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Sudan: dopo tre anni di guerra, i bambini continuano a pagare il prezzo più alto
Mentre il conflitto in Sudan raggiunge il suo terzo anno, tra gennaio e marzo 2026 almeno 160 bambini sono stati uccisi e 85 mutilati in tutto il Paese – un aumento del 50% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il maggior numero di vittime è stato registrato negli Stati del Darfur e del Kordofan, dove la violenza in corso ha spinto le comunità al limite. Tre anni di conflitto incessante hanno causato lo sfollamento di oltre 5 milioni di bambini, spesso ripetutamente, con lo spostarsi delle linee del fronte e le diffuse violenze. “Da tre anni, in tutto il Sudan, i bambini vengono uccisi, feriti e sfollati in misura impressionante – ha dichiarato Catherine Russell, direttrice generale dell’UNICEF – Le loro case, le scuole e gli ospedali continuano a subire attacchi. Non c’è alcuna giustificazione per la violenza contro i bambini. Ciò riflette un fallimento collettivo delle parti in conflitto nel proteggere i diritti essenziali dei bambini”. Nelle zone più colpite, gli attacchi in corso continuano a distruggere case, scuole, mercati e ospedali. I nuovi strumenti di guerra sono sempre più letali: il 78% delle vittime minorenni segnalate è dovuto ad attacchi con droni. Dall’inizio della guerra, le Nazioni Unite hanno verificato più di 5.700 gravi violazioni contro i bambini * in tutto il Sudan, che hanno coinvolto almeno 5.100 bambini – oltre 4.300 dei quali sono stati uccisi o mutilati. Il Darfur e il Kordofan registrano ancora una volta il numero più alto di vittime tra i bambini. Il bilancio reale è di gran lunga più alto, ma l’insicurezza e l’accesso limitato alle zone colpite ostacolano un monitoraggio e una verifica continuativi. Le famiglie vivono in condizioni di sovraffollamento e precarietà, mentre i servizi di base sono al limite della capacità. Ampie zone del Sudan rimangono tagliate fuori dall’assistenza umanitaria a causa dell’insicurezza, delle infrastrutture danneggiate e dei vincoli amministrativi. Ledifficoltà di accesso sono particolarmente gravi nel Darfur, nel Kordofan e in alcune zone del Nilo Azzurro, lasciando molti dei bambini più vulnerabili senza alcuna assistenza. La fame, le malattie e il rischio di carestia si stanno diffondendo, alimentati dalla violenza, dai ripetuti sfollamenti e dai gravi ostacoli all’accesso umanitario. Con la fuga delle famiglie, i mezzi di sussistenza vengono interrotti, i mercati crollano e i servizi di base continuano a interrompersi. La carestia è già stata confermata ad Al Fasher e Kadugli, con un rischio crescente di diffusione a Um Baru e Kernoi. L’impatto allarmante si riflette nel numero di bambini colpiti da malnutrizione. In tutto il Sudan, si stima che nel 2026 circa 4,2 milioni di bambini soffriranno di malnutrizione acuta, di cui oltre 825.000 casi gravi, che possono essere letali se non trattati con urgenza. Le conseguenze della guerra sul diritto all’istruzione dei bambini sono preoccupanti. Più di un terzo delle scuole in Sudan è chiuso e un ulteriore 11% viene utilizzato come rifugio o, secondo quanto riferito, è occupato dalle parti in conflitto, il che significa che quasi la metà di tutti gli edifici scolastici non è più utilizzata come aule. Oggi, almeno 8 milioni di bambini in Sudan non frequentano la scuola. Nonostante l’insicurezza e le difficoltà di accesso, l’UNICEF continua a fornire servizi salvavita negli ambiti di salute, nutrizione, acqua, protezione dell’infanzia e istruzione in tutto il Sudan. Tuttavia, la risposta è sottoposta a una pressione crescente. Nel 2026, l’UNICEF necessita di 962,9 milioni di dollari per raggiungere 7,9 milioni di bambini con assistenza salvavita. A marzo, è stato ricevuto solo il 16% dei fondi necessari. «Per proteggere i bambini è necessario che tutte le parti in conflitto pongano immediatamente fine alle gravi violazioni nei loro confronti e rispettino il diritto internazionale, garantendo un accesso umanitario sicuro, rapido e senza ostacoli in tutto il Paese – ha affermato Russell – Siamo grati ai donatori che sostengono il nostro lavoro salvavita. Tuttavia, i bisogni umanitari continuano a superare di gran lunga i finanziamenti disponibili, e lanciamo un appello urgente alla comunità internazionale affinché rafforzi il proprio sostegno. Non possiamo chiudere gli occhi davanti alle sofferenze dei bambini in Sudan». *Le violazioni gravi nei confronti dei minori comprendono: l’uccisione e la mutilazione; il rapimento; il reclutamento e l’impiego in combattimento; lo stupro e altre forme di violenza sessuale; gli attacchi a scuole e ospedali; e l’impedimento dell’accesso agli aiuti umanitari. UNICEF
April 14, 2026
Pressenza
Bambini in prima linea: dalla repressione interna alla guerra in Iran
Tra tensioni geopolitiche, strategie militari e narrazioni politiche contrastanti, una realtà rimane innegabile: Nell’Iran di oggi, bambini e studenti non sono più ai margini della crisi. Sono sempre più al centro di essa. Non come partecipanti, ma come vittime. Gennaio 2026: quando la repressione ha raggiunto i più giovani Durante le proteste del gennaio 2026, un’estesa ondata di repressione si è diffusa in tutte le città iraniane, raggiungendo persino adolescenti e studenti. I rapporti disponibili indicano che oltre 200 studenti di età inferiore ai 18 anni hanno perso la vita durante questi eventi. Decine di altri sono stati arrestati. Molti sono stati presi di mira non per attività politiche organizzate, ma per la loro presenza in spazi pubblici o per le loro espressioni sui social media. Non si tratta di cifre astratte. Ogni numero rappresenta una vita interrotta, una famiglia per sempre cambiata, un futuro che non è mai stato permesso di realizzarsi. Ciò che rende questi eventi particolarmente allarmanti non è solo la loro portata, ma anche le loro implicazioni: i confini tra conflitto politico e tutela dei minori si sono assottigliati. Guerra e infrastrutture