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ROTTA BALCANICA: IL PATTO EUROPEO SULLA MIGRAZIONE HA PEGGIORATO LE CONDIZIONI DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BULGARIA
Il Collettivo Rotte Balcaniche denuncia in una lettera aperta il rapido deterioramento delle condizioni detentive e il mancato rispetto dei diritti umani più basilari dei richiedenti asilo nel centro chiuso di Pastrogor, in Bulgaria. In quel luogo, attivisti e attiviste del Collettivo stanno raccogliendo le segnalazioni dei richiedenti asilo sono trattenuti e soggetti a restrizioni della libertà personale, divieti di visita e rigidi controlli mentre attendono l’esame della loro domanda. Le condizioni umanitarie, riportano le testimonianze dei detenuti raccolte dal Collettivo, sono in rapido deterioramento anche in seguito all’approvazione del Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo. Tra le violazioni denunciate la mancata assistenza medico-sanitaria, la scarca qualità alimentare che provoca la perdita di peso delle persone rinchiuse, il divieto arbitrario di visita imposto anche ad attiviste ed attivisti del Collettivo che, oltre al sostegno materiale, raccolgono le denunce dei richiedenti asilo. Non sono mancate inoltre le violenze fisiche degli agenti di polizia contro chi ha provato a protestare sia all’interno che all’esterno del centro di Pastrogor. Anche alcuni membri del Collettivo sono stati arrestati per la loro attività di osservazione e denuncia e per essersi mobilitati con presidi e manifestazioni, alle quali i piccoli paesi della Bulgaria sud orientale non erano abituati. Ci riporta quanto osservato in Bulgaria, Giovanni del Collettivo Rotte Balcaniche. Ascolta o scarica Pubblichiamo la lettera che il Collettivo Rotte Balcaniche ci ha inviato in redazione. 
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
Alle frontiere del tempo
di Mauro Armanino Dalla Liguria al Niger, passando per guerre, migrazioni e periferie del mondo. Mauro Armanino racconta il tempo vissuto: non quello degli orologi, ma quello delle persone, delle …
October 18, 2026
Osservatorio Repressione
Cambiamento climatico e migrazioni, conferenza a Legnano (Milano)
Il cambiamento climatico e le migrazioni: due temi epocali sempre al centro del dibattito pubblico e politico. Questioni diverse, all’apparenza, ma in realtà profondamente legate. Sono ormai numerosi gli studi che dimostrano quanto pesino le conseguenze del “climate change” sulla necessità di spostarsi per avere qualche possibilità di sopravvivere. Desertificazione, inondazioni, carestie costringono milioni di persone del sud del mondo a cercare salvezza altrove, senza peraltro trovare diritto d’asilo. Il problema è al centro di) una conferenza promossa dal Gruppo 22 di Amnesty Italia per sabato 17 ottobre alle 17 a Palazzo Leone da Perego di Legnano (via Mons. Eugenio Gilardelli 10, nell’ambito delle “Giornate del sapere” organizzate dall’ufficio Cultura del Comune di Legnano in collaborazione con il liceo Galilei di Legnano. Amnesty International “considera la crisi climatica una grave violazione dei diritti umani, sostenendo che l’inazione dei governi minaccia diritti fondamentali come vita, salute, cibo, acqua, alloggio e mezzi di sussistenza. L’organizzazione denuncia che le popolazioni più colpite sono quelle meno responsabili di questa crisi: persone in Paesi in via di sviluppo e a basso reddito, comunità povere e marginalizzate, giovani e generazioni future. Sono loro che subiscono il maggior peso degli impatti ambientali. Milioni di individui stanno già subendo le conseguenze catastrofiche di questa crisi, che produrrà effetti irreparabili per la generazione presente e quelle future, aumentando ancora di più le diseguaglianze globali. Stiamo assistendo alla più grande violazione intra-generazionale dei diritti umani della storia”. Importanti i relatori: Eugenio Alfano è avvocato del Foro di Firenze. Specializzato in diritto dell’immigrazione, si occupa e svolge attività formative in materia di protezione internazionale, minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta di esseri umani e grave sfruttamento, migrazioni ambientali e climatiche. Fa parte del Coordinamento rifugiati e migranti di Amnesty International Italia. È socio dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Marzio Marzorati è viaggiatore e divulgatore ambientale; presidente del Parco Nord Milano e attivo in Legambiente Lombardia dal 1990. Già vice presidente, direttore e responsabile Parchi e aree protette, coordinatore di Federparchi