Una goccia nell’oceano
MAHMOUD ABU AL-QARAYA: DA GAZA ALL’ITALIA, LA FOTOGRAFIA, LA GUERRA E LA
POSSIBILITÀ DI UN FUTURO
La guerra è adesso.
È nelle immagini che ci raggiungono ogni giorno e alle quali rischiamo, quasi
senza accorgercene, di abituarci. L’orrore si ripete, scorre davanti ai nostri
occhi e può finire per sembrarci distante, quasi irreale.
Ma la guerra non è un film. E non è normale.
Davanti a quello che accade a Gaza mi sono chiesta spesso che cosa potessi fare.
Poco, forse. Una goccia nell’oceano.
Ma una goccia non è soltanto una goccia.
Una goccia è una vita. Ha un nome, un volto, una storia.
Oggi questa goccia si chiama Mahmoud Abu Al-Qaraya.
Ed è forse questo che rischiamo di perdere quando la guerra diventa una sequenza
quotidiana di immagini e di numeri: il valore di ogni singola goccia, di ogni
singola vita.
Mahmoud è un fotografo e videomaker palestinese di Gaza. Avevamo già incontrato
il suo sguardo attraverso Between Gaza and Naples. A Childhood Story, il
progetto fotografico realizzato con Raffaele Annunziata e raccontato su
Pressenza. L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico
tra Gaza e Napoli
Oggi Mahmoud è in Italia. Ha iniziato un percorso universitario a Sassari grazie
a una borsa di studio triennale destinata a studenti palestinesi.
Questa volta lasciamo che sia lui a raccontare.
Hai vissuto la guerra mentre la fotografavi. Ci sono stati momenti in cui hai
smesso di sentirti fotografo e sei stato semplicemente un uomo che aveva paura?
Sì, è successo molte volte. Sono andato in tanti luoghi per fotografare, con la
macchina fotografica e l’attrezzatura in mano. Ma in certi momenti non provavo
soltanto paura: non sentivo più nemmeno il mio corpo. Era come se mi stessero
strappando via l’anima. A volte avevo la macchina fotografica in mano e non
riuscivo a scattare. Avevo paura dell’orrore di ciò che vedevo, e avevo paura
anche di mostrarlo al mondo.
Gaza è la tua casa. Cosa significa vedere scomparire o trasformarsi i luoghi
della propria infanzia, della propria vita e dei propri ricordi?
Potrei parlare di questo sentimento per dieci pagine e non riuscirei comunque a
descriverlo. Quando scompaiono i luoghi in cui hai vissuto la tua infanzia, ti
chiedi: è finito anche il mio passato? Dove vanno i ricordi quando non esiste
più un luogo in cui tornare per ritrovarli?
Quando sono tornato a Shuja’iyya, dove ho vissuto la mia infanzia, non ho
trovato la nostra casa. Non ho trovato la mia scuola, né la strada o il giardino
in cui passavo ore a giocare a calcio. Conoscevo benissimo quei luoghi, ma ero
lì e non trovavo più nulla di ciò che cercavo. Ancora oggi non so descrivere
cosa si prova.
Nelle tue fotografie tornano spesso gli sguardi dei bambini. Cosa raccontano
della realtà di Gaza che le parole non riescono a dire? E quale forza può avere
la fotografia, e più in generale l’arte, nel trasformare quella realtà in un
messaggio di pace?
Vorrei che il mondo vedesse la speranza negli occhi dei bambini di Gaza. Ricordo
tutti i bambini che ho fotografato: alcuni sorridevano nonostante le condizioni
difficili in cui vivevano; altri erano tristi e portavano un peso troppo grande
per la loro età. Ricordo un bambino felice per dei vestiti nuovi e un altro che
mi ha sorriso perché gli stavo scattando una foto, anche se dentro di sé era
triste.
Vorrei che le persone vedessero chiaramente quanto questi bambini siano belli e
innocenti, e quanta speranza ci sia ancora in loro. Se le mie fotografie
riescono a far pensare a loro e a spingere qualcuno a cercare di costruire per
loro un futuro migliore, allora questa è la forza della fotografia per me. È il
messaggio di pace che vorrei trasmettere.
Il tuo lavoro con Raffaele Annunziata, Between Gaza and Naples. A Childhood
Story, ha creato un primo legame con l’Italia. Come si è evoluto quel rapporto e
quale percorso ti ha portato, da lì, fino a essere oggi in Italia?
Il mio rapporto con Raffaele è nato attraverso la fotografia. Mi hanno colpito
le immagini che aveva scattato a Napoli, e a lui sono piaciute quelle che avevo
scattato a Gaza. Abbiamo cominciato a parlare ogni tanto: mi chiedeva come stavo
e parlavamo di Gaza e di fotografia. Poi abbiamo deciso di lavorare insieme, ed
è nato Between Gaza and Naples. All’inizio ci univa la fotografia, ma con il
tempo Raffaele è diventato un amico molto vicino.
Quando si è presentata la possibilità di continuare i miei studi in Italia,
Raffaele e Carmen, insieme ad altri amici, si sono impegnati molto per aiutarmi.
