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Incontro alla Camera dei Deputati con Ylias Abu Safyia, figlio del dottor Hussam
Ieri grazie all’onorevole Stefania Ascari si è tenuta una conferenza presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati con Ylias Abu Safyia, il figlio del dottor Hussam , direttore della Pediatria del Kamal Adwan Hospital di Gaza, bombardato a dicembre del 2024; da quella data lui è imprigionato senza capo d’accusa, con un fermo amministrativo rinnovato di 6 mesi in 6 mesi,  solo perché si è rifiutato di lasciare l’ospedale e i suoi  piccoli 170 pazienti ricoverati al momento dell’ avviso di evacuazione da parte dei militari israeliani. Magari ci fossero tanti medici così fedeli al Giuramento d’ Ippocrate, quello di non abbandonare mai i pazienti. E’ stato emozionante ascoltare le parole di Ylias sulle condizioni di detenzione del padre, isolato in una cella di 1,5 x 1,5 metri, tre piani sotto terra, al buio, senza poter parlare con nessuno, solo una volta ogni quattro mesi col suo avvocato. Lui chiede a tutti, parlamentari europei e non, società civile e governi perché questo destino è toccato proprio al popolo palestinese, proprio alla sua famiglia, proprio a suo padre, proprio a suo fratello, anche lui medico, ucciso dalle bombe israeliane. Come possiamo rispondere a queste domande? Come possiamo dormire sonni sereni?  Come possiamo aiutare? Non ci sono parole di consolazione, ma solo gesti significativi, un abbraccio, una protesta pacifica ma sostanziale. Come Sanitari per Gaza Italia, noi ci siamo e cerchiamo di dare sempre informazioni corrette. Francesca Anna Perri
October 30, 2026
Pressenza
La vita tra le macerie. Fotografia, testimonianza e responsabilità della memoria. Racconto e immagini da Gaza
Tutto è cominciato con un libro: Diario di un giovane medico. Appunti dal genocidio a Gaza, di Ezzideen Shehab. Un libro che mi ha costretto a interrogarmi non soltanto su ciò che accade a Gaza, ma sulla responsabilità di chi, pur trovandosi lontano, viene raggiunto dalla testimonianza di chi quella tragedia la vive ogni giorno. Perché ascoltare non è un gesto neutrale. E neppure guardare lo è. Da questa inquietudine è nato il desiderio di cercare altre voci, altri sguardi, altre persone capaci di raccontare ciò che rischiamo di non vedere più. È così che ho incontrato Ramez Ahmed Habboub, fotoreporter palestinese, e il suo lavoro. Le sue fotografie non raccontano soltanto le macerie, la distruzione, i segni della violenza. Raccontano ciò che accade dentro quelle macerie: i gesti quotidiani, la dignità, l’esistenza di persone costrette a cercare una forma di vita là dove persino le condizioni elementari del vivere sono state negate. Nel nostro scambio, e soprattutto nelle sue parole, ho ritrovato una domanda che considero essenziale: che cosa accade quando il mondo continua a guardare, ma smette di vedere? Non credo di avere una risposta rassicurante. So però che ogni testimonianza ci consegna una responsabilità. Possiamo scegliere di accoglierla oppure di sottrarci. Ma non possiamo fingere che, dopo aver visto e ascoltato, nulla sia accaduto. Il testo e le fotografie che seguono appartengono a Ramez Ahmed Habboub. Il mio intento è contribuire affinché la sua voce possa raggiungere altre persone, senza che la distanza diventi una forma di assoluzione. Quando fotografo le persone che vivono all’interno degli edifici danneggiati di Gaza, non fotografo soltanto le macerie, né cerco un’altra immagine da aggiungere alle scene di distruzione che il mondo si è ormai abituato a vedere. Cerco di documentare ciò che resta della casa e della vita, e il modo in cui le persone tentano di ricavarsi un luogo in cui vivere all’interno di spazi privati persino delle più elementari condizioni di sicurezza. Dietro muri crepati e soffitti crollati, la vita non si è fermata, anche quando le sono state sottratte molte delle sue fondamenta. In questi luoghi, le famiglie cercano di ritagliarsi un minimo di intimità dietro pareti sventrate; i genitori tentano di proteggere i propri figli dal freddo e dalla pioggia; le persone cercano un angolo in cui dormire, un piccolo spazio dove preparare il cibo o una quotidianità che possa far sembrare nuovamente possibile la vita. Dall’esterno, questi edifici possono apparire come resti della distruzione. Per chi vi abita, tuttavia, non rappresentano un passato ormai concluso, ma un presente imposto, e talvolta l’unico rifugio disponibile. Ciò che altri vedono come uno scenario di rovine è il luogo in cui queste famiglie si svegliano ogni mattina e cercano di continuare a vivere. Ciò che mi interessa in queste fotografie non è soltanto quello che la guerra ha fatto agli edifici, ma quello che ha