Lombardia, e del coordinamento Parchi lombardi che unisce per un comune lavoro di promozione e organizzazione le aree protette della regione. Francesco Vignarca è coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo ed è tra i maggiori esperti italiani di disarmo, commercio di armi e spese militari. Da oltre vent’anni promuove politiche di pace, nonviolenza e sicurezza condivisa attraverso attività di ricerca, advocacy e divulgazione. È autore di numerosi libri e saggi, tra cui “Disarmo climatico. Perché non c’è pace senza giustizia climatica e non c’è clima vivibile senza disarmo”. Modera il professor Carlo Migliaccio del liceo Galilei di Legnano. Ingresso libero. I partecipanti potranno anche visitare la mostra fotografica curata dalla Società italiana di caccia fotografica, allestita nelle due sale al piano terra di Palazzo Leone da Perego, e “Semina rerum”, l’installazione sonora del sound designer Maurizio Misiano. La mostra è aperta sabato e domenica, dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19 fino al 29 novembre.   Amnesty International
October 15, 2026
Pressenza
Smisurata preghiera della vetrina
di Mauro Armanino Da Piazza Banchi a Fabrizio De André, l’acciuga che nuota in direzione ostinata e contraria diventa immagine delle resistenze quotidiane: contro la guerra, la rassegnazione e l’anestesia …
Nereidi Project: la più giovane flotta per il soccorso nel Mediterraneo
Gli ultimi anni possono essere definiti gli anni delle grandi flottiglie: gruppi di imbarcazioni civili con a bordo attiviste e attivisti da tutto il mondo sono partiti per aiutare chi in questo momento si trova sotto gli artigli dei potenti di turno, da Gaza alla vicina Albania passando per Cuba. La linea tracciata da queste flottiglie continua nel progetto Nereidi, una collettività autogestita nata principalmente per fornire supporto alla missione di Mediterranea Saving Humans, composta da persone molto giovani che hanno deciso di mettersi in gioco per aiutare in mare i migranti in difficoltà. Seguendo quella linea, stanno per partire da Lampedusa due barche a vela, la Blue Moon e la Blue Soleil, dirette verso sud. Affiancheranno la Mare Jonio e la Safira, le due navi di Mediterranea, presidiando il tratto di mare tra Malta, Italia, Tunisia e Libia. Qui svolgeranno attività di ricerca e soccorso, individuando le imbarcazioni in difficoltà. Va ricordato a chi sta leggendo che Mediterranea è un’ONG impegnata nel soccorso dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo centrale. Insieme ad altre organizzazioni umanitarie, continua a fare ciò che gli Stati dovrebbero garantire ma non fanno: salvare vite umane. > È esattamente da questa esigenza che nasce il collettivo Nereidi: un progetto > nato dall’incontro di alcuni giovani provenienti da diversi spazi sociali > romani che in autonomia hanno deciso di sfidare le direttive dei governanti > europei riguardo al tema delle migrazioni. Dalle dichiarazioni espresse da questa collettività c’è la volontà di gettare un guanto di sfida al ministro Piantedosi e al decreto legge che porta il suo nome. Quest’ultimo obbliga le navi che soccorrono qualcuno in mare a dirigersi non verso il porto sicuro più vicino, ma verso un porto assegnato arbitrariamente dalle autorità italiane. Quasi sempre i porti assegnati dalle nostre lungimiranti autorità distano giorni (o addirittura settimane) di navigazione, allontanando così dalle zone di salvataggio le navi delle ONG per periodi lunghi. Se per un qualsiasi motivo una nave decide di violare il decreto, lo Stato può rispondere con sanzioni e addirittura con il sequestro preventivo dell’imbarcazione. In pratica, con questo provvedimento si lasciano scoperte intere zone del Mediterraneo centrale per tempi lunghissimi, aumentando drasticamente la probabilità di naufragi delle imbarcazioni con migranti in difficoltà, e quindi il numero di morti in mare. Per inquadrare meglio il problema, secondo le stime dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) 32.000 esseri umani sono annegati nel Canale di Sicilia nell’ultimo decennio. Un’ecatombe a pochi chilometri a sud delle nostre spiagge. A questo discorso si aggiunge anche quello riguardante la deriva securitaria che in tutta Europa si sta diffondendo: ai confini aumentano le reti e il filo spinato, all’interno aumentano i dispositivi securitari che colpiscono principalmente (ma non solo) le soggettività migranti. Ma questo nuovo collettivo non è soltanto un gruppo a supporto di una missione umanitaria. È anche, e forse soprattutto, un luogo di