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Rimini, assemblea e corteo per il 25 aprile
Mercoledì 8 aprile numerose realtà sociali e sindacali della città si sono ritrovate in assemblea per confrontarsi dopo la vittoria del NO al referendum e la manifestazione No Kings di Roma. Eventi distinti che però ci hanno dato la misura di come il governo Meloni, allineato alla linea trumpiane, sia in difficoltà tra scandali personali, mancanza di politiche sociali e provvedimenti esplicitamente patriarcali come il DDL Bongiorno. Allo stesso tempo, si intravede la possibilità di ricostruire spazi e pratiche condivise di organizzazione attorno a temi quali le forme della democrazia, il rifiuto del razzismo e del regime dei confini, il contrasto dell’economia di guerra e della militarizzazione della società. Il genocidio di Gaza ha messo a nudo tanto l’allineamento dei governi, soprattutto occidentali, con le politiche coloniali sioniste, quanto gli impatti globali di questi processi.  Tra questi, l’estensione della violenza militare su scala regionale, il collasso delle istituzioni internazionali e del diritto umanitario, e il rischio di una recessione economica planetaria. Mentre da Beirut a Gaza, da Teheran a Kiev, la popolazione civile diventa il bersaglio primario della macchina bellica, l’industria militare, le Big Tech dell’intelligenza artificiale e i fondi speculativi fanno affari. Contrastare l’economia di guerra vuol dire allora praticare nuove forme di resistenza, reclamare welfare invece che armi, praticare solidarietà invece che costruire confini, ripensare la società a partire da chi sta ai margini invece che a favore di chi sta in alto. Per questo come assemblea abbiamo deciso di promuovere un corteo per il 25 aprile, partendo dalla consapevolezza che la Resistenza e l’antifascismo non sono un fatto storico concluso, ma una pratica viva che attraversa il presente. In questo senso immaginiamo il corteo come uno spazio di cura per chi quotidianamente resiste ai poteri e alle loro guerre, un luogo di incontro, riconoscimento e sostegno reciproco, in cui costruire forza collettiva. Fiori che rompono l’asfalto. Uno spazio in cui far emergere alcuni nodi fondanti del territorio, su cui mobilitarci: il diritto alla casa per tuttə, il potenziamento delle politiche transfemministe, welfare, lavoro dignitoso e la rottura dei rapporti istituzionali e commerciali con Israele, i cui governi sono responsabili del genocidio del popolo Palestinese. Il corteo partirà sabato 25 aprile alle ore 11:00 dalla Stazione Fs di Rimini e si concluderà alle ore  12:30 al parco XXV aprile. Alle 13:30 è previsto un pranzo a Casa Madiba, Via Dario Campana 59F. L’appello alla cittadinanza è anche quello a partecipare alle iniziative promosse e patrocinate dal Comune di Rimini, a partire dalle celebrazioni istituzionali del pomeriggio. Promotori ADL Cobas Rimini ANPI Provinciale Rimini ANPI Sezione Rimini Amnesty International Rimini-Cesena Casa Don Andrea Gallo Rimini Casa Madiba Network CGIL Rimini Mediterranea Saving Humans Rimini Non Una Di Meno Rimini Rimini con Gaza Adesioni Possibile Rimini Libera Rimini Sinistra Italiana Rimini Unione Giovani di Sinistra Rimini Europa Verde Rimini EcoMapuche BDS Rimini Casa del popolo Macondo Giovani democratici Rifondazione comunista Rimini EcoSocialista Rimini in Comune – Diritti a Sinistra Sinistra Anticapitalista Rimini   Redazione Italia
April 23, 2026
Pressenza
Superbonus: le stucchevoli e incoerenti lamentele di Meloni
“Sciagurato Superbonus”: così Giorgia Meloni ha apostrofato per l’ennesima volta i crediti fiscali dovuti per il bonus con detrazione fiscale del 110% nel settore edilizio, in occasione dell’approvazione del Documento di Finanza Pubblica del 2026. ISTAT ed EUROSTAT hanno certificato che il bilancio italiano nel 2025 chiude con un deficit superiore al 3% rispetto al PIL: di conseguenza l’Italia rimane all’interno della procedura europea per deficit eccessivo. Da quando è al governo la Presidente del Consiglio dei Ministri, quando i conti non tornano, utilizza il Superbonus come capro espiatorio. È il caso di ricordare che il Superbonus è stato introdotto dal governo Conte bis nel 2020 a seguito della pandemia per far ripartire il settore dei cantieri edili ed è stato ridimensionato dal governo Draghi nei due anni seguenti. Il 17 settembre 2022, una settimana prima delle elezioni politiche che vedranno la vittoria del centrodestra e la nascita del governo attuale, Giorgia Meloni pubblica un video dal titolo: “Pronti a tutelare i diritti del Superbonus e a migliorare le agevolazioni edilizie” (si può ancora vedere nel sito giorgiameloni.it). “Da quando il Superbonus è stato istituito – afferma la leader di Fratelli d’Italia – sono già 16 gli interventi normativi che lo hanno modificato. Modifiche sempre più stringenti che hanno mandato in crisi migliaia di piccole imprese del settore edilizio che avevano fatto giustamente affidamento sulla misura del Superbonus e che hanno lasciato nel limbo migliaia di cittadini che avevano fatto altrettanto firmando contratti per lavori che poi sono stati bloccati spesso anche in corso d’opera.” “Fratelli d’Italia – conclude Giorgia Meloni – è sempre intervenuta chiedendo che non si cambiassero le regole in corso e proponendo più volte misure per sbloccare i crediti incagliati e per favorire la ripresa dei lavori nei cantieri. Noi vogliamo intervenire per tutelare i cosiddetti esodati del Superbonus, ovvero imprese e cittadini rimasti rispettivamente con crediti fiscali e lavori bloccati, rimasti prigionieri delle frequenti modifiche normative. Quindi è necessario accompagnare alla scadenza l’attuale formulazione della norma secondo il principio del legittimo affidamento, cioè nessuna modifica normativa per chi aveva già avviato i lavori che rientravano nel 110%”. Il 22 ottobre 2022 – un mese dopo la pubblicazione del video – nasce il governo Meloni, che nel febbraio 2023 – quattro mesi dopo – introduce il blocco della cessione dei crediti d’imposta collegati al Superbonus. A prescindere dalle legittime opinioni critiche sui bonus edilizi (in particolare nei confronti del bonus con detrazione al 110%) e persino da una complessiva valutazione sul rilancio del settore edilizio post pandemia, le reiterate rimostranze contro il Superbonus dell’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri