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Global Sumud Land Convoy: sciopero della fame e proteste
Una crisi internazionale si sta rapidamente acutizzando poiché 10 volontari umanitari entrano nella terza settimana di prigionia illegale in Libia. In un estremo tentativo di ottenere la libertà, 10 dei volontari del convoglio rapiti e detenuti a Bengasi hanno intrapreso un duro sciopero della fame e della sete dal 1° giugno, esponendosi al rischio di insufficienza organica e morte. In un atto di solidarietà e per richiamare l’attenzione sulla criticità della loro situazione, è stato rapidamente organizzato uno sciopero della fame di solidarietà globale in cinque continenti. Decine di attivisti di 13 paesi, tra cui: Canada, Spagna, Italia, Stati Uniti e Sudafrica, sono ora in sciopero della fame per chiedere che i governi intervengano e garantiscano l’immediato rilascio di questi difensori dei diritti umani. Oltre agli scioperi della fame individuali, in tutto il mondo si stanno svolgendo proteste presso le ambasciate libiche e i Ministeri degli affari esteri per chiedere un’azione e un intervento immediati da parte dei governi presso le autorità libiche affinché rilascino immediatamente i 10 volontari internazionali rapiti. La crisi si protrae da oltre tre settimane e tutti i 10 volontari sono attualmente detenuti in centri di detenzione segreti libici, prigioni illegali e reti di detenzione nascoste, con accesso minimo o nullo all’assistenza legale, diplomatica o familiare. Cronologia della crisi: 24 maggio – dieci volontari (i “10 di Sirte”), in qualità di negoziatori ufficiali del Global Sumud Land Convoy, vengono rapiti nei pressi di Sirte e trasferiti con la forza in un centro di detenzione a Bengasi. 1 giugno – i 10 di Sirte iniziano uno sciopero della fame e della sete per protestare contro il loro rapimento, i maltrattamenti e la totale negazione dell’assistenza legale. 7 giugno – lo sciopero della fame e della sete dei 10 volontari rapiti entra nel suo settimo giorno, lasciando un margine sempre più ristretto per un intervento diplomatico. I 10 rapiti – Achraf Khoja, Lucas Ezequiel Aguilera, Maria Paula Giménez, Ana Margarida França Santana Baptista, Domenico Centrone, Leonarda “Dina” Alberizia, Jenelle Jones, Matías Álvarez, Laura Kwoczała-Alsubaih, Alicia Armesto – sono medici, educatori, giornalisti e difensori dei diritti umani. Sono genitori, figli, figlie, fratelli, sorelle, partner, amici e membri stimati delle loro comunità che si sono recati in Nord Africa per portare aiuti pacifici e solidarietà alla popolazione assediata di Gaza. Richieste internazionali e inazione dei governi La Global Sumud Coalition e le famiglie delle vittime rapite sollecitano i governi dei paesi coinvolti — tra cui Tunisia, Argentina, Portogallo, Italia, Stati Uniti, Uruguay, Polonia, Spagna e Canada — a intensificare immediatamente gli sforzi diplomatici per garantire il loro rilascio incondizionato senza ulteriori differimenti. La petizione chiede: 1. Il rilascio immediato e incondizionato di tutti i 10 volontari umanitari. 2. L’accesso consolare immediato e senza restrizioni, e valutazioni mediche indipendenti. 3. Canali di comunicazione aperti tra i detenuti, le loro famiglie e i loro legali. Questo rapimento illegale fa purtroppo parte di un più ampio schema di criminalizzazione degli sforzi di solidarietà con i palestinesi a livello globale, nel tentativo di mettere a tacere l’attivismo e le richieste di liberazione e libertà per i palestinesi. Global Sumud Flotilla
June 9, 2026
Pressenza
A Gaza la “impasse diplomatica” è in realtà guerra contro i bambini
