dalla gestione della mobilità
alla costruzione di ostacoli che mirano a impedire o scoraggiare gli
attraversamenti, anche attraverso la cooperazione con Paesi terzi e condizioni
di permanenza particolarmente difficili per chi arriva 6.
Questa lettura si collega al concetto di securitizzazione, che descrive il
processo attraverso cui la migrazione viene rappresentata soprattutto come una
minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico, legittimando controlli più rigidi
e politiche di deterrenza 7.
Le persone migranti diventano così il bersaglio su cui concentrare paure e
responsabilità, mentre passano in secondo piano le cause strutturali dei
problemi. Il dibattito degli ultimi anni si è spesso concentrato sulla mera
denuncia dell’emergenza e sulla richiesta di misure restrittive, senza
sviluppare soluzioni durature.
Il successo delle politiche migratorie viene misurato soprattutto in base alla
capacità di bloccare gli arrivi, mentre l’accesso all’asilo, l’accoglienza, la
salute e l’inclusione sociale diventano questioni secondarie.
A questo modello si è affiancato il processo di esternalizzazione delle
frontiere, attraverso cui l’Unione europea ha progressivamente trasferito parte
delle attività di controllo dei flussi migratori ai Paesi terzi, mediante
accordi, finanziamenti e forme di cooperazione operativa 8.
Questo meccanismo può essere letto come una sorta di subappalto delle
responsabilità: affidando ad altri Stati la gestione e il contenimento dei
movimenti migratori, l’Unione europea rischia di delegare anche la tutela dei
diritti delle persone coinvolte, allontanando i controlli dai propri confini
senza per questo venir meno agli obblighi internazionali in materia di diritti
umani e protezione dei rifugiati.
La strategia diventa problematica quando privilegia la deterrenza a scapito
dell’accesso all’asilo e delle garanzie dei diritti umani 9.
Tali pratiche devono rispettare il principio di non-refoulement, sancito dalla
Convenzione di Ginevra, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e
dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Il principio vieta, nei termini previsti dal diritto applicabile, di trasferire
una persona verso luoghi in cui rischia persecuzioni o trattamenti inumani o
degradanti. Come chiarito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella
sentenza Hirsi Jamaa e altri c. Italia del 2012 10, gli accordi con Paesi terzi
non esonerano gli Stati dalle proprie responsabilità 11. Esternalizzare i
controlli non significa trasferire o cancellare gli obblighi di tutela.
Un paradosso riguarda la lotta ai trafficanti di persone. Infatti la chiusura
dei canali regolari e i respingimenti non eliminano la necessità di fuggire, ma
spingono le persone a tentare nuovamente il passaggio, affidandosi a
intermediari informali.
Finché persistono guerre, persecuzioni e crisi globali, che continuiamo a
finanziare oltretutto, le persone continueranno a migrare 12. Chiudere le vie
legali alimenta così il Game lungo la Rotta balcanica, rendendo i viaggi più
costosi e pericolosi e aumentando la dipendenza dai trafficanti 13.
Le riammissioni informali dall’Italia alla Slovenia, avviate nel maggio 2020,
rappresentano una contraddizione emblematica.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, i trasferimenti sarebbero spesso
avvenuti senza un’adeguata valutazione individuale, sufficienti garanzie
procedurali o un’effettiva possibilità di chiedere asilo 14.
Como osserva Schiavone, l’accordo bilaterale italo-sloveno del 1996 non poteva
giustificare trasferimenti privi delle necessarie garanzie. Gli Stati restano
vincolati dal diritto d’asilo, dal principio di non-refoulement e dal diritto a
una tutela giurisdizionale effettiva.
In alcuni casi, i trasferimenti sarebbero avvenuti senza provvedimenti
individuali, interpreti o un’effettiva verifica della volontà di chiedere
protezione, esponendo le persone al rischio di chain refoulement, cioè
respingimenti a catena verso la Croazia e poi la Bosnia-Erzegovina o la Serbia.
Negli ultimi decennio poi soprattutto, come noto e documentato, lungo la rotta
sono state inoltre denunciate percosse, maltrattamenti, distruzione di telefoni
e documenti e sottrazione di effetti personali 15.
MARGINALITÀ URBANA E INCLUSIONE DIFFERENZIALE
La fine delle riammissioni informali non è stata accompagnata da una risposta
strutturale sul fronte dell’accoglienza. La carenza di alloggi e i ritardi
amministrativi hanno continuato a spingere le persone verso condizioni di
abbandono e insediamenti degradati come l’ex Silos di Trieste 16.
