Tag - solidarietà

L’ IMPEGNO PER LA PACE E LA NONVIOLENZA
Le attività 2026-27 del nostro Gruppo Nazionale di educazione alla Pace e alla Nonviolenza La situazione internazionale e nazionale riguardo la Pace, il rispetto del diritto internazionale, dei diritti umani […] L'articolo L’ IMPEGNO PER LA PACE E LA NONVIOLENZA proviene da Movimento di Cooperazione Educativa.
“Non celebrateci, proteggeteci”. Rula Khateeb e la resilienza delle agricoltrici palestinesi
di Francesca Campanini — 15 Ottobre 2026 La rappresentante della Palestinian farmers’ union spiega il ruolo fondamentale svolto dalle donne nel settore agricolo in Cisgiordania. Durante il periodo della raccolta delle olive, che inizia ufficialmente il 15 ottobre, sono spesso le agricoltrici a raggiungere i terreni meno accessibili, oltre il muro dell’apartheid. Nel frattempo provvedono anche ad assicurare cibo per tutta la famiglia. “Ogni istante passato nei nostri campi aumenta il rischio di attacchi e di venire feriti dai coloni”   Uno dei training realizzati dalla Palestinian Women’s Agricultural Coalition tra gennaio e febbraio a Ramallah
October 15, 2026
ACS italia
La solidarietà che resiste alla guerra in Sudan
Mentre la guerra continua a devastare il Paese e gli aiuti internazionali faticano a raggiungere le popolazioni, migliaia di volontari sudanesi si mobilitano ogni giorno attraverso le Emergency Response Rooms. Cucine comunitarie, assistenza medica, evacuazioni, rifugi e sostegno ai più vulnerabili: una rete nata dal basso che tiene in vita intere comunità e potrebbe avere un ruolo anche nel futuro del Sudan. In Sudan, mentre la guerra infierisce da tre anni sulla popolazione civile e gli aiuti umanitari faticano ad arrivare, c’è una rete di volontari che ogni giorno salva migliaia di persone. Sono le Emergency Response Rooms (ERR), cellule operative di soccorso nate dal basso e diventate uno dei principali strumenti di assistenza della società civile sudanese. Distribuiscono cibo e medicine, gestiscono cucine comunitarie, evacuano feriti. Lo fanno senza grandi mezzi, comunicando attraverso chat di WhatsApp e muovendosi tra posti di blocco e territori controllati da forze rivali. Un lavoro indispensabile che è valso loro la candidatura al Premio Nobel per la Pace 2025 e, a inizio settembre di quest’anno, il Premio per l’umanità, la pace e la fratellanza tra i popoli, assegnato dalla Fondazione Balzan a istituzioni o singole persone che si sono distinte in opere umanitarie eccezionali. L’organizzazione era tra i nomi che circolavano maggiormente anche quest’anno alla vigilia dell’assegnazione del prestigioso riconoscimento assegnato dal Comitato norvegese. L’importanza delle Emergency Response Rooms è cresciuta insieme alle dimensioni della crisi. A più di tre anni dall’inizio della guerra, il Sudan conta ancora oltre 8,5 milioni di sfollati interni, mentre più di 5,1 milioni di persone sono rientrate nelle proprie aree d’origine, secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Il ritorno, però, non significa necessariamente sicurezza: molte famiglie rientrano in abitazioni danneggiate e in territori dove i servizi essenziali sono ancora largamente compromessi. A rendere ancora più difficile la risposta sono la scarsità di finanziamenti e, soprattutto, le difficoltà di accesso. In molte aree gli operatori umanitari internazionali devono confrontarsi con combattimenti, posti di blocco, autorizzazioni e ostacoli burocratici. L’Oim considera infatti i soccorritori locali, comprese le Emergency Response Rooms di Khartoum, un elemento importante nelle attività di risposta e di prima ripresa. Sia l’esercito regolare (Saf) sia i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) sono accusati di ostacolare l’accesso agli aiuti e di utilizzare l’assistenza alimentare come