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Pisa, 12 settembre: Sottrarsi alla guerra: antimilitarismo e obiezione di coscienza in Italia e in Europa
SABATO, 12 SETTEMBRE 2026, ORE 18 BIBLIOTECA FRANCO SERANTINI, VIA G. CARDUCCI N. 13, LOCALITÀ LA FONTINA, GHEZZANO (PISA) Nell’ambito dell’iniziativa che si svolgerà a Pisa per Liberazione in festa, organizzata dalla Biblioteca Franco Serantini, segnaliamo un dibattito dal titolo Sottrarsi alla guerra: antimilitarismo e obiezione di coscienza in Italia e in Europa. «Alla vigilia del vertice Nato di Ankara del luglio 2026, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato Mark Rutte hanno pubblicato un documento congiunto per annunciare un definitivo cambio di paradigma: l’Europa deve smettere di pensare alla guerra come un evento lontano, da cui la possano difendere alleati potenti, l’Europa deve armarsi e difendersi direttamente. Questo significa convertire i propri sistemi industriali alla guerra, ma anche obbligare i ragazzi e le ragazze di tutti i paesi membri a fare la guerra in prima persona. L’obiezione di coscienza alla leva obbligatoria ha una storia molto importante nel nostro paese, ma anche un presente di enorme importanza per il futuro del continente europeo, ai fini di contrastare un destino bellico che sembra già deciso». Ne parliamo con Marco Labbate (storico) Serena Tusini (attivista) Testimonianze di mobilitazioni contro l’arruolamento: le esperienze della Germania e del Movimento No Base di Pisa introduce Andrea Traina (BFS-Issoreco) Marco Labbate è dottore di ricerca in Storia dei partiti e dei movimenti politici all’Università di Urbino e vicedirettore dell’Istituto di storia contemporanea di Pesaro-Urbino, autore del libro Un’altra patria. L’obiezione di coscienza nell’Italia repubblicana (Pacini 2020). Serena Tusini è dottoressa di ricerca in Italianistica, insegna lettere nelle scuole superiori, è attiva nell’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università, nato tre anni fa, in cui si occupa in particolare dei sistemi di leva a livello europeo. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Riarmo europeo. Non tornano i conti
Lo scorso 3 settembre la Corte dei Conti europea ha pubblicato un rapporto destinato a far rumore. Si tratta del rapporto “La politica di difesa dell’Ue sotto i riflettori” che esamina gli sviluppi del settore della Difesa a partire dal 2019. “L’obiettivo della presente analisi è fornire un aggiornamento sul panorama […] L'articolo Riarmo europeo. Non tornano i conti su Contropiano.
September 9, 2026
Contropiano
Elezioni in Sassonia: grazie Mr. Draghi, grazie Mrs. Von der Leyen!
Le recenti elezioni in Sassonia-Hanhalt, regione tedesca dell’ex-Germania est, hanno visto lo schiacciante successo di Alternative fur Deutschland (Afd), formazione di estrema destra che si ispira direttamente al nazismo, che ha raccolto il 44% dei voti in un’elezione con una massiccia partecipazione al voto (quasi l’80%). Le prime analisi del voto dicono che a votare per Afd siano stati il 42% dei giovani, il 60% degli operai e il 65% delle persone in difficoltà economiche. In tutta Europa, questo terribile risultato ha prodotto commenti trasversali abbastanza unanimi, contrassegnati dall’allarme per la democrazia e dalla ricerca dell’unità delle forze liberali e democratiche contro il pericolo fascio-populista. Peccato che la cifra di tutti questi commenti sia segnata dal “chiudere la stalla quando i buoi sono scappati”, nonché dalla totale assenza di riflessione sul perché sia successo tutto questo, nonché sul fatto che a votare per i nazisti sia stata una parte preponderante di un elettorato che dovrebbe sentirsi parte di un sistema valoriale riconducibile alla sinistra. Il motivo principale di questa assenza di analisi risiede in un unico elemento: chiedersi il perché comporterebbe un giudizio pesantissimo sulle politiche europee e nazionali portate avanti trasversalmente negli ultimi quarant’anni, a partire dall’unificazione della Germania, che, invece di celebrare una ritrovata unità dopo la caduta del muro di Berlino, si è rivelata una vera e propria annessione da parte della Germania ovest, che in breve tempo ha dismesso e privatizzato tutto l’apparato industriale delle regioni dell’est, rendendo povera ed estremamente precaria la vita di milioni di persone, alle quali il socialismo reale non aveva garantito alcuna libertà, ma senz’altro una importante sicurezza sociale. E se l’Unione Europea, pur nata come progetto conservatore, si era comunque affermata nell’anelito di due importanti promesse – lo stato sociale e la pace – ci hanno pensato quattro decenni di politiche liberiste e di austerità a smantellare il primo (con Mario Draghi come massimo promotore) e le recenti politiche di riarmo e di guerra (con Ursula Von der Leyen come massima ispiratrice) a far sparire dall’orizzonte la seconda. Sono questi i terreni fertili che hanno nel tempo fatto emergere i sovranismi, i nazionalismi, i populismi e i fascismi vecchi e nuovi, fino alla presa del potere (per ora solo regionale) di una forza nazista in Germania, ottanta anni dopo l’abbattimento del Terzo Reich. Ciò che continua a mancare nella riflessione politica è l’estrema frustrazione che attraversa amplissime fasce della società che si vedono immerse dentro una diseguaglianza sociale senza precedenti, una crisi ecoclimatica che mette a repentaglio il presente e il futuro, un orizzonte di riarmo e