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La Rivoluzione dei Fenicotteri continua nonostante fermi e intimidazioni
Il 23 luglio, nel suo ormai 54° giorno, la protesta è tornata davanti al Parlamento di Tirana, questa volta la mattina, a partire dalle 8.00. Centinaia di persone si sono radunate davanti al Parlamento, mentre all’interno era in corso la seduta plenaria che avrebbe deciso sulla proprietà delle terre agricole agli stranieri. Più che in un unico punto, i manifestanti si sono distribuiti intorno ai diversi ingressi del Parlamento, già circondato da transenne metalliche e da ingenti schieramenti di polizia. Ormai sapete che le manifestazioni principali si svolgono nel tardo pomeriggio ogni giorno da oltre cinquanta giorni, con il corteo da piazza Skanderbeg che si dirige verso la sede del premier, per il presidio che dura diverse ore e poi la marcia che continua per altro tempo e percorso indefiniti. A questi appuntamenti fissi che scandiscono ormai la quotidianità della capitale Tirana, si aggiungono azioni straordinarie al mattino o nei weekend. Vengono convocate ad esempio quando il Parlamento è riunito come i presìdi del 2 luglio e del 20 luglio, oppure davanti ad altre istituzioni, come quello del 9 luglio in cui si è protestato davanti al Ministero della Cultura contro i quattro milioni di euro pubblici destinati al concerto di Ye (conosciuto ai più come Kanye), mentre nei fine settimana la mobilitazione si sposta nei territori recintati e sottratti all’accesso pubblico, tra cui Zvërnec (13 maggio), Rrjoll (13 giugno) e Kakome (21 giugno). Tornando al 23 luglio, tra i provvedimenti contestati vi è una bozza di legge pubblicata per la consultazione dal Ministero dell’Agricoltura e dello Sviluppo rurale, intitolata «Sul trasferimento della proprietà dei terreni agricoli a persone fisiche e giuridiche straniere». Il testo apre la strada all’acquisto di terreni agricoli da parte di cittadini e società straniere, prevedendo che le nuove disposizioni producano effetti sette anni dopo l’eventuale adesione dell’Albania all’Unione Europea. Attualmente gli investitori stranieri possono prendere in affitto la terra agricola fino a 99 anni, ma non acquistarla. Il nuovo testo consentirebbe invece la compravendita di terreni privati e statali, compresi quelli appartenenti al fondo delle terre pubbliche definite “disponibili” o non ancora assegnate. Una proposta di legge discussa pochi giorni dopo che il Viceministro dell’Agricoltura Fatmir Guri e il direttore generale del Ministero israeliano dell’Agricoltura e della Sicurezza alimentare, Oren Lavi, hanno firmato un memorandum dedicato alle tecnologie agricole, alla produzione sostenibile, alla sicurezza alimentare e alla ricerca congiunta. Era il 2 giugno, terzo giorno della Rivoluzione dei Fenicotteri. La tensione è salita drasticamente intorno alle 10, quando la polizia ha tentato di spostare le barricate per impedire il lancio di uova e pomodori contro i veicoli dei parlamentari. Fallito il tentativo di allontanare i manifestanti, le forze dell’ordine hanno utilizzato spray al peperoncino e due autocisterne ad acqua per disperdere la protesta. Per alcuni minuti, l’ingresso del Parlamento si è trasformato in un luogo di scontro e lancio di pomodori e uova. Dalla piazza si sono levati gli slogan “Rama, dimettiti”, “Rama in carcere, Berisha in carcere” e “Parlamento del crimine”, “Polizia del crimine”, “E’ arrivata la vostra fine”. I presidi sono continuati anche oltre le 16, momento intorno al quale, tra le 25 e le 30 persone sono state portate nei commissariati numero 1 e 3 di Tirana. Il Comitato Albanese di Helsinki ha accertato che, entro le 17, nel solo commissariato numero 1 erano trattenute 18 persone: cinque erano state interrogate e rilasciate, mentre per le altre tredici le procedure erano ancora in corso. Tra le persone fermate vi erano due donne che non avevano compreso per quale ragione fosse stata limitata la loro libertà. Una di loro ha riferito di essere stata portata via mentre stava semplicemente filmando. Edison Lika, attivista di Mesdhe e volontario di Drejtesi Sociale era in collegamento diretto online con la TV di News24. Nel commissariato si trovava anche un manifestante con ferite alla testa e a un braccio, trasferito dopo essere stato prelevato dall’ospedale militare. Tra le persone condotte in commissariato c’era anche Vjolanda Peca, giornalista di Citizens.al, fermata mentre stava documentando la protesta. Il rappresentante del Comitato Albanese di Helsinki Zylyftar Bregu ha condannato sia il fermo sia l’interrogatorio della giornalista. Anche se in quel momento non mostrava il badge, ha osservato Bregu, dopo essersi identificata come giornalista la condotta della polizia avrebbe dovuto cambiare immediatamente e non tradursi in una limitazione della libertà. Le testimonianze raccolte parlano inoltre di persone trascinate a terra e dell’impiego di lacrimogeni in presenza di bambini, anziani, persone malate e con disabilità. Il manifestante Skerdi Topalli ha denunciato in particolare il trattamento riservato alle donne e alle madri trascinate via dagli agenti. La repressione non ha però disperso definitivamente la mobilitazione. I manifestanti sono rimasti davanti agli ingressi e alle uscite del Parlamento fino a dopo le 17. Al termine del presidio, gli organizzatori hanno invitato la cittadinanza a marciare verso i commissariati nei quali erano trattenute le persone fermate. La Rivoluzione dei Fenicotteri non è morta, né arretra di un passo. La risposta del 23 luglio mostra e semmai rafforza la volontà del popolo albanese di resistere. I fenicotteri continuano a occupare lo spazio pubblico nonostante le intimidazioni, le campagne di delegittimazione, le transenne, gli idranti, i lacrimogeni e i fermi di polizia. La forza dei fenicotteri sta proprio nella persistenza. La forza dei fenicotteri albanesi non consiste nel rispondere alla violenza con altra violenza, ma nel continuare a occupare lo spazio pubblico nonostante le intimidazioni, le campagne di delegittimazione, le transenne, gli idranti, i lacrimogeni e i fermi di polizia. Essere pacifici non significa accettare l’ingiustizia, né fermarsi o arretrare. Oggi è il 56° giorno e la protesta che richiamerà la diaspora è prevista per il 14, 15 e 16 agosto. Foto di Trivet Fioralba Duma
July 25, 2026
Pressenza
Montello, sindaci frenano la controproposta della Montello Spa. Comitato Aria Pulita Tomenone: “L’azienda, in cinque anni, non ha risolto il problema”
Energia per i Comuni confinanti e una Casa della Comunità a beneficio della cittadinanza, a fronte di un assenso al progetto del termovalorizzatore nell’ambito della Conferenza dei Servizi: è la proposta avanzata dalla Montello Spa che, con il progettato impianto di incenerimento dei rifiuti, potrebbe mettere a disposizione qualcosa come 20.000 MWh prodotti dall’impianto stesso. La proposta dell’azienda di mettere a disposizione 20.000 MWh e di realizzare una Casa della Comunità non ha fatto vacillare i primi cittadini che hanno ribadito la contrarietà all’impianto e rilanciato: “Rimane prioritario intervenire con iniziative concrete sulle emissioni odorigene. Moratoria di 12 mesi alla Conferenza dei Servizi per cercare una soluzione condivisa per un sostegno concreto al mondo del riciclo” “Una proposta che era già stata illustrata, seppur in via informale, ai sette Comuni confinanti nel corso dell’incontro svoltosi il 10 luglio presso il municipio di Montello, al quale ha partecipato, in rappresentanza degli altri 40 Comuni contrari all’inceneritore, anche la sindaca di Cenate Sopra – sottolineano in una nota i sindaci di Albano Sant’Alessandro, Bagnatica, Brusaporto, Costa di Mezzate, Gorlago, San Paolo d’Argon e il commissario straordinario di Montello – In quella sede, il presidente di Montello S.p.A. aveva dichiarato che, a fronte di un assenso dei Comuni al progetto nell’ambito della Conferenza dei Servizi, l’azienda avrebbe inoltre realizzato una Casa della Comunità a beneficio della cittadinanza. I