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L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono attenzione. Presenza. Responsabilità. Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste. Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli. Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi, dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione. La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi, nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e risultano invece più drammaticamente negati. Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro. Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere consumate, ma attraversate. Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da lontano, ma restare in relazione. È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta. È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci. E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata. Chiede di essere difesa. Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia. Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito l’incontro e il dialogo tra voi? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o tecnico, ma profondamente umano. Raffaele Annunziata: Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già compiuto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana, uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle. Raffaele Annunziata: La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi, senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica, umanitaria e concreta. Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso le vostre immagini? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole vederla. Raffaele Annunziata: Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica. Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo fatto. Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa continuare a fotografare a Gaza in questo momento? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi, continuiamo a sognare, nonostante tutto. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione delle immagini di questo progetto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto può essere portato via. Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e instabilità circondano tutto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a resistere e a respirare. Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato qualcos’altro? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e tra i quali vivo. Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura. Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena e in continuo divenire. In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico, e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia? Raffaele Annunziata: Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico, che rispetto ma non mi interessa. Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e cosa ha cambiato in te, come autore e come persona? Raffaele Annunziata: Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi. Mahmoud e Soso sono degli eroi. Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul modo in cui racconti l’infanzia? Raffaele Annunziata: Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo. Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate. Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare? Raffaele Annunziata: Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples. Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie? Raffaele Annunziata: Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora. Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di cambiare l’attuale stato delle cose. Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città. Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore umano. Raffaele Annunziata: Un giorno Soso e Dede si incontreranno. Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole e le immagini che ci hanno affidato. Between Gaza and Naples. A Childhood Story Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya Una selezione di immagini dal progetto fotografico. Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due città, due infanzie in dialogo:  https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing   Lucia Montanaro
L’Oro blu del Congo. Il prezzo umano del nostro progresso
Appuntamento il 22 gennaio al circolo Sparwasser di Roma per raccontare lo sfruttamento minorile nelle miniere di cobalto e il costo umano della tecnologia globale. Con la partecipazione della giornalista Marina Sapia, vincitrice del Premio Luchetta 2025. Scavano la roccia a mani nude, trasportano sacchi di pietre pesantissime, lavano minerali immersi in un’aria irrespirabile. Lo fanno per uno o due dollari al giorno. È questa la quotidianità di decine di migliaia di bambini nella Repubblica Democratica del Congo, costretti a lavorare nelle miniere di coltan e cobalto, materie prime indispensabili ai nostri smartphone, computer e veicoli elettrici. Un progresso tecnologico che ha un costo umano altissimo, di cui i bambini pagano il prezzo più alto. A questa realtà è dedicato l’incontro “L’Oro Blu del Congo: il prezzo umano del nostro progresso”, in programma giovedì 22 gennaio alle ore 19.30 presso il circolo Arci “Sparwasser” di Roma (via del Pigneto 215). L’evento mette al centro lo sfruttamento minorile nelle miniere congolesi e le sue conseguenze sociali, economiche e umanitarie, dando voce a chi ha visto, documentato e ogni giorno opera per contrastare questo fenomeno sul campo. Interverranno: · Marina Sapia, Senior Reporter RAI TG1 Speciali, autrice del servizio “A Mani Nude”, vincitore del Premio Luchetta 2025 – sezione TV News, che ha portato all’attenzione del grande pubblico la realtà delle miniere congolesi. · Fatima Burhan Mohamed, Advocacy Officer di Still I Rise, che presenterà in anteprima i contenuti del nuovo report dell’organizzazione, con un focus sul tema degli sfratti forzati legati allo sfruttamento minerario. · Giulia Cicoli, cofondatrice di Still I Rise, che racconterà cosa significa fare scuola e garantire istruzione in uno dei contesti più complessi del mondo. A moderare l’incontro sarà Alessandra Fabbretti, giornalista esteri dell’Agenzia DIRE. Un’occasione per comprendere cosa si nasconde dietro l’Oro Blu del nostro benessere quotidiano, per interrogarsi sulle responsabilità globali e per riflettere su possibili alternative fondate sui diritti, sulla tutela dell’infanzia e sull’accesso all’istruzione. Ingresso libero con tessera ARCI.   Still I Rise
Tornano le leggi razziali. Schedatura degli studenti palestinesi
Torna l’orrore del 1938… In Italia il governo ha ordinato di schedare gli studenti in base all’appartenenza etnica. Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione del governo Meloni, ha fatto diramare delle circolari con l’obbligo di segnalare i PALESTINESI nelle scuole della Repubblica. È una disposizione razzista che segue e prepara altri orrori […] L'articolo Tornano le leggi razziali. Schedatura degli studenti palestinesi su Contropiano.