di guerra che brucia la ricchezza sociale relegando ciascuna persona alla solitudine competitiva. In questo quadro, sono possibili solo due direzioni: o una svolta radicale verso un’alternativa di società (altro che la rincorsa dei moderati) che ricostruisca un orizzonte di speranza, o l’emersione di un rancore di massa, prodromico alla barbarie, che è ciò che si è espresso con il voto in Sassonia (e non solo). Se si vuole davvero sconfiggere l’ondata nera che sta progressivamente attraversando il pianeta, non basta certo una generica difesa della democrazia (peraltro sempre più consegnata ai grandi oligopoli finanziari). Occorre riaprire una visione del mondo radicalmente alternativa al modello esistente, a partire da sei punti fondamentali: a) fermare il riarmo e le politiche di guerra; b) stracciare il Trattato di Maastricht e rifondare l’Europa dal basso; c) redistribuire la ricchezza prodotta con potere d’acquisto ai salari, reddito per tutti e una politica fiscale fortemente progressiva; d) trasformare l’economia e la società a partire dal contrasto alla crisi ecologica e climatica; e) far tornare il Mediterraneo ad essere un mare e non un cimitero; f) democrazia partecipativa e autogoverno cooperativo delle comunità territoriali. Perché o la sinistra rivendica il pane, le rose, la pace e un vento da poter respirare o semplicemente non è. Attac Italia
September 8, 2026
Pressenza
Non si vota solo a Cernobbio
Lega Nord e Polo delle libertà in Italia hanno una storia simile a quella di AfD. Quello che noto, a margine del pezzo che riporto non integralmente dal Corsera, è la persistente idea che Berlusconi, Fini, Meloni abbiano il compito, e il merito, di addomesticare la bestia tenendola nel recinto. Recinto dove le bestie (quel 75% inedito di votanti) sono rientrate di loro, prendendolo senza ferire la costituzione e con la benedizione degli allevatori. Il resto è storia: “Per quanto radicata e vincente soprattutto nelle regioni dell’ex Ddr dove «il muro nella mente» di cui parlava il mio amico Peter Schneider non è mai veramente caduto, AfD è nata a Ovest, nel cuore renano della Repubblica Federale. Correva l’anno 2013, la crisi dell’euro era all’acme, quando un gruppo di professori, imprenditori e politici fondarono un partito-ossimoro, che si voleva europeista ma senza la moneta unica. C’erano l’economista Bernd Lucke, l’ex presidente della Confindustria tedesca Hans-Olaf Henkel. E c’era Alexander Gauland, un ultraconservatore che aveva abbandonato la Cdu considerandola troppo a sinistra sotto la guida di Angela Merkel: si sarebbe rivelato decisivo in una metamorfosi che nessuno aveva previsto.   I fondatori esautorati Successe nel 2015 al Congresso di Essen. Il neonato partitino aveva di poco mancato l’ingresso al Bundestag nelle elezioni di due anni prima, ma aveva iniziato la sua lunga marcia d’infiltrazione all’Est nel 2014, entrando nei Parlamenti regionali di Sassonia, Turingia e Brandeburgo. A Essen, sempre nel Limes occidentale della Germania, i fondatori vennero messi da parte. Nell’ansia di crescere, avevano aperto i ranghi a chiunque ce l’avesse con la «smobilitazione asimmetrica» di Angela Merkel che aveva abbandonato ogni bussola ideologica, lasciando scoperti enormi spazi a destra. Non si erano accorti di non controllare più AfD. Così vinse Frauke Petry, eletta a maggioranza assoluta, sull’onda di parole d’ordine anti-immigrati e anti-islamiche. Fu la prima a invocare l’uso di armi da fuoco contro gli attraversamenti illegali delle frontiere. Ma la vera svolta avvenne pochi mesi dopo, alla fine dell’estate, quando Merkel decise di non chiudere le frontiere a 1 milione di profughi siriani venuti dalla rotta balcanica, forse la decisione più coraggiosa e suicida dei suoi sedici anni al potere. Qui la storia e le sorti di AfD si intrecciarono con un movimento spontaneo, nato a Dresda e diffusosi come un incendio in tutto l’Est del Paese: alle marce serali di Pegida contro l’immigrazione e l’islamizzazione partecipavano decine di migliaia di tedeschi. Erano trasversali. Perfino un grande direttore d’orchestra come Christian Thielemann disse di condividere la protesta.   I colonizzati L’oggetto del desiderio erano i Länder come la Sassonia, la Turingia, la Sassonia-Anhalt, di fatto colonizzati da una classe politica in gran parte importata da Ovest. Rimasti indietro su tutto: disoccupazione più alta, salari più bassi, svuotati tranne poche eccezioni della loro base industriale. Invecchiati e impoveriti da una fuga generazionale, che ha visto partire centinaia di migliaia di giovani verso le ricche regioni occidentali. E questo a dispetto di centinaia di miliardi di euro investiti nelle infrastrutture, che hanno sicuramente modernizzato le regioni dell’Est senza tuttavia mai avviare un meccanismo virtuoso di crescita. Ma probabilmente il terreno più fertile per AfD è stata la negazione della memoria. «Ci hanno fatto vergognare perfino delle musiche della nostra gioventù», mi disse Katharina Witt, leggandaria pattinatrice sul ghiaccio, due volte medaglia d’oro olimpica per la Ddr, che pure ebbe successo e carriera anche nella Germania riunificata. È su questo vuoto culturale e identitario, quello che fa sentire i cittadini dell’Est «tedeschi di seconda classe», che AfD ha costruito il suo successo.   I leader Con i suoi ammaliatori come Björn Höcke, il leader della Turingia che infarcisce i discorsi di citazioni di Goebbels. Una per tutte: «Alles für Deutschland», tutto per la Germania. O come il vincitore di Magdeburgo, il rassicurante maestro dei social Ulrich Siegmund e il suo fido cantastorie, Hans-Thomas Tillschneider, il quale, come Hitler, ha dichiarato guerra al Bauhaus e promette un Pantheon tutto tedesco che va da Ottone I a Bismarck e da Lutero a Nietzsche. Su tutti regna l’ape regina, Alice Waidel, 47 anni, lesbica e madre di due figlie adottive, che dal 2022 presiede il partito insieme a Guido Chrupalla, campione dell’ala più dura. È lei il volto pragmatico, e contraddittorio, che ha consentito al partito di uscire dal ghetto dell’Est e di crescere anche nei Land occidentali, dal Baden-Württemberg al Palatinato.   Michele Ambrogio
