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L’esperienza dei migranti per affrontare la crisi climatica
Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti: a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà, spesso solo di facciata, per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti. Guido Viale
July 24, 2026
Pressenza
Contro Cuba e chi non si sottomette
«Il ladro pensa che tutti siano come lui». Con questo proverbio il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto al rapporto di cento pagine del Dipartimento di Stato statunitense (leggi: Marco Rubio), con il quale l’amministrazione Trump torna ad attaccare Cuba, anticipando una nuova ondata di sanzioni che si aggiungeranno al blocco economico, commerciale e finanziario in vigore da decenni, al più recente blocco energetico e alle false accuse di legami con il terrorismo internazionale. In sintesi, il rapporto “Cuba: la capitale del comunismo del XXI secolo” accusa L’Avana di aver promosso, per quasi sette decenni, una campagna continua di spionaggio, infiltrazione e sovversione ideologica. Inoltre sostiene che Cuba avrebbe rafforzato i propri legami strategici con Cina e Russia, comprese presunte installazioni militari e di intelligence, e che appoggerebbe la sinistra radicale statunitense e internazionale, favorendo diverse forme di quello che definisce “terrorismo di sinistra”, sia all’interno che all’esterno degli Stati Uniti. Per queste ragioni, secondo Washington, Cuba continuerebbe a rappresentare una grave minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il rapporto è stato pubblicato pochi giorni dopo un vertice guidato dallo stesso Marco Rubio, al quale hanno partecipato ministri di circa sessanta Paesi allineati agli interessi statunitensi, dedicato alla presunta rinascita del terrorismo politico di estrema sinistra. Già in quell’occasione Cuba era stata indicata come la “storica coordinatrice dei movimenti terroristici”. Non vi è dubbio che, oltre alla lotta contro il narcotraffico e la corruzione, la presunta guerra al terrorismo sia ormai diventata la nuova crociata utilizzata per la persecuzione politica a livello globale. Nuove sanzioni Dopo il nuovo pacchetto di sanzioni imposto a Cuba nel giugno scorso, che ha colpito lo stesso Díaz-Canel e i suoi familiari, i familiari del leader della Rivoluzione cubana Raúl Castro, ministri del governo, alti ufficiali delle Forze Armate, imprese pubbliche e istituzioni, l’inasprimento del blocco energetico e le continue minacce di invasione hanno reso la situazione sull’isola sempre più difficile. Si stima che il blocco abbia già provocato perdite per 171 miliardi di dollari. Se si considera la svalutazione del dollaro rispetto al valore dell’oro, tale cifra supera i 2.100 miliardi di dollari. Le nuove misure arrivano inoltre mentre si intensifica la campagna mediatica internazionale – definita guerra di quinta generazione – portata avanti attraverso una rete di media presentati come indipendenti ma finanziati dagli Stati Uniti (in inglese QUI). Ricolonizzazione e rimilitarizzazione L’attacco si inserisce nel quadro di un rafforzamento degli sforzi degli Stati Uniti per recuperare il controllo di quella che continuano a considerare il proprio “cortile di casa”, attraverso una versione trumpiana 2.0 della Dottrina Monroe e del sinistro Piano Condor. Iniziative come lo Scudo delle Americhe, la militarizzazione dei Caraibi, le operazioni contro il Venezuela, il sequestro del presidente Nicolás Maduro e di Cilia Flores, insieme alle minacce e alle ritorsioni contro quei governi che rivendicano il diritto dei popoli all’autodeterminazione e alla difesa della propria sovranità, si aggiungono all’inasprimento del blocco contro Cuba e rappresentano, secondo l’autore, esempi della strategia messa in atto da Washington con il sostegno di Israele, dell’ultraconservatorismo statunitense e latinoamericano e con il silenzio complice dell’Europa. Gli obiettivi