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L’altra umanità, vittima delle guerre di oggi. Incontro con Ugo Panella a Milano
Mercoledì 10 giugno 2026 h. 18 Biblioteca Crescenzago, Viale don Orione 19, Milano MM2 Cimiano, Bus 56 Ingresso libero e gratuito Collaborano Casa Crescenzago, Sonomusica, Soci Coop Palmanova, SPI Cgil Boiardo.    Ugo Panella è un fotoreporter che ha ricevuto il premio alla carriera al Festival Fotografico Europeo 2025. Introduce Giuseppe Natale. L’incontro sarà un percorso nei luoghi più complicati del mondo, dove guerre, carestie, condizioni di vita impossibili e regimi criminali spogliano e massacrano le popolazioni e ne uccidono il futuro. Sono violati sistematicamente diritti umani e diritto internazionale, in un contesto terribile di 32 guerre e di un genocidio in corso, quello del popolo palestinese, che non si vuole fermare e che interroga la nostra coscienza e la nostra responsabilità. Dal 3 al 29 giugno presso la biblioteca Mostra “Donne resistenti e madri costituenti”. anpi.crescenzago.milano@gmail.com Redazione Milano
June 9, 2026
Pressenza
Jesi, platea di adulti fischia un sedicenne della Rete degli studenti medi
“Decine di adulti che fischiano un sedicenne  (qui il video, ndr) e poi lo accusano di essere un attore: grande esempio di spessore morale e maturità. Ironico pensare che queste persone sono le stesse che pretendono di essere un modello dal quale dovremmo imparare.” Si conclude così il comunicato stampa della Rete degli Studenti Medi di Jesi, nelle Marche. Luca Casarini qualche tempo fa scriveva: “Unico metro di misura a cui mi affido ormai, guardare gli occhi di chi ho davanti, consapevole che siete un mondo nuovo anche rispetto al mondo nuovo che eravamo noi. Se uno diventa vecchio, l’ho capito, ha il privilegio di poter imparare da quelli che vengono dopo, e non il contrario. Può raccontare di un tempo antico, ma non insegnarlo. Può sentire l’amore, la freschezza, se ha la fortuna di essere invecchiato libero, ma non può dirvi cosa dovete fare”. Ma gli adulti che hanno fischiato quel ragazzo non vogliono mettersi in discussione con il mondo nuovo che assieme ai suoi coetanei rappresenta. Giovedì 4 giugno presso una sala pubblica della città si è tenuta un’assemblea promossa dal “Comitato Cittadini di Jesi”, sul progetto della Giunta di restyling di un’importante e storica arteria stradale cittadina. Un progetto fortemente contrastato da alcuni imprenditori locali, da quanti hanno lungo la strada attività economiche, da partiti e liste civiche di opposizione. Non è il merito della questione a fare notizia, ma quello che è accaduto fuori dalla sala e durante lo svolgimento dell’assemblea e che esula completamente da dinamiche di appartenenze e sensibilità politiche. Con la giustificazione della capienza massima della sala, i promotori hanno fatto una sorta di bagarinaggio non oneroso, distribuendo discrezionalmente dei ticket di accesso a partiti e liste di opposizione e stakeholder contrari al progetto. Questo ha fatto sì che molte persone che volevano partecipare all’assemblea pubblica siano state lasciate fuori dalla sala. Tra queste una rappresentanza della Rete degli Studenti Medi cittadina, che sostiene il progetto del Comune. “Mi sono ritrovata una porta sbattuta in faccia” racconta una ragazza. “La mia sensazione, assieme a tanti altri là fuori con me (con opinioni tutte differenti sul tema), è stata quella di venire tagliata fuori dalla comunità, come se non avessi il diritto di partecipare e assistere alla discussione allo stesso modo di chi era all’interno della sala.” Solo un loro portavoce è stato fatto entrare perché potesse intervenire. E quando lo ha fatto, è stato interrotto dai fischi e dalle urla di una “turba” di adulti presenti in sala e si è visto costretto a smettere di leggere l’intervento preparato collegialmente con gli altri giovani dell’organizzazione. “Il ragazzo sedicenne” specifica il comunicato stampa “è stato scelto casualmente per leggerlo, dal momento che a gran parte delle ragazze e dei ragazzi lì presenti non era stato concesso di entrare e prendere parte all’assemblea”. Ma la “turba” gerontocratica, che il mattino dopo si è spostata dalle sedie della sala alle tastiere dei social, ha proseguito nel gettare addosso a lui lo stigma: “E’ un pupazzo”, “Gli hanno messo in mano il discorso scritto da quelli del partito”, “Un attore indottrinato che ha recitato la parte”. Qualcun altro ha ritenuto di doversi scusare pubblicamente, essendosi accorto che quel ragazzo è un compagno di scuola del figlio, ma non riconoscendogli comunque l’autonomia di azione e pensiero politico. La toppa, come si dice, è risultata peggiore del buco. Bullizzato con le parole il sedicenne, invece gli applausi più scroscianti sono stati riservati ad uno stakeholder ultracinquantenne, il cui intervento ha focalizzato quale debba essere l’obiettivo prioritario nell’amministrare una città: rattoppare