September 7, 2026
Pressenza
Torino ha corso per Gaza
“Meno male che non ha fatto tanto caldo” ha commentato sotto il palco più di un partecipante alla manifestazione di stamattina domenica 6 settembre. La camminata/corsa/passeggiata/manifestazione (ogni partecipante, infatti, si è posizionato nell’evento in base al proprio passo) si è svolta in un clima soleggiato ma relativamente fresco. Non che la minaccia dell’afa abbia comunque scoraggiato la partecipazione all’evento organizzato da Arci Torino, Uisp Torino, Azeytouna, Global Sumud Flottilla, Freedom Flottilla e Torino per Gaza a cui hanno aderito 84 tra associazioni ed organizzazioni cittadine e che ha ottenuto il patrocinio del Comune di Torino. Proprio il patrocinio era stato contestato dai partiti dell’opposizione che di questa manifestazione avevano solo intravisto e additato la presenza delle organizzazioni che in questi anni hanno animato le proteste per la Palestina (il fantasma di Askatasuna aleggia onnipresente). Gli oltre 3500 iscritti si sono assiepati nel punto di ritrovo davanti al Palazzo di Architettura del Valentino ed hanno proseguito lungo i Murazzi, Corso San Maurizio, Corso Regina Margherita fino ad arrivare in Piazza della Repubblica, tra loro i veri corridori, ma anche gente in cammino, gruppi di amici e famiglie con bambini. L’obiettivo era duplice: da un lato sostenere finanziariamente l’attività in Palestina di Emergency e di Medici Senza Frontiere, dall’altro mantenere acceso il riflettore sulla situazione nella striscia di Gaza, dove le pratiche genocide israeliane stanno proseguendo imperterrite nonostante il “cessate il fuoco”. Da questo punto di vista l’evento può dirsi pienamente riuscito. La partecipazione della cittadinanza torinese ha dimostrato che almeno qui l’attenzione su Gaza rimane alta e la preoccupazione per gli eventi funesti che si stanno succedendo è elevata. Lo dicono i vincitori premiati chiamati a dire due parole: “Io sono qui, ho una bimba piccola di tre anni quindi per me era impensabile non essere qui pensando proprio ai bambini di Gaza”, lo dicono i tanti che hanno condiviso la loro presenza sui social: “A Gaza ancora si muore, ricordarcelo con Run To Gaza è qualcosa”, lo dicono gli organizzatori nei discorsi finali dal palco. Daniele Mandarino per l’ARCI: “Gaza non è sola … siamo qui perché di fronte al genocidio del popolo palestinese abbiamo deciso di non rimanere spettatori … perché la solidarietà non è pietà, la solidarietà è una scelta politica, significa scegliere da che parte stare quando un popolo viene privato della propria terra e della propria libertà dei propri diritti. Quello che sta accadendo a Gaza non è una tragedia senza responsabili, è il risultato di scelte politiche, è il risultato dell’occupazione dell’assedio della negazione sistematica dei diritti del popolo palestinese. Gaza non riguarda soltanto Gaza, Gaza ci racconta il mondo nel quale stiamo entrando, un mondo in cui la guerra rappresenta la forma normale della politica … ci stanno dicendo che dobbiamo abituarci alle guerre … abituarci ai morti nel mediterraneo … no, non vogliamo abituarci perché la guerra non è ineluttabile, il riarmo non è inevitabile, sono scelte politiche, scelte portate avanti da governi, classi dirigenti ed interessi economici.” Sara per Torino per Gaza “Dobbiamo ricordarci che il genocidio del popolo palestinese inizia prima del 2023, che c’è in Palestina un sistema di apartheid da quasi ottant’anni e che c’è un popolo che continua a lottare ed a vivere giorno dopo giorno per realizzare il progetto di rivedere la propria terra libera. La responsabilità che abbiamo noi oggi, prima di tutto come esseri umani, in secondo luogo come persone coscienti, è di interessarci a queste cause per costruire, mattone dopo mattone, un mondo che non permetterà più guerre e genocidi” Straordinaria la copertura mediatica da parte di Aljazeera che manda l’evento in diretta https://www.youtube.com/watch?v=NSyKUU8qCXU Grande successo anche per il concerto al Bunker che ha esaltato il meglio della multietnicità di Barriera di Milano (quartiere di Torino ndr) con la presenza di numerosissime famiglie magrebine venite ad ascoltare la star della serata Cheb Bachir. E il suono della musica magrebina ha fatto ballare tutti, giovani e meno, italiani e testo del mondo in un unica danza per Gaza. Run to Gaza è stato dedicato ad Alex Amendolia, sindacalista e attivista del movimento BDS scomparso la scorsa settimana. Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. City Counselor Abdullahi Ahmed takes part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Redazione Torino
September 7, 2026
Pressenza
Perché la paura non basta
