Le lettere dal carcere di Alaa Faraj e il potere delle storie
(disegno di nyushi)
In Il pericolo di un’unica storia (Einaudi, 2020) la scrittrice nigeriana
Chimamanda Ngozi Adichie scrive: “Le storie possono spezzare la dignità di un
popolo. Ma le storie possono anche riparare quella dignità spezzata”. Il libro
di Alaa Faraj, Perché ero ragazzo (Sellerio, 2025) fa esattamente questo:
restituisce dignità a una storia che era stata deformata, ridotta, incasellata
dentro una narrazione, giudiziaria e mediatica, falsa e ingiusta.
All’inizio della storia raccontata nel libro, Alaa Faraj è un giovane studente
universitario di Ingegneria, un promettente calciatore che decide di fuggire
dalla Libia devastata dalla guerra dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Alaa
parte da Bengasi con due amici, spinto dal desiderio di vivere, di studiare, di
realizzarsi. Una volta arrivato in Italia, vede però i suoi sogni infrangersi
bruscamente: viene infatti condannato a trent’anni con l’accusa di traffico di
esseri umani e concorso in omicidio plurimo per la morte di quarantanove persone
che viaggiavano sulla sua stessa imbarcazione. È il caso giudiziario passato
alle cronache come la “tragedia di Ferragosto” del 2015, raccontato anche nel
film di Gianfranco Rosi Fuocoammare.
La storia personale di Alaa Faraj e dei suoi amici si intreccia con diversi
elementi della storia globale degli ultimi decenni (le primavere arabe, il loro
fallimento, gli interventi militari internazionali in Libia, una nuova fase del
jihadismo, l’ulteriore stretta securitaria sulle migrazioni) e non è possibile
scindere le due storie. Il libro nasce dalle lettere e dagli scritti redatti in
carcere e inviati da Alaa alla docente di Filosofia del diritto Alessandra
Sciurba, che ha curato la pubblicazione del volume e ha lavorato strenuamente,
insieme a tanti altri e altre, per la sua liberazione, ottenendo un primo
importantissimo risultato alla fine di dicembre 2025 quando il presidente della
Repubblica Mattarella ha concesso la grazia parziale.
Nelle pagine dal ritmo incalzante di Perché ero ragazzo, nonostante alcune
imprecisioni dovute a una lingua imparata in carcere, Alaa riscrive la propria
storia e, insieme, ribalta agli occhi di chi legge le sentenze che lo hanno
definito un criminale. Racconta i sogni che lo avevano spinto a partire
semplicemente “perché era ragazzo”: perché aveva l’età delle possibilità, delle
aspirazioni, dell’inquietudine. Attraverso l’atto di scrivere, un atto di
lenimento delle ferite causate dall’ingiustizia, Alaa ricostruisce il percorso
che da Bengasi lo ha condotto al carcere dell’Ucciardone di Palermo. Ma la sua
non è solo una ricostruzione biografica: è un atto di resistenza. Scrivere
diventa un modo per sottrarsi alla narrazione imposta dalle sentenze, per
riappropriarsi della propria voce dopo essere stato privato della libertà del
corpo e della parola.
La storia di Alaa Faraj restituisce dignità anche a tante persone accusate di
essere “scafiste” (se ne contano circa tremila nelle carceri italiane), spesso
sulla base di meccanismi di profilazione razziale e di interpretazioni distorte
del diritto, che trasformano i migranti in colpevoli. Persone che, dopo un
viaggio intrapreso per cercare una vita nuova, si ritrovano in carcere, come
racconta anche il noto caso di Maysoon Majidi, attivista curdo-iraniana
arrestata con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Più in
generale il testo ha il grande merito di smontare la narrazione egemonica e
semplificante che riduce i e le migranti a un’alterità indistinta, a un “altro”
da temere. È proprio ciò che Adichie definisce il pericolo dell’unica storia, di
un racconto che non è capace di restituire la pluralità dei posizionamenti.
