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«Il mondo è diventato palestinese»: da Sarah Mustafa a Luigi de Magistris, Napoli interroga la coscienza dell’Occidente
Al Festival del Giallo di Napoli la presentazione del romanzo Il giorno che non ti ho ucciso si trasforma in un confronto su Palestina, diritto internazionale, informazione, resistenza e responsabilità dell’Occidente Non è stata una semplice presentazione letteraria. Al Festival del Giallo di Napoli, il nuovo romanzo di Sarah Mustafa, Il giorno che non ti ho ucciso, è diventato il punto di partenza per una riflessione che ha attraversato memoria, occupazione, diritto internazionale, informazione e resistenza. Sul palco, accanto all’autrice, l’editore Aldo Putignano e Luigi de Magistris. Le letture di Brunella Caputo hanno accompagnato la serata, restituendo voce alle pagine del romanzo e portando il pubblico dentro l’atmosfera del racconto. Sarah Mustafa ha aperto il suo intervento ringraziando Napoli per la vicinanza dimostrata alla causa palestinese e per le mobilitazioni di studenti, associazioni e cittadini che fin dai mesi successivi al 7 ottobre 2023 hanno mantenuto alta l’attenzione su Gaza e sui territori palestinesi occupati. L’autrice ha raccontato anche le proprie esitazioni nel periodo in cui stava per pubblicare il suo primo romanzo. Mentre la guerra occupava quotidianamente le prime pagine dei giornali, temeva che non ci fosse più spazio per una narrazione diversa. Fu proprio Aldo Putignano a incoraggiarla a proseguire. Per Mustafa la letteratura rappresenta uno strumento per raccontare ciò che raramente trova spazio nella narrazione dominante occidentale: il punto di vista palestinese. Il giorno che non ti ho ucciso si colloca all’inizio degli anni Settanta e racconta l’incontro, a Pavia, tra Carla, giovane operaia italiana impegnata nelle lotte sindacali, e Omar, profugo palestinese segnato da una storia di perdita e violenza. Due destini lontani che si scoprono accomunati dalla ricerca della libertà e della giustizia. Ma il romanzo affonda le proprie radici anche nella storia personale dell’autrice. Nata in Italia, Mustafa ha vissuto da bambina in un campo profughi palestinese. Durante l’incontro ha ricordato il passaggio da una realtà occidentale a una vita fatta di acqua trasportata nelle taniche, servizi essenziali assenti e precarietà quotidiana. «Non è facile scegliere di lasciare la propria terra. In quella casa ci sono i ricordi, la propria storia, la propria vita». Il dibattito ha assunto un tono ancora più politico con l’intervento di Luigi de Magistris, chiamato da Aldo Putignano a riflettere sul rapporto tra informazione e realtà. «Credo che sia stato fatto molto in questi anni per provare a rompere la narrazione della propaganda occidentale». Secondo l’ex sindaco di Napoli, molte delle mobilitazioni nate in questi mesi hanno contribuito a riportare al centro aspetti della questione palestinese spesso rimossi dal dibattito pubblico. «Si dimentica la Nakba. Si dimentica un secolo di occupazione. Si dimentica un secolo di apartheid. Si dimentica il diritto internazionale». Per de Magistris il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente, ma investe direttamente il rapporto tra potere e diritto nelle democrazie occidentali. «Prima c’era più ipocrisia. Formalmente il diritto internazionale esisteva, anche se veniva calpestato. Adesso si sta togliendo perfino il velo dell’ipocrisia. Si dice apertamente che il diritto vale fino a un certo punto». L’ex sindaco ha ricordato anche il clima che, a suo giudizio, si respirava nei primi mesi della guerra. «Quando andavi in televisione e parlavi di genocidio, ti interrompevano e ti chiedevano se ti assumevi la responsabilità di quello che stavi dicendo. Ti collocavano immediatamente tra i fiancheggiatori di Hamas o tra gli antisemiti». Uno dei passaggi più significativi della serata ha riguardato il tema della resistenza. Richiamando la storia antifascista della città, de Magistris ha stabilito un parallelo tra la lotta palestinese e la Resistenza italiana. «Credo che nessuno si sogni di ritenere i partigiani napoletani delle Quattro Giornate dei terroristi. Francesco Amoretti, presidente dell’ANPI, a sedici anni prese il fucile e sparò contro i cecchini fascisti che coprivano l’avanzata dei carri armati tedeschi. Nessuno avrebbe mai definito terrorista Francesco Amoretti». Da qui la distinzione che ha voluto ribadire con forza: «Il terrorismo va sempre condannato. Io ho fatto il magistrato, sono un giurista. Ma la resistenza è un’altra cosa». E ancora: «Se ti rubano la terra, se ti distruggono le famiglie, se ti negano l’acqua, se ti bombardano, se uccidono bambini, giornalisti, medici e infermieri, la resistenza non diventa soltanto un diritto. Diventa un dovere». Le parole più dure sono arrivate quando il discorso si è spostato sulle responsabilità dell’Occidente. De Magistris ha raccontato il lavoro svolto insieme ad altri giuristi per documentare quelle che definisce «complicità economiche, finanziarie, istituzionali, tecnologiche e militari». «Se noi vediamo che aziende, tra l’altro italiane, impegnate nella produzione di armi stanno al +500% di profitto, diciamoci la verità: il genocidio senza il sostegno delle forze occidentali, e non soltanto di quelle americane, non sarebbe stato possibile». «In questo Paese si stanno processando portuali che hanno fatto disobbedienza per non imbarcare merci dove c’erano armi. Si stanno processando giovani che sono scesi in piazza contro il genocidio». Secondo de Magistris, il rischio è che venga meno la fiducia stessa nelle istituzioni. «Se iniziano a dirci che il diritto internazionale non esiste o che esiste solo quando conviene ai potenti, allora avremo un problema enorme». Nel corso dell’incontro de Magistris ha ricordato anche il progetto fotografico B Twin for Gaza, che mette a confronto la vita quotidiana di una bambina palestinese e quella di una bambina napoletana, sottolineando come la solidarietà tra Napoli e Gaza trovi espressione anche attraverso la cultura e l’arte. Sul tema Pressenza aveva già pubblicato un approfondimento: L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta. Un ponte fotografico tra Gaza e Napoli In questo contesto ha sottolineato quella che considera una profonda distanza tra il sentimento popolare e le scelte dei governi. «Io credo che ci sia una dicotomia fra gli italiani e i governanti». A suggellare il senso della serata sono state anche le parole della prefazione firmata da Mario Capanna, lette da Aldo Putignano. Capanna definisce il romanzo «utile» perché contribuisce a mantenere viva la coscienza del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e richiama i pericoli rappresentati dalla guerra in corso a Gaza, dall’apartheid denunciata in Cisgiordania e dal rischio di un’ulteriore escalation nella regione. Nelle battute finali il confronto è tornato sul tema della pace. Sarah Mustafa ha sostenuto che non può esistere alcuna prospettiva di pace senza giustizia. «Per arrivare alla pace ci vuole innanzitutto libertà per il popolo palestinese». Ha ricordato l’assenza di diritti fondamentali, dalla disponibilità di acqua potabile alla continuità territoriale, e ha definito il superamento dell’occupazione una condizione imprescindibile per qualsiasi percorso politico futuro. «Bisogna essere in due a voler dialogare». L’ultimo intervento di Luigi de Magistris ha assunto il tono di una riflessione più ampia sul presente. «Pensavano di cancellare per sempre i palestinesi dal mondo. Però non si sono accorti di una cosa. E questo è il bel segreto dell’umanità. Il mondo, un po’ alla volta, è diventato palestinese». Poi la conclusione. De Magistris ha richiamato le parole di Vittorio Arrigoni, «restiamo umani», aggiungendo però la necessità di interrogarsi su quale umanità si voglia difendere. «Dobbiamo chiederci che umani vogliamo essere. Perché Netanyahu è umano. Trump è umano. E non dobbiamo nemmeno cadere nell’errore di dire che quello che stanno facendo è “da bestie”: io, sinceramente, non ho mai visto le bestie fare genocidi». La presentazione di Il giorno che non ti ho ucciso si è trasformata così in una riflessione collettiva sul rapporto tra diritto, giustizia e memoria. Una discussione che, partendo dalla Palestina, ha interrogato direttamente anche le coscienze occidentali. Sarah Mustafa Napoli ascolta la Palestina: Sarah Mustafa al Festival del Giallo Il pubblico segue la presentazione del romanzo Il giorno che non ti ho ucciso di Sarah Mustafa sullo scalone panoramico della Villa Floridiana, a Napoli. Lucia Montanaro
June 7, 2026
Pressenza
Oriri. Spiriti e Incubi.
