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Yemen: a Taiz l’escalation bellica aggrava l’emergenza
ACCESSO ALL’ACQUA A RISCHIO PER 1,6 MILIONI DI BAMBINI, DI CUI 52.000 COLPITI DA MALNUTRIZIONE ACUTA. I CASI SOSPETTI DI COLERA SONO GIÀ TRIPLICATI IN SOLE TRE SETTIMANE. Oggi – 20 ottobre 2026 – il rappresentante dell’UNICEF in Yemen, Akhil Iyer, ha dichiarato: > A Taiz l’escalation dei combattimenti e la mancanza di carburante stanno > minacciando i sistemi idrici dell’UNICEF che servono circa 3 milioni di > persone, di cui almeno 1,6 milioni bambini. > Lo Yemen è già una delle aree con maggiore scarsità d’acqua e Taiz sta > affrontando nuovamente pressioni sui servizi essenziali per migliaia di > famiglie sfollate. > Dall’ultima escalation a settembre, si stima che 120.000 persone – più della > metà di tutte le persone sfollate di recente in Yemen – sono state sfollate a > Taiz. > Molti sono fuggiti più volte, arrivando in comunità sovraffollate dove il cibo > scarseggia, l’acqua potabile è limitata e non hanno quasi più nulla per > sopravvivere. > I combattimenti hanno interrotto le principali vie di rifornimento, compreso > il corridoio Taiz–Aden. > Il cibo e il carburante scarseggiano sempre di più, i prezzi stanno aumentando > e i servizi essenziali rischiano di essere sospesi. >  Il Programma Alimentare Mondiale ha avvertito che le scorte di farina di > grano nelle zone colpite di Taiz sono quasi esaurite – uno sviluppo allarmante > in una provincia che già registra alcuni dei livelli più elevati di > insicurezza alimentare dello Yemen, con dieci dei suoi 16 distretti > precedentemente classificati a livelli di emergenza (Fase 4 dell’IPC). > Per le famiglie che faticano a sfamare i propri figli, questo è un altro colpo > devastante – in particolare per quelle che già soffrono di malnutrizione. > Quest’anno l’UNICEF ha sottoposto a screening oltre 168.000 bambini a Taiz, > riscontrando che più di 52.000 di loro erano colpiti da malnutrizione acuta, > quasi un bambino su tre tra quelli esaminati. > Ora, la carenza di gasolio minaccia di bloccare le pompe idriche, mentre il > costo dell’acqua trasportata su camion è triplicato dall’ultima escalation. > Per le famiglie che già faticano a procurarsi il cibo, l’acqua potabile sta > diventando sempre più inaccessibile. > L’UNICEF sta contribuendo a mantenere operativi i sistemi di pompaggio > dell’acqua che servono circa tre milioni di persone a Taiz, fornendo gasolio, > e sta al contempo garantendo servizi idrici e igienico-sanitari di emergenza a > oltre 300.000 persone. > Tuttavia, le conseguenze della carenza idrica vanno ben oltre la sete. L’acqua > non potabile e le condizioni igienico-sanitarie precarie aumentano il rischio > di malattie diarroiche e colera. > Queste malattie possono aggravare la malnutrizione impedendo ai bambini di > assorbire le sostanze nutritive di cui hanno disperatamente bisogno, > rendendoli più deboli e più vulnerabili a ulteriori infezioni. > In tutto lo Yemen, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità i casi > sospetti di colera sono già triplicati in sole tre settimane. > Per i bambini di Taiz, la fame, l’acqua non potabile e le malattie stanno > diventando una combinazione sempre più pericolosa. > L’UNICEF ha preposizionato quasi 8.000 cartoni di alimenti terapeutici pronti > all’uso per sostenere il trattamento dei bambini di Taiz affetti da > malnutrizione acuta grave. > Continuiamo a sostenere le strutture sanitarie, i trattamenti nutrizionali e i > servizi idrici essenziali. > Un bambino che soffre di malnutrizione non può permettersi di rinunciare alle > cure, non può permettersi di ammalarsi a causa dell’acqua non potabile. > Chiediamo a tutte le parti di proteggere i bambini e i civili, di > salvaguardare le reti idriche e le strutture sanitarie e di rispettare gli > obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario. > I bambini di Taiz hanno già sopportato anni di conflitto e privazioni. Non > possono permettersi di perdere i servizi che li tengono in vita. UNICEF
