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Napoli per l’Ucraina: una città in cammino tra resistenza e speranza
Una lunghissima bandiera blu e gialla attraversa il centro storico. Scorre tra le mani dei manifestanti come un filo continuo che unisce generazioni diverse. Intorno, cartelli alzati, passi lenti, un silenzio composto. Anche la città sembra rallentare, quasi a mettersi in ascolto. Nel quarto anniversario dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, Napoli è scesa in piazza con un corteo da Piazza Dante a Piazza del Plebiscito per ribadire che la solidarietà non può diventare abitudine né silenzio. L’iniziativa, promossa da Dateci le Ali APS con il patrocinio del Consolato Generale d’Ucraina a Napoli, ha unito la dimensione umanitaria a un richiamo alla responsabilità civica europea. A Piazza Dante, prima della partenza, si sono alternati diversi interventi che hanno dato voce alla comunità ucraina e alle realtà civiche presenti. Ha preso la parola il Console Generale d’Ucraina a Napoli, Maksym Kovalenko. È intervenuto il parroco della comunità ucraina, Vasyl Trach, che ha impartito una benedizione. Tra i passaggi dell’intervento di Oles Horodezkyi, dell’Associazione Cristiani Ucraini d’Italia, è risuonato un dato che ha riportato tutti all’attualità del conflitto. «L’aggressione russa contro l’Ucraina è il conflitto più importante in Europa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Siamo qui per sostenere la resistenza dei nostri militari e della nostra popolazione civile, che da quattro anni vive sotto le bombe ma non si arrende e non si arrenderà mai. Solo stanotte cinquanta missili da crociera e trecento droni hanno colpito le nostre città». Le sue parole sono state accolte da un coro spontaneo di solidarietà. Hanno portato il loro contributo anche Mattia Alvino per Liberi Oltre, Lucia Lemaire per l’Associazione Vittime Civili di Guerra e Antonio Giuliano per il Partito Liberal Democratico. Era presente, in rappresentanza del sindaco Gaetano Manfredi, anche l’assessore alla Polizia Municipale e alla Legalità del Comune di Napoli, Antonio De Iesu, che ha espresso la solidarietà dell’amministrazione comunale e della città al popolo ucraino. Il corteo si è poi mosso verso Piazza del Plebiscito. Il passaggio della lunga bandiera è stato uno dei momenti più tangibili della giornata. Non c’era retorica, ma raccoglimento. Napoli sembrava per un momento sospesa, come in un abbraccio collettivo verso una popolazione ferita ma non piegata. All’arrivo in Piazza del Plebiscito la manifestazione è proseguita con nuovi interventi pubblici. Sono intervenuti nuovamente il Console Kovalenko e l’assessore Antonio De Iesu. Ha preso la parola Bogdan Cushnir per i Radicali Italiani. In collegamento da Kiev sono intervenuti l’attivista Ivan Grieco e Carlo Calenda. Hanno portato il loro contributo anche Alfonso Mariagallo per +Europa, Gianluca Auriemma per Ora Campania e Natalia Trubyshchuk per CS Centro Soluzione CAF. La parte conclusiva si è trasformata in un momento performativo collettivo dedicato ai più piccoli, intitolato “Speranza per l’Ucraina”. In collaborazione con l’Associazione Italiana Editori, Dateci le Ali APS sta contribuendo alla distribuzione di 36.000 volumi sul territorio italiano, nell’ambito del progetto Tales of EUkrain finanziato dalla Commissione Europea. Un’azione che affida ai libri un compito civile preciso: costruire prossimità, rafforzare il senso di appartenenza europea, superare i confini dell’emergenza attraverso la cultura. Ai libri si è affiancato un altro gesto dedicato ai più piccoli. Sono state donate bambole ai bambini presenti, con il contributo del Rotary Club Ulisse 2101 Golfo di Napoli, guidato dal presidente Luigi Carrino, e di Ortopedia Meridionale di Salvio Zungri. In un contesto segnato dallo sradicamento, una bambola non è un semplice regalo. È un oggetto-ponte, un riferimento familiare che restituisce continuità