di MARCO BASCETTA. Potrebbe essere l’inizio di una catastrofe: la falla che allargandosi farà crollare l’intera diga. Quella dei grandi partiti che hanno garantito la democrazia tedesca nel dopoguerra. Una democrazia piuttosto ingessata, condizionata dalla guerra fredda, ostile a ogni forma di conflittualità sociale, e che ha sempre coltivato al suo interno riflessi d’ordine e pulsioni autoritarie che oggi prendono la strada dell’Afd. Oppure, se quest’ultima riuscirà a conquistare il governo della Sassonia-Anhalt, ne potrebbe scaturire un laboratorio, forse un torvo modello nero come lo furono in senso diametralmente opposto le regioni rosse dell’Italia, che però non è una Repubblica federale. Ma il governo potrebbe rivelarsi anche una trappola vista l’enorme sproporzione tra le promesse della demagogia e le risorse effettivamente disponibili. Sebbene il voto per la destra radicale sembri dipendere assai più da motivazioni revansciste e identitarie che non da rivendicazioni economiche e materiali. Certo è che il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo, tale da terremotare l’intero quadro politico federale. E grande è anche la paura, in primo luogo tra i cittadini antifascisti della Sassonia-Anhalt che vedono incombere sulla loro regione un restringimento degli spazi di agibilità democratica, un diluvio di misure discriminatorie e una completa sottrazione di risorse alle iniziative della società civile non in sintonia con il catechismo dell’estrema destra. Molti dicono di aver preparato le valigie non essendo disposti a vivere sotto un governo fascista, altri non vogliono mollare, promettono battaglia ma sono ben consapevoli che sarà dura. Anche i partiti tradizionali fanno appello alla paura, alla necessità di fermare ad ogni costo l’ascesa dell’Afd. La minaccia è diffusamente e profondamente percepita e non mancherà di influire sul voto, come già una lieve ripresa di Spd e Verdi negli ultimi sondaggi sembrerebbe indicare. Tuttavia questa posizione quasi esclusivamente difensiva è segno inequivocabile di debolezza, la paura non può dar vita a nessun programma, a nessuna proposta, e col tempo la resistenza stessa è destinata a logorarsi. Il campo del “cambiamento” e della proposta viene lasciato interamente all’Afd che lo riempie di contenuti radicali di chiara discendenza fascista, ma trasmessi questa volta con un linguaggio borghese e rassicurante. Il candidato di Afd alla presidenza del Land, Ulrich Siegmund, gioca la carta della simpatia e della leggerezza, evita i ruggiti hitleriani alla Björn Höcke, il caporione dell’ala più radicale del partito, ma si circonda di neonazisti certificati ed egli stesso ha traversato in passato movimenti e associazioni xenofobe e neofasciste. Gli economisti sono concordi nel ritenere che un governo dell’Afd comporterebbe per il Land, in progressivo deficit di mano d’opera per la fuga dei giovani e degli stranieri discriminati, un sicuro stato di crisi con pesanti conseguenze che i cittadini non tarderebbero a percepire. Ma l’argomento non inquieta eccessivamente una popolazione che sembra riporre le proprie speranze più che nel Pil in seducenti mitologie di riappropriazione identitaria di un patrimonio culturale comunitario minacciato dalle “élites cosmopolite” e dalla “sostituzione etnica”. E del resto, nei Länder della ex Ddr, l’economia di mercato e la razionalizzazione produttiva non si presentarono dopo l’89 con un volto particolarmente amichevole. Vi sono poi due ulteriori fattori che giocano a favore del partito di Alice Weidel. Il primo è che la possibilità di vittoria in un Land con poco più di due milioni di abitanti si inserisce comunque in una tendenza all’ espansione delle destre radicali che interessa non solo la Germania ma tutta l’Europa. Non è affatto un’anomalia, ma una conferma e un decisivo passo avanti. Il secondo è che l’attuale governo di Berlino, malgrado la spettrale partecipazione di una socialdemocrazia agli sgoccioli, è a tutti gli effetti un governo di destra che non si potrebbe propriamente definire moderato. E non lo è solo per il bisogno di inseguire la concorrenza dell’Afd, ma per profonda convinzione. È un governo che calpesta il diritto di asilo, tratta con i talebani e rispedisce esuli afghani in quel paese notoriamente “sicuro”, è un governo che punta su un faraonico riarmo nazionale sottraendo risorse alla spesa sociale e che si sta accodando, su impulso del ministro degli interni Dobrindt, al programma americano di criminalizzazione (e annientamento) degli antifascisti nel mondo, che comprendono secondo la Casa bianca tutti gli avversari di Trump. Buona parte dei temi che ricorrono nella propaganda di Afd sono stati così sdoganati e riversati, per così dire, nel senso comune. Votare quel partito non è più una bestemmia e potervi collaborare, per la destra democristiana è solo questione di tempo e di opportunità. Ma per quanto sfavorevoli siano le condizioni, nella Rft non mancano gli anticorpi. Manifestazioni di massa, iniziative, presidi, denunce e puntuali azioni di contrasto a convegni e raduni del l’Afd lo hanno dimostrato ripetutamente nel corso degli anni. Ma è solo nella società civile e nei movimenti, non nelle forze politiche maggiori, che queste energie si danno a vedere. E continueranno a contrastare la destra neofascista e i suoi corteggiatori comunque vadano le elezioni, in Sachsen-Anhalt. questo intervento è stato pubblicato su il manifesto il 6 settembre 2026 L'articolo Perché la paura non basta proviene da EuroNomade.