principali dell’offensiva statunitense sarebbero frenare l’espansione della Cina (nelle terre rare, nei minerali strategici, nelle infrastrutture, nelle tecnologie e nell’estrattivismo), garantire gli interessi del capitale multinazionale statunitense e israeliano, assicurarsi il controllo delle risorse strategiche e dei corridoi logistici e, allo stesso tempo, bloccare i processi di integrazione e indipendenza latinoamericana e la nascita di nuovi progetti progressisti e di resistenza al modello neoliberista estrattivista. Per raggiungere tali obiettivi, sostiene l’articolo, non è sufficiente il sostegno politico di governi subordinati e di oligarchie nazionali compiacenti: è necessaria una nuova militarizzazione del continente, abilmente presentata come lotta al narcotraffico, alla criminalità organizzata e, oggi, al terrorismo. Un progetto che sarebbe stato formalizzato nella nuova Strategia di Sicurezza Nazionale approvata l’anno scorso sotto l’impulso dell’asse Trump-Rubio. “Diritto alla difesa” «Questo proverbio – continua Díaz-Canel sul suo profilo X – descrive perfettamente il rapporto del Dipartimento di Stato, promosso da uno dei funzionari più corrotti dell’attuale amministrazione, con comprovati legami con narcotrafficanti e terroristi della Florida». Se c’è un Paese che ha spiato e aggredito un altro in modo sistematico e su larga scala, prosegue il presidente cubano, quello sono gli Stati Uniti nei confronti di Cuba. Sono pubblici, ricorda, i finanziamenti milionari che ogni anno Washington destina ai programmi di cambio di regime sull’isola, facendo ricorso alla sovversione e persino al terrorismo. Per il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, la storia registra episodi criminali come l’introduzione di epidemie e malattie nell’isola, tra cui la dengue emorragica che costò la vita a 101 bambini, l’abbattimento di un aereo civile con 73 persone a bordo, gli attentati dinamitardi contro gli hotel, i numerosi tentativi di assassinio dei dirigenti cubani e la guerra psicologica. Se a tutto questo si aggiungono il blocco economico e l’attuale assedio energetico, afferma Díaz-Canel, «non esiste un atto di sovversione più grave contro uno Stato, pianificato e descritto ufficialmente dagli Stati Uniti con l’obiettivo di logorare il popolo cubano e spezzarne il sostegno alla Rivoluzione». Secondo il leader cubano, ciò che la Rivoluzione ha fatto durante tutta la sua storia è stato semplicemente esercitare il proprio legittimo diritto a difendersi da queste aggressioni. «Il neo-maccartismo transnazionale che si sta riaffermando negli Stati Uniti, guidato da una corrente chiaramente fascista, ricorre alla menzogna per costruire pretesti con cui giustificare aggressioni contro Cuba e limitare le libertà civili negli stessi Stati Uniti», conclude. Solidarietà Tra i numerosi messaggi di sostegno ricevuti, il 19 luglio Cuba ha ottenuto anche la solidarietà del popolo nicaraguense. Durante la celebrazione del 47º anniversario della Rivoluzione Popolare Sandinista, il presidente Daniel Ortega ha ribadito l’impegno del Nicaragua a fianco della resistenza cubana. «Il nostro rispetto, il nostro abbraccio e il nostro saluto al popolo di Cuba, a Raúl Castro e a Miguel Díaz-Canel, così come al popolo di Bolívar e al presidente che è detenuto negli Stati Uniti insieme a sua moglie. A loro va tutta la nostra solidarietà e il nostro affetto. Eppure non esiste alcun organismo internazionale che si preoccupi di tutto questo!», ha concluso Ortega. Fonte: LINyM (spagnolo) Foto: Roberto Suárez Traduzione: Federica Cresci Giorgio Trucchi
July 24, 2026
Pressenza
A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione – terza parte