October 20, 2026
Pressenza
Yemen, la scommessa di Riad e il conto che pagano i civili
L’offensiva contro gli Houthi rilancia una guerra mai davvero conclusa. Tra fragilità della coalizione, interessi regionali e nuove vittime civili, anche la presenza militare italiana in Arabia Saudita solleva interrogativi politici. Si continua a raccontare lo Yemen come una guerra saudita contro il movimento Ansar Allah, noto come Houthi, e in questa cornice l’operazione «Yemen Dawn», annunciata domenica dal presidente del Consiglio presidenziale Rashad al-Alimi, sembra la mossa di una potenza che torna a colpire. Basta tornare indietro di qualche settimana per vedere una sequenza diversa. A metà settembre gli Houthi, con un’offensiva rapida, hanno preso Mokha, alcune isole e il territorio attorno a Bab al-Mandab, come ricostruisce Al Jazeera, mentre già dalla fine di luglio missili e droni colpiscono impianti industriali ed energetici sauditi, secondo quanto riportano i media statunitensi. L’annuncio di Alimi, che promette di riprendere ogni area in mano al movimento e indica in Sanaa il traguardo, arriva dunque da chi ha appena perso la costa, ed è difficile non leggerlo anche come un segnale rivolto agli alleati e alla propria opinione pubblica. I numeri che accompagnano l’operazione, trecentoventiquattro obiettivi colpiti e cento aerei impiegati, vengono dalla parte governativa e nessuno li ha confermati in modo indipendente. UNA COALIZIONE FRAGILE Il fronte che dovrebbe arrivare nella capitale è fragile in modo documentato. L’analista Elfadil Ibrahim, su Responsible Statecraft, ricorda che dopo l’uscita degli Emirati dallo Yemen, imposta da Riad alla fine dello scorso anno in risposta all’offensiva dei separatisti del sud, le fazioni schierate con il governo hanno ottenuto una busta paga e un sistema di identificazione biometrica comuni, ma nessun comando e nessun addestramento condivisi, come avrebbe ammesso lo stesso ministro della Difesa yemenita. Nella battaglia di Mokha, secondo la ricostruzione di un altro analista da lui richiamata, un falso ordine di ritirata diffuso via radio e sms con la voce clonata di un comandante ha attraversato cinque formazioni prive di una sala operativa in comune. Sono dettagli che descrivono più un insieme di eserciti sovrapposti che una forza unitaria, e rendono poco credibile l’idea di una marcia fino a Sanaa. RIAD E IL FRONTE REGIONALE Per capire perché Riad rilanci proprio ora bisogna guardare fuori dallo Yemen. Lo stesso articolo ricorda che il gasdotto est-ovest saudita, da cui passa fino al quattro per cento dell’offerta mondiale di petrolio, è stato messo fuori uso da droni partiti dall’Iraq, come ha confermato il ministero degli Esteri del regno, e che secondo l’agenzia AP, citando funzionari sauditi e iracheni, emissari houthi avrebbero lavorato in una sala operativa gestita da milizie irachene. Nelle stesse settimane è saltato l’incontro in Oman con l’Iran sul transito nello stretto di Hormuz, dopo le obiezioni di Riad al linguaggio del testo. L’Arabia Saudita si ritrova così con due passaggi marittimi in bilico, il Mar Rosso, dove le sue navi sono diventate un bersaglio dichiarato degli Houthi, e Hormuz, dove la trattativa con Teheran si è arenata, e lo Yemen diventa il terreno su cui si può almeno tentare di mostrare forza. Il quadro è quello di una guerra regionale riaccesa dal conflitto con l’Iran, che la tregua del 2022 aveva privato per qualche anno del carattere di scontro aperto, e che ora torna a servirsi del territorio yemenita come teatro. Definire gli Houthi un semplice