Roma, due mattine al presidio di Spin Time

Pressenza - Sunday, August 9, 2026

Entro con il passo felpato nel pezzo di strada davanti allo storico centro sociale-culturale-abitativo, ora con l’entrata sbarrata: c’è un mondo che sta iniziando una nuova giornata – qualcuno si alza proprio adesso dalla brandina, qualcun altro è ancora steso, altri sono seduti intorno a un tavolino; vedo bottigliette d’acqua e qua e là cenni di colazione. Diverse persone sono ancora dentro le tende di tutti i colori che occupano il centro della strada e in parte anche i marciapiedi. Sento di star muovendomi in uno spazio più privato che pubblico, specie a quest’ora e guidata da una donna a cui chiedo dov’è qualcuno dell’organizzazione arrivo a un grande gazebo sotto il quale ci sono tavoli pieni di cose varie.

Intorno ad essi si muovono in contemporanea diverse persone portando avanti diverse iniziative: c’è chi prepara le fette di pane con la nutella e chi mette le cialde nella macchina del caffè, mentre dall’altra parte ci sono più persone che si muovono fra montagna di vestiti, parte su un tavolino, parte negli scatoloni e parte sistemati in bell’ordine su scaffali. Ho portato una piccola quantità di materiale che era stato richiesto in un elenco che circolava nelle chat: per fortuna viene accettata, anche se proprio la sera prima mi era stato comunicato che al momento non serviva più niente perché avevano avuto tantissime donazioni; serviva stare lì a sostenere il presidio.

Dichiaro la mia disponibilità a rendermi utile per un’ora e mi si indirizza nella zona ‘vestiti da smistare’. Mi metto subito a cooperare con C., una signora peruviana molto pacata e molto fattiva: svuotiamo scatoloni e suddividiamo gli abiti – uomo/donna; più di 18 anni/meno di 18 anni; pantaloni/magliette/vestiti, li pieghiamo e via negli scaffali. Quando ho preso la mano con il lavoro cerco di intavolare una conversazione: C. sta a Spin Time dall’inizio dell’occupazione, 2013, ed erano già circa 10 anni che stava a Roma. Mi parla del suo cane che era riuscita a portar fuori dopo l’incendio, ma stando al caldo della strada -essendo anche anziano- non ha retto ed è morto. “Anche questo!” penso: il suo cane, la compagnia fedele di tutti quegli anni. E’ riuscita a farlo cremare. In una tenda diversa dalla sua c’è suo fratello, venuto in Italia dopo di lei, con la sua famiglia, anche lui un abitante di Spin Time. Il grosso dei vestiti da smistare è finito; l’ultimo scatolone lo si rimanda a dopo -dice una giovane volontaria- perché si sono fatte quasi le 10 e a quell’ora si apre la distribuzione: ogni persona viene lì a richiedere l’abito di cui ha bisogno.

Leggo in alto sul bordo del tendone: “Richieste necessarie”. Saluto e mi incammino a prendere la metro; vado via col proposito di tornare domattina, sempre molto sul presto, prima che il caldo diventi -come sta diventando in questi giorni, tutti i giorni- insopportabile. Tutti loro – le circa duecento persone che sono attualmente lì davanti alla loro casa sbarrata- devono organizzarsi per sopportarlo contrastandolo come possono. Prima di andare via fotografo alcuni dei tendoni posti a un’estremità del tratto di strada chiuso: c’è la “Mostra d’arte astratta del XXI secolo dei prodigiosi bimbi di Spin”; c’è una grande tenda rossa della “Stampa e comunicazione”; un pullmino dell’Unità Mobile Socio Sanitaria con scritto “Ascolto Orientamento Supporto per i cittadini dei Paesi Terzi” (scritta tradotta in varie lingue); appresso c’è un’autobotte di “Trasporto acqua potabile”; seguono dei gazebo bianchi con il simbolo del Comune di Roma: sono della Protezione Civile e su uno dei due è appesa una grande bandiera palestinese, come a dire che tutte le lotte si assomigliano e si avvicinano.

