11 settembre 2001
È dal 2001 che mi chiedo che cosa avvenne veramente l’“Undici Settembre”. Negli
anni ho imparato a osservare solo e soltanto i fatti. Nel 2007 ho scritto un
libro-inchiesta, in cui mettevo in fila documenti e testimonianze che hanno
portato alla luce lacune, omissioni e falsificazioni presenti nella versione
ufficiale.
Questo non significa che:
a) Gli americani si siano buttati giù da soli le Torri Gemelle per costruirsi la
scusa per attaccare Afghanistan e Iraq e rubarne il petrolio…
b) Le Torri Gemelle siano state distrutte dagli uomini di Bin Laden, ma gli
americani lo sapevano e li hanno lasciati fare.
c) L’attacco all’America sia stato orchestrato dal complesso
militare-industriale o dalla lobby ebraico-finanziaria.
Nessuno può dimostrare la fondatezza di queste tesi. Ma, altrettanto, nessuno
può certificare l’attendibilità della versione ufficiale dei fatti. Come ha
scritto qualcuno: «È difficile sapere quale sia la verità, ma a volte è molto
facile riconoscere una falsità».
All’indomani dell’11 settembre i nomi e i volti dei colpevoli vennero dati in
pasto alla stampa e all’opinione pubblica in fretta. Troppo in fretta. Come
prova furono sbandierati i documenti di identità – perfettamente integri – dei
presunti dirottatori, dopo un disastro dal quale non si salvarono nemmeno le
scatole nere degli aerei. Ancora oggi sono state identificate poco più di 1600
vittime su 2977.
Un aereo si schiantò sul Pentagono. Eppure le autorità americane, che hanno
voluto mostrare infinite volte l’impatto e il crollo delle Due Torri, non hanno
mai presentato al pubblico una sola immagine dell’aereo che si avvicinava al
quartier generale della Difesa americana. Il più sorvegliato al mondo. Senza
video, nell’era dei media, le discussioni continueranno inevitabilmente
all’infinito.
Che sia solo una sorprendente casualità il fatto che le Torri siano crollate
verticalmente, come accade solo agli edifici demoliti in maniera controllata e
con accurata pianificazione? Perché è crollata con la stessa dinamica anche la
terza torre (World Trade Center 7), se nessun aereo l’ha colpita?
E così via, decine e decine di incongruenze. A distanza di 25 anni da
quell’inferno è possibile affermare, senza tema di smentita, che almeno da un
punto di vista giudiziario non un solo processo è stato portato a termine contro
esecutori e mandanti. Fatta eccezione per Zacarias Moussaoui, figura di secondo
piano, aspirante dirottatore arrestato pochi giorni prima degli attentati mentre
si addestrava in una scuola di volo americana.
Anzi: l’indiziato numero uno, Osama Bin Laden, che ha fatto la fine che
conosciamo, in vita non era mai stato formalmente incriminato da un Gran Giurì
per le stragi dell’11 settembre. Era invece ricercato per gli attentati contro
le ambasciate degli Stati Uniti a Dar-es-Salam (Tanzania) e a Nairobi (Kenya),
avvenuti il 7 agosto 1998.
I tre incriminati – Khalid Sheikh Mohammed, considerato la mente dietro gli
attentati, Walid bin Attash e Mustafa al Hawsawi – tutti “ospitati” a
Guantanamo, attendono ancora di conoscere la loro sorte.
Una postilla su Khalid Sheikh Mohammed. Fu catturato in Pakistan nel 2003.
Tecnicamente reo confesso.
Il guaio è che le sue confessioni sono avvenute – per stessa ammissione della
CIA – sotto tortura. Mentre i suoi carcerieri lo sottoponevano alla procedura
nota come “waterboarding”, nella quale il sospetto viene sdraiato con la testa
più bassa dei piedi, bendato e legato, gli si mette in bocca un panno e gli si
versano in faccia litri e litri d’acqua, dandogli la sensazione di annegare. Una
tecnica praticata durante la “Grande Inquisizione”.
Secondo la documentazione resa pubblica da Barack Obama, Khalid Sheikh Mohammed,
dopo la cattura, fu sottoposto per 183 volte in un mese al waterboarding: una
media di sei torture al giorno. Il 24 agosto 2009 un rapporto dell’intelligence
ha gettato una luce ancora più sinistra sulla vicenda: nelle 159 pagine si legge
che gli 007 che interrogarono Mohammed lo minacciarono di uccidergli i figli di
7 e 9 anni se non avesse confessato.
Nessun tribunale americano, neppure negli anni della Seconda guerra mondiale –
quando l’FBI arrestava gli agenti hitleriani negli USA – ha mai accettato
confessioni estorte con la tortura. Insomma: nella culla del “Giusto Processo”,
come si possono ritenere attendibili le 26 pagine di confessioni rese da
Mohammed, detenuto da anni in condizioni bestiali, sottoposto a torture fisiche
e mentali tali da cancellarne la personalità?
Ed eccoci al nodo. 25 anni dopo l’11 settembre non si è mai celebrato un
processo contro i presunti autori dell’attacco. Non uno. È un’anomalia
giudiziaria colossale: un crimine epocale, quasi tremila morti, e nessun
tribunale che abbia potuto ricostruirlo con prove, testimoni, imputati. La
giustizia americana ha preferito le prigioni segrete, le torture, i procedimenti
speciali. Ha scelto l’eccezione permanente al posto della regola. Il risultato?
Una verità sospesa, intoccabile, che non passa mai dal vaglio di un’aula di
tribunale.
Ma non è solo un fallimento giudiziario. È soprattutto una scelta politica.
Rinunciare a un processo pubblico ha significato blindare la narrazione,
impedire che prove e testimonianze incrinassero l’architettura ufficiale. La
verità è rimasta proprietà esclusiva della politica e dei servizi, non dei
giudici e dei cittadini.
Per questo, dopo ventiquattro anni, il giudizio è netto: l’America che si
proclama culla del “giusto processo” ha tradito se stessa proprio nel momento in
cui avrebbe dovuto dimostrare al mondo la sua forza di diritto. Ha preferito
lasciare tutto sospeso, nel limbo, e così facendo ha alimentato l’abisso dei
dubbi, delle diffidenze, delle falsità.
Non sono un complottista. Ma sono nato e cresciuto nel Paese delle stragi di
Stato. Ho imparato a dubitare. Mi viene facile.
Redazione Palermo