Statistiche ad uso propaganda mentre si muore di CPRdedicato a Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nasim morti dopo il rogo
nel CPT Serraino Vulpitta di Trapani nel dicembre 1999
1. Come di consueto per ferragosto dal ministero dell’interno vengono diffuse
statistiche che, dopo i video su alcuni rimpatri forzati in Egitto,
dimostrerebbero i successi del governo contro l’immigrazione “illegale” e
l’efficienza delle misure di detenzione e di allontanamento adottate nei
confronti degli” irregolari”. Ma si tratta di cifre gonfiate a scopo di
propaganda, perché non danno conto del numero di cittadini stranieri
effettivamente rimpatriati dopo essere stati detenuti in un centro per i
rimpatri, e conteggiano con i rimpatri forzati anche i rimpatri volontari
“assistiti”.
Dal primo gennaio al 17 giugno 2026, secondo i dati del Viminale, sono stati
eseguiti 3502 rimpatri forzati e 557 rimpatri volontari assistiti, rispetto a
2749 rimpatri forzati e 304 rimpatri assistiti nel 2025, e rispettivamente 2.354
e 58 nel 2025, ma nel 2017, ad esempio, nel corso dell’intero anno, i rimpatri
forzati erano stati 6.777, e nel 2023, primo anno di insediamento del governo
Meloni, erano stati 4751.
Tra il 2017 e il 2019, quando alla guida del Ministero dell’Interno passavano
Marco Minniti, Matteo Salvini, e Luciana Lamorgese, la media mensile dei
rimpatri forzati ha sempre superato le 500 persone, dunque superiore a quella
registrata quest’anno. Questi dati nascondono però il numero delle persone
rimpatriate dopo essere state trattenute in un CPR, che vengono conteggiate con
le persone allontanate in altro modo dal territorio nazionale.
Nel 2023 attraverso i centri di detenzione sono stati rimpatriati solo 500
immigrati irregolari, circa il 10% di chi è stato trattenuto quell’anno nei CPR,
costati diverse decine di milioni di euro, e nel 2025, anche considerando il
centro di Gjader in Albania, mentre aumentava il numero di richiedenti asilo
trattenuti nei centri per il rimpatrio, e la capienza effettiva dei centri era
dimezzata, rispetto alla loro capacità nominale, per circa 1400 posti,
l’incidenza dei rimpatri forzati effettivamente eseguiti a partire da un centro
di detenzione è rimasta sullo stesso livello degli anni precedenti, non
superando il dieci per cento dei provvedimenti di espulsione o di respingimento
differito.
Secondo i dati diffusi dal Viminale sarebbero 97.553 i “rimpatri volontari
assistiti” da Libia, Algeria e Tunisia dal 2023, realizzati in collaborazione
con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, di cui 17.685 nel primo
semestre del 2026. Quanto questi rimpatri possano essere “volontari” si può
desumere dai rapporti delle Nazioni Unite sulle gravi violazioni dei diritti
umani in questi paesi, soprattutto in Libia, da anni, nelle sue diverse
articolazioni politiche e militari, partner militare (con la cessione di
motovedette) ed economico (forniture di gas e petrolio) privilegiato del governo
italiano.
Le operazioni di rimpatrio forzato dal territorio italiano, effettivamente
eseguite nel 2025, sono diminuite del 16,3 per cento rispetto all’anno
precedente. Nel 2025, delle 2.959 persone rimpatriate con accompagnamento
forzato di polizia, soltanto 1.443 erano trattenute in precedenza nei
CPR. Secondo l’Ufficio del Garante delle persone private della libertà
personale, in maggioranza provenivano dal centro di detenzione amministrativa di
Milano (271), poi da quello di Caltanissetta (245). Dal CPR di Brindisi, invece,
si è registrato il minor numero di rimpatri.
Nel 2024, delle 3.538 effettivamente rimpatriate con scorta di polizia, quelle
provenienti da un Centro per i rimpatri erano 2.384, in prevalenza tunisini e
transitati dai CPR siciliani. Da anni, infatti, dall’aeroporto di Palermo sono
in corso rimpatri forzati in Tunisia con pratiche consolari di riconoscimento
paricolarmente semplificate, già oggetto in passato di severe critiche da parte
del Garante nazionale.