Una parola latina che significa sorgere, nascere, venire alla luce – la stessa radice da cui discende oriente, il punto cardinale del sole che si alza. In lingua Bini, nel sud della Nigeria, significa spiriti. Incubi. Oriri parla di Sicilia, di Mediterraneo, Benin, Niger, Nigeria, Ghana. Segue il filo invisibile che lega donne che arrivano in Europa a un rito celebrato migliaia di chilometri più a sud, prima della partenza. Un giuramento. Una promessa estorta. Una forma di controllo che attraversa il mare insieme a loro. Il guardiano del Tempio dei Pitoni, il più antico luogo sacro del Voodoo, prende in braccio uno dei serpenti custoditi nel Tempio. Ouidah, Repubblica del Benin, 2018. – Ph: Francesco Bellina Questa narrazione fotografica è la storia di quel filo. L’autore è Francesco Bellina. Oriri è una storia di migrazioni, spostamenti e scambi tra persone, luoghi e ritualità. Un percorso che si svela passo dopo passo, rivelando progressivamente la realtà di troppe donne nigeriane vittime di schiavitù sessuale. Per raccontarla in immagini, Bellina ha attraversato mari, deserti, città e campagne, ritracciando le tappe delle rotte della tratta e portando lo sguardo verso realtà sottili, spesso invisibili, che nel silenzio agiscono e trasformano la vita delle vittime in oriri, appunto. Incubi. Le testimonianze che ha raccolto hanno la forza di una denuncia: il fotografo rivela come la partecipazione ai riti iniziatici delle religioni locali – generalmente associate al voodoo – rinforzi il controllo degli sfruttatori sulle vittime. Attraverso un linguaggio insieme etico ed estetico, le sue opere mettono in luce la dipendenza reciproca tra reti criminali e culti religiosi nella loro duplice dimensione di vincolo e potenziale protezione, là dove politica, economia e spiritualità si fondono in una partecipazione rituale collettiva. Due maschere tradizionali del Festival del Voodoo durante la sfilata tra le strade di Ouidah. Ouidah, Repubblica del Benin, 2018 – Ph: Francesco Bellina Dettaglio del backstage a un concerto tenutosi in occasione del festival “Emérgence, Arts et Racines”, organizzato dalla compagnia teatrale “Arène”, in Niamey, Niger, 2018 – Ph: Francesco Bellina Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia. È il 28 maggio, l’indomani del vernissage della mostra, che resterà qui fino al 7 luglio. Incontro Francesco in questa città che è stata, dopo Palermo, uno dei luoghi di arrivo di molte donne nigeriane, vittime di tratta degli esseri umani ai fini dello sfruttamento sessuale. Mi racconta il suo lavoro e le ragioni che lo hanno spinto a trattare in immagini questo tema. Mi parla di riti, di movimento di persone, di connection house, luoghi di snodo della tratta e il suo desiderio di capire il rito voodoo, il Juju. Ne è andato a cercare le origini fino allo stato del Benin: nella “tratta nigeriana” quel rito è stato svuotato del suo senso originario di protezione. Il giuramento imposto alle donne per sancirne la sottomissione, svuotato di ciò che di benevolo lo animava, genera incubi – oriri, appunto – e si riduce a due parole: I swear. Giuro. Fedeltà e sottomissione in cambio di una protezione falsa. Protezione falsa che impone un debito capace di raggiungere fino ai cinquantamila euro. Parliamo insieme della sua rappresentazione in immagine di Oriri.  Qui di seguito, la conversazione con Francesco, il cui lavoro fotografico di inchiesta è una rivendicazione politica.  Le interviste di Radio Melting Pot Oriri. Spiriti e Incubi. Intervista al fotografo Francesco Bellina Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:30:12 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:30:12 | Registrato il 5 Giugno 2026 D: CI RACCONTI LA STORIA CHE HA GENERATO QUESTA MOSTRA? R: Io mi sono trasferito a Palermo da Trapani. Vivevo in un quartiere popolare dove sono cresciuto. Proprio quello che ha visto per la prima volta sorgere un CPT, un Centro di Permanenza Temporanea, il Serraino Vulpitta, dove il 28 dicembre 1999 sono morti sei migranti, in seguito ad una protesta sfociata in dramma. E quella, per me, è stata una vicenda importante, anche se avevo solo dieci anni. Uomini migranti, detenuti in quel centro diedero fuoco ai materassi nelle celle in cui si trovavano. Sei di loro persero la vita. Anni dopo, mi sono trasferito a Palermo. Vivevo a Ballarò, quartiere multietnico dove si parlano più di 100 lingue, di cui una è comune: il siciliano. È un posto meraviglioso, una periferia nel centro storico. Quando dal 2016-2017 molte persone migranti non passavano per il circuito dell’accoglienza vera e propria ma cercavano situazioni di fortuna, molte persone si sono rifugiate a Ballarò. Chi occupava delle case… chi invece faceva parte di organizzazioni criminali… chi era membro della Black Axe nigeriana che gestiva delle connection houses… . In realtà mi sono ritrovato a entrare dentro una di queste e, restando fedele al mio ruolo e alla mia professione, ho iniziato a fotografare quel luogo. La prima volta che ho immortalato una vittima di tratta, ricordo uno di quei ragazzi che controllavano, là dietro, con il coltello puntato sulla mia schiena, che mi ha detto: “fai la foto, ma non parlare”. Questa cosa mi ha fatto sentire in un modo terribile. Mi sentivo in colpa con questa ragazza: l’ho vissuto come un abuso nei suoi confronti, anche se non ho avuto rapporti sessuali con lei. Quello è stato un momento cruciale, in cui ho deciso che volevo capire cosa fosse la tratta. Allora, ho chiesto aiuto a Don Enzo Volpe, a Valeria Gandini, che sono degli attivisti di Ballarò, e mi hanno subito fatto entrare in quel mondo. Contestualmente, mi sono avvicinato tantissimo alla comunità ghanese, alla comunità Ibo, che mi ha dato anche un altro punto di vista. Alla fine, mi sono ritrovato un po’ con “la mia Africa” a Ballarò. E ho deciso di andarci beneficiando dell’ospitalità dalle famiglie di questi miei amici che vivono lì. Per esempio, a Kumasi, in Ghana, sono andato a dormire dai parenti dei pastori della chiesa dove andavo la domenica a fare le fotografie a Palermo e poi fino a Benin City, in Nigeria. Una gran parte del lavoro, l’ho speso in Niger, un posto veramente interessante per tutti i tipi di traffici. E poi a Benin, mi sono reso conto di quello che volevo investigare e sono riuscito ad avere un quadro completo. Nel frattempo, anni dopo quegli scatti, voglio ricordare che le tratte e le rotte sono cambiate. Quello che ho cristallizzato io anni fa non è più così. Quello è stato un periodo storico che è stato terribile, che ha lasciato delle ferite che sanguinano ancora. E poi, purtroppo la tratta continua anche con altre nazionalità, con persone di altra provenienza. D: TU FAI RIFERIMENTO A TUTTA UNA SERIE DI TERMINI CHE SONO TIPICI DELLA TRATTA NIGERIANA. PARLI DI CULTS, DI RITI, PARLI DI CONNECTION HOUSE. PUOI SPIEGARE, PER CHI NON SA CHE COSA SIANO, RAPIDAMENTE? Capire cosa c’è a livello immaginario, spirituale, religioso dietro il traffico di esseri umani ed in particolare delle donne, per me è stato fondamentale. Volevo capire quale fosse la relazione tra i rituali e il traffico di donne. In realtà, ho compreso molto andando nella Repubblica del Benin, dove il voodoo è la religione ufficiale. Ho parlato con tanti pastori e sciamani, “veri”, ma ho incontrato anche dei criminali che si spacciavano per sciamani e si vantavano con me di aver mandato a Palermo molte ragazze. A Benin City, c’erano finti preti che facevano questa sorta di rituale: di mistico non c’era nulla. Si servivano di quella paura, di quella cultura tradizionalmente radicata, quanto meno in queste persone, per cercare di spaventarle. È semplice fare un parallelismo con il giuramento d’ingresso all’Ndrangheta o alla Sacra Corona Unita: qui si bruciano le immagini sacre di santi nelle proprie mani. In realtà, non c’è una relazione tra religione e criminalità, ma chi subisce questo rito d’iniziazione sente un trasporto emotivo che altri strumenti non darebbero. D: PARLI DI CAMBIAMENTI DELLE ROTTE MIGRATORIE. COSA È SUCCESSO? Mi sono accorto, stando soprattutto in Africa, che sono cambiate le vittime di tratta, sia per quanto riguarda la lingua che i paesi di origine: Costa d’Avorio, Camerun, Burkina Faso, Liberia, non solo Nigeria o Benin City. Questa è stata la prima cosa che ho visto. E sicuramente presumo che ad Agadez sia cambiata la situazione, perché ci sono andato per tre anni ed era diverso ogni volta che tornavo. Se i paesi di origine sono altri, ci saranno altri crocevia come Agadez che si sono creati nel frattempo. E poi, la situazione nel Sahel si è ribaltata: prima era il cortile di casa della Francia, ora il tentativo è quello di mantenere un’autonomia, e penso che questo abbia determinato e determini dei cambiamenti nelle rotte. D: LA TUA OPERA SI CHIAMA ORIRI. PERCHÉ HAI SCELTO QUESTA PAROLA PER LA MOSTRA E DI CHE COSA PARLA? Oriri vuol dire incubi, spiriti, nella lingua Bini, parlata a Benin City. Ricordo che mentre lavoravo a questo progetto, lì, un ragazzo mi ha fatto sentire una canzone che si trova anche su YouTube che diceva “Oriri la notte porta gli spiriti”. Oriri è questo. Sono questi fardelli che ti seguono: il debito che hai con la tua famiglia, o il rituale del rito voodoo, o anche una sorta di sofferenza patriarcale che si porta dietro, quella familiare, che conduce poi in un modo o nell’altro dentro questo giro di schiavitù sessuale. Gli Oriri non hanno bisogno di visti, non seguono il criterio di quote per l’immigrazione, non hanno bisogno di ONG, perché i trafficanti passano sempre e riescono sempre a essere ovunque. Invece chi subisce tutta una serie di strette legalitarie sono sempre le vittime. Gli Oriri, che rappresentano la parte del male, sono quasi legittimati dal potere, altrimenti non esisterebbero. D: QUESTI ORIRI NELLE TUE FOTO SI VEDONO? Nel 2019, a bordo della Mare Jonio di Mediterranea, un amico mi aveva detto di cercare gli Oriri nel mare. Non ho dimenticato quella cosa. Ho fotografato la schiuma sull’acqua – un’immagine molto siciliana – di notte, in bianco e nero. Gli Oriri per me sono un po’ quelli.  I resti di un gommone che aveva a bordo 98 persone migranti tra cui 22 bambini, soccorsi nell’agosto 2019. Mar Mediterraneo, 2019 – Ph: Francesco Bellina D: NELLE SONO FOTO CHE FANNO PARTE DI QUESTA MOSTRA E DEL TESTO, ALCUNE RAPPRESENTANO I RITI VOODOO. POI, CI SONO FOTO DEL MARE, DELLE PERSONE… PERCHÉ RACCONTI ORIRI IN QUESTO MODO E CHE CRITERIO HAI USATO? Allora, intanto è ovvio che ci sia una scelta estetica, che rende un lavoro potente, perché comunque le nostre percezioni si basano sulla visione. In realtà ho inserito tantissime immagini che non erano necessarie per qualcun altro. Per esempio, la foto del deserto d’oro. Io sono siciliano trapanese e da noi d’inverno la spiaggia è rossa come il corallo. Allora, c’era questa associazione per me tra la polvere d’oro e quella del corallo. E poi, una riflessione alla base: nonostante questa ricchezza, sappiamo quello che succede lì. Ecco, allora, quella foto parla di colonizzazione: vecchia e nuova, di estrazione delle risorse minerarie in Niger. Poi ce ne sono altre che parlano di eventi culturali fatti nel deserto da studenti senza una lira. Un modo, per me, di mostrare che l’Africa non è solo morte e sofferenza, perché non è così. C’è una grande umanità, gioia di vivere, speranza, solidarietà, ed è giusto mostrare anche questo. È come se avessi dosato, attraverso le mie idee e i miei valori, queste fotografie. C’è un omaggio a Fela Kuti, che per me è fondamentale. C’è una critica alle Mushroom Churches, cioè a quelle chiese create solo per fregare i soldi. E poi c’è un omaggio alle suore che aiutano ragazzi ogni giorno. D: QUESTO LAVORO CHE IMPATTO HA AVUTO NELLA TUA VITA? Probabilmente lo scoprirò tra un po’. Però posso dire che mi ha dato tantissime soddisfazioni, sono felice di quello che ho fatto, lo rifarei e penso soprattutto sia utile. Per me è stato un investimento di quattro anni in cui ho faticato. Quasi nessuno ha creduto in questo progetto, non è stato finanziato, dunque è stato molto oneroso. Dal punto di vista umano, se io già avevo una particolare attenzione alle questioni di genere, verso storie e vicende particolari, il progetto l’ha amplificata. La mia sensibilità e il mio modo parlare rispetto a questi temi si sono modificati. Questo lavoro ha inciso sulla mia vita privata e sulla mia visione politica. D: IL TUO LAVORO COSA DICE DELLE DONNE E COSA DICE DELLE DONNE VITTIME DI TRATTA? Innanzitutto, per me la donna è una figura semidivina. Questo è un retaggio della mia cultura e della mia educazione. Ho subito l’influenza della mia Sicilia, una terra più matriarcali di tante altre regioni o culture. E poi, io ho avuto l’esempio di donne nella mia vita: le mie nonne e mia mamma, che mi hanno cresciuto e mi hanno insegnato la dignità, a perseguire i propri obiettivi a costo della vita. Quindi questo ha condizionato il mio modo di vedere la donna. E penso che questo si percepisca anche nelle foto, in cui cerco di trasmettere il rispetto che sento.  Sulle vittime di tratta, la risposta è semplice: mi auguro di non vederne mai più in vita mia. Purtroppo non è così. Io vivo, oltre che a Palermo, vivo anche in Ghana. Basta uscire in strada per vedere il traffico di donne. Solo che prima erano di Benin City, ora sono tutte della Namra State. Prima erano trafficate, detenute in ostaggio, sequestrate dalla Black Axe; ora vengono rapinate dalla polizia. Cambia il carnefice, però alla fine l’oggetto da utilizzare, da sfruttare, è sempre quello. Voglio però aprire una riflessione: quando si parla di donne, bisogna discutere anche di uomini — non per parità, ma per una questione di domanda e offerta. Se ci sono uomini che pagano, e che lo fanno esercitando violenza — perché non si può chiamare sesso ciò che nasce da una violenza — allora l’uomo deve entrare in questo dibattito e guardare alle proprie responsabilità. D: C’È UNA STORIA DELLE PERSONE CHE HAI FOTOGRAFATO CHE TI HA COLPITO PIÙ DI ALTRE, O CHE HAI DECISO DI RACCONTARE IN IMMAGINI? C’è la storia di Jennifer, sicuramente, che io coinvolgo in tutto quello che faccio. Mi ha colpito perché è stata una cosa inaspettata. Ero andato a Kumasi, in un quartiere; mi ero infilato in una casa di schiavitù. Questa ragazza pensava che fossi lì per fare sesso a pagamento. Invece le ho raccontato che sono un artista e che volevo parlare. Lei mi ha chiesto di aiutarla a scappare e quella sera l’ho fatto. Lei adesso è in Nigeria, salva; è sposata, con un figlio. Con lei, parliamo di mille cose — di politica, di business, di tutto e di più — perché non è un rapporto che si è fermato a quell’episodio. Ci alimentiamo a vicenda. È un rapporto alla pari. Perché per me questo è fondamentale. Siccome questa storia con lei è importante nel lavoro e ne parlo spesso, un giorno le ho chiesto di raccontarla dal suo punto di vista. E così la sua versione della storia è scritta nel libro di Oriri ed è sempre installata accanto alla sua fotografia. Quando ho letto la sua versione sono rimasto deluso in fondo, ma questi sono affari miei. Lei, mi dipinge come l’uomo bianco arrivato a salvarla. L’opposto di quello che penso. Eppure, questa visione esiste ancora: il bianco viene e ti salva. Ma non è così, ed è quanto di più lontano dalla visione che ne ho io.  Jennifer, 25 anni, è stata portata via dalla sua abitazione a Lagos e venduta a Khumasi, in Ghana, come schiava sessuale. È stata aiutata a scappare, 3 anni dopo, durante la realizzazione del progetto Oriri – Ph: Francesco Bellina D: È POLITICA LA TUA OPERA? Ovviamente è politica, come tutto quello che faccio. Il mio modo di vivere è politico. Infilo la politica ovunque. Perché come mi hanno insegnato a scuola, l’arte è un’arma carica. D: COSA VUOI TRASMETTERE CON ORIRI A CHI OSSERVA LE FOTO, A CHI GUARDA IL LIBRO? Vorrei trasmettere intanto un po’ d’Africa, anche se detto così non dà veramente l’idea giusta. Africa vuol dire decine di paesi, non uno solo, terra di molteplici visioni e culture, di ricchezza, povertà, come in tutti i posti del mondo. Ma soprattutto io vorrei che la gente si facesse domande leggendo, guardando queste immagini, guardando il libro. Più domande riesco a far suscitare in una persona, più mi avvicino a quello che mi sono prefissato. D: UNA CONCLUSIONE? Penso che la cosa più importante sia che questo lavoro venga divulgato. Non perché sia il mio, ma perché per me è importante che circolino le storie di persone in carne e ossa di cui ho raccolto la storia in immagini e che possano essere utili per migliorare il futuro. Altrimenti non abbiamo concluso niente. Poi sicuramente l’Italia non è il luogo migliore dove far circolare certe idee, esperienze o progetti. E soprattutto se vieni dalla Sicilia, spesso è molto complicato. Quindi il fatto di essere riuscito a portare a termine questo progetto e che stia girando così tanto, che ancora le persone ritratte in quelle foto lo apprezzino e mi dicano grazie… ecco, per me è la cosa più bella di tutte.
