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Negin Bank, attivista iraniana in esilio: “Il nostro destino politico appartiene solo a noi”
Negin Bank è un’attivista iraniana del collettivo “Donna Vita Libertà” di Roma. È da anni in Italia e si definisce militante femminista dell’opposizione laica e di sinistra in esilio. La intervisto al termine di un’iniziativa intitolata “Diritto alla Resistenza, Lotte e resistenze dei popoli”, organizzata dalle studentesse e dagli studenti dell’Università La Sapienza, a cui hanno partecipato anche la partigiana Luciana Romoli delle Brigate Garibaldi, Maryam Fathi, militante curda dell’Organizzazione delle donne libere del Rojhelat e Sharif Hamat, militante palestinese di Gaza. Cosa ti hanno raccontato i tuoi familiari e amici sui tempi della monarchia e poi della rivoluzione del 1979? Che idea ti sei fatta della successiva sconfitta delle forze laiche, democratiche, socialiste e comuniste, che  avevano partecipato alla rivoluzione e che pure avevano un decennale radicamento nella società iraniana? Come hanno fatto le forze religiose più reazionarie a imporre il loro potere? Avevo solo nove anni durante la rivoluzione del 1979, ma ricordo nitidamente l’epoca dello Shah. In Iran le libertà politiche non esistevano: si poteva vivere “liberamente” solo a patto di non protestare. La SAVAK (la polizia segreta) controllava ogni aspetto della vita sociale; la censura colpiva duramente libri e film e il divario tra ricchi e poveri era abissale. Verso la fine degli anni Settanta, la corruzione governativa, la crisi economica e il degrado sociale — con una preoccupante diffusione della droga tra i giovani — esasperarono gli animi. Lo Shah era percepito come un semplice “servo” degli americani. Ricordo che nessuno, intorno a me, osava parlare di politica. Tutti questi fattori alimentarono un dissenso trasversale in ogni classe sociale. Paradossalmente, fu proprio la modernizzazione a creare una nuova consapevolezza che rese la realtà del regime ormai insostenibile. La rivoluzione del ’79 è stata di fatto dirottata dalla controrivoluzione islamica. Tra tutte le forze d’opposizione, i media e le istituzioni occidentali scelsero di dare risonanza quasi esclusiva alla fazione islamista, negando visibilità alle correnti marxiste e socialiste. All’improvviso, Khomeini fu imposto come una figura centrale. Oggi la storia sembra ripetersi. Le istituzioni e i media mainstream stanno “fabbricando” un’opposizione su misura per gli iraniani, offrendo una piattaforma politica ed europea a Reza Pahlavi, il figlio dello Shah. Stanno decidendo a tavolino il futuro politico dell’Iran, un’ingerenza che molti di noi contestano con forza. Troviamo disgustoso vedere parlamentari e senatori italiani accogliere Reza Pahlavi, leader di una corrente neofascista della diaspora. Mi riferisco a figure come Maurizio Gasparri, Riccardo Molinari, Erik Pretto, Simonetta Matone, Eugenio Zoffili, Stefano Candiani e Alessia Ambrosi, che lo hanno recentemente incontrato a Montecitorio. Come possono permettersi di legittimare una figura non eletta, sponsorizzata da Israele, mentre il popolo in Iran è soffocato dal blackout digitale e non può esprimersi? Questa è una pratica coloniale che calpesta il nostro diritto all’autodeterminazione. Chiediamo aiuto alla società civile italiana: fermate i vostri rappresentanti! Non permettete che al popolo iraniano venga imposto un leader dall’alto. Il nostro destino politico appartiene solo a noi. Come descriveresti e racconteresti questi 47 anni di Repubblica Islamica, soprattutto dal punto di vista delle donne? Tralasciando i nostalgici della monarchia, l’opposizione al regime è stata almeno in passato divisa: alcuni hanno scelto la lotta armata, unendosi alle forze irakene durante la guerra con l’Iraq, altri hanno tentato di operare nel Paese in clandestinità, spesso subendo una crudele e spietata repressione, altri hanno continuato la lotta dall’esilio e altri ancora hanno utilizzato le elezioni appoggiando i candidati meno reazionari. Infine talvolta l’opposizione è riuscita a scendere in piazza con manifestazioni di massa. Questi quarantasette anni sono stati per il popolo iraniano un tempo di resistenza e maturazione costante. Con ogni ondata di rivolta, la società ha acquisito una consapevolezza sempre più profonda: per noi, la resistenza quotidiana è diventata la vita stessa. Comprendiamo bene, dunque, il grido delle nostre sorelle combattenti curde: “La resistenza è vita”. In quasi mezzo secolo, la lotta è stata condotta in forme diverse da ogni settore della società, ma la resistenza delle donne è stata senza dubbio la più numerosa, costante e incisiva. A questa si affianca la battaglia dei prigionieri politici, che portano avanti la protesta dalle celle attraverso lettere e scioperi della fame, insieme a quella di lavoratori, insegnanti e pensionati, che manifestano contro privatizzazioni e una corruzione sistemica che li ha ormai emarginati. Un ruolo cruciale è svolto dalle campagne contro la pena di morte e dagli spazi di resistenza organizzati dalle madri in lutto — madri di manifestanti uccisi o fatti sparire dal regime. I loro non sono solo spazi di solidarietà e guarigione, ma veri atti politici che rivendicano giustizia al grido di: “Non perdoniamo e non dimentichiamo”. La resistenza contro il velo obbligatorio è un atto di disobbedienza civile quotidiano. Donne che rifiutano i codici imposti sui loro corpi, sfidando arresti violenti e multe ogni volta che escono di casa, sono arrivate a togliersi il velo del tutto, seguendo l’esempio delle “Ragazze di via della Rivoluzione”. Ricordiamo Vida Movahed, che nel bel mezzo delle rivolte radicali del 2017 e 2019 contro il carovita e la discriminazione etnica (che colpisce duramente Kurdistan, Khuzestan, Lorestan e Baluchistan), salì su una cabina elettrica sventolando il suo velo bianco. Con quel gesto, Vida ha trasformato la lotta in un movimento intersezionale, unendo le rivendicazioni di genere, classe ed etnia. Queste donne sono riuscite a riconquistare la parola “Rivoluzione”, per lungo tempo monopolizzata dalla controrivoluzione islamica del ’79. La rivoluzione oggi è nostra: è la rivoluzione delle donne. È Jin, Jiyan, Azadî. La nostra lotta va ben oltre la falsa scelta tra Repubblica Islamica e monarchia; da qui nasce il movimento “Donna, Vita, Libertà”. Il sacrificio di Vida Movahed ha gettato le basi per la rivoluzione scoppiata dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini. In quel momento, l’intero popolo oppresso si è immedesimato in Jina: donne discriminate, giovani disoccupati e minoranze represse sono scesi in piazza uniti sotto lo stesso slogan. Questa è la vera lotta di liberazione del popolo iraniano, che Israele, gli Stati Uniti e il regime di Teheran — in una sorta di complicità implicita — stanno cercando di reprimere. Vogliono costringerci a una falsa scelta tra il “Re” (Pahlavi) e il “Mullah”, tra i nostri attuali assassini e potenze straniere che rappresentano in ogni caso il patriarcato. La sfida che noi donne iraniane abbiamo di fronte è riprendere la nostra lotta, interrotta dalla guerra e dalle interferenze e riportarla sui binari di Jin, Jiyan, Azadî per un’emancipazione reale e definitiva. In alcune manifestazioni oltre alle bandiere cubane, palestinesi, venezuelane e libanesi, c’è chi porta la bandiera della Repubblica Islamica, per non parlare di chi l’8  marzo pretendeva di partecipare al corteo con la bandiera della monarchia. Per me l’unica bandiera al momento è quella di Jin Jiyan Azadi. Sarebbe sufficiente uno striscione di JJA alle manifestazioni e cartelloni e slogan per indicare l’Iran e la geografia di riferimento quando protestiamo per l’Iran. La lotta comunque è internazionalista e di classe.   Mauro Carlo Zanella
April 23, 2026
Pressenza
La sorprendente grandezza di alcune, ma numerose, realtà ‘minuscole’
Il voluminoso Atlante delle micronazioni, degli stati e dei territori anomali elenca circa 12˙900 “entità politiche che si considerano nazioni” e, illustrandone la posizione nelle mappe geografiche e la storia, scritta in proclami e incisa in stemmi, bandiere, francobolli, monete e oggetti emblematici, documenta l’esistenza di 872 micronazioni formate in passato e attualmente presenti in tutto il mondo. Questo repertorio di realtà costituite “dagli imperi autoproclamati alle colonie dimenticate e ai territori separatisti… dai territori riconosciuti de facto o provvisori, inclusi quelli dei popoli non rappresentati, fino alle micronazioni politiche, artistiche, turistiche, virtuali, immaginarie e persino burlesche e fraudolente” veniva pubblicato quest’anno in gennaio, a marzo era già esaurito ed ora è stato ristampato. Fino ad oggi però ho avuto difficoltà a concentrarmi sui suoi contenuti. Brancolando nel caos dei tanti clamorosi avvenimenti che nei 4 mesi trascorsi si sono susseguiti freneticamente, non ho trovato l’occasione consona per recensire questo libro, che mi incuriosiva molto. “Forse oggi l’era dello stato-nazione è finita ed è tempo di ripensare a uno schema sociale che tenga conto di tutte le complessità d’una collettività, nel bene o nel male, globalizzata  – spiega la sua introduzione  – Un pianeta diviso in circa 200 territori, in cui un governo prende decisioni avulse dal resto del mondo, sembra un sistema adatto a società preglobali. Oggi è necessario organizzare i popoli del mondo su più livelli, partendo dalle organizzazioni internazionali super partes, all’interno delle quali sono presenti gli stati nazionali, a loro volta divisi in regioni autonome che assecondano particolarismi e localismi che la società umana presenta”. In questa analisi ho ravvisato un parallelismo con due visioni del mondo convergenti nella stessa prospettiva. Da un lato ho riscontrato la coerenza con il principio etico del rispetto dell’autodeterminazione dei popoli, che in epoca contemporanea è stata sancita inviolabile in due ‘carte’ scritte, rispettivamente, nel 1945 e nel 1976: * nella Carta dell’ONU, cioè nell’atto costitutivo delle Nazioni Unite, anche statuto dell’organizzazione politica sovranazionale e atto istitutivo della International Court of Justice, facendo esplicito riferimento ai diritti dei cittadini di ogni nazione, grande o piccola (equal rights of men and women and of nations large and small), e di ogni popolazione (principle of equal rights and self-determination of peoples); * nella Carta di Algeri, ovvero Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli, denunciando che, con “l’intervento diretto o indiretto, utilizzando le società multinazionali, appoggiandosi sulla corruzione delle polizie locali, prestando il suo aiuto a regimi militari fondati sulla repressione poliziesca, la tortura e la distruzione fisica dei suoi avversari, servendosi di tutte le strutture e attività alle quali è stato dato il nome di neo-colonialismo”, inoltre con “la complicità di governi spesso da esso stesso imposti”, l’imperialismo “estende il suo controllo su molti popoli” e “continua a dominare una parte del mondo” e proclamando che “tutti i popoli del mondo hanno pari diritto alla libertà: il diritto di liberarsi