affettiva e un senso di stabilità in mezzo alla precarietà. Il Console Generale d’Ucraina a Napoli, Maksym Kovalenko, ha definito l’iniziativa «un raggio di speranza in un momento tanto difficile per il popolo ucraino». Il presidente del Rotary Club Ulisse 2101 Golfo di Napoli, Luigi Carrino, ha dichiarato: «Il Rotary è un laboratorio di umanità, dove le idee diventano azioni e le azioni diventano speranza. Vogliamo offrire ai bambini e alle famiglie un segno tangibile di vicinanza e di pace. Perché servire, in fondo, significa donare un sorriso, e ogni sorriso può davvero cambiare il mondo». Sul palco si sono alternati momenti artistici e musicali con Crasa+, l’associazione Progetto Infanzia, i giovani artisti di Dateci le Ali con il progetto “Radici in scena”, i bambini del progetto “Crescere in musica”, il duetto di Olena Chervinchuk e Tetiana Semenhiv, quello delle bambine Diana Mizerna e Sofia Javchynska, insieme agli interventi della Scuola Ucraina, di Viktoria Tomenchuk e della giovane attivista Sofia Boyko. Durante la manifestazione ho rivisto mamme e bambini conosciuti allo scoppio della guerra, accolti al loro primo arrivo a Napoli. Oggi sono parte della città. I bambini parlano un italiano corretto, frequentano le nostre scuole. Le madri studiano, molte lavorano. In questi anni è stata percorsa molta strada, e molta ancora ne resta da fare. Molte delle famiglie arrivate nei primi giorni del conflitto oggi non sono più “ospiti”, ma parte di un tessuto condiviso. In questi anni si è formata una famiglia allargata che tiene insieme le famiglie ucraine, quelle napoletane, la comunità intera, le associazioni e le istituzioni. Un legame costruito giorno dopo giorno, attraverso l’accoglienza, l’accompagnamento, la scuola, il lavoro e la quotidianità. In questo percorso un ruolo centrale lo ha avuto l’associazione Dateci le Ali APS, che fin dall’inizio ha coordinato aiuti, relazioni e percorsi di integrazione. La presidente Tania Genovese è diventata un punto di riferimento costante per molte famiglie, insieme alle altre realtà associative e ai tanti volontari che hanno contribuito a trasformare l’emergenza in una rete stabile di sostegno. È in questo intreccio che si costruisce il vero filo della solidarietà: le persone, le associazioni, le aziende che scelgono di sostenere concretamente, le istituzioni che garantiscono continuità. Una comunità composta da parti diverse, tutte necessarie. Tra i numeri dei bombardamenti evocati negli interventi e i libri consegnati ai bambini, la manifestazione ha tenuto insieme il presente della guerra e la responsabilità del futuro. Nel silenzio composto del corteo si è percepita una consapevolezza più inquieta che rassicurante. La guerra continua a mietere morti, a lasciare feriti e amputati, a distruggere case e scuole, mentre si attende ancora una soluzione che non arriva. È anche questa attesa sospesa ad aver portato in piazza centinaia di persone. La solidarietà non nasce dall’illusione che tutto sia già deciso, ma dalla coscienza che il conflitto è ancora in corso. Per questo la pace, quando è giusta, non può coincidere con l’indifferenza o con l’abitudine alla guerra. È una richiesta concreta di responsabilità, rivolta all’Europa e alla comunità internazionale, perché la difesa della dignità umana non sia rinviata. L’album fotografico è di Lucia Montanaro e Chart Studio Yuriy Chartorynskyy       Lucia Montanaro
February 23, 2026
Pressenza
Banche e finanza: legalità senza giustizia