Nelle Marche prosegue la lotta dei lavoratori Electrolux
Il 3 giugno i lavoratori dell’Electrolux di Cerreto D’Esi nelle Marche sono di nuovo scesi in strada dopo aver dichiarato 2 ore di sciopero improvvisato. Dopo il primo incontro che si svolto il 25 maggio, la crisi Electrolux tornerà sul tavolo del MIMIT il prossimo 15 giugno. A partire dal Ministro Adolfo Urso, tutte le istituzioni compatte hanno chiesto all’azienda il ritiro del piano industriale, che prevede 1700 esuberi in tutta Italia e la chiusura dello stabilimento di Cerreto D’Esi. Ma nel mentre, unilateralmente, Electrolux ha iniziato a spostare le produzioni di Cerreto D’Esi in Polonia. Proseguiamo il nostro approfondimento sulla vicenda, con una lente che guarda all’intera regione Marche. Ne abbiamo parlato con Marco Giovagnoli, docente di Sociologia dell’innovazione sociale per le aree fragili e Responsabile del Corso di laurea in Scienze giuridiche per il governo dei territori, Scuola di Giurisprudenza, Università di Camerino. La vicenda Electrolux arriva a quasi vent’anni dalla prima grande crisi aziendale dell’ARDO del 2008. In mezzo a questa forbice temporale che Marche ci sono? Dal 2008 il mondo è cambiato, e la velocità del cambiamento in questa seconda modernizzazione è esponenziale, coi suoi pro e i suoi contro. Le Marche ci sono semplicemente in mezzo. I segnali della crisi del ‘modello Marche’ erano ben presenti anche prima del 2008. Un modello che ha portato benessere diffuso, ma non ha preso in carico i costi sociali ed ambientali che erano chiari a chi solo avesse voluto vederli. Vanno aggiunti anche i costi territoriali, perché il dualismo dello sviluppo italiano, la polpa e l’osso secondo la splendida e attuale metafora di Rossi Doria, qui si è visto con particolare ferocia, nel progressivo abbandono di tutto ciò che non fosse costa o interstizio vallivo. In questo, certo, qualche responsabilità locale sembra evidente, perché pur travolti da eventi globali, o si attuano misure di mitigazione, o almeno si avvia una riflessione di scenario. Ma qui si guarda ancora agli zero virgola della controtendenza marchigiana sulla produzione manifatturiera, al ribasso, proprio nei settori dei gloriosi decenni passati, moda e mobile in primis, e le richieste sembrano sempre di aggiustamento, mai di prospettiva. Tirano turismo e ristorazione, il ‘nuovo modello Marche’, e non saprei dire se ci si può tranquillizzare. Nelle Marche solo il 6,3% delle richieste occupazionali delle imprese territoriali è rivolto a laureati. Il limite sta nella presenza di quattro università autonome in Regione, o nell’offerta occupazionale? Sento sempre più neolaureati, spesso in area STEM, che prendono la via dell’emigrazione verso il Nord o verso l’estero; e sento anche molti diplomandi che prevedono un futuro sia formativo che lavorativo fuori regione, con prospettive incertissime di ritorno. Il territorio non ha bisogno di laureati, o ne ha poco. Non è semplice dire se sia più responsabilità delle classi dirigenti politico-amministrative, del ceto imprenditoriale, delle conformazioni urbane, o della tanto declamata ‘medietà’ marchigiana. I giovani vengono pagati poco, qui come altrove, e dove scegliere di subire questa costrizione forse dipende dalla presenza di una struttura delle opportunità, e di qualità diffusa della vita, percepita come maggiore da altre parti. Si va dove si pensa ve ne siano di più, ecco perché l’estero è sempre appetibile, oltre al fatto che il lavoro qualificato è più remunerato. In passato la formazione professionale non ha sempre brillato per lungimiranza e forse in molti casi ha beneficiato soprattutto chi la erogava, piuttosto che i formandi. Forse un dibattito all’interno del mondo imprenditoriale dovrebbe nascere, sul messaggio circa i profili professionali e retributivi richiesti, che è stato veicolato all’esterno, salvo luminose eccezioni. Altro tema è il dibattito sulle Università. Premetto che ho molto rispetto delle idee e delle proposte che nascono in maniera ragionata dall’interno della comunità accademica, indipendentemente dalla loro condivisibilità, come ho specularmente il massimo disprezzo per chi le utilizza, dal di fuori, in maniera strumentale per scopi che nulla hanno a che fare con l’efficacia del sistema formativo, e con argomentazioni a dir poco disinformate e ridicole. Il livello delle nostre quattro Università (Ancona, Camerino, Macerata, Urbino, ndr) mi sembra più che buono, e non guardo ai ricorrenti ranking mondiali coi quali le si colloca in purgatorio, e soprattutto svolgono un ottimo lavoro di presidio dei territori. Ragione per la quale sono un forte sostenitore dell’Università diffusa, vicina alle comunità e ai loro bisogni; non ultimo quello di non dissanguare le famiglie che non possono permettersi i costi dei figli fuorisede. La retorica dei ‘poli di eccellenza’ credo nasconda soprattutto un progetto di smantellamento della formazione pubblica come esito del dettato costituzionale, che passa dalla drastica riduzione delle risorse economiche e dall’ingessatura burocratico-valutativa. La qualità dell’alta formazione pubblica non è comparabile con quella delle ‘università’ telematiche, che sono società private a scopo di lucro. Dovremmo riflettere sul significato della penetrazione dei privati nella nostra regione, quella che non cerca laureati, piuttosto che cercare di ridimensionare l’offerta universitaria pubblica. In quali settori dovrebbero investire le imprese marchigiane, molte delle quali condotte dalla ‘seconda generazione’? Più che indicare settori, mi vengono in mente indicazioni metodologiche: la prima è investire sulla transizione ecologica, quella ‘vera’ che non sia greenwashing, e dunque innovazioni di processo e di prodotto che abbiano al centro la drastica riduzione dell’impatto ambientale sia nel come si produce che nel cosa, e ciò vale dal primario al terziario avanzato. La seconda è riflettere sulla esiguità delle retribuzioni, in qualunque settore: il lavoro deve essere giustamente remunerato, per essere attrattivo, e nel passato l’ossessione per il mantenimento degli alti margini di profitto si è a volte tramutata in politica economica dello sfruttamento. Ad esempio il capofila dell’inversione di tendenza potrebbe essere il settore pubblico, quando in un appalto imponga come premiante una clausola sociale di equo compenso delle prestazioni lavorative, piuttosto che il massimo ribasso. Altra proposta è rivedere il ruolo che il settore rurale può avere in una regione dove esiste anche una urgenza di produzione di servizi ecosistemici di alto livello, sostenendo nella misura massima possibile i ‘nuovi agricoltori’ polifunzionali, che fanno coltura e cultura assieme. Riguardo il passaggio generazionale, c’è un paradosso per cui oggi viviamo il dramma di aziende acquisite dalle multinazionali, che per queste rappresentano un investimento equivalente ad altri, passibile di essere dismesso quando il margine di profitto generato si assottiglia, o quando lo si trova più alto altrove. Piangiamo la fine di una impresa familiare, a forte radicamento territoriale, dunque spazialmente situata e con un legame simbiotico col territorio, come nel caso-scuola del fabrianese. Ma quel mondo familiare è anche quello che ha svolto spesso un ruolo di padre-padrone del territorio, anche con costi socio-ambientali, con figure apicali e autoreferenziate che, al manifestarsi di una sorta di ‘complesso dei Buddenbrook’, hanno via via sbiadito la familiarità in familismo, per poi consegnare i gioielli di famiglia alla finanza; che fa il suo mestiere, spesso di macelleria sociale. Forse la domanda da porsi è che cosa sarebbe potuto esserci tra i padri-padroni e l’absentee ownerwship. La politica marchigiana reagisce a queste situazioni, ha capito cosa è successo in questi vent’anni? Credo ci sia una certa stanchezza progettuale; l’ossessione per la costruzione compulsiva ed infinita di nuove strade, la coazione a ripetere schemi di sviluppo otto-novecenteschi, è forse una delle metafore migliori di questo vuoto culturale: road to nowhere, per citare la musica di livello. Si insiste molto sul cambio generazionale, e sono assolutamente d’accordo nella necessità che i ‘soggetti forti’ per incistamento di potere e anche per anzianità, si mettano a lato senza la tentazione della riproduzione per partenogenesi, anche rischiando l’uscita di scena. Ma da sola la ‘gioventù’ non basta, anche se aiuta molto, poiché la cognizione di causa, qualsiasi significato vogliamo dare a questa espressione, è necessaria; la tragedia dei social è lì a dimostrarlo. Ciò impone alla classe dirigente marchigiana uno sforzo epocale di investimento sulla formazione, a tutti i livelli, a tutti gli ordini e gradi, in tutti i territori, nel campo scientifico come in quello umanistico, e sulla migliore formazione dei giovani, cui va passato il testimone. Temo che le classi dirigenti di questa regione si siano più occupate dall’autoriproduzione, piuttosto che a questa sfida generosa, e il contesto nazionale va in direzione affatto avversa. Leonardo Animali
June 4, 2026
Pressenza
Radio Onda Rossa intervista Renata Puleo sull’attività dell’Osservatorio
Lo scorso 26 maggio Renata Puleo, attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e già docente e dirigente scolastica, ha rilasciato la seguente intervista sulle frequenze di Radio Onda Rossa. L’intervento ha trattato le attività principali dell’Osservatorio nell’ultimo anno e le sue nuove sfide, con particolare riferimento, in chiusura d’intervista, al ritorno della leva militare. Si è anche commentato i recenti articoli di denuncia locali dell’Osservatorio: sul progetto “Pretendiamo legalità” a Spoleto, in cui studenti e studentesse di scuole di 50 province sono andate in visita all’Istituto per Sovrintendenti della Polizia di Stato, e sull’orientamento con l’Aeronautica Militare all’Istituto “Enrico Fermi” di Roma. Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Testimonianza di Antonella Bundu: L’esperienza con la Freedom Flotilla