Il Coordinamento Antifascista Torino ha organizzato, in occasione del venticinquesimo anniversario degli eventi legati al G8 di Genova del 2001, due eventi presso il Comala di Torino. Il primo appuntamento, giovedì 16 luglio, prevedeva un dibattito dal titolo “A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione”, seguito da un buffet di solidarietà con gli attivisti colpiti da sanzioni pecuniarie a cura delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso e dalla proiezione del film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari. LA STERILIZZAZIONE DELLA DEMOCRAZIA L’intervento di Alessandra Algostino (Università di Torino) conclude il dibattito rispondendo alla domanda “come sono cambiate le piazze dopo Genova?” Secondo la professoressa Algostino, dopo Genova tutto è andato peggiorando. Genova in questo senso rappresenta un po’ l’emersione, l’emblema, ma anche il preludio di un processo di sterilizzazione della democrazia; un processo che era già in corso, ma è stato affinato negli anni successivi. Con la scusa della guerra al terrorismo e la retorica dell’emergenza ci troviamo in uno stato di eccezione permanente, con lo Stato che diventa un funzionario dell’ordine neoliberale. A Genova nell’appello per le manifestazioni del 2001 si diceva che sapere rispondere alle innumerevoli ingiustizie, disastri ambientali, guerre e morti per fame che questa globalizzazione produce è questione di democrazia; anche il diritto a manifestare è questione di democrazia. 25 anni dopo Genova che cosa è successo? Di quella che era la democrazia sociale, cioè sanità, istruzione, sicurezza del lavoro, assistenza sociale, si è persa traccia. Il riscaldamento climatico sta asfissiando e devastando indisturbato il pianeta. La guerra è normalizzata come presente e come futuro. Il diritto di manifestare è un diritto neutralizzato. Il populismo penale da un lato con sempre nuovi reati e l’amministrativizzazione della sicurezza, vale a dire sempre maggiori poteri a questore e prefetto, concorrono a criminalizzare il dissenso e a svuotare la democrazia anche in quella che è la sua veste minima, cioè la democrazia liberale. Oggi esiste una fusione tra potere politico, economico e tecnologico che allora forse immaginavamo, ma che è diventata realtà e domina il mondo. Ci sono i big del capitalismo estrattivista, finanziario e digitale che occupano direttamente quelli che sono i luoghi della politica e la gestiscono platalmente al fianco dei rappresentanti politici. Una gestione patrimoniale privatistica che si trascina nella privatizzazione del pubblico, nella specializzazione ad esempio della scuola, dell’università. La globalizzazione che si denunciava a Genova nel 2001 ha mutato le forme, ma non quella che è la voracità predatoria di un capitalismo che, come un mostro informe, cambia immagini, libera concorrenza, vuole farsi neoliberale, però resta sempre lo stesso. E allora noi oggi parliamo di democrazia illiberale, di fascio liberismo, di neoliberismo autoritario, di tecnofascismo per descrivere l’epoca di ora e rispetto a tutto questo Genova è stato un passaggio, un elemento cruciale e quindi la violenza che ci ha descritto Novaro[1], la violenza di Bolzanetto, le torture di Bolzanetto, la violenza della Diaz, la morte di Carlo Giuliani esondano in quella che è la militarizzazione delle piazze che vediamo e che abbiamo visto qua a Torino, nel quartiere Vanchiglia, intorno ad Askatasuna, i trattamenti disumani delle carceri, ma anche nei CPR, la discriminazione raziale, la violenza sistemica e strutturale di quelle che sono le diseguaglianze e la costruzione del nemico. Algostino elenca le brutte parole d’ordine che si sono rafforzate in questi 25 anni: sicurezza come ordine pubblico, neutralizzazione del conflitto, costruzione del nemico, il nemico che è il povero, il dissenziente, il migrante, la risoluzione del legame sociale, l’assolutizzazione del profitto, quella che Amartya Sen chiama la libertà senza democrazia, cioè sostanzialmente quella che è la legge del più forte e poi ancora i confini, la disumanizzazione, la cancellazione del diritto internazionale; il genocidio in Palestina che pretende di assuefarci a questa mancanza di limiti, agli