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Palestina : Taybeh nella morsa dei coloni e dell’IDF
Le notizie che arrivano da Taybeh , unico villaggio totalmente di fede cristiana della Palestina biblica, sono sempre più preoccupanti: il 23 luglio scorso , il «Comandante dell’IDF della regione di Giudea e Samaria», come viene chiamata ufficialmente la Cisgiordania dal governo israeliano, ha emesso una ordinanza militare che ordina la chiusura dell’area denominata «Taybeh and Rammoun Area», nella Cisgiordania occupata. Oggi sappiamo che questa ordinanza resta in vigore fino al 4 luglio 2027. Il testo del decreto lascia molto spazio all’interpretazione, i coloni israeliani che vivono nell’area o nelle sue vicinanze, compresi quelli presenti nei cosiddetti «avamposti collinari» sono considerati residenti per cui possono circolare liberamente. Esclusi dall’entrare o uscire da Taybeh, gli attivisti israeliani e internazionali, i giornalisti internazionali, le associazioni umanitarie, e tutti coloro oche non risultano residenti nel villaggio e nell’area di Rammoun, paese vicino a Taybeh. Il 17 Agosto in Palestina hanno inizio le lezioni scolastiche, Taybeh ha una scuola che, dalla Primaria alle superiori, serve tutto il circondario, per un raggio molto superiore al limite previsto dall’ordinanza. Questo significa che la maggioranza degli studenti e studentesse sarà privata da domani della partecipazione alle lezioni. Abbiamo sentito il Sindaco di Taybeh, Suliman Abu Elias che è stato confermato per il suo seconda mandato il 25 aprile 2026 che mette in guardia circa le reali intenzioni dell’IDF: “ tutta Taybeh e il suo territorio sono presi di mira dai coloni, questi ultimi sono presenti sempre con i loro animali, mentre i soldati dell’IDF organizzano i chek point permanenti all’ingresso ed all’uscita del paese. I Soldati decidono l’apertura e la chiusura per cui ci sono giorni che l’attesa per entrare o per uscire supera le tre ore ”. Gli avamposti collinari dei coloni attualmente sono 7 stabili, di cui 5 nel territorio di Taybeh e 2 nel territorio del paese limitrofo. Secondo l’Istat palestinese gli abitanti di Taybeh fino al 2024 contavano circa 1400 persone e il parroco del paese denuncia che in questi ultimi tre anni 15 famiglie più una decina di ragazzi hanno lasciato il paese recandosi all’estero alla ricerca di un posto più sicuro, più tranquillo. L’IDF ha cercato di tranquillizzare gli abitanti dicendo che questa misura è per tutelarli, ma sia il sindaco sia i parroci del paese (cattolico, ortodosso e melchita) descrivono un clima di insicurezza, di paura, di terrore non solo nello svolgimento dell’attività quotidiana, ma anche per la limitazione della libertà di movimento. La preoccupazione degli abitanti è che questa ordinanza sia finalizzata a permettere ai coloni di prendere possesso, in modo indisturbato, di vari terreni, ponendo le basi per altri 5 nuovi insediamenti sul terreno di Taybeh, cosa che di fatto soffocherà il paese e costringerà i cittadini palestinesi ad andare via. Taybeh si estende su una superficie di 25.000 dunms ( un dunm = 1000 metri quadrati). Migliaia di ettari di terra di Taybeh sono minacciati di essere confiscati da questi coloni sotto la protezione e la complicità dei soldati israeliani. Questo è il terzo anno consecutivo che i nostri contadini non riescono raccogliere le loro olive, oramai i coloni stanno mettendo le mani su due terzi del territorio di Taybeh, cosi afferma il sindaco. La paura si mescola con la preoccupazione degli abitanti soprattutto questa paura si intensifica a causa del silenzio internazionale. Nessun intervento, nessuna denuncia e nessun interesse nonostante l’attivismo della chiesa , degli enti locali e le varie denunce del Patriarca latino di Gerusalemme, l’italiano Pierbattista Pizzaballa. (Ieri Pizzaballa è andato a Taibeh per celebrare la messa e così rivendicare l’accesso al paese e oggi il Papa ha chiesto la fine delle persecuzioni ndr) Infine va ricordato è avviato un progetto di gemellaggio tra il Comune di Taybeh e il Comune di San Pietro in Casale (BO), grazie alla sensibilità del Comune stesso e il mondo dell’associazionismo tra cui la Cgil di Bologna, Spi CGIL di Bologna, Anpi, Arci, Assopace Palestina , i quali hanno organizzato una bella iniziativa il 25 luglio che ha visto la partecipazione sia della cittadinanza che del mondo del volontariato per avviare questo progetto che vedrà la luce al più presto possibile. Il sindaco di Taybeh fa appello a tutti, alla Chiesa cattolica, e al Vaticano, e chiede che la comunità internazionale si mobiliti con urgenza per interrompere questa morsa che soffocherà la sua cittadina. Milad Jubran Basir Giornalista italo palestinese ( originario di Taybeh ) e attivista per i diritti umani. Milad Jubran Basir
August 16, 2026
Pressenza
“Uccisi dalla pace promessa e non avuta.” Eugenio Mazzarella e il Nobel ai bambini di Gaza
Oltre dodicimila adesioni, il percorso verso la candidatura formale, il sostegno della politica e delle istituzioni e una prima eco internazionale. Eugenio Mazzarella racconta a Pressenza il significato della proposta del Nobel per la Pace ai bambini di Gaza. “Il Nobel per la pace datelo ai bambini di Gaza, morti per la pace che non hanno mai conosciuto.” È con queste parole che Eugenio Mazzarella, filosofo, poeta, professore emerito di Filosofia teoretica all’Università Federico II di Napoli ed ex parlamentare, conclude il suo appello pubblicato sulle pagine di Avvenire. Una proposta che nasce anche da un sentimento di impotenza davanti a quanto continua ad accadere a Gaza. Nel suo intervento Mazzarella racconta il disagio di chi ha scritto, denunciato, preso posizione e tuttavia, di fronte al ripetersi delle morti e alle immagini dei bambini, avverte il vuoto delle parole già pronunciate. Da qui un “basta” che attraversa il suo scritto: basta uccidere, basta mentire, basta restare immobili. E infine la proposta: il Premio Nobel per la Pace ai bambini di Gaza. L’idea di candidare i bambini di Gaza al Nobel aveva già trovato in precedenza espressione in alcune iniziative della società civile, alle quali anche Pressenza aveva dato spazio. È però con l’appello di Eugenio Mazzarella sulle pagine di Avvenire che la proposta assume oggi una dimensione nuova: raggiunge in pochi giorni migliaia di persone, entra nel dibattito politico e istituzionale, supera i confini italiani e comincia soprattutto a tradursi nel percorso concreto verso una candidatura formale. Nel significato assunto dall’iniziativa, Gaza diventa inoltre il punto dal quale rivolgere lo sguardo all’infanzia vittima delle guerre, senza stabilire gerarchie tra bambini e sofferenze. Ad oggi, 16 agosto 2026, l’iniziativa continua a crescere rapidamente. Nell’intervista che pubblichiamo, Mazzarella riferisce che le adesioni hanno ormai superato quota dodicimila. Hanno aderito cittadini, famiglie, esponenti del mondo della cultura e dell’università, associazioni, rappresentanti religiosi e personalità politiche. Tra i nomi che hanno espresso sostegno figurano, tra gli altri, Massimo Cacciari, Luigi Manconi, Stefano Zamagni e padre Ibrahim Faltas. Sul versante politico sono arrivate, tra le altre, le adesioni di Elly Schlein, Pier Luigi Bersani, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Un passaggio ulteriore è arrivato con Giuseppe Conte, che non si è limitato ad aderire all’appello. Il presidente del Movimento 5 Stelle ha annunciato di essere al lavoro con Eugenio Mazzarella per preparare una relazione dettagliata e procedere alla presentazione della proposta formale attraverso i canali ufficiali del Comitato per il Nobel. L’iniziativa sta cominciando a coinvolgere anche le istituzioni locali. La proposta ha intanto iniziato a varcare i confini nazionali. La notizia è stata ripresa da testate e media in Palestina, Israele, Yemen, Stati Uniti e in ambito europeo, portando l’iniziativa dentro un dibattito internazionale che registra adesioni, attenzione e anche posizioni critiche. Pressenza aveva già seguito nelle proprie pagine il percorso della candidatura e alcune delle iniziative nate intorno ad essa. Tornarci oggi significa però trovarsi davanti a una realtà profondamente cresciuta: un appello che raccoglie migliaia di adesioni, raggiunge la politica e le istituzioni, ottiene una prima attenzione internazionale e si prepara a percorrere formalmente la strada verso Oslo. Questa proposta non poteva lasciare indifferente una testata che ha nella pace, nella nonviolenza, nel disarmo e nella difesa dei diritti umani alcuni dei fondamenti del proprio lavoro. Abbiamo quindi voluto ascoltare direttamente Eugenio Mazzarella, lasciando alle sue parole il compito di raccontare il significato della candidatura e di affrontare le questioni che essa inevitabilmente apre: Gaza, le responsabilità dell’Occidente, la politica italiana, la guerra e lo spazio che resta alla pace e alla nonviolenza.  L’intervista  Professor Mazzarella, perché affidare proprio ai bambini di Gaza un Nobel per la Pace e fare di loro il simbolo di tutti i bambini vittime delle guerre? Che cosa rappresenta questa scelta? Questi bambini, nell’ultimo anno di fine presunta delle ostilità a Gaza, sono stati uccisi dalla pace promessa e non avuta. Così come i 20mila uccisi nel genocidio avviato da Israele per rappresaglia fuori da ogni misura immaginabile per il feroce e inescusabile attacco di Hamas il 7 ottobre 2023. Ma anche i bambini israeliani trucidati il 7 ottobre sono vittime della pace mancata in Palestina da ottant’anni. Questo premio vuole essere un premio a chi ci costringe a guardare in faccia con la sua morte innocente che cosa significa per l’infanzia la guerra. La sua proposta vuole intraprendere concretamente il percorso per arrivare a una candidatura al Nobel a Oslo, oppure nasce soprattutto come una provocazione morale e politica? O le due cose, in questo caso, coincidono? Le due cose coincidono nel senso che sarà avanzata una candidatura formale al Comitato, individuando un’istituzione che possa usare il premio per i bisogni dei bambini di Gaza. L’iniziativa ha raccolto in pochi giorni migliaia di adesioni. Si aspettava una risposta così ampia? E che cosa vorrebbe riuscisse a mettere in moto, al di là dell’assegnazione del Nobel? Sì, siamo oltre le 12mila adesioni e cresceranno ancora. Sono rimasto io stesso stupito, ma evidentemente l’appello ha toccato una corda sensibile nell’opinione pubblica che aspettava solo di essere sollecitata. Spero porti all’ordine del giorno dell’attenzione internazionale che bisogna finirla di nascondere la tragedia dell’infanzia in guerra nella sconcia categoria dei “danni collaterali”. Lei ha parlato di una “Caporetto morale dell’Occidente”. Che cosa abbiamo perso a Gaza? E quali responsabilità attribuisce all’Europa e, più in generale, alle democrazie occidentali? Di predicare valori che non pratichiamo e che anzi offendiamo consapevolmente con le nostre stesse azioni. Questo