fragili: quando le scuole diventano pericolose Allo stesso tempo, l’escalation delle tensioni regionali e gli attacchi militari attribuiti a Israele e agli Stati Uniti contro obiettivi all’interno dell’Iran hanno messo in luce un ulteriore livello di vulnerabilità. Le infrastrutture critiche, compresi i sistemi energetici e gli ambienti urbani, sono state messe sotto pressione. Sebbene tali operazioni siano spesso inquadrate come azioni strategiche o militari, le loro conseguenze si estendono ben oltre gli obiettivi prefissati. Esse sconvolgono la vita quotidiana, indeboliscono i servizi essenziali e creano ambienti in cui i civili, compresi i bambini, diventano sempre più esposti a pericoli. In questo contesto, le scuole non sono più semplicemente spazi educativi. Entrano a far parte di un ambiente fragile in cui la sicurezza non è più data per scontata. I bambini che dovrebbero vivere l’esperienza di stabilità e protezione crescono invece sotto la costante ombra dell’incertezza, della paura e della violenza. Il costo umano e il collasso dell’istruzione Secondo i dati disponibili, 252 studenti e insegnanti sono stati uccisi dall’inizio di questi eventi. Tra questi, 201 studenti e 51 insegnanti. Inoltre, 183 persone sono rimaste ferite, tra cui 164 studenti e 20 membri del personale scolastico. Oltre all’immediata perdita umana, l’impatto sulle infrastrutture educative è profondo. Un totale di 723 strutture scolastiche e amministrative sono state danneggiate. Tra queste, 636 scuole, 42 centri amministrativi e 45 strutture culturali e sportive. Le conseguenze vanno oltre la distruzione fisica. Per molti bambini, sopravvivere non significa riprendersi. Significa tornare a una realtà in cui le aule non esistono più, dove la routine è stata sostituita dall’interruzione, e dove il futuro diventa incerto. Una crisi più profonda: la normalizzazione della perdita Forse l’aspetto più inquietante di questa situazione non è solo l’entità del danno, ma la sua graduale normalizzazione. Quando la morte di un bambino non produce più una risposta globale costante, qualcosa di fondamentale è cambiato. In un contesto simile, la sofferenza umana rischia di essere assorbita da narrazioni contrastanti. Da un lato, gli attori statali possono incorporare questi eventi nei messaggi politici. Dall’altro, la polarizzazione può ridurre la tragedia a uno strumento all’interno di conflitti più ampi. In entrambi i casi, l’individuo scompare. Il bambino diventa un simbolo, una statistica, o uno strumento narrativo. Responsabilità legale e morale Il diritto internazionale fornisce un quadro chiaro. La Convenzione sui diritti dell’infanzia obbliga gli Stati a garantire la protezione, la sicurezza e la dignità dei minori. Analogamente, le leggi sui conflitti armati richiedono distinzione e proporzionalità per minimizzare i danni ai civili. Eppure, il divario tra principio e realtà rimane significativo. Sia nel contesto della repressione interna che in quello di azioni militari esterne, queste protezioni appaiono sempre più fragili. Nessuna giustificazione, nessuna equivalenza È fondamentale riconoscere un punto essenziale: L’uccisione di bambini, indipendentemente dal contesto, non può essere giustificata. La violenza che ha origine all’interno di uno Stato non giustifica la violenza proveniente dall’esterno. Gli attacchi esterni non assolvono dalla responsabilità interna. Ogni atto è un caso a sé stante, e ognuno esige responsabilità. Oltre la polarizzazione: la necessità di una prospettiva incentrata sull’essere umano Il momento attuale rivela più di una crisi politica. Rivela una crisi di prospettiva. Quando l’analisi è dominata da strategia, potere e allineamento, la dimensione umana viene spesso messa da parte. Eppure, qualsiasi comprensione significativa di un conflitto deve partire dalle sue conseguenze umane. I bambini non sono strumenti politici. Non sono variabili collaterali nei calcoli geopolitici. Sono individui le cui vite definiscono i confini morali di qualsiasi sistema politico. Conclusione: La responsabilità di vedere e rispondere Tra la guerra e la repressione, esiste un’altra via. Una via che privilegia la dignità umana rispetto al posizionamento politico. Riconoscere questa realtà non richiede l’adesione a una narrazione specifica. Richiede l’impegno verso un principio fondamentale: Che la protezione dei bambini non sia una scelta politica, ma un obbligo universale. Affinché questo principio conservi un significato, deve essere applicato con coerenza. E deve iniziare con il riconoscimento di ciò che sta accadendo.   Shayan Moradi
April 13, 2026
Pressenza
BB (Bologna Bambini): fra musei e lacrimogeni
di Vito Totire (*) Infanzia e adolescenza ad alto rischio. Riflessioni dopo l’adesione al corteo del 12 aprile in partenza dai giardini bolognesi Parker-Lennon. Dopo i candelotti ad altezza d’uomo, ora i candelotti ad altezza di bambino? Il Comune di Bologna parla con “lingua biforcuta” La vicenda del cosiddetto MUBA (museo dei bambini) ha fatto maggiormente emergere contraddizioni esistenti ma
Torino, in mostra foto e disegni per le scuole nelle tende di Gaza