strumento di pressione politica e negoziale. Rallentano i permessi, impongono ostacoli ai convogli e, in un contesto segnato da attacchi alle strutture sanitarie, gli operatori umanitari sono spesso esposti ad accuse di ingerenza. È dentro questo vuoto che le ERR hanno costruito il loro spazio. Come sono nate le ERR Le prime sono nate a Khartoum dopo lo scoppio della guerra, nell’aprile 2023, per poi estendersi in altre parti del Paese. La loro origine affonda però negli anni precedenti. Molti dei volontari provenivano dai comitati di resistenza, le reti di giovani che avevano avuto un ruolo centrale nelle mobilitazioni contro il regime di Omar al-Bashir e che, durante la pandemia di Covid-19, avevano già organizzato forme di assistenza nei quartieri. Quando nell’aprile 2023 è cominciata la guerra tra le Sudanese Armed Forces (Saf) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, quelle reti erano già presenti sul territorio. Hanno così riconvertito la loro esperienza in una macchina di soccorso adattata alla guerra. Le ERR non sono Ong nel senso tradizionale del termine. Sono gruppi locali, spesso organizzati a livello di quartiere, che coordinano volontari e risorse attraverso reti informali. I numeri attribuiti alla rete sono imponenti: alcune stime parlano di oltre 26 mila volontari distribuiti nei 18 Stati sudanesi. Anche la comunicazione si è adattata alle condizioni della guerra. Le reti utilizzano applicazioni di messaggistica che consentono ai volontari di coordinare rapidamente richieste e interventi, cercando allo stesso tempo di ridurre i rischi di intercettazione. In particolare, alcuni gruppi utilizzano app di messaggistica criptata come Signal o Telegram per limitare il rischio di identificazioni e ritorsioni da parte delle forze armate. Perché il rischio è concreto. I volontari possono essere accusati dall’una o dall’altra parte di sostenere il campo avversario. In questi anni diversi operatori delle ERR sono stati arrestati, minacciati o uccisi. In una guerra in cui anche l’assistenza può essere interpretata come una presa di posizione, aiutare i civili significa spesso esporsi ad accuse di spionaggio o di collaborazione con il nemico. Le radici culturali e morali di questo modello di mutuo soccorso affondano nel concetto di nafeer, che in arabo indica una forma di azione collettiva e richiama l’antica tradizione sudanese dell’aiuto reciproco. Anche le risorse arrivano in gran parte dai cittadini stessi, in particolare dalla diaspora, vale a dire da quelle persone che nei decenni passati sono emigrate nei Paesi del Golfo o in Occidente. Attraverso micro donazioni, applicazioni di banking digitale e rimesse dirette, la diaspora sostiene quotidianamente l’azione dei volontari sul territorio. Cosa fanno concretamente le ERR? L’operato di questi gruppi varia in base alle necessità dei territori e alle risorse disponibili. I servizi principali riguardano l’assistenza medica di base e la distribuzione alimentare. I volontari gestiscono le takaya, cucine comunitarie che sfamano interi quartieri, aprono ambulatori, si occupano di evacuare e di individuare rifugi per i civili e recuperano salme per garantirne una sepoltura dignitosa. Non solo: nei comitati femminili viene offerto sostegno alle donne vittime di violenza e di stupri di guerra, mentre alcuni giovani insegnano inglese e arabo ai bambini, cercando di evitare che una generazione intera cresca senza istruzione. Nel tempo si sono aggiunte anche attività di raccolta dati e gestione dei media. Ad esempio, la ERR di Khartoum ha creato un progetto di mappatura “contro-militare” che, attraverso il linguaggio visivo, punta a superare la percezione riduttiva e militarizzata del conflitto sudanese, mettendo al centro il ruolo dei civili e della solidarietà sociale. Questo mostra