Tag - migrazioni

Le lettere dal carcere di Alaa Faraj e il potere delle storie
(disegno di nyushi) In Il pericolo di un’unica storia (Einaudi, 2020) la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie scrive: “Le storie possono spezzare la dignità di un popolo. Ma le storie possono anche riparare quella dignità spezzata”. Il libro di Alaa Faraj, Perché ero ragazzo (Sellerio, 2025) fa esattamente questo: restituisce dignità a una storia che era stata deformata, ridotta, incasellata dentro una narrazione, giudiziaria e mediatica, falsa e ingiusta. All’inizio della storia raccontata nel libro, Alaa Faraj è un giovane studente universitario di Ingegneria, un promettente calciatore che decide di fuggire dalla Libia devastata dalla guerra dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Alaa parte da Bengasi con due amici, spinto dal desiderio di vivere, di studiare, di realizzarsi. Una volta arrivato in Italia, vede però i suoi sogni infrangersi bruscamente: viene infatti condannato a trent’anni con l’accusa di traffico di esseri umani e concorso in omicidio plurimo per la morte di quarantanove persone che viaggiavano sulla sua stessa imbarcazione. È il caso giudiziario passato alle cronache come la “tragedia di Ferragosto” del 2015, raccontato anche nel film di Gianfranco Rosi Fuocoammare. La storia personale di Alaa Faraj e dei suoi amici si intreccia con diversi elementi della storia globale degli ultimi decenni (le primavere arabe, il loro fallimento, gli interventi militari internazionali in Libia, una nuova fase del jihadismo, l’ulteriore stretta securitaria sulle migrazioni) e non è possibile scindere le due storie. Il libro nasce dalle lettere e dagli scritti redatti in carcere e inviati da Alaa alla docente di Filosofia del diritto Alessandra Sciurba, che ha curato la pubblicazione del volume e ha lavorato strenuamente, insieme a tanti altri e altre, per la sua liberazione, ottenendo un primo importantissimo risultato alla fine di dicembre 2025 quando il presidente della Repubblica Mattarella ha concesso la grazia parziale. Nelle pagine dal ritmo incalzante di Perché ero ragazzo, nonostante alcune imprecisioni dovute a una lingua imparata in carcere, Alaa riscrive la propria storia e, insieme, ribalta agli occhi di chi legge le sentenze che lo hanno definito un criminale. Racconta i sogni che lo avevano spinto a partire semplicemente “perché era ragazzo”: perché aveva l’età delle possibilità, delle aspirazioni, dell’inquietudine. Attraverso l’atto di scrivere, un atto di lenimento delle ferite causate dall’ingiustizia, Alaa ricostruisce il percorso che da Bengasi lo ha condotto al carcere dell’Ucciardone di Palermo. Ma la sua non è solo una ricostruzione biografica: è un atto di resistenza. Scrivere diventa un modo per sottrarsi alla narrazione imposta dalle sentenze, per riappropriarsi della propria voce dopo essere stato privato della libertà del corpo e della parola. La storia di Alaa Faraj restituisce dignità anche a tante persone accusate di essere “scafiste” (se ne contano circa tremila nelle carceri italiane), spesso sulla base di meccanismi di profilazione razziale e di interpretazioni distorte del diritto, che trasformano i migranti in colpevoli. Persone che, dopo un viaggio intrapreso per cercare una vita nuova, si ritrovano in carcere, come racconta anche il noto caso di Maysoon Majidi, attivista curdo-iraniana arrestata con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Più in generale il testo ha il grande merito di smontare la narrazione egemonica e semplificante che riduce i e le migranti a un’alterità indistinta, a un “altro” da temere. È proprio ciò che Adichie definisce il pericolo dell’unica storia, di un racconto che non è capace di restituire la pluralità dei posizionamenti. Scrive Adichie: “La conseguenza di un’unica storia è questa: sottrae alle persone la propria dignità. Rende difficile il riconoscimento della nostra pari umanità”. Leggendo questo libro, accade il contrario. Pagina dopo pagina, Alaa smette di essere il “clandestino”, il detenuto, il musulmano percepito come minaccia. Diventa un figlio, un fratello, un amico, un ragazzo con paure e desideri in cui è impossibile non riconoscersi. L’empatia che nasce dalla sua voce è uno degli elementi più potenti del libro: Perché ero ragazzo non lascia spazio alla distanza, non consente di sentirsi estranei. In questo senso, la lettura richiama alla mente un altro libro pubblicato da Sellerio, Storia della mia vita (2024) di Janek Gorczyca, racconto in prima persona di un uomo polacco che vive a Roma da più di trent’anni, senza fissa dimora, senza documenti e senza un posto fisso di lavoro. Anche lì, i margini – che siano il carcere, la