fatto alle condizioni di vita al loro interno. La distruzione non termina quando crollano i muri. Penetra nel senso di sicurezza e di intimità delle persone, nella loro capacità di proteggere le proprie famiglie e di vivere con dignità. Uno spazio che avrebbe dovuto essere una casa sicura può trasformarsi in un luogo in cui chi lo abita è costretto a sopportare pericoli, freddo, umidità e paura. Fotografare questi luoghi significa dunque documentare non soltanto i segni della guerra sul cemento e sulla pietra, ma anche ciò che quei segni significano, ogni giorno, nella vita delle persone. Come fotoreporter, so che un’immagine può attraversare i confini e raggiungere persone che non hanno mai visto Gaza. Può richiamare l’attenzione, aprire una finestra su una realtà che molti non conoscono e portare un’esperienza umana sotto gli occhi dell’opinione pubblica. Ma so anche che la circolazione di un’immagine non significa necessariamente che il suo significato sia stato compreso. Le persone possono vedere la distruzione, commuoversi per un istante e poi passare a un’altra immagine o a un altro titolo di giornale. Nel frattempo, le persone ritratte nella fotografia rimangono dove sono, alle prese con gli stessi bisogni e alla ricerca di quella sicurezza che l’immagine, da sola, non può restituire. Questo è uno dei dilemmi sui quali torno continuamente a interrogarmi: come può una fotografia testimoniare la sofferenza senza diventare parte dell’assuefazione del mondo a quella stessa sofferenza? Esiste il rischio concreto che la distruzione, ripetendosi, diventi familiare e che le famiglie sfollate e i bambini che vivono tra le rovine si trasformino in immagini rappresentative di una catastrofe, anziché essere riconosciuti come persone con nomi, storie, bisogni e vite che proseguono oltre i confini dell’inquadratura. Quando una scena viene ripetuta così spesso da non suscitare più attenzione, non significa necessariamente che la tragedia si sia attenuata. Può significare, piuttosto, che il mondo si sia semplicemente abituato a guardare senza sentirsi responsabile di affrontare ciò che vede. Per questa ragione, non considero la responsabilità della fotografia limitata al mostrare ciò che è accaduto. Deve anche cercare di documentare ciò che continua ad accadere dopo. Che cosa succede a una famiglia dopo che la fotografia è stata scattata? Come trascorre la notte in un edificio danneggiato? Come protegge i propri figli dal freddo e dalla pioggia? Come riesce a soddisfare i bisogni fondamentali in un luogo che offre così poca sicurezza? Una fotografia non può rispondere da sola a queste domande, ma sono proprio queste domande a impedirmi di considerare l’immagine come una storia compiuta. Una fotografia cattura un istante circoscritto; la vita a cui rimanda continua prima e dopo quell’istante. Sono un fotoreporter, ma sono anche una persona che vive la realtà che documenta. Non mi trovo al di fuori di questa esperienza e non posso separare il mio lavoro dal luogo in cui vivo, dalle persone che incontro o dalle condizioni che rendono persino una fotografia ordinaria parte di una realtà straordinaria e dolorosa. L’impossibilità di stabilire una distanza tra me e ciò che fotografo rende questo lavoro al tempo stesso una responsabilità professionale e un’esperienza profondamente personale. Mi costringe a interrogarmi non soltanto su come venga realizzata un’immagine, ma anche su come venga presentata e su quale significato possa assumere quando raggiunge un pubblico lontano dal luogo in cui è stata creata. Non credo che una fotografia, da sola, possa fermare una guerra, ricostruire una casa o offrire riparo a una famiglia che ha perduto il proprio senso di sicurezza. Non voglio attribuire alla fotografia poteri che non possiede. Ma credo che un’immagine abbia un’altra responsabilità: opporsi alla scomparsa delle persone dalla memoria, contrastare la riduzione delle loro vite a numeri o a scene fugaci e ricordare a chi guarda che la realtà rappresentata non finisce semplicemente perché una fotografia è stata scattata o pubblicata. Mostrare la vita tra le macerie è un tentativo di affermare che le conseguenze della guerra non si misurano soltanto attraverso gli edifici che distrugge, ma anche attraverso ciò che le persone sono costrette a sopportare per continuare a vivere. Per me, testimoniare non significa soltanto mostrare il dolore. Significa cercare di preservare il legame tra un’immagine e la vita che si trova dietro di essa. Significa rappresentare le persone come esseri umani, non semplicemente come vittime, e lasciare nella fotografia abbastanza elementi perché chi guarda possa comprendere che le loro storie non terminano nel momento in cui vengono osservate. Il