L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono
attenzione. Presenza. Responsabilità.
Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste.
Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e
Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele
Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele
raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a
Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli.
Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi
lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto
trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi,
dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano
fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione.
La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi,
nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno
da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano
piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come
atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita
quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e
risultano invece più drammaticamente negati.
Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città
di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però
dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro.
Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È
un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che
rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere
consumate, ma attraversate.
Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a
supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un
elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da
lontano, ma restare in relazione.
È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di
lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si
incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and
Naples. A Childhood Story.
Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate
adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se
in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo
invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta.
È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci.
E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata.
Chiede di essere difesa.
Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in
un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse
anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma
soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia.
Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito
l’incontro e il dialogo tra voi?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che
andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un
progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di
comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha
lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti
dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o
tecnico, ma profondamente umano.
Raffaele Annunziata:
Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando
già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato
dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo
lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali
siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto
fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story.
Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già
compiuto?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la
prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più
dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana,
uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle
immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle.
Raffaele Annunziata:
La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre
singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi,
senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica,
umanitaria e concreta.
Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso
le vostre immagini?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un
soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare
mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie
dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e
complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole
vederla.
Raffaele Annunziata:
Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un
racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa
spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto
sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di
sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica.
Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo
fatto.
Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa
continuare a fotografare a Gaza in questo momento?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non
esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e
gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di
raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta
professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina
fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi,
continuiamo a sognare, nonostante tutto.
Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione
delle immagini di questo progetto?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me
stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state
anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di
internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata
il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto
può essere portato via.
Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e
instabilità circondano tutto?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere
dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue
giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la
fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire
che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a
resistere e a respirare.
Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato
qualcos’altro?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione
umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della
mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano
che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e
tra i quali vivo.
Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per
vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per
continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento
della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura.
Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te
continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni
dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente
importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un
momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare
la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a
una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena
e in continuo divenire.
In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico,
e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia?
Raffaele Annunziata:
Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò
che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la
realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e
reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi
hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo
se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico,
che rispetto ma non mi interessa.
Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e
cosa ha cambiato in te, come autore e come persona?
Raffaele Annunziata:
Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In
quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un
genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale
sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi.
Mahmoud e Soso sono degli eroi.
Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul
modo in cui racconti l’infanzia?
Raffaele Annunziata:
Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di
Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a
sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi
scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo
che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato
Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la
sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo.
Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che
viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate.
Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o
luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare?
Raffaele Annunziata:
Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di
ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a
Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo
continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà
importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due
reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples.
Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie?
Raffaele Annunziata:
Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho
visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa
soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che
nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto
spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo
sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora.
Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di
cambiare l’attuale stato delle cose.
Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città.
Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore
umano.
Raffaele Annunziata:
Un giorno Soso e Dede si incontreranno.
Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole
e le immagini che ci hanno affidato.
Between Gaza and Naples. A Childhood Story
Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya
Una selezione di immagini dal progetto fotografico.
Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due
città, due infanzie in dialogo:
https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing
Lucia Montanaro