Vivere con le miniere nell’Africa meridionale
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L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono
attenzione. Presenza. Responsabilità.
Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste.
Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e
Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele
Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele
raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a
Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli.
Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi
lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto
trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi,
dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano
fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione.
La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi,
nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno
da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano
piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come
atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita
quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e
risultano invece più drammaticamente negati.
Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città
di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però
dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro.
Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È
un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che
rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere
consumate, ma attraversate.
Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a
supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un
elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da
lontano, ma restare in relazione.
È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di
lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si
incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and
Naples. A Childhood Story.
Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate
adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se
in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo
invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta.
È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci.
E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata.
Chiede di essere difesa.
Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in
un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse
anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma
soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia.
Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito
l’incontro e il dialogo tra voi?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che
andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un
progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di
comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha
lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti
dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o
tecnico, ma profondamente umano.
Raffaele Annunziata:
Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando
già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato
dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo
lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali
siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto
fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story.
Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già
compiuto?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la
prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più
dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana,
uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle
immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle.
Raffaele Annunziata:
La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre
singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi,
senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica,
umanitaria e concreta.
Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso
le vostre immagini?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un
soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare
mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie
dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e
complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole
vederla.
Raffaele Annunziata:
Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un
racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa
spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto
sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di
sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica.
Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo
fatto.
Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa
continuare a fotografare a Gaza in questo momento?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non
esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e
gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di
raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta
professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina
fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi,
continuiamo a sognare, nonostante tutto.
Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione
delle immagini di questo progetto?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me
stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state
anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di
internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata
il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto
può essere portato via.
Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e
instabilità circondano tutto?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere
dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue
giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la
fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire
che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a
resistere e a respirare.
Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato
qualcos’altro?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione
umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della
mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano
che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e
tra i quali vivo.
Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per
vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per
continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento
della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura.
Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te
continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni
dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente
importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un
momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare
la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a
una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena
e in continuo divenire.
In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico,
e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia?
Raffaele Annunziata:
Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò
che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la
realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e
reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi
hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo
se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico,
che rispetto ma non mi interessa.
Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e
cosa ha cambiato in te, come autore e come persona?
Raffaele Annunziata:
Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In
quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un
genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale
sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi.
Mahmoud e Soso sono degli eroi.
Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul
modo in cui racconti l’infanzia?
Raffaele Annunziata:
Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di
Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a
sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi
scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo
che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato
Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la
sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo.
Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che
viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate.
Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o
luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare?
Raffaele Annunziata:
Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di
ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a
Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo
continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà
importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due
reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples.
Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie?
Raffaele Annunziata:
Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho
visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa
soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che
nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto
spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo
sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora.
Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di
cambiare l’attuale stato delle cose.
Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe?
Mahmoud Abu Al-Qaraya:
Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città.
Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore
umano.
Raffaele Annunziata:
Un giorno Soso e Dede si incontreranno.
Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole
e le immagini che ci hanno affidato.
Between Gaza and Naples. A Childhood Story
Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya
Una selezione di immagini dal progetto fotografico.
Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due
città, due infanzie in dialogo:
https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing
Lucia Montanaro
Spina, vent’anni di storie e fotografie. Intervista a Mario Spada
(foto di mario spada)
Incontro Mario Spada nel suo studio del Centro di Fotografia Indipendente, al
quinto piano di un vecchio palazzo in via Guglielmo Pepe che affaccia
direttamente sulle navi da crociera del porto. È una gelida e assolata domenica
pomeriggio, lo aspetto in poltrona mentre si aggira per le sale con una coppia
che è venuta a visitare la mostra, e che gli fa qualche domanda su alcune delle
sue foto di maggiore impatto. C’è una grossa mano sulla testa di un neonato, ad
accarezzarlo o forse a colpirlo; un giovane uomo che punta una pistola contro il
suo pitbull; una bimba che parla a una ricetrasmittente giocattolo; un
transessuale che utilizza un orinatoio a muro e accanto a lui un uomo che cerca
di approcciarlo. «Sono quei momenti in cui la tensione raggiunge il picco
massimo. C’è la foto. E dopo non sai cosa succede».
Nel progetto Spina, che comprende un libro con ottantadue foto in bianco e nero
e una mostra inaugurata a novembre – sarà visitabile fino a fine gennaio nelle
sale del CFI –, ci sono vent’anni di immagini del fotografo napoletano. Adulti,
bambini, anziani, neonati. Ritratti, ma non solo. E poi la morte, che incombe in
molte delle fotografie, uno dei riferimenti più forti alla città, anzi a una
città, che Spada non ha voluto delimitare in confini geografici: «Potrebbe
essere Napoli ma anche Palermo, una città del Sud America, o di qualche altro
posto. È importante, ma non troppo».
Ci sediamo, il via vai per le stanze continua, torniamo sulla vita e la morte:
«Mia madre aveva una relazione molto forte con la morte, quando ero bambino
almeno una volta al mese mi portava nella chiesa del Purgatorio ad Arco, ai
Tribunali, quella dove ci sono i teschi, e c’è la storia della principessa
Lucia. Oggi ti fanno pagare un biglietto per entrare, ho detto tutto».
Dietro la scrivania di Spada c’è una gigantografia che ritrae un ragazzino con
una pistola. Siamo su un set cinematografico. Il giovane ha lo sguardo nel vuoto
tipico di un momento di pausa, la pistola appoggiata sul volto sbarbato. Mi
viene in mente il documentario di Leonardo Di Costanzo Cadenza d’inganno, dove
il protagonista fugge dall’obiettivo quando si accorge che la telecamera lo
costringe a farsi delle domande. Ritornerà anni dopo per chiedere al regista di
terminare il film, credendo di avere delle risposte. «Quando lavoro con il
cinema mi piace fotografare le comparse, i personaggi minori», continua Spada.
Il film da cui è tratta la foto è il Gomorra di Garrone.
Come si fa a racchiudere vent’anni di lavoro in un solo libro e una sola mostra?
Questo libro io l’ho sempre voluto fare. Da subito, quando ho iniziato a fare
fotografie, sapevo che avrei dovuto fare un libro che teneva insieme tutto, o
comunque tanto. Anche quando ho portato avanti singoli progetti, come quello sui
pitbull, o gli ultras, avevo sempre l’idea di fare questo libro. In questo
senso, ogni fotografia è anche sintesi di un’esperienza che ho fatto. Ci sono
foto che tu non puoi dire: “Ah, lì è la Madonna dell’Arco!”, e ce ne sono altre
che sono più riconoscibili. Le fotografie all’inizio erano migliaia, poi sono
diventate centinaia e alla fine ottantadue. È come se questo corpo si fosse
formato nella mia testa. Il lavoro di costruzione del libro è diverso, ma non
del tutto, da quello della mostra.