2. Negli interventi di monitoraggio più recenti, anche nel caso di rimpatri
forzati in Egitto, il Garante ha invece asseverato la correttezza delle
procedure senza rilevare la particolare situazione delle persone già in
condizione irregolare, magari con precedenti penali, ma con pene già scontate, e
rimpatriati in un paese che non garantisce certo il rispetto dei diritti umani.
Come del resto si verifica negli ultimi anni in Tunisia.
Eppure il Regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione delle frontiere prevede al
Considerando 5 che “Al fine di rafforzare la cooperazione con i paesi terzi in
materia di asilo e migrazione, tra cui la riammissione e la risoluzione delle
cause e dei fattori alla base della migrazione irregolare e degli sfollamenti
forzati, è necessario promuovere e costruire partenariati mirati e
reciprocamente vantaggiosi con i paesi in questione. Tali partenariati
dovrebbero costituire un quadro per un migliore coordinamento delle politiche e
degli strumenti pertinenti dell’Unione con i paesi terzi e basarsi sui diritti
umani, sullo Stato di diritto e sul rispetto dei valori comuni dell’Unione”.
Gli ostacoli frapposti dalle autorità egiziane all’accertamento della verità
nel processo per l’uccisione di Giulio Regeni, e le persistenti violazioni dei
diritti umani nelle carceri e nei luoghi di detenzione in Egitto danno la misura
di quanto sia rispettato lo Stato di diritto in quel paese.
L’Ufficio del Garante nazionale (GNPL) ha monitorato un’operazione di rimpatrio
forzato verso l’Egitto, effettuata il 30 luglio scorso con un volo charter
organizzato dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Secondo quanto comunicato
dal Garante, “I cittadini stranieri coinvolti sono stati 24 e provenivano dai
Cpr di Bari, Brindisi, Gorizia, Milano Nuoro, Potenza, Roma, Torino,
Caltanissetta e Trapani. Sono stati accompagnati dal personale di scorta della
Polizia di Stato. Il volo è decollato dall’aeroporto di Milano Malpensa e ha
fatto scalo all’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma-Fiumicino”.
E’ stato questo l’anticipo dei successivi rimpatri di altre 17 persone in
Egitto, pubblicizzati con un video dalla presidente del Consiglio Giorgia
Meloni. Come si vede, se è incerta la sorte delle persone rimpatriate in Egitto,
questi rimpatri con esibizione pubblica di manette vengono sfruttati ad evidenti
fini propagandistici, anche se la loro consistenza appare davvero esigua
rispetto al numero delle persone trattenute nei centri per il rimpatrio.
3. Se si distinguono i casi di rimpatrio forzato dopo il trattenimento in un
CPR, i “successi” del governo svaniscono, mentre non si forniscono notizie sulle
morti che si continuano a registrare nei centri di detenzione italiani, non solo
nel famigerato centro di trattenimento di Palazzo San Gervasio in provincia di
Potenza.
Sono pure scomparse le notizie sullo stato di avanzamento del disegno di
legge con il quale il Parlamento avrebbe dovuto rispondere al richiamo
della Corte Costituzionale (sentenza n.101/2025) che sollecitava il legislatore
a dare una disciplina legale alle modalità di trattenimento nei centri per i
rimpatri (CPR). Rimane sullo sfondo lo scandalo della spesa enorme per mantenere
in funzione il CPR di Gjader in Albania, dal quale ogni mese vengono rimpatriate
poche decine di persone, comunque riportate in Italia, prima dell’allontanamento
definitivo, con una procedura a trasferimenti multipli, che dovrebbe essere
oggetto di indagine da parte della Corte dei Conti.
Da quando la pressione delle forze di polizia sugli operatori sanitari e le
nuove convenzioni stipulate dalle prefetture con gli enti gestori hanno
allontanato la sanità pubblica dalle persone ristrette nei CPR, affidate a
personale sanitario degli enti gestori, sono aumentati in modo esponenziale i
casi di autolesionismo e i tentativi di suicidio, spesso effetto di un
trattamento farmacologico finalizzato a mantenere l’ordine.
Altre volte vengono trattenute persone gravemente vulnerabili, come si è
verificato a Trapani, nel CPR di Milo, dove il mese scorso un giudice di pace
non ha convalidato il trattenimento di una persona quasi del tutto priva della
vista, ma considerata socialmente pericolosa.
In alcuni casi si profila anche un abbandono colpevole di persone fragili
bisognose di cure e diversi processi in corso stanno faticosamente cercando di
accertare le responsabilità, ma la lentezza dei tempi processuali potrebbe
portare ancora una volta alla prescrizione dei reati commessi da pubblici
ufficiali nei confronti di persone private della libertà personale.