confronto tra soggettività che analizzano il quotidiano con uno sguardo critico, cercando di scovare dove si formano le disuguaglianze. Il tentativo è quello di tenere insieme, in un unico discorso, problematiche che, a persone meno politicizzate, possono sembrare scollegate: le frontiere, il lavoro, la casa, la salute, la repressione. Come raccontano le attiviste e gli attivisti di Nereidi sui social: «Navigare verso le vite che, a centinaia, continuano a perdersi in mare. Spezzate dalle onde, ancor di più dai calcoli geopolitici e disumani degli Stati, che, incapaci di offrirci tutela sociale, lavoro, sanità pubblica o diritti, sanno soltanto costruire paure da cui poi pensiamo di doverci difendere». Difenderci da ciò significa riannodare i fili e tracciare nuove narrazioni, in grado di erodere quel muro costruito intorno alla verità. Un muro fatto di silenzi, omissioni, fake news e narrazioni tossiche. > In un momento storico in cui parole come “guerra” e “reimmigrazione” sono > diventate quotidiane, mentre “umanità” e “soccorso” vengono demonizzati nel > dibattito pubblico, la nascita di questo collettivo è una boccata d’ossigeno > per la nostra società.  Un altro elemento chiave che si può associare alla missione intrapresa dal collettivo è “replicabilità”. Come ha dichiarato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea: «Vogliamo che sempre più persone possano conoscere, partecipare, formarsi ed essere in grado di contribuire alle attività di soccorso. L’obiettivo è moltiplicare le esperienze, costruire competenze diffuse e rendere il soccorso civile sempre più partecipato e riproducibile». La partenza di nuove imbarcazioni di salvataggio è come l’immagine di un faro nella tempesta: ci indica una strada da intraprendere, ci ricorda che un’altra direzione è possibile. È paradossale come dei e delle giovani si stiano mettendo in gioco per portare aiuto a chi scappa, mentre le nostre governanti, dall’alto dei loro programmi elettorali, non solo non si muovono di un centimetro, ma ostacolano attivamente il soccorso civile: fermano le imbarcazioni, multano gli equipaggi, sequestrano le navi. Eppure, proprio da questo paradosso nasce la forza di iniziative come quella di Nereidi. > In conclusione, riprendendo ancora le parole della presidente Marmorale: > «davanti a una strage che continua nel cuore del Mediterraneo, aumentare il > numero di chi è disposto a intervenire significa aumentare le possibilità di > soccorre vite e costruire una rete sempre più ampia di solidarietà e > responsabilità». Perché, mentre le istituzioni alzano muri, la società civile costruisce ponti. Mentre i governi esternalizzano i controlli a milizie e regimi autoritari, le organizzazioni di soccorso civile continuano a presidiare quel tratto di mare. E lo fanno con mezzi di fortuna, con giovani volontari, con una determinazione che non si lascia intimidire né dai decreti né dalle campagne di odio. La loro presenza in mare non è solamente un atto di disobbedienza civile. È la dimostrazione che un’altra Europa, solidale, accogliente, antirazzista esiste già. la copertina è di Neredi Project Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Nereidi Project: la più giovane flotta per il soccorso nel Mediterraneo proviene da DINAMOpress.
September 30, 2026
DINAMOpress
Una goccia nell’oceano
MAHMOUD ABU AL-QARAYA: DA GAZA ALL’ITALIA, LA FOTOGRAFIA, LA GUERRA E LA POSSIBILITÀ DI UN FUTURO La guerra è adesso. È nelle immagini che ci raggiungono ogni giorno e alle quali rischiamo, quasi senza accorgercene, di abituarci. L’orrore si ripete, scorre davanti ai nostri occhi e può finire per sembrarci distante, quasi irreale. Ma la guerra non è un film. E non è normale. Davanti a quello che accade a Gaza mi sono chiesta spesso che cosa potessi fare. Poco, forse. Una goccia nell’oceano. Ma una goccia non è soltanto una goccia. Una goccia è una vita. Ha un nome, un volto, una storia. Oggi questa goccia si chiama Mahmoud Abu Al-Qaraya. Ed è forse questo che rischiamo di perdere quando la guerra diventa una sequenza quotidiana di immagini e di numeri: il valore di ogni singola goccia, di ogni singola vita. Mahmoud è un fotografo e videomaker palestinese di Gaza. Avevamo già incontrato il suo sguardo attraverso Between Gaza and Naples. A Childhood Story, il progetto fotografico realizzato con Raffaele Annunziata e raccontato su Pressenza. L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli Oggi Mahmoud è in Italia. Ha iniziato un percorso universitario a Sassari grazie a una borsa di studio triennale destinata a studenti palestinesi. Questa volta lasciamo che sia lui a raccontare.  