tutte le buche stradali. Visione politica questa che ha risvegliato l’ardore civico della matura platea dell’assemblea. Ma questo mondo adulto, buona parte del quale soggetto al fenomeno dell’analfabetismo di ritorno (basta leggere i commenti sui social), non solo ignora, ma neanche è in grado di concepire quali siano le dinamiche orizzontali dei collettivi giovanili, senza gerarchie verticali e non sa che un testo letto è il frutto di un lavoro comunitario di ascolto ed elaborazione. Lo squadrismo sonoro di cui è stato fatto oggetto un cittadino di sedici anni che voleva (avendone tra l’altro pieno diritto) semplicemente portare un contributo ad una discussione, va ben al di là della questione di merito e rispolvera il tema del mito di Crono. Generazioni di adulte dopati dall’ego, imprigionati dal  proprio potere e spaventati dalla morte, che scelgono di ‘divorare’ i propri figli. Quelle generazioni, che per avidità, accumulo e consumo sfrenato si sono ‘mangiate’ il pianeta, lasciando i più giovani a subire nei prossimi anni le devastanti conseguenze della catastrofe eco-climatica. Adulti per i quali in una città la priorità è il numero dei parcheggi lungo una strada, ma non se verranno attivate oasi climatiche per le prossime estati. Come può essere “desiderabile” per un giovane una città in cui le classi dirigenti si occupano delle misure degli stalli auto, ma non delle ricadute locali (economiche, sociali, urbanistiche sanitarie) del surriscaldamento globale? Quello replicato a Jesi, la ferocia emotiva del mondo adulto su quello più giovane, è lo stesso schema già visto durante un blocco stradale dei movimenti per la giustizia climatica, durante uno sciopero scolastico e universitario, in un corteo contro il genocidio di Gaza, in un talk televisivo e che in maniera discriminante viene praticato nelle dinamiche della vita e delle relazioni quotidiane. I più giovani che vengono estromessi dall’accesso a ruoli, funzioni dirigenti e di potere da una gerontocrazia di adulti “irriducibili” nel mollare posizioni. Un apartheid generazionale che specie in Italia è diventato strutturale e che vede responsabili e inconsapevoli complici tutte le forze politiche, economiche e sociali che a vario livello, dirigono da anni il Paese. “Ciò che si cela dietro quei fischi tanto vili è una comunità che non ha avvenire: non lasciare uno spazio di opinione, per quanto essa sia diversa da altre, alle nuove generazioni, e quindi al futuro di questa società, significa condannarsi inevitabilmente al declino” scrive il collettivo studentesco di Jesi Il mondo adulto, che siede nei luoghi dei poteri, “liscia il pelo” alla generazione più giovane solo quando questa non ostacola e mette in pericolo i suoi ruoli, nei quali si autoriproduce da anni. Ecco la ragione per cui in Italia non viene abbassata l’età per votare, o non si rende possibile il voto degli universitari fuori sede. Perché la paura di perdere privilegio “fa novanta”. E il voto sul referendum costituzionale di marzo, quando “non li hanno visti arrivare”, li ha terrorizzati. Non è un caso che buona parte dei vari decreti sicurezza del governo Meloni, a partire dal cialtronesco anti rave party, siano perlopiù incentrati su provvedimenti oppressivi e repressivi proprio nei confronti delle generazioni più giovani. “In questo momento particolare” ha detto recentemente Alessandro Baricco “non credo che la mia generazione debba dire qualcosa. I ragazzi di oggi hanno un patrimonio genetico immensamente più ricco del nostro. Loro possono leggere questo mondo, noi no, anche i più intelligenti di noi fanno fatica, perdiamo così tanto tempo in dibattiti che non sono reali. La mia generazione non solo è cronicamente incapace di risposte vere, ma abbiamo proprio  le domande sbagliate, per cui perdiamo molto tempo a cercare le risposte di domande che nel frattempo sono scadute. I giovani hanno le domande molto più vicine al reale e se un ragazzo ha una domanda giusta, quello è un tesoro. In questo mondo qua loro hanno le domande più giuste di noi. E se la domanda è più giusta, migliore, bisogna fidarsi di lui per salvarsi.” Nelle nostre città, però, non è questo ciò che quotidianamente accade. Leonardo Animali
June 9, 2026
Pressenza
Difendiamo la libertà di stampa: mobilitazione a Roma per Gabriele Nunziati
