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Agenda 1325 in Medio Oriente: dopo 25 anni la sfida è decidere
A venticinque anni dall’adozione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il documento che per la prima volta ha riconosciuto il ruolo fondamentale delle donne nella prevenzione dei conflitti, nei processi di pace e nella ricostruzione postbellica, una domanda attraversa il Medio Oriente con particolare urgenza: quanto di quell’impegno si è realmente tradotto in cambiamento? È stata questa la questione di fondo emersa durante il convegno regionale Women Engendering Peace – Reflections on WPS 25+, svoltosi online l’11 giugno e dedicato a una riflessione collettiva sul futuro dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza (Women, Peace and Security – WPS) nei Paesi della regione araba. L’incontro ha riunito donne costruttrici di pace, organizzazioni della società civile, ricercatrici, rappresentanti istituzionali e organismi internazionali provenienti da Libano, Iraq, Siria e Libia. L’iniziativa si inserisce nel progetto Women Engendering Peace: Strengthening the 1325 Agenda to Promote Women’s Protection and Participation in Iraq, Lebanon, Syria and Libya, coordinato da Un Ponte Per e sostenuto dalla Direzione Generale per gli Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano. A dare il benvenuto ai partecipanti sono state Shirine Jurdi, facilitatrice di WILPF Libano, la segretaria generale della Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF) Amrita Kapur, rappresentanti regionali di UN Women e Rosella Bonarrigo di Un Ponte Per. Nel corso dell’incontro è stato inoltre presentato il Manifesto WPS+25, elaborato da organizzazioni femminili della regione. L’aspetto forse più significativo del convegno riguarda il contesto stesso in cui si è svolto. L’evento avrebbe dovuto rappresentare il momento conclusivo di un percorso pluriennale e tenersi in presenza a Beirut. L’aggravarsi dei conflitti e dell’instabilità nella regione ha però costretto le organizzatrici a rinviarlo e a ripensarne la forma. Questa circostanza, lungi dall’essere un semplice dettaglio organizzativo, è diventata parte integrante della riflessione politica proposta dall’incontro. Negli ultimi anni, infatti, le popolazioni di Libano, Siria, Iraq e Libia hanno dovuto affrontare nuove ondate di violenza, sfollamenti, crisi economiche e crescenti emergenze umanitarie. Eppure, come hanno ricordato più volte le relatrici, proprio in questi contesti le donne continuano a svolgere un ruolo essenziale nella tenuta sociale delle comunità, nell’assistenza alle persone vulnerabili, nella mediazione locale e nella costruzione di spazi di dialogo. Da qui la convinzione condivisa che l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza non sia soltanto un quadro normativo internazionale, ma una realtà vissuta quotidianamente da migliaia di donne che operano nei territori attraversati dai conflitti. La prima presentazione nazionale è stata dedicata al Libano. Chada Kassab ha illustrato i risultati del rapporto nazionale, concentrato sulla partecipazione politica femminile. Il dato che sintetizza meglio la situazione è la presenza di sole otto donne nel Parlamento libanese composto da 128 membri. Secondo il rapporto, le principali barriere all’accesso delle donne alla politica sono di natura economica, istituzionale e culturale. Le campagne elettorali richiedono risorse spesso non disponibili alle candidate; i partiti continuano a privilegiare figure maschili; il sistema politico confessionale e clientelare favorisce reti di potere tradizionalmente controllate dagli uomini. A ciò si aggiunge l’assenza di quote obbligatorie di genere e la mancanza di riforme legislative capaci di riequilibrare la rappresentanza.Particolarmente allarmante è il fenomeno della violenza politica contro le donne. Le attiviste e le candidate subiscono campagne diffamatorie, molestie, intimidazioni e attacchi online sempre più sofisticati, compreso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per manipolare immagini e screditare figure pubbliche femminili. Il quadro è stato ulteriormente aggravato dall’escalation del conflitto nel sud del Paese. Fadi Abi Allam del Movimento per la Pace Permanente ha descritto una situazione segnata da oltre un milione di sfollati, dalla distruzione di decine di villaggi e da una crescente pressione sulle strutture di accoglienza. Le donne e le ragazze rappresentano oltre la metà delle persone costrette a lasciare le proprie case. Nei rifugi temporanei affrontano condizioni di sovraffollamento, carenze igieniche e rischi crescenti di violenza di genere. Le donne incinte incontrano inoltre gravi difficoltà nell’accesso alle cure prenatali e ai servizi sanitari, mentre la perdita di attività economiche, soprattutto nei settori agricoli e nelle cooperative femminili, ha colpito migliaia di famiglie. Eppure, ha osservato Abi Allam, sono proprio le donne a sostenere gran parte della risposta sociale all’emergenza. Pur restando escluse dai principali tavoli decisionali, guidano iniziative di assistenza, organizzano reti di solidarietà e garantiscono la sopravvivenza quotidiana delle comunità colpite dalla guerra. Se in Libano il tema dominante è l’impatto della guerra, in Iraq il dibattito si è concentrato sulle recenti trasformazioni legislative. Ghazala Jango e le rappresentanti della Iraqi Women’s Network hanno illustrato le conseguenze della riforma della Legge sullo Statuto Personale n. 188 del 1959, considerata per lungo tempo una delle normative familiari più avanzate della regione. Le organizzazioni femminili presenti al convegno hanno espresso forte preoccupazione per modifiche che, a loro avviso, rischiano di aumentare la frammentazione giuridica e di ridurre alcune tutele fondamentali per le donne. Tra i temi più discussi figurano il rischio di matrimoni precoci, le disparità nelle procedure di divorzio, la riduzione delle garanzie in materia di affidamento dei figli e possibili limitazioni dei diritti ereditari. Particolarmente significativa è stata la critica al concetto di “libera scelta” utilizzato dai sostenitori della riforma. Secondo le organizzazioni femminili, parlare di libertà di scelta giuridica in una società dove molte donne non dispongono ancora di piena autonomia nelle decisioni familiari rischia di essere un argomento puramente teorico. Da questo confronto è emersa una riflessione che attraversa oggi molti movimenti femminili della regione: la battaglia non riguarda soltanto l’acquisizione di nuovi diritti, ma sempre più spesso la difesa di conquiste che sembravano ormai consolidate. Il caso siriano è apparso diverso dagli altri. Le organizzazioni presenti hanno descritto l’attuale fase politica come una finestra di opportunità ma anche come un momento estremamente fragile. Dopo anni di guerra, la questione centrale non riguarda soltanto la protezione delle donne, ma il loro ruolo nella definizione del futuro assetto politico del Paese. Le richieste avanzate sono chiare: almeno il 35% di rappresentanza femminile nelle istituzioni pubbliche, nei futuri organismi governativi, nei processi costituzionali e nei negoziati politici. Le attiviste insistono inoltre sulla necessità di una costituzione democratica fondata sull’uguaglianza dei diritti e sulla rimozione delle norme discriminatorie. Un tema ricorrente è stato quello della partecipazione simbolica. Secondo numerose relatrici, le donne vengono spesso invitate ai tavoli di dialogo come segno di inclusione, ma senza una reale possibilità di incidere sulle decisioni. La richiesta avanzata dalle organizzazioni siriane è quindi quella di passare dalla consultazione alla co-governance. Non si tratta di essere coinvolte dopo la ricostruzione del Paese, ma di contribuire fin da ora alla definizione della nuova Siria. La situazione descritta dalle organizzazioni libiche evidenzia una diversa contraddizione. Pur esistendo strumenti internazionali, piani nazionali e programmi di sostegno, molte attiviste continuano a operare in un contesto caratterizzato da forte insicurezza e frammentazione istituzionale. Le partecipanti hanno denunciato minacce, intimidazioni, campagne diffamatorie e restrizioni alla libertà di associazione. Molte hanno sottolineato come i meccanismi di protezione promossi dalla comunità internazionale non riescano spesso a tradursi in una sicurezza concreta per chi lavora quotidianamente sul terreno. Accanto alle criticità, sono state tuttavia presentate anche esperienze innovative, tra cui la significativa presenza femminile nel Comitato di Dialogo Strutturato e la redazione della prima Carta delle Donne Libiche per la Pace, considerata da molte partecipanti un esempio importante di elaborazione politica autonoma da parte delle donne. Se c’è una conclusione che accomuna le esperienze di Libano, Iraq, Siria e Libia, è la constatazione che il problema oggi non è più l’assenza delle donne. Le donne sono presenti nelle organizzazioni della società civile, nelle reti umanitarie, nei processi di mediazione locale e nelle iniziative di ricostruzione. Partecipano ai dibattiti pubblici e contribuiscono alla gestione delle crisi. Tuttavia continuano ad avere un’influenza limitata sulle decisioni fondamentali riguardanti la guerra e la pace, la sicurezza, le riforme istituzionali, i bilanci pubblici e i processi di ricostruzione. Per questo motivo, venticinque anni dopo la Risoluzione 1325, il dibattito sembra essere entrato in una nuova fase. Nel 2000 la richiesta era semplice: includere le donne. Nel 2025 la domanda è diventata più radicale: le istituzioni sono disposte a condividere realmente il potere? Tiziana Volta
June 12, 2026
Pressenza
Quale infanzia possibile in Palestina?