Le carenze del sistema alimentano così vulnerabilità e ghettizzazione, mentre le
misure restrittive, spesso giustificate in nome della «sicurezza urbana»,
rischiano di compromettere proprio la sicurezza e la coesione sociale che
dichiarano di proteggere 17.
Lo sgombero del Silos, avvenuto il 21 giugno 2024, non ha, infatti, cancellato i
bisogni abitativi e sanitari di chi vi trovava riparo, così come
l’allontanamento dagli edifici dismessi e dagli spazi informali del Porto
Vecchio non elimina le cause dell’esclusione.
Ma si può davvero costruire sicurezza negando diritti e lasciando irrisolte le
cause della marginalità?
PH: Stefano Gili, Officina 31021
Le politiche che escludono in nome della sicurezza non rischiano forse di
produrre proprio ciò che dichiarano di voler combattere, alimentando un circolo
vizioso di insicurezza, abbandono e invisibilità? Bloccare la migrazione,
fenomeno che attraversa da sempre la storia umana ed europea, non significa
fermarla, ma costringere le persone a percorsi più pericolosi e informali.
La stessa Europa è il risultato dell’incontro tra popoli, culture e storie
diverse. Eppure, quando mancano vie legali, accoglienza e reali possibilità
d’integrazione, le persone non scompariranno, diventano ombre ai margini delle
città, private di diritti e prospettive.
Individuare, poi, un gruppo vulnerabile a cui attribuire le colpe dei problemi
collettivi è una strategia che ricorre da tempo nella storia. Costruire un capro
espiatorio è spesso più semplice che affrontare le responsabilità istituzionali,
le disuguaglianze e le carenze strutturali.
La persona migrante diventa così il bersaglio visibile su cui proiettare paure e
insicurezze, distogliendo l’attenzione sulle vere carenze. E, spesso,
storicamente questa tecnica del “diverso” responsabile si è messa in pratica.
Il controllo delle frontiere e i respingimenti si trasformano in risposte
simboliche, capaci di alimentare una narrazione di fermezza e raccogliere
consenso nell’elettorato. Se non è accompagnata da politiche strutturali di
accoglienza, inclusione e convivenza, la sicurezza rischia solo di ridursi a
propaganda uno slogan che individua un colpevole, promette una soluzione
immediata e rinvia ogni cambiamento reale.
La frontiera entra così nella città. Si manifesta nella possibilità diseguale di
accedere all’alloggio, ai servizi, alla registrazione amministrativa e allo
spazio pubblico.
Mezzadra e Neilson descrivono processi analoghi attraverso il concetto di
inclusione differenziale: non una semplice esclusione, ma una condizione in cui
l’accesso alla società rimane precario, incompleto e subordinato 18.
PROPAGANDA E COSTRUZIONE DEL NEMICO
In questo quadro, l’esternalizzazione delle frontiere si inserisce in un
contesto politico e sociale in cui alimentare la paura e individuare un nemico
comune diventa funzionale alla costruzione del consenso. In un mondo
attraversato da crisi economiche, sociali, culturali, educative e sanitarie, è
più facile attribuire le responsabilità a chi viene percepito come diverso che
affrontare le cause strutturali di queste difficoltà.
La propaganda contemporanea può così trasformare la persona migrante in un capro
espiatorio a cui imputare ogni problema: dall’insicurezza alla precarietà
economica, dalle difficoltà dei servizi pubblici alla sanità e all’istruzione.
Il migrante viene caricato di contraddizioni e accusato contemporaneamente di
sottrarre lavoro e di non lavorare, di gravare sul welfare e di non contribuire,
di essere invisibile e di occupare troppo spazio 19.
Come evidenzia Piero Gorza di OnBorders, dalla crisi del 2015 stiamo assistendo
a una vera e propria «guerra al migrante», in cui la persona diventa un’ombra:
presente nello spazio pubblico, ma privata della propria storia e ridotta a un
numero, un flusso o un’emergenza 20. Questo meccanismo sposta l’attenzione dalle
responsabilità e dalle scelte istituzionali ed economiche verso gruppi
vulnerabili e facilmente identificabili, mentre le misure di controllo vengono
presentate come prova di fermezza.
Affrontare effettivamente le crisi richiederebbe, al contrario, investimenti
strutturali e politiche di lungo periodo: rafforzare la sanità e l’istruzione,
garantire l’accesso alla casa e al lavoro, contrastare la marginalità e
l’esclusione, sostenere i territori e costruire comunità in cui l’incontro tra
persone con storie e culture diverse possa diventare una risorsa sociale e
culturale.