proxy di Teheran, come fa il segretario di Stato Marco Rubio, spiega poco, perché il movimento nasce negli anni Novanta come reazione zaidita al proselitismo wahhabita finanziato da Riad nelle montagne del nord, e la sua ostilità verso i sauditi precede il sostegno iraniano. ALLEATI MENO DISPONIBILI DEL PREVISTO Gli alleati su cui Riad conta sono meno disponibili di quanto si pensi. Circa duecento militari americani si trovano in Arabia con compiti di intelligence e di individuazione degli obiettivi, e alla domanda se Washington colpirà gli Houthi per conto dei sauditi Donald Trump ha risposto in sostanza di no, sostenendo che il movimento gli ha fatto sapere di non volere uno scontro. Il patto di difesa firmato ad agosto alla Mecca con Turchia e Pakistan è rimasto per settimane sulla carta, e un funzionario turco ha spiegato al Middle East Eye, riferisce ancora Responsible Statecraft, che ratifiche e meccanismi di interoperabilità richiederanno anni. Lunedì i ministri dei tre paesi, riuniti a Riad, hanno deciso di attivare misure di deterrenza e di far affluire rapidamente forze in territorio saudita, un passo concreto ma pensato per difendere il regno dai missili e dai droni, e non per riprendere la capitale yemenita. UNDICI ANNI DI GUERRA SENZA UNA VITTORIA Qui sta la questione di fondo, che le cronache di questi giorni tendono a coprire. Gli Houthi non sono stati indeboliti dalle campagne che negli anni hanno cercato di piegarli, né dagli attacchi israeliani che hanno ucciso il loro primo ministro e il capo di stato maggiore, né dall’operazione americana Rough Rider, due mesi di bombardamenti costati circa un miliardo di dollari. Dopo undici anni di intervento saudita la pressione militare ha prodotto un movimento più sicuro di sé, che ha reso pubbliche le proprie condizioni, ossia oltre cinquantasette miliardi di dollari di compensazioni, la fine di quello che definisce un blocco di porti e aeroporti e una quota dei proventi di petrolio e gas. Sono richieste pesanti e discutibili, ma indicano dove prima o poi finirà la partita. La lettura di una coalizione al collasso, d’altra parte, è a sua volta parziale. Le stesse fonti registrano avanzate governative a nordovest di Marib e a Taiz, e il Sana’a Center osserva che gli Houthi hanno finora evitato un assalto diretto ai quartieri urbani di Taiz, dove la popolazione è numerosa e l’ostilità verso il movimento è forte. È ragionevole supporre, e lo dico come ipotesi, che l’offensiva serva anche a migliorare la posizione di Riad prima di un tavolo che nessuno può evitare. IL PREZZO PAGATO DAI CIVILI A pagare, come sempre, sono i civili, e da tutte le parti. Human Rights Watch ha analizzato le immagini satellitari dei raid del 13 luglio sull’aeroporto di Sanaa, compiuti dalle forze governative in coalizione con l’Arabia Saudita, i primi della coalizione contro gli Houthi dalla tregua del 2022, e ha rilevato che almeno tre munizioni hanno colpito l’unica pista funzionante di quello che è l’unico scalo internazionale delle zone sotto controllo houthi, porta d’ingresso per il personale e per gli aiuti umanitari. Gli Houthi, dal canto loro, colpiscono aeroporti sauditi, e fra gli episodi più recenti figurano Jazan e Najran, con tre feriti secondo l’autorità saudita dell’aviazione civile, mentre la stessa organizzazione aveva già giudicato probabili crimini di guerra gli attacchi houthi agli scali sauditi tra il 2014 e il 2022. Un centro yemenita per i diritti umani denuncia ora il bombardamento houthi di quartieri residenziali a Taiz, con un ospedale di maternità colpito nella zona rurale, mentre su Sanaa cadono nuovi raid, fra cui uno su una fabbrica che l’emittente houthi Al Masirah attribuisce all’Arabia Saudita. Decine di migliaia di persone hanno già lasciato le proprie case. Una battaglia per la