sindaci hanno, in quella sede, sottolineato che rimane prioritaria per le rispettive comunità la necessità di intervenire con iniziative concrete sulle emissioni odorigene della Montello Spa e non ritengono percorribile la strada del termovalorizzatore. Allo stesso tempo,  hanno avanzato una proposta concreta: una moratoria di dodici mesi della Conferenza dei Servizi e la collaborazione, in tale periodo, per portare all’attenzione della Regione la ricerca di una soluzione politica condivisa per un sostegno concreto al mondo del riciclo e, parallelamente, l’istituzione di un tavolo tecnico realmente paritetico tra il Politecnico di Milano, consulente dell’azienda, ARPA e i tecnici incaricati dai Comuni, con l’obiettivo di individuare una soluzione definitiva al problema delle emissioni odorigene”. La risposta del Comitato Aria Pulita Tomenone e della Lista civica Aria Nuova di Montello non si sono fatte attendere, rispondendo in un comunicato stampa: “Prendiamo atto di quanto riportato da BergamoNews in merito all’incontro tra Montello S.p.A. e i Comuni interessati. Riteniamo tuttavia necessario chiarire un punto fondamentale, che non deve prestarsi ad alcun equivoco. La richiesta avanzata dai Comuni di una moratoria di 12 mesi della Conferenza dei Servizi, che secondo quanto riportato Montello S.p.A. avrebbe accolto con interesse riservandosi di valutarla, non può e non deve essere interpretata come un’apertura alla realizzazione del termovalorizzatore.  Come ARIA PULITA TOMENONE e ARIA NUOVA esprimiamo forti perplessità rispetto a una moratoria di dodici mesi, qualora questa comporti semplicemente un rinvio dell’iter autorizzativo. A nostro avviso, una sospensione potrebbe offrire a Montello S.p.A. il tempo necessario per riorganizzare la propria strategia in una fase in cui il progetto incontra una forte opposizione: sette Comuni hanno espresso la loro contrarietà e una parte significativa della popolazione continua a manifestare un netto rifiuto dell’inceneritore. Riteniamo inoltre che le dichiarazioni diffuse dall’azienda e alcune interpretazioni riportate sulla stampa rischino di alimentare un messaggio fuorviante. La decisione finale non spetta infatti a Montello S.p.A., bensì alla Conferenza dei Servizi, che ad oggi non ha ancora convocato la quarta seduta. Per questo rivolgiamo un appello ai sindaci: non arretrino rispetto alla posizione assunta finora e confermino con fermezza il loro NO al progetto, affinché tra dodici mesi non ci si ritrovi a discutere di opere compensative anziché del futuro del nostro territorio. Vogliamo che sia chiaro a tutti – cittadini, istituzioni, Regione Lombardia e Montello S.p.A. – che il nostro NO all’inceneritore è totale, definitivo e non negoziabile. Nessuna promessa di produzione energetica, nessuna opera compensativa, nessuna Casa della Comunità e nessun’altra forma di compensazione potranno mai modificare la nostra posizione. Anche nell’ipotesi, oggi altamente improbabile, che il problema dei miasmi venisse completamente risolto, la nostra contrarietà alla realizzazione del termovalorizzatore resterebbe immutata. Le ragioni del nostro dissenso sono ambientali, sanitarie e legate a una precisa visione del futuro del territorio, che riteniamo debba fondarsi sulla riduzione dei rifiuti, sul riuso, sul riciclo e sull’economia circolare, non sull’incenerimento. Chiediamo che nessuno utilizzi la proposta di moratoria per alimentare interpretazioni fuorvianti o per far credere che esistano margini di trattativa sull’impianto. Non è così. Il nostro messaggio è uno solo: nessun compromesso, nessuna trattativa, nessun passo indietro. Esistono infatti alternative concrete, realistiche e pienamente praticabili all’incenerimento. Queste si fondano sul rafforzamento della raccolta differenziata, sullo sviluppo dell’economia circolare e sull’applicazione dei principi delle 4R: Riduzione, Riutilizzo, Riciclo e Recupero di materia. L’obiettivo deve essere quello di massimizzare il recupero dei materiali e ridurre al minimo gli scarti residui, senza ricorrere alla combustione come destinazione finale dei rifiuti. Precisiamo inoltre che non siamo contrari a una moratoria se questa fosse promossa e gestita dagli organismi istituzionali competenti e dagli enti di controllo nell’interesse pubblico. Riteniamo però indispensabile che cittadini e comitati possano partecipare direttamente ai tavoli di confronto e ai processi decisionali che definiranno il futuro del territorio. Le scelte che verranno assunte riguardano il modello di sviluppo territoriale e la qualità della vita delle nostre comunità; per questo chiediamo un percorso realmente trasparente, condiviso e partecipato. ARIA PULITA TOMENONE e ARIA NUOVA continueranno a sostenere con determinazione, insieme ai cittadini e alle amministrazioni che condividono questo percorso, la difesa della salute pubblica, dell’ambiente e del territorio, promuovendo un modello di gestione dei rifiuti orientato all’innovazione, alla sostenibilità e alla tutela delle future generazioni.” L’azienda ha avuto cinque anni di tempo per adeguarsi alle normative e risolvere le problematiche legate ai miasmi. A oggi, tuttavia, il problema non è stato ancora risolto e i disagi per i cittadini continuano a persistere: molestie olfattive, inquinamento odorigeno decennale e l’incombente progetto di incerimento della Montello Spa. I Comuni hanno ribadito la disponibilità, condivisa anche con il presidente della Provincia, “al confronto istituzionale e alla ricerca di soluzioni condivise con l’obiettivo di risolvere il problema delle emissioni odorigene e trovare soluzioni alternative all’inceneritore. Continueremo a operare con lo stesso spirito e nella stessa direzione, nella convinzione che temi così rilevanti per la salute pubblica, l’ambiente e il futuro del territorio richiedano dialogo, responsabilità e trasparenza”.   Redazione Sebino Franciacorta
July 24, 2026
Pressenza
Orti Botanici di Ome, arriva il direttore scientifico: il professor Andrea Mastinu dell’UNIBS guiderà la ricerca
Ci sono luoghi che nascono dalla passione e, con il tempo, diventano patrimonio della conoscenza. Gli Orti Botanici delle Querce e delle Conifere di Ome, in provincia di Brescia appartengono a questa categoria. Da quasi trent’anni un esercito silenzioso di volontari, guidati dal professor Antonio De Matola, custodisce oltre quattro ettari di biodiversità, dove convivono più di trecento specie vegetali provenienti da ogni parte del mondo. Un patrimonio botanico che oggi compie un ulteriore salto di qualità. In autunno sarà ufficializzata la nomina del professor Andrea Mastinu, botanico, docente dell’Università degli Studi di Brescia e da anni collaboratore degli Orti Botanici, quale direttore scientifico della struttura. Un incarico che affiancherà, senza sostituirla, la figura storica del curatore Antonio De Matola, dando vita a un binomio destinato a consolidare il ruolo degli Orti come laboratorio di ricerca, formazione universitaria e divulgazione scientifica. Una scelta che nasce naturalmente da una collaborazione già consolidata. «Mi sono avvicinato agli Orti Botanici di Ome – racconta Mastinu – inizialmente per la straordinaria collezione di querce e conifere presenti. Ho capito subito che non si trattava semplicemente di un giardino botanico, ma di un luogo con un valore scientifico eccezionale. L’Università di Brescia dispone di aree dedicate alla didattica, ma non possiede un vero orto botanico. Qui, invece, troviamo una ricchezza di specie, cultivar e varietà difficilmente riscontrabile altrove, inserite peraltro in ecosistemi naturali che permettono di studiare le piante nel loro contesto ecologico.» Un patrimonio che, secondo il docente, rappresenta un unicum anche nel panorama nazionale. «La varietà delle querce, delle conifere e di molte altre specie presenti a Ome è sorprendente. Non è un patrimonio facilmente confrontabile nemmeno con orti botanici storici come quelli di Pavia o Padova. È proprio questa straordinaria biodiversità ad