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Colleferro, il boato che riapre la questione sicurezza: la Valle del Sacco non può vivere di economia di guerra
Un boato sordo e prolungato, avvertito anche nei Comuni vicini, ha riportato in primo piano una questione che Colleferro e l’intera Valle del Sacco, nella provincia di Roma, conoscono da tempo: la sicurezza in un’area dove sono presenti lavorazioni industriali ad alto rischio. Lo stabilimento coinvolto è quello della KNDS Ammo Italy — la storica Simmel Difesa — specializzato nella produzione di munizionamento di medio e grosso calibro, componenti e materiali esplosivi destinati al settore della difesa. L’azienda dichiara di esportare i propri prodotti in oltre quaranta Paesi. Secondo le prime ricostruzioni, l’allarme è scattato dopo lo sviluppo di un incendio nell’area di un miscelatore industriale, all’interno del reparto di lavorazione delle polveri. Al rogo è seguita una violenta deflagrazione che ha interessato una parte dello stabilimento. Il dato più importante è che i lavoratori presenti sono riusciti a mettersi in sicurezza e non risultano vittime né feriti. Le procedure di emergenza e la tempestività dell’evacuazione hanno evitato conseguenze ben più gravi. Spetta ora alla magistratura e agli organismi competenti ricostruire con precisione le cause e la dinamica dell’incidente, ma quanto accaduto lascia aperte domande che riguardano la sicurezza, il futuro industriale e il modello di sviluppo della Valle del Sacco. Per la comunità di Colleferro è inevitabile tornare con la memoria all’ottobre del 2007, quando un’esplosione nello stesso complesso industriale provocò la morte dell’operaio Roberto Pignalberi e il ferimento di numerosi lavoratori. A quasi diciannove anni di distanza, un nuovo incidente ricorda una realtà che non può essere aggirata: lavorare polveri da sparo, esplosivi e sostanze detonanti comporta rischi intrinsechi e richiede standard molto elevati di prevenzione, manutenzione e controllo. Nel frattempo l’industria europea degli armamenti è entrata in una fase di forte espansione, sostenuta dall’aumento delle commesse e della spesa militare. KNDS, gruppo franco-tedesco nato dall’integrazione delle attività di Krauss-Maffei Wegmann e Nexter, è uno dei protagonisti di questo processo. È proprio questo scenario a rendere necessaria una verifica: capire se e in quale misura siano cresciuti i carichi produttivi dello stabilimento di Colleferro e se a eventuali aumenti della produzione siano corrisposti maggiori investimenti nella prevenzione, nella manutenzione e nella sicurezza. Questo non significa sostenere che il riarmo abbia provocato l’incidente. Allo stato attuale non ci sono elementi per sostenerlo. Significa porre una domanda molto più concreta: se sono aumentati i ritmi produttivi, sono aumentati nella stessa misura anche controlli, manutenzione e garanzie per chi lavora? È uno degli aspetti che andrebbe accertato insieme allo stato degli impianti e dei macchinari, all’organizzazione dei turni, agli interventi di manutenzione e al rispetto delle procedure previste per lavorazioni ad alto rischio. Ma non basta stabilire che cosa abbia provocato l’esplosione. C’è una questione più grande che riguarda il rapporto tra lavoro e industria militare. Un territorio non può essere messo di fronte alla scelta tra occupazione e sicurezza e la difesa dei posti di lavoro non può diventare l’argomento con cui considerare inevitabile una crescita continua della produzione bellica. Nell’immediato servirebbe una campagna straordinaria di controlli negli stabilimenti ad alto rischio presenti nella Valle del Sacco, coinvolgendo l’Ispettorato Nazionale del Lavoro e gli organismi statali, regionali e territoriali competenti in materia di sicurezza, prevenzione industriale e tutela ambientale. Ma c’è anche una domanda che riguarda il futuro: quale industria vogliamo costruire a Colleferro e nella Valle del Sacco? Serve aprire un confronto che coinvolga governo, Regione Lazio, enti locali, organizzazioni sindacali e rappresentanze dei lavoratori. Sarebbe però illusorio pensare che una scelta di questo tipo possa arrivare spontaneamente dall’alto. Gli attuali orientamenti verso l’aumento della spesa militare e il rafforzamento dell’industria della difesa vanno nella direzione opposta. Una prospettiva di diversificazione e progressiva riconversione produttiva può nascere soltanto se attorno ad essa cresce una spinta dal basso, a partire dai lavoratori e dalle organizzazioni sindacali, insieme alle associazioni, ai movimenti e alle comunità della Valle del Sacco. La riconversione deve diventare una vertenza del territorio: non per chiudere gli stabilimenti o sacrificare l’occupazione, ma per rivendicare investimenti pubblici, garanzie per i lavoratori e una politica industriale capace di costruire alternative concrete alla dipendenza dalle commesse militari. Significa difendere il lavoro di oggi e nello stesso tempo creare le condizioni per il lavoro di domani. Colleferro possiede competenze industriali, tecnologiche e professionali che sarebbe assurdo disperdere e che possono essere utilizzate anche in produzioni civili ad alto contenuto tecnologico: transizione energetica, sicurezza delle infrastrutture, mobilità sostenibile, ricerca e tecnologie ambientali. Una trasformazione del genere non avviene dall’oggi al domani. Richiede investimenti pubblici, formazione, ricerca, politica industriale e garanzie occupazionali, ma soprattutto rapporti di forza capaci di portare questa alternativa nell’agenda politica. Senza una domanda organizzata che venga dai lavoratori e dal territorio, il rischio è che la crescente dipendenza dalle commesse militari venga presentata come l’unico futuro possibile. La Valle del Sacco, del resto, porta già sulle proprie spalle una lunga e difficile storia industriale e ambientale. È un territorio alle prese da anni con bonifiche, contaminazioni e necessità di risanamento. Pensare che il suo futuro possa dipendere soprattutto dall’espansione delle produzioni più rischiose significherebbe non fare i conti con quella storia. Quanto accaduto a Colleferro si è concluso fortunatamente senza vittime, ma proprio perché questa volta è andata così, sarebbe sbagliato aspettare il prossimo incidente per tornare a discutere degli stessi problemi. Bisogna fare piena chiarezza sulle cause dell’esplosione, rafforzare i controlli e garantire la sicurezza dei lavoratori, ma bisogna anche affrontare la domanda politica che il boato di Colleferro lascia sul tavolo: vogliamo davvero che il futuro industriale e occupazionale della Valle del Sacco dipenda sempre di più dall’economia di guerra? La sicurezza dei lavoratori, la tutela del territorio e il diritto all’occupazione non sono interessi contrapposti. Una politica industriale degna di questo nome dovrebbe riuscire a tenerli insieme. Giovanni Barbera
August 14, 2026
Pressenza
La crociata di Trump contro i giornalisti stranieri