Martedì 9 giugno, alle ore 9, davanti al Tribunale del lavoro in viale Giulio Cesare 54, si terrà una mobilitazione pubblica a sostegno della libertà di stampa e del diritto di cronaca. L’iniziativa è promossa da Amnesty International Italia insieme ad Articolo 21, Fnsi, Rete #NoBavaglio, Stampa Romana e Usigrai (con adesioni in continuo aggiornamento), in occasione della prima udienza del processo che vede coinvolto il giornalista Gabriele Nunziati contro l’Agenzia Nova. Al centro della vicenda giudiziaria vi è l’interruzione del rapporto di collaborazione tra Nunziati e l’agenzia, avvenuta – secondo quanto denunciato – dopo che il giornalista aveva posto una domanda sulle responsabilità di Israele nella ricostruzione della Striscia di Gaza durante una conferenza stampa della Commissione Europea. Un episodio che per le organizzazioni promotrici non rappresenta un fatto isolato, ma il segnale di una criticità più ampia che riguarda il sistema dell’informazione in Italia. La mobilitazione mira quindi a riportare al centro del dibattito pubblico il tema della libertà di espressione e del pluralismo dell’informazione, in un contesto segnato da precarietà diffusa nel lavoro giornalistico e da crescenti pressioni – politiche ed editoriali – su chi si occupa di temi sensibili, tra cui la questione palestinese. La presa di posizione della Rete #NoBavaglio La Rete #NoBavaglio ha aderito con forza all’iniziativa, sottolineando come il caso Nunziati rappresenti «un campanello d’allarme grave per la democrazia». In una nota, la rete evidenzia che: «Non può esistere un diritto di cronaca condizionato o selettivo. Colpire un giornalista per una domanda significa mettere in discussione il principio stesso del giornalismo: cercare verità e responsabilità, anche quando sono scomode». #NoBavaglio denuncia inoltre un clima sempre più difficile per i professionisti dell’informazione, dove precarietà lavorativa e pericolo di ritorsioni rischiano di limitare l’autonomia editoriale e l’indipendenza dei cronisti. Da qui la richiesta di un intervento concreto delle istituzioni per garantire: tutele effettive per i giornalisti e le giornaliste; protezione delle fonti; rispetto del pluralismo e dell’autonomia della stampa; contrasto a ogni forma di censura o condizionamento. Per la rete #NOBAVAGLIO, la vicenda Nunziati è simbolica di «una deriva che non riguarda un singolo professionista, ma la qualità democratica dell’informazione nel Paese». Una mobilitazione ampia e partecipata All’iniziativa sono attese numerose figure del giornalismo italiano, tra cui: Francesco Cancellato; Riccardo Iacona; Carlo Bartoli; Daniele Macheda; Carlo Bonini; Guido D’Ubaldo; Francesca Fornario; Nico Piro; Daniele Mastrogiacomo; Ludovica Jona; Alessandra Mancuso; Daniele Piervincenzi; Tommaso Ricciardelli; Giovanni Tizian; Nello Trocchia; Filippo Barone, Roberta Cerqua e Raffaella Notariale di Cdr Approfondimento Rai, Shukri Said, Stefano Galieni, Luciano Cerasa, Clarla Habte, Rosa Lella, Ilaria De Bonis, Marino Bisso, ( in aggiornamento…). Parteciperanno inoltre le delegazioni del Centro di Giornalismo Permanente e della Scuola di giornalismo d’inchiesta e reportage “Lelio Basso”, ControCorrente Lazio, Operatori dell’informazione per la Palestina, GVPRESS, MoveOn Italia ( in aggiornamento). La partecipazione così ampia testimonia la trasversalità della preoccupazione per lo stato della libertà di stampa in Italia e la volontà condivisa di costruire una risposta collettiva. Difendere il diritto dei cittadini a essere informati La manifestazione del 9 giugno non si limita a esprimere solidarietà a Gabriele Nunziati, ma intende ribadire un principio fondamentale: la libertà di informazione è un diritto dei cittadini prima ancora che dei giornalisti. Per i promotori, è necessario contrastare con determinazione ogni tentativo di restringere gli spazi del dibattito pubblico e riaffermare che il giornalismo non può essere sottoposto a pressioni o limitazioni legate a interessi politici o economici. L’appuntamento davanti al Tribunale del lavoro si configura dunque come un momento di mobilitazione e vigilanza democratica, con l’obiettivo di tenere alta l’attenzione su una questione cruciale per il funzionamento di uno Stato di diritto: garantire un’informazione libera, indipendente e plurale.   Rete #NOBAVAGLIO
June 8, 2026
Pressenza
San Pietroburgo 2026: il nuovo ordine è già qui. La domanda è chi lo plasma
Il Forum Economico di San Pietroburgo mostra un mondo sempre più multipolare, mentre l’Occidente fatica a fare i conti con le proprie contraddizioni. Tra BRICS, Sud Globale, Gaza e Ucraina, la questione non è più se il nuovo ordine stia emergendo, ma quale contenuto politico e sociale avrà. Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha chiuso i lavori il 6 giugno con numeri che rendono difficile qualunque lettura consolatoria. Ventimila delegati, centotrentadue paesi rappresentati, l’Arabia Saudita ospite d’onore, una delegazione statunitense presente per la prima volta in quasi un decennio. Il motto ufficiale, “Dialogo pragmatico: la via verso un futuro stabile”, segnala qualcosa che le cancellerie europee continuano a trattare come eventualità futura mentre si produce già come fatto presente: l’ordine mondiale che abbiamo conosciuto si sta ridistribuendo, e questo processo non aspetta il consenso dell’Occidente per procedere. I NUMERI NON MENTONO, ANCHE QUANDO LI USA CHI MENTE Putin ha aperto la sessione plenaria del 5 giugno con dati che nessuna obiezione di principio rende falsi. Quasi la metà della crescita mondiale, il 