Quali sono le differenze?
La mostra è costituita da una serie di blocchi di immagini, che sono le pareti e
non le pagine. È un’altra dimensione, anche se non si discosta più di tanto dal
libro, infatti ho scelto di mantenere due pareti nere che racchiudono la mostra
come una copertina, perché sono le due pareti più lontane.
Come hai lavorato su selezione e montaggio?
C’è dietro un editing molto emozionale, parlo del libro: ci sono assonanze,
dissonanze, richiami, gesti che si ripetono. Penso al dittico del bambino calvo
e del cane chiuso nell’altarino: sono due entità, due soggetti che si
assomigliano, quello è un editing emotivo. Per quanto riguarda la mostra avevo
questa traccia delle pareti nere: su una ho deciso di esporre tutte fotografie
che venivano dal nero, così che potessero diventare un’unica immagine tutte
insieme, come se fossero degli squarci di bianco che escono dal buio, ma che
allo stesso tempo le si potesse vedere separatamente. Per quello che riguarda i
contenuti, con Patrizio Esposito, che mi ha aiutato nel percorso, abbiamo deciso
di togliere tutte le rappresentazioni di una città riconoscibile, stereotipata;
è stato un editing lunghissimo, abbiamo lavorato due anni e mezzo, vedendoci
ogni tre, sei mesi addirittura, in modo da dimenticarci quello che avevamo fatto
e verificare se funzionava ancora.
(foto di mario spada)
Da cosa deriva questa scelta di “autocensura” rispetto alla città?
Volevo che la città non fosse riconoscibile, volevo andare oltre i suoi confini,
come se fosse una specie di microcosmo. Anche perché il mio è spesso il lavoro
di uno che va in posti strani, in un certo senso esotici, poco conosciuti anche
all’interno della città, luoghi che un napoletano non necessariamente riconosce.
E questa è una scelta precisa dal mio punto di vista. Napoli c’entra perché nel
cominciare questo lavoro, all’inizio degli anni Novanta, c’entra il fatto che
vivevo a Napoli. Ho cominciato a frequentare la città di sera intorno ai sedici
anni, era una città che la notte era nelle mani di pochi, bellissima perché non
c’era nessuno per strada. I ragazzi, e le ragazze soprattutto, dei quartieri
popolari, stavano nei loro rioni, si andava il sabato sera a ballare, ma si
andava nelle grandi discoteche, fuori Napoli, nella zona di Caserta, Giugliano.
Forse se fossi nato vent’anni fa e stessi vivendo ora questa città anch’io
andrei a fare le foto a Largo Sermoneta, non lo so, sicuramente avrei avuto una
difficoltà maggiore a innamorarmi della notte di Napoli.
In che termini ci sei invece tu, dentro queste foto?
Da piccolo avevo un’idea precisa di quello che volevo fare. Avrei voluto fare il
Conservatorio, forse perché c’era il fidanzato di mia sorella che suonava
benissimo, forse perché mi piaceva la musica, ma a casa mia non era considerata
un’opzione del genere. Ho avuto un percorso scolastico diciamo da impiegato, poi
ho cominciato a lavorare come fotografo in uno studio di matrimoni e questa cosa
mi ha dato la possibilità di conoscere tecnicamente una fotocamera. Prima
parlavo del racconto di un’esperienza: queste foto sono anche dei miei
autoritratti. Quando scatti hai qualcosa che in qualche modo ti rappresenta,
parla di te. Poi, chiaramente, può essere diverso quando fai una foto di
cronaca, una foto importante tipo quella del ministro che fu ammazzato in
Turchia, o l’uccisione di Kennedy: lì, anche se la foto è tecnicamente
“sbagliata”, è potente perché ti racconta un evento importante per la storia
dell’umanità. La foto famosa di quando Papa Woytila fu ferito da Alì Agca, in
cui si vede la pistola, probabilmente non è del fotografo, ma di una delle
persone che stavano lì e che stava nella posizione giusta. Pare che il fotografo
ufficiale sequestrò subito tutte le pellicole ai fedeli e ai turisti che erano
lì, e da lì probabilmente è uscita quella foto. Nel mio caso è diverso, non c’è
niente di fondamentale per la Storia, parliamo di emozioni che provi quando
scatti, e quindi quella foto c’entra molto con te. Questo non vuol dire che
l’emozione basta a tirar fuori delle foto giuste, così come non basta il
contesto. Quando ho fatto il progetto sugli ultras, una volta sono andato a
Brescia con loro, un viaggio incredibile, ho fatto delle foto stupende. Poi dopo
qualche settimana sono andato a Verona e non ho fatto manco una foto buona,
funziona così.
Così diventa ancora più complesso catturare il momento…
Io non ho quasi mai fatto attualità, non perché sia un genere meno nobile, ma
per me si trattava di lavorare in un posto per giorni, non era mio interesse
fare un lavoro di mezzora. Tante volte mi avevano avvisato che c’era un morto
per strada, ma non sono andato a fotografarlo, non mi interessava avere la foto
dell’omicidio, io volevo la foto che potesse rappresentare tutti gli omicidi.
Nel libro ce n’è una perché è una storia: è la foto di un corpo solo, di un
omicidio fatto esattamente sotto casa mia. Per me è importante perché è una foto
di come si muore, soli, non c’è nessuno intorno a questo corpo. Mi ricordo che
mi telefonò un amico, dicendomi che avevano ammazzato un uomo sotto casa mia. Io
vado a casa, prendo una macchina fotografica, rompo il cordone della polizia
dicendo che lavoravo in pizzeria, entro, salgo sopra e faccio la foto.
Dall’alto.
Questo rapporto tra il contesto e le emozioni ti è stato chiaro fin da quando
hai iniziato?
Beh, negli anni sono tanti i lavori dei grandi maestri, le fotografie che mi
hanno colpito. Amo i lavori di Letizia Battaglia, Diane Arbus, Eugene Smith.
Forse i due lavori che ho conosciuto da giovanissimo e che mi hanno spinto a
fare questo tipo di percorso sono stati La Centesima Strada di Bruce Davidson
e Gipsy di Koudelka. In tutti e due i casi si capiva che c’era stata
un’attenzione al tema, e soprattutto c’era il tornare sul posto, passarci del
tempo, creare relazione.
In che termini questi due concetti, il ritorno e la relazione, sono importanti
per la tua fotografia?