Il Guardian la definisce “impasse diplomatica” e parla di mancanza di progressi sul campo a Gaza: lo stallo renderebbe i Paesi aderenti al Board of Peace “reluctant to pay”, riluttanti a pagare: “Così, mentre la diplomazia latita e i leader mondiali disertano il tavolo negoziale di Gaza, l’esercito israeliano si accanisce con maggior virulenza contro i bambini“. Nelle ultime 48 ore ne ha uccisi con chirurgica precisione almeno tre su una decina di civili: lunedì un bambino di otto anni, Jad Suleiman è stato ammazzato (assieme ad altre tre persone), mentre tornava da scuola verso il campo per sfollati di Jabalia, ed è morto allo Shifa Hospital. > Nei video strazianti è il padre che gli dà l’ultimo addio gridando e dicendo > che stava solo tornando a casa dopo le lezioni. Altre immagini mostrano invece bambini mutilati e sofferenti in ospedale: non ancora uccisi ma destinati all’agonia. Secondo i negoziatori del trumpiano Board of Peace sarebbe il rifiuto di Hamas di cedere le armi ad ostacolare il processo di pace, mentre di fatto, sul campo, è l’aviazione Israeliana che sgancia bombe e droni a distruggere la vita dei palestinesi superstiti. E non solo a Gaza: la Cisgiordania, soprattutto l’area di Hebron è diventata intoccabile. Le persone a Gaza muoiono nei loro stessi accampamenti di fortuna, senza protezione e senza ragione. > Nei villaggi della West Bank vengono invece colpiti “per errore”, così dice > l’esercito. Che si è giustificato nel caso di Sam, un bambino sette mesi ammazzato mentre era in auto con la madre e il padre. Impossibile oramai negarlo: i bambini sono stati in questi tre anni (e continuano ad esserlo) un target privilegiato per Israele. Il reportage del de Volkskrant What the wounds are telling us, Cosa ci dicono le ferite, premiato all’European Press Prize 2026, documenta il targeting deliberato di bambini a Gaza. Dall’inchiesta emerge che le ferite parlano: di colpi mirasti alla testa, di volontà precisa di mirare ai più piccoli, non solo per uccidere ma per mutilare. Il reportage combina raccolta di dati e ritratti di medici: quindici su diciassette hanno dichiarato di aver trattato bambini di quindici anni o meno con singole ferite da arma da fuoco alla testa o al petto, con il resto del corpo intatto. Si tratta di almeno 114 bambini, la maggior parte dei quali non è sopravvissuta. «Una singola pallottola alla testa o al petto di un bambino è, sul piano della medicina legale, un indicatore forte di targeting deliberato: un colpo mirato, sparato da un cecchino o da un drone armato, da lunga distanza», spiega Francesco Russo. E’ con questi crimini non denunciati e non sanzionati che avremo a che fare in futuro, come Paesi europei sovrani: a scendere in piazza al momento sono sparuti gruppi di attivisti e di società civile che sa e non tace. > Gli altri si lamentano in silenzio o guardano altrove. Ma il rimosso e la negazione torneranno presto a galla condannandoci alla colpa perpetua. Questo è il momento di dissociarsi: “non in mio nome”, in ogni piazza e in ogni luogo, pena la complicità totale consegnata alla Storia. Redazione Italia
June 9, 2026
Pressenza
È nato il microcredito per senza dimora: “Ci dai una mano? Bastano 25 euro!”
L’iniziativa ha per protagonisti i “senza dimora”, i “non bancabili”, i “paria del credito” ed è nata dalla collaborazione tra Mag Firenze e Micro1 A volte per finire nel baratro basta veramente poco. Non hai i soldi per pagarti una cura essenziale quando la burocrazia ti esclude dal Servizio sanitario nazionale; qualche rata arretrata dell’affitto di casa da evadere, o qualche utenza, quando perdi il lavoro e non lo ritrovi; una multa o una cartella esattoriale che arrivano dal passato; la necessità di un paio di costosi occhiali nuovi o dell’apparecchio acustico; l’assicurazione dell’auto in cui dormi, perché se non la paghi il tuo unico giaciglio verrà sequestrato e addio riparo notturno. Tutti casi reali, di persone che rischiano di perdere anche il poco o nulla che hanno. E accomunate da un unico destino: essere persone “non bancabili”. Ovvero che per loro è proprio inutile andare in banca a chiedere un prestito perché non glielo daranno mai. Sono persone prive di garanzie patrimoniali, che non