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Una catena umana per l’Iran: Donna, Vita, Libertà. Napoli in piazza
Piazza dei Martiri teatro di una straordinaria manifestazione di solidarietà e lotta, si trasforma in simbolo di Resistenza Si è concluso con un lungo applauso e al grido corale di “Donna, Vita, Libertà. Iran libero” l’abbraccio di solidarietà del popolo napoletano all’Iran. Mani che stringono altre mani hanno formato un’enorme catena umana che ha avvolto la piazza in un abbraccio, gesto simbolico potente: non solo una protesta, ma una rete di speranza che travalica i confini, unisce le voci di chi non si arrende alla violenza e all’oppressione. Ogni mano di quella catena ha rappresentato non solo la solidarietà di Napoli, ma anche l’eco delle grida di dolore di chi, in Iran, sta sfidando il regime con il proprio corpo e con la propria vita, in nome della libertà, della dignità della persona e dei diritti umani. Domenica mattina, 18 gennaio, centinaia di persone hanno risposto all’appello lanciato da Antinoo Arcigay Napoli e sostenuto da numerose associazioni: l’Associazione Radicale Napoli “Ernesto Rossi”, l’ANPI Collinare “Aedo Violante”, il Presidio Permanente di Pace Napoli, la Comunità iraniana di Napoli, la Rete degli studenti iraniani di Napoli. Si sono radunate in un Presidio per esprimere solidarietà alle donne e al popolo iraniano, perché – come ha dichiarato Antonello Sannino, presidente di Antinoo – “Napoli non dimentica la propria storia e non volta le spalle a chi oggi combatte la battaglia contro la tirannia”. La bellissima Piazza dei Martiri, gremita e attraversata da bandiere, non è stata scelta a caso: luogo emblematico, simbolo di lotta e resistenza, conserva la memoria del dolore e dei sacrifici di chi ha combattuto per la libertà. Ogni pietra racconta una storia di coraggio e determinazione. Qui si onorano i caduti della rivoluzione della Repubblica Partenopea, le donne della rivoluzione – come Eleonora Pimentel Fonseca – che sfidarono la monarchia borbonica pagando con la vita. Qui si ricordano i martiri delle Quattro Giornate di Napoli, che liberarono la città dalla tirannia nazifascista. Questa piazza ha voluto esprimere la propria vicinanza al popolo iraniano, lanciando un messaggio chiaro: Donna, Vita, Libertà. La catena umana che ha stretto la piazza ha reso visibile un movimento che combatte per i diritti fondamentali, in particolare per quelli delle donne iraniane, protagoniste di una lotta quotidiana per la propria libertà. Non è solo una causa iraniana, ma una battaglia che riguarda ogni donna, oltre ogni confine. Ancora una volta, Napoli, città aperta, diventa simbolo di resistenza e di lotta. Alle spalle del presidio svetta l’imponente Colonna dei Martiri, sormontata da una statua alata che simboleggia la “virtù dei martiri”, e alla base quattro leoni che rappresentano i martiri napoletani di diverse epoche storiche. Simbolo di resistenza, forza e libertà, nella cultura persiana il leone (Shir) rappresenta il coraggio, la fierezza, la giustizia e la nobiltà: la forza che si oppone al Male. Spesso accostato al sole, simbolo di luce, saggezza e regalità, per secoli è stato l’emblema nazionale dell’Iran. Il leone diventa così il simbolo del “leone persiano”, dell’Iran libero che si risveglia nella lotta globale per la giustizia e la libertà. “Questi leoni non celebrano la vittoria dei forti, ma la dignità di chi resiste e ha resistito anche quando la sconfitta sembrava inevitabile”, ha detto Rosita, della Comunità iraniana di Napoli. “Il leone morente del 1799, quello sconfitto del 1820, il leone ferito del 1848 e quello in piedi del 1860: quattro posture diverse di un unico gesto, quello di non accettare il silenzio imposto. Napoli sa qual è il prezzo della libertà, perché lo ha pagato più volte. Il martirio non può essere culto della morte, ma la coraggiosa scelta di non vivere nell’ingiustizia”. Con la voce rotta dal pianto, Rosita ha poi raccontato il dolore e i martiri del suo popolo: “A cui è stato tolto il diritto di parola, sottratto il corpo, rubata la possibilità di raccontarsi. Oggi diamo voce a chi è imbavagliato, esprimiamo il coraggio di uomini e donne che hanno scelto di non piegarsi”. “La catena non è un gesto simbolico vuoto, ma una dichiarazione di responsabilità. Ogni mano che stringe un’altra mano è un anello, e ogni anello conta: una catena può spezzarsi se anche uno solo sceglie di sottrarsi. La libertà non è solo nazionale, i diritti non hanno confini e la sofferenza di un popolo riguarda l’intera umanità. Napoli, che tante volte ha saputo rialzarsi, sa da che parte stare”. Da settimane la ribellione contro la leadership religiosa iraniana è sempre più drammatica, a causa della violenta repressione del regime che risponde con arresti di massa e brutalità sulla popolazione. Si stimano oltre 24.000 arresti e, secondo fonti interne e rapporti medici, tra 12.000 e 16.000 vittime, tra cui circa 500 membri delle forze di sicurezza, sebbene i dati siano difficili da verificare a causa dell’assenza di informazioni ufficiali. Organizzazioni internazionali per i diritti umani documentano torture, abusi e arresti di minorenni. “La Repubblica Islamica utilizza armi chimiche contro il proprio popolo, che sta pagando con la vita”, ha dichiarato Sara, rappresentante degli studenti iraniani di Napoli. Da settimane