Spin Time, quando un rione diventa comunità
L’incendio che ha costretto oltre quattrocento persone a lasciare le proprie
case ha generato una mobilitazione straordinaria in tutta Roma, a partire
dall’Esquilino, dove si è attivata una vasta rete di accoglienza e sostegno.
Associazioni, cittadine e cittadini stanno dimostrando la forza concreta della
solidarietà e della cura reciproca.
Nella notte di giovedì 30 luglio un principio di incendio ha interessato
l’edificio di Spin Time, in via Santa Croce in Gerusalemme, nel rione Esquilino,
a Roma. Da allora, oltre quattrocento persone evacuate non hanno ancora potuto
fare ritorno nelle proprie abitazioni. Sabato è stato avviato un confronto tra
Roma Capitale e l’ente privato proprietario dell’immobile per individuare una
soluzione sul futuro dello stabile. I tempi, tuttavia, appaiono ancora incerti,
mentre centinaia di persone continuano a vivere una condizione di emergenza,
lontane dalle proprie case e senza sapere quando potranno rientrare.
In questi giorni, però, l’Esquilino e l’intera città hanno mostrato fin da
subito la forza del legame solidale costruito intorno a questo luogo: una trama
di relazioni, prossimità e cura concreta. La mobilitazione che si è attivata non
è nata dal nulla e non può essere ridotta a una risposta spontanea ed episodica.
È il risultato di anni di legami, collaborazione e fiducia costruiti nel
territorio, anche attraverso la rete del Polo Civico Esquilino, di cui Spin Time
è tra i soci fondatori. Una rete che oggi sta dimostrando, nei fatti, che cosa
significa essere comunità.
C’è innanzitutto una solidarietà organizzata, resa possibile dalle associazioni,
dal volontariato e dalle tante realtà sociali che, fin dalle prime ore
dell’emergenza, hanno garantito accoglienza, assistenza e supporto alle persone
evacuate.
Le associazioni del Polo Civico Esquilino si sono mobilitate
immediatamente. Nonna Roma, Libera Roma e Binario 95 sono impegnate nel sostegno
alle famiglie e nella gestione delle docce. MaTeMù ha aperto i propri spazi per
accogliere bambine e bambini, offrendo loro un luogo sicuro in cui giocare e
trascorrere il tempo.
Gasquilino sta organizzando turni per il lavaggio della biancheria e la raccolta
di generi alimentari. Slow Food Roma ha attivato la rete dei donatori e dei
commercianti del rione, coinvolgendo Sfizio, Forno Conti, Fassi e molte altre
realtà del territorio.
La Rete degli Studenti Medi e Scomodo stanno garantendo i turni notturni e
contribuendo alle pulizie delle sedi del Polo Civico Esquilino e del CSV, dove
sono accolte mamme, bambine, bambini e famiglie evacuate.
Lo Chorohe ha donato un frigorifero alla sede del Polo. IoStoria sta offrendo
supporto attraverso la mediazione linguistica. L’Associazione Genitori Scuola Di
Donato, nota per la sua esperienza di scuola aperta partecipata, coordina le
attività rivolte ai più piccoli.
È un lavoro collettivo fatto di competenze, disponibilità e responsabilità
condivise. Un’infrastruttura sociale che non sempre si vede, ma che nei momenti
di crisi diventa essenziale.
Accanto a questa dimensione organizzata, ce n’è una più silenziosa e diffusa,
forse ancora più difficile da raccontare: una rete fittissima, spesso
invisibile, composta da gesti quotidiani che stanno tenendo insieme un intero
rione. Sono le persone che si offrono di fare le lavatrici. Le famiglie
che accolgono nelle proprie case i compagni di scuola dei figli. Chi porta
materassini, ventilatori, vestiti, acqua e tutto ciò che può servire. Chi passa
davanti a Spin Time, si ferma e domanda semplicemente: «Che cosa serve?». Sono
azioni che possono sembrare piccole, ma che, sommate, costruiscono una risposta
collettiva potente.
Questa solidarietà di vicinato ci ricorda che un altro modo di abitare la città
non è soltanto possibile: esiste già. Esiste ogni volta che le persone si
riconoscono come parte della stessa comunità, che la cura non viene considerata
un fatto privato ma una responsabilità condivisa, che un quartiere decide di non
lasciare nessuno solo di fronte a un’emergenza.
Anche il punto di raccolta allestito davanti a Spin Time si è organizzato grazie
al contributo di centinaia di persone. In pochi giorni sono arrivate donazioni
di ogni tipo: spazzolini e prodotti per l’igiene personale, vestiti e biancheria
intima, tende, beni di prima necessità, tavoli e piccoli arredi indispensabili
per affrontare una situazione che si prolunga ormai da giorni.
Davanti allo stabile è nato anche un presidio permanente, animato soprattutto da
giovani, volontarie e volontari che hanno costruito un vero spazio di comunità.
Non soltanto un luogo di protesta, ma uno spazio di ascolto, assistenza e
vicinanza, con un presidio medico, la distribuzione dei pasti e una presenza
costante accanto alle famiglie evacuate.
Tutto questo rappresenta la risposta più forte all’indifferenza e al rischio che
una condizione intollerabile venga progressivamente considerata normale.
Non è normale che centinaia di persone non possano rientrare nelle proprie case.
Non è normale che famiglie, bambine, bambini, anziani e persone fragili siano
costretti a vivere in una condizione di precarietà, in piena estate e con
temperature estreme. Non è normale che la durata dell’emergenza venga scaricata
sulla capacità di resistenza delle persone e sulla disponibilità inesauribile
del volontariato.