Hai vissuto la guerra mentre la fotografavi. Ci sono stati momenti in cui hai smesso di sentirti fotografo e sei stato semplicemente un uomo che aveva paura? Sì, è successo molte volte. Sono andato in tanti luoghi per fotografare, con la macchina fotografica e l’attrezzatura in mano. Ma in certi momenti non provavo soltanto paura: non sentivo più nemmeno il mio corpo. Era come se mi stessero strappando via l’anima. A volte avevo la macchina fotografica in mano e non riuscivo a scattare. Avevo paura dell’orrore di ciò che vedevo, e avevo paura anche di mostrarlo al mondo.  Gaza è la tua casa. Cosa significa vedere scomparire o trasformarsi i luoghi della propria infanzia, della propria vita e dei propri ricordi? Potrei parlare di questo sentimento per dieci pagine e non riuscirei comunque a descriverlo. Quando scompaiono i luoghi in cui hai vissuto la tua infanzia, ti chiedi: è finito anche il mio passato? Dove vanno i ricordi quando non esiste più un luogo in cui tornare per ritrovarli? Quando sono tornato a Shuja’iyya, dove ho vissuto la mia infanzia, non ho trovato la nostra casa. Non ho trovato la mia scuola, né la strada o il giardino in cui passavo ore a giocare a calcio. Conoscevo benissimo quei luoghi, ma ero lì e non trovavo più nulla di ciò che cercavo. Ancora oggi non so descrivere cosa si prova. Nelle tue fotografie tornano spesso gli sguardi dei bambini. Cosa raccontano della realtà di Gaza che le parole non riescono a dire? E quale forza può avere la fotografia, e più in generale l’arte, nel trasformare quella realtà in un messaggio di pace? Vorrei che il mondo vedesse la speranza negli occhi dei bambini di Gaza. Ricordo tutti i bambini che ho fotografato: alcuni sorridevano nonostante le condizioni difficili in cui vivevano; altri erano tristi e portavano un peso troppo grande per la loro età. Ricordo un bambino felice per dei vestiti nuovi e un altro che mi ha sorriso perché gli stavo scattando una foto, anche se dentro di sé era triste. Vorrei che le persone vedessero chiaramente quanto questi bambini siano belli e innocenti, e quanta speranza ci sia ancora in loro. Se le mie fotografie riescono a far pensare a loro e a spingere qualcuno a cercare di costruire per loro un futuro migliore, allora questa è la forza della fotografia per me. È il messaggio di pace che vorrei trasmettere.  Il tuo lavoro con Raffaele Annunziata, Between Gaza and Naples. A Childhood Story, ha creato un primo legame con l’Italia. Come si è evoluto quel rapporto e quale percorso ti ha portato, da lì, fino a essere oggi in Italia? Il mio rapporto con Raffaele è nato attraverso la fotografia. Mi hanno colpito le immagini che aveva scattato a Napoli, e a lui sono piaciute quelle che avevo scattato a Gaza. Abbiamo cominciato a parlare ogni tanto: mi chiedeva come stavo e parlavamo di Gaza e di fotografia. Poi abbiamo deciso di lavorare insieme, ed è nato Between Gaza and Naples. All’inizio ci univa la fotografia, ma con il tempo Raffaele è diventato un amico molto vicino. Quando si è presentata la possibilità di continuare i miei studi in Italia, Raffaele e Carmen, insieme ad altri amici, si sono impegnati molto per aiutarmi. Ci sono stati periodi di speranza e di attesa, poi ho ottenuto la borsa di studio. A maggio è arrivata la chiamata dell’ambasciata e, pochi giorni dopo, ho lasciato Gaza. Ho raggiunto la Giordania in autobus e da lì sono arrivato in aereo a Roma. A Roma ho incontrato Carmen e Raffaele per la prima volta di persona. Carmen è stata la prima ad abbracciarmi, poi Raffaele. In seguito mi hanno accompagnato a Sassari, dove ho iniziato il mio percorso universitario. Qualunque cosa io dica per raccontare quanto mi hanno aiutato, prima di lasciare Gaza e dopo il mio arrivo in Italia, mi sembrerà sempre troppo poco.  Per lasciare Gaza hai dovuto vendere anche la tua attrezzatura fotografica. Qual è stata la rinuncia più importante e più dolorosa per te? Ho venduto la mia attrezzatura fotografica perché non potevo portarla con me quando avrei lasciato Gaza. Pensavo che con quei soldi avrei comprato altra attrezzatura una volta arrivato in Italia. Ma la partenza veniva rimandata, mese dopo mese, e il costo della vita era altissimo. Ho dovuto spendere gradualmente quei soldi e, quando finalmente è arrivato il momento di partire, non ne era rimasto quasi nulla. Vendere la mia attrezzatura è stato difficile, ma la cosa più dolorosa è stata lasciare la mia famiglia. Li amo moltissimo. Io sono riuscito