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Remigrazione, deportazioni e razza negli Stati Uniti di Trump
 L’INCESSANTE LOTTA DEL CAPITALE CONTRO LA LIBERTÀ_   Invisibile e crudele, nel silenzio complice di buona parte della sinistra italiana e internazionale, la remigrazione[1] — termine proposto e rilanciato dai movimenti della destra internazionale ed europea[2], dalla più moderata a quella estrema di stampo neofascista e neonazista, ma che si sta diffondendo sempre di più anche nel linguaggio politico istituzionale — negli Stati Uniti d’America è già cominciata, è divenuta pratica istituzionale. Che questo avvenga proprio negli Stati Uniti d’America, uno dei luoghi e dei simboli del capitalismo mondiale e del neoliberismo, presidiati dalla Statua della Libertà nella baia di New York, negando la libertà di movimento attraverso la pratica della deportazione dei migranti, è epifania della falsa coscienza del capitale. Non si tratta di un inganno da smascherare, ma del modo stesso in cui il rapporto capitalistico si presenta a chi vi è immerso: una società di produttori liberi che scambiano equivalenti sul mercato, dove la mediazione dello sfruttamento resta occultata — non per artificio retorico, ma perché è la forma necessaria in cui il capitale si manifesta, come ha mostrato Annibale Raineri (1982) nella sua lettura de Il Capitale di Marx (1970)[3]. Le politiche antimmigrazione non deformano questa rappresentazione: ne rivelano la verità, che va sottoposta alla critica dei rapporti sociali da cui nasce, non trattata come eccezione o degenerazione. Allo stesso modo in cui lo scambio di equivalenti è effettivo per chi vi partecipa, senza che questi veda come in realtà quello scambio nasconda lo sfruttamento del lavoro, così la libertà è effettiva, è principio supremo per il capitale e per il neoliberismo, ma selettiva: e questa selettività si maschera proprio nella criminalizzazione della mobilità umana, che tiene la forza lavoro disponibile al mercato ma sottomessa al comando del capitale. Le pratiche di controllo della mobilità, comprese le più crudeli, come la deportazione o la remigrazione, oggetto del nostro contributo, non rivelano dunque un inganno nascosto dietro la narrazione neoliberista del principio liberale: ne rivelano la verità. La libertà selettiva non tradisce il principio della sovranità individuale sul mercato, lo realizza — perché quel principio è sempre stato la forma di manifestazione di un rapporto che ha bisogno di forza-lavoro insieme mobile e disciplinata. Non a caso: è proprio per rispondere a questa possibilità di resistenza e di lotta insita nella mobilità che il capitale è costretto a rivoluzionare ed estendere continuamente i propri rapporti di dominio (Bihr, 2006, p. 39). Deportazione e remigrazione sono anche questo — la risposta sempre rinnovata a una libertà di movimento che il capitale non può sopprimere, ma solo tentare, di volta in volta, di disciplinare. Il razzismo che accompagna le politiche antimmigrazione, anziché essere un pregiudizio che precede la gerarchizzazione e la segmentazione razziale della forza lavoro, ne è semmai la legittimazione ex post: stabiliti i rapporti di forza, li giustifica, rivelandosi un dispositivo che mantiene basso il costo del lavoro e minimo il conflitto. Come sostiene Immanuel Wallerstein: «[…] Se si vuole massimizzare l’accumulazione del capitale, è necessario contemporaneamente minimizzare i costi di produzione (di conseguenza i costi della forza-lavoro) e minimizzare i costi del disordine politico (di conseguenza minimizzare – e non eliminare, perché non è possibile – le proteste della forza-lavoro). Il razzismo è la formula magica che concilia tutti questi obiettivi» (Wallerstein, 1992, p. 45). È negli Stati Uniti di Trump, dove una destra ormai «tecnologica» — sostenuta da capitale di rischio, think tank e piattaforme digitali — funge da laboratorio ideologico del volto più aggressivo del neoliberismo globale, che questo meccanismo riemerge nella sua forma più esplicita: vi si intrecciano un inquietante ritorno delle teorie eugenetiche, una nuova ideologia pronatalista e la retorica di una “meritocrazia genetica” che aggiorna gli antichi incubi malthusiani del capitale con un immaginario propriamente coloniale, quello dell’umanità come risorsa da classificare, valutare e gerarchizzare, per stabilire chi valorizzare e chi scartare (Pirrone, 2026). Il razzismo e la violenza istituzionale che lo accompagna — arresti, detenzioni, deportazioni, remigrazione — non sono allora un eccesso, ma funzionano proprio come quella che Hall (2026) chiama crudeltà come deterrenza: punire pubblicamente chi viene espulso serve a intimidire, e dunque a disciplinare, chi resta — sempre, ancora una volta, in funzione del controllo della forza lavoro. Il neoliberismo, in questo modo, lascia chi non si piega al comando alla tanatopolitica (Palidda, 2021). È in questo quadro che la remigrazione statunitense si è fatta dispositivo istituzionale. Le deportazioni dall’interno del paese sono cresciute in modo esponenziale, e la detenzione amministrativa dei migranti ha assunto dimensioni di massa: secondo TRAC[4], l’11 luglio 2026 l’ICE deteneva 65.765 persone, il 70,6% delle quali senza alcuna condanna penale. A chi lascia volontariamente gli Stati Uniti il governo offre un incentivo di 1.000 dollari, mentre minaccia chi resta di arresto e multe. Il dispositivo si estende ormai oltre i confini della cittadinanza: nel solo luglio 2026 sono stati depositati almeno 50 ricorsi di denaturalizzazione in 23 Stati[5], un record storico, di cui il Dipartimento di Giustizia rende pubblici solo una minoranza dei casi. E proprio in queste ore l’amministrazione Trump si prepara a quella che sarebbe la più grande revoca di visti della storia americana[6]: fino a 200.000 permessi turistici e di lavoro (B1/B2) verrebbero annullati a chi, entrato regolarmente, ha poi presentato domanda d’asilo — trasformando per decreto in irregolare proprio chi cercava protezione. Si aggiunga la pratica, sempre più diffusa, delle deportazioni verso paesi terzi con cui la persona non ha alcun legame — un meccanismo che, quando questi paesi a loro volta trasferiscono i migranti verso luoghi dove rischiano persecuzioni o torture, Hall (2026) definisce triangular refoulement, un modo per aggirare di fatto il divieto di respingimento sancito dal diritto internazionale. Chi guarda a tutto questo come a un’anomalia americana rischia di non vedere ciò che davvero rivela: che la libertà di movimento resta un privilegio di pochi, non un diritto universale. Il migrante deportato non è una minaccia da cui difendersi: è lo specchio dei confini che limitano la libertà di tutti. Per questo la sua lotta — per restare, per muoversi, per non essere ridotto a merce disponibile o a scarto — riguarda, in ultima istanza, chiunque sia costretto a vendere la propria forza lavoro per vivere. Rilanciare oggi la lotta per la libertà significa partire da qui. NOTE [1] CON REMIGRAZIONE SI INTENDE LA RISEMANTIZZAZIONE IN CHIAVE IDENTITARIA DEL RIMPATRIO FORZATO E SELETTIVO DI CHI È GIUDICATO INCOMPATIBILE, PER CULTURA, RELIGIONE O PRESUNTA INTELLIGENZA, CON LA CIVILTÀ OCCIDENTALE. IL TERMINE HA LE SUE ORIGINI IN AMBITO DEMOGRAFICO E STATISTICO, PER INDICARE IL RITORNO VOLONTARIO DEI MIGRANTI NEL LORO PAESE DI PROVENIENZA. SULLA RISEMANTIZZAZIONE DEL TERMINE IN CHIAVE RAZZISTA E XENOFOBA SI VEDA GIRAUDO (2025). IN REALTÀ ESISTEVA GIÀ UN PRECEDENTE STORICO IMPORTANTE, PROPRIO NEGLI STATI UNITI D’AMERICA, QUANDO WICKLIFFE PRESTON DRAPER, FONDATORE DEL PIONEER FUND – UNA FONDAZIONE CHE FINANZIAVA E DIFFONDEVA LE COSIDDETTE SCIENZE DELLA RAZZA E L’EUGENETICA – NEGLI ANNI ‘30-’40 FINANZIÒ ATTIVAMENTE CAMPAGNE PER LA SEGREGAZIONE RAZZIALE E PER QUELLA CHE ALLORA VENIVA CHIAMATA REPATRIATION — TERMINE CHE APPUNTO ANTICIPAVA L’USO DELL’ATTUALE “REMIGRAZIONE” — DEGLI AFROAMERICANI IN AFRICA, IN RAPPORTO CON IL SUPREMATISTA EARNEST SEVIER COX E CON IL SENATORE SEGREGAZIONISTA THEODORE BILBO (PIRRONE, 2026, P. 26). [2] IL PRECEDENTE PIÙ SIGNIFICATIVO PER LA PROPOSTA DI USARE E RILANCIARE IL TERMINE DI REMIGRAZIONE È STATO L’INCONTRO RISERVATO DI POTSDAM DEL 25 NOVEMBRE 2023, DOCUMENTATO DA UNA INCHIESTA DI CORRECTIV, NEL QUALE ESPONENTI DI ALTERNATIVE FÜR DEUTSCHLAND (AFD) – PARTITO POLITICO TEDESCO DI ESTREMA DESTRA – NEONAZISTI E IDENTITARI DISCUSSERO CON MARTIN SELLNER UN PROGETTO DI «REMIGRAZIONE» RIVOLTO ANCHE A RESIDENTI REGOLARI E CITTADINI TEDESCHI RITENUTI «NON ASSIMILATI» (CORRECTIV, 2024). IL TEMA È SUCCESSIVAMENTE ENTRATO APERTAMENTE NEL DIBATTITO POLITICO EUROPEO: AL REMIGRATION SUMMIT DI GALLARATE DEL 17 MAGGIO 2025, CUI ADERIRONO ANCHE ESPONENTI DELLA LEGA, SONO SEGUITI NEL 2026 UN ANALOGO APPUNTAMENTO A MILANO, IL 18 APRILE, E LA SECONDA EDIZIONE INTERNAZIONALE DEL REMIGRATION SUMMIT, SVOLTASI IL 30 MAGGIO IN PORTOGALLO. COME SI VEDE DAI SUMMIT CITATI, L’ITALIA GIOCA UN RUOLO DI PRIMO PIANO IN QUESTO LAVORO POLITICO, SPALLEGGIATA ANCHE DA DIVERSI EDITORIALISTI E DIRETTORI DI GIORNALI ITALIANI: L’EDIZIONE ITALIANA DEL VOLUME DI SELLNER, REMIGRAZIONE. UNA PROPOSTA (2025), È STATA PUBBLICATA CON LA PREFAZIONE DI FRANCESCO BORGONOVO, VICEDIRETTORE DEL QUOTIDIANO LA VERITÀ. [3] ANNIBALE RAINERI LEGGE LA RAPPRESENTAZIONE BORGHESE DELLA SOCIETÀ — QUELLA DI PRODUTTORI LIBERI E INDIPENDENTI CHE SCAMBIANO EQUIVALENTI SUL MERCATO — NON COME UN ERRORE DA CORREGGERE, NÉ COME UNO STADIO STORICO PRECAPITALISTICO, MA COME LA FORMA NECESSARIA IN CUI LA SOCIETÀ CAPITALISTICA NON PUÒ CHE APPARIRE A CHI VI È IMMERSO, PRIVATA DELLA PROPRIA DETERMINATEZZA SPECIFICA. LA FALSA COSCIENZA, IN QUESTA LETTURA, NON STA NEL CREDERE IL FALSO, MA NEL PRENDERE PER VERA L’IMMEDIATEZZA DELLO SCAMBIO SENZA POTERNE VEDERE LE MEDIAZIONI OCCULTATE (RAINERI, 1982, PP. 84-143). [4] I DATI SULLA POPOLAZIONE DETENUTA DA ICE SONO TRATTI DA TRAC (TRANSACTIONAL RECORDS ACCESS CLEARINGHOUSE), CENTRO DI RICERCA INDIPENDENTE DELLA SYRACUSE UNIVERSITY: IMMIGRATION DETENTION QUICK FACTS (DATI AGGIORNATI ALL’11 LUGLIO 2026). [5] I DATI SONO TRATTI DA TRAC (TRANSACTIONAL RECORDS ACCESS CLEARINGHOUSE), AS DENATURALIZATION LAWSUITS SURGE, THEIR BASIS LACKS TRANSPARENCY, 21 AGOSTO 2026. [6] ASSOCIATED PRESS, U.S. SET FOR LARGEST MASS VISA REVOCATION IN HISTORY TARGETING UP TO 200,000 FOREIGNERS, OFFICIALS SAY, 24 AGOSTO 2026.   BIBLIOGRAFIA BIHR, A. (2006). LA PRÉHISTOIRE DU CAPITAL. 1: LE DEVENIR-MONDE DU CAPITALISME. PAGE DEUX. CORRECTIV. (2024, 15 GENNAIO). SECRET PLAN AGAINST GERMANY. GIRAUDO, G. (2025, 19 MAGGIO). SI SCRIVE REMIGRAZIONE SI LEGGE DEPORTAZIONE. JACOBIN ITALIA. HALL, A. T. (2026). THIRD-COUNTRY DEPORTATIONS: LEGAL AND ETHICAL PROBLEMS. JOURNAL ON MIGRATION AND HUMAN SECURITY. ADVANCE ONLINE PUBLICATION. MARX, K. (1970). IL CAPITALE (3 VOLL.). EDITORI RIUNITI. PALIDDA, S. (2021). IL CAMBIAMENTO RADICALE DELLE POLITICHE MIGRATORIE: DAL LASCIAR VIVERE AL LASCIARE MORIRE (DALLA BIOPOLITICA A SEMPRE PIÙ TANATOPOLITICA). REMHU: REVISTA INTERDISCIPLINAR DA MOBILIDADE HUMANA, 29(61), 33-48. PIRRONE, M. A. (2025). GUERRA AI MIGRANTI. NEOLIBERISMO E NEOSCHIAVITÙ NEL XXI SECOLO. PM EDIZIONI. PIRRONE, M. A. (2026). LE TANTE EPIFANIE DELLA RAZZA: L’EUGENICA NELL’AMERICA DI DONALD TRUMP E IL RAZZISMO COME RAPPORTO SOCIALE (POSTFAZIONE DI V. MATTEUCCI). MEDITER. RAINERI, A. (1982). FENOMENOLOGIA E LOGICA DEL CAPITALE. RIFLESSIONI SULL’IMPIANTO INIZIALE DEL CAPITALE. IN AA.VV., IL CAMALEONTE E L’ISCRIZIONE (PP. 84–143). ILA PALMA. SELLNER, M. (2025). REMIGRAZIONE. UNA PROPOSTA. PASSAGGIO AL BOSCO. WALLERSTEIN, I. (1992). UNIVERSALISMO CONTRO RAZZISMO E SESSISMO: LE TENSIONI IDEOLOGICHE DEL CAPITALISMO. IN E. BALIBAR & I. WALLERSTEIN, RAZZA NAZIONE CLASSE. LE IDENTITÀ AMBIGUE (P. 45). EDIZIONI ASSOCIATE.   MARCO A. PIRRONE È RICERCATORE DI SOCIOLOGIA PRESSO IL DIPARTIMENTO “CULTURE E SOCIETÀ” DELL’UNIVERSITÀ DI PALERMO Redazione Italia
September 8, 2026
Pressenza
Antisionismo non è antisemitismo: le motivazioni del NO al disegno di legge/bavaglio
Si avvicina il giorno della manifestazione nazionale (9 settembre 2026) a Roma davanti a Montecitorio per protestare contro il DDL (legge/bavaglio) di contrasto all’antisemitismo, approvato in prima lettura al Senato della Repubblica, che il 7 settembre andrà al voto alla Camera dei Deputati. Tanti presidi si uniranno in molte città, a cominciare dal “Presidio stabile per la Palestina” di Cagliari, in Piazza Yenne (ore 19:00). «Il dissenso non si silenzia. La solidarietà non si processa» e «Criticare Israele non è antisemitismo»”, sono scritti a caratteri ben visibile nei volantini che promuovono le manifestazioni: «Ribadire che l’antisionismo non è antisemitismo significa difendere il diritto di contestare l’ideologia sionista, le politiche dello Stato d’Israele e i sistema di occupazione e discriminazione imposto al popolo palestinese». Ho trovato illuminante quanto scritto a proposito di antisemitismo e antisionismo dalla rabbina Alissa Wise, fondatrice di Rabbis for Ceasefire in un’intervista pubblicata nel n° 49 dei Quaderni Satyāgraha[1]. La Wise risponde alle domande che molte persone si pongono: «Che cos’è l’antisemitismo? Che cos’è l’antisionismo?». Riporterò solo alcuni passaggi che ritengo più significativi. «Che cos’è l’antisemitismo? […] L’antisemitismo è discriminazione, persecuzione, violenza e stereotipi disumanizzanti rivolti agli ebrei in quanto ebrei [2]. […] Intendiamo l’antisemitismo come storicamente contestualizzato, situato in un contesto di condizioni e lotte interconnesso. Ecco perché combattiamo l’antisemitismo all’interno e come parte di lotte più ampie contro l’oppressione e per la liberazione collettiva. Ad esempio, la violenza del nazionalismo bianco è in aumento negli Stati Uniti, alimentata da manifesti, sentimenti e teorie del complotto anti-immigrati e razzisti, come la teoria della “grande sostituzione2. Gli ebrei sono tra i bersagli della violenza del nazionalismo bianco, insieme ai neri, agli immigrati, ai musulmani alle persone trans e qeer. La nostra sicurezza è legata alla sicurezza di tutti, e nessuno di noi è libero se non lo siamo tutti. Attaccare individui ebrei o spazi comunitari per il fatto di essere ebrei, o incolpare il popolo ebraico per le azioni del governo israeliano, è antisemita, inaccettabile e palesemente contrario ai valori del nostro movimento. Il nostro movimento per la giustizia in Palestina si afferma fermamente come antirazzista, il che ovviamente include l’opposizione a tutti gli atti di antisemitismo». Per avere una comprensione più esatta di che cosa sia l’antisemitismo è necessaria la disamina della risposta alla seconda domanda. «Che cos’è l’antisionismo? Essere antisionisti significa opporsi all’ideologia politica del sionismo, che ha portato all’espulsione di 750.000 palestinesi indigeni dalle loro terre e dalle loro case. Significa opporsi alla creazione di uno stato-nazione con diritti esclusivi per gli ebrei rispetto agli altri abitanti della terra. L’antisionismo sostiene la liberazione e la giustizia per il popolo palestinese, incluso il diritto al ritorno alle proprie case e alle proprie terre. Gli antisionisti credono in un futuro in cui tutti gli abitanti della terra vivano in libertà, sicurezza e uguaglianza. Il sionismo suggerisce che gli ebrei abbiano bisogno di uno stato-nazione suprematista per rispondere alla vera questione della sicurezza ebraica. Noi invece crediamo che ovunque vivano nel mondo gli ebrei debbano essere al sicuro. La vera sicurezza non nasce da armi, posti di blocco, muri e uno stato di polizia. La vera sicurezza si costruisce attraverso la solidarietà autentica con tutti coloro che lottano per un mondo più libero». Ho trovato una certa sintonia nelle affermazioni della