Tag - bambini

“Non sono più un medico. Sono un testimone”
“Diario di un giovane medico” di Ezzideen Shehab, non è la narrazione di un dottore che cerca di salvare vite, ma il racconto degli occhi di un uomo che vede l’orrore, lo tocca, giorno dopo giorno, finendo per mettere in dubbio anche se stesso. La devastazione è troppo grande per essere contenuta. Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti. [Fabrizio De André, Canzone del maggio] EZZISEEN SHEHAB, DIARIO DI UN GIOVANE MEDICO. PREFAZIONE DI PAOLA CARIDI, MIMESIS (PP. 162, EURO 16). Questo è un libro che dovrebbero leggere tutti. Nessun escluso. Non è la narrazione di un medico che cerca di salvare vite, ma il racconto degli occhi di un uomo che vede l’orrore, lo tocca, giorno dopo giorno, finendo per mettere in dubbio anche se stesso. La devastazione è troppo grande per essere contenuta. Shehab è cresciuto a Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza. Il suo diario inizia esattamente il 28 giugno 2024. Racconta di avere studiato nove anni all’estero e che il 2 ottobre 2023 era tornato a casa per festeggiare la laurea con la famiglia. Lo avevano accolto con una grande tavolata preparata dal padre, tra risate, abbracci e una grande voglia di ritrovarsi. Poi, il 7 ottobre, l’inizio della fine. Quattro giorni dopo, più di quaranta suoi parenti muoiono sotto le bombe israeliane. Una distruzione sistematica, prima con i missili, i cecchini, i droni e poi con la fame e la sete. Scrive: «La sofferenza esige di essere testimoniata». Carestia, bambini che hanno gli occhi di vecchi, case che non esistono più. Malnutrizione che porta alla morte. E gli ordini israeliani di evacuazione, gli spostamenti continui, prima verso un luogo, poi verso un altro, infine verso il nulla. Trenta minuti e non esiste più niente. Solo cenere. Cenere negli occhi, sui vestiti, a infettare le ferite. Amputazioni, assenza di medicine, persino di soluzione fisiologica. Mancanza di tutto, anche del minimo indispensabile per non cadere a terra. Nel dicembre del 2024, insieme ad altri medici, Shehab dà vita alla clinica Al-Rahma, un luogo in cui offrire assistenza sanitaria gratuita alla popolazione del nord della Striscia. Tra un’emergenza e l’altra cerca il tempo per scrivere, per sottrarre all’oblio ciò che vede. Racconta la fame che consuma lentamente i corpi, la malnutrizione che diventa condanna a morte, l’arrivo incessante di feriti negli ospedali. Corpi mutilati, ustioni profonde, vite sospese tra la possibilità di essere salvate e la mancanza persino dei mezzi più elementari per farlo. Ogni giorno aggiunge immagini a una memoria che non potrà più liberarsene. Un orrore che non si esaurisce quando termina il turno di un medico, perché continua a vivere dentro chi ne è stato testimone. Scuole e università bombardate dall’esercito israeliano. Ragazze e ragazzi che non possono più proseguire nel loro percorso educativo. La guerra non sottrae soltanto il presente. Cancella progressivamente anche la possibilità di immaginare un futuro. C’è una pagina nella quale una ragazza distribuisce dei fogli ai più piccoli, chiedendo loro di scrivere i propri sogni. Le risposte sono disarmanti. C’è chi vorrebbe semplicemente tornare a dormire nel proprio letto, chi desidera ritrovare la propria casa, chi sogna che la guerra finisca per poter diventare medico. Non chiedono giocattoli, viaggi o ricchezze. Chiedono una vita normale. Ciò che per milioni di loro rappresenta la quotidianità, a Gaza è diventato un sogno. È forse qui che il racconto raggiunge una delle sue dimensioni più dolorose. L’infanzia dovrebbe essere il tempo nel quale tutto appare possibile. A Gaza, persino il desiderio è costretto a misurarsi con la sopravvivenza. L’innocenza non è soltanto ciò che la guerra uccide. È ciò che la guerra priva del diritto di diventare futuro. Ma il diario contiene anche un passaggio che merita una particolare attenzione, perché ci conduce oltre la descrizione dell’orrore, dentro la responsabilità etica di chi osserva. Il 30 marzo 2025 Shehab racconta di ricevere messaggi nei quali gli viene chiesto dove siano gli