Uno spazio – questo della strada, di un pezzo di Via di Santa Croce in Gerusalemme – che in poco più di una settimana ha saputo organizzarsi molto bene. Uno spazio in cui si muovono persone dignitose e collaborative, cittadini del mondo abituati alla convivenza collettiva e alla condivisione e che ora si trovano nei caldissimi giorni di questo agosto ad affrontare la sfida più difficile. In questi 13 anni lo Spin Time ha dato molto – culturalmente, politicamente, musicalmente – al quartiere e all’intera città e la città ha risposto – nella sua veste più ufficiale (Sindaco, Prefetto, Curia) e nei tantissimi volontari, specialmente giovani, che sono lì a cooperare trascorrendo insieme lunghi pezzi di giornata in quel tratto di strada.

Il giorno dopo arrivo ancora più presto. C’è ancora più silenzio e comunque ci sono persone sveglie, in piedi o sedute sulle sedie o sulle stesse brandine. Mi dirigo spedita alla tenda delle “Necessità”: ho portato due buste di albicocche – che poi sistemo nei contenitori che pure ho portato; il ragionamento è stato: albicocca=potassio: ne abbiamo tutti bisogno. Sotto il gazebo si avviano le colazioni, ma c’è un qualche intoppo di cialde al momento mancanti o di generatore che non va, per cui le persone che si avvicinano per il caffè se ne tornano poi indietro con grande calma dicendo: “Torno più tardi”. Un ragazzo barbuto è lì intorno con chitarra a tracolla e suona qualcosa: gli propongo di fare un pezzo di Guccini e ci mettiamo a cantare “La locomotiva” e poi si spiluzzica qua e là fra Guccini, De André e Battiato. Una giovane volontaria che è lì alle colazioni chiede Rimmel. Poi si passa a un pezzo bellissimo degli Animals, House of the Rising Sun: ci vorrebbe un ‘sole nascente’ anche qui a Santa Croce in Gerusalemme. Spicca nel canto la voce di un altro volontario (o è un abitante di Spin Time?), un ragazzo che parla, sorride e ride. E’ anche lui sotto il gazebo con la sigaretta in bocca; poco prima proponeva a un altro ragazzo di cedergli le braghe che indossava in cambio di un altro paio di pantaloni leggeri.

Parlo un po’ con il chitarrista: ha una faccia buona, un’espressione cordiale e disponibile ed è venuto da Frosinone con la sua tenda. Ha 57 anni. Gli chiedo chi gli ha insegnato a suonare la chitarra (non fa semplicemente gli accordi, ma qua e là anche le melodie); mi dice che ha fatto la scuola. “E l’assemblea di ieri pomeriggio com’è andata?”. So che c’era anche il sindaco Gualtieri. Nonostante la chiusura che la proprietà dell’immobile ha opposto due giorni fa alle articolate proposte congiunte di Sindaco, Prefetto e Curia, Gualtieri si è comunque impegnato a trovare in tempi ragionevolmente brevi una sistemazione provvisoria per coloro che sono ancora in strada, anche dopo aver verificato che tutti quanti hanno i requisiti per avere una casa popolare (ma da quanto tempo a Roma questo enorme problema non viene più affrontato come meriterebbe?). Il confronto con il Sindaco di Vienna Michael Ludwig – pare che abbia raccontato ieri Gualtieri – è stato da vergognarsi: circa il 60% dei viennesi vive in case popolari o alloggi sociali sovvenzionati, con affitti accessibili anche per i ceti medi.

Saluto C., un’altra giovane volontaria che sta sistemando qualcosa sotto il gazebo e le faccio gli auguri, ma lei esprime le sue perplessità, in particolare legate al fatto che avvicinandosi Ferragosto sta venendo meno gente. E la gente, le persone, la solidarietà umana anche proprio fisica è basilare per chi si è trovato da un giorno all’altro a vivere fra due marciapiedi e a guardare da fuori la propria casa chiusa con i lucchetti, al punto che chi deve rientrare a prendere qualcosa di urgente lo può fare accompagnato dalla polizia, ma solo con l’autorizzazione del magistrato. A una donna che aveva lasciato dentro la dentiera l’autorizzazione non è stata data: piccole-grandi cose assurde e incomprensibili.

Mi avvio verso la metro comunque fiduciosa: ho la musica nelle orecchie e davanti agli occhi il sorriso di quelle ragazze e quei ragazzi.

 

Francesca Cerocchi