rispetto per le persone che fotografiamo comincia dal riconoscimento della loro umanità, della loro dignità e dei loro diritti, e dalla consapevolezza che la loro sofferenza non è materiale visivo separato dalla realtà in cui vivono, né dovrebbe diventare uno strumento per suscitare emozioni prima che vengano nuovamente dimenticate. La testimonianza rimane incompleta, perché le vite delle persone ritratte in queste fotografie continuano a svolgersi e perché una macchina fotografica non può contenere tutto ciò che esse sperimentano. Ma questa incompletezza non è una ragione per smettere di fotografare. È una ragione per lavorare con maggiore consapevolezza e responsabilità. Il compito non è fingere che una fotografia possa dire tutto, ma dare spazio a ciò che altrimenti rischierebbe di passare inosservato e ricordarci ciò che non deve mai essere considerato normale. Quando fotografo la vita all’interno degli edifici danneggiati di Gaza, voglio che chi guarda veda qualcosa di più delle tracce della guerra. Voglio che veda persone che stanno ancora cercando di vivere in condizioni che nessun essere umano dovrebbe essere costretto ad accettare. Voglio che l’immagine rimanga aperta a una domanda che vada oltre l’istante dello sguardo: che cosa significa essere testimoni della sofferenza altrui e quale responsabilità deriva dall’averla vista? Le persone ritratte in queste fotografie non appartengono a un passato ormai concluso, né le loro storie sono destinate a chiudersi quando l’attenzione dei media si sposta altrove. Sono qui, nel presente, e continuano a vivere tra le conseguenze della distruzione. Se la fotografia può offrire a questo presente la possibilità di essere visto dal mondo, la nostra responsabilità non termina con lo sguardo rivolto all’immagine. Comincia dal rifiuto di considerare ciò che essa rivela come qualcosa di ordinario, inevitabile o facile da dimenticare. Link all’articolo originale, con foto e commenti di Ramez Ahmed Habboub Redazione Italia
October 29, 2026
Pressenza
Milano, 28 ottobre: 500 giorni in piazza con la Palestina nel cuore
Grazie a Pressenza che ci chiede ancora di scrivere sulla nostra presenza quotidiana in piazza Duomo. Ieri eravamo più del solito, almeno un centinaio. Oramai diversi di noi hanno una piccola luce che illumina il loro cartello, il freddo è ancora accettabile. Sapevamo che sarebbe stata una giornata diversa, ma non sono mancate le sorprese: gli Ottoni a Scoppio, stupendoci ancora una volta, erano tanti e hanno suonato per noi, per la piazza, per la Palestina. Silenzio prima, silenzio dopo. Un’enorme bandiera della Palestina si è palesata. E prima della fine la grande scritta che avevamo concordato: 500 giorni con la Palestina nel cuore. Parte per la terza volta in questi mesi il trombettista Raffaele Kholer. Una tromba che riempie la piazza. Un’atmosfera di sospensione, una profondità che ci attraversa, una magia che crea vita e speranza. Con Raffaele si è creata una vera sintonia. Nessuno “sfila” in piazza: chi viene ci entra con tutto sé stesso, dà e riceve. Alla fine del nostro orario, alle 19, si resta lì, si ha voglia di parlare, di dirsi quello che non ci possiamo dire in quell’ora, di abbracciarci; si beve insieme per stringerci e sono i nostri sguardi che ci dicono che dobbiamo andare avanti. Arriva anche il buon vecchio Khader, presidente della Comunità Palestinese di Lombardia, moltissime volte con noi. Arriva di corsa, ha portato del the per tutti, si piega in due sul suo thermos gigante e porge bicchierini a tutti. Scalda i nostri corpi e le nostre anime. Questa sera salutiamo Claudio che domani parte per l’Africa, per trovare la sua famiglia adottiva in un villaggio del Togo. E poi oggi è tornato con noi anche Antonio, dopo due mesi di convalescenza, lo aspettavamo. Ed è venuta a trovarci Isabelle dal presidio quotidiana di Losanna, con cui siamo gemellati. È felice di essere con noi e dice la stessa cosa che abbiamo detto tante volte anche noi: “Sapendo che queste azioni si fanno anche altrove ci si dà forza a vicenda, ci si sente meno soli.” Nei giorni scorsi invece ci ha lasciato Pinuccio, che è venuto tante volte in piazza con noi; qualcuno lo ha definito un personaggio felliniano. Lo ricordiamo   Andrea De Lotto
October 29, 2026
Pressenza
L’economia mondiale ha i giorni contati
Nel suo libro “Quattro Futuri: La Vita Dopo il Capitalismo“, il direttore di Jacobin, Peter Frase, descrive quattro sistemi radicalmente diversi che potrebbero plasmare il futuro della politica e dell’economia globale: comunismo, rentismo*, socialismo e sterminismo. Ognuno di questi è una proposta ambiziosa, ma prima che uno qualsiasi di essi […] L'articolo L’economia mondiale ha i giorni contati su Contropiano.
