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Palermo, intervista-AI sul termovalorizzatore a Bellolampo: “Ok! È tutto sotto controllo! O quasi…”
Michele Se un incendio come quello di queste ore nel palermitano interessasse l’impianto termovalorizzatore che si deve realizzare a Bellolampo quali sarebbero le conseguenze? A.I. Mentre i roghi nelle discariche tradizionali (alimentati dalla presenza di biogas, frazione organica e plastiche esposte all’aperto) generano fumi incontrollati a bassa temperatura ricchi di diossine, furani e inquinanti diffusi senza filtri, un termovalorizzatore riduce drasticamente questo rischio strutturale grazie al confinamento. Combustione controllata: All’interno dei reattori la temperatura supera costantemente gli 850–1000 °C, distruggendo la maggior parte dei composti organici complessi, un processo che non ha nulla a che spartire con la combustione lenta e disordinata di un incendio boschivo o di un cumulo di rifiuti esposto. Vulnerabilità periferiche: Il vero rischio ambientale in caso di incendio esterno non deriverebbe dal bruciare i rifiuti confinati nel bunker, bensì dal potenziale coinvolgimento di aree di stoccaggio ausiliarie (come i depositi di reagenti chimici, ammoniaca o carbone attivo utilizzati per la depurazione dei fumi) o da blackout elettrici causati dai roghi alle linee di alta tensione esterne, che potrebbero disabilitare temporaneamente i sistemi di abbattimento dei fumi qualora l’impianto fosse in marcia attiva durante l’emergenza. Michele Ma il termovalorizzatore sarà in prossimità delle vasche della discarica! A.I. È esattamente questo il nodo cruciale e la principale fonte di preoccupazione tecnica e ambientale: la previsione di insediare il termovalorizzatore all’interno della stessa piattaforma impiantistica di Bellolampo, a stretto contatto con le vasche di abbancamento esistenti (dalla VI alla VII vasca). Questa vicinanza fisica modifica radicalmente lo scenario di rischio e apre a problematiche complesse che vanno gestite con ingegneria di altissimo livello. 1. Il rischio di “effetto domino” in caso di incendi in discarica La storia recente di Bellolampo dimostra come le vasche della discarica siano periodicamente soggette a roghi (spesso alimentati da teloni di copertura in plastica, materiali leggeri o sacchetti esposti). Se un incendio divampa a pochi decine o centinaia di metri da un termovalorizzatore operativo, i pericoli non riguardano il cemento armato del bunker principale, ma le infrastrutture di interfaccia: – Linee elettriche e cabine di trasformazione: I roghi possono danneggiare i cavidotti esterni o le stazioni di connessione alla rete, causando un blackout improvviso dell’impianto di termovalorizzazione mentre i forni sono in marcia. Un’interruzione elettrica repentina costringe all’attivazione delle torce di emergenza e dei sistemi di sicurezza complessi, aumentando temporaneamente i rischi di emissioni incontrollate se i sistemi di depurazione perdono temporaneamente potenza. – Sistemi di stoccaggio ausiliari: Nelle vicinanze dell’impianto termico trovano spazio depositi di reagenti chimici (come ammoniaca o urea per la riduzione degli ossidi d’azoto nei fumi, o carbone attivo). Un incendio esterno fuori controllo che lambisca queste aree può trasformarsi in un incidente industriale rilevante (rischio chimico). 2. La gestione del biogas e il pericolo esplosivo Le vasche della discarica producono costantemente biogas (composto principalmente da metano e anidride carbonica), captato da appositi pozzi di degassing ma comunque presente nel sottosuolo dell’area. -La vicinanza tra una zona di produzione/accumulo di gas e un impianto industriale pesante richiede una zonizzazione rigorosa (norme ATEX per atmosfere esplosive). – Un incendio boschivo o di discarica che si muova sul terreno collinare può innescare sacche di gas superficiali o danneggiare le condotte di aspirazione del biogas, moltiplicando i fronti di fuoco difficili da circoscrivere per i vigili del fuoco. 3. La  concentrazione del rischio in un unico “collo di bottiglia” territoriale Da un punto di vista strettamente logistico e autorizzativo, la scelta di Bellolampo risponde alla logica di sfruttare un polo già esistente, evitando di aprire nuovi fronti di impatto ambientale in altre zone della provincia e accentrando i flussi di rifiuti dove già convergono. Tuttavia, dal punto di vista della resilienza territoriale, concentrare nella stessa conca collinare la gestione dei rifiuti tal quale (in discarica) , il trattamento del percolato, la produzione di energia da biogas e, in più, la combustione termica avanzata crea una vulnerabilità sistemica: – Un unico evento climatico estremo o un incendio doloso esteso sull’intero crinale rischia di paralizzare contemporaneamente tutte le fasi della gestione dei rifiuti di Palermo, azzerando la capacità di reazione della città. – L’impatto psicologico e sociale sulla popolazione residente nei quartieri collinari a valle (da Passo di Rigano a Torretta e ai confini urbani) verrebbe ulteriormente aggravato dal timore di un’escalation di emergenze ambientali sovrapposte. Michele Ambrogio
July 24, 2026
Pressenza
Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Sandro Mezzadra
È iniziata l’implementazione del Patto europeo su migrazioni e asilo, una radicale riforma della normativa che ridisegna le procedure applicate alle persone migranti che arrivano in Europa. Si tratta di un cambiamento di ampissima portata, che accentua la selettività dei meccanismi di accesso, la limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da una prospettiva critica.  In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare il Patto? Ne parliamo con Sandro Mezzadra, professore di Filosofia politica all’Università di Bologna e attivista del collettivo Euronomade. D. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONI E ASILO È DIFFUSAMENTE RAPPRESENTATO COME UNA SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA EFFETTIVAMENTE UN CAMBIAMENTO DI PARADIGMA OPPURE È IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE EUROPEE DELL’ULTIMO DECENNIO? R. Direi che rappresenta una svolta nella continuità. Il Patto è stato preparato da un lungo sviluppo delle politiche migratorie e di controllo dei confini europei, anche prima dell’ultimo decennio. Indubbiamente, però, c’è una svolta, che credo debba essere compresa in una prospettiva globale, guardando al modo in cui le politiche migratorie e i regimi di controllo dei confini si sono trasformati e induriti negli ultimi anni anche in altre parti del mondo. Un aspetto che mi colpisce molto nel Patto è il tendenziale superamento della distinzione tra migrazione forzata e migrazione economica. Mi pare che diventi centrale, nei dispositivi proposti dal Patto, il soggetto mobile da filtrare. Fondamentalmente, di migrazione economica nel Patto non si parla. Credo che questa sia una questione da interrogare, perché la migrazione economica continua a esistere e, in Europa come in altre parti del mondo, nei prossimi anni continuerà a esserci bisogno di migrazione economica. Una prima indicazione che emerge da questa analisi è quindi la necessità di prestare attenzione al modo in cui la migrazione economica viene gestita. In Europa questo avviene fondamentalmente su base nazionale e attraverso schemi che riprendono la logica della “migrazione scelta”, una formula utilizzata oltre vent’anni fa da Nicolas Sarkozy quando, se non ricordo male, era ancora ministro dell’Interno. Penso che sia importante, dal nostro punto di vista, ricomporre ciò che il Patto tende a separare: da una parte le politiche di filtro della mobilità cosiddetta irregolare, dall’altra l’allestimento di schemi di reclutamento della migrazione economica, che seguono percorsi molto diversi rispetto a quelli definiti all’interno del Patto. D. TI RINGRAZIO PER QUESTA PANORAMICA E ANCHE PER AVER RICHIAMATO LA NECESSITÀ DI RICOMPORRE CIÒ CHE IL PATTO TENDE A SEPARARE. CHE COSA TI SEMBRA IMPORTANTE COGLIERE POLITICAMENTE DEL PATTO? QUALE IDEA DI FRONTIERA E DI GOVERNO DELLE MIGRAZIONI EMERGE? NELLA TUA PRIMA RISPOSTA HAI GIÀ AFFRONTATO IN PARTE QUESTI TEMI: C’È QUALCOS’ALTRO CHE RITIENI IMPORTANTE AGGIUNGERE DA QUESTO PUNTO DI VISTA? R. Certamente. Dicevo prima che il Patto tende a superare la distinzione tra migrazione forzata e migrazione economica. Vorrei far notare che, dal punto di vista dell’analisi critica, questo è stato uno dei punti d’onore degli studi sulle migrazioni negli ultimi anni. Ciò che allora veniva individuato criticamente oggi viene invece affermato positivamente. In fondo qualcosa di simile si può dire anche a proposito dell’idea di confine che emerge dal Patto. Negli ultimi venti o venticinque anni molti e molte di noi hanno messo in evidenza come il confine non coincida affatto con la linea che, sulla mappa, separa territori statali unificati. Mi pare che questa scomposizione del confine sia ulteriormente accelerata dal Patto. Il confine appare concepito come un insieme di dispositivi che operano lungo l’intera traiettoria della mobilità. Possiamo anche dire che, in qualche modo, il confine precede la mobilità. È un’affermazione significativa, perché noi abbiamo sempre insistito sul fatto che è la mobilità a precedere il confine: sono le forme e le pratiche della mobilità a determinare le trasformazioni di un confine che è sempre all’inseguimento di quelle forme e di quelle pratiche. Il Patto introduce invece un elemento politico molto forte, che tende a rovesciare questo rapporto. Inoltre, credo che, distribuito lungo una molteplicità di spazi, il confine costruisca una geografia europea del mondo, attraverso l’indicazione delle modalità con cui le politiche europee si rapportano a soggetti che provengono da diverse parti del mondo. Anche questa, di per sé, non è una novità. Avevamo messo in evidenza già molti anni fa come le politiche migratorie europee costituissero una componente fondamentale del modo in cui l’Europa costruisce il proprio rapporto con il mondo. Mi pare, tuttavia, che qui ci sia un salto di qualità. La geografia europea del mondo costruita attraverso questa distribuzione dei confini lungo una molteplicità di spazi è mediata in modo essenziale dalle infrastrutture digitali. Anche questo è un punto che credo debba essere segnalato come estremamente importante. D. L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO È ANCHE L’OCCASIONE PER RIFLETTERE SULLO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CRITICI IN TEMA DI MIGRAZIONI. HAI L’IMPRESSIONE CHE OGGI FATICHINO A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO E POLITICO? E, IN CASO DI RISPOSTA AFFERMATIVA, QUAL È LA RAGIONE DI