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Vivere con le miniere nell’Africa meridionale http://storieinmovimento.org/2025/12/09/vivere-con-le-miniere-nellafrica-meridionale/?pk_campaign=feed&pk_kwd=vivere-con-le-miniere-nellafrica-meridionale #comunitàminerarie #ecologiapolitica #vitaquotidiana #estrattivismo #colonialismo #capitalismo #fotografia #SudAfrica #miniera #scarti #zambia #Blog
L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono attenzione. Presenza. Responsabilità. Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste. Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli. Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi, dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione. La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi, nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e risultano invece più drammaticamente negati. Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro. Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere consumate, ma attraversate. Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da lontano, ma restare in relazione. È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta. È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci. E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata. Chiede di essere difesa. Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia. Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito l’incontro e il dialogo tra voi? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o tecnico, ma profondamente umano. Raffaele Annunziata: Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già compiuto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana, uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle. Raffaele Annunziata: La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi, senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica, umanitaria e concreta. Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso le vostre immagini? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole vederla. Raffaele Annunziata: Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica. Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo fatto. Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa continuare a fotografare a Gaza in questo momento? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi, continuiamo a sognare, nonostante tutto. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione delle immagini di questo progetto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto può essere portato via. Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e instabilità circondano tutto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a resistere e a respirare. Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato qualcos’altro? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e tra i quali vivo. Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura. Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena e in continuo divenire. In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico, e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia? Raffaele Annunziata: Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico, che rispetto ma non mi interessa. Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e cosa ha cambiato in te, come autore e come persona? Raffaele Annunziata: Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi. Mahmoud e Soso sono degli eroi. Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul modo in cui racconti l’infanzia? Raffaele Annunziata: Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo. Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate. Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare? Raffaele Annunziata: Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples. Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie? Raffaele Annunziata: Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora. Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di cambiare l’attuale stato delle cose. Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città. Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore umano. Raffaele Annunziata: Un giorno Soso e Dede si incontreranno. Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole e le immagini che ci hanno affidato. Between Gaza and Naples. A Childhood Story Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya Una selezione di immagini dal progetto fotografico. Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due città, due infanzie in dialogo:  https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing   Lucia Montanaro
Spina, vent’anni di storie e fotografie. Intervista a Mario Spada
(foto di mario spada) Incontro Mario Spada nel suo studio del Centro di Fotografia Indipendente, al quinto piano di un vecchio palazzo in via Guglielmo Pepe che affaccia direttamente sulle navi da crociera del porto. È una gelida e assolata domenica pomeriggio, lo aspetto in poltrona mentre si aggira per le sale con una coppia che è venuta a visitare la mostra, e che gli fa qualche domanda su alcune delle sue foto di maggiore impatto. C’è una grossa mano sulla testa di un neonato, ad accarezzarlo o forse a colpirlo; un giovane uomo che punta una pistola contro il suo pitbull; una bimba che parla a una ricetrasmittente giocattolo; un transessuale che utilizza un orinatoio a muro e accanto a lui un uomo che cerca di approcciarlo. «Sono quei momenti in cui la tensione raggiunge il picco massimo. C’è la foto. E dopo non sai cosa succede». Nel progetto Spina, che comprende un libro con ottantadue foto in bianco e nero e una mostra inaugurata a novembre – sarà visitabile fino a fine gennaio nelle sale del CFI –, ci sono vent’anni di immagini del fotografo napoletano. Adulti, bambini, anziani, neonati. Ritratti, ma non solo. E poi la morte, che incombe in molte delle fotografie, uno dei riferimenti più forti alla città, anzi a una città, che Spada non ha voluto delimitare in confini geografici: «Potrebbe essere Napoli ma anche Palermo, una città del Sud America, o di qualche altro posto. È importante, ma non troppo». Ci sediamo, il via vai per le stanze continua, torniamo sulla vita e la morte: «Mia madre aveva una relazione molto forte con la morte, quando ero bambino almeno una volta al mese mi portava nella chiesa del Purgatorio ad Arco, ai Tribunali, quella dove ci sono i teschi, e c’è la storia della principessa Lucia. Oggi ti fanno pagare un biglietto per entrare, ho detto