49%, negli ultimi cinque anni è stata generata dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. La quota dei BRICS nel PIL mondiale a parità di potere d’acquisto supera il 40%. Il PIL russo ha registrato una crescita dell’1,3% tra gennaio e aprile 2026, con un tasso di disoccupazione al 2,2%. Le sanzioni occidentali, lungi dal produrre il collasso atteso, hanno accelerato processi di riorientamento commerciale verso Asia, Medio Oriente e Africa che erano già in incubazione prima del 2022. Le stime presentate al forum sulle perdite dell’Eurozona sono di parte, ma la direzione generale del fenomeno è confermata da numerose analisi economiche. Putin ha definito questo cambiamento un cambio di paradigma, non un ciclo. Lo dice con una retorica selettiva che omette il costo sociale della guerra sull’economia interna russa, la povertà nelle regioni periferiche e il prezzo pagato ogni giorno dalla popolazione civile ucraina. Ma la sostanza del processo che descrive non dipende dalla sua onestà intellettuale. La dedollarizzazione procede, il commercio in valute locali cresce e le istituzioni finanziarie alternative si consolidano. CHI PARLA A SAN PIETROBURGO E COSA CHIEDE Il forum non è stato solo Putin, e questa dimensione ha ricevuto in Europa un’attenzione minore rispetto a quella dedicata alle dichiarazioni del presidente russo. Shavkat Mirziyoyev ha presentato l’Uzbekistan come soggetto autonomo di una trasformazione regionale, non come paese satellite di Mosca. L’Asia Centrale si propone come crocevia tra i corridoi nord-sud e ovest-est dell’economia mondiale. È il linguaggio dell’autonomia produttiva e della sicurezza energetica. Samia Suluhu Hassan ha portato a San Pietroburgo la voce della Tanzania come soggetto politico ed economico autonomo. Dar es Salaam punta a diventare hub logistico e digitale regionale, cercando partner che offrano tecnologia e non solo accesso alle risorse. Più che devozione a Mosca, Hassan ha espresso una candidatura. Questa è la differenza rispetto ai forum degli anni Novanta, quando il Sud Globale partecipava come destinatario di politiche già definite altrove. A San Pietroburgo 2026, Tanzania e Uzbekistan hanno parlato come soggetti con un’agenda propria. Ignorare questa esigenza perché espressa sul palco di Putin sarebbe un errore politico oltre che intellettuale. IL FALLIMENTO CHE PRECEDE IL FORUM Per capire perché San Pietroburgo 2026 esiste e raccoglie l’adesione che raccoglie, bisogna guardare a ciò che l’ha preceduto: il fallimento delle istituzioni internazionali nel garantire il diritto internazionale quando a violarlo sono i potenti. Gaza è il caso paradigmatico. Da oltre due anni e mezzo una popolazione civile viene sottoposta a una violenza che numerosi organismi delle Nazioni Unite, esperti indipendenti e giuristi hanno indicato come compatibile con gravissime violazioni del diritto internazionale umanitario e, secondo alcuni, con l’ipotesi di genocidio. Il Consiglio di Sicurezza è stato bloccato ripetutamente dal veto statunitense quando si è trattato di chiedere un cessate il fuoco. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto rimasti senza esecuzione. Molti paesi occidentali hanno continuato a fornire armi, copertura diplomatica e giustificazioni legali a geometria variabile. Questo contribuisce a spiegare perché molti paesi del Sud Globale guardino con crescente scetticismo alle istituzioni esistenti e con interesse alle alternative che si vanno costruendo. Quando Tanzania e Uzbekistan chiedono un ordine più rappresentativo, parlano anche a partire dall’esperienza di un sistema in cui il diritto appare applicato in modo diseguale. Detto questo, il fallimento del vecchio ordine non certifica la giustizia del nuovo. Il conflitto in Ucraina, maturato nel corso di un decennio di tensioni e di politiche che, secondo numerosi osservatori, hanno ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, e che ha tra i suoi effetti più duraturi la rottura del legame economico tra Russia ed Europa, non può essere eluso in nessun discorso onesto sul nuovo ordine multipolare. Le responsabilità sono distribuite, ma la guerra c’è, i morti civili ci sono e nessuna architettura di giustizia globale può costruirsi ignorandoli. L’OCCIDENTE CHE NON SI RICONOSCE Mentre guardiamo fuori, dobbiamo guardare anche dentro. L’Occidente che critica il forum di Pietroburgo è lo stesso Occidente in cui la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli storicamente senza precedenti. La working class vede erodere condizioni salariali, tutele previdenziali e accesso ai servizi pubblici a vantaggio di un numero sempre più ristretto di grandi patrimoni. Per molti osservatori, la deriva autoritaria non è un pericolo futuro ma un processo già in corso, fatto di erosione degli spazi di dissenso, attacchi all’indipendenza della magistratura, militarizzazione delle politiche migratorie e compressione del diritto di sciopero. Chi