Dal podcast Unchained alle azioni collettive: come cittadini e movimenti sociali monitorano la finanza per difendere diritti e territori. Il podcast di Valori.it, “JP MORGAN: La banca che ha sostenuto Jeffrey Epstein e la banalità del male”, ultima puntata di Unchained – Storie di ordinario capitalismo selvaggio, parte da un cortocircuito potente: mentre a Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, viene di fatto impedito di aprire un conto corrente a causa delle sanzioni statunitensi con effetti extraterritoriali sull’intero sistema bancario globale, Jeffrey Epstein¹ – già condannato nel 2008 per sfruttamento della prostituzione minorile – continuava a beneficiare di relazioni privilegiate con una delle più grandi banche del mondo, JPMorgan Chase. Il racconto di Lorenzo Tecleme non indulge nel sensazionalismo. Al contrario, smonta la narrazione complottista e mostra qualcosa di più inquietante: non una cospirazione segreta, ma una rete di relazioni economiche alla luce del sole. Secondo ricostruzioni giornalistiche – tra cui un’inchiesta del New York Times – dirigenti della banca avrebbero consentito a Epstein operazioni anomale, linee di credito e movimentazioni che avrebbero dovuto attivare controlli antiriciclaggio. Dopo lo scandalo, il manager coinvolto ha lasciato l’istituto, ma la struttura che ha reso possibile quel rapporto è rimasta intatta. NON È UN’ECCEZIONE. È UN MECCANISMO La questione centrale non è il mostro individuale, ma il sistema finanziario che consente a certi attori di operare indisturbati finché producono profitto economico. Il podcast allarga poi lo sguardo: le banche non sono entità oscure che agiscono nell’ombra. Le banche operano legalmente in settori come combustibili fossili e industria bellica, e quando le regole sono controllate da chi ne beneficia, smettono di tutelare diritti, ambiente e democrazia. Ed è proprio qui che si manifesta la frattura tra legalità e giustizia: quando le regole sono scritte da chi ne beneficia, leggi e istituzioni smettono di essere uno strumento di equità e diventano un meccanismo di repressione e protezione degli interessi economici di multinazionali e gruppi finanziari, il cui obiettivo è il profitto, non la tutela dei territori e dei diritti umani. La legalità da sola non garantisce trasparenza: quando le regole restano opache e le decisioni non sono controllabili, si aprono spazi in cui corruzione e abusi possono prosperare, aumentando il rischio democratico. Non è una questione nuova. Nel 1972, nel suo storico discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Salvador Allende denunciava il potere delle multinazionali – chiamandole “sociedades transnacionales” – capaci di interferire nella sovranità degli Stati e di condizionare processi democratici. A oltre cinquant’anni di distanza, il nodo resta: > chi decide davvero le regole dell’economia globale? Chi stabilisce cosa sia > legale in uno Stato? E chi controlla i controllori? In questo quadro si inserisce un’altra domanda scomoda: quali interessi economici sostengono oggi derive autoritarie e nazionaliste? Il Transnational Institute (TNI), nel rapporto “Follow the money: The business interests behind the far right” (3 febbraio 2026)², analizza le connessioni tra settori emergenti della finanza alternativa (private equity, hedge fund), comparti sotto pressione come i combustibili fossili e frazioni di capitale domestico che utilizzano governi autoritari per ridefinire equilibri e regole. Non esiste un unico blocco monolitico: esistono convergenze di interessi materiali. Comprenderle è condizione per un antifascismo economico, che non sia solo morale. Questo significa anche nominare ciò che spesso resta implicito: il lobbying. Gruppi di pressione sulle istituzioni europee che operano stabilmente per orientare direttive, regolamenti e politiche pubbliche. Vale per le lobby dei combustibili fossili, per il settore finanziario e per reti come ELNET³, attiva nel rafforzare relazioni politiche tra Unione Europea e Israele. Le istituzioni non sono mai neutre: sono attraversate da interessi economici. Ma non tutte le pressioni sono equivalenti. Esiste una differenza sostanziale tra il lobbying esercitato da grandi gruppi economici per massimizzare profitti e la pressione politica esercitata da movimenti sociali che rivendicano diritti umani, beni comuni e cancellazione del debito. Le istituzioni sono sempre terreno di