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Contro lo sfruttamento lavorativo sono necessarie le lotte e le alleanze sociali – di Gennaro Avallone
Sappiamo tutto Sappiamo tutto su sfruttamento lavorativo, caporalato e sistemi generalizzati di intermediazione. Sappiamo tutto sulle filiere agricole, sul modo in cui funzionano e sui meccanismi di potere che le governano. Sappiamo anche come si produce l'irregolarità tanto salariale e contributiva (con il lavoro grigio e nero) quanto quella amministrativa (ad esempio, con le [...]
June 6, 2026
Effimera
Roma, 30 maggio: «migrazioni, diritti, lavoro per …
… per una società equa e inclusiva». Convegno promosso da Conadimi. Tappa a Roma del percorso verso gli «Stati Generali della Migrazione»: il 30 maggio nella Sala del Carroccio in Campidoglio un confronto nazionale su migrazioni, diritti e lavoro promosso dal Consiglio Nazionale delle Diaspore e Migrazioni CONADIMI, con il patrocinio di Roma Capitale e la media partnership dell’agenzia DIRE.
Roma: migrazioni, diritti, lavoro per una società equa e inclusiva
Tappa a Roma del percorso verso gli Stati Generali della Migrazione: il 30 maggio nella Sala del Carroccio in Campidoglio un confronto nazionale su migrazioni, diritti e lavoro. Roma, 25 maggio 2026. Sarà la prestigiosa Sala del Carroccio, in Campidoglio, ad ospitare sabato 30 maggio, ore 9:00-14:00, l’evento nazionale su “Migrazioni, diritti e lavoro: un percorso pubblico verso gli Stati Generali”, promosso dal Consiglio Nazionale delle Diaspore e Migrazioni CONADIMI, con il patrocinio di Roma Capitale e la media partnership dell’agenzia DIRE. L’iniziativa rappresenta una tappa centrale del percorso avviato da CONADIMI dallo scorso anno verso gli Stati Generali della Migrazione in Italia: “Costruiamo insieme il futuro delle migrazioni”, questo il messaggio ispiratore di un processo partecipativo che mira a costruire una nuova visione delle politiche migratorie, più inclusiva, coerente e orientata al futuro. La scelta del Campidoglio come sede dell’evento sottolinea il ruolo di Roma Capitale come spazio simbolico e concreto di dialogo tra culture, laboratorio di convivenza e innovazione sociale. CONADIMI è una rete di 110 associazioni del mondo della migrazione, costituita nel 2022, articolata su tutto il territorio nazionale, con circa 2.500 associati, è espressione degli oltre 5,3 milioni di cittadini di origine straniera regolarmente residenti in Italia, pari a circa il 9% della popolazione totale, secondo i dati della Caritas Italiana. “Esponenti delle Istituzioni, esperti, rappresentanti delle diaspore e della società civile si confronteranno su uno dei temi più rilevanti per il presente e il futuro del Paese: il rapporto tra migrazioni, diritti e lavoro”, ha sottolineato Elizabeth Rijo, presidente nazionale del CONADIMI. “L’attuale Testo Unico Immigrazione (D.Lgs. 286/1998), modificato nel tempo attraverso numerosi interventi normativi – ha proseguito- si presenta infatti, secondo CONADIMI, fortemente frammentato, stratificato e di complessa interpretazione, rendendo difficile una governance efficace, stabile e orientata al lungo periodo. Per questo ci mettiamo a disposizione per dare il nostro contributo alla costruzione, in maniera condivisa e partecipata, di una riforma organica del sistema normativo italiano in materia migratoria, nella consapevolezza che l’attuale quadro legislativo non sia più adeguato alla complessità dei fenomeni contemporanei” . La dislocazione degli immigrati regolari è per il 58,6% nel Nord Italia, il 24,5% nel Centro e il 16,9% nel Sud e Isole: servizi, agricoltura, edilizia, industrie