Nel settembre del 2025 un piccolo gruppo di illustratrici professioniste che pubblicano nel mondo editoriale internazionale per l’infanzia chiamano diversi colleghi e colleghe molto conosciuti chiedendo loro di donare un’illustrazione per una mostra presso la libreria Binaria al Gruppo Abele, a Torino. La “chiamata” ha un grande successo e la mostra riesce a raccogliere una somma notevole, trasferita ai progetti di Vento di Terra a Gaza. Lo stesso gruppo, ora sotto la sigla “IO CI STO” lancia in febbraio una nuova iniziativa: l’intenzione è di inviare a ogni bambino delle scuole nelle tende un’immagine (tutte diverse) una volta al mese. Con affetto e costanza. Attraverso il gruppo torinese “Comitato un aiuto per la Palestina” entriamo in contatto con 4 scuole nelle tende per un totale di 180 bambini. I disegni vengono inviati al cellulare degli insegnanti che li mostrano e li fanno scegliere ai bambini. A volte riescono a stamparli e a esporli sulle pareti delle tende. Sono stati già distrutti due volte dalle tempeste e dall’acqua, insieme alle tende delle famiglie, ma si ricomincia e i disegni sono sui telefoni. Due bimbe con i disegni arrivati tramite invio al cellulare dell’insegnante il Comitato dà supporto anche a 40 nuclei famigliari con situazioni faticosissime, come si può immaginare per gli Ultimi di una terra ultima, che però sta insegnando a tutto il mondo di saper resistere con creatività e dignità. È quindi stata organizzata dal Comitato Un aiuto per la Palestina una nuova mostra, sempre a Torino presso Binaria. Saranno esposte le fotografie delle famiglie, i loro messaggi, le foto delle scuole nelle tende e della distribuzione di cibo, abiti e di ciò che può essere necessario, oltre alle nostre illustrazioni inviate ai bambini. Le illustrazioni in mostra potranno essere acquistate attraverso una donazione a partire da 20 euro. Questi fondi saranno interamente devoluti alle scuole sotto le tende a Gaza. Questi i dati organizzativi essenziali: Mostra: GAZA ROMPIAMO IL SILENZIO Libreria Binaria, Via Sestrière 34, Torino Dal 10 aprile 2026 dalle 18,30 al 30 aprile 2026 Apertura: dal lunedì al sabato dalle 9 alle 22 Info e visite: binaria@gruppoabele.org Comitato Un aiuto per la Palestina: unaiutoperlapalestina25@gmail.com Redazione Italia
April 6, 2026
Pressenza
Names behind Numbers: un impegno quotidiano per la pace dall’Area della Ricerca del CNR di Milano
Non siate compassionevoli, siate esatti, dateci un nome, non “loro”, non “vittime”, nominateci uno per uno, dite i nostri nomi finché non vi mancherà il fiato, è solo quello il punto in cui la lingua si redime. (Francesca Mannocchi) Names behind Numbers è un’iniziativa promossa da un gruppo di lavoratrici e lavoratori dell’Area della ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche CNR di via Corti 12 a Milano, che consiste nella lettura collettiva e ad alta voce dell’elenco delle bambine e dei bambini israeliani e palestinesi (0-12 anni) uccisi dal 7 ottobre 2023. Ci si incontra nel cortile dell’Area, accanto al punto di raccolta usato in caso di emergenza, tutti i giorni, indipendentemente dalle condizioni meteo, a partire dalle 12.00 e si va avanti per una ventina di minuti; c’è anche chi viene ma non legge e ascolta in silenzio. L’incontro si chiude con una formula di saluto in arabo. La lettura è cominciata il 7 ottobre 2025 – a due anni dall’attacco del gruppo militare di Hamas a Israele e dell’inizio della guerra con conseguente genocidio a Gaza – e andrà avanti per mesi in quanto l’elenco, di 257 pagine, contiene quasi 13.000 nomi (per l’esattezza 12.265). I dati sui 16 bambini israeliani provengono dall’agenzia giornalistica israeliana Haaretz; quelli relativi alle migliaia di palestinesi da un database open source creato dal collettivo Tech For Palestine, un gruppo di volontari che raccoglie i dati dal Ministero della Salute di Gaza, che a sua volta utilizza registri ospedalieri e dell’obitorio, nonché resoconti verificati delle famiglie delle vittime e di media affidabili. L’elenco si ferma al luglio del 2025, perciò non è definitivo. Ad oggi, sempre secondo fonti del collettivo palestinese, i bambini morti sono circa 22.000, ma è un dato sottostimato: rintracciare e identificare i morti a Gaza è diventato sempre più difficile a causa del collasso del sistema sanitario dell’enclave, dei ripetuti sfollamenti ed esodi delle famiglie. In questo contesto, molti bambini non sono identificati e non arrivano neanche ad avere un nome.   Non è un caso che l’iniziativa riprenda il titolo dato dal gruppo palestinese al proprio lavoro, Names behind Numbers, nel quale sono stati raccolti i dati di oltre 73.000 persone uccise. Lo abbiamo adottato perché ricorda – a noi che facciamo ricerca e usiamo spesso i numeri come criterio per dimostrare l’attendibilità di un fenomeno – che anche se i numeri ci danno le dimensioni della grandezza di una tragedia, spesso ce la fanno percepire come lontana, astratta, irreale. Dietro i numeri ci sono storie, vite, famiglie, comunità. Come con le vittime di violenza o i migranti morti in mare, di cui conosciamo spesso solo i numeri, dare un’identità ai loro corpi, conoscere i loro nomi, renderli pubblici è un gesto per sottrarre all’oblio chi è stato ucciso o è morto ingiustamente, per ricordare il suo diritto alla vita negato e calpestato, per dar visibilità a una storia che viene sistematicamente rimossa, dimenticata e in alcuni casi negata. L’iniziativa di leggere i nomi delle vittime di violenza, come quelle del 7 ottobre e del genocidio di Gaza, peraltro non è nuova; da quando sono stati pubblicati i dati sul Washington Post nel luglio 2025, molte iniziative analoghe si sono svolte e continuano a svolgersi in tutta Italia e nel mondo, dove i nomi vengono letti o anche trascritti sulla carta, sulla stoffa, sui muri, coinvolgendo artisti e artiste e cittadini e cittadine di molte città e paesi in azioni pubbliche che cercano di mantenere viva la memoria collettiva e individuale.  L’importanza di preservare la memoria è molto presente nel popolo palestinese: i nomi dei bambini e delle bambine sono brevi ma composti da una successione di altri nomi, 4,5 a volte 6, che ricordano quelli dei padri e dei nonni, in una sorta di staffetta tra generazioni che cerca di mantenere vivo il ricordo delle origini e di tenere unito il filo sottile che lega passato e presente, di fare in modo che non si spezzi, perché in quel nome è scritto anche il futuro delle giovani generazioni. Il presidio di lettura dell’Area di Ricerca di Milano è partecipato da 10-20 persone a seconda della giornata. Le motivazioni sono tante e ognuno viene con le sue.  È certamente un modo per non dimenticare, per testimoniare, per cercare di rimanere lucidi in questi tempi terribili in cui, parafrasando Shakespeare, “matti guidano ciechi”.  