È come quando impari a conoscere delle persone. La prima volta conosci uno
strato superficiale, poi guardando quello che hai realizzato, e avendo la
possibilità di ritornare, puoi capire quali sono le cose interessanti che magari
non avevi notato, e che puoi eventualmente approfondire se si ripresenta
l’occasione. Più ci spendi del tempo, più entri in relazione, più la forza di
questo processo si moltiplica.
(foto di mario spada)
Questo implica anche una capacità di entrare in relazione con mondi distanti dai
tuoi, penso alle fotografie sul mondo dei ricchi, della nobiltà, dei grossi
imprenditori.
Era necessario. Io credo che qualsiasi cosa tu voglia raccontare, che sia un
popolo, una storia, una città, ci sono sempre due anime che vanno in collisione,
che magari convivono, come nella morfologia umana della nostra città, dove i
quartieri dei ricchi sono circondati da quartieri dei poveri: se pensi a Chiaia,
ci sono i Quartieri Spagnoli, c’è Santa Lucia, c’è la Torretta. Se vuoi
raccontare una cosa devi cogliere i due estremi che ci sono dentro, che sono
complementari. Lo scrive Belmonte nella Fontana Rotta: per studiare un popolo
puoi guardare la classe alta e la classe bassa; infatti, se guardi Spina, nella
prima fotografia la macchina è rivolta verso l’alto, quando c’è il truffatore,
nell’ultima è rivolta verso il basso. È una scelta che abbiamo fatto proprio
perché volevamo seguire questa sorta di idea, di filo conduttore.
Parlavamo dei tuoi primi lavori, come fotografo di matrimoni…
Sì, era un periodo in cui mi appassionavo all’arte, conoscevo il Museo
Archeologico a memoria, ho sempre avuto una passione per la bellezza. Anche
quando facevo il fotografo di matrimoni avevo una grande attenzione, ero
catturato dalla bellezza che mi si presentava intorno. Lì ho conosciuto Oreste
Pipolo, che aveva un occhio pazzesco. E poi Cito, che voleva fare un lavoro sui
matrimoni napoletani: andavo a vedere quello che faceva, sicuramente queste
relazioni mi hanno aperto un sentiero.
Ritorna la relazione, anche in senso formativo…
Sì, perché la relazione ti apre le porte, soprattutto ti fa passare da una cosa
a un’altra. Io dalle tombolate sono passato al progetto del battesimo del Nano;
poi da lì sono arrivato a Madonna dell’Arco, perché la gente più o meno era la
stessa; è come se si aprissero di volta in volta delle porte; conosci persone,
conosci storie, se le persone sei disposto a conoscerle veramente, loro si
aprono. Io mi infilavo nelle storie così, quasi per vedere cosa succedeva. La
prima volta che ho fotografato la Parrocchiella, che è una sorta di enclave dei
Quartieri Spagnoli, era durante i Mondiali, forse del ‘98, perché passavo di lì
e vidi questa famiglia che guardava la partita in un vicolo con la televisione
sull’uscio del basso, e tutti fuori a guardare. Mi fermai, chiesi se potevo fare
delle foto, e lì si è aperto un mondo, la storia di Carlo, che poi si è
intrecciata con quella di Francesco, che si è intrecciata con Madonna dell’Arco,
e così via.
Come hai fatto a decidere che era il momento di chiudere il cerchio e fare
questo libro?
Probabilmente perché ho capito che avevo tutto quello che mi serviva. Ero
pronto. Come se mi fossi reso conto che non avevo più scuse. (intervista di
riccardo rosa)
“ATLAS OF THE NEW WORLD”, UN PROGETTO FOTOGRAFICO PER COMPRENDERE I CAMBIAMENTI CLIMATICI
Atlas of the New World è un libro dei fotografi Giulia Piermartiri ed Edoardo
Delille, edito da L’Artiere nel 2025. Le fotografie contenute nell’Atlante sono
state realizzate a partire dal 2019 alle Maldive, in California, sul Monte
Bianco, in Mozambico, in Cina e nella Russia artica.
“Un progetto fotografico visionario che immagina come potrebbe apparire il
pianeta terra” in un futuro rivoluzionato dal cambiamento climatico. L’atlante
mostra un mondo trasformato sotto la pressione congiunta di tecnologia,
geopolitica, economia, infrastrutture e nuovi modelli di potere.
L’Atlas of the New World, usa la fotografia come strumento per “rendere visibile
l’invisibile: non il presente, ma il futuro prossimo del mondo naturale e
umano”.
Il progetto ha ricevuto riconoscimenti importanti, come il Premio Amilcare
Ponchielli per il suo contributo fotografico e concettuale nel raccontare temi
di grande impatto globale.
Ne parliamo con il fotografo Edoardo Delille, uno dei due autori dell’opera e
con Elena Giacomelli, ricercatrice all’Università di Bologna e alla Columbia
University di New York, esperta di migrazioni climatiche. Ascolta o scarica
Vivere con le miniere nell’Africa meridionale
Il numero 68 di «Zapruder», Il capitale sottostante. Realtà e immaginario della
miniera emergerà in superficie a giorni, e per accompagnare la sua risalita
abbiamo chiesto un contributo a Iva
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Fake news, propaganda e linguaggio mediatico: una conversazione con Giuliana Sgrena
Dalla manipolazione dell’informazione alla narrazione dei femminicidi: la
riflessione di Giuliana Sgrena risuona oggi con forza e lucidità.
Viviamo nell’epoca della manipolazione digitale, dei conflitti raccontati in
diretta e delle narrazioni tossiche che deformano la realtà più rapidamente di
quanto la si possa verificare. Le fake news non sono più semplici distorsioni:
sono strumenti politici, economici e bellici, capaci di orientare masse,
polarizzare società, innescare crisi e condizionare decisioni cruciali.
Nel corso degli anni, Giuliana Sgrena ha denunciato con forza come la
manipolazione dell’informazione non sia un fenomeno isolato, ma una distorsione
trasversale che attraversa ogni ambito del dibattito pubblico. Nel suo saggio
Manifesto per la verità (Il Saggiatore), compie una diagnosi impietosa dei mali
dell’informazione contemporanea, mostrando come la falsificazione della realtà
colpisca in modo particolare i soggetti più vulnerabili: le donne, raccontate
con un linguaggio che giustifica la violenza; i migranti, la cui verità “si
inabissa come un corpo affogato”; le popolazioni in guerra, di cui arrivano solo
frammenti distorti, piegati agli interessi dei governi. «Per papa Francesco»,
ricorda Sgrena, «Eva è stata vittima della prima fake news uscita dalla bocca
del serpente». Una metafora che conserva oggi una drammatica attualità e che ben
descrive il peso che le narrazioni tossiche continuano ad avere nelle società
moderne.