il governo ha imposto un quasi totale blackout di internet e delle telecomunicazioni, isolando il Paese “per impedire che le immagini facciano il giro del mondo”. “Ma le donne e i giovani, sfidando la violenta teocrazia degli Ayatollah e la sua repressione soffocata nel sangue, resistono pagando con la vita la conquista della libertà”, ha aggiunto Sannino. “Ci aspettiamo risposte dalle istituzioni locali, nazionali e internazionali, a partire dalla sospensione di ogni rapporto economico e diplomatico con l’Iran. È un muro di silenzio che va abbattuto”, ha concluso. “Da 47 anni il popolo iraniano resiste e lotta contro l’oppressione”, ha ricordato Sara. Migliaia di persone disarmate sono state uccise dalla brutale repressione del regime. Ma in Iran esiste un movimento nazionale con una leadership riconosciuta, quella del Principe Reza Pahlavi, che potrebbe guidare una transizione verso la libertà”. Sara ha lanciato un appello alla Repubblica Italiana per un sostegno concreto: stabilire contatti con il Principe in coordinamento con i Paesi dell’Unione Europea, schierarsi con il popolo iraniano e condannare la repressione attraverso l’espulsione dell’ambasciatore iraniano dal territorio italiano. ONU, UE e ONG hanno espresso la loro condanna. In tutto il mondo si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà. Negli Stati Uniti si ipotizzano possibili interventi, ma la tensione globale resta altissima: eventuali azioni militari potrebbero innescare un conflitto più ampio, vista la minaccia di gravi conseguenze contro chi colpisse le autorità iraniane. Ma il movimento non si arresta. “Donna, Vita, Libertà” ha superato ogni barriera linguistica e culturale. Le donne iraniane, protagoniste di questa resistenza, con il loro coraggio sfidano il regime. Dopo la morte di Mahsa Amini, giovane curdo-iraniana di 22 anni, arrestata a Teheran nel settembre 2022 dalla polizia morale per una presunta violazione delle leggi sull’hijab, il velo, e morta tre giorni dopo a causa dei maltrattamenti subiti in custodia, si è scatenata una vasta ondata di proteste in Iran e nel mondo contro la repressione e per i diritti delle donne, sotto il grido “Donna, Vita, Libertà”. Un grido di speranza, un’onda di cambiamento che non si arresta. Il popolo iraniano non è solo. “Donna, Vita, Libertà”, scandito con forza in Piazza dei Martiri, nel lungo abbraccio ideale di Napoli, è diventato un mantra: una voce che oggi rimbomba in ogni angolo del mondo. Gina Esposito
L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono attenzione. Presenza. Responsabilità. Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste. Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli. Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi, dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione. La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi, nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e risultano invece più drammaticamente negati. Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro. Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere consumate, ma attraversate. Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da lontano, ma restare in relazione. È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta. È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci. E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata. Chiede di essere difesa. Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia. Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito l’incontro e il dialogo tra voi? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o tecnico, ma profondamente umano. Raffaele Annunziata: Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già compiuto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana, uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle. Raffaele Annunziata: La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi, senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica, umanitaria e concreta. Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso le vostre immagini? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole vederla. Raffaele Annunziata: Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica. Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo fatto. Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa continuare a fotografare a Gaza in questo momento? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi, continuiamo a sognare, nonostante tutto. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione delle immagini di questo progetto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto può essere portato via. Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e instabilità circondano tutto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a resistere e a respirare. Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato qualcos’altro? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e tra i quali vivo. Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura. Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena e in continuo divenire. In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico, e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia? Raffaele Annunziata: Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico, che rispetto ma non mi interessa. Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e cosa ha cambiato in te, come autore e come persona? Raffaele Annunziata: Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi. Mahmoud e Soso sono degli eroi. Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul modo in cui racconti l’infanzia? Raffaele Annunziata: Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo. Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate. Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare? Raffaele Annunziata: Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples. Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie? Raffaele Annunziata: Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora. Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di cambiare l’attuale stato delle cose. Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città. Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore umano. Raffaele Annunziata: Un giorno Soso e Dede si incontreranno. Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole e le immagini che ci hanno affidato. Between Gaza and Naples. A Childhood Story Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya Una selezione di immagini dal progetto fotografico. Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due città, due infanzie in dialogo:  https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing   Lucia Montanaro
Migranti: SCUola di DIritti umani
il contenzioso strategico per la tutela dei diritti dei migranti È online «Diritti all’ascolto – il podcast del progetto europeo SCUDI». A seguire i link e una nota della “bottega”.   Sul sito del CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili) cild.eu chi-siamo  e su quello di Cittadinanza Attiva cittadinanzattiva.it chi-siamo sono stati messi on line le puntate del podcast Diritti all’ascolto,
Iran, la libertà sotto attacco: l’ANPI Napoli collinare al fianco del popolo iraniano
Sezione ANPI Napoli collinare “Aedo Violante” La sezione ANPI Napoli collinare “Aedo Violante” condanna con fermezza la feroce repressione messa in atto dal regime iraniano contro il proprio popolo. Da anni l’Iran è oppresso da una dittatura che nega diritti, libertà civili e dignità umana, colpendo in modo particolare le donne. Oggi quella repressione ha assunto i tratti di una vera e propria strage: centinaia, forse migliaia di morti, migliaia di arresti, violenze sistematiche contro manifestanti, studenti, lavoratori, donne e giovani che chiedono libertà, giustizia e futuro. L’ANPI collinare “Aedo Violante” si schiera idealmente e politicamente al fianco del popolo iraniano che sta lottando con coraggio contro l’oppressione, pagando un prezzo altissimo. Siamo al fianco delle donne iraniane, protagoniste di questa rivolta, che reclamano la fine di una condizione di schiavitù e rivendicano il diritto all’autodeterminazione, alla libertà e alla vita. “Donna, vita, libertà” è uno slogan che parla a tutte e tutti. L’ANPI collinare “Aedo Violante” aderisce e invita a partecipare alla manifestazione indetta da associazioni e organizzazioni democratiche per la libertà e la democrazia in Iran, che si terrà a Roma, venerdì 16 gennaio. Così come aderisce e parteciperà, con tante sue iscritte e tanti suoi iscritti, alla manifestazione di domenica 18 mattina a Napoli, alle ore 11.00 in piazza dei Martiri, dove, su impulso di “Antinoo Arcigay Napoli”, si realizzerà una “catena umana per l’Iran”. Al tempo stesso ribadisce che questa rivolta appartiene al popolo iraniano: nessun intervento esterno, nessuna potenza straniera deve tentare di strumentalizzare o “mettere il cappello” su una sacrosanta lotta di liberazione, perseguendo interessi propri. Napoli conosce il valore della libertà conquistata dal basso: nel 1943 seppe liberarsi da sola dall’oppressione nazifascista. Per questo oggi non può restare in silenzio davanti alla repressione e alla violenza. La libertà non si reprime: si difende. Redazione Napoli
Nel CPIA con le speranze e il dolore degli studenti iraniani
Insegno in un CPIA in una scuola serale per studenti stranieri e in classe ho molti studenti iraniani che studiano l’italiano per poter frequentare le università italiane. Studiano informatica, ingegneria e medicina nelle Università di Torino. Si chiamano Masha Arvis Narsest, Alirezha Mohsen Pegah. In questi giorni è difficile fare lezione perché questi studenti di solito così compiti educati, timidi a volte quasi all’eccesso, timorosi di esprimere le loro idee e anche le loro emozioni, quando arrivano in classe iniziano a piangere e stanno incollati ai loro cellulari piangendo per vedere se riescono ad avere notizie dal loro paese  È difficile fare lezione perché loro piangono tutto il tempo e a volte a me mi viene da piangere con loro. Piangono perché sanno che il regime degli ayatollah è disposto a uccidere migliaia di persone, sacrificare la loro generazione di giovani pur di non mollare la presa del potere. Era già successo negli anni ’90, era già successo nel 2011 ed era già successo pochi anni fa con il movimento delle donne curde iraniane “donna vita e libertà.” Da diverse fonti arrivano notizie di più di 10.000 morti altri parlano di 2000 e 3000 morti comunque sono già troppi morti.  