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Livorno, nave con droni diretti a Sigonella ancora ferma. I portuali si rifiutano di caricarla
Nella tarda serata di ieri gli attivisti e le attiviste della Global Sumud Flotilla sono stati rilasciati, dopo un fermo di alcune ore. Le barche che hanno partecipato all’azione coordinata sono ancora sotto sequestro. Dopo sei ore di blocco in mare e presidio davanti al varco, la nave è entrata nel terminal Darsena Toscana. Immediata la proclamazione di sciopero. Il turno di notte si è rifiutato di lavorare. Anche il secondo turno della mattina ha deciso di aderire allo sciopero. La nave è ferma. Stiamo parlando della Sunaid X, una porta container che viene utilizzata per rifornire la base americana di Sigonella. Attualmente sarebbero 4 i contenitori “sospetti” al cui interno vi sono batterie per droni, equipaggiamenti militari, gas e propellenti. La base di Sigonella è stata utilizzata per sostenere le recenti azioni militari americane in Medio Oriente. Con questa iniziativa vogliano lanciare anche un messaggio allo stato sionista e genocida di Israele, che ha utilizzato proprio quella base per coordinare gli attacchi contro la Global Sumud Flottilla diretta a Gaza. È gravissimo che un porto civile venga utilizzato per movimentare materiale militare ponendo il nostro Paese in complicità con guerre che sarebbe esplicitamente vietata dalla nostra Costituzione e che producono carovita crescente, con aumenti del costo della benzina, dei beni alimentari e delle bollette. I lavoratori non saranno complici! Verso lo sciopero generale e internazionale del 30 ottobre. L’iniziativa di Livorno è stata possibile grazie all’impegno coordinato di: No Harbor for Genocide Global Sumud Flotilla Italia Gruppo Autonomo Portuali Livorno Unione Sindacale di Base Livorno Unione Sindacale di Base
October 23, 2026
Pressenza
Fecondazione assistita: anche in F.V.G. al via la mobilitazione dell’Associazione Luca Coscioni per la campagna “PMA per tutte”
Superata la soglia delle 45.000 firme per estendere l’accesso alla Procreazione Medicalmente Assistita anche a donne single e coppie di donne. Dal 21 al 31 ottobre appuntamenti e tavoli di raccolta firme anche in Friuli Venezia Giulia.  QUI il link a tutti gli eventi e qui per firmare la proposta di legge Mancano solo 5.000 firme al raggiungimento della quota di 50.000 necessarie per il deposito alla Camera della proposta di legge d’iniziativa popolare promossa dall’Associazione Luca Coscioni, destinata a consentire l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita (PMA) anche a donne single e coppie di donne. Per tagliare il traguardo, dal 21 al 31 ottobre parte una mobilitazione nazionale che vedrà protagonisti attivisti e associazioni anche in Friuli Venezia Giulia. La proposta mira a modificare l’articolo 5 della legge 40/2004, che oggi limita l’accesso alla PMA alle sole coppie eterosessuali coniugate o conviventi. Un limite che impone una discriminazione basata sullo stato civile o sull’orientamento affettivo e che costringe ogni anno moltissime donne italiane a intraprendere “viaggi della speranza” all’estero o a rinunciare al proprio progetto di genitorialità. “Oggi in Italia il desiderio di avere un figlio continua a essere condizionato dallo stato civile o dall’orientamento affettivo delle persone. È una discriminazione che costringe ogni anno molte donne ad andare all’estero per accedere alla PMA, e in altri casi a rinunciare”, dichiarano Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, e Francesca Re, coordinatrice della campagna “PMA per tutte”. “Siamo vicini al traguardo delle 50.000 firme necessarie al deposito della proposta di legge in Parlamento. La Corte costituzionale ha chiarito che non esiste alcun ostacolo costituzionale all’eliminazione di questo divieto e che spetta al Parlamento intervenire. Con questa campagna chiediamo dunque alla politica di fare la propria parte: non è accettabile che donne single e coppie di donne siano ancora costrette a spostarsi all’estero per realizzare un progetto di famiglia che potrebbe essere legittimamente realizzato anche nel nostro Paese”. Oltre ai banchetti territoriali e agli eventi dal vivo, è possibile firmare la proposta di legge anche online tramite SPID o CIE sul sito ufficiale dell’associazione o sulla piattaforma ministeriale dedicati. Redazione Friuli Venezia Giulia
October 23, 2026
Pressenza
30 Ottobre: Sciopero Generale, le ragioni di USB Sardegna
Il 10, 16 e 17 ottobre tre date che hanno visto Cagliari e altre città della Sardegna attraversate da migliaia e centinaia di lavoratori e studenti: una generazione intera che non accetta un futuro di precarietà, salari bassi, carovita e guerra. Da qui bisogna costruire e rafforzare l’alleanza tra studenti e lavoratori. Per questo l’USB proclama lo SCIOPERO GENERALE di venerdì 30 ottobre, per tutte le categorie del lavoro pubblico e privato. In gioco c’è l’impennata dei prezzi, a partire dai carburanti: benzina e gasolio oltre i 2 euro, spesa rincarata dal 30 al 50% in 5 anni, bollette di luce e gas con aumenti superiori al 30%. I salari non recuperano nemmeno l’inflazione e il governo Meloni, schierato con compagnie petrolifere e banche, risponde con provvedimenti inconsistenti. Servono salari adeguati al costo della vita, prezzi calmierati e IVA azzerata sui beni di prima necessità. E per chi studia? Scuola-lavoro gratuita, aule sovraffollate, tetti