da qualsiasi ingerenza straniera e di darsi il governo da essi stessi scelto, il diritto di lottare per la loro liberazione, nel caso fossero in condizioni di dipendenza, e il diritto di essere assistiti nella loro lotta dagli altri popoli”. Dall’altro lato ho riscontrato la coincidenza con alcune teorie su cause ed esiti della crisi globale imperversante nel pianeta in cui i confini tra gli stati-nazione non combaciano più quelli delle frontiere, e barriere, ideologiche, dominato dalle grandi società multinazionali,… popolato da persone aggregate in associazioni internazionali e ONG e in comunità, etniche, religiose, culturali, come quella accademico-scientifica, sparpagliate in tanti luoghi e città del globo ma tra loro collegate e interconnesse e che compongono una società civile pluricentrica, pluralistica e cosmopolita. In particolare, ho notato l’analogia con le tesi sull’ineluttabile sfacelo del sistema politico e militare che ha governato il mondo per secoli, ovvero sulla fine del predominio delle ‘grandi potenze’ occidentali  – gli USA e le nazioni europee  – elaborate da Amitav Acharya, un esperto di relazioni internazionali nato e laureato in India, ricercatore in atenei di Australia, Singapore, Canada, Inghilterra e Sud Africa e docente all’United Nations University, all’università di Harvard e all’American University di Washington D.C. che nel 2020 è stato insignito Scholar-Teacher of the Year Award, cioè del più prestigioso riconoscimento accademico conferito a un accademico statunitense. Idee che Amitav Acharya nel 2025 ha esposto in Storia e futuro dell’ordine mondiale, un saggio la cui traduzione in italiano veniva pubblicata all’inizio del 2026, casualmente contemporaneamente alla stampa dell’Atlante delle micronazioni, degli stati e dei territori anomali proposto da Kipple Officina Libraria, una casa editrice specializzata in “fantascienza, weird, noir, cyberpunk, letteratura fantastica, esoterismo, poesia, musica e fumetti”. Che le previsioni degli esperti di geopolitica coincidessero con i pronostici degli appassionati di fantascienza non mi ha stupita, però a gennaio e nei mesi seguenti non riuscivo a distogliere lo sguardo dall’orrenda realtà del presente. In Ucraina, nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Iran, in Sudan,… in così tanti paesi devastati dalle guerre le popolazioni subiscono atrocità talmente mostruose che mi pareva irrazionale, e immorale, soffermare la mia e altrui attenzione su delle nazioni minuscole e, per di più, immaginarie. Poi l’allucinante ‘furia epica’ scagliata dagli USA contro l’Iran ha scaravoltato il mondo intero e l’assurdità delle dichiarazioni di Trump sulla ‘distruzione di una civiltà’ ha sbalordito tutti, persino gli osservatori più accorti. E, rileggendo cronache e narrazioni dei fatti avvenuti dal gennaio scorso ad oggi col proverbiale senno di poi, ho capito l’utilità dell’atlante che descrive i fantasiosi modelli di stati simbolici, utopici o distopici, virtuali o paradossali che, storicamente, si sono concretizzati in tanti luoghi e molte forme, anche ma non solo bizzarre. Tra le numerose micronazioni di varie tipologie elencate da Wikipedia spiccano le due istituite da Greenpeace per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle devastazioni ambientali: la República Glaciar, fondata nel 2014 sulle vette delle Ande al confine tra Cile e Argentina, un’area di ghiacciai insidiata dallo sfruttamento dei giacimenti minerari; il Global State of Waveland, la nazione indipendente e libera dalle trivellazioni delle compagnie petrolifere che fu proclamata nel 1997, sita sullo scoglio di Rockall e che per 42 giorni ha resistito alle rivendicazioni inglesi per il dominio territoriale sul masso che emerge dai flutti dell’Oceano Atlantico. Il primo summit delle micronazioni si tenne nel 2003 in Finlandia e venne svolto nell’ambito di Amorph!03, un festival di performance art. Successivamente, nel 2004 alla Reg Vardy Gallery di Sunderland – Inghilterra, e nel 2005 all’Andrew Kreps Gallery di New York – USA, è stata esposta una collezione di “oggetti di mistica delle micronazioni”, ovvero emblematici della realizzazione dei fantasiosi progetti di stati auto-proclamati, tra cui anche alcuni reperti di Nutopia, il ‘paese concettuale’ che John Lennon e Yoko Ono concepirono nel 1973, quando veniva loro negato il permesso di risiedere negli USA perciò si proclamarono cittadini di una nazione senza frontiere e passaporti, come il mondo pacifico senza confini, “no land, no boundaries, no passports, only people”, che due anni prima avevano preconizzato nella canzone Imagine, incisa in Inghilterra nel 1971. La letteratura sulle micronazioni è molto vasta, anche in Italia, dove un Atlante delle micronazioni è stato redatto nel 2015 e nel 2020 aggiornato da Graziano Graziani, autore nel 2018 del Catalogo delle religioni nuovissime e quest’anno di Storia delle rivoluzioni immaginarie. Un libro celebre, Micronations: The Lonely Planet Guide to Home-Made Nations, è stato pubblicato nel 2006 e non casualmente dalla società editrice internazionale specializzata in guide turistiche la cui casa-madre è australiana. In Australia infatti, dove tante persone e collettività rivendicano i propri diritti con questa forma di protesta, sono site numerose micronazioni, tra cui il Regno Lesbo-Gay delle Isole del Mar dei Coralli proclamato nel 2004 e dissolto nel 2017 quando nella nazione-continente fu legalizzato il matrimonio tra coppie dello stesso sesso. Nel 2005 alla BBC andò in onda la serie di filmati comico-documentaristici, mockumentaries, trasmessi da Danny Wallace nel proprio appartamento-stato londinese, che era intitolata How to Start Your Own Country, cioè come il primo testo scritto su questo argomento, il manuale pubblicato nel 1979 dallo statunitense Erwin S. Strauss, uno scrittore di romanzi e saggi di fantascienza. Analogamente, il compilatore dell’Atlante delle micronazioni, degli stati e dei territori anomali è l’italiano Lukha B. Kremo, o Lukha Kremo Baroncinij, pseudonimi di Gianluca Cremoni Baroncini, “autore di 14 romanzi e più di 100 racconti di fantascienza e fantasy e di un manuale di Tarocchi quantistici” che si autodefinisce un “animatore di nuove dinamiche culturali e sottoculturali artistiche e letterarie attivo in particolare nella fantascienza e nel fantastico”. E, siccome è anche premier della Nazione Oscura Caotica da lui fondata nel 2004, nel gennaio scorso gli ho chiesto come lui e la ‘sua’ micronazione si ponevano nei riguardi del leader che governa la ‘grande potenza’ americana all’insegna del motto “make America great again”. Lukha B. Kremo : «La Nazione Oscura Caotica è democratica, quindi la questione è stata sottoposta al voto dei suoi cittadini, che ha decretato la neutralità. Alcuni detestano Trump, e non vogliono aver niente a che fare con lui, altri lo temono, quindi piuttosto che inimicarselo preferiscono assecondarlo, e tra i suoi ammiratori c’è chi lo reputa un ‘visionario’, da seguire ed emulare, e chi lo considera un affabulatore molto abile, soprattutto nell’uso dei social media, con cui confrontarsi è tanto intrigante». M.B.  – Però nella realtà autorevolezza e autoritarismo non sono la stessa cosa… Lukha B. Kremo : «Infatti, ma sebbene la differenza fra loro sia enorme non è facile distinguere tra le forme in cui si esplicano. L’autorevolezza, che si basa sul riconoscimento del suo valore e si esprime con la sua rappresentazione in rituali e cerimoniali in cui viene ‘messa in scena’ mediante simboli espressivi, lessicali, visivi e gestuali, che si sovrappongono, perciò facilmente confondono, con quelli dell’autoritarismo, che invece è un’estrinsecazione della forza che si impone e del predominio. Ad esempio, a me è capitato che, mentre mi aggiravo per le stanze di un Palazzo di Giustizia vestito in divisa di rappresentanza della Nazione OScura Caotica, sono stato avvicinato da un ministro che, scambiandomi per un diplomatico di chissà quale stato in visita nella città, ha ritenuto doveroso accogliermi ossequiosamente e salutare con deferenza». M.B.  – E poi avete chiarito l’equivoco? Lukha B. Kremo : «Veramente no. Fargli sapere che era stato bleffato lo avrebbe umiliato, perciò gli ho risposto come si aspettava di essere ricambiato, nello stesso modo pomposo in cui lui si era rivolto a me». Oltre che alle altre micronazioni, Lukha B. Kremo ha creato la Nazione Oscura Caotica ispirandosi alla Repubblica di Torriglia che per circa un anno è stata realizzata nel territorio montano che si estende al crocevia tra Liguria, Lombardia e Piemonte e attraversato dalla ‘statale 45’ che collega Genova a Piacenza. Un’area che dall’estate 1944 è stata interamente controllata dai partigiani, principalmente della Divisione Garibaldi Cichero, e fino alla Liberazione, cioè al 25 aprile 1945, isolata dall’RSI governata dai fascisti e occupata dall’esercito nazista. Perciò ho pensato che oggi la stravagante micronazione che ravviva la memoria di un’esperienza della Resistenza alla dittatura nazi-fascista potrebbe rappresentare un modello concettuale a cui fare riferimento proprio per capire come reagire alle sfide delle subdole insidie che minacciano la libertà e i diritti che i popoli hanno conquistato nel passato e nel presente possono difendere, altrimenti perdere. ATLANTE DELLE MICRONAZIONI, DEGLI STATI E DEI TERRITORI AUTONOMI / 1a Parte – MICRONAZIONI; 2a Parte – STATI E TERRITORI ANOMALI; 3a Parte – POPOLI NON RAPPRESENTATI; 4a Parte – ONU; 5a Parte – Appendice, con materiali a corredo, bibliografia e sitografia Maddalena Brunasti
April 22, 2026
Pressenza
L’invenzione dell’economia ha distrutto il mondo. Intervista a Gloria Germani