orrori, all’impunità che abbiamo visto a Genova, ma che adesso ritorna su un’enorme scala di quello che è il genocidio e gli orrori in Palestina. Nel frattempo, muri fisici ma anche giuridici classificano, disumanizzano e uccidono le persone che migrano, perché noi possiamo parlare oggi di un genocidio anche delle persone migranti e quindi la violenza che abbiamo visto a Genova si fa violenza sistemica, si fa violenza strutturale e si fa violenza contro tutte le persone che sono considerate ai margini, dai palestinesi ai migranti ai poveri a coloro che ancora oggi si si ribellano. Il diritto di manifestare evocato a Genova e travolto a Genova dagli orrori che abbiamo sentito, rivela lo spostamento del rapporto tra autorità e libertà e dopo Genova verrà il reato di blocco stradale, verranno le multe come intimidazione istituzionale all’esercizio del diritto di riunione, il confino che porta i manifestanti lontano dalle piazze, le zone rosse. La zona rossa di Genova è la zona che proprio concretizza materialmente il disciplinamento e la repressione. Quella di Genova anticipa le direttive Maroni del 2009, Salvini del 2019, Lamorgese del 2020, è un processo bipartisan che attraversa i vari governi, questo della sottolineatura della progressiva criminalizzazione del dissenso. Siamo a Torino, le aree diciamo sottratte al dissenso della Valsusa con queste ordinanze che si susseguono di anno in anno. In questo senso Genova rappresenta l’emersione, l’emblema e l’anticipazione di quello che arriva dopo. Per chiudere con una nota positiva, Algostino considera che Genova ci ricorda anche quella che è l’intelligenza collettiva, ci ricorda la forza della critica dell’esistenza, perché è vero, avevamo ragione, avevamo ragione a Genova. Genova ci ricorda ancora un’altra cosa, ci ricorda l’importanza della transversalità e della convergenza, di procedere uniti nelle differenze. Allora quello è stato molto importante, è il momento di cercare di riprenderlo ancora oggi, di ritrovare la stessa convergenza dal basso, perché è vero che i tempi sono bui, è vero che siamo nella tormenta, ma questo cosa ci porta a dire? Che un altro mondo non solo è possibile, ma in questo momento è necessario. << Seconda parte [1] https://www.pressenza.com/it/2026/07/a-25-anni-dal-g8-di-genova-il-movimento-la-piazza-la-repressione-seconda-parte/ Giorgio Mancuso
July 24, 2026
Pressenza
Verità e giustizia per Farik: presidi a Novara, Alessandria e Casale Monferrato
Oggi, giovedì 23, e domani, venerdì 24, le iniziative indette da S.I. Cobas mobilitano le cittadinanze a manifestare davanti alle prefetture dei capoluoghi di provincia. E come ieri, mercoledì, a Genova, domani, venerdì, a Casale Monferrato il settimanale raduno di silenzio per la pace e la giustizia sociale coinvolge i partecipanti a esprimere la protesta contro la violenza delle forze dell’ordine. Nella convocazione del presidio davanti alla Prefettura di Alessandria (piazza della Libertà) in svolgimento venerdì 24 luglio alle 18, S.I. Cobas Alessandria – Tortona spiega che l’iniziativa è indetta per protestare “per la morte di Farik a Bologna, ucciso dalla polizia e da chi doveva intervenire e non l’ha fatto”. “Mentre da un lato si tenta di giustificare la furia omicida da farwest del gioielliere cuneese che sta dove deve stare, ossia in galera, dall’altro si tenta di minimizzare, di far finta di indagare, di dire che non è chiara la dinamica che ha portato alla morte di Fakir – dichiara S.I. Cobas Alessandria – Ma cosa non e’ chiaro? L’abbiamo visto tutti il video dell’orrore, mentre veniva soffocato. Peggio che nell’America DELL’ICE dove esiste lo scudo penale per i poliziotti. Come in Italia e questa deve diventare la nostra prima battaglia di contrasto. Senza un forte movimento d’opposizione, il modello diventa l’America di Trump, la Turchia di Erdogan, il modello diventa quello stato d’Israele che scatena guerre genocidarie in tutto il Medio Oriente. Ecco dove