conflitto: la questione è quali interessi riescano a imporsi. Anche l’industria militare è sostenuta da investimenti bancari: fondi e ETF possono finanziare aziende produttrici di armi impiegate in conflitti. La mancanza di trasparenza non è inevitabile, ma una scelta di governance. Un esempio concreto è quello della General Dynamics, l’unico produttore statunitense dei corpi bomba della serie Mark 80, inclusa la MK‑84 (“Hammer”). Un’inchiesta di Al Jazeera (“The Rest of the Story”, febbraio 2026) ha documentato l’uso di queste munizioni termiche e termobariche nel conflitto a Gaza, ricostruendone la catena di fornitura e le implicazioni umanitarie. Il loro impiego in aree densamente popolate solleva gravi questioni di diritto internazionale. «Come facevano i nazisti nei campi di concentramento: le bombe disintegrano l’intera materia organica». Per quasi 3.000 persone, tra donne e bambini, non ci sono corpi da seppellire né funerali da celebrare. MOVIMENTI PER IL DISARMO E LA GIUSTIZIA ECONOMICA Non a caso movimenti come BDS Italia chiedono un embargo militare, mentre reti civili italiane — Sbilanciamoci!, Fondazione PerugiAssisi, Rete Italiana Pace e Disarmo, Coordinamento No Nato, No Rearm Europe e Operazione Colomba della Papa Giovanni XXIII — organizzano formazione, proteste e campagne per il disarmo e la riduzione delle spese militari, tra cui la campagna “Ferma il riarmo”. In Italia, ReCommon agisce come osservatorio critico dei flussi di denaro pubblico e privato: monitora investimenti di grandi gruppi bancari in progetti fossili, denuncia legami tra finanza, grandi imprese energetiche e governi, pratica azionariato critico nelle assemblee societarie e fa pressione affinché garanzie pubbliche non sostengano progetti climaticamente distruttivi. Vari movimenti europei —  Finance Watch, Tax Justice Network, Attac, CADTM Italia, Eurodad — sono lobby di cittadine e reti transnazionali⁵ che producono studi, proposte legislative, organizzano monitoraggi e campagne per promuovere disarmo, giustizia economica e tutela dei diritti. Anche reti religiose – come Caritas Internationalis con la campagna “Cambiare la rotta: Trasforma il debito in speranza” in vista del Giubileo 2025 – e diverse Chiese riformate hanno chiesto la remissione del debito come imperativo morale. Movimenti del Sud globale denunciano da decenni un sistema finanziario che estrae ricchezza (materie prime e sfruttamento lavorativo) dai Paesi poveri, chiedendo la cancellazione del debito pubblico ritenuto insostenibile. Tutto questo non è un elenco accessorio: è il contesto in cui il caso Epstein acquista senso politico. Se la finanza può isolare una funzionaria ONU attraverso sanzioni extraterritoriali e al tempo stesso sostenere, per anni, un cliente già condannato per pedofilia perché economicamente redditizio, allora la questione non è morale ma strutturale e democratica. DEMOCRAZIA E TRASPARENZA NELL’ECONOMIA GLOBALE Quando il potere economico condiziona la scrittura delle leggi, quando le lobby operano in assenza di trasparenza e senza reali meccanismi di controllo pubblico, la legalità oggi sostiene un sistema sempre meno vincolato alla giustizia e alla tutela dei diritti umani. La crisi non è episodica: è strutturale. Si manifesta nelle leggi cucite ad personam, nella difficoltà di tutelare l’ambiente e i territori, nell’aumento della repressione e criminalizzazione del dissenso, nella progressiva erosione della sovranità democratica delle comunità. È una forma di corruzione istituzionale che svuota dall’interno il principio stesso di responsabilità pubblica e incrina il patto tra istituzioni e cittadini che versano le tasse. Il podcast di Valori.it dimostra che non servono teorie su cupole segrete né riti satanici per spiegare l’impunità delle élite economiche. Analizzare i flussi finanziari è un atto di consapevolezza democratica. Significa chiedersi dove finiscono i nostri risparmi, quali interessi sostengono e quali