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Dalla base di Aviano il rifornimento per i raid sull’Iran
“La base aerea di Aviano in Italia, è una delle principali installazioni dell’US Air Force che ospita gli aerei cisterna per il rifornimento in volo dei caccia a lungo raggio impiegati per bombardare in Iran”. Altro che – come ripetono Meloni, Crosetto e Tajani – non siamo in guerra e che non cooperiamo con le operazioni delle forze armate statunitensi ed israeliane contro Teheran. A rilevare l’importanza strategica della grande base aerea friulana per la campagna di guerra contro l’Iran è l’autorevole The Wall Street Journal che il 23 marzo ha pubblicato un lungo e dettagliato articolo su come l’Europa stia giocando “silenziosamente” un ruolo chiave nella Guerra in Iran. Non sono però solo gli aerei tanker dell’aeronautica militare statunitense ad operare con sempre maggiore intensità dallo scalo di Aviano. Nei giorni scorsi è stato registrato infatti l’arrivo di alcuni aerei radar di pronto allarme e controllo (airborne early warning) Grumman “E-2D Advanced Hawkeyes” in dotazione a US Navy. I velivoli sono giunti in Italia dalla Naval Air Station di Norfolk, Virginia, via Lajes (Azzorre) e appartengono al VAW-121 “Bluetails”, squadrone di comando e controllo aereo della Marina di guerra statunitense. I Grumman “E-2D Hawkeye” hanno un’autonomia di oltre 2.800 km e volano a 550 Km all’ora; vengono destinati principalmente a scopi di sorveglianza per la difesa delle unità di superficie. Sono dotati di sofisticate suite elettroniche, sistemi satellitari e del nuovo radar APY-9 che sarebbe in grado di individuare anche velivoli stealth e aerei di piccole dimensioni. I velivoli possono essere impiegati anche come piattaforme di controllo per guidare attacchi con sistemi missilistici di precisione come gli AIM-120 AMRAAM e gli SM-6. “L’arrivo alla base di Aviano degli E-2D Hawkeye ha rafforzato temporaneamente la copertura radar e di pronto allarme di tutto il sud Europa, ma tutte le indicazioni strategiche suggeriscono che Aviano è principalmente un punto di passaggio logistico per i velivoli che si posizionano principalmente in tutto il Golfo Persico”, commentano gli analisti di ItaMilRadar. “L’arrivo coordinato di non meno di cinque E-2Ds conferma un flusso di dislocamento strutturato”, aggiunge ItaMilRadar. “I velivoli osservati a Lajes il 16 marzo scorso sono gli stessi che sono stati tracciati ad Aviano, enfatizzando il ruolo delle Azzorre quale trampolino di lancio transatlantico. Tuttavia, più che da servire come destinazione finale, Aviano opera come centro strategico di sosta per gli assetti destinati allo scacchiere mediorientale, un modello frequentemente osservato durante precedenti dispiegamenti di US Navy”. Gli analisti militari ritengono che il trasferimento di questi aerei nella regione del Golfo Persico punti a rafforzare le operazioni USA di contrasto ai velivoli senza pilota e ai missili da crociera che l’Iran sa impiegando per colpire le installazioni e i sistemi radar ospitati dai paesi arabi alleati di Washington. “È evidente lo scopo di conseguire un assetto nettamente superiore per proteggere le linee marittime e le basi militari nel Mar Rosso e nel Golfo dagli stormi di droni”, riporta ItaMilRadar. “Mentre la presenza temporanea ad Aviano degli Advanced Hawkeyes ha fornito un immediato impulso all’architettura di sorveglianza europea lungo tutti gli assetti NATO, il focus strategico resta comunque rivolto principalmente al Medio oriente. L’accresciuto supporto dei velivoli cisterna e il maggiore impiego temporale osservato recentemente supporta la teoria che essi serviranno per ultimare lo scudo anti-droni in questa regione”. In verità i cinque E-2D di US Navy insieme ad un grande aereo tanker KC-46A di US Air Force hanno lasciato Aviano nella mattinata di lunedì 23 marzo per dirigersi verso il Golfo Persico. Dalla base aerea friulana, il 17 febbraio sono decollati dodici cacciabombardieri Lockheed Martin F-16 “Fighting Falcon” (a doppia capacità, convenzionale e nucleare) in dotazione al 31st Fighter Wing della US Air Force di stanza proprio ad Aviano. I velivoli da guerra hanno attraversato tutto il Mediterraneo per poi dirigersi in uno degli scali aerei che gli Stati Uniti controllano in Medio oriente, forse in Giordania o negli Emirati Arabi Uniti. Dal 28 febbraio questi cacciabombardieri partecipano agli strike contro l’Iran. Nei giorni successivi sono stati tracciati numerosi atterraggi ad Aviano di aerei cisterna statunitensi. Mercoledì 11 marzo un grande Boeing KC-135 ha sorvolato lo spazio aereo friulano per rifornire in volo una decina di caccia F-16 del 31st Fighter Wing, decollati presumibilmente per raggiungere ancora l’area di conflitto. Sempre giorno 11 ad Aviano è atterrato un aereo cargo Lockheed C-5 “Galaxy” del 436 Airlift Wing di US Air Force proveniente dalla base di Dover, Delaware. Il velivolo viene impiegato di norma per il trasferimento ai teatri operativi di personale militare, armi, munizioni e perfino di aerei d’attacco. articolo originale: https://pagineesteri.it/2026/03/25/mondo/dalla-base-di-aviano-il-rifornimento-per-i-raid-sulliran/ Antonio Mazzeo
March 25, 2026
Pressenza
La Flotilla Nuestra America sbarca a Cuba accolta da una folla festante
Cuba non è sola: questo è il messaggio che ha portato con sé la piccola ma importantissima imbarcazione finalmente giunta all’Avana e ribattezzata Granma 2.0, in onore di quella che nel 1956 portò a Cuba gli 82 iniziatori della rivoluzione. Non è un semplice slogan, ma il motivo trainante di tutte le iniziative che accompagnano il sostegno e la solidarietà a Cuba, è l’impegno che i popoli del mondo si sono assunti nei suoi confronti. L’arrivo della Flotilla Nuestra America era previsto alle prime luci dell’alba del 24 marzo e una grande folla di attivisti, giornalisti, esponenti politici e sociali e gente comune si è assiepata lungo le transenne che delimitano lo specchio d’acqua del porto, scrutando l’ingresso della baia. Il molo di attracco non è grandissimo e pertanto è stato consentito solo a un ristretto numero di persone di avvicinarsi il più possibile; per non rischiare di perdere questa irrinunciabile evento quindi mi sono presentato a notte fonda insieme al mio inseparabile compagno cubano Héctor. L’imbarcazione avrebbe dovuto arrivare nei giorni scorsi, ma a causa del mare mosso e di un successivo guasto i tempi si sono dilatati fino al 24 marzo, quando l’emozione alla vista di quella piccola nave ha sovrastato qualunque altro sentimento. A causa dei lunghi black-out, sono riuscito a scrivere solo ora questo emozionante resoconto. Il molo si è riempito di musica, di urla di gioia, di