Nel tentativo di elaborare l’intensità di estratti vissuti durante il weekend del 5, 6 e 7 giugno per mezzo dell’iniziativa Luce sulla Palestina: memoria, visione, azione, lo spettacolo teatrale Il loro grido è la mia voce e l’arrivo del Sudario di Gaza a Como hanno permesso di indagare il tema della memoria e dell’infanzia in Palestina. Come hanno ricordato Francesca Pozzoli e Lorenzo Giovanni Bellù in apertura alla serata tenutasi al Teatro Nuovo di Rebbio venerdì 5 giugno, la memoria non è solo quella linea temporale che scandisce la storia del popolo palestinese, dalla resistenza sotto l’Impero Ottomano agli ultimi nefasti avvenimenti coincidenti con l’inumano piano di pulizia etnica dei palestinesi. La memoria – strettamente correlata al desiderio di fare ritorno alla propria terra, a quella situazione di vita precedente alla prima grande catastrofe, la Nakba del 1948 – è fortemente intrisa del rapporto che i palestinesi rinnovano con la terra e le sue coltivazioni locali di ulivo, il più noto, ma anche di carrubo. La raccolta dei frutti, consistente in una sorta di pratica ancestrale, porta infatti le persone a riunirsi e a fare del mantenimento della terra un’azione, nonché un uso comune e condiviso. Sappiamo che gli ulivi sono divenuti pertanto il target di attacchi e incursioni da parte dei coloni e dell’IDF, scoraggiando i palestinesi dal ripiantare quegli stessi esemplari danneggiati, o addirittura distrutti dal fuoco e sradicati dai bulldozer. Distruzione della memoria e distruzione di una popolazione: l’agricidio, ad oggi perlopiù riferito alle condizioni vigenti in Cisgiordania, fu allora presupposto all’attuale piano di annientamento di Gaza. La nostra memoria deve essere capace – sempre più con lucida e critica consapevolezza – di questo continuo disvelamento di processi, che non nascono dal nulla e non si dirigono verso il nulla; avere in questi termini una visione, aspetto introiettato dall’iniziativa e presupposto necessario per agire. In occasione di questo primo appuntamento, lo spettacolo teatrale Il loro grido è la mia voce, a cura di Diego Pileggi e Pietro Rigamonti assieme a Simone Gandolfi, ha messo in scena testimonianze tratte dall’omonima raccolta di poesie, al fine di narrare gli oltre 70 anni di violenze, espropriazioni e colonialismo documentati in Palestina. L’opera performativa mette al centro struggenti e mai facili componimenti poetici, con un particolare interesse per quelle storie di infanzia messe a tacere dalle bombe, dagli attacchi mirati dei droni, dal freddo e dalla fame. Da qui la commistione di suoni forti, talvolta prepotenti e precipitosi, volti a scalzare la voce del suo primato. Al tempo stesso, l’infanzia in Palestina assume ancora dei colori vivaci, che tuttavia celano profonde contraddizioni e sofferenze. In una sorta di intersezione di linguaggi, non posso non pensare all’opera Children of the camp (Bambini del campo profughi) di Alaa Albaba, artista palestinese. Ancora una volta il tema della memoria: i campi profughi sono spazi sospesi, luoghi creati con la forza e la violenza, destinati a incarnare la precarietà, l’emarginazione e l’esclusione, destinati a essere smantellati per impedire che diventino il veicolo di una nuova storia o di un nuovo futuro condiviso. Alaa Albaba, Children of the camp, campo profughi di Al Am’ari a Ramallah, 2024 Nell’opera di Albaba la rappresentazione del campo profughi riporta, da un lato, un desiderio persistente di ritorno, che rappresenta la sfida più forte possibile al potere sovrano dello Stato e dall’altro mostra come i bambini permettano proprio in quello spazio di fare emergere nuove forme di vita. Le persone nei campi profughi, così come a ridosso delle macerie venutesi a creare dai bombardamenti e nei quartieri via via colonizzati dagli israeliani non smettono di vivere, l’infanzia non smette di esistere, non è equiparabile al solo frastuono degli attacchi aerei. I bambini trasformano questa precarietà in spazi di appartenenza, dove la storia dei rifugiati, così come la loro cultura, vengono preservate come espressione materiale dell’esistenza palestinese. La sua è un’opera che non incede, si appropria di tempi più lenti, equiparabili a quelli della sola lettura, dove il ritmo si fa più sottile, citando una nota del traduttore Nabil Bey Salameh in riferimento alla raccolta Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza [Fazi Editore, 2025]. Questa stessa intensità, a mio avviso, era percepibile in quei quattro disegni appesi alle colonne del Teatro Sociale di Como domenica 7 giugno, in occasione dell’apertura del Sudario di Gaza; realizzati da bambini e bambine palestinesi con il progetto HeArt for Gaza (Cuore per Gaza), iniziativa presentata durante la manifestazione da Mohammed Timraz. La forza di questi disegni risiede nella loro capacità di rovesciare su carta la vita presente, non solo come elaborazione di avvenimenti ed emozioni, già di per sé atto potente e spiazzante nella matita impugnata da un bambino, ma con un qualche bisogno di voler fissare il proprio sguardo come possibile unico gesto di proiezione verso il futuro. Fatto drammatico, progettualità negata, infanzia annientata.    Ivan Marin e Clara Urban dell’Associazione Carnia per la Pace, con la realizzazione del Sudario di Gaza. Non dimenticare un solo nome, con i 18457 nomi dei bambini morti a Gaza dal 2023 al maggio 2025, hanno fatto appello alla nostra memoria perché diventi visione e così azione. «Un archivio della dignità, nomi, storie, biografie che fanno parte di tutti noi per sempre, un sudario che copre tutti e tutte noi dalla sconcezza di questo tempo, in cui non fa scandalo compiere un genocidio ed esportare Gaza, diventata una vera e propria dottrina di annientamento, anche in altri luoghi come Beirut e Teheran», affermava Paola Caridi in occasione del suo passaggio per le vie del centro di Roma. Fotografie di Fabio Cani, ecoinformazioni e Fabrizio Pisoni per ecoinformazioni A Como, da piazza Verdi, il grandissimo lenzuolo è stato portato sospeso sopra le teste dei presenti in direzione di piazza Cavour, seguito dalle bandiere della Palestina, dalla Barca di strada, riferimento alla Flotilla, e da un brano assai evocativo eseguito dal Baule dei Suoni. Giunti davanti al lago, il corteo ha incontrato un presidio di persone native della Nigeria che manifestavano per le drammatiche condizioni a cui è sottoposta la popolazione, tra violenze, stupri e rapimenti perpetrati da diversi gruppi armati. Le concitate parole di una donna si sono così intersecate alla lettura di alcuni nomi del sudario, rivendicando quello spazio di ascolto venutosi a creare per rammentare che la vita dei bambini, i quali anche in Nigeria muoiono o sono vittime di rapimenti in maniera sistematica, debba divenire la priorità in società nelle quali «ignari eravamo. Ignoranti, di quelle biografie e di quei sogni, prima che fossero trasformati da vivi in ammazzati», scrive Paola Caridi. Ecoinformazioni
June 12, 2026
Pressenza
USA-IRAN: NIENTE ACCORDO E NUOVE BOMBE, MERITO DI “LEADER INCONCLUDENTI E INCAPACI”
