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«Acqua sporca»
Parte dall’improvvisa decisione di Neela di lasciare l’Italia dopo trent’anni di lavoro per tornare definitivamente in Sri Lanka, il romanzo di Nadeesha Uyangoda pubblicato da Einaudi e vincitrice del premio Campiello Opera prima 1 e finalista al Premio Strega 2026. Come l’attrazione gravitazionale della Luna, questa scelta genera maree che si ritirano dalle coste della sua famiglia, scoprendo ansie radicate nelle menti e spiriti ancestrali imprigionati nei corpi. Sull’isola, sua sorella Himali cresce una figlia sul modello di un ideale politico, con un marito fantasma, ex militante comunista immigrato senza documenti in Europa. Pavitra, la sorella piú piccola, alle spalle un matrimonio insapore, si aggira come uno spettro in un appartamento non suo, soffrendo la povertà che l’ha costretta a dare in pegno l’unica ricchezza che possedeva. Ayesha, la figlia di Neela, vive a Milano una vita sgretolata, precaria, senza mai riuscire a «trovare né la soddisfazione morale né la compensazione economica». Una storia famigliare ambientata tra il presente e il passato, tra due spazi geografici che sradicano e frammentano, tra un Paese in cui è difficile provare a realizzare i propri sogni e uno in cui la magia e il mito pervadono ancora ogni cosa. Leggi un estratto del libro Nadeesha Uyangoda è una scrittrice italofona nata in Sri Lanka, autrice del libro L’unica persona nera nella stanza (66thand2nd 2021) – vincitore del Premio Sila nella sezione Economia e Società e del Premio Rapallo Speciale Anna Maria Ortese – e di Corpi che contano (66thand2nd 2024). Per Einaudi ha pubblicato Acqua sporca (2025). Inoltre, è ideatrice del podcast Sulla Razza (Juventus/OnePodcast), ha scritto per media nazionali e stranieri e cura la rubrica Il libro di «Internazionale». 1. Motivazione: Acqua sporca, romanzo d’esordio di Nadeesha Uyangoda, dà voce, con intensità narrativa e limpidezza stilistica, alle fratture e alle appartenenze multiple del mondo contemporaneo, trasformando una vicenda familiare e migratoria in una narrazione polifonica sull’identità, la memoria e l’eredità affettiva. Attraverso una scrittura insieme nitida e simbolica, il romanzo intreccia esperienze individuali e storia collettiva, restituendo il senso dello spaesamento, del ritorno e della ricerca di sé tra lingue, culture e generazioni diverse. Acqua sporca si impone, pertanto, come voce originale ma già ben riconoscibile nella narrativa italiana contemporanea. ↩︎
Restituire ruolo e valore ai migranti
Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti: a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà – spesso solo di facciata – per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia, ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti.     Guido Viale
July 22, 2026
Pressenza
Una rete regionale contro il Cpr di Castel Volturno
(disegno di sam3) Il 15 luglio, nella seduta del consiglio comunale di Castel Volturno avente come oggetto la realizzazione di un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), “preoccupazione e contrarietà” sono state espresse dai consiglieri e dalla giunta, con la richiesta di un tavolo straordinario con tutte le autorità competenti per “uscire dalle dinamiche di crisi ed emergenzialità” dell’area. Nella delibera si fa riferimento al lavoro svolto collettivamente sul territorio per risolvere le situazioni di degrado ambientale e abitativo della zona, all’interno della quale l’inserimento di un Cpr non farebbe che incrementare la percezione del luogo come area di crisi, senza alcuna attenzione alle reali necessità della popolazione. Nella delibera si chiede di lavorare, piuttosto, a un piano di rigenerazione urbana e sociale, al recupero delle periferie, al rilancio economico e produttivo della città. L’atto fa riferimento, inoltre, alla recente istituzione di una Zona a protezione speciale di quattromila ettari da parte della Regione Campania, proprio tra Castel Volturno e Cancello Arnone, provvedimento che potrebbe bloccare, almeno temporaneamente, la costruzione del Cpr. A seguito di assemblee organizzate a Napoli, Salerno, Benevento e Caserta dalle associazioni locali – culminate in un momento di incontro al centro Fernandes di Castel Volturno, promosso con il supporto di una rete regionale contro tutti i centri di detenzione ed espulsione per migranti –, fin dalla scorsa primavera le associazioni Asoim ed Elsa avevano citato i risultati dei rilevamenti effettuati nella zona, alla luce dei quali, per decenni, si era chiesta l’istituzione di un’area protetta, ponendo il sito come una delle realtà naturalistiche più importanti per almeno quindici specie di uccelli (tra i quali la cicogna nera) tutelati dall’Allegato 1 della Direttiva europea 2009/+47 CE. A partire da quella proposta, la Regione si era impegnata, dando poi seguito alla parola data, a porre un ulteriore ostacolo all’apertura del Cpr, sfruttando l’evidente incompatibilità dell’area con la costruzione di una struttura detentiva. Cittadini e istituzioni locali continuano, intanto, a opporsi alla decisione del governo. Il 16 luglio, nel corso di una giornata organizzata presso la sala consiliare del Comune in memoria della strage dei ghanesi del 18 settembre 2008, associazioni e comitati, istituzioni locali e regionali, il vescovo e tutte le altre realtà sociali presenti, hanno ribadito il loro no al Cpr: «Nessuno vuole trovarsi sul territorio una struttura del genere», il refrain emerso dagli interventi in assemblea. «Abbiamo eliminato gli zoo e i parchi acquatici, ma continuiamo a creare recinti per le persone. Da anni lavoriamo in questa terra contro lo sfruttamento, il caporalato e la camorra. Basta emergenze, basta marginalità e degrado: vinceremo tutti insieme in una ostinata resistenza!». Dopo l’assemblea i manifestanti si sono spostati verso il parco umido della piana individuata per la costruzione del Centro, formando una lunga catena umana e mostrando uno striscione con la scritta “Zona di vincolo umanitario”. Sono passati poco meno di tre mesi dall’indizione, da parte di Invitalia, dell’appalto da 41,2 milioni di euro per la costruzione di questo carcere per migranti, che dovrebbe essere completato in circa un anno e mezzo. NELL’INFERNO DEI CPR A provocare ulteriore allarme sono le caratteristiche con cui dovrà essere costruito il Centro, sulla base di elementi che richiamano con evidenza il panopticon di Bentham, pianificato attraverso l’uso esplicito di espressioni come “confinamento” e “livelli di detenzione differenziati” a seconda della “condizione di ostilità” dei trattenuti.  