benvenuto, di speranza e di sostegno per questo incredibile gesto di solidarietà che arriva in un momento difficilissimo per l’isola; ma non sono solo i materiali, i farmaci e gli alimenti che riempiono la stiva del Granma 2.0 a essere importanti; la cosa più importante è la dimostrazione tangibile che i popoli di mezzo mondo sono al fianco di Cuba. I popoli… non la stragrande maggioranza dei governi, pavidi, che non hanno mai adottato la benché minima azione concreta a sostegno di questa piccola ma importantissima nazione. La potenza di questa iniziativa, alla quale hanno aderito 120 associazioni di solidarietà con Cuba, dimostra ancora una volta che la rivoluzione cubana è radicata nel cuore di milioni di persone rappresentate qui oggi da questa moltitudine festante; gli eventi degli ultimi giorni, con il recente arrivo di centinaia di attivisti del Convoy europeo, ne sono la prova tangibile. E’ stata una giornata indimenticabile: gli attivisti a bordo della flotilla sono stati letteralmente assorbiti dalla folla che li aspettava, mentre felicità e commozione si mescolavano a baci e abbracci. I giornalisti e le loro troupe giunti da ogni angolo del mondo hanno dovuto attendere pazientemente il proprio turno per ottenere le tanto agognate interviste, tanto erano ambiti i partecipanti. Molti degli attivisti a bordo del Granma 2.0 facevano parte anche della Global Sumud Flotilla che l’estate scorsa ha tentato di rompere l’assedio di Gaza, a dimostrazione dell’internazionalismo del movimento di solidarietà verso i popoli oppressi. Faccio ritorno in Italia con un nuovo enorme bagaglio di conoscenze, di esperienze, di rinnovati vigore ed impegno per aiutare questa piccola ma indomita isola che combatte da tanto, tantissimo tempo, una guerra che non ha mai voluto e che non merita.     Redazione Italia
March 25, 2026
Pressenza
Cuba, gli effetti sulle telecomunicazioni del blocco imposto dagli USA
Parliamo spesso del blocco economico, commerciale e finanziario a cui Cuba è sottoposta dal 1962 da parte degli Stati Uniti per aver deciso di seguire un cammino diverso da quello programmato dalle varie amministrazioni statunitensi; occorre però, per fare chiarezza, analizzare ciò che il blocco provoca quotidianamente alla popolazione, partendo anche dalle piccole cose quotidiane. Uno degli effetti è la difficoltà nelle comunicazioni. Potrebbe sembrare una cosa marginale, ma si pensi ad esempio alla necessità di comunicare con parenti o amici residenti all’estero o con quelli che abitano sull’isola. Con lo sviluppo delle tecnologie digitali a Cuba quasi tutti possiedono uno smart phone. che viene utilizzato non solamente per collegarsi ai vari social network, ma anche per comunicare. La rapida diffusione di Whatsapp ha permesso ai cubani, come del resto agli altri abitanti del nostro pianeta, di comunicare con persone a costi praticamente inesistenti con . chiamate audio e video. A Cuba le tariffe telefoniche non sono alte, ma per un cubano anche questi costi rappresentano un limite alle comunicazioni. Usare le app di messaggistica rappresenta un modo economico per mantenere i contatti con i propri cari. Il sistema integrato di telecomunicazione per funzionare ha però bisogno di energia e a Cuba, dove la somministrazione elettrica è intermittente, comunicare diventa difficile. “Le telecomunicazioni non dovrebbero essere viste come strutture isolate, ma come un sistema interconnesso che deve instradare il traffico in tutto il Paese, il che richiede energia in ciascuno dei suoi punti”, spiega a Cubadebate Sybel Alonso Baldor, vicepresidente delle operazioni di rete di ETECSA, l’azienda telefonica cubana. Il fatto che una radiobase – una delle torri che diffondono il segnale dei cellulari – sia accesa non garantisce il servizio, poiché dipende anche da altri elementi intermedi della rete che devono disporre  di elettricità. Questo spiega situazioni frequenti per gli utenti: “Un utente di telefonia fissa può avere l’elettricità a casa sua, ma se la sotto stazione telefonica che supporta il suo servizio si trova in un circuito che non ha elettricità, questo renderà impossibile il suo utilizzo” spiega Baldor. L’energia elettrica fornita dalla rete resta per Cuba la principale fonte di alimentazione delle telecomunicazioni. Quando si verifica un black-out le centrali, le sotto stazioni della telefonia fissa, le radio basi per le linee cellulari e la trasmissione dei dati mobili vanno in panne. Ci sono centrali che dispongono di batterie che alimentano per un tempo compreso tra  le tre e le quattro ore, ma “di fronte ai lunghi black-out, molte di queste batterie non sopportano più la massima carica e quindi hanno notevolmente ridotto le loro prestazioni. Alle batterie si aggiungono i gruppi elettrogeni, il cui utilizzo è comunque limitato. Richiedono carburante per rimanere operativi”, sottolinea, Baldor aggiungendo che, sebbene alcuni siano stati riparati, altri non sono stati in grado di riprendersi dopo un uso intensivo. La loro autonomia dipende sia dalla disponibilità di carburante che dal livello di consumo di ogni sito, determinato dalla sua complessità e dalla loro  anzianità tecnologica. Inoltre il recente ordine esecutivo emesso da Donald Trump il 29 gennaio scorso ha praticamente bloccato qualunque importazione di petrolio e combustibile sull’isola. Questo ha colpito direttamente anche le telecomunicazioni, perché i gruppi elettrogeni non dispongono di carburanti per il loro uso ininterrotto nei momenti in cui manca la corrente elettrica. Ma nonostante la carenza, l’azienda telefonica  cubana ha cercato di mitigare gli effetti della penuria di carburanti e ha definito  le priorità. Secondo la direttiva, la fornitura di carburante è garantita “ai siti in cui si concentrano le principali piattaforme che gestiscono servizi come la telefonia mobile e fissa, l’accesso a Internet, i data center”, così come quelli incaricati di instradare il traffico a livello nazionale e provinciale. Tuttavia, il funzionario riconosce che altri nodi intermedi non sempre riescono a rimanere operativi, il che ha un impatto diretto sull’accesso finale degli utenti. “Negli ultimi giorni abbiamo contato nel Paese 1.250 radiobasi (47,5%), in media, che si spengono a causa degli effetti elettrici, mentre il numero di sottostazioni telefoniche è di circa 950 (56,5%)” riferisce Alonso Baldor. Gli effetti della mancanza di corrente elettrica sulle comunicazioni comunque variano a seconda del numero delle interruzioni elettriche. L’ETECSA dà priorità all’approvvigionamento energetico in centri chiave che sostengono la rete nazionale e il traffico dati nel Paese. In questo scenario, ha dovuto riorganizzare la sua operatività in