oggi parla di difesa dei valori occidentali di fronte alla Russia dovrebbe spiegare con precisione quali valori intende e per chi valgono. Non c’è superiorità morale automatica da rivendicare. C’è invece la necessità di costruirla concretamente, nelle politiche redistributive, nelle garanzie democratiche e nel rispetto coerente del diritto internazionale. QUALE CONTENUTO PER IL NUOVO ORDINE Il nuovo ordine multipolare porta in sé contraddizioni che chi è per la pace non può ignorare. La sovranità evocata a San Pietroburgo può significare autodeterminazione dei popoli, e in questo senso va sostenuta. Ma può anche diventare lo schermo dietro cui ogni potere si mette al riparo dalla critica interna. Il rischio concreto è che il nuovo ordine replichi le strutture del vecchio, spostando semplicemente i centri di gravità. Un mondo in cui i lavoratori tanzaniani nelle miniere di terre rare vengono sfruttati da imprese cinesi invece che europee non è un mondo più giusto. È un mondo in cui è cambiato il padrone, non la condizione. Chi è per la pace e per la giustizia sociale deve entrare in questo processo come soggetto attivo, portando una proposta fondata su pace negoziata, giustizia sociale, transizione ecologica equa e istituzioni internazionali capaci di applicare il diritto in modo uguale per tutti. È la traduzione politica dell’unica domanda che vale la pena di porre di fronte a ogni ordine che si annuncia come nuovo: nuovo per chi, e a quale costo per i più deboli. Francesco Russo
June 8, 2026
Pressenza
Un altro naufragio evitabile nel Mediterraneo
Almeno 11 vittime nell’ennesimo naufragio nel Mediterraneo. Le autorità italiane e maltesi hanno deciso troppo tardi che valeva la pena intervenire in soccorso dell’imbarcazione in pericolo, con a bordo circa 60 persone. È stato invece il peschereccio Tuncay Sagun-2 a trarre in salvo 48 sopravvissuti. Il nostro aereo Seabird era sul posto e ha avvistato alcuni corpi a bordo della motovedetta italiana. Dalle informazioni a nostra disposizione ci risulta che, ancora una volta, le autorità erano ben consapevoli della situazione e che queste morti si potevano evitare. L’Italia e Malta hanno inviato i loro assetti di soccorso quando ormai era troppo tardi. Dai tracciamenti che abbiamo potuto verificare nella zona delle operazioni, ci risulta infatti che un aereo maltese era già presente sulla scena alle 10:33 UTC. Successivamente nella stessa area sono stati tracciati anche altri assetti aerei maltesi, italiani, di Frontex e di EUNAVFOR MED. Quando l’aereo di monitoraggio di Sea-Watch Seabird 1 ha raggiunto l’area alle 16:42 UTC, una motovedetta italiana, due navi maltesi e il peschereccio che aveva effettuato il soccorso erano sul posto. Abbiamo avvistato diversi corpi sulla motovedetta italiana, dentro ai sacchi per cadaveri. Abbiamo anche visto il trasferimento dei sopravvissuti dal peschereccio alle navi maltesi e l’evacuazione medica di almeno una persona, effettuata da un elicottero maltese. Ancora non si sa quante siano le persone disperse. Chi è Stato? Sea Watch
June 8, 2026
Pressenza
Attivisti denunciati a Pisa, la solidarietà di Pax Christi
Pax Christi Italia esprime solidarietà ai giovani attivisti di Pisa denunciati dopo le mobilitazioni e le azioni nonviolente della scorsa estate e autunno contro il genocidio in Palestina. Sono 54 i giovani che hanno ricevuto le notifiche dopo la conclusione delle indagini della Questura di Pisa. Contemporaneamente sono state comminate decine di sanzioni amministrative per l’azione nonviolenta che, lo scorso 12 ottobre, ha impedito l’ingresso in stazione di un convoglio con armi destinate a Israele. Il genocidio che si compie in Palestina non può lasciarci indifferenti e ogni azione di dissenso è un’azione in difesa dell’umanità, di fatto morta a Gaza. Quando pensiamo alle e ai giovani e adulti di Pisa, di Roma e di tante altre città d’Italia, oggi incriminati per aver protestato in difesa del popolo palestinese, pensiamo a Gaza, alle immagini raccapriccianti di bambini morti e di ospedali distrutti. Pensiamo ai genitori con neonati mutilati e in fin di vita tra le braccia, ai chirurghi che praticano amputazioni senza anestesia, ai medici e ai volontari della Global Sumud Flotilla che cercano di rompere l’assedio per portare aiuti nella Striscia di Gaza. Eppure, oggi, di fronte alla barbarie e a questo abisso, lo Stato ha il coraggio di incriminare giovani e adulti che chiedono ai passanti di fermarsi nelle stazioni e nelle strade, distratti o impotenti dinanzi a tale crudeltà e disumanità. Pax Christi denuncia la repressione verso queste persone che, protestando, ci ricordano che nulla è paragonabile alla distruzione sistematica di un popolo. Siamo di fronte a un fratricidio in diretta che le e i giovani e adulti sensibili rifiutano, attraverso proteste pacifiche. Pax Christi chiede altresì al governo italiano di mettere in atto ogni azione necessaria per la liberazione dei volontari della Global Sumud Flotilla e in particolare degli italiani Domenico Centrone e Dina Alberizia, attivisti partiti con la missione umanitaria Global Sumud Flotilla Land Convoy (equipaggio di terra), tuttora trattenuti in Libia dalle autorità locali. Chiediamo la loro immediata liberazione e il rientro in Italia. La solidarietà è segno di umanità e non può essere ritenuto un reato. Pax Christi Italia