tutto». Dietro la scrivania di Spada c’è una gigantografia che ritrae un ragazzino con una pistola. Siamo su un set cinematografico. Il giovane ha lo sguardo nel vuoto tipico di un momento di pausa, la pistola appoggiata sul volto sbarbato. Mi viene in mente il documentario di Leonardo Di Costanzo Cadenza d’inganno, dove il protagonista fugge dall’obiettivo quando si accorge che la telecamera lo costringe a farsi delle domande. Ritornerà anni dopo per chiedere al regista di terminare il film, credendo di avere delle risposte. «Quando lavoro con il cinema mi piace fotografare le comparse, i personaggi minori», continua Spada. Il film da cui è tratta la foto è il Gomorra di Garrone. Come si fa a racchiudere vent’anni di lavoro in un solo libro e una sola mostra? Questo libro io l’ho sempre voluto fare. Da subito, quando ho iniziato a fare fotografie, sapevo che avrei dovuto fare un libro che teneva insieme tutto, o comunque tanto. Anche quando ho portato avanti singoli progetti, come quello sui pitbull, o gli ultras, avevo sempre l’idea di fare questo libro. In questo senso, ogni fotografia è anche sintesi di un’esperienza che ho fatto. Ci sono foto che tu non puoi dire: “Ah, lì è la Madonna dell’Arco!”, e ce ne sono altre che sono più riconoscibili. Le fotografie all’inizio erano migliaia, poi sono diventate centinaia e alla fine ottantadue. È come se questo corpo si fosse formato nella mia testa. Il lavoro di costruzione del libro è diverso, ma non del tutto, da quello della mostra. Quali sono le differenze? La mostra è costituita da una serie di blocchi di immagini, che sono le pareti e non le pagine. È un’altra dimensione, anche se non si discosta più di tanto dal libro, infatti ho scelto di mantenere due pareti nere che racchiudono la mostra come una copertina, perché sono le due pareti più lontane. Come hai lavorato su selezione e montaggio? C’è dietro un editing molto emozionale, parlo del libro: ci sono assonanze, dissonanze, richiami, gesti che si ripetono. Penso al dittico del bambino calvo e del cane chiuso nell’altarino: sono due entità, due soggetti che si assomigliano, quello è un editing emotivo. Per quanto riguarda la mostra avevo questa traccia delle pareti nere: su una ho deciso di esporre tutte fotografie che venivano dal nero, così che potessero diventare un’unica immagine tutte insieme, come se fossero degli squarci di bianco che escono dal buio, ma che allo stesso tempo le si potesse vedere separatamente. Per quello che riguarda i contenuti, con Patrizio Esposito, che mi ha aiutato nel percorso, abbiamo deciso di togliere tutte le rappresentazioni di una città riconoscibile, stereotipata; è stato un editing lunghissimo, abbiamo lavorato due anni e mezzo, vedendoci ogni tre, sei mesi addirittura, in modo da dimenticarci quello che avevamo fatto e verificare se funzionava ancora. (foto di mario spada) Da cosa deriva questa scelta di “autocensura” rispetto alla città? Volevo che la città non fosse riconoscibile, volevo andare oltre i suoi confini, come se fosse una specie di microcosmo. Anche perché il mio è spesso il lavoro di uno che va in posti strani, in un certo senso esotici, poco conosciuti anche all’interno della città, luoghi che un napoletano non necessariamente riconosce. E questa è una scelta precisa dal mio punto di vista. Napoli c’entra perché nel cominciare questo lavoro, all’inizio degli anni Novanta, c’entra il fatto che vivevo a Napoli. Ho cominciato a frequentare la città di sera intorno ai sedici anni, era una città che la notte era nelle mani di pochi, bellissima perché non c’era nessuno per strada. I ragazzi, e le ragazze soprattutto, dei quartieri popolari, stavano nei loro rioni, si andava il sabato sera a ballare, ma si andava nelle grandi discoteche, fuori Napoli, nella zona di Caserta, Giugliano. Forse se fossi nato vent’anni fa e stessi vivendo ora questa città anch’io andrei a fare le foto a Largo Sermoneta, non lo so, sicuramente avrei avuto una difficoltà maggiore a innamorarmi della notte di Napoli. In che termini ci sei invece tu, dentro queste foto? Da piccolo avevo un’idea precisa di quello che volevo fare. Avrei voluto fare il Conservatorio, forse perché c’era il fidanzato di mia sorella che suonava benissimo, forse perché mi piaceva la musica, ma a casa mia non era considerata un’opzione del genere. Ho avuto un percorso scolastico diciamo da impiegato, poi ho cominciato a lavorare come fotografo in uno studio di matrimoni e questa cosa mi ha dato la possibilità di conoscere tecnicamente una fotocamera. Prima parlavo del racconto di un’esperienza: queste foto sono anche dei miei autoritratti. Quando scatti hai qualcosa che in qualche modo ti rappresenta, parla di te. Poi, chiaramente, può essere diverso quando fai una foto di cronaca, una foto importante tipo quella del ministro che fu ammazzato in Turchia, o l’uccisione di Kennedy: lì, anche se la foto è tecnicamente “sbagliata”, è potente perché ti racconta un evento importante per la storia dell’umanità. La foto famosa di quando Papa Woytila fu ferito da Alì Agca, in cui si vede la pistola, probabilmente non è del fotografo, ma di una delle persone che stavano lì e che stava nella posizione giusta. Pare che il fotografo ufficiale sequestrò subito tutte le pellicole ai fedeli e ai turisti che erano lì, e da lì probabilmente è uscita quella foto. Nel mio caso è diverso, non c’è niente di fondamentale per la Storia, parliamo di emozioni che provi quando scatti, e quindi quella foto c’entra molto con te. Questo non vuol dire che l’emozione basta a tirar fuori delle foto giuste, così come non basta il contesto. Quando ho fatto il progetto sugli ultras, una volta sono andato a Brescia con loro, un viaggio incredibile, ho fatto delle foto stupende. Poi dopo qualche settimana sono andato a Verona e non ho fatto manco una foto buona, funziona così. Così diventa ancora più complesso catturare il momento… Io non ho quasi mai fatto attualità, non perché sia un genere meno nobile, ma per me si trattava di lavorare in un posto per giorni, non era mio interesse fare un lavoro di mezzora. Tante volte mi avevano avvisato che c’era un morto per strada, ma non sono andato a fotografarlo, non mi interessava avere la foto dell’omicidio, io volevo la foto che potesse rappresentare tutti gli omicidi. Nel libro ce n’è una perché è una storia: è la foto di un corpo solo, di un omicidio fatto esattamente sotto casa mia. Per me è importante perché è una foto di come si muore, soli, non c’è nessuno