October 29, 2026
Contropiano
Roma, identificati, portati in caserma e trattenuti per ore: chiarire le ragioni dell’intervento contro i giovani di Rabbia dal Basso
I ragazzi e le ragazze del collettivo Rabbia dal Basso, protagonisti di un’iniziativa di solidarietà al Polo Civico Esquilino, sono stati identificati e trattenuti per diverse ore nella caserma dei Carabinieri di via Tasso, e non hanno potuto partecipare alla manifestazione di sabato 24 ottobre. Un episodio che solleva seri interrogativi sulle modalità dei controlli preventivi e sul rispetto delle libertà fondamentali. Sono stati identificati, accompagnati nella caserma dei Carabinieri di via Tasso e trattenuti per diverse ore, senza che siano state finora rese pubbliche le ragioni specifiche dell’intervento e del trattenimento. Quando hanno potuto lasciare la caserma, la possibilità di partecipare alla manifestazione era ormai venuta meno. Peraltro alcuni di loro avevano dichiarato di non voler prendere parte al corteo. Viene riferito dai ragazzi e dalle ragazze del collettivo artistico, coinvolti in un intervento delle forze dell’ordine durante la giornata di mobilitazione di sabato 24 ottobre a Roma. Non si è trattato di una semplice identificazione conclusa in pochi minuti. I giovani sono stati accompagnati in caserma e trattenuti per diverse ore. Una misura le cui ragioni specifiche, al momento, non sono state spiegate pubblicamente né risultano verificabili dalla comunità che chiede chiarimenti. La vicenda assume un significato particolare anche per l’identità e l’impegno sociale delle persone coinvolte. Il collettivo aveva organizzato al Polo Civico Esquilino il brunch solidale “Un Futuro per Rama”, iniziativa per sostenere una loro coetanea palestinese in attesa di poter lasciare Gaza e raggiungere Roma per studiare all’università. Per contribuire alla raccolta fondi, avevano realizzato opere artistiche coinvolgendo anche studenti internazionali. Il nuovo Decreto Sicurezza non può diventare una licenza per portare in caserma e trattenere preventivamente giovani sulla base di sospetti generici, dell’appartenenza a un collettivo o della semplice presenza in una giornata di mobilitazione. Questo potere può essere esercitato solo in presenza di un fondato motivo, basato su specifiche e concrete circostanze, che riguardi la condotta delle singole persone. In assenza di motivazioni chiare, atti e risposte verificabili, episodi come questo rischiano di alimentare una crescente sfiducia tra giovani e istituzioni e di produrre un effetto dissuasivo sulla partecipazione pubblica. Effetto tanto più preoccupante quando riguarda una generazione che cerca di organizzarsi, costruire esperienze collettive e impegnarsi per cause sociali, culturali e umanitarie. Il Polo Civico Esquilino rappresenta uno spazio di libertà nel quale associazioni, collettivi, studenti e comunità di diversa provenienza possono incontrarsi e dare vita a progetti condivisi. Quanto accaduto a questi giovani non deve passare sotto silenzio. È necessario che vengano chiarite pubblicamente le circostanze dell’intervento, le ragioni dell’accompagnamento e trattenimento presso la caserma di via Tasso. Non accettiamo che la prevenzione si trasformi in una pratica che colpisce giovani impegnati, li allontana dallo spazio pubblico e li esclude di fatto dalla partecipazione democratica. Non chiediamo una formula di circostanza: chiediamo atti, orari, motivazioni e responsabilità. La domanda è semplice: “Perché dei giovani sono stati trattenuti per ore in una caserma dei Carabinieri?” Riguarda non solo chi è stato vittima di questa operazione, ma l’intera comunità di riferimento. Perché la tutela della sicurezza e il rispetto della libertà non possono essere separati e perché il diritto alla partecipazione democratica deve valere concretamente per tutti. Su questo punto occorre fare piena luce. Redazione Roma
October 28, 2026
Pressenza
Presidio per la Palestina anche a Savona
A Savona, dopo il 7 ottobre, un piccolo gruppo di persone ha deciso di manifestare in piazza per la Palestina. Sono stati organizzati un presidio di tre ore e mezza ogni lunedì mattina, giorno di mercato e un presidio di un’ora e mezza ogni venerdì pomeriggio, nella centrale piazza Mameli. Qui alle sei una campana suona 21 rintocchi, come le lettere dell’ alfabeto, in memoria di tutti i caduti di tutte le guerre. L’età media dei componenti è abbastanza elevata e tutti abbiamo anni di impegno e militanza alle spalle. L’idea iniziale era di contrastare la nota narrazione mediatica di Israele vittima, degli stupri, delle teste mozzate e di fare conoscere/invitare alla pratica del BDS, in particolare del boicottaggio. Poi si è creato un gruppo su Whatsapp, subito chiamato Palestina e successivamente 9 aprile 1948 Deir Yassin, il nome di un villaggio i cui abitanti sono tutti stati uccisi, fra cui decine di bambini. Durante il viaggio