June 8, 2026
Pressenza
Processo naufragio di Cutro, sopravvissuta: soccorsi arrivati dopo 4 ore
“Perché quando siamo entrati nelle acque italiane nessuno è venuto a soccorrerci?”. Mamozai Nigeena, ventiseienne afgana sopravvissuta al naufragio di Cutro, è arrivata a Crotone dalla Germania per testimoniare al processo sui ritardi nei soccorsi al caicco Summer love il cui naufragio, il 26 febbraio 2023, è costato al vita a 94 persone. “Ero a bordo con mio marito. C’erano più di 180 persone. I trafficanti prima di partire ci avevano detto che eravamo pochi, invece eravamo più di 100″, ha spiegato la donna, raccontando le difficoltà di un trasbordo in mare aperto dopo che la prima imbarcazione si era fermata per un’avaria. “Hanno costretto a buttare le valigie, il mare non era calmo come quando eravamo partiti. C’erano donne e bambini che gridavano. Una situazione brutta”. Ricordando i momenti concitati, ha descritto la spietatezza del trasferimento: “Nessuno tra i passeggeri era dotato di salvagente; gli unici dispositivi di sicurezza – ha confermato la teste – erano a disposizione esclusiva dei trafficanti. L’avvistamento di un elicottero dal caicco Rispondendo alle domande dell’avvocato di parte civile, Enrico Calabrese, la ragazza ha ha riferito di aver udito il rumore di un elicottero (anche se non ha saputo precisare a che ora e in che zona) e visto qualcuno scattare delle foto dai finestrini della nave. Su questo dettaglio l’avvocato Francesco Vetere, difensore del tenente colonnello Alberto Lippolis, ha chiesto se potesse trattarsi di un aereo. La risposta della ventiseienne è stata netta: “Sono vissuta in Afghanistan e posso capire la differenza tra un elicottero e un aereo. Non sono solo le mie parole, ma di tanti altri che hanno dichiarato la stessa cosa”. La superstite ha poi ripercorso l’avvicinamento alla costa italiana, visibile in lontananza. “Alla vista di alcune luci che si avvicinavano, i trafficanti si sono spaventati pensando che fosse la polizia e hanno virato bruscamente. È in quel momento che l’imbarcazione si è infranta. “Si sono rotti finestrini, legni, la barca. I bambini urlavano. Mio marito ha telefonato al numero di emergenza, ma solo dopo diverse ore sono arrivati i soccorsi, circa 3 o 4 ore dopo. Non so per quale motivo non sono venuti a soccorrerci. Se la barca era entrata in acque italiane, perché non sono venuti a salvarci?”. “Sono rimasta da sola in Germania” Oggi Mamozai Nigeena vive ad Amburgo. Ha raccontato di essere seguita da una psicologa per i pesanti traumi subiti. Il giudice Scibona, permettendole di parlare liberamente, ha raccolto il suo sfogo: “Noi siamo rimasti vivi, ma ci hanno fatto tante promesse che non sono state mai attuate. Sono rimasta sola in un campo rifugiati in Germania, non abbiamo visto nulla dall’Italia. Nessuna delle promesse fatte è stata mantenuta. Quello che resta della mia famiglia è scappata in Turchia, ma nessuno ci ha aiutato a farli venire qui. Io sono sola in un Paese sconosciuto”. Il dolore di due sorelle afghane Il dolore ha trovato voce anche nella testimonianza di due sorelle afgane, Nabila e Adiba Ander (rappresentate come parte civile dall’avvocato Mareco Bona), le quali hanno perso un fratello nella strage. Avevano provato a partire dall’Afghanistan anni prima, ma solo le donne ce l’avevano fatta, perché i trafficanti le avevano divise dai maschi della famiglia che erano stati rimandati in Afghanistan dalla Turchia. Loro vivevano in Germania. Il 26 febbraio 2023 il fratello sarebbe dovuto arrivare in Europa. Era a bordo del caicco Summer Love: “Aspettava da più di dieci anni questo momento. Abbiamo visto in un video che nostro fratello stava arrivando, eravamo felici. Mia mamma aveva preparato una festa e cucinato per lui. Poi è successo il naufragio. Nostra madre ora vorrebbe uccidersi per il dolore che sta vivendo.”     Anna Polo
June 8, 2026
Pressenza
Processo Naufragio Cutro, Frontex scrisse che era una barca con migranti