È un gesto di solidarietà. Un modo, per dirla con le parole di Francesca Mannocchi, “per abitare la guerra, per stare scomodi, ogni giorno, non solo loro, ma noi.”  È anche un modo per sentirsi e per fare “comunità”, al di là dei nostri ruoli, tecnici, amministrativi, di ricerca, delle nostre età, del nostro genere e delle nostre discipline. Per opporsi non soli ma uniti alla logica della guerra e della sopraffazione. È, infine, un gesto di responsabilità. Sebbene ci limitiamo a leggere dei nomi – spesso non li leggiamo neanche correttamente – ogni nome lo accompagniamo con il nostro respiro e in quel respiro c’è il nostro piccolo impegno di umanità e di pace, un impegno che rinnoviamo ogni giorno. Perché la cultura della non violenza si costruisce anche così. Se qualcuno/a volesse riprendere l’iniziativa, siamo contenti di condividere il nostro elenco. L’Area della Ricerca non è accessibile al pubblico, è un luogo di lavoro ma se qualcuno volesse qualche volta venire a trovarci può scrivermi.   Alba L’Astorina, IREA CNR Milano lastorina.a@irea.cnr.it Redazione Milano
April 2, 2026
Pressenza
UNICEF: i bambini vittime dell’escalation militare in Medio Oriente
A più di un mese dall’escalation militare in Medio Oriente, il conflitto continua a mietere vittime tra i bambini di tutta la regione. Secondo le notizie, più di 340 bambini sono stati uccisi e migliaia feriti. Il bilancio comprende 216 bambini uccisi e 1.767 feriti in Iran, 124 uccisi e 413 feriti in Libano, 4 uccisi e 862 feriti in Israele, 1 bambino ucciso in Kuwait, 4 bambini feriti in Bahrein e 1 bambino ferito in Giordania. L’evento con il maggior numero di vittime tra i bambini si è verificato il primo giorno di guerra, in seguito a un attacco missilistico contro la scuola Shajareh Tayyebeh in Iran, che ha causato la morte di 168 bambine e bambini. Gli attacchi incessanti delle parti in conflitto in diversi paesi stanno distruggendo e danneggiando le strutture e le infrastrutture da cui dipendono i bambini, tra cui ospedali, scuole e sistemi idrici e igienico-sanitari. Le violenze in corso nello Stato di Palestina, comprese Gaza e la Cisgiordania, nello stesso periodo hanno causato la morte di 16 bambini palestinesi e il ferimento di oltre 50. «I bambini della regione sono esposti a violenze terribili, proprio mentre i sistemi e i servizi destinati a garantire la loro sicurezza sono sotto attacco – afferma Catherine Russell, Direttrice generale dell’UNICEF – È necessario un intervento urgente di tutte le parti in conflitto per proteggere la vita dei civili e difendere i diritti dei bambini». In tutta la regione, più di 1,2 milioni di bambini sono stati sfollati a causa dei bombardamenti e degli ordini di evacuazione che hanno svuotato intere comunità. Questo sconvolgimento è spesso accompagnato dall’esposizione a eventi traumatici e dalla perdita di tutto ciò che un tempo faceva sentire i bambini al sicuro. È noto che l’esposizione prolungata alla violenza e all’instabilità ha effetti duraturi sullo sviluppo del cervello, sulla regolazione emotiva e sulla salute mentale a lungo termine. Le ostilità in corso stanno avendo un impatto sempre maggiore sui bambini in Medio Oriente e oltre. L’UNICEF stima che le interruzioni nell’approvvigionamento, nella produzione e nei trasporti causate dai conflitti potrebbero comportare ritardi fino a sei mesi nella consegna di aiuti essenziali ai paesi di tutto il mondo. L’aumento dei prezzi globali del petrolio, che secondo le previsioni potrebbe arrivare fino al 20%, potrebbe portare a un ulteriore aumento dei costi di produzione di beni essenziali, tra cui vaccini e prodotti alimentari, nonché dei costi di trasporto. Inoltre, le difficoltà logistiche, come la congestione dei porti e l’allungamento delle rotte di spedizione, stanno aggravando questi problemi, con deviazioni marittime che aggiungono fino a quattro settimane di ritardo ai tempi di transito. In risposta alle interruzioni delle catene di approvvigionamento a livello globale, l’UNICEF sta garantendo un flusso costante di aiuti essenziali per i bambini di tutto il mondo attivando rotte alternative per via aerea, terrestre e marittima, diversificando le fonti di aiuti strategici salvavita e anticipando gli acquisti per far fronte a tempi di consegna più lunghi. Inoltre, l’UNICEF sta negoziando attivamente con i vettori per limitare i sovrapprezzi eccessivi e dare priorità agli aiuti umanitari, assicurando che le regioni colpite continuino a ricevere il sostegno essenziale da cui dipendono i bambini. In Iran, a seguito delle richieste del Ministero della Salute, l’UNICEF sta fornendo aiuti sanitari preposizionati, tra cui unità sanitarie mobili, tende per l’assistenza sanitaria di base e kit sanitari di emergenza, per ripristinare l’accesso ai servizi essenziali per circa 226.000 persone nelle aree colpite. Questo sostegno comprende la fornitura di vaccini, ulteriori aiuti  per l’assistenza sanitaria di base e supporto per la salute mentale e psicosociale (MHPSS) a favore di bambini, adolescenti e comunità. Analogamente, in Libano, di fronte alle crescenti difficoltà, l’UNICEF ha potenziato la propria risposta di emergenza per fornire assistenza umanitaria urgente a bambini e famiglie. Ciò comprende il raggiungimento delle persone sfollate più vulnerabili in alloggi collettivi, nelle comunità ospitanti e in zone di difficile accesso. Insieme ai suoi partner, l’UNICEF ha ampliato i servizi sanitari per sostenere le famiglie sfollate con un pacchetto di risposta integrato – che comprende servizi di vaccinazione, assistenza neonatale e terapia intensiva pediatrica – in oltre 290 rifugi e per più di 480.000 persone nelle comunità ospitanti. Inoltre, l’UNICEF ha riparato 20 sistemi idrici e igienico-sanitari in tutto il Paese, ripristinando servizi idrici e fognari affidabili per oltre 1,2 milioni di persone. L’UNICEF ribadisce gli appelli del Segretario Generale per una cessazione immediata delle ostilità e una reale riduzione della violenza. Tutte le parti devono esercitare la massima moderazione. Secondo il diritto internazionale umanitario, i civili, compresi e in particolare i bambini, e gli oggetti civili devono essere sempre protetti. UNICEF