come il ruolo delle reti di mutuo soccorso si spinga oltre l’assistenza: oltre a salvare vite nell’immediato, queste reti hanno sviluppato una capacità di intervento capillare e rapida, spesso difficile da replicare per le organizzazioni umanitarie che devono operare attraverso procedure e autorizzazioni. Per alcuni osservatori e per esponenti della società civile sudanese, queste “stanze” locali non sono soltanto una risposta all’emergenza di oggi, ma potrebbero rappresentare anche uno dei laboratori da cui partire per la ricostruzione democratica del Sudan di domani.   Africa Rivista
October 15, 2026
Pressenza
Studenti in piazza, manifestazioni in tutta la Francia
In Francia l’alleanza tra studenti e lavoratori in vista della manifestazione nazionale del 17 ottobre è più un desiderio che un dato obiettivo. I sindacati dei lavoratori  la fan da pompieri e la sinistra che si indigna per la repressione e la brutale repressione delle forze dell’ordine è la stessa che diceva che le proteste si fanno col voto. Quel voto che i sondaggi e le aggregazioni continuano a indicare come orientato saldamente a destra. Che evidentemente stride con l’evidenza di un protagonismo di piazza, che non coincide affatto con la tendenza delle urne. Perché In Francia come in Spagna le piazze sembrano orientarsi su contenuti radicali di opposizione alle derive neoliberiste che ripropongono pratiche e slogan di sinistra, mentre l’appuntamento con le urne traduce quella stessa insofferenza in una apparentemente inarrestabile avanzata delle destre. La piazza attiva (studenti, movimenti sociali, sindacati di settore, attivisti per il clima e per la casa) incarna la reazione diretta alle politiche di austerity, al carovita e alla precarizzazione. I suoi codici comunicativi usano il linguaggio classico o rinnovato della sinistra anticapitalista o sociale. Tuttavia, queste piazze rappresentano una quota mobilitata ma minoritaria della popolazione complessiva. La classe lavoratrice tradizionale e le fasce impoverite della periferia non partecipano ai cortei, vivono in  una condizione di isolamento e frammentazione sociale e avvertono come estranea  la politicizzazione o il collettivo da piazza. Va ricordato pure che in Italia come in Francia o  in Spagna, le forze di centro-sinistra o di sinistra progressista che hanno governato o governano hanno spesso adottato o avallato vincoli di bilancio e riforme di stampo neoliberista. Questa connivenza delle sinistre con le élite o le politiche d’austerità, ha permesso alla destra radicale di presentarsi come l’unica reale forza di rottura anti-establishment, intercettando il voto di protesta degli scontenti che rifiutano il status quo. Questo finora è un dato di fatto, ma è contingente, potrebbe non essere e andare fuori dagli schemi. E a proposito di schemi semplificati torniamo al punto di partenza: la grande manifestazione indetta in Francia per il 17 di ottobre ripropone un’alleanza tra studenti e lavoratori uniti nella lotta che potrebbe essere l’inizio di una nuova stagione di lotte, un nuovo autunno caldo o un maggio. Ebbene su questa prospettiva mi permetto di esprimere qualche dubbio, avendola sentita e risentita nel corso degli anni decine di volte, ogni volta con la convinzione che fosse la volta buona, e che l’inverno fosse finalmente finito. Oggi trovo solo superstiziosa, infondata e consolatoria, la credenza di un monopolio della sinistra buona sulla “risorsa” – intellettuale e politica – dell’anticapitalismo. Una sorta di rendita di posizione che starebbe sempre lì a garantirci una presunzione di egemonia senza le mani sporche. Per curiosità intellettuale avevo in un recente lavoro provato ad accostare (un accostamento blasfemo) i tratti dionisiaci presenti nella produzione di Toni Negri a quelli dello Julius Evola