QUESTA DIFFICOLTÀ? HA A CHE FARE CON LA PRODUZIONE DI QUESTI SAPERI, CON LA LORO CIRCOLAZIONE OPPURE, DAL TUO PUNTO DI VISTA, SONO RILEVANTI ALTRE FORME DI BLOCCO? R. Intanto direi che negli ultimi anni c’è stato un grandissimo investimento all’interno degli studi critici sulle migrazioni e sui confini. Molte ricercatrici e molti ricercatori, attiviste e attivisti, si sono dedicati con grande passione e generosità allo studio critico delle migrazioni e dei confini. Uno studio critico che ha conosciuto un grande sviluppo in Italia, così come a livello internazionale. Tuttavia la mia impressione, che in fondo conferma quello che dicevi nella tua domanda, è che ci si trovi effettivamente di fronte a un’impasse. Un’impasse che qualificherei prima di tutto in termini politici. Mentre la destra, in Europa e altrove nel mondo, costruisce aberranti progetti politici complessivi a partire dal contrasto della migrazione, gli studi critici sono in qualche modo ripiegati sullo specialismo. Si sono progressivamente accomodati all’interno di nicchie. Dicevamo, anni fa, che la migrazione è una lente che consente di leggere il mondo nel suo insieme: la società, lo sviluppo del capitalismo, le lotte sociali e di classe. Questa prospettiva oggi, paradossalmente, è appropriata dalle destre estreme che, naturalmente, a partire dalle migrazioni costruiscono aberranti progetti politici complessivi. Rispetto alla nostra parte, quello che si può dire è che, all’interno del discorso pubblico, i saperi giuridici hanno qualche spazio, così come l’umanitarismo, rappresentato tanto dalle organizzazioni della società civile quanto, in modo particolare, dalla Chiesa cattolica. Saperi giuridici e umanitarismo sono entrambi essenziali, ma anche insufficienti a costruire, a partire dalla migrazione, un’idea di mondo che permetta di giocare non soltanto in difesa all’interno del discorso pubblico. Mi sembra che quello che manca – naturalmente non è una responsabilità che attribuisco a qualcuno; in primo luogo la attribuisco a me stesso – sia una visione, tra molte virgolette, “positiva”. Oggi non è venuto meno il rapporto tra studi critici sulle migrazioni e attivismo, ma questo rapporto si sviluppa fondamentalmente, da una parte, all’interno dell’accademia e, dall’altra, all’interno di spazi di confine che non riusciamo a rimettere al centro di un’analisi complessiva della società e del mondo in cui viviamo. D. IN EFFETTI LA PARABOLA DELLA REMIGRAZIONE È UN AMBITO IN CUI È MOLTO EVIDENTE LA TENSIONE CHE DESCRIVI. LA DESTRA AGITA UN IMMAGINARIO MOLTO FORTE, ABERRANTE MA STRUTTURATO, MENTRE I MOVIMENTI LO CONTESTANO, IN MANIERA MOLTO OPPORTUNA, COME È AVVENUTO ANCHE CON LA GRANDE MOBILITAZIONE DEL 13 GIUGNO QUI A ROMA. EPPURE FATICANO ANCORA A ELABORARE UNA PROSPETTIVA AUTONOMA SULLE MIGRAZIONI. TORNANDO AL PATTO, QUALI STRUMENTI – INTESI COME CATEGORIE, ELEMENTI TEORICI, DIMENSIONI ANALITICHE O ANCHE PRATICHE MILITANTI – TI SEMBRANO OGGI UTILI PER LEGGERE LE TRASFORMAZIONI IN CORSO? E QUALI STRUMENTI, ELABORATI NELL’AMBITO DEGLI STUDI CRITICI O DELLE PRATICHE DI MOVIMENTO, TI SEMBRANO INVECE OGGI INSUFFICIENTI O NON PIÙ ADEGUATI PER CONFRONTARSI POLITICAMENTE CON LE SFIDE POSTE DAL PATTO? R. Evidentemente il Patto chiama in causa, prima di tutto, il lavoro di avvocate e avvocati. Richiede la mobilitazione di quelli che prima chiamavo i saperi giuridici, ed è una mobilitazione fondamentale. Vorrei sottolineare la straordinaria generosità di avvocate, avvocati, giuriste e giuristi. Provo però a dire qualcosa che va oltre questo aspetto e, in qualche modo, anche oltre il Patto. Penso che sia fondamentale, ancora una volta, cercare di istituire collegamenti tra quello che accade nelle nostre città e quello che accade lungo i confini. La flotta civile mobilitata nel Mediterraneo deve diventare, ancora più di quanto non sia, una lente che ci permetta di cogliere le dinamiche, i movimenti e i conflitti della migrazione all’interno delle nostre città. D’altro canto, se guardiamo alle lotte sociali più significative degli ultimi anni – alle lotte per la casa, alle lotte sul lavoro – il protagonismo migrante è innegabile. Dobbiamo però essere in grado di collegarlo con quanto accade lungo i confini. E qui, se vuoi, c’è anche il collegamento con il Patto. Riprendo poi quello che dicevo prima: la necessità di collegare la lotta contro gli effetti del Patto – cioè, per dirla molto rapidamente, contro i suoi effetti di esclusione – con la lotta intorno ai nuovi schemi di reclutamento e, dunque, con quella che negli anni scorsi abbiamo definito “inclusione differenziale”. C’è poi un’altra questione che mi sta particolarmente a cuore e che riguarda un aspetto fondamentale dei confini. Ormai molti anni fa, all’inizio del secolo, Étienne Balibar sottolineava come ciascun confine dovesse essere analizzato criticamente dal punto di vista del ruolo che svolge all’interno della configurazione del mondo. Sottolineava, cioè, che esiste un’articolazione dei confini e che questa articolazione contribuisce a determinare la configurazione del mondo. Ecco, a me sembra che oggi la configurazione del mondo sia a pezzi. Quando parliamo di una congiuntura di guerra ci riferiamo precisamente a questa disarticolazione della configurazione del mondo. Qui naturalmente si apre un problema che riguarda il rapporto tra confini e guerra, ma anche, più in generale, la riorganizzazione degli spazi e dei regimi della mobilità globale in una congiuntura segnata dalla guerra. Credo che questo sia un punto fondamentale per lo sviluppo degli studi critici sui confini nel prossimo futuro. D. PER CHIUDERE, ABBIAMO IMMAGINATO UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI CHE POSSA ESSERE UTILE A QUESTA GALASSIA DI ATTIVISTE E ATTIVISTI, OPERATRICI E OPERATORI, AVVOCATE E AVVOCATI CHE IN QUESTE SETTIMANE STANNO STUDIANDO LA NUOVA NORMATIVA, ORGANIZZANDO FORMAZIONI E AUTOFORMAZIONI E PREPARANDO I PRIMI VIAGGI ALLE FRONTIERE PER MONITORARE GLI EFFETTI DEL PATTO. CI PIACEREBBE CONTRIBUIRE, PER QUANTO POSSIBILE, A COSTRUIRE QUESTA IDEALE CASSETTA DEGLI ATTREZZI, FORNENDO STRUMENTI DI APPROFONDIMENTO CHE NON SIANO SOLTANTO GIURIDICI. CHE COSA CONSIGLIERESTI DI METTERCI DENTRO? QUALI LIBRI, ARTICOLI, FILM O ALTRI MATERIALI SUGGERIRESTI A CHI, CON GRANDE GENEROSITÀ, STA INIZIANDO A CONFRONTARSI CON L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO? R. Restando all’Italia, per quanto riguarda gli studi sulle migrazioni e sui confini c’è solo l’imbarazzo della scelta. Credo che sia importante continuare a tenere al centro della nostra discussione la libertà di movimento. Il libro di Gennaro Avallone, uscito da poco, ci permette di farlo. Ho sempre sottolineato l’importanza del rapporto tra migrazioni e lavoro, tra migrazioni e trasformazioni del lavoro. Vorrei quindi indicare un libro che considero molto originale e importante, quello di Davide Sacchetto e Gabriella Alberti, Lavoro migrante. Potrei continuare a lungo, ma non credo sia necessario. Per me è più importante, sulla base di quello che dicevo prima, sottolineare l’importanza che attiviste e attivisti che lavorano sui confini e sulle migrazioni si formino anche attraverso libri che non affrontano direttamente il tema delle migrazioni. Dal Capitale di Marx ai libri sull’intelligenza artificiale – penso, ad esempio, al libro di Matteo Pasquinelli – fino ai lavori sul capitalismo contemporaneo e sulla logistica. Penso, ad esempio, al libro di Deborah Cowen sulla logistica, che considero estremamente importante perché ricostruisce le trasformazioni di un paradigma della mobilità delle merci che ha implicazioni estremamente significative anche per la gestione della mobilità delle persone. Poi, dato che menzioni anche i film, ne ricordo due. Il primo è Green Border, di Agnieszka Holland, che penso costituisca un monito rispetto a quella che è la realtà – in questo caso quella del confine tra Polonia e Bielorussia – da cui nasce il Patto. L’ultima indicazione è Human Flow, il film di Ai Weiwei del 2017, che ricostruisce quella dimensione globale delle migrazioni, tra guerre, espropriazioni, collasso ambientale e repressione politica, che non dobbiamo mai dimenticare. Francesco Ferri: Molte grazie, Sandro, per questa panoramica, per i consigli e anche per l’invito a collocare lo sguardo critico sulle migrazioni all’interno di una prospettiva globale, sia dal punto di vista dello spazio sia da quello dei saperi necessari per affrontare adeguatamente le sfide poste dal Patto. Ti ringraziamo molto e ti auguriamo una buona giornata. Sandro Mezzadra: Grazie anche a te e anche a voi. Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MARTINA TAZZIOLI Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere  Francesco Ferri 15 Giugno 2026 Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MIGUEL MELLINO Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere Francesco Ferri 2 Luglio 2026
La mia esperienza di volontario al Rifugio Massi di Oulx. Intervista a Corrado Alberti
A marzo l’intervista a Silvia Massara aveva descritto le attività del Rifugio Massi di Oulx, vicino al confine tra Italia e Francia in supporto ai migranti che decidono di attraversarlo. Da allora per problemi di fondi l’apertura è stata ridotta alle ore notturne, dalle 20 di sera alle 8 di mattina e la presenza dei volontari è diventata più importante per coprire le ore diurne. Ne parliamo con Corrado Alberti, che è già stato varie volte al rifugio, l’ultima ai primi di luglio. Che situazione hai trovato rispetto alle visite precedenti? Nelle mie prime visite gli operatori pagati erano nove, ma i problemi economici hanno costretto a ridurre il loro numero. Il loro compito rimane quello della pulizia delle stanze dove alloggiano i migranti, la preparazione della colazione e della cena e la presenza notturna per accogliere chi arriva tardi.  