capitale, nel nordovest dove vive la maggior parte degli yemeniti, significherebbe portare la guerra dentro la parte più popolata del paese. L’ITALIA DENTRO IL CONFLITTO In questo scenario l’Italia non è spettatrice. Dalla seconda metà di marzo l’Aeronautica militare ha schierato in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein un dispositivo di circa quattrocento uomini, secondo il sito della Difesa ripreso da Analisi Difesa, che con la componente dell’Esercito porta il contingente a circa settecento militari, secondo Open, con base principale a Taif, a settanta chilometri dalla Mecca, come ricorda l’AGI. La Difesa lo presenta come supporto ai paesi partner colpiti dagli attacchi iraniani, e dunque come difesa da droni e missili, e ad agosto, ricorda Analisi Difesa, non risultavano minacce dirette all’Italia da parte delle milizie yemenite. Il 18 settembre, tuttavia, un Eurofighter italiano è stato colpito nell’attacco alla base di Taif, e il ministro Crosetto ha assicurato che nessun militare è rimasto coinvolto. Un funzionario del governo di Sanaa ha dichiarato all’ANSA che gli Houthi non sono in guerra con l’Italia, ma ha chiesto che cosa facciano aerei italiani in Arabia a sostegno della guerra di Riad. La domanda, riportata da Open, è anche politica. Il dispiegamento è partito dopo una risoluzione di maggioranza approvata a marzo, è stato ufficializzato sul sito della Difesa solo tra fine luglio e inizio agosto, con tre mesi e mezzo di ritardo, secondo Il Fatto Quotidiano, e una modifica al decreto Missioni consente oggi, ricorda ancora Open, trasferimenti in Arabia Saudita senza nuovo passaggio parlamentare purché il numero complessivo resti invariato. Il Movimento 5 Stelle dice di aver chiesto un’informativa urgente fin da luglio. LA STRADA RESTA QUELLA DELLA TRATTATIVA Da questi fatti ricavo una posizione. Un’offensiva su Sanaa difficilmente porterà alla sconfitta del movimento, e se anche ci riuscisse avrebbe un costo umano che nessun obiettivo militare giustifica. La sola strada che undici anni di guerra hanno lasciato aperta è un cessate il fuoco seguito da una trattativa vera, che metta sul tavolo porti e aeroporti e le responsabilità delle violazioni commesse da entrambe le parti. L’Italia dovrebbe sostenere questa strada con ciò che è in suo potere, e anzitutto chiarire in Parlamento natura, durata e limiti di una missione che tiene soldati italiani a settanta chilometri dalla Mecca mentre il conflitto intorno a loro si allarga. Finché questo dibattito non avviene, l’Italia resta dentro una guerra di cui il Parlamento ha discusso troppo poco. Fonti * Al Jazeera, 5 ottobre 2026 – offensiva governativa e attacchi agli aeroporti sauditi * The National, 5 ottobre 2026 – offensiva contro gli Houthi e impiego di 100 jet * ABC17 / CNN, 4 ottobre 2026 – annunciata la grande offensiva del governo yemenita * Responsible Statecraft, 17 settembre 2026 – Elfadil Ibrahim, analisi della strategia saudita Per questa fonte non ho ancora trovato con certezza l’articolo esatto con quel riferimento, quindi preferisco non darti un link sbagliato. * Human Rights Watch, 28 luglio 2026 – Strikes Endangering Civilians in Yemen and Saudi Arabia * Sana’a Center, 2 ottobre 2026 – The Battle for Taiz and the Struggle for Yemen Francesco Russo
October 7, 2026
Pressenza
Ultimatum agli yemeniti. Ma gli attacchi alle navi sono cessati da tempo
L’Occidente collettivo sta alzando i toni anche quando non dovrebbe, in particolare sulla situazione nello Yemen. “Gli Houthi nello Yemen devono cessare immediatamente tutte le loro azioni militari, minacce e attacchi contro il trasporto marittimo”. Questo è il tono di un comunicato dei ministri degli Esteri del G7 diffuso a […] L'articolo Ultimatum agli yemeniti. Ma gli attacchi alle navi sono cessati da tempo su Contropiano.