averci spinto ad avviare i primi progetti di ricerca.» Da quella scoperta sono nate già due tesi di laurea sviluppate insieme ad Antonio De Matola e dedicate allo studio di alcune specie di conifere. Ma quello rappresenta soltanto l’inizio di un percorso destinato ad ampliarsi. Tra le ricerche più promettenti vi è quella nata dopo la recente spedizione scientifica condotta in Scozia, dedicata allo studio del tasso millenario. «Stiamo cercando di capire – spiega Mastinu – se questi antichissimi esemplari possiedano caratteristiche biologicamente attive di particolare interesse, soprattutto in ambito oncologico. È uno studio ancora nelle sue fasi iniziali, ma potrebbe aprire prospettive molto interessanti.» Parallelamente prenderà avvio un nuovo progetto dedicato alla Camptotheca acuminata, nota come “Albero della vita”, specie originaria della Cina celebre per la produzione della camptotecina, molecola da cui derivano importanti farmaci antitumorali. «Proprio nei prossimi giorni alcuni ricercatori dell’Università di Brescia effettueranno i primi campionamenti sugli esemplari presenti agli Orti Botanici di Ome. Il nostro obiettivo è continuare a sviluppare gli studi fitoterapici e farmacobotanici, senza mai perdere di vista l’aspetto ecologico. Le piante non vivono isolate: costruiscono comunità, instaurano relazioni, dialogano continuamente con l’ambiente. Comprendere queste interazioni è oggi una delle sfide più affascinanti della botanica moderna.» Campionature svolte all’interno degli Orti Botanici di Ome   La nomina del direttore scientifico rappresenta quindi molto più di un riconoscimento personale. È il tassello di un progetto condiviso che vede coinvolti l’Associazione Orti Botanici di Ome, il Comune di Ome guidato dal sindaco Alberto Vanoglio e l’Università degli Studi di Brescia. Il nuovo incarico affiderà a Mastinu il coordinamento scientifico delle attività di ricerca: dalla catalogazione sistematica delle specie presenti all’introduzione di nuove entità botaniche, fino alla costruzione di collaborazioni con università ed enti di ricerca italiani e internazionali. «Il nostro compito sarà studiare in maniera sempre più approfondita le collezioni esistenti, individuare nuove specie da inserire e valorizzare e continuare ad arricchire la biodiversità dell’orto. Ogni nuova pianta rappresenta un’opportunità di ricerca, ma anche un contributo concreto alla conservazione della diversità biologica.» Accanto alla ricerca crescerà anche la dimensione formativa. Per l’Università di Brescia gli Orti Botanici diventeranno infatti un’aula a cielo aperto. Mastinu insegna Biologia Vegetale e Biodiversità Vegetale nel corso di laurea in Agraria, Botanica Farmaceutica nel corso di Farmacia e, dal prossimo anno accademico, sarà docente anche nel corso di laurea in Biotecnologie. «Per gli studenti poter osservare direttamente le piante, studiarne le strutture, comprenderne gli adattamenti e imparare a caratterizzare le molecole bioattive direttamente sul campo ha un valore enorme. La botanica non può rimanere soltanto sui libri. Toccare una pianta, riconoscerla, comprenderne l’ecologia significa costruire una conoscenza molto più profonda.» Una parte importante dell’attività riguarderà anche la divulgazione scientifica. Grazie all’affiliazione di Mastinu alla Società Botanica Italiana, gli eventi organizzati dagli Orti Botanici di Ome potranno entrare in reti scientifiche sempre più ampie, richiamando studiosi, ricercatori e appassionati provenienti da tutta Italia. «Vogliamo rafforzare il dialogo tra ricerca e società. Gli Orti Botanici devono continuare a essere un luogo aperto, dove la scienza incontra le persone. La divulgazione non è un’attività accessoria: è parte integrante della ricerca.» Ed è proprio qui che emerge forse l’aspetto più umano di questa nuova avventura. «Dal punto di vista personale – conclude Mastinu – ciò che mi emoziona di più è poter conoscere ancora meglio questa realtà costruita giorno dopo giorno dal volontariato. Sono abituato a lavorare con ricercatori, studenti e professionisti, ma confrontarsi con chi dedica gratuitamente tempo, competenze e passione per custodire un patrimonio collettivo rappresenta un’esperienza straordinaria. È la vera open science: una scienza aperta, condivisa, che nasce anche dall’impegno delle persone. Senza quei volontari, oggi gli Orti Botanici di Ome semplicemente non esisterebbero.» In fondo è forse questa la lezione più importante. La ricerca ha bisogno di laboratori, strumenti e università. Ma ha bisogno anche di luoghi dove la conoscenza cresce lentamente, come un albero. E agli Orti Botanici di Ome, da quasi trent’anni, qualcuno continua a prendersene cura. Simona Duci
July 24, 2026
Pressenza
Il documentario “Sarajevo Safari” e il libro “I cecchini del weekend” raccontano l’atroce vicenda dei serial killer protetti dalle autorità
La prima reazione spontanea è l’incredulità: non può essere vero. Persone stimate, benestanti, di buona cultura e ottima posizione sociale disposte a pagare l’equivalente di 100mila euro per andare in una città assediata, sparare da una postazione in collina e uccidere impunemente civili innocenti, costretti a uscire di casa per tentare di procurarsi un po’ d’acqua o qualcosa da dare da mangiare ai figli. Se il bersaglio è un bambino, la preda più ambita, si festeggia. Poi vengono le ragazze, meglio se belle adolescenti, poi le donne, gli uomini e infine gli anziani: colpirli non è poi così difficile perché sono meno veloci a correre a zigzag. Non stiamo parlando di un sociopatico esaltato a caccia di musulmani, ma di centinaia di facoltosi e “insospettabili” professionisti provenienti da numerosi Paesi europei. Per quanto riguarda l’Italia, la cifra indicativa dei “cecchini del weekend” si stima sulle 200 unità. Cifra da moltiplicare per un numero non identificato di Paesi europei coinvolti in questo atroce traffico di sangue umano. Ma l’elemento se possibile più sconvolgente di questa vicenda è il fatto che sia stata insabbiata per oltre trent’anni, malgrado le prime prove e testimonianze fossero a conoscenza di organi dello Stato e pubblicate da alcuni importanti quotidiani già nel 1995. A portare finalmente alla ribalta questa storia di serial killer protetti dalle autorità sono stati un documentario e un libro inchiesta: “Sarajevo Safari” di  Miran Zupanič, uscito nel 2022, ma ignorato dalla distribuzione fino a pochi mesi fa, e “I cecchini del weekend” di Ezio Gavazzeni, pubblicato per i tipi di PaperFIRST nel marzo scorso e già giunto alla terza edizione. Il film e il libro sono legati perché, come spiega Gavazzeni, proprio dalla notizia dell’esistenza del documentario nell’autunno 2023 partì il suo interesse per la vicenda. Il regista Zupanič fornì a Gavazzeni la possibilità di vedere il documentario (che nessuna piattaforma europea aveva mai voluto acquistare) e il contatto di Edin Subasič, ex uomo dei servizi di intelligence bosniaci che tentò di denunciare il caso. Lo scrittore si prodiga da allora per scoprire la verità sulla strage di civili e allo scopo ha formato un team composto anche dall’ex magistrato Guido Salvini, dall’avvocato Nicola Brigida e dalla criminologa Martina Radice. L’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia bellica moderna europea, durò 1.425 giorni, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Le forze serbo-bosniache guidate da Ratko Mladić e l’Armata Popolare Jugoslava circondarono la città, intrappolando oltre 300mila civili e causando più di 11mila morti. Per questo e altri crimini di guerra (tra cui il massacro di oltre 8mila musulmani bosniaci a Srebrenica nel 1995) Mladić è stato condannato in via definitiva all’ergastolo nel 2021. In questi giorni il cinema Metropolis di Paderno Dugnano ha proiettato il documentario e offerto al numeroso pubblico l’occasione di ascoltare e dialogare con l’autore del libro. Proprio Ezio Gavazzeni nel gennaio 2025 ha depositato alla Procura di Milano (luogo di origine di numerosi cecchini) un esposto che ha dato