Così ieri non riuscendo più a fare grammatica con metà della classe che piange abbiamo deciso di sospendere le elezioni e siamo andati insieme al flash mob che si è tenuto a Milano. Abituato alle manifestazioni della sinistra per Gaza per la Palestina  e per l’America Latina, sono stato dispiaciuto di non trovare  i compagni e le compagne, gli attivisti che generalmente incontro alle manifestazioni, e mi è dispiaciuto perché credo che non si possa essere solidali soltanto nella cornice ideologica della nostra comfort zone. Ieri sono stato a contatto con persone che portavano la bandiera americana e anche la bandiera della monarchia e mi ha fatto certamente un certo disagio. Ho provato a spiegare che quella bandiera a stelle e strisce è sempre meno un sintomo o un simbolo di libertà. Ma di fronte al medioevo in cui è precipitato l’Iran da 25 anni, di fronte a uno stato che è diventato per i giovani una prigione,  loro vedono gli Stati Uniti come la libertà;  anche la possibilità di ballare in strada con una cuffietta incollata alle orecchie è un sintomo di libertà e come dargli torto? E così ci siamo trovati circa un migliaio  di persone a Milano a manifestare davanti all’ambasciata americana:  alcuni pensano e sperano che dall’America possa arrivare un aiuto, altri più vicini al movimento curdo pensano che sono le donne e gli uomini iraniani che devono autodeterminarsi, altri ancora pensano che questo sarebbe giusto ma non è possibile perché il regime è troppo potente ed è troppo crudele. Come dargli torto? In Iran in questi giorni c’è anche un mio caro amico. Si chiama Sail, è un rifugiato politico afgano sfuggito ai talebani perché appartiene alla famiglia di Mansoud, famoso comandante antisovietico durante l’occupazione. Era partito a Natale per reincontrare la mamma che non vedeva da 8 anni. Si sono dati appuntamento in Iran al confine con l’Afghanistan. Sahil è arrivato in Italia ed è stato accolto dalla diaconia valdese è diventato un compagno di viaggio della sinistra a Pinerolo è venuto alle manifestazioni No Tav ha lavorato un anno come servizio civile nel nostro circolo Arci. Le ultime notizie che mi ha mandato erano di qualche giorno fa e mi dicevano che stava bene ma la polizia e l’esercito stavano sparando a tutti. So che a sinistra molti si chiedono ma cosa succederà dopo questa protesta? chi gestirà il paese? come sarà la transizione? A volte queste domande di politica internazionale rischiano di esaurire o diminuire o svalorizzare la nostra reazione emotiva. Vorrei ricordare quello che diceva Hanna Arendt che anche le peggiori dittature negli ultimi momenti della protesta si ricompattano per non perdere il potere. Io penso che il privato è politica e anche le emozioni sono politiche e di fronte all’uccisione di giovani donne e uomini, per la maggior parte con meno di 30 anni, penso che l’emotività e la politica ci devono spingere a reagire. Cosa sarà dell’Iran sono domande che verranno dopo, adesso penso che bisogna stare accanto alle donne e agli uomini che che vivono e studiano qui da noi, accompagnarli nel loro dolore e fargli sentire tutta la nostra solidarietà, sono  esseri umani molto raffinati, molto profondi, molto intelligenti che vivono nelle nostre città, studiano nelle nostre università, vengono nelle nostre scuole e cercano soltanto una scorcio di libertà, anche di libertà borghesi e individuali come mettersi una gonna corta, lasciare liberi i capelli o ballare al suono della musica. Anche se sfuggono alle nostre categorie interpretative, penso che abbiano diritto di sentire un po’ di solidarietà. Manfredo Pavoni Gay
Tirannia
Se gli Stati Uniti vedessero quello che gli Stati Uniti stanno facendo negli Stati Uniti, invaderebbero gli Stati Uniti per liberare gli Stati Uniti dalla tirannia degli Stati Uniti. Non è satira politica. Per decenni la Casa Bianca ha esportato guerra e sanzioni con il lessico dei diritti, dei valori, […] L'articolo Tirannia su Contropiano.
Da Bagnoli a Gaza: una visione internazionalista sull’America’s Cup a Napoli
A Villa Medusa, i comitati civici e le reti antimilitariste organizzano un dibattito sul furto di territori e diritti. Il 5 gennaio, a Villa Medusa a Bagnoli, si è tenuto un incontro molto denso e interessante dal titolo “Da Bagnoli a Gaza – stop genocidio, no America’s Cup, difendiamo i nostri territori”, in cui le realtà di base antimilitariste e ambientaliste napoletane e campane hanno ragionato dell’impatto dei grandi progetti, come l’America’s Cup, sulla vita dei bagnolesi e sull’intera città. La cornice dell’iniziativa era però molto più ampia e trasversale, al punto da indagare quali connessioni vi siano tra il livello locale, il genocidio che sta avvenendo nella Striscia di Gaza e l’attuale configurazione geopolitica mondiale. In particolare, le realtà che hanno ispirato e attraversato l’iniziativa – Comitato No Coppa America, Mare Libero, Assemblea antimilitarista, Comitato pace e disarmo, BDS Napoli e Salerno, Sanabel per Gaza e altre – hanno evidenziato che, spesso, ciò che ci viene presentato come un’opportunità di sviluppo per i nostri territori non lo è: se questo sviluppo è basato su logiche di profitto, e non sui bisogni delle persone, non serve alla giustizia sociale e ambientale. Anzi, tale paradigma macroeconomico rappresenta il terreno su cui possono avvenire le più aberranti speculazioni e generare insanabili sperequazioni. Quella che, leggendo il titolo, poteva sembrare una forzatura è stata invece immediatamente presentata per ciò che è: una connessione necessaria. Tra le progettazioni