Le comunicazioni dei detenuti con l’esterno vengono ridotte al minimo, e spesso
è persino difficile accedere ad un avvocato di fiducia o presentare un ricorso
nei termini sempre più ristretti previsti dalla più recente normativa. A maggio
di quest’anno, nel CPR di Gradisca d’Isonzo si sono registrati ben cinque
tentativi di suicidio e gravi atti di autolesionismo.
Intanto le proteste vengono sedate con la forza e sanzionate, in base agli
ultimi “decreti sicurezza”, con il trasferimento in carcere ed una pesante
denuncia. Ormai viene criminalizzata anche la semplice resistenza passiva, con
pene molto elevate. Dal CPR di Macomer in Sardegna al centro di via Corelli di
Milano, proseguono comunque proteste da parte dei detenuti e successivi
interventi di repressione. Nel CPR di Milano in via Corelli, nel solo ultimo
mese si sono registrati diciassette eventi critici annotati dallo stesso ente
gestore: tentativi di suicidio, episodi di autolesionismo, ingestione di corpi
contundenti. A questi si aggiungono diversi scioperi della fame e alcune
fratture non messe a verbale.
Già nel 2025 il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio
d’Europa riscontrava accuse di maltrattamenti fisici e uso eccessivo della forza
da parte del personale di polizia nei confronti di cittadini stranieri
trattenuti nei CPR visitati ad aprile del 2024, denunciando l’assenza di un
monitoraggio indipendente su tali interventi da parte della polizia e la
mancanza di un’accurata registrazione delle lesioni subite dai trattenuti o di
una valutazione oggettiva della loro origine.
Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 7839/2025 del 7 ottobre 2025, ha
parzialmente annullato lo schema tipo di capitolato d’appalto per la gestione
dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) con una decisione che
evidenziava una “lacuna legislativa” e standard sanitari inadeguati, oltre che
carenze relative alla tutela della salute e della prevenzione del rischio
suicidario.
A maggio del 2025 Abel Okubor, cittadino nigeriano di 37 anni, detenuto nel CPR
di Brindisi – Restinco da quattro mesi, è morto nel letto, forse per un infarto.
A febbraio di quest’anno Simo Said, nato in Marocco nel 2000, è morto nel
silenzio generale all’interno del CPR di Bari Palese. Nello stesso mese di
febbraio di quest’anno, il Tribunale di Torino ha riconosciuto le responsabilità
dell’allora direttrice della struttura per la morte di Moussa Balde, 23enne
guineano che si era tolto la vita il 23 maggio del 2021 nel CPR di Corso
Brunelleschi. Pochi giorni fa un giovane tunisino è precipitato dal tetto del
CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza, a distanza di due anni
dalla morte di Oussama Darkauoi, avvenuta nello stesso CPR nell’agosto del
2024. La morte di Lassoued Dhoui non ha ancora trovato risposte.
Intanto però continua il processo per i presunti maltrattamenti commessi nello
stesso Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Palazzo San Gervasio
(PZ) e tra le pochi fonti di informazione che ne hanno riferito, con il
contributo di Sergio Scandura, nel sito di Radio Radicale, nello Speciale
Giustizia di giovedì 13 agosto, è possibile ascoltare le udienze, l’ultima
quella che si è svolta il 2 luglio scorso. Il quadro che sta emergendo sembra
confermare trattamenti inumani o degradanti ai danni delle persone trattenute.
Il procedimento penale in corso a Potenza nei confronti di alcuni detenuti nel
CPR di Palazzo San Gervasio che avevano protestato, barricandosi e poi
resistendo con il lancio di vari oggetti all’intervento delle forze di polizia,
dopo la morte del loro compagno, conferma il clima di tensione e l’assenza di
cure tempestive che continua a caratterizzare questa struttura, e richiama alla
memoria altre precedenti rivolte all’interno dei CPR.
Nel 2012 il Tribunale di Crotone ha assolto quattro persone per il
danneggiamento del Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Isola Capo
Rizzuto, qualificando la rivolta come legittima difesa. I trattenuti avevano
lanciato dei calcinacci dal tetto dopo aver presentato numerose richieste
rimaste inascoltate dalle autorità del Centro per le pessime condizioni di
detenzione. In quest’ultima tragica occasione, prima della morte di Lassoued
Dhoui, gli altri detenuti del centro di Palazzo San Gervasio hanno invano
sollecitato un intervento degli operatori del centro a fronte delle condizioni
di grave sofferenza psicologica nella quale versava.