Il modello panottico, basato sull’efficienza geometrica con l’obiettivo di “gestire” i detenuti con il minimo sforzo economico e umano, si concretizza nel progetto del Cpr di Castel Volturno in un ballatoio posto a un’altezza di otto metri e mezzo protetto da griglie: una sorveglianza dall’alto che garantisce completa visione di tutti i moduli di detenzione, blindati e separati tra loro da recinzioni di filo spinato, con una rete esterna di protezione alta almeno sei metri. Nel Cpr, in sostanza, i detenuti saranno sempre guardati e sorvegliati. Un sistema di contenzione finalizzato a cancellare chi non dispone del “documento giusto”, chi ha la sola colpa di aver attraversato un confine o ha perso il permesso di soggiorno a causa delle scellerate norme che negli anni hanno sempre più ridotto le possibilità di regolarizzazione, o della lentezza dell’apparato burocratico. Fuori, intanto, il riprodursi all’infinito di questo sistema riduce le persone in uno stato perenne di ricattabilità, sfruttabilità e marginalità. È importante ricordare, come già fatto qui in altre occasioni, che la detenzione amministrativa esiste in Italia dal 1998, con l’istituzione dei primi Cpta per opera della legge Turco-Napolitano, sotto un governo di sinistra. I centri hanno cambiato nome negli anni: da Cie (Centri di identificazione ed espulsione) a Cpr (Centri per il rimpatrio), senza mai trasformarsi nei fatti: luoghi di afflizione e abuso dove le persone vengono trattenute attualmente fino a diciotto mesi e poi, per lo più, rigettate in strada, devastate da mesi di sottrazione della libertà individuale condita da una endemica somministrazione di medicinali. Queste strutture sono state denunciate e definite negli anni “gabbie per cani”, “lager di stato”, “luoghi peggiori delle carceri”, “luoghi di tortura”; nel tempo si sono susseguiti rapporti di vari organi istituzionali e non, che ne mostravano l’orrore; di Cpr sono morte quarantaquattro persone per le quali, a oggi, non si è quasi mai ottenuta verità e giustizia (fa eccezione il processo per la morte di Moussa Balde, nel 2021, al Cpr di Torino, che ha visto la condanna dell’ente gestore Gepsa al pagamento di quattrocentomila euro). Con il patto europeo sulle migrazioni e l’asilo entrato in vigore il 12 giugno di quest’anno, l’Europa ha sancito di fatto la fine del diritto d’asilo, sposando il modello statunitense basato su sorveglianza, detenzione e omicidio. Eppure, le proteste di chi subisce la detenzione amministrativa sono riuscite talvolta a provocare la chiusura di strutture e a denunciare ingiustizie e soprusi. A seguito della morte per infarto del cittadino marocchino Moustapha Anaki nel Cie di Crotone (2013), per esempio, i compagni di modulo del detenuto, che avevano chiesto un’assistenza mai arrivata, distrussero il Centro. Vennero accusati di devastazione e saccheggio e processati, ma nel 2016 un giudice, con l’unica sentenza di questo tipo in Italia, decretò che si era trattato di legittima difesa contro la sottrazione illegittima della libertà individuale. Se l’Unione europea continua a promuovere la costruzione di luoghi di detenzione dentro e fuori i propri confini, lavorando ad accordi con paesi al di fuori del continente (delegando l’uccisione delle persone in cammino a milizie come quelle libiche e tunisine), non esiste altra strada che un’opposizione radicale ai centri, organizzata dalle persone detenute insieme alle comunità dei territori. La rete regionale contro i centri di detenzione per migranti si riunirà ancora nei mesi di luglio e agosto per pianificare la battaglia contro l’apertura del Cpr di Castel Volturno. Una manifestazione nazionale verrà promossa invece per il prossimo autunno. (yasmine accardo)
July 22, 2026
Napoli MONiTOR
Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti
di SANDRO MEZZADRA. «Il mondo è di chi si muove», recitava uno striscione esposto a Roma al corteo contro la «remigrazione», lo scorso 13 giugno. Un’analoga intenzione politica aveva motivato la scelta di aprire con una manifestazione dedicata al tema delle migrazioni le tre giornate di contestazione del G8 di Genova, il 19 luglio del 2001. Libertà di movimento, libertà senza confini, era scritto sul grande striscione di apertura. Leggere politicamente le pratiche di mobilità era l’obiettivo che quella manifestazione, di decine di migliaia di persone, si poneva. Lungi dal potere essere ridotti a «vittime» della globalizzazione neoliberale, come pure molte voci ripetevano all’interno del movimento che si era presentato sulla scena tra Seattle e Porto Alegre, i e le migranti diventavano incarnazione della lotta per un «altro mondo possibile». Attraverso i loro movimenti e le loro lotte quotidiane disegnavano il profilo di una diversa globalizzazione, di un insieme di geografie «subalterne» che costituivano una delle infrastrutture fondamentali su cui innestare desideri e progetti di trasformazione radicale dell’esistente. In Italia e in Europa, Genova 2001 diventò così – tra molte altre cose – uno snodo fondamentale per lo sviluppo dell’attivismo attorno ai temi delle migrazioni e dei confini, che ha caratterizzato fino a oggi i movimenti sociali: dalle mobilitazioni per il permesso di soggiorno alle iniziative contro la violenza dei confini, dal protagonismo dei migranti nelle lotte per la casa e sul lavoro fino ad arrivare alla «flotta civile» impegnata nel soccorso in mare nel Mediterraneo. Ma l’indicazione fondamentale di quel 19 luglio, almeno nella prospettiva di chi organizzò la manifestazione, era di portata ancora più generale: la migrazione e i confini non dovevano essere assunti come temi per «specialisti» ma piuttosto come lenti, come un metodo per leggere nel loro insieme le trasformazioni del capitalismo e della società dal punto di vista delle potenzialità di lotta e liberazione che le caratterizzavano. Venticinque anni dopo, si impone un bilancio. E in prima battuta non può essere positivo: si deve piuttosto riconoscere che in molte parti del mondo, a partire dall’Italia e dall’Europa, sono state le destre più o meno radicali a utilizzare quella lente e quel metodo, rovesciandoli. Attorno al rifiuto della migrazione e all’ossessione identitaria per i confini sono stati costruiti progetti aberranti di società chiuse in difesa dell’esistente, con sempre più espliciti riferimenti a gerarchie razziali da ristabilire. La violenza delle polizie di frontiera penetra all’interno delle aree metropolitane; si combina con le tecnologie digitali e con l’intelligenza artificiale per braccare i soggetti mobili, mentre gli strumenti di protezione giuridica di questi ultimi si fanno sempre più evanescenti – negli Stati uniti di Trump così come nell’Europa del nuovo Patto su migrazione e asilo. Non era certo rosea la condizione migrante nel luglio del 2001 – e ancor più dura sarebbe divenuta dopo l’11 settembre e con l’avvio della «guerra globale al terrore». E tuttavia oggi, mentre la congiuntura è segnata dalla proliferazione di guerre di diversa natura, occorre riconoscere che siamo di fronte a un salto di qualità nell’attacco ai e alle migranti. Certo, in Europa come negli Stati uniti i tessuti metropolitani costruiti attorno alla presenza migrante resistono con efficacia, e spesso con successo, all’offensiva portata da forze di destra che non di rado operano in continuità con l’azione e le retoriche dei governi «progressisti». L’umanitario diventa in queste condizioni un terreno essenziale di conflitto, mentre la resistenza può avvalersi della generosità e delle competenze irrinunciabili di giuristi e giuriste. Ma la resistenza, pur così necessaria, non è sufficiente. L’indicazione del 19 luglio 2001 – la politicizzazione delle pratiche di mobilità – risulta oggi in questo senso ancora più attuale. Tornare a leggere il mondo attraverso la lente della migrazione, costruire attorno alla libertà di movimento nuovi progetti di società, esaltare il protagonismo migrante nella lotta sociale e nella costruzione di coalizioni politiche capaci di trasformare realmente i rapporti di potere: in un mondo drasticamente mutato, queste indicazioni che arrivano da un passato ormai lontano ancora attendono di essere riprese e reinventate nella nostra quotidianità. questo testo è stato pubblicato sullo speciale del manifesto “Cicatrici” il 17 luglio2026 L'articolo Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti proviene da EuroNomade.