origine in ottobre a un procedimento penale (n. 743/2025) affidato al pubblico ministero Alessandro Gobbis. “Da ottobre a oggi – dice Gavazzeni – quattro italiani sono stati iscritti nel registro degli indagati, ma è di pochi giorni fa la notizia di una quinta persona, un nobile. Tutti i ‘clienti’ erano di sesso maschile, molti abbastanza giovani, fra i 30 e i 40 anni. Devo ammettere che speravo in qualche pentito, gente che a distanza di decenni sentisse rimordere la coscienza magari dopo qualche traversìa personale. Invece finora non è successo.” Cinque procure di Italia, Bosnia, Svizzera, Austria e Belgio si sono incontrate a fine giugno per unire le forze e confrontare le informazioni. Ezio Gavazzeni spera che le inchieste siano presto cooptate sotto l’”ombrello” di Eurojust (agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione giudiziaria penale), che riunisce pubblici ministeri e magistrati nazionali per coordinare le indagini e facilitare l’estradizione e l’assistenza giudiziaria tra i diversi Stati europei. “Ventitré Paesi – spiega lo scrittore – hanno chiesto l’apertura di un’inchiesta europea. In autunno io testimonierò a Bruxelles, che è il luogo di origine dell’organizzazione che gestiva il traffico, un’importante società di security (quelle che forniscono i contractors nei teatri di guerra) con 55mila dipendenti. In settembre andrò anche a Sarajevo, su invito del Comune che si costituirà parte civile nel procedimento penale attraverso gli avvocati del mio team e ciò ci consentirà di avere maggiori informazioni. Questo è anche l’effetto della diffusione del libro, che sarà presto tradotto anche in russo.” Sia “Sarajevo Safari” che “I cecchini del weekend” propongono al pubblico importanti testimonianze di ex esponenti dei servizi segreti e di ex militari che accompagnavano i “clienti” alle postazioni dei cecchini serbi sulle colline intorno alla Sarajevo assediata o che sapevano dell’esistenza del traffico. Da diverse fonti si apprende che già a fine ’93 i servizi segreti bosniaci avevano informato il Sismi del “viavai di cecchini” dall’Italia a Sarajevo. Il Sismi avrebbe informato a sua volta il Sisde. Dopo qualche mese quest’ultimo avrebbe assicurato ai bosniaci che i killer erano stati identificati e il traffico bloccato, ma in realtà nulla cambiò e le trasferte per uccidere proseguirono fino alla fine del 1995. Inoltre grazie a un articolo dell’Ansa – che l’aveva ottenuta da una fonte del Tribunale permanente dei popoli – già a metà anni ’90 fu diffusa la notizia dell’esistenza dei cecchini, ripresa con evidenza dal Corriere della Sera e dalla Stampa di Torino. Anche un giornalista della Nazione di Firenze dedicò un’inchiesta all’argomento. Tali articoli portarono all’apertura di un procedimento penale poi però archiviato. Ma come facevano i cecchini del weekend a conoscere la possibilità di partecipare ai “safari umani”? “Sappiamo di ‘reclutatori’ mandati dalle potenti società di security che lucravano sul traffico. Uno di questi reclutatori ‘stazionava’ in un bar di Garbagnate Milanese, un altro, ex Folgore, ‘riceveva’ il sabato mattina in un motel di Milano. Probabilmente la notizia circolava in certi ambienti frequentati da cacciatori di alto livello (di quelli che pagavano belle cifre per uccidere leoni o elefanti in Paesi africani che prevedono questa possibilità) e da appassionati di armi. Si parla quindi di poligoni di tiro e circoli ‘esclusivi’ in Nord Italia e in Svizzera. Gli ‘arcieri’ partivano poi da Milano il venerdì mattina, in van o a volte su aerei privati, e rientravano la domenica sera. Il giorno di ‘caccia’ era il sabato. Gli accompagnatori erano due per controllarsi a vicenda ed evitare che i clienti si mettessero d’accordo con uno di loro e mentissero sui bersagli colpiti per pagare meno”. A chi gli chiede se ha mai ricevuto intimidazioni, l’autore dei “Cecchini del weekend” replica: “Non minacce dirette. È un altro il meccanismo: screditare i giornali o le persone che portano avanti l’inchiesta per toglierle mordente e credibilità. Ma non siamo soli. Il 5 maggio per esempio il Times ha pubblicato un articolo che da altre fonti conferma bersagli e cifre”. A distanza di oltre 30 anni attendono giustizia migliaia di famiglie. Tra loro i genitori di Irina, che raccontano in “Sarajevo Safari” della loro figlioletta uccisa da un cecchino durante una breve passeggiata 4 giorni dopo il suo primo compleanno. Claudia Cangemi
July 24, 2026
Pressenza
L’indecenza della delazione e la tutela della sfera privata del corpo docente
L’anno scolastico appena conclusosi, caratterizzato dall’impressionante mobilitazione del mondo della scuola contro il genocidio a Gaza, è stato segnato da diversi tentativi di censura e repressione delle voci di docenti e studenti che hanno manifestato la propria solidarietà nei confronti della popolazione palestinese e condannato le politiche di riarmo del nostro governo. Il caso qui in esame rappresenta un’ulteriore e preoccupante torsione in senso illiberale della postura repressiva che gli apparati dello stato hanno adottato nei confronti del mondo della scuola, vessato negli ultimi anni dall’introduzione di norme sempre più punitive nel Codice di comportamento dei dipendenti pubblici. Riassumiano brevemente i fatti (vedi anche qui, qui e qui). Siamo a Torino, pochi giorni dopo la manifestazione del 31 gennaio a sostegno di Askatasuna a seguito dello sgombero del centro sociale e della militarizzazione del quartiere Vanchiglia. Melania Rovelli, insegnante dell’Istituto Comprensivo “Borgaretto” di Beinasco (TO), trova online una foto che ritrae i due “poliziotti-simbolo” della manifestazione, Lorenzo Birgulti e Alessandro Calista, appena dimessi dall’ospedale dopo la colluttazione avvenuta alla fine del corteo. La foto, corredata da parole che mettono in dubbio l’entità delle lesioni da loro riportate, è condivisa sul proprio “stato” WhatsApp dalla docente, che vi aggiunge un commento indignato. Qualcuno tra i contatti dell’insegnante fa uno screenshot e, sotto falso nome, lo invia al Ministero dell’Istruzione e del Merito e all’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte, innescando una reazione a catena al termine della quale la docente è destinataria da parte della sua Dirigente Scolastica di un procedimento disciplinare che si conclude con un provvedimento di censura, motivato dall’aver agito con «un apprezzabile grado di imprudenza» in violazione del suddetto codice di comportamento, in quanto «il post nuoce al prestigio e al decoro della pubblica amministrazione e utilizza un linguaggio non consono al ruolo educativo del docente» (benché con tutta probabilità esso non fosse visibile da parte delle/degli allieve/i). La sanzione disciplinare irrogata alla collega si configura come un intervento fuori luogo, eccessivo, immotivato, coerente però con la grande macchina repressiva che negli ultimi mesi ha travolto il centro sociale Askatasuna e quella parte della cittadinanza che si è schierata contro lo sgombero e contro l’inasprimento delle misure di gestione dell’ordine pubblico anche a seguito degli scioperi autunnali (per la peculiarità del caso torinese si veda qui) La docente è stata sanzionata per avere espresso tramite un canale privato, non istituzionale, normalmente utilizzato in quanto cittadina e non come docente, una posizione di dissenso rispetto alla vittimizzazione degli agenti, sapientemente operata dai media mainstream nei minuti immediatamente successivi ai fatti in questione (la cui dinamica è stata immediatamente messa in discussione e chiarita dall’ottimo lavoro della giornalista Rita Rapisarda in questo articolo). La netta contrapposizione tra una piazza criminalizzata per la sua presunta “violenza” e forze dell’ordine che avrebbero agito con il solo obiettivo di garantire la sicurezza della cittadinanza è stato il mantra delle istituzioni nei mesi successivi. Evidentemente chi, come la professoressa Rovelli, si è permesso di mettere in discussione questa narrazione, è stato facile preda del tritacarne