strada, la migrazione – non sono luoghi abitati da un’umanità diversa, ma spazi in cui si riflette la nostra comune fragilità, i nostri sogni, desideri, paure. Entrambi i libri ribaltano la percezione dell’alterità e mostrano come la disumanizzazione dell’“altro/a” sia un dispositivo culturale e politico: un meccanismo che si ripete nel tempo, sperimentato già nelle pratiche coloniali del XIX e XX secolo e ancora oggi operante, che consente di rendere accettabili trattamenti degradanti e disumani verso chi viene costruito come “altro/a”. Un meccanismo che vediamo all’opera tutti i giorni, nel modo in cui è trattato il genocidio a Gaza, nel modo con cui sono trattati i migranti, lasciati morire in mezzo al mare, lungo le frontiere di terra, nei centri di detenzione. La vicenda di Alaa Faraj richiama inevitabilmente altre storie di migrazione, ma anche storie che ci mostrano l’importanza di percorsi ostinati verso la ricerca della giustizia e della verità. Vengono così in mente gli scritti dal carcere di Alaa Abd El-Fattah, attivista egiziano incarcerato dal regime di al-Sisi e autore di Non siete stati ancora sconfitti (Hopefulmonster, 2021) e le mobilitazioni internazionali che hanno permesso la sua liberazione. Anche in questo caso la parola, che emerge dal silenzio del carcere, diventa resistenza, testimonianza, ostinazione nel rivendicare verità e giustizia. Allo stesso modo, la battaglia per Alaa Faraj – sostenuta da una rete sempre più ampia di persone che chiedono con lui verità e giustizia – si intreccia idealmente con altre lotte civili, come quella della famiglia di Giulio Regeni e di quel “popolo giallo” che continua a chiedere la verità. Le storie dei due Alaa, la storia di Giulio (raccontata in un documentario nelle sale nei giorni scorsi, Giulio Regeni. Tutto il male del mondo) non riguardano soltanto i singoli casi qui nominati, ma interrogano tutti e tutte noi. In un tempo in cui si parla di crisi del diritto internazionale e di indebolimento dello stato di diritto e delle garanzie fondamentali, queste storie ci insegnano la perseveranza, l’ostinazione nel non cedere all’ingiustizia e alla menzogna. Nulla potrà restituire gli anni perduti ad Alaa Faraj, ma raccontare la sua storia, leggerla, può riaprire lo spazio del riconoscimento, ricordarci che dietro ogni categoria – migrante, detenuto, straniero – c’è una persona. E può cambiare il corso della storia stessa. Ed è ciò che questo libro sta facendo, attraverso una scrittura che non chiede pietà, ma giustizia, e che, raccontando una vita, ci costringe a interrogarci sulla nostra. (renata pepicelli)
February 24, 2026
Napoli MONiTOR
UNIONE EUROPEA ALL’ATTACCO DEL DIRITTO DI ASILO, CRESCONO I PAESI TERZI E DI ORIGINE “SICURI”
Via libera dal Parlamento Europeo di Strasburgo alla doppia riforma che restringe il diritto di asilo cambiando le regole sui paesi terzi e di origine considerati sicuri. Vengono considerati sicuri per i propri cittadini: Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia.  Per entrare in vigore le nuove norme dovranno essere approvate dal Consiglio Europeo, presumibilmente nel mese di giugno. Sono stati 408 i voti a favore (184 contrari e 60 astenuti) per quanto concerne il Regolamento che istituisce una lista di Paesi terzi sicuri a livello europeo. Il Parlamento ha anche votato con 396 voti a favore (226 contrari e 30 astenuti) la più controversa revisione di concetto di Paese d’origine sicuro. Secondo The Left, il gruppo della sinistra all’Eurocamera, con il voto di oggi il Parlamento Europeo mette “un altro chiodo sulla bara del diritto di asilo sul territorio dell’Unione Europea” e procede con politiche razziste e autoritarie che “mettono consapevolmente a rischio vite umane”. Il voto di oggi, continua The Left, rappresenta “un nuovo segno della fusione tra destra ed estrema destra, complice la passività dei socialisti”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto l’analisi dell’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo, dell’Associazione Diritti e Frontiere, già docente di diritto d’asilo all’Università di Palermo. Ascolta o scarica
February 10, 2026
Radio Onda d`Urto
Presidio nonviolento a Napoli contro l’ICE: Padre Zanotelli parla davanti al Consolato USA