di Cavalcare la tigre. Notando una imbarazzante prossimità su alcuni passaggi cruciali mi chiedevo se ci fosse una qualche analogia morfologica tra la libertà di quell’estrema destra e l’autonomia del postoperaismo. Ebbene la risposta, scomoda e bastarda, era affermativa. Sia in Cavalcare la tigre (Evola) sia nei testi dell’operaismo e della biopolitica (Negri e Hardt), l’autonomia si manifesta dentro la crisi. Per Evola è il declino del mondo moderno (Kali Yuga); per Negri è la crisi dello Stato-chiave e del taylorismo/fordismo. Entrambi vedono il caos non come un semplice vuoto, ma come il terreno in cui l’agente autonomo deve operare. Per Evola, l’autonomia è apofatica e difensiva: è un’inviolabilità interiore. L’uomo differenziato “cavalca la tigre” per non farsi sbranare, mantenendo un distacco impassibile mentre il mondo crolla. Per Negri, l’autonomia è attiva e offensiva: è l’affermazione di una potenza costitutiva che rifiuta il lavoro salariato e il comando capitalistico per inventare nuove forme di vita e di cooperazione. Mentre l’autonomia evoliana è un’isola d’essere nell’Oceano del caos, l’autonomia operaista è una forza d’urto nel cuore del processo produttivo. Una rivoluzione infinita. Ovviamente sono consapevole del limite di una lettura tutta filosofica di un tema che ha incrociato movimenti e storie, la strategia della tensione e il terrorismo neofascista con le sue appendici dentro lo Stato del capitale. Ciononostante non si può politicamente campare sempre di rendita e pensare di essere sempre dalla parte della Storia, ignorando che la talpa di Marx scavava invece il sottosuolo e attraversava i purgatori, non le inaugurazioni dei musei o le commemorazioni. Ma questo tema di ontologia politica, che mi limito a proporre come suggestione necessitante di approfondimenti, potrebbe spingere ad una sommaria conclusione speculare a quella dello slogan “studenti e operai uniti nella lotta”. Una conclusione che butta acqua sporca e bambino, quella che liquida il populismo delle piazze bastarde e senza fedi, come lo erano quelle dei no vax ai tempi del Covid o quelle dei forconi e dei gilet gialli. O che si affida alla sacrosanta lotta contro il genocidio di Gaza per trovare un filo rosso identitario che, miracolosamente, funzioni da contraddizione determinante. Nessuna unità di studenti e operai mi pare all’orizzonte, e questa sarebbe la cattiva notizia. Che però è anche la buona, perché gli studenti francesi stanno ponendo l’attenzione su un problema più vasto che colpisce tutta l’Europa oggi e non ieri, qualcosa di tremendamente determinato e concreto, rappresentato ancora dalle politiche di austerità e di taglio a quel che resta dei fondi allo stato sociale, a fronte di un piano di riarmo e di investimenti nell’industria bellica paragonabile solo al periodo della Guerra Fredda o agli anni che precedettero la Prima Guerra Mondiale. Questo tratto rende la protesta indigesta, non riconducibile, almeno non in prima battuta, ad una qualche rendita elettorale e completamente contro tendenza. Perché di dritto o di rovescio dice un semplice ed elementare no alle spese militari e alla guerra. A tutte le guerre e ad ogni logica che anteponga il profitto ai bisogni collettivi. Troppo poco o generico? Di sicuro, ma è da qualcosa di semplice e condiviso che qualcosa di inedito può non ripetersi. Fuori dagli schemi o dalle semplificazioni, compresa quella che la vorrebbe come una cover del maggio francese, perché questo è il suo tempo, la sua storia. Simile ad altre ma unica nella sua resistenza allo schema preconfezionato, eccentrica rispetto alla predizione che si avvererebbe indicando come inesorabile la vittoria prossima delle destre. A me pare che sia proprio quella semplificazione,  questa semplificazione che ha consegnato alle destre il populismo che spaventa il palazzo, quella semplificazione che mette insieme guerra, alloggi, scuole, sanità. Una semplificazione che le destre  le spiazza e potrebbe spazzarle via, compromesse come sono di fatto con il sistema. Oggi, e lo cito senza amarne l’autore, potrebbero appunto non essere più loro a “cavalcare la tigre”. Michele Ambrogio