  L’accordo che Trump ha dato per imminente (per la 38esima volta) è precipitato insieme alle bombe statunitensi piovute nella notte sull’Iran. Il Comando Centrale degli Stati Uniti afferma di aver lanciato per 4 ore attacchi che hanno preso di mira “capacità di sorveglianza militare, sistemi di comunicazione e siti di difesa aerea in tutto l’Iran”, in risposta alla caduta dell’elicottero Apache. I media iraniani parlano di esplosioni in tutto il Paese, soprattutto lungo la sua costa meridionale, tra cui Bandar Abbas e ma anche Karaj vicino a Teheran. Rappresaglia dell’Iran, che ha risposto lanciando raid contro 18 obiettivi militari statunitensi sulle basi aeree in Kuwait, Bahrain, Giordania. È scontro anche in mare, nello Stretto di Hormuz, dove una chiatta cargo iraniana è stata colpita da un proiettile; incendio su una petroliera a 21 miglia nautiche a nordest dell’Oman; morti tre marinai indiani dopo un attacco delle forze Usa su una nave commerciale nel Golfo. L’Iran ha annunciato la chiusura totale dello Stretto di Hormuz alle navi. I colloqui Usa-Iran, comunque, proseguono, secondo la Cnn, nonostante lo scambio di attacchi aerei avvenuto nella notte. Il commento di Ennio Remondino, già inviato di guerra per la Rai e coordinatore del blog remocontro.it, sul quale sta anche raccontando la “Ragnatela spionistica e militare di Israele sull’Iran”. Ascolta o scarica
June 11, 2026
Radio Onda d`Urto
A Pozzallo un sudario di memoria viva
Il 6 giugno a Pozzallo si è tenuto un Cammino di pace convocato dal Comitato Ibleo per la pace e il disarmo. Inaspettatamente circa 4-500 persone hanno camminato sul lungomare, a circa 2.000 km dalla Striscia di Gaza.  Al centro del cammino c’era un lunghissimo sudario: 70 metri di lenzuolo, decine e decine di persone a sorreggerlo, con scritti sopra a mano 18.300 nomi di bambini e bambine uccisi a Gaza. Il sudario è nato nell’aprile 2026, da una lezione sulla pace del professor Giovanni Susino all’Istituto Superiore Giorgio La Pira di Pozzallo: la lezione ha stimolato l’azione. Da lì è venuta l’intuizione di cercare e scrivere i nomi dei bambini palestinesi uccisi a Gaza, come atto di memoria e onore delle vittime innocenti del genocidio in corso, come azione che permettesse di fare qualcosa, qualsiasi cosa, fosse anche piccola e insignificante, di fronte all’indicibile tragedia cui stavamo assistendo ormai da quasi tre anni. Ne è venuto fuori un immenso monumento vivo! L’elenco con i nomi dei piccoli e delle piccole uccise viene recuperato dal sito dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna, che lo aggiorna costantemente. Il progetto, con il consenso della dirigente, parte coinvolgendo 28 classi, per un totale di 560 studenti e studentesse, che si suddividono le decine di fogli di nomi; in ogni classe, a ognuno di loro vengono assegnati i nomi da scrivere. I rappresentanti d’istituto si fanno promotori di una raccolta fondi per acquistare 29 lenzuola matrimoniali (uno per ogni classe, più uno da lasciare bianco, come suggerito da uno studente, per ricordare tutti i bambini e le bambine morti in tutte le guerre, quelli di cui non ci è arrivato nemmeno il nome), qualche centinaio di pennarelli indelebili e 400 fischietti, perché “la pace deve fare rumore più della guerra”. La lunga azione che porterà al sudario ha inizio. L’opera ha richiesto svariate ore per essere portata a termine per la parte di scrittura: ore concentrate e intense in cui ragazzi e ragazze, accompagnate dai e dalle loro docenti, si sono dedicati ad essa. Hanno anche ascoltato le testimonianze sulle uccisioni di alcuni dei bambini di cui hanno scritto i nomi, riscattandoli dall’accusa israeliana di essere una minaccia, di essere  futuri terroristi degni solo di essere uccisi, così restituendo loro la dignità di piccoli esseri pieni di vita, di sogni, di futuro. Sapevano perfettamente cosa si stava consumando dall’altra parte del Mediterraneo, non lontano dalla costa sud della Sicilia. È stata poi coinvolta la signora Sabrina per cucire insieme tutte le lenzuola, tanto commossa dall’azione di memoria e onore verso le piccole vittime innocenti da lavorare gratis. Il 22 maggio il sudario ha sfilato a Pozzallo in un corteo inizialmente rumoroso grazie ai 400 fischietti, perché il silenzio in cui questa tragedia è stata sommersa è ormai insopportabile per chiunque. Poi ha risuonato il Silenzio, eseguito alla tromba da uno degli studenti, alla presenza di molti insegnanti e genitori, oltre a studenti e studentesse di tutte le scuole di Pozzallo, fino ad arrivare sulla scalinata della Chiesa madre, dove sono state lette riflessioni sulla pace e dove poi per una settimana il sudario è rimasto esposto. È un sudario prezioso, ma non può restare chiuso in una cassa per conservarsi meglio.  È bello che continui a sfilare ovunque qualcuno voglia tener viva la memoria del genocidio e della tragedia che continua senza sosta a Gaza e in Cisgiordania, dovunque qualcuno voglia fare rumore. Permette a ciascuno di dire che non dimenticheremo mai quei morti e gli innumerevoli altri, ciascuno prezioso e unico e che continueremo a sostenere chi resiste, a dare loro voce. In realtà scopriamo che sono quei morti che stanno dando a noi la forza per tenere accesa la luce dell’umanità nei nostri cuori e nelle nostre città. Il sudario girerà in Sicilia fra i gruppi sorti intorno alla Global Sumud Flotilla in tante città e paesi dell’isola ed è pronto a nuovi viaggi. La cosa eccezionale che stando vicino a questo sudario si avverte è che non è solo un lenzuolo scritto: è un’opera viva, preziosa, delicata e potente, resa tale dalla dedizione di centinaia di ragazzi e ragazze, partecipi ed inquieti, che l’hanno fatto nascere con le loro mani e la loro paziente scrittura, dedicandosi ad esso per tanti giorni, tenendosi davanti l’inenarrabile tragedia palestinese e ascoltando l’empatia sgorgare dal cuore. Sono ragazzi e ragazze che dalla loro impotenza hanno trovato il modo per muoversi e fare l’unica piccola cosa che potevano, per mettersi in ascolto e accanto a chi è nella disperazione e nella solitudine; nel farlo hanno compiuto un miracolo capace di parlare a tanti e tante, ma anche di toccare e di trasformare. È diventata un’opera potente, perché nasce da un’azione collettiva, così come continua a vivere collettivamente grazie a tutti quelli che la porteranno in giro, dandole sempre nuova vita.  Senza dubbio questo sudario ha un’anima: parla e costruisce azione intorno a sé. Prenderlo in mano e farlo camminare significa mettersi in contatto con tutti i morti innocenti, le loro famiglie, la Palestina intera, tutti i ragazzi e le ragazze che vi hanno lavorato, tutte le persone che man mano vengono raggiunte e chiamate in causa dalle onde di solidarietà e vicinanza: è una costante azione di resistenza ed empatia che possiamo propagare. Se toccandolo sentite sofferenza e inquietudine, non bloccatele: lasciatevi trapassare e trasformatele in maggiore consapevolezza. Facendolo sfilare e tenendolo in mano, provate quanto si resti smosse, commosse, colpite, risvegliate per continuare la resistenza e superare l’impotenza. Moltiplichiamo ovunque opere vitali che costruiscano pace: arte e dedizione consapevole intrecciano tempo e amore e realizzano miracoli. Chi fosse interessato al sudario può scrivere a vannisusino@hotmail.it Le foto sono state scattate durante il cammino di pace del 6 giugno a Pozzallo. Redazione Italia
June 11, 2026
Pressenza
Amnesty International sollecita un’azione globale per fermare l’annessione israeliana della Cisgiordania e la pulizia etnica della popolazione palestinese