La repressione ha sponsor, la pace no Eravamo in pochi. Pochissimi. Una presenza esile, scoperta. Il silenzio non era raccoglimento: era il silenzio dei pochi. Ma nessuna resa. A parlare è stato Padre Alex Zanotelli. Lui ringrazia sempre. Ringrazia uno per uno, accarezza i presenti con le parole, come si fa quando non si vuole perdere nessuno per strada. Rassicura. Dice che non importa quanti siamo. Non per consolarci, ma per tenerci insieme. È anziano, ed è sempre lì. Da decenni. Con la stessa postura: restare. Zanotelli parla di guerra nucleare, di emergenza climatica, di migranti deportati negli Stati Uniti, dell’ICE come apparato repressivo normalizzato. Ricorda la Palestina, i curdi dimenticati dopo aver difeso l’Europa dall’ISIS, il rischio che nuove carcerazioni e nuove violenze riaprano cicli già visti in Medio Oriente. Le parole passano così: senza sostegni, perché siamo pochi. Il presidio nonviolento del 31 gennaio, davanti al Consolato Generale degli Stati Uniti a Napoli, è stato convocato dal Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania, con l’adesione del Presidio Permanente di Pace – IoCiSto, della Rete Sociale NoBox – Diritto alla Città, di Antimaka e de L’Asilo. Il comunicato denuncia le politiche razziste e repressive del governo USA e la presenza dell’ICE in Italia, rafforzata in vista delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Intorno, le forze dell’ordine erano più numerose. Sullo sfondo, il consolato americano. La scena è antica. La storia la conosce bene: la voce nel deserto è quella che resta fuori. Il potere sta dentro. Nessuno sponsor. Nessuna istituzione. Nessuna passerella. Cartelloni scritti a mano, a pennarello, su fogli A4 e cartoni recuperati. La pace non ha finanziatori. C’è un contrasto che resta addosso. Un uomo anziano che ringrazia, rassicura, tiene aperta una parola fragile. E altri uomini anziani che, dai palazzi, firmano deportazioni e alimentano violenze. Eravamo pochissimi. La repressione ha sponsor, la pace no. La pace continua a vivere solo dove qualcuno resta, ringrazia, e parla. Immagini della gallery: Lucia Montanaro Ermete Ferrero   Il Presidio Permanente di Pace – IoCiSto al presidio davanti al Consolato USA di Napoli, 31 gennaio. Stefania De Giovanni Massimo Varriale Padre Alex Zanotelli- No ICE   Padre Alex Zanotelli- No ICE in Italia e negli USA Presidente dell’associazione “Cinema e Diritti”, è fondatore, coordinatore e promotore del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli.   Comitato Pace e Disarmo Campania Stefania De Giovanni
January 31, 2026
Pressenza
Fascisti e nazi nella Sala Stampa della Camera per la remigrazione
Oggi alla camera il Comitato Remigrazione e Riconquista ha organizzato, grazie al leghista Furgiuele alla Sala Stampa della Camera, presentano una proposta di legge popolare che parla di cancellazione della migrazione, espulsioni, inasprimento di regole già esistenti, fondo per la "remigrazione" insomma l'italia agli italiani (con la i minuscola per noi). Ne parliamo con una compagna di Memoria antifascista
January 30, 2026
Radio Onda Rossa
Gabriella Alberti, Devi Sacchetto / Soggettività migrante transnazionale
In un momento storico nel quale la geopolitica incornicia la quasi totalità del dibattito politico, il volume di Gabriella Alberti e Devi Sacchetto, Lavoro migrante – Exit, voice e riproduzione sociale, prende in mano, dentro una tensione di ricerca e di studio, il tema del rapporto fra migrazione e lavoro facendolo da una prospettiva inconsueta. Il testo riannoda i fili di una genealogia semantica dei processi che determinano le dinamiche del lavoro in una dimensione transnazionale, sulla base di una lettura che non trova molto spazio nel dibattito politico e scientifico odierno. Il libro avvia e organizza concetti che introducono chiavi di lettura articolate che ridefiniscono e abbattono alcuni fra i luoghi comuni più diffusi sulla materia. Proviamo ad indicare dei nodi sintetici. L’approccio neoclassico, che considera la mobilità come una risposta competitiva agli squilibri di mercato, e quello istituzionale,  che analizza l’interazione tra mobilità e varietà nazionali del capitalismo, sono largamente criticati dai due autori perché naturalizzano i confini nazionali e ignorano le relazioni sociali e storiche tra le diverse forze lavoro. Queste prospettive, infatti, considerano  la competizione tra lavoratori autoctoni e migranti come meccanica e priva di contesto, riproducendo un “nazionalismo metodologico” che definisce rigidamente chi appartiene alla forza lavoro nazionale e chi no.  