Una goccia nell’oceano

Pressenza - Tuesday, September 29, 2026

Mahmoud Abu Al-Qaraya: da Gaza all’Italia, la fotografia, la guerra e la possibilità di un futuro

La guerra è adesso.

È nelle immagini che ci raggiungono ogni giorno e alle quali rischiamo, quasi senza accorgercene, di abituarci. L’orrore si ripete, scorre davanti ai nostri occhi e può finire per sembrarci distante, quasi irreale.

Ma la guerra non è un film. E non è normale.

Davanti a quello che accade a Gaza mi sono chiesta spesso che cosa potessi fare. Poco, forse. Una goccia nell’oceano.

Ma una goccia non è soltanto una goccia.

Una goccia è una vita. Ha un nome, un volto, una storia.

Oggi questa goccia si chiama Mahmoud Abu Al-Qaraya.

Ed è forse questo che rischiamo di perdere quando la guerra diventa una sequenza quotidiana di immagini e di numeri: il valore di ogni singola goccia, di ogni singola vita.

Mahmoud è un fotografo e videomaker palestinese di Gaza. Avevamo già incontrato il suo sguardo attraverso Between Gaza and Naples. A Childhood Story, il progetto fotografico realizzato con Raffaele Annunziata e raccontato su Pressenza. L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli

Oggi Mahmoud è in Italia. Ha iniziato un percorso universitario a Sassari grazie a una borsa di studio triennale destinata a studenti palestinesi.

Questa volta lasciamo che sia lui a raccontare.

 Hai vissuto la guerra mentre la fotografavi. Ci sono stati momenti in cui hai smesso di sentirti fotografo e sei stato semplicemente un uomo che aveva paura?

Sì, è successo molte volte. Sono andato in tanti luoghi per fotografare, con la macchina fotografica e l’attrezzatura in mano. Ma in certi momenti non provavo soltanto paura: non sentivo più nemmeno il mio corpo. Era come se mi stessero strappando via l’anima. A volte avevo la macchina fotografica in mano e non riuscivo a scattare. Avevo paura dell’orrore di ciò che vedevo, e avevo paura anche di mostrarlo al mondo.

 Gaza è la tua casa. Cosa significa vedere scomparire o trasformarsi i luoghi della propria infanzia, della propria vita e dei propri ricordi?

Potrei parlare di questo sentimento per dieci pagine e non riuscirei comunque a descriverlo. Quando scompaiono i luoghi in cui hai vissuto la tua infanzia, ti chiedi: è finito anche il mio passato? Dove vanno i ricordi quando non esiste più un luogo in cui tornare per ritrovarli?

Quando sono tornato a Shuja’iyya, dove ho vissuto la mia infanzia, non ho trovato la nostra casa. Non ho trovato la mia scuola, né la strada o il giardino in cui passavo ore a giocare a calcio. Conoscevo benissimo quei luoghi, ma ero lì e non trovavo più nulla di ciò che cercavo. Ancora oggi non so descrivere cosa si prova.

Nelle tue fotografie tornano spesso gli sguardi dei bambini. Cosa raccontano della realtà di Gaza che le parole non riescono a dire? E quale forza può avere la fotografia, e più in generale l’arte, nel trasformare quella realtà in un messaggio di pace?

Vorrei che il mondo vedesse la speranza negli occhi dei bambini di Gaza. Ricordo tutti i bambini che ho fotografato: alcuni sorridevano nonostante le condizioni difficili in cui vivevano; altri erano tristi e portavano un peso troppo grande per la loro età. Ricordo un bambino felice per dei vestiti nuovi e un altro che mi ha sorriso perché gli stavo scattando una foto, anche se dentro di sé era triste.

Vorrei che le persone vedessero chiaramente quanto questi bambini siano belli e innocenti, e quanta speranza ci sia ancora in loro. Se le mie fotografie riescono a far pensare a loro e a spingere qualcuno a cercare di costruire per loro un futuro migliore, allora questa è la forza della fotografia per me. È il messaggio di pace che vorrei trasmettere.

 Il tuo lavoro con Raffaele Annunziata, Between Gaza and Naples. A Childhood Story, ha creato un primo legame con l’Italia. Come si è evoluto quel rapporto e quale percorso ti ha portato, da lì, fino a essere oggi in Italia?

Il mio rapporto con Raffaele è nato attraverso la fotografia. Mi hanno colpito le immagini che aveva scattato a Napoli, e a lui sono piaciute quelle che avevo scattato a Gaza. Abbiamo cominciato a parlare ogni tanto: mi chiedeva come stavo e parlavamo di Gaza e di fotografia. Poi abbiamo deciso di lavorare insieme, ed è nato Between Gaza and Naples. All’inizio ci univa la fotografia, ma con il tempo Raffaele è diventato un amico molto vicino.