calate dall’alto sulla nostra costa, come l’America’s Cup, con una logica – denunciano i comitati – da “mani sulla città”, e ciò che sta avvenendo nel mondo, c’è un filo rosso nemmeno così sottile: il modello economico a cui si rifanno i poteri forti per realizzare i propri interessi, a discapito del bene comune. Per usare il termine giusto: il neoliberismo. Dagli anni ’70 in poi, come sappiamo, nel condannare gli inconvenienti pratici dell’intervento dello Stato, ritenuto spesso inefficace e incline a degenerare in limitazioni alla libertà d’impresa, alcuni economisti hanno teorizzato questa corrente filosofica e tanti sono i governi, per lo più occidentali, che l’hanno seguita. Celebre la frase di Margaret Thatcher secondo cui la società non esiste, ma esistono solo gli individui. In questo sistema, i mercati finanziari e i monopoli di capitale la fanno da padroni: anche se i teorici del neoliberismo, in una prima fase, avevano condannato le grandi imprese per violazioni della libera concorrenza, è proprio alla concentrazione di enormi ricchezze nelle mani di pochi che, alla vigilia della terza decade del terzo millennio, siamo arrivati. Il legame fra le speculazioni che avvengono sul piano territoriale e quello globale appare nettamente evidente quando si analizzano i comportamenti delle multinazionali nel settore della logistica e della produzione di armamenti. Si è parlato, ad esempio, del caso MSC, nota per la sua importanza nel settore crocieristico ma che, invece, come si legge dal sito di BDS Italia, “Mediterranean Shipping Company S.A., meglio nota con la sigla MSC, oggi è la prima compagnia di gestione di linee cargo a livello mondiale. Movimenta annualmente 27 milioni di TEU (stima), ha più di 200.000 dipendenti, 675 uffici nel mondo, e trasporta merci su 300 rotte con 520 porti di scalo in 155 Paesi; con una flotta dalla capacità di 6.716.575 TEU, gestisce il 20,6% del mercato mondiale, seguita dalla Maersk con il 14,1%. MSC Italia è presente in 13 porti italiani, ha 16 uffici e circa 600 dipendenti”. Purtroppo, dietro tutto questo, sembrano esserci accuse avanzate dai media e dalle organizzazioni internazionali di complicità della MSC con il genocidio a Gaza. Fondata a Napoli nel 1970, per stessa ammissione di giornali israeliani, MSC sembra avere un coinvolgimento nella logistica di guerra negli ultimi anni: “Il gigante delle spedizioni MSC Cargo continua a consegnare in Israele nonostante la guerra. La società annuncia che non imporrà sovrapprezzi di guerra o spese di sosta”, notizia comparsa il 1 novembre 2023 sul quotidiano israeliano “The Jerusalem Post”, media notoriamente vicino al partito di governo Likud, il cui presidente è Benjamin Netanyahu. Altre fonti giornalistiche hanno inoltre reso noto che l’azienda sarebbe stata protagonista di una scalata al settore del trasporto marittimo israeliano, tentando di acquisire direttamente il controllo della compagnia di navigazione Zim. Notizia poi smentita, ma comunque conferma del fatto che, nello scenario della riorganizzazione del settore shipping mondiale, MSC non è per nulla distante da ciò che accade in Israele. A fronte di queste informazioni, MSC è stata inserita nella blacklist del movimento BDS, in cui figurano altri nomi, ad esempio ENI, l’azienda globale dell’energia, su cui Francesca Albanese ha condotto le sue indagini come relatrice speciale ONU per i Territori Palestinesi occupati. Il caso di specie che gli attivisti e le attiviste hanno portato all’attenzione della platea lunedì pomeriggio a Bagnoli è stato trattato come esempio di terreno su cui si possono compattare le lotte ambientali e sociali con la battaglia contro le violazioni dei diritti umani nel mondo. Una visione che potremmo chiamare internazionalista, poiché promuove l’intersezione fra le lotte per i diritti umani, in un’ottica di cooperazione tra gli abitanti del mondo, a partire dall’analisi delle esigenze concrete dei luoghi e delle persone che li abitano. Un’impostazione che, considerata la fase attuale in cui le necessità della gente comune sono sempre meno presenti nelle agende politiche dei governi, ci sentiamo ampiamente di condividere. In chiusura, si è parlato della bella iniziativa Sanabel per Gaza, progetto di sostegno alle persone con disabilità fisiche, sensoriali e intellettive e alle bambine e ai bambini con autismo e altre neurodivergenze nella Striscia di Gaza, a cui sarà il caso di dedicare un altro approfondimento. APPROFONDIMENTI E FONTI America’s Cup e Bagnoli America’s Cup a Napoli fino al 2029, affare da oltre un miliardo (la Repubblica): https://www.repubblica.it/sport/rubriche/spycalcio/2025/12/25/news/america_s_cup_a_napoli_fino_al_2029_un_affare_da_oltre_un_miliardo-425060199/ Comune di Napoli – documentazione ufficiale: https://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/54365 America’s Cup e polemiche su Bagnoli (NSS Sports): https://www.nss-sports.com/it/lifestyle/43702/americas-cup-2027-napoli-polemiche-bagnoli Tutti i dubbi di Bagnoli sull’America’s Cup (il manifesto): https://ilmanifesto.it/tutti-i-dubbi-di-bagnoli-sullamericas-cup Rassegna critica su America’s Cup: https://www.google.com/search?q=america%27s+cup+critiche&ie=UTF-8&oe=UTF-8&hl=it-it&client=safari Neoliberismo Il neoliberismo – Storia contemporanea: https://it.wikipedia.org/wiki/Neoliberismo La società oltre il neoliberismo. Intervista a Giorgia Serughetti – Pandora Rivista: https://www.pandorarivista.it/articoli/la-societa-oltre-il-neoliberismo-intervista-a-giorgia-serughetti/ MSC, Israele e logistica di guerra https://www.jpost.com/israel-news/article-771157 MSC – sede Israele: https://www.msc.com/en/local-information/middle-east/israel ICE – settore shipping Israele: https://www.ice.it/it/news/notizie-dal-mondo/280342 MSC sfida Hapag-Lloyd e presenta un’offerta per acquisire Zim (ShipMag): https://www.shipmag.it/msc-sfida-hapag-lloyd-e-presenta-unofferta-per-acquisire-zim/ Sanabel per Gaza https://www.associazionesanabel.org/ Nives Monda