risultano incredibili. Al quarto anno di governo Giorgia Meloni sta ancora cercando di dare la colpa ai crediti del Superbonus per il disavanzo dei conti pubblici. Francamente è diventata una lamentazione stucchevole. Quando si accetta di guidare un governo, si dovrebbe conoscere la situazione economica e finanziaria del Paese (il debito, il deficit, i crediti, le imposte, ecc.), ci si dovrebbe fare carico dello storico e mettere in atto politiche per migliorare la situazione. Perché non è obbligatorio per nessuno presentarsi alle elezioni (sostenendo una proposta) e nemmeno accettare di presiedere il governo (mettendo in atto esattamente l’opposto di quello che si era promesso). Chi lo fa deve assumersi tutte le responsabilità delle scelte. In ogni caso, resta il nodo dell’incoerenza e del palese contrasto tra le affermazioni della leader di Fratelli d’Italia nella campagna elettorale e le dichiarazioni di Giorgia Meloni Presidente del Consiglio dei Ministri. Con il dubbio che avesse ragione Pier Paolo Pasolini: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”. Rocco Artifoni
April 23, 2026
Pressenza
Global Sumud Flotilla, Dichiarazione di Bruxelles
Le barche della Global Sumud Flotilla arrivano in Sicilia, una dopo l’altra, prima ad Augusta e poi a Siracusa, lungo la costa orientale dell’isola. È la conclusione di una settimana di mobilitazioni dentro e fuori dall’Italia. Eventi pubblici, appuntamenti per la stampa, incontri istituzionali, iniziative culturali ad Augusta, Catania, Castellammare del Golfo, Siracusa e Roma, oltre che a Bruxelles. A ogni passo, nuove barche e nuovi partecipanti da tutto il mondo si sono uniti alla missione. La Flotilla si prepara a lasciare l’Italia, partendo da Siracusa alla volta di Gaza, “con l’intento di rompere l’assedio e creare un canale umanitario permanente”. Martedì si è svolto il congresso inaugurale della Global Sumuod Flotilla incentrato sulla Dichiarazione di Bruxelles: al centro c’è l’appello a istituire un corridoio marittimo umanitario riconosciuto dalle Nazioni Unite e fondato sul diritto internazionale. La dichiarazione di Bruxelles è basata su tre principi: * Diritto di accesso: il diritto del popolo palestinese di accedere liberamente alle proprie acque e al proprio territorio e di ricevere “continuamente e senza ostacoli” i beni di prima necessità; * Diritto all’autodeterminazione, ossia il diritto del popolo palestinese a guidare la propria ricostruzione e la ricerca della giustizia, “libero dall’imposizione di forze esterne”; * Rifiuto dell’impunità: il rifiuto del sopruso della forza militare, secondo cui “i governi possono agire impunemente”, con l’invito ad applicare gli ordini di cattura nei confronti dei politici e militari israeliani riconosciuti responsabili del genocidio.   ANBAMED
April 23, 2026
Pressenza
Anche alle Presenze di Pace diciamo, Teva: no grazie!
Le Presenze di Pace del sabato mattina sono momenti collettivi. Si riuniscono padri, madri, associazioni, gruppi, tutti accomunati dalla volontà di dire no alle guerre, un’affermazione che detta tutti insieme diventa più visibile, più efficace. Cos’altro possiamo fare per affermare questa volontà e opporsi a questa violenza? Sanitari per Gaza insieme a BDS Italia propongono un’ulteriore modalità per “far sentire la propria voce”, in questo caso specifico riferito ai farmaci. Come? Boicottando, ovvero comunicando con le aziende che producono beni più o meno essenziali grazie agli acquisti che non facciamo più, un’azione non violenta per far sentire la propria voce. I farmaci in questione sono quelli prodotti dall’azienda farmaceutica israeliana Teva, leader mondiale nella produzione di farmaci generici ma produttrice anche di farmaci specialistici nei settori dell’immunologia, dell’immuno-oncologia e delle patologie del sistema nervoso centrale. È proprietaria anche dei marchi Ratiopharm, Dorom e Cephalon. L’azienda risulta in crescita: i bilanci indicano che il suo fatturato è salito da 14,9 miliardi di dollari nel 2022, a 15,8 miliardi di dollari nel 2023 con un aumento del 7% e a 16,5 miliardi di dollari nel 2024 con un aumento del 6%. Nonostante un’immagine attenta e sensibile alle necessità di cura, l’azienda ha potuto sfruttare i benefici della situazione palestinese ben prima del genocidio conseguente ai fatti del 7 ottobre. Fin dalla prima metà degli anni 90 ha potuto lavorare nella situazione di indubbio vantaggio commerciale conseguente agli Accordi di Oslo. Il primo, la Dichiarazione dei Principi di Oslo fu firmata il 20 agosto 1993 e ratificata settembre con la famosissima foto di Arafat che stringe la mano di Rabin accompagnati dalle braccia aperte di Clinton. Le relazioni commerciali ed economiche fra Israele e Territori Occupati vengono definite qualche mese dopo con il Protocollo di Parigi dell’aprile del 1994. Con quest’accordo di stabilisce a livello commerciale la totale dipendenza dei Territori Palestinesi Occupati e della Striscia di Gaza da Israele. Tutte le risorse economiche chiave come terra, acqua, forza lavoro e capitali, vengono legate alla giurisdizione israeliana così come il controllo delle frontiere, la gestione dei flussi di merci, la riscossione delle tasse per conto dell’Autorità Nazionale Palestinese fino all’uso della moneta israeliana, lo shekel. Secondo il dossier curato da BDS Italia sono stati tre i fattori che hanno caratterizzato il settore farmaceutico israeliano e palestinese: * L’industria farmaceutica palestinese ha dovuto affrontare un forte aumento dei costi di produzione dovuto alle tasse imposte sulle materie prime importate, oneri che non gravano sui prodotti israeliani che riuscivano così a mantenere prezzi più bassi. * I farmaci non potevano transitare dall’aeroporto Ben Gurion per presunte ragioni di sicurezza dovendo essere esportati via mare attraverso la Giordania, con il risultato di un aumento dei prezzi. * I prodotti palestinesi erano proibiti negli ospedali, nelle farmacie di Gerusalemme Est così come vietata era la somministrazione di vaccini nelle scuole per la presunta bassa qualità dei farmaci di produzione palestinese. Teva ha potuto quindi sfruttare i vantaggi di una situazione genericamente a favore dell’economia israeliana. Ma il boicottaggio nasce da considerazioni più recenti. L’azienda ha sempre agito in maniera diretta a favore dell’esercito israeliano, l’Israel