> Il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha proposto di > ridurre il periodo di validità del visto di categoria “I” riservato ai > giornalisti stranieri: invece di periodi pluriennali rinnovabili fino a 5 > anni, la riforma stabilirebbe una durata massima di 240 giorni, ridotta a 90 > giorni per i giornalisti cinesi. Il rinnovo non sarebbe più una procedura > amministrativa di routine, bensì un privilegio che l’amministrazione Trump > potrebbe concedere o negare a propria discrezione. TRASFORMARE IL VISTO IN UN’ARMA La Foreign Press Association e altri media avvertono che, in una situazione del genere, per i corrispondenti stranieri sarà “impossibile” esercitare la propria professione. Se lo status giuridico dei giornalisti scadrà ogni pochi mesi e sarà costantemente condizionato dai capricci politici del governo, diventerà sempre più difficile costruire un network di fonti, approfondire e comprendere appieno le complessità politiche del Paese o, semplicemente, mantenere un legame stabile con la propria famiglia. L’Associazione statunitense dei corrispondenti di stampa estera (AFPC) definisce questa proposta “un palese attacco alla libertà di stampa” che sembra “creata appositamente per disincentivare una valutazione del governo USA, impedendo alla stampa libera di spingere chi detiene il potere a rendere conto delle proprie azioni”. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) ha amplificato la risonanza di questo allarme e ha dichiarato che tali restrizioni “[cancellano] una politica in vigore da decenni che consentiva ai giornalisti stranieri di svolgere il proprio lavoro dagli Stati Uniti senza temere che il loro visto potesse essere utilizzato contro di loro”. Il direttore del CPJ per le Americhe, José Zamora, ha altresì avvertito che “questa è l’ultima escalation … che segue una serie di violazioni della libertà di stampa molto preoccupanti… È regressione della democrazia, non libertà di espressione internazionale all’avanguardia”. UN ATTACCO AL PRIMO EMENDAMENTO Da un punto di vista formale, il Primo Emendamento vincola il Congresso, non i funzionari consolari o le autorità preposte all’immigrazione. Ma sostanzialmente, questa proposta è un affronto diretto al principio cardine del Primo Emendamento: la stampa libera deve essere in grado di valutare chi è al potere senza temere ritorsioni. Se per un giornalista la possibilità di vivere e lavorare negli Stati Uniti fosse subordinata a rinnovi frequenti e discrezionali, l’amministrazione Trump creerebbe quel clima di autocensura che il Primo Emendamento intende prevenire. Se un giornalista fosse consapevole che scrivere un articolo critico sul Presidente o sui suoi alleati potrebbe tradursi nel rifiuto del rinnovo del visto, il confine tra la normativa e la ritorsione politica svanirebbe del tutto. Non si tratta di uno scenario ipotetico. Il CPJ ha avvertito che una riduzione del periodo di validità del visto potrebbe creare “un contesto di possibile censura editoriale in cui l’amministrazione Trump può barattare l’accesso al Paese in cambio di una copertura giornalistica conforme”. Autorizzare il governo a esaminare il contenuto di un lavoro giornalistico per decidere se rinnovare l’estensione del visto o meno apre le porte al filtraggio ideologico di chi può fare informazione negli Stati Uniti e chi no. E questa logica non differisce granché dai metodi dei regimi autoritari che gli USA hanno storicamente condannato. UNO STRUMENTO PER LA PUNIZIONE SELETTIVA La proposta crea inoltre lo strumento perfetto per la punizione selettiva dei giornalisti provenienti dai Paesi con cui l’amministrazione Trump intrattiene relazioni tese o conflittuali. Il fatto di riservare ai giornalisti cinesi limiti particolarmente severi di 90 giorni segnala esplicitamente che Washington è pronta a brandire il rinnovo del visto come un’arma geopolitica e non come uno strumento amministrativo neutrale. Con un precedente simile, niente impedirebbe all’amministrazione di stringere ulteriormente la morsa sui giornalisti provenienti dalle nazioni che gli USA sperano di punire o sulle quali vogliono esercitare pressioni. Il risultato? Un panorama giornalistico a due livelli in cui i giornalisti provenienti da Paesi “amici” godrebbero di una relativa stabilità, mentre quelli provenienti da Paesi “ostili” si troverebbero ad affrontare una costante incertezza e l’implicita richiesta di “comportarsi bene”. Un sistema del genere provoca contromisure. Altri governi, in particolare quelli già ostili ai media critici, sfrutterebbero l’esempio degli Stati Uniti per giustificare le restrizioni sui visti dei corrispondenti americani, togliendo ulteriore spazio al giornalismo indipendente in tutto il mondo. Nel tentativo di disciplinare i giornalisti stranieri, Washington rischia di mettere in difficoltà i giornalisti americani che lavorano al di fuori degli USA. DANNI COLLATERALI A SOCIETÀ E INDUSTRIA USA Tuttavia, questa proposta non danneggerebbe solo le redazioni giornalistiche. La copertura internazionale degli Stati Uniti è un’arteria vitale per i settori che dipendono dalla visibilità globale, come la finanza, la formazione universitaria, l’intrattenimento, lo sport, il turismo e le istituzioni culturali. Se per le testate straniere diventasse eccessivamente dispendioso o logisticamente impossibile mantenere corrispondenti negli Stati Uniti per più di qualche mese, moltissime trasferirebbero altrove i propri centri operativi. E questo trasferimento ha un prezzo: meno reportage approfonditi sulla democrazia americana, i suoi mercati, le sue università, la sua cultura; una maggiore attenzione a narrazioni “di seconda mano” o avverse. Per un Paese che ancora rivendica la leadership di un “mondo libero”, danneggiare deliberatamente la visibilità globale della propria società sembra, più che ipocrita, decisamente controproducente. COMPROMISSIONE DEI TRATTATI E DELLA REPUTAZIONE GLOBALE Un ulteriore aspetto, spesso sottovalutato, è che queste restrizioni rischiano di scontrarsi con gli obblighi USA previsti dall’Accordo sulla sede delle Nazioni Unite e dagli accordi correlati che regolano l’accesso dei giornalisti stranieri impegnati a seguire le attività dell’ONU. New York non è una città americana come tante altre: è la sede di un’organizzazione internazionale il cui operato dipende dal libero accesso alla stampa di tutti gli Stati membri. Per decenni, Washington ha giustamente insistito che gli Stati sede delle istituzioni internazionali devono garantire il libero accesso alla stampa ed evitare di trasformare i visti in un’arma politica. Se fossero proprio gli Stati Uniti a farlo per primi, questo fornirebbe a ogni governo autoritario la scusa perfetta per fare esattamente la stessa cosa, erodendo quel che rimane di una norma globale già traballante. Inoltre, l’articolo 19 della Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite tutela la libertà di “cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni genere”. Gli organi delle Nazioni Unite hanno ripetutamente esortato i vari Paesi a creare condizioni favorevoli affinché i giornalisti possano lavorare liberamente. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha segnalato che a livello globale la libertà di stampa è sempre più compromessa; ha inoltre esortato i governi “a proteggere i giornalisti e gli operatori dei media, nonché a creare le condizioni necessarie affinché possano svolgere il loro importante lavoro”, ricordando agli Stati che “informare non è un crimine”. L’AFPC ha giustamente osservato che la proposta di legge dell’amministrazione Trump “sarebbe un disastro per la leadership americana nel mondo”, proprio perché dimostra che gli Stati Uniti sono pronti a mettere in discussione le stesse norme che hanno a lungo promosso nei forum internazionali. Pertanto, quando il Paese ospitante delle Nazioni Unite normalizza l’uso strumentale dei visti per i giornalisti, indebolisce le tutele da cui dipendono i propri reporter all’estero. COSA BISOGNA FARE Non tutto è perduto. La proposta può essere contestata e, in ultima analisi, respinta combinando azioni legali, supervisione da parte del Congresso, pressioni diplomatiche, e mobilitazione dell’opinione pubblica. Le testate giornalistiche, le associazioni per la difesa delle libertà civili, le università e le industrie statunitensi che dipendono dalla visibilità internazionale dovrebbero presentare reclami formali e una petizione al Congresso per bloccare l’implementazione della proposta di legge e dovrebbero, al tempo stesso, preparare dei ricorsi sostenendo che la norma è arbitraria, discriminatoria e incompatibile con la tutela costituzionale della libertà di stampa. I governi stranieri e gli organismi internazionali, tra cui l’ONU, dovrebbero chiarire che la compromissione dell’accesso della stampa straniera negli Stati Uniti provocherebbe contromisure restrittive sui giornalisti americani all’estero, isolando ulteriormente il pubblico statunitense dal resto del mondo. Dovrebbero inoltre ricordare a Washington che è soggetta a obblighi in qualità di sede dell’ONU, e che deve adempiere ai suoi impegni in materia di diritti umani. Devono chiedere che faciliti il lavoro dei corrispondenti stranieri, piuttosto che ostacolarlo. I cittadini americani, che in definitiva pagherebbero le conseguenze di un’informazione pubblica impoverita, devono insistere affinché il loro governo non abusi delle leggi sull’immigrazione per farne uno strumento di censura occulto. Come ha sottolineato il CPJ, gli Stati Uniti non possono affermare di essere “l’avanguardia internazionale della libertà di espressione” se poi utilizzano i visti per punire in modo selettivo il giornalismo critico. Non è un caso che Trump, apertamente ostile ai media indipendenti, cerchi ora di trasformare i visti in leve di controllo su chi dovesse parlare al pubblico della sua amministrazione. Se questa norma dovesse essere confermata, rafforzerebbe ulteriormente una forma di autoritarismo che si sta espandendo in America. Ed è proprio per questo che deve essere fermata. -------------------------------------------------------------------------------- Una versione più breve di questo articolo è stata pubblicata su IPS News. TRADUZIONE DALL’INGLESE DI LAURA FRESCINA -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Dr. Alon Ben-Meir è Presidente dell’Institute for Humanitarian Conflict Resolution. Pressenza New York
August 13, 2026
Pressenza
In Liberia i giovani stanno rivoluzionando la mobilità
ELVIS THOMAS È TRA I FONDATORI DI UNA START-UP CHE HA INTRODOTTO LA PRIMA FLOTTA DI TUK-TUK ELETTRICI DEL PAESE. UN PROGETTO CHE UNISCE MOBILITÀ SOSTENIBILE, INCLUSIONE E LAVORO, OFFRENDO TRASPORTI PIÙ PULITI E SICURI E CREANDO NUOVE OPPORTUNITÀ ECONOMICHE PER LE DONNE. Il mondo si sta surriscaldando. Le disuguaglianze aumentano. Eppure, in Africa e altrove, molti giovani stanno trasformando le fragilità di sistemi in crisi in occasioni di cambiamento. In Liberia, uno di questi giovani è Elvis Thomas, cofondatore di Emergi Liberia, un’iniziativa guidata da giovani che unisce mobilità sostenibile, imprenditorialità e inclusione sociale. A Monrovia, traffico e smog fanno parte della quotidianità. Muoversi in città può essere costoso, inaffidabile, inquinante e, per molte donne, poco sicuro. In un Paese ancora dominato dai veicoli a benzina, i costi sociali e ambientali sono elevati.  Per questo Elvis e il suo team hanno immaginato un modello diverso. Elvis Thomas di Emergi Liberia. Foto di UNDP Attraverso Emergi Liberia stanno sperimentando la prima flotta di tuk-tuk elettrici del Paese: un’alternativa più pulita e sicura che apre nuove opportunità economiche alle donne. I mezzi riducono le emissioni di CO2 del 95% e i costi operativi di oltre il 70% rispetto ai veicoli tradizionali. Ma il progetto va oltre la tecnologia. Al centro ci sono le persone. Finora 30 donne sono state formate come autiste attraverso un programma che comprende sicurezza stradale, gestione finanziaria, salute e risposta alle emergenze. In media guadagnano circa tre volte più delle donne attive nel settore informale dei trasporti. Possono inoltre contare su veicoli sottoposti a manutenzione, stazioni di ricarica alimentate da fonti rinnovabili e un fondo sociale dedicato. È stata sviluppata anche un’app di ride-hailing che collega autiste e clienti attraverso un servizio più affidabile. Il progetto dimostra che la mobilità sostenibile non dipende solo dai veicoli, ma da infrastrutture, sicurezza, fiducia e politiche pubbliche. «Non stiamo solo cambiando il modo in cui le persone si spostano. Stiamo cambiando chi guida lo sviluppo», afferma Elvis. «Questo progetto parla di fiducia: nella capacità dei giovani di guidare il cambiamento e nel fatto che soluzioni pulite possano funzionare anche qui». Quella fiducia ha già prodotto risultati. Partita con quattro veicoli elettrici, Emergi Liberia fa sapere di essere arrivata a una flotta di 15 mezzi operativi nel 2025, contribuendo a ridurre circa 2,7 tonnellate di CO2 e ottenendo nuovi finanziamenti e riconoscimenti internazionali. Tuk tuk di Emergi Liberia. Foto di UNDP Ora il progetto punta a espandersi in Liberia e Sierra Leone, rafforzando anche infrastrutture solari e sistemi di accumulo. Parallelamente, il team partecipa alle discussioni sulle politiche per la mobilità urbana intelligente e i veicoli a zero emissioni. La storia di Elvis colpisce perché non racconta un “eroe del clima”, ma un giovane che risponde a un bisogno concreto della propria comunità con una soluzione radicata nella realtà locale. Ricorda anche che l’azione climatica, per durare, deve intrecciarsi con lavoro, inclusione, sicurezza e opportunità. Ed è per questo che storie come questa contano. Aiutano a cambiare la narrazione sui giovani: non solo portatori di urgenza, ma protagonisti del cambiamento. Ricordano che non stanno soltanto chiedendo di agire: stanno già costruendo soluzioni. Elvis è uno dei tanti giovani africani che guidano soluzioni climatiche coraggiose. Per sostenerli nasce Youth4Climate, iniziativa globale co-guidata da United Nations Development Programme e dal governo italiano, che offre finanziamenti, formazione e visibilità per trasformare idee promettenti in impatto concreto. La sua storia, insieme ad altre provenienti dall’Africa e dal resto del mondo, è raccontata nel documentario Generation Trust, visionabile sul canale YouTube e sul sito web di United Nations Development Programme (UNDP). Malak Chabar, Responsabile Comunicazione di Youth4Climate a UNDP di Roma   Africa Rivista