UNICEF: a Gaza i bambini continuano a venire uccisi e feriti
Oggi – 13 gennaio 2026 – al Palazzo delle Nazioni di Ginevra il portavoce dell’UNICEF, James Elder, ha riferito della situazione nella Striscia di Gaza. Nel suo intervento ha dichiarato: > Più di 100 bambini sono stati uccisi a Gaza dal cessate il fuoco di inizio > ottobre. Si tratta approssimativamente di un bambino o una bambina uccisi ogni > giorno. Durante un cessate il fuoco. Di seguito si riportano alcune parti del suo discorso: > La vita a Gaza rimane soffocante. La sopravvivenza è ancora incerta. > > Sebbene i bombardamenti e gli scontri a fuoco siano diminuiti, durante il > cessate il fuoco non si sono fermati. > > Quella che il mondo ora definisce “calma” sarebbe considerata una crisi in > qualsiasi altro luogo. > > Purtroppo, il cessate il fuoco ha avuto un effetto indesiderato: i bambini > palestinesi di Gaza sono scomparsi dalla scena. > > Dal cessate il fuoco, l’UNICEF ha registrato almeno 60 ragazzi e 40 ragazze > uccisi nella Striscia di Gaza. > > Questa cifra, pari a 100, riflette solo gli incidenti per i quali sono > disponibili dettagli sufficienti per essere registrati, quindi il numero > effettivo di bambini palestinesi uccisi dovrebbe essere più alto. > > Centinaia di bambini sono rimasti feriti. > > Qualche giorno fa ho incontrato una di queste vittime. Abid Al Rahman, un > bambino di nove anni, stava raccogliendo legna con i suoi amici a Khan Younis > quando è stato colpito da un attacco aereo. Una scheggia gli ha lacerato > l’occhio, dove è ancora incastrata. > > Allo stesso tempo, mentre gli attacchi continuano, permangono gravi > restrizioni su molti beni di prima necessità a Gaza, da alcune forniture > mediche essenziali al gas per cucinare, dal carburante ai componenti per i > sistemi idrici e igienici salvavita. James Elder inoltre ha evidenziato: > È importante notare che il cessate il fuoco ha consentito progressi concreti > in alcuni settori. > > * Nel campo della salute, l’UNICEF e i suoi partner hanno ampliato i servizi > sanitari di base, comprese le vaccinazioni, in particolare nel nord del > Paese, completamente privo di assistenza, dove le persone cercano di > tornare a casa. > * Per migliorare i servizi igienici, l’UNICEF sta utilizzando ogni mezzo a > sua disposizione, dagli asini ai bulldozer, per rimuovere ogni mese mille > tonnellate di rifiuti solidi. > * Recentemente a Gaza ha piovuto e ha fatto molto freddo, ma grazie ai > preparativi avviati dall’UNICEF per l’inverno abbiamo fornito quasi un > milione di coperte termiche e centinaia di migliaia di kit di abbigliamento > invernale per bambini. > * Grazie più all’ingegnosità dei palestinesi che all’arrivo di pezzi di > ricambio, abbiamo effettuato riparazioni urgenti e salvavita alle > condutture idriche, alle stazioni di pompaggio e alle reti fognarie. > * E per quanto riguarda l’alimentazione, abbiamo aggiunto più di 70 strutture > nutrizionali in tutta Gaza. La carestia è stata scongiurata. In conclusione, James Elder ha affermato: > Nonostante i modesti progressi, due anni di guerra hanno reso la vita dei > bambini di Gaza incredibilmente difficile. > > I bambini vivono ancora nella paura e i loro traumi psicologici rimangono > incurabili, con il passare del tempo diventando sempre più profondi e > difficili da guarire . > > Un cessate il fuoco che rallenta i bombardamenti è un progresso, ma non è > sufficiente se continua a far seppellire bambini. È un monito che richiede > applicazione, accesso umanitario e responsabilità. È il momento di trasformare > la riduzione della violenza in sicurezza reale: aprire l’accesso agli aiuti, > aumentare massicciamente le evacuazioni mediche e fare in modo che questo sia > il momento in cui l’uccisione dei bambini a Gaza finisca davvero. James Elder – GAZA CITY/GENEVA, 13 January 2026 DURING GAZA’S CEASEFIRE, CHILDREN KEEP BEING KILLED UNICEF
Israele estende la “linea gialla” a Gaza e continua la pulizia etnica, anche in Cisgiordania
Negli ultimi due giorni, l’offensiva militare israeliana a Gaza ha subito un’ulteriore accelerazione. Secondo i resoconti dei corrispondenti di Al Jazeera, le truppe di Tel Aviv stanno estendendo la cosiddetta “linea gialla”, che divide la Striscia tra una parte libera dall’occupazione dell’IDF e una no. Le truppe israeliane stanno espandendo […] L'articolo Israele estende la “linea gialla” a Gaza e continua la pulizia etnica, anche in Cisgiordania su Contropiano.