agli alunni stranieri, programmi che cancellano il colonialismo, università legate all’industria bellica e a chi collabora con Israele. Il governo ha scelto l’economia di guerra: miliardi per il riarmo, briciole per salari, scuola, sanità e casa. La guerra si scarica su energia, lavoro e spesa sociale. Continua la complicità con il genocidio in Palestina, nonostante le piazze piene con studentesse e studenti in prima fila. E intanto si stringe sul dissenso: il ddl antisemitismo con la definizione IHRA rischia di rendere perseguibile la critica a Israele e chi si mobilita per la Palestina. Il 30 sarà una giornata storica Le proteste divampano in tutta Europa, da Spagna e Francia ad Albania. Lo sciopero generale USB si inserisce nella mobilitazione dei portuali di decine di porti nel mondo, che per la prima volta si allarga oltre il Mediterraneo: nord Europa, India, Messico, Sudafrica e Stati Uniti. Cagliari e la Sardegna entrano in una lotta che non è più solo locale ma internazionale. Nessunə si salva da solə. Uniamo le lotte, tuttə insieme. Abbassate le armi, alzate i salari. Venerdì 30 ottobre, corteo a Cagliari, ore 9.30, Piazza Garibaldi USB Sardegna Redazione Sardigna
October 22, 2026
Pressenza
Perù: la Camera dei Deputati approva l’abrogazione di due leggi che favoriscono la criminalità
Una decisione di grande portata. La Commissione Giustizia e Diritti Umani della Camera dei Deputati, presieduta da Catherine Palomino, ha approvato l’abrogazione delle prime due leggi definite “favorevoli alla criminalità” – la Legge n. 32130 e la Legge n. 32735 – accogliendo così una richiesta dell’opinione pubblica. Diversi gruppi della società civile, che si sono fatti promotori dell’iniziativa, hanno accolto con favore la decisione parlamentare; tuttavia, l’iter di abrogazione dovrà ora essere perfezionato al Senato. La Legge n. 32130, destinata a essere abrogata, riguarda le indagini preliminari: una competenza che in precedenza spettava al Pubblico Ministero, ma che era stata successivamente trasferita alla Polizia Nazionale. La Legge n. 32735 concerne invece i “reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni” e prevede, per tali casi, il ricorso alla giurisdizione militar-poliziesca anziché al normale iter giudiziario ordinario. “Ci sono ancora altre 11 leggi che favoriscono la criminalità da abrogare, e l’iter per queste due deve essere completato. Abbiamo concordato di proseguire il lavoro comune per ottenere l’abrogazione di tutte queste norme, nonché per definire un nuovo quadro giuridico che consenta una lotta efficace contro la criminalità e favorisca una riforma del sistema giudiziario”, ha dichiarato Grimaldo Ríos, rappresentante delle organizzazioni che sostengono le abrogazioni. UN IMPEGNO CONGIUNTO DELLA SOCIETÀ CIVILE L’abrogazione di tali leggi rappresenta una richiesta costante dell’opinione pubblica peruviana, poiché tali misure hanno indebolito l’impianto normativo volto a contrastare la criminalità organizzata. A tal fine, si sono mobilitate diverse realtà della società civile, tra cui: l’Ordine degli Avvocati di Lima (CAL), la Piattaforma dei Cittadini per la Vita e la Sicurezza, l’Accordo Storico dei Cittadini (AHC), la Piattaforma per la Democrazia, il Coordinamento Nazionale per i Diritti Umani, il gruppo di cittadini “Concentración Perú”, il Collettivo Unità Democratica e numerose altre associazioni – tra cui rappresentanti degli imprenditori di Gamarra, operatori del settore dei trasporti, conducenti di mototaxi, studenti universitari e beneficiari di borse di studio. UN COLPO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI Mentre l’opinione pubblica apprendeva questa importante notizia, il Senato in seduta plenaria — già nella mattinata — votava a favore della concessione dei poteri legislativi richiesti dall’Esecutivo. Il governo aveva aggiunto altri sette ambiti ai 20 già approvati dalla Camera dei Deputati. «Ritengo che l’Esecutivo non avesse bisogno di nient’altro per affrontare il fenomeno El Niño e la criminalità. Ha insistito così tanto per ottenere questi poteri da mettere ora a rischio diversi diritti dei cittadini, specialmente con queste ultime sette aggiunte. In particolare, conferire maggiori prerogative alla DINI [Direzione Nazionale dell’Intelligence] — trasformandola di fatto in un altro servizio di intelligence che ricorda l’epoca di Montesinos — consentirà di monitorare e controllare qualsiasi iniziativa dei cittadini che esprima dissenso nei confronti del governo», ha dichiarato Ríos. «Ciò che colpisce maggiormente è che questa decisione del Senato assesta, di fatto, un colpo alla Camera dei Deputati. In ultima analisi, ciò innescherà una crisi nei rapporti istituzionali all’interno del Congresso. Sono segnali preoccupanti per la società», ha aggiunto. Redacción Perú
October 22, 2026
Pressenza
Le infografiche che illustrano l’inchiesta sulla hasbara nel quarto potere degli USA
