Festival Alta Felicità – Decima edizione – Si parte e si torna tutt3 assieme
Raccontare il Festival dell’Alta Felicità è sempre un’impresa ardua e ogni volta
temo di non essere in grado, di non essere capace di raccontare l’immensità di
quei 3 giorni.
Perché il Festival è da sempre un’immersione pluridimensionale che ti colpisce
per le sue innumerevoli sfaccettature, in cui i sensi sono costantemente
sollecitati da un caleidoscopio di emozioni e suggestioni.
C’è la bellezza dell’essere nel cuore verde della montagna, quella piana difesa
e riconquistata 21 anni fa (anche allora con la determinazione dei corpi che
abbattevano le reti), e poi lo stupore di vedere quanta gioventù la attraversa,
con accenti, capigliature e abbigliamenti diversi, ma tutti e tutte con
meravigliosi sorrisi stampati in faccia. La felicità comincia da qui.
I dibattiti partono susseguendosi dalle 10 di mattina alle 5 del pomeriggio e
sono sempre affollatissimi, che si parli di Palestina, Albania, diritti dei
disabili o degli animali, di guerra e tecnologie, lavoro, cambiamento climatico
… che si presenti un libro che parla di speranza. Giovan3 e giovanissim3
ascoltano, prendono appunti, fanno domande, dibattono. Nel frattempo, esperienze
diverse si confrontano e interagiscono, ognuno tornerà a casa con maggiori
conoscenze e qualche libro nello zaino. Perché qui i libri si vendono, non solo
le magliette.
E la sera la musica si trasforma in vera festa, i corpi diventano un unico corpo
danzante: tre serate di concerto, 31 gli artisti che si sono dati il cambio sul
palco fino a notte fonda.
E anche dal palco risuonano i messaggi di quel mondo diverso che vorremmo
vedere: vorremmo vedere la Palestina libera, la Valsusa libera, gli Antifa
liberi, le donne libere di andare dove vogliono e la polizia a fare qualsiasi
altro lavoro …
Gli artisti sono orgogliosi di essere qui e di contribuire con le loro note alla
lotta di questa valle.
Sabato è il giorno della marcia.
Questo sabato del decimo anno è già nel tritacarne mediatico con le sue immagini
del cantiere assaltato e “devastato”, delle camionette in fiamme, con la notizia
dei poliziotti feriti: 60, no 110, forse 140 (dipende dalle testate
giornalistiche). E assieme a immagini, numeri e condanne istituzionali si
sprecano le ipotesi di chi era veramente nascosto sotto i cappucci neri e di
quale distanza abbia dai “veri valsusini”
Proviamo allora a farne un racconto da uno dei moltissimi punti di vista di
quella giornata
L’immenso corteo si incammina verso i cantieri, saremo almeno 20.000, il colpo
d’occhio dalla salita è impressionante.
Mentre ci si incammina una signora non più giovane esce dalle cucine che
sfornano pasti a tutte le ore e porge ai manifestanti un cesto di limoni
tagliati, è un gesto che unisce e tiene insieme tutto: noi in fondo non sappiamo
bene dove stiamo andando e cosa succederà, al bivio ognuno di noi dovrà
scegliere se salire sui sentieri verso il cantiere di Chiomonte o scendere col
treno verso il cantiere di san Didero, poi chissà cosa ci aspetta.
Ma lei sa già! Lo sa da più di 30 anni, che ci aspettano i gas lacrimogeni e con
quel cesto ci porge la sua protezione e la sua partecipazione “si parte e si
torna tutt3 assieme” (e non importa se sono più di 20anni che dai gas
lacrimogeni ci si protegge con sistemi ben più efficaci di una fetta di limone).
Quest’anno il serpentone più numeroso si dirige verso Chiomonte, un centinaio di
noi sceglie invece di andare a San Didero. Come spesso accade anche il corteo è
composto da soggettività diverse che sanno stare assieme: c’è chi è travisato,
perché andrà a fare azioni impegnative e considerate illegali, c’è chi è in
infradito e senza protezioni perché sta esprimendo la propria partecipazione e
solidarietà con la semplice presenza “si parte e si torna tutt3 assieme”.
A San Didero la situazione si fa subito complicata: mentre i ragazzi si dirigono
alle reti per compiere le loro azioni di disturbo, decine e decine di camionette
della polizia giungono alle spalle del corteo e un gran numero di reparti celere
ne scende in assetto da battaglia.
Le persone che non sono abituate ad affrontare queste situazioni entrano nel
panico, ma qualche anziano più esperto porta tutti in zona di sicurezza,
richiama alla calma e rassicura. Quando l’azione di disturbo finisce, immersa in
una marea di gas lacrimogeni, i manifestanti si ricongiungono alla stazione.
Tutti e tutte stanno bene, si può rientrare. Solo che la polizia non si
accontenta di averci scacciato e invade la stazione in modo minaccioso, vola
qualche manganellata finché la maggior parte si ritrova bloccata tra muri e
polizia, solo un gruppetto riesce ad allontanarsi verso una via di fuga ma non
si allontana finché non è chiaro cosa succederà a tutti gli altri “si parte e si
torna tutt3 assieme”.
Dopo ore di telefonate e trattative chi può si allontana attraverso i prati, gli
altri verranno tutti identificati e schedati.
Inizia il lungo lavoro delle retrovie per riportare tutti e tutte a casa in
sicurezza, la catena di solidarietà valligiana è discreta e silenziosa ma
estremamente efficace: innocui passanti in bicicletta in realtà stanno tenendo
d’occhio i movimenti delle forze dell’ordine, contadini indicano i passaggi nei
campi, file di auto si inerpicano per le stradine secondarie per andare a
recuperare gruppi di manifestanti che faticano a rientrare. Fino a tarda a
notte, fino all’ultimo manifestante, la catena di solidarietà agisce discreta e
silenziosa. Senza distinzione tra valligiani e black block, tra anziani e
giovani, tra valsusini e stranieri, perché qui “si parte e si torna tutt3
assieme” per contrastare un sistema di devastazione economica ed ambientale.
Ed è questo l’ideale che tiene insieme tutti.
Quando al festival arrivano le notizie da Chiomonte inizia a girare un’aria da
“ce l’abbiamo fatta! Finalmente siamo riusciti ad entrare in quel maledetto
cantiere”. Erano 15 anni che ci si provava.
Il giorno dopo interroghiamo i veri anziani che da più di 30 anni si oppongono
alla devastazione di questo territorio: hanno gli occhi lucidi dall’emozione di
una vittoria che aspettavano da anni, ma non solo, adesso sono sicuri che
qualcuno ha preso saldamente in mano la loro lotta e che il testimone è passato
di mano in mano. E i loro occhi sprizzano felicità.
Chiudono il cerchio di queste giornate le parole di Nicoletta Dosio che in un
lunedì funestato da polemiche e ingenti controlli di polizia dichiara “Noi ci
difendiamo dalla devastazione. Non c’è da prendere nessuna distanza, noi, sia in
presenza, sia col cuore, c’eravamo tutti. E tutti rivendichiamo quello che è
capitato”
Mamme in piazza per la libertà di dissenso