premio sarebbe uno schiaffo in faccia a troppe ipocrisie. Perché nel dibattito pubblico sembra così difficile tenere insieme la condanna del massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre e quella delle sofferenze inflitte successivamente alla popolazione civile palestinese? C’è un’intimidazione morale che usa la Shoah e il senso di colpa che ne viene alle società europee (e di cui sia chiaro si deve sempre fare memoria) come lasciapassare etico e politico ad ogni azione dello Stato di Israele. Oltre ovviamente a un’intimidazione economica e finanziaria e a una grande capacità lobbistica sotto purtroppo il patronato americano. Lei è stato parlamentare e conosce la politica anche dall’interno. Come giudica la posizione del governo italiano su Gaza? L’Italia avrebbe potuto fare di più e che cosa dovrebbe fare oggi? Debole, purtroppo debole, intimidita per i motivi suddetti e senza alcuna corrispondenza nel sentire comune degli italiani. Da Gaza all’Ucraina e agli altri conflitti in corso, sembra che il mondo stia tornando ad abituarsi alla guerra. È così? E quale spazio possono ancora avere oggi la pace e la nonviolenza? La ridefinizione dei pesi specifici di potenza nel sommovimento geopolitico della globalizzazione è di per sé un fattore di crisi e di tensioni in cerca di un nuovo punto di equilibrio. C’è la tentazione di affidare alla guerra, al diritto dei vincitori, un nuovo quadro di stabilità. Un’illusione che può essere mortale per l’umanità tutta. Abbiamo necessità di affidarci alla pace che poi è patto, attività pattizia, diplomazia che risolve non con il conflitto il nodo degli interessi. La proposta, dopo aver raccolto migliaia di adesioni, sta entrando anche nelle istituzioni. Il consigliere comunale Toti Lange ha presentato un ordine del giorno affinché il Comune di Napoli aderisca formalmente alla candidatura e promuova, attraverso l’ANCI, il coinvolgimento degli altri Comuni italiani. Si aspettava una risposta di queste dimensioni? E che significato ha per lei che proprio dalla sua Napoli possa partire anche una risposta istituzionale? Questa risposta istituzionale è già partita e si sta ampliando da diverse città, a cominciare dalla Perugia della sindaca Vittoria Ferdinandi, delegata nazionale ANCI alla Pace. Mi auguro che grazie alla meritoria iniziativa presa dal consigliere Toti Lange, di cui ha dato notizia anche Avvenire, anche la mia città, con la sua storia, sappia trovare le ragioni di un’adesione formale. Una voce in più per la pace Al professor Eugenio Mazzarella va il mio ringraziamento personale per la disponibilità e per aver voluto condividere con Pressenza queste riflessioni. A questo ringraziamento si unisce la redazione di Pressenza, insieme alla nostra vicinanza a una proposta che riporta al centro ciò che ogni guerra finisce per cancellare: i bambini, le loro vite e il loro diritto al futuro. Ci uniamo all’appello perché i bambini di Gaza possano rappresentare, attraverso questa candidatura, tutti i bambini ai quali le guerre degli adulti hanno sottratto il diritto di crescere, vivere e immaginare il proprio domani. La proposta comincia ora un percorso concreto verso la candidatura formale. Continueremo a seguirne gli sviluppi e a darle voce. Perché la pace, prima ancora di essere un premio, dovrebbe essere un diritto di ogni bambino. Come aderire È possibile aderire alla proposta scrivendo all’indirizzo e-mail dedicato attivato da Avvenire: petizione.gaza@avvenire.it La foto di copertina fa parte del progetto Between Gaza and Naples, di cui abbiamo parlato in questo articolo. Fonti Avvenire – “Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace”⁠ Avvenire – “I bambini di Gaza, tutti i bambini e noi: il senso di una proposta”⁠ Avvenire – Le adesioni di Conte, Schlein e le voci dei lettori⁠ Pressenza – Il Nobel per la Pace ai bimbi di Gaza⁠ Pressenza – Premio Nobel per la Pace ai bambini di Gaza⁠ ANSA – L’appello della sindaca di Perugia per il Nobel ai bambini di Gaza⁠ Comune di Napoli – Bambini di Gaza candidati al Nobel: presentato l’ordine del giorno in Consiglio comunale⁠ Times of Palestine – Italian professor launches campaign for Nobel Peace Prize for Gaza’s children⁠ Safa News – Italian Initiative Seeks Nobel Peace Prize for Gaza’s Children⁠ Yemen Press Agency – La proposta sulla stampa yemenita⁠ Ynet – La proposta raccontata dalla stampa israeliana⁠ Ground News – Words matter. So do the children of Gaza⁠ EUPAC – Italian nomination of Nobel Peace Prize for Gaza children⁠   Lucia Montanaro
August 16, 2026
Pressenza
Il comunicato congiunto ANPI Nazionale – UCEI, un cedimento inconsapevole al sionismo?
Ho aspettato un po’ di tempo prima di scrivere questo articolo, ma vedendo i vari comunicati stampa dei circoli locali ANPI di tutta Italia, ho deciso che forse era giusto riportare ed esprimere il mio dissenso verso questa presa di posizione. Il 28 luglio 2026 l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) pubblica sul suo sito un comunicato stampa congiunto con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) in cui si afferma che “UCEI e ANPI hanno registrato significativi punti di convergenza” tra cui: “- il valore attuale dell’antifascismo come fondamento della Costituzione italiana – la condanna di qualsiasi atto di violenza, ovunque abbia origine, e di qualsiasi forma di razzismo e discriminazione senza distinzione di sesso, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3 Cost.) – il ribadito riconoscimento del ruolo dei combattenti ebrei nella Resistenza e della Brigata Ebraica nella lotta italiana al nazifascismo – la riconferma del diritto della componente ebraica alla partecipazione in sicurezza alle celebrazioni del 25 aprile contrastando scelte e comportamenti divisivi di qualsiasi natura e da qualsiasi parte – l’impegno in generale ad abbassare i toni del confronto pubblico e la volontà di affrontare tramite il confronto diretto anche le questioni su cui divergono – l’interesse ad avviare un percorso congiunto in vista dell’organizzazione del prossimo 25 aprile 2027 e di ogni altra scadenza memoriale.” L’antifascismo nell’attualità ha un significato preciso: opporsi al genocidio e alle guerre imperialiste che mettono a rischio i popoli del mondo. Rifiutare nei cortei del 25 aprile la presenza delle bandiere di uno Stato che ha le mani lorde di sangue non è “alzare i toni”, è parte del “restare umani” e dei principi della Resistenza. Il richiamo all’articolo 3 della nostra Costituzione è sicuramente importante e basilare ed è sempre stato uno dei più importanti per l’ANPI, insieme all’art. 11 che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Questo cozza con il palese sostegno incondizionato espresso dall’UCEI verso Israele. L’UCEI riconosce la centralità dello Stato d’Israele per l’identità ebraica contemporanea e promuove attivamente i rapporti e la conoscenza della realtà israeliana in Italia. Nelle sue linee istituzionali e nei comunicati ufficiali, l’ente tutela il diritto di Israele a esistere e a difendersi, pur svolgendo primariamente un ruolo di coordinamento culturale, religioso e sociale per gli ebrei italiani; riconosce il legame imprescindibile tra l’ebraismo contemporaneo e lo Stato d’Israele; sostiene pubblicamente il diritto alla sicurezza e all’esistenza di Israele, specialmente nei momenti di crisi e conflitto; e mai in questi anni si è espressa in condanna al genocidio del popolo gazawi da parte d’Israele, non condividendo l’uso del termine “genocidio”  e minimizzando ciò che sta accadendo. Questo, di per sè sarebbe una violazione a priori di uno dei punti del comunicato stampa congiunto che riconosce come base l’art. 3 della Costituzione e “la condanna di qualsiasi atto di violenza, ovunque abbia origine”, anche se sarebbe bene che, in un contesto così difficile, si contestualizzassero le dinamiche di oppresso-oppressore e le condizioni di violenza istituzionalizzata e sistematica che portano inevitabilmente ad atti di resistenza. Infatti non dobbiamo dimenticare che più volte membri dell’UCEI hanno espresso posizioni belliciste sulla difesa a tutti i costi di Israele, postulando – cosa che invece non hanno fatto altri membri appartenenti a comunità ebraiche – che Israele sia il “popolo oppresso”, continuando a negare che sia Israele a occupare terre non sue e che stia agendo un sistema d’apartheid razzista e coloniale nei confronti del popolo palestinese. Il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni – membro della Consulta Rabbinica, l’organo composto dai Rabbini Capo che si interfaccia con il Consiglio dell’UCEI per questioni di carattere generale, spirituale e culturale – ha più volte ribadito posizioni belliciste dichiarando apertamente come Israele stia combattendo una “guerra giusta” contro il male, giustificandola persino con principi talmudici della tradizione ebraica. In una lettera a La Repubblica del 27 ottobre 2023 Di Segni ha scritto: “le guerre sono sempre un’offesa alla dignità umana, comportano morte e distruzione, e certamente vanno evitate, ma quando è in gioco la propria esistenza davanti a un nemico irriducibile l’alternativa pacifista è discutibile anche moralmente. (…) Qualche volta qualcuno deve essere sconfitto, solo lui e per sempre”. Questa è la visione rabbinica dominante all’interno dell’ebraismo sul “male”: è “male” colui che è contro di me ed io, che sono il “buono”, per difendermi posso usare il male contro di lui. Un’interpretazione che si sposa perfettamente con il sionismo d’estrema destra di Netanyahu, giustificato su basi religiose: per i sionisti è una guerra della “Luce” (loro) contro “l’Oscurità” (i palestinesi), postulata dalla convinzione di essere quella “Luce”. Per quanto – a differenza di altre visioni strettamente pacifiste e nonviolente – la normativa ebraica (Halakhà) ammetta il ricorso alle armi quando la sopravvivenza di una vita umana (Pikuach nefesh) o di un intero popolo è sotto attacco, in realtà il Talmud è chiaro a riguardo: “Se qualcuno viene per ucciderti, prova a ucciderlo tu prima che lui uccida te” (Talmud babilonese, trattato Sanhedrin 72a), ovvero se una persona arriva con l’intento certo di toglierti la vita, tu hai il pieno diritto di difenderti e neutralizzare la minaccia per salvare te stesso, riconoscendo la necessità e la giustizia della difesa attiva di fronte a un’aggressione mortale. La strumentalizzazione sionista di questo famoso principio del Talmud, che esprime la legge naturale e morale della legittima difesa, ha fatto sì questo principio non si possa però applicare a chi oppresso (popolo palestinese), ma a chi opprime, come in questo caso Israele. Inoltre, il comunicato si promette di promuovere “riconoscimento del ruolo dei combattenti ebrei nella Resistenza e della Brigata Ebraica nella lotta italiana al nazifascismo” senza evidentemente conoscere la storia. La presenza della Brigata Ebraica alle manifestazioni del 25 aprile non è solo contestata per il suo appoggio