Una voce autorevole, rigorosa e sempre attenta a questi meccanismi, Sgrena offre
strumenti fondamentali per comprendere il presente.
Di seguito, la conversazione integrale.
INTERVISTA A GIULIANA SGRENA
«Fu un giorno fatale quello nel quale il pubblico scoprì che la penna è più
potente del ciottolo e può diventare più dannosa di una sassata», scrive Oscar
Wilde. Quanto ritiene sia ancora attuale questa famosa citazione di Wilde?
La libertà di espressione è una grande conquista ma è anche una spina nel fianco
dei regimi autoritari e dei dittatori che utilizzano ogni mezzo per impedire
qualsiasi critica o qualsiasi pensiero libero.
Nel suo saggio Manifesto per la verità, racconta come si possano innescare
conflitti dalla scintilla di una notizia falsa o manipolata. Come è possibile
difendersi e accedere a informazioni sicure?
Purtroppo quando una falsa notizia ha l’obiettivo di scatenare una guerra è
sostenuta da una campagna di propaganda mediatica che non si può fermare. Lo si
è visto nella seconda guerra del Golfo (2003), quando il movimento pacifista
portò in piazza milioni di persone, e fu definito dal New York Times la seconda
potenza mondiale, ma non riuscì a bloccare l’invasione dell’Iraq.
«La fotografia sconfigge le fake news», queste le parole di Oliviero Toscani
durante la conferenza stampa del 2017 per la presentazione della seconda
edizione del talent show Master of Photography. Ritiene veritiera questa
affermazione?
Non è vera. Purtroppo oggi anche le fotografie sono manipolabili e
falsificabili. Un esempio clamoroso è quello del fotografo brasiliano Eduardo
Martins, che si era costruito un profilo perfetto sui social: trentadue anni,
alto, biondo, bellissimo, surfista, scampato alla leucemia. Presente in tutte le
guerre, dove scattava foto bellissime vendute alle più note agenzie del mondo.
Le foto migliori venivano vendute per beneficenza e il ricavato devoluto ai
bambini di Gaza. Troppo bello per essere vero e infatti era tutto falso. Martins
non è mai esistito e le sue foto erano tutte rubate e falsificate. Ma anche
senza arrivare a questo estremo ci sono foto manipolate e altre diffuse con una
falsa didascalia.
Alcuni politici si servono di Twitter (280 caratteri) per comunicare, a
discapito del confronto giornalistico. Cosa pensa della politica ai tempi del
social?
I politici si sono facilmente convertiti a Twitter che permette loro di lanciare
solo slogan, perché in 280 battute non si può esprimere un concetto complesso. I
social sono diventati lo strumento per fare politica evitando il confronto con i
giornalisti, che vengono sbeffeggiati per minare la loro credibilità. Così
possono far circolare fake news e dati falsi senza essere smentiti e, quando lo
sono, definiscono le proprie affermazioni «fatti alternativi», come ha fatto
Trump.
Nelle cronache di violenze verso le donne troppo spesso incontriamo
superficialità linguistica. Espressioni come “amore malato”, “raptus di
passione”, “era un gigante buono” lasciano nelle donne violate il dubbio sulle
loro ragioni. In quale direzione bisognerebbe andare per invertire una rotta
così dannosa?
Il modo di descrivere la violenza contro le donne è impregnato di cultura
patriarcale. La donna stuprata e ammazzata viene descritta come una che se l’è
andata a cercare, mentre si cercano le attenuanti o giustificazioni per chi
commette un femminicidio. Le giornaliste dell’Associazione Giulia, insieme alle
Commissioni Pari Opportunità della Fnsi e dell’Usigrai, hanno elaborato il
Manifesto di Venezia, che indica le regole per una corretta informazione.
Gli argomenti trattati nei suoi libri mettono spesso sotto accusa il mondo del
giornalismo. Non si è mai lasciata impressionare dalle naturali ripercussioni
che questo tipo di inchieste avrebbero comportato?
Nel mio libro (Manifesto per la verità) ho fatto un’analisi spietata del modo di
fare informazione soprattutto su alcuni temi particolarmente sensibili o
manipolabili, per responsabilizzare chi fa informazione e chi ha il diritto di
essere informato. Presentando questo libro, che è stato utilizzato anche in
alcuni corsi di formazione per giornalisti, ho trovato molti colleghi che
condividono le mie critiche.
Si avvicina una data importante: il 25 novembre, Giornata internazionale per
l’eliminazione della violenza contro le donne. Lei, che si è sempre occupata di
condizione femminile, quale pensiero desidera lasciare alle donne abusate che
cercano di reagire ai loro carnefici?
Le donne devono denunciare le violenze subite, ma le autorità devono
proteggerle. Non basta aumentare le pene per chi commette femminicidi: occorre
evitarli. E questo si può fare finanziando le case che accolgono le donne che
hanno subito violenze; invece questi finanziamenti vengono tagliati e le case
chiuse.
Giuliana Sgrena venne rapita il 4 febbraio 2005 dall’Organizzazione del Jihād
islamico mentre si trovava a Baghdad per realizzare reportage. Fu liberata
trenta giorni dopo, in un’operazione in cui rimase ucciso Nicola Calipari. Cosa
è cambiato nella sua vita da quel tragico giorno?
Preferirei non rispondere a questa domanda.
Le parole di Giuliana Sgrena mostrano come la ricerca della verità sia un
impegno che non riguarda solo i giornalisti, ma l’intera società. Nel rumore
informativo che caratterizza il nostro tempo, riconoscere le manipolazioni,
denunciare le distorsioni e pretendere un linguaggio rispettoso e accurato è un
atto di responsabilità collettiva.
Lucia Montanaro
[2025-10-12] Collettiva Fotografica Pigneto '25 @ Parchetto autogestito (Collettivo Recuperamo)
COLLETTIVA FOTOGRAFICA PIGNETO '25
Parchetto autogestito (Collettivo Recuperamo) - via del Pigneto 5f
(domenica, 12 ottobre 11:30)
Il 12 ottobre, alle ore 11.30 al Parchetto Recuperamo in via del Pigneto 5F,
ritorna la Collettiva Fotografica Pigneto.
L'evento è giunto ormai al suo terzo anno consecutivo grazie al lavoro delle
realtà che lo costruiscono - Collettivo Recuperamo e Rotta Genuina - all*
fotograf* che partecipano a questa iniziativa di collettivizzazione dello
sguardo, all* ospiti che ogni anno ci raggiungono e ci aprono, attraverso la
loro esperienza, finestre su mondi di cui ancora magari non sappiamo molto e
alle altre persone e realtà che a vario titolo e modo aggiungono mattoni
fondamentali per far sì che questa iniziativa cresca e risulti sempre più
interessante e attuale.