della Global Sumud Flotilla verso Gaza abbiamo tenuto sessanta giorni di presidio, a volte anche nutrito, in una tradizionale zona sul mare, di grande passaggio pedonale e veicolare. Il discorso, con il tempo, si è esteso alla solidarietà con altri Paesi, come ad esempio Cuba, vittime di aggressioni e colonialismi. Oggi si parla anche, sia nei presidi che sul gruppo, della situazione italiana/europea, delle spese/aiuti militari che ci impoveriscono, delle sanzioni che ci si ritorcono contro. Un tema attuale è anche il bivio tra nuovo ordine mondiale o catastrofe. La presenza al mercato “frutta” tantissimo. Si parla ogni volta con molte persone e migliaia ci vedono. Si è passati dal quasi stupore iniziale a vedere cartelli, a scoprire che si può, che c’è sempre fuoco sotto la cenere, a espressioni di palese, o meno palese simpatia, manifestata anche da molti stranieri di passaggio. La criticità che riscontriamo è la mancanza di un’organizzazione, un partito contenitore, in cui far confluire il dissenso e la voglia di cambiare. Vedremo.   Redazione Italia
October 27, 2026
Pressenza
ELEZIONI ISRAELE, CHRISTIAN ELIA: “NETANYAHU POTREBBE PERDERE, MA SULLA QUESTIONE PALESTINESE NON CAMBIERÀ NULLA”
Urne aperte per le elezioni politiche oggi, martedì 27 ottobre, nello stato di Israele per la prima volta dal 7 ottobre 2003, dopo oltre 3 anni di genocidio, guerre, invasioni e occupazione su più fronti. Gli aventi diritto al voto sono 7 milioni e 300mila. I seggi rimarranno aperti fino alle ore 21 italiane. Alle 12 l’affluenza è al 31,5%, il dato più alto dal 1977. Gli ultimi sondaggi disponibili prevedono un testa a testa tra il blocco dell’attuale premier Netanyahu e dei coloni fascisti e quello del suo principale avversario, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, a capo di una coalizione – sempre sionista – che va dal centrosinistra all’ultradestra nazionalista laica. Il blocco oggi al potere è dato tra i 50 e i 52 seggi, mentre l’opposizione sionista tra 54 e 56, sotto la maggioranza di 61. Fuori dai due schieramenti corrono alcuni partiti minori, come i Riservisti (che da un lato chiedono la leva obbligatoria ma dall’altro vogliono mettere Netanyahu sotto indagine per il 7 ottobre) o i partiti della sinistra antisionista e della comunità palestinese, dati uniti tra i 12 e i 14 seggi, possibile ago della bilancia. Una novità, infine, è rappresentata dalla lista “Un posto per tutti noi” legata al movimento contro l’occupazione Standing Together. “La società israeliana arriva a queste elezioni a pezzi, le lacerazioni al suo interno sono ormai profondissime e non solo intorno alla figura di Netanyahu”, spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto il giornalista esperto di medio oriente Christian Elia. Le spaccature riguardano anche gli equilibri tra quelle “mille anime che, a volte, si ha la sensazione – e non è una sensazione – che solo la continua violenza contro i palestinesi tenga insieme”, prosegue Elia. Tra queste contrapposizioni, specifica il nostro ospite, “c’è ormai una sorta di resa dei conti tra un modello laico di società e uno confessionale; c’è poi una resa dei conti tra gli ambienti militari e quelli della politica; c’è, infine, anche una resa dei conti fra le minoranze, quindi i drusi, i cristiani, i gruppi di ebrei ortodossi e soprattutto i palestinesi”. Per quanto riguarda le coalizioni in corsa, secondo Christian Elia “per la prima volta dopo tanto tempo Netanyahu può perdere davvero”. “Il problema – commenta il giornalista – è con chi perde: se si confrontano i programmi della coalizione di Eisenkot e quella di Netanyahu ci si rende conto che cambia davvero poco, innanzitutto sulla questione palestinese. Anche per questo l’ago della bilancia saranno i partiti cosiddetti arabo-israeliani, che in realtà sono i palestinesi del ’48 che decisero di restare. I partiti più importanti, come Balad e Hadash, hanno trovato un accordo per formare una lista unica. Ovviamente un loro accordo con l’attuale blocco di potere è praticamente impossibile. Se si alleano con qualcuno di alleano con Eisenkot. C’è da dire, tuttavia, che Eisenkot era il capo di stato maggiore israeliano dell’operazione ‘Piombo fuso’ su Gaza”. Se la coalizione di Eisenkot dovesse vincere ma senza trovare un accordo con i partiti dei palestinesi del 1948, potrebbe crearsi una situazione di stallo nella quale potrebbe spuntarla ancora una volta Netanyahu. “In questo scenario il rischio è che il presidente israeliano dia di nuovo all’attuale premier l’incarico di formare un nuovo governo. Questo però vedrebbe un Netanyahu piuttosto bloccato nelle sue decisioni perché farebbe sempre fatica a trovare una maggioranza in parlamento”, commenta Christian Elia in conclusione dell’intervista alla nostra emittente. L’intervista di Radio Onda d’Urto al giornalista Christian Elia sulle elezioni nello stato di Israele. Ascolta o scarica.