mondi rendono possibili. Significa anche capire come la legalità possa divergere dalla tutela dei diritti umani, dell’ambiente e dei territori. Unchained rende visibile la routine economico-amministrativa che chiamiamo capitalismo, mostrando che la banalità del male non è un’eccezione. È un sistema che può essere interrotto e trasformato solo diventando consapevoli, contrastando l’influenza delle lobby economiche. Agendo come cittadini, consumatori e correntisti responsabili, capaci di tutelare diritti e territori da decisioni guidate e esclusivamente dal profitto. La trasparenza è fondamento della democrazia.   NOTE A PIÈ DI PAGINA 1. Jeffrey Epstein: nel 2008 si dichiarò colpevole in Florida per reati legati allo sfruttamento sessuale di minori, beneficiando di un controverso patteggiamento. Il suo rapporto con JPMorgan Chase è stato oggetto di cause civili e inchieste giornalistiche. Documenti giudiziari e articoli del The New York Times (“JPMorgan Kept Jeffrey Epstein as a Client Despite Internal Warnings”, 2019–2023), insieme alla copertura di Reuters e Financial Times, hanno evidenziato che la banca lo mantenne come cliente per anni nonostante segnalazioni interne, sollevando interrogativi sull’efficacia dei controlli di conformità, inclusi gli obblighi antiriciclaggio (AML) e le procedure di know-your-customer (KYC). 2. Transnational Institute (TNI), “Follow the money: The business interests behind the far right” (3 febbraio 2026); TNI, “Corporate Power, A David and Goliath struggle for the 21st century” (2019).  Si veda anche l’iniziativa “Stop Corporate Impunity”, che promuove strumenti giuridici vincolanti per ritenere le imprese responsabili di violazioni dei diritti umani. Spesso citata come Global Campaign to Reclaim People’s Sovereignty, Dismantle Corporate Power and Stop Impunity è una rete globale che comprende oltre 250 organizzazioni, movimenti sociali, sindacati e comunità colpite dalle attività delle multinazionali: https://www.stopcorporateimpunity.org/ 3. European Leadership Network (ELNET), organizzazione attiva nel rafforzamento delle relazioni politiche tra Unione Europea e Israele, spesso descritta come uno dei principali gruppi di pressione pro-Israele, considerato braccio europeo dell’APAC (American Israel Public Affairs Committee). Per un approfondimento sulle dinamiche di pressione politica e mediatica, si veda la recente intervista video tra Alessandro Di Battista e Rula Jebreal (YouTube Live, febbraio 2026), in cui vengono discusse le relazioni tra lobbying internazionale, finanziamenti politici e quella che Jebreal definisce “israelizzazione” delle società occidentali, intesa come progressiva erosione dei diritti civili in nome della sicurezza. 4. Per informazioni sulle campagne BDS “Embargo militare” e “Banche Complici” scrivere via mail a: bdsitalia.embargomilitare@gmail.com . Articolo: Stop al commercio di armi e alla cooperazione militare con Israele: https://bdsitalia.org/index.php/campagne/embargo-militare; Petizione “Interrompiamo il transito di armi dai porti italiani”, campagna 2026: https://c.org/5qvKZbSvkb 5. Reti attive su regolazione finanziaria e debito: – Sbilanciamoci! (coalizione di oltre 50 organizzazioni italiane) – Finance Watch (contro-lobby cittadina presso l’UE) – Tax Justice Network (lotta a evasione fiscale e segretezza bancaria) – Attac (promozione della Tobin Tax e contrasto ai paradisi fiscali) – CADTM Italia (annullamento dei debiti illegittimi) – Eurodad (rete europea su debito e sviluppo)   Il mio precedente articolo: > Il problema siamo noi   Valentina Fabbri Valenzuela
February 22, 2026
Pressenza
Il problema siamo noi