Questo approccio critico di Alberti e Sacchetto riconfigura i parametri attraverso cui viene valutata la mobilità del lavoro nel suo complesso. In questa prospettiva, l’approfondimento dei due autori sulla razzializzazione e la genderizzazione del lavoro considera questi processi come un modo specifico di organizzare la produzione e la gestione della forza lavoro al fine di estrarne valore. La politica del lavoro migrante è infatti influenzata da dinamiche di potere razzializzato che segmentano e segregano alcuni gruppi di lavoratori migranti in lavori a basso salario. L’attenzione alle forme contemporanee di razzializzazione porta inoltre alla luce le questioni della cittadinanza e del potere statale nell’includere i lavoratori e le lavoratrici migranti in modo differenziato. I migranti e le comunità stanziali emergono quindi come soggetti razzializzati attraverso gerarchie di status giuridico, genere, cultura e classe. La teoria del doppio mercato del lavoro suggerisce che il mercato primario è dominato dagli uomini bianchi locali, mentre le minoranze etniche e gli immigrati sono relegati ai lavori meno retribuiti. L’individuazione di zone franche o a condizioni differenziate, che nel volume vengono definite “Enclave di lavoro differenziato”, costituisce un sistema per regolamentare il lavoro in modo specifico e differenziato da quello della forza lavoro locale. Il libro offre una chiave di lettura originale perché, mentre introduce nuovi strumenti di analisi, invita anche ad adottare uno sguardo più complesso. A partire dalla ricerca svolta, propone di considerare lavoratori e lavoratrici migranti come soggetti attivi, mettendo in relazione lavoro migrante, mercati del lavoro transnazionali e contesti nazionali, superando l’idea dei migranti come semplice espressione della volontà padronale. Il tema che investe maggiormente l’interesse degli autori è il ruolo della mobilità e del turn over lavorativo, che seppur analizzato nelle dimensioni sociologiche più ampie, viene individuato come uno degli strumenti di opposizione da parte dei lavoratori e delle lavoratrici al regime di sfruttamento. Dunque, non una fuga, ma un abbandono consapevole volto ad affermare la propria soggettività su una scala transnazionale, una uscita dallo specifico contesto lavorativo come atto di resistenza, incastonato dentro la dimensione della mobilità transnazionale e strumento di conflitto sociale e di classe, se esso è agito dai lavoratori che non subiscono forme di ricatto più consistenti. Al tema della mobilità si lega in modo indissolubile la questione dei mezzi di sostentamento complessivi che non possono non comprendere le varie forme che la riproduzione sociale assume e che il testo affronta in modo articolato. A sostegno della validità delle analisi, il volume presenta una serie di esperienze concrete che illustrano le analisi descritte da Alberti e Sacchetto e che tra loro presentano relazioni semantiche. Tali esperienze coprono un periodo temporale esteso e includono il sistema della Kafala nei Paesi del Golfo Persico, che obbliga i lavoratori migranti, soggetti allo sponsor padronale, a chiedere il permesso ai datori di lavoro per cambiare impresa, determinando un controllo da parte di questi ultimi e l’espropriazione politica dei lavoratori, che non possono scioperare, fare assemblee o riunioni. Nonostante ciò, ad agosto 2019 centinaia di lavoratori hanno scioperato per chiedere l’abolizione di questo sistema proprietario. Per quanto riguarda le enclave di lavoro differenziato, viene analizzato il sistema organizzativo della Foxconn di Shenzhen che, nel 2010, ha registrato il tentato suicidio di 18 giovani lavoratori provenienti dalle zone rurali e la morte di 14 di essi. Fra i vari esempi di mobilitazione e lotta legati al lavoro migrante, nel volume si ricorda lo sciopero dell’agosto 1973 delle lavoratrici della Pierburg Autoparts, che aveva come obiettivo l’abolizione della “categoria del salario leggero”, che aveva sostituito la “categoria salariale femminile”. Su 3.600 lavoratrici in sciopero, 2.100 erano migranti. Solo dopo quattro giorni di scontri, le lavoratrici ottennero la solidarietà degli operai qualificati, maschi e bianchi, e vinsero la vertenza. Alberti e Sacchetto hanno il pregio di rompere l’isolamento teorico di chi non vuole rassegnarsi agli schemi imposti da una lettura della globalizzazione, che veicolano l’idea dell’assenza di luoghi e spazi della decisione e quindi dell’individuazione di un soggetto verso cui orientare il conflitto. La vecchia e imprescindibile dicotomia fra capitale e lavoro assume in questo volume una nuova e rivitalizzata forma e consente di uscire dalle secche dell’impotenza delle letture sulla globalizzazione introdotte a partire dai primi anni Novanta, quando qualcuno si cullava in modo suggestivo ma errato sulla “fine del lavoro”.  Il volume costituisce quindi un antidoto, alla tendenza del momento, di guardare ogni cosa attraverso le lenti della geopolitica, che altro non è che un colpo di coda per ridare vita ad un’idea di stato novecentesco che espelle, però, dal proprio mandato la tutela, i bisogni e la soggettività delle classi subalterne. L'articolo Gabriella Alberti, Devi Sacchetto / Soggettività migrante transnazionale proviene da Pulp Magazine.