August 13, 2026
Pressenza
Libano, il Parlamento ha abolito la pena di morte
L’11 agosto, mentre in Siria un tribunale condannava a morte in contumacia l’ex presidente Bashar al-Assad, il Parlamento libanese ha approvato la legge che abolisce la pena di morte sostituendola con l’ergastolo ai lavori forzati, ufficializzando una moratoria sulle esecuzioni in vigore dal 17 gennaio 2004. Il voto è l’esempio di una giustizia basata sui diritti umani e non sulla vendetta. Una volta che il testo sarà stato firmato dal Presidente della Repubblica e pubblicato nella Gazzetta ufficiale, il Libano sarà il 114mo Stato ad aver abolito la pena di morte. In totale gli Stati che non ricorrono più alla pena capitale per legge o per prassi sono 145, a fronte dei 54 che la mantengono. Per tradurre la legge in pratica, sarà necessario commutare le 85 condanne a morte pendenti e ratificare il Secondo protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici, che ha per obiettivo l’abolizione della pena capitale. L’adozione della legge abolizionista, proposta inizialmente da sette deputati il 7 ottobre 2025, è stata anche frutto delle iniziative delle organizzazioni della società civile quali l’Associazione libanese per i diritti civili, la Campagna nazionale per l’abolizione della pena di morte in Libano e l’Associazione giustizia e perdono.     Riccardo Noury
August 11, 2026
Pressenza
Il Cile sulla scia di Javier Milei
> L’Argentina attira i miliardari con una massiccia riduzione delle imposte, la > Cina aiuta la martoriata Cuba e il Brasile si appresta ad andare alle urne. Nel subcontinente sudamericano le opinioni sono ancora una volta divise: da un lato ogni sorta di conservatori, che si aggrappano al «modello» della cosiddetta politica economica libertaria; dall’altro, i sostenitori di norme e ideali di stampo socialdemocratico. Il confine tra i due territori è per giunta labile e disseminato di insidie. Quello che il president argentino di estrema destra Javier Milei, ideatore della «nuova» medicina per le molteplici malattie di cui l’Argentina soffre da decenni, predica ai suoi sostenitori, non è né nuovo né efficace. Inutilmente, sia i governi civili democraticamente eletti che le dittature militari hanno tentato di migliorare la situazione, e ora Milei sostiene che ogni fallimento delle politiche liberali, neoliberiste e conservatrici attuate finora sia da imputare esclusivamente a misure non sufficientemente radicali. Nel frattempo, però, il suo governo è al potere da più di 30 mesi. L’inflazione, il male principale che trascina con sé innumerevoli altri problemi, tutti molto gravi, è comunque ancora ferma al 33% (da luglio 2025 a giugno 2026). Non si può certo parlare di una terapia efficace, nonostante l’uso della famigerata motosega. Il paziente, la seconda economia più grande del Sudamerica, lamenta forti dolori. IL MILIARDARIO PETER THIEL COME BENEFICIARIO Nonostante tutto, intanto, a seguito delle elezioni, sei nazioni su dieci della regione sono finite nella scia del neoliberismo e dei «libertari»: Ecuador, Cile, di recente Perù e Colombia, da un’eternità il Paraguay e probabilmente presto anche la Bolivia. La situazione è simile nell’area centroamericana: El Salvador, Honduras, Panama. L’arsenale della politica economica di Milei è ben conosciuto. Lo strumento principale sembra essere un programma di incentivi denominato «Super-RIGI». Non c’è nemmeno bisogno di indovinare quale sia la sua attrattiva: un massiccio sgravio fiscale per i grandi investitori stranieri interessati. Secondo «amerika21», lo sgravio «riduce per 30 anni l’imposta sugli utili dal 35% al 15%, abbassa i contributi previdenziali dal 24% al 10%, consente importazioni esenti da dazi doganali secondo necessità e promette ulteriori vantaggi ed esenzioni». Inoltre, nuove norme per regolare il possesso di terreni. Il principale interessato e beneficiario di queste iniziative sembra essere il miliardario statunitense Peter Thiel, che ha recentemente trasferito la propria residenza in Argentina. «RICOSTRUZIONE NAZIONALE» IN CILE In Cile il governo appena eletto del presidente di estrema destra José Antonio Kast ha lanciato un pacchetto di misure apparentemente preparato da tempo. Sia nella sostanza che in molti dettagli, l’approccio di Milei ha trovato a Santiago un riscontro molto positivo. Con grande presunzione se ne parla come «Piano di ricostruzione nazionale», come se il predecessore in carica avesse lasciato dietro di sé solo un cumulo di macerie. Kast era uscito vittorioso dal ballottaggio a dicembre con il 58% dei voti. Nei primi tre mesi del suo mandato, tuttavia, la sua popolarità è scesa in tempo record di 20 punti percentuali, attestandosi al 38%. Secondo quanto riporta il quotidiano cooperativo tedesco «taz», le promesse con cui aveva vinto le elezioni finora non sono state mantenute: voleva arginare la criminalità, controllare l’immigrazione e rilanciare l’economia. LULA DA SILVA GUADAGNA PUNTI NELLA CAMPAGNA ELETTORALE – E FA SURF NELL’ATLANTICO Come andrà a finire questo tiro alla corda tra le forze di destra e quelle di sinistra in America Latina dipenderà in misura non trascurabile dalle elezioni presidenziali e congressuali che si terranno in Brasile la prima domenica di ottobre. Per molto tempo la lotta per il potere nel Paese gigante sembrava essere destinata ad un pareggio, sia al primo che al secondo turno. Ora, però, il divario tra l’attuale presidente di sinistra moderata Luiz Inácio da Silva e il figlio maggiore dell’ex capo di Stato Jair Bolsonaro, l’attuale senatore Flávio Bolsonaro, si sta allargando. Secondo i sondaggi, Lula avrebbe nel frattempo guadagnato alcuni punti percentuali di vantaggio sull’acerrimo rivale. Un corrispondente speciale dal Brasile per il quotidiano liberale di destra argentino «La Nación» cerca di approfondire le ragioni di questo cambiamento di tendenza. Arriva alla conclusione che tre iniziative del governo Lula potrebbero averlo determinato: in primo luogo, l’abile rifinanziamento di una parte del debito dello Stato; poi, il dibattito pubblico su una riduzione generale dell’orario di lavoro settimanale; e infine, l’esenzione dall’imposta sul reddito per i lavoratori che guadagnano meno degli equivalenti 850 Euro. Misure che sarebbero idonee a rafforzare la «nuova classe media» del Paese. Un altro ambito in cui l’ex leader sindacale potrebbe guadagnare consensi alle urne: Lula da Silva si oppone con determinazione e consapevolezza alle richieste impertinenti del suo collega statunitense Donald Trump. Le minacce ricorrenti del signore della Casa Bianca di imporre nuovi dazi punitivi contro il Brasile, nel caso in cui il suo amico Jair Bolsonaro non venga scarcerato, sono percepite da molti brasiliani come indegne dei rapporti tra grandi potenze. Quando Trump ha recentemente annunciato nuove sanzioni commerciali, Brasilia ha reagito prontamente