manifatturiere, ristorazione, servizi alla persona, lavoro domestico sono i settori in cui il lavoro degli “stranieri” risulta di fatto essenziale, ma caratterizzato da notevole, precarietà, contratti a tempo determinato, stagionalità, part time, attività scarsamente qualificate e irregolarità diffuse. Ci sono poi i dati drammatici del caporalato e dello sfruttamento lavorativo che colpiscono in maniera significativa molti lavoratori migranti, come purtroppo la cronaca riporta. In Conferenza CONADIMI presenterà i dati aggiornati sulla condizione di lavoro degli immigrati regolari, i risultati delle analisi e studi svolti sul territorio nazionale per delineare le prospettive future verso politiche efficaci, nel quadro di una visione inclusiva e partecipativa, nell’interesse dello sviluppo armonico della società. Sarà Elizabeth Rijo ad aprire i lavori, coordinati dalla giornalista Carmìna Conte. Seguiranno i saluti istituzionali con il Sindaco del Comune di Roma Capitale, Prof. Roberto Gualtieri, o un suo delegato, e gli interventi delle organizzazioni del territorio; quindi le relazioni di Wilna Guerrero, Portavoce CONADIMI, Presidente Associazione La Rosa Roja Puglia; Felix C.C. Adandedjan, Vicepresidente CODISARD, membro Consulta Immigrazione Regione Sardegna e Presidente Associazione Gnonu; Chief Rowland Anataechukwu Ndukuba, Presidente National Union Of All Nigerian Associations In Italy (NUNAI); Claudio Rojas, Segretario Generale CODISARD, Presidente Associazione Linker; Adjei Adjekwei, Presidente Coordinamento Diaspore Friuli Venezia Giulia; Don Felix Mahoungou Parroco di Ossi (SS); Pierandrea Setzu, avvocato penalista Foro di Cagliari, impegnato nella tutela dei diritti e libertà individuali sia a livello nazionale che internazionale; Massimiliano Barberini, avvocato Foro di Roma, esperto in diritti umani e diritto dell’immigrazione; Francesca Fazio, avvocata Foro di Oristano, esperta in diritto civile con particolare attenzione alla tutela dei diritti della persona; Michel Emi Maritato, giornalista, esperto in Geostrategia Politico-Religiosa, Diritto Islamico e Dialogo Interculturale Giurista, Economista, Accademico e Difensore dei Diritti Umani; Laura Ghiandoni, giornalista Presidente CONNECT; Khalid Abaker, Segretario Generale CIDCI, Presidente SSAW, con Voci delle Migrazioni, testimonianze e narrazioni, esperienze delle comunità migranti, storie e percorsi delle diaspore. Dibattito e conclusioni di Elizabeth Rijo. I prossimi appuntamenti istituzionali sono previsti per il 18 giugno presso Senato della Repubblica, il 29 settembre presso la Camera dei Deputati. La Conferenza Nazionale degli Stati Generali è prevista per il 18 dicembre 2026 in location da definire CONADIMI – Segreteria Nazionale Redazione Italia
May 25, 2026
Pressenza
Dio non è mica obbligato
di Mauro Armanino Tra bambini soldato, Tabaski e guerre dimenticate: il racconto di un’Africa in cui fede, violenza e sopravvivenza convivono sotto lo sguardo di un Dio che non promette …
L’omidicio di Sako Bakari interroga Taranto
All’alba del 9 maggio, in piazza Fontana, nella città vecchia di Taranto, Sako Bakari è stato ucciso mentre stava raggiungendo il luogo in cui lavorava. Aveva 35 anni, era originario del Mali, viveva in Italia da anni e lavorava come bracciante agricolo. Secondo le ricostruzioni delle autorità inquirenti, sarebbe stato circondato da un gruppo di giovanissimi e colpito con diversi fendenti mentre tentava di fuggire. Per l’omicidio sono stati disposti cinque fermi, quattro dei quali riguardano minorenni. È una vicenda specifica. Riguarda un uomo, la sua vita e la sua morte violenta, e riguarda i