Siamo qui con Antonella Bundu, attivista da poco tornata dalla missione con la Global Freedom Flotilla, intercettata dalla Marina Militare israeliana. Antonella è una persona da sempre impegnata in cause sociali e faceva parte degli equipaggi attaccati durante la navigazione. Il video integrale dell’intervista in fondo a quest’articolo. Per prima cosa, come stai? Sto relativamente bene. A livello fisico ho subito percosse, ma molti altri attivisti e attiviste della flotilla hanno riportato danni peggiori, per non parlare di quello che subiscono quotidianamente i palestinesi. Diciamo che sto bene ‘storicamente’ bene. Racconta un po’ come è andata… Il progetto della flotilla non riguarda solo l’atto finale di tentare di rompere il blocco navale illegale di Gaza, ma parte da un lungo percorso di condivisione. Io e altri compagni, tra cui Dario Salvetti, siamo arrivati in Sicilia il 15 aprile, circa un mese prima dell’intercettazione. Ad Augusta c’erano persone che lavoravano alle imbarcazioni già da mesi. Io mi sono stabilita a Siracusa, dove abbiamo partecipato a corsi di formazione sulla nonviolenza, sulla cura collettiva e sulla gestione degli approcci per minimizzare i pericoli. L’obiettivo era portare aiuti umanitari e supporto attivo alla resistenza palestinese, non sostituirci a loro. Abbiamo anche fatto un lavoro di sensibilizzazione nei paesini siciliani, coinvolgendo quello che chiamiamo ‘l’equipaggio di terra’: persone che ci hanno sostenuto dal basso, facendo ciò che i governanti non fanno. Siamo partiti da Augusta intorno al 27 aprile. Io ero a bordo della nave Tin Ching con un equipaggio di sette persone. Dopo sole tre ore di navigazione, abbiamo avuto un guasto al motore e siamo dovuti tornare in porto, mentre il resto della flotilla proseguiva. Il mattino seguente siamo ripartiti sulla Trinidad. Eravamo in cinque (quattro italiani e uno svizzero) e costituivamo la coda della flotilla. Mentre eravamo ancora in acque internazionali — a oltre 500 miglia nautiche da Gaza, praticamente tra l’Italia e la Grecia — è avvenuto il primo attacco. Abbiamo visto i droni e sentito i messaggi radio della marina israeliana che intimava di tornare indietro. Ventidue imbarcazioni sono state attaccate e gli equipaggi rapiti. In molti casi hanno tagliato le vele e manomesso i motori, lasciando alcune persone alla deriva. Noi siamo arrivati sul luogo dell’intercettazione il mattino dopo. C’era un mare calmo ma inquietante, con barche vuote che galleggiavano a un miglio l’una dall’altra. Abbiamo iniziato a cercare i compagni della nave Tam Tam. In quel momento siamo stati affiancati dalla nave di Open Arms. Dato che stava arrivando il maltempo, Open Arms ci ha preso a rimorchio. Durante la burrasca notturna, alcune delle barche salvate hanno iniziato a imbarcare acqua e affondare; abbiamo dovuto tagliare le cime per sicurezza e siamo rimasti a bordo della Open Arms. Siamo stati portati a Creta come naufraghi. Lì abbiamo incontrato altri 175 attivisti che erano stati già rilasciati da Israele: molti erano feriti, con ossa rotte, ematomi o segni di colpi d’arma da fuoco. I cittadini cretesi sono stati incredibilmente ospitali, portandoci vestiti e cibo. Dopo alcuni giorni ci siamo spostati a Marmaris, in Turchia. Lì la nostra flotta si è ricongiunta con altre imbarcazioni, arrivando a circa 60 barche. Nonostante la paura e i rischi, abbiamo deciso quasi all’unanimità di continuare la missione verso Gaza. La mattina del secondo attacco, eravamo ancora in acque internazionali. Sono spuntate tre navi da guerra e due navi prigione. Dai ponti sono scesi i RIB (gommoni potentissimi) carichi di soldati armati fino ai denti, vestiti di grigio e col volto coperto. Sulla nostra barca, la Don Juan, abbiamo cercato di seguire il protocollo di non-escalation imparato nei corsi: abbiamo messo in una busta e buttato in mare qualsiasi oggetto che potesse essere usato come scusa per accusarci di essere terroristi (coltellini da cucina, forbici, attrezzi). Quando ci hanno abbordato, avevamo le mani alzate e i passaporti in vista. Nonostante questo, hanno usato subito il Taser sul collo di uno dei nostri compagni senza motivo. Ci hanno costretti a stare sulla prua e hanno iniziato a prenderci in giro, mettendo canzoni come Africa dei Toto a tutto volume. Sembrava una scena grottesca, fuori dal mondo. Una volta portati sulla nave da guerra, sono stata separata dagli altri. Mi hanno costretta a spogliarmi per perquisirmi. Altre attiviste hanno subito trattamenti peggiori: a una ragazza è stata strappata la maglietta lasciandola seminuda, a donne malesiane è stato strappato l’hijab. Ci hanno ammanettati con fascette di plastica e portati in spazi comuni simili a container per il trasporto del bestiame. Sopra di noi, i soldati facevano la guardia con le armi puntate 24 ore su 24. Ci hanno sparato addosso con cannoni ad acqua un liquido giallo schiumoso e sparavano colpi in aria o proiettili di gomma per non farci dormire o per disperderci se provavamo a parlare. I bagni erano chimici, senza acqua, e il pavimento era costantemente allagato. Abbiamo dormito uno sopra l’altro per proteggerci dal freddo. Siamo arrivati al porto di Ashdod. Ci hanno fatto passare in un tunnel dove i soldati ci colpivano; io sono stata sollevata di peso e piegata in due, tanto da non riuscire a respirare. In un’area presidiata dal ministro Ben-Gvir, ci hanno tenuti inginocchiati a testa bassa con l’inno israeliano in loop per ore. Successivamente ci hanno portato in una prigione (la stessa dove vengono detenuti i minori palestinesi). Il trasporto è avvenuto in celle di metallo piccolissime, buie e gelide per l’aria condizionata. In carcere ci spostavano di cella ogni venti minuti per impedirci di riposare. Non ci davano acqua né medicinali (una ragazza epilettica è rimasta senza cure, così come una signora con problemi cardiaci). Io e Dario Salvetti abbiamo iniziato lo sciopero della fame. Infine, ci hanno caricato su dei furgoni e portati all’aeroporto. Ci hanno fatto sfilare davanti alle telecamere della TV israeliana. All’interno dell’aeroporto, i passeggeri civili ci insultavano e ci facevano gesti minacciosi. Solo una volta saliti sull’aereo ci hanno ridato l’acqua e un kit di prima necessità. Erano passate tra le 48 e le 72 ore dal nostro sequestro. Dato che a livello mediatico la notizia tende a sparire, cosa dobbiamo fare adesso, sia politicamente che umanamente, per mantenere alta l’attenzione sulla questione palestinese, sull’apartheid e su tutto ciò che sta accadendo? Prima di rispondere, vorrei aggiungere un paio di dettagli importanti e chiederti anche il permesso di condividere questa intervista con il nostro team di legali, perché rappresenta un resoconto fedele che mi evita di dover ricordare e ripetere ogni volta questi traumi. Ci tengo a precisare che, sebbene io tenda a mettere da parte la mia esperienza personale rispetto a chi ha subito fratture o ferite da arma da fuoco, anche io sono stata presa a calci mentre eravamo inginocchiati davanti al ministro Ben-Gvir. Abbiamo subito tutti violenze e privazione d’acqua senza aver fatto nulla. Desidero denunciare questo, così come voglio accendere i riflettori sulla Marcia Globale verso Gaza che sta partendo dalla Mauritania e sta cercando di raggiungere Rafah. Proprio recentemente il convoglio è stato attaccato e picchiato in Libia, e due attivisti italiani sono stati prima fermati e poi deportati. Parliamo di movimenti assolutamente nonviolenti. Questa è una delle volte in cui la giustizia coincide perfettamente con la legalità: navigare in acque internazionali per portare aiuti umanitari non è illegale sotto nessun aspetto, né per la Convenzione di Ginevra né per i trattati internazionali. Sequestrarci, rapirci e torturarci in acque internazionali, invece, lo è. Tra gli attivisti della flotilla c’erano persone con passaporti forti e altre con passaporti deboli, ma i palestinesi un passaporto non ce l’hanno proprio, perché il loro Stato non è riconosciuto da tutti. Io sono di origine sierra-leonese e sono grata alla Sierra Leone per essere stata uno dei primi Paesi a riconoscere lo Stato di Palestina. L’Italia, invece, è tra quelli che ancora non lo hanno fatto. Il riconoscimento politico è il primo passo fondamentale, perché restituisce dignità a un popolo riconoscendolo, innanzitutto, dal punto di vista umano. Le istituzioni italiane e i governi internazionali devono muoversi subito in questa direzione, anziché limitarsi a chiedere semplici chiarimenti formali agli ambasciatori.” Cosa può fare la società civile, cosa dobbiamo fare dalla base della società? Dal basso non dobbiamo fermarci a un momento passeggero di indignazione o alle sole manifestazioni di piazza; serve un movimento strutturato che porti avanti un boicottaggio economico reale. Quando ad esempio chiediamo che le navi da crociera israeliane non attracchino a Livorno, non abbiamo nulla contro i singoli cittadini, ma contestiamo le politiche di uno Stato che si fonda strutturalmente sulla repressione e sull’espansione illegale. Questo sistema non è iniziato oggi con Netanyahu o Ben-Gvir, ma è insito nel sionismo. Rivendicare l’autodeterminazione del popolo palestinese significa stare dalla parte di chi resiste a un’occupazione, proprio come i nostri partigiani che hanno combattuto il nazifascismo. Chi difende la propria terra e la propria casa non è un terrorista. La parola chiave è Sumud, la fermezza e la resilienza di un popolo che non vuole vedere il proprio territorio occupato dai coloni. Dobbiamo essere chiarissimi su un punto, per non dare adito a strumentalizzazioni: l’antisemitismo non c’entra nulla. Una delle figure a cui mi ispira è Alessandro Sinigaglia — ebreo, nero e comunista. Noi commemoriamo l’orrore della Shoah senza alcun revisionismo; eravamo dalla parte degli ebrei nel secolo scorso quando erano loro i perseguitati, e oggi siamo dalla parte dei palestinesi. Siamo contro il sionismo, non contro gli ebrei. “Dobbiamo agire concretamente sul territorio. A Firenze, grazie al lavoro di Dmitrij Palagi in Consiglio Comunale, siamo riusciti a far approvare un atto per escludere i farmaci dell’azienda israeliana Teva dalle farmacie comunali. Questo è il tipo di boicottaggio che serve. E le cose sono tutte collegate. Mentre noi eravamo in mare, in un’altra zona del Mediterraneo la Guardia Costiera libica sparava contro una nave ONG che aveva appena tratto in salvo novanta naufraghi, nel tentativo di riportarli nei lager che noi stessi finanziamo. Tutto questo avviene in base agli accordi stretti dall’Italia con la Libia quasi dieci anni fa (all’epoca del ministro Minniti), accordi sostenuti trasversalmente sia dal centrodestra che dal centrosinistra. Nel frattempo, Frontex non salva le persone e permette che navi da guerra pattuglino uno dei mari più controllati al mondo per andare a rastrellare e rapire attivisti che agiscono nella piena e totale legalità. La strada da seguire è questa: 1. Boicottare Israele dal basso in ogni modo possibile. 2. Spingere le istituzioni locali e nazionali a votare atti concreti. 3. Interrompere ogni rapporto economico e commerciale con Israele, poiché la sua forza si basa su quello. 4. Pretendere il riconoscimento immediato dello Stato di Palestina e della dignità del suo popolo. 5. Video integrale dell’intervista Olivier Turquet
June 1, 2026
Pressenza
Gianmarco Pisa: arte, monumenti e Corpi civili di pace
Per il canale video Multimage ho intervistato Gianmarco Pisa, autore del libro Più eterno del bronzo edito da Multimage. Gianmarco  è anche da molti anni un editorialista di Pressenza su numerose tematiche a lui care. In fondo a quest’articolo il video integrale.   Più eterno del bronzo è la terza opera di una trilogia che indaga la relazione tra l’arte, la cultura e la costruzione della pace (peacebuilding). Ci spieghi brevemente questo progetto? Si tratta di un progetto che si muove su due piani. Come dicevi giustamente, questo è il terzo volume di una trilogia inaugurata da Di terra e di pietra, dedicato alle forme estetiche negli spazi del conflitto; è proseguita poi con Le porte dell’arte, incentrato sui musei come luoghi di cultura, educazione e costruzione della pace; e culmina infine in quest’ultima pubblicazione: Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. In questo lavoro proviamo a riflettere sui monumenti come vettori di ideali e memorie e come opportunità di costruzione della pace, e, più in generale, ad articolare l’orizzonte della cultura come prospettiva concreta di pace, a partire da questi due concetti, il valore dell’educazione alla cultura e il significato sociale dei monumenti.  Il primo livello dell’indagine – e in particolare della “ricerca-azione” sviluppata nel volume – è lo studio del nesso generale tra arte, cultura, patrimonio culturale e lavoro di pace negli spazi del conflitto. In modo più specifico, ci concentriamo sul significato del monumento nello spazio pubblico. I monumenti, infatti, sono una potenziale leva di attivazione sociale e di partecipazione civica: configurano il panorama urbano, definiscono lo spazio delle relazioni e sono protagonisti, sia in positivo sia in negativo, nelle dinamiche di guerra e di conflitto. Attorno a essi si costruiscono occasioni o circostanze di contestazione, di consenso, di conflitto, di lotta sociale; hanno quindi una rilevanza pubblica enorme nelle attivazioni legate al superamento dei conflitti. L’altro livello su cui il libro si innesta è lo sviluppo del percorso sul campo. La ricerca-azione è condotta nel contesto di una progettazione sul campo dedicata ai Corpi Civili di Pace in Kosovo, con una proiezione che si estende a tutta l’ex Jugoslavia e, in termini di memoria storica, all’intero scenario europeo. Parliamo di un intervento organizzato, costruttivo e nonviolento, eminentemente civile e disarmato, per superare le conseguenze della guerra e costruire spazi di convergenza.   