October 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Oggi… 27 ottobre 2026 … in Israele è il fatidico “giorno della verità”
Da stamattina in tutta la nazione sono aperte le oltre 12˙000 urne per l’elezione della 26ª Knesset. Gli elettori iscritti nei registri per  sono 7,3 milioni. A contendersi i 120 seggi sono i candidati presentati in 38 liste. La votazione – in pratica e sostanza – è anche una consultazione sul governo Netanyahu. I sondaggi danno una quasi parità tra i due schieramenti dell’attuale maggioranza e dell’opposizione di centro guidata da Eizenkot. Nessuno schieramento – secondo questi sondaggi – avrà la maggioranza per formare il governo. Si prospetta un governo di unità nazionale ebraica, composto per escludere un’alleanza tra il centro e i partiti palestinesi-israeliani, che dovrebbero ottenere circa 12-14 seggi. Una sconfitta del criminale di guerra ricercato internazionalmente sarebbe una boccata d’ossigeno, ma le sorti del popolo palestinese e del suo diritto all’autodeterminazione e alla propria nazione non possono essere consegnati nelle mani di chi ha occupato la sua terra. E, siccome anche la proposta di un appoggio esterno è stata rifiutata dall’ex generale Eizenkot, contrario alla nascita di uno stato palestinese e favorevole alla colonizzazione, la creazione delle condizioni per l’applicazione del diritto internazionale, secondo le risoluzioni dell’Onu per i due Stati, ha bisogno di un’iniziativa diplomatica che metta fine alla complicità con il genocidio ancora in corso a Gaza invasa e contrasti la pulizia etnica in Cisgiordania e Gerusalemme occupate. Intanto il Ministero dello Sviluppo Sociale di Gaza ha divulgato dati sconvolgenti sulla condizione delle donne palestinesi a Gaza: * nel 2026 a causa dell’uccisione o del ferimento dei mariti, le donne sono ‘a capo’ di 123˙588 famiglie; * dall’inizio dell’invasione israeliana del 2023, le vedove che vivono sole con i figli accampate nelle tende sono 28˙580. La responsabilità femminile per la guida familiare è aggravata dalle condizioni di disoccupazione o inoccupazione in un contesto di sfollamento e vita continuamente minacciata dallo deportazione per i bombardamenti israeliani. E ieri, lunedì 26 ottobre, dal Palazzo di Vetro e sui media europei… UN ORGANISMO DELL’ONU ACCUSA ISRAELE DI GENOCIDIO E PULIZIA ETNICA Una commissione d’inchiesta internazionale istituita dalle Nazioni Unite ha accusato Israele di aver commesso crimini contro l’umanità contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata, incluso il genocidio, e di continuare a perpetrare il genocidio nella Striscia di Gaza. Nel suo nuovo rapporto, pubblicato in vista delle elezioni parlamentari israeliane di oggi martedì, la commissione ha concluso che “le autorità e le forze israeliane hanno commesso crimini contro l’umanità in Cisgiordania, tra cui sterminio, tortura, stupro e altre forme di violenza sessuale, nonché persecuzione, sulla base di motivazioni discriminatorie interconnesse incentrate su nazionalità, razza ed etnia”. La commissione ha concluso nel suo nuovo rapporto che le autorità israeliane hanno cercato di “punire collettivamente” la popolazione civile in Cisgiordania e ha ritenuto che, a partire dal 7 ottobre 2023, Israele abbia condotto “un attacco generalizzato e sistematico contro i civili, attraverso operazioni militari rafforzate dalla continua violenza dei coloni”. * Israel has committed war crimes and crimes against humanity in the Occupied Palestinian Territory amid continuing genocide in Gaza, UN Commission of Inquiry finds LA NARRAZIONE ISRAELIANA PERDE MORDENTE SUI MEDIA EUROPEI Persino la stampa tedesca comincia a documentare i crimini di guerra dello stato alleato alla propria nazione. Un’inchiesta di Der Spiegel descrive “la dottrina del uccidi chiunque vedi” riferendo, come il docufilm Naza, le testimonianze di 10 soldati israeliani che spiegano cosa succedeva e accade tuttora a Gaza. * Dieci soldati israeliani documentano per Der Spiegel la dottrina del “uccidi chiunque vedi” L’ordine di Netanyahu a militari infatti è quello di uccidere: più morti cinicamente significa meno voti contro e più a favore per lui, il criminale di guerra ricercato. OGGI A GAZA E IN CISGIORDANIA, E IN GIORDANIA Nella Striscia di Gaza il massacro continua. Secondo il rapporto del Ministero della sanità