July 18, 2026
EuroNomade
I gouerra siamo noi
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. In Tunisia, è il nome che si dà a chi arriva dal nord del mare. E’ il bianco, l’europeo, il non musulmano. Mette a distanza, come una linea di frontiera, invisibile eppure presente. Separa tra chi appartiene a quel luogo e chi lo attraversa. Oggi il gaouri è colui che può scegliere di arrivare, restare o partire. Ha denaro, passaporto, possibilità di movimento. La sua presenza sostiene l’economia e, al contempo, mette alla luce un contrasto, sempre lo stesso: alcuni attraversano le frontiere con facilità, altri vi restano impigliati. La parola è uno specchio e ricorda che chi osserva è sempre, a sua volta, osservato e lo invita a non dimenticare  che il privilegio più invisibile è quello di poter viaggiare senza dover spiegare perché. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 GAOURI parola a cura di Filippo Torre, università di Genova A differenza di chi viene da sud (si veda Jebri), chi arriva in Tunisia da nord è genericamente identificato come un gaouri, una parola che definisce una persona bianca, automaticamente associata a un europeo, occidentale, cristiano, e idealmente sovrapposta alla figura del turista con il portafoglio gonfio e il passaporto di uno stato ricco e potente. La parola gaouri viene fatta risalire alla parola turco-ottomana gâvur, storicamente usata nell’Impero ottomano per identificare i cristiani, che a sua volta deriverebbe dalla parola araba kafir, che significa «miscredente», «infedele». Ancora oggi, nei dialetti dei paesi del Maghreb, gaouri è rimasto di gran lunga più popolare di orobi («europeo») o gharbi («occidentale») per riferirsi a una persona straniera, bianca e non musulmana. In una sorta di riflesso al contrario della parola turcu, utilizzata dai pescatori siciliani per identificare le persone nere e musulmane (si veda Turcu), implica un senso di alterità o differenza, anche senza necessariamente comportare un disprezzo o una connotazione negativa. La presenza dei gouerra (plurale di gaouri) rappresenta una delle fonti principali di entrate di valuta straniera in Tunisia. In un quadro di recessione economica e crescente rischio di default, il turismo contribuisce in modo significativo al Pil e all’occupazione della Tunisia, e nel 2024 questo settore ha raggiunto il suo record storico con oltre dieci milioni di visitatori, di cui un numero significativo provenienti dall’Europa occidentale. Oltre ai turisti, un crescente numero di pensionati europei, in stragrande maggioranza italiani, ha deciso di spostare la propria residenza in Tunisia, attratti dal regime fiscale agevolato e dal basso costo della vita, concentrandosi in gran parte nella città di Hammamet: in pratica negli ultimi anni la Tunisia è diventata il nuovo paradiso fiscale mediterraneo per i pensionati italiani. La libertà e i privilegi dei gouerra di decidere dove, quando e come spostarsi – per piacere o per sfruttare le differenze transnazionali – alimentano i desideri migratori e fanno da specchio alle mobilità ostruite dei migranti poveri, razzializzati e indesiderati, che non hanno potere d’acquisto e – dopo la svolta xenofoba del presidente Kaïs Saïed – sono percepiti come una minaccia per la comunità nazionale e l’identità arabo-islamica del paese. I gouerra siamo noi che facciamo ricerca in Tunisia, che siamo abituati a vedere e osservare gli altri ma dimentichiamo spesso di chiederci come gli altri guardano noi, di interrogare il nostro lavoro e i nostri privilegi.  ESEMPI DAL CAMPO Un giorno Mohamed mi invita a passare a trovarlo sulla spiaggia in cui lavora. Siamo nella zone touristique, il lato di riviera colonizzata dagli hotel di lusso, ben diversa dal tratto di spiaggia che corre verso Chebba ancora libera per pescatori e harraga. Mohamed gestisce l’offerta di sport acquatici per i turisti degli hotel; lo trovo mentre sta organizzando un’attività di parasailing per una numerosa famiglia inglese. Siamo a fine ottobre e sono gli ultimi scampoli della stagione estiva. «Io lavoro per il Mahdia Beach, il Mouradi e il Thalassa… La prossima settimana, se cambia il meteo finisce la stagione». Al caffè mi aveva fatto vedere un video mentre portava una turista sul paracadute trainato dalla barca. Appena arrivo mi prende in disparte per dirmi: «È meglio se non parli di harga e di queste cose qui». Tutti vorrebbero sposare una gaouria per fare i documenti e venire in Europa.  Intervista con Ismail, ragazzo di Chebba
La famiglia che nasce nel viaggio
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 PAS QU’ UN LIEN DE SANG Non si tratta di avere lo stesso padre o la stessa madre. Né di legame di sangue. Un fratello si sceglie per il cammino che si condivide. Si intuisce nel gesto: protegge, condivide, resta, resiste. “Mon frère, ma soeur”: parole di riconoscimento, di esperienza e avventura vissuta insieme. Questo é il legame che si costruisce nel tempo variabile che la vita regala durante i viaggi per arrivare in Europa. Non si dimentica, ma si perde quasi sempre in modo brusco tra una retata, una fuga, una frontiera attraversata in direzioni diverse. La separazione è quasi sempre definitiva come il ricordo che resta del legame che si è avuto. FRERE / SOUER Parola a cura di Vincenza Pellegrino dell’Università di Parma e Hamid B.M, Il frère o la soeur de voyage («fratello» o «sorella di viaggio»), normalmente è una persona con cui ci si sposta per lungo tempo e con cui ci si nasconde dalle polizie e dalle persecuzioni locali, senza condividere reali legami di sangue o famigliari. È qualcuno quindi che si incontra sul cammino: un incontro elettivo, dove la nazionalità conta solo in parte. Certo la conoscenza di lingue veicolari è significativa, ma come abbiamo visto le lingue si apprendono in migrazione, nei lunghi tempi a cui si è costretti dal nascondimento, e quindi è possibile trovare un frère di migrazione, di avventura, di boza, anche di paesi che non sono il proprio o di un’altra lingua madre. La relazione tra fratelli di viaggio è particolare, specifica. Per dichiarare qualcuno come frère o soeur si deve aver fatto un lungo periodo di cammino insieme e aver condiviso alcuni elementi specifici: aiutarsi economicamente condividendo