In un nuovo rapporto intitolato “Cancellare ogni traccia palestinese: la pulizia etnica israeliana delle comunità di beduini e pastori della Cisgiordania”, Amnesty International ha denunciato che il tacito o esplicito sostegno della comunità internazionale ai crimini israeliani – compresi il genocidio e l’apartheid – sta incoraggiando le autorità israeliane a intensificare una brutale campagna di sfollamento forzato di persone palestinesi e di espansione del controllo della terra nella Cisgiordania. Questa campagna sta prendendo di mira, attraverso la pulizia etnica, le comunità di beduini e pastori dell’area C della Cisgiordania occupata, mediante la commissione del crimine contro l’umanità di trasferimento forzato. Israele ha fatto dell’annessione formale della Cisgiordania un esplicito obiettivo politico, in attuazione dell’agenda nazionalista e religiosa del movimento dei coloni. A tale scopo, le autorità stanno accelerando l’espansione degli insediamenti e l’esproprio della terra, incrementando il sostegno finanziario e logistico agli insediamenti e armando i coloni, rendendo dunque possibile una brutale campagna, approvata dallo stato, di violenza dei coloni e di sfollamento forzato delle persone palestinesi dall’area C. Quell’area costituisce oltre il 60 per cento della Cisgiordania occupata e – a causa della relativamente scarsa popolazione palestinese, delle risorse naturali, dei terreni agricoli e delle caratteristiche ideali per il pascolo – è da tempo al centro dei tentativi israeliani di controllarne la terra e la demografia. “Negli ultimi tre anni e mezzo le autorità israeliane hanno accelerato una campagna, fatta propria dallo stato, di pulizia etnica nella Cisgiordania occupata sradicando, spossessando e trasferendo forzatamente le comunità palestinesi. Questa non è l’opera di ‘soggetti-canaglia’ o di quelli che la comunità internazionale usa definire coloni estremisti, organizzazioni estremiste o un paio di ministri estremisti. Stiamo assistendo a un’annessione intenzionale, diretta dallo stato, in completa violazione del diritto internazionale e sotto gli occhi del mondo intero”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “Come rivela il nostro rapporto, questa situazione non è opera di poche ‘mele marce’. La violenza dei coloni è una componente essenziale di una campagna, sostenuta dallo stato, di pulizia etnica, elemento centrale per il mantenimento del sistema israeliano di apartheid”, ha aggiunto Callamard. La ricerca di Amnesty International illustra come le persone palestinesi siano sradicate con la forza dalle loro terre ancestrali, tagliate fuori dai loro mezzi di sostentamento e terrorizzate fino a lasciare le loro case a causa dell’aumento senza precedenti degli attacchi dei coloni, apertamente condonati e attivamente facilitati da un governo che si vanta della sua intenzione di annettere formalmente ampie porzioni della terra palestinese. Le comunità della valle del Giordano e delle colline meridionali di Hebron a rischio di sfollamento continuano a resistere, determinate a restare sulla terra dove vivono da generazioni. Amnesty International chiede alla comunità internazionale di agire urgentemente per proteggerle ma, nonostante i chiari obblighi giuridici degli stati a porre fine all’occupazione illegale e al sistema di apartheid di Israele, registra una ripetuta mancanza d’iniziativa. “La comunità internazionale è complice o fin troppo passiva di fronte alle ripetute e gravi violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e ignora le risoluzioni dell’Assemblea generale e del Consiglio di sicurezza. Deve dare il chiaro segnale che l’era della tacita acquiescenza di fronte alla pulizia etnica e all’annessione israeliana è finita”, ha commentato Callamard. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), dal gennaio 2023 all’aprile 2026 almeno 117 comunità per lo più di beduini e pastori palestinesi hanno subito uno sfollamento totale o parziale. Sempre secondo dati delle Nazioni Unite, alla fine dell’aprile 2026 erano state forzatamente sfollate almeno 5910 persone palestinesi. Ciò è accaduto nel contesto di un’ondata senza precedenti di attacchi dei coloni sostenuti dallo stato israeliano. Secondo dati forniti dall’ong israeliana Peace Now, alla fine dell’aprile 2026 i coloni israeliani avevano creato 363 avamposti, 212 dei quali a partire dal 2023. Le autorità israeliane li hanno attivamente incoraggiati e non hanno preso quasi alcun provvedimento per smantellarli, nonostante siano illegali tanto per la legge israeliana quanto per il diritto internazionale. Ne fanno parte avamposti di pastori, usati dai coloni per appropriarsi di grandi aree di terra palestinese a scopo di pascolo. Gli espropri delle terre palestinesi da parte del governo israeliano hanno raggiunto il picco: quasi il 58 per cento della terra dell’area C non è registrata e, secondo dati risalenti al febbraio 2026, le autorità israeliane ne avevano già espropriata la metà attraverso dichiarazioni di appartenenza della terra allo stato. “Per i leader del mondo che definiscono l’annessione e le violenze dei coloni atti isolati di individui o ministri ‘estremisti’ e che hanno imposto sanzioni parziali ad alcune singole persone e organizzazioni, il rapporto di Amnesty International deve suonare come una sveglia: queste misure limitate sono palesemente insufficienti a fronte della campagna statale di pulizia etnica e di sistematiche violazioni dei diritti umani, che stanno rapidamente aumentando sotto gli occhi della comunità internazionale”, ha ammonito Callamard. “A quei leader che affermano ripetutamente di opporsi all’annessione ma non fanno nulla per fermarla, diciamo che la loro mancanza d’azione sta alimentando direttamente crimini contro l’umanità e ha conseguenze globali in termini di ulteriore erosione dell’ordine internazionale basato sulle regole”, ha aggiunto Callamard. “Chiediamo, soprattutto agli stati che hanno influenza su Israele come gli Usa, il Regno Unito, la Germania, l’Italia, altri stati dell’Unione europea e quelli arabi, di vietare immediatamente tutti i commerci, gli investimenti e ogni forma di cooperazione o di assistenza finanziaria che possano contribuire all’occupazione illegale, al sistema di apartheid e alla pulizia etnica di Israele contro le persone palestinesi. Chiediamo inoltre agli stati di imporre sanzioni, come i divieti di viaggio e il congelamento dei conti bancari, nei confronti delle autorità direttamente implicate in tali atti, tra le quali il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, il ministro per gli Insediamenti e le Missioni nazionali Orit Stroock e il ministro della Difesa Israel Katz”, ha concluso Callamard. La ricerca di Amnesty International ha riguardato 27 comunità di beduini e pastori palestinesi dell’area C che sono state sottoposte a trasferimenti forzati tra il 2023 e il 2025 o sono a rischio di esserlo. Il team di ricerca ha intervistato 45 persone palestinesi di 12 comunità e anche 19 tra persone attiviste, legali e giornaliste nonché rappresentanti di ong palestinesi e israeliane e persone che avevano assistito alle violenze dei coloni. L’organizzazione per i diritti umani ha poi verificato oltre 420 video e fotografie, analizzato dichiarazioni ufficiali del governo, accordi, leggi, modifiche alle politiche governative, atti giudiziari, mappe, immagini satellitari, rapporti delle Nazioni Unite e di gruppi della società civile e, infine, altro materiale da fonti aperte. Il 13 maggio Amnesty International ha condiviso le sue conclusioni con le autorità israeliane. Il ministero della Difesa ha risposto il 23 maggio affermando che le sue forze reagiscono agli episodi di violenza dei coloni arrestando i presunti responsabili quando necessario e indagando nei casi in cui le sue forze possano non aver eseguito gli ordini o non siano intervenute per fermare la violenza dei coloni. Le prove documentate da Amnesty International presentano una realtà diversa. Prove dell’intento israeliano di sottoporre a pulizia etnica e annettere l’area C A partire dall’occupazione del 1967, successivi governi israeliani hanno – con diversi livelli di intensità e trasparenza – portato avanti politiche di