ostaggi israeliani, perché non ne parli, perché non condanni quanto è accaduto il 7 ottobre. La sua risposta non lascia spazio ad ambiguità. È contrario all’uccisione dei civili, alla presa di ostaggi, alla violenza contro gli innocenti. Ma perché questa condanna dovrebbe costringerlo a tacere sull’inferno che sta vivendo? Perché, per poter raccontare i più piccoli morti sotto le bombe, dovrebbe prima dimostrare di avere il diritto di farlo? Shehab non chiede di scegliere quali vittime meritino compassione. Rifiuta che la sofferenza umana debba sottostare a una gerarchia, che la condanna di un crimine diventi il prezzo da pagare per poter denunciare un altro. Ed è proprio questa una delle contraddizioni più insopportabili che emergono dal libro: un uomo che vive quotidianamente l’orrore, che cerca di curare corpi devastati, che vede morire bambini per fame, si trova persino nella condizione di dover giustificare il proprio diritto di raccontare. Come se la testimonianza avesse bisogno di un’autorizzazione. Come se il dolore dovesse dimostrare la propria legittimità. Intanto, fuori dalle pagine del diario, il mondo continua a osservare. Le immagini arrivano ovunque, le notizie attraversano i continenti, le fotografie dei giovani feriti si sovrappongono ad altre fotografie. E ciò che un tempo avrebbe sconvolto la coscienza collettiva rischia di diventare parte del paesaggio quotidiano dell’informazione. Non possiamo dire di non sapere. Ed è forse questa la ragione per cui, accanto al dolore, durante la lettura cresce una rabbia difficile da contenere. Non soltanto per ciò che accade, ma per il fatto che possa continuare ad accadere sotto gli occhi di tutti. C’è una differenza profonda tra assistere a una tragedia inevitabile e assistere a una sofferenza che gli uomini potrebbero impedire. Shehab racconta di bambini morti di fame. Non per una malattia sconosciuta, non per un evento naturale contro il quale l’umanità non possiede strumenti. Morti perché non avevano cibo. La fame consuma lentamente, senza il fragore delle esplosioni. Riduce il corpo, spegne lo sguardo, sottrae le forze. E alla fine uccide. Un bambino morto di fame non è una lezione per l’umanità. È un bambino morto di fame. Esistono sofferenze alle quali non dobbiamo attribuire un significato per renderle sopportabili. Dobbiamo soltanto riconoscere che non sarebbero mai dovute esistere. Trasformare la tragedia in un insegnamento rischia persino di sottrarre qualcosa alle vittime, utilizzando la loro sofferenza per costruire una consolazione destinata a chi è rimasto vivo. Il diario racconta anche una nascita drammatica, quella di una bambina venuta al mondo con una gravissima malformazione, priva del cervello. Il medico assiste impotente a una vita che non può essere salvata. È una pagina nella quale la morte sembra precedere persino la possibilità di vivere. Shehab denuncia il timore che le conseguenze della guerra possano raggiungere anche le generazioni future. Il suo racconto non è un’indagine scientifica sulle cause di quella malformazione, ma la testimonianza di un medico che vede incrinarsi persino la promessa della nascita. E mentre tutto questo accade, lui continua a scrivere. Lo fa nei momenti sottratti al lavoro, alla ricerca di cibo, agli spostamenti, alla paura. Scrive per ricordare i volti, i nomi, le storie. Per impedire che gli esseri umani diventino soltanto numeri, che la morte si dissolva dentro una statistica. Ma anche la scrittura comincia a diventare difficile. La fame indebolisce il corpo, la stanchezza consuma la concentrazione, le parole sfuggono. La guerra gli sottrae progressivamente perfino gli strumenti necessari per raccontarla. Eppure, continua. Non perché la scrittura possa salvarlo, né perché possa restituire la vita a chi l’ha perduta. Continua perché la testimonianza è ciò che rimane quando ogni altra possibilità sembra essere stata distrutta. Ho terminato «Diario di un giovane medico» con due sentimenti che non riesco a separare. Il dolore per l’innocenza violata. Per quei bambini, quelle donne, quei giovani uomini che non hanno scelto nulla e ai