E quali sono gli sviluppi ulteriori che hai in mente per questo tipo di lavoro? L’idea è quella di estendere questa panoramica a uno spazio europeo ancora più ampio, adattando la metodologia a diverse situazioni di conflitto e post-conflitto. In realtà abbiamo già fatto alcune “sortite” in questa direzione, supportati da convenzioni internazionali che offrono spunti davvero intriganti e che possono rappresentare degli strumenti di attivazione e di lavoro assai potenti.   Penso alla fondamentale Convenzione di Faro del 2005, che introduce il tema delle comunità di patrimonio: gruppi di persone che decidono di prendersi cura del patrimonio culturale del proprio territorio per esaltarne i valori sociali e consegnarne l’eredità alle generazioni future. Sono, di fatto, animatori territoriali del patrimonio culturale e svolgono una funzione propriamente sociale. Sulla stessa falsariga si muove la Convenzione di Aarhus del 1998, che promuove la partecipazione democratica intorno alla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e in generale dello spazio sociale e territoriale e coinvolge le persone anche in relazione allo stato dei siti e dei beni di interesse culturale.  Questi strumenti ci mostrano come sia possibile sviluppare animazione territoriale di comunità. Così come nello spazio del conflitto il patrimonio culturale può unire le persone, stimolare il dialogo, favorire la comprensione e il rispetto reciproco, in un contesto più generale i luoghi dell’arte possono diventare vettori di rigenerazione territoriale e, perfino, di democrazia dal basso. È una funzione sociale a cui raramente si pensa quando si guarda a un monumento, ma il punto è proprio questo: attivare i luoghi della cultura come spazi di innesco relazionale e democratico.   Tutto il lavoro che porti avanti da anni si basa su un concetto estremamente importante: quello di ricerca-azione. Ci spieghi meglio questo approccio? La ricerca-azione è la metodologia di riferimento dell’intera trilogia e del progetto dei Corpi Civili di Pace nei Balcani occidentali. A questo proposito, è opportuno sottolineare il fatto che il volume ospita due contributi importanti. Il primo è la prefazione di George Kent, professore emerito all’Università delle Hawaii e poi docente a Sydney, uno dei massimi esperti internazionali di studi per la pace nell’ambito delle scienze politiche. Il secondo è la postfazione di Alberto L’Abate, scomparso qualche anno fa, fondatore dell’Istituto Italiano di Ricerca per la Pace – Corpi Civili di Pace, e pioniere in Italia nell’applicazione della ricerca-azione al lavoro di pace. A lui si devono la prima cattedra per operatori di pace all’Università di Firenze, i corsi di metodologia delle scienze sociali e la sperimentazione delle “Ambasciate di pace” in zona di conflitto, prima in Iraq nel 1990-91 e poi in Kosovo tra il 1995 e il 2000. La metodologia di ricerca-azione consiste in un processo circolare diviso in tre passaggi chiave, che si riflettono anche nella struttura del libro: 1. L’ipotesi teorica: Ci si pone una domanda-ipotesi, ad esempio: La cultura e il patrimonio culturale possono essere un territorio positivo per il peacebuilding non armato e nonviolento? 2. La verifica sul campo: Si esplorano i luoghi, si intervistano i protagonisti e si raccolgono i dati attraverso un’indagine sul campo, unita ad una iniziativa concreta. 3. Il ritorno alla teoria: Si mettono a confronto i risultati pratici con le ipotesi di partenza, deducendone nuove formulazioni teoriche da verificare nuovamente nella pratica. Si tratta di un percorso fortemente relazionale e partecipato. Il lavoro viene condiviso passo dopo passo con gli operatori e le operatrici locali. È questo nucleo collettivo e umano che permette a questa ricerca sociale di orientarsi concretamente nel senso della nonviolenza, dei diritti umani e della pace.     Olivier Turquet
May 31, 2026
Pressenza
Ayşe Başaran: La pressione sociale è fondamentale per il diritto alla speranza
seguito della sentenza Öcalan II della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU),Il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha raccomandato alla Turchia di introdurre entro giugno 2026 una normativa relativa al “diritto alla speranza”, Nonostante le importanti decisioni e i passi concreti compiuti dalla parte curda per la risoluzione della questione curda, non sono ancora state attuate modifiche legislative concrete né in merito al diritto alla speranza né a una soluzione più ampia della questione curda, al di là di alcune dichiarazioni positive da parte del blocco di governo. La giurista Ayşe Acar Başaran ha rilasciato un’intervista all’ANF in merito alla questione. In qualità di giurista, come definirebbe il “diritto alla speranza” in termini di dignità umana e diritto penale moderno? In che modo l’attuale regime di esecuzione in Turchia, in particolare il divieto assoluto di rilascio condizionale per le condanne all’ergastolo aggravate ai sensi delle disposizioni sulla criminalità organizzata, si discosta dagli standard internazionali in materia di diritti umani? Dal punto di vista giuridico, il diritto alla speranza non è meramente un istituto tecnico del diritto penale moderno, bensì una delle garanzie della dignità umana nell’ambito dell’esecuzione penale. Si può esprimere nel seguente modo: anche una persona condannata per il crimine più grave non può essere condannata dallo Stato, né legalmente né praticamente, a un’esistenza completamente senza speranza. La pena può limitare la libertà di una persona per un certo periodo di tempo, ma non può condannarla a una condizione irreversibile. È proprio in questo contesto che si inserisce l’approccio della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Richiamandosi all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), la Corte valuta la questione nel quadro del divieto di tortura, pur non vietando categoricamente l’ergastolo. Tuttavia, ciò richiede che, dopo un certo periodo di tempo la sentenza venga riesaminata e che l’individuo conservi una reale speranza di rilascio. Questa speranza non deve rimanere meramente teorica; deve offrire una prospettiva di rilascio realistica, applicabile e tangibile, anziché esistere solo sulla carta. Per questo motivo il regime di esecuzione applicato in Turchia, in particolare per le condanne all’ergastolo aggravato, è da tempo oggetto di critiche sia da parte dei giuristi che della Corte europea dei diritti dell’uomo. Sono state ripetutamente sollevate richieste di riforma legislativa in materia. Attualmente il regime di esecuzione turco si basa sul principio che i condannati all’ergastolo aggravato debbano rimanere in carcere “fino alla morte”, come esplicitamente indicato nei loro fascicoli carcerari. Questo regime è stato descritto come un sistema in cui il diritto alla speranza viene completamente negato e in cui gli individui sono sistematicamente sottoposti a una forma continua di tortura. È proprio per questo motivo che nelle sue precedenti sentenze riguardanti sia Abdullah Öcalan che altri detenuti, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riscontrato violazioni del divieto di tortura sancito dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Corte ha quindi sottolineato la necessità di istituire meccanismi relativi al diritto alla speranza, in particolare meccanismi che consentano la revisione delle sentenze dopo 25 anni. Tuttavia, poiché tali sentenze non sono state attuate in Turchia, il dibattito giuridico e politico sulla questione è proseguito da allora. Nelle sue sentenze di violazione nei casi Öcalan II, Gurban, Boltan e Kaytan, la Corte europea dei diritti dell’uomo ritiene che la detenzione a vita senza alcuna prospettiva realistica di rilascio rientri nell’ambito dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta la tortura e i maltrattamenti. Il comitato dei ministri ricorda inoltre che nel diritto internazionale, tale periodo è generalmente accettato come massimo di 25 anni. Perché la Turchia continua a opporsi all’adeguamento della propria legislazione a questo standard di 25 anni? Qual è il principale ostacolo legale o ideologico alla base di questa resistenza? Il quadro di riferimento stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Öcalan n. 2, così come nelle sentenze Vinter, Kafkaris e Bodein, è infatti molto chiaro. Una condanna all’ergastolo aggravato non riducibile, in altre parole un regime di ergastolo aggravato che viola il diritto alla speranza, è considerato contrario all’articolo 3 della CEDU. In realtà, l’enfasi posta dal Comitato sui 25 anni non è una novità. In Europa, in alcuni paesi sono state introdotte diverse riforme legislative e meccanismi di revisione in linea con le sentenze e le critiche della Corte europea dei diritti dell’uomo. In questo contesto, raccomandazioni e valutazioni hanno costantemente sottolineato che tali condanne dovrebbero essere soggette a revisione dopo 25 anni e che la possibilità di rilascio dovrebbe essere nuovamente presa in considerazione Se guardiamo alla Turchia, tuttavia, la questione non si riduce a un mero dibattito legale. Abdullah Öcalan non è considerato unicamente un prigioniero politico. In particolare, nel contesto del processo in corso, è visto come una figura riconosciuta da milioni di persone come loro leader politico, una figura per la quale sono state organizzate campagne di raccolta firme e attorno alla quale si sono svolte dichiarazioni, azioni e appelli in diversi momenti. In questo contesto la questione viene discussa in relazione alla risoluzione democratica, alla pace sociale e ai dibattiti riguardanti una società democratica. Pertanto è importante sottolineare che questa discussione non deve essere intesa meramente come una questione giuridica, bensì come una posizione politica. Nel caso del signor Öcalan, esiste un regime di esecuzione specifico per il detenuto e un’applicazione della pena penale altrettanto specifica nei suoi confronti. Di fatto il Consiglio d’Europa si era già espresso in passato con fermezza e aveva adottato posizioni decise nei confronti della Turchia su questo tema. Nelle sue ultime decisioni il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha espresso “profondo rammarico” per l’inerzia della Turchia e ha concesso ad Ankara tempo fino alla fine di giugno 2026 per fornire informazioni sulle misure adottate e sul lavoro svolto. Siamo ormai vicinissimi a questa scadenza, eppure la Turchia non ha presentato un nuovo piano d’azione né introdotto modifiche legislative. Allo scadere del termine di giugno 2026, quali sanzioni o conseguenze politiche potrebbe subire la Turchia a livello internazionale e in seno al Consiglio d’Europa? La questione era già stata sollevata in una delle precedenti riunioni del comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. Alla Turchia era stato chiesto di elaborare un piano d’azione per l’attuazione del diritto alla speranza, di istituire i meccanismi necessari e di adottare misure concrete. Tuttavia, nel frattempo, è emerso chiaramente che la Turchia non aveva creato alcun meccanismo