con una nuova linea di credito destinata ai settori industriali direttamente colpiti, come quello calzaturiero, tessile e dell’edilizia residenziale, al fine di neutralizzare il più possibile le ritorsioni di Trump. Il fatto che l’ottantenne Lula abbia cavalcato le onde dell’Atlantico sulla tavola da surf con la stessa sicurezza di un ragazzo – così ha osservato il corrispondente della «Nación» – sembra aver fatto colpo sugli imprenditori locali, altrimenti piuttosto cauti nei suoi confronti. CUBA CERCA DI SFILARSI DAL CAPPIO Nel frattempo – nel contesto dell’attuale svolta a destra della maggior parte dei Paesi dell’America Latina – anche a Cuba si sta delineando un movimento simile, sebbene in questo caso si tratti di un passaggio da posizioni marxiste ortodosse verso un regime di centro-sinistra che si avvicina chiaramente agli ideali socialdemocratici. E cioè a strutture di politica statale ed economica che attribuiscono maggiore importanza agli obiettivi sociali rispetto al capitalismo puro, così come praticato soprattutto nelle società occidentali fino all’esagerazione e alla follia. A metà giugno L’Avana ha annunciato riforme di ampia portata, dopo che il presidente Trump aveva adottato ulteriori misure drastiche volte a soffocare definitivamente l’economia cubana e, di conseguenza, a provocare una controrivoluzione totale. Il portale di notizie «amerika21» illustra in modo sommario come il governo cubano stia ora cercando di tirarsi fuori dai guai. Molte di queste «176 misure» non sono più una novità, poiché dal crollo del comunismo nell’Unione Sovietica, Cuba, passando da una situazione di emergenza all’altra, ha avuto tre decenni e mezzo di tempo per prepararsi a una dolorosa fine della propria rivoluzione. Lungo questo percorso, i punti chiave da affrontare in caso di una caduta sono stati ripetutamente discussi – e ripetutamente rinviati, ripetutamente accantonati – segnali evidenti di come l’Avana percepisce l’unità in caso di emergenza. Nel frattempo, Washington continuava a martellare i cubani con sanzioni e blocchi, attentati e sabotaggi, con l’obiettivo di renderli finalmente malleabili per la rivolta contro il regime comunista. LA CINA OFFRE AIUTO AI CUBANI Il mondo, a parte poche eccezioni e le ricorrenti dichiarazioni all’Assemblea Generale dell’ONU a favore della fine dell’embargo statunitense, ha assistito passivamente e senza intervenire mentre i dieci milioni di abitanti dell’isola venivano ridotti alla fame. Ora la Cina è decisa a dare aiuto ai cubani con progetti che sembrano essere stati pianificati con cura. L’obiettivo di raggiungere il progresso sociale per la grande maggioranza dei popoli in un contesto democratico credibile non è più una pura utopia. Sono finiti i tempi in cui la socialdemocrazia veniva equiparata senza discussioni al comunismo e poteva quindi essere perseguitata, punita e rovesciata. Per quanto riguarda l’America Latina: politici come João Goulart in Brasile, Juan Bosch nella Repubblica Dominicana, Jacobo Arbenz in Guatemala e Salvador Allende in Cile avevano perseguito obiettivi socialdemocratici e sono stati comunque costretti a dimettersi, con il decisivo aiuto degli Stati Uniti e della CIA, in quanto presunti comunisti. Di recente, invece, riformatori moderati come Gabriel Boric in Cile, Gustavo Petro in Colombia, Bernardo Arévalo in Guatemala e, finora, anche Lula da Silva in Brasile sono riusciti a portare a termine i loro mandati nonostante la forte opposizione. TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE _____________________ Romeo Rey, Die Geschichte Lateinamerikas vom 20. Jahrhundert bis zur Gegenwart, (La storia dell’America Latina dal XX secolo ai giorni nostri), 284 pagine, 3ª edizione, Editore C.H.Beck 2015, CHF 22.30 (solo in tedesco). INFOsperber
August 11, 2026
Pressenza
Spin Time, messaggio di solidarietà di Ken Loach e nuova opera di Laika
Il regista inglese Ken Loach, che ha visitato tempo fa lo Spin Time, ha inviato un messaggio di solidarietà agli attivisti e agli abitanti sgomberati dall’immobile. “Mi è dispiaciuto moltissimo apprendere dell’incendio allo Spin Time, del successivo sgombero e delle terribili conseguenze che ha comportato: vivere per strada deve essere davvero difficile per tutti voi, soprattutto per i più piccoli.   Ricordo con grande piacere l’incontro che abbiamo avuto, le idee che abbiamo condiviso e le canzoni che abbiamo cantato: “Bella Ciao” non mi è mai sembrata così bella! Ho potuto constatare che la vostra comunità è creativa e animata da uno spirito generoso, fondata sui principi della condivisione e della compassione. Spero che si trovi quanto prima una soluzione che vi garantisca sicurezza e che la comunità possa riunirsi di nuovo per ricreare quel clima di sostegno reciproco, amicizia e gioia a cui mia moglie Lesley e io abbiamo avuto il piacere di partecipare per alcune ore.  Con i migliori auguri e la mia solidarietà, Ken Loach.” Una nuova opera della street artist Laika è comparsa in una tenda davanti alla sede del Gruppo Investire, proprietario dell’immobile, che ha rifiutato la proposta di acquisto del Comune di Roma. Rappresenta una ragazza che impugna uno scudo con il logo di Spin Time, trafitto da tre frecce che rappresentano speculazione, repressione e abbandono. “Voglio dare un segnale alla proprietà dell’immobile”, ha dichiarato l’artista. “La lotta per Spin Time non si ferma. Troverete tende ovunque se sarà necessario. Mettere fine a questa esperienza significherebbe uccidere un meraviglioso esempio di rigenerazione urbana, un progetto che offre una risposta concreta alle carenze sociali e culturali della città di Roma. Non possiamo permetterlo. Spin Time deve tornare pubblico! Tutto il mio sostegno va agli abitanti e agli attivisti che resistono.” Redazione Roma
August 11, 2026
Pressenza
Concluso in Benin il Forum Sociale Mondiale
E’ la prima volta dal primo forum di Porto Alegre nel 2001, che un Forum Sociale Mondiale alla preparazione del quale molte associazioni e movimenti stavano lavorando da oltre un anno viene proibito dal governo della nazione ospitante (il Benin). Eppure è successo: il governo autocratico filo occidentale non ha autorizzato il corteo di apertura del 4 agosto e lo svolgimento del forum nell’Università di Abomey-Calavi. Nello stesso tempo le carovane di militanti venivano accompagnate alla frontiera e parecchie decine di militanti si vedevano rifiutare l’ingresso nel Paese, per poi essere rimpatriati. Per fortuna, per alcune peraltro timide reazioni internazionali, ma ancor di più per le prese di posizione dei capi tradizionali, il governo ha autorizzato il forum, che si è ridotto di fatto dal 6 all’8 agosto. E’ presto per giudicare i risultati di questo forum mondiale. Certo ha visto la preponderanza di partecipazione dell’Africa Occidentale e di alcuni soggetti statuali  o meno come l’Algeria e i Sahrawi (ultimo residuo coloniale esplicito, seppure ad opera di una altro Paese africano, l’occidentalissimo Marocco). Le presenze più significative sono state quelle legate alla Via Campesina e alla Convergenza delle Carovane dell’Africa