quali è stato sottratto quasi tutto, persino il diritto di immaginare il domani. E la rabbia. Una rabbia che non nasce dal desiderio di vendetta, ma dall’incapacità di accettare che una simile devastazione possa consumarsi davanti agli occhi del mondo. Non credo che leggere questo libro ci renda automaticamente migliori. Sarebbe una conclusione troppo facile. E non credo neppure che il dolore raccontato da Shehab debba servire a qualcosa, quasi fosse necessario trovare un’utilità anche nell’orrore. Il dolore di quel popolo non deve insegnarci nulla per meritare la nostra attenzione. Le loro vite avevano valore prima della sofferenza, indipendentemente da ciò che noi potremo imparare dalla loro morte. Dopo aver letto queste pagine non possiamo più rifugiarci nell’ignoranza e nemmeno nella comoda convinzione che ciò che accade lontano da noi non ci riguardi. Il libro finisce. L’orrore raccontato, no. E io, ricondotto da questo libro alla misura della mia piccolezza, non posso che ripeterlo in una reiterata cantilena sacrilega: genocidio, genocidio, genocidio.   Redazione Italia
October 19, 2026
Pressenza
la Repubblica: “Armi ai bambini per gli spot dell’Esercito nelle scuole”, la rivolta dei prof: “Retorica bellica”
DI DAVIDE CARLUCCI SU REPUBBLICA DEL 7 OTTOBRE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Davide Carlucci, pubblicato su la Repubblica il 7 ottobre 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia ormai da diversi anni, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «In Puglia circolano immagini con bambini che imbracciano un fucile durante un open day. La replica: “Foto diffuse in maniera strumentale per attaccare il nostro lavoro”. La nota della scuola “Mons. Bello – G. Salvemini” di Molfetta…continua a leggere su www.bari.repubblica.it -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Quando l’autonomia infantile passa dallo smartphone
Un recente ed interessante studio del CNR-ISTC rivela come il cellulare accompagni sempre più spesso le prime esperienze di indipendenza dei bambini, consentendo però ai genitori di mantenere una supervisione costante a distanza. Il rischio è che lo smartphone limiti le occasioni di sviluppare fiducia in sé stessi, capacità decisionali e gestione del rischio. E’ quanto evidenzia una ricerca dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR ISTC), secondo la quale il cellulare sta diventando una sorta di “lasciapassare” per l’autonomia infantile: i genitori concedono ai figli maggiori libertà di movimento purché possano restare costantemente in contatto con loro. Lo studio, realizzato nell’ambito del progetto internazionale “La città delle bambine e dei bambini”, e pubblicato sulla rivista “Sistemi intelligenti”, ha coinvolto 234 bambini tra i 5 e i 10 anni e 215 genitori residenti a Castel Madama, Latina e Roma. I dati mostrano che lo smartphone è il dispositivo personale più diffuso: a possederne uno è il 49,8% dei figli intervistati. L’età media del primo smartphone è di appena 7,2 anni. Il dispositivo viene utilizzato soprattutto per giocare (47,4%), ma la sua funzione principale sembra essere quella di mantenere il collegamento tra genitori e figli. Il 46,7% dei bambini afferma che il telefono viene usato dai genitori per chiamarli quando sono soli a casa, mentre il 30,3% riferisce di essere contattato quando si trova fuori con gli amici. Anche le risposte dei genitori confermano questa tendenza. > “La ricerca mostra come l’introduzione precoce dello smartphone stia > contribuendo a ridefinire le modalità attraverso cui viene concessa e vissuta > l’autonomia infantile, spiegano le ricercatrici Daniela Renzi e Marica Notte > del CNR-ISTC. L’autonomia, fondamentale per lo sviluppo dell’autostima e della > capacità di gestire il rischio, finisce sempre più spesso per diventare una > concessione subordinata alla possibilità di esercitare un controllo a > distanza, più che un processo fondato sulla fiducia nelle competenze del > bambino”. Quando vengono usati i dispositivi? La ricerca evidenzia che essi vengono adoperati prevalentemente in solitudine. Il 56,5% dei bambini