LA SERIE DI ‘PANNELLI’ COMPOSTI DAI GRAFICI DEL TEAM VISUALIZING PALESTINA SINTETIZZA LE INFORMAZIONI ELABORATE DALLE REPORTER DI PRISM, MEDIA E MEDIA-SERVICE INDIPENDENTE FEMMINILE MULTIETNICO. Ogni infografica mostra – e dimostra – come negli USA le notizie sulla persecuzione dei palestinesi siano filtrate o manipolate: quelle divulgate da uffici e agenzie stampa filo-sionisti sono pubblicate e divulgate; quelle con materiali e dati che documentano vessazioni,  prevaricazioni,  apartheid e genocidio invece vengono ‘bloccate’ da un sistema di ostruzioni molto efficace… … una barriera che si può, e deve, riuscire ad abbattere, perciò serve sapere e capire come ‘funzioni’. LA HASBARA NEL MONDO DEI MEDIA ‘MADE IN USA’ Da sempre, ma recentemente di più e anche più esplicite, tante subdole pressioni e coercizioni impediscono a redattori, corrispondenti e collaboratori che lavorano in e con i quotidiani e periodici main-stream statunitensi di pubblicare reportage contenenti informazioni sulle violazioni dei diritti umani pianificate e compiute dai coloni sionisti e dai governanti e militari israeliani e sui crimini di guerra orditi e perpetrati dalle forze armate dello stato israeliano. Così nell’opinione pubblica americana si sono formate idee e consolidate convinzioni basate su fake-news, cioè su delle versioni dei fatti mendaci e mistificatorie, plasmate ad arte per accreditare tesi e ideologie demagogiche divulgate mediante la hasbara, una parola ebraica che letteralmente significa ‘spiegazione’ e recentemente usata per indicare il sistema di strategie e tattiche della propaganda dei sionisti israeliani. Ovviamente questa “sofisticata architettura narrativa” [Hasbara: l’arte della narrazione strategica israeliana – ISLA / 8 settembre 2025] ha uno scopo… che è il ‘fine’ perseguito in molti modi, anche mediante ogni media, con tanti ‘mezzi’, anche non leciti: ‘giustificare’ l’efferatezza di interventi, azioni e operazioni delle forze armate e forze dell’ordine di Israele contro i palestinesi abitanti nella Striscia di Gaza, nei territori in Cisgiordania, a Gerusalemme… nelle terre dal fiume (Giordano) al mare (Mediterraneo). Nel 2011 sulla rivista scientifico-accademica Israel Studies edita dall’Indiana University Press e sponsorizzata dal Ben-Gurion Research Institute for the Study of Israel and Zionism della Ben-Gurion University di Negev e dal Schusterman Center for Israel Studies della Brandeis University, un ateneo privato del Massachusetts, è stata pubblicata la ricerca – intitolata “Palestine’s Best”: The Jewish Agency’s Press Relations, 1946-1947 – in cui l’autore, Giora Goodman, docente al e direttore del Dipartimento di studi multidisciplinari del Kinneret College sito sulle rive del Mar di Galilea, trattava per la prima volta nella storia un argomento oggi ‘scottante’… Il pioneristico saggio storiografico esamina come sia stata costruita la Jewish Agency (Agenzia Ebraica), cioè la ‘macchina propagandistica’ dei sionisti, usata “in Palestina e all’estero durante i due anni cruciali che hanno preceduto la fondazione dello Stato di Israele”, ovvero negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale e dell’olocausto. Fino al 2011, l’anno della primavera araba e scandito da “mutamenti politici e culturali, da global revolution, da tragedie naturali sconfinate,… e da grandi eventi mediatici” [Fanpage, 30 dicembre 2011], nessuno aveva mai affrontato questo argomento. Perché? Chi non è esperto di storia dei mass-media e sociologia della comunicazione non lo può sapere. Chi non conosce (bene) la storia di Israele e degli Stati Uniti non può capire (bene!!!) le dinamiche del presente nel mondo dei media della nazione mediorientale, della super-potenza americana e ‘occidentale’ e, di riflesso, di tutto il mondo. Chi invece è un giornalista – cronista, editorialista o redattore – o un pubblicista professionista, oppure un mediattivista, blogger o influencer deve saperlo e capirlo. Chi lavora nei media non può non avere conoscenza di cosa siano e come agiscano le ‘agenzie’ di muckraking (giornalismo scandalistico), quali ‘trucchi’ retorici, ovvero sofismi e demagogie, usano per far ‘esplodere’ o attizzare scandali e polemiche che fomentano rabbia, odio e fanatismi, per convincere tante persone a pensare ciò che altrimenti ciascuna non concepirebbe o a cui non crederebbe (bias cognitivi), per far sembrare verosimili le falsità e, così, false le verità,… per fare propaganda politica. Chi lavora nelle ‘stanze’ – reali o virtuali – del quarto potere deve conoscere e sempre ricordare gli studi, e ammonimenti, degli statunitensi John Dewey («la società è comunicazione») e Walter Lippmann (primo ad analizzare a fondo il fenomeno del giornalismo scandalistico e nel 1922 autore di L’opinione pubblica, «La creazione del consenso non è un’arte nuova… La persuasione è diventata un’arte… la conoscenza dei modi per creare il consenso altererà tutti i calcoli politici e modificherà tutte le premesse politiche»), dell’anglista e sociologo canadese Herbert Marshall McLuhan (“il medium è il messaggio”), del cosmopolita – che si dichiarava un ‘marrano’ – Edgar Nahoum noto con lo pseudonimo ‘Morin’ (vedi bibliografia) e, oltre a leggere (bene!!!) tutto il testo, rammentare quando, come e perché la – allora reporter corrispondente del settimanale The New Yorker – Johanna ‘Hannah‘ Arendt scrisse La banalità del male (Eichmann in Jerusalem – A Report on the Banality of Evil), un libro oggi tanto attuale. Eppure finalità, caratteristiche e funzionamento dell’Agenzia Ebraica sono stati ignorati fino al 2011 e, sebbene il 7 ottobre 2023 la ‘macchina’ della propaganda sionista fosse già in moto, oggi – dopo tre anni dall’inizio dell’assedio della Striscia di Gaza, oltre che tanti – ma non tutti – israeliani e alcuni – non tutti – potenti, che cosa sia la hasbara lo sanno solo i palestinesi e chi si indigna delle atrocità a loro inferte e si erge in loro difesa. A chi vuole assolvere