giudaizzazione con l’obiettivo di massimizzare il controllo ebraico sulla terra della Cisgiordania e al contempo ridurvi al minimo la presenza palestinese. Il 37° governo israeliano, formato alla fine del 2022 sotto la guida del partito Likud di Benjamin Netanyahu in coalizione con Potere ebraico di Itamar Ben-Gvir e Sionismo religioso di Bezalel Smotrich, ha apertamente e deliberatamente perseguito l’annessione formale dell’area C e il trasferimento forzato della popolazione palestinese residente. Gli accordi di coalizione hanno incluso le priorità dei coloni tra le politiche statali e legittimato la visione del movimento dei coloni della “Grande Israele”, un’ideologia che considera l’intero Territorio palestinese occupato come parte integrante di Israele. Lo hanno fatto sfidando sfacciatamente molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite e il Parere consultivo emesso nel 2024 dalla Corte internazionale di giustizia, che ha dichiarato illegale l’occupazione del Territorio palestinese. L’intenzione di rimuovere le persone palestinesi dall’area C e di annetterne la terra è evidenziata dalle esplicite menzioni delle autorità israeliane all’espansione degli insediamenti, all’estensione della sovranità sul territorio occupato, a misure destinate a minimizzare la presenza palestinese nella suddetta area e dal sostegno pubblico ai coloni da parte di importanti ministri, alcuni dei quali sono essi stessi coloni. È anche dimostrata dalla legislazione dedicata all’annessione e dai provvedimenti adottati per trasferire il potere in Cisgiordania dalle autorità militari a quelle civili, in violazione del diritto internazionale umanitario. L’intento dello stato si manifesta anche in tutta una serie di dichiarazioni sul possesso della terra, dalle procedure semplificate per l’approvazione degli insediamenti, dall’aumento dell’espansione di questi ultimi, dalla legalizzazione retroattiva degli avamposti, dall’aumento del sostegno finanziario e politico alle infrastrutture delle colonie, dalla demolizione delle proprietà palestinesi e dalle sistematiche limitazioni al movimento delle persone palestinesi e al loro accesso alla terra e all’acqua. Nei primi tre anni di governo, il bilancio annuale del ministero degli Insediamenti e delle Missioni nazionali è cresciuto del 122 per cento, raggiungendo nel 2026 764 milioni di shekel (circa 225 milioni di euro). Secondo Peace Now, tra il 2023 e il 2025 il governo ha portato avanti progetti per la costruzione di 50.785 unità abitative destinate agli insediamenti. Solo nel 2025, il Consiglio superiore della pianificazione ha approvato 27.941 unità, il più alto numero su base annua mai registrato. Il numero totale dei nuovi insediamenti riconosciuti dal governo, alla data del 30 aprile 2026, era salito a 102, di gran lunga il più alto numero di nuovi insediamenti autorizzati da un singolo governo nella storia israeliana. Parallelamente, secondo l’Ocha, tra gennaio del 2023 e aprile del 2026 le autorità israeliane hanno autorizzato la demolizione di 3407 abitazioni e strutture palestinesi nell’area C e sfollato 2996 persone palestinesi. Nel frattempo, i coloni, spesso col diretto appoggio del governo o con la partecipazione sul terreno dell’esercito israeliano, hanno sottoposto le comunità di beduini e pastori palestinesi a una litania di misure coercitive e repressive, lasciando molte di loro senza alcun’alternativa se non abbandonare la terra su cui avevano vissuto e condotto i pascoli per generazioni. La costante violenza dei coloni, sostenuta dallo stato, l’aumento delle demolizioni e il perdurante diniego dei servizi di base da parte delle autorità israeliane, hanno di fatto reso inabitabili le loro zone. Queste misure coercitive e interconnesse rivelano una voluta e coordinata strategia statale per espandere il controllo israeliano sull’area C e determinare lo sfollamento delle comunità palestinesi. Un caso emblematico è quello di Khirbet Zanuta (Zanuta), un villaggio dell’area C abitato da circa 250 beduini palestinesi lì residenti da generazioni. Nel 2021 un gruppo di coloni ha istituito un avamposto illegale conosciuto come Fattoria Meitarim, a un solo chilometro da Zanuta, avviando una sistematica campagna di intimidazioni, minacce e attacchi violenti contro la comunità palestinese locale fino a quando, attraverso il blocco dell’accesso alla terra e ai pascoli e dopo una serie di raid intensificatisi all’indomani del 7 ottobre 2023, quest’ultima è stata costretta a lasciare le case e i beni di sostentamento. In precedenza, il villaggio, circondato da insediamenti e avamposti, era stato destinatario di ordini di demolizione e di politiche edilizie restrittive che avevano reso praticamente impossibile costruire abitazioni in modo legale. Nonostante due sentenze della Corte suprema israeliana emesse nel luglio 2024 e nel febbraio 2025, che avevano ordinato alle autorità di facilitare il ritorno dei residenti nel villaggio e di proteggere questi ultimi dalla violenza dei coloni, rientrare si è rivelato impossibile a causa degli attacchi dei coloni e della distruzione di infrastrutture essenziali. Immagini satellitari, interviste e video dimostrano che oggi Zanuta non esiste più: è stata massicciamente distrutta e totalmente spopolata. L’aumento esponenziale della violenza dei coloni sostenuta dallo stato La duratura campagna di violenza dei coloni contro le persone palestinesi della Cisgiordania ha avuto una drammatica impennata sotto l’attuale governo e ha registrato livelli record di uccisioni, ferimenti, sfollamenti, distruzioni di proprietà e appropriazioni illegali della terra. I coloni israeliani hanno adottato tattiche sempre più frequenti per obbligare le comunità palestinesi ad andarsene, attraverso attacchi alle case e alle proprietà, intimidazioni costanti, minacce e aggressioni fisiche, restrizioni all’accesso ai pascoli e alle fonti d’acqua, furti o uccisioni di bestiame e distruzioni di terre agricole e raccolti. Secondo l’Ocha, tra il 2020 e il 2024 gli attacchi dei coloni contro le comunità di beduini e pastori palestinesi che hanno causato vittime, tra morti e feriti, sono settuplicati. Fotografie e video verificati da Amnesty International mostrano incursioni, incendi e numerosi atti di vandalismo contro abitazioni, scuole, veicoli e attrezzature agricole, distruzioni di fonti d’acqua, pannelli solari e scorte di cibo. Le persone intervistate hanno anche riferito di massicce violenze fisiche, come pestaggi con bastoni e calci dei fucili, lanci di pietre, accoltellamenti e altro ancora. Nonostante, in quanto potenza occupante, Israele abbia l’obbligo di proteggere la vita e i mezzi di sostentamento della popolazione occupata e di impedire e sottoporre a indagini la violenza dei coloni, le autorità israeliane facilitano attivamente gli attacchi dei coloni non solo armandoli e consentendo all’esercito e alla polizia di assisterli o di partecipare agli attacchi ma anche garantendo loro una quasi totale impunità. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 diretti da Hamas, le autorità israeliane hanno allentato i requisiti per il possesso privato di armi da fuoco e hanno dotato migliaia di coloni di armi da fuoco e uniformi, rendendo difficile per le persone palestinesi distinguere tra soldati e coloni. Al gennaio 2026 oltre 240.000 cittadine e cittadini israeliani avevano ottenuto la licenza per possedere armi da fuoco, con un incremento di 15 volte rispetto alle 8000 licenze annue prima del 7 ottobre 2023. Il tutto ha dato luogo a un profondo aumento degli attacchi armati dei coloni. Il rapporto di Amnesty International documenta come la violenza dei coloni sia stata usata come deliberato strumento di sfollamenti forzati in tre casi emblematici dell’area C: quello già citato di Zanuta sulle colline meridionali di Hebron, quello di Ein Shamia nella zona centrale della valle del Giordano, entrambi completamente spopolati nel 2023, e un gruppo di piccole comunità nel nord della valle del Giordano – Ein al-Hilweh, Makhoul e Al-Farisiya – che rischiano fortemente lo sfollamento. Nella zona settentrionale della valle del Giordano almeno 38 comunità palestinesi, in cui vivono circa 7000 persone, sono sotto minaccia di sfollamento. Quasi il 90 per cento di quest’area è designata terra statale, zona militare, riserva naturale o sito archeologico, tutte definizioni che Israele usa per limitare l’accesso delle persone palestinesi ai pascoli e alle fonti d’acqua e costringerle a lasciare le comunità. Najiyyah Bisharat, della comunità di pastori di Makhoul, ha detto: “I coloni ci minacciano in continuazione, ma non ci arrenderemo. Qui è in gioco l’amore per la nostra terra e per il nostro lavoro. La terra è la nostra identità. Se ci costringeranno a lasciarla, moriremo come pesci tolti dall’acqua”. Un’impunità dilagante Non impedendo e, al contrario, facilitando attivamente la violenza dei coloni, anche evitando sistematicamente di chiamare i responsabili a rispondere di fronte alla giustizia, le autorità israeliane hanno volutamente creato un ambiente di dilagante impunità che a sua volta alimenta nuove violenze. In svariati casi documentati da Amnesty International, persone palestinesi che avevano denunciato la violenza dei coloni sono state esse stesse interrogate, multate o arrestate arbitrariamente dalle autorità israeliane che, secondo il diritto internazionale, dovrebbero proteggerle. I coloni e le loro organizzazioni sono ulteriormente incoraggiati dall’impunità di cui beneficiano da decenni. Anche quando singoli coloni o gruppi di coloni vengono sottoposti a sanzioni da stati esteri, queste in Israele hanno un impatto scarso se non nullo. Yinon Levi, un colono coinvolto in una serie di documentati attacchi violenti contro le comunità palestinesi, è stato sottoposto a sanzioni da parte del Regno Unito e dell’Unione europea. Il 28 luglio 2025 è stato ripreso mentre sparava, uccidendolo, all’insegnante e difensore dei diritti umani palestinese Awda al-Hathaleen nel villaggio di Umm al-Khair. Arrestato per il sospetto di omicidio colposo, è stato rimesso in libertà il giorno successivo e posto agli arresti domiciliari per tre soli giorni, al termine dei quali ha potuto tornare a minacciare le persone palestinesi e a costruire un nuovo avamposto sulla terra di Umm al-Khair. Un anno dopo l’episodio, dev’essere ancora incriminato. “Senza l’accertamento delle responsabilità, le comunità palestinesi della Cisgiordania spariranno di fronte ai nostri occhi. Da molto tempo il mondo ignora l’immensa e inimmaginabile sofferenza di persone sradicate e cancellate dalla terra abitata per generazioni. Gli stati devono fare tutto ciò che è in loro potere per porre fine alla campagna israeliana di pulizia etnica e annessione nell’area C della Cisgiordania. Devono premere sulle autorità israeliane perché smantellino immediatamente tutti gli insediamenti e tutti gli avamposti e consentano alle persone palestinesi sfollate di tornare alle loro case. Tutti gli stati devono dare sostegno e cooperazione all’indagine della Corte penale internazionale sulla situazione nello Stato di Palestina e avviare indagini autonome sui crimini di diritto internazionale commessi nel Territorio palestinese occupato. Il messaggio rivolto a Israele dev’essere inequivocabile: la sua duratura impunità è finita e non si potrà andare avanti come sempre fino a quando l’apartheid, la pulizia etnica e l’occupazione non cesseranno”, ha riepilogato Callamard. Amnesty International
June 10, 2026
Pressenza
Il precariato come arma di censura: il caso Nunziati e la libertà di stampa sotto attacco
“Il precariato è una spada di Damocle: ti toglie libertà, tutele, qualità del lavoro. La libertà di stampa non è minacciata solo dalle intimidazioni dirette, ma dall’agonia economica.” Con queste parole Gabriele Nunziati ha aperto la giornata davanti al Tribunale del Lavoro di Roma, dove si è svolto il presidio in sua solidarietà. Una frase che non descrive solo la sua vicenda, ma l’intero sistema che oggi governa il lavoro giornalistico in Italia. Una sola domanda rivolta alla Commissione Europea sulle responsabilità di Israele nella ricostruzione della Striscia di Gaza è bastata per farlo licenziare da Agenzia Nova, che ha interrotto un rapporto di collaborazione già precario. Un gesto che rivela la natura disciplinare del precariato: se puoi essere allontanato in un attimo, senza tutele, la libertà di stampa diventa un’astrazione. Dopo l’udienza, rinviata al 23 giugno, Nunziati ha ricordato che senza il sostegno di Stampa Romana non avrebbe potuto permettersi un’azione legale, denunciando la natura classista dell’accesso alla giustizia: chi ha risorse si difende, chi non le ha viene schiacciato. Il suo caso è diventato un simbolo internazionale, con messaggi di solidarietà arrivati da tutta Europa, dal Messico, dal Cile, a dimostrazione che questa vicenda ha toccato un nervo scoperto della professione. Per la Rete #NOBAVAGLIO, tra i promotori della mobilitazione, il caso Nunziati “è la fotografia di un sistema che punisce chi fa domande”, ricordando che “il precariato è oggi la forma più diffusa e più efficace di censura indiretta”. Non servono minacce, non servono querele temerarie: “Basta la paura di perdere il lavoro. Quando il lavoro è instabile, la domanda scomoda diventa un rischio personale. E quando la domanda scomoda scompare, scompare anche il giornalismo”. In piazza presenti oltre alla Rete #NOBAVAGLIO Amnesty International Italia, Stampa Romana, Articolo 21, Fnsi, Usigrai, il Centro di Giornalismo Permanente, l’Ordine dei Giornalisti, attivisti e decine di colleghi e colleghe. Tra loro anche giornalisti come Nico Piro, Nello Trocchia e Daniele Piervincenzi. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha dichiarato: “In gioco c’è la libertà di stampa in Italia, la possibilità di fare domande, anche scomode. La domanda di Nunziati era legittima: chiamava in causa i doppi standard dell’Ue. Fare domande è parte della professione giornalistica, non solo prendere appunti”. Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha definito il licenziamento “paradossale e ingiusto”: “Porre domande è il fondamento della professione giornalistica. Porre domande scomode lo è ancora di più. A Nunziati ribadiamo piena solidarietà.” Stefano Ferrante, segretario di Stampa Romana, ha ribadito: “Stampa Romana è moralmente e materialmente con Nunziati. Questa è una battaglia per l’autonomia dei giornalisti, per la libertà di informazione, per la tutela dei freelance. Difendere diritti e retribuzioni dignitose significa difendere la democrazia”. Il caso Nunziati non è un incidente isolato: è la punta dell’iceberg di un sistema che usa la precarietà come strumento disciplinare. Il messaggio è chiaro: se fai domande scomode, puoi essere allontanato. Questa battaglia non è solo legale: è politica, sindacale, culturale. È la battaglia per affermare che la libertà di stampa si difende nelle piazze, nei tribunali, nei luoghi di lavoro, e che non può esistere libertà di informazione senza dignità del lavoro giornalistico. L’udienza è stata rinviata al 23 giugno, ma la mobilitazione continua: la Rete #NOBAVAGLIO resterà al fianco di Nunziati e di tutti i giornalisti colpiti da forme di censura diretta o indiretta, perché la libertà di stampa non è un ornamento democratico, ma un terreno di lotta quotidiana. Per questo la mobilitazione continua.   Rete #NOBAVAGLIO