dichiara di usarli da solo, contro il 33,2% che li utilizza insieme ai genitori. Se televisione e smart tv dominano “la vita” mediatica dei più piccoli, la vera novità riguarda il ruolo che questi strumenti assumono nella crescita dei bambini. Esse rappresentano il dispositivo più usato (58,9% secondo i bambini e 78,4% secondo i genitori), seguito dallo smartphone (52,4% e 61,9%). Preoccupa anche il contesto di utilizzo: il 37,7% dei bambini afferma di usare i dispositivi prima di addormentarsi e il 23,4% durante i pasti. Secondo loro il dispositivo viene concesso soprattutto come premio (44,4%), mentre i genitori indicano più spesso l’uso durante i viaggi in automobile (20,9%). Particolarmente interessanti sono i risultati relativi al benessere emotivo. Quando giocano all’aperto con gli amici, il 90,4% dei bambini dichiara di sentirsi felice. Al contrario, quando giocano da soli in casa con i dispositivi digitali, la percentuale di felicità scende al 56,7%, mentre aumentano noia (26,8%) e solitudine (22,9%). Tra i bambini più grandi, l’utilizzo individuale dei dispositivi si associa ancora più frequentemente a sentimenti di noia e isolamento. > “La tecnologia non sostituisce il valore delle relazioni tra pari e del gioco > libero, sottolineano le due autrici dello studio, Daniela Renzi e Marica > Notte. I dati mostrano chiaramente come le esperienze all’aperto e condivise > con gli amici continuino a rappresentare la principale fonte di benessere per > i bambini”. Sul fronte della mobilità emergono differenze significative. I bambini di Castel Madama risultano più autonomi rispetto ai coetanei di Roma e Latina negli spostamenti quotidiani, come andare a scuola, al negozio o a giocare all’aperto senza accompagnamento degli adulti. In generale, tuttavia, la possibilità di uscire da soli appare fortemente associata al possesso di uno smartphone, indipendentemente dall’età, dal genere o dal luogo di residenza. Secondo le ricercatrici, accanto alla necessaria regolamentazione dell’uso degli schermi raccomandata dai pediatri, è fondamentale promuovere opportunità concrete di gioco libero e movimento autonomo nello spazio pubblico, restituendo ai bambini occasioni di crescita, socialità e sperimentazione diretta. Anche il recente policy brief pubblicato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche- INAPP, intitolato “Proteggere il benessere dei minori. Un’infrastruttura per il monitoraggio delle politiche”, curato dalle ricercatrici Giovanna Giuliano, Cristina Lion e Paloma Vivaldi Vera e dal ricercatore Antonello Scialdone, evidenzia la pervasività dei dispositivi tecnologici e della vita online: la disponibilità dello smartphone personale passa dal 52,7% in 5ª elementare all’87% già in 1ª media, raggiungendo il 90,7% in 2ª media (in pratica solo un preadolescente su dieci non possiede un cellulare). A questa disponibilità corrisponde un vero e proprio boom nell’accesso ai social media: l’iscrizione alle piattaforme social passa dal 31,5% in 5ª elementare al 74,8% in 2ª media; l’uso ad altissima frequenza (quotidiano o quasi, pari a 7 o più volte a settimana) schizza dal 20,4% a ben il 55,3% tra i ragazzi di 12 anni, senza rilevanti differenze di genere. Tale sovraesposizione comporta inevitabili ricadute sul benessere psicofisico e familiare. In 2ª media, un ragazzo su tre (32,5%) ammette di aver provato a ridurre l’uso di internet senza riuscirci, e un quarto del campione (25%) riconosce che l’uso della rete gli crea problemi Qui per approfondire lo studio del CNR-ISTC: https://www.rivisteweb.it/doi/10.1422/121188. Qui il policy brief dell’INAPP: https://oa.inapp.gov.it/server/api/core/bitstreams/f9f0e4ca-ccbd-4dce-8fd8-094d4797f16e/content. Giovanni Caprio
October 7, 2026
Pressenza
Auschwitz in purezza
Mariarosa Mancuso su Il Foglio: i bambini assassinati a Gaza dai criminali di Idf che confessano i loro crimini nel fil Naza “sognano la guerra contro il nemico di sempre”. Vittime collaterali, sì, ma fino ad un certo punto, meglio ammazzarli da piccoli. Auschwitz in purezza. 07* da Facebook L'articolo Auschwitz in purezza su Contropiano.
