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11 settembre 2001
È dal 2001 che mi chiedo che cosa avvenne veramente l’“Undici Settembre”. Negli anni ho imparato a osservare solo e soltanto i fatti. Nel 2007 ho scritto un libro-inchiesta, in cui mettevo in fila documenti e testimonianze che hanno portato alla luce lacune, omissioni e falsificazioni presenti nella versione ufficiale. Questo non significa che: a) Gli americani si siano buttati giù da soli le Torri Gemelle per costruirsi la scusa per attaccare Afghanistan e Iraq e rubarne il petrolio… b) Le Torri Gemelle siano state distrutte dagli uomini di Bin Laden, ma gli americani lo sapevano e li hanno lasciati fare. c) L’attacco all’America sia stato orchestrato dal complesso militare-industriale o dalla lobby ebraico-finanziaria. Nessuno può dimostrare la fondatezza di queste tesi. Ma, altrettanto, nessuno può certificare l’attendibilità della versione ufficiale dei fatti. Come ha scritto qualcuno: «È difficile sapere quale sia la verità, ma a volte è molto facile riconoscere una falsità». All’indomani dell’11 settembre i nomi e i volti dei colpevoli vennero dati in pasto alla stampa e all’opinione pubblica in fretta. Troppo in fretta. Come prova furono sbandierati i documenti di identità – perfettamente integri – dei presunti dirottatori, dopo un disastro dal quale non si salvarono nemmeno le scatole nere degli aerei. Ancora oggi sono state identificate poco più di 1600 vittime su 2977. Un aereo si schiantò sul Pentagono. Eppure le autorità americane, che hanno voluto mostrare infinite volte l’impatto e il crollo delle Due Torri, non hanno mai presentato al pubblico una sola immagine dell’aereo che si avvicinava al quartier generale della Difesa americana. Il più sorvegliato al mondo. Senza video, nell’era dei media, le discussioni continueranno inevitabilmente all’infinito. Che sia solo una sorprendente casualità il fatto che le Torri siano crollate verticalmente, come accade solo agli edifici demoliti in maniera controllata e con accurata pianificazione? Perché è crollata con la stessa dinamica anche la terza torre (World Trade Center 7), se nessun aereo l’ha colpita? E così via, decine e decine di incongruenze. A distanza di 25 anni da quell’inferno è possibile affermare, senza tema di smentita, che almeno da un punto di vista giudiziario non un solo processo è stato portato a termine contro esecutori e mandanti. Fatta eccezione per Zacarias Moussaoui, figura di secondo piano, aspirante dirottatore arrestato pochi giorni prima degli attentati mentre si addestrava in una scuola di volo americana. Anzi: l’indiziato numero uno, Osama Bin Laden, che ha fatto la fine che conosciamo, in vita non era mai stato formalmente incriminato da un Gran Giurì per le stragi dell’11 settembre. Era invece ricercato per gli attentati contro le ambasciate degli Stati Uniti a Dar-es-Salam (Tanzania) e a Nairobi (Kenya), avvenuti il 7 agosto 1998. I tre incriminati – Khalid Sheikh Mohammed, considerato la mente dietro gli attentati, Walid bin Attash e Mustafa al Hawsawi – tutti “ospitati” a Guantanamo, attendono ancora di conoscere la loro sorte. Una postilla su Khalid Sheikh Mohammed. Fu catturato in Pakistan nel 2003. Tecnicamente reo confesso. Il guaio è che le sue confessioni sono avvenute – per stessa ammissione della CIA – sotto tortura. Mentre i suoi carcerieri lo sottoponevano alla procedura nota come “waterboarding”, nella quale il sospetto viene sdraiato con la testa più bassa dei piedi, bendato e legato, gli si mette in bocca un panno e gli si versano in faccia litri e litri d’acqua, dandogli la sensazione di annegare. Una tecnica praticata durante la “Grande Inquisizione”. Secondo la documentazione resa pubblica da Barack Obama, Khalid Sheikh Mohammed, dopo la cattura, fu sottoposto per 183 volte in un mese al waterboarding: una media di sei torture al giorno. Il 24 agosto 2009 un rapporto dell’intelligence ha gettato una luce ancora più sinistra sulla vicenda: nelle 159 pagine si legge che gli 007 che interrogarono Mohammed lo minacciarono di uccidergli i figli di 7 e 9 anni se non avesse confessato. Nessun tribunale americano, neppure negli anni della Seconda guerra mondiale – quando l’FBI arrestava gli agenti hitleriani negli USA – ha mai accettato confessioni estorte con la tortura. Insomma: nella culla del “Giusto Processo”, come si possono ritenere attendibili le 26 pagine di confessioni rese da Mohammed, detenuto da anni in condizioni bestiali, sottoposto a torture fisiche e mentali tali da cancellarne la personalità? Ed eccoci al nodo. 25 anni dopo