June 10, 2026
Pressenza
Tribunale federale respinge le accuse contro attivisti filopalestinesi: l’antisionismo non è antisemitismo
In un’importante vittoria per la libertà di espressione, un tribunale federale ha respinto definitivamente tutte le accuse di cospirazione contro i diritti civili mosse contro The People’s Forum e altri imputati a seguito dell’occupazione, nell’aprile 2024, della Hamilton Hall — Hind’s Hall — alla Columbia University. La sentenza è una rivendicazione del diritto del People’s Forum (TPF) e di altri di condannare i crimini di guerra e il genocidio compiuti da Israele e sostenuti dagli Stati Uniti e di appoggiare gli studenti che chiedono il disinvestimento. Il Partnership for Civil Justice Fund (PCJF) ha rappresentato il People’s Forum nel contenzioso. In una sentenza emessa il 1° giugno 2026, la giudice Colleen McMahon della Corte Distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Meridionale di New York ha respinto tutte le richieste federali ai sensi degli articoli 42 U.S.C. §1985(3) e §1986. La causa, ora respinta, era stata intentata dal Louis D. Brandeis Center for Human Rights Under Law e dallo studio legale Torridon per conto di due dipendenti della Columbia University. Il Brandeis Center ha sostenuto che il fatto che il TPF esercitasse la libertà di parola per sostenere gli studenti accampati, invocare il disinvestimento da Israele e condannare la violenza israeliana costituisse un atto di odio antisemita. Il PCJF ha sostenuto che il Brandeis Center stava confondendo l’antisionismo, un punto di vista politico protetto, con l’antisemitismo nel tentativo di reprimere e sopprimere coloro che si oppongono al sionismo o che condannano i crimini e il genocidio israeliani. La Corte ha respinto categoricamente le argomentazioni dei ricorrenti, stabilendo che non erano riusciti a dimostrare la fondatezza di nessuna delle accuse mosse contro il TPF. La Corte ha respinto la tesi centrale dei ricorrenti secondo, cui l’opposizione al sionismo o alla politica del governo israeliano costituisce prova di un sentimento antisemita. Adottando un precedente della Corte d’Appello del Primo Circuito, il giudice McMahon ha affermato che «la scelta di criticare le azioni di Israele a Gaza non manifesta necessariamente antisemitismo», e ha osservato che le opinioni sulle politiche di Israele differiscono «anche tra ebrei e israeliani». La Corte ha giustamente osservato che persino «la stessa comunità ebraica è divisa sul fatto che l’antisionismo sia intrinsecamente antisemita». «L’equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo è una tattica politica volta a mettere a tacere e penalizzare coloro che, come The People’s Forum, sono solidali con la popolazione di Gaza e della Palestina. Questa sentenza chiarisce che il TPF è pienamente nel suo diritto di difendere i diritti umani e civili e di opporsi al genocidio. Si tratta di una schiacciante vittoria per la libertà di parola», ha affermato Carl Messineo, direttore legale del PCJF e consulente legale del TPF. «Il rigetto da parte della Corte di questo atto di guerra ideologica inteso a mettere a tacere i punti di vista filopalestinesi è una vittoria decisiva per la libertà di parola. Come ha riconosciuto la Corte, la critica a Israele e alla sua guerra contro Gaza è un discorso politico che ha diritto alla protezione del Primo Emendamento. Non esiste un’eccezione palestinese al Primo Emendamento», ha affermato Sarah Taitz, avvocato dello staff del PCJF e consulente legale nel contenzioso. «Questa causa fa parte di un attacco ideologico organizzato contro il movimento per la giustizia per il popolo palestinese, compresa l’opposizione al genocidio sostenuto dagli Stati Uniti. Abbiamo assistito a un flusso costante di questo tipo di cause legali motivate politicamente e prive di fondamento in tutto il Paese», ha dichiarato Mara Verheyden-Hilliard, direttrice esecutiva del PCJF e consulente legale nel contenzioso. “Siamo molto lieti di vedere che questo attacco alla libertà di parola attraverso l’abuso del sistema giudiziario sia stato alla fine respinto. Continueremo a lottare in difesa del Primo Emendamento e contro questo assalto motivato politicamente”. The People’s Forum ha dichiarato: “Accogliamo con favore la decisione del tribunale, che afferma un principio fondamentale del Primo Emendamento: le organizzazioni non possono essere penalizzate per aver intrapreso attività protette di libertà di espressione. Cause legali come questa hanno lo scopo di mettere a tacere organizzazioni come la nostra prosciugando le risorse di chi alza la voce. Speriamo che questa sentenza scoraggi altri dall’utilizzare il sistema legale per sopprimere il movimento in solidarietà con la Palestina. L’antisionismo non è antisemitismo, e nessuna causa legale può cambiare questo fatto. The People’s Forum è grato al nostro team legale e a tutti coloro che si schierano dalla parte giusta della storia.” Tutte le accuse contro The People’s Forum sono state respinte con pregiudizio, con la Corte che ha negato l’autorizzazione a modificare la denuncia definendola “inutile”. Il Partnership for Civil Justice Fund (PCJF) è un’organizzazione per la libertà di parola, i diritti costituzionali e i diritti civili che da oltre 30 anni rappresenta migliaia di individui e organizzazioni in difesa dei diritti costituzionali in tutti gli Stati Uniti. Il PCJF ha sede a Washington, D.C., con un ufficio sulla costa occidentale a Oakland, in California. Per ulteriori informazioni, visitate www.justiceonline.org o seguiteci su Bluesky, X e Instagram: @thePCJF.   Redazione Italia
June 10, 2026
Pressenza
Difendiamo la libertà di stampa: mobilitazione a Roma per Gabriele Nunziati
Martedì 9 giugno, alle ore 9, davanti al Tribunale del lavoro in viale Giulio Cesare 54, si terrà una mobilitazione pubblica a sostegno della libertà di stampa e del diritto di cronaca. L’iniziativa è promossa da Amnesty International Italia insieme ad Articolo 21, Fnsi, Rete #NoBavaglio, Stampa Romana e Usigrai (con adesioni in continuo aggiornamento), in occasione della prima udienza del processo che vede coinvolto il giornalista Gabriele Nunziati contro l’Agenzia Nova. Al centro della vicenda giudiziaria vi è l’interruzione del rapporto di collaborazione tra Nunziati e l’agenzia, avvenuta – secondo quanto denunciato – dopo che il giornalista aveva posto una domanda sulle responsabilità di Israele nella ricostruzione della Striscia di Gaza durante una conferenza stampa della Commissione Europea. Un episodio che per le organizzazioni promotrici non rappresenta un fatto isolato, ma il segnale di una criticità più ampia che riguarda il sistema dell’informazione in Italia. La mobilitazione mira quindi a riportare al centro del dibattito pubblico il tema della libertà di espressione e del pluralismo dell’informazione, in un contesto segnato da precarietà diffusa nel lavoro giornalistico e da crescenti pressioni – politiche ed editoriali – su chi si occupa di temi sensibili, tra cui la questione palestinese. La presa di posizione della Rete #NoBavaglio La Rete #NoBavaglio ha aderito con forza all’iniziativa, sottolineando come il caso Nunziati rappresenti «un campanello d’allarme grave per la democrazia». In una nota, la rete evidenzia che: «Non può esistere un diritto di cronaca condizionato o selettivo. Colpire un giornalista per una domanda significa mettere in discussione il principio stesso del giornalismo: cercare verità e responsabilità, anche