Di fronte alla straordinaria risposta del territorio, sentiamo innanzitutto il
dovere della gratitudine verso chi ha messo a disposizione il proprio tempo, le
proprie energie, le proprie competenze, la propria casa o la propria attività.
Ma proprio perché riconosciamo il valore di questa mobilitazione, dobbiamo
affermare con altrettanta chiarezza un principio politico fondamentale: la
solidarietà non può diventare un alibi.
La rete territoriale può sostenere, accompagnare, accogliere e prendersi cura.
Può ridurre le conseguenze dell’emergenza e impedire che le persone vengano
abbandonate. Ma non può e non deve sostituirsi alle responsabilità delle
istituzioni. Una comunità attiva non è una comunità chiamata a supplire
stabilmente alle carenze del potere pubblico. La partecipazione civica non può
essere utilizzata per trasferire sui cittadini, sulle associazioni e sui
volontari l’onere di risolvere problemi che richiedono decisioni amministrative,
risorse adeguate e assunzione di responsabilità. Al contrario, una rete sociale
così forte deve essere riconosciuta come interlocutrice delle istituzioni e come
parte di una nuova idea di governo della città. Quanto sta accadendo
all’Esquilino mostra che le comunità territoriali sono presìdi indispensabili
per questa città: nuovi corpi intermedi, autonomi e non subalterni, capaci di
leggere i bisogni, attivare risorse, produrre risposte e costruire coesione
sociale. Ma la collaborazione tra istituzioni e comunità ha senso soltanto
quando è fondata sulla reciprocità, sul riconoscimento e sulla responsabilità
condivisa. Non quando la capacità di auto-organizzazione dei territori viene
usata per compensare ritardi, omissioni o mancanza di decisioni. Per questo
continuiamo a chiedere una risposta rapida, concreta e trasparente. Le persone
evacuate devono poter tornare nelle proprie abitazioni in condizioni di piena
sicurezza, nel più breve tempo possibile. Devono ricevere informazioni certe,
soluzioni dignitose e risposte all’altezza della situazione.
Non chiediamo scorciatoie e non sottovalutiamo la complessità tecnica e
amministrativa della vicenda. Chiediamo, però, che la complessità non diventi
immobilismo e che il tempo necessario alle istituzioni non venga pagato
interamente dalle persone più esposte. Ogni giorno trascorso fuori casa ha
conseguenze materiali, economiche e psicologiche. Ogni giorno di incertezza
accresce il peso dell’emergenza sulle famiglie e sulla rete territoriale che le
sta sostenendo.
La questione di Spin Time, inoltre, non riguarda soltanto il destino di un
singolo edificio. Interroga il modo in cui Roma affronta il diritto all’abitare,
le fragilità sociali e la gestione dei beni immobiliari. Interroga la capacità
della città di riconoscere e valorizzare le esperienze che, negli anni, hanno
costruito servizi, cultura, mutualismo e inclusione nei quartieri. Interroga,
soprattutto, l’idea stessa di città che vogliamo costruire.
Una città può limitarsi a intervenire quando l’emergenza è già esplosa, oppure
scegliere di investire nella prevenzione, nella cura dei territori e nella
collaborazione stabile con le comunità che li abitano. Questo significa
riconoscere e rafforzare le nuove forme di mutualismo sociale, come le reti
territoriali e i poli civici, non come risorse occasionali da attivare nei
momenti di crisi, ma come infrastrutture democratiche essenziali per il
benessere e la qualità della vita urbana. Una città può lasciare sole le persone
davanti ai problemi, oppure costruire istituzioni presenti, accessibili e
responsabili.
In questi giorni l’Esquilino ha già indicato una direzione. Ha mostrato che la
sicurezza non è soltanto una questione tecnica, ma anche sociale: una comunità è
più sicura quando le persone si conoscono, collaborano e si prendono cura le une
delle altre. Ha mostrato che la partecipazione non è un esercizio astratto, ma
una pratica quotidiana fatta di organizzazione, fiducia e corresponsabilità. Ha
mostrato, infine, che il welfare non vive soltanto negli uffici e nei servizi
formali, ma anche nelle relazioni di prossimità, nei luoghi civici e nelle reti
che rendono un quartiere capace di reagire, proteggere e includere. Questa
ricchezza sociale deve essere sostenuta, non sfruttata; riconosciuta, non data
per scontata. Deve poter dialogare con istituzioni capaci di assumere fino in
fondo il proprio ruolo.
Nel frattempo, il presidio davanti a Spin Time continua. Continua perché nessuna
famiglia può essere lasciata sola in una situazione di emergenza, in strada e
con questo caldo. Continua perché la vicinanza è una forma concreta di
responsabilità. Continua perché la solidarietà non è beneficenza, né una
risposta occasionale fondata sulla buona volontà di pochi. È una scelta pubblica
e collettiva, il modo in cui una comunità riconosce i propri legami e decide di
trasformarli in azione. Ma continua anche per ricordare alle istituzioni che
quella comunità esiste, è organizzata e chiede di essere ascoltata.
La forza dell’Esquilino non può diventare la giustificazione per rinviare le
decisioni. Deve diventare, al contrario, la base per una soluzione condivisa,
responsabile e duratura. Perché una città giusta non è quella in cui i cittadini
sono costretti a sostituire le istituzioni. È quella in cui istituzioni e
comunità collaborano, ciascuna assumendosi pienamente la propria responsabilità;
in cui nessuno viene lasciato indietro o abbandonato. È quella in cui la
solidarietà non serve soltanto a resistere alle emergenze, ma diventa il
principio attraverso cui costruire insieme il futuro della città.
Polo civico Esquilino
Foto di Riccardo Troisi
Comune-info