Nella visione dominante dell’economia, gli individui pensano principalmente a loro stessi, perseguono un reddito per sostenere uno stile di vita agiato e la natura esiste per essere dominata dall’uomo. Questa visione dell’economia nata in Occidente, che ha origine con il paradigma cartesiano -newtoniano, è origine di ogni tipo di crisi ecologica, climatica, ambientale, alimentare e di consumo, oltre ad essere artefice di continue disuguaglianze sociali ed economiche. E’ da questo assunto che l’invenzione dell’economia ha distrutto e sta distruggendo il mondo. Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa impegnata da sempre nel dialogo tra Occidente e Oriente, allieva della filosofa Caterina Conio, del filosofo Serge Latouche e dell’ecologista svedese Helena Norberg Hodge. Attiva nei movimenti ecopacifisti e deep ecology fa parte della Rete per l’Ecologia Profonda, di Navdanya International e dell’Associazione per la Decrescita. È praticante dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta dell’induismo. Attiva in ambito pedagogico nelle scuole steineriane, si è dedicata all’approfondimento dell’educazione non-dualista di Alice Project Universal Education di Valentino Giacomin. Le sue opere sono dedicate alla critica della visione moderna fondata sulla colonizzazione dell’immaginario che sta alla base del cosiddetto “sviluppo” della società industriale di massa, della “crescita economica” e del riduzionismo della “scienza occidentale”. Ha viaggiato molto in Asia, lavora da trent’anni nell’ambito dei media ed è riconosciuta come la maggior esperta del pensiero del giornalista Tiziano Terzani, curando moltissime biografie intellettuali tra cui – a maggio 2024 – l’ultima: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”. “Economia”, una parola dall’origine antica ma che nei giorni nostri ha avuto uno sviluppo completamente diverso. Quale è il suo significato etimologico? Il nome “economia” esisteva già presso i greci e significava la norma – nomos – della casa – oikos. Riguardava il cibo, gli indumenti, le abitazioni e altre risorse che erano fonti di benessere, ma non erano isolate rispetto al tessuto della vita.  Questa economia era totalmente distinta dalla krematistica, cioè la possibilità di fare soldi con i soldi. Tale pratica era condannata sia da Aristotele che dagli ambienti cristiani fino al Rinascimento, quanto negli ambienti islamici ed orientali[1]. Aristotele avvallava lo scambio naturale (merce-denaro-merce) perché corrisponde al vendere le proprie eccedenze per comprare ciò di cui si ha bisogno, ma condannava la pratica mercantile (denaro-merce-denaro) che corrisponde al comprare al minor prezzo possibile per rivendere al maggior prezzo possibile. Per Aristotele fare denaro con il denaro è un obiettivo inconciliabile con la ricerca del bene comune[2]. Infatti, come per Platone, «Un mondo fondato sul guadagno è inconciliabile con la cittadinanza e ancor meno con l’isonomia (eguaglianza) e beninteso con la giustizia[3]. La condanna totale del fare soldi con i soldi (l’interesse sul prestito), all’accumulo, all’avarizia, pervade tutte le civiltà: da Platone ad Aristotele, da Gesù a Buddha. Essa è ripresa dai Padri della Chiesa cristiana e ovviamente da San Tommaso d’Aquino. Il Corano espressamente vieta l’interesse sul prestito in quanto usura (riba)e questa indicazione è ancora rispettata, tanto che tra i mussulmani chi presta soldi diventa in qualche maniera socio dell’impresa e quindi partecipa ai guadagni ma anche alle perdite. In tale maniera, il denaro evita di diventare valore assoluto ed attore principale. Oltre al divieto di interesse sul prestito (riba), la Sharia prevede che si devono evolvere parte dei propri guadagni in carità (zakāt),  che bisogna effettuare investimenti socialmente responsabili o leciti (ḥalāl), non rischiosi (gharār) e non di speculazione (maysir). Se consultate qualsiasi sito web sulla finanza islamica, queste norme sono spiegate con il fatto che la religione islamica e la Sharia seguono norme di tipo etico, dando per scontato che questo sia un segno di arretratezza.  Vedremo più tardi che questo distacco tra etica e scienza è uno dei grandi errori dell’Occidente. È interessante notare inoltre che la condanna dell’interesse sul prestito in varie culture riguarda lo stesso argomento: Il tempo. Esigere un interesse dando in prestito il denaro, significa lucrare sul tempo e il tempo è qualcosa di cui gli uomini non possono e non devono disporre. Come ci conferma la fisica quantistica, il tempo non ha esistenza di per sé. Oggi però non sembra essere questa la definizione di “economia” che viviamo sulla nostra pelle. Di che economia si tratta?  Infatti, tutto cambiò in Europa con l’avvento della scienza cartesiana-newtoniana a metà 1700. Il nome più famoso legato alla nascita della nuova “scienza economica” è quello dell’inglese Adam Smith[4]. Professore di giurisprudenze e filosofia, «applicò i concetti newtoniani di equilibrio e di leggi di moto e li immortalò con la metafora della “mano invisibile” del mercato la quale, secondo lui, avrebbe guidato l’interesse egoistico di ogni imprenditore, produttore e consumatore dando luogo a quella che definì “l’ armonia naturale degli interessi”»[5]. Dunque un sistema composto da individualismi egoistici nella ricerca del proprio interesse egoico si sarebbe trasformato in un complesso armonico per tutti. “Smith e Ricardo sostenevano l’argomento “scientifico” per cui l’armonia si sarebbe realizzato perché così operavano “le leggi della natura”[6]. Bisogna  notare che oggi il paradigma cartesiano-newtoniano è sempre saldamente operante: le “leggi di natura” sarebbero oggettive e regolerebbero la materia, cioè il mondo fuori, mentre l’uomo, il soggetto pensante indagherebbe queste leggi con il fine di scoprirle e di modificarle a proprio vantaggio. La prima cattedra di Economia fu istituita a Oxford nel 1825. Quindi non più di 200 anni fa, che sono pochissimi se guardiamo alla storia del mondo. All’epoca fu guardata con  notevole sospetto da parte degli accademici che ne intuivano l’enorme  capacità di fagocitare  altri ambiti del sapere. Infatti i in due secoli è diventata la sovrana  delle scienze con la sua unica e sola legge: la crescita economica ovvero la ricerca costante del profitto. Nel frattempo, altri concetti importanti si stavano muovendo insieme a quelli della  nuova Economia moderna  e riguardavano l’idea di individuo, di diritto, di legge naturale.[7] Il  primo giurista ad Insegnare diritto all’Università di Oxford, William Blackstone che visse dal 1723 al 1780, dette la seguente definizione di proprietà privata: «Il solitario e dispotico dominio che un uomo pretende ed esercita sulle cose esterne del mondo, nella totale esclusione del diritto di ogni altro individuo nell’universo». Si noti quanto quest’affermazione sia una chiara emanazione della separazione tra il soggetto o “proprietario dispotico” e mondo esterno, ovvero tra res cogitans e res extensa di Cartesio. Inoltre  fu determinate il ruolo di John Locke nello stabilire l’esistenza di un “diritto naturale” che servì a legittimare la colonizzazione del Nuovo Mondo (America del Sud e del Nord). «L’idea di dominazione legittima su una “terra vuota” fornì una potente giustificazione intellettuale allo sfruttamento del Nuovo Mondo, abitato da selvaggi che non veneravano alcun dio cristiano, privi di razionalità e di ogni idea di proprietà»[8].  Come hanno ben dimostrato il fisico Fritjof Capra e l’ecogiurista Ugo Mattei, la rivoluzione scientifica e la vittoriose applicazioni della meccanica newtoniana non avvennero nel vuoto. L’accumulo di capitali necessario per avviare le imprese industriali avvenne a spese di terre lontane. Le avventure in America Latina di Cristoforo Colombo, di Francisco Pizarro e di Fernando Cortés furono motivate dalla necessità di reperire oro e saldare i debiti contratti dai sovrani castigliani nelle neo-banche di Genova e della Svizzera. Insieme a Colombo viaggiava un notaio per testimoniare che la terra americana era terra nullius – terra di nessuno – e poteva pertanto essere occupata e appartenere alla Corona spagnola. L’oro e l’argento che in quelle terre non erano sfruttati, erano ugualmente res nullius e quindi a disposizione degli spagnoli. Si affermò l’idea che la terra senza un privato proprietario non appartenesse a nessuno, piuttosto che essere di tutti. Questa struttura giuridica regalò “il diritto naturale” di impossessarsi di terre e di merci in Africa, nelle Indie e nell’America del Nord. «Le creazioni giuridiche della modernità svolsero un ruolo notevole in queste estrazioni coloniali, attuate negando dignità giuridica alle istituzioni pre-esistenti basate sui beni comuni»[9]. Queste concezioni sul diritto naturale sono alla base della Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) per non parlare della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America (1776) dove venne esaltato l’ideale di diritto individuale alla libertà. Sostenuto da potenti pensatori e intellettuali come Voltaire e Adam Smith – e scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776 – il concetto di “ricerca della felicità” (the pursuit of happiness) fu sempre più visto come ottenibile attraverso un solido sistema di diritti di proprietà garantito da uno Stato con autorità militare ed esecutiva. Nella Costituzione degli Stati Uniti (1784) ci concretizzò l’idea che il diritto alla vita, alla libertà e alla felicità fossero strettamente legate alla proprietà privata e che discendessero da leggi naturali immutabili. Oggi sentiamo parlare di molti tipi di economia: economia liberista, economia neoclassica, economia keynesiana, economia post-keynesiana, economia marxista etc… Molte sono conniventi al capitalismo, mentre altre lo criticano. Quale è il problema di tutte le concezioni economiche nate in Occidente? Tutte queste visioni economiche partono da un presupposto dato per assodato e indiscutibile: la visione ereditata dall’illuminismo cartesiano-newtoniano, cioè che mente e materia siano due cose separate ( il famoso dualismo cartesiano). La realtà è quindi solo materiale. La mente dell’uomo studia la materia attraverso metodo scientifico (studio dei fenomeni, formulazione di ipotesi, sperimentazione) e la modifica per il proprio vantaggio/utile/profitto. Ogni oggetto perde il suo valore intrinseco all’interno della interconnessione complessiva,  perde il suo valore   gerarchico – ierarchicos, nel senso di  ordine (archè) sacro (ieros) e diventa solo mera materia da manipolare a piacimento. Quindi il mondo diventa piatto, privo di valori e  l’unico generatore di valore diventa il denaro. L’economia comanda su tutto. Credo che sia molto importante la posizione di Latouche, professore emerito di Economia e fondatore della Decrescita. “Non si tratta di sostituire una “buona economia” a una “cattiva”, una buona crescita o un buono sviluppo a dei cattivi, dipingendoli come verdi, o sociali o equi […]. Crediamo che il desiderio “simpatico” dei Focolari di creare un’economia “civile” è illusorio perché la banalità del male fa parte dell’essenza dell’economico. Per esempio non c’è un altro capitalismo (buono) un altro sviluppo (umano, sostenibile ecc.) un’altra crescita (verde, sostenibile, ecc.), in breve un’altra economia. Per cambiare economia, si tratta di cambiare valori e quindi di deoccidentalizzarsi.  Decolonizzare l’immaginario, cioè deseconomizzare la mente per ritrovare il senso della misura, ritrovare il bene comune e reinventare i beni comuni. Uscire dall’economia significa rimettere in discussione il predominio dell’economia sul resto della vita, nella teoria e nella pratica, ma soprattutto nelle nostre menti[10]. Quindi gli epiteti che vengono affibbiati all’economia – “civile”, circolare, “sostenibile”, keynesiana, marxista, green – sono un po’ degli specchi per allodole che aggirano la questione di fondo:  che bisogna uscire dall’economia moderna e dalla sua industrializzazione che sta alla base del collasso climatico. Tuttavia io ritengo che l’economia moderna  non avrebbe potuto assurgere al ruolo egemonico di oggi,  senza basarsi  sulla struttura e sul prestigio della Scienza moderna. Quindi la critica all’economia deve essere insieme una critica del sistema scientifico-tecnologico-economico. Ogni giorno sentiamo parlare di economia ed i mass media ne parlano a partire dal presupposto che l’economia domina il mondo e che così debba sempre funzionare e sempre funzionerà. Ma questo purtroppo vale oggi per il nostro mondo occidentale e il suo tentativo di “occidentalizzare il mondo” con la globalizzazione. Qual è stata l’azione del colonialismo occidentale nella storia e quali “economie” ha distrutto? Su quali principi si basavano le altre “economie”? Questa domanda è molto importante.  