repressivo che rappresenta oggi un pericolo reale per chi esprima, pur in modo pacifico ed esercitando un diritto costituzionalmente garantito, forme più o meno aspre di dissenso nei confronti del potere. Al netto della strategia che la collega e i suoi legali adotteranno su un piano giudiziario, questa vicenda è importante per tutte/i le lavoratrici e i lavoratori del pubblico impiego e in particolare della scuola per diverse ragioni. La prima riflessione da fare riguarda l’ostilità nei confronti della docente, che è stata vittima di una delazione in puro stile fascista, evidentemente e scientemente volta a danneggiarla sul lavoro, con l’aggravante dell’anonimato dietro cui il delatore ha nascosto, tramite il ricorso a uno pseudonimo, la propria identità: al momento non è dato sapere in che modo MIM e USR abbiano verificato chi sia l’autore della segnalazione, ma sarebbe importante capirlo. La CUB SUR parla nel proprio comunicato di “grande fratello informatico” ed è questo uno degli aspetti più significativi della questione, che ci porta direttamente al cuore del problema, vale a dire i possibili profili di incostituzionalità del nuovo Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (DPR n. 81 del 13 giugno 2023) che introduce importanti modifiche rispetto al vecchio Codice (DPR n. 62 del 16 aprile 2013). L’aspetto rilevante in questa sede è il disciplinamento del «crescente fenomeno della digitalizzazione del lavoro e con l’introduzione di misure in materia di utilizzo delle tecnologie informatiche, dei mezzi di informazione e in particolare dei social media». Se si conferma che i dipendenti pubblici sono tenuti al rispetto dei doveri di «diligenza, lealtà, imparzialità e buona condotta» (mutuati dall’articolo 97 della Costituzione), la novità è «la precisazione che tali doveri debbano essere osservati non solo quando si è in servizio, ma anche nei comportamenti che si pongono in essere nella vita quotidiana, al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione». Nello specifico tale precisazione è contenuta nell’articolo 11-ter del Codice, di cui riportiamo i commi 1 e 2: 1. Nell’utilizzo dei propri account di social media, il dipendente utilizza ogni cautela affinché le proprie opinioni o i propri giudizi su eventi, cose o persone, non siano in alcun modo attribuibili direttamente alla pubblica amministrazione di appartenenza. 2. In ogni caso il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale. La lettura di queste poche righe ci conduce direttamente al punctum dolens della questione, che possiamo formulare così: quanto il Codice di comportamento, nella sua attuale formulazione, è compatibile con il dettato costituzionale e in particolare con l’articolo 21 sulla libertà d’espressione? Se la gerarchia delle fonti del diritto prevede che la norma suprema sia la Costituzione, è accettabile che i dipendenti pubblici vedano così limitato e minato il proprio diritto di parola e di espressione da una norma di rango inferiore? Quanto è grande il rischio che la «cautela» a cui fa riferimento l’articolo 11-ter induca nelle lavoratrici e nei lavoratori atteggiamenti di autocensura? Quanto è legittimo che, in definitiva, i pubblici dipendenti siano paradossalmente “discriminati” rispetto alle/agli altri cittadine/i per la propria condizione lavorativa che ne subordina alcune libertà fondamentali a un codice di condotta? Quanto la “fedeltà” che si richiede ai pubblici dipendenti è assimilabile a forme di obbedienza acritica e inquadramento totalizzante in una sorta di “stato etico”, che tende a sovrapporsi in quanto tale alla Repubblica democratica fondata sul lavoro, perno della Costituzione, a cui sola le e i cittadini devono fedeltà? Sono domande a cui chiaramente non è possibile dare risposta in questa sede, ma il caso della professoressa Rovelli è inquietante perché mette a nudo la violenza di un sistema che “sorveglia e punisce” non solo con i manganelli e gli idranti, ma anche in modi più sottili, subdoli, pervasivi e minacciosi per la libertà delle persone, costringendole a sperimentare forme di solitudine e sospetto nei confronti del prossimo che sono in completa antitesi con la natura dell’uomo come animale sociale. Sarebbe poi tutta da indagare la questione di cosa si intenda per “decoro” della pubblica amministrazione in un momento storico in cui il Governo italiano, complice diretto di un genocidio, partorisce a ciclo continuo decreti sicurezza finalizzati a colpire chiunque denunci il grande scandalo della guerra e dell’ingiustizia sociale. Viene in mente la provocazione di Socrate che invocò come alternativa alla pena di morte il suo mantenimento a pubbliche spese nel Pritaneo, come benefattore della polis. E invece il premio è toccato ad altri: i poliziotti Birgulti e Calista hanno ricevuto attestati di stima e solidarietà dalle istituzioni, sono stati premiati a Padova durante la festa per il 174° anno dalla fondazione della Polizia di Stato, hanno ricevuto l’attestato di civica benemerenza dal comune di Torino per l’anno 2026 (vedi qui e qui). Come Osservatorio continueremo a seguire la vicenda della collega torinese, a cui esprimiamo la nostra solidarietà, ma invitiamo chi ci legge a non piegarsi a forme di sopraffazione che in tutta evidenza tenderanno a riproporsi con sempre maggiore frequenza nell’immediato futuro e che colpiranno nel segno se troveranno individui resi fragili da silenzio e isolamento. Per questo è importante fare emergere queste storie, perchè quella che dobbiamo intraprendere è una battaglia politica e culturale che i singoli non possono affrontare da soli: contrastare il dispositivo di controllo in cui viviamo immersi richiede la difesa collettiva di spazi di libertà che anche il processo di militarizzazione delle scuole e delle università, che qui denunciamo, tende a limitare ed erodere. La traiettoria della militarizzazione incrocia la logica dell’autoritarismo, della censura, dell’obbedienza acritica, ed è per questa ragione che riteniamo fondamentale che nel mondo della scuola si diffondano gli strumenti di resistenza che qui mettiamo a disposizione di quante/i vogliano impegnarsi nella difesa della libertà di insegnamento, pensiero, parola ed espressione. Scarica qui: * * vademecum per contrastare la militarizzazione delle scuole * appunti resistenti per continuare a praticare la libertà d’insegnamento Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
July 24, 2026
Pressenza
A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione – terza parte
Il Coordinamento Antifascista Torino ha organizzato, in occasione del venticinquesimo anniversario degli eventi legati al G8 di Genova del 2001, due eventi presso il Comala di Torino. Il primo appuntamento, giovedì 16 luglio, prevedeva un dibattito dal titolo “A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione”, seguito da un buffet di solidarietà con gli attivisti colpiti da sanzioni pecuniarie a cura delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso e dalla proiezione del film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari. LA STERILIZZAZIONE DELLA DEMOCRAZIA L’intervento di Alessandra Algostino (Università di Torino) conclude il dibattito rispondendo alla domanda “come sono cambiate le piazze dopo Genova?” Secondo la professoressa Algostino, dopo Genova tutto è andato peggiorando. Genova in questo senso rappresenta un po’ l’emersione, l’emblema, ma anche il preludio di un processo di sterilizzazione della democrazia; un processo che era già in corso, ma è stato affinato negli anni successivi. Con la scusa della guerra al terrorismo e la retorica dell’emergenza ci troviamo in uno stato di eccezione permanente, con lo Stato che diventa un funzionario dell’ordine neoliberale. A Genova nell’appello per le manifestazioni del 2001 si diceva che sapere rispondere alle innumerevoli ingiustizie, disastri ambientali, guerre e morti per fame che questa globalizzazione produce è questione di democrazia; anche il diritto a manifestare è questione di democrazia. 