4. Con i più recenti provvedimenti del governo che moltiplicano le zone di
frontiera dalle quali si possono operare rimpatri con procedure accelerate, e
propongono per l’ennesima volta un rafforzamento del sistema dei CPR, malgrado
il fallimento conclamato del modello Albania e degli altri centri di detenzione,
operanti sotto diverse denominazioni nell’intero territorio nazionale, si può
attendere una moltiplicazione incontrollabile dei luoghi nei quali migranti
irregolari potranno essere ristretti in vista di un allontanamento forzato, che
nella maggior parte dei casi non si verificherà per la mancata collaborazione
dei paesi di origine.
Si tratterà soltanto di una ulteriore estensione dei meccanismi istituzionali di
esclusione e di riproduzione della clandestinità, che sono alla base
dell’allarme sicurezza propagandato dagli stessi artefici di queste politiche.
Nessun effetto di vera deterrenza, in ogni caso, dalle operazioni di rimpatrio
forzato sul calo degli arrivi, che deriva piuttosto da accordi di
esternalizzazione con paesi terzi che non riconoscono effettivamente il diritto
di asilo, e negano i diritti fondamentali dei migranti in transito.
La prospettiva dei Return Hub nei paesi di transito, malgrado i tentativi di
accordo dell‘Italia con il Rwanda, appare ancora lontana perché il nuovo
Regolamento rimpatri che li prevede non è ancora stato pubblicato come atto
legislativo nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, e c’è molta incertezza
sulla reperibilità degli enormi fondi necessari, ma in ogni caso anche il nuovo
Regolamento, come già la vigente Direttiva rimpatri 2008/115/CE che va a
sostituire, fissa principi molto chiari che il governo italiano non potrà
aggirare, senza finire davanti ad una corte internazionale.
Le più recenti decisioni della Corte costituzionale (come la sentenza
40/2026) in materia di trattenimento amministrativo non aprono prospettive
favorevoli. Ma secondo i Regolamenti europei, direttamente vincolanti anche nel
nostro paese, tutte le misure di trattenimento devono essere specificamente
disciplinate con legge, non possono diventare la norma per tutti i casi di
respingimento o di espulsione, e comunque vanno graduate secondo i criteri di
proporzionalità ed adeguatezza.
Devono essere fatti salvi in ogni fase della procedura i diritti di difesa,
sanciti dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Quando appare evidente che un rimpatrio non può essere effettuato per la
mancanza di collaborazione del paese di origine, viene meno la base legale della
detenzione amministrativa. In nessun caso si può operare un rimpatrio verso un
paese nel quale una persona rischia trattamenti inumani o degradanti. E va
sempre fatta salva la riserva di giurisdizione. E’ vietata qualsiasi forma di
detenzione informale sottratta al controllo del giudice. Su questo punto non è
stata ancora superata la fondamentale sentenza della Corte Costituzionale n. 105
del 2001.
I propositi del governo Meloni sono ormai chiari, e la competizione elettorale
che si avvicina segnerà un ulteriore inasprimento delle prassi di detenzione
amministrativa e delle operazioni di rimpatrio con accompagnamento forzato di
polizia. Qualcuno già propone rastrellamenti quartiere per quartiere alla caccia
di immigrati irregolari da internare nei centri di detenzione in vista del
rimpatrio forzato. Intanto non si vede quando il legislatore adotterà una
normativa completa sulle modalità del trattenimento amministrativo, come
richiesto dalla Corte costituzionale.
Le condizioni di detenzione nei centri risultano sempre più critiche. Diventa
per questo sempre più importante l’attività di monitoraggio indipendente sui
centri per i rimpatri, come quello svolto da anni dalla Campagna
LasciateCientrare, il supporto dei parlamentari per garantire il diritto di
accesso altrimenti negato, ed un ulteriore rafforzamento delle reti civiche e
dei team legali che difendono le persone straniere comunque soggette a
provvedimenti di trattenimento e allontanamento forzato, sempre più spesso
richiedenti asilo denegati, ai quali si cerca in ogni modo di impedire
l’esercizio effettivo dei diritti di difesa.
Fulvio Vassallo Paleologo