Scrive Adichie: “La conseguenza di un’unica storia è questa: sottrae alle
persone la propria dignità. Rende difficile il riconoscimento della nostra pari
umanità”. Leggendo questo libro, accade il contrario. Pagina dopo pagina, Alaa
smette di essere il “clandestino”, il detenuto, il musulmano percepito come
minaccia. Diventa un figlio, un fratello, un amico, un ragazzo con paure e
desideri in cui è impossibile non riconoscersi. L’empatia che nasce dalla sua
voce è uno degli elementi più potenti del libro: Perché ero ragazzo non lascia
spazio alla distanza, non consente di sentirsi estranei.
In questo senso, la lettura richiama alla mente un altro libro pubblicato da
Sellerio, Storia della mia vita (2024) di Janek Gorczyca, racconto in prima
persona di un uomo polacco che vive a Roma da più di trent’anni, senza fissa
dimora, senza documenti e senza un posto fisso di lavoro. Anche lì, i margini –
che siano il carcere, la strada, la migrazione – non sono luoghi abitati da
un’umanità diversa, ma spazi in cui si riflette la nostra comune fragilità, i
nostri sogni, desideri, paure. Entrambi i libri ribaltano la percezione
dell’alterità e mostrano come la disumanizzazione dell’“altro/a” sia un
dispositivo culturale e politico: un meccanismo che si ripete nel tempo,
sperimentato già nelle pratiche coloniali del XIX e XX secolo e ancora oggi
operante, che consente di rendere accettabili trattamenti degradanti e disumani
verso chi viene costruito come “altro/a”. Un meccanismo che vediamo all’opera
tutti i giorni, nel modo in cui è trattato il genocidio a Gaza, nel modo con cui
sono trattati i migranti, lasciati morire in mezzo al mare, lungo le frontiere
di terra, nei centri di detenzione.
La vicenda di Alaa Faraj richiama inevitabilmente altre storie di migrazione, ma
anche storie che ci mostrano l’importanza di percorsi ostinati verso la ricerca
della giustizia e della verità. Vengono così in mente gli scritti dal carcere
di Alaa Abd El-Fattah, attivista egiziano incarcerato dal regime di al-Sisi e
autore di Non siete stati ancora sconfitti (Hopefulmonster, 2021) e le
mobilitazioni internazionali che hanno permesso la sua liberazione. Anche in
questo caso la parola, che emerge dal silenzio del carcere, diventa resistenza,
testimonianza, ostinazione nel rivendicare verità e giustizia.
Allo stesso modo, la battaglia per Alaa Faraj – sostenuta da una rete sempre più
ampia di persone che chiedono con lui verità e giustizia – si intreccia
idealmente con altre lotte civili, come quella della famiglia di Giulio Regeni e
di quel “popolo giallo” che continua a chiedere la verità. Le storie dei due
Alaa, la storia di Giulio (raccontata in un documentario nelle sale nei giorni
scorsi, Giulio Regeni. Tutto il male del mondo) non riguardano soltanto i
singoli casi qui nominati, ma interrogano tutti e tutte noi. In un tempo in cui
si parla di crisi del diritto internazionale e di indebolimento dello stato di
diritto e delle garanzie fondamentali, queste storie ci insegnano la
perseveranza, l’ostinazione nel non cedere all’ingiustizia e alla menzogna.
Nulla potrà restituire gli anni perduti ad Alaa Faraj, ma raccontare la sua
storia, leggerla, può riaprire lo spazio del riconoscimento, ricordarci che
dietro ogni categoria – migrante, detenuto, straniero – c’è una persona. E può
cambiare il corso della storia stessa. Ed è ciò che questo libro sta facendo,
attraverso una scrittura che non chiede pietà, ma giustizia, e che, raccontando
una vita, ci costringe a interrogarci sulla nostra. (renata pepicelli)