La narrazione mediatica oggi ci parla dell’economia  moderna  come se fosse un dato assoluto,  un universale valido in tutti i tempi e in tutti i continenti. Ma  come abbiamo cercato di mostrare non è affatto così. Qui ci riallacciamo al discorso sulla  Scienza appena accennato sopra. Con  l’epoca dei Lumi, l’uomo europeo, occidentale   ha creduto veramente di  essere in possesso dell’unico, vero, sapere: la Scienza. In questa certezza confluisce anche l’antico  retaggio  cristiano. La certezza di essere l’unica vera religione e di doverla esportare ovunque, ad esempio con le crociate dei secoli  XI-XIII. Tutta la storia  e la narrazione  del colonialismo  risentono di questa impostazione. E’ il “Fardello dell’Uomo Bianco”, chiamato da Dio o dall’evoluzione darwiniana, a diffondere la civiltà, la scienza. La storia del colonialismo è stata ammantata da questa credenza trionfale, anche se adesso cominciano a uscire moltissimi studi che attestano le atrocità compiute a scapito di popoli indigeni che vivano in armonia con la Natura. Parliamo dell’eccidio di circa 100 milioni di indigeni d’America del Nord, lo sterminio delle culture del  Sud America ma anche delle azioni efferati di olandesi, belgi, francesi ed inglesi  in Africa e in Asia. Libri come “Sterminate quelle  bestie”,  “Cristoforo colombo  e altri cannibali”, “La maledizione della noce moscata”[11] offrono tantissimi documenti  storici di questi massacri  compiuti dai colonizzatori  prima in nome della superiore religione  cristiana, e poi in nome del libero mercato. Si sta sviluppando anche un settore di ricerca sul “capitalismo razziale” ed è indubbio che la nascita della civiltà industriale è stata possibile sulla base del colonialismo nei continenti e dello sfruttamento della schiavitù, con la deportazione della popolazione nera dall’Africa all’America. Tuttavia la Storia scritta e insegnata nelle università e nelle scuole non dà spazio a questa cruda realtà, ma esalta le mirabili missione “civilizzatrici” dell’Uomo europeo. Ugualmente le varie specializzazioni in cui si esplica la scienza moderna – chiamata infatti “riduzionistica” perché riduce, segmenta la “realtà materiale” – tendono a leggere la varie materie dando ha ciascuna una valenza antica o universale. La scienza economia per esempio, va a rintracciare i primordi delle sue pratiche quali: domanda – offerta, risorse, denaro, mercato, nei tempi preistorici, anche se tali pratiche avevano un senso totalmente diverso. Così per esempio la chimica, la pubblicità (”scienze della comunicazione”) e le scienze psicologiche tendono a rileggere a ritroso le proprie origini in un passato autorevole, quando  invece il sistema di senso era tutt’altro. Ovviamente il sistema mediatico, che di fatto è un’industria, lo fa ancora di più e supporta sempre la  modernità come l’apice dell’evoluzione. Come aveva ben compreso il grande sociologo e teologo francese – nonchè partigiano e precursore della decrescita – Jacques Ellul, l’informazione e l’intrattenimento  svolgono un azione globale a favore delle tecniche moderne. L’intero sistema audiovisivo è costruito sulla pubblicità e ne dipende totalmente. A maggior ragione, i media sono sempre a favore dell’economia moderna. Ovviamente le altre economie, o le economie precedenti a quella moderna si  basavano  fondamentalmente  sulla comunità e sul reciproco sostegno. Marcel Mauss, con la sua importante opera  “Saggio sul dono”, e poi il MAUSS (Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali)  hanno dimostrato che il dono era il fondamento del legame sociale delle società arcaiche, dove esigenze ed intenti di natura essenzialmente relazionale e simbolica  erano prioritari rispetto a finalità esclusivamente materiali ed economiche. “Il denaro è diventato l’unico generatore simbolico di valori. Non sappiamo più che cosa è bello, vero, giusto, santo” – ha affermato il filosofo Umberto Galimberti. In un mondo in cui la politica non sembra contare nulla, l’economia sembra contare tutto e l’economia globale stessa evolve in base alle risorse tecniche, l’etica è ancora praticabile? Certamente no. Galimberti, essendo fondamentalmente un allievo di Martin Heidegger,  ha capito benissimo l’alienazione  dell’uomo  denunciata dal filosofo   tedesco e  l’epoca della tecnica a cui ci stavamo  avviando a vele spiegate. Mi piace richiamarmi a Tiziano Terzani che aveva colto perfettamente già 30 anni fa che l’etica era scomparsa e che l’economia aveva preso il suo posto. Ovviamente  denunciava con forza questa impostazione contro i tentativi di nascondere questa realtà e di ammantarla  con la retorica delle buone intenzioni, delle Ong, della beneficienza, della cooperazione allo sviluppo. Ritengo che il suo testamento sia contenuto nella parole: «L’uomo è ormai succube dell’economia. Tutta la sua vita è determinata dall’economia. Questa secondo me sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite la battaglia per il ritorno a una forma di spiritualità – che puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere. Occorrono nuovi modelli di sviluppo, non solo crescita, ma parsimonia». La politica è ormai silente e si affida solo alla crescita del PIL come unico fattore per gestire la cosa comune. Ma abbiamo perso tutte le basi della vera politica. «Se un uomo trova un diamante, ha fortuna, se un uomo trova due diamanti, ha molta fortuna, se un uomo trova tre diamanti: è stregoneria» – recita un proverbio africano. Questo potrebbe essere un sunto per definire il capitalismo finanziario oggi, che continua a colonizzare il mondo generando soldi dai soldi attraverso i soldi. La finanziarizzazione dell’economia oggi, insieme al libero mercato, ha generato una forma di capitalismo ancora più rapace capace di generare profitti slegati dall’economia reale, alimentando la forbice delle disuguaglianze socio-economiche, fino a mettere in pericolo la Natura stessa. L’antropologo Marco Aime equipara i “trucchi di Wall Street” alla “stregoneria”. Cosa pensi a riguardo? Non sono d’accordo con questa distinzione fatta da Aime tra economia moderna e finanza, per cui l’economia moderna fondata sul mercato era buona, mentre la finanza non lo è. Preferisco  davvero seguire la chiara visione di Latouche per cui la finanza è solo l’espressone finale dell’economia moderna, di  quella krematistica – fare i soldi con i soldi – di cui parlava già Aristotele e su cui ci siamo soffermati prima. La base dell’economia di oggi è il consumo. Il mondo globalizzato è fondato su produrre, vendere e consumare. Senza questa sequenza il mondo non andrebbe avanti. Esattamente come si produce, si vende e si consuma il superfluo; si producono, vendono e consumano anche armi e con loro le guerre. Non vi è qualcosa di perverso è irreversibile in questa concezione e cognizione dell’attività umana sulla Terra? Grazie per questa domanda che coglie un punto importantissimo. Ho cercato di spiegare che l’economia moderna nasce da una compagine di pensiero che per brevità chiamiamo dualismo mente-materia o paradigma  newtoniano-cartesiano. Nel XVIII secolo è avvenuta una rottura, non un evoluzione, come ci dice la narrazione corrente. Questa fu dovuta alla scomparsa del tabù di base che fino allora aveva guidato il mondo e anche l’Occidente: non bisogna toccare l’ordine naturale. [12] Come affermano vari studiosi, tra cui Weber, Dumont, Latouche, Toods ciò avvenne soprattutto per una involuzione del  cristianesimo (sia nella variante cattolica che protestante) che si concentra sull’individuo e sull’utile e perde di vista la comunità e l’interconnessione che legano gli uomini ai loro luoghi, alle relazioni, al sostentamento collettivo. In questa maniera, la realtà ovvero  la materia, diventa un mondo piatto, privo di valori.  Il valore sommo diventa il denaro con cui gli individui attribuiscono valore a quella o a questa cosa (del tipo:  I like, I don’t like). Non c’è più nessuna sacralità nel mondo, nessuna armonia intrinseca da rispettare. L’economia diventa scienza del valore oggettivato.[13] “Giacché ogni valore ha un prezzo, e soltanto ciò che è commerciabile, merita considerazione, non esistono altri valori di quelli quotabili in Borsa”.[14] Questa è la legge intrinseca dell’economia e con ciò l’economia liquida qualsiasi considerazione etica.  Questo è il motivo profondo per cui produrre e vendere cappotti  è esattamente uguale a produrre e vendere armi. Ma anche produrre  e vendere ogni tipo di pornografia, con film e siti, oppure  affittare/vendere uteri per quella che viene definita gestazione per altri (Gpa). Si tratta di cose che sarebbero assolutamente vietate per un’economia buddhista, induista o islamica. Per esempio l’economia buddhista chiarisce quali siano i retti  mezzi di sussistenza (sammā ājīva) fin dall’inizio. Queste indicazioni fanno parte dell’Ottuplice Sentiero insegnato dal Buddha 2.600 anni fa (come quarta delle Quattro Nobili Verità).  La retta sussistenza deve attenersi al non nuocere (ahimsā) cioè evitare ogni attività dannosa agli esseri viventi per cui, a quel tempo, erano vietate la caccia, la macellazione, la costruzione e la vendita di armi. Più o meno le stesse indicazioni sono al centro dell’induismo e sono racchiuse nel fondamentale concetto di Dharma. Derivato dalla radice dhr è “ciò che sostiene”, traducibile con la legge, l’ordine cosmico, e anche la retta via da seguire, il Dharma richiede un sostentamento onesto, nonviolento e rispettoso dell’ordine cosmico. Il lavoro deve evitare di danneggiare altri esseri viventi, la natura o la società. E occorre chiarire ancora:  queste non sono norme morali/religiose  imposte  alla realtà  (come  i nostri contemporanei si ostinano a credere). No, la vera  realtà è l’interconnessione e l’impermanenza. L’ecosfera è formata da relazioni sottili e intrecciate e l’uomo non è il suo dominatore e signore, ma è parte integrante dell’ecosfera.  Quindi rispettare e assecondare l’ordine naturale è di massima importanza. I padri dell’Illuminismo non sono senza colpe. Fu infatti Immanuel Kant a stabilire che la vera conoscenza – la scienza – è possibile solo per i fenomeni, per i fatti concreti; l’etica invece rimaneva separata e distaccata dal conoscere. L’agire etico dunque rimase separato dalla conoscenza, che però al tempo rimaneva così certo che il filosofo di Konigsberg lo paragonava al “cielo stellato sopra di noi”[15]. Non per niente, alla fine del Settecento l’etica era ancora molto solida e il famoso “imperativo categorico” comandava: «Agisci in modo da trattare l’umanità, nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine, e mai come semplice mezzo»; oppure: «Agisci come se la massima della tua azione dovesse diventare per tua volontà, legge universale della natura»[16]. La fisica quantistica ha mascherato da tempo molte cose date per certe da Kant (tra cui tempo e spazio assoluto, legge di non-contraddizione). Ma soprattutto, dopo quattro o cinque generazioni, l’imperativo categorico si è fatto sempre più flebile, e il profitto individuale e il ritorno d’investimento dettati dal “sapere economico” sono passati in pool position quali norme dell’agire. Dunque, se per le norme economiche è lecito produrre e vendere armi ( come stiamo facendo anche in Italia con Israele), ne consegue che le useremo in  guerra e le guerre non faranno che aumentare. Occorre pertanto uscire dall’economia moderna, come dice Latouche, se vogliamo davvero arrivare alla pace. Non ci sono altre soluzioni.   [1] Aristotele, Politica, 1, 26, Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, cit., pp. 57 sgg e P. Scroccaro in Quaderni dell’Associazione Eco-filosofica, n. 51 (2019). [2] Aristotele, Etica Nicomachea, 5, V. [3] S. Latouche, L’invenzione dell’economia, succitato, p. 49. [4] Adam Smith con Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle Nazioni (1776) e David Ricardo con Princìpi di economia politica e dell’imposta (1817) in cinquanta anni dettero forma alla “Scienza economica”. [5] F. Capra e U. Mattei, Ecologia del diritto, cit., p. 114. [6] Ivi, p. 115. [7] F. Capra e U. Mattei, Ecologia del diritto, cit., pp. 73 sgg [8] U. Mattei e L. Nader, Il saccheggio, cit., p. 73. [9] F. Capra e U. Mattei, Ecologia del diritto, cit., p. 107. [10] S. Latouche, Decostruire l’Economia, in Filosofia e Economia, (a cura di A. Totaro), Morcelliana, 2019; Cfr. anche L’economia è una menzogna, cit., pp. 34-35: «Lo sviluppo distrugge le società, distrugge la cultura, non è che una occidentalizzazione del mondo». [11] S.Lindfqvist, Sterminate quelle bestie,  Milano, 2003, D.J.Forbes,  Christophe Colombe et autres cannibals, Paris, 2018; A.Gosh, La maledizione della noce moscata,  Neri Pozza,    2021. [12] J.Elllul, La tecnica: il rischio del secolo, p. 40 sgg. [13] S.Latouche, Come reincantare il mondo,  La decrescita e il sacro, Bollati Boringhieri, 2019, p.26. [14] Ibidem [15] I. Kant, Critica della Ragion Pratica, Laterza, Bari, 1974, pp. 197-8. [16] I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, in Scritti morali, Torino, UTET, 1995, pp. 88.   Lorenzo Poli
April 20, 2026
Pressenza
Il giudice Di Lello: l’orrore dell’indifferenza di fronte al genocidio
[accì] A Milano ininterrottamente da 300 giorni  dalle 18 alle 19 in piazza per Gaza: “Non c’è clima avverso o festività che tenga in grado di fermare le persone che si ritrovano silenziose in Piazza Duomo per opporsi al genocidio palestinese”, così commentano da Radio popolare. Iniziato come un flash mob si è via via trasformato in un vero e proprio presidio permanente, “il gruppo di Piazza Duomo è ormai un momento collettivo per sentirsi meno soli davanti all’orrore e non cedere all’indifferenza”. E’ vero! non c’è solo Gaza. Però siamo assolutamente d’accordo con coloro che hanno definito la Striscia un simbolo di quanto estremamente disumano possa accadere ad una popolazione. Ecco perché è necessario sottolineare il fatto “che a Gaza, sta morendo l’umanità” e che così facendo – forse – riusciremo anche a risollevare l’orrore e fermare la strage e con essa tutti gli altri conflitti in corso. Sulla pagina Memoriale della Shoah del sito del Museo di Milano, così viene introdotto il  luogo di memoria e incontro negli spazi sottostanti alla Stazione Centrale di Milano: “Un luogo unico in Europa, in quanto rimasto sostanzialmente integro, come era in origine. Situata al di sotto dei binari ferroviari ordinari, originariamente adibita al carico e scarico dei vagoni postali, fu tra il 1943 e il 1945 un luogo in cui migliaia di ebrei e oppositori politici furono caricati su vagoni merci e condotti ai campi di concentramento (Bergen Belsen) e sterminio (Auschwitz-Birkenau) o ai campi italiani di raccolta, come quelli di Fossoli e Bolzano. Il Memoriale della Shoah è un luogo di commemorazione, di studio, ricerca e confronto”. In relazione ai due contesti quel ci colpisce è il grido di dolore lanciato nell’epoca che stiamo attraversando, nella quale  si sta correndo il serio rischio dell’INDIFFERENZA innazi al genocidio, evocazione che accomuna le due situazioni meneghine sopra citate. Da qui nasce il motivo del coinvolgimento del giudice emerito Giuseppe Di Lello, il quale ci ha consegnato questa sua dichiarazione di seguito riportata.   Nella stazione ferroviaria di Milano – binario 21 – è stata allestita una toccante zona museale dedicata alla Shoah con le carrozze del famigerato treno che portava gli ebrei milanesi rastrellati verso i vari campi di sterminio. Vi campeggia, voluta dalla senatrice a vita Liliana Segre, una enorme scritta “INDIFFERENZA” come marchio d’infamia per i tanti che guardavano senza alcun moto di pietà quel treno pieno di umanità dolente mandato a morte: non si poteva pensare ad una scritta più appropriata, forse di maggior impatto di quella che Danilo Dolci per la mafia scriveva a calce su un muro “CHI TACE E’ COMPLICE”. Sono passati decenni e quello scenario di genocidio programmato si sta riproponendo sotto i nostri occhi, con quelli che furono vittime e che oggi sono i carnefici, questa volta con il mondo intero che soffre e tifa per la Palestina, ma con i nostri governanti accecati dalla sempre infame indifferenza.  Si protesta con veemenza per una messa mancata del cardinale Pizzaballa e non si è in grado di reagire per gli oltre settantamila morti di Gaza, per un Medio Oriente ormai raso al suolo, imponendo sanzioni e annullando qualsiasi tipo di cooperazione con questi nazisti del ventunesimo secolo.  A noi non resta che protestare, ma forse un piccolo contributo alla causa della Palestina la possiamo dare impegnandoci a cacciare dal governo la Meloni e amputare una parte importante di questa internazionale fascista raccolta intorno a Trump e a Netanyahu.    Redazione Italia
April 14, 2026
Pressenza
Intervista al pacifista israeliano Omri Evron: “Non smettiamo di mobilitarci, in Israele e in tutto il mondo”
D: Non smette di stupirci questo movimento pacifista arabo-israeliano, che settimana dopo settimana sta riguadagnando la piazza, o meglio le piazze, perché le manifestazioni che si sono mobilitate questo ultimo week end (in particolare sabato sera, 11 aprile) erano davvero tante: Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, ben 17 le postazioni che hanno risposto all’appello. E il primo a dichiararsi stupito è lo stesso Omri Evron, pacifista da sempre, oltre che membro attivo di Hadash (Partito Comunista Israeliano) e da un paio d’anni alla co-direzione della Peace Partnership Coalition che è stata il principale motore di questa mobilitazione. Lo abbiamo raggiunto per telefono ed ecco il suo commento: R: Se penso alle prime uscite in risposta all’attacco israelo/americano all’Iran del 28 febbraio, non riesco quasi a credere alla partecipazione cui abbiamo assistito l’altra sera: straordinaria, colorata, rumorosa, creativa, da pochissimi che eravamo siamo cresciuti moltissimo in poco più di un mese. E nonostante la repressione che avevamo subito il 4 aprile, quando siamo stati violentemente aggrediti dalle forze dell’ordine, dispersi con gli idranti, per non dire dei 17 arresti, eccoci di nuovo in tanti l’altra sera a Tel Aviv: Habima Sq. traboccante di cartelli, striscioni, tamburi, caroselli, pupazzi con le facce di Trump e Netanyahu da mandare a casa, eravamo almeno dieci mila. Un successo reso possibile dalla quantità di organizzazioni che hanno aderito alla convocazione, impossibile citarle tutte ma ti basti dare un’occhiata alla locandina: una sessantina di loghi diversi e il dato importante è la compresenza di sigle arabe insieme a quelle israeliane. Una risposta che chiaramente esprime un netto calo di consensi verso questo regime di guerra infinita che il governo di Netanyahu vorrebbe imporci come unica sicurezza possibile! D: Raccontaci la tua storia: israeliano, comunista e convintamente pacifista… R: Sono nato a Giaffa che originariamente era una città palestinese, poi assorbita dall’espansione di Tel Aviv. Sono quindi cresciuto in un ambiente misto, dove l’ebraismo si trova a convivere per forza con le tradizioni arabe, il che è raro per chi vive in Israele e inevitabilmente soffre di una semi totale mutua segregazione, con pochissime possibilità di incontro. Mi considero un privilegiato, sia per l’ambiente che per la famiglia che mi ha generato, per niente allineata con la dominante ideologia sionista: i miei nonni erano comunisti, i miei genitori mi hanno sostenuto in tutte le mie scelte soprattutto quelle più difficili. Per esempio quando a 18 anni, in risposta alla chiamata per il servizio militare, ho promosso quella lettera degli shministim (giovani obiettori di coscienza). Era il 2005, nel pieno della 2nda intifada, e siccome eravamo in 250 a dichiararci refusenik la cosa fece rumore. Oltre a costare ad alcuni di noi qualche mese di prigione, perché l’IDF non ha mai riconosciuto l’obiezione di coscienza. In compenso la nostra iniziativa venne non poco apprezzata all’estero, e un paio di anni dopo eccomi invitato da varie situazioni pacifiste anche in Italia (compreso il Sereno Regis ndr). Bello vedere tanti giovani israeliani che stanno seguendo il nostro esempio… Quanto al mio impegno politico: ho cominciato da ragazzino, affiliato alla Gioventù Comunista e sempre più presente alle proteste contro l’occupazione in Cisgiordania. Da un paio di anni sono alla guida di questa Peace Partnership Coalition che, oltre a opporsi alla guerra come unica e permanente non-soluzione, rappresenta un raro esempio di riuscita coesistenza, tra tante diverse realtà sia ebraiche che arabe, sempre più spesso attive congiuntamente. Un ruolo molto coinvolgente e impegnativo, che ho il privilegio di condividere con la palestinese Sulafa Makhoul. D: Come è nata questa Peace Partnership Coalition, e in che senso si differenza dalla coalizione It’s Time che il 30 aprile si ritroverà per il Peace Summit di Tel Aviv? R: Siamo nati in reazione agli eventi del 7 ottobre. Era il dicembre del 2023 e tutte le componenti del cosiddetto ‘campo di pace’ israeliano erano allo sbando: nessuno osava esprimersi in dissenso nei confronti del governo, e ogni minima espressione di pubblica protesta, anche da parte di Hadash che pure gode di legale riconoscimento, veniva dispersa dalle forze dell’ordine. La conclusione fu tentare la carta della coalizione: se da soli non contavamo quasi più nulla, insieme potevamo sperare di renderci un po’ meno invisibili, sebbene in minoranza rispetto al maggioritario bellicismo della società israeliana. E così è stato: la maggior parte delle manifestazioni di denuncia contro l’occupazione e contro la guerra che sono state inscenate in Israele durante questi due anni e mezzo sono successe grazie a questa nostra Peace Partnership Coalition che ormai conta una sessantina di sigle. Naturalmente aderiamo alla It’s Time Coalition, con la quale condividiamo gli obiettivi di fondo, oltre alle decine di sigle che fanno parte di entrambe i fronti. L’unica differenza è operativa. Mentre loro si concentrano su uno o due grandi eventi all’anno, la nostra coalizione è espressione di una mobilitazione pressoché permanente a livello di base, grazie al contributo dei tanti comitati