Guerra dei Diritti, Guerra al Diritto
A PALAZZO SERRA DI CASSANO UN INCONTRO CRUCIALE SULL’ATTUALE SCENARIO DEI DIRITTI UMANI Un evento di straordinaria rilevanza e partecipazione si è svolto domenica 4 dicembre presso l’Osservatorio dei Diritti Umani all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli. “Guerra dei Diritti, Guerra al Diritto. Dal genocidio in Palestina all’assalto contro le istituzioni internazionali” è stato il tema del seminario. Gremita la bellissima Sala Conferenze di Palazzo Serra di Cassano, dove si respira cultura e memoria di antica resistenza dei rivoluzionari partenopei che credettero nel sogno della Repubblica. Il luogo ha una suggestione simbolica straordinaria per un evento che ha come obiettivo finale l’affermazione della forza della speranza, della resistenza e della resilienza collettiva, per credere che un mondo migliore sia ancora possibile costruire. Un messaggio forte e chiaro. E le centinaia di persone che hanno partecipato lo hanno testimoniato. La sala era così gremita che non è riuscita a contenerle tutte: è stato necessario allestire altre tre sale contigue munite di monitor. “Francesca verrà e ci sarà il sole. Noi che abbiamo un mondo da cambiare.” Così è stata accolta, sui social e con un lungo, fragoroso applauso al suo ingresso, Francesca Albanese, esperta di diritto internazionale, Relatrice Speciale dell’ONU per i Territori Palestinesi Occupati, attivista che ogni giorno affronta temi cruciali sulla Palestina e sull’erosione delle istituzioni che tutelano i diritti umani a livello globale. L’evento, coordinato da Antonio Musella di Fanpage.it, è stato introdotto dal saluto di Salvatore Minolfi dell’Osservatorio Internazionale dei Diritti Umani, che ha sottolineato come l’incontro miri a squarciare il velo dell’indifferenza, far conoscere la verità sulla Palestina e riaffermare la centralità del Diritto. Sono intervenuti, tra gli altri: Souzan Fatayer, della Comunità Palestinese in Campania; Giulia Al-Omleh, del Centro Culturale Handala Ali; Antonio Del Castillo, docente di Letteratura italiana all’Università Federico II; Sara Borrillo, docente di Storia dei Paesi Islamici presso l’Università Orientale di Napoli; Laura Mamorale, di Mediterranea Saving Humans. Tutti gli interventi hanno contribuito a creare un’importante occasione di riflessione e dibattito, con un forte richiamo alla necessità di difendere i diritti umani non solo come valore universale, ma come obiettivo concreto e urgente. In un momento in cui il diritto barcolla, legalità e giustizia appaiono sempre più lontane; un tempo in cui le politiche internazionali e la strage in Palestina mettono a dura prova il sistema globale di protezione dei diritti umani; quando il crimine assume sempre più le sembianze della legge e dell’ordine costituito — allora la resistenza non è solo un diritto, ma diventa un dovere. La “guerra dei diritti” a cui stiamo assistendo è l’uso strumentale del diritto da parte di attori internazionali che ci obbligano a interrogarci sulle contraddizioni e le ambiguità del diritto internazionale, applicato in maniera disomogenea e selettiva secondo logiche geopolitiche e interessi delle nazioni più forti. “La costante e silente violazione del diritto internazionale, calpestato e umiliato, è diventata la normalità”, ha sottolineato Souzan Fatayer. Tutti i relatori hanno posto al centro del dibattito la resistenza del popolo palestinese che, come ha detto Giulia Al-Omleh, “continua con coraggio e resilienza nonostante tutto. Continuano a fare il loro lavoro i medici che lottano contro la morte, pur essendo essi stessi bersagli. Continuano le giovani giornaliste e i giornalisti che sfidano le atrocità per raccontare la verità. Resistono le famiglie che assistono alla morte di padri, madri, sorelle e figli; resistono i 9.800 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.” Nel lungo intervento di Francesca Albanese è emerso un messaggio forte di speranza, un pensiero resiliente e positivo che crede nella forza della resistenza, nella potenza delle azioni collettive, nel vigore delle voci che si alzano nelle strade del mondo per riaffermare che un mondo più giusto è ancora possibile. Il genocidio in Palestina non è solo una tragica realtà, ma la prova di come le istituzioni internazionali, create per prevenire atrocità e proteggere i diritti fondamentali, siano oggi strumentalizzate dalla politica. “La violazione continua non viene adeguatamente contrastata dalla comunità internazionale. Esiste ancora un pensiero eurocentrico, occidentecentrico, riflesso di una mentalità colonialistica: noi Paesi ‘civili’ e gli altri, infantilizzati, che devono essere guidati. Ma oggi quel mondo si è liberato dalle catene.” E