suoi aggressori. Ma è anche una vicenda che rimanda immediatamente ad altri livelli. Chiama in causa la città e il contesto sociale, economico e culturale in cui ha preso forma. Interroga Taranto e il suo rapporto ambivalente con le migrazioni, fatto insieme di presenza quotidiana e rimozione, prossimità e distanza. Negli ultimi quindici anni Taranto e la sua provincia hanno avuto un ruolo di primo piano nella geografia delle politiche migratorie. Dalla tendopoli di Manduria del 2011 — luogo di confinamento per persone migranti provenienti dal Nord Africa durante le cosiddette primavere arabe — alla vicenda del Palaricciardi nel 2015, un palazzetto dello sport in periferia trasformato in centro di transito e, allo stesso tempo, in una straordinaria palestra di solidarietà, sostenuta da una fitta rete di attivistǝ. Fino all’installazione dell’hotspot nel porto, struttura destinata al trattenimento e alla selezione delle persone in arrivo dal Mediterraneo centrale, attualmente non in uso.  Su questo sfondo, negli stessi anni, è cresciuta la presenza di persone con background migratorio che vivono stabilmente in città. Una componente ormai strutturale della società tarantina, spesso concentrata nelle aree dove l’accesso alla casa è più economico, eppure ancora largamente esclusa dal dibattito pubblico. Una presenza costante, ma alla periferia dello sguardo collettivo. Abbiamo parlato dell’omicidio di Sako Bakari e del rapporto tra migrazioni, razzismo e città con Enzo Pilò, presidente dell’associazione Babele, rete di attivistǝ e professionistǝ che si occupa di accoglienza, orientamento ai diritti e solidarietà a Taranto e nella sua provincia. Ne emerge il ritratto di un territorio in cui le fragilità economiche e sociali si intrecciano con forme diffuse di razzismo, con la tenace presenza di un tessuto solidale che continua a costruire alternative. Chi era Sako Bakari? Sako Bakari era la regola, non l’eccezione. Nelle ore immediatamente successive all’omicidio, i commenti sui social hanno assunto la consueta superficialità o un accanimento razzista, liquidando la vicenda come un regolamento di conti. Bakari, invece, apparteneva a quelle decine di migliaia di persone che lavorano sul nostro territorio spesso in condizioni di sfruttamento e alle quali dobbiamo restituire la dignità di lavoratori, contrastando la razzializzazione e la disumanizzazione di chi non viene considerato come persona, ma come categoria. Questo omicidio è un episodio isolato oppure l’espressione più estrema di dinamiche più diffuse che attraversano la città? Va sicuramente letto all’interno di un quadro più ampio, che riguarda non solo Taranto ma l’intero territorio nazionale. La violenza giovanile sembra essere un fenomeno in espansione; probabilmente sarebbe utile fare riferimento a studi specifici. Posso però affermare con certezza che le aggressioni nei confronti di persone straniere in città si verificano frequentemente e sono documentate solo in parte attraverso denunce e articoli di stampa. I racconti di giovani stranieri vittime di aggressioni e intimidazioni sono numerosi. Negli ultimi quindici anni Taranto ha conosciuto diverse modalità di gestione delle migrazioni. Che eredità hanno lasciato questi passaggi nella memoria pubblica e nello sguardo della città sulle migrazioni? Un elemento positivo è stato certamente il radicamento di realtà solidali, sebbene numericamente limitate, che permettono l’attivazione di iniziative e interventi nei momenti di criticità. Dall’altro lato, però, si sono prodotti effetti chiaramente negativi, come l’espulsione dai centri di accoglienza straordinaria senza un adeguato lavoro di supporto e accompagnamento all’inclusione abitativa e lavorativa. Non vi è stato un intervento specifico dell’ente locale nel governo delle dinamiche attivate, con la conseguente formazione di “banlieue”, come accade in altre parti del Paese.  