base a criteri di estrema razionalità. “Abbiamo preso provvedimenti per risparmiare il più possibile il carburante che riceviamo”, spiega il vicepresidente a Cubadebate. Questa politica di risparmio ha comportato decisioni complesse e probabilmente anche impopolari. “Anche se tutti i centri sono importanti, purtroppo non possiamo garantire carburante per tutti”, quindi viene data priorità a quelli con il maggiore impatto sulla rete nazionale, continua il vicepresidente di ETECSA. Per questo ogni territorio ha adottato differenti soluzioni al fine di risparmiare il più possibile il carburante che gli è stato assegnato. Inoltre gli specialisti dell’azienda telefonica eseguono costantemente valutazioni per risparmiare i combustibili o decidere quale servizio deve avere priorità in un certo momento della giornata. Anche il settore delle comunicazioni ha iniziato ad usare energia prodotta dal fotovoltaico per ridurre i disagi causati dalla mancanza di combustibili. L’installazione di pannelli solari cerca di estendere il funzionamento degli impianti in mezzo alla crisi energetica. Nel mezzo della crisi, la spinta alle energie rinnovabili è diventata più rilevante. “L’uso di fonti rinnovabili era già tra i nostri obiettivi, tuttavia, la situazione attuale ci ha portato ad accelerare il ritmo”, sottolinea Baldor. Purtroppo però l’installazione dei pannelli solari non permette la completa autonomia energetica e il combustibile rimane comunque essenziale. Nonostante il contesto avverso, nel corso del 2025 sono stati effettuati investimenti mirati alla modernizzazione della rete, con cambiamenti tecnologici, espansione delle capacità e incorporazione di nuove frequenze nelle basi radio. In particolare, la copertura 4G ha raggiunto il 52% del territorio nazionale, è stata aumentata la capacità degli utenti in 300 siti, sono state abilitate frequenze di 900 MHz e 2100 MHz in più di 100 radiobasi e sono stati installati più di 140 nuovi siti. Come appare chiaro la situazione delle comunicazioni a Cuba resta difficile finché ci saranno problemi di energia elettrica. Il servizio di telefonia mobile, il più richiesto dalla popolazione, è quello che risente maggiormente della crisi energetica; il traffico alterna momenti di buona connettività a momenti di interruzione completa. Spesso le comunicazioni cadono o si interrompono momentaneamente, le pagine web vengono caricate in tempi medio lunghi, alcuni siti non sono accessibili perché i server sono situati negli Stati Uniti e a causa del blocco non sono raggiungibili. I social invece hanno ricevuto licenza da parte dell’amministrazione statunitense per operare sull’isola. Il motivo è molto semplice: Facebook, X, Whatsapp e gli altri social network sono utilizzati per diffondere false notizie tra la popolazione. I social vengono usati nella oramai nota guerra cognitiva che il popolo cubano, come del resto anche noi, subisce molte volte passivamente. Insomma, una cosa che per noi è diventata normale come leggere una notizia in un sito internet, mandare un video di 20 mega a un amico con Whatsapp, fare una videochiamata con un parente,  scaricare una nuova app sul cellulare per i cubani diventa una lotta quotidiana. Immaginare che anche queste limitazioni facciano parte della strategia degli Stati Uniti  per  insinuare nella popolazione un costante malessere e una pressione continua non credo sia pura fantasia. Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info   Redazione Italia
March 25, 2026
Pressenza
Armi nucleari e la distruzione dello spirito umano
Intervento presentato nell’ambito della tavola rotonda di Pressenza intitolata «Armi nucleari, minacce esistenziali e giornalismo: uno sguardo al futuro» durante il 3° Festival della Comunicazione della Juntanza de Nuestra América CIESPAL, a Quito, in Ecuador, venerdì 20 marzo 2026. Le armi nucleari hanno già distrutto la società che avrebbero dovuto proteggere. Anche senza che una sola bomba sia esplosa, la loro mera esistenza ha corrotto il tessuto morale, etico e umano della nostra civiltà. Generano una forma di violenza istituzionale così profonda, una disumanizzazione così totale, che la società destinata a essere protetta da esse sta crollando dall’interno, disintegrandosi davanti ai nostri occhi. Tendiamo a ragionare in termini materiali. Ci rassicuriamo: nessuna bomba nucleare cadrà su New York, Città del Messico, Parigi, Berlino, Calcutta o Pechino. Ma ciò che non vediamo è il livello di distruzione psicologica e spirituale che queste armi hanno già provocato: una paura diffusa e una violenza ambientale che superano ciò che gli esseri umani possono sopportare per crescere, per svilupparsi e rimanere pienamente umani. Questa è la vera crisi dell’era nucleare. Consideriamo gli Stati Uniti, l’unico paese che ha usato queste armi, e che continua a essere il più potente del mondo, eppure una nazione in uno stato di paura permanente, che opera in modalità di sopravvivenza. Spende più in sicurezza e in spese militari che il resto del mondo messo insieme, non per forza, ma per gestire una paura irrazionale: la paura dell’altro, degli immigrati, dell’opposizione politica, del cambiamento stesso. Le armi nucleari non hanno creato sicurezza, hanno creato una civiltà ostaggio del proprio arsenale. Queste armi hanno anche provocato un effetto più sottile e forse più dannoso: hanno distorto la nostra bussola interiore. Hanno eroso la nostra capacità di distinguere tra gli stati interiori di declino e compulsione, il crepuscolare, il moribondo, e qualcosa di molto più significativo: la possibilità di crescita interiore, di profondità, di una vita orientata verso uno scopo piuttosto che verso la sopravvivenza. Quando l’annientamento è uno stato mentale permanente, diventa più difficile immaginare, e molto più difficile costruire, qualcosa per cui valga la pena vivere. Noi, come comunicatori, siamo anche noi parte del problema. Trasmettiamo la violenza come una sorta di radiazione, normalizzandola,  trasformandola in un elemento fisso della nostra coscienza quotidiana, fino a quando la lotta sembra quasi impossibile. Conflitto dopo conflitto, bomba dopo bomba, genocidio dopo genocidio, lo spirito umano viene spazzato via da un nemico invisibile. Anche quando i droni fanno gran parte della strage e non viene fatta esplodere nessuna arma nucleare, la distruzione spirituale è la stessa. Siamo sorpresi dal crollo dell’ordine internazionale, ma perché dovremmo esserlo? Le stesse strutture che hanno prodotto quest’arma demoniaca, trasformando l’equilibrio di potere in un meccanismo di distruzione di massa, ora si aggrappano disperatamente al controllo a qualsiasi costo. Abbiamo normalizzato l’assurdo e ora ne subiamo le