Defense Forces (IDF). Nel periodo 2014-2016, ad esempio, donò circa 27.000 dollari all’anno per il programma “Adopt a Battalion” con l’obiettivo di dare l’opportunità di sviluppare “relazioni profonde e durature con i soldati dell’IDF” attraverso la partecipazione alle cerimonie di adozione e l’incontro con i soldati nelle basi militari. Dall’ottobre del 2023 in poi, nessuno ai vertici dell’azienda ha mai espresso contrarietà rispetto a quanto avveniva nella Striscia di Gaza. Nonostante gli impegni umanitari di Teva vogliano trasmettere la rassicurante immagine di un’azienda attenta alle esigenze di benessere fisico e psichico, di cura e salute, non si è registrata nessuna azione di aiuto e sostegno ai civili gazawi ridotti allo stremo e con un sistema sanitario al collasso. Questo vale ancora oggi. Dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 morti e feriti sono solo diminuiti ma la situazione non può dirsi in alcun modo pacificata: dalla dichiarazione della tregua sono stati uccisi 591 palestinesi e 1.591 sono rimasti feriti. Malattie che qui in Europa curiamo facilmente diventano terribili se non si hanno pulizia e cure mediche adeguate, per un aggiornamento recentissimo è molto utile leggere questo articolo de Il Manifesto. E queste cure nella Striscia non ci sono. I farmaci mancano, Teva li produce ma nessun aiuto è arrivato in quelle terre martoriate. Ecco perché il boicottaggio dei farmaci Teva, come di altri prodotti legati all’economia israeliana, è quanto mai necessario e utile visto che ci mette in condizione di mandare un segnale chiaro e inequivocabile, in maniera capitalisticamente significativa. Il boicottaggio dei prodotti Teva è proposto da BDS Italia insieme ai Sanitari per Gaza e sostenuto dalla rete #DigiunoGaza.   Sara Panarella
April 23, 2026
Pressenza
Tornano a Salerno «I Giovedì del Cinema dei Diritti Umani»: tre storie vere di bambini coinvolti nella guerra
La XIII edizione della rassegna promossa dall’associazione Cinema e Diritti e dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli si svolgerà dal 28 al 30 aprile nell’Aula Magna del Liceo Alfano I in via dei Mille 40. Titolo dell’edizione: «I bambini alla guerra». Le tre proiezioni a ingresso libero saranno precedute e seguite dal confronto con i registi e i testimoni dei fatti raccontati nei film. Si tratta di tre documentari ambientati in Palestina, Argentina e Napoli, accomunati dal tema dell’infanzia esposta alla violenza dei conflitti armati, delle dittature e delle mafie. Si parte martedì 28 aprile alle ore 17.30 con «GAZA: A Stolen Childhood» (Qatar, 2025, 50 minuti), diretto da Moamen Ghonem. Il documentario segue per circa un anno le vicende di Mohammad, Farah e Sabri, tre bambini della Striscia di Gaza cresciuti sotto i bombardamenti successivi al 7 ottobre 2023. Alla proiezione interverranno Tina Marinari, di Amnesty International Italia e in collegamento Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina. Il dibattito toccherà anche le condizioni di reclusione dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane e i contenuti dell’ultimo dossier della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese. Mercoledì 29 aprile alle ore 10.00 sarà la volta di «Identità Rubata» (Regno Unito, 2025, 25 minuti), di Florencia Santucho e R. Vázquez-Salessi. Il film racconta la storia di un uomo di 46 anni, rapito alla nascita durante la dittatura militare argentina del 1976-1983, che ritrova la famiglia biologica grazie al lavoro delle Nonne di Plaza de Mayo. Alla proiezione interverranno la regista Florencia Santucho e lo scrittore Damiano Gallinaro, la cui presenza consentirà di approfondire la vicenda del fumettista Héctor Germán Oesterheld, autore de «L’Eternauta», scomparso nei primi anni della dittatura, insieme a una panoramica sull’Argentina contemporanea. La rassegna si chiude giovedì 30 aprile alle ore 10.00 con «La Madre» (Italia, 2023, 61 minuti), di Amalia de Simone. Il documentario ricostruisce, attraverso intercettazioni tratte dalle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, le faide tra bande di minori che per anni hanno segnato un’area del centro antico partenopeo, patrimonio UNESCO. Alla proiezione sarà presente la regista e giornalista Amalia de Simone. «Le guerre di questi anni sembrano avere nel mirino proprio i minori – osserva il coordinatore dell’associazione Cinema e Diritti, Maurizio Del Bufalo – per annientarli o, attraverso il loro sacrificio, intimidire genitori, fratelli e parenti. È uno stratagemma perverso e crudele che non tiene conto né delle etnie né delle latitudini e che ritroviamo non solo nelle guerre dichiarate, ma anche nei conflitti civili e nascosti, come quello strisciante delle mafie contro lo Stato. Neppure le nostre città si salvano: le periferie delle metropoli europee sono piene di tragedie che si consumano all’ombra della movida, dove i minori diventano corrieri dello spaccio, guardaspalle dei camorristi, pistoleri incensurati. Il cinema può offrire una risposta più obiettiva a questi interrogativi, documentando realtà spietate e offrendo al tempo stesso una speranza di redenzione». La manifestazione, giunta alla sua XIII edizione, consolida la collaborazione tra il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli e il Liceo Alfano I di Salerno, che ospita proiezioni e dibattiti aperti al pubblico e agli studenti di altri istituti cittadini. La rassegna si inserisce nell’attività ventennale del Festival partenopeo a sostegno delle campagne per la difesa dei diritti umani. Redazione Napoli
April 23, 2026
Pressenza
Gaza, operatori UNICEF uccisi dalle IDF. Global Sumud Flotilla: “Interrompere ogni rapporto con Israele è urgente e necessario”