Ci sono stati periodi di speranza e di attesa, poi ho ottenuto la borsa di
studio. A maggio è arrivata la chiamata dell’ambasciata e, pochi giorni dopo, ho
lasciato Gaza. Ho raggiunto la Giordania in autobus e da lì sono arrivato in
aereo a Roma.
A Roma ho incontrato Carmen e Raffaele per la prima volta di persona. Carmen è
stata la prima ad abbracciarmi, poi Raffaele. In seguito mi hanno accompagnato a
Sassari, dove ho iniziato il mio percorso universitario. Qualunque cosa io dica
per raccontare quanto mi hanno aiutato, prima di lasciare Gaza e dopo il mio
arrivo in Italia, mi sembrerà sempre troppo poco.
Per lasciare Gaza hai dovuto vendere anche la tua attrezzatura fotografica.
Qual è stata la rinuncia più importante e più dolorosa per te?
Ho venduto la mia attrezzatura fotografica perché non potevo portarla con me
quando avrei lasciato Gaza. Pensavo che con quei soldi avrei comprato altra
attrezzatura una volta arrivato in Italia. Ma la partenza veniva rimandata, mese
dopo mese, e il costo della vita era altissimo. Ho dovuto spendere gradualmente
quei soldi e, quando finalmente è arrivato il momento di partire, non ne era
rimasto quasi nulla.
Vendere la mia attrezzatura è stato difficile, ma la cosa più dolorosa è stata
lasciare la mia famiglia. Li amo moltissimo. Io sono riuscito a lasciare Gaza,
ma non ho potuto portarli con me.
6. A chi continua a chiedersi «perché vengono qui?», che cosa risponderesti?
Ho lasciato Gaza perché ho visto troppa ingiustizia e troppa paura, e perché
voglio avere la possibilità di costruire un futuro. Sogno di avere un giorno una
famiglia e di trovare un luogo sicuro in cui crescere i miei figli. Non voglio
che provino la paura che ho provato io.
Ho anche un sogno legato al mio lavoro: vorrei farmi un nome nel mondo della
fotografia e del cinema, e usare la mia arte per raccontare la sofferenza dei
bambini del mio popolo. Sono partito anche per questo: per vivere al sicuro,
continuare a lavorare e dare una voce, attraverso le immagini, a ciò che ho
visto.
C’è qualcosa che, ascoltando il racconto europeo della guerra, senti che viene
frainteso, semplificato o non raccontato affatto?
Credo che la cosa più difficile da comprendere dall’esterno sia la dimensione
della sofferenza. So che molte persone in Europa sono vicine a noi e soffrono
per quello che vedono, e lo apprezzo. Ma vedere ciò che accade è diverso dal
viverlo ogni giorno.
Ci sono momenti di paura in cui senti che la morte potrebbe arrivare da un
istante all’altro. È difficile che una fotografia o una notizia riescano a
trasmettere ciò che accade dentro una persona in quel momento, o ciò che quella
paura le lascia. Per questo sento che una parte enorme della nostra esperienza
non arriva alle persone, anche quando sono sinceramente solidali con noi.
8. Come immagini i tuoi anni di studio a Sassari? E dove e come vorresti
costruire il tuo futuro?
Sassari è una città bella e mi piace vivere qui. Le persone sono molto gentili e
questo mi aiuta a sentirmi a mio agio. In questo momento ho qualche difficoltà
con la lingua e con alcuni aspetti degli studi, ma spero che i prossimi anni
vadano bene e che io possa imparare e crescere.
Dopo la laurea sogno di continuare a creare nel campo della fotografia e della
regia, perché è un lavoro che amo e che mi dà gioia. Non so ancora con
precisione dove costruirò il mio futuro, ma so che vorrei essere vicino alla mia
famiglia e alle persone che qui sono diventate una famiglia per me: Raffa,
Carmen e Denis.
Quando pensi a Gaza, riesci ancora a immaginare di tornarci un giorno?
Sì, immagino che un giorno tornerò a Gaza, e spero che quando arriverà quel
giorno la Palestina sia libera. Ma per me sarebbe difficile tornare a viverci
finché dovessi temere che, dopo qualche anno, scoppi un’altra guerra.
Sogno di avere una famiglia e dei figli in futuro, e non voglio che vivano
quello che ho vissuto io. Non riesco a sopportare l’idea di perdere un figlio in
un modo così brutale. Vorrei poter tornare a Gaza sapendo che i miei figli
potranno crescere al sicuro.
Per sostenere Mahmoud e la sua famiglia
Il percorso universitario di Mahmoud a Sassari è sostenuto da una borsa di
studio triennale e dal programma di accoglienza dell’Università di Sassari. La
raccolta fondi è distinta da questo sostegno ed è destinata ad aiutare Mahmoud e
la sua famiglia rimasta a Gaza.
Attraverso il progetto Between Gaza and Naples è possibile contribuire alla
raccolta fondi.
Per chi desidera offrire il proprio sostegno, tutte le informazioni e le
modalità per contribuire sono disponibili qui:
https://www.raffaeleannunziata.it/donate-now/
Lucia Montanaro