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[2026-04-17] L'Urbanistica uccide Paradigma Palestina - Inaugurazione mostra a cura di quell* del 25 aprile @ Vivèro - luogo di quartiere
L'URBANISTICA UCCIDE PARADIGMA PALESTINA - INAUGURAZIONE MOSTRA A CURA DI QUELL* DEL 25 APRILE Vivèro - luogo di quartiere - Via Antonio Raimondi, 37 (venerdì, 17 aprile 18:00) Una riflessione su come urbanistica e architettura possano diventare strumenti di controllo e violenza, a partire dal paradigma palestinese. Attraverso mappe e immagini, la mostra racconta la trasformazione dello spazio in dispositivo politico che incide sulle possibilità di vita. Uno sguardo che aiuta a riconoscere queste dinamiche anche nei nostri territori, tra speculazione, esclusione e resistenza. Aperitivo a sostegno dello spazio. 🌹Iniziativa all'interno del programma di avvicinamento al 25 aprile del Pigneto "Giorni di liberazione"
April 11, 2026
Gancio de Roma
Il 78° Congresso Nazionale FIAF e la prima ‘tappa’ di Portfolio Italia 2026 a Garda, perché…
Nel 2026 l’annuale convegno organizzato dalla Federazione Italiana Associazioni Fotografiche si terrà in maggio, da mercoledì 7 a domenica 10. Nella ‘cornice’ del raduno si svolgerà la 26ª edizione di Spazio Portfolio, il primo della serie di eventi Portfolio Italia – Circuito di Incontri di lettura portfolio a calendario da maggio a ottobre. Istituita nel 1949 aggregando le associazioni e i club e circoli di fotografi amatoriali, a riconoscimento del ruolo che ha svolto durante la pandemia nel 2021 FIAF è stata insignita dell’Art for Peace Award conferito alla 13ª Conferenza Mondiale Science for Peace. Sede del congresso annuale della FIAF nel 2026 è Garda, il borgo che denomina il Benaco, il lago con sponde nelle province di Verona, Brescia e Trento, e una ‘capitale della fotografia’ perché nel 2003 e nel 2012 ha ospitato il 55° e il 64° convegno della federazione a cui sono affiliati il Foto Club di Costermano e il Gruppo Fotografico Lo Scatto BFI di Garda, descritto da Fulvio Merlak citando Nadar, Josef Koudelka ed Henri Cartier-Bresson e osservando: > LE FOTOGRAFIE SI FANNO CON GLI OCCHI – … il toponimo Garda non è nient’altro > che l’evoluzione della voce longobarda “warda”, ovvero guardia, postazione > difensiva di osservazione e di vedetta militare. Da “warda” deriva poi il > verbo dialettale “vardàr”, ossia guardare, mirare, osservare. “Garda – warda – > varda / guarda” e il cerchio è chiuso; il nesso fra la città di Garda e la > passione per la fotografia potrebbe stare proprio nel vincolo inscindibile che > c’è tra la visione e l’evento fotografico, tra l’atto percettivo e l’azione, > tra lo sguardo e lo scatto … > > … il Circolo Lo Scatto ha al suo attivo l’organizzazione d’innumerevoli, > rinomate manifestazioni … la creazione, nel 2013, della splendida Galleria > FIAF presso il Palazzo Pincini Carlotti di Garda [l’edificio con la scalinata > illustrato nella foto di copertina] … > > … Due sono i Presidenti che si sono avvicendati nella conduzione dello Scatto: > dal 1998 al 2003 Adolfo Vallazza, e dal 2004 a oggi Massimo Felisi … > > … “factotum” del Circolo è sempre stato l’infaticabile Ivano Maffezzoli, uno > straordinario organizzatore, sempre disponibile e altruista. A lui si devono > le molteplici iniziative del Club, iniziative sempre orientate verso una > crescita qualitativa, sia fotografica sia umana, perché, come asseriva Nadar, > “Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno > vedere e altre che non sanno nemmeno guardare”. Chi vive o ha soggiornato a Garda sa quanto siano suggestivi i suoi scorci e panorami, in particolare i tramonti… ogni sera stupendi e ogni volta diversi, con differenti sfumature ed ‘effetti’ cromatici. Chi, come me, ricorda… non dimentica che a Garda, prima che all’interno di Palazzo Rudinì Carlotti venisse allestita la Galleria FIAF, le mostre fotografiche venivano esposte da Massimo Felisi nel Bar Riviera che lui gestiva, e che con questa sua iniziativa lui ha permesso a tante persone, gardesani e turisti, di ammirare moltissimi ‘scatti’ e vedere il mondo da molteplici prospettive. Chi, come me, conosce Ivano Maffezzoli può confermare ogni parola scritta nel suo ‘ritratto’ dipinto da Fulvio Merlak. Qualche giorno fa mentre ero a Garda all’ora del tramonto l’ho incontrato sul lungolago mentre, come me, si avvicinava a un gabbiano ‘in posa’ e, come il gabbiano, lui si è lasciato fotografare: Maddalena Brunasti
April 1, 2026
Pressenza
[2026-03-30] Laboratori aperti Strike @ Strike s.p.a.