Tra repressione e autodeterminazione: una prospettiva decoloniale «Il problema non è Chomsky, siamo noi». Con questa frase, Raúl Zibechi evidenzia come spesso trasformiamo questioni strutturali in giudizi morali su individui, concentrandoci sul “guru” intoccabile o sul “traditore” colpevole, mentre restano sullo sfondo dinamiche sociali, economiche e culturali. La sua è una critica culturale alla personalizzazione della politica, più che un’accusa rivolta a persone specifiche. Può sembrare aggressivo, in realtà mette in discussione una forma mentis, non i protagonisti del dibattito. La tutela dei diritti umani e della proprietà privata¹ è stata una conquista importante, ma ricerche antropologiche, sociologiche e giuridiche evidenziano i limiti di un approccio che considera solo l’individuo. Da decenni, teorie come il pluralismo giuridico e gli studi decoloniali mettono in discussione l’idea che la persona sia l’unico soggetto del diritto, aprendo lo sguardo verso forme di tutela collettiva e del bene comune, in cui norme e pratiche nascono da relazioni comunitarie e sistemi culturali differenti. La Convenzione ILO 169 e la Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni  riconoscono diritti collettivi su territorio, cultura e autodeterminazione. Teorie come Earth Jurisprudence e Wild Law spostano l’attenzione dal diritto individuale alle relazioni comunitarie, mentre studiosi italiani come Lenzerini e Pelizzon evidenziano la centralità delle responsabilità relazionali nei sistemi giuridici non occidentali. In questo quadro si colloca anche la critica di Slavoj Žižek. Nel breve saggio Against Human Rights avverte che i diritti umani rischiano di essere usati come strumenti ideologici per moralizzare o intervenire selettivamente, senza cambiare le condizioni materiali che generano ingiustizia. Non li nega, ma mette in guardia dal ridurli a tutela formale di individui astratti. Questo si collega alla prospettiva di Zibechi: entrambi evidenziano come il dibattito politico spesso si concentri su figure simboliche — “guru” o “traditori” — trascurando le dinamiche sociali, economiche e culturali reali che influenzano la vita delle persone. La domanda che ne emerge è semplice, ma profonda: cosa cambia se guardiamo ai problemi concreti della società invece di difendere o attaccare individui? CONTRADDIZIONI ETICHE E FINANZIAMENTI Zibechi da decenni critica Chomsky per i legami accademici con istituzioni finanziate dal Pentagono² negli anni ’50‑’60, evidenzia contraddizioni tra valori dichiarati e contesto istituzionale, un tema comune in molti movimenti sociali. Da queste tensioni etiche nascono pratiche come il BDS, iniziative di consumo critico e reti orizzontali come l’EZLN o Wu Ming 1, dove il volto del leader cede spazio al “noi” e ai processi condivisi. Pur dando l’impressione di frammentazione, queste reti possono dimostrare pluralità, diversità di approcci e cooperazione orizzontale in caso di emergenze³. Movimenti come RAM (Argentina) e CAM (Cile) sono stati criminalizzati come “terroristi”, mentre difensori dei diritti umani contestano l’uso repressivo di questa etichetta. Anche in Europa, la criminalizzazione del dissenso colpisce chi pratica forme di protesta non violenta ma destabilizza la cornice culturale dominante. Nessuno è privo di contraddizioni: persone come Madre Teresa, anche Gandhi e Mujica hanno affrontato critiche documentate⁴ : la reazione scandalizzata spesso riflette identificazione individualista, quando il guru coincide con la propria identità etica o politica, ogni messa in discussione appare come un’aggressione. RESISTENZE STORICHE E ATTUALITÀ DEI CONFLITTI Movimenti storici come quello di Mandela contro l’apartheid o le suffragette nel Regno Unito mostrarono resistenze nate da violazioni profonde dei diritti umani, talvolta ricorrendo ad azioni considerate “aggressive”. L’asimmetria del conflitto – tecnologica, militare o giuridica – è centrale per interpretarne la legittimità. Questo quadro storico complesso non si può ridurre a categorie semplicistiche di “buoni” vs “cattivi” o di “pacifisti” vs “violenti”. Il nodo centrale è spesso quello dell’asimmetria del conflitto. Quando esiste uno squilibrio tecnologico, militare, giuridico, l’analisi morale della