October 13, 2026
Pressenza
“Cerchiamo solo di avere un futuro”: gli studenti di Marsiglia scendono in piazza contro il governo Macron-Lecornu
Intervista a Lilia, studentessa del liceo Thiers di Marsiglia, attiva nelle recenti proteste contro i tagli ai fondi per l’istruzione e le condizioni inadeguate in cui si studia nelle scuole francesi. Denuncia la violenza degli agenti di polizia, che non portano il numero identificativo e la completa tutela legale di cui godono con la nuova legge sulla legittima difesa. In questi giorni molti media hanno dato ampio spazio alle vostre proteste contro i tagli ai fondi per la scuola e le condizioni vergognose del sistema scolastico francese. Puoi spiegarci, da una che è in prima linea, le vostre vere motivazioni nello scendere in piazza? Siamo scesi in piazza perché avevamo un motivo concreto e perché le condizioni delle scuole sono vergognose. C’è Parcoursup, una piattaforma che ti assegna un posto a seconda del tuo dossier e da questo dipende a quali percorsi post-diploma puoi accedere. Alcuni non ci riescono affatto. Lo trovo profondamente ingiusto e discriminatorio e vogliamo che finisca. Poi ci sono le condizioni degli edifici. Molte scuole cadono a pezzi, con muffa e umidità. Vogliamo che vengano ristrutturate. Non vogliamo spaventare il governo: cerchiamo solo di avere un futuro e per averlo dobbiamo protestare. C’è chi non scende in piazza perché non è abbastanza politicizzato e non capisce fino in fondo cosa sia il movimento. Lottiamo anche per loro, come per tante altre persone. Anche i ritmi sono pesantissimi: studiamo dalle 8 di mattina alle 6 di sera. Lo so, è assurdo. Protestiamo anche per questo, perché è una questione fondamentale. Scendiamo in piazza per noi, per i nostri diritti e per quelli degli altri, di chi non comprende ancora cosa stia succedendo. Nel 2026 il nostro modo di studiare è mediocre. Gli studenti italiani, in particolare chi fa politica nelle scuole, vi guardano con grande ammirazione per il coraggio con cui avete sfidato la dura repressione di Stato e polizia. Come l’avete affrontata e come ha risposto la polizia nelle vostre scuole a Marsiglia? Siamo in tanti e cerchiamo di aiutarci a vicenda. Ci siamo gli uni per gli altri ed è questo a renderci una comunità unita: ci siamo per tutti. Ci sostengono molti sindacati, tra cui uno dei più noti in Francia, con tanti insegnanti del sistema nazionale, delle medie e dei licei. Tantissime persone ci danno una mano. Molti professori ci proteggono dalla polizia formando catene umane; su TikTok e Instagram ci sono tanti video su questo. È così che affrontiamo la repressione, che è durissima. La polizia ci lancia contro i lacrimogeni ed è una violenza enorme. Gli agenti dovrebbero portare il numero identificativo RIO durante il servizio, ma con noi non lo fanno, perché non vogliono essere rintracciati. A Parigi, per esempio, usano delle luci stroboscopiche negli scudi che li rendono impossibili da filmare e riconoscere. Poi c’è una nuova legge, approvata non molto tempo fa, sulla legittima difesa per i poliziotti. In sostanza, se uccidono un ragazzo, o chiunque altro, non possono essere perseguiti se dichiarano di aver agito per legittima difesa. Se vogliamo denunciarli e loro invocano la legittima difesa, siamo noi a dover dimostrare che non lo era. Ci sono tante persone che hanno perso denti, mani, occhi o che sono state strangolate. Una violenza assurda, disgustosa. Stavolta sono