intorno a questo corpo. Mi ricordo che mi telefonò un amico, dicendomi che avevano ammazzato un uomo sotto casa mia. Io vado a casa, prendo una macchina fotografica, rompo il cordone della polizia dicendo che lavoravo in pizzeria, entro, salgo sopra e faccio la foto. Dall’alto. Questo rapporto tra il contesto e le emozioni ti è stato chiaro fin da quando hai iniziato? Beh, negli anni sono tanti i lavori dei grandi maestri, le fotografie che mi hanno colpito. Amo i lavori di Letizia Battaglia, Diane Arbus, Eugene Smith. Forse i due lavori che ho conosciuto da giovanissimo e che mi hanno spinto a fare questo tipo di percorso sono stati La Centesima Strada di Bruce Davidson e Gipsy di Koudelka. In tutti e due i casi si capiva che c’era stata un’attenzione al tema, e soprattutto c’era il tornare sul posto, passarci del tempo, creare relazione. In che termini questi due concetti, il ritorno e la relazione, sono importanti per la tua fotografia? È come quando impari a conoscere delle persone. La prima volta conosci uno strato superficiale, poi guardando quello che hai realizzato, e avendo la possibilità di ritornare, puoi capire quali sono le cose interessanti che magari non avevi notato, e che puoi eventualmente approfondire se si ripresenta l’occasione. Più ci spendi del tempo, più entri in relazione, più la forza di questo processo si moltiplica. (foto di mario spada) Questo implica anche una capacità di entrare in relazione con mondi distanti dai tuoi, penso alle fotografie sul mondo dei ricchi, della nobiltà, dei grossi imprenditori. Era necessario. Io credo che qualsiasi cosa tu voglia raccontare, che sia un popolo, una storia, una città, ci sono sempre due anime che vanno in collisione, che magari convivono, come nella morfologia umana della nostra città, dove i quartieri dei ricchi sono circondati da quartieri dei poveri: se pensi a Chiaia, ci sono i Quartieri Spagnoli, c’è Santa Lucia, c’è la Torretta. Se vuoi raccontare una cosa devi cogliere i due estremi che ci sono dentro, che sono complementari. Lo scrive Belmonte nella Fontana Rotta: per studiare un popolo puoi guardare la classe alta e la classe bassa; infatti, se guardi Spina, nella prima fotografia la macchina è rivolta verso l’alto, quando c’è il truffatore, nell’ultima è rivolta verso il basso. È una scelta che abbiamo fatto proprio perché volevamo seguire questa sorta di idea, di filo conduttore. Parlavamo dei tuoi primi lavori, come fotografo di matrimoni… Sì, era un periodo in cui mi appassionavo all’arte, conoscevo il Museo Archeologico a memoria, ho sempre avuto una passione per la bellezza. Anche quando facevo il fotografo di matrimoni avevo una grande attenzione, ero catturato dalla bellezza che mi si presentava intorno. Lì ho conosciuto Oreste Pipolo, che aveva un occhio pazzesco. E poi Cito, che voleva fare un lavoro sui matrimoni napoletani: andavo a vedere quello che faceva, sicuramente queste relazioni mi hanno aperto un sentiero. Ritorna la relazione, anche in senso formativo… Sì, perché la relazione ti apre le porte, soprattutto ti fa passare da una cosa a un’altra. Io dalle tombolate sono passato al progetto del battesimo del Nano; poi da lì sono arrivato a Madonna dell’Arco, perché la gente più o meno era la stessa; è come se si aprissero di volta in volta delle porte; conosci persone, conosci storie, se le persone sei disposto a conoscerle veramente, loro si aprono. Io mi infilavo nelle storie così, quasi per vedere cosa succedeva. La prima volta che ho fotografato la Parrocchiella, che è una sorta di enclave dei Quartieri Spagnoli, era durante i Mondiali, forse del ‘98, perché passavo di lì e vidi questa famiglia che guardava la partita in un vicolo con la televisione sull’uscio del basso, e tutti fuori a guardare. Mi fermai, chiesi se potevo fare delle foto, e lì si è aperto un mondo, la storia di Carlo, che poi si è intrecciata con quella di Francesco, che si è intrecciata con Madonna dell’Arco, e così via. Come hai fatto a decidere che era il momento di chiudere il cerchio e fare questo libro? Probabilmente perché ho capito che avevo tutto quello che mi serviva. Ero pronto. Come se mi fossi reso conto che non avevo più scuse. (intervista di riccardo rosa)
“ATLAS OF THE NEW WORLD”, UN PROGETTO FOTOGRAFICO PER COMPRENDERE I CAMBIAMENTI CLIMATICI
Atlas of the New World è un libro dei fotografi Giulia Piermartiri ed Edoardo Delille, edito da L’Artiere nel 2025. Le fotografie contenute nell’Atlante sono state realizzate a partire dal 2019 alle Maldive, in California, sul Monte Bianco, in Mozambico, in Cina e nella Russia artica. “Un progetto fotografico visionario che immagina come potrebbe apparire il pianeta terra” in un futuro rivoluzionato dal cambiamento climatico. L’atlante mostra un mondo trasformato sotto la pressione congiunta di tecnologia, geopolitica, economia, infrastrutture e nuovi modelli di potere. L’Atlas of the New World, usa la fotografia come strumento per “rendere visibile l’invisibile: non il presente, ma il futuro prossimo del mondo naturale e umano”. Il progetto ha ricevuto riconoscimenti importanti, come il Premio Amilcare Ponchielli per il suo contributo fotografico e concettuale nel raccontare temi di grande impatto globale. Ne parliamo con il fotografo Edoardo Delille, uno dei due autori dell’opera e con Elena Giacomelli, ricercatrice all’Università di Bologna e alla Columbia University di New York, esperta di migrazioni climatiche. Ascolta o scarica
Vivere con le miniere nell’Africa meridionale
Il numero 68 di «Zapruder», Il capitale sottostante. Realtà e immaginario della miniera emergerà in superficie a giorni, e per accompagnare la sua risalita abbiamo chiesto un contributo a Iva L'articolo Vivere con le miniere nell’Africa meridionale sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
Fake news, propaganda e linguaggio mediatico: una conversazione con Giuliana Sgrena