rabbina Alissa Weis con quanto affermato dai rappresentanti di tutte le Chiese cristiane di Palestina nel documento Kairos Palestine II – «Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio». Il documento è stato presentato il 14 novembre 2025 a Betlemme. Molto chiari alcuni passi su antisemitismo/antisionismo: «Rifiutiamo l’oppressione e l’ingiustizia prodotte dalla teologia del razzismo, del colonialismo e della supremazia etnica incarnata dal sionismo cristiano, una teologia che ha prodotto l’apartheid, la pulizia etnica e il genocidio delle popolazioni indigene …» (3.7). Con chiarezza, il documenta rifiuta l’accusa strumentale di antisemitismo: «Condanniamo tutti coloro che sfruttano e sostengono l’accusa di antisemitismo per mettere a tacere la voce palestinese della verità. Respingiamo ogni tentativo di confondere l’antisemitismo con l’opposizione all’apartheid e con la pressione esercitata affinché Israele sia chiamato a rispondere delle proprie responsabilità ai sensi del diritto internazionale […] L’uso improprio del termine antisemitismo distorce e oscura la realtà del vero antisemitismo che ancora esiste nel nostro mondo e che condanniamo con forza insieme a tutte le forme di razzismo, esclusione e pregiudizio, compresa l’islamofobia. L’ideologia sionista sostiene di rappresentare e proteggere il popolo ebraico, ma così facendo ha confuso “ebreo” e “sionista” come se fossero la stessa cosa. Non tutti gli ebrei sono sionisti e non tutti i sionisti sono ebrei. Questa confusione ha arrecato un grave danno al giudaismo stesso e alla sua immagine in tutto il mondo» (3.8). Il DDL sull’antisemitismo si prefigge espressamente di adottare la definizione di antisemitismo propagandata dall’IHRA – International Holocaust Remembrance Alliance (Alleanza Internazionale per la memoria dell’Olocausto), un’organizzazione intergovernativa che raggruppa 34 Paesi, tra cui lo stesso Stato di Israele ed il suo principale alleato, gli Stati Uniti d’America e che, per questo motivo, non può essere considerata imparziale. Riporto le conclusioni a cui giunge la Circolare Nazionale Luglio – Agosto 2026 della Rete Radié Resch, a cura di Marco Lacchin della Rete di Varese, dopo un’analisi minuziosa del disegno di legge: «È del tutto evidente che, in questo momento storico, ricondurre all’antisemitismo – e quindi stigmatizzare per legge – la richiesta che lo Stato di Israele rispetti determinati standard umanitari (ad esempio che nelle azioni belliche sia tutelata la popolazione civile) o l’equiparazione di alcune sue condotte alla politica nazista (è di questi giorni la notizia che i prigionieri vengono identificati tramite un numero scritto sulla fronte), significa di fatto imbavagliare la libertà di espressione delle migliaia di persone che, in Italia come nel resto del mondo, ritengono che a Gaza sia in atto un genocidio e che il governo israeliano si stia sempre più macchiando di crimini di guerra e contro l’Umanità. Con buona pace del vuoto richiamo al diritto costituzione di libera espressione del pensiero. Quella che inizialmente appare come una legge giusta ed equilibrata si rivela, quindi, il tentativo di delegittimare chi critica e censura tutto questo». Non potendo partecipare di persona alla manifestazione il 9 settembre davanti a Montecitorio, sarò presente al “Presidio stabile per la Palestina di Cagliari” imbavagliato con un fazzoletto bianco insieme alle compagne e ai compagni per denunciare la legge/bavaglio del DDL sull’antisemitismo. ———————— [1] Ciò che accade a Gaza non è provocato dalla religione. Un’intervista alla Rabbina Alissa Weis, in Angela Zammuto, a cura di, Gaza ferita aperta dell’umanità. Tomo 1 Il sentire palestinese, il contesto disumanizzante e la solidarietà globale, Quaderni Satyāgraha, n° 49, Centro Gandhi Edizioni, Pisa 2026. La rabbina Alissa Wise, direttrice fondatrice di  Rabbis for Ceasefire (Rabbini per il cessate il fuoco) e co-fondatrice del Jewish Diaspora Movement. È stata co-direttrice esecutiva ad interim di Jewish Voice for Peace. Cresciuta in una comunità sionista negli Stati Uniti, è stata arrestata insieme a un gruppo di altri sette rabbini mentre cercava di consegnare aiuti a Gaza, durante la Pasqua ebraica, il 26 aprile 2024. [2] Seguono alcuni esempi di violenza antisemita dei nazionalisti bianchi verificatisi negli States nell’ultimo decennio. Pierpaolo Loi
September 7, 2026
Pressenza
Veneto: criticare Israele non è antisemitismo
La Rete Veneta dei Comitati per la Palestina ADERISCE al Presidio-Maratona Nazionale a Roma, di fronte a Montecitorio, contro l’ approvazione del DDL 1004 “ antisemitismo” , che inizierà mercoledì 9 settembre alle ore 13.00 e PROMUOVE, a partire da martedi 8 settembre in tutto il territorio regionale, in collaborazione con diverse realtà della società civile, presidi, assemblee, volantinaggi e iniziative di sensibilizzazione. ’ involuzione totalitaria. La libertà di opinione, la libertà di parola, il diritto a una informazione senza censure è sotto attacco, invitiamo tutte le forze democratiche a farsi barriera civile contro l IL DISSENSO NON SI SILENZIA, LA SOLIDARIETA’ NON SI PROCESSA: CRITICARE ISRAELE NON E’ ANTISEMITISMO In particolare, gli appuntamenti: Martedì 8 settembre h17,00 Piazzale Roma- Venezia h 21,00 piazza Flaminio– Vittorio Veneto Mercoledì 9 settembre h 18,00 piazza della Libertà- Marcon (VE) h 18,30 piazza Brà– Verona h 18,30 piazza Caduti– Mogliano Veneto (Tv) h 18,30 piazza della Libertà– Bassano del Grappa (Vi) h 18,30 piazzetta Cavour– Pordenone h 19.00 via Cima– Feltre (Bl) h 19,30 piazza Indipendenza– San Donà di Piave (Ve) Giovedì 10 settembre h 18,30 piazza Borsa (Tv) Riferimenti della campagna nazionale: https://pressingweb.altervista.org/2026/08/criticare-israele-non-e-antisemitismono-alla-norma-bavaglio/ Ettore Macchieraldo
September 7, 2026
Pressenza
Cuba come il Venezuela
Su quanto accaduto dopo il sequestro del legittimo presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti e sulle scelte del governo presieduto ad interim da Delcy Rodriguez si è scritto molto, c’è chi appoggia la scelta della presidente di aver accettato di ristabilire relazioni diplomatiche con Washington, c’è chi invece urla al tradimento. Il recente accordo con gli Stati Uniti che concede al paese a stelle e strisce la gestione di 17 pozzi petroliferi, che equivalgono a circa 65 miliardi di barili di greggio, ha amplificato le critiche al governo di Caracas da parte di coloro che vedono nelle scelte di Rodriguez un tradimento del popolo venezuelano. Chi sostiene le scelte dell’attuale esecutivo venezuelano mette in primo piano la situazione precedente all’intervento militare della Casa Bianca nel quale è stato rapito Nicolas Maduro, ovvero il fatto che il Venezuela era di fatto con la pistola alla tempia. Con questa giustificazione si accettano le successive, da molti considerate un tradimento, scelte dell’attuale governo. Non mi voglio soffermare sul fatto se Delcy Rodriguez abbia fatto bene a seguire le direttive imposte dalla Casa Bianca, ma voglio ampliare il raggio delle conseguenze di queste scelte su altre realtà politiche del continente americano. Il mio sguardo non può che soffermarsi su Cuba. Come detto il Venezuela aveva la pistola alla tempia e dunque ha accettato di sottomettersi agli Stati Uniti, mia opinione personale, molti mi criticheranno per questa affermazione, ma, scusate, è quello che penso. Quindi, seguendo la narrazione imposta dagli Stati Uniti e appoggiata dai loro vassalli, Unione Europea compresa, il governo di Nicolas Maduro, non era legittimo, era reo di aver incarcerato gli oppositori, di aver costantemente violato i diritti umani dei cittadini venezuelani, di non essere in grado di amministrare il proprio paese e di essere, chiaramente, corrotto. Una narrazione che specularmente e costantemente viene portata avanti anche nei