March 31, 2026
Pressenza
Libano: 1 milione di persone, di cui quasi 350˙000 minorenni, in fuga
Mentre gli attacchi continuano, migliaia di famiglie e bambini stanno abbandonando le loro case in preda alla paura e cercano rifugio in centri sovraffollati. Più di 1 milione di persone, fra cui quasi 350.000 bambini, sono sfollate in Libano.  L’UNICEF è sul campo per fornire assistenza sanitaria, sostegno psicosociale, acqua potabile e aiuti di emergenza ai bambini e alle famiglie in difficoltà. I bambini in Libano non possono permettersi ulteriori ritardi. Sono necessari interventi immediati per allentare la tensione e impedire che i bambini subiscano ulteriori danni. I bambini devono essere protetti. Adesso. UNICEF
March 17, 2026
Pressenza
Intervista a Serena Baldini di “Vento di Terra”, ONG attiva da anni in Palestina
Cara Serena, raccontaci della ONG Vento di Terra. Vento di Terra nasce nel 2006 in Palestina da un gruppo di giovani, con l’idea di restituire diritti e potere alle persone schiacciate dall’occupazione militare. Ora lavoriamo anche in Afghanistan, Giordania, Camerun e Albania, laddove i diritti sono negati. Quali sono state le maggiori difficoltà? Il settore della cooperazione è cambiato tantissimo: prima lavoravamo con i Comuni italiani, invitavamo i bambini palestinesi qui, ma ora quel tipo di supporto è scomparso, le risorse non ci sono più o non si vogliono spendere in questa direzione. Dal 7 ottobre 2023 la nostra agenzia per la cooperazione ha congelato tutti i fondi riguardo alla Palestina, anche per i progetti già approvati. La burocrazia che rallentava i progetti c’è sempre stata, ma ora si sono aggiunte le decisioni politiche. Rendere conto sui progetti va bene, ma (ora soprattutto per la Palestina) avere gli occhi puntati continuamente addosso toglie il fiato. In fondo l’accusa, neanche troppo velata, fatta alle ONG è stata quella “Mandate soldi ai terroristi”, anche se non c’è mai stata alcuna prova in questo senso. Come vi finanziate? In buona parte ancora attraverso progetti finanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione  che però ha deciso di uscire completamente da Gaza. Per Gaza grazie ai nostri donatori privati, ma anche alle Nazioni Unite o ad alcune fondazioni private.  Ricordo nel passato le vostre famose scuole, quella di gomme e quella di sabbia. Ci sono ancora? Sì, pensa che quella di gomme creata nel 2009 secondo le autorità israeliane doveva essere demolita appena dopo la costruzione. In quel caso la visibilità sui media a livello internazionale ci ha protetto molto. Ma sono state distrutte altre scuole in area C e tante comunità hanno subito violenze ed espulsioni continue, in base al piano di ricollocamento forzato di Israele. Oggi le violenze si sono moltiplicate, non c’è paragone tra l’aggressività dei coloni attuale e quella di alcuni anni fa. I coloni sono 700.000 e sono organizzati, vanno in giro armati a terrorizzare la popolazione palestinese. Hai avuto esperienze dirette di incursioni dei coloni? Sì. Avremmo dovuto lavorare con due comunità beduine a nord di Gerico, una zona bellissima, colline dove immagineresti di poter fare un trekking; in realtà sono occupate da coloni che iniziano con un caravan e un uomo armato che si piazza in cima a una collina e poco dopo iniziano le costruzioni. Sono coloni estremisti, si chiamano “Hill boys”, vanno in giro a terrorizzare, picchiare, minacciare, a volte sono bande di ragazzini. Più volte i palestinesi in auto sono stati accerchiati da queste bande che tirano pietre. A dicembre mi sono proprio trovata in una situazione di questo genere: li abbiamo visti da lontano, in mezzo alla strada e in questi casi è incredibile come i palestinesi reagiscano con apparente tranquillità. “Normalità”, del tipo, andiamo avanti? Torniamo indietro? O si chiede all’altra auto come gli è andata, oppure si va avanti col sorriso sperando di limitare i danni. E’ pazzesco. Perché ho detto “avremmo dovuto lavorare con due comunità…” Perché quelle due comunità sono state costrette ad abbandonare le loro baracche e le hanno rifatte, in qualche modo, ancora più povere, altrove. Avremmo dovuto riabilitare le loro scuole, ora stiamo montando una tenda dedicata ai bambini nell’area dove si sono spostati e allestendo tre classi aggiuntive nella scuola dove alcuni di loro sono stati accolti. È ancora vero che, in situazioni come quelle che descrivevi prima, il fatto che ci sia un internazionale tuteli i palestinesi? Non è più vero come un tempo. A volte ci sono anche gruppi israeliani che difendono i palestinesi. Ora davvero, sia coloni che esercito, non guardano in faccia nessuno. Se un tempo poteva esserci l’intervento di un soldato che cercava di calmare un colono, questo non avviene assolutamente più. Come vedi la società israeliana? Quanto contano coloro che si oppongono al governo, all’occupazione? Il mio osservatorio è il dialogo che abbiamo con israeliani che però fanno parte di quella piccola minoranza che è a fianco dei palestinesi. La mia impressione è che se i contrari al governo Netanyahu sono tanti, questo non vuol dire che siano contro l’occupazione; da questo siamo ben lontani. Il 7 ottobre è una ferita ancora aperta. È difficile: i nostri amici ci raccontano come la maggior parte degli israeliani non riesca a riconoscere i palestinesi come esseri umani, come l’apartheid sia feroce e diffuso. E molti non si rendono conto di questa brutalità: chi sta a Tel Aviv non vede il muro, i check point, le colonie. Eppure, i nostri amici israeliani sono convinti che questa attuale politica faccia un male enorme al loro Stato: un sacco di israeliani stanno andando via perché non riescono a vivere in quel contesto. Ma vanno tutti tre anni nell’esercito. Sì, Israele è una società militarizzata, il lavaggio del cervello inizia fin dall’asilo, i soldati sono figure di riferimento, educative. Chi capisce che quello che viene fatto dal governo israeliano, dal suo esercito è criminale, fa comunque fatica ad uscirne, è una rottura che isola dal lavoro, dalla famiglia, dalla società intera. Lo stigma è forte. C’è chi finisce in carcere e addirittura chi si toglie la vita.  