September 6, 2026
EuroNomade
L’Abruzzo brucia ma Marsilio accusa gli ambientalisti
Agosto per l’Abruzzo è stato un mese di fuoco, letteralmente. Gli incendi hanno colpito duramente quella che è la Regione più verde d’Italia, con un terzo del territorio tutelato: tre Parchi nazionali, uno regionale, diverse oasi e riserve regionali. Ma oltre al fuoco è divampato anche il dibattito sulle responsabilità, che ha messo a nudo una politica di prevenzione con molte falle e le carenze strutturali della Protezione Civile abruzzese. In questo quadro tutt’altro che edificante il presidente della Regione Marco Marsilio, detto anche l’uomo della fiamma (la sua carriera politica è iniziata nel MSI), non ha trovato di meglio che prendersela con gli ambientalisti. Ecco le sue parole, rilasciate agli organi di informazione in risposta a cosa avesse fatto per prevenire questa situazione disastrosa: “Sarebbe curioso capire se con i bulldozer si buttasse giù qualche migliaia di alberi per creare strade e sentieri, non troveremmo qualche angelo custode degli alberi che si mette con i cartelli del no e si incatena al primo alberello che deve essere spallato”. Dunque, per Marsilio il problema della prevenzione degli incendi si riduce a “spallare gli alberelli”. Al presidente hanno risposto in po’ tutti, dai partiti di opposizione in Consiglio regionale agli ambientalisti e ai geologi. Ma non è mancato chi ha usato l’arma dell’ironia: “Con tre mari a disposizione possibile che è così difficile spegnere gli incendi in Abruzzo?”. Il riferimento è ad una famosa affermazione fatta pubblicamente da Marsilio: “L’Abruzzo è l’unica Regione italiana che si affaccia su tre mari: l’Adriatico, il Tirreno e lo Ionio. Non è accettabile che non abbia una autorità portuale”. Gli incendi hanno incenerito molte aree della Regione, dal teramano al chietino, dal vastese all’aquilano. La situazione più critica è quella che ha interessato la provincia dell’Aquila, con l’incendio di Lucoli-Roio e soprattutto quello di Monte Morrone, la montagna sacra di papa Celestino V, nel Parco nazionale della Maiella. La stessa montagna fu colpita nel 2017 da un altro grande incendio che portò alla perdita di 1200 ettari di bosco. Ma quella esperienza, evidentemente, non ha insegnato nulla. Quest’anno l’incendio è divampato il 9 agosto ed è stato spento il 1° settembre. Per tre volte il rogo è stato dichiarato spento e per tre volte è ripartito, spinto dalle alte temperature e dal vento. Dunque, ci sono volute quasi quattro settimane per averne ragione, nonostante l’abnegazione di squadre della Protezione Civile regionale, dei Vigili del Fuoco, dei Carabinieri Forestali, dell’Esercito e delle associazioni di volontariato che complessivamente hanno visto all’opera con i loro mezzi una ottantina di persone. Fondamentale è stato anche l’intervento dei mezzi aerei, tre Canadair, un elicottero Erickson e un elicottero Airbus350, che però hanno operato a singhiozzo, a causa sia di avarie tecniche che di indisponibilità perché impegnati in altre aree. Non sono mancati momenti particolarmente pericolosi, come quando l’incendio è arrivato vicino al paese di Roccacasale o quando una squadra rimasta tra le fiamme è stata posta in salvo dall’intervento di un elicottero. Per più giorni una cappa di fumo nero ha coperto la Valle Peligna, soggetta in particolare al fenomeno dell’inversione termica. Alla fine, sono rimasti sul terreno 700 ettari di bosco totalmente bruciati e uno strascico di polemiche e contestazioni. Tanto che anche la Procura della Repubblica di Sulmona ha deciso di aprire una indagine su quanto accaduto. L’intento è quello di capire il perché ci sia voluto un tempo così lungo per arrivare allo spegnimento dell’incendio. Quali sono state le azioni e i sistemi di prevenzione messi in atto, il perché degli errori di valutazione, dei ritardi e delle responsabilità della struttura di Protezione Civile regionale. Il 2026 sarà ricordato come uno degli anni peggiori per l’Abruzzo con quali 6.000 ettari andati in fumo, ma il bilancio è ancora provvisorio. L’anno più critico è stato il 2017, con ben 8.576 ettari persi. Sono ferite gravissime inferte al prezioso ecosistema di una Regione che dal 2012 al 2025 ha visto sparire tra le fiamme 20.295 ettari, di cui11.597 di aree boscate. Eppure, l’Abruzzo dovrebbe mettere al primo posto la prevenzione, data la sua altissima vulnerabilità agli incendi: il 49 per cento dei Comuni – 149 su 305 – è infatti classificato a rischio alto o medio-alto. Il Forum H20 ha richiamato l’attenzione sulle drammatiche conseguenze del riscaldamento globale, sempre più evidenti attraverso gli eventi meteo estremi, tra cui ondate di calore, siccità e