La vita tra le macerie. Fotografia, testimonianza e responsabilità della memoria. Racconto e immagini da GazaTutto è cominciato con un libro: Diario di un giovane medico. Appunti dal
genocidio a Gaza, di Ezzideen Shehab. Un libro che mi ha costretto a
interrogarmi non soltanto su ciò che accade a Gaza, ma sulla responsabilità di
chi, pur trovandosi lontano, viene raggiunto dalla testimonianza di chi quella
tragedia la vive ogni giorno. Perché ascoltare non è un gesto neutrale. E
neppure guardare lo è.
Da questa inquietudine è nato il desiderio di cercare altre voci, altri sguardi,
altre persone capaci di raccontare ciò che rischiamo di non vedere più. È così
che ho incontrato Ramez Ahmed Habboub, fotoreporter palestinese, e il suo
lavoro.
Le sue fotografie non raccontano soltanto le macerie, la distruzione, i segni
della violenza. Raccontano ciò che accade dentro quelle macerie: i gesti
quotidiani, la dignità, l’esistenza di persone costrette a cercare una forma di
vita là dove persino le condizioni elementari del vivere sono state negate.
Nel nostro scambio, e soprattutto nelle sue parole, ho ritrovato una domanda che
considero essenziale: che cosa accade quando il mondo continua a guardare, ma
smette di vedere?
Non credo di avere una risposta rassicurante. So però che ogni testimonianza ci
consegna una responsabilità. Possiamo scegliere di accoglierla oppure di
sottrarci. Ma non possiamo fingere che, dopo aver visto e ascoltato, nulla sia
accaduto.
Il testo e le fotografie che seguono appartengono a Ramez Ahmed Habboub. Il mio
intento è contribuire affinché la sua voce possa raggiungere altre persone,
senza che la distanza diventi una forma di assoluzione.
Quando fotografo le persone che vivono all’interno degli edifici danneggiati di
Gaza, non fotografo soltanto le macerie, né cerco un’altra immagine da
aggiungere alle scene di distruzione che il mondo si è ormai abituato a vedere.
Cerco di documentare ciò che resta della casa e della vita, e il modo in cui le
persone tentano di ricavarsi un luogo in cui vivere all’interno di spazi privati
persino delle più elementari condizioni di sicurezza. Dietro muri crepati e
soffitti crollati, la vita non si è fermata, anche quando le sono state
sottratte molte delle sue fondamenta.
In questi luoghi, le famiglie cercano di ritagliarsi un minimo di intimità
dietro pareti sventrate; i genitori tentano di proteggere i propri figli dal
freddo e dalla pioggia; le persone cercano un angolo in cui dormire, un piccolo
spazio dove preparare il cibo o una quotidianità che possa far sembrare
nuovamente possibile la vita. Dall’esterno, questi edifici possono apparire come
resti della distruzione. Per chi vi abita, tuttavia, non rappresentano un
passato ormai concluso, ma un presente imposto, e talvolta l’unico rifugio
disponibile.
Ciò che altri vedono come uno scenario di rovine è il luogo in cui queste
famiglie si svegliano ogni mattina e cercano di continuare a vivere.
Ciò che mi interessa in queste fotografie non è soltanto quello che la guerra ha
fatto agli edifici, ma quello che ha fatto alle condizioni di vita al loro
interno. La distruzione non termina quando crollano i muri. Penetra nel senso di
sicurezza e di intimità delle persone, nella loro capacità di proteggere le
proprie famiglie e di vivere con dignità. Uno spazio che avrebbe dovuto essere
una casa sicura può trasformarsi in un luogo in cui chi lo abita è costretto a
sopportare pericoli, freddo, umidità e paura. Fotografare questi luoghi
significa dunque documentare non soltanto i segni della guerra sul cemento e
sulla pietra, ma anche ciò che quei segni significano, ogni giorno, nella vita
delle persone.
Come fotoreporter, so che un’immagine può attraversare i confini e raggiungere
persone che non hanno mai visto Gaza. Può richiamare l’attenzione, aprire una
finestra su una realtà che molti non conoscono e portare un’esperienza umana
sotto gli occhi dell’opinione pubblica. Ma so anche che la circolazione di
un’immagine non significa necessariamente che il suo significato sia stato
compreso. Le persone possono vedere la distruzione, commuoversi per un istante e
poi passare a un’altra immagine o a un altro titolo di giornale. Nel frattempo,
le persone ritratte nella fotografia rimangono dove sono, alle prese con gli
stessi bisogni e alla ricerca di quella sicurezza che l’immagine, da sola, non
può restituire.
Questo è uno dei dilemmi sui quali torno continuamente a interrogarmi: come può
una fotografia testimoniare la sofferenza senza diventare parte
dell’assuefazione del mondo a quella stessa sofferenza?