Veniamo a Gaza. Cosa facevate e cosa riuscite ancora a fare? Siamo arrivati a Gaza nel 2011, ancora con le comunità beduine. Hanno perso la loro identità nomade, non possono più pascolare le greggi, non c’è spazio. Lì abbiamo iniziato a costruire un centro per l’infanzia, formando un team di educatrici. Potevamo entrare coordinandoci con le autorità israeliane e con Hamas, ci volevano i due permessi. Ce li hanno sempre concessi. L’ultima volta sono andata nel settembre del 2023 e avrei dovuto tornare ad ottobre; avevo il volo il 7 ottobre. Quel giorno non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, il tempo si era fermato.  Com’erano le manifestazioni della Marcia del ritorno del 2018, quando i palestinesi andavano ogni settimana al confine di Gaza a protestare? E’ stato un movimento enorme, pacifico, molto partecipato, anche con famiglie e bambini. I palestinesi si avvicinavano a questa zona “limite” e lì ricevevano gli spari dell’esercito israeliano; molti hanno perso l’uso degli arti inferiori. Guardate “Erasmus in Gaza” se potete. Quali erano i rapporti con Hamas? C’era sicuramente un controllo di sicurezza quando entravamo a Gaza, ma non abbiamo mai avuto problemi. Certo eravamo controllati, ma non era qualcosa di oppressivo. Lavorando poi in ambito educativo ci rapportavamo con il Ministero dell’Educazione, l’ala politica del movimento e si dialogava con loro in maniera molto aperta, stando su temi di educazione inclusiva. Dimostravano un sincero interesse alla possibilità che la comunità potesse avere servizi migliori. Essendo queste scuole dell’infanzia, le educatrici erano formate e pagate da noi (certo non attraverso le rette che tenevamo bassissime). Quella che avevamo costruito a Gaza era una scuola bellissima, l’edificio più bello del villaggio, che ora è stata rasa al suolo. In Cisgiordania invece le scuole primarie che abbiamo costruito sono entrate a tutti gli effetti nel sistema educativo pubblico palestinese. Avevi o no la sensazione che i bambini di Gaza soffrissero della condizione di accerchiamento e di reclusione? Difficile dirlo; a Gaza c’era una tale energia vitale, bellezza, attaccamento alla vita che secondo me spiega la loro resistenza in questo periodo. Certo sono bambini che hanno vissuto quasi ogni anno delle operazioni militari israeliane, anche prima di questo orrore. Il villaggio dove lavoravamo noi era al nord e sfollavano ogni volta che c’era un attacco. Gli psicologi di Gaza con i quali collaboravamo ci dicevano che le categorie occidentali a Gaza servono poco, come parlare di post-trauma, quando la normalità è un susseguirsi continuo di attacchi. L’essere umano poi tira fuori delle risorse incredibili e lì a Gaza hanno sviluppato una capacità di fronteggiare situazioni per noi inimmaginabili, ma i segni da qualche parte rimangono. Quindi lo stress, il senso di insicurezza, la perdita sono quotidiani nelle famiglie. E adesso? Le persone ci sono tutte e questo è fondamentale. Tutto lo staff ha perso la casa, è sfollato, ma nel tempo le nostre persone si sono ritrovate in piccoli gruppi e si sono “ricomposte” le equipe. Stanno lavorando. È incredibile, ma ce la fanno. Ora sosteniamo sei scuole d’emergenza per la fascia primaria, dai 6 ai 13 anni e tre scuole della fascia prescolare. Sono tende o edifici non completamente demoliti, scuole di emergenza, ma i bimbi sono iscritti regolarmente e vi sono servizi integrativi come attività ricreative e servizio psicologico, di gruppo o individuale. Spazi Temporanei di Apprendimento ad Al-Nuseirat, Gaza City e Khan Younis. Considerate che la scuola per la popolazione palestinese è sempre stata importantissima; si poteva non mangiare, ma la scuola era fondamentale. Quindi sono tanti gli insegnanti, i professionisti che si sono inventati nuove forme di scuola. Non siamo soli, riusciamo ad accogliere ogni giorno 960 bambini e il nostro personale è composto da 45 persone. Un altro problema: come fate con il materiale didattico? Bella domanda. Abbiamo sempre acquistato dentro Gaza, fare entrare del materiale autonomamente è un sistema talmente lento e complesso che non ce l’avremmo fatta. Si sono riaperti alcuni canali commerciali e alcuni importatori che vendevano prima del 7 ottobre ricominciano ad avere dei prodotti. In questo modo possiamo avere una fattura e pagare con un trasferimento bancario. Abbiamo distribuito sia cibo che materiale educativo. I costi però sono inaccessibili per le famiglie.  E la corrente elettrica? Figurati che era un disastro anche prima, prima del 7 ottobre la gente aveva l’elettricità per 4 ore al giorno. Chi era fortunato aveva il generatore o pannelli solari. All’inizio siamo stati a lungo senza notizie, non si potevano ricaricare i telefoni. Adesso la situazione è un po’ migliorata e si usano i pannelli solari. Gli aiuti non entrano. No, è pazzesco, entrano col contagocce. Sono stata a Rafah anche con la delegazione parlamentare. La Croce Rossa egiziana ha riempito magazzini enormi di materiale, anche refrigerato, con medicinali e altro. Ci sono centinaia di camionisti egiziani che aspettano sotto il sole anche da mesi. L’Egitto in tutta questa storia ha avuto un ruolo: esiste al Cairo una sorta di agenzia che facilita gli ingressi in Egitto, lo faceva anche prima del 7 ottobre. In questi ultimi due anni, la gente è uscita da Gaza pagando 5.000 euro. Conosco direttamente chi è uscito in questo modo e ha dovuto pagare in contanti tutti quei soldi. E’ un mercato degli esseri umani, pensate a 5.000 euro moltiplicati per, si stima, 150.000 persone che sono uscite da Gaza. Come avvengono invece i trasferimenti di soldi? È stato complicatissimo, all’inizio c’era bisogno di far arrivare contanti, così c’erano degli strozzini che vendevano il denaro e se tu mandavi sul conto di un abitante di Gaza 100 euro ne otteneva 60. Adesso ci sono dei metodi di pagamento elettronico alternativi, attraverso i telefonini e in questo sono stati bravissimi.  