Bambini e bambine a corpo libero: scopo e fine della Ginnastica Dinamica Militare Italiana
La parola “bambino” è considerata nome comune di persona, ma, nella sua genericità, è assimilabile a un nome collettivo, gregge, mandria, truppa. La genericità, senza specificazione di contesto, in realtà nasconde un significato che rinvia a un ben preciso rapporto. Diciamo “bambino” come adulti (altro nome generico) nel segnare la distanza che separa l’uomo (e qui fa al caso mantenere il maschile singolare) dotato di logos, parola e ragione, di autonomia come libero arbitrio, dall’infanzia, per sua natura in-fans, senza lingua appropriata, senza capacità di giudizio. Un rapporto di potere – segnalava Jacques Derrida – come quello che si instaura con un’altra classe di viventi da dominare, addestrare, addomesticare, uccidere: il vasto regno chiamato “animale”. Il bambino per secoli è stato considerato – tagliando un po’ trasversalmente le diverse culture – una proprietà della famiglia. Un fattore di consumo delle risorse del nucleo famigliare, precocemente forza-lavoro, oggetto di un destino ereditario (il “nome” imposto alla nascita, nel “nome del Padre”). Non ancora “soggetto di diritti”, poteva esser ucciso, esposto, tormentato (a fini educativi, orto-pedagogici!). Da tenere a bada proprio per la sua vicinanza istintuale alla bestia. Il “perturbante” lo definiva Freud, per gli effetti di rispecchiamento con la lunga neotenia bisognosa, effetti che ancora segnano – spesso con dolore – la vita adulta. Luisa Muraro, maestra e filosofa, nel suo lavoro sulla Lingua Materna, sul differire come categoria esistenziale e politica, ha coniato la locuzione “creatura piccola”. Un tentativo di piegare la lingua a dire una specificità, a marcare il fatto che la piccolezza non è incompletezza, non è attesa di un divenire finalmente formato, ma di un’età della vita con caratteristiche personalissime che, spesso, si sottraggono al rapporto di “allevamento”. Le parole contano, si contano, entrano nel conteggio, nella misura del potere di chi le usa. Entrano nel consumo banalizzante, semplificandosi nei meccanismi delle nuove identità forgiate, sia dalla tecno-cultura, sia da un inquietante ritorno del vocabolario militare. Tenendo di sfondo questa premessa, su cui si potrebbe riflettere molto più a lungo, cerco di capire cosa propone il Centro di Ginnastica Dinamica Militare (GDMI) portato alla nostra attenzione. Prima di entrare nella sezione, nel “protocollo”, dedicato al bambino, leggo la presentazione, gli intenti, le proposte e i profili degli istruttori (anche qui, il maschile vale per un neutro marcato, in cui includere il femminile nella forma del mimetismo machista). Di nuovo parole. Una ginnastica militare (mi sfugge il “dinamismo”: forse serve a dire quanto occorra muoversi, sudare, soffrire, nell’allenamento?), praticata dal 1968. Ci precisano sul sito che nessun collegamento lega il centro a una “ideologia politica”, ovviamente considerati, vocabolo e aggettivo, come nefasti (povero Gramsci che credeva che l’ideologia fosse un sistema di idee da elaborare “per” la formazione politica). Ma leggo il logo posto un po’ a latere “nessun dorma!”, e mi allerto. Lo stile definito militare, “sincronizzato” (? sic!) mi rimanda – come non dovrei fare visto il monito anti-ideologico – ai regimi totalitari, al nostro fascismo, al nazismo, al franchismo, per i quali la palestra, l’esercizio fisico, la “splendida forma” (sic!) erano un obbligo del buon cittadino, fin dall’infanzia. La parata, del resto, è esibizione di forza, di obbediente sincronia, e di minaccia. Non è tutto, perché la manipolazione delle parole continua, non so se in modo consapevole o per impiccio incolto, bisticcio di definizioni: l’attività – nel giusto “sincronismo”, appunto, – è a “corpo libero”, libertà condizionata all’obiettivo di «superare se stessi», di «competere […] all’unisono», senza paura di esibire una «forza esplosiva». E il «protocollo bambini»? Dai 7 ai 12 anni – forse a 13 si è considerati ginnasti-guerrieri adulti? – si possono svolgere le stesse attività proposte a tutti e tutte ma, si precisa, in modo adeguato alle fasi dell’età evolutiva. Il corpo piccolo anch’esso è libero, ancora nel paradosso dell’esposizione allo sguardo attento e militare dell’istruttore. Il maschile in questi siti è da mantenere, nessuno sforzo