vanno l’Occidente e l’Italia con i suoi uomini di governo che giustificano ogni nefandezza. Ecco perché venerdì 24 è importante esserci, esserci in tanti per dire che non ci stiamo, per dire ancora una volta che siamo contro ogni guerra, in casa e fuori casa”. Contemporaneamente al presidio davanti alla Prefettura, nella provincia alessandrina a Casale Monferrato in piazza Mazzini dalle 18:30 alle 19 si svolge la settimanale Mezz’ora di Silenzio per la Pace e Giustizia Sociale praticata continuativamente ogni venerdì dal primo del 2025 e per l’occasione dai partecipanti svolta focalizzando la propria e altrui attenzione alle questioni evidenziate dal gruppo praticante la settimanale Ora di silenzio per la pace a Genova dal settembre 2001 e dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: “A 25 anni di distanza in due città, Genova e Bologna, sono morti due innocenti, Carlo Giuliani e Abderrahim Fakir, entrambi vittime della stessa violenza: quella con cui le forze dell’ordine intervengono in piazze e strade di molte nazioni del mondo. Come a Minneapolis nel 2020 e, ancora, 2025 e 2026… BASTA!“. A Novara l’iniziativa svolta oggi, giovedì 23 luglio, coinvolge S.I. Cobas provinciale insieme alle rappresentanze di USB, al Collettivo Libertario Franco Cagliero e al Coordinamento Novara per la Palestina. Redazione Piemonte Orientale
July 23, 2026
Pressenza
Appello da Bologna
Appello delle organizzazioni, associazioni e realtà della società civile di Bologna Ci apprestiamo a celebrare l’anniversario della strage fascista del 2 agosto 1980, un appuntamento imprescindibile del calendario civile antifascista. Come 46 anni fa la città di Bologna, medaglia d’oro alla Resistenza e medaglia d’oro al valor civile, sa affermare il suo impegno civile e la sua straordinaria vocazione democratica, riempiendo le piazze. Quando c’è bisogno Bologna risponde e sa farlo al meglio, capace di rendere la città un presidio vero di resistenza democratica e antifascista. Ancora una volta siamo stati chiamati a ribadire i nostri valori, gli stessi sanciti dalla Costituzione, a seguito di un gravissimo episodio che ha provocato la morte di un uomo: auspichiamo siano fatte verità e giustizia così come chiede la famiglia di Abderrahim Fakir e tutta la Bologna democratica rigettando odio e vendetta. Consideriamo del tutto strumentali, al limite dello sciacallaggio, gli attacchi volti all’amministrazione comunale, così come le ricostruzioni diffuse sui social sulla vita di Abderrahim Fakir. Rivendichiamo il diritto alla mobilitazione democratica, anche attraverso la cancellazione dei decreti sicurezza. E per chi pensa di poter condizionare lo stato di diritto attraverso fantomatiche istruttorie che hanno il solo obiettivo di limitare la libertà di manifestare e l’azione di istituzioni democratiche, ribadiamo ancora una volta che Bologna resisterà un minuto in più. Adesioni :ANPI,CGIL,ARCI,ANED,ANPPIA,ASGI, Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, Associazione tra i Familiari delle Vittime della Strage della Stazione di Bologna del 2 Agosto 1980, Associazione per una Sanità del Servizio Pubblico, AUSER, Casa delle Donne, Cassero LGBTQIA+ Center, Comitato per la difesa della libertà e della democrazia in Iran, Comma 2 – Lavoro è dignità, Comunità maliana di Bologna – Yeredemeton, Cucine Popolari Donne per Nasrin, Famiglie Accoglienti Aps,Federconsumatori, Gruppo di Bologna Emergency, Gruppo Salvagente Bologna,Il Manifesto in Rete Legambiente, Libera, Libertà era restare, Mediterranea, Percorsi di Pace Casalecchio, Period Think Tank,Piazza Grande,Portico della Pace, Rete degli Studenti Medi, Rete Sulla Stessa Barca, Salvaciclisti, SOS Donna, SUNIA, UDI, UDU – Unione degli Universitari Bologna, 23 luglio 2026 Redazione Bologna
July 23, 2026
Pressenza
Zohran Mamdani: “Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra, ma la mia amministrazione non ha l’autorità per arrestarlo”