all’Entità sionista di Israele negando la resistenza del popolo palestinese, ma anche perchè è controversa la storia del suo ruolo nella resistenza antifascista partigiana. La Brigata Ebraica non è (è bene ricordarlo) una vera brigata partigiana, ma un corpo che faceva parte dell’esercito inglese e che come tale rispondeva all’autorità britannica e non al CLN. La Brigata Ebraica infatti non nasce all’interno del movimento della Resistenza italiana, ma bensì nacque nel 1944 su impulso dell’Agenzia Ebraica per Israele (chiamata anche Sochnut (agenzia) o JAFI, dall’acronimo inglese Jewish Agency for Israel), che era il prodromo dello Stato d’Israele. La Brigata Ebraica rappresenta il contributo militare degli ebrei coloni e Yishuv di Palestina nella Seconda Guerra Mondiale i quali rimasero inattivi fino a praticamente la fine del conflitto, lasciando che si consumasse l’orrore della guerra e della Shoah, senza intervenire. Dopo decine di milioni di morti, si mobilitarono solo quando vi fu concretamente la possibilità di costituire lo stato d’Israele e per farlo serviva partecipare alla guerra. Per questo venne mandato un numero simbolico di uomini ad arruolarsi nelle fila dell’esercito inglese. Non è un caso che la bandiera della Brigata Ebraica sia quella dello Stato d’Israele. Costoro arrivarono al fronte quando la guerra stava finendo, dopo la liberazione del campo di Auschwitz. Pur non facendo quasi nulla per contribuire alla fine del nazismo, si intestarono la vittoria e la memoria limitandosi ad inseguire i tedeschi in ritirata, combattendo per un mese. L’obiettivo della Brigata ebraica non era lottare per la libertà e salvare le vite (nemmeno degli ebrei), ma favorire la nascita dello Stato d’Israele. Nel libro La Brigata ebraica. Una storia controversa, dal 1944 a oggi di Alberto Fazolo, con prefazione di Moni Ovadia (editore 4Punte), viene spiegato molto bene ogni singolo passaggio storico. Altro punto del comunicato, che sta facendo discutere i circoli ANPI in tutta Italia, è la tutela del “diritto della componente ebraica alla partecipazione in sicurezza alle celebrazioni del 25 aprile” contrastando “comportamenti divisivi di qualsiasi natura”. Una posizione che sarebbe condivisibile, se non si ignorassero i fatti del 25 aprile 2026, dove la Brigata Ebraica si è presentata, violando ogni accordo preso in sede preventiva all’effettuazione del corteo, con bandiere israeliane e immagini inneggianti a Trump, Netanyahu e con le bandiere di Forza Italia che si era unita al gruppo inneggiante  – o, forse peggio, negante – il genocidio del popolo palestinese, oltretutto con la pretesa di essere capofila del corteo. Un comportamento chiaramente provocatorio che non è sfociato in incidenti soltanto grazie al buon senso messo in campo dai militanti dell’ANPI. Il comportamento avuto dalla Brigata Ebraica è stato antitetico ai principi del 25 aprile: il 25 aprile è contrario alle guerre, alle aggressioni nei confronti dei popoli, al razzismo e al nazionalismo. Molti circoli ANPI hanno preso posizione, contestando apertamente il comunicato congiunto tra Anpi e Ucei sulle manifestazioni passate e future del 25 aprile. In particolare molti circoli Anpi si sono indignati – giustamente – quando già successivamente alla firma del comunicato di “pacificazione”, gli ambienti sionisti milanesi aggregatisi intorno alla Brigata Ebraica sono andati subito all’attacco presentando una denuncia pesantissima contro ignoti, riferendosi ai manifestanti che il 25 aprile scorso a Milano avevano sbarrato la strada allo spezzone con le bandiere di Israele. Insomma un segnale tutt’altro che in sintonia con lo spirito pacificatore del comunicato congiunto e una conferma in più che nessuna mediazione è possibile con i circoli sionisti che sostengono apertamente l’occupazione dei Territori Palestinesi e il genocidio del popolo palestinese. A fronte di tutto questo, il contenuto del comunicato congiunto ANPI-UCEI è insufficiente a garantire un dialogo chiaro con le Associazioni Ebraiche apertamente sostenitrici del sionismo e dell’entità sionista di Israele. Come ci insegna la storia e l’operato politico di Nelson Mandela, prima si pone fine all’apartheid e poi si avviano i processi di riconciliazione per riscrivere una nuova storia insieme. Penso, inoltre, che si sarebbe dovuto aspettare un periodo più adatto a favorire un confronto con le sezioni, essendo nel bel mezzo do un genocidio raccontato in streaming commesso proprio dall’entità che queste associazioni intendono sostenere. Pur riconoscendo la volontà di dialogo espressa dalla nostra Associazione (come del resto nella nostra tradizione e nei nostri principi), l’importanza dell’antifascismo come base comune da cui partire, e non dimenticando i fatti che hanno portato alla necessità di un dialogo atto a garantire in futuro uno svolgimento pacifico e condiviso con le Comunità Ebraiche della festa del 25 aprile, credo che tutto il resto sia alquanto discutibile, non nell’intento del comunicato ma per le tempistiche con cui è stato concepito (senza un coinvolgimento dei circoli e delle basi) e nei contenuti stessi. Se da un lato si vuole puntare sui punti di convergenza, dall’altro non si possono sottolineare delle falle evidenti. Questo comunicato non sembra quindi espressione chiara di un dialogo, ma un cedimento inconsapevole verso qualcuno che un dialogo pacifico e democratico non lo vuole avere, ma che ha l’intento di esercitare ed ampliare la propria influenza con l’arte della persuasione allargando la cerchia di consenso. Non dimentichiamoci delle radici tossiche, razziste, nazionaliste e colonialiste del sionismo; non dimentichiamoci che l’ebraismo è cosa ben diversa dal sionismo; non dimentichiamoci che ci sono infinite comunità di ebrei anti-sionisti, critici del genocidio a Gaza, dell’occupazione belligerante israeliana delle terre palestinesi e dell’apartheid bianca, razzista e coloniale israeliana verso i palestinesi e le minoranza arabe. Verso queste comunità ebraiche anti-sioniste, perseguitate da Israele, dobbiamo avere solidarietà e sostegno, non dimenticando che non siamo obbligati a mostrare solidarietà laddove non c’è condivisione di valori comuni appigliandoci ad astrazioni. Il comunicato congiunto ANPI-UCEI resta un documento ambiguo che ha lasciato allibita la base militante e chi vive il 25 aprile in prima fila, sfilando nei cortei e lavorando per costruire ogni anno la Festa della Liberazione, che in questi anni ha visto protagonista la causa palestinese, in sostegno all’autodeterminazione dei popoli, al diritto di resistenza di fronte ad una esasperante e disperata oppressione ed alla liberazione di tutti i popoli oppressi.   Ulteriori info: https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/03/nessun-cedimento-e-possibile-con-i-sionisti-rivolta-dei-circoli-dellanpi-sul-comunicato-congiunto-con-lucei-0197567 > Respingiamo come inaccettabile Il comunicato congiunto Anpi-Ucei https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/13/i-non-detti-del-comunicato-anpi-ucei-0197774 https://contropiano.org/news/politica-news/2026/07/30/la-capitolazione-dellanpi-verso-il-sionismo-a-milano-la-brigata-ebraica-ne-approfitta-subito-0197448 https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/10/disappunto-e-contrarieta-dellanpi-roma-per-laccordo-con-i-sionisti-0197689 Lorenzo Poli
August 16, 2026
Pressenza
Statistiche ad uso propaganda mentre si muore di CPR
dedicato a Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nasim morti dopo il rogo nel CPT Serraino Vulpitta di Trapani nel dicembre 1999 1. Come di consueto per ferragosto dal ministero dell’interno vengono diffuse statistiche che, dopo i video su alcuni rimpatri forzati in Egitto, dimostrerebbero i successi del governo contro l’immigrazione “illegale” e l’efficienza delle misure di detenzione e di allontanamento adottate nei confronti degli” irregolari”. Ma si tratta di cifre gonfiate a scopo di propaganda, perché non danno conto del numero di cittadini stranieri effettivamente rimpatriati dopo essere stati detenuti in un centro per i rimpatri, e conteggiano con i rimpatri forzati anche i rimpatri volontari “assistiti”. Dal primo gennaio al 17 giugno 2026, secondo i dati del Viminale, sono stati eseguiti 3502 rimpatri forzati e 557 rimpatri volontari assistiti, rispetto a 2749 rimpatri forzati e 304 rimpatri assistiti nel 2025, e rispettivamente 2.354 e 58 nel 2025, ma nel 2017, ad esempio, nel corso dell’intero anno, i rimpatri forzati erano stati 6.777, e nel 2023, primo anno di insediamento del governo Meloni, erano stati 4751. Tra il 2017 e il 2019, quando alla guida del Ministero dell’Interno passavano Marco Minniti, Matteo Salvini, e Luciana Lamorgese, la media mensile dei rimpatri forzati ha sempre superato le 500 persone, dunque superiore a quella registrata quest’anno. Questi dati nascondono però il numero delle persone rimpatriate dopo essere state trattenute in un CPR, che vengono conteggiate con le persone allontanate in altro modo dal territorio nazionale. Nel 2023 attraverso i centri di detenzione sono stati rimpatriati solo 500 immigrati irregolari, circa il 10% di chi è stato trattenuto quell’anno nei CPR, costati diverse decine di milioni di euro, e nel 2025, anche considerando il centro di Gjader in Albania, mentre aumentava il numero di richiedenti asilo trattenuti nei centri per il rimpatrio, e la capienza effettiva dei centri era dimezzata, rispetto alla loro capacità nominale, per circa 1400 posti, l’incidenza dei rimpatri forzati effettivamente eseguiti a partire da un centro di detenzione è rimasta sullo stesso livello degli anni precedenti, non superando il dieci per cento dei provvedimenti di espulsione o di respingimento differito. Secondo i dati diffusi dal Viminale sarebbero 97.553 i “rimpatri volontari assistiti” da Libia, Algeria e Tunisia dal 2023, realizzati in collaborazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, di cui 17.685 nel primo semestre del 2026. Quanto questi rimpatri possano essere “volontari” si può desumere dai rapporti delle Nazioni Unite sulle gravi violazioni dei diritti umani in questi paesi, soprattutto in Libia, da anni, nelle sue diverse articolazioni politiche e militari, partner militare (con la cessione di motovedette) ed economico (forniture di gas e petrolio) privilegiato del governo italiano. Le operazioni di rimpatrio forzato dal territorio italiano, effettivamente eseguite nel 2025, sono diminuite del 16,3 per cento rispetto all’anno precedente. Nel 2025, delle 2.959 persone rimpatriate con accompagnamento forzato di polizia, soltanto 1.443 erano trattenute in precedenza nei CPR. Secondo l’Ufficio del Garante delle persone private della libertà personale, in maggioranza provenivano dal centro di detenzione amministrativa di Milano (271), poi da quello di Caltanissetta (245). Dal CPR di Brindisi, invece, si è registrato il minor numero di rimpatri. Nel 2024, delle 3.538 effettivamente rimpatriate con scorta di polizia, quelle provenienti da un Centro per i rimpatri erano 2.384, in prevalenza tunisini e transitati dai CPR siciliani. Da anni, infatti, dall’aeroporto di Palermo sono in corso rimpatri forzati in Tunisia con pratiche consolari di riconoscimento paricolarmente semplificate, già oggetto in passato di severe critiche da parte del Garante nazionale. 