Il 17 aprile due autotrasportatori dell’UNICEF sono stati uccisi a Nord di Gaza mentre portavano rifornimenti d’acqua potabile alla popolazione; altre due persone sono rimaste ferite. Intanto Roma e Berlino sostengono il rinnovo degli accordi di partenariato UE-Israele. L’UNICEF chiede ad Israele un’indagine su quello che nel comunicato dell’organizzazione viene definito ‘incidente’, malgrado il fatto che si sia verificato, come dichiarato, “durante le normali operazioni di trasporto dell’acqua, senza alcuna variazione nei percorsi o nelle procedure.”  Solo il 6 aprile scorso, un mezzo della World Health Organization era stato colpito dal fuoco israeliano, che aveva causato la morte dell’autista, il ferimento di un medico e di altri operatori. Mentre l’attenzione globale è dominata dalla guerra Usa -Iran, la striscia di Gaza continua a essere martoriata da attacchi indiscriminati e da sistematiche violazioni del diritto internazionale umanitario. A seguito dell’uccisione dei due autotrasportatori, l’UNICEF ha sospeso le attività di rifornimento, il che comporta un ulteriore peggioramento delle condizioni di sopravvivenza della popolazione civile.  Colpisce la flebile eco mediatica suscitata da questi crimini, compiuti, lo ricordiamo, durante la “tregua” siglata il 10 ottobre 2025, un accordo di pace criminale che abbiamo denunciato sin dall’inizio e che è servito unicamente a far calare il silenzio sui crimini di guerra che continuano ad essere perpetrati nella striscia di Gaza e nei territori della Cisgiordania.  Poche note ad allungare la conta disumana dei morti. A fronte di questa barbarica devastazione di ogni principio di diritto internazionale e delle reiterate violazioni dell’accordo di cessate il fuoco, i governi europei, e fra questi Roma e Berlino,  scelgono di non sospendere l’accordo commerciale UE- Israele, forti della necessità dell’unanimità per la sospensione piena del partenariato. Come afferma l’eurodeputata Left Lynn Bolylan: “Qualsiasi cosa che non sia la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele sarebbe un atto di profonda codardia morale dal quale l’UE potrebbe non riprendersi mai.” La sospensione del Memorandum di cooperazione con Israele nel settore militare, dichiarata pochi giorni or sono dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, mostra quindi la sua effettiva inconsistenza politica e la natura puramente opportunistica dettata dal frangente post-referendario. Chiediamo ai gruppi parlamentari di opposizione di schierarsi in modo netto e di utilizzare tutti gli strumenti idonei a loro disposizione per avere chiarezza sullo stato di rinnovo degli accordi di partenariato UE-Israele, per i quali il Ministro degli Esteri Antonio Tajani si è espresso favorevolmente, deresponsabilizzando ancora una volta i veri artefici politici e materiali del massacro di civili palestinesi. “In aggiunta ” – dichiara la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla – “è necessario e urgente fare pressione per l’introduzione di sanzioni al governo Netanyahu , che non sono ancora state imposte. Contestiamo la narrazione secondo cui le responsabilità sarebbero da attribuire a singole “schegge impazzite”.   Pretendiamo il riconoscimento delle reali responsabilità di ciò che è accaduto e che continua a protrarsi”. L’Europa dei governi, ancora impassibile di fronte al genocidio, rinnega irreparabilmente i principi e i valori su cui è stata fondata. Urge un cambio di rotta! Global Movement to Gaza
April 23, 2026
Pressenza
Non sono le persone a stare ai margini, ma le politiche a produrre marginalità. La ricerca di WeWorld
Molto spesso immaginiamo “i margini” come luoghi lontani: periferie remote, contesti estremi, spazi che sembrano non avere nulla a che fare con la nostra quotidianità. Eppure, i margini sono più vicini di quanto crediamo: abitano i quartieri che attraversiamo ogni giorno senza fermarci a guardare, i territori dove i servizi si diradano e dove le disuguaglianze si amplificano, spesso senza che ce ne accorgiamo. I margini assumono molte forme e non si manifestano sempre allo stesso modo. Possono riguardare chi siamo, le nostre condizioni di vita, le opportunità disponibili, la possibilità di essere riconosciuti e ascoltati. In contesti già segnati da fragilità sociali, economiche e territoriali, possono emergere quelli che definiamo “margini nei margini”, per cui alcune persone affrontano forme di esclusione aggiuntive, che si sovrappongono e rendono ancora più difficile l’accesso ai diritti e alle opportunità. Guardare ai margini, quindi, significa osservare come le disuguaglianze prendono forma nei contesti concreti in cui si vive. Oggi oltre 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta (Istat, 2025) e quasi 1 persona giovane su 6 non studia e non lavora (Istat BES, 2025). Si stima che nelle città italiane vivano più di 50mila persone senza dimora (Istat, 2015). Le domande di asilo da parte delle persone migranti ammontano a 151mila richieste, ma quasi 2 su 3 (64,1%) vengono respinte alla prima istanza (Istat, 2025). L’85% del lavoro non retribuito è costituito dal lavoro di cura, che ricade principalmente sulle donne (OIL, 2025). Tra il 2004 e il 2024, la spesa media mensile per l’abitazione in Italia è aumentata dell’8,5%, passando da 293 a 318 euro, confermando un aumento dei costi abitativi che pesa fortemente sui bilanci familiari (Istat, 2025). Di “margini” si occupa l’ultimo report “Abitare i margini” di WeWorld, una ricerca‑azione in sette dei territori italiani in cui l’organizzazione no profit italiana indipendente lavora Milano (Corvetto, Barona e Giambellino), Bologna (San Donato-San Vitale), Roma (San Basilio), Napoli (Scampia-Miano), Cagliari (Sant’Elia), Aversa e Ventimiglia, insieme ai partner BeFree, CEMEA del Mezzogiorno, CADIAI, Fondazione Somaschi, Via Libera Cooperativa Sociale – Gruppo L’Impronta e Patatrac. Si tratta di territori diversi, ma attraversati da dinamiche comuni: povertà economica, carenza di servizi, disuguaglianze educative, precarietà abitativa e lavorativa, spesso rafforzate da politiche frammentarie. Il nostro approccio è stato volutamente situato, radicato nei contesti locali, perché ogni territorio racconta il margine in modo diverso e non può emergere da un’unica lente di lettura. Il lavoro ha coinvolto tante voci: oltre 330 persone, di cui 237 tra bambini, bambine, donne e persone in transito che partecipano ai  programmi di WeWorld, ma anche partner territoriali, reti di quartiere, istituzioni e organizzazioni della società civile. Attraverso interviste, laboratori e momenti di confronto collettivo, sono state raccolte le esperienze di chi vive i margini ogni giorno. Questo lavoro ha permesso di costruire letture condivise per orientare interventi e pratiche nei territori. L’obiettivo è stato capire insieme da dove nasce il margine e come sia possibile “smarginare”, cioè modificare le condizioni che lo producono. Non si tratta di portare al centro chi vive ai margini, facendo adattare le persone a un sistema che