Frontex ha chiaramente scritto nelle sue comunicazioni che era da considerare l’ipotesi che il caicco Summer Love fosse una barca con migranti. E’ quanto emerso dal duro scontro tra avvocati avvenuto il 5 giugno durante l’udienza del processo sui ritardi nei soccorsi all’imbarcazione il cui naufragio a Cutro il 26 febbraio 2023 ha causato la morte di 94 persone. La polemica è scoppiata dopo una domanda dell’avvocato Enrico Calabrese durante la testimonianza del capitano di corvetta Giovanni Paolo Arcangeli, all’epoca dei fatti Capèo del servizio operativo della Capitaneria di porto di Crotone. Il difensore di parte civile aveva chiesto se l’ufficiale avesse visto la comunicazione di Frontex che parlava di barca con migranti. Una domanda alla quale si sono opposti gli avvocati degli imputati, sostenendo che Frontex non aveva mai scritto quell’affermazione. Un’opposizione molto vivace che, però, qualche minuto dopo – mentre era continuata la testimonianza di Arcangeli – è stata subito smentita. L’avvocato Calabrese ha mostrato la comunicazione di Frontex presente agli atti che riportava testualmente “possible migrant vessel” (probabile imbarcazione di migranti).Calabrese ha specificato che si trattava della seconda comunicazione di Frontex sull’evento, arrivata alle 23,29 (la prima è delle 23.10) precisando che era “contenuta in un atto a firma del colonnello Vardaro”.   Redazione Italia
June 8, 2026
Pressenza
10 giugno: i comitati milanesi in piazza contro la Green Week
Dal 2022 nella fitta agenda delle weeks milanesi se ne è insinuata una di cui la Giunta comunale avrebbe fatto volentieri a meno: è quella che i comitati civici ambientalisti organizzano in concomitanza alla Green Week dell’Assessora Elena Grandi per denunciare l’ipocrisia dell’amministrazione Sala, la distanza tra le promesse e le narrazioni propinate ai cittadini (tante proprio durante le weeks) e la realtà dei fatti che le smentisce. Inizialmente denominata Grey Week dal colore del cemento che a Milano prevale decisamente sul “green”, la settimana dei comitati si è evoluta in una Fake Week articolata in quattro giornate di convegni, dibattiti, laboratori e momenti di piazza. L’organizzazione fa capo alla Rete dei Comitati della Città metropolitana di Milano, con la partecipazione di altre realtà civiche – anche gruppi giovanili e centri sociali – e di docenti universitari, esperti e giornalisti. La Grey e la Fake Week dei comitati milanesi si erano sempre svolte a settembre, negli stessi giorni della Green Week comunale. Nel 2026 però l’Assessorato al Verde – con una mossa a sorpresa non pubblicizzata sui media- ha spostato la Green Week a giugno, secondo qualche maligno proprio nel tentativo di liberarsi dalla “copertura” della Fake Week. La Rete dei Comitati, dal canto suo, ha confermato la programmazione della Fake Week 2026 per settembre. Ma gli attivisti dei numerosi comitati ambientalisti milanesi – la stessa Rete, ma anche il gruppo afferente alla nota pagina Facebook “ForestaMI e poi DimenticaMI?” ed altri – non hanno voluto mancare all’appuntamento con la Green Week e hanno deciso di far sentire la propria voce critica proprio nel giorno della sua apertura, mercoledì 10 giugno, dando vita a un presidio intitolato “Milano non è GREEN; ma GREY!” davanti a Palazzo Marino, dalle ore 17 fino alle 19,30. La chiamata alle armi, rivolta a “cittadine, cittadini, gruppi informali di cittadinanza attiva, comitati e associazioni”, che sono tutti invitati a scendere in piazza, si legge a chiare lettere sulla pagina Facebook di “ForestaMI e poi DimenticaMI”, dove è annunciato anche un flash-mob che si preannuncia stuzzicante: “10 giugno tutt@ in piazza Scala dalle 17 per denunciare l’ipocrisia di Milano Green City! Mercoledì 10 giugno noi di ForestaMI e poi DimenticaMI insieme alla Rete dei Comitati della Città Metropolitana di Milano e ‘Facciamo l’appello-Stop consumo di suolo’ andiamo in piazza – nel giorno di apertura dell’ennesima Green Week della Giunta Sala – per denunciare, ancora volta, che Milano è malata di ipocrisia green. Il primo passo verso la guarigione è guardare la realtà sotto la cortina di fumo green continuamente alimentata da narrazioni, proclami e comunicati stampa su iniziative di facciata e interventi pochissimo rilevanti dal punto di vista ambientale. La realtà è un decennio di manutenzione del verde pietosa e un crescendo di scempi ambientali (da piazzale Baiamonti a San Siro), il proliferare di piazze-isole di calore (altro che i milioni di alberi e le foreste urbane promessici col progetto ForestaMI!), mentre la città è preda degli appetiti dei privati e dei fondi immobiliari che costruiscono come se non ci fosse un domani, il nostro domani! Il secondo passo verso la guarigione è chiedere, pretendere tutt@ insieme politiche di vera discontinuità. Alle ore 18 gli attivisti dei comitati daranno vita al flash mob ‘E’ la Giunta GREY che conta!’”. Redazione Milano
June 8, 2026
Pressenza
Per 30 milioni di italiani la mobilità quotidiana è sistematica e per lo più in auto