inclusivo per piegare la lingua al politicamente corretto. Infatti, le foto del gruppo di animatori-ginnasti mostrano sguardi diretti, magliette che rimarcano i gonfi bicipiti e – perché farselo mancare – seni femminili prosperosi. Donne e guerra, un tema su cui dovremmo tornare. Nel corso delle innumerevoli riforme cha hanno devastato la scuola dei più piccoli, soprattutto quella dell’obbligo, elementare/primaria, la disciplina scolastica “ginnastica” si trasformò in “educazione motoria”. I corsi di laurea dell’ISEF (Istituto Superiore di Educazione Fisica) vennero cambiati in studi di Scienze Motorie. Negli anni Novanta – ministri dell’allora Pubblica Istruzione, Sergio Mattarella (oggi, come dice lo storico Angelo d’Orsi, un guerrafondaio sotto copertura, in veste di Presidente della Repubblica) e successivamente Riccardo Misasi – vennero introdotti i moduli. Tre insegnanti divennero titolari su due classi (più altre versioni ibride, 27/30 ore di lezione), come alternativa al Tempo Pieno (due insegnanti su una classe, 40 ore di tempo scuola settimanale, per chi ne avesse perso memoria). A un docente veniva affidato un ambito in cui figurava la disciplina motoria. Il CONI, d’intesa con il ministero formò, nel suo centro di Formia, gruppi di docenti di ogni ordine e grado e dirigenti perché facessero a loro volta da formatori e coordinatori ai colleghi e colleghe per i nuovi programmi di educazione motoria. Ricordo, essendo stata selezionata come dirigente, che fu una buona esperienza, una settimana intelligentemente costruita perché si capisse la relazione profonda corpo-mente, perché si tenesse in contro la trasversalità, la trans-disciplinarietà che tale rapporto permetteva. Non ci chiamò mai nessuno a operare nelle scuole. Soldi – tanti – buttati. Oggi vedo dal sito del GDMI che il CONI partecipa all’impresa. Non capisco se in qualità di consulente o di sponsor, forse entrambi. Del resto, far virare la ginnastica, lo sport in arti militari, è un passo facile, come ho detto. A tal proposito segnalo un libro di Alessandro Dal Lago, Descrizione di una battaglia. I rituali del calcio (2001), un’accurata disamina sociologica dello sport più popolare nel mondo, fra nonnismo da caserma praticato negli spogliatoi, ferocia nello scontro fisico in campo, tifoseria spesso, non a caso, virata al fanatismo politico, in battaglia da strada. Con meno sforzo si possono osservare, ad esempio, nelle stazioni della metropolitana i manifesti sul campionato di rugby in corso: visi duri, teste rasate, denti digrignati. Da confrontare con le foto del sito in questione, dove la stessa determinazione “esplosiva” può celarsi dietro un sorriso, ambiguo come le parole che ho commentato. Insomma, genitori, e soprattutto istituti scolastici, approfittate di questa esperienza consolidata, iscrivete i bambini ai corsi proposti, organizzate progetti nei Piani dell’Offerta Formativa che si avvalgano del lavoro di GDMI. È necessario – di questi tempi – saggiare i deboli corpi dei nostri “fanciulli” perché si rendano finalmente idonei all’educazione del futuro guerriero. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Fondazione Patti Digitali: un’alleanza per affrontare l’emergenza educativa nell’era dell’IA
Il nuovo ente nazionale ha come obiettivi principali la formazione di nuovi gruppi e il supporto a quelli esistenti, la creazione di percorsi educativi per genitori, insegnanti e minori sull’uso consapevole delle tecnologie, la ricerca e le valutazioni di impatto sul rapporto tra digitale e benessere e l’attività di advocacy verso politica, imprese e stakeholder per promuovere una regolamentazione più attenta e consapevole. A novembre il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che fissa a 16 anni l’età minima per social, piattaforme video e AI companions, consentendo l’accesso tra i 13 e i 16 anni solo con l’autorizzazione dei genitori e promuove lo sviluppo di un sistema di verifica dell’età omologato per tutti i paesi europei. Secondo la Ricerca EYES UP effettuata da Università Milano-Bicocca, Università di Brescia, Associazione Sloworking e Centro Studi Socialis, il 45% dei ragazzi riceve lo smartphone a 11 anni e il 30% possiede già un profilo social. Il 53% consulta lo smartphone appena sveglio, il 22% durante la notte, e il 51% lo usa occasionalmente durante i pasti, anche se solo il 