September 22, 2026
Contropiano
Riad brucia, la guerra in Medio Oriente a rischio dell’ennesima escalation
«A causa delle tensioni in Medio Oriente, la situazione della sicurezza rimane complessa con la possibilità di un’escalation non prevedibile». Recita così un messaggio di allerta diffuso sabato dal Dipartimento di Stato Usa, e rilanciato dalle ambasciate in Israele, in Arabia Saudita e altre sedi diplomatiche della regione. Nella nota si fa riferimento agli attacchi del gruppo yemenita Ansar Allah contro l’Arabia Saudita, compresi gli aeroporti civili, e avverte che «questo conflitto potrebbe avere una rapida escalation». Il giorno successivo, Donald Trump ha dichiarato di trovarsi in una “fase decisionale” e che sarebbero accadute presto “cose molto importanti” nella guerra tra Usa e Iran. “Le opzioni sono: spazzare via l’Iran, lasciarlo a marcire dal punto di vista economico oppure raggiungere un accordo”, come ha dichiarato a Fox News il presidente USA. Secondo la stessa emittente, il tycoon ha affermato ‘la mia domanda è se e quando farò saltare in aria l’intera nazione?’ e ha poi aggiunto una minaccia agli Ayatollah: “è meglio che si comportino bene”. Trump si è comunque anche detto disponibile a un incontro con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dopo che Teheran nei giorni scorsi ha inviato le sue richieste per arrivare alla pace ai mediatori qatarioti. Abbiamo chiesto a Marco Magnano, giornalista esperto dell’area, di commentare la possibilità di un’ulteriore escalation militare nella regione e di approfondire i vari fronti della guerra, con un focus particolare su Arabia Saudita, Yemen e Siria.
September 21, 2026
Radio Blackout - Info
Due fronti usa-e-getta per pompare il riarmo
Le avventure militari italiche camminano sempre sul filo invisibile tra la tragedia e il ridicolo. La postura del duce “mascellone” si scolora davanti all’immagine di un fuggiasco travestito da caporale tedesco in fondo ad un camion, nella frazione di Musso – nomen omen – un chilometro prima della fatale Dongo. […] L'articolo Due fronti usa-e-getta per pompare il riarmo su Contropiano.
September 18, 2026
Contropiano
Yemen. L’offensiva lampo ha visto Ansarallah prendere il controllo di Bab al-Mandab
Il 9 agosto, il portavoce della Resistenza Nazionale yemenita, il maggior generale Sadiq al-Duwaid, ha cercato di placare i timori scoppiati in seguito all’attacco di Ansarallah al porto di Mokha, che aveva coinvolto un’ondata di missili, droni e imbarcazioni cariche di esplosivo, bloccando le operazioni in uno dei porti chiave […] L'articolo Yemen. L’offensiva lampo ha visto Ansarallah prendere il controllo di Bab al-Mandab su Contropiano.