La tendenza è comunque quella di ridurre il numero degli operatori stipendiati e di attribuire le loro mansioni ai volontari, tornando entro settembre/ottobre a un’apertura di ventiquattr’ore su ventiquattro, come succedeva nel 2025. I problemi logistici sono aumentati: attività che si svolgevano quando il rifugio era aperto dalle 17 alle 10 del mattino dopo si sono anticipate dalle 6 alle 8 del mattino (per esempio fare le lavatrici, stendere e ritirare il bucato, rifornire il magazzino di vestiti e scarpe). Data la stagione, ora c’è meno bisogno di abiti invernali; l’attesa dei migranti per ricevere l’abbigliamento necessario al passaggio della frontiera in montagna ora avviene nella piazzetta dietro il rifugio e non più al suo interno. La distribuzione di vestiti e scarpe si svolge come prima in una saletta adibita a questo scopo. C’è però un aspetto positivo: i due container procurati da Rainbow for Africa, arrivati da poco e posizionati nel piazzale della stazione, dove arrivano pullman e treni, sono adibiti uno a visite mediche e consulenza legale e l’altro a magazzino per tavoli e gazebo che vengono usati per il pranzo. Quando il rifugio apre alle 20 si ripetono le attività mattutine (lavatrici, ecc), svolte da volontari fino alle 22, alternandosi con quelli della mattina. Ci sono persone che vengono da Torino e dalla Val Susa tutte le settimane, in giorni fissi. Cosa fanno i migranti per tutto il giorno, visto che alle 8 di mattina devono uscire dal rifugio? Quelli che sono arrivati la sera prima, hanno dormito al rifugio e sono vestiti in modo adeguato, sono pronti a prendere il pullman per Claviere, al confine dalla parte italiana; ai minori viene spiegato che hanno il diritto di essere accolti in Francia e in effetti, dopo i controlli dei documenti, in genere riescono a passare la frontiera. Chi di loro ha un po’ di soldi una volta in Francia prende il pullman per Briançon, dove viene accolto dall’associazione Terrasses Solidaires. Gli altri, in base alle indicazioni fornite dai volontari e alle mappe scaricate sul cellulare, a Claviere prendono il sentiero di montagna che, se non vengono fermati dai gendarmi francesi, li porterà a Briançon e all’accoglienza dei volontari con cui il rifugio Massi ha un rapporto di collaborazione. Chi arriva durante il giorno viene accolto alla stazione da due o tre volontari e riceve le indicazioni per mangiare, bere e riposarsi in un gazebo. Se ha problemi sanitari può essere visitato da medici, anche loro volontari, mentre l’assistenza legale viene fornita solo una volta alla settimana. In questo caso i migranti si fermano fino a poter parlare con l’avvocato, messo a disposizione dalla comunità valdese. E’ un momento di ascolto e accoglienza, per capire cosa vogliono fare, che esigenze hanno, qual è la loro storia, eccetera. A volte c’è qualche problema linguistico, facilitato in alcuni casi dalla presenza di interpreti. In genere questi volontari sono giovani, parlano più lingue (come minimo l’inglese) e fanno parte di associazioni come Mediterranea Saving Humans, No Name Kitchen e Rainbow for Africa, mentre i volontari più anziani, come me, si dedicano alle lavatrici e al bucato. I volontari si occupano del pranzo, che viene servito sui tavoli e sotto il gazebo. I migranti restano nel piazzale della stazione fino a quando il rifugio non apre alle 20. A volte li coinvolgiamo in giochi da tavolo (carte, puzzles ecc) e questo crea momenti di condivisione e allegria. Ci sono problemi con la popolazione? I bagni della stazione chiudono alle 17 e questo crea un problema pratico evidente, oggetto a volte di lamentele. Devo dire che il comandante della locale stazione dei carabinieri ha un buon rapporto con il rifugio e ci ha offerto di usare il loro bagno. Il Comune di Oulx, di destra, invece, non è affatto disponibile a venire incontro alle esigenze dei migranti, nemmeno quando si tratta di donne incinta e bambini piccoli. Tra i volontari però c’è anche gente di Oulx, o della zona, che coordinano per esempio la raccolta dei vestiti e i turni. Che cosa ti ha dato e ti sta dando questa esperienza? Il primo impatto è stato forte: entrare in contatto diretto con persone che raccontano il loro viaggio e le loro sofferenze mi ha messo davanti una realtà molto crudele e provocata da scelte politiche precise (respingimenti, accordi con la Libia e la Tunisia eccetera). Mi ha aiutato sentirmi parte di una comunità solidale costituita da gente della mia età e da giovani molto attivi, di diverse parti d’Italia e di altri Paesi, soprattutto europei, che mi hanno dato speranza nel futuro per il loro atteggiamento aperto e positivo nonostante il mondo vada in una direzione violenta e distruttiva. Mi sento utile e vedo subito i risultati del mio impegno e questo mi dà la carica e l’energia per continuare la mia presenza al rifugio. Sentire l’umanità che ci lega al di là delle differenze è un’esperienza arricchente, che consiglio anche come percorso educativo per mettersi nei panni di chi è meno fortunato di noi. Per maggiori informazioni visitare il sito della Fondazione Talità Kum.               Anna Polo
July 21, 2026
Pressenza
“Portentosa Cura Intergalattica”: quando la politica abbraccia la poesia
Carlotta Muston e Chloé Bertini raccontano il sogno di un’ecologia dei movimenti contro la frammentazione della sinistra italiana. PCI — no, non parliamo con nostalgia del Partito Comunista Italiano, ma della “Portentosa Cura Intergalattica”. Il nome stesso suona strano, fuori dagli schemi, impossibile da inscatolare negli slogan del panorama di opposizione politica che conosciamo. Eppure, dietro a queste tre parole si nasconde una visione radicale e un progetto politico concreto che sta riunendo decine di realtà attiviste attorno a una domanda semplice, ma mai veramente affrontata: come costruiamo davvero il cambiamento? Come lo facciamo insieme? Quando il nome diventa manifesto politico Carlotta Muston e Chloé Bertini sono due delle fondatrici della PCI. Si sono incontrate nei movimenti di Extinction Rebellion e Ultima Generazione, dentro quei movimenti che negli ultimi anni hanno messo il corpo sulla strada, ma è stato in momenti di sosta dalla militanza che hanno iniziato a farsi le domande davvero difficili. “Eravamo tra il portone di casa di Sofia, che ha dato vita al progetto insieme a noi, e la fermata del tram davanti a casa sua. Sofia è molto comunista e insisteva che avremmo dovuto chiamarci PCI. Giocando con queste tre lettere e reinventandole, abbiamo capito che l’emozione che sentivamo era il bisogno di un nome grande, esplosivo, espansivo, pieno di amore, luce, colore e gioia. Ed è importante per noi che la dimensione della cura sia proprio al centro del nome, perché rende la dimensione transfemminista del nostro progetto fondamentale , ed è proprio quello che nella sinistra italiana  abbiamo invece visto mancare da quando siamo bambine.” — Carlotta Chloé aggiunge un’altra sfaccettatura: “Quello che mi piace è l’inafferrabilità che porta con sé questo nome. Perché da un lato deve essere grande per affrontare una sfida globale e sistemica che richiede ambizione. Dall’altro, ci sono tante altre parole che usiamo per comporre e scomporre questa sigla, per esempio “Piccole Creature Invertebrate”, perché vogliamo avanzare in modo organico e riconnetterci alla vita. Dentro il nostro gruppo cambiamo le parole dell’acronimo ogni volta che vogliamo, per esprimere concetti diversi. Questo mi piace perché mantiene sia la dimensione ambiziosa della sigla che quella di gioco e creatività.”. “Portentosa cura intergalattica è un nome che può far ridere“, aggiunge Carlotta. “Ma è per dire: possiamo avere un orizzonte molto alto e ambizioso e fare piccoli passi, continuare a prenderci sul serio e anche prenderci in giro. Penso che la sinistra abbia bisogno di questa ironia.” Il weekend che ha cambiato tutto La genesi della PCI arriva da una frustrazione condivisa. Molte di loro vengono da anni di lotta climatica con  Extinction Rebellion, Ultima Generazione. Anni di corpo sulla strada, di urgenza, di consapevolezza che la crisi climatica e sociale non è rimandabile. Ma c’era qualcosa che mancava. “C’era una spinta, un’energia, una volontà di dare tutto al servizio di un cambiamento radicale, ma non erano ancorate a un’intenzione che poteva essere formulata con chiarezza. Non ci eravamo mai chiesti davvero: come lo facciamo? Come realmente sovvertiamo questo sistema omicida, genocida, ecocida?” — Chloé E da lì il gesto semplice: un fine settimana a casa di Chloé. “Da brave amiche e compagne abbiamo passato il weekend a cercare di pianificare la rivoluzione, o almeno, a rispondere ad alcune domande“, racconta Carlotta. Un ecosistema, non una battaglia Quello che emerge è l’intuizione che un’ecologia dei movimenti è urgente. Carlotta spiega: “Se vogliamo abbattere capitalismo, patriarcato e colonialismo che sono la matrice del sistema in cui viviamo, dobbiamo scardinare dentro di noi stesse le strutture culturali di oppressione che abbiamo interiorizzato. Non abbiamo una risposta a come costruire un’ecologia di movimento. Ma l’intuizione è quella di un’ottica permaculturale, dove le diverse realtà entrano sinergicamente in relazione e permettono di produrre ancora più biodiversità e meraviglia.” Ritiro gruppo operativo, maggio 2026 Come il potere frammenta i movimenti La frammentazione dei movimenti non è un incidente, è un effetto del potere. “Vedo un potere che tende all’atomizzazione dell’individuo concentrato sul successo di sé stesso. Un meccanismo di competizione che si irradia a tutte le sfere. Ma se mettiamo in condivisione le competenze, unirci ci permette di generare più spazio contro l’ottica di scarsità che viene raccontata e ricercare quel movimento espansivo che abbiamo incastonato nel nostro nome” — Carlotta Chloé individua un meccanismo cruciale: “La frammentazione viene da dentro i movimenti. Quando attraversiamo conflitti interni e sentiamo di non guardare nella stessa direzione, lo si vive spesso personalmente come un tradimento. E questo porta a maturare la credenza di non poter lavorare con qualcuno che non vediamo come portatore di un lavoro di trasformazione radicale. Dobbiamo anche fare i conti con una scala di prossimità al potere che ci frammenta: più si è vicine al potere, più è difficile empatizzare con chi è ai margini e più i margini sono lontani meno si sentono compresi.” Facilitazione sistemica e conflitto trasformativo “La facilitazione sistemica affronta i gruppi come sistema ed è uno strumento fondamentale e politico perché le strutture di potere che viviamo nel mondo si ripercuotono nei nostri spazi: i maschi, le persone bianche, le persone abili prendono più spazio. La facilitazione ci permette di scardinare attivamente queste strutture.”  — Carlotta Carlotta mette in luce la necessità di un nuovo modo di vivere e camminare nel confronto. Durante un conflitto, stare sui contenuti e stare sul processo sono modalità completamente diverse di vivere ciò che accade. Il processo stesso è cura e apprendimento e la facilitazione aiuta a navigare il dialogo mentre lo si vive. “Siamo esposti a una gestione del conflitto secondo la metafora della guerra, non della trasformazione. Una sfida fondamentale di evoluzione è permettere alle persone di avere un’esperienza incarnata di cosa significa stare nel conflitto e non uscirne massacrati, ma trasformati.” – Carlotta “L’emotività è parte del processo”, sottolinea Carlotta, che fa la facilitatrice sistemica di professione. “Il dolore di fronte alla terra che brucia, il dolore quando non riusciamo a stare insieme, è informazione data al lavoro di connessione reciproca“. Per questo è importante e non secondaria la scelta dei luoghi in cui la PCI decide di portare avanti il processo: spazi naturali, vicino a fonti d’acqua, con la luna piena ad illuminare gli incontri. I valori che permeano il progetto sono quindi : eco-transfemminismo, nonviolenza (ecologica e indigena), ciclicità, facilitazione, affiancati da una volontà crescente di approcciarsi in maniera pratica al mondo con un ‘ottica decoloniale. L’urgenza: “When despair ends, tactics begin” “La mia terra sta bruciando. La superficie vivibile della Terra si sta riducendo. Questa estate in Italia sentiamo temperature assurde. Le circostanze ci mettono davanti a una scelta: o perdiamo la nostra umanità, o abbattiamo tutto quello che la ostacola.” — Chloé “Uno degli ostacoli più grandi a cui ci troviamo di fronte è il cinismo e la disperazione. Le persone vedono ciò che accade e ne rimangono incredule, ma continuano a vivere la propria vita come se nulla fosse. Non si rendono conto del potere che abbiamo” continua l’attivista. “When despair ends, tactics begin. Possiamo e dobbiamo continuare a elaborare il lutto e il dolore per la Terra che muore e per il fatto di non riuscire a stare insieme come vorremmo, ma adesso è il momento di iniziare a mettere in atto  e a costruire veramente le tattiche comuni per uscire da tutto questo. L’urgenza di riconoscerci come ecosistema di movimenti nasce per noi dalla crisi climatica, che è qui e ora. Per questo il progetto diventa urgente, non rimandabile e un imperativo. L’alternativa che cerchiamo non può essere dentro questo sistema, perché è quello che ha prodotto il disastro.” — Carlotta. Un incontro per tessere il potere collettivo Tutto questo prende forma concreta per il secondo anno consecutivo in un incontro a fine agosto a cui sono state invitate 50 realtà diverse, dall’ambientalismo al transfemminismo, dai diritti dei migranti alla solidarietà palestinese, dalle comunità alternative ai sindacati di base. Cinque giorni dove le diverse lotte proveranno a vedersi, parlarsi, tessere una trama nuova. Quando si parla di risultati però è bene riconoscere che il processo durerà anni e quindi per il momento si procede con calma e cura. Chloé: “C’è tanto amore dentro il nostro gruppo. Nel primo incontro “beta” questa energia si è estesa a tutto il campeggio e credo che succederà nuovamente quest’anno.” Anzio, agosto 2025, Primo ritiro rivoluzionario Carlotta non vuole parlare di aspettative, ma di desiderio che, ci ricorda, letteralmente vuol dire: “Andare verso le stelle. È strano portare la dimensione energetica e spirituale in ambienti politici, non lo è per noi, ma è una cosa nuova per chi lo vede fare e lo vive nei nostri incontri. Personalmente, comunque, vorrei che le persone presenti al ritiro se ne andassero con il cuore più aperto e più capaci di comunicare con gli altri, senza la paura di essere vulnerabili.” Forse è qui, nello spazio tra la visione globale e l’intimità del legame, che la Portentosa Cura Intergalattica sta facendo qualcosa di radicale: non sconfiggere il nemico, ma imparare a stare insieme, veramente insieme, nella costruzione di un mondo diverso. Per saperne di più scrivere a info@portentosacuraintergalattica.com   Erica Cardin
July 17, 2026
Pressenza
Marco Croatti e la Flotilla per Gaza: le nostre vele gonfie grazie alla sollevazione popolare
Marco Croatti, senatore M5S racconta la sua esperienza sulle barche cariche di aiuti umanitari assalite dall’esercito israeliano. Una guerra atroce, il tentativo di disumanizzazione delle vittime, il servilismo dei governi occidentali, il ritorno al neocolonialismo. E soprattutto: l’importanza dei movimenti. Quando Marco Croatti parla della Flottilla, lo fa con la calma intensa di chi ha vissuto un’esperienza che segna. Senatore del Movimento 5 Stelle, classe 1972, riminese, una vita iniziata nella grafica pubblicitaria e poi virata verso l’impegno civile, a settembre 2025 ha deciso di unirsi alla prima Global Sumud Flotilla, la missione internazionale che ha tentato di portare aiuti umanitari a Gaza affrontando i prevedibili atti di pirateria dell’esercito israeliano in acque internazionali. Mentre in tutto il mondo esplodevano iniziative di sostegno, gli organizzatori annunciavano la seconda flottiglia per la primavera 2026, con una mobilitazione ancora più ampia grazie alla risonanza mediatica della prima spedizione. Questa intervista nasce da lì: dal racconto di un uomo che ha attraversato il Mediterraneo per un gesto umano e politico di cui c’è un bisogno urgente. Siamo cresciuti con il mito dell’ONU, della Corte Penale Internazionale, organismi che dovrebbero garantire pace e giustizia. Negli ultimi anni tutto questo sembra crollare. È ancora attuale avere fiducia nelle istituzioni internazionali? Viviamo tempi bui in cui sembra prevalere la legge del più forte. Dobbiamo batterci per restituire forza e credibilità al diritto internazionale, calpestato dai doppi standard e dall’ipocrisia di quei paesi che ogni giorno sbandierano i cosiddetti “valori occidentali”. Senza un diritto internazionale credibile, il futuro è spaventoso. L’esperienza della Flottilla è stata percepita come un atto politico oltre che umanitario. L’avete vissuta così? Il nostro viaggio voleva accendere una luce sulla tragedia di Gaza e aprire un corridoio umanitario permanente, ma è diventato qualcosa di molto più potente: ha coinvolto milioni di persone che non si sentivano rappresentate dal silenzio e dalla complicità dei loro governi. Le nostre vele erano spinte dalle loro voci e dalla loro rabbia. Il governo italiano vi ha chiesto di consegnare a loro gli aiuti per farli arrivare “in sicurezza”. Ma gli aiuti del governo arrivano davvero? Il governo ha lanciato appelli continui a noi, che non violavamo alcuna regola, ma nessun appello agli israeliani che attaccavano le nostre barche in acque internazionali. Gli aiuti transitano con il contagocce, migliaia di camion restano fermi, molte merci essenziali non passano. Inchieste e ONG hanno mostrato che la consegna tramite Food for Gaza è bloccata o fortemente rallentata. Quando hanno bloccato le due flottiglie, che fine hanno fatto gli aiuti presenti sulle vostre barche? Sono stati confiscati dall’IDF insieme alle imbarcazioni. Non sappiamo altro. La maggior parte degli aiuti raccolti tenta comunque di raggiungere Gaza via terra secondo il distribution plan di Music for Peace, ma incontra ostacoli continui posti da Israele.  Da mesi per avere notizie su Gaza bisogna cercarle con fatica. Sembra che l’obiettivo sia farci abituare alla guerra. Normalizzare la guerra, disumanizzare le vittime, spingere su un’economia di guerra: sono gli obiettivi che sembrano prefiggersi molti paesi occidentali, a partire dalla UE. Non possiamo accettarlo. Dobbiamo batterci contro questa visione. Le sollevazioni di indignazione nel mondo hanno avuto effetti tangibili sull’evoluzione della guerra? La pressione dei cittadini e delle piazze ha fatto cadere molte maschere, evidenziato complicità e costretto governi a esporsi. Le proteste hanno portato alla tregua a Gaza e spaventato la coalizione Epstein. USA e Israele non hanno desistito, ma i risultati ottenuti dalla sollevazione popolare sono una grande luce di speranza. Differenza tra le due flottiglie: nella prima siete stati trattati con durezza ma non con ferocia; nella seconda i volontari sono stati picchiati e torturati. Come ti spieghi questo cambio? La Flotilla li ha spaventati. La prima spedizione è diventata un fenomeno globale enorme. Con la seconda hanno agito con maggiore ferocia, bloccando subito le barche e dando una dura lezione ai volontari a favore di telecamere. Il messaggio è stato chiaro e sinistro: chi proverà ancora sa cosa lo attenderà.  Parliamo dei governi occidentali. Che fine hanno fatto le presunte minacce e richieste di giustizia del governo italiano? MC: Le scuse sono arrivate? Ovviamente no. Ai servi non si devono risposte. Il governo italiano verso Israele è sempre stato questo: servile e complice. Giuliano Santoboni
July 16, 2026
Pressenza
Ludmilla Iapira: “Oggi in Italia con il mio stipendio vivo dignitosamente. In Moldavia non ci riuscirei”
Ludmilla mi aspetta sulla porta di casa con il bicchiere di kwass già in mano – sa che lo adoro e che mi ricorda uno dei romanzi russi che porto nel cuore, “Oblomov” di Ivan Gončarov. Oggi mi racconterà del suo piccolo Paese, la Moldavia. Molti di noi, me inclusa, solo da qualche anno si sono accorti che le tante persone, tra cui moltissime donne, che silenziosamente e con grande discrezione sono entrate nelle nostre vite portano con sé una storia e una cultura propria. Liquidarle come immigrate da “staterelli” della vecchia U.R.S.S. è superficiale e un po’ arrogante. Dunque, vista l’ignoranza che aleggia su queste Repubbliche faccio un cappello con qualche dato geografico e storico. La Moldavia si estende per un territorio di 33.846kmq, nel quale vivono circa tre milioni e mezzo di persone, 105 abitanti per kmq. In sostanza è poco più grande della Lombardia (23.863,65 kmq con i suoi dieci milioni di abitanti– 422,33 ab per kmq) ma decisamente meno popolosa. Fu a lungo un principato dell’Impero Ottomano che godeva di ampia libertà, ma dopo la prima guerra mondiale passò sotto il dominio del Regno di Romania fino al 1940, quando parte del suo territorio originale divenne una Repubblica aderente alla Federazione Sovietica – l’altra metà rimane entro i confini rumeni e ucraini. La sua tradizione agricola è tuttora il motore portante del Paese. La UE ha accettato la sua candidatura di prossimo membro della Comunità; il suo ingresso è previsto per il 2030. Siamo coetanee, ma siamo cresciute in un mondo che era diviso in due e a parte la propaganda di entrambe le parti, sapevamo poco gli uni degli altri. Come si viveva nella vecchia Repubblica Moldava aderente all’U.R.S.S.? Sono cresciuta in campagna – i miei genitori lavoravano la terra – in un ambiente sereno in cui non ci mancava nulla. Mio padre soffriva di un problema cardiaco e pertanto riceveva una pensione con la quale praticamente viveva l’intera famiglia, quattro figli e i due genitori. Mia mamma era contadina nel settore del tabacco e ciò che lei guadagnava sceglievamo di accumularlo su un libretto di risparmio; sarebbe servito per emergenze, matrimoni, ecc. come facevano tutte le famiglie. Foto di Alina Iapira Come funzionava l’economia a quei tempi? Che cosa ti ha portata in Italia? Esistevano strutture simili alle vostre aziende agricole. Erano suddivise per ramo, per esempio potevi lavorare per quello della frutta, della