attivi in Israele all’interno di Hadash e alle situazioni equivalenti in Cisgiordania. Il fatto che siano numericamente in crescita conferma il valore di questa nostra rete, in risposta al crescere delle criticità a livello sociale. Possiamo quindi definirci un ponte, o meglio un diffuso punto di ascolto: tra il movimento pacifista all’interno di Israele, con la sua storia, e le rappresentanze attive su traiettorie analoghe all’interno della società palestinese. Un indubbio punto di forza della nostra coalizione è Hadash e il credito di cui gode all’interno del fronte arabo: in radicale opposizione all’apartheid e al genocidio; e in difesa dei valori democratici, in condizioni di totale parità di diritti. A cominciare dal diritto all’autodeterminazione: passaggio imprescindibile per il riconoscimento del popolo palestinese e unico presupposto per una pace duratura e sostenibile in questa regione. D: Però i sondaggi parlano di un crescente consenso per Netanyahu,e proprio grazie alla guerra con l’Iran… R: Credo che la situazione sia ben più dinamica di quel che fotografano i sondaggi, le cose cambiano molto rapidamente. È vero che all’inizio dell’attacco israelo-americano contro l’Iran c’era un generale consenso a favore della guerra,il che spiega lo scarso successo dellenostre prime manifestazioni subito disperse dalle Forze dell’Ordine e sbeffeggiate sui social. Ma rispetto alle guerre precedenti il consenso si è sgretolato più velocemente .Anche se non sta soffrendo come a Gaza o in Libano, lapopolazione israeliana è stanca di questo stato di guerra permanente, senza alcuna prospettiva all’orizzonte. Già prima del fragile cessate il fuoco si avvertiva una generale avversioneverso questo stato di cose e la situazione è destinata ad aggravarsi con il fallimento dei negoziati di Islamabad. Ed è per questo che dobbiamo continuare a mobilitarci, in Israele come in tutto il mondo, cosa che sta succedendo. Io resto ottimista. Articolo originale: https://serenoregis.org/2026/04/13/intervista-al-pacifista-israeliano-omri-evron-non-smettiamo-di-mobilitarci-in-israele-e-in-tutto-il-mondo/     Daniela Bezzi
April 13, 2026
Pressenza
Intervista a Beppe Caccia. Verso una nuova stretta ai diritti dei migranti: blocco navale con il nuovo ddl
Bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato venerdì 10 aprile il disegno di legge in materia di immigrazione che include la delega per l’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo, varato dal Consiglio dei ministri l’11 febbraio. Con un valore di 40 milioni di euro, ora l’iter procederà verso il Senato. > IL DDL PREVEDE, FRA L’ALTRO, CHE I MIGRANTI TRATTENUTI NEI CPR – I LAGER DI > STATO – POSSANO USARE TELEFONI MA SOLO SENZA FOTOCAMERA, PER EVITARE CHE > DOCUMENTINO GLI ABUSI. SPARISCE INVECE IL DIVIETO DI ACCESSO DEI PARLAMENTARI > NEI CPR > > NON SOLO: IL DDL STRINGE ANCORA DI PIÙ LE MAGLIE DEL TESTO UNICO > SULL’IMMIGRAZIONE E INTRODUCE IL BLOCCO NAVALE, CONTRO LE ONG CHE SALVANO > MIGRANTI IN MARE “È necessario che tutti i movimenti sociali, associazioni, si prendano in carico la lotta contro questa ipotesi di legge” dichiara Beppe Caccia, uno dei fondatori di Mediterranea Saving Humans ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Abbiamo imparato in questi anni che quando vengono tolti i diritti ai migranti, ai richiedenti asilo, ai rifugiati, alle persone che già sono più deboli… questo crea la premessa a un attacco che poi si estende a tutti e tutte”. ASCOLTA L’INTERVISTA A BEPPE CACCIA AI MICROFONI DI RADIO ONDA D’URTO ASCOLTA O SCARICA Redazione Italia
April 12, 2026
Pressenza
Pensionata ucraina di madrelingua russa: “Tutti vogliamo semplicemente vivere in pace”
Sono ospite a Charkiv/Char’kov di una coppia di pensionati amici di una mia amica di Roma. Sono persone gentili, anzi squisite. Mi hanno portato a visitare la città e la moglie mi ha preparato prelibatezze della cucina ucraina a partire dal boršč, la zuppa rossa che recentemente l’ UNESCO ha aggiunto alla lista immateriale del patrimonio dell’umanità. Monastero ortodosso Centro commerciale Teatro dell’Opera Chiedo ad Ana (nome di fantasia), che comprende benissimo e parla abbastanza bene l’italiano, se mi concede una breve intervista. Ha poco più di sessant’anni, lavorava come infermiera in un orfanatrofio, ma la pensione è di ottanta euro, non aumenta mentre i prezzi continuano a salire e così deve lavorare. Suo marito lavorava in una fabbrica di aeroplani; anche lui è in pensione, ma riceve solo 130 euro e quindi lavora come vigilante nello stesso orfanatrofio della moglie. Quali sono i tuoi ricordi dell’Unione Sovietica? Ho dei bei ricordi, chissà, forse perché ero giovane: guardavano con ottimismo al futuro perché la vita migliorava per tutti, eravamo orgogliosi di essere cittadini sovietici e non vedevamo problemi tra i diversi popoli dell’Unione. Tutti avevamo un lavoro e una casa, non eravamo ricchi, ma l’essenziale non ci mancava; era una vita modesta ma dignitosa. Poi dopo la caduta dell’Urss sono esplosi i nazionalismi e in Ucraina delle due lingue ufficiali si è eliminato il russo e si è imposto l’ucraino per qualsiasi cosa. Qui a Char’kov la maggioranza è formata da gente di origine russa; tutti conoscono le due lingue e nessuno bada alla madrelingua degli altri. Ci sono tante famiglie con un genitore di origine russa e l’altro ucraino e così i figli sono perfettamente bilingui. I miei nonni e i miei genitori erano ucraini di origine russa; io penso e in genere parlo in russo, ma conosco molto bene l’ucraino e so usarlo quando serve. Ovviamente per me dovrebbero essere le due lingue ufficiali dell’Ucraina, come succedeva una volta. Tu come ti definisci? Ucraina di madrelingua russa o russa che vive in Ucraina?  Io sono russa e ucraina allo stesso tempo, come molti del resto. Anche se la mia madrelingua è il russo, non voglio vivere sotto un’occupazione militare. Serve un cessate il fuoco immediato, una tregua per fare una trattativa vera… La Federazione Russa e Putin non si fermeranno se non avranno il Donbass. Ci sono già troppe vittime: solo in Ucraina si parla di ottocentomila morti. Tutti ormai hanno un famigliare, un parente, un amico, un conoscente morto al fronte. Poi ci sono le città: quelle a ridosso del fronte, a pochi chilometri da qui, sono interamente distrutte e disabitate. Quindi qui ci sono tantissimi profughi arrivati da quelle città distrutte o dalle regioni dell’Est, sia perché era troppo pericoloso restare là e sia perché, pur essendo di madrelingua russa, non volevano vivere sotto un’occupazione militare. Inoltre tante persone di Char’kov (Charkiv) hanno lasciato la città, ritenendola troppo pericolosa e sono andati nelle regioni dell’Ovest o all’estero. In Ucraina ora ci sono dieci milioni di abitanti in meno rispetto a prima della guerra. Com’è la situazione a Char’kov? Nei primi due anni di guerra la situazione era terribile: il fronte era molto vicino e tutte le notti, alle quattro, la città era colpita da missili e droni, sentivamo le esplosioni e vedevamo il fumo nero. Ora il fronte é più lontano, gli attacchi sono diminuiti, ma possono arrivare a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo; è stressante vivere con questo pensiero e così cerchiamo di fare come nulla fosse. Le sirene suonano in continuazione, ma ci siamo abituati e nessuno ci fa più caso. Almeno però tutti i mezzi pubblici, autobus, filobus e metropolitana, a Char’kov sono gratuiti, così spostarsi è facile. Comunque la paura non passa, ce la portiamo dentro; dall’inizio della guerra a Char’kov sono morte in questi attacchi più di cento persone, forse duecento. Di fronte alla tua casa c’è una bellissima scuola, ma mi sembra chiusa. Le scuole funzionano? No, sono chiuse e le lezioni si fanno on line. Talvolta si organizzano lezioni in locali sotterranei della metropolitana. Questo perché i russi sostenevano che i soldati ucraini usavano le scuole come caserme. Secondo te perché è iniziata questa guerra e perché non si riesce a fermarla? Ti dico la verità: per me è una guerra assurda, quando è scoppiata non riuscivo a crederci, ancora non lo capisco e non so spiegarne le ragioni, ma la gente comune non c’entra. In Ucraina non ci sono mai stati problemi tra ucraini e russi di qui e non ci sono nemmeno adesso. La questione della lingua non è il vero motivo, è un pretesto. Certamente i nazionalismi esasperati portano alla guerra, ma il vero problema è un altro: ci sono grandi aziende che fanno enormi profitti con la guerra e quindi hanno interesse a far sì che continui. Queste corporazioni corrompono i politici, che stanno così al loro servizio; per questo finora tutti i tentativi di arrivare a un accordo sono saltati, ma io ti assicuro che tutti vogliamo semplicemente vivere in pace.   Mauro Carlo Zanella
April 10, 2026
Pressenza
La NBA minaccia l'Europa: la resistenza del basket popolare. Intervista alla Lokomotiv Prenestino
“Uno spettro si aggira per l’Europa!” ma purtroppo non ci riferiamo a quello preconizzato da Marx. Si tratta invece dell’NBAEU, il progetto che vorrebbe importare tout court il modello della massima competizione cestistica statunitense nel Vecchio continente. Come se si trattasse del granchio azzurro, del pesce leone o di una qualsiasi altra specie aliena invasiva, il rischio più che concreto è che calare dall’alto questo modello significhi distruggere radicalmente l’ecosistema circostante, costituito da un tessuto di relazioni sociali e sport di base che già vivono i propri (atavici) problemi e che potrebbero essere ulteriormente colpiti a morte da questa nuova trovata da padroni del vapori che – al di là degli slogan di facciata – non hanno fatto molto per nascondere il vero intento di quest’operazione che sta trovando diverse forme di resistenza a livelli, dai principali club europei, all’Eurolega, passando ovviamente per i collettivi dei tifosi. Noi ne abbiamo parlato con la comunità della Lokomotiv Prenestino, una realtà di basket popolare attiva a Roma Est che si è fatta tra le promotrici per di una campagna di sensibilizzazione e boicottaggio contribuendo alla creazione di una rete dal basso.   In cosa consiste esattamente il progetto NBA Europe? NBA Europe è il progetto di una nuova lega professionistica di pallacanestro in Europa, sviluppata congiuntamente dalla NBA (la principale lega professionistica statunitense) e dalla FIBA (la federazione internazionale pallacanestro), annunciata ufficialmente a marzo 2025 e attualmente in fase avanzata di realizzazione. Il lancio è previsto per ottobre 2027 e la lega dovrebbe contare 16 squadre (10-12 membri permanenti e almeno altri 4 a rotazione), che includerebbero sia club europei esistenti (come Real Madrid, Barcellona, Fenerbahçe) che nuove franchigie create appositamente. Le offerte per le franchigie sono state aperte nel primo trimestre 2026, la NBA ha ricevuto oltre 300 manifestazioni di interesse, ridotte a diverse decine di candidati seri. La decisione ufficiale sul lancio dovrebbe arrivare a brevissimo. Gruppi finanziari come Blackstone, CVC Capital Partners, RedBird Partners e General Atlantic stanno valutando investimenti. L’obiettivo è espandere globalmente il mercato della pallacanestro e in particolare il brand NBA sul modello già ampiamente affermato negli Stati Uniti d’America. Il progetto ha subito diviso l’opinione pubblica: da un lato c’è entusiasmo da parte dei fan del basket NBA, dall’altro preoccupazione per il potenziale impatto sulla già esistente Eurolega e sui campionati domestici.   