L’accesso ai servizi risulta complesso, soprattutto in assenza di accompagnamento da parte di operatori e operatrici. Nonostante le sollecitazioni, resta difficile anche l’iscrizione al registro dei senza fissa dimora. Le e i minori non accompagnati vengono inseriti in comunità senza che il Comune abbia definito un protocollo chiaro sui servizi da garantire. Inoltre, si colgono segnali di una tratta strutturata nella città e nella provincia. In sintesi, la questione migratoria a Taranto, come altrove, è lasciata all’improvvisazione. In che modo le crisi che attraversano Taranto — ambientale, sociale ed economica — influenzano, alimentano o trasformano le forme di razzismo? Su questo tema so che attirerò critiche, ma non c’è dubbio che il processo di deindustrializzazione abbia provocato un impoverimento economico e il conseguente avanzare del degrado socio-culturale. Negli ultimi vent’anni la città ha perso circa ventimila abitanti: chi ha più strumenti tende ad andarsene, mentre restano le persone meno attrezzate. Questa dinamica contribuisce a un impoverimento culturale e a una riduzione della capacità di progettazione e di azione politica e sociale. La semplificazione del dibattito sulla chiusura o meno della grande fabbrica è parte integrante di questo impoverimento economico, sociale e culturale. In questi giorni si moltiplicano mobilitazioni e prese di parola: che forme stanno assumendo? Cosa possiamo fare per mantenere il tema del razzismo al centro del dibattito pubblico anche quando l’attenzione mediatica calerà? Preferisco non dare ancora una risposta compiuta e attendere eventuali sviluppi. Per ora posso osservare che un semplice post, scritto da noi in reazione alle violenze che si stavano diffondendo sui social, ha contribuito a ribaltare la narrazione dominante e ha fatto emergere un tessuto solidale che sembra ancora presente sul territorio. Resta da capire se questa spinta si tradurrà in azioni concrete, capaci di coinvolgere anche le istituzioni e la classe dirigente nel suo complesso. La foto di copertina è di Paul Sableman, wikicommons. QUESTO ARTICOLO È GRATUITO, MA PRODURLO RICHIEDE TEMPO E IMPEGNO PER MANTENERE LA NOSTRA INFORMAZIONE LIBERA E ACCESSIBILE, ABBIAMO BISOGNO DEL TUO CONTRIBUTO, ANCHE PICCOLO TRASFORMA LA TUA LETTURA IN UN ATTO DI SOSTEGNO L'articolo L’omidicio di Sako Bakari interroga Taranto proviene da DINAMOpress.
May 13, 2026
DINAMOpress
Innocenti sovversioni
di Mauro Armanino Dalle parole tracciate su un muro di Genova ai gesti di chi resiste alle dittature, alle guerre, allo sfruttamento e alla menzogna: un viaggio nelle “innocenti sovversioni” …
Venezia, 21 maggio: rimpatri e politiche UE
Iscrizioni entro il 14 maggio   Conferenza-Workshop: Le conseguenze delle nuove politiche europee di rimpatrio sul lavoro sociale e sanitario 21 maggio 2026, ore 14 Polo didattico San Basilio – Venezia   L’incontro, che tramite esperti e professionisti del settore esamina le conseguenze delle nuove politiche europee di rimpatrio sul lavoro sociale e sanitario, prevede un ampio scambio di esperienze
“OLTRE IL FILO SPINATO”: HAMZA TAI TORNA SULLA ROTTA BALCANICA CON TELECAMERA E DOCUMENTI, IN BICI DA TRIESTE AD ISTANBUL