particolarmente brutali, ma lo sono da tempo. Cambia anche il modo di chiamarli: prima erano “guardiani della pace”, ora sono “forze dell’ordine”. Si vede il cambio di mentalità. Molti media italiani hanno riportato un presunto episodio in cui un preside sarebbe stato cosparso di benzina davanti al liceo Victor Hugo di Marsiglia, seguito poi da timide smentite. Che cosa è successo davvero quel giorno? Pensi che sia solo uno strumento usato dai media di destra per screditarvi? Ne ho sentito parlare, ma non so cosa sia successo quel giorno, perché non c’ero e non ho molte informazioni. Una cosa però la so con certezza: la violenza non viene da noi liceali. Il nostro è un movimento pacifista, senza violenza. La violenza arriva solo dalla polizia e da altre persone, più grandi, che si infiltrano di proposito nei blocchi e nelle manifestazioni. Non siamo noi. Non vogliamo essere rappresentati da loro né associati a loro, non è l’immagine che vogliamo dare. È vero che nei media di destra molti dicono che siamo ragazzi manipolati dalla sinistra, che protestiamo solo perché non abbiamo voglia di andare a scuola. Non è così. Vogliamo più opportunità e un futuro, perché stanno succedendo troppe cose: tagli al bilancio e cattedre sospese di proposito. Giustificano i tagli dicendo che la popolazione è in calo, ma non è una buona ragione per ingrandire le classi, con quasi 40 studenti e un solo insegnante che si trova a lavorare con quattro classi da 40 ragazzi. È insostenibile, è terribile. Non so cosa voglia ottenere questa stampa di destra, ma so che veniamo infantilizzati. Poiché abbiamo 17 anni, si dice che non siamo abbastanza grandi per pensare con la nostra testa e avere un’opinione su tutto questo ed è completamente falso. Vogliamo lottare per tutti: per le persone, per gli studenti. Le proteste sono nate in Bretagna a inizio settembre e poi si sono estese alla periferia di Parigi. Come siete riusciti a coordinarvi e a costruire una rete tra voi? Come avete reso possibile tutto questo? Credo che qualcuno sia in contatto con Parigi, ma in realtà non coordiniamo le lotte da una città all’altra. Non so bene perché e sarebbe un’ottima idea. Lavoriamo a livello locale, in modo piuttosto disorganizzato. La rete non è ancora ben sviluppata: ci proviamo, ma è difficile. Prima di questa mobilitazione facevamo già dei blocchi, quindi una rete di base esisteva. Ci schieriamo tutti con tutti e cerchiamo di creare solidarietà: è questo che ha reso possibile il movimento. Siamo tanti a lottare per la causa, per gli studenti, per gli insegnanti e per molto altro e siamo uniti. Sono davvero orgogliosa di noi, perché mostriamo una vera solidarietà. Nelle piazze abbiamo visto di tutto: studenti, operai, dipendenti pubblici, vigili del fuoco. Che cosa unisce, secondo te, categorie così diverse? Perché siete scesi insieme contro le misure di bilancio del governo Macron-Lecornu? Siamo in tanti a lottare contro questo governo e questo ci unisce molto: il rifiuto del modo in cui governa e il fatto che si taglino sempre più diritti sociali. Non so se ricordate la riforma del 2023 sulle pensioni: con quella si può andare in pensione a 64 anni, che è veramente troppo tardi. Oggi sono al centro dell’attenzione i tagli al bilancio dell’istruzione nazionale, con tante cattedre soppresse di proposito. Ci sono molte scuole medie e superiori con classi senza nemmeno un insegnante di francese, che è materia d’esame alla maturità e così non ci si può preparare come si deve. Per questo noi studenti lottiamo contro tutti questi tagli e queste soppressioni di posti, ed è per questo che molti si uniscono a noi. Possiamo anche unirci ad altre cause, come quella degli ospedali: ci aiutiamo a vicenda nelle rispettive battaglie. È così che ci uniamo, per via di queste misure di bilancio e dello