September 18, 2026
Contropiano
Yemen: il movimento Ansar Allah mantiene il controllo del Mar Rosso
Nella regione mediorientale continua l’escalation, nelle ultime ore un presunto drone avrebbe colpito La Mecca, gli Houthi yemeniti hanno rifiutato l’accusa di responsabilità avanzata da Riad. In Yemen, a seguito della ripresa della guerra interna tra la componente afferente al movimento Ansar Allah e il governo ufficiale sostenuto dall’Arabia Saudita nelle scorse settimane abbiamo assistito a un cambio di passo significativo. Gli Houthi hanno preso il controllo di differenti città, come Mocha, snodi strategici, isole e porzioni di territorio sino ad arrivare al blocco del Mar Rosso mettendo in seria difficoltà il governo centrale yemenita e Riad che, a sua volta, si è trovata abbandonata dai suoi alleati storici come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Questo scenario favorisce Teheran in una fase ancora aperta di guerra con gli USA e impone una serie di riflessioni attorno alle trasformazioni degli equilibri mondiali. Siamo lontani da una transizione egemonica ma è possibile leggere alcune linee di tendenza e una frammentazione forse inedita in quello che viene definito Occidente collettivo. Ne abbiamo parlato con Marco Santopadre, giornalista per Il Manifesto, Pagine Esteri e altri quotidiani.
September 17, 2026
Radio Blackout
MEDIO ORIENTE: CONTO SALATO PER GLI USA E DANNI INGENTI ALLE LORO BASI NELLO SCONTRO CON L’IRAN. YEMEN: 90MILA PROFUGHI IN FUGA.
“E’ da aprile 2026  la sensazione che questo conflitto sia insostenibile a tanti livelli ed è per questo che il presidente Trump ad ogni intervista ripete che la guerra finirà presto, che gli Usa hanno vinto e raggiunto tutti i propri obiettivi strategici quando non c’è nulla di vero. Sin dall’inizio si è voluto raccontare di una coalizione guidata da Israele e Stati Uniti che avrebbe potuto ottenere i suoi risultati molto rapidamente e dell’ Iran invece completamente isolato e inerme, tanto politicamente quanto nel senso letterale; Trump l’ha detto più volte che l’Iran non ha più la capacità di lanciare missili, non ha più una difesa aerea, non ha più strumenti difensivi, l’esercito sta sbandando: niente di tutto questo si è rivelato vero“. Il giornalista e analista di questioni internazionali Marco Magnano commenta in questo modo le ultime notizie che arrivano dagli Stati Uniti sui costi della guerra e sulle pardite subìte. Cbs news ha mostrato le fotografie inviate da militari Usa dislocati in diverse località mediorientali in cui si possono riscontrare i danni ingenti subìti da edifici, caserme e mezzi militari in diverse basi degli Stati uniti in Medio oriente e nel Golfo, colpite da missili e droni iraniani. Inoltre l’ispettore generale del Dipartimento della Difesa ha pubblicato un nuovo rapporto sulla guerra con l’Iran, rivelando «perdite di equipaggiamento» per un valore fino a 3,7 miliardi di dollari, inclusi quasi 60 velivoli. L’ispettore generale ha aggiunto che il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha segnalato attacchi iraniani contro basi americane in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania. Intanto il Congressional Budget Office, organismo indipendente incaricato di fornite analisi economiche al Congresso ha comunicato che la guerra contro l’Iran è costata 38 miliardi di dollari tra febbraio e il 1 agosto e costerà 2-3 miliardi al mese andando avanti: La stima è simile ai 37,5 miliardi di dollari che il capo del Pentagono Hegseth aveva già calcolato in luglio. Secondo Magnano sono costi che si possono spiegare anche con l’uso da una parte di  armi a bassissimo costo come i droni che devono essere abbattuti da missili Patriot costosissimi; “una asimmetria che non poteva durare e ora si vede il costo nella grande difficoltà di riempire i propri armamenti e nel crescente malcontento per poi ottenere cosa? Un Iran con una leadership che non vacilla più e siamo di fronte potenzialmente ad una delle più grandi crisi energetiche che abbiamo mai vissuto, frutto diretto di questa offensiva iniziata il 28 febbraio.”  