January 30, 2026
Pulp Magazine
Sud globale: la città come promessa mancata
Urbanizzazione africana (e non solo) tra attrazione e precarietà. di Fabrizio Floris (*)   L’urbanizzazione senza crescita Negli ultimi settant’anni, in gran parte del Sud Globale la città è divenuta l’orizzonte prevalente della vita sociale. In Africa, come in ampie aree dell’Asia meridionale e dell’America Latina, l’urbanizzazione ha assunto caratteri dirompenti: piccoli centri rurali si sono trasformati in agglomerati metropolitani
January 14, 2026
La Bottega del Barbieri
Può esistere una cittadinanza globale?
di Luca Graziano Viviamo in un’epoca in cui la parola cittadinanza sembra aver perso il suo significato originario. Nata per unire, oggi essa divide. Definisce confini, stabilisce appartenenze, assegna diritti in modo diseguale. È diventata una condizione geografica più che un riconoscimento universale dell’essere umano. Ogni giorno, nel Mediterraneo, lungo il confine tra Messico e Stati Uniti o nei deserti
January 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Politiche migratorie e diritto penale. Note dopo l’assoluzione di quattro presunti scafisti
(disegno di rosa battaglia) Dopo diciassette mesi di detenzione il Tribunale di Napoli ha assolto quattro giovani migranti dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Le storie di S., A., K. e I. si intrecciano nel luglio 2024, quando la nave dell’Ong Ocean Viking recupera due imbarcazioni partite dalle coste libiche, in area Sar (ricerca e soccorso) e le conduce al porto di Napoli. Appena sbarcato il gruppo, prende avvio la consueta ricerca dello “scafista”. Bastano poche ore e qualche testimonianza raccolta in modo raffazzonato per individuare i nomi di quattro ragazzi. Così, in una giornata qualsiasi di luglio, le porte del carcere di Poggioreale si aprono per S., A., K. e I., giovani vulnerabili, con un passato migratorio estremamente difficile. Si trovano in carcere in un paese sconosciuto, di cui non parlano la lingua, dove nessuno spiega cosa stia accadendo, perché sono è lì e per quanto tempo ci dovranno restare. Fin dal primo momento i quattro ragazzi vengono senza alcuna prova associati a un’immaginaria organizzazione dedita al traffico di esseri umani: passeggero che prende il timone equivale a comandante, che equivale a scafista, che equivale a membro di una rete criminale internazionale che trasporta i migranti dalla Libia all’Italia. Nel corso del processo, durato un anno e mezzo, si sono avvicendati numerosi testimoni dell’accusa e della difesa, nel tentativo di ricostruire l’intero iter del viaggio dalla Libia all’Italia. Si è parlato dei lunghi periodi di detenzione in Libia, delle torture nelle carceri finanziate dall’Europa, delle minacce della cosiddetta guardia costiera libica. Lo stesso comandante della Ocean Viking, che aveva soccorso le due imbarcazioni di fortuna su cui viaggiavano i ragazzi, ha spiegato in aula come gli interventi della guardia libica metta solo a rischio la vita dei migranti.   Un quadro sempre più nitido ha cominciato a delinearsi, riportando i fatti alla loro ordinarietà. I quattro ragazzi accusati di aver guidato la barca, che durante il tragitto si erano scattati selfie ed erano stati ripresi in video e foto – materiale utilizzato dalla Procura come prova della loro colpevolezza (del resto chi non si fotograferebbe mentre commette un reato di tale portata…!) – non erano affatto pericolosi criminali. Erano passeggeri costretti a prendere il controllo di un barchino alla deriva per tentare di salvare la propria vita e quella degli altri. Passeggeri che avevano agito in stato di necessità, poiché in quel momento non potevano fare altro. Il 5 dicembre, nell’ultima udienza, questa verità tanto evidente quanto difficile da affermare per le implicazioni politiche che comporta è stata fatta propria dal pubblico ministero che, accogliendo la ricostruzione della difesa, ha chiesto l’assoluzione dei quattro imputati poiché il fatto non costituiva reato. I giudici, riconoscendo la stessa realtà, hanno assolto i ragazzi. È bene sottolineare che il riconoscimento già in primo grado dello stato di necessità, che esclude la punibilità del fatto in concreto, rappresenta una decisione quasi unica. Per quanto sembri ovvio che quattro ventenni spaventati, reduci da una detenzione in Libia, non appartengano a reti criminali dedite al traffico di esseri umani, risulta estremamente difficile che quest’evidenza venga affermata con chiarezza in un’aula di giustizia. La stessa Giorgia Meloni, d’altronde, all’indomani