quando sono scomode». #NoBavaglio denuncia inoltre un clima sempre più difficile per i professionisti dell’informazione, dove precarietà lavorativa e pericolo di ritorsioni rischiano di limitare l’autonomia editoriale e l’indipendenza dei cronisti. Da qui la richiesta di un intervento concreto delle istituzioni per garantire: tutele effettive per i giornalisti e le giornaliste; protezione delle fonti; rispetto del pluralismo e dell’autonomia della stampa; contrasto a ogni forma di censura o condizionamento. Per la rete #NOBAVAGLIO, la vicenda Nunziati è simbolica di «una deriva che non riguarda un singolo professionista, ma la qualità democratica dell’informazione nel Paese». Una mobilitazione ampia e partecipata All’iniziativa sono attese numerose figure del giornalismo italiano, tra cui: Francesco Cancellato; Riccardo Iacona; Carlo Bartoli; Daniele Macheda; Carlo Bonini; Guido D’Ubaldo; Francesca Fornario; Nico Piro; Daniele Mastrogiacomo; Ludovica Jona; Alessandra Mancuso; Daniele Piervincenzi; Tommaso Ricciardelli; Giovanni Tizian; Nello Trocchia; Filippo Barone, Roberta Cerqua e Raffaella Notariale di Cdr Approfondimento Rai, Shukri Said, Stefano Galieni, Luciano Cerasa, Clarla Habte, Rosa Lella, Ilaria De Bonis, Marino Bisso, ( in aggiornamento…). Parteciperanno inoltre le delegazioni del Centro di Giornalismo Permanente e della Scuola di giornalismo d’inchiesta e reportage “Lelio Basso”, ControCorrente Lazio, Operatori dell’informazione per la Palestina, GVPRESS, MoveOn Italia ( in aggiornamento). La partecipazione così ampia testimonia la trasversalità della preoccupazione per lo stato della libertà di stampa in Italia e la volontà condivisa di costruire una risposta collettiva. Difendere il diritto dei cittadini a essere informati La manifestazione del 9 giugno non si limita a esprimere solidarietà a Gabriele Nunziati, ma intende ribadire un principio fondamentale: la libertà di informazione è un diritto dei cittadini prima ancora che dei giornalisti. Per i promotori, è necessario contrastare con determinazione ogni tentativo di restringere gli spazi del dibattito pubblico e riaffermare che il giornalismo non può essere sottoposto a pressioni o limitazioni legate a interessi politici o economici. L’appuntamento davanti al Tribunale del lavoro si configura dunque come un momento di mobilitazione e vigilanza democratica, con l’obiettivo di tenere alta l’attenzione su una questione cruciale per il funzionamento di uno Stato di diritto: garantire un’informazione libera, indipendente e plurale.   Rete #NOBAVAGLIO
June 8, 2026
Pressenza
MEDIO ORIENTE: DOPO LO SCAMBIO DI ATTACCHI, ENNESIMA “TREGUA ARMATA” TRA IRAN E ISRAELE. ANCORA BOMBE SU LIBANO E GAZA
I Pasdaran iraniani hanno sospeso le operazioni militari contro Israele avvertendo al contempo di “attacchi più duri e devastanti” qualora Tel Aviv tornasse a violare la tregua, parziale, violata nelle scorse ore in Libano. Prima dello stop, l’esercito iraniano aveva fatto sapere di avere ucciso 5 persone di un non meglio precisato “gruppo separatista” attivo nella provincia sud-orientale del Sistan-Baluchestan, al confine con il Pakistan. Sono stati 19 gli arresti nella stessa operazione, durante la quale è morto anche un militare iraniano. Teheran parla di un gruppo “affiliato ai servizi segreti di Stati Uniti e Israele” che avrebbe “pianificato di entrare in Iran attraverso la zona di confine di Saravan”. Tutto questo è accaduto dopo una notte e una mattinata di bombardamenti israeliani su diversi siti iraniani, in particolare impianti petrolchimici, e dopo i missili che le forze armate iraniane avevano lanciato verso Israele in risposta al precedente raid sionista contro il Libano – e in particolare sulla capitale Beirut – in aperta violazione della tregua stipulata pochi giorni fa. Per la prima volta da mesi, 2 missili sono partiti anche dallo Yemen, dove gli Houthi hanno annunciato il divieto di navigazione per le navi israeliane nel Mar Rosso con un blocco nello stretto di Bab al-Mandab. Al momento, su pressione del presidente Usa Trump, il premier israeliano Netanyahu ha detto che “per ora gli attacchi sono cessati”. Da Teheran il presidente iraniano Pezeskhian fa sapere: “non abbandoneremo né il campo di battaglia né il tavolo dei negoziati. Restiamo impegnati sui 2 fronti”. In Libano, intanto, anche oggi 7 persone sono state uccise e 24 ferite in una serie di bombardamenti israeliani. Gli attacchi hanno colpito Nabatiye, Sidone, Tiro (qui danneggiate anche le rovine romane, patrimonio mondiale dell’Unesco) Bint Jbeil, Marjayoun e Jezzine. A Gaza, in Palestina, almeno una dozzina di palestinesi sono stati uccisi soltanto nella mattinata di oggi, lunedì 8 giugno. Fonti mediche della Striscia hanno annunciato che il bilancio delle vittime del genocidio per mano israeliana è salito a 72.980, con 173.171 feriti dal 7 ottobre 2023 a oggi. Il numero totale di palestinesi uccisi dall’annuncio del cessate il fuoco dell’11 ottobre 2025 ha raggiunto quota 970, mentre il numero dei feriti registrati nello stesso periodo è salito a 3.063. Inoltre, sono stati recuperati 782 corpi in diverse località. Per commentare gli ultimi sviluppi su Radio Onda d’Urto è intervenuto il giornalista palestinese Samir Al Qaryouti. Ascolta o scarica.
June 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Attivisti denunciati a Pisa, la solidarietà di Pax Christi
Pax Christi Italia esprime solidarietà ai giovani attivisti di Pisa denunciati dopo le mobilitazioni e le azioni nonviolente della scorsa estate e autunno contro il genocidio in Palestina. Sono 54 i giovani che hanno ricevuto le notifiche dopo la conclusione delle indagini della Questura di Pisa. Contemporaneamente sono state comminate decine di sanzioni amministrative per l’azione nonviolenta che, lo scorso 12 ottobre, ha impedito l’ingresso in stazione di un convoglio con armi destinate a Israele. Il genocidio che si compie in Palestina non può lasciarci indifferenti e ogni azione di dissenso è un’azione in difesa dell’umanità, di fatto morta a Gaza. Quando pensiamo alle e ai giovani e adulti di Pisa, di Roma e di tante altre città d’Italia, oggi incriminati per aver protestato in difesa del popolo palestinese, pensiamo a Gaza, alle immagini raccapriccianti di bambini morti e di ospedali distrutti. Pensiamo ai genitori con neonati mutilati e in fin di vita tra le braccia, ai chirurghi che praticano amputazioni senza anestesia, ai medici e ai volontari della Global Sumud Flotilla che cercano di rompere l’assedio per portare aiuti nella Striscia di Gaza. Eppure, oggi, di fronte alla barbarie e a questo abisso, lo Stato ha il coraggio di incriminare giovani e adulti che chiedono ai passanti di fermarsi nelle stazioni e nelle strade, distratti o impotenti dinanzi a tale crudeltà e disumanità. Pax Christi denuncia la repressione verso queste persone che, protestando, ci ricordano che nulla è paragonabile alla distruzione sistematica di un popolo. Siamo di fronte a un fratricidio in diretta che le e i giovani e adulti sensibili rifiutano, attraverso proteste pacifiche. Pax Christi chiede altresì al governo italiano di mettere in atto ogni azione necessaria per la liberazione dei volontari della Global Sumud Flotilla e in particolare degli italiani Domenico Centrone e Dina Alberizia, attivisti partiti con la missione umanitaria Global Sumud Flotilla Land Convoy (equipaggio di terra), tuttora trattenuti in Libia dalle autorità locali. Chiediamo la loro immediata liberazione e il rientro in Italia. La solidarietà è segno di umanità e non può essere ritenuto un reato. Pax Christi Italia
June 8, 2026
Pressenza