possono accedere ad un conto corrente, ad un prestito o ad altri servizi bancari perché hanno un reddito basso o inesistente, vivono di contratti precari e poveri, hanno vecchi debiti o sono prive dei documenti che dimostrano la loro esistenza. È per questo che il nostro giornale ha deciso di lanciare un programma di microcredito per i più vulnerabili, per gli esclusi dal mondo della finanza tradizionale, che diventano protagonisti nel progetto Fuori Binario. Per noi l’inclusione finanziaria è un diritto e l’esperienza dimostra che chi non ha garanzie patrimoniali può essere una persona affidabile, se ascoltata, accompagnata, messa al centro di una relazione umana. Il Fondo di microcredito Fuori Binario è nato così lo scorso 10 maggio con un’iniziativa promossa con Micro1, Mutua Auto Gestione (Mag) Firenze e Mediterranea Saving Humans, a cui sono intervenute più di cento persone. L’idea affonda le radici in un momento di dolore collettivo, la scomparsa di Stefano, animatore della sede di Fuori Binario, che si è tolto la vita il 3 febbraio 2026. Un gesto che ha scosso profondamente la redazione e l’intera associazione editrice, Periferie al Centro, e che si è così trasformato in azione concreta. Chiunque voglia sostenere il fondo può farlo direttamente attraverso Micro1, associandosi con 10 euro e versando a titolo di prestito una quota da 25 euro (o multipli). Il primo prestito per Nanu  Nanu è stato il primo beneficiario del microcredito frutto della collaborazione tra Micro1 e Fuori Binario. Da molti anni è nostro diffusore, presenza fissa nella zona di Sant’Ambrogio, dove vende il giornale, da cui ricava un piccolo reddito che non consente risparmi né garanzie patrimoniali. Ha bisogno di 400 euro, che non ha, per pagare l’assicurazione semestrale alla vecchia auto in cui dorme la notte con la moglie. È la loro casa, il loro rifugio, tutto quello che hanno. Non possono permettersi di farsela sequestrare, anche se non circolante, perché priva del tagliando assicurativo. Grazie alla loro appartenenza alla Comunità di Fuori Binario vengono a conoscenza della possibilità di avere un prestito. Insieme andiamo a parlare con Paola, Anna e Chiara. A loro racconta la sua storia, le sue preoccupazioni, l’impossibilità di andare in banca a chiedere soldi. Micro1 decide così di procedere con il prestito: 400 euro da restituire in poco più di un anno, 30 euro al mese. Oggi Nanu espone la quietanza dell’assicurazione sul cruscotto dell’auto e dorme sonni tranquilli, seppur scomodi. Il suo sogno, come quello degli altri diffusori di Fuori Binario, resta quello di avere una casa ad un affitto decente. Una storia di innovazione sociale e finanziaria Il microcredito per i non bancabili nasce a Firenze da un’intuizione della Comunità delle Piagge più di venti anni fa, quando nella periferia ovest della città viene fondato il Fondo Etico & Sociale. I principi alla base del fondo sono estremamente semplici: “Dal denaro non si può fare altro denaro” e “Se hai, hai per dare”. Tradotto vuol dire che le persone sono più importanti del denaro e che quest’ultimo viene ritenuto un mero strumento. Significa che viene data priorità alle garanzie relazionali anziché a quelle patrimoniali e che i prestiti non sono gravati da nessun interesse, ovvero il capitale prestato non ha remunerazione. In soldoni si punta alla redistribuzione del denaro piuttosto che al guadagno e lo si fa in maniera radicalmente alternativa, fuori da qualsiasi percorso bancario ordinario. Da quell’intuizione, divenuta realtà, nasce poi la rete fiorentina che costituirà Mag Firenze, animata dal Fondo Etico piaggese e dai progetti Se.Me., Il Raggio, Micro1 e Micro5 a Firenze e Micropoli nell’empolese. Ad essi si aggiungono ben 1160 singoli cittadini che impiegano così i loro risparmi o parte di essi. Ad oggi i prestiti fatti, grazie ad una raccolta di circa 800mila euro, sono oltre 350. È grazie al mutualismo, all’autogestione