Anche la minaccia di nuove rigidissime sanzioni per stritolare economicamente l’Iran, come dichiarato da Trump, non tiene conto che significherebbe anche “provocare delle reazioni che avrebbero stritolato l’Arabia Saudita punto primo ed in seconda battuta il grosso dell’economia globale.” In Yemen intanto il conflitto sta vivendo una nuova fase di escalation: una grande offensiva degli houthi ha portato ad una occupazione della costa occidentale, quindi al loro controllo  di tutta la costa yemenita del Mar Rosso. “L’avanzata di questi giorni rompe quindi l’equilibrio – prosegue lo studioso del Medio Oriente – e si affianca ad un’ altra rottura che è il bombardamento partito dall’Iraq in questo caso  e non dallo Yemen  del corridoio est-ovest, del gasdotto che l’Arabia Saudita aveva incrementato a livello di uso proprio per il blocco di Hormuz. Questo spingerà probabilmente l’Arabia Saudita ad intervenire anche se gli Stati Uniti in questo momento frenano; è una  escalation in corso ma non capiamo come potrà essere contrastata da parte saudita, siamo in uno stallo.” L’intervista al giornalista e analista di questioni internazionali e mediorientali Marco Magnano Ascolta o scarica Intanto i combattimenti in Yemen stanno generando una nuova crisi umanitaria. Secondo i dati delle Nazioni Unite, in una settimana oltre 2000 yemeniti sono arrivati a Gibuti, in fuga dal conflitto tra Houthi (sostenuti dall’Iran) e le forze lealiste, legate all’Arabia Saudita. Dentro lo stesso Yemen, gli sfollati sono intanto vicini a quota 90mila. L’intervista a Cornelia Isabel Toelgyes, vicedirettrice di Africa Express, quotidiano online in lingua italiana dedicato all’Africa Ascolta o scarica
September 16, 2026
Radio Onda d`Urto
Il “colpo gobbo” degli Houthi yemeniti. Conquistata città strategica. Petrolio sopra i 100 dollari
Il movimento yemenita Ansarallah, più noto in occidente come “gli Houthi”, ha preso il controllo della strategica città di Mocha, a pochi chilometri dal Mar Rosso, dopo giorni di combattimenti contro le truppe mercenarie pagate dall’Arabia Saudita. In pochissimi giorni i prezzi del petrolio sono già tornati sopra i 100 […] L'articolo Il “colpo gobbo” degli Houthi yemeniti. Conquistata città strategica. Petrolio sopra i 100 dollari su Contropiano.
September 13, 2026
Contropiano
Houthi alla conquista di Mocha. La situazione nel corridoio energetico globale e il possibile ingresso di nuovi attori@1
Tra il 9 e il 10 settembre il movimento politico-militare scita libanese Ansar Allah (detti comunemente Houthi Yemeniti) ha preso in controllo di Mocha, una città portuale affacciata su una delle più importanti rotte marittime del pianeta, lo stretto di Bab el-Mandeb. Il conflitto tra gli Houthi e il governo yemenita è iniziato nel 2014 e vede le milizie sciite alleate dell’Iran confrontarsi con le forze governative ma soprattutto con le forze armate dell’Arabia Saudita, che di fatto mantengono in piedi il governo di Aden. I recenti sviluppi possono portare però all’ingresso di un altro attore – il Pakistan – all’interno delle logiche previste dall’accordo di cooperazione militare tra Pakistan, Arabia Saudita e (recentemente) Turchia e noto come “Patto della Mecca”. Il controllo di Bab el-Mandeb rafforza la presenza dei nemici Houthi su una rotta marittima estremamente importante per il commercio globale di carburante e in particolare per le navi saudite. Ne abbiamo parlato con Marco Santopadre, giornalista di Pagine Esteri e autore di un approfondimento sul conflitto in corso Ascolta la diretta (parte 1 – parte 2)
September 11, 2026
Radio Blackout - Info