coloro che sono responsabili o complici dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità di cui sono vittime i palestinesi la hasbara fornisce tanti ‘strumenti’ e ‘attrezzi’ con cui fare in modo che la gente creda che “A Gaza non c’è la carestia. Le foto dei bambini denutriti sono manipolate o mostrano gli effetti di malattie rare. Tutti i giornalisti di Gaza (solo palestinesi, poiché Israele vieta l’ingresso alla stampa) sono al soldo di Hamas. I terroristi fanno incetta del cibo e banchettano nei tunnel. I tredicimila dipendenti dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) sono tutti membri di Hamas. Negli ospedali di Gaza si nascondono i terroristi. I medici sono terroristi. Gli infermieri sono terroristi. Il numero delle vittime civili a Gaza, in proporzione ai combattenti uccisi, è inferiore a quello di altre guerre” [Anna Maria Brogi – Cos’è la “hasbara” e come Israele sta combattendo una guerra parallela sul web / Avvenire, 7 settembre 2025]. ‘I’M SO DEHUMANIZED’ Il titolo della pagina online dal 9 settembre scorso in cui Prism presenta il reportage e le infografiche elaborate da Visualizing Palestine che lo illustrano cita la frase detta da Nadia, una giornalista specializzata in cronaca locale, in specifico che si occupa di vicende e questioni inerenti alla vita quotidiana delle comunità etniche che popolano il Northeast,  la macro-zona che si estende negli stati del cosiddetto New England – primi insediamenti coloniali inglesi (Connecticut, Maine, Massachusetts, New Hampshire, Rhode Island e Vermont) e altre ex-colonie sulla ‘costa orientale’, o atlantica (New Jersey, New York e Pennsylvania, inoltre Delaware, Maryland e Virginia del Nord) – e nell’area metropolitana di Washington, il District of Columbia. Nadia quindi conosce bene la realtà dei territori abitati, oltre che dai nativi americani che popolano soprattutto le Woodlands (territori boschivi), cioè delle etnie, o tribù, Wampanoag, Mohegan (moichani), Pequot, Narragansett e Penobscot e delle Six Nations della Iroquois Confederacy (irochesi), e molti immigrati e tanti esuli di varie origini e ‘generazioni’, tra cui numerosi ebrei fuggiti dall’Europa soggiogata al nazifascismo e palestinesi scappati da Israele… Le testimonianze della giornalista che vive e lavora in questa realtà e dei 5 suoi colleghi di altre testate intervistati dalle reporter di Prism e l’indagine – i 44 casi di retaliation (repressione) rilevati e riscontrati dall’associazione sindacale di giornalisti, cronisti, editorialisti e pubblicisti – National Writers Union (NWA) – dal 7 ottobre 2023 fino al febbraio 2024 [Retaliation in the media industry during the war on Gaza] documentano tanti fatti inconfutabili, alcuni eclatanti, apparentemente singolari o eccezionali, nell’insieme invece non straordinari, anzi: tutti collegati l’uno all’altro e ciascuno una tattica connessa a una strategia, la hasbara. * PRISM – ‘I’m so dehumanized’: Journalists say U.S. newsrooms treat Palestine with fear and contempt * VISUALIZING PALESTINE – What Happens to Stories About Palestine in U.S. Newsrooms     Maddalena Brunasti
October 22, 2026
Pressenza
La polizia francese è ancora al servizio dei cittadini?
> Una polizia repubblicana non è semplicemente una polizia posta sotto > l’autorità della Repubblica. È una polizia che protegge i cittadini, > garantisce le loro libertà, fa rispettare la legge e ricorre alla forza fisica > solo come misura estrema, quando ciò sia necessario e proporzionato. Protegge > l’ordine pubblico, certo, ma questo ordine ha senso solamente se consente lo > svolgimento e l’esercizio delle libertà pubbliche. Ebbene, da una quindicina di anni, cosa stiamo vedendo? Cariche, manganellate, spari di proiettili di gomma e lanci di granate, accerchiamenti, fermi talvolta brutali, manifestanti feriti – persino mutilati –, giornalisti o osservatori colpiti. Non stiamo parlando di qualche “abuso o violenza” isolati. Da diversi anni, le pratiche francesi di mantenimento dell’ordine sono oggetto di critiche documentate, provenienti dal Difensore dei diritti, da ricercatori e da organizzazioni per la difesa dei diritti umani.1 È ovviamente necessario ricordare che gli agenti di polizia e i gendarmi si trovano talvolta di fronte a violenze reali. Lanci di oggetti, incendi e aggressioni nei confronti delle forze dell’ordine non possono essere minimizzati né giustificati. Ma la responsabilità di una polizia democratica consiste chiaramente nel non lasciarsi trascinare nella logica della violenza che si trova ad affrontare. Poiché detiene, per conto della collettività, il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica, essa è soggetta a obblighi e regole più elevati rispetto a quelli richiesti ai cittadini. QUANDO IL MANTENIMENTO DELL’ORDINE PROVOCA DISORDINE Per lungo tempo, uno dei principi fondamentali del mantenimento dell’ordine è consistito nel preservare una distanza tra le forze dell’ordine e i manifestanti. [2].  