smantellamento di tanti diritti sociali. Siamo molto solidi e cerchiamo di restare uniti, perché è fondamentale. Proprio mentre protestavate, Macron ha pubblicato sui social un video del lancio di un nuovo missile nucleare. Cosa pensate dell’enorme aumento delle spese militari in Francia e in Europa, a fronte delle politiche di austerità dei nostri governi? Penso che sia una vergogna: la guerra, i missili nucleari, tutto. Dimostra che a Macron non importa della nostra causa, di niente di ciò che cerchiamo di ottenere. Gli importano solo i suoi missili. Siamo indignati, è scandaloso, perché non gli importa nemmeno del suo Paese, quello che guida. Nel nostro liceo ci sono dei corsi di difesa in caso di guerra che vogliamo eliminare: non li vogliamo. È come se ci preparassero alla guerra, a 17 anni! È vergognoso. Cerchiamo di opporci, ma è complicato. Teodoro Palpacelli
October 12, 2026
Pressenza
Da Treviglio a Napoli: nel 2027 arriva UKRO, il festival della cultura ucraina
Dopo la vittoria di Dateci Le Ali all’edizione di Treviglio, Napoli ospiterà il prossimo appuntamento del festival itinerante che riunisce le comunità ucraine in Italia tra cultura, identità, solidarietà e pace. Sarà Napoli a ospitare nell’autunno del 2027 la prossima edizione di UKRO, Festival della cultura ucraina, appuntamento itinerante che riunisce associazioni, gruppi artistici e comunità ucraine provenienti da diverse città italiane. L’annuncio arriva dopo l’ottava edizione, svoltasi il 4 ottobre a Treviglio, in provincia di Bergamo, con la partecipazione di sedici gruppi artistici da tutta Italia. A vincere il festival è stato il gruppo napoletano dell’associazione Dateci Le Ali, che ha ottenuto anche il 66% dei voti del Premio del Pubblico. La vittoria assegna a Napoli anche l’organizzazione dell’edizione successiva. «Ora ci aspetta una nuova, grandissima sfida: UKRO 2027 sarà a Napoli», ha scritto Tania Genovese, presidente di Dateci Le Ali, sottolineando la responsabilità di organizzare un appuntamento di questa portata e l’intenzione di «rappresentare la cultura ucraina a Napoli e in tutta Italia». UKRO nasce a Milano nel 2015, nell’anno dell’Expo, quando l’assenza dell’Ucraina dall’esposizione internazionale spinse la diaspora ucraina in Italia a creare uno spazio autonomo nel quale raccontare il Paese attraverso musica, danza, teatro, artigianato, gastronomia e tradizioni. Negli anni il festival è diventato un appuntamento itinerante, capace di mettere in relazione le diverse comunità ucraine presenti in Italia e di coinvolgere soprattutto le nuove generazioni nella trasmissione della lingua, delle tradizioni e della memoria culturale. Dopo l’invasione russa su larga scala del 2022, alla dimensione culturale si è affiancata con ancora maggiore evidenza quella solidale. Anche l’edizione di Treviglio ha previsto momenti benefici, accanto a un mercatino di prodotti e artigianato ucraino, alla gastronomia e alle iniziative dedicate alla pace e al sostegno dell’Ucraina. La giornata si è aperta con una celebrazione della comunità cattolica ucraina e una preghiera per la pace, mentre sul palco si sono alternati spettacoli di canto, danza e altre espressioni della tradizione. Per Dateci Le Ali, associazione nata a Napoli nel 2022 e impegnata nell’accoglienza, nell’integrazione e in progetti di sostegno rivolti all’Ucraina, la vittoria rappresenta quindi anche l’inizio di un nuovo percorso. «Questa vittoria è di tutti noi», ha scritto Genovese, ringraziando associazioni, amici, sponsor e sostenitori che hanno accompagnato il gruppo a Treviglio. Il prossimo appuntamento è dunque fissato per Napoli, nell’autunno 2027: una nuova tappa di un festival che tiene insieme cultura, identità, comunità, solidarietà e desiderio di pace.     Lucia Montanaro
October 6, 2026
Pressenza