incendi, tutti fenomeni annunciati da tempo dalla comunità scientifica internazionale. A fronte di tutto questo il governo regionale non solo non ha messo in atto nessuna politica di contrasto al cambiamento climatico ma sostiene la sconsiderata autorizzazione di nuovi impianti di fonti fossili sul territorio abruzzese come il mega gasdotto Linea Adriatica della Snam, la centrale di compressione di Sulmona al servizio del metanodotto, il potenziamento dello stoccaggio gas a Cupello e l’estrazione di gas a Bomba. Tutti investimenti – sottolinea il Forum – che finiranno per aggravare irresponsabilmente la crisi climatica. La Campagna Per il clima Fuori dal fossile, a proposito di “alberelli da spallare”, ha ricordato a Marsilio le sue gravi responsabilità nell’approvazione del metanodotto Linea Adriatica, di 425 km da Sulmona a Minerbio (BO), la cui realizzazione comporterà lo sventramento delle aree più incontaminate dell’ Appennino con conseguente distruzione degli habitat e notevole perdita di biodiversità. Il Gruppo Unitario Foreste Italiane ha calcolato che da parte della Snam saranno abbattuti due milioni di alberi, sia per l’interramento del tubo che per la realizzazione di nuove piste di accesso nelle aree boscate. L’ordine dei geologi abruzzesi ha espresso la propria preoccupazione per l’aumento del rischio idrogeologico nelle aree boschive incenerite. La pioggia troverà terreni resi impermeabili dalla cenere e fragili per la mancanza di radici, inoltre meno chiome a frenare l’impatto della pioggia con il suolo. Ci sarà meno acqua che si infiltra nel terreno e molta che ruscella, aumentando così la capacità erosiva e il trasporto di materiale verso valle. E’ già successo sul Morrone con l’incendio del 2017 – ricordano i geologici -; pertanto, chiusa l’emergenza incendi, è necessario intervenite sul dissesto idrogeologico. Le forze politiche di opposizione in Regione hanno accusato Marsilio di fare solo propaganda, perché le criticità erano già scritte nello stesso Piano Antincendio Boschivo 2026 – 2028: scarsità di fondi stanziati, prevenzione poco efficace, mezzi e personale insufficienti, formazione carente, rete radio incompleta, vasche antincendio fuori uso e da manutenere, pochi coordinatori nelle operazioni di spegnimento a terra, un’organizzazione con i Vigili del fuoco dichiarata non definitiva. Per quanto riguarda la struttura regionale di Protezione Civile – fanno rilevare dai gruppi di minoranza – mancano professionalità adeguate nei settori strategici, figure di comando individuate (sono vacanti il dirigente del servizio emergenza e quello dell’ufficio colonna mobile). Anche la sala operativa, che è il cuore del sistema di coordinamento delle attività, non è all’altezza del suo compito. Alla riapertura dei lavori in Consiglio si prevede un dibattito molto acceso. Marsilio sarà chiamato a rispondere con fatti, numeri e risorse. Se tutte queste carenze erano già note perché il governo regionale non si è intervenuto per tempo a porvi rimedio? Sotto il profilo economico il costo per l’Abruzzo è pesante. Solo per l’impiego dei mezzi aerei, nell’incendio del Morrone, si sono spesi 4,6 milioni di euro, considerato che ogni lancio da un Canadair costa minimo 6 mila euro. Marsilio ha ringraziato la Protezione Civile nazionale per il supporto dato: “Qui ci sono sempre stati due o tre Canadair al giorno, tranne quando si sono rotti”. Il punto è proprio questo, che i 18 Canadair disponibili a livello nazionale devono coprire l’intero territorio italiano e non di rado sono fermi perché in avaria. Dunque, siamo in un Paese che non ha una adeguata flotta aerea per spegnere gli incendi, ma nello stesso tempo acquista 115 cacciabombardieri F-135 dell’americana Lockheed Martin al costo di 100 milioni di euro l’uno. Ma per Marsilio, evidentemente, questo non è un problema. Comunque, sulle responsabilità il presidente della Regione già si autoassolve. Infatti, a fuoco spento, ha dichiarato alla stampa: “Io non credo che ci sia stata nessuna sottovalutazione; dall’incendio del 2017 ad oggi avremo modo di verificare come si è agito e di cosa si è lasciato in eredità dopo fatti del genere”. Come si vede, Marsilio ha già pronta la sua linea difensiva. Se ci sono responsabilità queste sono, oltre che degli ambientalisti, di chi lo ha preceduto nel governo dell’Abruzzo. Ma questa eredità è toccata a lui gestirla e, se dopo sette anni e mezzo del suo governo regionale siamo al punto di partenza, qualche domanda dovrebbe porsela. E per il futuro cosa succederà? Chissà se Marsilio ha letto il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), pubblicato il 2 settembre, il quale avverte che il mondo è vicino al superamento