l’11 settembre non si è mai celebrato un processo contro i presunti autori dell’attacco. Non uno. È un’anomalia giudiziaria colossale: un crimine epocale, quasi tremila morti, e nessun tribunale che abbia potuto ricostruirlo con prove, testimoni, imputati. La giustizia americana ha preferito le prigioni segrete, le torture, i procedimenti speciali. Ha scelto l’eccezione permanente al posto della regola. Il risultato? Una verità sospesa, intoccabile, che non passa mai dal vaglio di un’aula di tribunale. Ma non è solo un fallimento giudiziario. È soprattutto una scelta politica. Rinunciare a un processo pubblico ha significato blindare la narrazione, impedire che prove e testimonianze incrinassero l’architettura ufficiale. La verità è rimasta proprietà esclusiva della politica e dei servizi, non dei giudici e dei cittadini. Per questo, dopo ventiquattro anni, il giudizio è netto: l’America che si proclama culla del “giusto processo” ha tradito se stessa proprio nel momento in cui avrebbe dovuto dimostrare al mondo la sua forza di diritto. Ha preferito lasciare tutto sospeso, nel limbo, e così facendo ha alimentato l’abisso dei dubbi, delle diffidenze, delle falsità. Non sono un complottista. Ma sono nato e cresciuto nel Paese delle stragi di Stato. Ho imparato a dubitare. Mi viene facile. Redazione Palermo
September 12, 2026
Pressenza
Verona, presidio antifascista contro il raduno di Casa Pound
La sera del 10 settembre diverse centinaia di persone si sono riunite nella piazza centrale del quartiere veronese di Ca’ di David, per esprimere il proprio sdegno contro il raduno del movimento neofascista in programma in questi giorni proprio nel territorio di Cà di David. Nonostante il maltempo, la forte passione civile e antifascista ha animato ieri il quartiere di Ca’ di David. Nella piazza centrale, di fronte alla chiesa, oltre 300 cittadini si sono radunati per manifestare pacificamente contro il congresso nazionale di Casa Pound, ospitato in una struttura privata della zona. L’evento ha acceso i riflettori sulla natura di Casa Pound, movimento politico di estrema destra di ispirazione neofascista, le cui posizioni anticostituzionali si affiancano a legami evidenti con gruppi europei di stampo neonazista e oltranzista, tra cui l’organizzazione paramilitare ucraina Karpats’ka Sič e il partito ellenico Alba Dorata. Il raduno di Casa Pound Partendo da queste premesse, CasaPound ha dato il via a un raduno nazionale di quattro giorni in una struttura privata a Cà di David, quartiere nella periferia meridionale di Verona. L’evento prevede un fitto calendario di dibattiti — incentrati anche sul controverso tema della “remigrazione” — e concerti con band esclusivamente dell’area di estrema destra, oltre alla presunta partecipazione di esponenti del Veneto Fronte Skinheads. Si tratta di un appuntamento che riunisce sigle collocate al limite della legalità e in aperto contrasto con i princìpi costituzionali, promosse da un movimento che si dichiara apertamente fascista e caratterizzato da matrici filonaziste, razziste e omofobe. La nascita del Comitato di quartiere e il supporto delle realtà veronesi Di fronte a tale raduno, la cittadinanza di Verona non è rimasta immobile, scegliendo invece di reagire. È nato così il Comitato Spontaneo Ca’ di David per la Democrazia e la Costituzione, un’iniziativa promossa dai residenti della zona per ribadire l’identità antifascista del quartiere e prendere le distanze da simili manifestazioni. L’appello del comitato ha ottenuto immediato sostegno da una quarantina di realtà tra associazioni, movimenti, partiti e sindacati, oltre che da numerosi singoli cittadini e cittadine che, pur nella loro pluralità, hanno scelto di convergere sotto i valori condivisi dell’antifascismo e dell’antirazzismo. Un presidio antifascista è stato organizzato e si è tenuto il 10 settembre, in concomitanza con l’apertura del raduno di Casa Pound. L’iniziativa ha ribadito con forza che il quartiere di Cà di David, sostenuto da una forte partecipazione locale, e l’intera città di Verona si riconoscono nei valori antifascisti, condannando fermamente ogni espressione di fascismo, razzismo e intolleranza, e respingendo con decisione la presenza del raduno sul territorio urbano. Il presidio Il presidio ha preso il via alle 19, nonostante la forte pioggia che nel tardo pomeriggio si era abbattuta sulla città, potenziale deterrente per i partecipanti. Nonostante il maltempo, la manifestazione ha radunato diverse centinaia di persone, protrattosi per oltre due ore di mobilitazione intensa. La scaletta è stata fitta di