Quando si è presentata la possibilità di continuare i miei studi in Italia, Raffaele e Carmen, insieme ad altri amici, si sono impegnati molto per aiutarmi. Ci sono stati periodi di speranza e di attesa, poi ho ottenuto la borsa di studio. A maggio è arrivata la chiamata dell’ambasciata e, pochi giorni dopo, ho lasciato Gaza. Ho raggiunto la Giordania in autobus e da lì sono arrivato in aereo a Roma.

A Roma ho incontrato Carmen e Raffaele per la prima volta di persona. Carmen è stata la prima ad abbracciarmi, poi Raffaele. In seguito mi hanno accompagnato a Sassari, dove ho iniziato il mio percorso universitario. Qualunque cosa io dica per raccontare quanto mi hanno aiutato, prima di lasciare Gaza e dopo il mio arrivo in Italia, mi sembrerà sempre troppo poco.

 Per lasciare Gaza hai dovuto vendere anche la tua attrezzatura fotografica. Qual è stata la rinuncia più importante e più dolorosa per te?

Ho venduto la mia attrezzatura fotografica perché non potevo portarla con me quando avrei lasciato Gaza. Pensavo che con quei soldi avrei comprato altra attrezzatura una volta arrivato in Italia. Ma la partenza veniva rimandata, mese dopo mese, e il costo della vita era altissimo. Ho dovuto spendere gradualmente quei soldi e, quando finalmente è arrivato il momento di partire, non ne era rimasto quasi nulla.

Vendere la mia attrezzatura è stato difficile, ma la cosa più dolorosa è stata lasciare la mia famiglia. Li amo moltissimo. Io sono riuscito a lasciare Gaza, ma non ho potuto portarli con me.

6. A chi continua a chiedersi «perché vengono qui?», che cosa risponderesti?

Ho lasciato Gaza perché ho visto troppa ingiustizia e troppa paura, e perché voglio avere la possibilità di costruire un futuro. Sogno di avere un giorno una famiglia e di trovare un luogo sicuro in cui crescere i miei figli. Non voglio che provino la paura che ho provato io.

Ho anche un sogno legato al mio lavoro: vorrei farmi un nome nel mondo della fotografia e del cinema, e usare la mia arte per raccontare la sofferenza dei bambini del mio popolo. Sono partito anche per questo: per vivere al sicuro, continuare a lavorare e dare una voce, attraverso le immagini, a ciò che ho visto.

 C’è qualcosa che, ascoltando il racconto europeo della guerra, senti che viene frainteso, semplificato o non raccontato affatto?

Credo che la cosa più difficile da comprendere dall’esterno sia la dimensione della sofferenza. So che molte persone in Europa sono vicine a noi e soffrono per quello che vedono, e lo apprezzo. Ma vedere ciò che accade è diverso dal viverlo ogni giorno.

Ci sono momenti di paura in cui senti che la morte potrebbe arrivare da un istante all’altro. È difficile che una fotografia o una notizia riescano a trasmettere ciò che accade dentro una persona in quel momento, o ciò che quella paura le lascia. Per questo sento che una parte enorme della nostra esperienza non arriva alle persone, anche quando sono sinceramente solidali con noi.

8. Come immagini i tuoi anni di studio a Sassari? E dove e come vorresti costruire il tuo futuro?

Sassari è una città bella e mi piace vivere qui. Le persone sono molto gentili e questo mi aiuta a sentirmi a mio agio. In questo momento ho qualche difficoltà con la lingua e con alcuni aspetti degli studi, ma spero che i prossimi anni vadano bene e che io possa imparare e crescere.

Dopo la laurea sogno di continuare a creare nel campo della fotografia e della regia, perché è un lavoro che amo e che mi dà gioia. Non so ancora con precisione dove costruirò il mio futuro, ma so che vorrei essere vicino alla mia famiglia e alle persone che qui sono diventate una famiglia per me: Raffa, Carmen e Denis.

 Quando pensi a Gaza, riesci ancora a immaginare di tornarci un giorno?

Sì, immagino che un giorno tornerò a Gaza, e spero che quando arriverà quel giorno la Palestina sia libera. Ma per me sarebbe difficile tornare a viverci finché dovessi temere che, dopo qualche anno, scoppi un’altra guerra.

Sogno di avere una famiglia e dei figli in futuro, e non voglio che vivano quello che ho vissuto io. Non riesco a sopportare l’idea di perdere un figlio in un modo così brutale. Vorrei poter tornare a Gaza sapendo che i miei figli potranno crescere al sicuro.

Per sostenere Mahmoud e la sua famiglia

Il percorso universitario di Mahmoud a Sassari è sostenuto da una borsa di studio triennale e dal programma di accoglienza dell’Università di Sassari. La raccolta fondi è distinta da questo sostegno ed è destinata ad aiutare Mahmoud e la sua famiglia rimasta a Gaza.

Attraverso il progetto Between Gaza and Naples è possibile contribuire alla raccolta fondi.

Per chi desidera offrire il proprio sostegno, tutte le informazioni e le modalità per contribuire sono disponibili qui:

https://www.raffaeleannunziata.it/donate-now/

Lucia Montanaro