PROGRAMMA:
Focus: come ogni anno la Collettiva sceglie un tema da approfondire durante la
giornata. Quest'anno ne tratteremo uno di grande attualità: quello che lega
colonialismo, estrattivismo, impatti ambientali e vertenze che vi si oppongono.
Tant* ospiti che dall'Italia e dall'estero interverranno per raccontarci i loro
lavori e le loro esperienze, attraverso un panel, un laboratorio e uno
spettacolo di standup.
Esposizione fotografica - tutto il giorno - Parchetto Recuperamo
Libreria fotografica - tutto il giorno - la libreria fotografica Leporello, con
sede al Pigneto, sarà presente con un banco libreria
Mostre - tutto il giorno - la Collettiva ospiterà le mostre tematiche "La
Sottile Linea Verde" lavoro fotografico su 5 grandi vertenze ambientaliste
realizzata da CFFC per A Sud, "In Itinere" compendio fotografico di un lavoro
del circolo sullo spopolamento delle aree interne del Lazio, "Quando Salgono Le
Lumache" lavoro fotografico di Linda Turicchia sulle alluvioni in Emilia Romagna
e "A Onor Del Nero" lavoro fotografico di Andrea Tedone sui movimenti che si
oppongono alle grandi opere estrattiviste
Letture portfolio - 11:30-15:00 - Irene Alison, nota photo editor, sarà presente
con le sue letture portfolio
Laboratorio deColoniale - 14:30-18:00 - con Rahel Sereke e Rachele Borghi - uno
spazio di confronto e ricerca collettiva per orientarsi dentro le dinamiche
della colonialità che abitano ancora i nostri sguardi, discorsi e territori
Panel - 16:30 - testimonianze sul tema della giornata con Marica Di Pierri (A
Sud), Andrea Tedone e Linda Turicchia
We Stand (Up) With Palestine - 19:00 - Cabaret Decoloniale di Rachele Borghi,
che mescola cabaret, pensiero critico e risate, per attraversare i temi del
femminismo e della decolonialità, incoraggiare l'azione, alleanze, complicità e
solidarietà con la Palestina
Per prenotare le letture portfolio con Irene Alison potete contattarci via mail
all'indirizzo cffcroma@gmail.com, mentre per prenotare il proprio posto al
laboratorio con Rachele Borghi e Rahel Sereke bisogna compilare il form al link
Registrazione al 𝐋𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐂𝐨𝐥𝐨𝐧𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐑𝐚𝐡𝐞𝐥
𝐒𝐞𝐫𝐞𝐤𝐞 & 𝐑𝐚𝐜𝐡𝐞𝐥𝐞 𝐁𝐨𝐫𝐠𝐡𝐢 - a cura di Rotta Genuina APS
Per qualsiasi ulteriore informazione siamo disponibili sempre all'indirizzo
cffcroma@gmail.com.
L'evento è reso inoltre possibile dall'indispensabile contributo di Periferia
Capitale, il programma per la città di Roma della Fondazione Charlemagne.
Ci vediamo il 12 a via del Pigneto 5F: cancelli aperti dalle 11.30!
HUMAN 2025, Contest Fotografico
È online il bando per la partecipazione alla quinta edizione del contest
fotografico Human, indetto dall’associazione Energia per i Diritti Umani APS di
Roma.
Il tema di quest’anno è “il corpo come luogo”. L’obiettivo è esplorare e
raccontare il corpo in ogni sua dimensione. Che sia inteso come spazio di
identità, territorio sociale, luogo di relazione o luogo politico, il corpo è un
campo personale e collettivo, dove si iscrivono esperienze, trasformazioni,
desideri e limiti. Straordinario veicolo di significati e ricettore talvolta
inconsapevole, esso costituisce uno degli ambiti che meglio registra ciò che si
verifica a livello sociale e che, pertanto, può portarci a riflettere in maniera
critica sulla realtà che viviamo ogni giorno.
L’iscrizione è gratuita, aperta a fotografǝ professionistǝ e non, e avviene
online nella sezione dedicata sul sito www.energiaperidirittiumani.it. Il primo
premio prevede un buono dal valore di 400 euro offerto dal Laboratorio
Fotografico Corsetti.
Sarà inaugurata a Roma, presso la Galleria delle Arti, sabato 29 novembre 2025,
la mostra fotografica “HUMAN – Il corpo come luogo”, nella quale saranno esposte
le 10 opere finaliste. Tramite la votazione del pubblico sul sito si può
accedere a uno dei 10 posti finalisti, mentre i restanti 9 lavori verranno
selezionati da una giuria di figure professioniste nel mondo della fotografia e
dell’arte. Il termine per partecipare è il 31 ottobre 2025. Il bando completo di
Human 2025 è disponibile qui:
https://energiaperidirittiumani.it/human-il-corpo-come-luogo/.
Per questioni informative o amministrative relative alla partecipazione, ci si
può rivolgere alla segreteria di Human: +39 06 89479213,
human@energiaperidirittiumani.it.
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Energia per i Diritti Umani APS è un’associazione di volontariato di carattere
internazionalista che si occupa della tutela dei diritti umani. Ha iniziative in
corso in Italia dal 1998, in Senegal dal 2000, in Gambia dal 2002 e in India dal
2003. Si occupa di sostegno a distanza, costruzione e avvio di scuole,
prevenzione sanitaria (in particolare con la campagna Stop Malaria) e altri
progetti per garantire l’autonomia della popolazione locale. È inoltre partner
organizzatore della Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. Il contest
fotografico “Human” nasce dall’idea di unire il potere comunicativo della
fotografia con i temi cruciali dell’esistenza umana. L’obiettivo è di catturare
l’essenza della persona e, allo stesso tempo, raccontare l’essere al mondo come
un’esperienza collettiva, fatta di connessioni e di empatia verso il prossimo.
La giuria del concorso:
Andrea Acocella [he/him] (Roma, 1991): storico dell’arte, attivista LGBTQIA+ e
curatore indipendente. Dopo una laurea in Storia dell’Arte Medievale inizia un
percorso di formazione professionale al Node Center di Berlino, dove si
specializza in Queer Curating nel 2020. Nel 2022 co-fonda bar.lina, spazio
indipendente di arte e letteratura LGBTQIA+, che pone la comunità artistica
queer italiana e internazionale al centro del proprio sviluppo.
Francesco Amorosino: fotografo, proprietario e direttore del Fotostudio,
insegnante di fotografia. Vincitore del SONY Award 2016 – categoria Still Life e
finalista di vari premi europei tra cui il LensCulture 2015-Visual Storytelling.