2. Negli interventi di monitoraggio più recenti, anche nel caso di rimpatri forzati in Egitto, il Garante ha invece asseverato la correttezza delle procedure senza rilevare la particolare situazione delle persone già in condizione irregolare, magari con precedenti penali, ma con pene già scontate, e rimpatriati in un paese che non garantisce certo il rispetto dei diritti umani. Come del resto si verifica negli ultimi anni in Tunisia. Eppure il Regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione delle frontiere prevede al Considerando 5 che “Al fine di rafforzare la cooperazione con i paesi terzi in materia di asilo e migrazione, tra cui la riammissione e la risoluzione delle cause e dei fattori alla base della migrazione irregolare e degli sfollamenti forzati, è necessario promuovere e costruire partenariati mirati e reciprocamente vantaggiosi con i paesi in questione. Tali partenariati dovrebbero costituire un quadro per un migliore coordinamento delle politiche e degli strumenti pertinenti dell’Unione con i paesi terzi e basarsi sui diritti umani, sullo Stato di diritto e sul rispetto dei valori comuni dell’Unione”. Gli ostacoli frapposti dalle autorità egiziane all’accertamento della verità nel processo per l’uccisione di Giulio Regeni, e le persistenti violazioni dei diritti umani nelle carceri e nei luoghi di detenzione in Egitto danno la misura di quanto sia rispettato lo Stato di diritto in quel paese. L’Ufficio del Garante nazionale (GNPL) ha monitorato un’operazione di rimpatrio forzato verso l’Egitto, effettuata il 30 luglio scorso con un volo charter organizzato dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Secondo quanto comunicato dal Garante, “I cittadini stranieri coinvolti sono stati 24 e provenivano dai Cpr di Bari, Brindisi, Gorizia, Milano Nuoro, Potenza, Roma, Torino, Caltanissetta e Trapani. Sono stati accompagnati dal personale di scorta della Polizia di Stato. Il volo è decollato dall’aeroporto di Milano Malpensa e ha fatto scalo all’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma-Fiumicino”. E’ stato questo l’anticipo dei successivi rimpatri di altre 17 persone in Egitto, pubblicizzati con un video dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Come si vede, se è incerta la sorte delle persone rimpatriate in Egitto, questi rimpatri con esibizione pubblica di manette vengono sfruttati ad evidenti fini propagandistici, anche se la loro consistenza appare davvero esigua rispetto al numero delle persone trattenute nei centri per il rimpatrio. 3. Se si distinguono i casi di rimpatrio forzato dopo il trattenimento in un CPR, i “successi” del governo svaniscono, mentre non si forniscono notizie sulle morti che si continuano a registrare nei centri di detenzione italiani, non solo nel famigerato centro di trattenimento di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza. Sono pure scomparse le notizie sullo stato di avanzamento del disegno di legge con il quale il Parlamento avrebbe dovuto rispondere al richiamo della Corte Costituzionale (sentenza n.101/2025) che sollecitava il legislatore a dare una disciplina legale alle modalità di trattenimento nei centri per i rimpatri (CPR). Rimane sullo sfondo lo scandalo della spesa enorme per mantenere in funzione il CPR di Gjader in Albania, dal quale ogni mese vengono rimpatriate poche decine di persone, comunque riportate in Italia, prima dell’allontanamento definitivo, con una procedura a trasferimenti multipli, che dovrebbe essere oggetto di indagine da parte della Corte dei Conti. Da quando la pressione delle forze di polizia sugli operatori sanitari e le nuove convenzioni stipulate dalle prefetture con gli enti gestori hanno allontanato la sanità pubblica dalle persone ristrette nei CPR, affidate a personale sanitario degli enti gestori, sono aumentati in modo esponenziale i casi di autolesionismo e i tentativi di suicidio, spesso effetto di un trattamento farmacologico finalizzato a mantenere l’ordine. Altre volte vengono trattenute persone gravemente vulnerabili, come si è verificato a Trapani, nel CPR di Milo, dove il mese scorso un giudice di pace non ha convalidato il trattenimento di una persona quasi del tutto priva della vista, ma considerata socialmente pericolosa. In alcuni casi si profila anche un abbandono colpevole di persone fragili bisognose di cure e diversi processi in corso stanno faticosamente cercando di accertare le responsabilità, ma la lentezza dei tempi processuali potrebbe portare ancora una volta alla prescrizione dei reati commessi da pubblici ufficiali nei confronti di persone private della libertà personale. Le comunicazioni dei detenuti con l’esterno vengono ridotte al minimo, e spesso è persino difficile accedere ad un avvocato di fiducia o presentare un ricorso nei termini sempre più ristretti previsti dalla più recente normativa. A maggio di quest’anno, nel CPR di Gradisca d’Isonzo si sono registrati ben cinque tentativi di suicidio e gravi atti di autolesionismo. Intanto le proteste vengono sedate con la forza e sanzionate, in base agli ultimi “decreti sicurezza”, con il trasferimento in carcere ed una pesante denuncia. Ormai viene criminalizzata anche la semplice resistenza passiva, con pene molto elevate. Dal CPR di Macomer in Sardegna al centro di via Corelli di Milano, proseguono comunque proteste da parte dei detenuti e successivi interventi di repressione. Nel CPR di Milano in via Corelli, nel solo ultimo mese si sono registrati diciassette eventi critici annotati dallo stesso ente gestore: tentativi di suicidio, episodi di autolesionismo, ingestione di corpi contundenti. A questi si aggiungono diversi scioperi della fame e alcune fratture non messe a verbale. Già nel 2025 il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa riscontrava accuse di maltrattamenti fisici e uso eccessivo della forza da parte del personale di polizia nei confronti di cittadini stranieri trattenuti nei CPR visitati ad aprile del 2024, denunciando l’assenza di un monitoraggio indipendente su tali interventi da parte della polizia e la mancanza di un’accurata registrazione delle lesioni subite dai trattenuti o di una valutazione oggettiva della loro origine. Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 7839/2025 del 7 ottobre 2025, ha parzialmente annullato lo schema tipo di capitolato d’appalto per la gestione dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) con una decisione che evidenziava una “lacuna legislativa” e standard sanitari inadeguati, oltre che carenze relative alla tutela della salute e della prevenzione del rischio suicidario. A maggio del 2025 Abel Okubor, cittadino nigeriano di 37 anni, detenuto nel CPR di Brindisi – Restinco da quattro mesi, è morto nel letto, forse per un infarto. A febbraio di quest’anno Simo Said, nato in Marocco nel 2000, è morto nel silenzio generale all’interno del CPR di Bari Palese. Nello stesso mese di febbraio di quest’anno, il Tribunale di Torino ha riconosciuto le responsabilità dell’allora direttrice della struttura per la morte di Moussa Balde, 23enne guineano che si era tolto la vita il 23 maggio del 2021 nel CPR di Corso Brunelleschi. Pochi giorni fa un giovane tunisino è precipitato dal tetto del CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza, a distanza di due anni dalla morte di Oussama Darkauoi, avvenuta nello stesso CPR nell’agosto del 2024. La morte di Lassoued Dhoui non ha ancora trovato risposte. Intanto però continua il processo per i presunti maltrattamenti commessi nello stesso Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Palazzo San Gervasio (PZ) e tra le pochi fonti di informazione che ne hanno riferito, con il contributo di Sergio Scandura, nel sito di Radio Radicale, nello Speciale Giustizia di giovedì 13 agosto, è possibile ascoltare le udienze, l’ultima quella che si è svolta il 2 luglio scorso. Il quadro che sta emergendo sembra confermare trattamenti inumani o degradanti ai danni delle persone trattenute. Il procedimento penale in corso a Potenza nei confronti di alcuni detenuti nel CPR di Palazzo San Gervasio che avevano protestato, barricandosi e poi resistendo con il lancio di vari oggetti all’intervento delle forze di polizia, dopo la morte del loro compagno, conferma il clima di tensione e l’assenza di cure tempestive che continua a caratterizzare questa struttura, e richiama alla memoria altre precedenti rivolte all’interno dei CPR. Nel 2012 il Tribunale di Crotone ha assolto quattro persone per il danneggiamento del Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Isola Capo Rizzuto, qualificando la rivolta come legittima difesa. I trattenuti avevano lanciato dei calcinacci dal tetto dopo aver presentato numerose richieste rimaste inascoltate dalle autorità del Centro per le pessime condizioni di detenzione. In quest’ultima tragica occasione, prima della morte di Lassoued Dhoui, gli altri detenuti del centro di Palazzo San Gervasio hanno invano sollecitato un intervento degli operatori del centro a fronte delle condizioni di grave sofferenza psicologica nella quale versava. 