October 2, 2026
Contropiano
Una goccia nell’oceano
MAHMOUD ABU AL-QARAYA: DA GAZA ALL’ITALIA, LA FOTOGRAFIA, LA GUERRA E LA POSSIBILITÀ DI UN FUTURO La guerra è adesso. È nelle immagini che ci raggiungono ogni giorno e alle quali rischiamo, quasi senza accorgercene, di abituarci. L’orrore si ripete, scorre davanti ai nostri occhi e può finire per sembrarci distante, quasi irreale. Ma la guerra non è un film. E non è normale. Davanti a quello che accade a Gaza mi sono chiesta spesso che cosa potessi fare. Poco, forse. Una goccia nell’oceano. Ma una goccia non è soltanto una goccia. Una goccia è una vita. Ha un nome, un volto, una storia. Oggi questa goccia si chiama Mahmoud Abu Al-Qaraya. Ed è forse questo che rischiamo di perdere quando la guerra diventa una sequenza quotidiana di immagini e di numeri: il valore di ogni singola goccia, di ogni singola vita. Mahmoud è un fotografo e videomaker palestinese di Gaza. Avevamo già incontrato il suo sguardo attraverso Between Gaza and Naples. A Childhood Story, il progetto fotografico realizzato con Raffaele Annunziata e raccontato su Pressenza. L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli Oggi Mahmoud è in Italia. Ha iniziato un percorso universitario a Sassari grazie a una borsa di studio triennale destinata a studenti palestinesi. Questa volta lasciamo che sia lui a raccontare.  Hai vissuto la guerra mentre la fotografavi. Ci sono stati momenti in cui hai smesso di sentirti fotografo e sei stato semplicemente un uomo che aveva paura? Sì, è successo molte volte. Sono andato in tanti luoghi per fotografare, con la macchina fotografica e l’attrezzatura in mano. Ma in certi momenti non provavo soltanto paura: non sentivo più nemmeno il mio corpo. Era come se mi stessero strappando via l’anima. A volte avevo la macchina fotografica in mano e non riuscivo a scattare. Avevo paura dell’orrore di ciò che vedevo, e avevo paura anche di mostrarlo al mondo.  Gaza è la tua casa. Cosa significa vedere scomparire o trasformarsi i luoghi della propria infanzia, della propria vita e dei propri ricordi? Potrei parlare di questo sentimento per dieci pagine e non riuscirei comunque a descriverlo. Quando scompaiono i luoghi in cui hai vissuto la tua infanzia, ti chiedi: è finito anche il mio passato? Dove vanno i ricordi quando non esiste più un luogo in cui tornare per ritrovarli? Quando sono tornato a Shuja’iyya, dove ho vissuto la mia infanzia, non ho trovato la nostra casa. Non ho trovato la mia scuola, né la strada o il giardino in cui passavo ore a giocare a calcio. Conoscevo benissimo quei luoghi, ma ero lì e non trovavo più nulla di ciò che cercavo. Ancora oggi non so descrivere cosa si prova. Nelle tue fotografie tornano spesso gli sguardi dei bambini. Cosa raccontano della realtà di Gaza che le parole non riescono a dire? E quale forza può avere la fotografia, e più in generale l’arte, nel trasformare quella realtà in un messaggio di pace? Vorrei che il mondo vedesse la speranza negli occhi dei bambini di Gaza. Ricordo tutti i bambini che ho fotografato: alcuni sorridevano nonostante le condizioni difficili in cui vivevano; altri erano tristi e portavano un peso troppo grande per la loro età. Ricordo un bambino felice per dei vestiti nuovi e un altro che mi ha sorriso perché gli stavo scattando una foto, anche se dentro di sé era triste. Vorrei che le persone vedessero chiaramente quanto questi bambini siano belli e innocenti, e quanta speranza ci sia ancora in loro. Se le mie fotografie riescono a far pensare a loro e a spingere qualcuno a cercare di costruire per loro un futuro migliore, allora questa è la forza della fotografia per me. È il messaggio di pace che vorrei trasmettere.  