produce disuguaglianze, ma di cambiare quel sistema. Le marginalità non sono inevitabili: sono il risultato di scelte economiche, istituzionali e politiche. Per questo, la proposta è chiara: non si tratta di includere chi resta ai margini, ma di trasformare il centro stesso, redistribuendo potere, risorse e possibilità. Lo studio evidenzia come le disuguaglianze si stratifichino ad esempio anche rispetto al genere: le donne continuano a sostenere la maggior parte del lavoro di cura non retribuito e registrano livelli più bassi di occupazione e reddito, con effetti diretti sull’autonomia e sull’accesso alle opportunità. L’indagine ricostruisce una geografia dei margini che non si limita tuttavia a mappare le esclusioni, ma analizza i processi che le generano e le trasformano, restituendo una lettura profonda delle marginalità contemporanee e superando l’idea che si tratti solo di condizioni geografiche e realtà lontane, ma condizioni che si formano nelle dinamiche sociali, nelle politiche pubbliche e nei modelli economici dei territori. Nei territori osservati, diritti fondamentali faticano a tradursi in condizioni concrete. Il diritto alla casa può diventare precario; l’accesso ai servizi si complica; il lavoro non sempre garantisce autonomia economica; la scuola fatica a essere uno strumento effettivo di uguaglianza. “I margini non sono un quartiere o una periferia, sono spazi economici, politici, sociali e geografici” sottolinea Andrea Comollo, Direttore Programmi Domestici di WeWorld. “A volte sono tutte queste cose insieme, con una forte valenza di disuguaglianza. A volte c’è sovrapposizione tra aree urbane periferiche e marginalità , altre volte sono più nascosti e difficili da individuare. Il tentativo spesso è quello di rattoppare i margini, inglobarli, pulirli e normalizzarli. Assegnare uno spazio ai margini perché possano sempre essere in relazione con il centro, perché possano nutrire il centro. Con Abitare i Margini l’attenzione e la voce torna alle persone che i margini li attraversano ogni giorno”. Qui per scaricare la ricerca: https://www.weworld.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/abitare-i-margini.   Giovanni Caprio
April 23, 2026
Pressenza
Il figlio che non muore
Lutto digitale, consenso e la menzogna che paghiamo a rate C’è un’anziana signora di ottant’anni, cardiopatica, che vive in una provincia dello Shandong, in Cina. Ogni giorno squilla il videotelefono. Suo figlio la saluta nel dialetto di casa, le dice che è tutto a posto, che è ancora troppo occupato per tornare, ma che le vuole bene. Lei aspetta. Lui promette. Suo figlio è morto in un incidente stradale all’inizio del 2025. Quello che parla è un clone costruito dall’intelligenza artificiale, commissionato dal nipote a un’azienda che si chiama Superbrain. Centinaia di foto, video, registrazioni audio del padre defunto, elaborate per ricostruirne la voce, il volto, il modo di parlare. Il fondatore dell’azienda, Zanguei, ha spiegato il modello di business con una franchezza che lascia senza parole: deceiving people’s emotion, ingannare le emozioni delle persone. Aggiunge che, in fondo, è quello che fanno dalla mattina alla sera: consolare chi resta. La storia l’ha raccontata il South China Morning Post nell’aprile del 2026, ripresa e analizzata da Matteo Flora nel suo Ciao Internet. Vale la pena fermarsi, perché questa non è una distopia futura. È già adesso. UN’INDUSTRIA, NON UN CASO ISOLATO In Cina esiste da anni una piccola — ma non troppo — industria del lutto digitale, documentata già nel 2024 dall’MIT Technology Review. Aziende come Silicon Intelligence, Superbrain e FushU ricreano voci, volti, conversazioni dei defunti. I prezzi vanno dai cinquanta dollari per un’app di base ai millequattrocento per il pacchetto premium, completo di tablet dedicato. Silicon Intelligence dichiara circa mille clienti attivi. Un’altra piattaforma, su Douyin — il TikTok cinese — ha raggiunto duemila abbonati a sette dollari al mese in pochi mesi, così in fretta che la piattaforma stessa ha dovuto emettere avvisi contro le ricreazioni non autorizzate di persone morte. Non è una stranezza orientale. Nel 2020 Joshua Barbeau, uno scrittore canadese, parlò per dieci ore consecutive con un clone GPT-3 della sua fidanzata morta, finché la storia sul San Francisco Chronicle costrinse OpenAI a restringere l’uso del modello. Nello stesso anno Kanye West regalò a Kim Kardashian un ologramma del padre Robert, morto nel 2003, che pronunciava parole costruite ad arte. Negli Stati Uniti operano già HereAfter AI, StoryFile, Project December: versioni più edulcorate dello stesso servizio. Un paper del maggio 2024 del Centre for the Future of Intelligence di Cambridge, pubblicato su Philosophy & Technology, ha identificato cinque rischi concreti che nessuno sta ancora regolando: * il deadbot che inserisce pubblicità nella voce del defunto; * il digital stalking con notifiche spam al sopravvissuto; * il danno psicologico da interazioni quotidiane troppo intense; * l’impossibilità per i sopravvissuti di spegnere il clone; * la manipolazione di bambini attraverso simulazioni dei genitori morti. Cinque rischi concreti. Zero risposte normative strutturate. LA GABBIA PIENA DI CUSCINI Prima ancora delle questioni giuridiche, c’è una questione umana che vale la pena guardare in faccia. Il lutto ha una funzione biologica e sociale. Gli esseri umani hanno passato centomila anni a ritualizzarlo: le veglie funebri, i riti di sepoltura, le lettere di condoglianze, i racconti sul nonno davanti al camino. Non sono convenzioni sentimentali: sono il modo in cui la specie ha imparato a elaborare la perdita, a integrare l’assenza, a continuare a vivere sapendo che qualcuno non c’è più. Ogni chiamata del clone alla signora di Shandong conferma una possibilità alternativa: il figlio è lontano, non è morto. Il processo di elaborazione viene sospeso indefinitamente. Flora richiama in questo contesto la learned helplessness, l’impotenza appresa teorizzata da Seligman nel 1975: quando il controllo sulla realtà viene sistematicamente sottratto, il soggetto smette di cercare risposte autonome. La tenerezza della famiglia che vuole proteggere la nonna dal dolore si trasforma, senza volerlo, in una gabbia piena di cuscini. C’è poi un secondo livello, più sottile. Un clone costruito per consolare non dirà mai nulla che disturbi. Non farà