4. Con i più recenti provvedimenti del governo che moltiplicano le zone di frontiera dalle quali si possono operare rimpatri con procedure accelerate, e propongono per l’ennesima volta un rafforzamento del sistema dei CPR, malgrado il fallimento conclamato del modello Albania e degli altri centri di detenzione, operanti sotto diverse denominazioni nell’intero territorio nazionale, si può attendere una moltiplicazione incontrollabile dei luoghi nei quali migranti irregolari potranno essere ristretti in vista di un allontanamento forzato, che nella maggior parte dei casi non si verificherà per la mancata collaborazione dei paesi di origine. Si tratterà soltanto di una ulteriore estensione dei meccanismi istituzionali di esclusione e di riproduzione della clandestinità, che sono alla base dell’allarme sicurezza propagandato dagli stessi artefici di queste politiche. Nessun effetto di vera deterrenza, in ogni caso, dalle operazioni di rimpatrio forzato sul calo degli arrivi, che deriva piuttosto da accordi di esternalizzazione con paesi terzi che non riconoscono effettivamente il diritto di asilo, e negano i diritti fondamentali dei migranti in transito. La prospettiva dei Return Hub nei paesi di transito, malgrado i tentativi di accordo dell‘Italia con il Rwanda, appare ancora lontana perché il nuovo Regolamento rimpatri che li prevede non è ancora stato pubblicato come atto legislativo nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, e c’è molta incertezza sulla reperibilità degli enormi fondi necessari, ma in ogni caso anche il nuovo Regolamento, come già la vigente Direttiva rimpatri 2008/115/CE che va a sostituire, fissa principi molto chiari che il governo italiano non potrà aggirare, senza finire davanti ad una corte internazionale. Le più recenti decisioni della Corte costituzionale (come la sentenza 40/2026) in materia di trattenimento amministrativo non aprono prospettive favorevoli. Ma secondo i Regolamenti europei, direttamente vincolanti anche nel nostro paese, tutte le misure di trattenimento devono essere specificamente disciplinate con legge, non possono diventare la norma per tutti i casi di respingimento o di espulsione, e comunque vanno graduate secondo i criteri di proporzionalità ed adeguatezza. Devono essere fatti salvi in ogni fase della procedura i diritti di difesa, sanciti dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Quando appare evidente che un rimpatrio non può essere effettuato per la mancanza di collaborazione del paese di origine, viene meno la base legale della detenzione amministrativa. In nessun caso si può operare un rimpatrio verso un paese nel quale una persona rischia trattamenti inumani o degradanti. E va sempre fatta salva la riserva di giurisdizione. E’ vietata qualsiasi forma di detenzione informale sottratta al controllo del giudice. Su questo punto non è stata ancora superata la fondamentale sentenza della Corte Costituzionale n. 105 del 2001. I propositi del governo Meloni sono ormai chiari, e la competizione elettorale che si avvicina segnerà un ulteriore inasprimento delle prassi di detenzione amministrativa e delle operazioni di rimpatrio con accompagnamento forzato di polizia. Qualcuno già propone rastrellamenti quartiere per quartiere alla caccia di immigrati irregolari da internare nei centri di detenzione in vista del rimpatrio forzato. Intanto non si vede quando il legislatore adotterà una normativa completa sulle modalità del trattenimento amministrativo, come richiesto dalla Corte costituzionale. Le condizioni di detenzione nei centri risultano sempre più critiche. Diventa per questo sempre più importante l’attività di monitoraggio indipendente sui centri per i rimpatri, come quello svolto da anni dalla Campagna LasciateCientrare, il supporto dei parlamentari per garantire il diritto di accesso altrimenti negato, ed un ulteriore rafforzamento delle reti civiche e dei team legali che difendono le persone straniere comunque soggette a provvedimenti di trattenimento e allontanamento forzato, sempre più spesso richiedenti asilo denegati, ai quali si cerca in ogni modo di impedire l’esercizio effettivo dei diritti di difesa. Fulvio Vassallo Paleologo
August 16, 2026
Pressenza
Il caso Fauci riguarda anche noi, e Burioni lo sa
Proponiamo di seguito l’articolo pubblicato dal Dottor Eugenio Serravalle su ASSIS in merito al caso Fauci negli USA. Interessante è anche l’introduzione all’articolo che il dottore ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Roberto Burioni scrive che «se si mette male per Fauci, si mette male per tutti noi». Credo che abbia ragione, anche se probabilmente per ragioni diverse dalle sue. Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non dovrebbe interessarci perché qualcuno desidera vedere Anthony Fauci sul banco degli imputati. Non è questo il punto, e sarebbe altrettanto sbagliato trasformare un’indagine in una condanna anticipata. Mi interessa invece un’altra questione: possiamo davvero difendere l’autonomia della scienza sostenendo, contemporaneamente, che chi ha esercitato un enorme potere in suo nome debba essere protetto dal controllo pubblico? Durante la pandemia abbiamo assistito a una pericolosa sovrapposizione tra persone, istituzioni e “Scienza”. Contestare una decisione diventava facilmente un attacco alla scienza; chiedere documenti poteva essere interpretato come diffidenza; discutere un’ipotesi scientifica poteva trasformarsi in una questione di appartenenza. Oggi abbiamo l’occasione di fare qualcosa di molto più utile: ricostruire. Servono documenti, comunicazioni, registri dei finanziamenti, protocolli, verbali. Serve confrontare quello che si sapeva nelle stanze delle istituzioni con quello che veniva comunicato ai cittadini. Se le accuse rivolte a Fauci si riveleranno infondate, dovremo riconoscerlo. Se emergeranno omissioni, contraddizioni o errori nella supervisione, il prestigio scientifico non potrà sostituire le risposte. La scienza ha bisogno di libertà. La democrazia ha bisogno di responsabilità. Le due cose non sono nemiche.” La vicenda che si sta sviluppando negli Stati Uniti intorno ad Anthony Fauci va molto oltre il destino personale dell’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. Riguarda il rapporto tra scienza e potere, il modo in cui furono gestite informazioni e incertezze durante la pandemia e la responsabilità di chi, in quegli anni, occupava posizioni dalle quali poteva orientare decisioni destinate a incidere sulla vita di milioni di persone. Il 6 agosto la Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato americano ha votato, con una netta divisione tra repubblicani e democratici, per contestare a Fauci l’oltraggio al Congresso. Pochi giorni prima, convocato formalmente nell’ambito dell’indagine sulle origini del Covid-19, Fauci aveva invocato il Quinto Emendamento più di cento volte, rifiutandosi di rispondere alle domande sui finanziamenti americani alla ricerca sui coronavirus, sui rapporti con EcoHealth Alliance e con l’Istituto di Virologia di Wuhan e sulla gestione delle comunicazioni e dei documenti governativi. Il Quinto Emendamento protegge dal dover fornire dichiarazioni che possano contribuire alla propria incriminazione. Fauci aveva quindi il diritto di invocarlo se riteneva che le sue risposte potessero esporlo a conseguenze penali. Rand Paul, presidente repubblicano della commissione, sostiene invece che l’ampio provvedimento preventivo di clemenza concessogli da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca abbia sostanzialmente eliminato questo rischio. La questione è controversa e potrebbe finire davanti a un giudice: Fauci non è stato incriminato per i fatti sui quali è stato interrogato e appellarsi al Quinto Emendamento non equivale a confessare un reato. Anche la procedura utilizzata da Paul per trasmettere il caso direttamente al Dipartimento di Giustizia potrebbe essere contestata. Tutto vero, ma insufficiente a spiegare l’importanza di ciò che sta accadendo. Fauci non è un ricercatore qualunque trascinato davanti alla politica per avere espresso un’opinione sgradita. Ha diretto per quasi quarant’anni una delle più importanti istituzioni sanitarie americane, amministrando e orientando enormi programmi di ricerca, e durante la pandemia ha acquisito un’influenza che pochi funzionari pubblici hanno avuto nella storia recente. Per milioni di persone è diventato il volto della risposta scientifica alla Covid. Le sue parole venivano riprese in tutto il mondo e le sue valutazioni contribuivano a stabilire non soltanto quali politiche sanitarie adottare, ma anche quali posizioni dovessero essere considerate scientificamente accettabili. Per questo ha ricevuto onorificenze in molti paesi, compreso il nostro. Questa identificazione tra un uomo e “la scienza” è stata uno degli errori degli anni della pandemia. La scienza non è Fauci, non è un ministero e non è un’agenzia governativa. È un metodo fondato sul dubbio, sul confronto tra ipotesi, sulla verifica e sulla possibilità di correggersi. Le istituzioni scientifiche sono invece organizzazioni umane, con gerarchie, interessi professionali, finanziamenti, reputazioni da difendere e gli stessi meccanismi di autoprotezione che possiamo trovare in qualunque altra struttura di potere. Criticare chi dirige queste istituzioni non significa quindi attaccare la scienza. Può significare esattamente il contrario. I DIARI DI FAUCI Tra i documenti che stanno contribuendo a ricostruire i primi mesi della pandemia ci sono oltre mille pagine di annotazioni di Fauci, conservate sui computer governativi e successivamente recuperate dal Dipartimento della Salute americano. I diari non dimostrano che Fauci conoscesse l’origine di laboratorio del SARS-CoV-2 e non dimostrano che abbia mentito al pubblico. Sono interessanti perché permettono di seguire quasi in tempo reale ciò che pensava e discuteva mentre le informazioni sul nuovo virus cominciavano ad arrivare dalla Cina. Già il 26 gennaio 2020 Fauci annotava che i dati epidemiologici e genetici suggerivano che le prime infezioni fossero precedenti al focolaio del mercato di Wuhan e che quel mercato potesse essere stato soprattutto un luogo di amplificazione della diffusione. Nella stessa annotazione continuava a considerare probabile un’origine animale e poche settimane dopo espresse pubblicamente valutazioni simili. Altri documenti mostrano però che, nelle primissime settimane del 2020, la possibilità di un collegamento con un laboratorio veniva discussa seriamente tra scienziati e funzionari di alto livello. È un elemento che merita attenzione perché l’immagine pubblica che si consolidò successivamente fu assai diversa. L’ipotesi di una fuoriuscita accidentale da un laboratorio venne rapidamente associata, soprattutto nel dibattito mediatico e sui social, alle teorie complottiste. Ancora oggi non sappiamo con certezza quale sia stata l’origine del SARS-CoV-2 e non esiste una prova definitiva che smentisca la fuoriuscita dal laboratorio di Wuhan. Proprio per questo colpisce la rapidità con cui una possibilità discussa privatamente da scienziati autorevoli venne considerata pubblicamente quasi impronunciabile. Non si può rimproverare a Fauci di avere avuto dubbi nel gennaio 2020. Sarebbe assurdo. Si può invece chiedere se l’incertezza presente nelle discussioni interne sia stata rappresentata con la stessa chiarezza ai cittadini. L’ARTICOLO CHE CONTRIBUÌ A CHIUDERE IL DIBATTITO Una vicenda collegata riguarda The Proximal Origin of SARS-CoV-2, l’articolo pubblicato nel marzo 2020 su Nature Medicine che ebbe un’enorme influenza sulla discussione internazionale. Gli autori concludevano che le caratteristiche del virus non sostenevano l’ipotesi di una sua costruzione o manipolazione deliberata in laboratorio. Quel lavoro venne presto utilizzato anche per ridimensionare più in generale la possibilità di un incidente di laboratorio. Le comunicazioni private successivamente acquisite dal Congresso mostrano che, durante la preparazione dell’articolo, alcuni degli autori avevano dubbi e prendevano in considerazione scenari più articolati. Nuovi messaggi resi pubblici dalla commissione di Rand Paul hanno riacceso la discussione sui rapporti tra gli autori, i National Institutes of Health e altri apparati governativi. Bisogna essere prudenti nell’interpretarli: sono documenti pubblicati all’interno di un’indagine fortemente politicizzata e le conclusioni dei repubblicani non possono essere assunte automaticamente come fatti. Resta