Si trattava, nello specifico, di evitare il corpo a corpo e prevenire lo scontro, anziché ricercarlo. Ricordo numerose manifestazioni a Parigi e a Tolosa, in cui le direttive e il principio, ben evidenti, erano di fare in modo che vi fosse il minor numero possibile di violenze. Ed è proprio quello che accadeva. Questa logica è progressivamente diventata ingarbugliata e confusa: il ricorso a unità più mobili, a interventi rapidi all’interno dei cortei, a strategie di arresto immediato e, talvolta, a unità non sufficientemente addestrate al mantenimento dell’ordine pubblico, ha moltiplicato le situazioni di contatto. E il contatto, per effetto imitazione, genera altro contatto. Quando un’unità penetra in un corteo per fermare una persona, quando una carica disperde indistintamente manifestanti pacifici e autori di violenza, quando l’utilizzo di un’arma cosiddetta “intermediaria”, ferisce qualcuno che non costituiva una minaccia, l’operazione che avrebbe dovuto ristabilire l’ordine, diventa essa stessa fonte di disordine. Il fatto stesso che le cosiddette forze dell’ordine siano massicciamente concentrate nei punti in cui la manifestazione si disperde, genera inevitabilmente tensioni e scontri che potrebbero essere evitati in assenza di tali forze, che dovrebbero intervenire solamente quando viene commesso un delitto. Quando le tecniche di ‘mantenimento dell’ordine’ accrescono le tensioni e scatenano violenze da entrambe le parti, chi non capisce che i metodi sono lontani dall’obiettivo prefissato? Altri paesi europei hanno sviluppato approcci maggiormente basati sulla comunicazione, sulla negoziazione e sulla distensione [3]. Ciò non significa, ovviamente, che non vi sia alcun intervento quando vengono commessi atti di violenza, ma che l’obiettivo primario consiste nel consentire lo svolgimento della manifestazione, nell’isolare il più possibile i comportamenti violenti e nel ridurre le occasioni di scontro. In altre parole si tratta di impedire la violenza anziché vincere lo scontro. PROTEGGERE LE MANIFESTAZIONI, NON CONSIDERARLE UNA MINACCIA Una manifestazione non costituisce un turbamento dell’ordine pubblico. Si tratta di un principio democratico indiscutibile, in quanto espressione dell’esercizio di una libertà pubblica. È davvero triste, oggi, doverlo ricordare, tanto tale principio viene messo in discussione. La missione primaria delle forze dell’ordine dovrebbe dunque essere quella di consentirne lo svolgimento nelle migliori condizioni possibili. Il manifestante pacifico non dovrebbe mai avere la sensazione di trovarsi di fronte a una forza avversa. Eppure, nel nostro immaginario collettivo, manifestare diventa un’attività potenzialmente pericolosa, al punto che si consiglia di indossare occhiali protettivi contro i gas lacrimogeni, che si nutrono preoccupazioni prima di portare i propri figli a un corteo, che ci si guarda intorno quando arrivano di corsa gli agenti di polizia. Questa banalizzazione dell’idea che manifestare sia rischioso è davvero preoccupante. Una democrazia autentica e vitale dovrebbe essere in grado di accogliere la contestazione, anche quando questa è massiccia, rumorosa, molesta o profondamente ostile al governo in carica. Poiché il diritto di manifestare non è concesso dal potere; esso costituisce, al contrario, uno degli strumenti di cui i cittadini dispongono per opporvisi. POLIZIA DELLA REPUBBLICA O POLIZIA DEL GOVERNO? La polizia ha il compito di proteggere i cittadini o di proteggere il potere? La questione non è nuova, ma si pone con maggiore acutezza sulla scia del movimento degli studenti liceali, dopo diversi altri – tra cui, in particolare, quello dei “Gilet gialli” e le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni. Certamente, la polizia è un’istituzione dello Stato. Essa dà esecuzione alle decisioni prese dalle autorità legittime. Tuttavia, in uno Stato di diritto, servire lo Stato non può significare servire ciecamente il governo. Lo Stato repubblicano non si identifica soltanto con il potere esecutivo; esso comprende anche il diritto, le libertà pubbliche, la separazione dei poteri e le garanzie riconosciute ai cittadini. Una polizia pienamente repubblicana non può dunque essere semplicemente il braccio armato dello Stato quando si tratta di contenere la contestazione sociale. Deve essere anche garante del diritto dei cittadini di contestare quello stesso Stato. Questa distinzione è fondamentale. Poiché, quando un governo avvia una riforma fortemente contestata e centinaia di migliaia di persone scendono in piazza per opporvisi, la polizia non dovrebbe mai apparire come l’ultima linea di difesa del potere politico contro la sua stessa popolazione. Dovrebbe rimanere ciò che è chiamata a essere: una forza pubblica al servizio di tutti. LA VIOLENZA DELLA POLIZIA DANNEGGIA ANCHE LA POLIZIA STESSA Gli agenti di polizia non sono gli unici responsabili di questa situazione. Tali funzionari attuano strategie, dottrine e ordini definiti dalle autorità politiche e prefettizie. Molti desiderano certamente svolgere il proprio lavoro con professionalità, pur in situazioni difficili. Molti subiscono essi stessi le conseguenze di strategie che li pongono in prima linea, li espongono alla violenza e li intrappolano in un confronto, in cui possono, a loro volta, diventare vittime. Ecco perché parlare di violenze da parte della polizia non significa essere ostili alla polizia stessa. Può significare, invece, auspicare un altro tipo di polizia: una forza meglio formata, meno militarizzata nelle dotazioni e rappresentazioni e azioni, che privilegi il dialogo e la distensione, che ricorra alla forza fisica solo come extrema ratio e che disponga di meccanismi di controllo realmente indipendenti. Una polizia, dunque, intesa non come forza contrapposta alla popolazione, bensì come un’istituzione che alla popolazione appartiene. [4]. RITROVARE IL SIGNIFICATO E SENSO DELLA FORZA PUBBLICA