Dalla manipolazione dell’informazione alla narrazione dei femminicidi: la riflessione di Giuliana Sgrena risuona oggi con forza e lucidità. Viviamo nell’epoca della manipolazione digitale, dei conflitti raccontati in diretta e delle narrazioni tossiche che deformano la realtà più rapidamente di quanto la si possa verificare. Le fake news non sono più semplici distorsioni: sono strumenti politici, economici e bellici, capaci di orientare masse, polarizzare società, innescare crisi e condizionare decisioni cruciali. Nel corso degli anni, Giuliana Sgrena ha denunciato con forza come la manipolazione dell’informazione non sia un fenomeno isolato, ma una distorsione trasversale che attraversa ogni ambito del dibattito pubblico. Nel suo saggio Manifesto per la verità (Il Saggiatore), compie una diagnosi impietosa dei mali dell’informazione contemporanea, mostrando come la falsificazione della realtà colpisca in modo particolare i soggetti più vulnerabili: le donne, raccontate con un linguaggio che giustifica la violenza; i migranti, la cui verità “si inabissa come un corpo affogato”; le popolazioni in guerra, di cui arrivano solo frammenti distorti, piegati agli interessi dei governi. «Per papa Francesco», ricorda Sgrena, «Eva è stata vittima della prima fake news uscita dalla bocca del serpente». Una metafora che conserva oggi una drammatica attualità e che ben descrive il peso che le narrazioni tossiche continuano ad avere nelle società moderne. Una voce autorevole, rigorosa e sempre attenta a questi meccanismi, Sgrena offre strumenti fondamentali per comprendere il presente. Di seguito, la conversazione integrale. INTERVISTA A GIULIANA SGRENA «Fu un giorno fatale quello nel quale il pubblico scoprì che la penna è più potente del ciottolo e può diventare più dannosa di una sassata», scrive Oscar Wilde. Quanto ritiene sia ancora attuale questa famosa citazione di Wilde? La libertà di espressione è una grande conquista ma è anche una spina nel fianco dei regimi autoritari e dei dittatori che utilizzano ogni mezzo per impedire qualsiasi critica o qualsiasi pensiero libero. Nel suo saggio Manifesto per la verità, racconta come si possano innescare conflitti dalla scintilla di una notizia falsa o manipolata. Come è possibile difendersi e accedere a informazioni sicure? Purtroppo quando una falsa notizia ha l’obiettivo di scatenare una guerra è sostenuta da una campagna di propaganda mediatica che non si può fermare. Lo si è visto nella seconda guerra del Golfo (2003), quando il movimento pacifista portò in piazza milioni di persone, e fu definito dal New York Times la seconda potenza mondiale, ma non riuscì a bloccare l’invasione dell’Iraq. «La fotografia sconfigge le fake news», queste le parole di Oliviero Toscani durante la conferenza stampa del 2017 per la presentazione della seconda edizione del talent show Master of Photography. Ritiene veritiera questa affermazione? Non è vera. Purtroppo oggi anche le fotografie sono manipolabili e falsificabili. Un esempio clamoroso è quello del fotografo brasiliano Eduardo Martins, che si era costruito un profilo perfetto sui social: trentadue anni, alto, biondo, bellissimo, surfista, scampato alla leucemia. Presente in tutte le guerre, dove scattava foto bellissime vendute alle più note agenzie del mondo. Le foto migliori venivano vendute per beneficenza e il ricavato devoluto ai bambini di Gaza. Troppo bello per essere vero e infatti era tutto falso. Martins non è mai esistito e le sue foto erano tutte rubate e falsificate. Ma anche senza arrivare a questo estremo ci sono foto manipolate e altre diffuse con una falsa didascalia. Alcuni politici si servono di Twitter (280 caratteri) per comunicare, a discapito del confronto giornalistico. Cosa pensa della politica ai tempi del social? I politici si sono facilmente convertiti a Twitter che permette loro di lanciare solo slogan, perché in 280 battute non si può esprimere un concetto complesso. I social sono diventati lo strumento per fare politica evitando il confronto con i giornalisti, che vengono sbeffeggiati per minare la loro credibilità. Così possono far circolare fake news e dati falsi senza essere smentiti e, quando lo sono, definiscono le proprie affermazioni «fatti alternativi», come ha fatto Trump. Nelle cronache di violenze verso le donne troppo spesso incontriamo superficialità linguistica. Espressioni come “amore malato”, “raptus di passione”, “era un gigante buono” lasciano nelle donne violate il dubbio sulle loro ragioni. In quale direzione bisognerebbe andare per invertire una rotta così dannosa? Il modo di descrivere la violenza contro le donne è impregnato di cultura patriarcale. La donna stuprata e ammazzata viene descritta come una che se l’è andata a cercare, mentre si cercano le attenuanti o giustificazioni per chi commette un femminicidio. Le giornaliste dell’Associazione Giulia, insieme alle Commissioni Pari Opportunità della Fnsi e dell’Usigrai, hanno elaborato il Manifesto di Venezia, che indica le regole per una corretta informazione. Gli argomenti trattati nei suoi libri mettono spesso sotto accusa il mondo del giornalismo. Non si è mai lasciata impressionare dalle naturali ripercussioni che questo tipo di inchieste avrebbero comportato? Nel mio libro (Manifesto per la verità) ho fatto un’analisi spietata del modo di fare informazione soprattutto su alcuni temi particolarmente sensibili o manipolabili, per responsabilizzare chi fa informazione e chi ha il diritto di essere informato. Presentando questo libro, che è stato utilizzato anche in alcuni corsi di formazione per giornalisti, ho trovato molti colleghi che condividono le mie critiche. Si avvicina una data importante: il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Lei, che si è sempre occupata di condizione femminile, quale pensiero desidera lasciare alle donne abusate che cercano di reagire ai loro carnefici? Le donne devono denunciare le violenze subite, ma le autorità devono proteggerle. Non basta aumentare le pene per chi commette femminicidi: occorre evitarli. E questo si può fare finanziando le case che accolgono le donne che hanno subito violenze; invece questi finanziamenti vengono tagliati e le case chiuse. Giuliana Sgrena venne rapita il 4 febbraio 2005 dall’Organizzazione del Jihād islamico mentre si trovava a Baghdad per realizzare reportage. Fu liberata trenta giorni dopo, in un’operazione in cui rimase ucciso Nicola Calipari. Cosa è cambiato nella sua vita da quel tragico giorno? Preferirei non rispondere a questa domanda. Le parole di Giuliana Sgrena mostrano come la ricerca della verità sia un impegno che non riguarda solo i giornalisti, ma l’intera società. Nel rumore informativo che caratterizza il nostro tempo, riconoscere le manipolazioni, denunciare le distorsioni e pretendere un linguaggio rispettoso e accurato è un atto di responsabilità collettiva. Lucia Montanaro
[2025-10-12] Collettiva Fotografica Pigneto '25 @ Parchetto autogestito (Collettivo Recuperamo)