della soglia di 1,5° dell’Accordo di Parigi, dopo di che i sistemi naturali saranno soggetti a cambiamenti irreversibili, ci saranno ondate di calore più intense, più incendi e più alluvioni. Se esiste ancora un margine di tempo questo va impiegato per una svolta profonda nelle politiche per il clima, accelerando la riduzione delle emissioni di CO2, eliminando il più rapidamente possibile i combustibili fossili, incentivando la crescita delle rinnovabili e stanziando fondi adeguati per la prevenzione e il ripristino degli ecosistemi. Ma c’è speranza che questo accada fino a quando Marsilio e i suoi referenti al governo nazionale continueranno a credere che il cambiamento climatico sia una “questione ideologica”? Mario Pizzola Redazione Abruzzo
September 5, 2026
Pressenza
Peace Walk to Jerusalem: camminare fino a primavera
Ha fatto tappa a Trieste, nei giorni scorsi, la carovana per la pace Peace Walk to Jerusalem. Si tratta di un cammino, partito da Finisterre in Spagna e da altre città europee a gennaio, che attraverso 24 Paesi punta ad arrivare a Gerusalemme nella primavera del 2027. Ad accogliere i camminatori oggi in città, alcuni provenienti da Olanda e Germania e altri da svariate parti d’Italia, il Comitato per la Pace Danilo Dolci. Il Comitato ha proposto un itinerario per ricordare le vittime del nazifascismo in città. Quindi la carovana si è spostata in Piazza Libertà, detta anche Piazza del Mondo dagli attivisti dell’associazione Linea d’Ombra. Qui si sono portate la vicinanza e la solidarietà a Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che da anni, con la loro associazione, curano e accolgono i migranti che provengono dalla rotta balcanica, con i loro piedi feriti dalla lunga marcia, le loro attese, i loro spesso dolorosi vissuti. Trieste, Italy. Volunteers dress the wounds of migrants who just crossed the border on the Western Balkan Route. Credit:MLBARIONA La Peace Walk to Jerusalem da domani proseguirà per Capodistria e in seguito attraverserà la Croazia, la Serbia e la Bosnia per cercare di arrivare a Sarajevo in ottobre, lungo quei confini in cui è stato versato tanto sangue innocente sull’altare dei diversi nazionalismi. Drammi rievocati dalla recente morte e dai funerali d’onore tributati al generale Rakto Mladic, criminale di guerra a Sebrenica e non solo. La carovana di pace, proseguirà poi per la Grecia, la Turchia, la Siria, il Libano e infine speriamo, Al Quds (Gerusalemme). Ho fatto solo un piccolo pezzetto di marcia da Venezia a Caorle con gli altri camminatori, una sessantina, che arrivavano da Vicenza, e poi proseguivano appunto, per Trieste. A ogni tappa si può aggiungere qualcuno/a e magari altri/e vanno via. Ci sono persone che hanno fatto tanti giorni, altri di meno ma ciò che conta è che la carovana nel suo insieme e nelle sue tappe prosegua il suo lungo percorso complessivo. Nelle varie località, ci sono gruppi, associazioni, istituzioni ad accogliere i camminatori, si partecipa a incontri tematici e a racconti di testimonianze. A Venezia per esempio abbiamo ascoltato in una piazza il racconto toccante di un’anziana donna di Gaza che ha visto uccisi 47 membri della sua famiglia. Abbiamo partecipato a un incontro con Emergency e con l’Anpi di Venezia vicino alla scultura in laguna della partigiana morente. A Cavallino Treporti abbiamo incontrato l’amministrazione comunale e la popolazione, tra cui 5 ragazzi di Gaza in vacanza in quel luogo e provenienti da Bologna, la città che li ha accolti per i loro studi. Questo è molto altro è la Peace Walk to Jerusalem: tanti passi, incontro tra persone, confronto tra posizioni differenti, incontro con le popolazioni locali, disponibilità di volontari del posto che cucinano, offrono informazioni e servizi; parrocchie e talvolta amministrazioni comunali che mettono a disposizione i loro saloni per fare riposare i camminanti. La marcia è fare silenzio perché alcuni tratti li si è fatti in silenzio, è parlare ai passanti con il microfono di pace, giustizia e del senso del camminare per la pace. La marcia è cantare o ascoltare chi si avvicina per portare il loro apprezzamento o la loro distanza. Una sorta di pellegrinaggio collettivo di 15 mesi circa. Si cammina mettendo in azione il proprio corpo, come forma di resistenza nonviolenta, per sensibilizzare gli altri, come presa di responsabilità personale e collettiva. Peace Walk to Jerusalem Le guerre, il riarmo, il genocidio e la pulizia etnica in atto in Palestina, le tante guerre e situazioni di oppressione attive nel pianeta: Sudan, Congo, Iran, Libano, Afghanistan… richiedono un cambiamento personale e un cambiamento collettivo affinché si ripristini il diritto internazione oggi