soldi e oggetti e cibo; proteggersi fisicamente; aiutarsi nei lavori e nei debiti; «consolarsi a vicenda, raccontarsi la propria storia e le proprie famiglie», dice un interlocutore. Si tratta quindi di vita condivisa di lunga durata, mesi e più spesso anni, che esprime la materializzazione del capitale sociale legato al viaggio. Questa relazione nei racconti dei migranti forzati al nascondimento pare spesso partire da eventi casuali, ad esempio caratterizzati da gesti di solidarietà in momenti particolari di pericolo: «Il frère è quando una delle due persone compie un gesto di protezione o di aiuto su cui poi si fonda il percorso successivo, che stringe sempre di più, ma ho visto che spesso parte da gesti istintivi», dice Hamid. Nel quadro di queste relazioni di fratellanza elettive vi sono a volte anche dimensioni per così dire gerarchiche: Il est mon grand (il fratello più grande, l’aîné); Il est mon frérot, le petit de famille, e così via. Queste specifiche vanno ben al di là di generiche indicazioni sull’età e sono nei fatti esplicitazioni di profondi vincoli di rispetto e protezione. La fraternità di viaggio è spesso qualcosa che pare nascere da, e al tempo stesso materializza, la capacità delle persone di non perdere la tenerezza, di non disumanizzarsi in questo viaggio fatto di violenze e soprusi legati alla clandestinità e alla scarsità dei mezzi. Avere dei frères, farsi dei frères è il segno tangibile del fatto che nonostante tutto si conservano valori di solidarietà e si perpetuano pratiche di sostegno che poi strutturano anche le probabilità e le dinamiche della sopravvivenza. Quello che caratterizza questa parola, che torna spesso nelle testimonianze, è anche un sentimento di tristezza perché riporta a momenti particolari, agli apici affettivi di questa esperienza, momenti in cui la migrazione interdetta si è tradotta in emozione, condivisione, amore, lutto. «Se lo racconti e lo ricordi, tutto il pensiero che hai sul frère è pervaso dal momento della separazione», dice ad esempio Hamid. La separazione tra frère di viaggio per queste persone che non hanno il permesso di muoversi è irreversibile, perché le circostanze della separazione – spesso legate al pericolo, alla fuga nei momenti di refoulement, alle imboscate, alle retate delle polizie, e così via – sono caratterizzate da impotenza, e irreversibilità appunto (non si può tornare indietro a cercarsi). È difficile mantenere il legame tra frère frontiera dopo frontiera, quindi; possibile se si hanno i telefoni (ma non tutti li hanno nel transito, anzi) ma, date le condizioni, generalmente complicato. Il sentimento di separazione traumatica caratterizza quindi questa esperienza di costruzione dei legami affettivi e di interdipendenza nel nascondimento e nella lotta per la mobilità. Il concetto di fraternità spesso si utilizza poi anche per raccontare le strategie nella costruzione del gruppo di protezione («fingersi fratelli»): questo riguarda più spesso e specificamente la soeur de voyage. Nella mobilità interdetta e forzata al nascondimento, siccome per le donne la situazione è ancora più pericolosa, fingersi la soeur di qualcuno, essere presentata come sorella o moglie è una delle strategie più comuni per proteggersi. ESEMPI DAL CAMPO Ho incontrato un ragazzo che parlava solo hausa e inglese, era nigeriano, io parlavo hausa, e a Tebessa, tra Tunisia e Algeria, uno dice all’altra durante una fuga dalla polizia: «voglio rientrare a casa adesso», in hausa lo ha detto, nessun altro capiva. Per questo dovevo rispondergli io, io ero definitivo per il suo viaggio, e allora ho detto «resta, proviamo insieme, dividiamo questo». L’ho presentato come frère ed è diventato frère di viaggio; è venuto nella comunità camerunese, era diventato camerunese, tutti quelli che volevano fare qualcosa con lui dovevano passare da me. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Ero vicino Sfax, la guida ha cercato di separare uomini e donne. Le donne piangevano, sapevano cosa sarebbe successo nei luoghi dove le portavano. Un uomo si è messo di mezzo e ha detto «non potete separarla, è mia moglie». Ha discusso. Ha insistito. Mi hanno lasciata con il gruppo. Da quel momento abbiamo assunto di essere una famiglia di protezione. Intervista con Aicha, incontrata in Tunisia e originaria del Camerun Siamo persone che non gestiscono il proprio destino, non possiamo pensare mai che ci rivedremo con qualcuno che ci ha salvato, con qualcuno a cui dobbiamo tutto, quella con il frère è una relazione spezzata. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
Una burocrazia del disprezzo. Il nuovo ufficio immigrazione della questura di Torino
(disegno di salvatore liberti) Nella primavera del 2024 Selma Arnaldo, cittadina brasiliana, aveva raccontato le angherie subite dalle persone costrette a visitare l’ufficio immigrazione della questura in corso Verona a Torino. Nei mesi le code notturne di centinaia di persone fuori da quegli uffici richiamarono l’attenzione pubblica, suscitando l’indignazione ipocrita di alcuni assessori progressisti (Tresso, Rosatelli), di un professionista della politica di rappresentanza (Ahmed del Pd), dei vertici della principale fondazione bancaria e dei consueti dirigenti del terzo settore. La questura si impegnò a trovare nuove soluzioni e all’inizio del febbraio 2025 aprì un nuovo sportello in via Botticelli, assicurando una migliore organizzazione. Nello stesso periodo chiusero gli uffici di corso Verona, situati in un’area rilevante per lo sviluppo urbanistico della città: tra il campus universitario e il centro direzionale Lavazza, e accanto alla nuova palestra GOfit inaugurata dal sindaco in persona nel febbraio 2026. Forse agli occhi del governo urbano le code in corso Verona non erano scandalose per il trattamento subito dalle persone, ma erano inaccettabili in un quartiere disponibile agli investimenti dei grandi capitali. Ora lo sportello dell’ufficio immigrazione di via Botticelli si trova all’estrema periferia nord della città, tra il fiume Stura e le stecche delle case popolari di corso Taranto. Accanto vi sono pompe di benzina, rivendite di auto, carrozzerie scaldate dal sole di luglio. Anche in via Botticelli le code sono lunghe e le persone sono sottoposte a