e alla convivialità, che decine e decine di persone in difficoltà hanno avuto una concreta possibilità di emanciparsi fuori dalle solite logiche assistenzialistiche, di affrontare le difficoltà della vita, di fuggire al ricatto dell’usura: Giuseppina, Franco, Florián, Marisa, Hassan, Giovanna, Dario, Olga e gli altri hanno potuto far fronte con dignità al loro destino, senza dover niente a nessuno salvo che restituire, nei tempi e nei modi a loro più utili, il denaro ricevuto. E tutti i prestiti tornano indietro, nessuno bara, perché hanno ben chiara la consapevolezza che la restituzione è fondamentale per sostenere altre persone escluse come loro. Sanno cosa vuol dire, ci sono passati. Per la Mag non ha senso parlare di insolvenza o di sofferenza dei prestiti. È un’esperienza rivoluzionaria proprio per questo, perché mette al centro del processo finanziario la persona e non il denaro: finché c’è la relazione di fiducia con il socio finanziato (e la conoscenza delle sue difficoltà, più o meno durature) ogni ritardo nella restituzione non può mai costituire insolvenza. La fiducia che si instaura ha inoltre permesso all’assemblea della Mag, il luogo deputato a decidere i prestiti, di includere le persone che quei prestiti hanno chiesto, in modo tale da permettere loro di deliberare e assumere una responsabilità condivisa. La collaborazione tra Fuori Binario, Micro1 e Mag, a cui siete tutti invitati a partecipare, aggiunge oggi un piccolo tassello a questa esperienza, allargando la possibilità di tappare le emergenze e guardare con un po’ più di serenità al futuro anche a chi vive in strada. Fuori Binario
June 9, 2026
Pressenza
I nuovi schiavi della Repubblica
Da Amendolara ai ghetti agricoli, la strage dei quattro braccianti afghani rivela il fallimento delle politiche sul lavoro e sull’immigrazione. Dietro il caporalato c’è una filiera che unisce sfruttamento, decreti …
L’IHD lancia un appello urgente per la detenuta in sciopero della fame
L’IHD ha dichiarato che le condizioni di salute della detenuta Seda Baykan, in sciopero della fame dal 1° aprile, stanno peggiorando e ha chiesto che la sua richiesta di trasferimento venga accolta senza indugio. L’Associazione per i diritti umani (IHD) ha tenuto dichiarazioni simultanee in diverse città per richiamare l’attenzione sulla situazione della prigioniera Seda Baykan. Barış Barışık, parlando a nome della commissione carceraria centrale di IHD ad Ankara, ha affermato che Seda Baykan è in sciopero della fame dal 1° aprile, chiedendo il trasferimento in un carcere più vicino alla sua famiglia e la fine delle violazioni dei diritti a cui, a suo dire, è stata sottoposta. L’associazione ha dichiarato che Seda Baykan ha perso 12 chilogrammi durante lo sciopero della fame e soffre di disturbi del sonno. L’IHD ha affermato che Seda è stata detenuta in isolamento per quasi quattro anni ed è stato soggetta a diverse violazioni dei diritti, aggiungendo che non è stata trovata alcuna soluzione nonostante le ripetute richieste e denunce. La dichiarazione ha sottolineato che le pratiche di isolamento prolungato sono incompatibili con i diritti umani e ha rilevato che le pratiche carcerarie violano gli articoli della Convenzione europea dei diritti dell’uomo relativi al diritto alla vita e al divieto di tortura. L’IHD ha richiesto esami medici regolari e indipendenti per tutelare la salute e il diritto alla vita di Seda Baykan, la fine delle pratiche di isolamento e l’urgente valutazione della sua richiesta di trasferimento. In numerose città, tra cui Diyarbakır (Amed), Batman (Êlih), Izmir, Ağrı (Agirî), Hakkari (Colemêrg) e Istanbul, sono state diffuse dichiarazioni che chiedevano che le richieste di Seda venissero accolte e che fossero presi i provvedimenti necessari in merito alle sue condizioni di salute. L'articolo L’IHD lancia un appello urgente per la detenuta in sciopero della fame proviene da Retekurdistan.it.