Di seguito il discorso del sindaco di New York Zohran Mamdani, in cui ammette di non avere l’autorità di ordinare l’arresto di Benjamin Netanyahu, ma lo definisce comunque un criminale di guerra che non è benvenuto a New York: “Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra, l’artefice di un terribile genocidio contro la popolazione palestinese. È responsabile della morte di oltre 73.000 persone, della sofferenza e delle malattie di decine di migliaia di bambini, compresi quelli sopravvissuti che vengono amputati senza anestesia. È responsabile della distruzione di ospedali, reparti di neonatologia e centri di assistenza materna, privando anche i più piccoli della possibilità di vivere. È responsabile della morte di innumerevoli persone ridotte alla fame mentre venivano bloccati gli aiuti umanitari e i rifornimenti alimentari destinati alla popolazione. È responsabile dell’uccisione di centinaia di operatori umanitari e giornalisti. E questo è solo l’ultimo capitolo. Le Nazioni Unite hanno confermato che i bambini palestinesi continuano a essere deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze armate israeliane, molti mesi dopo gli eventi del 7 ottobre. L’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Tutti noi, come americani, stiamo finanziando le bombe che provocano queste uccisioni. C’è un motivo se la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti. Come esseri umani, abbiamo impiegato generazioni per costruire una coscienza giuridica internazionale secondo cui esistono crimini così gravi da offendere l’intera umanità. Chiunque guardi con gli occhi, con il cuore e con onestà ciò che è accaduto dovrebbe riconoscere la devastazione provocata e comprendere che questi fatti devono essere giudicati da un tribunale. Come ho già detto, sono d’accordo con la Corte Penale Internazionale: Benjamin Netanyahu dovrebbe essere arrestato e processato per i crimini di cui è accusato, come dovrebbe accadere a chiunque altro sia destinatario di un mandato della Corte. La mia amministrazione ha esaminato ogni possibilità prevista dalla legge per stabilire se la città di New York potesse dare esecuzione al mandato di arresto della Corte Penale Internazionale nel caso in cui Benjamin Netanyahu si recasse qui. È evidente che non disponiamo dell’autorità legale necessaria per farlo. Questa competenza appartiene al governo federale, e chiedo a quest’ultimo di collaborare con la Corte Penale Internazionale e di dare esecuzione al mandato. Voglio essere altrettanto chiaro su un altro punto: Benjamin Netanyahu non è il benvenuto a New York, così come non lo è nessun altro criminale di guerra. Non possiamo fermare da soli il genocidio, ma possiamo decidere se il nostro silenzio diventerà un’altra arma oppure utilizzare ogni strumento a nostra disposizione per difendere l’umanità e la dignità di ogni essere umano. Questo è il mio impegno nei vostri confronti.” Anna Polo
July 23, 2026
Pressenza
CESVI: “Le disuguaglianze nella protezione dell’infanzia sono strutturali e non si correggono da sole”
In Italia oltre 2 milioni di bambini e ragazzi con meno di 16 anni vivono in famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale. Il dato nazionale del 26,7%, raggiunge il 43,6% nel Sud e nelle Isole,  a dimostrazione che le condizioni di vita dei minorenni sono la diretta conseguenza del territorio in cui nascono e crescono. A preoccupare non è solo l’esposizione alla fragilità sociale, ma anche la persistenza delle disuguaglianze nella capacità dei territori di prevenire, intercettare e contrastare il maltrattamento all’infanzia. Le forme più diffuse sono la patologia delle cure, la violenza assistita e il maltrattamento psicologico. Dal 2018 al 2026, attraverso sette edizioni dell’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia, la mappa della protezione dei minorenni non si è modificata nella sostanza: le regioni più fragili sono rimaste tali, mentre quelle più attrezzate hanno consolidato il