verdura, del tabacco, dei cereali ecc. Lì convergeva la materia prima e ogni mese il lavoratore veniva retribuito di un tot stabilito con cui si viveva dignitosamente. Non c’era concorrenza tra le aziende perché il prezzo dei prodotti era stabilito dall’alto. Ma il momento più bello, quello che ogni moldavo attendeva come la “Grande Festa”, era la fine dell’anno: ogni gruppo divideva le rimanenze dell’annata fra tutti i lavoratori. Tutto il nostro mondo crollò, quasi all’improvviso, poco dopo la perestrojka e fu il caos. Ricordo mia madre piangere quando capì che la svalutazione aveva ridotto in fumo il suo lavoro di anni. Si continuò a lavorare, ma invece di pagarci in denaro ci davano prodotti o pseudo-buoni. Poi divisero la terra, ma lo fecero considerando gli anni che si erano prestati di lavoro, quindi a noi giovani non spettò nulla. Nel frattempo mi ero sposata ed erano arrivate le mie gioie, Alina e Andrey; i miei genitori si facevano in quattro per aiutarci, ma alla fine ho dovuto emigrare per dar da mangiare e assicurare un futuro ai miei figli. Recentemente ho letto un articolo uscito sul Fatto Quotidiano secondo cui il governo moldavo era caduto a causa della corruzione vicina ai suoi vertici. I moldavi si aspettavano tanta corruzione? Come stanno reagendo? Innanzitutto ti correggo: il governo di Maia Sandu, pur investito dallo scandalo, non è caduto. La corruzione nel nostro Paese ha preso piede da tanto tempo, ma prima la cosa era meno sfacciata e quelli di prima, i filo-russi, rubavano, ma davano qualcosa anche al popolo. Non fraintendermi, non li sto giustificando, ma capisco che se sei povero, come ormai sono diventati i miei compatrioti, anche una briciola fa la differenza. Per esempio prendi il peggiore, Vladimir Plahoniuc, che con Ilan Shor fu complice nel “furto del secolo”: quando fu arrestato ammise il crimine commesso e a sua discolpa fece notare le opere che aveva realizzato. L’attuale governo invece, oltre a essere molto opaco e sempre più dittatoriale, chiude infrastrutture pubbliche, spinge alla privatizzazione e, dulcis in fundo, strizza l’occhio a Bucarest; non gli dispiacerebbe annettere la Moldavia alla Romania. Per questo a volte ho paura che il mio piccolo Paese vogliano farlo sparire. Come si vive in Moldavia oggi? Con grande fatica e se va avanti così la gente inizierà davvero a morire di fame. Ti do due dati che puoi comparare con i prezzi italiani. Uno stipendio medio-alto è di 10.000-12.000 Leu moldavi, mentre il minimo è di 6.000-7.000Leu. 20 Leu corrispondono a 1 Euro. Dunque uno stipendio medio in Euro sarebbe 500-600 Euro, il minimo 300 Euro; un insegnante ricade nella categoria medio, un addetto alle pulizie nella minima. Ma quali sono i prezzi sul mercato?  Una famiglia tipica deve spendere almeno 50 Euro a settimana solo per mangiare; il gas costa 26 Leu a metrocubo, cioè 1,30 Euro, la benzina 29 Leu a litro cioè 1,45 Euro, e poi c’è il mercato immobiliare impazzito. L’affitto di un monolocale a Chișinău, la capitale, va da 250 Euro in su e il valore degli immobili si è raddoppiato in soli quattro anni, dunque lo stesso monolocale che nel 2022 costava 22.000 Euro oggi lo compri a 44.000 Euro. Chi se lo può permettere? Ci sono proteste contro il caro-vita? Certo, ma pochi scendono in piazza, perché chi lo ha fatto è stato picchiato dalla polizia, arrestato e criminalizzato dai media. Non è facile opporsi a questo governo. Come vedono i moldavi la guerra tra Russia e Ucraina appena al di là del confine? Se ne sente la presenza? All’inizio sì. Persino dalla capitale si sentivano deflagrazioni, ma oggi non più. Credo che chi vive in Moldavia debba fronteggiare ogni giorno tanta insicurezza economica che la guerra passa in secondo piano. Tuttavia c’è di che preoccuparsi. Non so che cosa progetta il governo, ma una nuova legge entrata in vigore lo scorso gennaio non mi piace per nulla: hanno deciso che ogni uomo fino ai quarantacinque anni non può lasciare il Paese per essere disponibile alla chiamata alle armi. Tempo fa una mia connazionale che vive a Bologna fece un appello sui social perché il figlio era stato bloccato all’aeroporto di Chișinău. Spero sia riuscita a riportarlo a casa. Anni fa ti vidi tornare felice dalla Moldavia; mi raccontasti che gioia era stato abbracciare i tuoi cari, mangiare il cibo della tua terra e che riannusare i suoi profumi ti aveva ricaricata di energia. Come ti senti oggi? Tempo fa sognavo di tornare nella mia prima patria per trascorrere la vecchiaia tra la mia gente, ma ho cambiato idea. É paradossale, ma oggi in Italia con il mio stipendio vivo dignitosamente, mentre in Moldavia non ci riuscirei. I due Paesi mi sono cari nello stesso modo e vorrei il meglio per entrambi. Purtroppo credo che in Moldavia, finché non ci sarà un cambio di politica che metta al centro le persone  e non gli interessi esteri, per i miei connazionali sarà molto dura e quando penso a loro mi si stringe il cuore. Nota: Vladimir Plahoniuc è un politico moldavo e Ilan Shor un banchiere di origine israeliana. Il primo è stato condannato a diciannove anni di carcere; fuggì ma fu arrestato in Grecia ed estradato; il secondo, condannato a quindici anni, si rifugiò prima in Israele e poi in Russia ed è tuttora libero. Sul “furto del secolo”, la colossale frode bancaria del 2014: https://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_della_frode_bancaria_in_Moldavia Marina Serina
July 15, 2026
Pressenza
Berdan Öztürk: Questo problema non può essere risolto con un “accordo già chiuso”
Berdan Öztürk ha affermato che il quadro giuridico previsto deve essere discusso con tutte le parti interessate e definito attraverso un ampio consenso. Berdan Öztürk, co-portavoce della Commissione per le relazioni estere del Partito per l’uguaglianza e la democrazia dei popoli (Partito DEM), ha rilasciato un’intervista all’agenzia ANF in merito al processo di pace e società democratica avviato da Abdullah Öcalan, alla proposta di legge quadro, al vertice NATO in Turchia e alla visita dei servizi segreti turchi nel Kurdistan meridionale (Başur). La questione curda deve essere definita correttamente Berdan Öztürk ha affermato che definire correttamente la questione curda è il primo passo verso una soluzione e ha criticato la retorica di una “Turchia libera dal terrorismo”. Ha affermato: “Se si vuole che vi siano la volontà, il desiderio e la determinazione di risolvere la questione curda che si protrae da oltre un secolo, è necessario innanzitutto nominarla correttamente. L’obiettivo principale è la costruzione di una società democratica. Un tale approccio e un tale dialogo contribuirebbero in modo molto più significativo al processo di soluzione.” Per la Turchia e per i popoli che vivono in Turchia, è fondamentale comprendere appieno gli sforzi, il lavoro e la volontà profusi dal signor Öcalan per oltre un anno, ormai prossimo al secondo. La questione in gioco è la risoluzione della questione curda in Turchia. Il popolo curdo è impegnato in una lotta per rivendicare i propri diritti collettivi, e qui si parla del risultato di una lotta lunga 50 anni. Pertanto, il modo in cui si affronta questa questione è di fondamentale importanza. Il linguaggio che utilizziamo e le frasi che formuliamo devono essere in linea con lo spirito del processo. Se è stata espressa determinazione a trovare una soluzione e volontà di intraprendere azioni concrete, ciò deve essere compreso appieno. Il popolo curdo ha rivendicazioni legittime derivanti dalla propria identità Berdan Öztürk ha affermato che la risoluzione della questione curda è direttamente collegata alla democratizzazione della Turchia, sottolineando che i curdi hanno rivendicazioni legittime derivanti dalla loro identità. Berdan ha inoltre affermato: “I curdi rivendicano l’uguaglianza in questo Paese. Rivendicano la libertà di preservare la propria esistenza. Vogliono che la loro identità venga riconosciuta. Vogliono poter usare liberamente la propria lingua madre. In breve il popolo curdo ha rivendicazioni legittime derivanti dalla propria identità curda.” Naturalmente, questa non è una questione che riguarda solo il popolo curdo. È anche direttamente collegata alla democratizzazione della Turchia. I diritti collettivi dei curdi e la democratizzazione della Turchia devono essere affrontati congiuntamente. Ogni passo compiuto dovrebbe essere considerato in questo quadro e visto come un vantaggio comune per la Turchia. Abdullah Öcalan è un attore chiave nel processo di soluzione Berdan Öztürk ha affermato che il popolo curdo considera il signor Öcalan il rappresentante della propria volontà politica, aggiungendo che gli accordi relativi alla sua libertà fisica e alle sue condizioni di lavoro sono essenziali affinché il processo di soluzione possa progredire. Ha dichiarato: “Il signor Öcalan è riconosciuto dal popolo curdo come suo rappresentante politico, la cui leadership e identità politica sono state accolte. Pertanto, non è un approccio appropriato consentire incontri con lui quando fa comodo e impedirli quando non lo è. Stiamo parlando di un attore chiave nella risoluzione di una questione profondamente radicata e storica come la questione curda. Una questione del genere richiede un approccio molto più serio e responsabile. Non è una questione che può essere risolta tra due o tre partiti politici.” Oggi il mondo intero ha potuto constatare l’impatto positivo che anche una sola telefonata del signor Öcalan può avere. Per questo motivo come abbiamo già affermato più volte, è necessario garantire al signor Öcalan la libertà fisica. Egli deve poter incontrare liberamente qualsiasi persona, istituzione o gruppo ogni volta che lo desideri, senza dover dipendere da permessi o decisioni arbitrarie. Abdullah Öcalan è un attore legittimo. È un leader considerato dal popolo curdo come suo rappresentante e uno dei principali interlocutori nel processo di soluzione. Il popolo curdo lo ha dimostrato ripetutamente. Questa realtà deve essere riconosciuta e si deve agire di conseguenza. Öcalan deve poter partecipare al processo in condizioni di parità Berdan Öztürk ha affermato che il signor Öcalan dovrebbe poter partecipare al Processo di pace e società democratica in condizioni di parità con i funzionari statali e governativi. Ha dichiarato: “Ogni tentativo di risolvere un conflitto coinvolge diverse parti. Per anni il popolo curdo ha scelto il signor Abdullah Öcalan per rappresentare la propria volontà politica. Dunque così come il governo, lo Stato e tutte le istituzioni competenti sono coinvolti nel processo, anche il signor Öcalan deve poter partecipare in condizioni di parità.” Non mi riferisco solo agli incontri, ma anche alle opportunità di lavoro e di