Richiederebbe una gestione condivisa a livello europeo, capace di superare la
logica dell’emergenza e di distribuire responsabilità e risorse. Ma sembra oggi
più importante e lungimirante investire in un carro armato, quanto piuttosto che
in educazione e sanità.
LE RETI DI SOLIDARIETÀ E L’ESPERIENZA TRIESTINA
Nel contesto triestino, l’attività dell’ICS, di Linea d’Ombra, del Centro Diurno
e di altre reti solidali dimostra l’importanza di risposte basate sui bisogni
concreti. La distribuzione di cibo e coperte, la medicazione delle ferite e la
«cura dei piedi» in Piazza della Libertà non sono soltanto forme di assistenza
immediata, ma anche gesti che restituiscono visibilità e dignità a persone
spesso ridotte a un fenomeno astratto.
Queste reti rappresentano infrastrutture informali di cura, fondamentali quando
i servizi pubblici risultano insufficienti, pur senza poter sostituire le
responsabilità istituzionali. La loro importanza è emersa anche dopo le
restrizioni alle attività di Linea d’Ombra il 16 ottobre 2026, che hanno
introdotto limitazioni di orario e nei fine settimana per ragioni di ordine
pubblico e fruibilità della piazza 21.
Notizie
«HANNO FATTO IL DESERTO E LO CHIAMANO DECORO»: A TRIESTE LA QUESTURA SFRATTA LA
SOLIDARIETÀ
La lettera a questora e prefetto contro i divieti in piazza della Libertà
Redazione
20 Ottobre 2026
Una volontaria di Linea d’Ombra ci ha raccontato il significato della sua
presenza in Piazza della Libertà:
«Per me, distribuire i pasti significa prendere consapevolezza del privilegio in
cui vivo. Il mondo non si esaurisce nella mia singola esistenza, ma è fatto di
persone che desiderano muoversi, spostarsi e cercare una vita migliore,
nonostante violenze e pericoli. Questa piazza è importante perché l’incontro con
queste persone significa riconoscerle nella loro umanità, restituendo loro
un’identità e una dignità che troppo spesso vengono negate, quando sono ridotte
a numeri, a vite invisibili, a ombre calpestate».
Dal 2020, come Officina 31021, sosteniamo le reti di solidarietà attive a
Trieste, tra cui Linea d’Ombra, ICS, Lungo la Rotta Balcanica, Fornelli
Resistenti e Mediterranea Saving Humans, contribuendo a garantire alle persone
cibo, vestiti, cure e, soprattutto, ascolto e vicinanza. Vedere oggi Piazza
Libertà così vuota ci lascia sgomenti.
Quello spazio sembra tornare a essere il simbolo dell’abbandono e
dell’esclusione, proprio là dove, nel tempo, sono nati legami, si sono
intrecciate storie, lotte e pratiche di cura.
Come ci ha raccontato Gianandrea Franchi, di Linea d’Ombra:
«Trieste, un tempo porto e incrocio di culture, ricca proprio grazie allo
scambio, alla contaminazione e al flusso continuo di idee e persone, oggi appare
vuota, chiusa e diffidente: non sappiamo più riconoscere la bellezza
dell’incontro».
Trieste rende visibili le contraddizioni del regime europeo di frontiera:
riammissioni informali, precarietà abitativa e difficoltà di accesso ai servizi
limitano concretamente l’esercizio dei diritti, mentre le reti di solidarietà
cercano di colmare le lacune dell’accoglienza. Il rischio è che la deterrenza
prevalga sulla tutela delle persone e sulle responsabilità istituzionali.
In questo contesto, il migrante diventa spesso il capro espiatorio di crisi
economiche e sociali che richiederebbero risposte strutturali. La sfida non è
scegliere tra controllo e accoglienza, ma coniugare legalità, protezione e
inclusione attraverso alloggi dignitosi, accesso alla salute, istruzione e
collaborazione tra istituzioni e società civile.
Le esperienze di solidarietà presenti a Trieste dimostrano che la marginalità
non è inevitabile. Governare la mobilità significa garantire i diritti e
costruire comunità in cui nessuno venga ridotto a un’ombra o trasformato in un
bersaglio delle paure collettive.