palestinese, le vittime dell’esercito israeliano ieri sono state 11 civili palestinesi assassinati e 38 feriti. Stamattina a Khan Younis, è morta Tahany Shalalfa, una bimba che aveva 6 anni e ricoverata dopo il ferimento causato da una pallottola sparata dai cecchini, ed è stata avvistata una squadriglia di centinaia di droni israeliani in volo nell’area dell’ospedale Nasser. Inoltre dei caccia israeliani hanno bombardato il quartiere Hay Tuffah ad est di Gaza città. In Cisgiordania oggi è il quinto giorno di assedio e operazioni militari a El-Khalil (Hebron), da dove sono stati deportati oltre 4 mila abitanti e la demolizione di case e la distruzione di infrastrutture urbane vengono sistematicamente condotte come un’azione di vendetta collettiva e per gettare le basi dell’occupazione e colonizzazione ebraica della città. Tra le operazioni militari avvenute ieri, la più eclatante è stato l’attacco a El-Bira, dove è stata occupata la moschea di Al-Omary, nel centro della città, con massiccio uso di spari nei dintorni per allontanare i fedeli. Ad ovest di Nablus, nel villaggio di Deir Sharaf, l’esercito israeliano di occupazione ha cacciato una famiglia dalla sua casa, trasformata in una caserma militare. A Qusra, dove dall’inizio dell’assedio dei coloni e dell’esercito israeliano sono ormai già trascorsi due mesi e 18 giorni, gli 11 palestinesi componenti tre famiglie non possono né uscire da casa, né rientrarvi. Niente scuola e niente lavoro. I coloni sionisti hanno aperto il fuoco contro i palestinesi che tentavano di raggiungere le loro terre vicino al nuovo avamposto di insediamento di Khirbet Humsa a El-Khalil, a ovest di Dura, e si sono impossessati di case e terreni e hanno issato bandiere israeliane vicino a Wadi al-Qaf Road, nella città di Beit Kahil, a nord-ovest di El-Khalil. E questa mattina il capo del Consiglio regionale dei coloni, Yossi Dagan, ha inaugurato l’insediamento di Shalem vicino a Nablus, insieme ad altre personalità e rabbini, in concomitanza con il trasferimento delle prime 12 famiglie nel nuovo avamposto realizzato nell’ambito di un piano più ampio guidato dal Consiglio per la creazione di 19 nuovi insediamenti nella Cisgiordania settentrionale. L’offensiva israeliana in Cisgiordania, una tattica in preparazione delle elezioni, prosegue parallelamente alle minacce di Netanyahu e dei suoi ministri di cancellazione dell’autonomia palestinese, con la fine degli accordi di Oslo e dell’esistenza dell’Autorità nazionale palestinese. Contemporaneamente in Giordania sono stati rivelati i nomi dei terroristi takfiri che sabato scorso durante il funerale in una chiesa di Karak hanno ucciso 9  e ferito altre 34 persone. In una conferenza stampa governativa il generale Obaidullah Maayta, direttore della Pubblica Sicurezza giordana, ha dichiarato: “Gli autori rappresentano solo se stessi. Appartengono alla stessa famiglia e nutrono idee estremiste. Si tratta dei fratelli Hazza (ideatore e mandante) e Mishal Zeidan Mohammed, e del loro parente, Ahmed Sami Hussein”. Appena le forze di sicurezza si sono avvicinate a loro, i terroristi hanno aperto il fuoco. Poi sono stati catturati. Nel frattempo l’aeronautica giordana colpito covi delle formazioni jihadiste siriane a ridosso del confine. In un comunicato l’esercito ha dichiarato che l’operazione di deterrenza ha ucciso diversi estremisti collegati con le azioni criminali nel territorio giordano. E nella stessa giornata unità di emergenza siriane sono intervenute in 4 luoghi, dove hanno recuperato i corpi di 7 persone uccise (tre bambini, tre uomini e una donna), il governo siriano ha chiuso il valico di forniera con la Giordania e il ministero degli esteri di Damasco ha presentato una protesta per il mancato coordinamento con le autorità e le forze armate della nazione confinante. ANBAMED
October 27, 2026
Pressenza
Il “medico dei poveri” rilasciato dopo 18 mesi di prigionia nelle carceri israeliane