ancora: “È troppo chiedere il rispetto del Diritto e della Costituzione? I diritti umani vanno invocati e difesi sempre, non con doppi standard, non solo quando conviene e ignorandoli quando i contesti non sono favorevoli agli interessi delle potenze dominanti.” “La giustizia per la Palestina comincia da ognuno di noi, dallo sradicamento dell’idea dell’Apartheid, concetto pericoloso anche per gli stessi ebrei. Chiedere che la Palestina sia libera dal fiume al mare non significa cancellare Israele, ma riconoscere l’uguale diritto alla libertà di entrambi i popoli. Significa superare l’idea che gli israeliani non possano vivere in quella terra se non da colonizzatori.” Francesca Albanese ha poi toccato il tema del razzismo: “È un’oscenità il razzismo contro il popolo palestinese, questo diffuso non riconoscerli come esseri umani. La morte avvolge continuamente la loro immagine: scene atroci che tutti vediamo. È più facile trovare la morte che un bicchiere d’acqua. Uccidere bambini è un’atrocità disumana.” Ha ricordato come già in passato – dal Ruanda alla Serbia – si sia negato l’evidente genocidio, e come oggi ancora si neghi il genocidio nei Balcani. “La vera unicità del razzismo contro i palestinesi è la sua transnazionalità, che va oltre Israele. Migliaia di cittadini arabi vengono incarcerati per aver manifestato solidarietà con la causa palestinese. Sta accadendo oggi ciò che accadde nel passato con gli ebrei: si negava la deportazione, ma tutti sapevano. Il vero vulnus è girarsi dall’altra parte.” Ha poi affrontato il tema delle risoluzioni delle Nazioni Unite, spesso bloccate da interessi contrapposti, che hanno portato a un crescente isolamento e a una perdita di credibilità delle organizzazioni internazionali. La Corte Penale Internazionale, ha affermato, mostra come alcune potenze si siano ridotte a politiche di rifiuto della giurisdizione internazionale per difendere i propri interessi. Sul tema delle sanzioni mancate a Israele, ha aggiunto: “Chi si mette di traverso agli Stati Uniti? Nessuno. Eppure, con un po’ di coerenza, si sarebbero potute isolare le forze che stanno portando allo sfaldamento della comunità internazionale. È questione di matematica di base: l’ONU conta 191 membri, che se usassero la coerenza dei principi fondanti potrebbero rigettare questo approccio utilitaristico ai diritti.” Il suo appello, rivolto in particolare alle nuove generazioni ma anche a tutti noi, è stato chiaro: “Lavoriamo — tutti insieme — per creare un sistema che metta al centro il rispetto dell’Umanità e della Legge. ‘Al lavoro!’ ha esortato la giurista. Bisogna credere nell’Utopia: dal greco u-topos, ‘in qualche luogo’, da qualche parte. L’utopia resta lontana solo se resta chiusa dentro di noi. Se la condividiamo, se troviamo un denominatore comune, noi ce la possiamo fare. Proviamo a fondare una nuova civiltà etica. Me lo auguro, e ve lo auguro.” Ha concluso così Francesca Albanese. Al termine dell’incontro, numerose domande dal pubblico hanno animato un dibattito intenso e appassionato. Ha concluso Marotta, fedele custode della memoria dell’Istituto fondato da Gerardo Marotta, lanciando un appello accorato: “Ci troviamo su un piano inclinato. L’umanità sta avanzando sull’orlo di un baratro spaventoso. Non diamoci per scontati. È necessario esserci, tutti.” Gina Esposito
“Disunited Nations” a Napoli con Francesca Albanese. Gaza, le bombe, l’inverno
È inverno a Gaza. Fa freddo. Le bombe continuano a cadere, la popolazione civile vive senza riparo, senza acqua, senza cure, mentre l’assedio si stringe e ogni spazio di soccorso viene progressivamente chiuso. Le immagini di distruzione non appartengono al passato, ma al presente. Eppure, lontano da Gaza, nelle società che si definiscono civili, si continua a discutere delle parole. Si polemizza su cosa sia lecito dire, su quali termini siano accettabili, su come nominare ciò che sta accadendo. Genocidio, antisemitismo. Mentre lì si muore, qui si dibatte sul vocabolario. È in questo vuoto tra ciò che accade e ciò che viene detto che nasce l’urgenza di tornare a guardare i fatti. Di mostrare immagini reali. Di ascoltare chi prova a raccontare ciò che accade senza filtri. In questo spazio necessario si colloca il documentario Disunited Nations, presentato a Napoli al Cinema America Hall nell’ambito del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. La serata napoletana del 4 gennaio non è stata un episodio isolato, ma parte di un breve e intenso percorso italiano che ha accompagnato l’uscita del film. Napoli ha rappresentato una tappa centrale di questo attraversamento, articolato in più momenti nella stessa giornata. Al mattino Francesca Albanese è stata ospite dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nel pomeriggio a Scampia, al Gridas, in un incontro con le comunità territoriali, e in serata al cinema, per la proiezione e il dibattito pubblico. Un passaggio tra luoghi diversi, istituzionali e popolari, che restituisce il senso di un impegno che non resta confinato in spazi protetti. Il film, diretto da Christophe Cotteret, segue il lavoro di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati. Attraverso la sua voce, il documentario racconta ciò che accade in Palestina e a Gaza, ma anche le tensioni che attraversano le Nazioni Unite e il progressivo svuotamento del diritto internazionale di fronte