domande scomode. Non porterà conflitto, né crescita. La macchina premia la versione di chi resta che non deve fare i conti con la perdita, perché è quella versione che continua a pagare l’abbonamento. Il clone del figlio non è un sostituto imperfetto: è un sostituto ottimizzato per non far guarire. CHI HA CHIESTO IL PERMESSO? Arriviamo al punto che più dovrebbe preoccupare chi si occupa di diritto, di etica, di politica. In Italia, la materia è sfiorata dall’articolo 2-terdecies del Codice della Privacy, che riconosce ai familiari alcuni diritti sul trattamento dei dati del defunto. Ma non esiste ancora una cornice specifica per l’addestramento di modelli generativi sulla voce, sul volto, sulla gestualità di una persona morta. Il GDPR non si occupa dei morti. L’AI Act europeo non affronta il tema del consenso post mortem in modo diretto. Il risultato è una lacuna enorme. Chi ha autorizzato la clonazione? Chi detiene i server su cui gira il clone? Cosa succede quando scade l’abbonamento? Chi decide quando spegnere il sistema? Nessun ordinamento giuridico europeo ha una risposta strutturata. LA VERITÀ CONDIVISA COME BENE COMUNE «La verità condivisa è la base della dignità delle persone, anche quando fa male.» Non si tratta di demonizzare ogni forma di lutto digitale. Conservare la voce di una persona amata può essere legittimo. La questione è un’altra: cosa succede quando il clone diventa più presente del morto nella memoria di chi resta? Zanguei dice che il suo lavoro è consolare chi resta. Tecnica­mente è vero. Ma queste tecnologie non sono neutrali: sono progettate per trattenere, non per lasciare andare. L’ultima volta che la signora di Shandong ha sentito davvero la voce di suo figlio, lui era vivo. La prossima volta che crederà di sentirlo, quella voce girerà su un server gestito da un estraneo. Qualcuno parla al posto di suo figlio, a sua madre. E nessuno gli ha chiesto il permesso. South China Morning Post, aprile 2026 https://www.scmp.com/news/people-culture/trending-china/article/3349344/china-family-creates-ai-clone-comfort-elderly-mum-after-only-son-dies-car-accident Matteo Flora, Ciao Internet, ep. 1549, aprile 2026 https://www.youtube.com/watch?v=bUnfFGuo9O4 Centre for the Future of Intelligence, University of Cambridge, “Deadbots and the Right to Rest in Peace”, Philosophy & Technology, maggio 2024 https://link.springer.com/article/10.1007/s13347-024-00761-4 Francesco Russo
April 22, 2026
Pressenza
Provincia di Brescia, progetto di integrazione socio-sanitaria ASST Garda e Ambito9 considerato tra i più avanzati del territorio
Sala gremita questa mattina, 17 aprile, presso la Casa di Comunità di Leno, dove si è svolto l’incontro pubblico promosso da Ambito 9 Bassa Bresciana Centrale e Distretto Bassa Bresciana Centrale di ASST Garda dedicato a un progetto di integrazione socio-sanitaria considerato tra i più avanzati del territorio: unico nella provincia di Brescia. Presenti tutti i Sindaci dei venti Comuni dell’Ambito 9, insieme a rappresentanti istituzionali, tecnici, staff e associazioni del territorio. Al centro dell’iniziativa una visione condivisa: il bisogno della persona non è mai esclusivamente sanitario, sociale o economico, ma complesso e multidimensionale. Da qui la scelta di costruire risposte integrate, coerenti con gli indirizzi del PNRR, del DM 77 e della programmazione regionale. Determinante il lavoro delle direttrici Rossella Goglioni, Direttore Distretto Bassa Bresciana Centrale di ASST Garda, e Claudia Pedercini, Direttore e Responsabile Ufficio di Piano di Ambito 9, che hanno creduto fin dall’inizio nel progetto. “Il passaggio decisivo – hanno evidenziato – è stato smettere di pensare in maniera individuale, e intraprendere una visione corale”. Nel giugno 2025 è stata sottoscritta la convenzione tra i due enti per il trasferimento di una prima parte dei servizi dell’Ambito presso il distretto Bassa Bresciana Centrale di Leno. Come ricordato dal Presidente del Consiglio di Amministrazione di Ambito9 Ferdinando Albino, sono già operativi negli spazi condivisi uffici amministrativi e servizi strategici quali disabilità, protezione giuridica, PUA e sportello assistenti familiari. Tra i principali interventi istituzionali quelli di Carlotta Bragandina, Presidente dell’Assemblea dei Sindaci di Ambito9, che ha sottolineato il forte senso di appartenenza dei Comuni e la volontà condivisa di far crescere il territorio; Cristina Tedaldi, Sindaco di Leno; Roberta Chiesa, Direttore Generale ASST Garda, che ha ringraziato i team coinvolti; Claudio Vito Sileo, Direttore Generale ATS Brescia; il videomessaggio dell’Europarlamentare Mariateresa Vivaldini; On. Cristina Almici e Simona Tironi, Assessore regionale all’Istruzione, Formazione e Lavoro. Nel focus tecnico, il Direttore Sociosanitario Paolo Schiavini ha evidenziato come il valore della visione emerga quando si traduce in azioni concrete, valorizzando risorse, competenze e collaborazione. Momento conclusivo di particolare rilievo la firma simbolica con Nicola Stilla, Presidente UICI Brescia, e Cav. Uff. Franco Pedrali, Presidente ENS Brescia, che sancisce l’avvio di un modello di comunicazione pienamente accessibile: contenuti in LIS, materiali semplificati, font ad alta leggibilità, oltre a strumenti multilingue (Arabo, Francese, Hindi, Inglese, Russo, Urdu), supporti digitali e social inclusivi. Un passo concreto verso servizi più vicini ai cittadini, capaci di coniugare innovazione organizzativa, prossimità e diritto universale all’accesso. Dichiarazioni Rossella Goglioni e Claudia Pedercini: “Il bisogno della persona non può essere suddiviso in compartimenti separati. Salute, fragilità sociale, condizioni economiche e relazioni si intrecciano costantemente. Per questo il cambio di passo è stato riconoscere che non esistono problemi dell’uno o dell’altro ente, ma responsabilità condivise da affrontare insieme”. Carlotta Bragandina, Presidente Assemblea dei Sindaci Ambito 9: “Questo risultato nasce da una forte coesione istituzionale. I venti Comuni dell’Ambito hanno dimostrato senso di appartenenza e capacità di visione. Era un traguardo atteso da tempo e oggi possiamo dire di aver avviato un percorso concreto e credibile”. Roberta Chiesa, Direttore Generale ASST Garda: “L’integrazione tra servizi è la strada che abbiamo intrapreso per rendere le risposte più efficaci, tempestive e