25 anni dopo Genova che cosa è successo? Di quella che era la democrazia sociale, cioè sanità, istruzione, sicurezza del lavoro, assistenza sociale, si è persa traccia. Il riscaldamento climatico sta asfissiando e devastando indisturbato il pianeta. La guerra è normalizzata come presente e come futuro. Il diritto di manifestare è un diritto neutralizzato. Il populismo penale da un lato con sempre nuovi reati e l’amministrativizzazione della sicurezza, vale a dire sempre maggiori poteri a questore e prefetto, concorrono a criminalizzare il dissenso e a svuotare la democrazia anche in quella che è la sua veste minima, cioè la democrazia liberale. Oggi esiste una fusione tra potere politico, economico e tecnologico che allora forse immaginavamo, ma che è diventata realtà e domina il mondo. Ci sono i big del capitalismo estrattivista, finanziario e digitale che occupano direttamente quelli che sono i luoghi della politica e la gestiscono platalmente al fianco dei rappresentanti politici. Una gestione patrimoniale privatistica che si trascina nella privatizzazione del pubblico, nella specializzazione ad esempio della scuola, dell’università. La globalizzazione che si denunciava a Genova nel 2001 ha mutato le forme, ma non quella che è la voracità predatoria di un capitalismo che, come un mostro informe, cambia immagini, libera concorrenza, vuole farsi neoliberale, però resta sempre lo stesso. E allora noi oggi parliamo di democrazia illiberale, di fascio liberismo, di neoliberismo autoritario, di tecnofascismo per descrivere l’epoca di ora e rispetto a tutto questo Genova è stato un passaggio, un elemento cruciale e quindi la violenza che ci ha descritto Novaro[1], la violenza di Bolzanetto, le torture di Bolzanetto, la violenza della Diaz, la morte di Carlo Giuliani esondano in quella che è la militarizzazione delle piazze che vediamo e che abbiamo visto qua a Torino, nel quartiere Vanchiglia, intorno ad Askatasuna, i trattamenti disumani delle carceri, ma anche nei CPR, la discriminazione raziale, la violenza sistemica e strutturale di quelle che sono le diseguaglianze e la costruzione del nemico. Algostino elenca le brutte parole d’ordine che si sono rafforzate in questi 25 anni: sicurezza come ordine pubblico, neutralizzazione del conflitto, costruzione del nemico, il nemico che è il povero, il dissenziente, il migrante, la risoluzione del legame sociale, l’assolutizzazione del profitto, quella che Amartya Sen chiama la libertà senza democrazia, cioè sostanzialmente quella che è la legge del più forte e poi ancora i confini, la disumanizzazione, la cancellazione del diritto internazionale; il genocidio in Palestina che pretende di assuefarci a questa mancanza di limiti, agli orrori, all’impunità che abbiamo visto a Genova, ma che adesso ritorna su un’enorme scala di quello che è il genocidio e gli orrori in Palestina. Nel frattempo, muri fisici ma anche giuridici classificano, disumanizzano e uccidono le persone che migrano, perché noi possiamo parlare oggi di un genocidio anche delle persone migranti e quindi la violenza che abbiamo visto a Genova si fa violenza sistemica, si fa violenza strutturale e si fa violenza contro tutte le persone che sono considerate ai margini, dai palestinesi ai migranti ai poveri a coloro che ancora oggi si si ribellano. Il diritto di manifestare evocato a Genova e travolto a Genova dagli orrori che abbiamo sentito, rivela lo spostamento del rapporto tra autorità e libertà e dopo Genova verrà il reato di blocco stradale, verranno le multe come intimidazione istituzionale all’esercizio del diritto di riunione, il confino che porta i manifestanti lontano dalle piazze, le zone rosse. La zona rossa di Genova è la zona che proprio concretizza materialmente il disciplinamento e la repressione. Quella di Genova anticipa le direttive Maroni del 2009, Salvini del 2019, Lamorgese del 2020, è un processo bipartisan che attraversa i vari governi, questo della sottolineatura della progressiva criminalizzazione del dissenso. Siamo a Torino, le aree diciamo sottratte al dissenso della Valsusa con queste ordinanze che si susseguono di anno in anno. In questo senso Genova rappresenta l’emersione, l’emblema e l’anticipazione di quello che arriva dopo. Per chiudere con una nota positiva, Algostino considera che Genova ci ricorda anche quella che è l’intelligenza collettiva, ci ricorda la forza della critica dell’esistenza, perché è vero, avevamo ragione, avevamo ragione a Genova. Genova ci ricorda ancora un’altra cosa, ci ricorda l’importanza della transversalità e della convergenza, di procedere uniti nelle differenze. Allora quello è stato molto importante, è il momento di cercare di riprenderlo ancora oggi, di ritrovare la stessa convergenza dal basso, perché è vero che i tempi sono bui, è vero che siamo nella tormenta, ma questo cosa ci porta a dire? Che un altro mondo non solo è possibile, ma in questo momento è necessario. << Seconda parte [1] https://www.pressenza.com/it/2026/07/a-25-anni-dal-g8-di-genova-il-movimento-la-piazza-la-repressione-seconda-parte/ Giorgio Mancuso
July 24, 2026
Pressenza
Ddl antisemitismo, no alla censura sul genocidio
La Rete #NoBabaglio esprime forte preoccupazione e contrarietà rispetto al disegno di legge sul contrasto all’antisemitismo, alle ultime battute dell’iter in Commissione Affari Costituzionale alla Camera, che rischia di essere approvato nel silenzio generale senza alcuna possibilità d’intervento rispetto al testo licenziato dal Senato lo scorso marzo. Un ‘golpe estivo’ che restringerà ancora di più lo spazio civico in Italia e comprometterà la libertà d’espressione e di dissenso. Ci appelliamo a tutte le forze democratiche affinché intervengano per scongiurare l’ennesima legge bavaglio e un’ulteriore deriva autoritaria nel nostro Paese. Il provvedimento, nella versione attuale, recepisce integralmente la definizione di antisemitismo dell’IHRA, inclusi gli indicatori applicativi, introducendo un margine interpretativo così ampio da poter colpire non solo la libertà d’espressione, ma anche il lavoro di associazioni, ONG e gruppi della società civile che documentano violazioni dei diritti umani e criticano le politiche del governo israeliano. Una norma formulata in questo modo rischia di trasformarsi in uno strumento di limitazione del dissenso, con effetti diretti sul giornalismo, sull’attivismo e sulla ricerca indipendente. Sarebbe infatti stata sufficiente la Legge Mancino (Legge 25 giugno 1993, n. 205), che sanzione e punisce penalmente l’incitamento all’odio e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, inclusi quelli di matrice antisemita. Ma visto l’iter ormai avviato chiediamo a tutte le forze democratiche in Parlamento di battersi affinché venga adottata nel ddl la definizione della Jerusalem Declaration on Antisemitism (JDA), che distingue in modo netto l’antisemitismo dalle critiche legittime allo Stato di Israele, a differenza di quella ambigua dell’IHRA attualmente prevista. Rischio di censura online e interventi discrezionali dell’AGCOM – L’attuale formulazione, combinata con i poteri ampliati dell’AGCOM e con le recenti pressioni politiche, apre inoltre la strada a censure online, oscuramenti selettivi, richieste di rimozione contenuti e procedimenti amministrativi contro piattaforme, media indipendenti e utenti che esprimono critiche politiche legittime. L’assenza di criteri chiari e di garanzie procedurali potrebbe consentire interventi discrezionali, con un impatto diretto sulla libertà di stampa digitale, sulla circolazione delle informazioni e sulla possibilità di documentare violazioni dei diritti umani. Un simile scenario rappresenterebbe un precedente gravissimo nel panorama europeo. Per questo chiediamo con forza a tutte le forze democratiche di intervenire immediatamente, emendare il testo e adottare una definizione di antisemitismo chiara, rigorosa e rispettosa dei diritti fondamentali, come ha fatto il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti il 31 marzo 2026, scegliendo di non utilizzare più la definizione IHRA e di adottare la Jerusalem Declaration on Antisemitism (JDA).   Rete #NOBAVAGLIO