Quale sarebbe il grosso cambiamento concettuale col basket che siamo abituati a vedere in Europa? Da decenni ormai stiamo assistendo, nella pallacanestro come in tanti altri sport, a uno progressivo scollamento, sempre più ampio e profondo, tra le leghe professionistiche e le categorie minori, le giovanili, la pratica sportiva amatoriale. In questo sistema capitalista, il considerare l’evento sportivo un prodotto che porti utili nelle casse dei proprietari delle squadre e in quelle di sponsor e investitori, giocoforza ha spinto tutto il sistema in una precisa direzione che privilegia alcuni aspetti piuttosto che altri, sia in campo che fuori. In questo la NBA rappresenta un caso limite un po’ da sempre, ma negli ultimi 10-15 anni c’è stata una grande accelerazione: chi gioca a basket si è sempre sentito dire dai propri allenatori “guardi troppa NBA” quando provava a fare una cosa strana o complicata, a rimarcare come la pallacanestro che si insegna e si gioca nella base è sempre stata molto diversa da quella che giocano i fenomeni della NBA. E se questo era vero 15, 20, 30 anni fa, adesso le differenze si sono estremizzate: il basket NBA attuale è fatto ormai quasi solo di schiacciate e tiri da 3 punti: fisici mostruosi, atletismo prodigioso, abilità individuali estreme e approccio ossessivo. Non c’è più nessuno spazio per le divergenze: giocatori con corpi più o meno normali c’erano in ogni squadra NBA fino agli anni ’90 come anche giocatori con doti atletiche limitate che però in campo usavano intelligenza o esperienza. Così come personaggi atipici o “romantici” come Dennis Rodman per i quali ormai sembra non esserci più alcuno spazio. Certo adesso la NBA è dominata dal serbo Nikola Jokic che (a parte i non trascurabili 211 cm di altezza) rappresenta un basket diverso fatto di intelligenza e abilità tattiche, con poca attenzione alle doti atletiche e un approccio al basket che certo non è ossessivo. Ma è la classica eccezione che conferma la regola. Il basket professionistico che vediamo in Italia e in Europa non è che rappresenti un modello molto migliore a nostro avviso. Di positivo c’è che un punto di vista tecnico e tattico: indubbiamente le squadre europee mostrano una maggiore diversità e si rapportano meglio con il basket della base (quantomeno le regole sono le stesse a cui giochiamo tutti dalla under13 in su!), inoltre nonostante l’evidente scollamento, le squadre che si esprimono ai massimi livelli nel basket europeo fanno comunque parte dello stesso sistema di enti e federazioni di cui fa parte anche una qualsiasi associazione sportiva come la Lokomotiv Prenestino affiliata alla FIP che disputa un campionato U13 o fa corsi di minibasket. È una montagna difficile da scalare, ma chi gioca o si impegna nel mondo della pallacanestro sta alla base di una montagna il cui vertice sono Eurolega e squadre nazionali. La NBA invece è un mondo chiuso, separato, che ha come unico obiettivo quello commerciale. E per motivi economici e finanziari è pronta a negare ai giocatori di presentarsi ai raduni delle squadre nazionali, è pronta a spostare una franchigia da una città a un’altra in barba alla tifoseria e alla comunità locale, a cambiare le regole del gioco e a sottometterle a esigenze commerciali (tutti gli appassionati sanno bene quanto siano frustranti i timeout della NBA prolungati all’infinito per dare spazio ai blocchi pubblicitari televisivi). Certo i campioni della NBA e le campionesse della WNBA sono quanto di meglio esista al mondo e, ovunque, fanno sognare ragazze e ragazzi, ma a nostro avviso quello che praticano è uno spettacolo, sempre meno avvincente a dire il vero, più che uno sport.   Che differenza ci sarebbe con l’Eurolega? Quale sarebbe esattamente il rapporto tra NBA Europe e Eurolega non è chiaro: si tratta di un progetto che nasce anche dalla FIBA, organizzatrice dell’Eurolega, quindi certamente in qualche modo le due leghe coesisterebbero ma non sappiamo come i giocatori si potrebbero muovere tra una lega e l’altra e quali sarebbero per le squadre delle città coinvolte i criteri di partecipazione a una o all’altra. Per quanto negli ultimi anni anche l’Eurolega si stesse gradualmente trasformando in una lega chiusa sul modello NBA, la differenza di fondo, a nostro avviso, rimane che il sistema europeo della FIBA prevede che all’Eurolega partecipino le migliori squadre dei campionati nazionali, che sono il vertice della piramide di un sistema in cui le associazioni sportive, chi meglio e chi peggio, sono radicate ognuna nel proprio territorio, creano dei movimenti che coinvolgono migliaia di persone tra bambini e bambine che riempiono i gruppi di minibasket e le categorie giovanili, le loro famiglie, i tifosi della prima squadra, gli sponsor e gli addetti ai lavori. Associazioni che da decenni si interfacciano con istituzioni e amministrazioni per portare avanti progetti sportivi, culturali, sociali, per la realizzazione e la cura di strutture e impianti, e che, se virtuose, veicolano valori e cultura sportiva e non solo a tutta la loro comunità.   Quali sono i rischi concreti per i team? Quali invece per le città e i territori che si ritroveranno a ospitare quest’evento itinerante? La vicenda di quest’anno della squadra di Trapani nella lega A1 italiana mostra al contempo sia lo stato di salute molto precario della scena cestistica professionistica nel nostro paese, sia i rischi in un contesto sportivo in cui al centro di tutto viene messo il denaro, come certamente sarebbe per NBA Europe. I giocatori sono semplicemente in cerca del miglior contratto, gli sponsor sono in cerca di ritorni per i loro investimenti, la proprietà e la lega sono in cerca di profitti. Rimangono le città e i tifosi che invece cercano passione, spirito di comunità, modelli da seguire per i ragazzi e per la società in generale. Questi sono obiettivi che nel migliore dei casi sono secondari per un progetto come NBA Europe e il rischio invece è che se una città non funzionerà a livello economico la NBA ci metterà poco a decidere di spostarsi su un’altra, come tante volte a già fatto negli USA: citiamo ad esempio la città di Seattle che circa 20 anni fa si è vista togliere la propria squadra, a cui era molto legata e che ancora aspetta l’occasione di rivederla.   Pensate ci possano essere ricadute positive? Il movimento cestistico italiano è a dir poco disastrato. A parte poche società di serie A1, tutte le altre navigano a vista, con situazioni finanziarie precarie. In questo contesto molti vedono la NBA Europe come un salvataggio, ma è evidente che, come accade sempre quando si aspettano “i salvatori” con i grandi capitali, solo in pochi potranno beneficiare davvero del capitale che la nuova lega porterà. Sappiamo bene che la NBA statunitense ha diversi progetti “sociali”, rivolti a comunità che vivono, ad esempio, in città o quartieri più problematici. A volte ristrutturano campetti di strada, altre volte danno borse di studio o collaborano con scuole di periferia. Ma sappiamo anche che è marketing, una sorta di “social-washing”, con cui ripulire l’immagine di una macchina da soldi che monetizza tutto ciò che gravita intorno alla pallacanestro. Che crea pressione sui giocatori e le giocatrici più giovani affinché siano competitivi e performanti a scapito del loro divertimento e della loro crescita personale; basti pensare al fatto che ormai sia prassi passare alla NBA dopo solo un anno di college, cosa che una volta era un’eccezione. Quindi no, non ci aspettiamo ricadute positive in generale e nel lungo termine, ma sicuramente ci aspettiamo episodi spot dove i grandi ricchi buoni faranno cadere dalle loro tasche gonfie qualche spicciolo a favore di telecamera, per dimostrare che in fondo loro sono i buoni della storia.   Esiste un network di questa mobilitazione? Quali sono le principali realtà che lo animano? Abbiamo deciso di lanciare la campagna il prima possibile, sapendo che ancora manca almeno un anno e mezzo alla potenziale prima partita di una eventuale NBA Europe. L’abbiamo fatto perché crediamo che sia necessario fare rete subito, confrontarsi, capire quali sono gli strumenti migliori e coinvolgere più persone possibili. Solo così possiamo farci sentire ed evitare di subire in maniera passiva uno stravolgimento del nostro amato sport. Siamo partiti da Roma, dove stiamo coinvolgendo anche le altre realtà di sport popolare, come Atletico San Lorenzo e All Reds basket di Acrobax. I compagni e le compagne dell’Aurora Vanchiglia di Torino hanno già risposto al nostro appello e stiamo organizzandoci per diffondere la campagna nei prossimi eventi primaverili ed estivi che ci attendono. Chiunque voglia aderire, come singolo o come associazione, può riempire il modulo (o contattarci) presente sui nostri canali social.   È possibile ripartire da un circuito popolare? È possibile e soprattutto necessario. Solo con una partecipazione popolare il basket può salvare se stesso e rimanere il fantastico gioco che è, punto di incontro e socialità, di scambio e di crescita. Abbiamo visto nel calcio cosa significa cedere un intero sistema al capitale: esclusione delle fasce più povere della società, non solo come giocatori e giocatrici, ma anche come tifosi e tifose. Miliardari che spostano soldi e rubano uno sport creando barriere all’accesso a chi non è gradito, a chi non può portare nelle loro tasche altri soldi. A eccezione, ovviamente, dei fenomeni su cui costruire una narrazione fatta di “sogni”, “forza di volontà” e l’inganno che tutti possano farcela. Sport popolare, invece, vuol dire pratiche quotidiane di collaborazione e condivisione, accesso per tutti e tutte, muoversi ogni giorno tenendo a mente i punti fermi del divertimento e della salute. Vuol dire, come dice il movimento zapatista “camminare al passo del più lento”. Questi ideali finiscono per strabordare dalle mura di una palestra o di un campetto, e portano benefici sociali in tutto il territorio: nelle scuole, nelle strade, nelle singole famiglie.   Quali pensate saranno gli sviluppi del basket in Italia? Il basket in Italia vive un momento di grandi contraddizioni: da un lato i tesserati alla federazione sono in calo, con un’emorragia preoccupante soprattutto nella fascia di ragazzi e ragazze dai 13 ai 15 anni, un problema che non ci sembra stia venendo adeguatamente discusso e affrontato da enti e federazione. Dall’altro invece viviamo in un momento di grande fermento, con le squadre nazionali giovanili e femminili che stanno ottenendo ottimi risultati, grazie al lavoro sul territorio della FIP e all’arrivo e alla crescita di nuovi talenti, molti dei quali ragazzi e ragazze immigrati di seconda generazione. A frenare tutto il movimento in molti territori è la carenza di impianti sportivi adeguati e in generale di risorse e attenzione dedicate al movimento di base. Questo è quello che serve e chiediamo: risorse, cura, attenzione per lo sport di base, non l’ennesimo circo succhia soldi.   Intervista a cura Giuseppe Ranieri