confronti di Cuba. La domanda che adesso faccio è la seguente: se il Venezuela aveva la pistola alla tempia e ha accettato il rapimento di Nicolas Maduro e le successive imposizioni della Casa Bianca perché Cuba non dovrebbe fare lo stesso visti i disagi che quotidianamente la popolazione soffre a causa del blocco statunitense? Una domanda scomoda, ma inevitabile. Cuba ha la pistola alla tempia da oltre sessanta anni, una canna puntata alla testa da quando la rivoluzione, nel 1959, ha cacciato Fulgencio Batista e i suoi mafiosi dall’isola. Se per il Venezuela aver deciso di allinearsi alle direttive degli Stati Uniti ha rappresentato la soluzione, anche se temporanea, come qualcuno afferma un po’ candidamente dimenticandosi che quando abbandoni il sistema socialista, con tutti i distinguo del caso venezuelano, è impossibile ritornare indietro, e come afferma Rodriguez, facilita “un importante flusso di investimenti destinati al recupero e alla ricostruzione di infrastrutture strategiche per lo sviluppo della nostra industria”, allora perché Miguel Diaz Canel non dovrebbe decidere volontariamente di abbandonare Cuba e lasciare ai gringos, quelli che avrebbero permesso al Venezuela di progredire economicamente, di non sbarcare sulle spiagge cubane con tutti i loro inevitabili benefici. Se il Venezuela non aveva altra alternativa che subire le imposizioni di Donald Trump e del suo socio Marco Rubio, perché quelli che adesso proclamano che Caracas è in una fase attendista, una fase temporanea, un momento in cui la rivoluzione bolivariana può anche fare un passo indietro per poi farne due avanti, continuano a sostenere la lotta e la resistenza cubana? Se il governo di Delcy Rodriguez si sta muovendo sulla giusta strada per un rilancio economico del paese sud americano, svendendo tutto all’amico Trump, allora anche a Cuba il governo di Miguel Diaz Canel si dovrebbe dimettere in blocco e lasciare che gli Stati Uniti si approprino delle poche risorse dell’isola mettendo fine al progetto rivoluzionario portato avanti da oltre sessanta anni dal popolo cubano e, finalmente, rendere la vita dei suoi cittadini, vivibile e meno difficile. Ma stranamente quelli che appoggiano, con argomenti vari e discutibili, le nuove scelte di Caracas, quando si parla di Cuba, restano fedeli alla rivoluzione. Un po’ di coerenza sarebbe gradita. Il Venezuela ha perso la sua battaglia, gli Stati Uniti, grazie alle connivenze di settori non del tutto fedeli a Nicolas Maduro, anche questa una mia impressione, discutibile, ma se mi permettete legittima, hanno vinto. Chiamiamo le cose con il loro nome, per favore. Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info Ettore Macchieraldo
September 7, 2026
Pressenza
Torino ha corso per Gaza
“Meno male che non ha fatto tanto caldo” ha commentato sotto il palco più di un partecipante alla manifestazione di stamattina domenica 6 settembre. La camminata/corsa/passeggiata/manifestazione (ogni partecipante, infatti, si è posizionato nell’evento in base al proprio passo) si è svolta in un clima soleggiato ma relativamente fresco. Non che la minaccia dell’afa abbia comunque scoraggiato la partecipazione all’evento organizzato da Arci Torino, Uisp Torino, Azeytouna, Global Sumud Flottilla, Freedom Flottilla e Torino per Gaza a cui hanno aderito 84 tra associazioni ed organizzazioni cittadine e che ha ottenuto il patrocinio del Comune di Torino. Proprio il patrocinio era stato contestato dai partiti dell’opposizione che di questa manifestazione avevano solo intravisto e additato la presenza delle organizzazioni che in questi anni hanno animato le proteste per la Palestina (il fantasma di Askatasuna aleggia onnipresente). Gli oltre 3500 iscritti si sono assiepati nel punto di ritrovo davanti al Palazzo di Architettura del Valentino ed hanno proseguito lungo i Murazzi, Corso San Maurizio, Corso Regina Margherita fino ad arrivare in Piazza della Repubblica, tra loro i veri corridori, ma anche gente in cammino, gruppi di amici e famiglie con bambini. L’obiettivo era duplice: da un lato sostenere finanziariamente l’attività in Palestina di Emergency e di Medici Senza Frontiere, dall’altro mantenere acceso il riflettore sulla situazione nella striscia di Gaza, dove le pratiche genocide israeliane stanno proseguendo imperterrite nonostante il “cessate il fuoco”. Da questo punto di vista l’evento può dirsi pienamente riuscito. La partecipazione della cittadinanza torinese ha dimostrato che almeno qui l’attenzione su Gaza rimane alta e la preoccupazione per gli eventi funesti che si stanno succedendo è elevata. Lo dicono i vincitori premiati chiamati a dire due parole: “Io sono qui, ho una bimba piccola di tre anni quindi per me era impensabile non essere qui pensando proprio ai bambini di Gaza”, lo dicono i tanti che hanno condiviso la loro presenza sui social: “A Gaza ancora si muore, ricordarcelo con Run To Gaza è qualcosa”, lo dicono gli organizzatori nei discorsi finali dal palco. Daniele Mandarino per l’ARCI: “Gaza non è sola … siamo qui perché di fronte al genocidio del popolo palestinese abbiamo deciso di non rimanere spettatori … perché la solidarietà non è pietà, la solidarietà è una scelta politica, significa scegliere da che parte stare quando un popolo viene privato della propria terra e della propria libertà dei propri diritti. Quello che sta accadendo a Gaza non è una tragedia senza responsabili, è il risultato di scelte politiche, è il risultato dell’occupazione dell’assedio della negazione sistematica dei diritti del popolo palestinese. Gaza non riguarda soltanto Gaza, Gaza ci racconta il mondo nel quale stiamo entrando, un mondo in cui la guerra rappresenta la forma normale della politica … ci stanno dicendo che dobbiamo abituarci alle guerre … abituarci ai morti nel mediterraneo … no, non vogliamo abituarci perché la guerra non è ineluttabile, il riarmo non è inevitabile, sono scelte politiche, scelte portate avanti da governi, classi dirigenti ed interessi economici.” Sara per Torino per Gaza “Dobbiamo ricordarci che il genocidio del popolo palestinese inizia prima del 2023, che c’è in Palestina un sistema di apartheid da quasi ottant’anni e che c’è un popolo che continua a lottare ed a vivere giorno dopo giorno per realizzare il progetto di rivedere la propria terra libera. La responsabilità che abbiamo noi oggi, prima di tutto come esseri umani, in secondo luogo come persone coscienti, è di interessarci a queste cause per costruire, mattone dopo mattone, un mondo che non permetterà più guerre e genocidi” Straordinaria la copertura mediatica da parte di Aljazeera che manda l’evento in diretta https://www.youtube.com/watch?v=NSyKUU8qCXU Grande successo anche per il concerto al Bunker che ha esaltato il meglio della multietnicità di Barriera di Milano (quartiere di Torino ndr) con la presenza di numerosissime famiglie magrebine venite ad ascoltare la star della serata Cheb Bachir. E il suono della musica magrebina ha fatto ballare tutti, giovani e meno, italiani e testo del mondo in un unica danza per Gaza. Run to Gaza è stato dedicato ad Alex Amendolia, sindacalista e attivista del movimento BDS scomparso la scorsa settimana. Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. City Counselor Abdullahi Ahmed takes part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Redazione Torino
September 7, 2026
Pressenza
La vita dei bambini al fronte