trattamenti degradanti. I giornali cittadini scrivono nuovi articoli, i professionisti del progressismo rilasciano ulteriori, identiche dichiarazioni e la questura afferma che “il periodo estivo è caratterizzato da una maggiore affluenza dell’utenza, in considerazione anche della maggiore necessità di viaggio della stessa”. Ogni attore tenta, ancora una volta, di affermare che il trattamento disumano sia un’emergenza e non la condizione strutturale cui sono sottoposte le persone senza cittadinanza italiana. Proponiamo qui, come nuovo documento di questo tremendo presente, la traduzione di un racconto scritto da -nw, cittadina indiana, sulle code in via Botticelli. *   *   * Una studentessa arriva all’ufficio immigrazione alle dieci del mattino e vede centinaia di persone allineate sotto il sole. Chiede a dei giovani se è la coda per prendere il permesso di soggiorno e loro le dicono che non dovrebbe perdere tempo ad aspettare, che loro sono in fila dalle sei del mattino e stanno aspettando solo per tentare la fortuna, non credono davvero di potercela fare. Lei rimane sul posto per osservare cosa sta succedendo. Nei cinque minuti successivi qualcuno sviene. C’è un po’ di trambusto nella parte iniziale della fila. Nessuno sa davvero cosa stia succedendo, stanno tutti aspettando. Due poliziotti arrivano con alcune bottiglie di acqua da distribuire; quando gli si chiede qualsiasi cosa rispondono con un “boh”, una scrollata di spalle, un’alzata di sopracciglia e gli angoli della bocca tirati in basso. Qualcun altro vomita, la coda rimane lì in attesa. Alle 12:30 la polizia comunica che non farà più entrare nessuno. La maggior parte delle persone se ne va, alcune rimangono, sperando che alla fine li facciano passare. Quelli che aspettano chiacchierano con i poliziotti; i poliziotti trovano alcuni di loro divertenti, mentre altri li infastidiscono profondamente. Tra coloro che sono rimasti ad aspettare si è sparsa la voce che il primo della coda è arrivato alle due del mattino, o a mezzanotte, e che alcune persone hanno dormito lì fuori piazzando i materassi alle sette di sera. Sentendo questa storia il gruppo di giovani, a quanto pare tutti studenti, decide di tornare a mezzanotte, con snack, cibo e maggiori energie; tutto ciò che vogliono è ottenere il permesso. Il piano era di arrivare a mezzanotte, ma il giorno dopo la prima di loro arriva alle tre di notte; ci sono già trentotto persone ad aspettare, pazientemente disposte. Quelli che sono già lì hanno cominciato a organizzarsi, hanno dei post-it su cui hanno scritto il numero che assegna loro la posizione nella fila; sanno che al mattino ci sarà un gran trambusto. La studentessa riceve un post-it col numero trentanove e informa i suoi amici di sbrigarsi e arrivare velocemente. Una delle sue amiche era in viaggio e sarebbe arrivata più tardi, così si organizzano affinché un’altra persona vada lì a prendere un numero e tenere il posto per lei. Altri sono venuti con tappetini, libri e sedie. Alcuni sono qui per farsi scannerizzare le impronte digitali, altri per avviare la richiesta di permesso, altri ancora sono tornati perché le loro richieste sono state ritenute incomplete. Il sole non è ancora sorto e tutti sono già stanchi e un po’ nervosi per quello che li attende; si chiedono se valga la pena fare tutta questa fatica. Quelli che aspettano fino all’alba si dicono tra loro che difenderanno con determinazione l’ordine numerico. Con il sorgere del sole, cresce il ritmo con cui arrivano le persone e quelli che hanno passato la notte sul posto fanno in modo che chi è arrivato “in ritardo” non salti la coda: quando gli ultimi arrivati cercano di avvicinarsi al cancello dell’ufficio, vengono respinti a gomitate. Pochi nerboruti e testardi non si lasciano intimidire dalle occhiatacce e dagli insulti e restano saldi e inamovibili. La polizia arriva alle otto di mattina e l’atmosfera si fa tesa: cominceranno a dare dei numeri ufficiali? Gli agenti sono rilassati e disinvolti, si mantengono di buon umore. Si aggirano lì attorno, chiacchierano tra loro, vagamente sorridenti. Le persone si chiedono cosa succederà, nessuno sa come andrà. C’è frenesia e agitazione, quando la polizia inizia a distribuire i numeri. Dopo alcuni falsi allarmi, intorno alle nove del mattino, alle prime dieci persone viene permesso di entrare. I numeri vengono distribuiti a gruppi di dieci, quindi chi si trova dietro non sa se oggi riceverà un numero. Si fanno ipotesi su quante persone riescano a entrare ogni giorno. Alcuni dicono duecento, altri dicono trecento. In coda ce ne sono già almeno il doppio, o anche di più. Tutti stanno in piedi sotto il sole estivo, alcuni svengono, altri vomitano, i bambini piangono, le persone litigano tra loro: chi è arrivato prima di chi, chi sta cercando di saltare la fila; fianco a fianco, tutti schierati contro chiunque sia arrivato “dopo”. Verso mezzogiorno la polizia distribuisce bottiglie d’acqua, molte persone sono ancora gentili con gli agenti e li riempiono di ringraziamenti; altri li ringraziano in modo sarcastico, oppure evitano persino di incrociare i loro sguardi. Coloro che riescono a entrare, quando escono raccontano che ci sono solo due poliziotti alle scrivanie. Non esiste alcun sistema, o non c’è alcun incentivo ad averne uno, oppure il sistema è proprio questo caos? (-nw)
July 8, 2026
Napoli MONiTOR
Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa
RASSA GHAFFARI 1 Ai margini dell’Oceano Indiano, un frammento di Francia a forma di ippocampo custodisce le contraddizioni più acute dell’Europa contemporanea. Mayotte, plasmata da un secolo e mezzo di storia coloniale, è oggi il dipartimento francese più povero e insieme il più sorvegliato: qui lo ius soli viene eroso fino quasi a scomparire, e le espulsioni di migranti irregolarizzati raggiungono numeri record. Nato da due mesi di lavoro sul campo condotto da un’équipe interdisciplinare legata al progetto ERC SolRoutes, questo reportage corale si snoda in questa introduzione e cinque capitoli che intrecciano sguardi sociologici, geografici, giuridici e narrativi 2. Dando voce a chi fugge dal continente africano, a chi viene sfrattato dagli insediamenti informali, ai giovani cresciuti sull’isola ma privi di documenti, il lavoro smonta l’idea di Mayotte come semplice esperimento ai confini d’Europa: la restituisce, piuttosto, come un meccanismo già rodato e perfettamente integrato nel sistema di controllo delle frontiere continentali – uno specchio scomodo puntato sull’intero progetto europeo. INTRODUZIONE Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa. Un cerchio concentrico di appartenenze, sovranità e identità solo apparentemente contraddittorio, al cui centro si trova l’ultimo e minuscolo dipartimento francese, largamente sconosciuto all’opinione internazionale e, spesso, allo stesso pubblico francese. L’“isola della morte”, come veniva chiamata anticamente in arabo a causa dei numerosi naufragi provocati dall’estesa barriera corallina che la circonda, è salita brevemente alla ribalta delle cronache per il passaggio dell’uragano Chido, che nel 2024 ne ha devastato le infrastrutture e le abitazioni, per poi ripiombare rapidamente nell’oblio. Incastonata nel canale del Mozambico, questa piccola isola a forma di ippocampo rappresenta un caso politico e storico singolare. Territorio d’oltremare situato a migliaia di chilometri da Parigi, Mayotte è il prodotto di una lunga e controversa vicenda coloniale che continua a plasmarne il presente. È proprio nell’intreccio tra eredità coloniali, rivendicazioni di sovranità, aspirazioni all’appartenenza francese ed europea e profonde disuguaglianze sociali che il “dipartimento coloniale” – come definito dal giornalista Rémi Carayol 3 – si configura come un osservatorio privilegiato per comprendere alcune delle trasformazioni contemporanee delle politiche di frontiera europee.  In quanto isola dell’arcipelago delle Comore, Mayotte è stata colonia francese dal 1841 fino agli anni Settanta. Nel 1974, mentre Gran Comore, Mohéli e Anjouan sceglievano l’indipendenza dalla Francia, Mayotte lottò strenuamente per mantenere il proprio legame con la Métropole, nonostante le ripetute contestazioni da parte delle Comore e i richiami delle Nazioni Unite, che ancora oggi considerano l’isola parte integrante dell’arcipelago. Da allora il processo di integrazione istituzionale nella Repubblica francese è stato progressivo: nel 2001 Mayotte diventa collectivité départementale, nel 2011 dipartimento francese e nel 2014 regione ultraperiferica dell’Unione europea. Infine, dal 1° gennaio 2026, è divenuta ufficialmente un Département-Région, una collettività unica che esercita simultaneamente le competenze di dipartimento e regione d’oltremare. Chi approda a Mamoudzou con il traghetto che collega Petite e Grande Terre viene accolto da un cartello dal sapore inequivocabile: “Mayotte est française et le restera à jamais”.  Eppure, proprio mentre la sua appartenenza alla Francia e all’Unione europea si consolida sul piano giuridico, Mayotte continua ad essere attraversata da tensioni politiche, economiche e sociali evidenti – basti considerare che è al momento il dipartimento francese più povero in assoluto 4 – e governata attraverso una serie di eccezioni normative che la distinguono dal resto del territorio nazionale.  Quello della cittadinanza e delle migrazioni è forse il terreno di scontro in cui tali dinamiche appaiono più palesi: Mayotte è l’unico dipartimento in cui il principio dello ius soli – spesso considerato uno dei pilastri della cittadinanza repubblicana – è stato drasticamente limitato, fino a renderne l’applicazione estremamente difficile. Come dichiarato dall’ex ministro dell’Interno Gérald Darmanin, «non sarà più possibile diventare francesi se non si è figli di genitori francesi»: una formulazione che sintetizza efficacemente la direzione intrapresa dalle politiche migratorie sull’isola.  A confermarlo sono le misure securitarie e repressive in vigore sull’isola – esemplificate dall’operazione di task force Kingia 5, lanciata nella primavera del 2026, ma anche dall’elevato numero di naufragi, alcuni causati dalla police aux frontières stessa 6 – che hanno ulteriormente esacerbato dinamiche di marginalizzazione e segregazione spaziali, identitarie e morali in una società caratterizzata da significative fratture interne e da un montante sentimento xenofobo.  Non sorprende, dunque, che molti dei nostri interlocutori abbiano descritto Mayotte come “la Lampedusa dell’Oceano Indiano”: un laboratorio politico in cui si sperimentano pratiche di respingimento, contenimento e razzializzazione delle persone migranti. Dopo due mesi di ricerca sul campo, tuttavia, ciò che emerge ai nostri occhi non è tanto l’immagine di un laboratorio in continua sperimentazione, quanto quella di un ingranaggio ormai ben oliato, parte integrante e perfettamente funzionante dell’architettura della Fortezza Europa.  Da questa prospettiva, l’Oceano Indiano e le isole che lo costellano possono essere letti come le mura più esterne dell’Unione europea: geograficamente lontane dal continente, ma al centro delle sue contraddizioni più profonde e della sua persistente “crisi dell’accoglienza”. Un terreno di prova in cui si sperimentano nuovi dispositivi di governo della mobilità e i confini della legittimità giuridica e procedurale vengono costantemente ridefiniti, spostando progressivamente la soglia stessa della loro ammissibilità.  È all’interno di questo scenario che prende forma il presente reportage a più mani; frutto di due mesi di ricerca etnografica collettiva condotta da un gruppo interdisciplinare, si articola in cinque contributi che, da prospettive differenti ma complementari, provano a raccontare alcuni frammenti della complessa realtà maorese. L’equipe è composta dalle ricercatrici Rassa Ghaffari, Luna Selimovic, Maristella Cingia, Luca Queirolo Palmas, Luisa Stagi, Federico Rahola e dal videomaker José Gonzàlez Morandi, che collaborano con posizioni diverse al progetto ERC SolRoutes (Solidarity Routes: Solidarities and Migrants’ Routes Across Europe at Large), di cui Mayotte rappresenta uno degli ultimi nodi di ricerca. Radicato in una tradizione di pensiero politico abolizionista, SolRoutes rappresenta un originale tentativo di ricerca etnografica sulle pratiche e reti di solidarietà che prendono vita lungo le rotte di mobilità illegalizzate intorno, dentro e verso l’Europa. La pluralità di sguardi, sensibilità e approcci che ha caratterizzato il gruppo di ricerca si riflette nella composizione stessa degli articoli, che intrecciano approcci sociologici, geografici, giuridici e creativi.  