però legittimo ricostruire come si passò dai dubbi iniziali alle conclusioni pubblicate e verificare quanto pesarono le prove scientifiche e quanto, eventualmente, considerazioni istituzionali e reputazionali. Uno scienziato può cambiare idea, naturalmente, ma quando un articolo scientifico contribuisce a orientare il dibattito mondiale sull’origine di una pandemia, conoscere il percorso attraverso il quale si è arrivati alle sue conclusioni non è curiosità politica ma è parte della storia scientifica della pandemia. I FINANZIAMENTI AMERICANI A WUHAN Un altro elemento è ormai documentato: fondi pubblici americani amministrati attraverso i National Institutes of Health e l’istituto diretto da Fauci arrivarono, attraverso EcoHealth Alliance, a ricerche sui coronavirus che coinvolgevano l’Istituto di Virologia di Wuhan. Questo non dimostra che gli Stati Uniti abbiano finanziato la creazione del SARS-CoV-2, né che gli esperimenti finanziati abbiano prodotto il virus responsabile della pandemia. Esiste però un problema indipendente dall’origine del Covid: quello dei controlli sulla ricerca riguardante virus potenzialmente pericolosi. Per anni la discussione si è impantanata nella definizione di gain of function, espressione utilizzata per alcune ricerche nelle quali vengono modificate determinate caratteristiche biologiche di un agente patogeno. La disputa terminologica ha finito talvolta per nascondere questioni molto più concrete: quali esperimenti venivano effettuati, quali rischi comportavano, quali misure di sicurezza erano previste e quanto efficacemente le istituzioni americane controllavano ricerche finanziate con denaro pubblico. Fauci dirigeva l’istituto coinvolto in quei finanziamenti. Non sarà stato personalmente responsabile di ogni progetto, ma deve rispondere del sistema di supervisione operante sotto la sua direzione. IL CASO MORENS A rendere più difficile liquidare queste indagini come semplice vendetta politica è anche la vicenda di David Morens, per anni consigliere di alto livello nell’ambiente professionale di Fauci. Nel corso delle indagini congressuali sono emerse sue comunicazioni nelle quali parlava dell’utilizzo di un account Gmail personale perché le comunicazioni sui sistemi governativi potevano essere richieste attraverso la legge americana sull’accesso agli atti. In altri messaggi discuteva della cancellazione di comunicazioni che non avrebbe voluto vedere pubblicate e faceva riferimento alla possibilità di trasmettere alcune informazioni a Fauci attraverso canali privati. Non abbiamo la prova che Fauci abbia partecipato a un sistema organizzato per sottrarre documenti al controllo pubblico, e sarebbe scorretto sostenerlo, ma quelle comunicazioni esistono e meritano una spiegazione. Nell’aprile 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha incriminato Morens con accuse che comprendono una presunta cospirazione contro gli Stati Uniti e l’occultamento, la distruzione o la falsificazione di documenti nell’ambito di indagini federali. Le accuse dovranno essere provate in tribunale e Morens è innocente fino a un’eventuale condanna. Fauci non è imputato in quel procedimento. Tuttavia, quando un collaboratore di alto livello viene accusato di avere occultato documenti relativi proprio ad alcune delle vicende sulle quali il suo superiore viene interrogato dal Congresso, verificare chi fosse a conoscenza di determinate pratiche e quale controllo venisse esercitato dai vertici non appare una richiesta irragionevole. IL SILENZIO DI FAUCI È dentro questa storia che assumono significato le oltre cento invocazioni del Quinto Emendamento. Sul piano giuridico Fauci può avere ottime ragioni per seguire il consiglio dei propri avvocati. Sul piano della fiducia pubblica l’effetto è diverso. Durante la pandemia ai cittadini è stato chiesto di fidarsi delle autorità sanitarie e di accettare, sulla base delle loro valutazioni, cambiamenti profondi nella vita quotidiana, nella scuola, nel lavoro, nelle relazioni sociali e nell’esercizio di alcune libertà personali. Fauci è stato uno dei simboli mondiali di quella richiesta di fiducia. Oggi è il momento di ricostruire ciò che avvenne, la disponibilità alla trasparenza dovrebbe essere proporzionata all’autorità esercitata allora. A rendere la situazione ancora più singolare c’è il provvedimento preventivo di clemenza concesso da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca. Anche questo non dimostra alcuna colpevolezza: Biden lo giustificò con il timore di procedimenti ritorsivi da parte della nuova amministrazione Trump. Resta una sequenza difficile da ignorare: uno dei funzionari più influenti della pandemia riceve un’ampia protezione preventiva dal presidente e, successivamente, convocato dal Congresso per rispondere su quegli anni, invoca ripetutamente il diritto a non autoincriminarsi. BURIONI: «SE SI METTE MALE PER FAUCI, SI METTE MALE PER TUTTI NOI» Anche Roberto Burioni sta seguendo con preoccupazione la vicenda e vi è tornato più volte sul suo Substack. Il titolo di uno dei suoi ultimi interventi non lascia molti dubbi sulla sua posizione: «Per Fauci si sta mettendo male, e questo significa che si mette male per tutti noi». Burioni prende spunto anche da un lungo articolo del Washington Post, costruito attraverso interviste ad amici, critici ed ex colleghi, che racconta quella che viene descritta come una delle settimane peggiori della carriera di Fauci. Lo stesso Fauci, attraverso un portavoce, ha rifiutato di commentare. Burioni ritiene che questa vicenda stia definendo in maniera decisiva i futuri rapporti tra scienza e politica e che finirà quindi per riguardare tutti noi. Credo che su questo abbia ragione, ma non necessariamente per gli stessi motivi. Fauci non viene interrogato perché nel 2020 ha sbagliato una previsione, le indagini riguardano finanziamenti pubblici, conflitti di interessi, ricerca sui coronavirus, rapporti con EcoHealth Alliance e Wuhan, comunicazioni interne, gestione di documenti governativi e informazioni disponibili nei primi mesi della pandemia. Confondere queste domande con un processo alla scienza significa attribuire a chi esercita un’autorità scientifica una sorta di immunità dal controllo democratico. Ed è proprio questa idea a preoccuparmi. Difendere l’autonomia della scienza non significa concedere a chi esercita un potere in suo nome il diritto di sottrarsi alla responsabilità delle proprie decisioni. Un ricercatore deve poter formulare un’ipotesi impopolare senza temere la politica. Il direttore di una grande istituzione pubblica deve però rendere conto dei finanziamenti amministrati, delle decisioni prese, dei sistemi di controllo e delle informazioni comunicate ai cittadini. Tutto il contrario rispetto allo slogan che Burioni ripete:” La scienza non è democratica”. La pandemia ha avuto conseguenze umane, sociali, educative ed economiche enormi. Ha portato governi democratici ad adottare limitazioni delle libertà personali che fino a pochi mesi prima sarebbero sembrate impensabili, ha modificato per anni la vita scolastica e sociale dei bambini e ha lasciato una frattura profonda nel rapporto tra cittadini e istituzioni sanitarie. Una storia di questa portata non può essere affidata soltanto alle memorie dei suoi protagonisti. Servono documenti, comunicazioni originali, verbali, dati, registri dei finanziamenti e protocolli di ricerca. Bisogna confrontare ciò che si sapeva privatamente con ciò che veniva detto pubblicamente, senza decidere prima quale debba essere il risultato dell’indagine. Se i documenti dimostreranno che le accuse più gravi rivolte a Fauci erano infondate, sarà necessario riconoscerlo. Se mostreranno omissioni, contraddizioni, errori nella supervisione o discrepanze rilevanti tra comunicazioni private e pubbliche, la sua enorme reputazione scientifica non potrà essere utilizzata come uno scudo. Burioni ha ragione quando sostiene che questa storia riguarda anche noi, perché il caso Fauci contribuirà probabilmente a definire il rapporto tra scienza, politica e cittadini dopo il Covid. Ma la scelta non è tra proteggere gli scienziati e perseguitarli perché una scienza autorevole non teme il controllo, non confonde la critica con l’ostilità e non chiede fiducia in virtù del prestigio di chi parla. Accetta che le proprie istituzioni siano esaminate con particolare rigore proprio perché enorme è il potere che possono esercitare sulla società. La scienza non ha bisogno di uomini intoccabili. Ha bisogno di ricercatori liberi, privi di conflitti di interessi, istituzioni trasparenti e persone che, quando hanno esercitato un grande potere pubblico, siano disposte a renderne conto. Se davvero “la scienza non è democratica”, allora almeno chi esercita potere in suo nome dovrebbe ricordare che la democrazia, invece, pretende risposte. AsSIS
August 16, 2026
Pressenza
15 agosto 2021 – 2026. Dopo cinque anni, i Talebani sono ancora più spietati
Uno schermo nero, perché mostrare il proprio volto è troppo pericoloso. Nomi di fantasia, perché l’identità deve rimanere nascosta. E poi il collegamento che si interrompe, per riprendere poco dopo da un computer o da un telefono diverso: restare connesse troppo a lungo con lo stesso dispositivo potrebbe essere rischioso. È in queste condizioni che si è svolta la conferenza stampa organizzata dal CISDA con le attiviste di RAWA. Voci lontane, nascoste dietro uno schermo, ma giovani e combattive, che nel triste anniversario del ritorno al potere dei Talebani hanno voluto parlare alla stampa italiana. Raccontare cosa significa vivere oggi in Afghanistan. E, soprattutto, cosa significa essere donna in Afghanistan. Riassumere la condizione delle donne afghane è tanto semplice quanto drammatico. Le donne non possono lavorare, non possono studiare, non possono cantare, non possono affacciarsi alla finestra, non devono mostrarsi, non riescono a farsi curare, non possono andare nei parchi pubblici, non possono aprire negozi, non possono andare in bicicletta, non possono parlare a voce alta. “Non” è la parola che in Afghanistan si associa più frequentemente alla parola “donna”. “Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica: i loro movimenti, il loro abbigliamento e persino la loro presenza nella società sono controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione, ma di una segregazione sistematica… per questo dobbiamo parlare di apartheid di genere. Sono l’esclusione e il controllo sistematici delle donne, semplicemente perché sono donne”, ha esordito una delle attiviste di RAWA collegate dall’Afghanistan. Era il 15 agosto 2021 quando i media di tutto il mondo rilanciavano le immagini dell’aeroporto di Kabul preso d’assalto da centinaia di persone che tentavano di salire sugli aerei degli americani in fuga. Cinque anni dopo, non è soltanto la repressione a essere rimasta: secondo le attiviste di RAWA, il regime ha imparato a renderla più capillare, sfruttando anche strumenti tecnologici sempre