Io sono a dir poco meravigliata, quando parlando con persone del nostro staff sento nelle loro parole dell’entusiasmo. Fanno un lavoro in cui credono, avvertono un grande senso per quello che stanno facendo per i piccoli e per le loro famiglie. Che cosa possiamo fare qua? Mantenere l’attenzione su quello che avviene lì, far capire che nulla è risolto, spiegare e raccontare soprattutto ai giovani, ma anche ai bambini, quello che avviene in quella parte di mondo. Dobbiamo avere presente che l’attuale prospettiva è portare avanti il genocidio, l’annientamento, la cancellazione di un popolo. In Palestina sta crollando l’intero stato di diritto mondiale. Lottare con loro e per loro è farlo per tutto il mondo. La Palestina libera tutti e tutte. Che cosa provi nei confronti del popolo israeliano? Dobbiamo riuscire a capire il dolore che c’è anche in loro. So benissimo che la proporzione tra ciò che subisce una parte e l’altra è imparagonabile, ma non possiamo non riconoscere che anche la popolazione israeliana fatica. Se non vediamo quel pezzo lì, non andiamo da nessuna parte, e penso che da soli non ce la facciano a uscire da questa situazione.  I coloni armati sono dei criminali istituzionalizzati ai quali la società israeliana sempre più razzista sta dando spazio. Ma, ripeto, dobbiamo riuscire a vedere che esiste un’altra parte. Il vero nemico da cui liberarsi è il sionismo. Su questo, gli ebrei nel mondo hanno una visione ben diversa da chi vive in Israele immerso nella paura e nella propaganda.   Andrea De Lotto
March 17, 2026
Pressenza
L’impegno dell’UNICEF per i minori stranieri non accompagnati
Nel 2025 sono state oltre 66 mila le persone migranti e rifugiate arrivate in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, 2 su 10 erano bambine, bambini e adolescenti, tra cui circa 12.000 persone minorenni non accompagnate (MSNA), un numero in aumento rispetto la quota di minorenni arrivati l’anno precedente. La rotta migratoria del Mediterraneo Centrale si attesta ancora tra le più pericolose: nel 2025 sono state circa 1.300 le persone morte o disperse nel Mediterraneo centrale tra cui molte persone di minore età. E’ quanto certifica il recente Rapporto Annuale 2025 dell’UNICEF. Altri ingressi hanno interessato le frontiere terrestri del Nord del Paese con gli arrivi dalla rotta balcanica, per i quali però non sono disponibili dati aggiornati. Al 31 dicembre 2025 il sistema di accoglienza italiano ha accolto 17.000 minorenni stranieri non accompagnati (MSNA). La popolazione di MSNA accolta nelle strutture di prima e seconda accoglienza in Italia è composta principalmente da ragazzi (89%). Con riferimento all’età, il 56% di MSNA ha 17 anni, il 22% ha 16 anni, l’8% ha 15 anni, mentre il 14% ha meno di 15 anni. La maggioranza dei ragazzi e delle ragazze giunti in Italia senza una persona adulta di riferimento proviene da Paesi pesantemente colpiti da crisi prolungate, che ne hanno danneggiato i sistemi socioeconomici e educativi e i servizi sanitari. Tra i Paesi di provenienza maggiormente rappresentati nelle strutture di accoglienza vi sono: Egitto (oltre 5 mila <18, pari al 30% del totale); Ucraina (2,9 mila <18, pari al 17% dei nuovi ingressi); Bangladesh (1,7 mila <18, pari al’10% del totale degli ingressi censiti); Gambia (1,1 mila <18, pari al 6% del totale dei nuovi ingressi); e Tunisia con oltre 900 persone <18 (5%). E in favore dei MSNA l’UNICEF ha messo in piedi  interventi articolati lungo l’intero percorso di accoglienza e inclusione, a partire dal supportato con informative e orientamento sul territorio e sui servizi presenti sin dalle prime fasi dell’arrivo in Italia e poi attraverso informative via via più specifiche. L’organizzazione ha potenziato anche il servizio di supporto psicosociale, legale e di orientamento al lavoro, attraverso il servizio di Here4U della piattaforma U-Report On The Move e il lavoro sul campo nelle strutture di prima e seconda accoglienza per offrire programmi di supporto alla salute mentale di minori non accompagnati, giovani migranti e rifugiati/e e famiglie. L’UNICEF si è inoltre attivato a supporto delle istituzioni sul territorio per garantire l’accesso a percorsi educativi, formativi e di orientamento professionale per la transizione scuola-lavoro e l’inclusione sociale di bambini/e e adolescenti in situazioni di svantaggio. L’investimento in educazione e sviluppo delle competenze rappresenta uno strumento chiave di prevenzione dell’esclusione e di costruzione di autonomia nel passaggio all’età adulta. Fattori quali le barriere linguistiche, la precaria condizione giuridica, la dispersione scolastica dovuta anche ai repentini trasferimenti, continuano a incidere in maniera significativa sui percorsi di molti minorenni e giovani rifugiati e migranti. L’Organizzazione ha quindi promosso azioni in ambito educativo volte a supportare l’apprendimento della lingua italiana da parte di alunni neoarrivati nelle scuole primarie e secondarie di I grado, lo sviluppo di competenze del 21° secolo e l’educazione all’imprenditorialità di studentesse e studenti nelle scuole secondarie più svantaggiate, inclusi quelli con background migratorio, nonché l’orientamento ai percorsi educativo-formativi e professionali per MSNA e giovani migranti e rifugiati/e. “Nel 2025, si legge nel Rapporto, UNICEF ha rafforzato le attività di monitoraggio e supporto ai minorenni migranti e rifugiati nelle principali aree di primo arrivo e transito, tra cui Lampedusa, Agrigento e Trapani, adottando un approccio integrato che collega le équipe operative in frontiera con i case managers delle Prefetture. Le équipe hanno svolto un ruolo cruciale nell’identificazione tempestiva dei minorenni più vulnerabili, prevenendo esclusione dai servizi, sfruttamento