COLLETTIVA FOTOGRAFICA PIGNETO '25 Parchetto autogestito (Collettivo Recuperamo) - via del Pigneto 5f (domenica, 12 ottobre 11:30) Il 12 ottobre, alle ore 11.30 al Parchetto Recuperamo in via del Pigneto 5F, ritorna la Collettiva Fotografica Pigneto. L'evento è giunto ormai al suo terzo anno consecutivo grazie al lavoro delle realtà che lo costruiscono - Collettivo Recuperamo e Rotta Genuina - all* fotograf* che partecipano a questa iniziativa di collettivizzazione dello sguardo, all* ospiti che ogni anno ci raggiungono e ci aprono, attraverso la loro esperienza, finestre su mondi di cui ancora magari non sappiamo molto e alle altre persone e realtà che a vario titolo e modo aggiungono mattoni fondamentali per far sì che questa iniziativa cresca e risulti sempre più interessante e attuale. PROGRAMMA: Focus: come ogni anno la Collettiva sceglie un tema da approfondire durante la giornata. Quest'anno ne tratteremo uno di grande attualità: quello che lega colonialismo, estrattivismo, impatti ambientali e vertenze che vi si oppongono. Tant* ospiti che dall'Italia e dall'estero interverranno per raccontarci i loro lavori e le loro esperienze, attraverso un panel, un laboratorio e uno spettacolo di standup. Esposizione fotografica - tutto il giorno - Parchetto Recuperamo Libreria fotografica - tutto il giorno - la libreria fotografica Leporello, con sede al Pigneto, sarà presente con un banco libreria Mostre - tutto il giorno - la Collettiva ospiterà le mostre tematiche "La Sottile Linea Verde" lavoro fotografico su 5 grandi vertenze ambientaliste realizzata da CFFC per A Sud, "In Itinere" compendio fotografico di un lavoro del circolo sullo spopolamento delle aree interne del Lazio, "Quando Salgono Le Lumache" lavoro fotografico di Linda Turicchia sulle alluvioni in Emilia Romagna e "A Onor Del Nero" lavoro fotografico di Andrea Tedone sui movimenti che si oppongono alle grandi opere estrattiviste Letture portfolio - 11:30-15:00 - Irene Alison, nota photo editor, sarà presente con le sue letture portfolio Laboratorio deColoniale - 14:30-18:00 - con Rahel Sereke e Rachele Borghi - uno spazio di confronto e ricerca collettiva per orientarsi dentro le dinamiche della colonialità che abitano ancora i nostri sguardi, discorsi e territori Panel - 16:30 - testimonianze sul tema della giornata con Marica Di Pierri (A Sud), Andrea Tedone e Linda Turicchia We Stand (Up) With Palestine - 19:00 - Cabaret Decoloniale di Rachele Borghi, che mescola cabaret, pensiero critico e risate, per attraversare i temi del femminismo e della decolonialità, incoraggiare l'azione, alleanze, complicità e solidarietà con la Palestina Per prenotare le letture portfolio con Irene Alison potete contattarci via mail all'indirizzo cffcroma@gmail.com, mentre per prenotare il proprio posto al laboratorio con Rachele Borghi e Rahel Sereke bisogna compilare il form al link Registrazione al 𝐋𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐂𝐨𝐥𝐨𝐧𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐑𝐚𝐡𝐞𝐥 𝐒𝐞𝐫𝐞𝐤𝐞 & 𝐑𝐚𝐜𝐡𝐞𝐥𝐞 𝐁𝐨𝐫𝐠𝐡𝐢 - a cura di Rotta Genuina APS Per qualsiasi ulteriore informazione siamo disponibili sempre all'indirizzo cffcroma@gmail.com. L'evento è reso inoltre possibile dall'indispensabile contributo di Periferia Capitale, il programma per la città di Roma della Fondazione Charlemagne. Ci vediamo il 12 a via del Pigneto 5F: cancelli aperti dalle 11.30!
HUMAN 2025, Contest Fotografico
È online il bando per la partecipazione alla quinta edizione del contest fotografico Human, indetto dall’associazione Energia per i Diritti Umani APS di Roma. Il tema di quest’anno è “il corpo come luogo”. L’obiettivo è esplorare e raccontare il corpo in ogni sua dimensione. Che sia inteso come spazio di identità, territorio sociale, luogo di relazione o luogo politico, il corpo è un campo personale e collettivo, dove si iscrivono esperienze, trasformazioni, desideri e limiti. Straordinario veicolo di significati e ricettore talvolta inconsapevole, esso costituisce uno degli ambiti che meglio registra ciò che si verifica a livello sociale e che, pertanto, può portarci a riflettere in maniera critica sulla realtà che viviamo ogni giorno. L’iscrizione è gratuita, aperta a fotografǝ professionistǝ e non, e avviene online nella sezione dedicata sul sito www.energiaperidirittiumani.it. Il primo premio prevede un buono dal valore di 400 euro offerto dal Laboratorio Fotografico Corsetti. Sarà inaugurata a Roma, presso la Galleria delle Arti, sabato 29 novembre 2025, la mostra fotografica “HUMAN – Il corpo come luogo”, nella quale saranno esposte le 10 opere finaliste. Tramite la votazione del pubblico sul sito si può accedere a uno dei 10 posti finalisti, mentre i restanti 9 lavori verranno selezionati da una giuria di figure professioniste nel mondo della fotografia e dell’arte. Il termine per partecipare è il 31 ottobre 2025. Il bando completo di Human 2025 è disponibile qui: https://energiaperidirittiumani.it/human-il-corpo-come-luogo/. Per questioni informative o amministrative relative alla partecipazione, ci si può rivolgere alla segreteria di Human: +39 06 89479213, human@energiaperidirittiumani.it. _____________________________________________________________________________ Energia per i Diritti Umani APS è un’associazione di volontariato di carattere internazionalista che si occupa della tutela dei diritti umani. Ha iniziative in corso in Italia dal 1998, in Senegal dal 2000, in Gambia dal 2002 e in India dal 2003. Si occupa di sostegno a distanza, costruzione e avvio di scuole, prevenzione sanitaria (in particolare con la campagna Stop Malaria) e altri progetti per garantire l’autonomia della popolazione locale. È inoltre partner organizzatore della Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. Il contest fotografico “Human” nasce dall’idea di unire il potere comunicativo della fotografia con i temi cruciali dell’esistenza umana. L’obiettivo è di catturare l’essenza della persona e, allo stesso tempo, raccontare l’essere al mondo come un’esperienza collettiva, fatta di connessioni e di empatia verso il prossimo. La giuria del concorso: Andrea Acocella [he/him] (Roma, 1991): storico dell’arte, attivista LGBTQIA+ e curatore indipendente. Dopo una laurea in Storia dell’Arte Medievale inizia un percorso di formazione professionale al Node Center di Berlino, dove si specializza in Queer Curating nel 2020. Nel 2022 co-fonda bar.lina, spazio indipendente di arte e letteratura LGBTQIA+, che pone la comunità artistica queer italiana e internazionale al centro del proprio sviluppo. Francesco Amorosino: fotografo, proprietario e direttore del Fotostudio, insegnante di fotografia. Vincitore del SONY Award 2016 – categoria Still Life e finalista di vari premi europei tra cui il LensCulture 2015-Visual Storytelling. Michele Cirillo: crea reportage focalizzati sui temi dei diritti umani, dell’identità e dei cambiamenti geopolitici degli ultimi anni. È docente all’Accademia Italiana – Arte Moda e Design e produce video dell’ufficio stampa della Camera dei deputati. Laboratorio Fotografico Corsetti: dal 1971 un importante punto di riferimento per tuttǝ i maggiori fotografǝ italianǝ e stranierǝ. Valentina Vannicola: indicata dalla rivista Forbes come una delle migliori fotografe italiane nel mondo, ha esposto in numerose gallerie e istituzioni italiane ed internazionali e in prestigiosi Festival di fotografia. Le sue foto sono state pubblicate su quotidiani, settimanali e periodici tra cui: L’Espresso, D di Repubblica, Philosophie, Il Manifesto, Insideart o Aracne. Francesco Rombaldi: fondatore, Editor-in-Chief e curatore di Yogurt Magazine. Ideatore e curatore di numerose esposizioni e progetti nazionali ed internazionali. Alessandro Calizza: artista, fondatore di Ombrelloni Art Space a Roma e del progetto Sa.L.A.D. – San Lorenzo Art District. Volontario di Energia per i Diritti Umani e responsabile del concorso fotografico HUMAN. Energia per i Diritti Umani
[2025-09-08] Arene Decoloniali @ Parco della Torre di Tormarancia
ARENE DECOLONIALI Parco della Torre di Tormarancia - Viale di Tormarancia 31 (lunedì, 8 settembre 18:00) ARENE DECOLONIALI Roma, Parco della Torre di Tor Marancia | 8–14 settembre 2025 ARENE DECOLONIALI è il festival che mette al centro del dibattito pubblico il tema della decolonialità, cuore dell'approccio di Un Ponte Per alla cooperazione internazionale e alla solidarietà. Per una settimana, il Parco della Torre di Tor Marancia (Viale di Tor Marancia 31, Roma) diventa uno spazio di confronto e immaginazione politica per esplorare attraverso immagini, parole e memorie il passato coloniale e le sue eredità nel presente. Una programmazione che intreccia cinema d’autore, letteratura, fotografia e incontri pubblici, in un dialogo aperto tra arti e attivismo, storia e identità. Il festival è realizzato con il patrocinio del Municipio VIII del Comune di Roma. COSA ASPETTARSI La prima edizione 2025 ospita la proiezione di 10 tra film, documentari e cortometraggi provenienti da diversi contesti geografici, 6 presentazioni di libri, due mostre fotografiche e un reading bilingue arabo-italiano con accompagnamento musicale, per dare voce alle memorie rimosse e alle resistenze dei popoli colonizzati. I film sono sottotitolati in italiano e introdotti con la lingua dei segni. L’arena è accessibile alle persone con disabilità motorie. All'interno degli spazi anche uno stand libri a cura della Liberia Griot e un'area food a cura del Centro Culturale Ararat e di Resaka Brewing Tribe. L'ingresso è gratuito, senza prenotazione. OMAGGIO A PIER PAOLO PASOLINI Nel cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, il festival apre con una retrospettiva dedicata a Pier Paolo Pasolini. Due giornate dedicate alle sue opere cinematografiche che esplorano il suo sguardo sull’alterità, con particolare attenzione al suo rapporto con l’Africa e l’Oriente. LE MOSTRE Durante il festival e successivamente, due mostre fotografiche per ampliare lo sguardo della riflessione: * “Patrimonio Scomodo – Memorie di un passato coloniale”: 18 pannelli ripercorronno tra foto e testi la storia della colonizzazione italiana della Libia. A cura di Annunziata D’Angelo e Elisa Russo. * “Il Leone, il Giudice e il Capestro”: 80 scatti - provenienti in gran parte dal fondo Bedendo - documentano la resistenza libica alla colonizzazione negli anni ’30 e la repressione fascista, fino all’esecuzione di Omar Al Muktar. Dal 16 settembre al 7 novembre presso la Casa della Memoria e della Storia, in collaborazione con il Laboratorio Storico Iconografico dell’Università Roma Tre. PREMIO ARENE DECOLONIALI Per riconoscere e valorizzare il contributo del cinema al movimento decoloniale, abbiamo istituito il Premio Arene Decoloniali, assegnato ogni anno a uno dei film in rassegna secondo il parere di esperti e del pubblico. Il premio consisterà ogni anno in una opera d’arte appositamente realizzata. (Regolamento del Premio Arene Decoloniali). COME RAGGIUNGERE IL FESTIVAL L'ingresso del Parco della Torre di Tor Marancia - in Viale di Tor Marancia 31 - è facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici, a pochi metri dalla fermata Colombo - Rufino delle linee bus 714, 716, 30 oppure dalla fermata Tor Marancia - Rufino della linea bus 160. Segue il programma. PROGRAMMA ARENE DECOLONIALI 1a Edizione 8-14 settembre 2025 Parco della Torre di Tor Marancia Viale di Tor Marancia 31, Roma LUNEDÌ 8 SETTEMBRE Pasolini & l’Oriente: I’Autore e l’Alterità  Questa serata è dedicata a uno sguardo critico su alcune opere cinematografiche di Pier paolo Pasolini, in particolare esplora l'immaginario orientale dell’autore, non come semplice esotismo, ma come costruzione autoriale complessa. Attraverso il suo "viaggio in Oriente", Pasolini interroga l'alterità e riflette sul proprio ruolo di autore europeo.   * Ore 18:30   Presentazione del libro Orient (to) Express. Film di viaggio, etno-grafie, teoria d'autore con l’autore, il professor Marco Dalla Gassa, esperto di orientalismo, letteratura araba o studi postcoloniali(Università Ca’ Foscari di Venezia). In dialogo con Leonardo De Franceschi, Dalla Gassa presenterà le opere di Pasolini proiettate a seguire in dialogo con il pubblico.  * Ore 20:30   Cortometraggio: Le mura di Sana’a (Yemen, 1971 | 14’)*  Pasolini lancia un appello per salvare la città antica di Sana’a, minacciata dalla modernizzazione. Un corto poetico e politico sul legame tra cultura e paesaggio urbano.   * Ore 21:00   Proiezione del film Il fiore delle Mille e una notte (Italia, 1974 | 129’, V.M. 18)  Ispirato ai racconti orientali, il film intreccia storie d’amore, avventura e desiderio in un mondo fiabesco e sensuale, dove la ricerca dell’altro è anche scoperta di sé.  Trigger points: nudità frequenti, scene esplicite di natura sessuale, riferimenti alla schiavitù e alla violenza.  MARTEDÌ 9 SETTEMBRE L’Africa come specchio dell’utopia rivoluzionaria In questa giornata si esploreranno i limiti e le intuizioni dello sguardo pasoliniano sul "Terzo Mondo". Pasolini parla dell’Africa e per l’Africa, ma da un punto di vista esterno, benché empatico e politicamente impegnato.   * Ore 20:00   Incontro introduttivo alla visione con il professor Vito Varricchio, (storia dell’Africa), in dialogo con Lorenzo Teodonio, storico per passione, autore di Razza Partigiana, studioso di critica decoloniale.   * Ore 21:00   Proiezione del film Appunti per un’Orestiade africana (Italia, 1970 | 65’). Film-saggio in forma di appunti visivi, in cui Pier Paolo Pasolini immagina una possibile trasposizione dell’Orestiade di Eschilo nell’Africa postcoloniale, intrecciando appunti visivi, musica e riflessioni politiche sul continente come spazio mitico e rivoluzionario.  Trigger points: riferimenti alla violenza e alla schiavitù (non rappresentati in modo esplicito).  MERCOLEDÌ 10 SETTEMBRE Patrimonio artistico e ri-significazioni  * Ore 18.30   Presentazione della iniziativa “Echi da Dogali” con Giulia Grechi e l’Associazione Tezeta; a seguire presentazione a cura di Rosa Anna Di Lella sulle collezioni dell'ex Museo Coloniale e sulle attività del Museo delle Civiltà (MUCIV). Con la collaborazione della Rete Yekatit12-19febbraio.  * Ore 21:00  Proiezione di Abandon de poste di Mohamed Bouhari (Marocco / Belgio, 2010 | ca.15). Confronto silenzioso tra una guardia giurata e una statua africana a grandezza naturale: la prima di turno davanti a un edificio, la seconda incatenata come gli antichi schiavi all’ingresso di una galleria d’arte. Sguardo ironico e disincantato sugli stereotipi del colonialismo e dello schiavismo attraverso le figure dei “nuovi schiavi” della società occidentale.  * Ore 21:30  Collegamento online con la regista* e proiezione del film Dahomey di Mati Diop (Francia/Senegal, 2024 | ca. 67’). Orso d’Oro al Festival int.le del cinema di Berlino, narra la restituzione al Benin di oggetti trafugati del Regno di Dahomey durante la colonizzazione e conservati al Musée du quai Branly di Parigi.   GIOVEDÌ 11 SETTEMBRE Visioni del rimosso coloniale  * Ore 18:30   Presentazione del libro Visioni del Rimosso, con le autrici e autori Daniela Ricci e Micaela Veronesi (Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza) in dialogo con Leonardo De Franceschi, Maria Coletti e la Rete Yekatit12-19febbraio.  * Ore 21:00  Proiezione del film ADWA - AN AFRICAN VICTORY, del regista Haile Gerima, (Etiopia/USA, 1999 | ca. 90’); Attraverso testimonianze, materiali d’archivio e narrazione storica, il film ricostruisce la battaglia di Adwa (1896), in cui le forze etiopi sconfissero l’esercito coloniale italiano. Un’opera militante che celebra la resistenza africana e la memoria collettiva contro il colonialismo.  Trigger points: Descrizioni e immagini di guerra e violenza coloniale.  * Ore 22:30   Collegamento con il regista Haile Gerima e il regista etiope-italiano Dagmawi Yimer, in dialogo con Micaela Veronesi e Daniela Ricci (Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza), a commento del film e dibattito  VENERDÌ 12 SETTEMBRE Resistenze Decoloniali * Ore 18:30   Presentazione e letture di estratti del libro Il Re Ombra di Maaza Mengiste, con l’autrice in collegamento, insieme a Alessandro Triulzi (Archivio Memorie Migranti); in collaborazione con la Rete Yekatit12-19febbraio. Modera Soumaila Diawara.  * Ore 21:30   Proiezione del film SEARCHING FOR AMANI (Kenya/USA, 2023 | Regia: Debra Aroko | ca. 87’ | Prodotto da Generation Africa – COE) Quando suo padre viene assassinato, Amani, un ragazzo di 13 anni, inizia a filmare per dare voce al proprio dolore e cercare risposte. Il documentario segue il suo percorso tra lutto, memoria e giustizia, offrendo uno sguardo intimo e coraggioso sulla violenza rurale in Kenya e sulla resilienza giovanile.  SABATO 13 SETTEMBRE Decolonizzare la scuola  * Ore 19:00   Presentazione del libro “Tra i Bianchi di scuola” di Espérance Hakuzwimana insieme a Daniela Ionita del Movimento italiani senza cittadinanza, lo scrittore Christian Raimo, in collegamento l’artista Takoua Ben Mohamed, e Angela Mona di Un Ponte Per.  * Ore 21:30   - Proiezione del film A.O.C di Samy Sidali (2022, Francia | ca. 18′) in cui Latefa e i suoi due figli, Walid e Ptissam, consigliati dall’amministrazione, francesizzano i loro nomi quando acquisiscono la cittadinanza francese. Il film è ispirato a una storia vera.   - A seguire il film Soleil Ô (Mauritania/Francia, 1970 | 98’) di M. Hondo. Un immigrato africano riesce ad arrivare a Parigi, si scontra con l'indifferenza, il rifiuto, l'umiliazione e il razzismo; presentazione del film a cura di Micaela Veronesi e Daniela Ricci (Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza).  - Proiezione del cortometraggio MUNA (Warda Mohamed, Regno Unito, 2023 | 19′). Muna, tredicenne britannico-somala, desidera partecipare alla gita scolastica. Prima della partenza, riceve la notizia della morte del nonno in Somalia. Durante il funerale scopre attraverso la musica tradizionale (l’oud) una nuova parte della propria identità e delle proprie radici.  DOMENICA 14 SETTEMBRE Tra poesia e memoria: testimonianze della colonizzazione italiana in Libia  * Ore 18:00   Introduzione a cura di UPP e presentazione delle poesie tradotte dal libico all’italiano del poeta Fadil al Shalmani, deportato a Favignana, le poesie saranno interpretate dal regista, giornalista e sceneggiatore Khalifa Abo Khraisse e dall’attrice Valbona Kunxhiu, accompagnati dalla proiezione del cortometraggio La terra dei padri di Francesco Di Gioia. A seguire, presentazione del libro Il mio solo tormento – Canto di el Agheila, di Rajab Abuhweish, scritto nel campo di concentramento italiano in Libia di El Agheila, con letture di Mario Eleno, Manuela Mosè (curatori dell’edizione italiana del poema). Durante le letture ci sarà un contributo musicaledi Luca Chiavinato, musicista che ha contribuito alla colonna sonora del film “L’ordine delle cose”.    * Ore 20:30   Colonialismo di ieri e Migrazioni di oggi  Introduzione al film “L’ordine delle cose” con Giulia Torrini, presidente di Un Ponte Per; Marina Pierlorenzi, presidente ANPI Roma; Papia Aktar, responsabile migrazioni ARCI Roma e Silvano Falocco, Rete Yekatit12-19Febbraio, Ass. Tezeta.  * Ore 21:15 Consegna del Premio “Arene Decoloniali”  Premiazione del film in rassegna che maggiormente abbia contribuito a colmare il rimosso della memoria coloniale  * Ore 21:30   Proiezione del film L’ordine delle cose di Andrea Segre, 2017, 115’. Un funzionario ha il compito di arginare l'immigrazione dalla Libia ma il suo viaggio ha un esito inatteso.  