Ostaggi dei propri genitori: la polizia non riesce ad evacuare i bambini dalle città a ridosso del fronte. 17 luglio 2026 – Alina Evych – Marharyta Fal FRONTLINER Ucraina Una gita per comprare un gelato si è conclusa bruscamente per una bambina di sei anni quando uno sciame di droni nemici ha sorvolato la zona e uno di essi ha colpito un edificio vicino. La gente ha urlato e la madre l’ha trascinata appena in tempo nella tromba delle scale di un edificio a caso che aveva notato. La bambina spaventata non piange. È silenziosa, respira a fatica e ascolta attentamente per capire se deve buttarsi a terra. Questa è l’infanzia di migliaia di bambini nelle città a ridosso del fronte. Vivono in edifici bombardati o in scantinati, perché i loro genitori hanno scelto di non evacuare dalla linea del fronte. Frontliner spiega perché la polizia non può ancora aiutare questi bambini, nonostante sia stata promulgata una legge pensata per risolvere questo problema. “La nostra sistemazione in cantina è onestamente migliore di quella che offrono attualmente nei rifugi” . afferma Veronika Koval. Olia Koval, una bambina di sei anni di Kramatorsk, si è nascosta due volte in un solo giorno dai droni russi: la mattina si è rifugiata sotto un albero in un parco; la sera si è nascosta in un negozio vicino quando un drone FPV si è lanciato nella sua direzione. È in grado di distinguere dal suono se si tratta di un attacco missilistico, di un raid di droni o di un colpo di artiglieria, compreso il rumore delle esplosioni di munizioni a grappolo in città. Agli inizi di giugno, quando le forze di occupazione bombardarono il centro di Kramatorsk, cadde sul marciapiede e si sbucciò gravemente le ginocchia. Sua madre, Veronika Koval (nome cambiato per motivi di sicurezza – ndr), racconta che la figlia pianse per ore, turbata per aver sporcato il suo vestito nuovo e spaventata dall’esplosione avvenuta nelle vicinanze. La famiglia di Olia si è trasferita da Pokrovsk nel 2024, lasciandosi alle spalle una casa, un appartamento e un’attività commerciale. Ora, evacuare da Kramatorsk è una decisione molto difficile per i genitori di Olia: hanno acquistato l’appartamento in cui vivono con i soldi messi da parte per le emergenze. Non hanno più un posto dove andare. « Nostra figlia ha la sua stanza qui, tutta sistemata, e c’è un seminterrato che tutti noi abbiamo sistemato con una colletta. Abbiamo finito la ristrutturazione a maggio: abbiamo installato un sistema di ventilazione, comprato generatori e carburante, e c’è anche un pozzo. Condividiamo lo spazio con altre due famiglie, così ognuno ha la sua area. Ci sono persino dei materassi, praticamente nuovi. La nostra sistemazione in cantina è onestamente migliore di quella che offrono nei rifugi in questo momento. Perché dovremmo andarcene? Chiunque qui pensi di non poter sopravvivere se n’è già andato. Noi resisteremo», dice Veronika Koval. La linea di contatto del fronte rimane a 15 chilometri da Kramatorsk, dove è presidiata dalle Forze di Difesa ucraine. Non è stato ordinato alcun ordine di evacuazione, ma decine di famiglie hanno già dichiarato che non se ne andranno nemmeno se tale ordine venisse impartito. Veronika aggiunge che potrebbe cambiare idea se i combattimenti si avvicinassero come a Druzhkivka. Per ora, però, escludono l’evacuazione. Sono rimasti durante l’occupazione. Ora sono costretti a evacuare Viktoriia Melnyk (nome cambiato per motivi di sicurezza – ndr) viveva già sotto occupazione a 13 anni. Le forze russe occuparono il suo villaggio, Komyshany nella regione di Kherson, nei primi giorni dell’invasione su vasta scala. Nell’arco di sei mesi, le truppe russe perquisirono lei e sua madre per ben quattro volte, alla ricerca di soldati nascosti. Veicoli blindati per il trasporto truppe percorrevano le strade e uomini armati chiedevano continuamente documenti. Era terrificante, ma non c’era via d’uscita dall’occupazione. Quando il villaggio fu liberato, la famiglia rimase a casa. Non evacuarono fino a tre anni e mezzo dopo, quando i droni russi incendiarono le case vicine. Ma le famiglie con bambini vivono ancora nei villaggi circostanti, rischiando la vita al prossimo attacco. «La situazione attuale è pericolosa ovunque. Non saremmo al sicuro da un missile o da un attacco di droni da nessuna parte», ribatte la madre Oksana Melnyk (nome cambiato per motivi di sicurezza – ndr). Secondo l’unità speciale di polizia “Angelo Bianco”*, all’inizio di giugno 2026, circa 50 bambini si trovavano ancora nella “zona grigia” nella regione di Kherson. Le famiglie che vivono ancora lì rappresentano i casi più difficili: si rifiutano di lasciare le proprie case nonostante assistano quotidianamente ai bombardamenti russi su Kherson, con il coinvolgimento di circa 500 droni nemici. Anche le squadre di evacuazione sono spesso bersaglio di attacchi. * Nota del redattore: Angelo Bianco è un’unità speciale della Polizia Nazionale ucraina che si occupa dell’evacuazione di civili, compresi i bambini, dalle zone di prima linea e di combattimento. “Inoltre, le forze russe minano Kherson a distanza, esponendo famiglie con bambini al rischio di esplosione” afferma Serhii Tarasenko, capo della protezione civile presso l’Amministrazione militare regionale di Kherson. Durante l’evacuazione di Viktoriia e di sua madre, un rilevatore di droni ha individuato un drone russo che sorvolava la loro auto. La squadra di soccorso è riuscita a bloccare il drone e a mettersi in salvo. Tuttavia, queste operazioni diventano ogni giorno più rischiose, rendendo più difficile il salvataggio delle persone. Nella regione di Donetsk, i bambini venivano nascosti in scatole per poter superare i posti di blocco senza essere notati dalle autorità. Il 2 marzo 2026, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha firmato una legge che autorizzava l’evacuazione forzata dei bambini dalle zone di combattimento senza il consenso dei genitori. Gli attivisti per i diritti umani hanno lanciato l’allarme: la legge era incompleta. Non specificava dove i bambini evacuati sarebbero stati ospitati, chi se ne sarebbe preso cura e per quanto tempo sarebbero rimasti separati dai genitori. Non era chiaro se la polizia potesse usare manette o armi nel caso in cui gli adulti avessero opposto resistenza violenta all’evacuazione. La Verkhovna Rada, l’organo legislativo ucraino, aveva il compito di risolvere questi problemi entro tre mesi, ovvero entro maggio. Tuttavia, a giugno 2026, la legge n. 4779-IX non è ancora applicabile, poiché è in conflitto con altre leggi, comprese quelle che vietano di allontanare i minori dai genitori o dai tutori. L’evacuazione forzata dei bambini nella regione di Kherson procede senza incidenti di rilievo e relativamente nei tempi previsti; tuttavia, nella regione di Donetsk la situazione è ben diversa. Alcuni residenti di Donetsk vivono a ridosso del territorio occupato dalla Russia dal 2014. I bombardamenti erano rari e vivere a soli due chilometri dalla linea di demarcazione era considerato sufficientemente sicuro. “Ad Avdiivka, una nonna e un nonno tenevano la nipotina rinchiusa in uno scantinato. La bambina, a causa delle condizioni di vita precarie, non riusciva a sopportare il peso della malattia” dice Pavlo Diachenko, portavoce della polizia di Donetsk. Quando nel 2022 la linea del fronte ha iniziato a spostarsi rapidamente, molti sfollati si sono trasferiti nelle città vicine, convinti di poter “aspettare” la fine della fase attiva dei combattimenti vicino alla linea del fronte, come avevano fatto nel 2014. “Molti non credono che le forze di occupazione nella zona di guerra stiano effettivamente attaccando i civili, comprese donne e bambini”, afferma il portavoce della polizia di Donetsk, Pavlo Diachenko. Alcuni dubitano persino che le foto delle città distrutte siano reali. Ciò che sembra spaventarli davvero è lo sfratto forzato dalle proprie case. Nella zona di fuoco, gli agenti degli Angeli Bianchi devono perquisire gli scantinati alla ricerca di famiglie con bambini, poiché questi si nascondono lì. «Ad Avdiivka, una nonna e un nonno tenevano la nipotina in cantina. Il cuore della bambina non reggeva alle condizioni in cui viveva. La piccola è morta e l’anziana coppia è rimasta ad aspettare i russi. Quando la città è stata occupata, sono finiti in un video in cui ringraziavano le forze russe per la loro “liberazione”, senza nemmeno accennare alla tragedia che aveva colpito la loro famiglia. Si sono limitati a ripetere i soliti slogan propagandistici», racconta Diachenko. Nel 2023, l’Amministrazione militare regionale di Donetsk ha vietato ai genitori di rientrare nella “zona grigia” con i figli. Ma fino a poco tempo fa, le famiglie continuavano a tornare a Kostiantynivka. I bambini venivano nascosti in borsoni per non essere individuati ai posti di blocco. Una famiglia con un bambino piccolo ha tentato di tornare a Pokrovsk attraversando zone minate e campi. Alcune di queste famiglie sono state evacuate dalle cinque alle sette volte. Diachenko aggiunge che la situazione nella regione di Donetsk è ormai così pericolosa che raramente si rende necessario ricorrere all’evacuazione forzata: quando i bambini vengono avvistati in una zona soggetta a evacuazione obbligatoria, come Druzhkivka, i genitori di solito acconsentono senza esitazione ad evacuare il giorno stesso. I genitori si nascondono nei seminterrati invece di rivolgersi agli attivisti per i diritti umani. Quando, all’inizio del 2022, emerse la necessità di evacuare i bambini dai bombardamenti, il governo reagì con lentezza, ammette Dmytro Mykhalov, rappresentante del Difensore civico per le regioni di Donetsk e Luhansk. Non esisteva una politica chiara su come evacuare i bambini, se fosse opportuno farlo o se avessero l’autorità di intervenire le forze dell’ordine. La responsabilità delle evacuazioni fu affidata a una nuova unità di polizia, l’Angelo Bianco. Ma fino al 2026, l’evacuazione richiedeva il consenso dei genitori o del tutore, e spesso i genitori si rifiutavano di partire o addirittura sceglievano di aspettare le forze russe. Di conseguenza, centinaia di bambini ucraini finirono sotto occupazione. Per allontanare i bambini in questi casi, le forze dell’ordine si sono affidate a uno strumento legale diverso: l’articolo 170 del Codice di famiglia ucraino, che consente di allontanare i minori dalle loro famiglie, senza privare i genitori dei loro diritti, se la loro vita è a rischio nel luogo in cui vivono. Durante l’evacuazione di Pokrovsk, le autorità hanno applicato questo articolo 10 volte, ma ogni caso ha richiesto la redazione di rapporti formali, il ricorso in tribunale e mesi di attesa per una sentenza. «Dei 10 bambini evacuati con questa procedura, sette sono tornati dai genitori. Per gli altri tre, le autorità hanno provveduto alla revoca della potestà genitoriale e al collocamento dei bambini in affidamento», afferma Mykhalov. Ciò nonostante, sia allora che oggi, i genitori potrebbero presentare una controquerela per contestare la legalità dell’azione della polizia. «La vita di un bambino non è sempre considerata una priorità. A volte arriva una causa e i giudici si pronunciano a favore dei genitori che hanno tenuto il figlio lontano dai bombardamenti. I giudici interpretano la legge sui diritti dei genitori e dei figli in modo diverso», spiega Mykhalov. “Affinché il meccanismo funzioni a pieno regime,abbiamo bisogno di regolamenti che definiscano nel dettaglio la procedura di evacuazione” aggiunge Mykhalov. Poiché la legge sull’evacuazione forzata è ancora priva di un meccanismo di attuazione, esiste il rischio che i giudici possano dichiarare illegali le azioni di White Angel. Alcune disposizioni devono essere finalizzate per proteggere le forze dell’ordine da tale rischio. «Affinché il meccanismo funzioni a pieno, abbiamo bisogno di regolamenti che definiscano nel dettaglio il processo di evacuazione: da dove e verso dove un bambino può essere portato, dove soggiornerà prima di essere affidato a un tutore, chi svolgerà il ruolo di tutore e chi lo supervisionerà» aggiunge Mykhalov. Nessuno dovrebbe privare un bambino del diritto alla vita e alla salute. Nemmeno i genitori. Mykhalov afferma che dal 2023 non sono state presentate denunce contro White Angel per evacuazioni forzate nella regione di Donetsk. I bambini vengono evacuati da zone prive di elettricità, acqua corrente e copertura per telefoni cellulari. Le persone hanno paura di uscire e si nascondono nei seminterrati per non essere trovate dalla polizia o uccise dalle forze di occupazione. “Ciò che conta di più è la vita, soprattutto quella dei bambini. Quindi, se mai dovesse arrivare una denuncia del genere da una zona di evacuazione forzata, saremmo dalla parte degli ‘Angeli’ se non sono in grado di garantire la sicurezza del proprio figlio, sarà lo Stato a proteggerlo”, afferma Mykhalov, rappresentante del Commissario per i Diritti Umani della Verkhovna Rada nella regione di Donetsk ***’ Ciao, siamo Alina e Marharyta, le autrici di questo articolo. Grazie per averlo letto fino alla fine. Vivere vicino alla linea del fronte c’è un pericolo mortale, e alcuni genitori hanno condannato i propri figli a un’infanzia sotto i bombardamenti, mentre le forze di occupazione cercano di uccidere chiunque si muova e danno la caccia ai civili in quello che è diventato noto come un “safari umano”. La legge sull’evacuazione dei minori era stata pensata per dare alla polizia maggiore libertà d’azione nel trasferire i bambini dalle zone di prima linea. Ma il sistema legale può ancora considerare illegale un’evacuazione imposta dalla polizia. Ogni storia inizia con il tuo supporto. Unisciti alla comunità di Frontliner per permetterci di continuare a documentare la guerra della Russia contro l’Ucraina, sia in prima linea che nelle retrovie. Alina Evych Giornalista Dal 2018 si occupa di temi sociali e bellici e, da marzo 2022, è corrispondente di guerra. Lavora principalmente nelle regioni di Donetsk e Kharkiv. Ciò che più le sta a cuore è la fiducia delle persone che incontra e gli eroi che ritrae nei suoi reportage. Predilige argomenti che valgono il rischio, perché il risultato ripaga di ogni sforzo. Oggi, il suo obiettivo principale è creare contenuti unici e significativi che rimangano impressi nella memoria delle persone. Fa parte del team di Frontliner da luglio 2025. Marharyta Fal Fotografa Si concentra nel documentar sulla vita dei civili Redazione Roma
September 6, 2026
Pressenza
Quando l’antisemitismo lo fa chi pretende di combatterlo
Lion Udler, cogestore del canale Telegram «Israele senza filtri», nel quale quotidianamente vengono pubblicati contenuti violentemente ostili ai musulmani e difese del genocidio compiuto da Israele, ha recentemente pubblicato il post riprodotto nell’immagine. Udler ha fatto parte di un’unità speciale antiterrorismo dell’esercito israeliano, ed oggi è attivo come commentatore e analista sui temi della sicurezza, dell’antiterrorismo e della strategia militare israeliana; Shalom, la testata della Comunità ebraica di Roma, lo ha inoltre presentato come esperto di intelligence e controinformazione. Gestisce un proprio canale Telegram in italiano dedicato a Israele e al mondo arabo-islamico, seguito da decine di migliaia di persone.