10% lo fa regolarmente. I dati evidenziano un impatto negativo della precocità di utilizzo regolare dei social media sulle performance scolastiche nel lungo periodo. Il 97% degli adolescenti italiani usa Internet quotidianamente, ma 1 minore su 4 mostra un uso problematico dello smartphone, con segnali di dipendenza. Tra i preadolescenti (11-13 anni), il 62,3% possiede almeno un account social, nonostante la legge europea (GDPR) richieda almeno 14 anni. Nel 2023, inoltre, il 47% degli adolescenti tra 11 e 19 anni ha trascorso più di cinque ore al giorno online, mentre circa un terzo dei bambini tra 6 e 10 anni usa lo smartphone quotidianamente, con un incremento significativo rispetto al 2018-2019. La Società Italiana di Pediatria nei giorni scorsi ha aggiornato le raccomandazioni sull’uso delle tecnologie digitali in età evolutiva e elaborate da pediatri, psicologi ed esperti. Frutto della revisione della letteratura, le nuove indicazioni delineano un percorso educativo condiviso per famiglie, scuole e professionisti per accompagnare bambini e adolescenti verso un uso  dei mezzi tecnologici equilibrato e rispettoso dei tempi dello sviluppo cognitivo: * evitare l’accesso non supervisionato a Internet prima dei 13 anni per i rischi legati all’esposizione a contenuti inappropriati; rinviare l’introduzione dello smartphone personale almeno fino ai 13 anni per prevenire conseguenze sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale; * ritardare il più possibile l’uso dei social media, anche se consentito per legge; * evitare l’uso dei dispositivi durante i pasti e prima di andare a dormire; * incentivare attività all’aperto, sport, lettura e gioco creativo; * mantenere supervisione, dialogo e strumenti di controllo costanti in tutte le fasce d’età; * promuovere a scuola l’educazione digitale consapevole, mentre i pediatri dovrebbero valutare regolarmente le abitudini digitali dei bambini e fornire consulenza preventiva alle famiglie; * come già indicato nelle raccomandazioni emanate nel 2018, niente dispositivi sotto i due anni, limitarli a meno di un’ora al giorno tra i 2 e i 5 anni e a meno di due ore dopo i 5 anni, sotto il controllo dell’adulto. Mentre l’uso di smartphone e social media tra i giovani cresce a ritmi senza precedenti e l’Intelligenza Artificiale generativa pone sfide imprevedibili, in Italia arriva una risposta. La Fondazione Patti Digitali ETS è un soggetto indipendente istituito per coordinare e rafforzare la Rete dei Patti Digitali, un movimento educativo cresciuto in tutta Italia negli ultimi due anni, composto da 200 gruppi locali e 10˙000 famiglie e volto a creare un ambiente più sano per i minori, dove educatori, insegnanti e genitori cooperano seguendo le linee guida del Manifesto dell’Educazione Digitale di Comunità. La nuova fondazione mira allo sviluppo e al consolidamento dei Patti Digitali sul territorio per contribuire allo sviluppo tecnologico affinché sia rispettoso del benessere dei minori e della loro crescita personale, colmando il divario tra la rapidità dell’innovazione tecnologica e la capacità della società di gestirla e contrastando frammentazione, confusione e solitudine educativa attraverso norme condivise e sostegno concreto. È stata costituita lo scorso 12 dicembre su iniziativa del Comitato dei promotori composto dagli esperti che hanno ideato e sviluppato l’esperienza dei Patti Digitali – Marco Gui, Marco Grollo, Stefania Garassini, Brunella Fiore, Simone Lanza, Stefano Boati e Chiara Respi – insieme alla Fondazione Bicocca, riferimento scientifico della rete, e all’Associazione MEC / Media Educazione Comunità. Collaborano anche le associazioni Aiart e Sloworking e, a supporto delle attività, la Fondazione Oltre e l’organizzazione non-profit internazionale Human Change. Tra le figure in primo piano nel panorama educativo, politico e scientifico nazionale che da subito hanno acconsentito di far parte del Comitato Consultivo della Fondazione Patti Digitali spiccano: Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Famiglie; Alessandro D’Avenia, insegnante e scrittore; Marianna Madia, deputata per il PD e alla Camera dei Deputati firmataria di un disegno di legge su media e minori; Lavinia Mennuni, senatrice di FdI, prima firmataria al Senato di un disegno di legge su media e minori; Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta e scrittore; Stefano Vicari, direttore dell’Unità Operativa complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Giovanni Caprio