Il primo contributo si concentra sulle anomalie e sulle criticità del sistema di gestione delle migrazioni irregolari e delle procedure di accesso all’asilo. Un diritto, quest’ultimo, sempre più fragile e discusso in un contesto segnato da uno stato d’eccezione che sembra essersi normalizzato. Non a caso, Mayotte registra il più alto numero di espulsioni amministrative tra tutti i dipartimenti francesi 7: dati che rimandano a una condizione strutturale di violazione dei diritti e che non possono essere interpretati come semplici falle o malfunzionamenti del sistema, bensì come elementi costitutivi dell’apparato contemporaneo di controllo delle frontiere. Questa violenza sistemica si manifesta in maniera particolarmente evidente nei confronti dei richiedenti asilo provenienti dall’Africa continentale, dalla Somalia e dallo Yemen. “Les Africains”, indipendentemente dalla loro nazionalità effettiva, è l’etichetta con cui vengono spesso identificati in un processo di alterizzazione razziale che richiama, per molti aspetti, dinamiche osservabili di recente anche nel contesto tunisino. Il secondo articolo raccoglie le testimonianze di coloro che hanno percorso una rotta relativamente nuova nel panorama migratorio europeo, attraversando la Tanzania e l’arcipelago delle Comore per approdare infine a Mayotte in cerca di asilo. Una comunità eterogenea di oltre mille persone, tra cui numerosi minori, vive oggi confinata in un insediamento informale sospeso tra le mangrovie e l’oceano, oggetto di rappresentazioni stigmatizzanti e di discorsi d’odio volti a invisibilizzarne la presenza. «Pensavo che questa fosse la Francia» è una delle frasi che abbiamo ascoltato più spesso da persone provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, dalla Somalia, dal Ruanda e dal Burundi, nel tentativo di descrivere lo spaesamento vissuto una volta giunte in quello che appare a tutti gli effetti un limbo giuridico e temporale 8.  Se quella dei les africaines rappresenta un fenomeno relativamente recente, le mobilità circolari che legano Mayotte all’arcipelago delle Comore – spazio insieme estraneo e familiare, antagonista e vicino – affondano le proprie radici in contese territoriali e politiche che continuano a riverberarsi nel quotidiano attraverso pratiche sistemiche di emarginazione ed espulsione. Décasage 9 è un termine applicato esclusivamente a Mayotte per indicare le demolizioni delle bidonville abitate in stragrande maggioranza da comoriani; è a partire dall’osservazione di due operazioni di décasage avvenute durante la nostra permanenza che il terzo articolo sposta lo sguardo sugli spazi considerati, per eccellenza, indesiderati. «I maoresi non hanno mai abitato nei banga 10»: la linea del colore assume in quest’analisi una dimensione anche spaziale e territoriale, legittimata da una retorica securitaria che trasforma le abitazioni informali più vulnerabili (e le soggettività che vi risiedono) in bersagli privilegiati.  Di (non)luoghi e delle relative pratiche di riappropriazione e di resistenza parlano anche gli ultimi due contributi di questo reportage, che si concentrano, rispettivamente, sullo spazio marino come luogo di transito e di attesa e sulle rivendicazioni di appartenenza dei giovani ni-ni, ragazzi originari delle Comore e nati a Mayotte, ma privi di documenti che ne attestino la nazionalità.  La barriera corallina che circonda Mayotte è, al tempo stesso, tra le poche attrattive turistiche dell’isola e una delle principali cause di naufragi dei kwassa-kwassa, le piccole imbarcazioni con cui le persone in movimento attraversano l’Oceano Indiano. Quello marino è dunque solo apparentemente uno spazio neutro, un terreno di battaglia percorso da una pluralità di soggetti eterogenei: migranti, pescatori,  guardia costiera e turisti popolano questi luoghi liminali di attese, nascondimenti e progettualità sospese.  Uno dei fil rouge che ha guidato la nostra permanenza sull’isola è stato indubbiamente la questione dell’appartenenza identitaria: non solo chi appartiene a Mayotte, ma anche e soprattutto a chi Mayotte stessa appartiene. Nell’ultimo articolo del reportage prendono la parola direttamente coloro che, indubbiamente, le politiche ufficiali collocherebbero all’ultimo posto di questa immaginaria graduatoria, offrendo un’analisi delle subculture giovanili come micro-strategie di resistenza alle narrazioni egemoniche di violenza, esclusione e razzializzazione.  Concludere questa esplorazione corale interrogandosi su chi possa rivendicare Mayotte non è una scelta casuale: significa, piuttosto, riconoscere che, proprio come il suo passato, il futuro dell’isola si gioca nella tensione tra appartenenza ed esclusione, tra cittadinanza e marginalità, tra confine e diritto alla mobilità. Una tensione che attraversa Mayotte, ma che, in realtà, si rivolge sonoramente all’Europa contemporanea nel suo complesso. 1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi dell’area mediorientale. Un suo articolo è apparso nel secondo numero della rivista Controfuoco (ndR.) ↩︎ 2. Gli articoli veranno pubblicati ogni martedì fino all’11 agosto ↩︎ 3. Rémi Carayol è un giornalista indipendente. Coordina il comitato editoriale del quotidiano online Afrique XXI e scrive regolarmente su Mediapart, Le Monde diplomatique e Orient XXI. Nel 2024 ha pubblicato Mayotte. Département colonie per le edizioni La Fabrique ↩︎ 4. L’essentiel sur… Mayotte – Institut national de la statistique et des études économiques ↩︎ 5. Opération « Kingia » à Mayotte : les associations alertent sur les conséquences préoccupantes pour les droits de l’enfant – Human Rights Watch ↩︎ 6. Caught on camera : French police cause capsize – Lighthouse Reports ↩︎ 7. ‘Just poor people trying to get by’: The detention center carrying out three-quarters of France’s deportations, By Julia Pascual – Le Monde ↩︎ 8. Si veda Iwanski, E. (2024). Trapped in Paradise? Studies in Inclusive Education, 65 ↩︎ 9. Rapport sur les opérations dites de “décasage” à Mayotte – Défenseur des droits ↩︎ 10. Il termine banga indica originariamente le piccole abitazioni costruite per accogliere i giovani uomini che si separavano dal nucleo domestico seguendo la tradizione matrilocale del luogo; con il tempo, il suo utilizzo si è espanso fino ad indicare, nel linguaggio comune, gli agglomerati di abitazioni informali, soprattutto di lamiera, in cui vivono oggi perlopiù – ma non esclusivamente – comoriani e persone in stato di irregolarità amministrativa ↩︎