April 9, 2026
Sport popolare
Yurii Sheliazhenko: il mondo sarà migliore senza eserciti e senza guerre
A Kiev ho rivisto Yurii Sheliazhenko, recentemente rilasciato dopo una detenzione arbitraria; ci siamo trovati con un altro obiettore di coscienza, Oleksandr Ivanov, pacifista e  quacchero. Oleksandr è nato a Donetsk e vive a Kiev dal 2015, quando iniziò la guerra nel Donbass. Prima di essere arruolato a forza lavorava in banca.  Raccontatemi cosa vi è successo. Come si è comportata la polizia, se avete visto un giudice e se avete potuto parlare con il vostro avvocato. Come molte persone, Oleksandr è andato a Kiev per evitare l’occupazione russa. Lavorava in banca come impiegato e, a volte, come corriere. Ora non può lavorare ufficialmente perché è stato arruolato con la forza, trattenuto in un’unità militare per un mese e mezzo, ha subito maltrattamenti e tentativi di costringerlo ad abbandonare le sue convinzioni anti-militariste ed è uscito dall’unità militare senza autorizzazione; per questo rischia una pena dai 5 ai 10 anni di carcere. Tuttavia, ci sono più di 200.000 persone nella sua stessa situazione, quindi la polizia non ha fretta di cercarlo, anche se potrebbe essere arrestato durante i raid o ai posti di blocco. E’ uno degli studenti della Scuola di Pacifismo FREE CIVILIANS (CIVILI LIBERI). Quando ha lasciato l’unità, un ufficiale ‘simpatizzante’ gli ha consigliato di mantenere un profilo basso — lui sospetta che qualcuno stia semplicemente intascando il suo stipendio da soldato. Per la legge Oleksandr è considerato un disertore?  A te invece hanno intimato di arruolarti? Sei un renitente alla leva, Yurii?  Quando Oleksandr ha chiesto il rispetto dei suoi diritti come obiettore di coscienza in una società democratica, un comandante gli ha risposto: dimentica la democrazia, non c’è democrazia in Ucraina e non ci sarà mai. Le reclute venivano trattate come prigionieri, scortate sotto sorveglianza dalla tenda alla mensa. Si ammalavano facilmente e tossivano in continuazione, specialmente dopo la pioggia, al freddo, quando le tende venivano inondate dal fango e nessuno forniva loro cure mediche adeguate. Al poligono di tiro, Oleksandr è stato bersaglio di spari con proiettili veri nella sua direzione, mettevano a rischio la sua vita perché si rifiutava di imbracciare le armi; in seguito gli hanno spiegato che è un modo usuale di umiliare gli obiettori di coscienza, una pratica in uso nell’esercito fin dai tempi sovietici. Ho ottenuto una sentenza del tribunale che ordina l’apertura di un’indagine sull’arruolamento forzato e sui maltrattamenti subiti da Oleksandr, ma l’Ufficio Statale di Investigazione ha ignorato la decisione della corte. L’Ombudsman Lubinets, la commissione parlamentare per i diritti umani, ha scritto che non prenderà provvedimenti in seguito alla mia denuncia riguardante le violazioni dei diritti di Oleksandr. Attualmente non sono accusato né sanzionato ufficialmente per inosservanza dei regolamenti sulla registrazione o sul servizio militare, né in procedimenti amministrativi né penali, nonostante io abbia dichiarato più volte la mia obiezione di coscienza. Forse mi accuseranno di qualcosa dopo la detenzione e la tortura, solo per far finta che le loro azioni fossero legali — non lo so. Inoltre, non sono un renitente alla leva, sono un obiettore di coscienza. È una differenza che molti in Ucraina non comprendono, purtroppo giudici e avvocati compresi. Il renitente è una persona che cerca semplicemente dei modi per aggirare gli obblighi del dovere militare, di solito per paura della morte, per mancanza di senso di responsabilità civica o per altri motivi prevalentemente egoistici. Ai renitenti non importa del bene comune. Al contrario, gli obiettori di coscienza hanno a cuore il bene comune, specialmente la sacralità della vita umana e della dignità: la guerra viene da noi intesa come omicidio di massa su scala industriale e gli eserciti che perpetuano il bagno di sangue sono per noi istituzioni profondamente disumane. La coscienza, illuminata dalla religione o dalle convinzioni personali, ci dice che è assolutamente immorale e impossibile prendere parte a tali barbare istituzioni di morte o sostenerle. Gli obiettori di coscienza rifiutano di uccidere per creare un mondo migliore, dove tutti si rifiutino di uccidere e non ci siano più guerre — o almeno per fare dei passi verso questo mondo, mostrando un esempio personale di coraggio nella resistenza nonviolenta alle guerre e al militarismo. Idealmente, ogni Paese dovrebbe avere un servizio non militare per proteggere la pace dalle minacce di aggressione e tirannia attraverso l’azione nonviolenta; tali agenzie potrebbero essere gestite e impiegate da obiettori di coscienza che si siano offerti volontari o siano stati convocati (invece di qualsiasi forma di coscrizione) e, col tempo, potrebbero sostituire gli eserciti. Il mondo sarà migliore senza eserciti e senza guerre. È possibile avere una stima di quante persone siano in carcere per aver rifiutato di combattere? Attualmente ci sono 110 prigionieri di coscienza incarcerati palesemente per la loro obiezione di coscienza motivata da ragioni religiose, secondo le decisioni dei tribunali. Ci sono inoltre migliaia di obiettori di coscienza trattenuti con la forza nelle unità militari. Ci sono innumerevoli casi di torture e trattamenti crudeli, nonostante ne siano stati documentati solo  decine — è molto difficile documentarli — e ancora non si indaga su di essi in Ucraina, sebbene siano stati segnalati a livello internazionale dall’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) e da alcune organizzazioni della società civile. Il numero di persone condannate per reati correlati è più elevato. Secondo le statistiche del 2025 ci sono 377 condanne per renitenza alla leva, 583 per allontanamento non autorizzato (AWOL), 78 per diserzione, 408 per disobbedienza e 46 per elusione del servizio militare tramite autolesionismo o altri mezzi. Il numero di indagini non concluse è molto più ampio ed è stato reso segreto per nascondere le centinaia di migliaia di persone che non vogliono essere schiave della guerra e dell’esercito, una triste realtà per i militaristi. Dal tuo rilascio in poi sei stato lasciato in pace? Sì e no. Le minacce menzionate nel comunicato stampa sulla mia situazione permangono: potrei essere arruolato con la forza e sono ancora sotto processo, il che potrebbe concludersi con una condanna fino a 5 anni di prigione, per l’assurda accusa di aver giustificato l’aggressione russa nella dichiarazione pacifista ‘Agenda di pace per l’Ucraina e per il mondo’, la quale in realtà condannava l’aggressione e invitava a resistervi in modo nonviolento. Il problema è che nessuno vuole indagare sulla mia detenzione arbitraria e sulla tortura. Ho ricevuto una lettera dall’Ufficio Statale di Investigazione in cui si afferma che non considerano ciò che mi è accaduto un crimine e hanno inviato la mia denuncia proprio al centro di reclutamento, come se volessero incoraggiarli a continuare a trattare le persone crudelmente assicurando loro l’impunità. Inoltre, il Commissario parlamentare per i diritti umani, Dmytro Lubinets, ha firmato personalmente una lettera rifiutandosi di porre fine ai tentativi di costringere gli obiettori di coscienza a servire nell’esercito e a essere registrati per la coscrizione contrariamente alla loro religione o alle loro convinzioni. Trattando me e altri in questo modo, l’Ucraina viola gli obblighi internazionali sui diritti umani secondo gli Articoli 3, 5 e 9 della Convenzione Europea dei Diritti Umani. Quando sono stato prelevato con la forza e portato al centro di reclutamento, picchiato e torturato, non c’erano accuse né procedure formali, nessun arresto ufficiale amministrativo o penale. Si è trattato di una detenzione arbitraria. Sono stato trattenuto e umiliato per due giorni, ma alcuni obiettori di coscienza sono stati tenuti in condizioni molto peggiori per mesi. Secondo la Commissione d’inchiesta internazionale indipendente sull’Ucraina, nei campi militari alcuni obiettori di coscienza sono stati sottoposti a punizioni e pressioni psicologiche, come finte esecuzioni, reclusione in una fossa scavata nel terreno per lunghi periodi, anche in inverno, minacce di violenza sessuale e privazione di cibo. Come sai, sono un quacchero e un pacifista, un obiettore di coscienza. Quindi, quando sono stato fermato una sera da due agenti di polizia e da una persona in divisa che si è rifiutata di identificarsi, ho dichiarato di non essere soggetto al dovere militare e ho manifestato la mia obiezione di coscienza. Mi hanno caricato con la forza in un’auto e trasportato al centro di reclutamento, dove sono stato picchiato, colpito con spray al peperoncino in pieno viso, trascinato sul pavimento per i piedi e persino per i capelli — è stato molto doloroso — e ho subìto numerosi abusi verbali, minacce, insulti e incitamenti all’odio. Tutto questo a causa della mia obiezione di coscienza e delle mie richieste di rispettare i miei diritti umani, di porre fine agli abusi e di rilasciarmi dalla detenzione illegale. Mi hanno sottratto con la forza il mio smartphone e non mi è stato restituito, privandomi così di ogni comunicazione con parenti, amici o con un avvocato. Non mi hanno rilasciato nemmeno quando ho spiegato che avrei dovuto rappresentare l’Ufficio Europeo per l’Obiezione di Coscienza (EBCO) in un webinar presso la Corte Europea dei Diritti Umani. Ogni mio tentativo di spiegare le mie posizioni e di essere rilasciato è stato interrotto con la violenza. Le altre persone trattenute con me erano disperate e dicevano che venivamo trattate come animali, non come esseri umani; io cercavo di rassicurare i compagni di detenzione con la preghiera e racconti di resistenza nonviolenta alla guerra. Poi, improvvisamente, al secondo giorno di detenzione, sono stato rilasciato. Mi è sembrato un miracolo e, mentre tornavo a casa, ho pianto in metropolitana. Naturalmente, simili miracoli non accadono senza una buona dose di lavoro e solidarietà, quindi sono grato a tutte le persone che hanno espresso preoccupazione e inviato lettere di protesta alle diverse autorità. Sono grato alla grande famiglia mondiale dei quaccheri che mi ha sostenuto nella Luce, nelle loro preghiere, e ha agito secondo la nostra testimonianza di verità. Quando si verifica un’ingiustizia, la verità deve essere detta a chi ha il potere, affinché la coscienza possa risvegliarsi e portare a riparare i torti subiti. Alla fine dell’ intervista Yuri ci propone di fare un selfie con la bandiera della pace; un uomo  si offre di scattare le foto e ci esprime la sua totale solidarietà. E’ un insegnante e dopo essersi complimentato con Yurii gli dà il suo recapito per rimanere in contatto. Infine Yuri mi aiuta a chiamare un taxi perché il mio hotel sta dall’altra parte della città e vige il coprifuoco. Lo saluto e lo abbraccio a nome di tutta la comunità di Pressenza.   Mauro Carlo Zanella
April 9, 2026
Pressenza