comunicazione. Sebbene lo Stato abbia accesso a tutte le risorse disponibili, impedire al principale attore di un processo così importante persino di tenere riunioni, o subordinare tali riunioni a un’autorizzazione arbitraria, non è un approccio appropriato. Non è né comprensibile né accettabile. Questo punto va sottolineato. Gli approcci che non contribuiscono a una soluzione devono essere abbandonati. Qual è lo status giuridico di Abdullah Öcalan? Öztürk ha affermato che lo Stato turco e il governo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) non hanno ancora intrapreso alcuna azione legale per definire lo status del signor Öcalan. Berdan ha proseguito: “Qual è lo status giuridico del signor Öcalan? Dal punto di vista ufficiale dello Stato, è ancora considerato semplicemente un prigioniero, oppure è un attore politico che rappresenta il popolo curdo e il suo movimento politico nei negoziati con lo Stato? Questo deve essere chiaramente definito in termini legali.” Per noi la risposta è chiara. Ed è chiara anche per il popolo curdo. Il signor Öcalan è il principale attore politico nel processo di soluzione. Tuttavia, anche lo Stato deve riconoscere questa realtà attraverso normative legali. Le necessarie disposizioni legali devono pertanto essere prese senza ulteriori indugi. “I ritardi finora riscontrati non sono né appropriati né accettabili.” Il messaggio dell’11 luglio era un invito a tutti ad assumersi le proprie responsabilità Berdan Öztürk ha descritto la cerimonia del rogo delle armi del movimento di liberazione del Kurdistan dell’11 luglio 2025 come un passo storico e un invito a tutte le parti ad assumersi le proprie responsabilità. Ha dichiarato: “È trascorso quasi un anno da quando le armi sono state deposte e bruciate. L’11 luglio, questo processo compirà un anno. Il messaggio lanciato quel giorno è stato molto chiaro: tutti sono stati chiamati ad assumersi le proprie responsabilità. L’appello era rivolto alle istituzioni politiche, alle organizzazioni della società civile, a tutti coloro che hanno a cuore la questione curda e la democratizzazione della Turchia, e a ogni segmento della società, dai giovani alle donne. Naturalmente, anche il governo e lo Stato erano tra i destinatari dell’appello.” In risposta a quell’appello, ormai si sarebbero dovuti intraprendere passi concreti. Quali sono questi passi concreti? Si tratta di riforme legali e legislative. Il leader del popolo curdo, Abdullah Öcalan, ha lanciato il suo appello. Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) ha tenuto il suo congresso. È stata adottata la decisione di sciogliere l’organizzazione ed è stato assunto un chiaro impegno a porre fine alla strategia della lotta armata. Tutti questi sono passi concreti e chiari segnali di sincerità. La sincerità dello Stato e del governo può essere dimostrata solo attraverso riforme legali e legislative. Non vi è alcuna ragione giustificabile per continuare a rimandare o ritardare tali misure. Un simile approccio è semplicemente inaccettabile. Le tattiche dilatorie faranno perdere tutto il popolo turco Ha affermato che affrontare la questione curda, vecchia di un secolo, con tattiche dilatorie danneggerebbe non solo i curdi, ma tutti i popoli della Turchia. Berdan Öztürk ha anche affermato: “Il mondo sta cambiando molto rapidamente. Gli sviluppi politici, diplomatici e geopolitici si stanno svolgendo a grande velocità, e possiamo vederlo chiaramente nella nostra regione. La Turchia deve quindi prendere una decisione chiara. Affrontare la questione curda attraverso calcoli politici quotidiani, interessi a breve termine o tattiche ritardatrici danneggerà la Turchia. Non solo farà perdere i curdi, ma tutti i popoli della Turchia”. La democratizzazione della Turchia è un vantaggio per tutti Berdan ha ricordato il processo di soluzione del 2013-2015, affermando che il periodo di dialogo ha portato importanti vantaggi non solo per i curdi, ma per la Turchia nel suo complesso. Ha dichiarato: “Il processo di soluzione del 2013-2015 è stato vantaggioso per tutti. I progressi che la Turchia ha conseguito durante i quasi due anni di colloqui con il signor Öcalan sono evidenti. Non si è trattato di un periodo di cui hanno beneficiato solo i curdi, ma l’intera Turchia. Piuttosto che agire sulla base di ristretti calcoli politici, la questione curda dovrebbe essere considerata la questione fondamentale che determinerà il futuro democratico della Turchia”. Berdan Öztürk ha sottolineato che i curdi, in particolare il signor Öcalan e il Movimento per la Libertà del Kurdistan, non accetteranno mai accordi imposti unilateralmente. Öztürk ha dichiarato: “Le necessarie riforme legislative devono essere inserite senza indugio nell’agenda del Parlamento. L’eventuale pausa parlamentare non dovrebbe essere il fattore determinante. Se necessario il periodo di lavoro dovrebbe essere prorogato. Per quanto ne so, la sessione parlamentare è già stata prorogata fino al 22 luglio. Entro tale termine, le necessarie riforme legislative dovrebbero essere elaborate e presentate al Parlamento.” Ciò che conta non è semplicemente approvare una legge. Il contenuto di tale legge è altrettanto importante, perché questa questione ha i suoi interlocutori. Qualsiasi proposta legislativa dovrebbe essere discussa con loro, dibattuta e plasmata sulla base di un terreno comune. Solo allora dovrebbe essere presentata al Parlamento come proposta legislativa, esaminata in commissione e approvata dall’Assemblea Generale. Questo problema non può essere risolto con un approccio “a saldo e stralcio”. Un simile metodo è sbagliato e non ha mai risolto alcun problema. Voglio sottolinearlo in particolare. “Non abbiamo mai accettato un simile approccio e non lo accettiamo nemmeno oggi.” Il popolo turco dovrebbe riconoscere questa sincerità Öztürk ha affermato che l’appello alla pace e alla società democratica lanciato dal signor Öcalan e le iniziative intraprese dal movimento di liberazione curdo sono storiche e sincere, aggiungendo che i popoli della Turchia dovrebbero riconoscerlo. Ha dichiarato: “Il popolo curdo, il movimento e il leader del popolo curdo, il signor Öcalan, sono stati assolutamente chiari e coerenti su questo tema. Cinquant’anni di lotta hanno prodotto una significativa esperienza politica, diplomatica e sociale. Tale esperienza non può essere ignorata. Bisogna trovare una soluzione democratica a questo problema, e la strada da percorrere passa attraverso passi concreti che costruiscano fiducia reciproca. I processi di soluzione progrediscono attraverso la fiducia reciproca e le garanzie legali. Anche i popoli della Turchia devono riconoscere questi passi storici e questa sincerità”. Qualsiasi stallo nel processo non sarà causato dai curdi Öztürk ha affermato che il signor Öcalan e il Movimento per la Libertà Curda hanno agito in buona fede, sottolineando che i curdi non dovrebbero essere incolpati se il processo dovesse giungere a una situazione di stallo. Ha dichiarato: “Se il processo dovesse giungere a una situazione di stallo, è necessario precisare chiaramente che ciò non sarà dovuto ai curdi o al popolo curdo. Qualsiasi affermazione contraria non rispecchierebbe la realtà. Come ha affermato anche il signor Öcalan, stiamo attraversando un periodo di trasformazione strategica. È stato adottato un nuovo approccio basato sul passaggio dalla lotta armata alla politica democratica. Questa lotta democratica proseguirà con determinazione.” Tuttavia, se il governo o lo Stato rallentano il processo per motivi di politica interna, sarà la Turchia a soffrirne. Il danno non ricadrà sui curdi, ma direttamente sul futuro della Turchia. La nostra lotta continuerà a crescere su basi democratiche. Per questo motivo, le riforme legislative saranno l’indicatore più chiaro della sincerità dello Stato. La NATO contribuisce ad aggravare le crisi globali Commentando l’imminente vertice NATO in Turchia.Berdan Öztürk ha affermato che i fondi stanziati per la militarizzazione vanno a scapito della sanità, dell’istruzione e dei servizi sociali. Berdan ha dichiarato: “Grazie alle sue risorse minerarie strategiche e agli sviluppi nel settore della difesa, la Turchia è considerata un Paese importante per la NATO. Allo stesso tempo, però, la realtà economica del Paese racconta una storia diversa. Mentre la gente fatica ad arrivare a fine mese e non riesce a soddisfare i propri bisogni primari, l’aspetto di intere città può essere trasformato in breve tempo in occasione di un vertice NATO. Questa contraddizione parla da sola.” È inaccettabile creare una vetrina mettendo in secondo piano i veri problemi della popolazione. Questo rivela chiaramente anche le priorità che plasmano il futuro del Paese. Crediamo che le alleanze militari come la NATO contribuiscano più ad aggravare le crisi globali che a risolverle. Le soluzioni durature risiedono nella democrazia, nella politica e nel dialogo. “Ciò che deve essere ampliato non è la militarizzazione, ma la democratizzazione”. Risolvere la questione curda è la chiave per la stabilità regionale Berdan Öztürk ha inoltre commentato i contatti dell’Organizzazione nazionale di intelligence turca (MIT) in Iraq e nel Kurdistan meridionale, affermando che tali attività non sono una novità. Ha affermato: “Il Medio Oriente ha subito una profonda trasformazione negli ultimi anni. Con il ridefinirsi degli equilibri regionali, il popolo curdo è ora riconosciuto come uno degli attori chiave in questo nuovo scenario. Dopo oltre cinquant’anni di lotta politica, i curdi hanno costruito una solida organizzazione sociale e una rappresentanza politica non solo in Turchia, ma anche nel Rojava, nel Kurdistan meridionale, nel Kurdistan orientale (Rojhilat) e in tutta la diaspora europea. Per questo motivo, nessun piano regionale che escluda i curdi o ignori la loro volontà politica ha alcuna possibilità di successo. La resistenza di Kobanê ne è stata una delle più chiare dimostrazioni. I contatti con il Kurdistan meridionale non sono certo una novità. Le discussioni a vari livelli si susseguono da molti anni. Tuttavia, per la Turchia, la questione decisiva è la sua capacità di risolvere la questione curda entro i propri confini attraverso mezzi democratici. La Turchia può sviluppare tutte le relazioni diplomatiche che desidera con l’Iran, l’Iraq o altri attori regionali, ma non può raggiungere una stabilità duratura senza risolvere la propria questione democratica. Per questo motivo, la chiave per una soluzione non risiede nella politica estera, ma nel processo di democratizzazione della Turchia stessa. L'articolo Berdan Öztürk: Questo problema non può essere risolto con un “accordo già chiuso” proviene da Retekurdistan.it.