concreto, visibile o efficace, né aveva intrapreso alcuna azione soddisfacente in merito. Per questo motivo, una delle decisioni adottate prevedeva discussioni sulla possibilità di giungere a una soluzione provvisoria nella fase successiva. Tuttavia, si constata che, come già accaduto in passato, la Turchia non è ancora riuscita a compiere passi concreti o orientati al risultato in merito. Ciò dimostra che l’approccio della Turchia alla questione è da tempo controverso. Allo stesso tempo, non mancano le critiche secondo cui i meccanismi internazionali non sarebbero riusciti a esercitare una pressione sufficiente. Non si trattava della prima scadenza fissata per la Turchia; inoltre, non si erano registrati progressi nemmeno nei periodi precedenti. Per questo motivo si sostiene che il Consiglio d’Europa dovrebbe inserire nell’agenda, nell’ambito dei propri meccanismi, sanzioni più severe. Oggi sebbene in Turchia si stiano svolgendo diversi dibattiti sul diritto alla speranza, si sottolinea sempre più la necessità non solo di discutere, ma anche di attuare normative e prassi giuridiche concrete. Di conseguenza si ipotizza che le future riunioni del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa potrebbero potenzialmente portare a decisioni più severe o a sanzioni più rigide. D’altro canto sorgono dubbi anche sulla serietà con cui la Turchia prenderà tali decisioni e sull’impegno che dedicherà alla questione. Durante la discussione l’estradizione di Abdullah Öcalan dalla Siria e il suo trasferimento in Turchia sono stati descritti come una “cospirazione internazionale”, e si è sostenuto che la sua continua detenzione, nonostante siano trascorsi molti anni, sia anch’essa collegata alla posizione assunta dagli attori internazionali. Al contempo, si sollevano critiche sul fatto che, nonostante la dichiarata volontà di una soluzione democratica alla questione curda, le istituzioni internazionali continuino a dare priorità al mantenimento delle proprie relazioni con la Turchia e si astengano quindi dall’adottare una posizione sufficientemente ferma. Figure vicine al governo (ad esempio il Consigliere Capo del Presidente Mehmet Uçum) sostengono che il “diritto alla speranza” sia incompatibile con le attuali leggi antiterrorismo e il regime di esecuzione della Turchia. In qualità sia di politico che di giurista, come valuta questa barriera che si sta erigendo tra gli obblighi internazionali e il discorso sulla “sicurezza interna” e la “lotta al terrorismo”? Innanzitutto, occorre precisare che, secondo la Costituzione turca, sebbene sia una costituzione che abbiamo sempre criticato, una delle sue disposizioni più importanti stabilisce che le convenzioni internazionali debitamente sottoscritte dalla Turchia sono vincolanti, prevalgono sulle leggi nazionali e devono essere attuate. Di conseguenza, la normativa turca deve essere allineata a questi accordi internazionali. Per tale ragione, la Turchia è firmataria della CEDU e la Convenzione è vincolante per il Paese. Anche le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo sono vincolanti a questo riguardo. Le valutazioni e i dibattiti in corso oggi dimostrano chiaramente quanto questa questione sia diventata politica, quanto si sia allontanata da un quadro giuridico e come si stiano attuando un regime di esecuzione specifico per il detenuto e un’applicazione della legge arbitraria. Come abbiamo ripetutamente affermato, alcune disposizioni della legge antiterrorismo e del codice penale turchi sono incompatibili con la CEDU. Da tempo solleviamo critiche e proponiamo soluzioni in merito, sostenendo che sia la legge antiterrorismo sia alcuni articoli del codice penale debbano essere modificati in conformità con la CEDU. Allo stesso tempo, la Turchia ha attualmente un sistema di esecuzione così complesso e frammentato che vengono applicati sistemi diversi per reati comuni, reati politici, criminalità organizzata e ergastolo. In altre parole, esistono gravi disparità tra le pene inflitte a chi è condannato per reati comuni e quelle inflitte a chi è perseguito per atti che potrebbero rientrare nell’ambito della libertà di pensiero, di espressione o di associazione. In alcuni casi anche laddove le pene siano formalmente uguali, le persone incarcerate per motivi politici sono costrette a rimanere in prigione per periodi più lunghi. Pertanto, è necessario sottolineare che la disparità non si limita solo all’ergastolo o all’ergastolo aggravato; esiste anche una differenza sostanziale tra i casi di natura politica e quelli di natura penale ordinaria. Si tratta di un regime di esecuzione in cui alcuni individui condannati per reati gravi possono effettivamente scontare una pena detentiva inferiore rispetto a coloro che sono stati processati e condannati per motivi che potrebbero essere valutati nell’ambito della libertà di espressione e di pensiero. Per questo motivo, constatiamo che in Turchia questi dibattiti si svolgono interamente su basi politiche. Le dichiarazioni periodiche rilasciate dagli stessi funzionari dimostrano come, in Turchia, siano la politica, l’ideologia e gli approcci politici a plasmare il sistema giudiziario, piuttosto che la legge stessa. Questo può essere considerato anche uno dei principali fondamenti delle critiche secondo cui la magistratura sarebbe orientata in base a specifiche preferenze politiche. Il comitato dei ministri, nella sua decisione, fa riferimento alla “commissione per la solidarietà nazionale, la fratellanza e la democrazia”, istituita in seno al Parlamento turco e nota dai media anche come commissione per la soluzione o per l’unità nazionale, ed esprime l’aspettativa che essa acceleri i processi di riforma legislativa. La commissione ha redatto una relazione, che tuttavia non si è mai tradotta in legge ed è stata di fatto accantonata. A vostro avviso, tali commissioni rappresentano semplici iniziative periodiche volte ad allentare la pressione di istituzioni internazionali come la Corte europea dei diritti dell’uomo e il Consiglio d’Europa, oppure esistono autentici ostacoli politici che impediscono l’attuazione di queste relazioni, nonostante la sincera volontà di trovare una soluzione? Naturalmente non possiamo trattare il processo e i dibattiti relativi al diritto alla speranza come questioni separate. Come sapete, l’inizio di questo processo risale alle dichiarazioni rilasciate da Devlet Bahçeli durante una riunione del gruppo parlamentare, in cui parlò dell’attuazione del diritto alla speranza per Abdullah Öcalan e della sua inclusione nella vita politica. Il processo è proseguito da quel momento fino ad oggi. Pertanto, le discussioni sul diritto alla speranza devono essere comprese non solo all’interno di un quadro giuridico, ma anche come parte di un processo politico più ampio. Allo stesso tempo, va anche notato che, a sua difesa, nei documenti e nelle risposte presentate al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, la Turchia ha ripetutamente fatto riferimento a diverse commissioni e meccanismi. A seguito delle condanne inflitte alla Turchia per crimini commessi negli anni ’90, lo Stato ha introdotto, a titolo preventivo, il diritto di ricorso individuale alla Corte Costituzionale. In questo modo, l’accesso alla Corte europea dei diritti dell’uomo è stato di fatto bloccato, a meno che i ricorrenti non avessero prima esaurito la via di ricorso presso la Corte Costituzionale. Durante questo periodo, la Corte costituzionale ha funzionato quasi come una barriera o una diga, poiché i singoli ricorsi sono rimasti in sospeso per periodi estremamente lunghi. I ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo non sono stati completamente impediti, ma è stato posto un serio ostacolo sul loro cammino. Lo stesso approccio si riscontra anche nelle posizioni della Turchia. Da un lato il dibattito sul diritto alla speranza rimane costantemente all’ordine del giorno; dall’altro, l’assenza di passi concreti continua a suscitare critiche e reazioni nell’opinione pubblica. Ciò che conta in questo processo non è la retorica, ma l’azione. Nonostante sia trascorso quasi un anno e mezzo, non è stata ancora introdotta alcuna normativa concreta. Durante tutto questo periodo, non è stato attuato un solo passo significativo o una sola riforma. Inoltre, non sono stati presi provvedimenti concreti nemmeno in merito alle questioni specificamente menzionate nei rapporti della commissione. Sappiamo che tali rapporti includono disposizioni riguardanti l’attuazione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. Contenevano anche altre decisioni e raccomandazioni. In effetti alcune di queste raccomandazioni non richiedono nemmeno l’adozione di accordi giuridici completamente nuovi. Ad esempio le decisioni riguardanti Selahattin Demirtaş e altri prigionieri politici, o l’attuazione stessa del diritto alla speranza, potrebbero essere attuate nell’ambito degli obblighi esistenti senza la necessità di alcun meccanismo giuridico aggiuntivo o riforma. Dal punto di vista degli obblighi della Turchia in quanto firmataria della CEDU e del suo dovere di attuare le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, queste misure potrebbero di fatto essere attuate immediatamente. Tuttavi ciò che vediamo è un costante tentativo di dilazionare il processo nel tempo e di rinviare indefinitamente i passi necessari. È trascorso quasi un anno e mezzo e ogni giorno che passa contribuisce a ulteriori violazioni dei diritti. Permettetemi di sottolineare ancora una volta: naturalmente, sono un giurista e, in questo caso, è naturale formulare valutazioni di natura giuridica. Molte critiche e valutazioni sono state sollevate in termini legali. Ma sappiamo che, fondamentalmente, ciò che emerge è un approccio politico. Sappiamo anche che il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha affrontato la questione con un approccio politico. Allo stesso tempo, sappiamo che questa decisione è scaturita dalla pressione e dalla reazione dell’opinione pubblica. Prima che questa decisione venisse adottata, una grande campagna venne lanciata nella diaspora e tra gli alleati attraverso la lotta del popolo curdo. Dalle lettere pubbliche firmate da scrittori premio Nobel che chiedevano “Libertà per Öcalan e una soluzione democratica alla questione curda”, alle marce a cui parteciparono decine e centinaia di migliaia di persone, si è dispiegata una vasta lotta. La campagna si era estesa in tutte e quattro le regioni del Kurdistan, con il popolo curdo che portò avanti queste rivendicazioni nelle strade e nelle piazze. Come risultato di questa ampia mobilitazione, il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa non poteva più rimanere in silenzio o indifferente e fu infine costretto ad adottare questa decisione. Adesso in termini di attuazione, sono già in corso richieste e iniziative legali. Le nostre istituzioni stanno lavorando su questo tema. Ma parallelamente alla lotta legale, è necessario esercitare anche pressione pubblica e sociale. La pressione è indispensabile sia per costringere il governo ad agire, sia per aprire la strada alle riforme legislative necessarie. Per garantire l’attuazione del diritto alla speranza, è necessario lottare affinché Abdullah Öcalan ottenga lo status corrispondente alla posizione di capo negoziatore e affinché si aprano i canali necessari. Questa lotta deve proseguire costantemente nelle piazze e negli spazi pubblici. Allo stesso tempo, credo sia altrettanto importante continuare a lottare sia a livello legale che pubblico affinché le decisioni adottate dal Consiglio d’Europa si traducano in misure più chiare, incisive e orientate ai risultati, che obblighino la Turchia ad attuarle.