¹ E questo suo post è particolarmente interessante, perché mostra uno dei cortocircuiti più grotteschi ai quali può condurre la pretesa di sovrapporre 𝙚𝙗𝙧𝙚𝙞, 𝙨𝙞𝙤𝙣𝙞𝙨𝙢𝙤 e 𝙎𝙩𝙖𝙩𝙤 𝙙’𝙄𝙨𝙧𝙖𝙚𝙡𝙚 fino a renderli sostanzialmente sinonimi. Udler, rivolgendosi ad alcuni ebrei che hanno espresso solidarietà ad Alessandro Di Battista, dice loro che – non sono «in grado di identificare il nemico»; – sono «deboli»; – devono «alzarsi e difendersi»; E, soprattutto: «𝗖𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗲𝗿𝗲𝘁𝗲 𝗮 𝘀𝘂𝗯𝗶𝗿𝗲 𝗹’𝗮𝗻𝘁𝗶𝘀𝗲𝗺𝗶𝘁𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝘀𝗶𝗲𝘁𝗲 𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶». Vale la pena soffermarsi sulla mostruosità di questa frase. Delle persone ebree vengono insultate perché hanno espresso una posizione politica che Udler non condivide e viene spiegato loro che, qualora subissero antisemitismo, in qualche modo se lo sarebbero cercato: perché non avrebbero saputo riconoscere «il nemico», perché sarebbero state troppo deboli, troppo dialoganti, troppo poco inclini all’«attacco». In pratica: 𝙨𝙚 𝙨𝙚𝙞 𝙚𝙗𝙧𝙚𝙤, 𝙙𝙚𝙫𝙞 𝙥𝙚𝙣𝙨𝙖𝙧𝙚 𝙙𝙖 𝙚𝙗𝙧𝙚𝙤. E cosa debba pensare un ebreo lo decide, evidentemente, Lion Udler. Ed è qui che si manifesta il paradosso. Perché una delle caratteristiche storiche dell’antisemitismo consiste precisamente nel trattare gli ebrei non come individui, ciascuno dotato delle proprie idee politiche, morali e religiose, ma come una collettività omogenea, alla quale attribuire interessi, comportamenti e responsabilità comuni. E non è una mia personale definizione. Persino la controversa definizione operativa dell’𝗜𝗛𝗥𝗔 – quella che viene frequentemente utilizzata proprio per sostenere che certe forme di antisionismo possano diventare antisemitismo – indica tra gli esempi di antisemitismo il «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele». La stessa IHRA precisa inoltre esplicitamente che criticare Israele come si critica qualsiasi altro paese non costituisce, di per sé, antisemitismo.² La 𝗝𝗲𝗿𝘂𝘀𝗮𝗹𝗲𝗺 𝗗𝗲𝗰𝗹𝗮𝗿𝗮𝘁𝗶𝗼𝗻 𝗼𝗻 𝗔𝗻𝘁𝗶𝘀𝗲𝗺𝗶𝘁𝗶𝘀𝗺, elaborata da studiosi dell’antisemitismo, dell’Olocausto e degli studi ebraici, è ancora più esplicita: è antisemita «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché ebrei, come agenti di Israele».³ E il 𝗡𝗲𝘅𝘂𝘀 𝗗𝗼𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁 arriva a contemplare quasi esattamente il fenomeno che vediamo qui: considera antisemita anche denigrare o negare l’identità ebraica di determinati ebrei perché assumono la posizione “sbagliata” su Israele.⁴ Non è quindi necessario inventarsi una nuova definizione di antisemitismo per vedere il problema. 𝗕𝗮𝘀𝘁𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝘀𝘂𝗹 𝘀𝗲𝗿𝗶𝗼 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗴𝗶𝗮̀ 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗼𝗻𝗼. Ed ecco il gigantesco cortocircuito. Per combattere quello che considera antisemitismo, Udler finisce per adottare proprio una concezione essenzialista dell’ebreo: l’ebreo dovrebbe riconoscere determinati nemici, sostenere determinate politiche, schierarsi con Israele e considerare chi denuncia i crimini israeliani non un interlocutore politico ma «𝗶𝗹 𝗻𝗲𝗺𝗶𝗰𝗼». Se non lo fa, diventa un ebreo «fesso», «debole», incapace persino di comprendere quale debba essere il proprio interesse. L’antisemitismo non è qualcosa che un ebreo subisce perché non è stato sufficientemente aggressivo. Non è la conseguenza dell’avere solidarizzato con Di Battista, con Francesca Albanese, con i palestinesi o con chiunque altro. La responsabilità dell’antisemitismo appartiene a chi pratica l’antisemitismo, non all’ebreo che non si è comportato come qualche nazionalista pretendeva che si comportasse. Il 𝙫𝙞𝙘𝙩𝙞𝙢 𝙗𝙡𝙖𝙢𝙞𝙣𝙜 del generico ebreo in quanto non “ebreo” secondo canoni prestabiliti di ebraismo è dunque una delle più ripugnanti forme di antisemitismo. C’è infine nel post un altro piccolo capolavoro retorico: Udler parla del «genocidio del 7 ottobre» e, poche parole dopo, del «inventato genocidio» di Gaza. Ora, sui crimini del 7 ottobre non c’è alcuna necessità di edulcorare alcunché: Hamas e altri gruppi armati palestinesi sono responsabili di crimini di diritto internazionale. La Corte Penale Internazionale aveva emesso un mandato d’arresto nei confronti di Mohammed Deif, mentre il procuratore aveva richiesto mandati anche per Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh; le loro successive uccisioni extragiudiziali da parte di Israele hanno impedito che quei procedimenti potessero giungere a compimento. Ma chiamare quegli attacchi «genocidio» mentre si liquida come «inventato» quello di Gaza significa curiosamente pretendere per la prima qualificazione giuridica una certezza che si nega alla seconda, nonostante sul genocidio di Gaza esista ormai una vastissima documentazione. Amnesty International, dopo un’indagine che ha preso in esame uccisioni, distruzione delle infrastrutture civili, sfollamento forzato, ostacoli agli aiuti umanitari e dichiarazioni dei vertici politici e militari israeliani, ha concluso nel dicembre 2024 che Israele ha commesso e continua a commettere genocidio contro i palestinesi di Gaza.⁵ Ad Amnesty si accompagnano una commissione ONU, i rapporti di Francesca Albanese e molteplici altre ONG e esperti di genocidio e olocausto, anche israliani, come B’Tselem e Omer Bartov. Si può naturalmente contestare quella conclusione giuridica, ma definire il genocidio di Gaza semplicemente «inventato» significa far sparire non una qualche fantasia dei social network, bensì conclusioni argomentate e documentate di importanti organizzazioni internazionali per i diritti umani. Ed è forse proprio questo il punto più importante. 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝘀𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗮𝗻𝘁𝗶𝘀𝗲𝗺𝗶𝘁𝗶𝘀𝗺𝗼 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗲𝗯𝗿𝗲𝗶, 𝗻𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗼 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗼. Perché gli ebrei non sono un blocco politico monolitico al quale qualcuno possa impartire istruzioni su chi debba essere considerato «il nemico». Pretendere il contrario non è combattere l’antisemitismo, è precisamente riprodurre quella riduzione dell’individuo ebreo a membro di una collettività politica indistinta sulla quale l’antisemitismo ha prosperato per secoli. E farlo mentre si accusa un ebreo dell’antisemitismo che potrebbe subire rende il tutto, se possibile, ancora più osceno. ——— ¹ Shalom, «30 minuti con Lion Udler: Israele, il conflitto e la guerra mediatica», 26 novembre 2023. Udler viene presentato come ex appartenente a un’unità speciale antiterrorismo dell’esercito israeliano ed esperto di intelligence e controinformazione. https://www.shalom.it/…/30-minuti-con-lion-udler…/ ² International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), «Working Definition of Antisemitism», adottata nel 2016. Tra gli esempi indicati figura esplicitamente il «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele»; la stessa definizione precisa che una critica a Israele analoga a quella rivolta a qualsiasi altro paese non può essere considerata antisemita. https://holocaustremembrance.com/…/working-definition… ³ Jerusalem Declaration on Antisemitism, «Guidelines», 2021. La linea guida n. 7 considera antisemita «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché ebrei, come agenti di Israele». https://jerusalemdeclaration.org/ ⁴ Nexus Task Force, «The Nexus Document: Understanding Antisemitism at Its Nexus with Israel and Zionism». Il documento include tra le manifestazioni di antisemitismo il «denigrare o negare l’identità ebraica di determinati ebrei perché sono percepiti come sostenitori della posizione “sbagliata” – troppo critica o troppo favorevole – su Israele». È un passaggio particolarmente pertinente al post di Udler. https://nexusproject.us/nexus-resources/the-nexus-document/ ⁵ Amnesty International, «“You Feel Like You Are Subhuman”: Israel’s Genocide Against Palestinians in Gaza», 5 dicembre 2024. Dopo aver esaminato uccisioni, gravi danni fisici e mentali, distruzione delle infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza, sfollamenti, ostacoli agli aiuti e dichiarazioni di esponenti politici e militari israeliani, Amnesty conclude di avere elementi sufficienti per ritenere che Israele abbia commesso e continui a commettere genocidio contro i palestinesi della Striscia di Gaza. https://www.amnesty.org/…/amnesty-international…/ Fabio Alemagna  · Redazione Italia
September 6, 2026
Pressenza
La definizione di “antisemitismo” dell’IHRA e l’attacco alle libertà accademiche nel panorama internazionale