7Milamiglialontano: un viaggio per le acque del mondo, tra documentazione e solidarietà
Nel tempo in cui le crisi ambientali faticano a trovare spazio nel discorso pubblico, oscurate da emergenze geopolitiche e interessi a breve termine, c’è chi sceglie con ostinazione la strada lunga, concreta e silenziosa. Un cammino che attraversa continenti e mari, che documenta, coinvolge, forma e restituisce. È il progetto 7MML_5.0 “H2oPLANET”, la nuova impresa firmata 7Milamiglialontano, associazione di promozione sociale con sede a Brescia, che da oltre 15 anni unisce il viaggio d’esplorazione alla solidarietà attiva. L’obiettivo? Entro il 2028, sette spedizioni lungo le coste del pianeta per raccontare lo stato di salute delle acque e il rapporto che l’uomo intrattiene con questa risorsa essenziale. Accompagnati da fotografi, videomaker, biologi, giornalisti e viaggiatori, i team di 7MML vogliono restituire una narrazione complessa, onesta e immersiva, fatta di immagini, voci e incontri.   Foto di 7milamiglialontano   Il Sud America come primo capitolo del 2025   La prima tappa di questa nuova missione è iniziata a luglio, con l’arrivo del primo team a Bogotà, punto di partenza di un viaggio lungo sette mesi e oltre 35mila chilometri che toccherà Perù, Bolivia, Amazzonia, Patagonia e ritorno in Colombia, risalendo coste e fiumi in una staffetta di osservazione e ascolto. Non un’avventura fine a sé stessa, ma un atto di consapevolezza collettiva. Il progetto H2oPLANET Sud America punta i riflettori su uno degli elementi più cruciali e fragili del nostro tempo: l’acqua. Attraverso testimonianze raccolte sul campo, la spedizione racconta gli effetti della crisi climatica, le disuguaglianze legate all’accesso a questa risorsa, le pratiche virtuose di tutela, ma anche la bellezza dei paesaggi e la resilienza delle comunità locali. Un materiale prezioso che verrà raccolto e rielaborato per la pubblicazione di una rivista e un docufilm previsti per il 2026, con l’intento di rendere tangibile ciò che troppo spesso resta invisibile: la portata globale di una crisi che tocca il quotidiano di milioni di persone   Un viaggio che lascia tracce Fin dalla sua nascita, 7Milamiglialontano ha affiancato la documentazione sul campo a progetti solidali concreti. In oltre 15 anni, l’associazione ha donato più di 300.000 euro a enti, comunità e missioni nei luoghi attraversati, contribuendo in modo duraturo alla crescita di realtà locali. Ogni viaggio non è mai solo racconto, ma un gesto di restituzione. In questo solco si inserisce anche il rilancio della 7Vision Jyothi Arts School, una scuola professionalizzante in arti visive a Mysore, India, realizzata in collaborazione con la storica Jyothi Nilaya Onlus e con il sostegno delle Suore Orsoline di Somasca e dell’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia. Dopo il viaggio “Ritorno al Centro” del 2017, la scuola ha finalmente preso vita nel luglio 2025, offrendo a giovani indiani provenienti da contesti fragili un’istruzione gratuita in arti visive, con l’obiettivo di fornire loro strumenti reali per costruire il proprio futuro professionale. “Per chiunque abbia partecipato a Ritorno al Centro – afferma la presidente dell’associazione, Beatrice Mazzocchi – questa è una soddisfazione immensa. Dopo tante difficoltà, questa è la dimostrazione che sognare insieme e con ostinazione è fondamentale per incidere sulla realtà.”   Tra idealismo e impresa concreta L’idea del progetto è nata dal fotografo Giuliano Radici e ha preso forma grazie al lavoro condiviso di più realtà: 7Milamiglialontano EPS, Jyothi Nilaya Onlus, Suore Orsoline, Santa Giulia, con il coinvolgimento diretto di studenti e docenti, italiani e indiani, che collaborano in un’autentica esperienza di scambio e co-creazione. Un primo trimestre pilota ha già visto avviarsi corsi di fotografia, con docenti locali affiancati da studenti volontari italiani, creando un dialogo tra culture attraverso l’arte. Nel futuro dell’associazione, la scuola rappresenterà il principale progetto solidale: una base su cui costruire altri ponti tra sguardi, sensibilità e possibilità.   Una rete per cambiare il mondo Il lavoro di 7Milamiglialontano non sarebbe possibile senza la fiducia di una rete di partner e sostenitori privati – tra cui Promotica, Kariba, Germani, Givi Explorer, VOX ART, New Lab, Albatros Film, Radio Number One – che credono nella forza di un’impresa culturale capace di coniugare viaggio, narrazione e impatto sociale. “Il progetto H2oPLANET – ha spiegato la presidente Mazzocchi – non è soltanto un reportage ambientale: è una visione alternativa del nostro rapporto con il mondo, dove conoscere significa anche prendersi cura, e dove raccontare può voler dire anche cambiare”.   Per seguire il viaggio in tempo reale: Polarsteps – 7MML H2oPlanet Per info sulla scuola e donazioni: www.7milamiglialontano.com/progetto-scuola   Simona Duci