interventi, a partire da quello del Comitato Spontaneo di Ca’ di David, seguito dalle voci di numerose altre realtà associative del territorio e cittadine. Hanno preso la parola anche rappresentanti di partiti politici, membri dell’amministrazione comunale e numerosi singoli cittadini, slegati da sigle associative, che hanno voluto esprimere apertamente il proprio sdegno contro il raduno di Casa Pound. Oltre due ore di interventi intensi e carichi di significato, tenuti davanti a una piazza gremita di cittadini che, incuranti della pioggia, sono rimasti per ribadire la propria ferma e irremovibile presa di posizione. Un presidio nato da un raduno che gli organizzatori avevano mantenuto segreto fino all’ultimo, ma che ha svelato chiaramente alla città la presenza di gruppi di chiara matrice razzista, rispetto ai quali è fondamentale prendere le distanze. Una grande mobilitazione per riaffermare che a Verona, così come nel resto del Paese e del mondo, non vi può né deve essere alcuno spazio per i fascismi e per qualsiasi forma di odio. L’assenza della Chiesa Tra i numerosi interventi, è forse mancata la voce dei rappresentanti della chiesa di Cà di David. Forti della loro radicata capacità di aggregazione nel territorio, avrebbero dovuto prendere una posizione netta contro chi fa dell’odio la propria bandiera politica. Sarebbero bastate poche parole chiare per sensibilizzare ulteriormente la comunità del quartiere e quei fedeli che, terminata la messa, hanno preferito tornare a casa anziché fermarsi a riflettere. Un’assenza che pesa, soprattutto oggi, quando è urgente contrastare ogni forma di odio. Non ci si può trincerare dietro la presunta neutralità della Chiesa rispetto alla politica: di fronte al razzismo e alla violenza che dilagano nelle nostre città, nei quartieri e nelle comunità – come purtroppo si è visto recentemente a Ca’ di David – la Chiesa ha il dovere morale di trovare il coraggio di prendere una netta posizione.   Heraldo
September 12, 2026
Pressenza
Dove nessuno ama il prossimo suo come se stesso
Le guerre ibridate superano la soglia dolosa e le violenze di Stato si riversano sui popoli che vengono sacrificati sull’altare di una svastica sor-passata e ricostruita nell’Europa liberata… E nella Germania riunificata l’estrema destra vive in aperta campagna e rinnega la memoria e l’arte con le ri-forme senza contenuti umani e civili. Le guerre ibridate superano la soglia dolosa e i sur-reali, eredi dei nuovi sovrani falsi e bugiardi, vittime e carnefici, rimangono al servizio di ordini mortali con la pulizia etnica affidata ai coloni che accorciano la vita e la speranza e portano all’ammasso i cervelli dei vicini di casa. Le guerre ibridate superano la soglia dolosa e l’industria <dronata> dei giusti e gloriosi ri-chiama all’ovile i giovani figli della patria avvizzita nei fondali di una economia sommersa e nel servilismo che incattivisce i poveri e prolunga il bisogno sventurato degli eroi da recuperare e tras-formare in soldatini di piombo. Le guerre ibridate superano la soglia dolosa e la legge truffa raggiunge livelli mai toccati  con l’impiego irrazionale del denaro pubblico, con la certezza delle pene ultra-terrene nutrite, pascolate e tele-mandate nel teatrino di una giustizia totalitaria dove nessuno ama il prossimo suo come se stesso. Pino Dicevi
September 12, 2026
Pressenza
Cile, la lezione di Allende parla ancora al presente
L’11 settembre 1973 non appartiene soltanto alla storia. Il golpe che rovesciò Salvador Allende continua a porre una domanda molto attuale: quanto è solida una democrazia quando, davanti alle crisi sociali e politiche, torna a farsi strada l’idea che libertà e diritti possano essere sacrificati in nome dell’ordine? Cinquantatré anni fa in Cile un governo democraticamente eletto venne abbattuto con la forza. Il palazzo della Moneda fu bombardato, Allende morì mentre era ancora al suo posto e il Paese precipitò nella dittatura di Augusto Pinochet, destinata a durare diciassette anni. Seguirono repressione, torture, assassinii, persecuzioni e migliaia di desaparecidos. Ma il golpe non cominciò la mattina dell’11 settembre. E soprattutto non fu una vicenda esclusivamente cilena. Il Cile era uno dei terreni sui quali si combatteva la Guerra fredda. L’esperimento di Unidad Popular, che tentava una trasformazione socialista attraverso le istituzioni democratiche, era considerato dagli Stati Uniti una minaccia politica ben oltre i confini del Paese. La documentazione americana successivamente desecretata ha mostrato quanto profondo fosse il coinvolgimento dell’amministrazione