della strage di Cutro, aveva affermato in conferenza stampa che si sarebbe impegnata per cercare e perseguire gli scafisti “su tutto il globo terraqueo”. Una figura, quella dello “scafista”, evocata come soggetto onnipotente, capace di attraversare confini e regole, responsabile diretto delle migrazioni verso l’Europa. Una rappresentazione che, riprodotta nelle aule di giustizia e nel discorso politico, svolge una funzione precisa: offrire un colpevole individuale a fronte di un fenomeno strutturale. Lo scafista diventa il capro espiatorio di un sistema che criminalizza la mobilità anziché interrogarsi sulle sue responsabilità. A partire dagli anni Novanta, con l’Accordo di Schengen e il Trattato di Maastricht, l’Unione Europea ha infatti progressivamente rafforzato le frontiere esterne, trasformandosi nella cosiddetta “fortezza Europa”. Alla libera circolazione interna dei cittadini ha fatto da contraltare un inasprimento delle politiche di controllo nei confronti dei cittadini extracomunitari, accompagnato da un ricorso crescente a misure restrittive della libertà personale. In questo contesto, la distinzione tra vittima e responsabile tende a dissolversi. Non sorprende, allora, che in aula risulti così difficile affermare l’inesistenza dello “scafista” come figura criminale autonoma. Le pronunce divergenti ne sono una conseguenza diretta. A causa di una decisione dello stesso Tribunale di Napoli, un altro giovane, J., per esempio, imputato per il medesimo reato dei quattro ragazzi di cui si parla, è tuttora detenuto nel carcere di Poggioreale (qui abbiamo raccontato la storia sua e quella di altri due suoi compagni). Per J. il pm ha richiesto una condanna a otto anni di reclusione. Storie simili, esiti opposti. Un dato certo è che nel giudizio sui migranti, anche in tribunale, pesa spesso più la disposizione di chi ascolta che la consistenza dei fatti che emergono, o che restano invisibili, nel corso del processo. Il procedimento penale, anziché costituire uno spazio di accertamento della realtà, si trasforma in un luogo di conferma di premesse già date, dove alcune narrazioni risultano immediatamente credibili e altre strutturalmente inattendibili. Eppure appare paradossale una presunzione di colpevolezza tanto automatica quanto selettiva: chi ha guidato, anche per pochi istanti, una barca, diventa immediatamente uno trafficante di uomini; chi ha attraversato la Libia, è stato detenuto arbitrariamente, torturato o sottoposto a trattamenti inumani, non viene automaticamente riconosciuto come vittima delle violenze delle frontiere (a dispetto dell’abbondanza di rapporti di organizzazioni internazionali, pronunce di corti sovranazionali e innumerevoli testimonianze di migranti, operatori umanitari e attivisti). La sofferenza, quando è strutturale e sistemica, sembra perdere valore probatorio. Questa asimmetria non è casuale, ma riflette una frattura più ampia che attraversa il mondo reale e il discorso pubblico: una frattura che privilegia la logica del controllo e della punizione rispetto a quella della protezione e della responsabilità. In tale cornice, la repressione diventa la risposta primaria a fenomeni complessi, mentre le cause strutturali delle migrazioni forzate vengono rimosse o esternalizzate. Da un lato, si finanziano centri di detenzione in Libia e si normalizzano rapporti con attori responsabili di gravi violazioni dei diritti umani come il generale Almasri, rimpatriato nonostante un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale; dall’altro, si avverte come indispensabile l’individuazione di un colpevole immediatamente disponibile, tra un gruppo di persone che approdano a fatica sulle coste europee. L’accanimento giudiziario contro l’anello più debole della catena non è un errore, ma un elemento strutturale. Per mantenere intatta l’architettura delle politiche migratorie si sacrifica persino la coerenza del diritto penale. Ma se il processo diventa il luogo in cui si punisce ciò che è politicamente utile punire, e non ciò che è giuridicamente rilevante, allora non sono soltanto i migranti a perdere tutela, ma è l’intero sistema di giustizia a rivelare le proprie crepe più profonde. In questo senso, le assoluzioni non rappresentano solo la fine di una vicenda individuale, ma un momento di rara frizione in un meccanismo che, il più delle volte, funziona senza mai interrogarsi davvero sui propri presupposti. (gea scolavino vella)
December 22, 2025
Napoli MONiTOR
Il confine come gabbia. Storia di due migranti rinchiusi in un container nel porto di Napoli