vicine ai cittadini. Ringrazio le direzioni e tutti i professionisti coinvolti che hanno sostenuto con determinazione questo progetto”. On. Cristina Almici: “Collaborazione tra istituzioni e continuità dei servizi rappresentano condizioni indispensabili, soprattutto nei confronti delle persone più fragili. Fare rete significa dare stabilità e qualità alle risposte del territorio”. Paolo Schiavini, Direttore Sociosanitario ASST Garda: “La visione acquista valore quando viene realizzata. In un contesto che spesso guarda solo a ciò che manca, questo progetto dimostra che è possibile partire da ciò che c’è: competenze, passione, risorse disponibili e volontà di costruire risposte nuove”. Simona Tironi, Assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro di Regione Lombardia: “L’integrazione tra sociale, sanitario, formazione e lavoro è decisiva per costruire percorsi di autonomia delle persone. Questo progetto interpreta al meglio la visione regionale di prossimità, inclusione e valorizzazione del capitale umano”. Claudio Vito Sileo, Direttore Generale ATS Brescia: “I dati e l’evoluzione dei bisogni confermano la necessità di modelli organizzativi sempre più integrati. Esperienze come questa rappresentano una risposta moderna e concreta alle nuove fragilità sociali e sanitarie del territorio”. Cristina Tedaldi, Sindaco di Leno: “Per Leno questo momento ha un valore particolare, perché abbiamo visto crescere questo progetto sin dalle prime fasi di sviluppo della struttura sanitaria, accompagnandone passo dopo passo l’evoluzione fino a oggi. Vedere la Casa di Comunità diventare luogo reale di integrazione tra servizi e punto di riferimento per l’intera Bassa Bresciana significa dare concretezza a una visione costruita nel tempo, con impegno istituzionale e attenzione ai bisogni delle persone”. Redazione Sebino Franciacorta
April 22, 2026
Pressenza
Atto di coraggio: dalla legge alla propria coscienza
Un appello a chi conosce il fenomeno delle sottrazioni di minori da vicino. «Non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte ed incrollabili degli dei. Infatti, queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono, e nessuno sa da quando apparvero», diceva l’Antigone sofoclea. Cosa possiamo fare quando ci troviamo dinanzi ad una legge ingiusta? Chi segue i miei scritti sa come opero e sa cosa penso delle sottrazioni di minori in Italia: mi sembra che in moltissimi casi ci si muova addirittura fuori dal recinto previsto dalla legge stessa. Ma anche nei casi in cui si resta in questo recinto, è bene continuare ad allenare la nostra coscienza. L’interrogazione parlamentare di Massimo Polledri e Carolina Lussana del 2010 riguardava un caso di sottrazione di minori previsto dalla legge. Si trattava di una madre che, impedendo il rapporto dei figli con il padre, si vide togliere la figlia di 4 anni. Insomma, invece di tentare di risolvere la conflittualità tra i genitori e di potenziare i rapporti anche con l’altro genitore, si affidò la bambina a una casa famiglia, rescindendo così anche il legame con la madre. Da mediatrice familiare che ha investito anni per combattere l’atteggiamento ostruzionistico di uno dei due genitori verso l’altro, e per promuovere la bigenitorialità, non mi sarei mai sognata di poter intervenire con la forza, togliendo il figlio al genitore alienante per consegnarlo allo Stato! Come si può considerare sbagliato il comportamento ostruzionistico di uno dei genitori (fatti salvi casi di violenza gravi verso i minori) e poi mettere in atto un comportamento identico e ancora più grave! Nel corso degli anni ci sono state altre iniziative parlamentari simili volte ad avviare indagini conoscitive su “Adozioni e affidamento” e sui “minori fuori famiglia”. Nella XVIII Legislatura, un’interrogazione alla Camera sollevò la questione del monitoraggio sulle modalità di affido in Italia, evidenziando le “forti differenze nelle regioni italiane rispetto agli standard minimi da rispettare”. Si rifaceva ad un’indagine giudiziaria del 2019 che aveva portato allo scoperto una realtà orribile sulla rete dei servizi sociali della Val d’Enza nel reggiano (dove, tra il 2015 e il 2016, i bambini tolti alle famiglie erano quasi raddoppiati in un anno), accusati di redigere false relazioni per allontanare bambini dalle famiglie. Eppure, nonostante il tema degli allontanamenti arbitrari di minori sia una questione ricorrente nel Parlamento italiano almeno da 25 anni, le cose non sono mai cambiate. Come mai? Io sono convinta che nella maggior parte dei casi vi siano modalità altre di aiuto alle famiglie, modalità che non debbano per loro natura arrecare tutti quei traumi che lo sradicamento, la distruzione del nucleo familiare e la compromissione dei legami familiari, invece, purtroppo creano. Non possiamo fingere che questi danni non vi siano, non possiamo cancellarli dal bilanciamento di vantaggi e costi: così facendo diventeremmo ciechi e sordi ai bisogni profondi delle persone che vorremmo aiutare. Non solo; la legge prevede che l’affido abbia una durata massima di 24 mesi, prorogabili con specifiche motivazioni; nonostante ciò, molti minori in comunità vi rimangono più tempo, snaturando così la funzione stessa dei percorsi in atto. Esiste una relazione di aiuto senza empatia e ascolto profondo? Cosa distingue un percorso educativo dall’intervento di uno psicopatico che, forte delle sue ragioni e privo di capacità empatiche, voglia raddrizzare la vita di colui che sequestra? Non crederò mai a un percorso imposto con la violenza più brutale, un percorso che passi attraverso l’ottusità, i pianti disperati dei bambini, i vuoti immensi, i buchi della memoria, la mistificazione della realtà. Non crederò mai in percorsi in cui non si avverta il peso dello strappo arrecato e non ci si attivi con solerzia per ridurre i tempi e per cercare soluzioni. Non crederò mai in percorsi che sacrificano rapporti primari fondanti, come quelli con il genitore o con i fratelli, in favore di un miglioramento di specifiche aree di vita. Le persone non sono robot da portare a sistemare, sono miracoli fatti di storia, sangue, ricordi. Se togliamo tutto questo, umiliamo la nostra specie, umiliamo la vita. I cittadini hanno bisogno di risposte, hanno bisogno di sapere come sia possibile che 20 persone entrino nelle proprietà private con l’inganno o sfondando porte e portino via bambini