Il dibattito sul disegno di legge Romeo contro l’antisemitismo si è concentrato sulla definizione operativa dell’antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che il testo legislativo adotta e di cui costituisce l’ossatura portante. La dichiarazione, la cui stessa approvazione, da parte dell’assemblea plenaria dell’IHRA tenutasi a Bucarest nel 2016, è avvenuta in circostanze non del tutto limpide, è stata criticata soprattutto per gli esempi di antisemitismo contemporaneo che propone, e che includono varie forme di critica allo Stato di Israele. Un folto numero di studiosi, anche ebraici, ha proposto di rigettarla e di sostituirla con un altro testo, la Dichiarazione di Gerusalemme del 2021, più attento a distinguere la condanna della politica israeliana dall’odio antiebraico. Sul versante opposto, i sostenitori della dichiarazione di Bucarest (e delle varie proposte legislative sul tema presentate al Parlamento) negano che essa possa produrre la penalizzazione delle critiche allo Stato ebraico, e adducono l’esempio dei molti paesi in cui essa è stata già recepita. Vale quindi la pena di verificare quali risultati abbia effettivamente prodotto l’adozione di quella definizione negli stati e nelle istituzioni che l’hanno assunta come riferimento. Ci concentreremo su uno dei campi in cui tali risultati si sono mostrati con maggiore evidenza, ossia le restrizioni alla libertà accademiche, di insegnamento e di ricerca (per approfondimenti e per l’indicazione delle fonti rimandiamo al numero speciale del 2025, War on Knowledge, della rivista ISPF-LAB – www.ispf-lab.cnr.it). È innanzitutto l’esperienza degli Stati Uniti a mostrare la rilevanza del problema. Durante il primo mandato Trump, un ordine esecutivo del 2019 aveva disposto che, nell’applicazione del Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, le autorità federali tenessero conto della definizione dell’IHRA. Essa veniva così inserita, pur senza diventare una legge, nel quadro amministrativo attraverso il quale le autorità federali possono indagare sulle università e condizionare l’erogazione dei fondi. La questione è diventata più evidente con la seconda presidenza Trump.  All’indomani del suo insediamento, il governo federale ha avviato indagini su numerose università e ha minacciato o sospeso finanziamenti in relazione, tra l’altro, alla gestione di presunti episodi di antisemitismo nei campus e delle proteste a sostegno del popolo palestinese. La Columbia University, di fronte alla minaccia di un taglio di circa 400 milioni di dollari, ha accettato una serie di richieste governative, intraprendendo provvedimenti disciplinari, fino in alcuni casi all’espulsione, nei confronti degli studenti implicati nelle manifestazioni contro il genocidio a Gaza, e disponendo il commissariamento di alcuni dipartimenti, tra cui quello di studi sul Medio Oriente; viceversa Harvard ha scelto inizialmente di resistere e ha subito il congelamento di miliardi di dollari di finanziamenti federali, oltre alla minaccia di revoca delle esenzioni fiscali. Mentre le minacce di tagli si estendevano, nel corso del 2025, a decine di altre università, il Department of Homeland Security inaugurava un giro di vite sulla concessione di visti agli studenti stranieri, numerosi leader delle proteste studentesche a favore della Palestina venivano arrestati e alcuni espulsi dagli USA. L’insieme delle misure adottate nei confronti delle istituzioni educative – di cui la strumentalizzazione dell’antisemitismo è stato il perno centrale – ha spinto la storica Ellen Schrecker a giudicare la politica del governo Trump “molto peggiore” della crociata maccartista del secondo dopoguerra. Un fondamento giuridico di questa serie di provvedimenti è rappresentato proprio dal Titolo VI del Civil Right Act integrato con la dichiarazione dell’IHRA. Essa ha costituito un potente strumento amministrativo per colpire le Università, molte delle quali hanno finito per inserirla nelle loro linee guida al fine di soddisfare le richieste del governo. Se l’attacco alle istituzioni accademiche figurava nel programma MAGA a prescindere dalle implicazioni connesse al conflitto in Palestina, è sulla base della dichiarazione di Bucarest che le proteste e le iniziative antisioniste sono cadute sotto la definizione di antisemitismo, giustificando l’applicazione di provvedimenti restrittivi e punitivi nei confronti delle Università, dei docenti e degli studenti. Il caso tedesco offre un esempio diverso, ma non meno significativo. Nel 2019 la Conferenza dei rettori delle università tedesche ha adottato la definizione dell’IHRA come riferimento per le università al fine dell’identificazione degli episodi di antisemitismo. Negli anni successivi essa è stata incorporata in programmi di formazione, linee guida e pratiche delle istituzioni pubbliche. Anche il Bundestag e diversi parlamenti regionali l’hanno richiamata per indirizzare i finanziamenti pubblici e il supporto istituzionale, condizionandoli al rispetto dei suoi principi. In questo contesto si sono moltiplicati gli interventi volti a impedire iniziative accademiche riguardanti il genocidio in Palestina e le politiche di Israele. Nel novembre 2025, per esempio, la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco ha cancellato il workshop «The Targeting of Palestinian Academia», organizzato dalla cattedra di studi arabi e islamici con la partecipazione di studiosi palestinesi e israeliani. Poco prima era stato annullato all’Università Leibniz di Hannover un workshop organizzato da Udi Raz, colpendo in questo caso una voce del mondo ebraico critica nei confronti dello Stato di Israele. Il susseguirsi di episodi di questo genere ha alimentato in Germania un dibattito sui limiti imposti alla libertà di ricerca e di discussione da quella che si va definendo come l’“eccezione palestinese”. In molti paesi, così come in Germania, la definizione dell’IHRA è stata impiegata per realizzare uno strumento generale di controllo e repressione, spesso su spinta esplicita di gruppi interessati alla strumentalizzazione della lotta contro l’antisemitismo per impedire le critiche alle politiche criminali del governo israeliano, comprimendo gli spazi di libertà di ricerca, di insegnamento e di espressione. Nonostante le critiche ricevute, la dichiarazione di Bucarest è stata adottata o approvata in 43 stati. Nella maggior parte dei casi la sua influenza si esercita non tanto attraverso divieti legislativi espliciti e sanzioni penali, quanto piuttosto attraverso la diffusione capillare di un quadro normativo la cui autorità si afferma attraverso le aspettative istituzionali, le prassi amministrative e i meccanismi di finanziamento; nonché, in molti casi, attraverso la nomina all’interno delle istituzioni educative di soggetti specificamente incaricati di censurare le iniziative che ricadono sotto la sua definizione di antisemitismo, una prescrizione che torna anche nel d.d.l. proposto in Italia. Come ha mostrato uno studio di S. Doğan, D. Della Porta e F. Alagnain recentemente pubblicato in Perspectives on Politics (DOI: 10.1017/S1537592726105672), basato sull’analisi di oltre 120 episodi di repressione nelle università americane e tedesche, tale definizione concorre alla costruzione di un meccanismo di “panico morale” che giustifica a sua volta la sospensione delle garanzie di libertà di ricerca e di espressione nei confronti dei soggetti additati strumentalmente come “antisemiti”. In nome di una pretesa “neutralità” della scienza quella che si va affermando è una criminalizzazione programmatica della critica e del dissenso, che oltre a giustificare provvedimenti punitivi e censori alimenta una tendenza al conformismo e all’autocensura. Alla luce di questi precedenti si evidenzia chiaramente il rischio ben concreto che l’adozione della dichiarazione dell’IHRA prevista dal d.d.l. Romeo possa rafforzare una tendenza alla compressione della libertà di espressione già avviata nel nostro paese da provvedimenti come i decreti sicurezza. Redazione Italia
September 6, 2026
Pressenza