July 23, 2026
Pressenza
In Svizzera l’acqua potabile se la beve l’intelligenza artificiale
> Un villaggio, un data center, un accampamento di protesta sgomberato e una > trasformazione del territorio mai deliberata dai suoi abitanti, e tuttavia > concessa, pratica dopo pratica. Alcune tende a Benken, nella regione vinicola di Zurigo, montate per protestare contro un data center per l’intelligenza artificiale in costruzione nella vicina Beringen, sono state sgomberate venerdì scorso dalla polizia cantonale di Zurigo, per poi essere rimontate il giorno dopo a Tengen, in territorio tedesco, a pochi chilometri dal confine, come ha comunicato sabato il gruppo «Aufstände der Allmende»: La protesta si svolge all’estero, i lavori proseguono. Scritto su un cartellone che una manifestante mostra alle telecamere: «Niente acqua potabile per i tecno-oligarchi». 36 MEGAWATT, TRE MESI A Beringen, l’azienda statunitense «Stack Infrastructure» sta realizzando un impianto da 36 megawatt di potenza che, secondo quanto emerso da una ricerca di SRF Data (servizio di analisi dati della Radio e Televisione Svizzera, N.d.T.), consumerà in futuro una quantità di energia pari a tre quarti del fabbisogno dell’intero cantone di Sciaffusa nel 2022. Si tratta quindi di un impianto che, come si legge nel rapporto, «dovrebbe aumentare il fabbisogno energetico del cantone di circa il 70 per cento». L’autorizzazione a costruirlo è stata concessa in tre mesi. Per le strade nazionali, gli aeroporti, le grandi centrali elettriche e le discariche, la Svizzera prescrive una valutazione di impatto ambientale. I data center, tuttavia, non figurano affatto nell’allegato del regolamento di legge che elenca in modo esaustivo gli impianti soggetti a valutazione – una lacuna segnalata dall’ONG Algorithm Watch in un’indagine. Le macchine, che tra le altre cose calcolano il nostro futuro, nel presente sfuggono ai controlli. UNA FORNACE CHE NESSUNO VUOLE Il Consiglio comunale di Beringen ha autorizzato per il data center 55’000 metri cubi d’acqua all’anno, ovvero 150’000 litri di acqua potabile al giorno – la quantità domandata inizialmente era sei volte superiore. E alla fine spetterà al meteo decidere se questa quantità sarà sufficiente: l’impianto è collegato alla rete pubblica di acqua potabile, in altre parole, alla stessa rete delle abitazioni. Durante un’estate torrida, il fabbisogno dei server di acqua per il raffreddamento è al massimo. E un’estate torrida è solitamente anche secca: in quel caso, le sorgenti e le falde acquifere da cui proviene l’acqua potabile si abbassano. L’acqua scarseggia per tutti. I server, però, funzionano 24 ore su 24: spegnerli non è un’opzione. Quindi il comune dovrebbe attingere ancora più in profondità dalle falde acquifere che si stanno prosciugando. Oppure acquistare acqua da altri comuni. Carenza d’acqua? Nessun problema. L’importante è poter chiedere all’intelligenza artificiale cosa dobbiamo fare in caso di carenza d’acqua. E che ne sarà di tutto il calore che l’acqua di raffreddamento porta via dal complesso? Un data center è anche una fornace. Quasi tutta l’energia elettrica che vi affluisce si trasforma in calore: 36 megawatt che devono essere smaltiti da qualche parte. Ci si potrebbero riscaldare case, scuole, interi quartieri, oppure semplicemente li si disperde nell’aria. A Beringen la costruzione era stata autorizzata prima che si sapesse dove smaltire. Poi è arrivato uno studio dell’Ufficio federale dell’energia (UFE): a causa della mancanza di condutture e di utenti, solo il 30 % del calore verrebbe utilizzato a livello locale. Il resto va sprecato. Nel frattempo si sta provvedendo a migliorare il progetto: un bacino di accumulo sotterraneo, pompe di calore, la città di Sciaffusa come acquirente, per un costo di 58 milioni di franchi. Chi paga, chi ne è responsabile: tutto questo è ancora in sospeso. Ecco com’è la pianificazione nell’era dell’intelligenza artificiale: prima il cemento, poi le domande, poi la fattura. UN DATA CENTER CHE CONSUMA PIÙ ELETTRICITÀ DI LOSANNA Beringen non è un caso isolato. In Svizzera ci sono circa 120 data center e altri 20 sono in fase di costruzione. Con oltre 13 impianti per milione di abitanti, il Paese è tra quelli con la più alta densità al mondo, come riporta la rivista «Bilanz». Nel 2024 questi centri consumano 2,1 terawattora, ovvero il 3,6 % dell’energia elettrica svizzera. Adrian Altenburger, professore all’Università di Lucerna e autore dell’autorevole studio dell’UFE, stima che tale quota sia già oggi compresa tra il 6 e l’8 %, secondo quanto dichiarato alla SRF, e ritiene possibile che raggiunga fino al 15 % entro il 2030. Si tratterebbe di una quantità superiore a quella consumata dall’intero cantone di Zurigo. A Volketswil è previsto un unico centro da 100 megawatt che, a quanto pare, richiederà più elettricità della città di Losanna. Tra il 2014 e il 2030, le aziende elettriche del Cantone di Zurigo costruiranno nove nuove sottostazioni – ovvero quegli impianti che trasformano la corrente ad alta tensione proveniente dalla rete principale, portandola alla tensione della regione. Sei di queste saranno realizzate principalmente per i data center. Prima è stato il servizio di cloud a stimolare questo appetito, poi il trasferimento dei dati aziendali a Google, Microsoft e Amazon, e ora è l’intelligenza artificiale ad accrescerlo. Contro alcune tende di protesta nella campagna zurighese c’è solo una soluzione: una dozzina di agenti di polizia e un’unità cinofila. © zVg È possibile ricontrollare i calcoli e le affermazioni di Algorithm Watch: entro il 2030, secondo quanto previsto dalla legge sull’energia, in Svizzera dovrebbero essere prodotti circa 2’100 gigawattora in più di energia elettrica rinnovabile. Ognuno degli impianti fotovoltaici montati sui tetti, ogni impianto alpino, ogni dibattito su ogni turbina eolica, ogni votazione, ogni ricorso, ogni compromesso: ogni sforzo, sommato insieme, porta a questa cifra come risultato. I data center, tuttavia, consumerebbero nello stesso periodo oltre 4’000 gigawattora addizionali di energia. Il surplus di energia derivante dalla transizione energetica, un’opera collettiva per la quale questo Paese si batte da decenni, verrebbe consumato prima ancora di esistere. Perché questa nuova energia elettrica era destinata ad un compito: sostituire il vecchio sistema – il riscaldamento a gasolio con la pompa di calore, l’auto a benzina con quella elettrica. Ma se ora si aggiunge un nuovo consumatore, più grande dell’intero surplus, la nuova energia elettrica non sostituirà più nulla. Alimenterà il nuovo arrivato, mentre i sistemi di riscaldamento a gasolio continueranno a funzionare, per un altro anno, altri due anni, chissà. I data center non sottraggono energia alle pompe di calore, ma rallentano il ritmo della transizione energetica. Per ora il ritmo. Perché oggi nessuno può dire come si svilupperà questa tendenza. Le previsioni del settore vengono riviste al rialzo ogni sei mesi, e ogni revisione erode un’altra fetta dell’incremento. Una transizione che rallenta sempre di più, mentre il suo concorrente raddoppia: da quando si tratta ancora di un ritardo e da quando si tratta di un arresto completo? Uno scontro politico al riguardo è quasi inesistente. Un’iniziativa qui, un rapporto là, il dibattito procede a rilento, ma il settore è in piena corsa. IL CAMPO DI PROTESTA COME SISMOGRAFO In un rapporto del 2025, il Consiglio Federale svizzero ammette di non avere idea in merito a quali modelli di IA siano effettivamente in uso in Svizzera, per non parlare di quanto consumo energetico comportino. Punta sull’autoregolamentazione e attende uno studio che innanzitutto gli indichi cosa sta accadendo nel proprio Paese. In assenza di dati concreti, la politica rimane impantanata nella disputa sulle competenze, e la discussione è in pieno svolgimento. La consigliera nazionale dei Verdi Marionna Schlatter dichiara