più sofisticati. “I Talebani non sono cambiati. L’unica cosa che è cambiata è che sono diventati più spietati. Inoltre, hanno supporto finanziario e accesso alla tecnologia: attraverso questo accesso possono controllare la vita delle persone”, ha detto l’attivista RAWA, spiegando come l’acquisto di una SIM card possa avvenire solo presentando la carta d’identità elettronica, attraverso la quale è possibile ottenere tutte le informazioni, comprese quelle biometriche, dell’intestatario: “Quando c’è una manifestazione, come le ultime a Herat o nel Badakhshan, i talebani chiedono alle società di telecomunicazioni di fornire loro i numeri delle SIM card che risultano presenti nel luogo della manifestazione”. Da lì ad arrestare chi partecipa alle contestazioni il gioco è facilissimo. Il controllo non si ferma alla sorveglianza. Può trasformarsi rapidamente in arresto, interrogatorio, intimidazione: decine e decine di persone spariscono per giorni o per settimane, chiamate a rispondere di ciò che hanno detto, scritto o fatto. Anche una frase non perfettamente allineata con i dettami del regime può diventare una colpa. Ma il controllo non passa soltanto dagli strumenti digitali. Si estende alla vita quotidiana, al lavoro, agli aiuti umanitari, persino alle emergenze. L’Afghanistan è una terra devastata non solo dalle guerre e dal regime dei Talebani, ma anche da condizioni climatiche avverse, che alternano periodi di grave siccità a forti piogge e inondazioni e da frequenti terremoti. È proprio nelle situazioni di maggiore fragilità che, secondo RAWA, il regime mostra ancora una volta il proprio volto disumano, rendendo ancora più difficile la vita di donne e bambini: “Durante l’ultimo terremoto nella provincia di Herat, per esempio, una delle nostre squadre sanitarie che si è recata sul posto ha trovato diverse donne ancora sotto le macerie delle case”, ha spiegato l’attivista RAWA. La loro colpa? Non avere parenti maschi che si occupassero di loro. E poi la corruzione, che arriva persino alle cerimonie private. In occasione di fidanzamenti e matrimoni, raccontano le attiviste, gli uomini del regime possono presentarsi nell’hotel o nel luogo della celebrazione e chiedere denaro. Solo dopo il pagamento la festa può continuare. Lo stesso meccanismo coinvolge le ONG che cercano di lavorare a sostegno della popolazione, alle quali viene imposto un vero e proprio “pizzo”. Ma c’è un limite che, spiega RAWA, nemmeno il denaro riesce a superare: quello dei progetti rivolti alle donne. “Una persona che lavora in una di queste organizzazioni ci ha detto che stavano preparando una proposta di progetto rivolto alle donne, ma il governo ha imposto loro di sostituire la parola ‘donna’ con ‘famiglia’”. Anche la parola “donna” è impronunciabile nei documenti ufficiali, a meno che non si tratti di divieti. Eppure, mentre dentro l’Afghanistan il controllo si fa sempre più pervasivo, all’esterno il regime persegue un obiettivo apparentemente opposto: farsi accettare, diventare normale. Si sta infatti assistendo a una progressiva normalizzazione delle relazioni internazionali: il regime non viene formalmente riconosciuto, ma con chi controlla il territorio si tratta e questo offre ai Talebani la possibilità di presentarsi sempre più come un interlocutore normale. La normalizzazione, però, non passa soltanto dalle cancellerie. Passa anche dai video. Accanto alle relazioni con gli Stati e alle interlocuzioni con le organizzazioni internazionali, secondo RAWA è in corso un’intensa attività sui social: decine di video su YouTube, Facebook e TikTok mostrano turisti che passeggiano tranquillamente per le strade di Kabul o visitano il parco nazionale di Band-e Amir. “Gira anche un video dove si vede una donna ballare felice con un uomo in una zona di montagna. Ma sono falsi. Sono video che vogliono far vedere che la sicurezza in Afghanistan è ottima o che la vita è normale e serena. In realtà questi youtuber sono pagati dai Talebani per far vedere un Afghanistan che non esiste: parlano solo di cibo, di luoghi per picnic o di località turistiche da visitare. Nessuno di questi video parla di povertà, o della violenza contro le donne”. È l’altra faccia della normalizzazione: non soltanto ottenere relazioni diplomatiche, commercio o interlocuzione internazionale, ma costruire un’immagine del Paese nella quale la repressione scompare dal campo visivo. Eppure, sotto questa apparente normalità, qualcosa continua a muoversi. Una parte della popolazione afghana si ribella, pubblicamente o resistendo clandestinamente. Nonostante la repressione, le proteste non sono scomparse. Come nel Badakhshan, dove la popolazione ha organizzato manifestazioni pubbliche contro i Talebani e il loro regime, o nella provincia di Herat, nell’area di Jebrail, popolata soprattutto da Hazara: “Le forze di Amr al-Ma’ruf, la polizia morale, hanno arrestato alcune donne in questa zona a causa dell’hijab ‘non conforme’. La popolazione allora ha protestato e ha manifestato per il rilascio di queste donne”. Ma la ribellione non è soltanto quella visibile nelle manifestazioni, sempre duramente represse. È anche quella invisibile della clandestinità, del lavoro quotidiano di organizzazioni come RAWA: “Se vogliamo continuare il nostro lavoro, dobbiamo essere più forti di coloro che sono al potere. E il modo per essere più forti e preservare le militanti della nostra organizzazione è in questo momento condurre lotte clandestine”. Una clandestinità che permette di far arrivare all’estero la voce dell’Afghanistan e delle donne afghane, di continuare a occuparsi di istruzione attraverso scuole clandestine e di fornire assistenza a una popolazione sempre più stremata. È un lavoro difficile e pericoloso. I Talebani cercano continuamente chi organizza queste attività, chi lavora contro di loro: “Controllano i social media per individuare le attiviste e anche girare per le strade con un telefono in mano può essere rischioso: se ti fermano, te lo controllano” e se trovano qualcosa che non li convince l’arresto è immediato. Le donne di RAWA e delle altre organizzazioni con cui il CISDA lavora non si lasciano intimorire. Continuano con testardaggine a lavorare perché alle bambine e alle ragazze afghane venga riconosciuto un futuro. Una responsabilità che, anche per chi osserva da lontano, significa prima di tutto non lasciare che quella voce scompaia.   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
August 16, 2026
Pressenza
l’11 agosto 2026 diventa una data storica in Libano: la pena di morte viene abolita
CONGRATULAZIONI agli abolizionisti di tutto il mondo. l’11 agosto 2026 rimarrà nella storia come una grande giornata per il Libano, che ha appena abolito la pena di morte, offrendo un modello pionieristico nella regione. Dopo 22 anni di moratoria di fatto sulle esecuzioni, Il Libano è riuscito a conquistare il suo posto tra i 113 Paesi al mondo che hanno abolito la pena di morte per tutti i reati, diventando il 114° Paese sulla mappa mondiale dell’abolizione della pena capitale. Il Libano è diventato il primo Paese abolizionista in Medio Oriente e il secondo nel mondo arabo (dopo Gibuti), aprendo così la strada ad altri Paesi, specialmente quelli in moratoria da decenni, per fare lo stesso e abolire definitivamente la pena di morte. Questa splendida vittoria non sarebbe stata possibile senza il lancio, nel 1997, della prima campagna nonviolenta a livello nazionale nella storia del Paese, celebrata come inedita, visionaria, spettacolare e coraggiosa nelle sue battaglie. È stata fondata dai pionieri dell’abolizione della pena di morte in Libano, Ogarit Younan e Walid Slaybi, due pensatori e attivisti nonviolenti che lavoravano insieme dal 1983. Purtroppo, Slaybi è scomparso tre anni fa, prima di aver potuto testimoniare i frutti del suo inspiratore percorso abolizionista. Congratulazioni al Libano e a tutti i militanti che hanno portato avanti questa causa per anni, al Movimento per i Diritti del Popolo che ha coordinato la campagna per molti anni, alla Coalizione Libanese Contro la Pena di Morte che raggruppa 84 partiti e associazioni, e in particolare ai membri di questa coalizione che hanno continuato ad agire a favore dell’abolizione. Congratulazioni anche a tutti i nostri partner in tutto il mondo, a livello regionale e globale, a maggior ragione dato che siamo membri della Coalizione Mondiale contro la pena di morte (WCADP) fin dalla sua fondazione nel 2002, e membri partecipanti a tutti i Congressi mondiali, dal primo congresso a Strasburgo nel 2001 fino al più recente, organizzato a Parigi nel 2026. Questo è stato il frutto di una collaborazione con l’organizzazione francese ECPM, con la quale abbiamo sviluppato diversi progetti dal 2000 e che ha contribuito concretamente a rafforzare l’azione abolizionista in Libano. Per quanto riguarda il disegno di legge votato in Parlamento l’11 agosto, era stato presentato al parlamento da Ogarit Younan il 7 ottobre 2025 a nome della LACR, firmato da sette deputati di diverse correnti politiche: Michel Moussa, Paula Yacoubian, Georges Okaiss, Faysal Saegh, Oussama Saad, Elias Hankach e Halima Kaakour. Inizialmente, è stato sostenuto dal Consiglio dei Ministri con una decisione ufficiale il 20 novembre 2025: è stata la prima volta in Libano che un governo ha inserito al proprio ordine del giorno un disegno di legge sull’abolizione della pena di morte. Successivamente, è stato approvato dalla Commissione parlamentare per i diritti umani il 23 febbraio 2026, poi approvato dalla Commissione parlamentare per l’amministrazione e la giustizia il 2 giugno 2026, poi approvato dalle commissioni parlamentari congiunte il 9 luglio 2026, e infine approvato con emendamenti proposti dalle diverse commissioni e votato dall’Assemblea Generale del Parlamento Libanese l’11 agosto 2026. Su questa legge Younan precisa che: «La cosa più importante era non toccare il primo articolo del nostro disegno di legge, che stabilisce che la pena di morte è abolita in tutti i testi giuridici libanesi una volta per tutte. Questo era l’essenziale, mentre altri articoli della legge votata richiedono assolutamente di essere rivisti in seguito, poiché i “lavori forzati” e l'”ergastolo” dovevano essere aboliti dalla legge e sostituiti con pene alternative umane». Durante i dibattiti della sessione plenaria del parlamento che ha approvato la legge sull’abolizione della pena di morte, molti deputati hanno espresso la loro gratitudine per il ruolo pionieristico e perseverante di Ogarit Younan, autrice del disegno di legge e hanno reso omaggio al compianto Walid Slaybi, riprendendo alcuni dei suoi discorsi e argomenti tratti dai suoi libri sulla pena di morte. Dopo l’adozione della legge, ci sono stati applausi nell’emiciclo del parlamento. Successivamente, Younan ha invitato i 7 deputati a radunarsi all’aperto davanti alla sede del parlamento, dove ha aperto uno striscione che teneva nascosto nella sua borsetta, sul quale la LACR aveva scritto, in