conseguenze. Siamo nella fase finale di questo processo. E anche se non venisse utilizzata alcuna arma nucleare in Iran, in Ucraina o in qualsiasi altro luogo, la loro esistenza è in definitiva insostenibile. La prossima civiltà non avrà altra scelta che andare oltre, non come atto di idealismo, ma per necessità, reindirizzando l’energia e le risorse spese negli arsenali nucleari verso le priorità che rendono davvero possibile la vita umana e che valgono la pena di essere vissute. Lavorare per l’eliminazione delle armi nucleari significa lavorare per l’umanizzazione del mondo. Video completo della presentazione: https://youtu.be/epcjQedyAok?si=1co-TMhE6KLBroov   Foto dell’evento https://photos.app.goo.gl/AfiH18Wdx1uaQBfv5 Il Festival de la Juntanza si è affermato come forum regionale dedicato alla riflessione e allo scambio su temi quali la comunità, le basi sociali e la comunicazione alternativa, intesa come pratica politica, culturale e sociale al servizio del pieno diritto alla comunicazione. David Andersson
March 25, 2026
Pressenza
Il referendum costituzionale e le comunità porose
Torniamo nel Biellese, terra d’origine dell’ex Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, dimessosi poco prima che la piazza di Biella si riempisse per chiederne il passo indietro. Eravamo in centinaia a manifestare per ribadire che questo territorio non è il feudo di nessuno. Men che meno di chi è stato condannato per rivelazione di segreto d’ufficio, di chi ha taciuto sull’inquietante sparo di Capodanno a Rosazza o di chi, infine, ha mostrato una grave “leggerezza” diventando socio di una giovane il cui padre è legato a contesti malavitosi. Ha ragione Karim, consigliere di minoranza del Movimento 5 Stelle a Biella, quando ha urlato con orgoglio nel megafono che la vittoria del NO al referendum è un segnale chiaro: “La mafia e il fascismo sono la stessa montagna di merda”. Una citazione forte, tratta da I cento passi. Tuttavia, non date per scontato che questo risultato netto — emerso chiaramente a livello nazionale, meno nel Biellese — si traduca automaticamente in un appoggio elettorale alla coalizione progressista. Per capire come muoversi, bisogna guardare oltre la Serra, verso Ivrea e l’esperienza di Laboratorio Civico. Molto dipenderà dalla capacità di intercettare i giovani: un soggetto sfuggente, poco incasellabile, ma che in questo referendum si è rivelato determinante. C’è poi un altro tema centrale, vitale per il nostro territorio: quello delle Terre alte. Ho ricevuto alcune amichevoli critiche all’articolo di due giorni fa, scritto a caldo dopo la vittoria del No. Forse ci siamo lasciati trasportare dall’entusiasmo descrivendo la “stretta di mano” tra i giovani di città e gli anziani di montagna, ma il dato politico resta incontrovertibile: tutti gli 11 comuni biellesi in cui ha prevalso il NO fanno parte delle Terre alte. Per definirle, mi affido all’UNCEM: sono spazi multifunzionali che superano la semplice definizione geografica di “montagna” per abbracciare territori fragili ma ricchi di risorse, dove il rapporto uomo-ambiente è il perno della stabilità ecologica. Parliamo del 60% della superficie italiana e di una parte vastissima del Biellese. In queste aree sta accadendo qualcosa di nuovo. Riprendo una definizione del sociologo Filippo Barbera: la nascita di comunità porose. Non gruppi chiusi di soli nativi, ma collettività aperte composte da persone che si prendono cura del bene comune. L’esempio può essere Pace Futuro a Pettinengo: un progetto capace di rigenerare il tessuto sociale accogliendo l’altro, trasformando la marginalità in risorsa e cultura, dimostrando che la porosità è l’unica strategia per il ripopolamento. Veniamo agli 11 paesi in cui è prevalso il No anche nel Biellese. Partendo da Occidente, lungo la Serra, troviamo Magnano, Sala e Torrazzo. Salendo verso il cuore della Valle Cervo, ecco Piedicavallo e Campiglia Cervo. Muovendoci poi verso Oriente, nella zona della Valle di Mosso e della Valsessera, incontriamo Bioglio, Ternengo, Pettinengo, Veglio, Callabiana e infine Coggiola. Sono questi i comuni dove il Biellese ha saputo esprimersi con i giovani italiani, con Karim. Ora spetta a noi costruire queste comunità porose. Ettore Macchieraldo
March 25, 2026
Pressenza
La bufala delle “esplosioni all’Avana” dopo la caduta dell’energia elettrica
Il 21 marzo alle ore 18:32 il sistema elettrico nazionale di Cuba ha avuto una caduta improvvisa e tutta l’isola è stata privata dell’energia elettrica, piombando nell’oscurità. I black-out purtroppo sono frequenti a Cuba a causa del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti e aggravato dall’ultimo provvedimento di Donald Trump del 29 gennaio scorso, che ha di fatto bloccato qualunque importazione di carburanti sull’isola. Il sistema energetico cubano si basa sul mix di energia prodotta da centrali termoelettriche e da rinnovabili, principalmente solare; il blocco delle importazioni di petrolio non permette alle vecchie centrali di produrre la corrente necessaria per l’isola e le interruzioni nella somministrazione elettrica sono una costante nella vita dei cubani. Per coloro che vivono diffondendo menzogne su Cuba con il chiaro scopo di infondere nella popolazioni ulteriori preoccupazioni la caduta improvvisa del servizio elettrico è stata come una ciliegina sulla torta. Pochi minuti dopo il black-out generale, due immagini notturne di presunti incendi in lontananza a L’Avana hanno iniziato a circolare sui social network. Non c’era un contesto chiaro, nessuna posizione precisa, nessuna conferma ufficiale, ma è bastato per mettere la popolazione in allarme. Il messaggio avvisava di due grandi esplosioni e del rumore di alcuni elicotteri. La formulazione era prudente, ma sufficiente per mettere in allarme gli utenti della rete che non hanno pensato minimamente di verificare la veridicità di questa notizia. Infatti alle 18:51, solamente 19 minuti dopo la disconnessione del sistema elettrico, Cubadebate pubblicava sui suoi canali Telegram e Whatsapp la notizia della sua caduta. Bastava poco per smascherare immediatamente la falsa notizia, ma spesso si preferisce credere a utenti ignoti che ai canali ufficiali. La notizia era diventata virale. Alle 2 del mattino, l’operatore di Atlas Network, Agustín Antonetti, ha twittato da Miami le due immagini che sarebbero associate a questa bufala. Antonetti ha assicurato che le immagini provenivano da “una persona di alta fiducia a Cuba”. Alle 2:48 del 22 marzo, un post dell’operatore politico Magdiel Jorge Castro, dalla Spagna, ha introdotto una versione più elaborata: allarmi attivati, presenza di “berretti neri”, ai vicini è stato impedito di uscire ed elicotteri che