Nixon: prima nei tentativi di impedire l’insediamento di Allende e successivamente attraverso pressioni economiche, operazioni clandestine, sostegno alle forze di opposizione e una politica esplicitamente diretta a destabilizzare il suo governo. Washington rafforzò contemporaneamente i rapporti con le Forze armate cilene. Questo non significa sostenere che gli Stati Uniti abbiano materialmente diretto ogni fase del golpe dell’11 settembre, cosa che la documentazione disponibile non consente di affermare. Significa però riconoscere un dato storico ormai difficilmente contestabile: l’ascesa di Pinochet e la fine violenta dell’esperienza di Allende non possono essere comprese prescindendo dalle dinamiche internazionali e dalla strategia statunitense in America Latina. Il golpe fu preceduto da una lunga destabilizzazione politica ed economica, da una crescente polarizzazione sociale e dalla costruzione di un clima nel quale la rottura dell’ordine democratico finì per essere considerata, da una parte della società, una soluzione possibile. È forse questa la lezione più attuale del Cile. Le svolte autoritarie raramente arrivano all’improvviso. Prima cambia il linguaggio. La democrazia viene descritta come debole, il Parlamento come un ostacolo, il conflitto sociale come un problema di ordine pubblico, il dissenso come qualcosa da neutralizzare. Poco alla volta diventa accettabile ciò che fino a poco tempo prima sarebbe apparso intollerabile. Per questo non può lasciare indifferenti il ritorno, in America Latina, di letture indulgenti delle dittature del passato. Javier Milei ha proposto una rilettura fortemente critica dell’eredità di Allende, mentre in Cile, con José Antonio Kast alla guida del Paese, anche il rapporto istituzionale con la memoria del golpe è tornato terreno di scontro. Non è soltanto una disputa sulla storia. Quando una dittatura viene raccontata soprattutto attraverso la stabilità economica, la sicurezza o il ripristino dell’ordine, il rischio è che passino in secondo piano la soppressione delle libertà, le torture, gli assassinii e la distruzione dello Stato di diritto. E che si faccia strada un’idea pericolosa: in determinate circostanze la democrazia possa diventare un lusso sacrificabile. Anche l’Italia dovrebbe interrogarsi su questo. La storia repubblicana ha conosciuto la strategia della tensione, le stragi neofasciste, progetti eversivi, depistaggi e settori degli apparati dello Stato coinvolti in alcune delle pagine più oscure del dopoguerra. Una storia che, anch’essa, non può essere letta separandola dal contesto internazionale della Guerra fredda. Naturalmente il Cile del 1973 e l’Italia di oggi non sono realtà sovrapponibili. Ma proprio per questo il confronto non va ridotto a una caricatura. Oggi governa in Italia una destra che porta con sé anche una storia politica proveniente dalla tradizione postfascista. Questo non autorizza equivalenze con una dittatura militare, ma rende ancora più importante difendere la qualità della democrazia: l’autonomia dell’informazione, il diritto al dissenso, la libertà di manifestazione, l’equilibrio tra i poteri dello Stato e le garanzie costituzionali. La democrazia, del resto, non coincide soltanto con il voto. Vive nella possibilità di criticare il governo, organizzarsi, manifestare, scioperare, fare informazione senza condizionamenti, costruire alternative politiche. E vive anche nei diritti materiali. Per la sinistra difendere la democrazia non può significare limitarsi alla conservazione delle istituzioni esistenti, ma significa estenderla alla società e all’economia, dare forza e potere al lavoro, ridurre le diseguaglianze e consentire alle classi popolari di incidere realmente sulle scelte che determinano la loro vita Una società attraversata da diseguaglianze profonde, precarietà, impoverimento e paura può diventare terreno fertile per chi promette ordine individuando ogni volta un nemico: il migrante, il povero, il dissidente, chi protesta, chi mette in discussione il potere. Per questo la memoria di Salvador Allende non dovrebbe essere ridotta a una celebrazione rituale. Nel suo ultimo discorso dalla Moneda, mentre il golpe era ormai in corso, Allende parlò alle generazioni future e immaginò il giorno in cui si sarebbero nuovamente aperti “i grandi viali” attraverso i quali sarebbe passato l’uomo libero. Cinquantatré anni dopo quelle parole conservano tutta la loro forza. Ricordare l’11 settembre 1973 significa capire che nessuna democrazia può considerarsi definitivamente al sicuro. Significa anche ricordare che le svolte autoritarie non maturano nel vuoto: hanno interessi, alleanze e rapporti di forza nazionali e internazionali che le rendono possibili. E significa soprattutto rifiutare l’idea che libertà, diritti e giustizia sociale possano essere messi tra parentesi in nome dell’ordine, della sicurezza o dell’economia. È questa, ancora oggi, la parte più viva della lezione di Allende. Giovanni Barbera