May 30, 2026
UIKI ONLUS
Ayşe Başaran: La pressione sociale è fondamentale per il diritto alla speranza
A seguito della sentenza Öcalan II della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU),Il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha raccomandato alla Turchia di introdurre entro giugno 2026 una normativa relativa al “diritto alla speranza”, Nonostante le importanti decisioni e i passi concreti compiuti dalla parte curda per la risoluzione della questione curda, non sono ancora state attuate modifiche legislative concrete né in merito al diritto alla speranza né a una soluzione più ampia della questione curda, al di là di alcune dichiarazioni positive da parte del blocco di governo. La giurista Ayşe Acar Başaran ha rilasciato un’intervista all’ANF in merito alla questione. In qualità di giurista, come definirebbe il “diritto alla speranza” in termini di dignità umana e diritto penale moderno? In che modo l’attuale regime di esecuzione in Turchia, in particolare il divieto assoluto di rilascio condizionale per le condanne all’ergastolo aggravate ai sensi delle disposizioni sulla criminalità organizzata, si discosta dagli standard internazionali in materia di diritti umani? Dal punto di vista giuridico, il diritto alla speranza non è meramente un istituto tecnico del diritto penale moderno, bensì una delle garanzie della dignità umana nell’ambito dell’esecuzione penale. Si può esprimere nel seguente modo: anche una persona condannata per il crimine più grave non può essere condannata dallo Stato, né legalmente né praticamente, a un’esistenza completamente senza speranza. La pena può limitare la libertà di una persona per un certo periodo di tempo, ma non può condannarla a una condizione irreversibile. È proprio in questo contesto che si inserisce l’approccio della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Richiamandosi all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), la Corte valuta la questione nel quadro del divieto di tortura, pur non vietando categoricamente l’ergastolo. Tuttavia, ciò richiede che, dopo un certo periodo di tempo la sentenza venga riesaminata e che l’individuo conservi una reale speranza di rilascio. Questa speranza non deve rimanere meramente teorica; deve offrire una prospettiva di rilascio realistica, applicabile e tangibile, anziché esistere solo sulla carta. Per questo motivo il regime di esecuzione applicato in Turchia, in particolare per le condanne all’ergastolo aggravato, è da tempo oggetto di critiche sia da parte dei giuristi che della Corte europea dei diritti dell’uomo. Sono state ripetutamente sollevate richieste di riforma legislativa in materia. Attualmente il regime di esecuzione turco si basa sul principio che i condannati all’ergastolo aggravato debbano rimanere in carcere “fino alla morte”, come esplicitamente indicato nei loro fascicoli carcerari. Questo regime è stato descritto come un sistema in cui il diritto alla speranza viene completamente negato e in cui gli individui sono sistematicamente sottoposti a una forma continua di tortura. È proprio per questo motivo che nelle sue precedenti sentenze riguardanti sia Abdullah Öcalan che altri detenuti, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riscontrato violazioni del divieto di tortura sancito dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Corte ha quindi sottolineato la necessità di istituire meccanismi relativi al diritto alla speranza, in particolare meccanismi che consentano la revisione delle sentenze dopo 25 anni. Tuttavia, poiché tali sentenze non sono state attuate in Turchia, il dibattito giuridico e politico sulla questione è proseguito da allora. Nelle sue sentenze di violazione nei casi Öcalan II, Gurban, Boltan e Kaytan, la Corte europea dei diritti dell’uomo ritiene che la detenzione a vita senza alcuna prospettiva realistica di rilascio rientri nell’ambito dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta la tortura e i maltrattamenti. Il comitato dei ministri ricorda inoltre che nel diritto internazionale, tale periodo è generalmente accettato come massimo di 25 anni. Perché la Turchia continua a opporsi all’adeguamento della propria legislazione a questo standard di 25 anni? Qual è il principale ostacolo legale o ideologico alla base di questa resistenza? Il quadro di riferimento stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Öcalan n. 2, così come nelle sentenze Vinter, Kafkaris e Bodein, è infatti molto chiaro. Una condanna all’ergastolo aggravato non riducibile, in altre parole un regime di ergastolo aggravato che viola il diritto alla speranza, è considerato contrario all’articolo 3 della CEDU. In realtà, l’enfasi posta dal Comitato sui 25 anni non è una novità. In Europa, in alcuni paesi sono state introdotte diverse riforme legislative e meccanismi di revisione in linea con le sentenze e le critiche della Corte europea dei diritti dell’uomo. In questo contesto, raccomandazioni e valutazioni hanno costantemente sottolineato che tali condanne dovrebbero essere soggette a revisione dopo 25 anni e che la possibilità di rilascio dovrebbe essere nuovamente presa in considerazione Se guardiamo alla Turchia, tuttavia, la questione non si riduce a un mero dibattito legale. Abdullah Öcalan non è considerato unicamente un prigioniero politico. In particolare, nel contesto del processo in corso, è visto come una figura riconosciuta da milioni di persone come loro leader politico, una figura per la quale sono state organizzate campagne di raccolta firme e attorno alla quale si sono svolte dichiarazioni, azioni e appelli in diversi momenti. In questo contesto la questione viene discussa in relazione alla risoluzione democratica, alla pace sociale e ai dibattiti riguardanti una società democratica. Pertanto è importante sottolineare che questa discussione non deve essere intesa meramente come una questione giuridica, bensì come una posizione politica. Nel caso del signor Öcalan, esiste un regime di esecuzione specifico per il detenuto e un’applicazione della pena penale altrettanto specifica nei suoi confronti. Di fatto il Consiglio d’Europa si era già espresso in passato con fermezza e aveva adottato posizioni decise nei confronti della Turchia su questo tema. Nelle sue ultime decisioni il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha espresso “profondo rammarico” per l’inerzia della Turchia e ha concesso ad Ankara tempo fino alla fine di giugno 2026 per fornire informazioni sulle misure adottate e sul lavoro svolto. Siamo ormai vicinissimi a questa scadenza, eppure la Turchia non ha presentato un nuovo piano d’azione né introdotto modifiche legislative. Allo scadere del termine di giugno 2026, quali sanzioni o conseguenze politiche potrebbe subire la Turchia a livello internazionale e in seno al Consiglio d’Europa? La questione era già stata sollevata in una delle precedenti riunioni del comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. Alla Turchia era stato chiesto di elaborare un piano d’azione per l’attuazione del diritto alla speranza, di istituire i meccanismi necessari e di adottare misure concrete. Tuttavia, nel frattempo, è emerso chiaramente che la Turchia non aveva creato alcun meccanismo concreto, visibile o efficace, né aveva intrapreso alcuna azione soddisfacente in merito. Per questo motivo, una delle decisioni adottate prevedeva discussioni sulla possibilità di giungere a una soluzione provvisoria nella fase successiva. Tuttavia, si constata che, come già accaduto in passato, la Turchia non è ancora riuscita a compiere passi concreti o orientati al risultato in merito. Ciò dimostra che l’approccio della Turchia alla questione è da tempo controverso. Allo stesso tempo, non mancano le critiche secondo cui i meccanismi internazionali non sarebbero riusciti a esercitare una pressione sufficiente. Non si trattava della prima scadenza fissata per la Turchia; inoltre, non si erano registrati progressi nemmeno nei periodi precedenti. Per questo motivo si sostiene che il Consiglio d’Europa dovrebbe inserire nell’agenda, nell’ambito dei propri meccanismi, sanzioni più severe. Oggi sebbene in Turchia si stiano svolgendo diversi dibattiti sul diritto alla speranza, si sottolinea sempre più la necessità non solo di discutere, ma anche di attuare normative e prassi giuridiche concrete. Di conseguenza si ipotizza che le future riunioni del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa potrebbero potenzialmente portare a decisioni più severe o a sanzioni più rigide. D’altro canto sorgono dubbi anche sulla serietà con cui la Turchia prenderà tali decisioni e sull’impegno che dedicherà alla questione. Durante la discussione l’estradizione di Abdullah Öcalan dalla Siria e il suo trasferimento in Turchia sono stati descritti come una “cospirazione internazionale”, e si è sostenuto che la sua continua detenzione, nonostante siano trascorsi molti anni, sia anch’essa collegata alla posizione assunta dagli attori internazionali. Al contempo, si sollevano critiche sul fatto che, nonostante la dichiarata volontà di una soluzione democratica alla questione curda, le istituzioni internazionali continuino a dare priorità al mantenimento delle proprie relazioni con la Turchia e si astengano quindi dall’adottare una posizione sufficientemente ferma. Figure vicine al governo (ad esempio il Consigliere Capo del Presidente Mehmet Uçum) sostengono che il “diritto alla speranza” sia incompatibile con le attuali leggi antiterrorismo e il regime di esecuzione della Turchia. In qualità sia di politico che di giurista, come valuta questa barriera che si sta erigendo tra gli obblighi internazionali e il discorso sulla “sicurezza interna” e la “lotta al terrorismo”? Innanzitutto, occorre precisare che, secondo la Costituzione turca, sebbene sia una costituzione che abbiamo sempre criticato, una delle sue disposizioni più importanti stabilisce che le convenzioni internazionali debitamente sottoscritte dalla Turchia sono vincolanti, prevalgono sulle leggi nazionali e devono essere attuate. Di conseguenza, la normativa turca deve essere allineata a questi accordi internazionali. Per tale ragione, la Turchia è firmataria della CEDU e la Convenzione è vincolante per il Paese. Anche le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo sono vincolanti a questo riguardo. Le valutazioni e i dibattiti in corso oggi dimostrano chiaramente quanto questa questione sia diventata politica, quanto si sia allontanata da un quadro giuridico e come si stiano attuando un regime di esecuzione specifico per il detenuto e un’applicazione della legge arbitraria. Come abbiamo ripetutamente affermato, alcune disposizioni della legge antiterrorismo e del codice penale turchi sono incompatibili con la CEDU. Da tempo solleviamo critiche e proponiamo soluzioni in merito, sostenendo che sia la legge antiterrorismo sia alcuni articoli del codice penale debbano essere modificati in conformità con la CEDU. Allo stesso tempo, la Turchia ha attualmente un sistema di esecuzione così complesso e frammentato che vengono applicati sistemi diversi per reati comuni, reati politici, criminalità organizzata e ergastolo. In altre parole, esistono gravi disparità tra le pene inflitte a chi è condannato per reati comuni e quelle inflitte a chi è perseguito per atti che potrebbero rientrare nell’ambito della libertà di pensiero, di espressione o di associazione. In alcuni casi anche laddove le pene siano formalmente uguali, le persone incarcerate per motivi politici sono costrette a rimanere in prigione per periodi più lunghi. Pertanto, è necessario sottolineare che la disparità non si limita solo all’ergastolo o all’ergastolo aggravato; esiste anche una differenza sostanziale tra i casi di natura politica e quelli di natura penale ordinaria. Si tratta di un regime di esecuzione in cui alcuni individui condannati per reati gravi possono effettivamente scontare una pena detentiva inferiore rispetto a coloro che sono stati processati e condannati per motivi che potrebbero essere valutati nell’ambito della libertà di espressione e di pensiero. Per questo motivo, constatiamo che in Turchia questi dibattiti si svolgono interamente su basi politiche. Le dichiarazioni periodiche rilasciate dagli stessi funzionari dimostrano come, in Turchia, siano la politica, l’ideologia e gli approcci politici a plasmare il sistema giudiziario, piuttosto che la legge stessa. Questo può essere considerato anche uno dei principali fondamenti delle critiche secondo cui la magistratura sarebbe orientata in base a specifiche preferenze politiche. Il comitato dei ministri, nella sua decisione, fa riferimento alla “commissione per la solidarietà nazionale, la fratellanza e la democrazia”, istituita in seno al Parlamento turco e nota dai media anche come commissione per la soluzione o per l’unità nazionale, ed esprime l’aspettativa che essa acceleri i processi di riforma legislativa. La commissione ha redatto una relazione, che tuttavia non si è mai tradotta in legge ed è stata di fatto accantonata. A vostro avviso, tali commissioni rappresentano semplici iniziative periodiche volte ad allentare la pressione di istituzioni internazionali come la Corte europea dei diritti dell’uomo e il Consiglio d’Europa, oppure esistono autentici ostacoli politici che impediscono l’attuazione di