La notizia è comunicata dalla rete #DigiunoGaza, che informa: > Con grande gioia apprendiamo del rilascio del medico palestinese > 71enne arrestato dall’esercito israeliano lo scorso giugno nella sua casa di > Ramallah. > > Mazen Rantisi, noto come il “medico dei poveri” per la sua attività a sostegno > delle persone più povere dei sobborghi di Ramallah, è stato rilasciato dal > carcere di Ganot con segni evidenti di percosse e fortemente debilitato. > > Contro di lui nessuna accusa formale, nessun processo. > > La notizia è stata diffusa oggi dal network internazionale Samidoun che si > batte per la liberazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane > che, è bene ricordarlo, ad oggi ammontano ad oltre 9mila, tra cui 80 sanitari > e circa 400 minori. > > Continuiamo a chiedere la liberazione dei sanitari ancora detenuti, come il > pediatra Hussam Abu Safiya, e di tutti i prigionieri palestinesi! > > Rete di personale sanitario contro il genocidio palestinese #DigiunoGaza / 26 > ottobre 2026 Redazione Italia
October 26, 2026
Pressenza
Non chiamateli pro Pal
Ci chiedevamo dove fossero andati a finire i giovani, dopo che il loro contributo è stato determinante per affossare il referendum sulla giustizia voluto da Giorgia Meloni. In questi giorni lo abbiamo capito: sono scesi in piazza. Il 17 ottobre con molto clamore e vetrine infrante, mettendo in subbuglio il governo e facendo alzare tutte le voci bipartisan nel condannare ogni forma di violenza. Ieri, sabato 24 ottobre, violenze non ce ne sono state, almeno a Milano e i cortei sono stati molto partecipati e allegri, pieni di studenti, non studenti ed ex studenti e comunque con una straordinaria partecipazione giovanile. Bene, ottimo segnale per noi sessantottini orfani della rivoluzione: quella degli ideali, naturalmente, della giustizia e dell’equità sociale. Mentre questo governo sta facendo di tutto per criminalizzare le giuste esigenze di una generazione che vede il proprio futuro messo a rischio da guerre, disastri ecologici, concentrazione di ricchezze e I.A., i giovani si organizzano a modo loro. Perché ogni generazione ha una modalità tutta sua di vivere, gioire, soffrire, organizzarsi e comunicare che chi viene prima di loro non capisce e spesso svaluta e denigra come se si trattasse di motivazioni sbagliate e inconsistenti. Sto pensando ad esempio alla consuetudine invalsa nell’uso giornalistico, televisivo e politico di etichettare come “pro Pal” tutti coloro che manifestano a favore della Palestina. Però si tratta di uno slogan denigratorio, buono per i tempi superficiali che stiamo vivendo, ma assolutamente deleterio per comprendere le ragioni di chi ha a cuore la causa palestinese. Bollati come “pro Pal”, sembra che questi giovani siano tutti violenti e rissosi e non persone informate e sensibili, perché questo slogan li fa apparire tutti dalla parte di Hamas e del terrorismo. Ma anche senza escludere che esista – come sempre – un ristretto numero di esaltati ed estremisti, i giovani che manifestano per la casa, lo studio, la Palestina e per tutte le loro infinite buone ragioni, non sono proprio tutti così. Lo si è visto durante le scorribande del 17 ottobre: c’è stata una minoranza di teppisti inglobata non-si-sa-ancora-come all’interno di cortei pacifici delle cui ragioni nessuno dell’informazione si è preoccupato, focalizzandosi invece esclusivamente sulle azioni violente. Che poi sono consistite in vetri infranti e ridicoli saccheggi di felpe, perché nessuno si è fatto male, nessun negoziante ha riportato ferite o lesioni. Ma già, nel nostro mondo la merce, la proprietà privata e il business hanno un valore a cui a volte la vita umana viene sacrificata (per il petrolio venezuelano, quanti pescatori sono stati bombardati e affogati dagli USA?). Questa è una strategia che ormai ben conosciamo dal G8 di Genova del 2001 in poi, con i black bloc violenti che hanno provocato una ancora più violenta e sanguinaria (programmata?) azione della polizia. Questa subdola equivalenza tra manifestazioni giovanili e violenza è la vera “disinformazia” di cui preoccuparci. Il governo di destra dal pugno di ferro ci tiene a dirci che non accetta la violenza” (e già questa è un’affermazione sorprendente) e intanto si accanisce con violenza sui manifestanti varando l’ennesimo pacchetto sicurezza che inasprisce le pene e in particolare ai minorenni. Dunque attenzione alle etichette: un “pro Pal” è già bollato a priori, non può rivendicare ragionamenti e motivazioni. Perché in Occidente nessun governo è dalla parte della Palestina, e a sostenerla sono solo le persone, dal basso. Per alcuni, un vero atto di insubordinazione. Redazione Milano
October 25, 2026
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