(disegno di diego miedo) Come in tanti altri luoghi del sud Italia, anche a Bacoli, il piccolo paese che mi ha adottata, la prima domanda che segue l’arrivo di uno straniero (un furestiero) è: «Ma tu a chi si’ figlio?». Non si tratta di curiosità, quanto piuttosto di un tentativo di collocare l’altro in una rete di relazioni, di trovargli un posto, anche piccolo, nella comunità. Nel linguaggio giuridico questa domanda prende il nome di “identificazione”. Più specificamente, nella normativa sull’immigrazione, si traduce nel Verbale delle dichiarazioni del cittadino straniero, annotate nel cosiddetto Modello C3 previsto dal Decreto legislativo 25/2008. È qui che lo stato italiano annota, tra le altre cose, a chi sei figlio. Prima di poter rispondere, lo straniero entrato in Italia senza “autorizzazione” deve essere informato dalla polizia di frontiera dei suoi diritti, tra cui quello di chiedere protezione internazionale (a sancire quest’obbligo è una direttiva europea del 2013). Nei fatti, al confine, molto spesso i diritti soccombono insieme alle persone. Il 19 novembre due cittadini marocchini di circa venticinque anni sono stati chiusi a chiave in un container al porto di Napoli per diverse ore, colpevoli di essersi imbarcati a bordo di un mercantile in partenza da Casablanca senza avere una “autorizzazione” per entrare in Italia. Entrambi, in realtà, avevano con sé il passaporto, ma erano arrivati in Italia senza il timbro del privilegio sui documenti di viaggio. Per quattro giorni, allora, si sono nascosti nella stiva nella nave, viaggiando al buio e immobili, respirando fumi. A quel punto il comandante, che aveva sentito cattivi odori provenire dalla zona della stiva, li ha scovati, e ha informato la polizia. I medici saliti a bordo, intanto, appuravano che uno dei due giovani si trovava in stato di incoscienza e che entrambi avevano bisogno di esami specifici da effettuare in ospedale. La procedura prevista in questi casi dalla legge è precisa: trasporto in ospedale e informativa legale sui diritti legati alla protezione internazionale, da effettuare con l’ausilio di un mediatore linguistico-culturale. Per i due cittadini marocchini, invece, è scattato il trattenimento di fatto in altri container del porto di Napoli, quelli che le forze dell’ordine hanno in altre occasioni chiamato i container “dei tunisini” (attraverso una generalizzazione gergale e apertamente razzista riferita alle persone straniere che entrano in Italia senza autorizzazione al soggiorno, che ha reso in aree portuali la parola “tunisino” sinonimo di “clandestino”). Dal 19 al 22 novembre questi due giovani uomini, pur essendo fisicamente in Italia ­­– prima nei container e poi a bordo di una nave ormeggiata al porto di Napoli – non sono esistiti. La polizia di frontiera, intervenuta allo sbarco, ha redatto uno sbrigativo verbale di affido al comandante che, dietro minaccia di essere accusato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, è stato incaricato di “restituirli” al paese di provenienza: è questa d’altronde la modalità di gestione dei confini della “roccaforte europea”, che mette al primo posto la loro protezione pur nell’essenza di bene giuridico astratto, burocratico, geografico ed evidentemente non umano. All’arrivo della nave a Gioia Tauro, però, dopo che questa aveva lasciato il porto di Napoli, i due giovani erano riusciti a mettersi in contatto con il numero di telefono di InLimine (progetto di Asgi – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) manifestando in lingua araba, alla mediatrice culturale, la volontà di chiedere protezione internazionale. Ai due richiedenti asilo non è stato comunque consentito di sbarcare, se non dopo circa otto ore, quando ormai non era più possibile alle istituzioni coinvolte mantenerli nell’invisibilità. Questa vicenda evidenzia come tanto il sistema legislativo quanto l’immaginario collettivo abbiano trasformato il diritto fondamentale a lasciare un territorio – consacrato dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici – in un atto criminale. La distorsione pubblica dell’immagine dello “straniero senza documenti” ha reso questo diritto, e chi lo esercita, sinonimo di pericolo, di illegalità, di minaccia, sebbene per esempio la legge italiana punisca questa condotta di reato solo con una sanzione pecuniaria. Fino al 1989 (anno di adozione del Testo Unico sull’Immigrazione), d’altra parte, l’attraversamento della frontiera non era previsto come reato: il Testo Unico sulle leggi di pubblica sicurezza del 1931 si limitava a prescrivere alcuni obblighi per il cittadino straniero, tra cui quello di presentarsi dinanzi alle forze dell’ordine entro tre giorni dall’arrivo, “per dare contezza di sé”. Allo straniero privo di documenti di soggiorno, in sostanza, si richiedeva di rendersi visibile, obbligo che ha oggi ceduto il posto a una dovuta disposizione verso le autorità di pubblica sicurezza, in centri di trattenimento amministrativo o magari in un container, dove è il confine a decidere se siamo criminali o invisibili. Ma il primo criminale, furestiero, e profugo di guerra sbarcato sulle coste a Bacoli, era figlio di una dea. Si chiamava Enea. (martina stefanile)