queste relazioni, nonostante la sincera volontà di trovare una soluzione? Naturalmente non possiamo trattare il processo e i dibattiti relativi al diritto alla speranza come questioni separate. Come sapete, l’inizio di questo processo risale alle dichiarazioni rilasciate da Devlet Bahçeli durante una riunione del gruppo parlamentare, in cui parlò dell’attuazione del diritto alla speranza per Abdullah Öcalan e della sua inclusione nella vita politica. Il processo è proseguito da quel momento fino ad oggi. Pertanto, le discussioni sul diritto alla speranza devono essere comprese non solo all’interno di un quadro giuridico, ma anche come parte di un processo politico più ampio. Allo stesso tempo, va anche notato che, a sua difesa, nei documenti e nelle risposte presentate al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, la Turchia ha ripetutamente fatto riferimento a diverse commissioni e meccanismi. A seguito delle condanne inflitte alla Turchia per crimini commessi negli anni ’90, lo Stato ha introdotto, a titolo preventivo, il diritto di ricorso individuale alla Corte Costituzionale. In questo modo, l’accesso alla Corte europea dei diritti dell’uomo è stato di fatto bloccato, a meno che i ricorrenti non avessero prima esaurito la via di ricorso presso la Corte Costituzionale. Durante questo periodo, la Corte costituzionale ha funzionato quasi come una barriera o una diga, poiché i singoli ricorsi sono rimasti in sospeso per periodi estremamente lunghi. I ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo non sono stati completamente impediti, ma è stato posto un serio ostacolo sul loro cammino. Lo stesso approccio si riscontra anche nelle posizioni della Turchia. Da un lato il dibattito sul diritto alla speranza rimane costantemente all’ordine del giorno; dall’altro, l’assenza di passi concreti continua a suscitare critiche e reazioni nell’opinione pubblica. Ciò che conta in questo processo non è la retorica, ma l’azione. Nonostante sia trascorso quasi un anno e mezzo, non è stata ancora introdotta alcuna normativa concreta. Durante tutto questo periodo, non è stato attuato un solo passo significativo o una sola riforma. Inoltre, non sono stati presi provvedimenti concreti nemmeno in merito alle questioni specificamente menzionate nei rapporti della commissione. Sappiamo che tali rapporti includono disposizioni riguardanti l’attuazione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. Contenevano anche altre decisioni e raccomandazioni. In effetti alcune di queste raccomandazioni non richiedono nemmeno l’adozione di accordi giuridici completamente nuovi. Ad esempio le decisioni riguardanti Selahattin Demirtaş e altri prigionieri politici, o l’attuazione stessa del diritto alla speranza, potrebbero essere attuate nell’ambito degli obblighi esistenti senza la necessità di alcun meccanismo giuridico aggiuntivo o riforma. Dal punto di vista degli obblighi della Turchia in quanto firmataria della CEDU e del suo dovere di attuare le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, queste misure potrebbero di fatto essere attuate immediatamente. Tuttavi ciò che vediamo è un costante tentativo di dilazionare il processo nel tempo e di rinviare indefinitamente i passi necessari. È trascorso quasi un anno e mezzo e ogni giorno che passa contribuisce a ulteriori violazioni dei diritti. Permettetemi di sottolineare ancora una volta: naturalmente, sono un giurista e, in questo caso, è naturale formulare valutazioni di natura giuridica. Molte critiche e valutazioni sono state sollevate in termini legali. Ma sappiamo che, fondamentalmente, ciò che emerge è un approccio politico. Sappiamo anche che il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha affrontato la questione con un approccio politico. Allo stesso tempo, sappiamo che questa decisione è scaturita dalla pressione e dalla reazione dell’opinione pubblica. Prima che questa decisione venisse adottata, una grande campagna venne lanciata nella diaspora e tra gli alleati attraverso la lotta del popolo curdo. Dalle lettere pubbliche firmate da scrittori premio Nobel che chiedevano “Libertà per Öcalan e una soluzione democratica alla questione curda”, alle marce a cui parteciparono decine e centinaia di migliaia di persone, si è dispiegata una vasta lotta. La campagna si era estesa in tutte e quattro le regioni del Kurdistan, con il popolo curdo che portò avanti queste rivendicazioni nelle strade e nelle piazze. Come risultato di questa ampia mobilitazione, il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa non poteva più rimanere in silenzio o indifferente e fu infine costretto ad adottare questa decisione. Adesso in termini di attuazione, sono già in corso richieste e iniziative legali. Le nostre istituzioni stanno lavorando su questo tema. Ma parallelamente alla lotta legale, è necessario esercitare anche pressione pubblica e sociale. La pressione è indispensabile sia per costringere il governo ad agire, sia per aprire la strada alle riforme legislative necessarie. Per garantire l’attuazione del diritto alla speranza, è necessario lottare affinché Abdullah Öcalan ottenga lo status corrispondente alla posizione di capo negoziatore e affinché si aprano i canali necessari. Questa lotta deve proseguire costantemente nelle piazze e negli spazi pubblici. Allo stesso tempo, credo sia altrettanto importante continuare a lottare sia a livello legale che pubblico affinché le decisioni adottate dal Consiglio d’Europa si traducano in misure più chiare, incisive e orientate ai risultati, che obblighino la Turchia ad attuarle. L'articolo Ayşe Başaran: La pressione sociale è fondamentale per il diritto alla speranza proviene da Retekurdistan.it.
May 30, 2026
Retekurdistan.it
Alessandra Alberti su Radio Onda d’Urto: la scuola dei talenti alla carriera militare
Nella puntata del 23 maggio 2026 della trasmissione Scuola Resistente a Radio Onda D’Urto, Stefano Bertoldi ha intervistato Alessandra Alberti, docente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Riportiamo qui una sintesi del contributo, in cui ha commentato l’articolo di Rossella Latempa La scuola dei talenti: per i poveri soft skills, filiera e sane regole di vita militare, uscito su ROARS lo scorso 16 maggio. Latempa smaschera la retorica dell’individuazione del “talento” di ciascun studente o studentessa tanto cara a questo Ministero dell’Istruzione e del Merito, spiegando che in realtà la cosiddetta “personalizzazione” dell’apprendimento nasconde una precoce differenziazione dei percorsi didattici volti non a cambiare la situazione socio-economica-culturale di partenza, bensì a cristallizzarla. Attraverso lo strumento degli INVALSI, introdotto peraltro già alle elementari, si effettua una raccolta dati già in grado di prevedere il possibile “insuccesso”, cioè la proporzione di studenti e studentesse a rischio di dispersione scolastica alla fine delle medie. Sono questi gli interlocutori principali – dice Latempa – cui si rivolgono tutte le riforme attuate da questo Governo – sebbene il processo di “modernizzazione” della scuola pubblica sia iniziato decenni fa – il quale però spinge il piede sull’acceleratore nella direzione di una scuola neoliberale che rende quest’ultima funzionale alle esigenze del mercato. Orientamento, filiera 4+2 (e la recentissima riforma degli istituti tecnici), soft skills, intelligenza artificiale sono le “parole mito” – così le chiama l’autrice – di una neolingua basata su principi e bisogni estranei al mondo educativo. L’Orientamento precoce, il percorso di studio breve co-gestito da scuola e imprese chiamato filiera 4+2 e le soft skills vale a dire competenze socio-emotive che emergono come elementi sempre più fondamentali perché, ai più poveri “più che saperi e conoscenze basta una buona educazione di tipo socio-comportamentale e civica”. E il gioco è fatto: dare meno scuola a chi ha meno, perché “in fondo non è ha bisogno”. Ma nell’articolo viene aggiunto un tassello fondamentale tutto organico a questa costruzione di un’idea di futuro: quello della militarizzazione. In una recente intervista al Ministro Crosetto si parla di “riserva” su base volontaria di persone pronte a servire il Paese. L’introduzione di un anno di leva volontaria si trasforma in un’occasione di riscatto per i giovani dei territori difficili, che potranno scegliere “tra i tentacoli delle mafie e le sane regole di vita delle forze armate”. Da anni l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia la presenza sempre più pervasiva delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate nelle scuole. Oggi, in una prospettiva di guerra, soprattutto i giovani e le giovani meno abbienti potranno beneficiare dell’Orientamento che nelle classi finali delle scuole superiori vede la presentazione della carriera militare al pari di quella universitaria ma, come recita il titolo di un convegno tenutosi a Torino l’anno scorso, quello del soldato “non è un mestiere come un altro”. E’ preciso dovere degli e delle insegnanti riappropriarsi del proprio ruolo di educatori della scuola della Costituzione e non appiattirsi su una presunta “innovazione” tutta tesa a formare giovani resilienti. In fondo, ce lo dice l’Europa: vivendo in una situazione di emergenza costante, il principio della preparedness diventa parte del bagaglio delle competenze di ciascun cittadino. Ma la scelta non può e non deve essere tra morire in un sparatoria tra bande mafiose oppure per la difesa della propria “Patria”. Ascolta qui l’intervista a Alessandra Alberti per Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly
Erri De Luca: “La soluzione è due Stati, uno palestinese e uno israeliano”
Dopo le polemiche seguite alle sue parole a Gerusalemme, lo scrittore risponde sul significato del termine sionismo, sulla soluzione a due Stati e sulle critiche ricevute. Le parole, in tempo di guerra, non sono mai soltanto parole. Possono diventare ponti oppure ferite, chiarimenti oppure detonatori. Le recenti dichiarazioni di Erri De Luca, rilasciate dopo la sua partecipazione al Jerusalem International Writers Festival, in cui lo scrittore si è definito sionista, hanno acceso una polemica intensa, con reazioni molto dure. La tragedia che si consuma in Palestina, la conta quotidiana delle vittime civili e la crescente polarizzazione del dibattito pubblico fanno sì che ogni termine assuma un peso enorme. Alcune parole vengono ascoltate nella loro intenzione originaria, altre filtrate attraverso il trauma, la rabbia, la paura, la storia personale e collettiva di ciascuno. Da lettrice che segue da molti anni il lavoro di Erri De Luca, e da giornalista che collabora con Pressenza, ho sentito il bisogno di non fermarmi alle interpretazioni e alle polemiche, ma di cercare un confronto diretto. Queste le domande che gli ho rivolto: Quando dici “sono sionista”, che cosa intendi esattamente? E, al di là delle parole, dei loro significati più stretti o più ampi e delle possibili strumentalizzazioni, qual è la tua visione su come si possa arrivare a una soluzione di pace davanti a questo dramma? Come stai vivendo, sul piano umano e personale, le reazioni così dure che stanno accompagnando queste tue dichiarazioni? Buongiorno Lucia. Sulla parola sionismo ti rimando a una pagina che ho scritto ieri e messa sui canali della rete. Te la riassumo. Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale: sionista è chi riconosce lo Stato d’Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è sionista. Non lo è chi sostiene l’eliminazione di Israele dalla carta geografica. Questa posizione coincide con quella di Hamas. Non con quella dell’OLP che rappresenta una parte del popolo palestinese. Gli accordi di Oslo del 1993 tra Arafat e Rabin hanno prodotto il riconoscimento dello Stato di Israele da parte dell’OLP. Questa constatazione , è sionista chi sostiene la soluzione a due Stati, è stata ricevuta come una provocazione grave. Non è mio intento offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese, che condivido. Dalla distanza raggiunta con l’età vedo possibile e obbligatoria la soluzione a due Stati. Uno palestinese senza la dittatura di Hamas a Gaza, dove il popolo sia libero di indire elezioni e scegliere i propri rappresentanti. E un governo israeliano libero dagli estremisti e dal loro programma di esproprio e annessione di terre palestinesi. Il dolore e l’oppressione del popolo palestinese sarà medicato solo dal risarcimento di uno Stato libero e affrancato dalla guerra. Visto il surriscaldamento dei commenti non credo di raffreddarli, ma devo questa aggiunta a chi ha stima di me e mi vuol bene. Sulla seconda parte , più personale, mi sono già trovato a ricevere vibrate disapprovazioni. Il mio carattere me le fa accettare, perché chi riceve elogi deve anche accogliere il loro contrario. Non gli insulti, che mi sono indifferenti perché non sono argomenti. Le mie poche domande non hanno naturalmente la pretesa di esaurire una questione così complessa, né di offrire risposte definitive. Nascono piuttosto dal bisogno di aprire uno spiraglio di confronto, di chiarire il senso di alcune parole e di offrire ulteriori spunti di riflessione. Ringrazio Erri De Luca per aver accolto questo breve dialogo e per aver condiviso il suo pensiero in un passaggio così delicato. Lucia Montanaro
May 27, 2026
Pressenza