risposta come gesto isolato rischia di oscurare la struttura che lo produce. Le discussioni sulla legittimità delle forme di resistenza non possono prescindere da questo. Interrogarsi sull’asimmetria non significa giustificare ogni risposta, ma riconoscere che la violenza non è mai un fenomeno astratto: emerge dentro relazioni di potere diseguali. Questo quadro storico globale aiuta a comprendere le attuali fasi di criminalizzazione del dissenso in Europa, un dibattito che, rispetto a paesi del Sud globale o in via di sviluppo senza sistemi di welfare consolidati, è ancora agli inizi. Movimenti che colpiscono proprietà, sabotano infrastrutture ritenute oppressive o inquinanti, o boicottano centri strategici per il riarmo, rivendicano una distinzione etica tra danno alla proprietà privata e danno alla Vita: persone, alberi, biodiversità. Studiare, comprendere e scrivere di queste pratiche non significa condividerle o praticarle, ma evitare di censurare una realtà “altra” che destabilizza la nostra cornice culturale. Nel continente americano, manifestanti pacifici affrontano arresti, repressione e procedimenti giudiziari — anche giornalisti, osservatori e mediatori — sollevando gravi preoccupazioni per i diritti civili. La repressione proviene da forze statali, guardie private e mafie locali, come evidenziano le azioni dell’ICE negli USA e le sparizioni forzate di persone indigene che denunciano crimini ambientali. La violazione dei diritti umani è documentata e dimostra come nessuna forma di mobilitazione, pacifica o conflittuale, sia risparmiata. Questa distinzione etica resta centrale per comprendere il senso delle azioni dei movimenti sociali extra europei. In Europa, attivisti e movimenti definiti altrove “violenti” o “terroristi” da governi repressivi e privi di stampa libera e indipendente, suscitano disagio, così come accade quando voci afrodiscendenti italiane denunciano il razzismo strutturale anche in ambienti progressisti e di sinistra. Scrittrici e attiviste come Espérance Hakuzwimana Ripanti e Oiza Obasuyi mostrano che la critica non riguarda solo i “razzisti dichiarati”, ma anche i meccanismi inconsapevoli presenti in spazi che si percepiscono inclusivi. Il disagio in chi le ascolta non nasce tanto dal sentirsi accusati individualmente, quanto dal riconoscere di appartenere a un costrutto più ampio. Accettarlo significa spostare lo sguardo dall’“altro” a “noi” e mettere in discussione la forma mentis dominante. È qui che la prospettiva decoloniale diventa centrale: non solo come difesa dei diritti umani, ma come pratica di trasformazione culturale e crescita collettiva. PROSPETTIVA DECOLONIALE In questo senso, l’articolo di Zibechi non è un attacco, ma un invito all’autocritica collettiva. In Italia ed Europa la criminalizzazione del dissenso cresce, con leggi e prassi che restringono gli spazi di protesta e mettono a rischio diritti fondamentali⁵. La difesa dei diritti umani e dei beni comuni non è mai neutra e non è sempre legale: richiede attenzione critica, consapevolezza delle relazioni di potere e delle contraddizioni interne a ogni movimento e società. Le riflessioni indigeniste e decoloniali, consolidate da decenni, non propongono una negazione dell’individuo, bensì un suo riposizionamento dentro il noi. In questa prospettiva, ripensare il “collettivo” significa guardare oltre la figura del leader. Una massa di individui che segue un modello piramidale tende all’omologazione e alla semplificazione (democrazia rappresentativa). Una rete autentica di responsabilità condivise, invece, è orizzontale: custodisce le differenze e rende possibile la coesistenza di molti “mundos verdaderos con verdades” (democrazia partecipata o diretta). Le strutture che governano i nostri territori, i nostri rapporti lavorativi e familiari, rispondono a questa logica o o restano gerarchiche? Il concetto di asimmetria del conflitto aiuta a leggere gli scenari di oppressione contemporanei, comprese