September 12, 2026
Pressenza
Per la costruzione di un Fronte Democratico costituzionale pacifista e antirazzista
In questa congiuntura di estremo pericolo per le sorti sia dell’umanità che del pianeta, mentre diverse, gravissime, crisi si intersecano influenzandosi a vicenda, è necessario che le forze sociali, sindacali e politiche di autentica opposizione trovino unità, a livello sia nazionale che europeo e internazionale, per indicare una via d’uscita alternativa alle torsioni autoritarie, messe in atto da governi e classi dirigenti cinice e miopi, che sono causa esse stesse della crisi in atto. E’ lo stesso sistema atlantico/occidentale, di cui il nostro governo è complice tassello, a dover venir messo sotto accusa per la subalternità nei confronti della politica statunitense, al di là delle moine che effettuano verso i capi di turno, anziché portare avanti le forze profonde che si agitano e crescono nel nostro continente. Rendiamocene conto: l’Europa viene fatta rotolare verso al guerra, malgrado che i suoi popoli in grande o massima parte vi si oppongano, pur non avendo ancora trovato la forza politica capace di segnare la strada alternativa. Nei prossimi mesi avranno luogo elezioni in diversi Paesi europei, tra cui l’Italia. In tale prospettiva, è fondamentale porsi fin da subito tre questioni dirimenti intorno alle quali forgiare l’unità di tutte le forze antifasciste e democratiche presenti in Italia e nell’Unione. Occorre, innanzitutto, imporre il ritorno alla via diplomatica per un’uscita dalla guerra in Ucraina, cui il centro-destra imperante in Europa continua ad opporsi fin dall’inizio, nell’ambito di un progetto che non può che essere quello atlantico – e suicida – di una guerra generalizzata alla Russia. A tale fine, basterebbe convocare una conferenza regionale per la sicurezza in Europa, una Helsinki 2, che gli Stati europei, a parole amanti della pace e del rispetto del diritto internazionale, si sono finora dimenticati di convocare, dimentichi, si direbbe, degli indubbi, enormi benefici che i popoli europei e russi ebbero a ricavare dalla Helsinki1. Occorre anche porre fine alla spaventosa corsa all’economia di guerra per tirar fuori il mondo occidentale dalla crisi in cui si va sempre più incartando, ed investire di pari passo in politiche che creino possibilità di lavoro, ricerca e crescita sia umana che economica. Ribadiamolo: col riarmo si rotola sempre di più, e a velocità sempre crescente, verso il baratro Una politica comune europea, fedele ai suoi valori fondanti, per quanto ci glissi sopra la sua attuale dirigenza, non può parimenti prescindere da una chiara condanna del genocidio del popolo palestinese, attraverso la rottura di ogni collaborazione culturale, economica, militare (intelligence compresa), nel rispetto intransigente del diritto internazionale e di coloro che sono chiamati a darne attuazione. Né possiamo dimenticare la necessità di abolire le leggi crudeli, inumane e criminali con cui sia l’Ue che i suoi stati membri, tra cui l’Italia della Meloni e non solo, continuano a dare quotidiana attuazione a quello che a tutti gli effetti altro non è che un dumping di migranti alla ricerca di una vita dignitosa nel nostro continente. Quelle che sono state fin qui elencate non costituiscono, evidentemente, altro che un primo abbozzo di idee e progetti di trasformazione che potrebbero trovare rispondenza in vasti settori dell’elettorato italiano ed europeo e come tali risultare facilmente sviluppabili e migliorabili dal basso. Quello che qui preme sottolineare è l’urgenza di costruirvi intorno un sistema unitario pluripartitico di azione politica comune. Enrico Calamai Mauro Carlo Zanella Redazione Roma
September 12, 2026
Pressenza
No cara Emma. non ci mancherai…
Leader di uno dei partiti più canaglieschi della storia repubbicana. I radicali: doppiogiochisti, subdoli, giani bifronte della politica, spregiudicati e soprattutto asserviti al grande capitale. A partire dal loro segretario, Pannella Marco: occhio azzurro come l’Atena dell’Iliade. Guerrafondaia, grande amica di Israele, sionista convinta, affermava che Netanyahu stesse cadendo nella […] L'articolo No cara Emma. non ci mancherai… su Contropiano.