urlanti, strappandoli dalle braccia dei genitori, minaccino questi ultimi di stare zitti (pena il non vedere più i bambini) e li conducano, a volte persino in manette, in strutture destinate a bambini orfani o con genitori gravemente inadempienti, strutture di cui spesso i genitori non conoscono nemmeno la collocazione, privandoli per anni e anni del rapporto con i loro genitori, spesso anche di una telefonata. Per non parlare della follia di organizzare persino le videochiamate o le chiamate all’interno di luoghi protetti. Se solo ascoltassimo i tanti ragazzi oggi usciti da queste realtà o i genitori o professionisti onesti che vi hanno lavoro, conosceremmo alcune prassi aberranti. Sapremmo che spesso a questi bambini viene riferito che i genitori non vogliono loro bene o che siano morti. Tutto questo non viene negato neppure dai diretti interessati, ma anzi viene giustificato con un groviglio di motivazioni legate alla burocrazia più incomprensibile o alla necessità di tutelare l’equilibro dei minori coinvolti. Ma quale tutela può passare dallo sradicamento e dalla soppressione del legame ancestrale con le proprie radici? Quale benessere del minore può includere tanta manipolazione e violenza? Si tratta di episodi – o dovrei dire fenomeni – che hanno scosso l’opinione pubblica e sollevato interrogativi seri e legittimi sulle eventuali distorsioni sistemiche presenti in alcuni settori dei servizi sociali e della magistratura minorile. Interrogativi che hanno prodotto proposte di riforma parlamentare ancora in corso. Eppure, non si può ignorare che questo tema ha attraversato le nostre coscienze solo attraverso la cronaca italiana in modo dirompente, lasciando ogni volta ferite aperte e risposte insufficienti. Dal caso dei cosiddetti “Diavoli della bassa modenese” a Bibbiano su cui forse proprio ora si sta aprendo uno spiraglio grazie al lavoro della sostituta procuratrice Valentina Salvi, fino al più recente caso di quella che a livello mediatico viene definita “Casa nel bosco”, caso intriso di ideologia e pregiudizio; assistiamo a  fenomeni mediatici che anziché portare nuove consapevolezze rischiano di sigillare ancor di più alcune verità, ridotte a cibo avariato per talkshow, sagre spettacolari che normalizzano l’orrore dentro le nostre case, e provocano il rigetto di chi conosce e teme la manipolazione mediatica e giornalistica intorno al caso. Tutto questo accade nello stesso sistema dove – io dico giustamente – anche per i detenuti sono attivi riflessioni e progetti concreti per preservare il rapporto genitori figli. Devo dedurre che in Italia le persone per bene con visioni diverse, e i di loro figli, abbiano meno diritti dei criminali? Non sarebbe certo la prima volta, ma allora è bene continuare a chiamare le cose col loro nome e unirci, senza lasciarci dividere da una perenne politica dell’odio. Come dico sempre, gli schieramenti non sono quelli tra cittadini, ma sono quelli tra cittadini e istituzioni: la polarizzazione perenne è il cibo di cui si nutre il potere (Ci indicano il mostro nel nostro prossimo, per non farci scorgere la luna marcia riflessa nei loro occhi). Specifico che il mio non è né sarà mai un attacco cieco alle istituzioni né ai singoli di cui mi interessa poco; il mio è un legittimo diritto di critica ad un sistema che ho odorato da molto vicino e di cui ho sentito forte il puzzo, al punto da dovermene allontanare per occuparmene davvero. I singoli mi interessano non per perseguitarli, ma per invitarli ad uno sforzo di coscienza e ad una crescita di consapevolezza e – perché no? – anche ad un atto di coraggio. Per questo metto a disposizione la mia scrittura, è tutto quello che ho. Proprio perché so che nel settore ci sono tante persone per bene, scrivo ancora. È a loro che mi rivolgo chiedendo uno sforzo comunicativo che vada al di là di laconiche esternazioni, degli schieramenti di categoria, dei non detti risentiti: parliamo, confrontiamoci, entriamo nel merito. La persona per bene, e non certo quella corrotta, può fare qualcosa. Può capire da chi eventualmente è manovrato e decidere di restare al servizio solo finché la sua attività non entri in contrasto con i principi minimi di civiltà e non si traduca in violenza. Quando questo invece capita, diventa responsabile della violenza che agisce: modalità agghiaccianti di prelevamento con ammanettamento di minori, trascinamento, quando non addirittura immobilizzazioni e violenze verso i genitori. Non può bastare un’ordinanza a farci dimenticare il nostro posto nel mondo: siamo sì responsabili del sistema che rappresentiamo ma siamo anche liberi di agire in modo ‘altro’. Questo significa cose molto precise, significa andare via da un posto di lavoro quando quel grado di libertà interiore non è più garantito, significa dire “no” quando il degrado culturale, etico e spirituale è così forte, significa lottare seriamente per dei cambiamenti concreti, esponendosi pubblicamente alla gogna e alla critica che nella nostra società sono davvero feroci. Io l’ho fatto, e non sono di certo un eroe, solo una persona normale che non si arrende a trasformarsi in un avatar che miete vittime a caso. Banalmente dinanzi a casi come quelli che stanno assurgendo agli onori della cronaca – cito, solo per fare qualche esempio, la famiglia di Palmoli, ma anche i figli di Harlad Valentin e Nadia o il figlio dell’operatrice culturale del Vaticano, casi di cui ho parlato anche in un altro articolo – i carabinieri e gli assistenti sociali con un minimo di senso di realtà e con un barlume di umanità in corpo, anziché recarsi nei giardini privati a mettere in atto dei sequestri di persona dovrebbero dimettersi e unirsi a noi. E invece tutto tace, per paura, per complicità, per indifferenza, o per essere stati educati sin dall’asilo all’addormentamento, senza mai allenare la propria coscienza a restare vigile. Ma in questo silenzio tombale che fine fanno le persone che vivono tutto questo, che fine fanno le agghiaccianti implicazioni sui presunti condizionamenti psicologici operati su minori già vulnerabili e i dubbi concreti su sradicamenti immotivati e arbitrari o sulle lungaggini burocratiche che allontanano per mesi o per anni un bambino dalla carezza della propria madre e dallo sguardo del proprio padre? Sta a ciascuno di noi cercare le risposte e colmare questi vuoti. Rosanna Pierleoni
April 22, 2026
Pressenza