le reazioni etichettate come “aggressive” o le provocazioni di Noam Chomsky. Quando pluralità e dissenso vengono trasformati in “nemico interno” e “terrorismo”, la domanda diventa inevitabile: qual è la differenza tra democrazia e dittatura? NOTE A PIÈ DI PAGINA ¹ In Cile la legge antiterrorismo, eredità della dittatura di Pinochet, è stata criticata per violazioni del giusto processo, come detenzione preventiva prolungata, uso di testimoni a volto coperto, e per aver etichettato come “terroristi” i manifestanti. La Corte Interamericana dei Diritti Umani ha più volte annullato condanne basate su questi procedimenti, riconoscendo discriminazione e violazioni dei diritti. Nel 2011 Patricia Troncoso Robles, prigioniera politica Mapuche condannata con questa legge, ricevette a Bologna il Premio Internazionale Daniele per i diritti umani. Nel video della consegna emerge un concetto chiave: per molte comunità Mapuche la terra non è proprietà privata, ma spazio sacro e collettivo, luogo di relazioni ancestrali, in netto contrasto con il paradigma proprietario individualista. ² L’RLE fu sostenuto dal DoD tramite JSEP, che univa fondi di Esercito, Marina e Aeronautica, consentendo ricerca fondamentale a lungo termine. Negli anni ’50‑’60 l’RLE sviluppò radar, comunicazioni digitali, teoria dell’informazione (Shannon), circuiti e semiconduttori, influenzando strumenti moderni di sorveglianza. ³ Studi antropologici e sociologici sui movimenti sociali e su comunità indigene — tra cui quelle mapuche — evidenziano che reti orizzontali di solidarietà consentono cooperazione in situazioni eccezionali senza consolidarsi in strutture gerarchiche rigide e piramidali. Tali reti si attivano in risposta a crisi (difesa territoriale, autodeterminazione) e successivamente ritornano a modalità autonome di azione collettiva. ⁴ Madre Teresa di Calcutta è stata messa in discussione per le condizioni igienico‑sanitarie nelle sue case di cura e per l’accettazione di finanziamenti discutibili (Christopher Hitchens, The Missionary Position, 1995); in almeno un’occasione ricevette cure mediche all’estero per problemi cardiaci e respiratori, in contrasto con l’approccio riservato ai pazienti nelle sue strutture, dove la sofferenza era considerata spiritualmente significativa e gli analgesici spesso assenti. Mahatma Gandhi è stato criticato per aspetti controversi della vita privata e per il suo rapporto con il sistema delle caste (Arundhati Roy, The Doctor and the Saint, 2014); José Mujica è stato contestato da alcune comunità indigene per politiche giudicate insufficienti nella tutela dei territori. Ricordare queste valutazioni non sminuisce il valore storico delle figure, ma ne evita la sacralizzazione: la reazione scandalizzata riflette spesso l’identificazione individualista dell’osservatore. ⁵ Negli ultimi anni in Italia si è assistito a un progressivo inasprimento delle sanzioni per manifestazioni, blocchi stradali e occupazioni, inasprimento accentuato negli ultimi mesi con proposte come i ddl antisemitismo e il ddl sicurezza o le manifestazioni in Emilia Romagna (“La cura non è un reato”) contro le recenti incursioni in ospedale e persecuzione di medici sotto indagine per le non idoneità ai CPR. Organizzazioni per i diritti umani segnalano che misure preventive e penali colpiscono anche proteste non violente. Valentina Fabbri Valenzuela
February 18, 2026
Pressenza
Come Human Rights Watch ha distrutto la Jugoslavia
Il 25 agosto 2025, questo giornalista ha documentato come gli Accordi di Helsinki del 1975 abbiano trasformato i “diritti umani” in un’arma altamente distruttiva nell’arsenale imperiale occidentale. In prima linea in questo cambiamento c’erano organizzazioni come Amnesty International e Helsinki Watch, precursore di Human Rights Watch. I rapporti apparentemente indipendenti pubblicati […] L'articolo Come Human Rights Watch ha distrutto la Jugoslavia su Contropiano.
February 16, 2026
Contropiano