sorvolano. Quel post – trasmesso da Madrid e senza prove verificabili – è diventato uno dei nuclei iniziali della conversazione, riferisce Cubadebate. Meno di un’ora dopo, il contenuto è diventato virale a livello internazionale. Alle 3:33 del mattino, alcuni media di lingua inglese hanno amplificato la storia, citando quelle stesse fonti e consolidando una versione che non parlava più di indizi, ma di uno scenario in via di sviluppo. Un’analisi della frequenza delle menzioni all’ora sulla piattaforma X effettuata dall’Osservatorio dei media di Cubadebate consente di identificare una curva di diffusione chiaramente definita. La circolazione inizia timidamente la notte del 21 marzo e cresce durante l’alba, ma è tra le 06:00 e le 08:00 del 22 marzo che la voce raggiunge il suo apice: circa 70 menzioni all’ora nel corpus analizzato. Questo è il momento in cui la bufala cessa di essere una voce marginale e diventa una tendenza. E lo fa senza nuove prove, senza immagini aggiuntive e senza conferma istituzionale. Solo per ripetizione. A questo punto conviene fermarsi e osservare il meccanismo. La fake news non circola come una narrazione unica, ma come un insieme di cornici narrative che si sovrappongono: 1. Ci sono incidenti violenti Vengono riferite esplosioni e incendi all’Avana. È il nucleo iniziale, supportato da immagini ambigue. 2. Militarizzazione. Vengono introdotti elicotteri, forze speciali e “berretti neri”. La scena passa da un incidente confuso a una possibile operazione di sicurezza. 3. Opacità informativa Si sostiene che, a causa del black-out e dell’interruzione di Internet, non è possibile verificare cosa sta succedendo. La mancanza di informazioni si presenta come prova indiretta. 4. Geopolitica. L’episodio è proiettato verso scenari più grandi: intervento esterno, “Venezuela 2.0” o crollo del sistema politico. 5. Correzioni minoritarie. Alcune voci indicano spiegazioni tecniche: sostengono che il rumore che si sente non sono elicotteri, ma generatori elettrici e che le fotografie non sono attuali. Queste versioni appaiono presto, ma non riescono a rallentare la diffusione iniziale. La notizia è stata confezionata senza alcun riscontro visivo, non vengono citati testimoni, persone che abbiano visto quanto affermato, le immagini sono anonime e prive di contesto geografico e temporale, ma nonostante tutto questo la notizia diventa virale perché diffusa da utenti che non hanno assolutamente verificato quanto si affermava stesse avvenendo. Nelle immagini divulgate come “prova” delle esplosioni all’Avana il luogo non è identificato. Non ci sono video coerenti. Non ci sono sequenze verificabili. Tuttavia, queste immagini sono state sufficienti per stimolare l’immaginazione. In alcuni casi, sono state addirittura trasformate: sono stati aggiunti testi, iconografie di elicotteri, insegne “last minute” e presunte prove della NASA. L’analisi consente di identificare un modello chiaro: la voce non emerge nei grandi account, ma raggiunge una scala virale non appena la incorporano nel loro flusso di pubblicazioni. Si tratta di profili collegati a media ad alto impatto, aggregatori di notizie e attori chiave dell’amplificazione. Non hanno verificato le informazioni prima di diffonderle; le hanno riconfezionate, condensate in formule che ne facilitavano la circolazione rapida, o semplicemente le hanno ridistribuite a un pubblico molto più ampio. In quel transito, le voci si sono stabilizzate. La notizia ha smesso di presentarsi come un dubbio e ha continuato a circolare come un fatto assunto. Perché questa notizia è diventata virale nonostante sia stata scarsamente provata? La spiegazione ha varie cause che assieme hanno creato il terreno ideale per la sua diffusione. In primo luogo, il contesto ha favorito la confusione. Un black-out nazionale non è solo un guasto tecnico: altera la vita quotidiana, genera preoccupazione e rende difficile sapere cosa sta realmente accadendo. Quando l’elettricità scompare, si riducono anche le comunicazioni, l’accesso a Internet e la possibilità di confrontare le versioni. In una situazione del genere, cresce il bisogno di spiegazioni immediate e con esso la vulnerabilità di fronte alle illazioni. In secondo luogo, quella notizia non è apparsa nel vuoto. Per anni, una parte dell’ecosistema mediatico e politico ha interpretato quasi ogni episodio accaduto a Cuba come un segno di crollo, caos interno o imminenza di un esito più grande. Quel quadro interpretativo era già disponibile. Ecco perché, quando immagini confuse e strani suoni sono apparsi nel mezzo del black-out, una parte del pubblico era predisposto a leggerli non come fatti incerti o isolati, ma come prova di una crisi più profonda. In terzo luogo, i social media sono progettati per premiare la velocità, l’emotività e l’impatto. Un messaggio allarmante, diffuso nel momento di massima incertezza, circola meglio di una spiegazione prudente o di una verifica che richiede più tempo per essere trovata. In pratica, ciò significa che molti account preferiscono pubblicare immediatamente ciò che “sembra accadere” piuttosto che aspettare di verificarlo. L’incentivo non è quello di colpire, ma arrivare per primi e attirare l’attenzione. Inoltre, questo tipo di bufala di solito non si presenta all’improvviso come una grande bugia evidente. Si costruisce passo dopo passo. Prima appare un bagliore lontano. Poi qualcuno lo chiama incendio. Più tardi si parla di esplosione. Poi si aggiungono elicotteri, forze speciali o movimenti strani. Infine, tutto questo viene riordinato come se fosse parte della stessa scena di crisi. Ogni passo, fatto separatamente, può sembrare credibile; il problema è che la somma delle congetture finisce per presentarsi come se fosse un fatto confermato, analizza il sito Cubadebate. Analisi completamente condivisibile, ma non bisogna dimenticare che, come detto, la verità era a disposizione degli utenti 19 minuti dopo la disconnessione del sistema, quindi era facilmente verificabile che si trattava di una colossale bufala. L’interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica non dipendeva da nessuna esplosione, da nessun intervento militare, ma dalla disconnessione dal sistema elettrico nazionale della centrale di Nuevitas. Pensare che la notizia sia stata creata e amplificata nella sua diffusione da account riconducibili ai soliti controrivoluzionari che operano sull’isola non è certamente fantasia. So benissimo che quando la corrente se ne va le comunicazioni sono difficili e Internet funziona a singhiozzo, ma se stai su X e  diffondi notizie non verificabili la tua connessione funziona benissimo. Se non diffondi la verità che Cubadebate prontamente ha pubblicato allora c’è del dolo e non solamente la necessità di trovare una giustificazione a quanto sta accadendo. Diffondere false notizie per aumentare le preoccupazioni della popolazione cubana, chiamata anche guerra cognitiva,  è una precisa strategia di destabilizzazione dell’ordine sociale dell’isola condotta da tempo da quelli che della controrivoluzione vivono, sia negli Stati Uniti che a Cuba. Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info Redazione Italia