Camminare accanto ai nomi di Gaza
Da Brescia a Cremona, la memoria civile che prende forma Ci sono giorni in cui una città continua la sua vita come sempre e, nel frattempo, senza interrompersi, accoglie qualcosa che la attraversa e la rende diversa. Il 29 novembre, Brescia ha visto passare un corteo silenzioso, un fiume bianco di memoria che ha portato in cammino ventimila nomi, i bambini e le bambine uccisi a Gaza. Quando queste righe arrivano al lettore, siamo già a metà dicembre. Entrambe le iniziative di cui si parla si sono compiute. La prima a Brescia, in un sabato pomeriggio di fine novembre. La seconda a Cremona, l’8 dicembre, nel cuore della piazza del Comune, dall’alba fino a sera. È passato qualche tempo, ma ciò che è accaduto non appartiene a una data soltanto. Appartiene a una coscienza collettiva che continua a muoversi, a interrogare, a chiedere pace, anche quando l’attenzione pubblica si è già spostata altrove. La vita cittadina proseguiva, negozi aperti, famiglie in uscita, persone in movimento. Eppure, ovunque il corteo è passato, gli sguardi si sono posati su di noi con rispetto, con un’attenzione che non aveva bisogno di parole. Quello sguardo, più di qualsiasi silenzio totale, ha dato forza al cammino. Dal Mo.Ca a Campo Marte: la memoria che cambia forma L’iniziativa nasce come naturale prosecuzione dell’installazione esposta al Mo.Ca, coordinata da Francesca Di Modica insieme alle insegnanti dei nidi e delle scuole dell’infanzia comunali di Brescia, dove fino al 23 novembre erano state raccolte ventimila strisce bianche, ventimila nomi e ventimila vite spezzate. Dopo giorni trascorsi sulle pareti del museo, quei nomi avevano bisogno di uscire dal chiuso, di essere affidati alle persone, di camminare sulle nostre gambe. Di ritrovare l’aria, il cielo, lo spazio aperto. Campo Marte: il miracolo di un gesto perfetto All’inizio, nel prato di Campo Marte, sembravamo pochi. Le strisce bianche erano adagiate sull’erba verde come un grande respiro trattenuto. Ci chiedevamo se saremmo riusciti a portarle tutte, senza confusione. Poi il segnale: sollevatele. E in un solo istante è accaduto qualcosa che non si può spiegare, ma solo vedere. Centinaia di mani, senza prove, senza comandi, hanno sollevato insieme ventimila nomi da terra. Il sole illuminava le dita che tiravano i fili verso l’alto. Avrei voluto lì accanto il più grande regista del mondo: la scena era perfetta, di una delicatezza e una bravura che non si fingono. È stato un brivido collettivo, uno di quei momenti che non si dimenticano. Da quel gesto è nato il corteo, un serpentone bianco, ordinato, lunghissimo, guidato da un’armonia naturale.  Un corteo laico, un rito civile Il corteo è avanzato come un rito antico, come un funerale laico. Una processione civile che ricordava i Venerdì Santo del Sud, non per religiosità, ma per la gravità del passo, per il dolore condiviso che veniva portato sulle spalle. Le forze dell’ordine, polizia, carabinieri, Digos, accompagnavano l’iniziativa con una protezione solenne e rispettosa. Una scorta che solitamente si riserva alle autorità. E quel giorno, le personalità importanti erano loro, i nomi. La città che guarda La città non si è fermata del tutto, e non era necessario che lo facesse. È bastato che ci vedesse. Attraversando il centro storico, le vie strette, le piazze luminose, le pietre antiche, la vita quotidiana si intrecciava al nostro passaggio. Persone che rallentavano, che si voltavano, che seguivano con lo sguardo quel bianco in cammino. Qualcuno si è fermato, qualcuno si è unito per un tratto, qualcuno si è fatto serio. È stato un silenzio diverso, un silenzio di rispetto, quello che nasce quando si comprende, anche solo per un istante, che ciò che passa riguarda l’umanità intera. La foto che resta: la mano della bambina Tra tutte le immagini, una continua a tornarmi alla mente. Una mamma che avanza tenendo la mano della sua bambina, e accanto a loro un papà che spinge la carrozzina. Insieme sorreggono la striscia da cui pendono i nomi. In quella mano piccola custodita in una mano grande c’è tutto, la vita che cresce, la vita che guida, la vita che non c’è più. Una famiglia viva che cammina tra le famiglie spezzate. Un’immagine che non si dimentica. Piazza Duomo: un Hallelujah inatteso All’ingresso in Piazza Duomo, la luce del pomeriggio si piegava sul marmo e la luna era già visibile. Un chitarrista, lì per conto suo, ha iniziato a cantare Hallelujah. Un canto non previsto, nato per caso, ma perfetto. Le note si sono intrecciate al corteo come se fossero state attese. Dopo il canto sono intervenuti Francesca Di Modica, Emanuela De Rocco e Sara Girelli della rete La Scuola per la Palestina, Lyas Ashkar, Consigliere comunale di Brescia, e un rappresentante del Movimento Nonviolento. Interventi brevi, misurati, rispettosi.  