LABORATORI APERTI STRIKE Strike s.p.a. - via Umberto Partini 21 (lunedì, 30 marzo 15:00) Continuano i laboratori aperti a strike, giornate per usare i laboratori, condividere progetti, imparare tecniche nuove, sperimentare e aggiustare cose animando e prendendoci cura insieme degli spazi Puoi portare con te del materiale per rifornire i laboratori e qualcosa di vegan da condividere per una merenda insieme :)
March 27, 2026
Gancio de Roma
Quanta ipocrisia su un pezzo di cartone bruciato
A leggere i giornali di domenica sembra che il problema principale per le forze politiche italiane sia un pezzo di carta bruciato durante il nostro corteo di sabato a Roma. Sempre ieri Israele in Libano ha ammazzato 12 tra medici e paramedici. A Gaza ha fatto oltre 72mila vittime accertate. […] L'articolo Quanta ipocrisia su un pezzo di cartone bruciato su Contropiano.
March 16, 2026
Contropiano
Caroline Goodson, Ilaria Puri Purini, Martina Caruso, Raffaella Silvestri / Un archivio tra memoria e modernità
La American Academy in Rome è uno degli istituti di ricerca stranieri che sorsero a Roma sul finire del XIX secolo: riunivano studiosi internazionali, visitatori, ricchi aristocratici e aristocratiche che venivano in Italia a perfezionare i loro studi, e diedero stimolo alla professionalizzazione della ricerca e allo scambio accademico. Nell’autunno del 2025 l’Accademia ha ospitato una mostra di fotografie conservate nelle sue collezioni di cui Woman & ruins costituisce un agile ma denso catalogo. Le immagini sono state scattate da sei donne che, tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento, hanno scelto la fotografia per documentare le rovine del passato di Roma, gli scavi archeologici in corso, i cambiamenti del tessuto urbano e sociale della capitale e dei dintorni. Il testo, in italiano e inglese, ospita i contributi, oltre che della storica dell’arte Ilaria Puri Purini che è anche curatrice del volume, di Caroline Goodson (archeologa e storica), Martina Caruso (fotografa) e Raffaella Silvestri (scrittrice). A seguire, una selezione delle fotografie esposte, divise per temi e un elenco completo delle opere in mostra. Le sei donne erano appassionate di archeologia e in quegli anni i grandi progetti edilizi per la creazione di nuovi poli amministrativi, stazioni, ospedali, nuclei residenziali e per la modernizzazione di Roma (capitale nazionale dal 1870) avevano consentito di portare alla luce i resti su larga scala della città antica (in particolare, tra il 1889 e il 1925, ci furono gli scavi di Giacomo Boni nell’area del Foro). Gertrude Bell proveniva da una ricchissima famiglia inglese di industriali del carbone. Americane erano Esther Van Deman e Marion Blake e furono Fellow dell’Accademia, la prima nel 1901 (per svolgere ricerche sulla casa delle Vestali nel Foro romano), la seconda nel 1925 e studentessa della Van Deman. Incrociarono i loro percorsi con gli studiosi e archeologi maschi più celebri dell’epoca. Van Deman fu assistente di Thomas Ashby, direttore della British School at Rome, e studiando la casa delle vestali esaminò la documentazione degli scavi di Boni e di Rodolfo Lanciani, intraprendendo poi uno studio innovativo sulle tipologie murarie. Il “gruppo” è completato dalle sorelle britanniche Dora e Agnes Bulwer, molte fotografie delle quali furono incluse nel volume Passeggiate nella Campagna Romana di Lanciani, e da Maria Pasolini Ponti, ravennate, storica e restauratrice. Probabilmente si conobbero tutte l’un l’altra; è certo, ad esempio, che Bell frequentò il salotto della Pasolini Ponti, molto attiva nel dibattito sul rapporto tra monumenti e spazi verdi e sulla nuova estetica urbana; lavorarono insieme Van Deman e Blake, ed è nota una fotografia della prima con le sorelle Bulwer; si conobbero Van Deman e Bell, la prima descritta dalla seconda