Un programma per l’Europa? C’è già
L’Europa, insieme alla sua figliastra, l’Unione Europea, si sta dissolvendo perché non ha più una visione del suo ruolo e del suo futuro, né una ragione per tenere insieme i suoi sparsi membri. Molti accorrono al suo capezzale per cercare di ridargliene una. C’è chi propone che recuperi “competitività” (per non sparire) investendo soldi che non ha in informatica, armi e tecnologia: ricetta vecchia come il cucù che ha fatto la fortuna del suo principale propagandista, ma non della sua destinataria (l’Europa, appunto). C’è invece chi, nelle vesti di critico, propone di rilanciare l’Europa inventando un nuovo welfare: non quello in via di dissoluzione, che non ha futuro, ma un welfare diverso, innovativo, efficiente, meno assistenziale, che potrebbe farle recuperare i suoi valori positivi (quelli negativi, come colonialismo, razzismo, militarismo, sovranismo, nazismo, meglio dimenticarli) non più sostenibili alla vecchia maniera. Né l’una né l’altra ricetta, né quelle intermedie, sembrano avere però molto appeal, ma tant’è… In realtà l’Europa una “visione” e una ragione di esistere ce le ha da tempo, ma le hanno offuscate entrambe i suoi governanti, concordi solo nella corsa per spennare i rispettivi Paesi finanziando l’industria delle armi per sostenere la guerra alla Russia e quella ai migranti. Quella visione nascosta circola però da tempo tra le schiere disperse ma sempre più numerose delle persone che si mobilitano per la pace (e contro tutte le guerre), per la Palestina (e contro il genocidio perpetrato da Israele), per salvaguardare il proprio territorio (contro la speculazione edilizia e le grandi opere devastanti ), per salvare vite e accogliere profughi e migranti (contro respingimenti, torture e “remigrazione”), per la costruzione di comunità fondate su rapporti di cura e mutuo appoggio (reciprocità, contro l’individualismo, la competizione, il consumismo, lo sfruttamento e lo spreco di talenti umani e risorse della Terra). E per tanto altro. E’ una visione che abbina indissolubilmente la salvaguardia degli equilibri ecologici della Terra e il perseguimento di giustizia ed eguaglianza tra gli esseri umani, la pace con il pianeta e quella tra i popoli e che ha in sé una dimensione sia spirituale e culturale, che fisica e materiale e si compendia in due nomi: Alex Langer e Papa Francesco. Ma quella visione non avrebbe potuto sopravvivere all’oblio e all’indifferenza dei potenti della Terra se non fosse stata condivisa (spesso inconsapevolmente, perché chiamata spesso con altri nomi) da migliaia e migliaia di persone. Si tratta, in una formula, della “conversione ecologica”: l’unico approccio che potrebbe restituire all’Europa il ruolo che si era autoassegnata alcuni decenni fa, per poi trasformarlo in pura finzione; ma anche un ruolo attuale, nel portare a mediazione le guerre in corso, se non fosse essa stessa parte in causa, apertamente schierata a sostegno degli uni contro gli altri. La conversione ecologica non è un progetto e meno che mai un sistema da instaurare, un punto di arrivo definito; è un processo in fieri che per tradursi in programmi ha bisogno del concorso attivo – questo sì, consapevole – di tutti coloro a cui deve essere affidata la sua realizzazione: a partire, oggi, dalla “convergenza” sotto il suo ombrello delle tante visioni, sigle, organizzazioni, progetti che si stanno accorgendo di avere in comune molto di più di quello che le separa. Ma soprattutto è una visione condivisa che può permettere a tutti di farsi parte del confronto diretto con l’inconcludenza (nel migliore delle ipotesi), l’irresponsabilità, l’inerzia, l’ipocrisia e il cinismo (nel peggiore e più realistico dei casi) dell’establishment europeo e con la sua attuale dedizione alla guerra. Non c’è traccia, nelle proposte che hanno accesso al dibattito politico pubblico sul futuro dell’Europa, di qualcosa che assomigli anche solo da lontano alla conversione ecologica. Non c’è nemmeno traccia, se non con qualche accenno burocratico e formale, di una preoccupazione per lo stato dell’”ambiente”, per la morte della “natura”, per il futuro catastrofico della Terra. Eppure ha appena fatto, e presto rifarà, un caldo da matti, con tante conseguenze ormai note: tanto da far capire a (quasi) tutti che il nostro pianeta ha ormai imboccato una deriva senza più molte vie di uscita. Ma in quei consessi ufficiali lo stato della Terra resta “il convitato di pietra. Mai che venga in mente a qualcuno dei geopolitici impegnati nel gioco dei tre cantoni (in cui il problema è come farne occupare uno all’Europa), che lo sconvolgimento climatico e ambientale che sta investendo il nostro continente e il mondo non potrà non cambiarne le regole (se ci sono). L’acqua prenderà a scarseggiare davvero (con tanti saluti al raffreddamento degli impianti nucleari e dei data-center in programma). Scarseggeranno anche i raccolti, con milioni di nuovi morti per fame e aumenti vertiginosi dei prezzi del cibo. Si alzeranno i livelli dei mari, con miliardi da investire per cercare di proteggere alcune delle principali città del mondo. Si moltiplicheranno i dissesti idrogeologici e gli incendi, con le popolazioni locali che dovranno cercare di supplire con la loro iniziativa all’inerzia dei rispettivi governi. Crescerà a dismisura la pressione di profughi e migranti in fuga da terre rese inabitabili dal calore, dall’arsura, dalle alluvioni o dalle guerre. E così via. Fare la guerra per moltiplicare i disastri a cui la popolazione sarà già esposta per via dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze suonerà sempre più assurdo. Non sarebbe dunque ora di cominciare a includere queste prospettive nello scenario del gioco tra le grandi potenze? E le misure per affrontarle tra le “carte” da giocare per risollevare le sorti del continente e del mondo?         Guido Viale
July 6, 2026
Pressenza