September 12, 2026
Contropiano
Ribadiamo: curarsi è un diritto, non un privilegio
Milano, serata speciale il 14 settembre per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale Tante le personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e della giustizia, previste al Teatro della Cooperativa di Milano, il 14 settembre, ore 21, per l’iniziativa a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale Sarà una serata davvero speciale, aperta alla cittadinanza, quella di lunedì 14 settembre alle ore 21 al Teatro della Cooperativa di Milano, in via Privata Hermada 8, sul tema “Curarsi è un diritto, non un privilegio”.  Riportare al centro il diritto universale alla salute e sostenere la proposta di legge per il rafforzamento della sanità pubblica: è questo l’obiettivo del Comitato Promotore regionale, anche attraverso iniziative come questa, che vede la partecipazione di tante personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e della giustizia. Come preannunciato nei giorni scorsi il programma si è ulteriormente arricchito: alle presenze già previste, quali Francesco Maisto, Mauro Clerici, Moni Ovadia, Renato Sarti, Massimo Cirri, Luca Mangoni, Paolo Rossi e Gherardo Colombo, si sono aggiunte anche quelle di Margherita Napolitano, don Paolo Selmi, don Massimo Mapelli, Alice Pavan, Camilla Ponti, Maurizio Ambrosini, Cinzia Cena e Paolo Dell’Oca. Interverranno inoltre, per il Comitato Promotore Regionale, Vera Addamo, Vittorio Agnoletto, Massimo Cortesi, Andrea Villa, Catello Tramparulo e Marco Caldiroli. La conduzione della serata sarà affidata all’attore Silvano Piccardi. L’iniziativa, a ingresso gratuito fino ad esaurimento posti, è promossa dal Comitato Promotore Regionale, che ricordiamo è composto da CGIL, ACLI, ARCI, Medicina Democratica, Auser, Federconsumatori, Libera contro le Mafie e basi UDU della Lombardia. “Disposizioni per rendere effettivo il diritto alla salute mediante il rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale e la valorizzazione del personale”, è questo il titolo della proposta di legge di iniziativa popolare che interviene su alcuni dei problemi che pesano ogni giorno sulle persone: liste d’attesa, carenza di personale, disuguaglianze nell’accesso alle cure, assistenza territoriale insufficiente e aumento della spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie. L’iniziativa è scaturita dalla urgenza di intervenire su pesanti criticità, quali, appunto, liste d’attesa inaccettabili, con visite procrastinate  per mesi o addirittura anni, o quando le persone rinunciano a curarsi perché non possono  permettersi di pagare e che sono circa un decimo della popolazione: per queste e altre condizioni  il diritto alla salute smette di essere uguale per tutti e viene meno un cardine della nostra Costituzione, mentre la spesa sanitaria direttamente a carico delle famiglie ha superato i 41 miliardi di euro! Il testo, inoltre, propone, tra le altre misure, di portare progressivamente il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale ad almeno il 7,5% del PIL dal 2030, eliminare il tetto alla spesa per il personale, rafforzare i servizi territoriali e intervenire con particolare attenzione su non autosufficienza, salute mentale, consultori, prevenzione e tempi di attesa. CGIL Lombardia laura.messina@cgil.lombardia.it Medicina Democratica medicinademocraticastampa@gmail.com Medicina Democratica
September 11, 2026
Pressenza
La nuova legge elettorale è liberticida. Potere al Popolo chiama alla mobilitazione
Ci vogliono cancellare con la norma anti Potere al Popolo. Non ci riusciranno!! Un emendamento di Fratelli d’Italia alla legge elettorale del Governo Meloni porta fino a 750mila (SETTECENTOCINQUANTAMILA!) le firme necessarie per presentarsi alle elezioni sia alla Camera che al Senato (5 volte di più di quelle che fino […] L'articolo La nuova legge elettorale è liberticida. Potere al Popolo chiama alla mobilitazione su Contropiano.
September 11, 2026
Contropiano
Il voto per AfD è una spia
Il voto all’AfD in Sassonia-Anhalt deve far riflettere tutti non solo, o non tanto, perché registra un’avanzata inquietante di una destra neo-fascista, più o meno nostalgica e, cosa più importante, apertamente razzista e nazionalista.  Certo, questo è quel che appare evidente ai più e su questo si sta sviluppando un dibattito che tende a mettere in contrasto coloro che pensano che occorra «più Europa» e chi invece invita a cogliere nelle politiche europee degli ultimi decenni l’origine del problema. Tra i primi si sta distinguendo una vecchia conoscenza, Mario Monti, che prima, al Forum Ambrosetti, ha rivestito i panni dell’antifascismo contro Roberto Vannacci e poi, sul Corriere della Sera, nel chiedere, come risposta all’estremismo sovranista, «un’Europa più politica», invita, ancora una volta, a dare importanza e spazio a «ricette intelligenti per l’Europa, come quelle di Draghi e Letta». Sembra la realizzazione del detto biblico secondo cui Dio acceca chi vuol perdere.  