Michele Cirillo: crea reportage focalizzati sui temi dei diritti umani,
dell’identità e dei cambiamenti geopolitici degli ultimi anni. È docente
all’Accademia Italiana – Arte Moda e Design e produce video dell’ufficio stampa
della Camera dei deputati.
Laboratorio Fotografico Corsetti: dal 1971 un importante punto di riferimento
per tuttǝ i maggiori fotografǝ italianǝ e stranierǝ.
Valentina Vannicola: indicata dalla rivista Forbes come una delle migliori
fotografe italiane nel mondo, ha esposto in numerose gallerie e istituzioni
italiane ed internazionali e in prestigiosi Festival di fotografia. Le sue foto
sono state pubblicate su quotidiani, settimanali e periodici tra cui:
L’Espresso, D di Repubblica, Philosophie, Il Manifesto, Insideart o Aracne.
Francesco Rombaldi: fondatore, Editor-in-Chief e curatore di Yogurt Magazine.
Ideatore e curatore di numerose esposizioni e progetti nazionali ed
internazionali.
Alessandro Calizza: artista, fondatore di Ombrelloni Art Space a Roma e del
progetto Sa.L.A.D. – San Lorenzo Art District. Volontario di Energia per i
Diritti Umani e responsabile del concorso fotografico HUMAN.
Energia per i Diritti Umani
[2025-09-08] Arene Decoloniali @ Parco della Torre di Tormarancia
ARENE DECOLONIALI
Parco della Torre di Tormarancia - Viale di Tormarancia 31
(lunedì, 8 settembre 18:00)
ARENE DECOLONIALI
Roma, Parco della Torre di Tor Marancia | 8–14 settembre 2025
ARENE DECOLONIALI è il festival che mette al centro del dibattito pubblico il
tema della decolonialità, cuore dell'approccio di Un Ponte Per alla cooperazione
internazionale e alla solidarietà.
Per una settimana, il Parco della Torre di Tor Marancia (Viale di Tor Marancia
31, Roma) diventa uno spazio di confronto e immaginazione politica per esplorare
attraverso immagini, parole e memorie il passato coloniale e le sue eredità nel
presente. Una programmazione che intreccia cinema d’autore, letteratura,
fotografia e incontri pubblici, in un dialogo aperto tra arti e attivismo,
storia e identità.
Il festival è realizzato con il patrocinio del Municipio VIII del Comune di
Roma.
COSA ASPETTARSI
La prima edizione 2025 ospita la proiezione di 10 tra film, documentari e
cortometraggi provenienti da diversi contesti geografici, 6 presentazioni di
libri, due mostre fotografiche e un reading bilingue arabo-italiano con
accompagnamento musicale, per dare voce alle memorie rimosse e alle resistenze
dei popoli colonizzati.
I film sono sottotitolati in italiano e introdotti con la lingua dei segni.
L’arena è accessibile alle persone con disabilità motorie.
All'interno degli spazi anche uno stand libri a cura della Liberia Griot e
un'area food a cura del Centro Culturale Ararat e di Resaka Brewing Tribe.
L'ingresso è gratuito, senza prenotazione.
OMAGGIO A PIER PAOLO PASOLINI
Nel cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, il festival apre con una
retrospettiva dedicata a Pier Paolo Pasolini. Due giornate dedicate alle sue
opere cinematografiche che esplorano il suo sguardo sull’alterità, con
particolare attenzione al suo rapporto con l’Africa e l’Oriente.
LE MOSTRE
Durante il festival e successivamente, due mostre fotografiche per ampliare lo
sguardo della riflessione:
* “Patrimonio Scomodo – Memorie di un passato coloniale”: 18 pannelli
ripercorronno tra foto e testi la storia della colonizzazione italiana della
Libia. A cura di Annunziata D’Angelo e Elisa Russo.
* “Il Leone, il Giudice e il Capestro”: 80 scatti - provenienti in gran parte
dal fondo Bedendo - documentano la resistenza libica alla colonizzazione
negli anni ’30 e la repressione fascista, fino all’esecuzione di Omar Al
Muktar. Dal 16 settembre al 7 novembre presso la Casa della Memoria e della
Storia, in collaborazione con il Laboratorio Storico Iconografico
dell’Università Roma Tre.
PREMIO ARENE DECOLONIALI
Per riconoscere e valorizzare il contributo del cinema al movimento decoloniale,
abbiamo istituito il Premio Arene Decoloniali, assegnato ogni anno a uno dei
film in rassegna secondo il parere di esperti e del pubblico. Il premio
consisterà ogni anno in una opera d’arte appositamente realizzata. (Regolamento
del Premio Arene Decoloniali).
COME RAGGIUNGERE IL FESTIVAL
L'ingresso del Parco della Torre di Tor Marancia - in Viale di Tor Marancia 31 -
è facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici, a pochi metri dalla fermata
Colombo - Rufino delle linee bus 714, 716, 30 oppure dalla fermata Tor Marancia
- Rufino della linea bus 160.
Segue il programma.
PROGRAMMA ARENE DECOLONIALI
1a Edizione
8-14 settembre 2025
Parco della Torre di Tor Marancia
Viale di Tor Marancia 31, Roma
LUNEDÌ 8 SETTEMBRE
Pasolini & l’Oriente: I’Autore e l’Alterità
Questa serata è dedicata a uno sguardo critico su alcune opere cinematografiche
di Pier paolo Pasolini, in particolare esplora l'immaginario orientale
dell’autore, non come semplice esotismo, ma come costruzione autoriale
complessa. Attraverso il suo "viaggio in Oriente", Pasolini interroga l'alterità
e riflette sul proprio ruolo di autore europeo.
* Ore 18:30
Presentazione del libro Orient (to) Express. Film di viaggio, etno-grafie,
teoria d'autore con l’autore, il professor Marco Dalla Gassa, esperto di
orientalismo, letteratura araba o studi postcoloniali(Università Ca’ Foscari di
Venezia). In dialogo con Leonardo De Franceschi, Dalla Gassa presenterà le opere
di Pasolini proiettate a seguire in dialogo con il pubblico.
* Ore 20:30
Cortometraggio: Le mura di Sana’a (Yemen, 1971 | 14’)*
Pasolini lancia un appello per salvare la città antica di Sana’a, minacciata
dalla modernizzazione. Un corto poetico e politico sul legame tra cultura e
paesaggio urbano.
* Ore 21:00
Proiezione del film Il fiore delle Mille e una notte (Italia, 1974 | 129’, V.M.
18)
Ispirato ai racconti orientali, il film intreccia storie d’amore, avventura e
desiderio in un mondo fiabesco e sensuale, dove la ricerca dell’altro è anche
scoperta di sé.