March 24, 2026
Pressenza
La Fondazione Hind Rajab avvia un procedimento legale in Italia contro il criminale israeliano Ofer Winter
La Fondazione Hind Rajab (HRF) ha presentato questa mattina 23 marzo in Italia, tramite un avvocato italiano, una denuncia penale contro l’ex comandante militare israeliano Ofer Winter, accusandolo di crimini di guerra e istigazione al genocidio in corso a Gaza dal 2023. La denuncia è accompagnata da un dettagliato rapporto investigativo, che raccoglie prove documentali, comprese dichiarazioni pubbliche e fornisce un’analisi della condotta di Winter, elencando le dichiarazioni pubbliche più rilevanti che criticano l’attuale strategia militare, ritenuta insufficientemente dura e fomentando un linguaggio genocidario che incita allo svuotamento di Gaza attraverso la deportazione forzata o la fame del popolo palestinese e presentando tali misure come necessarie per la vittoria militare. La denuncia giunge mentre Winter si appresta a recarsi in Italia la prossima settimana per partecipare a eventi pubblici in cui è previsto che intervenga. Dal 31 marzo al 9 aprile, infatti, Ofer Winter sarebbe invitato come relatore speciale a Capaccio Paestum, nell’ambito di un pacchetto vacanze organizzato per la Pasqua ebraica da un’agenzia israeliana. Ofer Winter è un esponente di spicco dell’ultranazionalismo israeliano che negli ultimi due anni e mezzo ha invocato l’eliminazione totale e il trasferimento forzato della popolazione palestinese dai territori occupati. L’arrivo in Italia di Ofer Winter non è una questione diplomatica da gestire con discrezione, ma una questione di diritto e obbliga lo Stato italiano a scegliere se rispettare i propri obblighi giuridici o svuotarli di significato. Ofer Winter non è un visitatore qualunque. Secondo il rapporto investigativo della Hind Rajab Foundation, il suo operato durante l’operazione “Protective Edge” del 2014 e le sue dichiarazioni pubbliche successive sollevano accuse credibili di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario; l’Italia è vincolata da obblighi giuridici precisi, derivanti dallo Statuto di Roma, dalle Convenzioni di Ginevra e dal proprio ordinamento interno. Il ricorso afferma che le autorità italiane hanno sia la giurisdizione che l’obbligo legale di agire. In base al diritto internazionale e al suo recepimento negli ordinamenti giuridici nazionali, gli Stati devono indagare e perseguire gli individui sospettati di crimini di guerra quando si trovano sul loro territorio. Il ricorso chiede pertanto l’apertura di un’indagine penale formale. “Questi crimini non hanno prescrizione. Ciò che vediamo oggi è che individui che hanno commesso crimini di guerra nel 2014 sono ora parte integrante della macchina genocida israeliana che opera a Gaza. Ofer Winter sta arrivando in Italia e all’Italia non viene chiesto di valutare la geopolitica, ma di applicare obblighi giuridici vincolanti che scattano automaticamente con la sua presenza” ha affermato Dyab Abou Jahjah, direttore generale della Fondazione Hind Rajab “Ofer Winter, che ha commesso crimini di guerra nel corso della sua carriera, rimane un criminale di guerra. Grazie alla sua impunità, ora incita altri a commettere genocidio. Ecco perché è fondamentale perseguire la giustizia: l’impunità non si limita a ignorare i crimini passati, ma li rende possibili in futuro” ha detto Natacha Bracq, responsabile del contenzioso presso HRF. Non si tratta di principi astratti, ma di doveri concreti. Quando una persona sospettata di crimini internazionali entra nel territorio nazionale, lo Stato ha l’obbligo di attivarsi, verificare, indagare e anche arrestare. Ignorare tali obblighi per ragioni politiche contribuisce all’erosione del diritto internazionale, già segnato da una lunga storia di applicazione selettiva. Questo rappresenta un banco di prova concreto. L’Italia può scegliere di applicare il diritto che dichiara di difendere, oppure dimostrare che tali principi valgono solo in modo selettivo. Vietare l’ingresso di Ofer Winter in Italia significherebbe dare attuazione concreta al diritto internazionale e ai principi sanciti dalla Costituzione italiana. Firma l’appello per l’arresto di Ofer Winter https://sites.google.com/view/globaljustice4palestine/home-page   L'Antidiplomatico
March 24, 2026
Pressenza
Se la montagna biellese diventa bussola di civiltà
Il Biellese è il territorio di sperimentazione della nuova destra: lo abbiamo già scritto. È il luogo da cui proviene il Sottosegretario alla Giustizia e, non a caso, nel primo comunicato delle opposizioni locali dopo il risultato nazionale, ne sono state richieste giustamente le dimissioni. In generale, i risultati del referendum sulla giustizia nel Biellese non sono esaltanti per chi sperava in un segnale di rottura. A Biella città, il Sì ha prevalso di misura con il 51,4%, riflettendo una spaccatura quasi perfetta nel capoluogo. Tuttavia, è il dato aggregato dei 74 comuni della provincia a delineare una tendenza più netta: qui il Sì si è imposto con una media del 54,8%, superando la performance nazionale. È facile capirne il perché: i numeri seguono la curva demografica. Il Biellese è un’area dove l’inverno demografico è più avanzato che nel resto d’Italia e gli over 55 hanno scelto, in maggioranza, di assecondare la riforma costituzionale proposta dal Governo Meloni. Ci sono però dei dati difformi su cui è fondamentale ragionare. L’eccezione la troviamo, ad esempio, nei comuni dell’Alta Serra. Qui, sopra i 600 metri, il No ha vinto a dispetto dell’età media avanzata degli abitanti. A Magnano, Sala Biellese e Torrazzo si è votato come i ventenni delle grandi metropoli: un No convinto, che in alcuni seggi ha superato il 60%. Non è stato un voto di conservazione, ma di protezione. L’incrocio con i dati delle Regionali 2024 è impietoso per i partiti di governo. Due anni fa, questi stessi paesi avevano concesso ampia fiducia alla coalizione di centro-destra (con punte del 58%). Oggi, di fronte a un quesito che toccava i nervi scoperti della democrazia, quegli stessi elettori hanno scelto la libertà di giudizio sopra la fedeltà di bandiera. Mentre i centri urbani si svuotano di partecipazione, i nostri paesi di montagna diventano “presidi di consapevolezza”. Forse perché quassù si ha ancora il tempo di leggere, di discutere al circolo, di ascoltare il silenzio necessario per pesare una scelta. I giovani a livello nazionale e i nostri “vecchi” di montagna si sono stretti la mano idealmente in questo referendum. Hanno scelto di non svendere i principi per una promessa di rapidità che sa di inganno. Dalle Terre Alte biellesi arriva un monito: la democrazia non è una pratica da sbrigare, ma un sentiero da manutenere con cura, passo dopo passo, senza scorciatoie pericolose. Redazione Piemonte Orientale