proprio vantaggio. È quanto emerge dalla nuova Dashboard dell’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia, a cura di CESVI. Si tratta del primo strumento digitale interattivo in Italia dedicato a questo tema, che rende navigabili, confrontabili e consultabili i dati raccolti nelle diverse edizioni dell’Indice, trasformando otto anni di ricerca in una risorsa permanente a disposizione di istituzioni, operatori, ricercatori, organizzazioni del Terzo Settore, giornalisti e cittadini. L’analisi storica resa possibile dalla Dashboard restituisce un quadro netto: la Campania ha occupato stabilmente l’ultima posizione della classifica in tutte le sette edizioni dell’Indice, risultando sistematicamente ventesima sia per fattori di rischio sia per disponibilità di servizi. Accanto a essa, Calabria, Sicilia e Puglia hanno costituito in ogni rilevazione il nucleo delle regioni con le maggiori criticità strutturali. All’estremo opposto, l’Emilia-Romagna ha conquistato il primo posto in sei delle sette edizioni, cedendolo solo nel 2021 al Trentino-Alto Adige. Nel tempo si è consolidato un gruppo stabile di regioni con le migliori performance: Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Toscana, Liguria e Valle d’Aosta. Particolarmente significativa è l’ascesa del Veneto, che nel 2026 raggiunge il secondo posto assoluto, migliorando progressivamente sia nei fattori di rischio sia nella dotazione di servizi.  “Otto anni di monitoraggio, ha sottolineato Stefano Piziali, Direttore Generale di CESVI, ci restituiscono una certezza scomoda: le disuguaglianze nella protezione dell’infanzia in Italia sono strutturali e non si correggono da sole. Con la Dashboard mettiamo a disposizione di amministratori, ricercatori, decisori politici, operatori e giornalisti uno strumento che consente di verificare, confrontare e valutare l’evoluzione della capacità di ciascuna regione di proteggere i propri bambini. Non si tratta più di una fotografia isolata, ma di un film che mostra tendenze, arretramenti e progressi. E la prima lezione che questo film ci consegna è chiara: dove si investe nei servizi territoriali i risultati arrivano, dove si disinveste le disuguaglianze si cronicizzano. Servono politiche continuative di prevenzione, non interventi emergenziali. Mettere in luce le differenze tra le regioni non significa porle in competizione, ma comprendere meglio le diverse condizioni in cui crescono bambini e bambine. Conoscere le fragilità e le risorse dei territori aiuta a riconoscere i bisogni, definire le priorità e rafforzare le azioni di prevenzione. Le ultime edizioni dell’Indice mostrano alcuni segnali positivi, ma confermano anche che il divario territoriale resta una delle principali sfide per le politiche di tutela dell’infanzia. Partire da una conoscenza più approfondita dei contesti è essenziale per costruire comunità e sistemi di protezione più efficaci e vicini ai bisogni di ogni bambino.” La Dashboard consente di osservare non solo le classifiche regionali, ma anche l’evoluzione dei singoli indicatori nel tempo. Ed è proprio sul fronte dei servizi che emergono alcuni dei dati più rilevanti. I servizi a sostegno della genitorialità mostrano una ripresa dopo la contrazione dovuta alla pandemia: gli utenti sono passati da 135.527 nel 2018 a 131.630 nel 2020, fino a raggiungere 144.627 nel 2022. Tuttavia, il divario territoriale resta molto ampio: nel Nord il servizio raggiunge 741 utenti ogni 100.000 abitanti target, contro 322,1 al Centro e appena 271 nel Mezzogiorno. In altre parole, al Sud la copertura dei servizi di sostegno alla genitorialità resta inferiore a un terzo rispetto al Nord. Anche i servizi sociali professionali registrano un aumento dopo la pandemia, passando da 725.440 utenti nel 2018 a 775.220 nel 2022, con un incremento del 6,9%. Ma la ripresa non basta a colmare le distanze tra territori: nelle regioni con reti sociali più solide e servizi più strutturati i miglioramenti