PH: Stefano Gili, Officina 31021
1. Leggi la presentazione del reportage: Il confine come dispositivo. Un
reportage sulle forme e le trasformazioni della frontiera europea ↩︎
2. Convenzione relativa allo status dei rifugiati, Ginevra, 28 luglio 1951, e
Protocollo relativo allo status dei rifugiati, New York, 31 gennaio 1967;
UNHCR, documentazione sul diritto d’asilo e sulla protezione
internazionale; ICS, Consorzio Italiano di Solidarietà, documentazione
sulle attività di accoglienza e tutela a Trieste, disponibile sul sito
ufficiale ↩︎
3. Border as Method, or, the Multiplication of Labor, Duke University (agosto
2013) ↩︎
4. «New migration and asylum rules enter into application: what is changing?»,
Commissione europea (12 giugno 2026) ↩︎
5. FRA (2024), documentazione sui diritti fondamentali alle frontiere;
comunicazioni ufficiali relative alla reintroduzione temporanea dei
controlli alla frontiera italo-slovena (19 giugno – 18 dicembre 2026) ↩︎
6. Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026. ↩︎
7. Security and Immigration: Toward a Critique of the Governmentality of
Unease, Didier Bigo (febbraio 2022); Huysmans, J. (2006), The Politics of
Insecurity: Fear, Migration and Asylum in the EU, London, Routledge ↩︎
8. Moreno-Lax, V. (2017). Accessing Asylum in Europe: Extraterritorial Border
Controls and Refugee Rights under EU Law. Oxford: Oxford University Press;
Lavenex, S. (2006), «Shifting Up and Out: The Foreign Policy of European
Immigration Control», West European Politics, 29(2), pp. 329–350; Sassen,
S. (2014); Gammeltoft-Hansen, T. (2011), Access to Asylum, Cambridge
University Press; Buzan, B., Wæver, O. e de Wilde, J. (1998), Security,
Lynne Rienner; SIPRI (2024) ↩︎
9. Lavenex, S. (2006), «Shifting Up and Out: The Foreign Policy of European
Immigration Control», West European Politics, 29(2), pp. 329–350;
Moreno-Lax, V. (2017), Accessing Asylum in Europe: Extraterritorial Border
Controls and Refugee Rights under EU Law, Oxford, Oxford University Press
↩︎
10. Corte europea dei diritti umani, sentenza del 23 febbraio 2012, caso Hirsi
Jamaa e altri c. Italia, ASGI (2012) ↩︎
11. Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Camera, Hirsi Jamaa e altri c.
Italia, ricorso n. 27765/09, sentenza del 23 febbraio 2012; CEDU, artt. 3,
13 e Prot. 4, art. 4; Carta dei diritti fondamentali dell’UE, artt. 18-19;
Convenzione di Ginevra del 1951, art. 33. ↩︎
12. Castles, S., de Haas, H. e Miller, M. J. (2014), The Age of Migration, 5ª
ed., Palgrave Macmillan; Sassen, S. (2014), Expulsions, Harvard University
Press; Wihtol de Wenden, C. (2018), Atlas des migrations, Autrement ↩︎
13. Triandafyllidou, A. e Maroukis, T. (2012), Migrant Smuggling, Palgrave
Macmillan; UNHCR (2020), documentazione sulla Rotta balcanica; OIM (2021);
OHCHR (2019); UNODC, documentazione sul traffico di migranti. ↩︎
14. ASGI (2020), documentazione sulle riammissioni informali al confine
italo-sloveno; Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio
2026 ↩︎
15. ASGI (2020); Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA,
2024); Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026. ↩︎
16. Schiavone, G. (2021); ICS, documentazione sulla prima accoglienza a
Trieste; Medici Senza Frontiere (MSF, 2023). ↩︎
17. OIM (2021); Campesi, G. (2018); Zagrebelsky, G. (2017) ↩︎
18. Mezzadra, S. e Neilson, B. (2013), Border as Method, or, the Multiplication
of Labor, Durham, Duke University Press ↩︎
19. Stephan, W. G. e Stephan, C. W. (2000), «An Integrated Threat Theory of
Prejudice», in Oskamp, S. (a cura di), Reducing Prejudice and
Discrimination, Lawrence Erlbaum Associates; Allport, G. W. (1954), The
Nature of Prejudice; Wodak, R. (2015), The Politics of Fear, SAGE. ↩︎
20. Gorza, P., intervista realizzata nel marzo 2026 ↩︎
21. Ikonomou, M. (2026), articolo sulle restrizioni a Linea d’Ombra, Domani, 16
ottobre 2026; RaiNews TGR FVG, «Stop alla distribuzione di cibo ai migranti
di piazza Libertà nel fine settimana», 17 ottobre 2026; Linea d’Ombra, sito
ufficiale. ↩︎