Il tuo lavoro con Raffaele Annunziata, Between Gaza and Naples. A Childhood Story, ha creato un primo legame con l’Italia. Come si è evoluto quel rapporto e quale percorso ti ha portato, da lì, fino a essere oggi in Italia? Il mio rapporto con Raffaele è nato attraverso la fotografia. Mi hanno colpito le immagini che aveva scattato a Napoli, e a lui sono piaciute quelle che avevo scattato a Gaza. Abbiamo cominciato a parlare ogni tanto: mi chiedeva come stavo e parlavamo di Gaza e di fotografia. Poi abbiamo deciso di lavorare insieme, ed è nato Between Gaza and Naples. All’inizio ci univa la fotografia, ma con il tempo Raffaele è diventato un amico molto vicino. Quando si è presentata la possibilità di continuare i miei studi in Italia, Raffaele e Carmen, insieme ad altri amici, si sono impegnati molto per aiutarmi. Ci sono stati periodi di speranza e di attesa, poi ho ottenuto la borsa di studio. A maggio è arrivata la chiamata dell’ambasciata e, pochi giorni dopo, ho lasciato Gaza. Ho raggiunto la Giordania in autobus e da lì sono arrivato in aereo a Roma. A Roma ho incontrato Carmen e Raffaele per la prima volta di persona. Carmen è stata la prima ad abbracciarmi, poi Raffaele. In seguito mi hanno accompagnato a Sassari, dove ho iniziato il mio percorso universitario. Qualunque cosa io dica per raccontare quanto mi hanno aiutato, prima di lasciare Gaza e dopo il mio arrivo in Italia, mi sembrerà sempre troppo poco.  Per lasciare Gaza hai dovuto vendere anche la tua attrezzatura fotografica. Qual è stata la rinuncia più importante e più dolorosa per te? Ho venduto la mia attrezzatura fotografica perché non potevo portarla con me quando avrei lasciato Gaza. Pensavo che con quei soldi avrei comprato altra attrezzatura una volta arrivato in Italia. Ma la partenza veniva rimandata, mese dopo mese, e il costo della vita era altissimo. Ho dovuto spendere gradualmente quei soldi e, quando finalmente è arrivato il momento di partire, non ne era rimasto quasi nulla. Vendere la mia attrezzatura è stato difficile, ma la cosa più dolorosa è stata lasciare la mia famiglia. Li amo moltissimo. Io sono riuscito a lasciare Gaza, ma non ho potuto portarli con me. 6. A chi continua a chiedersi «perché vengono qui?», che cosa risponderesti? Ho lasciato Gaza perché ho visto troppa ingiustizia e troppa paura, e perché voglio avere la possibilità di costruire un futuro. Sogno di avere un giorno una famiglia e di trovare un luogo sicuro in cui crescere i miei figli. Non voglio che provino la paura che ho provato io. Ho anche un sogno legato al mio lavoro: vorrei farmi un nome nel mondo della fotografia e del cinema, e usare la mia arte per raccontare la sofferenza dei bambini del mio popolo. Sono partito anche per questo: per vivere al sicuro, continuare a lavorare e dare una voce, attraverso le immagini, a ciò che ho visto.  