arabo e in inglese: siamo nel 2026 – il Libano ha abolito la pena di morte. E, sebbene qualsiasi manifestazione sia vietata in quel luogo e gli agenti di sicurezza abbiano fatto di tutto per impedire questo raduno simbolico e persino lo scatto di foto, ha insistito per celebrare questo momento storico con una foto ricordo dalle scalinate del parlamento. In un comunicato stampa a seguito di questo successo, Younan ha dichiarato che «ciò che è accaduto l’11 agosto non è solo l’adozione di una nuova legge, ma è un impegno chiaro e fermo ad abolire il potere di uccidere per legge e  per autorità politica, perché la pena di morte uccide e non possiamo accettare di essere cittadini in uno “Stato di forche”; lottiamo per uno Stato civile, che governi proteggendo la vita, agendo sulle cause del crimine, garantendo i diritti delle vittime e riabilitando i colpevoli. Questo è il cuore della nostra lotta e abbiamo dedicato anni a instillare questa cultura nonviolenta nella società… Congratulazioni al Libano per la giustizia che ha riconosciuto che non ucciderà più in nome della pena di morte». L’abolizione della pena di morte è un traguardo straordinario nella storia di qualsiasi Paese; come sottolinea la LACR, sarebbe stato auspicabile che questo passo avanti fosse stato raggiunto in condizioni migliori in Libano, mentre il Paese si trova in una crisi caotica e soprattutto in una guerra in cui migliaia di persone sono state uccise e intere regioni devastate da Israele dallo scorso marzo. Articolo dell’Associazione Libanese per i Diritti Civili – LACR Fondata nel 2003 da Walid Slaybi e Ogarit Younan, è l’associazione leader della Campagna Nazionale per l’Abolizione della Pena di Morte in Libano. info@houkoukmadania.org / 03-111445 / https://www.facebook.com/LACROrg Ogarit Younan
August 15, 2026
Pressenza
“Questo popolo ha sette anime”: un bambino trasforma le scatole di cartone in modellini di case
Il giovane Ahmed Qudeeh non si è lasciato sfuggire nemmeno un minuto di tempo libero durante le lunghe ore trascorse nelle tende per sfollati. Ha invece incanalato il suo talento artistico nella progettazione di case. Utilizza scatole di cartone provenienti da aiuti alimentari, trasformandole in modellini di abitazioni. La prima cosa che ha ricostruito è stata una replica della sua casa, distrutta dalle forze di occupazione israeliane nella città di Abasan, a est di Khan Younis. Spiega: “Progetto case con il cartone e cerco di dimenticare la vita nella tenda”. Indicando una delle case di fronte a lui, Ahmed dice: “Questa casa è come la nostra. L’ho costruita con il cartone e l’esercito di occupazione l’aveva demolita. Un giorno torneremo e la ricostruiremo”. Fin da quando aveva cinque anni, Ahmed ha coltivato la passione per la progettazione di modellini di case. Racconta che con ogni progetto cerca di sfuggire all’atmosfera calda e afosa della sua tenda e gli torna in mente Abasan, la sua città natale, che  lui e la sua famiglia sono stati costretti ad abbandonare a causa dell’avanzata dell’esercito invasore. Per le sue creazioni in cartone, Ahmed usa colla e adesivi. Racconta di aver progettato anche la moschea, l’ospedale e le case del suo quartiere. “Vado a memoria, non ho foto di quelle costruzioni che oramai non ci sono più”. Il suo più grande desiderio è quello di tornare al suo villaggio. Ahmed rivela di avere molte idee, ma le sue risorse sono limitate, persino i pacchi degli aiuti umanitari scarseggiano, perché molte famiglie li usano per accendere il fuoco. Secondo i dati diffusi dall’Ufficio stampa del governo di Gaza all’inizio di luglio, in occasione del millesimo giorno dall’inizio dell’aggressione israeliana, circa 228.000 edifici sono stati danneggiati, tra cui quasi mezzo milione di unità abitative, di cui circa 350.000 completamente distrutte. A causa della guerra e della politica di sfollamento forzato, oltre due milioni di persone sono state sfollate, mentre 346 rifugi e centri per sfollati sono stati colpiti dai bombardamenti. Gli stessi dati indicano che circa 350.000 famiglie palestinesi necessitano di un alloggio e che circa 132.000 delle 135.000 tende sono “degradate e inabitabili”. ANBAMED
August 15, 2026
Pressenza
Gli USA hanno scoperto la (finta) indignazione per i coloni israeliani in Palestina
Da giorni un gruppo di coloni israeliani cinge d’assedio le abitazioni di due famiglie palestinesi, impedendo a chiunque di entrare o uscire. Solo ieri  l’altro l’esercito israeliano ha annunciato che sarebbe intervenuto e gli Stati Uniti paiono essersi accorti della vicenda: «Le azioni di coloro che hanno compiuto questo orribile atto di terrorismo, volto a intimidire e molestare questa famiglia, sono disgustose», ha dichiarato l’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee. La presa di posizione americana appare più cosmetica che politica: tra le famiglie coinvolte vi sarebbero infatti cittadini statunitensi, dettaglio che suggerisce che Washington stia cercando di contenere le ricadute interne della vicenda, più che di esercitare una reale pressione su Israele. In una delle abitazioni erano presenti anche cinque cittadini italiani, che tuttavia, come confermano fonti della Farnesina a L’Indipendente, sono riusciti ad allontanarsi dal posto. La vicenda finita al centro dell’attenzione degli Stati Uniti va avanti da domenica 9 agosto e coinvolge due famiglie palestinesi di Qusra, piccolo paese vicino a Nablus, in Cisgiordania. Mesi fa, proprio a Qusra, un gruppo di coloni israeliani si è insediato in un’abitazione, iniziando a saccheggiare le case e le coltivazioni degli abitanti e ad attaccarli anche con armi da fuoco. Domenica, gli stessi coloni hanno eretto un accampamento fuori dalle abitazioni delle famiglie palestinesi Hassan e Abu Ridi, interrompendo le loro forniture di elettricità e acqua e impedendo a chiunque di entrare o uscire dall’area. Per giorni hanno continuato a lanciare sassi contro le abitazioni, presumibilmente con l’obiettivo di spingere i residenti ad abbandonarle per poi occuparle, una pratica comune tra i coloni. L’altro ieri, quattro giorni dopo l’inizio dell’assedio, l’esercito israeliano ha annunciato di aver mobilitato alcuni soldati per fermare le aggressioni dei coloni. Parallelamente, Huckabee ha respinto le accuse circolate sui social secondo cui gli Stati Uniti non starebbero facendo abbastanza per garantire la sicurezza dei residenti, affermando che «l’ambasciata statunitense è stata molto coinvolta» e che le Forze di difesa israeliane e la polizia israeliana erano intervenute su richiesta di Washington per allontanare «i terroristi israeliani» responsabili dell’assedio. Le sue dichiarazioni sono state poi riprese dalla stampa internazionale. Dietro questa apparente presa di posizione, tuttavia, si nasconde un elemento tutt’altro che secondario: una delle famiglie coinvolte è palestinese-americana. L’agenzia di stampa Associated Press ha contattato telefonicamente Lou Ridi, proprietario di una delle abitazioni e residente in Ohio. Ridi ha confermato che suo fratello e suo nipote si trovavano nella casa al momento dell’assalto e che erano rimasti chiusi all’interno per giorni, prima di essere evacuati dall’esercito. Del resto, una presa di posizione da parte di Huckabee stonerebbe con il personaggio. Noto in Israele come un «grande eroe del movimento degli insediamenti in Cisgiordania», nel 2017 dichiarava: «Non esiste alcun insediamento. Sono comunità, quartieri, città. Non esiste alcuna occupazione». Più recentemente, in occasione della sua nomina ad ambasciatore statunitense in Israele, ha risposto a una domanda sulla possibilità di un’annessione israeliana della Cisgiordania con un netto «certamente». Alla luce di tutto, le dichiarazioni di Huckabee sembrano avere l’obiettivo di contenere l’ondata di contestazioni interne mostrando un apparente pugno di ferro degli Stati Uniti di fronte a palesi violazioni dei diritti umani, specie quando perpetrate ai danni dei propri cittadini. Effettivamente, Huckabee ha corretto il tono della propria dichiarazione celermente: «I “coloni” non sono il problema in Giudea/Samaria [ndr: il nome utilizzato da Israele per la Cisgiordania]. Lo sono i “non-coloni”». Il termine inglese che Huckabee utilizza per riferirsi ai coloni che stanno assediando le case dei palestinesi è «unsettler», derivato dall’aggiunta del prefisso “un-” (corrispondente ai nostri in-/im- o de-/di-) alla parola “settler”, che significa appunto “colono”. Huckabee suggerisce, insomma, che  gli «unsettler» non siano «veri coloni», ma rappresentanti di una minoranza di «coloni violenti» È la medesima retorica utilizzata dall’Unione Europea, che parla proprio di «coloni violenti» quando si tratta di approvare sanzioni contro lo Stato israeliano e gli insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati: una distinzione che attribuisce la responsabilità delle violazioni del diritto internazionale a un gruppo ristretto di coloni israeliani, finendo di fatto per legittimare le condotte degli altri. Eppure, il diritto internazionale non fa alcuna distinzione tra presunti “coloni pacifici” e “coloni violenti”. Posto che un atto di colonizzazione costituisce di per sé una condotta violenta, le innumerevoli risoluzioni dell’ONU e i diversi pareri dei tribunali internazionali chiedono a Israele di smantellare tutti gli insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati, non soltanto quelli legati a un ristretto numero di persone. A tal proposito, vale la pena ricordare le ultime risoluzioni, come la A/RES/80/72 del 2025 e la A/ES-10/L.31 del 2024, o il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del medesimo anno; in generale, la richiesta di ritirarsi dai territori palestinesi occupati va avanti sin dal 1967, con la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Va rimarcato che se gli Stati Uniti volessero davvero fare qualcosa per fermare le continue violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, lo avrebbero già fatto. Malgrado le sporadiche critiche, Washington continua a fornire armi allo Stato israeliano: nel 2025 gli aiuti militari statunitensi hanno raggiunto i 3,8 miliardi di dollari, mentre nel 2026 l’amministrazione ha continuato ad approvare nuove forniture di armamenti. Sul piano diplomatico, gli Stati Uniti hanno inoltre utilizzato più volte il proprio potere di veto al Consiglio di sicurezza per bloccare risoluzioni sgradite a Israele, come accaduto nel giugno 2025 con una proposta che chiedeva un cessate il fuoco permanente a Gaza e che aveva ottenuto il sostegno degli altri 14 membri del Consiglio. Nonostante la forte dipendenza di Tel Aviv da Washington, gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto le sue richieste sul piano diplomatico, arrivando persino a stravolgere – o permettere lo stravolgimento di – accordi che loro stessi avevano contribuito a sottoscrivere, come nel caso del piano del Board of Peace per Gaza. L'Indipendente
August 15, 2026
Pressenza