come “una simpatica piccola donna americana che studia la muratura in laterizio”. Alcune, come Gertrude Bell, vivranno una vita molto movimentata diventando celebri ben oltre il perimetro della disciplina archeologica, della fotografia e della storia dell’arte, mentre della vita di altre – e in particolare delle Bulwer – sappiamo pochissimo (non si conservano corrispondenza né diari né ritratti e spesso non si sa neppure quale delle due abbia scattato le foto). Le fotografie furono realizzate in parte per ragioni di studio, in parte commissionate, o per interesse personale, in molti casi semplicemente non lo sappiamo, così come non conosciamo le condizioni tecniche in cui operavano (sviluppavano le fotografie da sole o con l’aiuto di altri?). Nel catalogo non si parla purtroppo delle macchine fotografiche utilizzate (alcune delle quali erano invece esposte nella mostra). Considerare come un insieme delle persone accumunate principalmente dal fatto di essere donne è una operazione rischiosa perché sono sempre stati gli uomini, e la cultura patriarcale, a considerare le donne come un collettivo rispetto al quale costruire il positivo maschile. Pensare che esistano una visuale e un modo di vedere femminile (cosa che non si immagina mai con il maschile) non fa buon gioco alla emancipazione delle donne. L’operazione della mostra e del catalogo, in questo caso, risulta efficace non solo perché si tratta di donne convissute in uno spazio e in un tempo precisi ma perché ci restituisce sguardi laterali (per scelte di contenuti, stilistiche, di rappresentazione o negazione della rappresentazione del sé) come se l’essere donne, e quindi partire da una posizione diversa da quella degli uomini, avesse permesso loro una maggiore libertà espressiva. È chiaro che stiamo parlando di donne che potevano permettersi di uscire dallo spazio domestico, di viaggiare e frequentare gli ambienti accademici. Nessuna di loro è stata una fotografa professionista (mestiere che d’altra parte ancora non esisteva) e almeno alcune di loro, peraltro, come Bell, non avevano bisogno di esercitare una professione. Ma la fotografia sembra essere stata utilizzata non solo come documento dell’oggetto fotografato ma per rivendicare uno spazio da parte del soggetto fotografo; spazio che in questo caso costituisce anche una forma della narrazione storica. Scrive Puri Purini: “L’occupazione di paesaggi in rovina, fisici e metaforici, da parte di queste donne può aiutarci e ripensare e a mettere in discussione le circostanze storiche dell’esclusione e ad affermare il loro legittimo posto all’interno delle narrazioni dominanti del passato”. Maria Pasolini Ponti sceglie di fotografare l’architettura minore di Roma e dei suoi sobborghi, praticando quindi una fotografia sociale, sostenuta dalla volontà di preservare l’architettura minore. L’interesse per gli strati sociali bassi, in parte etnografico (erano stili di vita che si ipotizzava vicini a quelli delle società antiche) è evidente anche nelle sorelle Bulwer che ritraggono la semplicità dei villaggi delle campagne romane e di persone e bambini tra le rovine, con uno sguardo non suprematista ma orizzontale. Esther Van Deman intraprende lo studio delle tecniche murarie e dei loro cambiamenti nel corso del tempo, dando ai dettagli tecnici la stessa importanza di particolari decorativi e scultorei; il suo lavoro testimoniato dalle foto, da appunti e dalla corrispondenza, verrà rielaborato e pubblicato da Marion Blake, nel 1947. Il passaggio necessario dalla (presunta) storia collettiva a quella individuale è metaforicamente materializzato in alcune fotografie nelle quali una donna (la fotografa o un’altra) è rappresentata tra le rovine. In lontananza, piccola e solitaria, quasi sempre non riconoscibile. La figura umana in un paesaggio di rovine era un soggetto