July 13, 2026
Retekurdistan.it
Il 42% dell’acqua viene sprecata a causa di reti colabrodo
Anche questa estate è insopportabilmente torrida e segnata dalla siccità. E anche quest’anno il Paese deve fare i conti con un’emergenza idrica che si aggrava di giorno in giorno. Di fronte a questo scenario così preoccupante è inevitabile porsi una domanda: possiamo davvero permetterci di disperdere il 42 per cento dell’acqua potabile a causa di una rete di distribuzione ormai palesemente inadeguata? Stiamo parlando che per ogni italiano si perdono quotidianamente 157 litri d’acqua, un intollerabile spreco che nel 2022 ha generato un impatto economico stimato in quasi 10 miliardi di euro all’anno. I dati elaborati dalla CGIA di Mestre sono riferiti al 2022 e sono gli ultimi disponibili. > “Purtroppo, denuncia l’ufficio studi della CGIA, nonostante la lunga serie di > promesse e proclami che hanno accompagnato le campagne elettorali regionali e > nazionali degli ultimi decenni, gli interventi strutturali necessari per > ammodernare la rete idrica del Paese sono rimasti, in massima parte, sulla > carta. Si tratta di criticità che interessano l’intera penisola, anche se in > molte aree del Mezzogiorno la situazione ha ormai raggiunto livelli > difficilmente accettabili”. Sfogliando i quotidiani locali si scopre che non c’è regione d’Italia, non una, che in queste ultime settimane non sia alle prese con la carenza d’acqua. Non un’emergenza, non un imprevisto: la cronaca annunciata di un Paese che gestisce l’acqua come se fosse infinita e poi si sorprende quando non lo è. E così, puntuale come ogni estate, arriva il momento in cui il rischio che l’erogazione — di un diritto, non di un lusso — possa essere contingentata smette di essere un’ipotesi giornalistica e diventa la doccia che non funziona, il rubinetto a secco, il conto che qualcun altro dovrà pagare per anni di reti colabrodo e piani idrici mai fatti. Nel 2023 il prelievo idrico totale in Italia è stato pari a 36,5 miliardi di metri cubi. Di questi, il 49 per cento è in capo all’agricoltura (17,5 miliardi di metri cubi), il 23 per cento viene impiegato per usi civili (8,4 miliardi), il 18 per cento per l’industria (6,6 miliardi) e il 10 per cento per produrre l’energia elettrica (4 miliardi).  Purtroppo, siamo la nazione più “idroesigente” d’Europa; seguono a distanza la Spagna (con poco meno di 33 miliardi di metri cubi) e la Francia (con 26 miliardi di metri cubi). Sia in agricoltura che nell’industria siamo il Paese che registra i consumi idrici più elevati in UE. Infine, in merito all’uso civile della risorsa idrica, gli italiani consumano 23 milioni di metri cubi al giorno. I destinatari di questa risorsa non sono solo le famiglie, ma anche le Amministrazioni pubbliche (per edifici pubblici, uffici, scuole, ospedali), le attività di servizio (industriali e agricole situate però all’interno del tessuto urbano, ma non le grandi utenze industriali/agricole extraurbane, che rientrano in altre categorie di uso) e il Comune stesso (per usi collettivi come il lavaggio delle strade, l’irrigazione del verde pubblico e i fontanili). Ma quali sono le cause delle perdite? In linea di principio, la dispersione idrica è riconducibile a più fattori: alle rotture presenti nelle condotte, all’età avanzata degli impianti, ad aspetti amministrativi dovuti a errori di misurazione dei contatori e agli usi non autorizzati (allacci abusivi). E’ la Basilicata è la regione più “sprecona”, mentre l’Emilia-Romagna è quella che spreca di meno. In Basilicata. la dispersione d’acqua su quanto immesso in rete è pari al 65,5 per cento. Seguono l’Abruzzo con il 62,5 per cento, il Molise con il 53,9, la Sardegna con il 52,8 e la Sicilia con il 51,6. Per contro, la Lombardia con il 31,8 per cento, la Valle d’Aosta con il 29,8 e l’Emilia-Romagna con il 29,7 sono le aree più virtuose del Paese. Per quanto riguarda i Comuni, nel Comune di Potenza non arriva nei rubinetti delle abitazioni il 71 per cento di quanto immesso in rete, a Chieti si tocca il 70,4 per cento, a L’Aquila il 68,9 per cento a Latina il 67,7 per cento e a Cosenza il 66,5 per cento. Per contro a Milano le perdite idriche raggiungono il 13,4 per cento, a Pordenone il 12,1 per cento a Monza l’11 per cento, a Pavia il 9,4 per cento e a Como, la città più virtuosa d’Italia, il 9,2 per cento. Non tutto il Sud, comunque, versa in condizioni “disastrose”; fortunatamente ci sono delle situazioni virtuose che vanno doverosamente segnalate. Se, ad esempio, nel comune di Trapani la dispersione raggiunge solo il 17,2 per cento dell’acqua immessa in rete, a Brindisi il 15,7 per cento e a Lecce il 12 per cento; un valore, quest’ultimo, addirittura inferiore a quello riscontrato nel comune di Milano. La CGIA di Mestre, oltre a ridurre gli sprechi e ad intervenire sulle reti, propone di recuperare l’acqua piovana. > “Oggi in Italia si recupera appena il 10 per cento circa dell’acqua piovana: > una percentuale troppo bassa per affrontare la crisi idrica che, ogni estate, > torna a mettere in difficoltà famiglie e imprese. Un problema che tocca da > vicino anche il mondo artigiano: dalle attività di autolavaggio ai laboratori > alimentari/ristorazione, dalle imprese di pulizia agli acconciatori, dai > caseifici alle lavanderie, sono tutte realtà che spesso sono tra le prime a > subire razionamenti e disagi. Per evitare docce spente e rubinetti a secco > occorre intervenire sulla rete idrica, colpita da dispersioni rilevanti, e > realizzare nuove infrastrutture: vasche di laminazione, trincee drenanti, > invasi e grandi adduzioni. In questa fase di cambiamento climatico non > possiamo più permetterci di sprecare una risorsa così preziosa: ogni goccia > che finisce in mare senza essere trattenuta è un’occasione persa, anche per > l’economia del territorio. Insomma, è necessario un piano infrastrutturale > serio, investimenti immediati e la volontà politica di agire ora, non domani”. Qui per approfondire: https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2026/07/Siccita-11.07.26-2.pdf Giovanni Caprio
July 13, 2026
Pressenza
Lo spirito del pugilato cubano: Cubanía
Cuba, da alcuni mesi, sta attraversando uno dei periodi più problematici della sua storia. La piccola isola del Mar dei Caraibi, che si trova in una posizione strategica all’imbocco del Golfo del Messico e quindi delle coste meridionali statunitensi, è sotto embargo totale imposto dal “democratico” presidente John Fitzgerald Kennedy nel lontano 1962. Un embargo che ha tolto al governo di La Havana tutti gli aiuti esterni fondamentali nel corso del tempo. L’ultimo di questi è venuto meno dopo la deposizione del presidente venezuelano Nicolas Maduro a inizio del 2026, a seguito di un colpo di stato esterno organizzato per volere dell’attuale presidente statunitense Donald J. Trump.