alla SRF: «In Svizzera assistiamo ad una crescita enorme di questi siti ad altissimo consumo energetico e di risorse». Schlatter chiede norme nazionali in materia di elettricità, acqua e calore residuo. Il consigliere alla Camera dei Cantoni della FDP (N.d.T. in Italiano: PLR.I Liberali Radicali), di Sciaffusa, Severin Brüngger, ritiene che invece i Cantoni abbiano il dovere e la competenza per intervenire; il suo Gran Consiglio, del resto, ha appena reso obbligatorio lo sfruttamento del calore residuo. Entrambi hanno ragione, e probabilmente è proprio questo il problema: finché la Confederazione e i Cantoni si rimpallano le competenze, nessuno delibera sulle questioni fondamentali. Gli attivisti e le attiviste – ieri a Benken, oggi a Tengen – fungono in questo senso da sismografi. Hanno compreso ciò che le autorità preposte al rilascio delle autorizzazioni non hanno dovuto verificare: che il cloud è un’entità concreta, che consuma acqua, energia termica e terra, che ogni richiesta inviata a una macchina fa girare una turbina da qualche parte. Negli Stati Uniti, riporta la rivista «Bilanz», gli elettori repubblicani e democratici per una volta sarebbero d’accordo nell’opposizione ai data center. Se la Svizzera seguisse questo esempio, sarebbe prevedibile un’iniziativa per dire “No ai data center”. Ma chi ha deciso, in realtà, che questo Paese diventasse una sede per i server? Che la sua elettricità, la sua acqua, la sua transizione energetica cedessero il passo a questa particolare industria? La risposta è: nessuno. Non c’è mai stata una decisione del genere. Ci sono state solo concessioni edilizie, un comune dopo l’altro. Esempio Beringen: autorizzazione concessa in tre mesi da un ufficio tecnico comunale. La somma di queste concessioni, però, sta cambiando il Paese. Le tende di chi protesta tuttavia sono piantate in Germania. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette INFOsperber
July 23, 2026
Pressenza
La mia esperienza di volontario al Rifugio Massi di Oulx. Intervista a Corrado Alberti
A marzo l’intervista a Silvia Massara aveva descritto le attività del Rifugio Massi di Oulx, vicino al confine tra Italia e Francia in supporto ai migranti che decidono di attraversarlo. Da allora per problemi di fondi l’apertura è stata ridotta alle ore notturne, dalle 20 di sera alle 8 di mattina e la presenza dei volontari è diventata più importante per coprire le ore diurne. Ne parliamo con Corrado Alberti, che è già stato varie volte al rifugio, l’ultima ai primi di luglio. Che situazione hai trovato rispetto alle visite precedenti? Nelle mie prime visite gli operatori pagati erano nove, ma i problemi economici hanno costretto a ridurre il loro numero. Il loro compito rimane quello della pulizia delle stanze dove alloggiano i migranti, la preparazione della colazione e della cena e la presenza notturna per accogliere chi arriva tardi.  La tendenza è comunque quella di ridurre il numero degli operatori stipendiati e di attribuire le loro mansioni ai volontari, tornando entro settembre/ottobre a un’apertura di ventiquattr’ore su ventiquattro, come succedeva nel 2025. I problemi logistici sono aumentati: attività che si svolgevano quando il rifugio era aperto dalle 17 alle 10 del mattino dopo si sono anticipate dalle 6 alle 8 del mattino (per esempio fare le lavatrici, stendere e ritirare il bucato, rifornire il magazzino di vestiti e scarpe). Data la stagione, ora c’è meno bisogno di abiti invernali; l’attesa dei migranti per ricevere l’abbigliamento necessario al passaggio della frontiera in montagna ora avviene nella piazzetta dietro il rifugio e non più al suo interno. La distribuzione di vestiti e scarpe si svolge come prima in una saletta adibita a questo scopo. C’è però un aspetto positivo: i due container procurati da Rainbow for Africa, arrivati da poco e posizionati nel piazzale della stazione, dove arrivano pullman e treni, sono adibiti uno a visite mediche e consulenza legale e l’altro a magazzino per tavoli e gazebo che vengono usati per il pranzo. Quando il rifugio apre alle 20 si ripetono le attività mattutine (lavatrici, ecc), svolte da volontari fino alle 22, alternandosi con quelli della mattina. Ci sono persone che vengono da Torino e dalla Val Susa tutte le settimane, in giorni fissi. Cosa fanno i migranti per tutto il giorno, visto che alle 8 di mattina devono uscire dal rifugio? Quelli che sono arrivati la sera prima, hanno dormito al rifugio e sono vestiti in modo adeguato, sono pronti a prendere il pullman per Claviere, al confine dalla parte italiana; ai minori viene spiegato che hanno il diritto di essere accolti in Francia e in effetti, dopo i controlli dei documenti, in genere riescono a passare la frontiera. Chi di loro ha un po’ di soldi una volta in Francia prende il pullman per Briançon, dove viene accolto dall’associazione Terrasses Solidaires. Gli altri, in base alle indicazioni fornite dai volontari e alle mappe scaricate sul cellulare, a Claviere prendono il sentiero di montagna che, se non vengono fermati dai gendarmi francesi, li porterà a Briançon e all’accoglienza dei volontari con cui il rifugio Massi ha un rapporto di collaborazione. Chi arriva durante il giorno viene accolto alla stazione da due o tre volontari e riceve le indicazioni per mangiare, bere e riposarsi in un gazebo. Se ha problemi sanitari può essere visitato da medici, anche loro volontari, mentre l’assistenza legale viene fornita solo una volta alla settimana. In questo caso i migranti si fermano fino a poter parlare con l’avvocato, messo a disposizione dalla comunità valdese. E’ un momento di ascolto e accoglienza, per capire cosa vogliono fare, che esigenze hanno, qual è la loro storia, eccetera. A volte c’è qualche problema linguistico, facilitato in alcuni casi dalla presenza di interpreti. In genere questi volontari sono giovani, parlano più lingue (come minimo l’inglese) e fanno parte di associazioni come Mediterranea Saving Humans, No Name Kitchen e Rainbow for Africa, mentre i volontari più anziani, come me, si dedicano alle lavatrici e al bucato. I volontari si occupano del pranzo, che viene servito sui tavoli e sotto il gazebo. I migranti restano nel piazzale della stazione fino a quando il rifugio non apre alle 20. A volte li coinvolgiamo in giochi da tavolo (carte, puzzles ecc) e questo crea momenti di condivisione e allegria. Ci sono problemi con la popolazione? I bagni della stazione chiudono alle 17 e questo crea un problema pratico evidente, oggetto a volte di lamentele. Devo dire che il comandante della locale stazione dei carabinieri ha un buon rapporto con il rifugio e ci ha offerto di usare il loro bagno. Il Comune di Oulx, di destra, invece, non è affatto disponibile a venire incontro alle esigenze dei migranti, nemmeno quando si tratta di donne incinta e bambini piccoli. Tra i volontari però c’è anche gente di Oulx, o della zona, che coordinano per esempio la raccolta dei vestiti e i turni. Che cosa ti ha dato e ti sta dando questa esperienza? Il primo impatto è stato forte: entrare in contatto diretto con persone che raccontano il loro viaggio e le loro sofferenze mi ha messo davanti una realtà molto crudele e provocata da scelte politiche precise (respingimenti, accordi con la Libia e la Tunisia eccetera). Mi ha aiutato sentirmi parte di una comunità solidale costituita da gente della mia età e da giovani molto attivi, di diverse parti d’Italia e di altri Paesi, soprattutto europei, che mi hanno dato speranza nel futuro per il loro atteggiamento aperto e positivo nonostante il mondo vada in una direzione violenta e distruttiva. Mi sento utile e vedo subito i risultati del mio impegno e questo mi dà la carica e l’energia per continuare la mia presenza al rifugio. Sentire l’umanità che ci lega al di là delle differenze è un’esperienza arricchente, che consiglio anche come percorso educativo per mettersi nei panni di chi è meno fortunato di noi. Per maggiori informazioni visitare il sito della Fondazione Talità Kum.               Anna Polo
July 21, 2026
Pressenza