March 23, 2026
Pressenza
La Toga e il Potere: le derive autoritarie e il futuro della giustizia in Italia. Imperativi per il No al referendum
In un verso del 1973, Fabrizio De André (“Storia di un impiegato”) aveva visto lungo, con lucidità profetica: «prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge»… E tornano alla mente gli episodi di compiacenza della magistratura e delle forze dell’ordine ai voleri del potere politico: dalla strage di Piazza Fontana alla strage di Via D’Amelio, passando dalla strategia della tensione allo stragismo mafioso. Non solo incidenti di percorso ma prova provata che la commistione tra potere esecutivo, apparati di sicurezza e settori compiacenti della magistratura produce mostri. E che quei mostri, in Italia, hanno goduto a lungo di impunità. Da qui la domanda effettiva a cui siamo chiamati a rispondere oggi e domani con un Sì o un No: “Volete una magistratura che risponde ai cittadini attraverso la propria autonomia costituzionale, o una magistratura che risponde, anche solo indirettamente, all’indirizzo politico del governo in carica?”. Quel verso di De André ci parla ancora_ La riforma della magistratura: il nodo del referendum Ed è qui che si inserisce il progetto più ambizioso — e più pericoloso — dell’attuale maggioranza: la riforma costituzionale della magistratura, che approderà a referendum confermativo. La separazione delle carriere tra magistratura requirente (i pubblici ministeri) e magistratura giudicante (i giudici) è, in superficie, una proposta che può apparire tecnica e persino ragionevole. Ma il diavolo, come sempre, sta nei dettagli — e nelle intenzioni. Il vero cuore della riforma non è la separazione in sé, ma il ridisegno del Consiglio Superiore della Magistratura e, soprattutto, l’introduzione di un organo parallelo di controllo disciplinare — l’Alta Corte disciplinare — con una composizione che riduce l’autogoverno della magistratura e aumenta l’influenza indiretta del potere politico. In un sistema in cui i pubblici ministeri sono già strutturalmente più esposti alle pressioni esterne rispetto ai giudici, indebolire i meccanismi di autonomia significa esporre l’azione penale a condizionamenti che oggi almeno trovano un argine nelle regole. La domanda che il referendum pone ai cittadini italiani — anche se raramente viene formulata in questi termini espliciti — è: volete una magistratura che risponde ai cittadini attraverso la propria autonomia costituzionale, o una magistratura che risponde, anche solo indirettamente, all’indirizzo politico del governo in carica? La storia che abbiamo ricordato — Piazza Fontana, Via D’Amelio, i depistaggi, le verità negate — ci dice cosa succede quando quella domanda trova la seconda risposta.   De André sapeva C’è una lucidità profetica nei versi di Fabrizio De André inseriti nell’album Storia di un impiegato (1973) “Sogno Numero Due” che il tempo non ha consumato, anzi ha reso più nitida: «Ascolta: una volta un giudice come me / giudicò chi gli aveva dettato la legge: / prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge. / Oggi, un giudice come me, / lo chiede al potere se può giudicare. / Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? / Vuoi essere assolto o condannato?»   De André descriveva il cortocircuito perfetto del potere che auto legifera e si autoassolve. La sequenza è sempre la stessa: prima si neutralizza il giudice scomodo, poi si riscrive la legge che lo rendeva possibile. Ciò che oggi si propone con la riforma costituzionale è semplicemente una versione più raffinata, più presentabile, più “democratica” dello stesso meccanismo. Non si cambia il giudice con un decreto: lo si rende dipendente, culturalmente e strutturalmente, da chi detiene il potere. Il risultato finale è identico: un giudice che «chiede al potere se può giudicare».   Gli scenari futuri Se il referendum dovesse approvare la riforma nella sua forma attuale, si aprirebbe una stagione nuova — e per molti versi inedita nella storia repubblicana — in cui: > I processi politicamente sensibili(corruzione, criminalità organizzata con > ramificazioni istituzionali, reati dei pubblici ufficiali) potrebbero > incontrare resistenze sistemiche anziché occasionali > > La figura del pubblico ministeropotrebbe trasformarsi progressivamente da > organo di accusa indipendente a soggetto esposto a pressioni di carriera > orientate politicamente > > Il controllo della legalità— che in Italia ha storicamente supplito alle > lacune di una politica spesso incapace di autoregolarsi — verrebbe > sensibilmente ridotto proprio negli ambiti in cui è più necessario Non si tratta di un salto diretto verso la dittatura: nessuno sta prefigurando scenari così drammaticamente lineari. Si tratta di qualcosa di più sottile e perciò più difficile da contrastare — un assottigliamento progressivo degli argini, una erosione silenziosa delle garanzie, che lascia in piedi le forme della democrazia svuotandone la sostanza. L’Italia ha una Costituzione nata dall’antifascismo che ha posto l’indipendenza della magistratura come pilastro irrinunciabile dello Stato di diritto. Quella scelta non fu casuale: chi aveva vissuto il ventennio sapeva esattamente cosa significasse una giustizia al servizio del potere politico. Settant’anni dopo, quella lezione rischia di essere dimenticata — non con la violenza, ma con la pazienza certosina di chi riscrive le regole del gioco mentre l’attenzione pubblica è altrove. De André, da quel palco immaginario del 1973, ci aveva già avvertiti. La domanda è se siamo ancora in grado di ascoltarlo. «Prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge». Poi non ci fu più bisogno di cambiare nessuno dei due. PER LA VERSIONE INTEGRALE CLICCA SOTTO Redazione Italia
March 22, 2026
Pressenza
Il Convoglio “Nuestra America” arriva a Cuba