July 13, 2026
Sport popolare
Intervista alle Combatants for Peace Iris Gur e Mai Shahin (parte II)
> All’evento Re-Imagine Peace di Firenze che inizia domani ci saranno anche le > Combatants for Peace Iris Gur (israeliana) e Mai Shahin (palestinese), > entrambe invitate per la proiezione del film There is Another Way (sabato 11 > luglio, h 16 al Cinema Astra, Firenze). Daniela Bezzi di Pressenza ha raccolto > la loro testimonianza, di cui riportiamo qui la seconda parte: DB – Potete dirci qualcosa sulle varie Conferenze per la Pace che sono state organizzate negli ultimi due anni? Iris – La Conferenza annuale per la pace è organizzata dal Peace Partnership, e le organizzazioni coinvolte collaborano sulla base di una visione condivisa e di obiettivi comuni. In questo tipo di partnership, il nome della coalizione in sé non è ciò che conta. Ciò che conta è la volontà di lavorare insieme, di unire le forze e di riconoscere che i nostri obiettivi condivisi sono più grandi delle differenze tra di noi. La forza di questa partnership deriva dalla scelta di lavorare in cooperazione: dalla capacità di diverse organizzazioni, con la propria identità, storia e approccio, di unirsi e agire collettivamente per la pace, la giustizia, la libertà e la sicurezza per tutti. Mai – Ciò che sta emergendo ora è la consapevolezza che la frammentazione ci indebolisce tutti. E che nessun movimento da solo può far fronte alla portata di ciò che stiamo affrontando. «The Platform» (la coalizione lanciata più di recente) riflette un passaggio verso movimenti interconnessi, in cui le organizzazioni rimangono distinte ma si coordinano attorno a principi condivisi: uguaglianza, nonviolenza, giustizia, responsabilità e dignità umana. Non si tratta di fondere le identità. Si tratta di costruire un ecosistema di resistenza più forte dell’isolamento. DB – Entrambe siete spesso coinvolte in azioni di “presenza protettiva”. Potete raccontarci qualche momento della vostra esperienza? Iris – Grazie per questa domanda, così importante per me a livello personale che mi vengono le lacrime agli occhi! Faccio parte di un gruppo chiamato “Jordan Valley Activists”. È stato fondato circa 17 anni fa da attivisti di Combatants for Peace ed è cresciuto fino a diventare un gruppo a sé stante, grazie all’iniziativa di israeliani che offrono accompagnamento e presenza protettiva ai pastori e agli agricoltori palestinesi nella Valle del Giordano. Forniamo presenza fisica e assistenza con cibo, acqua, sostegno legale e qualsiasi altro aiuto possiamo offrire alle ultime comunità rimaste che continuano a resistere, di fronte alla violenza dei coloni e dell’esercito israeliano: ordini di demolizione, minacce di sfollamento, restrizioni al pascolo, negazione dell’acqua e dei mezzi di sussistenza e così via. Ho iniziato a partecipare a queste attività di «presenza protettiva» nel novembre 2023, quando la violenza dei coloni e dell’esercito si è intensificata drasticamente. La violenza non era più diretta solo contro i pastori nei campi, ma anche contro le famiglie nelle loro stesse case. Di conseguenza, la presenza degli attivisti è stata estesa a turni 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ho instaurato un legame stretto con una comunità specifica chiamata «Farsiya al-Razala», composta da cinque famiglie, tra cui bambini, donne e anziani. È una delle ultime dieci comunità di pastori rimaste nella Valle del Giordano e, purtroppo, anche per loro il momento dello sfollamento forzato potrebbe arrivare molto presto. La settimana scorsa ho accompagnato due giovani pastori che stavano pascolando le loro greggi in una zona chiamata Hammam al-Malih. Fino a pochi mesi fa, lì c’era una grande comunità: famiglie, campi, greggi, bambini e persino una scuola elementare regionale. Tutto è stato distrutto dallo Stato di Israele. La popolazione è stata sfollata con la forza, nonostante il terreno sia di proprietà privata di una chiesa. Dall’altra parte della strada, accanto alla comunità, c’è una base militare che esiste da molti anni. Negli ultimi mesi, i soldati si sono assunti il compito di garantire che, anche dopo l’espulsione delle famiglie e lo sgombero del luogo, i pastori delle comunità vicine non tornassero a pascolare le loro greggi. In passato, lì c’era anche una sorgente che forniva acqua potabile sia alle persone che agli animali. Il giorno in cui mi trovavo lì, i due giovani pastori ci hanno chiesto di non lasciarli soli, perché se lo avessimo fatto, i soldati sarebbero venuti ad arrestarli. Uno di loro ci ha raccontato del suo precedente arresto: «Delle soldatesse, di 18 o 19 anni, ci urlavano contro e ci stringevano forte le mani con delle fascette di plastica. Ho chiesto loro: “Perché? Qui c’è spazio per tutti. Chiedo solo di vivere in pace”. I soldati ci hanno urlato: «Andatevene da qui». Lui ha risposto: «Dove dovremmo andare? Non abbiamo altro posto dove andare. Questa è la nostra casa. Abbiamo vissuto qui tutta la vita». Quel giorno, i pastori sono riusciti a finire di pascolare in pace. Ieri, nello stesso posto, sono arrivati due soldati e hanno arrestato uno di quei giovani. L’altro è riuscito a scappare. Uno dei soldati ha sparato in aria con il suo fucile M16 e ha affermato di non avere paura di nessuno. Il pastore palestinese è stato portato, ammanettato, alla base militare a diversi chilometri di distanza. Poche ore dopo è stato rilasciato, pieno di lividi e percosse. Questa è solo una storia tra le centinaia di episodi quotidiani di abuso. Yousef, un ragazzo di 13 anni con bisogni speciali, mi ha chiamato per dirmi che la sua famiglia aveva ricevuto un ordine di demolizione per la loro casa a Farsiya. Non ho saputo cosa rispondergli. Questo giovane e la sua famiglia non hanno altra casa. Mai – «Presenza protettiva» è il luogo in cui tutto diventa reale. Significa stare al fianco delle comunità sottoposte a pressioni immediate. Contadini, pastori, famiglie, bambini che cercano di rimanere sulla propria terra e continuare a vivere una vita normale in condizioni straordinarie. In Cisgiordania, soprattutto dal 7 ottobre, il livello di violenza, incertezza e instabilità è aumentato. Ogni giorno le comunità devono affrontare attacchi da parte dei coloni, incursioni militari e continue pressioni che le costringono allo sfollamento. In quel contesto, la presenza non è simbolica. È una forma di protezione, ma anche una forma di testimonianza. Comunica qualcosa di semplice ed essenziale: non siete soli. A volte previene la violenza, a volte no. Ma interrompe sempre l’isolamento, e l’isolamento è uno degli strumenti fondamentali dell’oppressione. Ed è qui che il legame con i Combatants for Peace diventa tangibile, perché non è solo dialogo ma resistenza congiunta in azione. E la «presenza protettiva» ne è una delle espressioni più chiare sul campo. È anche qui che le pratiche incarnate e consapevoli del trauma di Satyam Homeland diventano essenziali, perché rimanere presenti in tali momenti richiede un radicamento interiore, non solo una convinzione politica. Entrambe le dimensioni sono sempre presenti nel nostro lavoro. DB – Infine: cosa possiamo fare per contribuire alla vostra causa? Iris – Si possono fare molte cose. Oltre a fornire sostegno finanziario, le persone possono recarsi nella regione e partecipare alle attività di presenza protettiva come volontari internazionali. Ciò comporta dei rischi: c’è il rischio fisico di subire violenze da parte dei coloni, così come la possibilità di essere espulsi dalle autorità israeliane. Allo stesso tempo, visitare sia la Cisgiordania che Israele è sicuro e può consentire alle persone di sviluppare una comprensione più profonda e accurata della realtà. Non c’è niente come vedere le cose con i propri occhi, e non c’è niente come vivere direttamente la realtà. La storia ci ha dimostrato che la pressione delle comunità internazionali può influenzare i leader, cambiare le politiche e persino trasformare il corso della storia. Le persone possono agire rivolgendosi ai media, ai politici, agli artisti e alle personalità pubbliche; modificando il dibattito pubblico; e chiedendo la fine immediata della violenza, degli abusi, dell’occupazione, dell’apartheid e degli sfollamenti. Ciò include la richiesta di accesso all’acqua e ai mezzi di sussistenza, alla libertà di movimento e al rilascio dei prigionieri e dei detenuti palestinesi. Significa esigere che tutti gli esseri umani siano liberati da vite plasmate dalla paura e dalla violenza. La richiesta deve riguardare la sicurezza, la libertà e la parità di diritti per ogni persona che vive tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Il dibattito deve cambiare: bisogna passare dal sostenere una delle parti in conflitto contro l’altra alla consapevolezza che l’obiettivo deve essere una vita sicura e libera per tutti gli esseri umani. Ci sono 14 milioni di persone che vivono tra il mare e il fiume Giordano: circa 7 milioni di ebrei e 7 milioni di palestinesi. Nessuno dei due se ne andrà da nessuna parte. Il nostro futuro è condiviso, che ci piaccia o no. La domanda non è se vivremo insieme, ma come. I nostri figli meritano di crescere in libertà, sicurezza e dignità. Mai – La prima responsabilità è la chiarezza. Rifiutare completamente l’antisemitismo. Rifiutare completamente l’islamofobia. Rifiutare completamente il razzismo anti-palestinese. Rifiutare qualsiasi quadro di riferimento che attribuisca un valore diseguale alla vita umana. La seconda responsabilità è la verità. Non possiamo costruire la giustizia sulla negazione. Dobbiamo essere in grado di chiamare con il loro nome l’occupazione, lo sfollamento, la disuguaglianza strutturale e la violenza senza eufemismi. La terza responsabilità è il sostegno ai movimenti che uniscono resistenza e guarigione. Perché è questo che rende possibile una trasformazione a lungo termine. Combatants for Peace rappresenta la spina dorsale politica della resistenza nonviolenta e della lotta comune. Satyam Homeland incarna la capacità emotiva e comunitaria che permette a quella resistenza di continuare senza crollare. Insieme, rappresentano qualcosa di raro: un modo di rimanere umani all’interno della lotta. Per me, come donna palestinese che lavora in Cisgiordania, questa non è teoria. È la vita quotidiana, plasmata dal rischio, dalla responsabilità, dal dolore, ma anche da un profondo impegno e dalla fiducia nei rapporti che abbiamo costruito al di là delle divisioni. È ciò che mantiene vivo questo lavoro. Perché, in fin dei conti, quello che stiamo costruendo non è solo un cambiamento politico. È la possibilità di rimanere pienamente umani rifiutando al contempo i sistemi che negano l’umanità agli altri. -------------------------------------------------------------------------------- A cura di Daniela Bezzi. La prima parte dell’intervista si può leggere qui. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Daniela Bezzi
July 9, 2026
Pressenza