spesso calpestato, venga rispettata la dignità umana ovunque, vengano valorizzate le voci di chi ogni giorno lavora per la riconciliazione, l’uguaglianza e il diritto dei popoli a vivere in pace. «Il futuro è pace», riprendo dal volantino di presentazione della Peace walk, sono le parole di Mooz Inon e Aziz Abu Sarah, un israeliano e un palestinese che hanno perso familiari, e si rifiutano tuttavia di diventare nemici. Noi ci mettiamo sulle loro orme. Concludo con David Le Breton che nel suo libro, Il mondo a piedi, ci ricorda che «l’esperienza della marcia decentra da sé e ripristina il mondo, inscrivendo l’uomo nei limiti che lo richiamano alla sua fragilità e alla sua forza. È attività antropologica per eccellenza, perché stimola continuamente nell’uomo il desiderio di       comprendere, di individuare il suo posto nella trama del mondo, di interrogarsi su ciò che stabilisce il legame con gli altri». E perciò, buona continuazione di cammino, alla Peace Walk to Jerusalem e a tutti noi nei diversi contesti in cui viviamo. Centro Sereno Regis
September 4, 2026
Pressenza
La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria
In Francia, da settembre 2026, viene reintrodotto il servizio militare anche se per ora a carattere volontario. Si tratta di una leva su base volontaria (dunque non obbligatoria) aperta a giovani di 18 e 19 anni, sia uomini che donne, che abbiano la cittadinanza francese. La leva durerà in totale […] L'articolo La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano
35.000 morti per il caldo in Europa. Il 16 ottobre Fridays For Future torna in piazza con uno sciopero per il clima
Non ci sono più dubbi ormai: il clima intorno a noi è già cambiato radicalmente e continuerà a farlo, ma la scienza ci dice chiaramente che abbiamo ancora una possibilità per evitare che il cambiamento climatico esca dal nostro controllo e diventi irreversibile. Spetta a noi invertire la rotta adesso. Sono passati sette anni dai primi cortei del movimento Fridays For Future, ma da allora i progressi fatti sono stati largamente insufficienti e anche se mantenessimo gli impegni presi, i governi del mondo non sarebbero comunque in grado di tenere la temperatura globale sotto la soglia necessaria per evitare la catastrofe. Le emissioni hanno continuato ad aumentare e oggi abbiamo bisogno di una nuova stagione di cooperazione mondiale per evitare il peggio. La crisi climatica oggi miete vittime, lo fa in tutto il mondo e ci mette di fronte a situazioni che non siamo preparati ad affrontare, dal caldo torrido agli incendi, dalle alluvioni ai tornado inaspettati. I nostri territori non sono pronti e i soldi vengono spesi per altro, come produrre armi che non solo uccidono innocenti, ma peggiorano anche la crisi climatica. C’è anche un altro dato: se sette anni fa avevamo poco tempo per prendere decisioni cruciali, oggi ne abbiamo pochissimo e la posta in gioco è la più alta possibile. Per questo il 16 ottobre Fridays For Future torna in piazza: “Abbiamo imparato che solo una massa critica e determinata può creare un cambiamento concreto, diffuso e dal basso e al contempo costringere chi ci governa ad assumersi le sue responsabilità. Questo autunno abbiamo intenzione di portare il caldo torrido di quest’estate al centro dell’agenda politica” afferma Emanuele, attivista. L’estate del 2026 è stata la più calda di sempre secondo i climatologi e la nostra area mediterranea si scalda a un tasso quasi doppio rispetto alla media planetaria. Una combinazione letale che ci ha portato a ondate di calore devastanti per tre mesi, oggi seguite da tempeste e grandinate sulle nostre città. Sono almeno 35mila le morti in eccesso dovute al caldo di quest’estate. “Le soluzioni a tutto questo ci sono; oggi le rinnovabili possono essere parte della soluzione se legate ai bisogni dei territori. Noi torniamo in piazza perché dal 2018, quando abbiamo iniziato a manifestare, al 2021 il numero di Paesi con impegni di riduzione delle emissioni allo zero netto è quadruplicato” afferma Sara di Fridays. Sarà una manifestazione diffusa in tutte le principali città italiane che invitiamo a far propria e moltiplicare. In molti territori si programmano cortei studenteschi, ma si dialoga anche con il mondo del lavoro: già indetto per il 16 ottobre uno sciopero del comparto scuola da Sindacato Indipendente Scuola e Ambiente. Carlo, attivista, aggiunge: “Sappiamo che non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale: le manifestazioni per la Palestina dello scorso autunno ci hanno dimostrato che in Italia siamo pronti ad alzare la voce contro le ingiustizie, unendoci tutti nella stessa battaglia”.   Fridays For Future
September 1, 2026
Pressenza