a lasciare Gaza, ma non ho potuto portarli con me. 6. A chi continua a chiedersi «perché vengono qui?», che cosa risponderesti? Ho lasciato Gaza perché ho visto troppa ingiustizia e troppa paura, e perché voglio avere la possibilità di costruire un futuro. Sogno di avere un giorno una famiglia e di trovare un luogo sicuro in cui crescere i miei figli. Non voglio che provino la paura che ho provato io. Ho anche un sogno legato al mio lavoro: vorrei farmi un nome nel mondo della fotografia e del cinema, e usare la mia arte per raccontare la sofferenza dei bambini del mio popolo. Sono partito anche per questo: per vivere al sicuro, continuare a lavorare e dare una voce, attraverso le immagini, a ciò che ho visto.  C’è qualcosa che, ascoltando il racconto europeo della guerra, senti che viene frainteso, semplificato o non raccontato affatto? Credo che la cosa più difficile da comprendere dall’esterno sia la dimensione della sofferenza. So che molte persone in Europa sono vicine a noi e soffrono per quello che vedono, e lo apprezzo. Ma vedere ciò che accade è diverso dal viverlo ogni giorno. Ci sono momenti di paura in cui senti che la morte potrebbe arrivare da un istante all’altro. È difficile che una fotografia o una notizia riescano a trasmettere ciò che accade dentro una persona in quel momento, o ciò che quella paura le lascia. Per questo sento che una parte enorme della nostra esperienza non arriva alle persone, anche quando sono sinceramente solidali con noi. 8. Come immagini i tuoi anni di studio a Sassari? E dove e come vorresti costruire il tuo futuro? Sassari è una città bella e mi piace vivere qui. Le persone sono molto gentili e questo mi aiuta a sentirmi a mio agio. In questo momento ho qualche difficoltà con la lingua e con alcuni aspetti degli studi, ma spero che i prossimi anni vadano bene e che io possa imparare e crescere. Dopo la laurea sogno di continuare a creare nel campo della fotografia e della regia, perché è un lavoro che amo e che mi dà gioia. Non so ancora con precisione dove costruirò il mio futuro, ma so che vorrei essere vicino alla mia famiglia e alle persone che qui sono diventate una famiglia per me: Raffa, Carmen e Denis.  Quando pensi a Gaza, riesci ancora a immaginare di tornarci un giorno? Sì, immagino che un giorno tornerò a Gaza, e spero che quando arriverà quel giorno la Palestina sia libera. Ma per me sarebbe difficile tornare a viverci finché dovessi temere che, dopo qualche anno, scoppi un’altra guerra. Sogno di avere una famiglia e dei figli in futuro, e non voglio che vivano quello che ho vissuto io. Non riesco a sopportare l’idea di perdere un figlio in un modo così brutale. Vorrei poter tornare a Gaza sapendo che i miei figli potranno crescere al sicuro. Per sostenere Mahmoud e la sua famiglia Il percorso universitario di Mahmoud a Sassari è sostenuto da una borsa di studio triennale e dal programma di accoglienza dell’Università di Sassari. La raccolta fondi è distinta da questo sostegno ed è destinata ad aiutare Mahmoud e la sua famiglia rimasta a Gaza. Attraverso il progetto Between Gaza and Naples è possibile contribuire alla raccolta fondi. Per chi desidera offrire il proprio sostegno, tutte le informazioni e le modalità per contribuire sono disponibili qui: https://www.raffaeleannunziata.it/donate-now/ Lucia Montanaro
September 29, 2026
Pressenza
Verbi e declinazioni possibili
di Mauro Armanino Le parole che usiamo raccontano il mondo che stiamo costruendo. Tra armarsi, controllare, respingere e punire, Mauro Armanino riscopre un verbo semplice e radicale: scegliere da che …
September 28, 2026
Osservatorio Repressione
“Il libro che non vuole stare da solo”, un progetto culturale internazionale
Ida Ilenia Macera è una scrittrice italiana originaria di Sesto Campano, in Molise e attualmente residente in Germania. Qui ha ideato “Il libro che non vuole stare da solo”, un progetto culturale sviluppatosi come un libro itinerante, senza proprietario, che viaggia sui treni e passa di mano in mano tra sconosciuti. Le abbiamo posto alcune domande sul suo progetto. Da dove è nata l’idea di questa iniziativa? L’idea è nata in Germania, in un momento della mia vita in cui mi sono trovata a confrontarmi da vicino con la solitudine. Sono originaria di Sesto Campano, in Molise, e trasferirmi in un altro Paese ha significato ricominciare molte cose da capo: una nuova lingua, nuovi luoghi, nuove abitudini e persone che inizialmente non conoscevo. Io scrivo da quando ero bambina e la scrittura è sempre stata per me un modo per dare forma a ciò che faccio fatica a esprimere. A un certo punto mi sono chiesta se un libro potesse fare qualcosa di diverso dal semplice essere letto: se potesse diventare un’occasione concreta di incontro. Da questa domanda è nato “Il libro che non vuole stare da solo”, titolo originale “Das Buch das nicht allein sein will”. Ho immaginato un libro senza un proprietario definitivo, destinato a viaggiare soprattutto sui treni, a essere trovato, letto e poi lasciato nuovamente in viaggio. Così il libro è diventato un viaggiatore. Non ha una casa definitiva e non appartiene a una sola persona. Ogni lettore può aggiungere una frase o un ricordo.  