L’articolo 12 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 è esplicito: “La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino necessita di una forza pubblica. Questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti, e non per l’utilità specifica di coloro ai quali essa è affidata”. Ciò significa che la forza pubblica non è istituita innanzitutto per proteggere chi governa. Essa esiste per garantire i diritti. La questione se la polizia francese sia ancora pienamente repubblicana impone di esaminare più a fondo la dottrina, le pratiche, le dotazioni, gli ordini impartiti e il concetto stesso del mantenimento dell’ordine. Una Repubblica “forte” non è una Repubblica la cui polizia è la più temuta. È quella in cui un cittadino può manifestare contro il potere senza mai dover temere coloro che hanno ricevuto il compito di proteggere proprio i suoi diritti. -------------------------------------------------------------------------------- Note [1] Rapporto –Il mantenimento dell’ordine alla luce delle regole di deontologia. Difensore dei diritti    Le maintien de l’ordre au regard des règles de déontologie. Défenseur des Droits [2]  Gilet gialli: uso eccessivo della forza e della violenza della polizia. Amnesty International Gilets jaunes : usages excessif de la force et violences policières. Amnesty International [3] Studio – Distensione della violenza e gestione delle folle dei manifestanti. Difensore dei diritti Étude – Désescalade de la violence et gestion des foules protestataires. Défenseur des Droits [4] Manifestazioni: il Difensore dei diritti cita le raccomandazioni sul rispetto delle regole di deontologia per le forze di sicurezza. Difensore dei diritti  Manifestations: la Défenseur des droits rappelle ses recommandations sur le respect des règles de déontologie par les forces de sécurité. Défenseur des Droits -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI ILARIA MASCETTI. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Alain Refalo
October 22, 2026
Pressenza
Raccolta delle olive in Cisgiordania, arrestati attivisti solidali con i contadini palestinesi
Due italiani sono stati arrestati dall’esercito israeliano mentre erano in visita nella Palestina occupata durante la raccolta delle olive. Manuel Tartarotti, 35 anni, e il padre Alberto, 67, erano in Palestina per la campagna di solidarietà con i contadini sottoposti alle vessazioni dei coloni e dell’esercito di occupazione. Sono stati maltrattati, ammanettati con gli occhi bendati e caricati sulle camionette, per essere arrestati per un giorno e poi espulsi per terrorismo. I due si trovavano in Cisgiordania per consegnare il Premio Langer all’associazione Youth of Sumud, vinto per il riconoscimento della resistenza nonviolenta palestinese. Le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 90 persone, tra cui il candidato democratico al Congresso Brad Lander, mentre accompagnavano dei contadini palestinesi nella raccolta delle olive nella città di Nahalin, a ovest di Betlemme. L’organizzazione israeliana Rabbis for Human Rights ha dichiarato che martedì scorso le autorità hanno arrestato Lander, candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti per il 10° distretto di New York alle elezioni del mese prossimo, mentre partecipava alla raccolta delle olive nella Cisgiordania occupata. Brad Lander è un politico ebreo-statunitense che in passato ha ricoperto la carica di revisore dei conti della città e si è candidato a sindaco di New York. È noto anche per le sue critiche alla guerra israeliana nella Striscia di Gaza ed è un alleato di Zohran Mamdani. ANBAMED
October 22, 2026
Pressenza
Ambiente: Sabato 24 ottobre detenuti e volontari insieme per ripulire 24 città italiane
Ventiquattro città in dieci regioni saranno coinvolte sabato 24 ottobre in una giornata nazionale di pulizia ambientale con la partecipazione di detenuti, persone impegnate in percorsi di esecuzione penale esterna e volontari. L’iniziativa è promossa da Plastic Free Onlus, organizzazione di volontariato impegnata nel contrasto all’inquinamento da plastica, e Seconda Chance APS, associazione attiva nel reinserimento socio-lavorativo delle persone detenute ed ex detenute.Si tratta del primo appuntamento nazionale dopo la sottoscrizione del protocollo d’intesa con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) del Ministero della Giustizia, che prevede almeno due mobilitazioni annuali per favorire responsabilizzazione, inclusione sociale e tutela ambientale attraverso attività di volontariato.Le iniziative si svolgeranno in Campania (Bacoli, Castel Volturno, Mondragone, Napoli e Salerno), Calabria (Corigliano-Rossano, Crotone e Palmi), Lazio (Pofi, Sermoneta e Viterbo), Emilia-Romagna (Castelfranco Emilia, Reggio Emilia, Parma e Ferrara), Lombardia (Monza e Varese), Toscana (Livorno e Prato), Veneto (Padova e Venezia), Friuli-VeneziaGiulia (Trieste), Puglia (Bari) e Sicilia (Catania).A Venezia è stato inoltre sottoscritto un protocollo di inclusione con l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (UEPE), per favorire la partecipazione delle persone in affidamento in prova alle iniziative di pulizia ambientale promosse dalle due associazioni. L’intesa punta a diventare un modello replicabile anche in altri territori italiani. Il 24 ottobre l’appuntamento sarà a Mestre, nel parcheggio dell’OBI di via Maderna, dalle 9.30 alle 12.30, per ripulire un’area commerciale