Nelle risposte a questa posizione scellerata, sicuramente più convincenti e corrette, troviamo una centralità del dato socio-economico ben supportata dall’analisi che ha fatto un soggetto insospettabile come il Financial Times. «Sebbene l’AfD abbia guadagnato terreno nella Germania occidentale, l’ex Germania dell’Est rimane la sua roccaforte» scrive il quotidiano britannico aggiungendo che «ciò può essere in parte spiegato da una serie di fattori socio-economici». Ne elenca diversi: il fatto che «gli stati orientali presentano livelli medi di reddito e ricchezza inferiori»; che «gli uomini in età lavorativa, un gruppo con maggiori probabilità di votare per l’AfD, sono più numerosi delle donne in età lavorativa». Un altro fattore cruciale, secondo il giornale salmonato, è che «i partiti centristi tradizionali hanno radici più deboli negli stati dell’est, dove non si sono tenute elezioni libere per quattro decenni, fino alla caduta del Muro di Berlino nel 1989» e «l’’integrazione dei partiti [tradizionali] nella società della Germania orientale è sempre stata molto più debole».  LEGGI ANCHE… GERMANIA SASSONIA, «DIFENDERE LA DEMOCRAZIA» NON BASTA Thomas Zimmermann Ci sono poi le paure legate all’immigrazione sull’onda del malcontento suscitato dalla decisione di Angela Merkel del 2015 di aprire le porte a circa un milione di richiedenti asilo dal Medio Oriente. Ma, e qui entriamo in una dinamica più psico-politica che socio-economica, le testimonianze sono spesso svincolate dai dati reali. Il Financial Times cita la dichiarazione di Melissa Wölfel, una ventottenne della piccola città di Bad Kösen, che rimpiange i tempi in cui le persone «non avevano paura di mandare i propri figli fuori da soli». Ma, aggiunge il quotidiano, secondo le statistiche della polizia, «il numero di reati registrati nel distretto intorno alla città termale è diminuito del 25% nell’ultimo decennio». Non solo, «in Sassonia-Anhalt circa l’8% dei residenti è di nazionalità straniera, ovvero circa la metà della media nazionale». Si vota per paura di migranti che in realtà non ci sono o non sono quelli che che si immaginano. Mitteregger, politologo dell’Università Humboldt, ha affermato che esiste un «paradosso che osserviamo in tutta Europa: le persone votano per l’estrema destra nei luoghi dove l’immigrazione è scarsa». Poi ci sono effetti più reali come l’avanzata dell’AfD nei principali distretti industriali tedeschi, dove si avverte, ad esempio, la concorrenza cinese, la transizione verso i veicoli elettrici, gli alti prezzi dell’energia o i dazi statunitensi. Pesa così la previsione di una perdita di status o di una netta perdita economica e in tutti questi casi quello che conta, oltre i dati di realtà e la secca successione di cause ed effetti, è la percezione della paura. Va considerato anche da questo punto di vista il fatto che l’AfD ottiene risultati migliori nelle zone rurali e nelle città più piccole rispetto alle grandi metropoli consegnando una tendenza, visibile in molti altri paesi, compresa l’Italia, che induce a rifugiarsi in un sentimento di isolamento e paura coloro che vivono nelle aree interne o in aree più marginali. Dunque, la ragione economica è forte e presente, chiama in causa l’impatto della Cina, l’intelligenza artificiale che rischia di tagliare posti di lavoro, il modello economico tedesco, orientato all’export, che ormai è stato messo in crisi strutturalmente, sia da Pechino che da Washington. E in ogni caso, vista la tendenza generale del voto tedesco, e la presenza dell’AfD in tutta la Germania, è difficile rinchiudere il fenomeno solo a livello della parte orientale per quanto esistono diversi altri fattori politici a giocare un ruolo. Ad esempio, la capacità del partito di estrema destra di riportare al voto gli astenuti – circa 170 mila elettori in Sassonia-Anhalt – oppure la presenza o meno di leader locali in grado di frenarne l’ascesa. In Sassonia giocavano praticamente senza avversari, mentre a Berlino o in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove si voterà il 20 settembre, la forza della sinistra, la Linke nel caso della città-stato e la Spd in Meclemburgo, rendono l’esito del voto più equilibrato per quanto in un contesto di successo dell’AfD.  LEGGI ANCHE… ESTREMA DESTRA EJA EJA PROPRIETÀ Redazione Jacobin Italia Quello che si può trarre da queste considerazioni ben ponderate è il dato più complessivo che consegna questo voto, spia di una condizione generalizzabile sicuramente al piano europeo e probabilmente al mondo occidentale: esiste una condizione omogenea di paura del futuro e di ripiegamento identitario che caratterizza questo passaggio d’epoca.  Gli elementi che sostanziano questo sentimento sono evidenti e diffusi. La guerra innanzitutto, che a tutti e tutte ormai appare sempre più generalizzata e globale con connessioni sempre più strette tra il fronte russo-ucraino e quello mediorientale, sia esso la guerra israeliana contro i palestinesi o quella israelo-statunitense contro l’Iran. L’ansia per la guerra si somma a quella per il cambiamento climatico, di cui la politica istituzionale di tutto il mondo si disinteressa allegramente, ma che, specialmente dopo questa estate, colpisce soprattutto i più giovani e alimenta un’inquietudine scarsamente metabolizzata politicamente, ma che si accumula saturando preoccupazioni esistenziali. E poi, ovviamente, c’è l’inquietudine economica in un’Europa che celebra le proprie piccole percentuali di crescita economica ma che non si accorge della fatica quotidiana nel riprodurre, per usare un lessico marxiano, i propri mezzi di sussistenza con salari che ormai sono stati falciati dall’inflazione e che non sembrano potersi ricostruire facilmente.  