Trigger points: nudità frequenti, scene esplicite di natura sessuale,
riferimenti alla schiavitù e alla violenza.
MARTEDÌ 9 SETTEMBRE
L’Africa come specchio dell’utopia rivoluzionaria
In questa giornata si esploreranno i limiti e le intuizioni dello sguardo
pasoliniano sul "Terzo Mondo". Pasolini parla dell’Africa e per l’Africa, ma da
un punto di vista esterno, benché empatico e politicamente impegnato.
* Ore 20:00
Incontro introduttivo alla visione con il professor Vito Varricchio, (storia
dell’Africa), in dialogo con Lorenzo Teodonio, storico per passione, autore di
Razza Partigiana, studioso di critica decoloniale.
* Ore 21:00
Proiezione del film Appunti per un’Orestiade africana (Italia, 1970 | 65’).
Film-saggio in forma di appunti visivi, in cui Pier Paolo Pasolini immagina una
possibile trasposizione dell’Orestiade di Eschilo nell’Africa postcoloniale,
intrecciando appunti visivi, musica e riflessioni politiche sul continente come
spazio mitico e rivoluzionario.
Trigger points: riferimenti alla violenza e alla schiavitù (non rappresentati in
modo esplicito).
MERCOLEDÌ 10 SETTEMBRE
Patrimonio artistico e ri-significazioni
* Ore 18.30
Presentazione della iniziativa “Echi da Dogali” con Giulia Grechi e
l’Associazione Tezeta; a seguire presentazione a cura di Rosa Anna Di Lella
sulle collezioni dell'ex Museo Coloniale e sulle attività del Museo delle
Civiltà (MUCIV). Con la collaborazione della Rete Yekatit12-19febbraio.
* Ore 21:00
Proiezione di Abandon de poste di Mohamed Bouhari (Marocco / Belgio, 2010 |
ca.15). Confronto silenzioso tra una guardia giurata e una statua africana a
grandezza naturale: la prima di turno davanti a un edificio, la seconda
incatenata come gli antichi schiavi all’ingresso di una galleria d’arte. Sguardo
ironico e disincantato sugli stereotipi del colonialismo e dello schiavismo
attraverso le figure dei “nuovi schiavi” della società occidentale.
* Ore 21:30
Collegamento online con la regista* e proiezione del film Dahomey di Mati Diop
(Francia/Senegal, 2024 | ca. 67’). Orso d’Oro al Festival int.le del cinema di
Berlino, narra la restituzione al Benin di oggetti trafugati del Regno di
Dahomey durante la colonizzazione e conservati al Musée du quai Branly di
Parigi.
GIOVEDÌ 11 SETTEMBRE
Visioni del rimosso coloniale
* Ore 18:30
Presentazione del libro Visioni del Rimosso, con le autrici e autori Daniela
Ricci e Micaela Veronesi (Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza)
in dialogo con Leonardo De Franceschi, Maria Coletti e la Rete
Yekatit12-19febbraio.
* Ore 21:00
Proiezione del film ADWA - AN AFRICAN VICTORY, del regista Haile Gerima,
(Etiopia/USA, 1999 | ca. 90’); Attraverso testimonianze, materiali d’archivio e
narrazione storica, il film ricostruisce la battaglia di Adwa (1896), in cui le
forze etiopi sconfissero l’esercito coloniale italiano. Un’opera militante che
celebra la resistenza africana e la memoria collettiva contro il colonialismo.
Trigger points: Descrizioni e immagini di guerra e violenza coloniale.
* Ore 22:30
Collegamento con il regista Haile Gerima e il regista etiope-italiano Dagmawi
Yimer, in dialogo con Micaela Veronesi e Daniela Ricci (Archivio Nazionale
Cinematografico della Resistenza), a commento del film e dibattito
VENERDÌ 12 SETTEMBRE
Resistenze Decoloniali
* Ore 18:30
Presentazione e letture di estratti del libro Il Re Ombra di Maaza Mengiste, con
l’autrice in collegamento, insieme a Alessandro Triulzi (Archivio Memorie
Migranti); in collaborazione con la Rete Yekatit12-19febbraio. Modera Soumaila
Diawara.
* Ore 21:30
Proiezione del film SEARCHING FOR AMANI (Kenya/USA, 2023 | Regia: Debra Aroko |
ca. 87’ | Prodotto da Generation Africa – COE) Quando suo padre viene
assassinato, Amani, un ragazzo di 13 anni, inizia a filmare per dare voce al
proprio dolore e cercare risposte. Il documentario segue il suo percorso tra
lutto, memoria e giustizia, offrendo uno sguardo intimo e coraggioso sulla
violenza rurale in Kenya e sulla resilienza giovanile.
SABATO 13 SETTEMBRE
Decolonizzare la scuola
* Ore 19:00
Presentazione del libro “Tra i Bianchi di scuola” di Espérance Hakuzwimana
insieme a Daniela Ionita del Movimento italiani senza cittadinanza, lo scrittore
Christian Raimo, in collegamento l’artista Takoua Ben Mohamed, e Angela Mona di
Un Ponte Per.
* Ore 21:30
- Proiezione del film A.O.C di Samy Sidali (2022, Francia | ca. 18′) in cui
Latefa e i suoi due figli, Walid e Ptissam, consigliati dall’amministrazione,
francesizzano i loro nomi quando acquisiscono la cittadinanza francese. Il film
è ispirato a una storia vera.
- A seguire il film Soleil Ô (Mauritania/Francia, 1970 | 98’) di M. Hondo. Un
immigrato africano riesce ad arrivare a Parigi, si scontra con l'indifferenza,
il rifiuto, l'umiliazione e il razzismo; presentazione del film a cura di
Micaela Veronesi e Daniela Ricci (Archivio Nazionale Cinematografico della
Resistenza).
- Proiezione del cortometraggio MUNA (Warda Mohamed, Regno Unito, 2023 | 19′).
Muna, tredicenne britannico-somala, desidera partecipare alla gita scolastica.
Prima della partenza, riceve la notizia della morte del nonno in Somalia.
Durante il funerale scopre attraverso la musica tradizionale (l’oud) una nuova
parte della propria identità e delle proprie radici.