November 28, 2025
Napoli MONiTOR
I loro confini
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- In questo mondo di ladri, profeticamente cantava Antonello Venditti prima della conclusione del millennio scorso. Ladri di limiti, confini e frontiere che, come ricorda il recente Indice Globale per la Pace, contribuiscono ad allontanare la pace. I conflitti armati diventano più internazionali e attualmente sono 78 i Paesi coinvolti in guerre oltre i loro confini. La frammentazione politica, ricorda il rapporto citato, ha fatto aumentare anche tra gli Stati meno importanti la competizione per il potere. Non ci sono limiti alle ruberie che continuano a perpetrarsi sulla gente indifesa delle campagne e delle città. Non esistono confini al furto del futuro tramite la violenza che si manifesta e spesso si banalizza nelle relazioni internazionali e in quelle del quotidiano. Non si organizzano frontiere per assicurare la protezione contro la sistematica erosione dei diritti umani dei poveri. In questo mondo di ladri i limiti sono posti all’umana mobilità che costituisce la realtà più consistente per rifondare il mondo. Si scavano fossi e si innalzano muri. Si coltivano fili spinati e si consacrano nuovi sistemi di controllo. Chi mette in esercizio il diritto a lasciare il proprio Paese è visto come un disertore, un avventuriero o un potenziale ‘criminale’. I limiti si trasformano in campi di internamento, identificazione e detenzione che hanno lo scopo di spegnere tutto quanto di umano ogni persona porta con sé. Ogni tipo di sogno sarà espunto o punito perché ogni potere che si rispetti nasce e si perpetua grazie alla soppressione di novità. Si giunge dunque alla contraddizione di uno Stato di diritto che da un lato limita la libertà di movimento delle persone e dall’altro non pone alcun limite alla propria arrogante violenza. In questo mondo di ladri i confini tra democrazia e dittatura del pensiero sfumano e talvolta sono resi inservibili. Tra bene o interesse pubblico, privato e comune i confini si fanno sottili e talvolta inesistenti. I confini tra politica, economia e partecipazione dei cittadini alle scelte che li riguardano sono variabili, mobili e adattabili a seconda della classe dominante. Invece, il confine tra chi banchetta copiosamente e indossa abiti di porpora senza fare caso ai ‘Lazzaro’ alla soglia del palazzo è ormai un abisso incolmabile. I confini dovrebbero comportare appunto fini comuni, con-fini in grado di trasformarsi in ponti o passerelle sulle quali dovrebbe poter camminare la giustizia. Il confine si è invece trasformato in una trappola per confinare poeti, santi, rivoltosi, sognatori di mondi inediti e, con tutta evidenza, minacciosi per chi è attaccato all’attuale iniqua disuguaglianza. In questo mondo di ladri saranno soprattutto le frontiere a costituire il baluardo essenziale per dividere, separare e regnare. Frontiere che mai sono creature naturali. Frontiere armate, militarizzate, barricate e luoghi dove la violenza si applica con competenza e metodicità. Frontiere come fronti dove si perpetuano le battaglie per la sovranità nazionale il cui prezzo sarà il sangue innocente offerto per la salute della bandiera. Frontiere che troppi escludono dalla comune appartenenza alla terra e alla destinazione dei beni. Frontiere di carta, di parole, di opinioni, di pelle sulle quali le religioni dovrebbero e potrebbero scavare delle feritoie dove passerebbe la luce di un futuro differente per tutti. Il segreto è quello di abitare le frontiere perché, come scrisse la poetessa statunitense Emily Dickinson … “non sapendo quando l’alba possa venire, lascio aperta ogni porta, che abbia ali come un uccello, oppure onde, come spiaggia”. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a ilfattoquotidiano.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I loro confini proviene da Comune-info.
November 4, 2025
Comune-info