Oltre 600 partecipanti, da 33 Paesi del mondo, da tutti i continenti. Sono queste, in estrema sintesi, le cifre del grande evento internazionale del Convoglio “Nuestra America” per Cuba, quella che, concepita in origine come una Flottiglia di solidarietà, si è trasformata, cammin facendo, in qualcosa di ben più ampio e impegnativo, una piattaforma politica e una gigantesca mobilitazione internazionale che ha coinvolto, appunto, non solo centinaia di persone e di organizzazioni politiche, sociali, sindacali, culturali, sportive, ma ha anche costruito una vasta e fitta rete che ha, letteralmente, attraversato il mondo intero, con tutti i mezzi, veicoli, barche, aerei, giungendo infine sull’Isola per un atto di concreta solidarietà, fattiva militanza, e, incredibilmente ampia e diffusa, partecipazione. Il progetto, coordinato dalla Internazionale Progressista, ha dunque mantenuto la promessa che aveva fatto, quella di forzare il bloqueo e di rompere l’assedio che gli Stati Uniti, in maniera unilaterale e criminale, hanno imposto a Cuba, e farlo non con un evento di aiuto umanitario, ma con un gigantesco atto politico, in cui la solidarietà concreta viene interamente concepita e declinata all’interno della solidarietà politica, come solidarietà, insieme, internazionale e internazionalista. Le motivazioni dell’evento potrebbero, anch’esse, condensarsi in poche, eloquenti, cifre: 65 anni di inumano bloqueo, il totale blocco economico, commerciale e finanziario, imposto dagli Stati Uniti sulla falsariga del noto Memorandum Mallory del 1960 («bisogna usare rapidamente tutti i mezzi possibili per debilitare la vita economica di Cuba…, per ottenere i maggiori sviluppi nella privazione a Cuba di denaro e forniture, per ridurle le risorse finanziarie e i salari reali, per provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo»), un bloqueo del tutto inumano e criminale, ripetutamente (ormai 32 volte) condannato dalle Nazioni Unite, dalla quasi totalità dei Paesi del mondo, e che molti, a Cuba e non solo, per i suoi effetti e le sue conseguenze, considerano “il genocidio più vasto (duraturo) della storia”; poi, oltre 240 misure coercitive unilaterali che fanno parte di una strategia di vera e propria guerra economica contro Cuba; e, ultimo in ordine di tempo, il blocco energetico e petrolifero, anche questo imposto a Cuba dagli Stati Uniti e che ha già avuto conseguenze dolorose, con ripetute interruzioni della elettricità, ripetuti e duraturi black-out, il prezzo dei carburanti quadruplicato, la rarefazione del traffico stradale e un piano straordinario di individuazione delle priorità per consentire di mandare avanti la vita, in tutti i campi e in tutti i settori, di Cuba. Uno straordinario sforzo di organizzazione e di resistenza di cui è immediato, qui a Cuba, rendersi conto. Il 21 marzo, l’ICAP (Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli) ospita il grande evento politico di convergenza del Convoglio. Da un lato, la raccolta dei beni fatti pervenire a Cuba dalla solidarietà che si è attivata, nel corso delle ultime settimane, in tutto il mondo; dall’altro, l’evento politico-culturale, che si apre proprio all’insegna del motto: «Cuba non è e non sarà sola». Il primo intervento è di David Adler, coordinatore dell’Internazionale Progressista, che ricorda il significato delle cifre: 600 persone presenti ma milioni di persone coinvolte in atti di solidarietà in tutto il mondo. Tre sono i significati del Convoy. Un significato umanista – riconosciamo il nostro dovere di partecipare e di attivare solidarietà; un significato militante – difendiamo un progetto reale, la Rivoluzione e le sue conquiste, e rinnoviamo la nostra vicinanza e la nostra amicizia con Cuba; un significato etico – la consapevolezza dell’obbligo di lottare contro la politica genocida degli Stati Uniti e i loro alleati. Quella che viene definita come Dottrina “Donroe” è in realtà una strategia imperialista, che intende cancellare un secolo di politica anticoloniale, e questo è il motivo di fondo per cui Cuba non è e non sarà mai sola. Cuba ha insegnato al mondo cosa significa solidarietà internazionale, motivo per il quale occorrerebbe piuttosto chiedersi quanto sia Cuba ad avere bisogno di noi e quanto viceversa siamo noi, in realtà, ad avere bisogno di Cuba, della sua solidarietà internazionale, dei suoi medici e dei suoi insegnanti. L’Italia, il nostro Paese, ne sa qualcosa: 38 medici in Piemonte durante la prima ondata della pandemia di Covid-19; 52 medici in Lombardia per fronteggiare l’emergenza sanitaria; e ancora 500 medici in Calabria, ancora negli anni successivi alla pandemia, per impedire un vero e proprio collasso del sistema sanitario calabrese. In definitiva, quello che si è costruito e si va costruendo è un esempio concreto di lotta per la pace, per la giustizia e per il mondo intero. Il direttore dell’ICAP, Fernando Gonzalez Llort, parte dalla memoria recente degli eventi storici che hanno concorso a mutare il panorama delle relazioni internazionali: a partire dal 3 gennaio, con l’aggressione al Venezuela bolivariano e il sequestro del suo presidente legittimo, in carica, Nicolas Maduro, e della consorte, la deputata Cilia Flores, aggressione nella quale caddero 32 eroi cubani, è stato assestato un colpo all’ordine internazionale. L’imperialismo intende imporre al mondo la barbarie al posto della ragione contro tutti i principi del diritto, della giustizia e della coesistenza pacifica. La sua strategia è quella di ufficializzare la menzogna per costruire l’aggressione contro i diritti e le libertà dei popoli. In questa strategia si configura il disegno di una vera e propria guerra multidimensionale. Intanto, la guerra economica e la guerra energetica per colpire un popolo, asfissiarlo, assediarlo, un popolo che ha scelto di essere libero e sovrano. E poi, la guerra mediatica e la guerra psicologica intesa a seminare dubbi e dividere il popolo. Per questo, torna più attuale che mai la lezione di Fidel Castro: la resistenza è la costante offensiva della ragione, della coscienza e della morale, all’insegna di “unità, verità, coscienza e azione”. Non è un caso che la risposta solidale dei popoli sia stata immediata a tutti i livelli, economico, morale, politico, e attraverso una moltitudine di attività svolte e che continueranno a svolgersi: iniziative, campagne, articoli, documentazione, social media e reti sociali. Cuba non cederà nessuna delle sue conquiste nella difesa della sua indipendenza, della sua sovranità e della sua autodeterminazione, proprio perché – come diceva José Martí – «patria è umanità». E la resistenza, tra mille complessità e difficoltà, è in corso, con soluzioni creative e la solidarietà del mondo intero. Riferimenti: Il sito del Convoglio “Nuestra America” per Cuba: https://nuestraamericaconvoy.org Il portale dell’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli: www.siempreconcuba.org La situazione a Cuba: www.pressenza.com/it/2026/02/cuba-di-fronte-a-nuove-aggressioni-e-sfide-gigantesche Gianmarco Pisa
March 21, 2026
Pressenza