C’è qualcosa che, ascoltando il racconto europeo della guerra, senti che viene frainteso, semplificato o non raccontato affatto? Credo che la cosa più difficile da comprendere dall’esterno sia la dimensione della sofferenza. So che molte persone in Europa sono vicine a noi e soffrono per quello che vedono, e lo apprezzo. Ma vedere ciò che accade è diverso dal viverlo ogni giorno. Ci sono momenti di paura in cui senti che la morte potrebbe arrivare da un istante all’altro. È difficile che una fotografia o una notizia riescano a trasmettere ciò che accade dentro una persona in quel momento, o ciò che quella paura le lascia. Per questo sento che una parte enorme della nostra esperienza non arriva alle persone, anche quando sono sinceramente solidali con noi. 8. Come immagini i tuoi anni di studio a Sassari? E dove e come vorresti costruire il tuo futuro? Sassari è una città bella e mi piace vivere qui. Le persone sono molto gentili e questo mi aiuta a sentirmi a mio agio. In questo momento ho qualche difficoltà con la lingua e con alcuni aspetti degli studi, ma spero che i prossimi anni vadano bene e che io possa imparare e crescere. Dopo la laurea sogno di continuare a creare nel campo della fotografia e della regia, perché è un lavoro che amo e che mi dà gioia. Non so ancora con precisione dove costruirò il mio futuro, ma so che vorrei essere vicino alla mia famiglia e alle persone che qui sono diventate una famiglia per me: Raffa, Carmen e Denis.  Quando pensi a Gaza, riesci ancora a immaginare di tornarci un giorno? Sì, immagino che un giorno tornerò a Gaza, e spero che quando arriverà quel giorno la Palestina sia libera. Ma per me sarebbe difficile tornare a viverci finché dovessi temere che, dopo qualche anno, scoppi un’altra guerra. Sogno di avere una famiglia e dei figli in futuro, e non voglio che vivano quello che ho vissuto io. Non riesco a sopportare l’idea di perdere un figlio in un modo così brutale. Vorrei poter tornare a Gaza sapendo che i miei figli potranno crescere al sicuro. Per sostenere Mahmoud e la sua famiglia Il percorso universitario di Mahmoud a Sassari è sostenuto da una borsa di studio triennale e dal programma di accoglienza dell’Università di Sassari. La raccolta fondi è distinta da questo sostegno ed è destinata ad aiutare Mahmoud e la sua famiglia rimasta a Gaza. Attraverso il progetto Between Gaza and Naples è possibile contribuire alla raccolta fondi. Per chi desidera offrire il proprio sostegno, tutte le informazioni e le modalità per contribuire sono disponibili qui: https://www.raffaeleannunziata.it/donate-now/ Lucia Montanaro
September 29, 2026
Pressenza
Il genocida peggiore
Quest’uomo è, a mio avviso, uno dei peggiori esseri umani del nostro secolo. Un uomo che, tra qualche anno, sarà oggetto di studio proprio come io ho studiato quelli che lo hanno preceduto. Come studiamo i tiranni e coloro che la storia finisce per definire malvagi. Potrei dire molto su […] L'articolo Il genocida peggiore su Contropiano.
September 28, 2026
Contropiano
Quale spazio per i bambini dell’Isolotto? Riflessioni su un progetto di “riqualificazione” del verde
Dubbi e proposte dei residenti sul progetto del nuovo viale dei Bambini e del viale dei Pini presentato in due incontri organizzati dal Quartiere 4 (il 9 e il 10 settembre) per ascoltare proposte e critiche dei residenti, rispondere a … Leggi tutto L'articolo Quale spazio per i bambini dell’Isolotto? Riflessioni su un progetto di “riqualificazione” del verde sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Confessioni di un operatore di droni dell’esercito israeliano
Quella notte, Nir si trovava in un rimorchio pieno di schermi, in una base nella zona di confine con Gaza. Sugli schermi, vide delle ambulanze percorrere una strada e poi assistere a un’imboscata tesa dalle truppe della Brigata Golani. “Erano chiaramente identificabili come veicoli di emergenza, anche quando aprirono il […] L'articolo Confessioni di un operatore di droni dell’esercito israeliano su Contropiano.
September 21, 2026
Contropiano