Qual è l’obiettivo? L’obiettivo principale è molto semplice: creare un contatto. Viviamo in una società continuamente connessa attraverso la tecnologia, ma essere connessi non significa necessariamente sentirsi vicini. Volevo costruire una connessione diversa, più lenta e più umana. Una persona trova il libro, legge le parole di qualcuno che forse non incontrerà mai, poi può lasciare un proprio messaggio e permettere che quella voce continui il viaggio. Ogni lettore può diventare parte del progetto. Il libro non deve essere posseduto definitivamente: deve essere attraversato. Proprio perché non appartiene per sempre a nessuno, può appartenere simbolicamente a tutti. All’interno del libro c’è un QR code che conduce al sito ufficiale. Chi trova il volume può segnalare dove si trova e, se lo desidera, lasciare un messaggio. Io raccolgo personalmente queste segnalazioni e aggiorno la mappa interattiva del viaggio. La mappa rende visibile qualcosa che altrimenti rimarrebbe invisibile: ogni punto rappresenta una persona che ha deciso di lasciare una traccia. Per questo la considero una sorta di archivio umano di parole, emozioni e frammenti di vita. Il QR code è il ponte tra il viaggio reale e quello digitale. Il fascino sta nell’imprevedibilità: non posso sapere in anticipo dove andrà il libro o chi incontrerà. Puoi raccontarci qualche episodio particolarmente significativo legato al tuo progetto? Mi colpisce soprattutto la reazione delle persone quando scoprono che quel libro non ha un proprietario e che possono prenderlo, leggerlo e rimetterlo in viaggio. La cosa che mi emoziona maggiormente sono i messaggi. Alcune persone raccontano dove hanno trovato il libro, perché hanno deciso di farlo ripartire o condividono emozioni personali. Quando leggo queste parole penso che il libro abbia smesso di essere soltanto una mia opera: è diventato qualcosa di collettivo. La crescita del progetto mi ha sorpresa. È nato in Germania, ma progressivamente ha superato i confini del luogo in cui è stato concepito, diventando un progetto raccontato a livello internazionale. È stato raccontato da realtà giornalistiche italiane e tedesche e ha raggiunto anche la comunità italiana all’estero, attraverso testate come Il Globo. Il percorso del progetto ha quasi imitato quello del libro: partire da un luogo, attraversare un confine e arrivare altrove. Sono partita da Sesto Campano, in Molise e oggi vedere questa storia viaggiare così lontano mi emoziona profondamente. Il libro tiene insieme entrambe le dimensioni della mia vita. Come italiana emigrata in Germania hai conosciuto situazioni di solitudine ed emarginazione, ma anche di apertura e vicinanza? Sì e credo che proprio questa esperienza abbia contribuito a dare forma al progetto. La lingua, in particolare, può diventare una distanza. Non riuscire a esprimere esattamente ciò che si pensa significa, a volte, avere la sensazione che una parte della propria identità rimanga dall’altra parte della frase. Per chi scrive questa distanza può essere ancora più forte. La mia esperienza in Germania non è soltanto una storia di difficoltà: ho incontrato anche persone disponibili, curiose e gentili e ho scoperto che spesso basta un piccolo gesto per ridurre una distanza enorme. Migrare significa anche incontrare, cambiare prospettiva e imparare a guardare se stessi attraverso gli occhi degli altri. Il libro nasce anche da questo passaggio. È nato in Germania, ma porta con sé l’Italia, il Molise, la mia storia e tutte le domande che una persona si porta dietro quando attraversa un confine. È scritto in tedesco, nella lingua del Paese nel quale oggi vivo e per me questo ha un significato simbolico: una lingua che inizialmente rappresentava una difficoltà può diventare uno strumento per costruire un ponte. Pensi che la tua iniziativa possa aprire spazi di dialogo tra persone che, pur provenendo da Paesi diversi, hanno comunque tanto in