ai rapporti di forza. Alla proiezione delle ore 21 è seguito un lungo incontro pubblico moderato da Maurizio Del Bufalo, coordinatore del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, da anni impegnato nella costruzione di un circuito culturale che utilizza il cinema come strumento di denuncia e controinformazione. Nel dialogo con il regista e con Albanese è emerso il senso profondo del titolo, volutamente provocatorio. Le Nazioni Unite sono nate per garantire la pace, ma oggi appaiono incapaci di fermare il massacro di una popolazione civile. Non si tratta solo della Palestina, ma di un fallimento più ampio dell’ordine internazionale e della sua capacità di tutelare i diritti fondamentali. Cotteret ha spiegato quanto fosse difficile racchiudere tutto questo in un film. La scelta di seguire Francesca Albanese nasce dal fatto che lei occupa una posizione unica, interna ed esterna alle Nazioni Unite allo stesso tempo. Attraverso la sua figura è stato possibile parlare di Gaza, ma anche di ciò che le Nazioni Unite possono e non riescono più a fare. Al centro del film c’è la parola genocidio, affiancata a immagini e volti reali, per sottrarre questa realtà a un linguaggio astratto e restituirla alla sua dimensione umana. Nel suo intervento, Albanese ha chiarito il senso del proprio ruolo. Non si tratta di protagonismo personale. Il film è un progetto del regista. La sua voce è diventata centrale perché, negli ultimi due anni, è stata chiamata a documentare e analizzare giuridicamente ciò che accade nei Territori Palestinesi Occupati. Un lavoro che l’ha costretta a raccogliere una mole enorme di prove, documenti e testimonianze. Ha raccontato quanto sia stato difficile ascoltare le storie di donne che hanno perso figli, talvolta intere famiglie, e quanto questo abbia inciso profondamente sulla sua vita personale. Durante il dibattito è tornata più volte una riflessione centrale. Questo non è il primo genocidio della storia recente, ma è forse il primo genocidio vissuto in tempo reale, attraverso i telefoni cellulari e le immagini che scorrono sui nostri schermi. Altri genocidi del Novecento appartengono oggi alla memoria storica e alla ricostruzione successiva dei fatti. Gaza, invece, si consuma sotto gli occhi del mondo. In questo contesto si inserisce anche la campagna di delegittimazione che ha colpito Francesca Albanese. È emersa con chiarezza la distanza tra la gravità delle accuse che le vengono rivolte e l’assenza di prove concrete a loro sostegno. L’accusa di antisemitismo viene evocata per spostare il dibattito dal merito dei fatti alla persona, confondendo deliberatamente la critica a uno Stato o a una politica con l’odio verso un popolo. Albanese ha ribadito che l’antisemitismo è una forma di razzismo da combattere senza ambiguità, ma non può essere usato per silenziare chi chiede il rispetto del diritto internazionale. Anche Amnesty International e altri organismi indipendenti hanno parlato di atti compatibili con la definizione di genocidio o di rischio concreto di genocidio. Durante la serata è emersa anche una dimensione più intima. Francesca Albanese non appare come una figura distante. È una donna disponibile, sorridente, capace di ascolto. Una di noi. Proprio questa prossimità rende ancora più violenti gli attacchi che la colpiscono. Il prezzo che paga non è solo politico, ma anche di genere. In un contesto segnato da un maschilismo ancora radicato, una donna autorevole, che non arretra e che nomina le cose per quello che sono, viene più facilmente esposta e delegittimata. Non si colpiscono solo le sue parole, ma la sua credibilità come donna. Ed è proprio questa combinazione di fermezza e umanità a renderla scomoda. Albanese non esercita il potere, lo interroga. Non grida, ma documenta. Una verità pronunciata con calma, sostenuta da prove, è più difficile da neutralizzare di qualsiasi slogan. Nel finale dell’incontro, Albanese ha insistito su un punto essenziale. Questo non è il momento di scoraggiarsi, ma di indignarsi. Le proteste servono. Servono ai palestinesi per non sentirsi soli, ma servono anche a chi protesta, perché restituiscono un senso di responsabilità collettiva. La responsabilità non può essere delegata solo agli Stati. Passa dalle scelte quotidiane, dall’informazione, dalla partecipazione civile. In questo senso, il cinema dei diritti umani continua a svolgere una funzione fondamentale. Non offre soluzioni semplici, ma apre spazi di consapevolezza. Non consola, ma interroga. Serate come quella di Napoli non fermano le bombe, ma contrastano l’assuefazione, rompono il silenzio, impediscono che la distanza diventi indifferenza. Continuare a sentire, a immaginare, a partecipare non è retorica. È l’unica possibilità che resta. Le fotografie che accompagnano l’articolo sono di Ludovico Brancaccio. Lucia Montanaro
Esperti ONU esortano alla tutela dei prigionieri di Palestine Action in sciopero della fame
Riportiamo la traduzione del comunicato stampa rilasciato lo scorso 26 dicembre dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. In esso vengono riportate le dichiarazioni di un gruppo di esperti ONU al riguardo degli fatti che si stanno consumando nel Regno Unito in relazione alla repressione del movimento di […] L'articolo Esperti ONU esortano alla tutela dei prigionieri di Palestine Action in sciopero della fame su Contropiano.