occidentale in merito a sovranità alimentare, lotta all’accaparramento della terra da parte delle grandi multinazionali e al cambiamento climatico. Le carovane hanno celebrato i dieci anni di una lotta nonviolenta (più attuata nei fatti che celebrata a livello ideologico) trovando l’alleanza con i capi tradizionali, i cosiddetti Re presenti alle cerimonie finali. Il Benin, infatti, ha formalizzato il riconoscimento dei capi tradizionali attraverso una nuova legge adottata nel marzo 2025, che istituzionalizza il loro ruolo nella costruzione di un Paese moderno. Si tratta di 16 regni, 80 capi superiori e 10 capi tradizionali, basandosi su criteri di base territoriale, tipo di potere esercitato e organizzazione sociale gerarchica, con riferimento al periodo precoloniale (fissato al 1894 per il sud e 1897 per il nord) Fa un po’ effetto assistere a un appuntamento clou dell’area anti capitalista del pianeta coì differente dalle coalizioni di sindacati, movimenti sociali antagonisti delle precedenti edizioni, eppure qui stanno la resilienza, la novità e l’inculturazione della lotta per un Altro Mondo E’ Possibile in una realtà così differente dal mondo occidentale. Mondo occidentale che è stato il grande assente anche per riguarda i movimenti sociali. In particolare l’Italia, dove spiccavano “solamente” Fabio Alberti di Un Ponte Per, che ha attivato un seminario sulla decolonizzazione, Paola De Meo attivissima nel contrasto al coloniale Piano Mattei del governo Meloni, il film-maker Antonio Pacor, dal quale aspettiamo il “solito” puntuale reportage e Vittorio Agnoletto, unica voce che ha tentato di informare l’Italia attraverso articoli e interventi a Radio Popolare. Ci lasciamo dietro l’incontro con un mondo a noi alieno, ma non per questo meno importante nella lotta alla disumanizzazione e uno stimolo a essere meno superficiali, meno incentrati sulle nostre realtà e più fiduciosi nel fatto che un mondo differente sia davvero nelle possibilità nostre e del pianeta. Redazione Italia
August 10, 2026
Pressenza
Inceneritore Montello Spa, Comuni sconfitti al TAR. Comitato Aria Pulita: “La raccolta firme continua. Ora la risposta deve arrivare dai cittadini”
Il Tar di Brescia ha respinto il ricorso presentato dai Comuni di Bagnatica, Brusaporto, Costa di Mezzate e Gorlago contro la Provincia di Bergamo per chiedere lo stop all’iter autorizzativo del progetto del termovalorizzatore della Montello Spa, il nuovo impianto destinato alla produzione di energia elettrica e termica, attualmente al vaglio della conferenza dei servizi, «fino al momento dell’integrale soluzione del problema delle emissioni odorigene che scaturiscono dallo stabilimento esistente». In estrema sintesi, il ricorso al Tar presentato dai Comuni bergamaschi si fondava soprattutto su un assunto: finché non viene risolta la questione relativa agli odori prodotti dallo stabilimento esistente della Montello spa, va posticipata la procedura autorizzativa per il nuovo impianto per la produzione di energia elettrica e termica per autoconsumo. È un punto su cui i Comuni hanno battuto più volte e non solo in sede di Conferenza dei servizi; procedimento che, prima di tale sentenza, avrebbe rischiato di proseguire trascinandosi il ricorso pendente. Anche la Provincia di Bergamo aveva respinto la richiesta di sospendere il procedimento, una decisione per i giudici «correttamente motivata». Tra gli atti di cui i Comuni chiedevano l’annullamento non c’erano solo quelli connessi all’autorizzazione del nuovo impianto di produzione di energia, ma anche una determina della Provincia del 2025 sulla «modifica non sostanziale dell’autorizzazione integrata ambientale (Aia, ndr)», quest’ultima rilasciata nel 2015 con un decreto regionale. Un provvedimento all’epoca non impugnato, a differenza della determina che introduceva la costruzione di un sistema a doppio portone davanti alle buche di scarico dei rifiuti organici e un nuovo separatore. Nel merito, i ricorrenti evidenziavano come «il riesame dell’Aia, ai fini dell’aggiornamento delle Bat, si sarebbe concluso solo parzialmente». Evidenziando, così, una sovrapposizione tra procedimenti differenti. Oltre ad alcuni elementi, a giudizio dei ricorrenti, critici: * limiti emissivi più alti che in passato, un periodo di osservazione dell’efficacia dell’intervento di 3 anni; * l’aggiunta di due punti di emissione prevedendo solo un trattamento con carboni attivi. «D’altro canto, la censura riconosce che la modifica contiene anche profili positivi», rileva la sentenza, aggiungendo che i rilievi della parte ricorrente sono «così labili tecnicamente da non consentire un adeguato approfondimento critico». Altro punto citato nella sentenza sono le osservazioni del Comune di Montello: in Conferenza dei servizi aveva sostenuto che il progetto del nuovo impianto necessitava di una variante urbanistica per cui non era stata avviata nessuna procedura di Vas (Valutazione ambientale strategica). «È proprio la Conferenza nel suo svolgimento – replica il Tar – e nei suoi esiti la sede appropriata per il relativo esame e per la decisione sul punto». Nonostante ciò, la sentenza dei giudici amministrativi del TAR di Brescia ha respinto integralmente il ricorso presentato dalle amministrazioni locali, dichiarando: «Un obiettivo politicamente comprensibile, ma giuridicamente insostenibile». Secondo il Tar, «l’autorizzazione per la nuova struttura non può essere vincolata agli interventi per ridurre le emissioni odorigene dell’attuale stabilimento perché si tratta di due impianti distinti, seppur correlati». La presa di posizione del TAR è profondamente cacofonica dal momento che l’Unione Europea sta adottando misure che potrebbero influenzare l’uso futuro di questi impianti in quanto il Regolamento Europeo sulla Tassonomia ha escluso l’incenerimento dalle attività economiche considerate ecosostenibili, riconoscendo il danno ambientale causato dagli inceneritori[1]. Inoltre, la Legge Europea sulla Gestione dei Rifiuti, approvata in maggio 2018, stabilisce che entro il 2035 i rifiuti urbani smaltiti in discarica dovranno essere ulteriormente ridotti, per costituire al massimo il 10% del totale dei rifiuti urbani prodotti, stabilendo inoltre un aumento del riciclaggio fino al 55% entro il 2025, al 60% entro il 2030 e al 65% entro il 2035[2]: un obiettivo che va in totale controtendenza rispetto alla proposta di inaugurare un inceneritore. L’International Society Doctors for Environment[3][4] (ISDE) da decenni ci ricorda l’ampia letteratura medico-scientifica sull’impatto degli inceneritori (qualunque sia il materiale combusto) riguardante l’insorgenza di patologie gravi – come tumori, malattie cardiovascolari e respiratorie – e l’emissione di inquinanti estremamente tossici, persistenti, bioaccumulabili come il particolato – inalabile (PM10), fine (PM2.5) e ultrafine ( inferiore a 0.1 micron) – metalli pesanti, diossine[5], composti organici volatili, furani, ossidi di azoto ed ozono, per non parlare in alcuni casi della presenza di arsenico, berillio, cadmio, cromo, nichel, benzene, piombo, diossine, dibenzofurani, policlorobifenili, idrocarburi policiclici aromatici (IPA) ecc. Le emissioni di particolato e gas tossici possono aggravare condizioni come asma, bronchiti e altre malattie respiratorie anche con effetti a lungo termine in quanto l’esposizione cronica a diossine e metalli pesanti è associata a problemi come tumori, danni al sistema immunitario e disturbi endocrini[6]. La cacofonia risiede anche nel fatto che, a fine febbraio 2024, ben 41 sindaci del territorio – in rappresentanza di oltre 200.000 bergamaschi (quasi il 20% della popolazione) – hanno manifestato la loro contrarietà e preoccupazione per il progetto stesso, fondandosi su ragioni sanitarie, ambientali, paesaggistiche, economiche, sociali e strategiche. Nel 2025 il numero di sindaci bergamaschi contrari è salito a 48, mentre i 38 comuni della Comunità Montana dei Laghi Bergamaschi hanno approvato all’unanimità la “Mozione di contrarietà all’impianto di termovalorizzatore proposto da Montello Spa”.  “La sentenza mi ha deluso, ma non mi ha sorpreso” – ha dichiarato il sindaco di Bagnatica, Roberto Scarpellini, esprimendo delusione per la decisione dei giudici, pur riconoscendo la prevedibilità dell’esito. Il commento di Eugenio Beccalli, portavoce del Comitato Aria Pulita Tomenone, non si è fatto attendere: “A mio parere, l’esito era prevedibile. Una battaglia di questa portata non si vince soltanto nelle aule dei tribunali: si vince anche e soprattutto costruendo una grande mobilitazione popolare, capace di far sentire forte e chiara la voce dei cittadini. E la risposta è già arrivata. In queste settimane abbiamo raccolto 1.400 firme fisicamente e 1.060 online, per un totale di 2.460 sottoscrizioni. Un risultato importante, che dimostra quanto sia forte la preoccupazione e quanto sia diffusa la volontà di opporsi all’inceneritore e di chiedere una soluzione definitiva al problema dei miasmi. Le firme saranno presentate in Provincia e al Commissario prefettizio, perché questa voce non può essere ignorata. Ma non ci fermiamo qui. A ottobre scenderemo in piazza con una grande manifestazione contro l’inceneritore e contro i miasmi. Dopo il ricorso perso dai Comuni, è ancora più importante essere in tanti. La mobilitazione di massa sarà decisiva per continuare questa battaglia e per far valere le nostre ragioni. Ora tocca ai cittadini. A ottobre dobbiamo essere in tantissimi.”   [1] https://www.ecoseven.net/ambiente/europa-gli-inceneritori-nonsono-sostenibili/ [2] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_18_3846 [3] https://www.isde.padova.it/download/inceneritori/Documento_medici_isde_tossicita_inceneritore.pdf [4] https://www.cnms.it/cercalarotta/sites/cercalarotta.it/files/documents/tema_1/gentilini.pdf [5] Patrizia Gentilini, Rabdomiosarcoma embrionario infantile come possibile patologia “sentinella” dell’esposizione a diossine, Medico e Bambino, ottobre 2012 https://www.isde.it/wpcontent/uploads/2015/06/2012.10-Medico-e-Bambino-Rabdomiosarcoma-embrionario-infantile-come-possibile-patologia-sentinella-dellesposizione-a-diossine-Gentilini.pdf  [6] Angela Pasinato, Effetti degli inceneritori sulla salute umana, Ambiente e Salute 2019 https://acp.it/assets/media/Quaderni-acp-2019_263-PE_as1.pdf   Ulteriore informazioni: https://bergamo.corriere.it/notizie/26_agosto_08/montello-ricorso-bocciato-gli-odori-non-fermano-l-iter-del-nuovo-impianto-370f8b5c-ce8f-4163-975e-0750b604axlk.shtml Redazione Sebino Franciacorta
August 10, 2026
Pressenza
Spin Time, il giallo sul Viminale: chi ha cercato di ostacolare la soluzione?
Il deputato di Fratelli d’Italia Perissa chiama in causa governo e Ministero dell’Interno, ma il Viminale nega intromissioni. Piantedosi chiarisca. Intanto centinaia di persone aspettano una soluzione abitativa. C’è un passaggio nella vicenda di Spin Time che rischia di finire in secondo piano e che invece merita qualche spiegazione in più. Riguarda il ruolo del Viminale e nasce, curiosamente, dalle parole di un esponente della stessa maggioranza di governo. Marco Perissa, deputato di Fratelli d’Italia e presidente romano del partito, parlando in un video della situazione dell’edificio di via di Santa Croce in Gerusalemme ha affermato che “il Viminale e il governo Meloni hanno fatto sapere che non c’erano i presupposti di legalità e sicurezza per rientrare nell’immobile”. Una frase piuttosto netta. Il problema è che, secondo quanto ricostruito da il manifesto, il Ministero dell’Interno avrebbe escluso qualsiasi propria intromissione nella vicenda e anche qualsiasi interlocuzione con il fondo proprietario dell’edificio. Qualcosa, evidentemente, non torna. Se il Viminale non è intervenuto, che cosa significa esattamente che Ministero e governo Meloni “hanno fatto sapere”? Chi ha comunicato quella posizione, a chi e attraverso quale canale? Se invece dal governo è arrivata qualche indicazione, anche informale, sarebbe utile sapere quale e soprattutto a chi sia stata rivolta. Non è una questione di lana caprina, né il tentativo di costruire un piccolo giallo estivo. Bisogna capire se il Viminale abbia avuto un ruolo esclusivamente nelle valutazioni sulla sicurezza e sulla possibilità di rientrare nell’edificio oppure se abbia messo, per così dire, una “manina” anche nel percorso con cui Roma Capitale stava cercando una soluzione più complessiva. Sono due questioni molto diverse. Dopo l’incendio e il sequestro era inevitabile verificare le condizioni dello stabile e su questo devono pronunciarsi gli organismi tecnici competenti. Altra cosa è la trattativa avviata dal Campidoglio e l’ipotesi di arrivare all’acquisizione dell’immobile. Le parole di Perissa assumono un peso ancora maggiore perché Fratelli d’Italia aveva già contestato apertamente l’ipotesi di acquisto avanzata dal sindaco Roberto Gualtieri. Matteo Piantedosi dovrebbe quindi chiarire che cosa è accaduto. Se non c’è stato alcun intervento politico, tanto meglio, ma allora bisogna spiegare da dove nascano le affermazioni di Perissa. Se invece qualcosa è stato “fatto sapere”, è legittimo conoscere contenuto e destinatari di quella comunicazione. Nel frattempo, mentre la politica discute su chi abbia fatto o non abbia fatto cosa, ci sono centinaia di persone che hanno perso il luogo nel quale vivevano. Ed è questo il punto che non dovrebbe mai scomparire. Dietro la parola “occupanti”, diventata ormai una specie di lasciapassare linguistico per evitare qualsiasi altra discussione, ci sono famiglie, bambini, anziani, lavoratori e persone fragili. Si può discutere dell’occupazione, della proprietà dell’immobile e naturalmente del rispetto delle regole, ma nessuna di queste discussioni fa sparire le persone. Se si dice no all’acquisizione di Spin Time e contemporaneamente si sostiene che non debba essere destinato agli abitanti neppure un altro immobile pubblico, resta una domanda molto concreta: dove dovrebbero andare? Lo ha ricordato, da un altro punto di vista, anche Koldo Casla, relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto a un alloggio adeguato, chiedendo alle autorità italiane una soluzione di lungo periodo e richiamando la necessità