Il ritorno nel buio: piegare la memoria Finito il corteo, nessuno è andato via. Siamo tornati insieme verso Campo Marte. La notte era scesa, i lampioni illuminavano il prato. Le maestre, gli educatori, i volontari ripiegavano le strisce una a una, con lentezza e cura. Un gesto semplice, quasi materno: rimettere al sicuro ciò che fragile è e fragile rimane. Le scatole, a quel punto, erano pronte a partire. L’installazione sarebbe diventata itinerante, richiesta da altre città. Perché la memoria deve camminare, non restare ferma. Non lasciarli soli Nell’annuncio della manifestazione c’era scritto: «Li accompagneremo idealmente per le vie del centro, per non lasciarli soli ancora una volta». E così è stato. Abbiamo camminato accanto ai loro nomi per dire che non erano numeri, non erano statistiche, non erano un elenco. Erano bambini. Erano persone. Erano futuro negato. Brescia Cremona, 8 dicembre: le scarpe, il “mare immobile”, la stessa urgenza A distanza di pochi giorni, l’8 dicembre, un’altra città lombarda ha raccolto quel gesto e lo ha tradotto in una forma diversa. A Cremona, in Piazza del Comune, è stata allestita un’installazione collettiva intitolata “Quanti sono 20.000 bambini?” visibile dalle 8 del mattino fino alle 19.30. Lì non sono stati i nomi a camminare. Sono state le scarpe a parlare. Centinaia di paia disposte con ordine sul selciato, un “mare immobile” che rendeva visibile l’assenza. Anche questa iniziativa è stata promossa dal gruppo di docenti La Scuola per la Palestina, con il patrocinio dell’amministrazione comunale e la collaborazione della Tavola per la Pace e di altre realtà associative del territorio, tra cui ALAC – Associazione Latinoamericana di Cremona. L’idea, maturata nel lavoro di rete, è stata resa possibile anche grazie all’impegno di insegnanti come Chiara Beccari, Josita Bassani e Luisa Zanacchi, insieme ad altri volontari. Dal Bresciano sono arrivate 1.593 scarpette, raccolte in punti diversi, tra la Casa della Sinistra, il Lago di Garda, la Franciacorta, i Missionari Saveriani e Ospitaletto. Scarpe di ogni tipo e misura: stivaletti da pioggia, scarpette da montagna, calzine, scarpe per i bambini più piccoli. Ogni paio, un bambino o una bambina uccisi. Al termine della giornata, le scarpe sono state destinate alla beneficenza. Un modo per provare a trasformare la memoria in gesto concreto, senza confondere il simbolo con la soluzione, ma senza rinunciare alla responsabilità. Quando questo reportage esce, il tempo delle festività rischia di rendere tutto più lontano. E invece le notizie che arrivano dai conflitti in corso non sono incoraggianti. Si soffre ancora in Palestina e a Gaza, in Ucraina, in Sudan. L’inverno si aggiunge al dramma delle guerre. Non è il tempo delle illusioni. È però il tempo della lucidità. Anche perché il mondo è attraversato oggi da quasi sessanta conflitti armati, e questa cifra, da sola, dovrebbe impedirci ogni assuefazione. Brescia ha camminato accanto ai nomi. Cremona ha reso visibili le assenze. Due gesti diversi, un’unica responsabilità: non normalizzare, non voltarsi, non lasciare soli i bambini, nemmeno dopo. Restano, più vere di tutto, le parole della maestra e amica Francesca Di Modica: «Non sono solo numeri. Sono bambini, bambine, ragazzi, ragazze, famiglie, persone». E questo, oggi come allora, riguarda tutti. Cremona Redazione Italia
Le luci della città
Titolo di uno dei film più belli e noti di Charlie Chaplin. Film muto del 1931, scritto, prodotto, diretto e interpretato da Chaplin. Le luci della città raccontano con struggente dolcezza la storia di una giovane fioraia cieca che, grazie all’aiuto finanziario del protagonista, ritrova la vista. Il film termina […] L'articolo Le luci della città su Contropiano.