comune? Credo che un libro non possa risolvere problemi sociali complessi, ma possa creare uno spazio nel quale guardare l’altro non attraverso un’etichetta, ma attraverso una storia. Dietro parole come “migranti”, “italiani”, “tedeschi” o “stranieri” rischiamo di dimenticare persone con paure, desideri, ricordi, fragilità e speranze. Il progetto non vuole cancellare le differenze, ma conoscerle e rispettarle. Prima di chiederci da dove venga qualcuno, potremmo chiederci cosa abbia vissuto. Una persona trova il libro in un treno o in un luogo pubblico e può scoprire che una paura, un desiderio o una solitudine che credeva soltanto propria è stata vissuta anche da qualcun altro. In quel momento accade qualcosa di semplice: uno sconosciuto smette di essere soltanto uno sconosciuto. Forse è proprio la solitudine uno dei punti in cui possiamo incontrarci tutti. La conosce chi emigra, ma anche chi rimane nel proprio Paese o attraversa un periodo difficile. La solitudine non ha nazionalità e non parla una sola lingua. Ecco perché ho scelto di parlare di un libro che non vuole stare da solo. In fondo, quella frase non riguarda soltanto il libro. Riguarda noi. Il libro viaggia perché qualcuno lo lascia andare, passa di mano perché qualcuno decide di fidarsi di uno sconosciuto e continua a vivere perché ogni persona può aggiungere qualcosa. Mi piacerebbe costruire nel tempo una grande mappa di queste persone e di questi incontri, capace di mostrare non soltanto dove è arrivato il libro, ma quante persone hanno deciso di affidargli una parte di sé. Il progetto non pretende di risolvere la solitudine e un libro non può sostituire una relazione, ma può fare qualcosa di piccolo: aprire una porta, creare un momento di ascolto, ricordare a qualcuno che dall’altra parte di una pagina esiste un’altra voce. Vorrei che rimanesse l’idea che una persona possa fare qualcosa di semplice per un’altra persona che non conosce. Prendere un libro. Leggerlo. Lasciare una parola. E poi lasciarlo andare. Forse il vero viaggio non è quello del libro sui treni, ma quello delle persone che decidono di uscire dal proprio isolamento e affidare qualcosa di sé a chi verrà dopo. Il progetto è nato in Germania, ma oggi ha assunto una dimensione internazionale, arrivando a coinvolgere persone e realtà anche in Italia e all’estero. Che cosa significa per te, come scrittrice, vedere una tua idea nata da un’esperienza personale trasformarsi in un progetto capace di attraversare Paesi, lingue e culture diverse? Per me è qualcosa di profondamente significativo. Non avrei immaginato che un’idea nata in Germania potesse attraversare confini, lingue e culture. Oggi “Il libro che non vuole stare da solo” ha assunto una dimensione internazionale e sta creando una rete di persone e realtà che si incontrano attraverso un libro. Questo mi fa riflettere sul senso della scrittura: una storia può nascere da un’esperienza individuale e diventare un luogo nel quale altre persone si riconoscono, lasciano una traccia e continuano il racconto. Come scrittrice, sento che questo progetto rappresenta un’evoluzione del mio modo di scrivere. La parola non è più soltanto qualcosa che metto sulla pagina: è diventata un modo per creare connessioni tra persone lontane. Forse è proprio questo che mi interessa oggi della letteratura: la possibilità che una voce nata in un luogo possa essere ascoltata altrove e, attraversando lingue e confini, diventare parte di una storia più grande di quella di chi l’ha scritta.   Anna Polo
September 21, 2026
Pressenza
“Dolce ricordo”, un cortometraggio d’animazione indipendente per raccontare la dimensione umana delle migrazioni
“Dolce ricordo” è un cortometraggio d’animazione indipendente scritto e diretto da Gregori Fiorini e prodotto da GF Production a Fortaleza. E’ stato selezionato nella sezione Animazione della XXIX edizione del Marano Ragazzi Spot Festival, in programma a Marano di Napoli dal 9 al 14 novembre 2026. La selezione offre oggi un motivo di attualità per raccontare il film in Italia, ma il progetto va oltre il festival: è stato sviluppato anche un percorso educativo per scuole e istituzioni formative sui temi della memoria, della migrazione, dell’appartenenza, della diversità culturale e della costruzione della pace. La protagonista, Yasmin, è una bambina siriana costretta a lasciare la propria casa a causa della guerra. Nel viaggio porta con sé una bambola, una ricetta di famiglia, dei datteri e il ricordo della cucina di sua madre. In Brasile, la preparazione del maamoul diventa un ponte tra