June 9, 2026
Retekurdistan.it
L’altra umanità, vittima delle guerre di oggi. Incontro con Ugo Panella a Milano
Mercoledì 10 giugno 2026 h. 18 Biblioteca Crescenzago, Viale don Orione 19, Milano MM2 Cimiano, Bus 56 Ingresso libero e gratuito Collaborano Casa Crescenzago, Sonomusica, Soci Coop Palmanova, SPI Cgil Boiardo.    Ugo Panella è un fotoreporter che ha ricevuto il premio alla carriera al Festival Fotografico Europeo 2025. Introduce Giuseppe Natale. L’incontro sarà un percorso nei luoghi più complicati del mondo, dove guerre, carestie, condizioni di vita impossibili e regimi criminali spogliano e massacrano le popolazioni e ne uccidono il futuro. Sono violati sistematicamente diritti umani e diritto internazionale, in un contesto terribile di 32 guerre e di un genocidio in corso, quello del popolo palestinese, che non si vuole fermare e che interroga la nostra coscienza e la nostra responsabilità. Dal 3 al 29 giugno presso la biblioteca Mostra “Donne resistenti e madri costituenti”. anpi.crescenzago.milano@gmail.com Redazione Milano
June 9, 2026
Pressenza
Mehdi Bouzguenda è stato liberato
Dopo quasi tre settimane di detenzione illegale,  Mehdi Bouzguenda è stato liberato e si è ricongiunto con i suoi amici e la sua famiglia in Tunisia. Festeggiamo la sua libertà, ma dieci dei nostri volontari rapiti rimangono detenuti a Bengasi . Il loro rilascio immediato non è negoziabile. E non sono soli.  Quasi 10.000 prigionieri palestinesi sono detenuti dal regime israeliano. Ogni singolo giorno, decine di migliaia di persone in tutto il mondo sono detenute ingiustamente, i loro diritti ignorati, le loro sofferenze invisibili. Non distoglieremo lo sguardo. Nessuno di noi è libero finché non lo siamo tutti. Mobilitiamoci. Continuiamo a fare pressione. Global Sumud Flotilla
June 8, 2026
Pressenza
La sociologia musulmana per i diritti umani – una necessità interdisciplinare
> Nel mio saggio sul tema della sociologia musulmana, pubblicato in cinque > lingue, sottolineo l’importanza della sociologia per i diritti umani, > proponendo allo stesso tempo una prospettiva interdisciplinare per affrontare > l’argomento sia a livello teorico che pratico. Trovo che la sociologia abbia > un’importanza ancora troppo insignificante nel campo dei diritti umani e della > ricerca sulla pace nel mondo musulmano, da decenni devastato da guerre e > conflitti. La sociologia, partendo dalla visione di Max Weber, deve essere una “sociologia comprensiva” che studia i fenomeni sociali e li compenetra di conoscenze e capacità interdisciplinari, in modo da ottenere una soluzione interna ai problemi associati all’ideologia del riarmo e della militarizzazione. La pace autentica in Medio Oriente richiede una soluzione attiva a livello sociale e non solo politico. Il movimento per la pace dal “basso” offre una soluzione interna di questo tipo. Il movimento pacifista si può servire della sociologia “comprensiva”, se questa argomenta in modo interdisciplinare ed ermeneutico, mettendo in pratica queste convinzioni di una sociologia innovativa per la trasformazione dinamica e i diritti umani anche a livello sociale per opporsi attivamente e dinamicamente dal “basso” alla guerra, al colonialismo, al riarmo e alla militarizzazione. Oggi nelle società musulmane è necessaria una soluzione interna che parta da una prospettiva musulmana o islamica basata sull’egualitarismo e sul multiprospetticismo. Ma una sociologia dei diritti umani e della pace deve basarsi soprattutto sulla partecipazione e sulla competenza delle donne musulmane. La mia prospettiva sul superamento degli approcci eurocentrici nella ricerca sociologica sul mondo musulmano si basa sull’affermazione di Edward Said (1935-2003) nella sua opera “Orientalismo”, che per me ancora oggi rappresenta un paradigma di ricerca di importanza fondamentale. Said, infatti, scrive: > “Dall’inizio del XIX secolo fino alla fine della Seconda guerra mondiale, > Francia e Gran Bretagna hanno dominato l’Oriente e l’orientalismo; dalla > Seconda guerra mondiale, l’America ha dominato l’Oriente e ne ha sostenuto > l’approccio come un tempo la Francia e la Gran Bretagna. Da quel contatto > ravvicinato, la cui dinamica è enormemente produttiva, anche se dimostra > sempre la forza comparativamente maggiore dell’Occidente (britannico, francese > o americano), nasce la grande ricchezza di testi che definirei orientalista”. >  (Cfr. Said W. E., Orientalism, Routledge & Kegan Paul and Henley, Londra > 1978, pag. 12.) L’atteggiamento descritto da Edward Said nei confronti di tutte le culture, società e religioni che non sono considerate tipicamente occidentali è “orientalista”, nel senso che il cosiddetto Oriente viene oggettivato, privandolo dunque della propria soggettività. In questo modo la cultura occidentale abusa dell’“Oriente” dialetticamente opposto per definire sé stessa e