che le sistemazioni temporanee garantiscano dignità, sicurezza, privacy e unità delle famiglie. Non è un’ingerenza esotica dell’ONU nelle vicende romane. L’Italia ha ratificato il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, che comprende il diritto a un alloggio adeguato. La legalità, insomma, non è un concetto che funziona in una sola direzione. Esiste la legalità che impone il rispetto delle proprietà e delle decisioni dell’autorità giudiziaria ed esiste quella che obbliga le istituzioni a misurarsi con i diritti fondamentali e con una condizione sociale che a Roma è ormai impossibile ignorare. Spin Time è soltanto la manifestazione più visibile di un problema molto più grande: affitti sempre più difficili da sostenere, sfratti, graduatorie interminabili per le case popolari e famiglie costrette a spendere una quota enorme del proprio reddito per avere un tetto. E, contemporaneamente, immobili pubblici vuoti o sottoutilizzati. Continuare a intervenire soltanto quando esplode un’emergenza significa spendere risorse in alberghi e sistemazioni provvisorie per ritrovarsi, qualche mese dopo, davanti allo stesso problema. La sicurezza non è soltanto un cancello chiuso o un edificio sgomberato. Per una famiglia sicurezza significa sapere dove dormirà il mese successivo, poter mandare i figli nella stessa scuola, avere un reddito e non rischiare continuamente di perdere la casa. Nei giorni scorsi abbiamo proposto un censimento del patrimonio immobiliare pubblico inutilizzato e un piano per recuperarlo a fini abitativi. Quella resta, a nostro avviso, una delle strade da percorrere. Ma oggi c’è anche una questione molto più immediata alla quale dare risposta: che cosa è realmente accaduto nella vicenda Spin Time e che ruolo ha avuto il governo? Ed è qui che si torna alle parole di Perissa e alle domande sul Viminale. Piantedosi chiarisca se qualcuno dal Ministero o dal governo abbia “fatto sapere” qualcosa sulla vicenda Spin Time e, in caso affermativo, che cosa e a chi. Se invece non è accaduto, sarà Perissa a dover spiegare perché abbia attribuito pubblicamente quella posizione al Viminale e al governo Meloni. Non per alimentare un’altra polemica, ma perché quando una vicenda riguarda il destino di centinaia di persone, sapere chi decide, che cosa decide e perché dovrebbe essere il minimo che si possa pretendere dalle istituzioni.   Giovanni Barbera
August 10, 2026
Pressenza
Mai più Hiroshima e Nagasaki 2026: riflessioni, letture, canti meditazione intorno al simbolo della pace
Giovedì 6 agosto 2026 si è tenuto in piazza Carignano un momento di riflessione su uno degli eventi più importanti e cruenti del secolo scorso, i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki dell’agosto 1945. Negli interventi sono stati toccati vari punti che hanno dato un senso profondo all’incontro. A cominciare dal pericolo ancora presente legato alle armi atomiche, uno dei pericoli esistenziali per la specie umana insieme alle complesse questioni legate al riscaldamento globale; a differenza di questo secondo pericolo che viviamo sulla nostra pelle anche in questa caldissima estate, il pericolo nucleare è sottostimato e non è compresente nell’opinione pubblica. Attualmente gli Stati Uniti, la Francia, la Cina, la Russia, l’Inghilterra, India, Israele, Pakistan e Corea del Nord sono possessori accertati di armamenti nucleari. Questi ultimi quattro paesi non hanno aderito al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, che dovrebbe in teoria regolamentarne e limitarne lo sviluppo e che sta attraversando un momento di grave crisi. La minaccia dell’uso delle armi nucleari è sempre più spesso utilizzata per consentire politiche aggressive e al di fuori del diritto internazionale; inoltre, il sospetto di avere i mezzi per costruire un’arma nucleare ha giustificato diversi attacchi di Stati Uniti ed Israele all’Iran, attacchi totalmente al di fuori del diritto internazionale. C’è poi il ricordo delle vittime dei due bombardamenti nucleari e degli esperimenti degli anni successivi. Con l’occasione è stato citato il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (TPAN) entrato in vigore l’22 gennaio 2021 ed oggetto iniziale delle attività del Coordinamento AGiTe; la firma di questo trattato da parte dell’Italia la obbligherebbe a restituire le bombe statunitensi presenti nel territorio italiano. Scrive Paolo Candelari[1] > Dopo l’approvazione del trattato ONU che mette al bando le armi nucleari, > questo appuntamento ha acquisito una maggiore valenza, quella di rivendicare > l’adesione dell’Italia con conseguente smantellamento delle basi atomiche > presenti nel nostro Paese e piene di quei micidiali ordigni di morte. > > Non posso però non rilevare come il contesto politico internazionale sia da > quel 2017 cambiato notevolmente, in peggio. > > Allora si riteneva il trattato una sorta di prosecuzione di quello di non > proliferazione, certo osteggiato dalle potenze nucleari e dai loro > alleati-sudditi, tra cui l’Italia sotto qualsivoglia governo (e dal 2017 si > sono succedute tutte le possibili coalizioni), ma una via possibile forzata > dai Paesi non possessori di armi atomiche, stufi di veder continuamente > rinviato ogni passo verso un disarmo almeno progressivo. > > Il trattato era fortemente sostenuto dal “popolo della pace”, ovunque sparso > nel mondo, associazioni della società civile, riunitesi nell’ICAN, scienziati, > uomini e donne di cultura; e venne salutato con un’immediata adesione anche > formale dalla Chiesa guidata da papa Francesco (il Vaticano fu uno dei primi > firmatari). > > Oggi la situazione è radicalmente cambiata; le guerre a pezzi qua e là sparse > per il globo nel 2017, sono aumentate, vedono il coinvolgimento diretto delle > grandi potenze nucleari, con l’aperta minaccia di uso dell’arma che comunque è > stata finora ritenuta un tabù, vedi Russia con Ucraina e Israele contro tutti. > > … > > Il cammino politico intrapreso non può non portare diritti alla terza guerra > mondiale, non più a pezzi, e a quel punto l’uso di armi atomiche diventerebbe > probabile. > > Ma non sta scritto da nessuna parte che questo cammino sia ormai deciso ed > immodificabile. Come tutte le decisioni politiche può essere ribaltato, se noi > da piccoli gruppi sparsi riuniti qua e là il 6 agosto, e non solo il 6 agosto, > cresciamo e diventiamo marea, se riusciamo a svegliare il popolino e a > renderlo cosciente che se non ci si ferma in tempo, tutti gli altri problemi, > le bollette, il caro-vita, la sicurezza nelle strade, i diritti civili, non > avranno più senso perché spariranno assieme ai loro protagonisti, se riusciamo > finalmente ad incidere sulle forze politiche per poter premiare col voto > quelle che si battono per il disarmo atomico, contro il riarmo e contro la > guerra senza se e senza ma, ebbene possiamo ricreare un cammino di speranza. Conclude la serata la meditazione sul pericolo atomico guidata dagli attivisti del Messaggio di Silo. Foto di Marioluca Bariona   @giorgio-mancuso   [1] In una lettera inviata al presidio Giorgio Mancuso
August 9, 2026
Pressenza