DOMENICA 14 SETTEMBRE
Tra poesia e memoria: testimonianze della colonizzazione italiana in Libia
* Ore 18:00
Introduzione a cura di UPP e presentazione delle poesie tradotte dal libico
all’italiano del poeta Fadil al Shalmani, deportato a Favignana, le poesie
saranno interpretate dal regista, giornalista e sceneggiatore Khalifa Abo
Khraisse e dall’attrice Valbona Kunxhiu, accompagnati dalla proiezione del
cortometraggio La terra dei padri di Francesco Di Gioia. A seguire,
presentazione del libro Il mio solo tormento – Canto di el Agheila, di Rajab
Abuhweish, scritto nel campo di concentramento italiano in Libia di El Agheila,
con letture di Mario Eleno, Manuela Mosè (curatori dell’edizione italiana del
poema). Durante le letture ci sarà un contributo musicaledi Luca Chiavinato,
musicista che ha contribuito alla colonna sonora del film “L’ordine delle
cose”.
* Ore 20:30
Colonialismo di ieri e Migrazioni di oggi
Introduzione al film “L’ordine delle cose” con Giulia Torrini, presidente di Un
Ponte Per; Marina Pierlorenzi, presidente ANPI Roma; Papia Aktar, responsabile
migrazioni ARCI Roma e Silvano Falocco, Rete Yekatit12-19Febbraio, Ass. Tezeta.
* Ore 21:15
Consegna del Premio “Arene Decoloniali”
Premiazione del film in rassegna che maggiormente abbia contribuito a colmare il
rimosso della memoria coloniale
* Ore 21:30
Proiezione del film L’ordine delle cose di Andrea Segre, 2017, 115’. Un
funzionario ha il compito di arginare l'immigrazione dalla Libia ma il suo
viaggio ha un esito inatteso.
7Milamiglialontano: un viaggio per le acque del mondo, tra documentazione e solidarietà
Nel tempo in cui le crisi ambientali faticano a trovare spazio nel discorso
pubblico, oscurate da emergenze geopolitiche e interessi a breve termine, c’è
chi sceglie con ostinazione la strada lunga, concreta e silenziosa. Un cammino
che attraversa continenti e mari, che documenta, coinvolge, forma e restituisce.
È il progetto 7MML_5.0 “H2oPLANET”, la nuova impresa firmata 7Milamiglialontano,
associazione di promozione sociale con sede a Brescia, che da oltre 15 anni
unisce il viaggio d’esplorazione alla solidarietà attiva.
L’obiettivo? Entro il 2028, sette spedizioni lungo le coste del pianeta per
raccontare lo stato di salute delle acque e il rapporto che l’uomo intrattiene
con questa risorsa essenziale. Accompagnati da fotografi, videomaker, biologi,
giornalisti e viaggiatori, i team di 7MML vogliono restituire una narrazione
complessa, onesta e immersiva, fatta di immagini, voci e incontri.
Foto di 7milamiglialontano
Il Sud America come primo capitolo del 2025
La prima tappa di questa nuova missione è iniziata a luglio, con l’arrivo del
primo team a Bogotà, punto di partenza di un viaggio lungo sette mesi e oltre
35mila chilometri che toccherà Perù, Bolivia, Amazzonia, Patagonia e ritorno in
Colombia, risalendo coste e fiumi in una staffetta di osservazione e ascolto.
Non un’avventura fine a sé stessa, ma un atto di consapevolezza collettiva.
Il progetto H2oPLANET Sud America punta i riflettori su uno degli elementi più
cruciali e fragili del nostro tempo: l’acqua. Attraverso testimonianze raccolte
sul campo, la spedizione racconta gli effetti della crisi climatica, le
disuguaglianze legate all’accesso a questa risorsa, le pratiche virtuose di
tutela, ma anche la bellezza dei paesaggi e la resilienza delle comunità locali.
Un materiale prezioso che verrà raccolto e rielaborato per la pubblicazione di
una rivista e un docufilm previsti per il 2026, con l’intento di rendere
tangibile ciò che troppo spesso resta invisibile: la portata globale di una
crisi che tocca il quotidiano di milioni di persone
Un viaggio che lascia tracce
Fin dalla sua nascita, 7Milamiglialontano ha affiancato la documentazione sul
campo a progetti solidali concreti. In oltre 15 anni, l’associazione ha donato
più di 300.000 euro a enti, comunità e missioni nei luoghi attraversati,
contribuendo in modo duraturo alla crescita di realtà locali. Ogni viaggio non è
mai solo racconto, ma un gesto di restituzione. In questo solco si inserisce
anche il rilancio della 7Vision Jyothi Arts School, una scuola
professionalizzante in arti visive a Mysore, India, realizzata in collaborazione
con la storica Jyothi Nilaya Onlus e con il sostegno delle Suore Orsoline di
Somasca e dell’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia.
Dopo il viaggio “Ritorno al Centro” del 2017, la scuola ha finalmente preso vita
nel luglio 2025, offrendo a giovani indiani provenienti da contesti fragili
un’istruzione gratuita in arti visive, con l’obiettivo di fornire loro strumenti
reali per costruire il proprio futuro professionale.
“Per chiunque abbia partecipato a Ritorno al Centro – afferma la presidente
dell’associazione, Beatrice Mazzocchi – questa è una soddisfazione immensa. Dopo
tante difficoltà, questa è la dimostrazione che sognare insieme e con
ostinazione è fondamentale per incidere sulla realtà.”
Tra idealismo e impresa concreta
L’idea del progetto è nata dal fotografo Giuliano Radici e ha preso forma grazie
al lavoro condiviso di più realtà: 7Milamiglialontano EPS, Jyothi Nilaya Onlus,
Suore Orsoline, Santa Giulia, con il coinvolgimento diretto di studenti e
docenti, italiani e indiani, che collaborano in un’autentica esperienza di
scambio e co-creazione. Un primo trimestre pilota ha già visto avviarsi corsi di
fotografia, con docenti locali affiancati da studenti volontari italiani,
creando un dialogo tra culture attraverso l’arte. Nel futuro dell’associazione,
la scuola rappresenterà il principale progetto solidale: una base su cui
costruire altri ponti tra sguardi, sensibilità e possibilità.
Una rete per cambiare il mondo
Il lavoro di 7Milamiglialontano non sarebbe possibile senza la fiducia di una
rete di partner e sostenitori privati – tra cui Promotica, Kariba, Germani, Givi
Explorer, VOX ART, New Lab, Albatros Film, Radio Number One – che credono nella
forza di un’impresa culturale capace di coniugare viaggio, narrazione e impatto
sociale.
“Il progetto H2oPLANET – ha spiegato la presidente Mazzocchi – non è soltanto un
reportage ambientale: è una visione alternativa del nostro rapporto con il
mondo, dove conoscere significa anche prendersi cura, e dove raccontare può
voler dire anche cambiare”.
Per seguire il viaggio in tempo reale:
Polarsteps – 7MML H2oPlanet
Per info sulla scuola e donazioni:
www.7milamiglialontano.com/progetto-scuola
Simona Duci