e interruzione della presa in carico, mentre il team di case managers ha coordinato l’accesso a misure di tutela legale, assistenza sanitaria, supporto psicologico e soluzioni di accoglienza adeguate. L’intervento ha inoltre garantito continuità della presa in carico durante i trasferimenti, migliorando la raccolta e trasmissione di informazioni sui profili di vulnerabilità e rafforzando l’integrazione tra autorità, enti gestori, servizi territoriali e organizzazioni specializzate. Le due case managers presenti presso le Prefetture di Trapani e Agrigento hanno assicurato supporto personalizzato a MSNA, adolescenti, giovani migranti, nuclei familiari e donne a rischio di violenza di genere, collegando i casi ai servizi territoriali e costruendo percorsi di inclusione adeguati. L’UNICEF ha monitorato i casi, prevenendo abbandoni e discontinuità, e ha supportato operatori e istituzioni tramite coordinamento e strumenti condivisi, consolidando un modello di governance territoriale efficace e uniforme, in linea con i Vademecum ministeriali per la presa in carico delle persone vulnerabili”. Qui il Rapporto: https://www.datocms-assets.com/30196/1773130941-report-annuale-2025.pdf.  Giovanni Caprio
March 12, 2026
Pressenza
UNICEF: i bambini vittime della guerra in Ucraina
Dal 24 febbraio 2022 i bombardamenti hanno ucciso o ferito più di 3˙200 bambini e, mentre la guerra entra nel suo quinto anno, 2˙589˙900 bambini ucraini, più di un terzo della popolazione infantile, è ancora sfollato. Questo numero comprende oltre 791˙000 bambini all’interno dell’Ucraina e quasi 1˙798˙900 bambini che vivono come rifugiati al di fuori del Paese. Rispetto al 2024, nel 2025 si è registrato un aumento del 10% delle vittime tra i bambini. Più di 1˙700 scuole e altre strutture scolastiche sono state danneggiate o distrutte, con la conseguenza che 1 bambino su 3 non può frequentare la scuola in presenza a tempo pieno. Quasi 200 strutture mediche sono state danneggiate o distrutte solo nel 2025. Tra gli sfollati, 1 adolescente su 3 di età compresa tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di essersi spostato almeno due volte. 1 ragazzo su 4 tra i 15 e i 19 anni sta perdendo la speranza di un futuro nel paese. “Milioni di bambini e famiglie sono fuggiti dalle loro case in cerca di sicurezza, e 1 bambino su 3 è ancora sfollato a quattro anni dall’inizio di questa guerra implacabile. Per i bambini in Ucraina, la sicurezza è sempre più difficile da raggiungere, dato che gli attacchi alle aree civili continuano in tutto il Paese. In molti modi, la guerra segue questi bambini”, ha dichiarato la Direttrice regionale dell’UNICEF per l’Europa e l’Asia centrale Regina De Dominicis. Molti bambini sono stati costretti a fuggire dalle loro case più volte. Una recente indagine condotta dall’UNICEF ha rilevato che tra gli sfollati, 1 adolescente su 3 di età compresa tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di essersi spostato almeno due volte. La sicurezza è stata citata come la ragione più comune della fuga. I bombardamenti, tra cui l’intensificarsi degli attacchi a lungo raggio, hanno ucciso o ferito più di 3.200 bambini dal 24 febbraio 2022. L’anno scorso si è registrato un aumento del 10% delle vittime tra i bambini rispetto al 2024, il terzo anno consecutivo in cui le vittime tra i bambini verificate dalle Nazioni Unite sono aumentate. I servizi su cui i bambini fanno affidamento sono stati decimati negli ultimi quattro anni e sono sempre più sotto pressione. Più di 1.700 scuole e altre strutture scolastiche sono state danneggiate o distrutte, con la conseguenza che 1 bambino su 3 non può frequentare la scuola in presenza a tempo pieno. I recenti attacchi alle infrastrutture energetiche hanno lasciato milioni di bambini e famiglie a lottare per sopravvivere a temperature estreme sotto lo zero, costretti a sopportare giorni senza riscaldamento, elettricità e acqua in casa. I neonati e i bambini piccoli sono i più esposti al rischio di malattie respiratorie e ipotermia in queste condizioni, mentre le strutture mediche faticano a funzionare sotto gli attacchi e la riduzione dell’energia, con quasi 200 strutture mediche danneggiate o distrutte solo nel 2025. Oltre ai pericoli fisici, la salute mentale dei bambini è sempre più a rischio. La paura costante di attacchi, l’infinito rifugiarsi in scantinati e l’isolamento a casa con connessioni sociali limitate hanno messo in difficoltà gli adolescenti. Una recente indagine ha rilevato che un ragazzo su quattro tra i 15 e i 19 anni sta perdendo la speranza di un futuro in Ucraina, evidenziando l’urgente necessità di sicurezza e stabilità e di investimenti nei servizi e nelle opportunità fondamentali di cui bambini e giovani hanno bisogno. L’UNICEF lavora in tutta l’Ucraina e nei Paesi limitrofi per sostenere i bambini colpiti dallo sfollamento e dalle violenze in corso, fornendo assistenza salvavita e servizi essenziali. L’UNICEF fornisce l’accesso all’acqua potabile, all’assistenza sanitaria, alla nutrizione, all’istruzione, alla protezione dell’infanzia e al sostegno psicosociale e alla salute mentale, contribuendo inoltre alla riparazione e alla riabilitazione di infrastrutture essenziali come scuole, strutture sanitarie e sistemi idrici danneggiati dagli attacchi. Nel 2025, attraverso le autorità locali e i partner, l’UNICEF ha raggiunto 7 milioni di persone, tra cui 2,5 milioni di bambini, con un sostegno umanitario. Il programma di ripresa dell’UNICEF, in collaborazione con le autorità nazionali e locali, ha rafforzato i servizi sociali per circa 9,8 milioni di persone in tutto il Paese. “Gli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario devono essere rispettati e devono essere adottate tutte le misure possibili per proteggere i bambini e le infrastrutture civili da cui dipendono. Ogni bambino ha il diritto di crescere in sicurezza e questo diritto deve essere rispettato senza eccezioni”, ha dichiarato De Dominicis. UNICEF
February 17, 2026
Pressenza