molto frequentata.A Sermoneta parteciperanno 21 detenuti della Casa Circondariale di Frosinone, impegnati nella pulizia delle strade attorno al borgo medievale, seguita da un pranzo e una visita guidata organizzati con il Comune. A Palmi saranno coinvolti cinque detenuti di diversi istituti calabresi e dieci persone affidate all’UEPE di Reggio Calabria. A Bari e Catania parteciperanno anche giovani degli istituti penali per minorenni. A Trieste sono previsti interventi di pulizia sia a terra sia in mare, mentre a Reggio Emilia, Parma e Prato le attività ambientali saranno accompagnate da momenti culturali e di socializzazione. A Ferrara, con il patrocinio del Comune e la collaborazione dell’Università, dell’alleanza universitaria COLOURS e del Gruppo Hera, la raccolta partirà alle 14.30 da Porta Paola e interesserà le aree del sottomura di via Quartieri, verso San Giorgio, e del sopramura di via Baluardi.“Il reinserimento passa anche dalla possibilità di tornare a sentirsi parte attiva della comunità, di contribuire concretamente a qualcosa che ha valore per tutti – dichiara Margherita Maiani, segretario generale di Plastic Free Onlus –. Prendersi cura dell’ambiente diventa un’occasione per esercitare responsabilità, ritrovare fiducia nelle proprie capacità e costruire relazioni al di fuori del contesto detentivo”. Le fa eco Flavia Filippi, presidente e fondatrice di Seconda Chance APS: “Il protocollo con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ci permette di dare maggiore continuità a queste esperienze e di coinvolgere progressivamente altri istituti. Ogni occasione di partecipazione può aiutare a ricostruire rapporti di fiducia e ad affrontare con maggiore consapevolezza il proprio percorso di reinserimento”.Il calendario è in aggiornamento e ulteriori località potranno aggiungersi nei prossimi giorni. Informazioni su www.plasticfreeonlus.it. Redazione Italia
October 22, 2026
Pressenza
Popolo isolato Mashco Piro: alla Corte interamericana l’amicus curiae di Just Access
Il 30 settembre 2026 la Corte interamericana dei diritti umani ha ricevuto l’amicus curiae di Just Access e.V. nel caso Popoli indigeni Mashco Piro, Yora e Amahuaca contro Perù. Su istruzione del suo Presidente, la Corte lo ha trasmesso alle parti e alla Commissione interamericana dei diritti umani. Il caso È il secondo caso sui popoli in isolamento volontario che arriva alla Corte, dopo Tagaeri e Taromenane contro Ecuador (2024), e il primo contro il Perù. L’udienza pubblica si è svolta a Montevideo il 24 e 25 settembre 2026. I Mashco Piro vivono in isolamento volontario nella regione di Madre de Dios, nell’Amazzonia peruviana, insieme a gruppi Yora e Amahuaca in contatto iniziale. Secondo la Commissione interamericana, la procedura per trasformare la Riserva territoriale Madre de Dios in Riserva indigena, avviata nel 2014, non è ancora conclusa. Nel frattempo il disboscamento, le attività minerarie e gli idrocarburi continuano a colpire il loro territorio. Cosa chiede Just Access alla Corte * Un territorio davvero intangibile. Completare la protezione della riserva, delimitare zone cuscinetto, rivedere, sospendere o revocare le concessioni estrattive che si sovrappongono al territorio o lo confinano, e istituire un meccanismo indipendente di controllo. Nell’attesa, lo Stato deve adottare subito misure contro le intrusioni. * Protezione dal contatto forzato, non isolamento imposto. Questi popoli hanno il diritto di decidere se, quando e come entrare in contatto. Lo Stato deve proteggerli dal contatto imposto e dalle pressioni estrattive, rispettando i contatti limitati che scelgono di cercare. * Foresta e popolo sono inseparabili. Per chi vive solo nella e grazie alla foresta, distruggere il territorio minaccia l’esistenza stessa del popolo, in linea con il parere consultivo OC-32/25 della Corte, che riconosce la Natura come soggetto di diritti. * Precauzione e salute. Senza difese immunitarie, un contatto non voluto può essere catastrofico. L’incertezza scientifica non può giustificare il rinvio di misure di protezione. * Sicurezza per tutti negli incontri violenti. Prevenzione e riparazione per le vittime delle comunità vicine, con un approccio interculturale e senza rappresaglie né incursioni punitive nel territorio. * Una norma di diritto internazionale. La protezione dei popoli isolati dal contatto forzato sta emergendo come norma di diritto internazionale consuetudinario, almeno tra gli Stati della regione. «Proteggere un popolo che ha scelto di non avere contatti non significa lasciarlo solo», dichiara Luca Brocca di Just Access. «Significa proteggere il territorio da cui dipende la sua sopravvivenza e rispettare le sue scelte. Chiediamo alla Corte di dire con chiarezza che cosa questo comporta, in concreto, per gli Stati.» Non c’è un termine fisso per la sentenza, che potrebbe arrivare nei prossimi mesi. Il testo integrale dell’amicus, in spagnolo come depositato, è disponibile sul sito di Just Access: Just-Access-IACtHR-Intervention-PIACI-ES.pdf (versione in inglese: https://just-access.de/wp-content/uploads/2026/10/20260923-JA-IACtHR-Intervention-PIACI-EN.pdf). Chi è Just Access Just Access e.V. è un’organizzazione non governativa tedesca che lavora per migliorare l’accesso alla giustizia e sviluppare il diritto internazionale dei diritti umani, attraverso contenzioso strategico, ricerca e advocacy presso le Nazioni Unite e le corti regionali. Ha già presentato altri amici curiae alla Corte interamericana. Sito: just-access.de Pressenza IPA