Esiste il rischio concreto che la distruzione, ripetendosi, diventi familiare e
che le famiglie sfollate e i bambini che vivono tra le rovine si trasformino in
immagini rappresentative di una catastrofe, anziché essere riconosciuti come
persone con nomi, storie, bisogni e vite che proseguono oltre i confini
dell’inquadratura. Quando una scena viene ripetuta così spesso da non suscitare
più attenzione, non significa necessariamente che la tragedia si sia attenuata.
Può significare, piuttosto, che il mondo si sia semplicemente abituato a
guardare senza sentirsi responsabile di affrontare ciò che vede.
Per questa ragione, non considero la responsabilità della fotografia limitata al
mostrare ciò che è accaduto. Deve anche cercare di documentare ciò che continua
ad accadere dopo. Che cosa succede a una famiglia dopo che la fotografia è stata
scattata? Come trascorre la notte in un edificio danneggiato? Come protegge i
propri figli dal freddo e dalla pioggia? Come riesce a soddisfare i bisogni
fondamentali in un luogo che offre così poca sicurezza? Una fotografia non può
rispondere da sola a queste domande, ma sono proprio queste domande a impedirmi
di considerare l’immagine come una storia compiuta. Una fotografia cattura un
istante circoscritto; la vita a cui rimanda continua prima e dopo quell’istante.
Sono un fotoreporter, ma sono anche una persona che vive la realtà che
documenta. Non mi trovo al di fuori di questa esperienza e non posso separare il
mio lavoro dal luogo in cui vivo, dalle persone che incontro o dalle condizioni
che rendono persino una fotografia ordinaria parte di una realtà straordinaria e
dolorosa. L’impossibilità di stabilire una distanza tra me e ciò che fotografo
rende questo lavoro al tempo stesso una responsabilità professionale e
un’esperienza profondamente personale. Mi costringe a interrogarmi non soltanto
su come venga realizzata un’immagine, ma anche su come venga presentata e su
quale significato possa assumere quando raggiunge un pubblico lontano dal luogo
in cui è stata creata.
Non credo che una fotografia, da sola, possa fermare una guerra, ricostruire una
casa o offrire riparo a una famiglia che ha perduto il proprio senso di
sicurezza. Non voglio attribuire alla fotografia poteri che non possiede. Ma
credo che un’immagine abbia un’altra responsabilità: opporsi alla scomparsa
delle persone dalla memoria, contrastare la riduzione delle loro vite a numeri o
a scene fugaci e ricordare a chi guarda che la realtà rappresentata non finisce
semplicemente perché una fotografia è stata scattata o pubblicata. Mostrare la
vita tra le macerie è un tentativo di affermare che le conseguenze della guerra
non si misurano soltanto attraverso gli edifici che distrugge, ma anche
attraverso ciò che le persone sono costrette a sopportare per continuare a
vivere.
Per me, testimoniare non significa soltanto mostrare il dolore. Significa
cercare di preservare il legame tra un’immagine e la vita che si trova dietro di
essa. Significa rappresentare le persone come esseri umani, non semplicemente
come vittime, e lasciare nella fotografia abbastanza elementi perché chi guarda
possa comprendere che le loro storie non terminano nel momento in cui vengono
osservate. Il rispetto per le persone che fotografiamo comincia dal
riconoscimento della loro umanità, della loro dignità e dei loro diritti, e
dalla consapevolezza che la loro sofferenza non è materiale visivo separato
dalla realtà in cui vivono, né dovrebbe diventare uno strumento per suscitare
emozioni prima che vengano nuovamente dimenticate.
La testimonianza rimane incompleta, perché le vite delle persone ritratte in
queste fotografie continuano a svolgersi e perché una macchina fotografica non
può contenere tutto ciò che esse sperimentano. Ma questa incompletezza non è una
ragione per smettere di fotografare. È una ragione per lavorare con maggiore
consapevolezza e responsabilità. Il compito non è fingere che una fotografia
possa dire tutto, ma dare spazio a ciò che altrimenti rischierebbe di passare
inosservato e ricordarci ciò che non deve mai essere considerato normale.
Quando fotografo la vita all’interno degli edifici danneggiati di Gaza, voglio
che chi guarda veda qualcosa di più delle tracce della guerra. Voglio che veda
persone che stanno ancora cercando di vivere in condizioni che nessun essere
umano dovrebbe essere costretto ad accettare. Voglio che l’immagine rimanga
aperta a una domanda che vada oltre l’istante dello sguardo: che cosa significa
essere testimoni della sofferenza altrui e quale responsabilità deriva
dall’averla vista?
Le persone ritratte in queste fotografie non appartengono a un passato ormai
concluso, né le loro storie sono destinate a chiudersi quando l’attenzione dei
media si sposta altrove. Sono qui, nel presente, e continuano a vivere tra le
conseguenze della distruzione. Se la fotografia può offrire a questo presente la
possibilità di essere visto dal mondo, la nostra responsabilità non termina con
lo sguardo rivolto all’immagine. Comincia dal rifiuto di considerare ciò che
essa rivela come qualcosa di ordinario, inevitabile o facile da dimenticare.
Link all’articolo originale, con foto e commenti di Ramez Ahmed Habboub
Redazione Italia