noto nella tradizione paesaggistica della pittura europea ma in questo caso, la donna “sembra indicare”, come scrive Martina Caruso a proposito delle fotografie delle Bulwer, “una collocazione deliberata della figura femminile in spazi precedentemente occupati dalla figura del romantico o dell’archeologo”. Se fotografarsi, come scrive Raffaella Silvestri, è “una ricerca di esistenza”, già solo l’inserimento della donna nel paesaggio mette in discussione le gerarchie ma ad essere eversivo è soprattutto il guardare senza presupporre – e voler imporre – un potere. Scrive ancora Silvestri: “Questa reciprocità tra chi scatta e chi posa è stata possibile anche perché – in quanto donne – il loro sguardo rifletteva quella marginalità strutturale di tutte le categorie oppresse. Erano libere dal cosiddetto male gaze”. Come se i resti del passato, e quei brani di presente destinati ad essere travolti dalla modernizzazione, fossero diventati per Bell, Van Deman, Blake, Bulwer e Pasolini Ponte, attraverso l’attività del fotografare, uno spazio del possibile – o una superficie ben delimitata di libertà, esperita fino all’ultimo centimetro possibile.     L'articolo Caroline Goodson, Ilaria Puri Purini, Martina Caruso, Raffaella Silvestri / Un archivio tra memoria e modernità proviene da Pulp Magazine.
February 14, 2026
Pulp Magazine
USA: un vicepresidente nero per una presidente donna
Il 14 febbraio 1818 nasceva (forse) Frederick Douglass, lo schiavo che che fu candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Lo strano team candidato alle elezioni USA del 1872 L’accopiata fu effettivamente eccezionale, non solo per l’epoca: Victoria Woodhull,1 un’attivista femminista e antirazzista che designò come suo vice un nero ex schiavo, Frederick Douglass, appunto. In realtà la candidatura, con l’Equal
February 12, 2026
La Bottega del Barbieri
[2026-01-29] Bangladesh, Rivolte e GenZ @ Zazie nel metrò
BANGLADESH, RIVOLTE E GENZ Zazie nel metrò - Via Ettore Giovenale 16, Roma (giovedì, 29 gennaio 19:00) BANGLADESH, RIVOLTE E GENZ Nell’agosto 2024 il Bangladesh è esploso. Dalle università è partita una rivolta di massa contro un sistema di potere fondato su autoritarismo, repressione e disuguaglianze. La contestazione del sistema delle quote ha aperto una frattura profonda che, dopo settimane di mobilitazione e violenta repressione, ha portato alla caduta del governo di Sheikh Hasina. Oggi il paese vive una transizione fragile verso le elezioni del 12 febbraio 2026, le prime dopo la caduta del regime. Il governo di transizione guidato da Muhammad Yunus deve muoversi tra istituzioni delegittimate, un processo elettorale incerto e il ritorno di forze politiche legate all’autoritarismo. L’uccisione recente di Sharif Osman Bin Hadi, leader del movimento studentesco Inqilab Mancha, mostra che il potere continua a colpire chi sfida l’ordine esistente. Le rivolte del 2024 non sono finite: il conflitto resta aperto e il futuro del Bangladesh è ancora terreno di scontro. NE DISCUTEREMO CON L’ATTIVISTA NEZUM UDDIN HRIDOY, VOCE DIRETTA DEL MOVIMENTO STUDENTESCO BANGLADESE, GABRIELE CECCONI, FOTOGRAFO DOCUMENTARISTA CHE PRESENTA UNA MOSTRA FOTOGRAFICA SULLE PROTESTE E GIULIANO BATTISTON, GIORNALISTA E RICERCATORE SU CONFLITTI E POLITICA GLOBALE. Un incontro per raccontare le lotte, comprendere il presente e dare voce ai movimenti in lotta nel mondo che i media, con la loro visione neocolonialista, continuano a ignorare.
January 23, 2026
Gancio de Roma
Vivere con le miniere nell’Africa meridionale http://storieinmovimento.org/2025/12/09/vivere-con-le-miniere-nellafrica-meridionale/?pk_campaign=feed&pk_kwd=vivere-con-le-miniere-nellafrica-meridionale #comunitàminerarie #ecologiapolitica #vitaquotidiana #estrattivismo #colonialismo #capitalismo #fotografia #SudAfrica #miniera #scarti #zambia #Blog