ciò che è stato perduto e ciò che può essere ricostruito. Il film nasce con un preciso intento umano: raccontare lo sradicamento senza ridurre chi fugge alla sola condizione di vittima. Dietro le parole “rifugiato”, “migrazione” e “guerra” ci sono infanzia, affetti, cultura, memoria, famiglia e dignità. Yasmin non porta con sé soltanto una perdita: porta una storia, un’identità e la possibilità di ricominciare. Ne parliamo con il regista e sceneggiatore Gregori Fiorini. Da dove è nata l’idea di questo film? L’idea è nata dal desiderio di parlare dello spostamento forzato partendo da qualcosa di piccolo, intimo e quotidiano. Quando si parla di guerra o migrazione, spesso la dimensione umana viene assorbita dai numeri, dalle statistiche e dalle immagini di emergenza. Io volevo fare il percorso contrario: avvicinarmi a una bambina, ai suoi ricordi, agli oggetti che porta con sé e a un gesto familiare capace di attraversare una frontiera. Da qui è nato il maamoul come elemento centrale. Una ricetta può sembrare una cosa semplice, ma può contenere memoria, affetto, identità, lingua, famiglia e continuità culturale. Nel film, preparare quel dolce non cancella ciò che Yasmin ha vissuto, ma le permette di conservare una parte di sé mentre costruisce una nuova vita. Come viene rappresentato il legame tra la Siria e il Brasile? Non ho voluto costruire il rapporto tra i due Paesi come un contrasto rigido tra “prima” e “dopo”. Il legame passa soprattutto attraverso Yasmin e attraverso ciò che lei porta con sé. La Siria continua a esistere nella memoria familiare, nei sapori, nella ricetta, negli affetti e nei gesti; il Brasile diventa lo spazio in cui questi elementi possono incontrare nuove relazioni e nuove possibilità. Il film cerca quindi di mostrare che migrare non significa necessariamente cancellare l’identità precedente per adottarne un’altra. Le identità possono convivere, trasformarsi e arricchirsi reciprocamente. Come si può creare un ponte tra Paesi e culture così diversi? Credo che il primo ponte sia la curiosità reciproca. Quando una cultura viene presentata solo attraverso categorie generiche, è facile mantenerla a distanza. Quando invece entriamo in una cucina, conosciamo una famiglia, scopriamo un sapore, un ricordo o una storia personale, la distanza si riduce. Il cinema ha una forza particolare proprio perché può rendere visibile questa esperienza senza pretendere che culture diverse diventino uguali. Il ponte nasce dal riconoscere le differenze e, allo stesso tempo, scoprire esperienze umane condivise: l’infanzia, la famiglia, il desiderio di sicurezza, il bisogno di appartenenza e la speranza di ricominciare. Come è strutturato il percorso educativo a partire dal film? Abbiamo sviluppato l’iniziativa Doce Memória nas Escolas / Sweet Memory in Schools come estensione educativa del cortometraggio. La proposta prevede proiezioni gratuite e chiuse per scuole, università e istituzioni formative, accompagnate da materiali pedagogici e, quando possibile, da momenti di mediazione e conversazione. Il film è breve — 6 minuti e 37 secondi — e questo facilita il suo utilizzo come punto di partenza per attività più ampie. I temi possono essere adattati all’età e al contesto: memoria, migrazione, appartenenza, diversità culturale, famiglia, accoglienza, diritti umani e costruzione della pace. L’obiettivo non è fornire una lettura unica del film, ma creare uno spazio in cui studenti e insegnanti possano formulare domande, collegare la storia a esperienze concrete e discutere il modo in cui incontriamo persone e culture diverse. Pensi che questo film possa contribuire a cambiare la narrazione sui migranti come invasori e ad aprire spazi di conoscenza e dialogo? Spero che possa contribuire, anche in una misura molto piccola. Il film non nasce per dire allo spettatore cosa deve pensare né per trasformare una storia individuale in una tesi politica. Cerca piuttosto di riportare l’attenzione sulla persona. Quando parole come “migrante” o “rifugiato” diventano categorie astratte, è facile dimenticare che dietro di esse ci sono biografie, famiglie, competenze, culture, paure, progetti e desideri. Yasmin non è definita soltanto da ciò che ha perso. Ha memoria, affetti, un patrimonio culturale e una capacità di costruire relazioni e futuro. Se dopo sei minuti qualcuno guarda il tema della migrazione con più curiosità, più attenzione alle storie individuali e meno distanza, per me il film ha già creato uno spazio di dialogo.     Anna Polo
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