risultano più evidenti, mentre nei contesti segnati da fragilità economiche, minore disponibilità di servizi e debolezza del tessuto sociale persistono condizioni di rischio più elevate. Preoccupa inoltre la diminuzione in termini assoluti dei pediatri di libera scelta, passati da 7.499 nel 2018 a 6.962 nel 2022. Il lieve miglioramento del rapporto ogni 10.000 minorenni non indica un rafforzamento reale della rete pediatrica, ma è legato soprattutto al calo della popolazione infantile. Particolarmente significativo è il dato relativo alle dimissioni ospedaliere per disturbi psichici tra minorenni: l’indicatore passa da 5,51 ogni 10.000 abitanti nel 2019 a 8,1 nel 2023, con un aumento del 47%. Un segnale che conferma la crescita del disagio mentale tra bambini e adolescenti e la necessità di rafforzare reti di prevenzione, ascolto e presa in carico precoce. Qui per approfondire: https://indiceinfanzia.cesvi.org/.    Giovanni Caprio
July 23, 2026
Pressenza
Il blocco USA contro Cuba impedisce l’arrivo di medicinali sull’isola
Gli effetti delle nuove misure sanzionatorie imposte dall’amministrazione statunitensi di Donald Trump che ampliano il blocco economico, commerciale e finanziario contro Cuba toccano direttamente il sistema sanitario dell’isola caraibica mettendo in serio pericolo la salute del popolo cubano. Le autorità di L’Avana hanno denunciato che la compagnia di navigazione francese CMA CGM ha sospeso i noli verso l’isola dopo l’ordine esecutivo emesso dagli Stati Uniti il 1° maggio. Di conseguenza, decine di container con merci per Cuba rimangono trattenuti nel porto di Kingston, in Giamaica, tra cui un carico con oltre 3,5 milioni di siringhe mediche destinate al sistema sanitario della provincia di Santiago de Cuba. Secondo Ana Teresita González, portavoce del Ministero degli Affari Esteri di Cuba, l’inasprimento del blocco statunitense sta rendendo difficile l’arrivo di beni essenziali, e ha sottolineato che “Cuba non rappresenta una minaccia per nessuno”. La stessa CMA CGM ha confermato di aver temporaneamente sospeso le prenotazioni di merci per Cuba fino a nuovo avviso, a causa delle nuove restrizioni imposte da Washington, e ha anticipato che adatterà le sue operazioni man mano che la situazione si evolverà. In alternativa, l’azienda offre ai suoi clienti la possibilità di restituire i container al porto di origine o di trasferire la merce ad altri vettori, il che comporterebbe un costo aggiuntivo. Anche la compagnia di navigazione tedesca Hapag-Lloyd ha preso una decisione simile adeguandosi al rispetto del regime sanzionatorio imposto dagli Stati Uniti. Questa società ha bloccato nel porto colombiano di Cartagena de Indias , due container contenenti Valproato di sodio in compresse, un farmaco essenziale per il trattamento dell’epilessia. Il carico è stato sequestrato dalla compagnia di navigazione tedesca, che si rifiuta di consegnare il trasporto sostenendo il rigoroso rispetto del blocco degli Stati Uniti, ha denunciato Medicuba S.A. Privare la popolazione cubana di questo farmaco essenziale rappresenta una minaccia diretta per la salute pubblica, poiché l’epilessia richiede un trattamento continuo e ininterrotto per evitare crisi convulsive e il deterioramento dei pazienti, trasformando questa detenzione in un atto che minaccia direttamente il diritto alla vita e alla salute di migliaia di persone, compresi bambini e anziani. Medicuba S.A. chiede alla società Hapag-Lloyd di rilasciare immediatamente i container e denuncia alla comunità internazionale questo danno deliberato, ribadendo che il blocco è la più grande barriera per l’accesso ai farmaci sull’isola. Dall’Avana ritengono che queste azioni da parte delle compagnie di navigazione generino nuovi ostacoli per il commercio estero e l’approvvigionamento dell’isola, soprattutto per quanto riguarda i prodotti di prima necessità. fonte : www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
July 23, 2026
Pressenza