trovare la propria identità opponendosi al cosiddetto “altro”. La sociologia non può ridursi ai circoli accademici, ma deve applicare metodi e teorie che generano un cambiamento sociale nel mondo musulmano, in nome dei diritti umani, dell’egualitarismo, della giustizia sociale e dell’uguaglianza. Proprio per questo serve una sociologia innovativa che comunichi una semantica dal punto di vista interculturale e multiculturale, focalizzandosi su di essa e creando un mondo di pace, come il ricercatore a.C. Leyton confermò già nel 1956 nel suo articolo in cui affermò quanto segue (cfr. Leyton A. C., Semantic Aspects of Sociological Studies, in: Synthese, 10 (1956), p. 270): > “Anche nel campo della politica internazionale, è urgente esaminare i problemi > semantici, sociali e psicologici inerenti all’uso del linguaggio e applicarne > la comprensione in organi consultivi e tribunali internazionali; questo è > urgente se vogliamo sperare in un mondo più sicuro e stabile e urgentemente > necessario se vogliamo ottenere un giorno la fondazione della pace”. Il metodo sociologico sviluppato all’interfaccia tra ermeneutica, “sociologia comprensiva“, teoria del conflitto nel senso del filosofo tedesco Karl Marx e fenomenologia del mondo della vita secondo Edmund Husserl è la ragione per cui sono giunta alla seguente conclusione: La sociologia non può e non deve essere positivista ed evoluzionista nel senso del filosofo francese Auguste Comte e della cosiddetta “prima” sociologia accademica occidentale. Infatti, la sociologia deve coniugare approcci diversi, producendo così un paradigma aperto, flessibile e auto-innovativo, basato sul dubbio, sull’accettazione del conflitto, sul multiculturalismo e sul riformismo/transformismo/cambiamento sociale dall’interno, che includa l’integrazione dei macrolivelli e dei microlivelli degli studi e della pratica sociologica. A questo proposito, sono convinta dell’importanza di creare un’interrelazione bidirezionale tra microsociologia e macrosociologia, perché sia la microsociologia che la macrosociologia devono essere impiegate per afferrare la vita sociale e la società nel suo complesso e allo stesso tempo in dettaglio o in profondità. Per me è importante anche la fondazione di una sociologia socialista musulmana della pace, basata su approcci femministi provenienti dalle società musulmane come potenziale di trasformazione innovativo. L’interazione tra la teoria del conflitto marxista e l’analisi del mondo della vita e la teoria e la pratica parallele a livello microsociologico e macrosociologico fanno della sociologia musulmana uno strumento per la realizzazione autentica di potenziali di pace attivi e dinamici nel senso degli ideali della giustizia coranica. In conclusione, vorrei affermare quanto segue: La sociologia musulmana è una disciplina all’intersezione di numerosi campi di studio e non dovrebbe trascurare l’importanza dei punti di vista teologici. Questi possono essere integrati in una sociologia che definirei egualitaria e creazionista e che promuove il cambiamento sociale e l’uguaglianza/l’egalitarismo all’interno della società, contribuendo in questo modo alla costruzione e al mantenimento della convivenza pacifica. Tuttavia, per evitare qualsiasi tipo di immobilismo fatalista, dobbiamo comprendere l’importanza di un progetto sociologico aperto per le società musulmane, in cui i ricercatori lottano per una soluzione interna basata sui principi fondamentali dell’egualitarismo islamico e sui concetti di giustizia espressi nel messaggio centrale del Corano. Milena Rampoldi ProMosaik
June 8, 2026
Pressenza
La Sardegna non ci sta: la protesta ad Alghero contro la presenza di soldati israeliani in vacanza sull’isola
La Sardegna che non ci sta scende in piazza ad Alghero con una manifestazione partecipata e determinata contro il genocidio ancora in corso in Palestina e le vacanze sull’isola dei responsabili dei massacri di civili, di donne e bambini. Cittadini, attivisti e associazioni hanno denunciato la presenza di soldati israeliani in vacanza sull’isola. La protesta nasce da un sentimento diffuso di indignazione per quanto accade nei territori palestinesi con striscioni e bandiere per chiedere giustizia, pace e rispetto dei diritti umani e la fine del genocidio a Gaza. (foto #NOBAVAGLIO Sardegna) I manifestanti hanno sottolineato il contrasto tra il clima di guerra e l’idea di normalità turistica. Al centro della mobilitazione c’è una richiesta di coerenza etica e responsabilità internazionale. Molti interventi hanno ricordato le sofferenze della popolazione civile nei conflitti in corso. La piazza si è espressa in modo pacifico ma deciso, rivendicando il diritto a prendere posizione. Presente anche una forte componente giovanile, sensibile ai temi della solidarietà globale. #NOBAVAGLIO SARDEGNA Redazione Sardigna
June 8, 2026
Pressenza