I folletti del bosco: senza utopia non esiste il futuro
Non mi permetto di giudicare la scelta di vita della famiglia felice nel bosco. Mi chiedo invece a cosa serve il clamore mediatico suscitato dell’affidamento transitorio dei tre bambini a una casa famiglia. Serve ad attaccare la magistratura per l’ennesima volta, delegittimare e criminalizzare i giudici in vista del referendum costituzionale. Cui prodest. I giudici applicano la legge e le leggi le fanno i politici. Gran parte degli affidamenti potrebbero essere evitati con misure di sostegno familiare. Allora il governo Meloni potrebbe cambiare la legge, invece di attaccare indiscriminatamente i magistrati. Vorrei proporvi alcuni ulteriori spunti di riflessione, con slanci di utopia indispensabile per il futuro. La poesia della vita non si può ridurre alla norma. Il bosco rappresenta una paura atavica contrapposta alla presunta civiltà, che distrugge la natura senza riconoscere l’essere umano come parte integrante dell’ambiente. Il progresso non consiste nel suicidio collettivo determinato dall’accettazione passiva dei cambiamenti climatici prodotti da un comportamento dissennato dell’umanità. Non si tratta di tornare al mondo delle caverne per salvarsi dal mondo fossile, ma di un ripensamento consapevole della norma. Il 29% degli americani soffre di problemi psicologici, così come il 20% circa dei nostri bambini. Il caso della famiglia felice nel bosco ci pone di fronte ad un dilemma esistenziale, non giuridico, che non ci compete, ma ci interroga sul tema di cosa sia giusto e chi lo decide per i bambini. Le ricerche dimostrano che il tempo dedicato al gioco in un ambiente naturale non è mai sprecato, anzi determina un migliore equilibrio psicologico dei bambini, mentre il tempo dedicato ai social produce disagio e dipendenza. Varoufakis afferma che stiamo diventando schiavi della gleba digitale nella nuova era del tecno-feudalesimo. Vi risulta che abbiamo scelto questo destino? Eppure siamo intrappolati per ore negli algoritmi, che sollecitano la nostra rabbia e le nostre paure per tenerci incollati agli smartphone. Guadagnare la consapevolezza che abbiamo bisogno di una natura incontaminata sarebbe un vero progresso per l’umanità. I saggi sanno bene che non è l’accumulo di oggetti di consumo a determinare la nostra felicità. Non vogliamo un mondo fossile e ingiusto. La concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi privilegiati è una patologia legata al potere. E l’anelito senza fine a un potere sempre più grande e prepotente dovrebbe essere trattato come una dipendenza irrazionale e criminale. La salute, il benessere, la prosperità come si raggiungono?  Con l’avidità, la sopraffazione, la guerra, la distruzione dell’ambiente, oppure con la costruzione di un nuovo orizzonte di umanità? Infine cito questo passo del libro “Walden, ovvero vita nei boschi”, di Henry David Thoreau, che fu tra l’altro un teorico della disubbidienza civile nonviolenta, come provocazione intellettuale per andare oltre i fatti di attualità e proporre altri spunti di riflessione. «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto. Il fatto è che non volevo vivere quella che non era una vita a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo di essa, volevo vivere da gagliardo spartano, per sbaragliare ciò che vita non era, falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.»   Ray Man