Quel che si vuole sostenere qui, insomma, è che quel voto ci consegna un dato tutto politico con cui fare i conti sul piano della visione di insieme, non nella metrica delle risorse da distribuire a questo o quel soggetto sociale. Si tratta di affrontare con una proposta complessiva il passaggio d’epoca e gli spettri che scatena a cui fette consistenti di elettorato rispondono accogliendo favorevolmente la proposta dell’estrema destra. Perché più semplice, rassicurante, facilmente diffondibile e soprattutto perché esiste, è disponibile concretamente, si fa vedere, sentire, quasi odorare. È presente nella persona di Marine Le Pen che non ha remore nello sbandierare la ricetta sugli immigrati in Francia, il cui respingimento sarebbe addirittura previsto in una nuova Costituzione; è presente in Gran Bretagna, addirittura in due versioni, uno soft e una hard rappresentate da Tommy Robinson e Nigel Farage. Ed è presente in Italia, anche nelle due versioni di Meloni e Vannacci (con comparsata ormai folcloristica di Matteo Salvini). Questa ipotesi politica è al centro del campo.  Il dato con cui fare i conti è quale proposta a sinistra può rispondere adeguatamente alla confusione, allo smarrimento, alla vera e propria paura di futuro che agita le popolazioni europee e in particolare la sua componente popolare, proletaria? Si pensi alla guerra. È del tutto evidente a chiunque parli con le persone in carne e ossa che sulla guerra c’è un timore crescente e destinato a ingigantirsi e a cui, se prendiamo l’Italia, ma anche la Francia e la Germania, i partiti della sinistra maggioritaria non sanno cosa dire se non veicolare i messaggi bellicisti della Commissione europea o della Nato. Sappiamo bene che la vicenda ucraina è complicata e che la giusta indignazione contro l’invasione russa, dettata da una prospettiva imperiale del regime di Vladimir Putin, andrebbe affrontata con un sostegno al popolo ucraino che però non costituisca un fiancheggiamento dei progetti imperialisti della Nato. Non è semplice destreggiarsi tra queste due necessità, ma una visione di pace, di costruzione di alleanze adeguate, una parola netta sull’ostilità ad avventure belliciste servirebbe a rassicurare un mondo, quello della sinistra, che questo desidera e che vorrebbe trovare empatia nelle prospettive delineate dai suoi o dalle sue dirigenti. Lo stesso si può dire per gli altri temi sollevati e che sono al centro di questa paura generalizzata.  ISCRIVITI ALLA SCUOLA GIACOBINA Dal 18 al 20 settembre 2026 a Firenze In presenza Online Le prossime elezioni politiche in Italia, e altrove, si giocheranno sulla credibilità che avranno i vari schieramenti proprio nel rassicurare e soprattutto nel costruire una prospettiva di protezione. La destra rassicura e protegge dalle minacce globali promettendo di scacciarle via, a forza, se serve, con metodi già sperimentati nel Novecento – deportazione, segregazione, discriminazione. A sinistra occorre individuare una via di protezione sociale che non sia solo generica – difendiamo lo stato sociale – ma sia declinata da proposte davvero forti. Proteggiamo il futuro con un reddito davvero sociale, proteggiamo la vecchiaia con un potenziamento delle pensioni; costruiamo case di comunità e della salute davvero funzionanti; gli asili nido davvero per tutti e tutte. Un programma radicale, insomma, perché radicale è la sfida che stiamo vivendo.  *Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il voto per AfD è una spia proviene da Jacobin Italia.
September 11, 2026
Jacobin Italia
Una norma per escludere Rifondazione dalle elezioni
Acerbo (Prc): 700.000 firme per presentarsi alle elezioni? Emendamento contro Rifondazione? Rifondazione Comunista denuncia il carattere antidemocratico e liberticida dell’emendamento della senatrice Zedda di FdI che innalza a più di 700.000 il numero delle firme necessarie per presentarsi alle elezioni per i partiti attualmente non rappresentate in parlamento. È assurdo che venga richiesto un numero di firme più alto di quello necessario per richiedere un referendum. L’emendamento sembra scritto per impedire a Rifondazione Comunista o altre formazioni di presentarsi alle prossime elezioni. Le destre vogliono impedire che si costruisca un fronte costituzionale che possa sconfiggerle nelle urne. È una norma folle perchè è evidente che impone una soglia irraggiungibile mentre i partiti già presenti in parlamento dal 2025 sono esentati. L’attentato alla democrazia costituzionale, in particolare al principio di uguaglianza formale davanti alla legge, si completerebbe con il favor castae perché dalla raccolta firme sarebbero totalmente o parzialmente esentati i partiti presenti in Parlamento. Chiediamo che questo emendamento venga ritirato per la sua palese incostituzionalità dato che crea una barriera illogica all’esercizio dei diritti democratici e per il palese contrasto con i diritti sanciti dagli articoli 48 e 51 della Costituzione. Maurizio Acerbo, segretario nazionaleGianluca Schiavon, responsabile giustizia e istituzioni, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea Maurizio Acerbo
September 11, 2026
Pressenza