October 22, 2026
Pressenza
Milano, il mattone e l’inclusione: i rom devono andarsene, gli interessi immobiliari possono restare
A Milano ci sono case che esistono da oltre vent’anni ma devono scomparire e case che esistono soltanto nei progetti, ma hanno già un posto nel futuro della città. Le prime appartengono ai rom del Villaggio delle Rose a Chiesa Rossa. Le seconde compaiono nei progetti immobiliari intorno a Cascina Basmetto, poco distante. Mettere queste due storie una accanto all’altra permette di guardare la vicenda di Chiesa Rossa da un’angolazione rimasta fuori dal dibattito. Il Villaggio delle Rose è un insediamento autorizzato e allestito dal Comune. Le famiglie hanno acquistato le proprie abitazioni prefabbricate, le hanno sistemate, ci hanno cresciuto figli e nipoti. Quando, nel dicembre 2024, l’amministrazione ha deciso il «superamento» del campo, gli abitanti hanno proposto una cooperativa a proprietà indivisa: mettere in comune le case, assumersi la gestione del villaggio, realizzare gli adeguamenti necessari con risorse proprie. Sessantatré famiglie hanno formalizzato il proprio interesse. È stato coinvolto l’architetto Giovanni La Varra, è stato elaborato un progetto e sono stati raccolti fondi. Festa di compleanno al Villaggio delle Rose Una proposta che prende sul serio proprio l’obiettivo dichiarato dal Comune: superare il campo. Trasformare un luogo amministrato come un problema sociale in una comunità che governa il proprio abitare. Il Comune ha aperto il confronto. Poi il percorso si è arenato sulla questione ambientale. La presenza di contaminanti nel sottosuolo è stata presentata come ragione per sgomberare l’intera area, ma nella risposta ricevuta dalla comunità, ARPA ha chiarito che non esiste un divieto generale di effettuare la caratterizzazione in presenza di persone, purché siano garantite le condizioni di sicurezza. Bisogna dunque stabilire come eseguire le indagini e quali precauzioni adottare. L’obbligo tecnico di mandare via tutti non esiste. Gli abitanti chiedono di conoscere i dati prima di perdere le case. Fare la caratterizzazione, valutare il rischio, capire se e dove occorra intervenire, riprendere il progetto della cooperativa sulla base dei risultati. Nel frattempo, il Comune assegna con insistenza 60 alloggi temporanei a famiglie che un’abitazione la possiedono già. In una città attraversata dall’emergenza abitativa, con quasi 500 famiglie in attesa di un alloggio SAT, anche questa scelta merita una spiegazione. Nel racconto pubblico tornano criminalità, degrado, bambini che non vanno a scuola. Gli episodi di criminalità vanno affrontati individuando i responsabili. È folle pensare che un criminale smetta di essere criminale se lo si mette in una casa popolare. Le difficoltà scolastiche vanno ricostruite insieme alla soppressione dello scuolabus, alle richieste delle famiglie di ripristinarlo e ai molti progetti inutili e strafinanziati negli anni, che sono serviti a tutti meno che ai bambini e ai genitori. Le condizioni ambientali vanno lette anche attraverso le denunce formali degli abitanti contro gli sversamenti intorno al campo commessi da quelli che arrivano da fuori e i solleciti per ottenere interventi sulle fogne. La storia documentata del Villaggio contiene tutto questo. Ridurla a quelle poche parole d’ordine, oltre a esprimere razzismo, rende più facile sgomberare e più difficile capire. Poi c’è il territorio intorno. Lo studio AG&P pubblica un progetto del 2011 intitolato «Urbanizzazioni Cascina Basmetto»: superficie indicata di 30.000 metri quadrati, cliente URBAM, progetto architettonico di Dante O. Benini & Partners. Nel 2017 l’Associazione per il Parco Sud Milano descriveva una proposta della cooperativa CMB da 435 appartamenti in edifici di sette piani. Sono documenti di una lunga vicenda progettuale, non la prova di un cantiere imminente, ma l’interesse a costruire in quella zona ha nomi, numeri e una storia. E ha una cornice urbanistica. Il PA4 Basmetto prevede diritti edificatori e ne disciplina l’utilizzo, consentendo anche il trasferimento parziale in altre aree della città. Le modifiche del 2019 hanno introdotto tutele e possibilità di diversa localizzazione, senza cancellare quei diritti. Nella proposta comunale per il superamento di Chiesa Rossa compare, inoltre, una formula che merita attenzione: «mancata valorizzazione delle proprietà comunali». Il patrimonio e il suo valore fanno dunque parte delle motivazioni scritte dall’amministrazione. Non abbiamo documenti che dimostrino che lo sgombero sia stato deciso per favorire un operatore immobiliare. Abbiamo però elementi sufficienti per porre una questione: quali interessi economici possono beneficiare della scomparsa del Villaggio? Non occorre costruire sulle sue case. Se la presenza rom viene considerata un ostacolo alla vendita delle abitazioni vicine, il pregiudizio può diventare un vantaggio economico per chi riesce ad allontanarla. A Chiesa Rossa le famiglie rischiano di perdere un patrimonio reale: case acquistate, risparmi investiti, relazioni costruite. Intorno a Cascina Basmetto esiste una prospettiva di valorizzazione immobiliare. Prima di chiamare tutto questo «inclusione», sarebbe necessario spiegare quale valore si vuole proteggere, quale si accetta di distruggere e a beneficio di chi. Redazione Milano
October 22, 2026
Pressenza