Il primo di maggio Hamza Tai è partito per realizzare il suo progetto documentaristico “Oltre il filo spinato”, incoraggiato da un nutrito gruppo di amiche e amici che hanno creduto in lui e che lo hanno accompagnato alla stazione di Verona Porta Vescovo. Il viaggio di Hamza inizia in treno, fino a Trieste, per poi continuare in bicicletta lungo i confini che nel 2019 attraversò da sud a nord per giungere in Italia. Pedalerà in Slovenia, Croazia, Bosnia-Herzegovina, Montenegro, Albania, Macedonia, Grecia e Turchia: l’arrivo è previsto tra un mese ad Istanbul. Hamza ha 28 anni e nel 2019 decide di lasciare la zona rurale di Casablanca, dove è cresciuto, per provare a raggiungere l’Europa. “In Marocco vedevo i miei amici e i miei cugini più grandi di me intrappolati in un sistema che non offriva futuro”, se non quello di laurearsi con la certezza di “scontrarsi con uno stipendio di 300 euro al mese e una stasi senza fine”. Così matura il sogno di “studiare psicologia in Germania”, ma è impossibile per un giovane marocchino ottenere un visto, poiché “le garanzie economiche richieste dai consolati sono muri invisibili, insuperabili per chi non possiede nulla”. L’unica strada era quella di tentare di arrivare in Europa percorrendo la rotta balcanica, partendo da Istanbul dove Hamza, come tanti giovani marocchini che hanno fatto la sua stessa scelta, ha potuto arrivare con un volo di linea e un documento che è valido solo per la Turchia. Dalla Grecia e per qualche anno, Hamza diventa invisibile poiché non ha i documenti in regola. Un viaggio che “è stato un mosaico di passi inifiniti, treni clandestini, boschi bui, segnato dal freddo del filo spinato che strappa i vestiti e la pelle. Dopo quattro mesi di pericolo e sfide al limite della sopravvivenza sono arrivato a Trieste“. Dopo costose e lunghe trafile burocratiche, Hamza riesce a regolarizzare la sua posizione grazie ad una sorella con cittadinanza italiana, che gli permette di accedere al ricongiungimento familiare, quindi di ottenere il permesso di soggiorno. A Verona impara l’italiano alla scuola gestita da volontari e volontarie “Moussa Balde”, si forma come pizzaiolo grazie ai corsi organizzati dal Laboratorio Autogestito Paratod@s e impara così la professione che svolge ancora oggi presso la pizzeria sociale “I Roersi” di Bosco Chiesanuova. Sviluppa anche le sue doti artistiche cimentandosi nelle arti plastiche alla “Falegnameria Resistente”, dove ha allestito il suo atelier. “Oggi la mia vita è in Italia. Sono una persona nuova, ho regolarizzato la mia posizione e ho trovato la mia stabilità, ma quei traumi non sono scomparsi, sono rimasti lì”. Per questo decide di ripartire, “questa volta legalmente e con una telecamera in mano” per documentare quello che accade lungo quei confini e “dare un volto a chi è invisibile”. La determinazione e l’entusiasmo di Hamza sono contagiosi: in poco tempo organizza tre serate per raccogliere fondi con i quali compra una bicicletta adatta a compiere il viaggio. Apre anche un crowdfunding “per coprire i costi vivi della produzione: attrezzatura video per riprese in condizioni difficili, logistica, sicurezza e la post-produzione per far sì che questo materiale diventi un documentario che tutti possano vedere”. Pianifica le tappe del viaggio con l’associazione One Bridge To, che da dieci anni svolge attività di volontariato lungo la rotta balcanica. Lungo il suo viaggio incontrerà le persone che stanno percorrendo la rotta, come ha fatto lui nel 2019 e le organizzazioni che le supportano, a partire dalla Diaconia Valdese e da No Name Kitchen. Un percorso di introspezione volto a connettersi con la propria essenza e un’occasione per “trasformare le ferite in una testimonianza collettiva”. Abbiamo intervistato Hamza Tai poche ore prima della sua partenza per Trieste. Ascolta o scarica