La mobilità sistematica, ossia l’insieme degli spostamenti quotidiani e ripetitivi che le persone compiono per motivi di studio o lavoro, in Italia coinvolge oggi oltre 30 milioni di persone, pari al 51% della popolazione residente nazionale e oltre il 58% degli spostamenti quotidiani sono sistematici. Il dato delinea un Paese in costante movimento che segna una ripresa della mobilità, rispetto ai 28,8 milioni del 2011, caratterizzata da un marcato utilizzo del mezzo privato. È quanto emerge dall’Osservatorio MOBISCO, promosso da MOST-Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile, un’iniziativa che si pone come una piattaforma avanzata di supporto alle decisioni, capace di integrare fonti informative eterogenee con l’obiettivo di produrre analisi integrate e poter contribuire ad orientare le politiche pubbliche verso modelli di trasporto più efficienti, efficaci e sostenibili (https://www.centronazionalemost.it/news/mobisco-protagonista-su-%C3%A8ureka-i-dati-che-raccontano-come-si-muove-l-italia). L’automobile resta la scelta predominante per circa 18 milioni di individui. Tra i lavoratori, il 73,7% utilizza esclusivamente mezzi privati, mentre solo il 7% si affida unicamente al trasporto pubblico. I mezzi pubblici trovano maggiore riscontro nel Nord e nelle grandi città, mentre la bicicletta si conferma una prerogativa quasi esclusiva del Nord-Est. Al Sud e nei centri urbani più densamente popolati si registra, invece, la quota più alta di mobilità a piedi. Le città del Sud di dimensione demografica inferiore, nelle quali verosimilmente è minore l’offerta di trasporto pubblico, sono il tipo di area con i più elevati tassi di uso delle autovetture private per andare a scuola e al lavoro. Sono circa 10 milioni gli studenti e oltre 24 milioni i lavoratori che ogni giorno si spostano dal proprio luogo di residenza. Quanto al tema degli infortuni in itinere, le denunce di infortuni in itinere  certificati da MOBISCO sono in aumento e pari nel 2025 a 99.939 (rispetto a 96.835 del 2024) e a 293 quelli mortali (rispetto ai 280 nel 2024). Aumentano anche le denunce di infortuni degli studenti in itinere, da 2.011 del 2024 a 2.181 del 2025 (+8,45%). Come sottolinea da tempo la Clean Cities Campaign, la coalizione europea di oltre 100 ONG, associazioni ambientaliste, movimenti di base e organizzazioni della società civile che ha come obiettivo una mobilità urbana a zero emissioni entro il 2030, “ridurre il numero di automobili in circolazione, abbassare le velocità e ripensare lo spazio urbano partendo dalle esigenze delle persone. È questo il cambio di paradigma indicato da numerosi studi internazionali. La sicurezza stradale non può più essere affrontata esclusivamente attraverso interventi puntuali o campagne di sensibilizzazione. Occorre invece una trasformazione strutturale della mobilità urbana, capace di ridurre il traffico privato motorizzato e favorire trasporto pubblico, mobilità attiva e città a misura di pedoni e ciclisti. L’approccio del “Safe System”, sempre più adottato in Europa, parte da un principio chiave: l’errore umano è inevitabile, ma le strade devono essere progettate in modo da evitare che questi errori provochino morti o feriti gravi. In questo quadro assumono un ruolo centrale le “Città 30”, la moderazione del traffico, le infrastrutture ciclabili protette, gli attraversamenti sicuri e la redistribuzione dello spazio pubblico”. Intanto, continua a crescere il bilancio delle vittime tra i pedoni sulle strade italiane. Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio Pedoni ASAPS-Sapidata, dall’inizio del 2026 sono già 175 i decessi e 10 solo nell’ultima settimana. Nei primi 5 mesi del 2026 abbiamo avuto un +19% di morti rispetto al 2025, un aumento veramente preoccupante. La regione Lombardia è in testa con 25 decessi. “Gli investimenti mortali avvenuti sulle strisce pedonali, sottolinea l’Osservatorio Pedoni  ASAPS-Sapidata, sono stati complessivamente ben 83 su 175 dal 1° gennaio. Diciassette gli episodi di pirateria stradale da inizio anno, dove il conducente è fuggito lasciando a terra il pedone, senza prestare soccorso (…) dati che non tengono conto dei feriti gravi, che molto spesso perderanno la vita negli ospedali anche a distanza di mesi. Istat infatti conta solo i decessi nei primi trenta giorni dal sinistro. Altri pedoni sono stati investiti addirittura mentre camminavano tranquilli sul marciapiede”. Per fortuna iniziative positive non mancano, come l’edizione primaverile delle “Streets for Kids Action Days” (https://italy.cleancitiescampaign.org/streetsforkids/), che ha registrato nel nostro Paese 241 iniziative, più del doppio rispetto allo scorso anno e il numero più alto a livello internazionale, su un totale di 584 azioni censite nel mondo. Le iniziative si sono svolte in 108 città italiane. Tra le collaborazioni più rilevanti vengono segnalate quelle con FIAB (Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta), che ha contribuito alla diffusione degli eventi Bimbimbici, e con ARPA Emilia-Romagna, che ha supportato numerose iniziative organizzate dalle amministrazioni locali. Qui i dati sui decessi da inizio anno dell’Osservatorio Pedoni ASAPS-Sapidata: https://www.asaps.it/83622-osservatorio_pedoni_asaps-sapidata_2026__sono_175_i_decessi_da_inizio_anno_10_ne.html Giovanni Caprio
June 8, 2026
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