Tag - politica

«Meloni non si salva affatto»
Con il libro La continuità del male Tomaso Montanari fa la più classica delle operazioni: quella del bimbo che dice al mondo «il re è nudo». L’ipotesi di lavoro è dimostrare «perché la destra italiana è ancora fascista». Un dato che viene negato, per la verità più da settori dell’establishment e anche da una certa sinistra intellettuale che dalla destra al potere che invece non fa che ribadire, a ogni occasione utile, la propria distanza dai valori costituzionali nati dalla Resistenza e dall’antifascismo come accade puntualmente ogni 25 aprile. Infatti, dice Montanari, «George Orwell ha scritto che ‘per vedere quello che abbiamo sotto il naso occorre un grande sforzo’». Sotto al naso c’è «un serissimo pericolo» che in molti fingono di non vedere o sottovalutano nettamente mentre il Rettore dell’Università per Stranieri di Siena ha deciso di dedicargli uno studio specifico di cui ci parla in questa intervista.  Qual è stato l’elemento più evidente e tangibile che balza agli occhi di studioso e anche di osservatore politico nel tracciare una linea di continuità tra l’attuale destra al potere e il fascismo storico? La sostituzione etnica e l’insistenza sulla Nazione. Quando Giorgia Meloni ha insistito per sostituire la «Repubblica» con la «Nazione» e sulla componente etnica che caratterizzerebbe la seconda mi sono allora chiesto cosa rappresenta la Nazione. Avevo scritto un libro sull’articolo 9 della Costituzione e credo di essere stato tra i primi a sottolineare che quell’articolo disegna un’idea di Nazione non basata sul sangue ma sulla cultura: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Si affermava letteralmente, quindi, che essendo «nazione di cultura», questa per definizione va intesa come aperta. Quest’idea è profondamente diversa da quello che si percepiva dai discorsi della presidente del Consiglio. Così ho preso i suoi libri, le carte ufficiali, i discorsi e ho trovato un sapore antico. Poi ho consultato la letteratura fascista, a partire dai discorsi di Mussolini e ho trovato una straordinaria coincidenza. Oggi, infatti, quando vengo attaccato violentemente dai giornali di destra non ne trovo nessuno che sia in grado di confutare il merito di quanto ho scritto.  Quali sono i pensatori-chiave incontrati in questa ricerca? Dove si abbevera la destra o comunque da dove trae, anche camuffandole, molte delle sue idee centrali? Sicuramente è centrale il lavoro culturale di Julius Evola, un autore che è vissuto ben dentro il dopoguerra, ma che aveva fatto in tempo a essere letto e apprezzato dallo stesso Mussolini. Ma quello che colpisce è che nel canone di continuità è presente anche Hitler con il suo Mein Kampf. Uno degli esempi più sconvolgenti è la costante citazione di Sparta. Giorgia Meloni si fa fotografare sorridente davanti all’immagine di sé stessa disegnata come un oplita spartano e le scuole giovanili di Fratelli d’Italia si chiamano agoghé, come quelle degli antichi spartani. Sparta è uno dei culti sostitutivi che servono per camuffare il riferimento alla gioventù hitleriana. Sparta è un mito diffusissimo in tutte le destre mondiali, il cui filo ci porta al dibattito dell’Ottocento e del primo Novecento, mentre sarà Franco Freda a tradurre i libri su Sparta. L’autore che più la esalta è Hitler. Sparta, a suo avviso, è uno Stato razzista, non nel senso di puro razzialmente, ma è un’esplicita società segregazionista con la città degli spartiati, cittadini per razza e merito, dei perieci membri di sangue ma non cittadini e infine degli iloti, vittime di un vero apartheid. Come scrive Hitler, «la sottomissione di 350.000 iloti a opera di 6.000 spartani era possibile solo come conseguenza della superiorità razziale degli spartani […] L’abbandono dei bambini malati, gracili, deformi – in altri termini la loro eliminazione – si dimostrava più giusta e mille volte più umana della sconsiderata follia dei giorni nostri». Qualcosa del genere si sente ancora oggi. E bisogna dire che non è un caso se sia stato proprio il premier israeliano Benjamin Netanyahu, pensando proprio al segregazionismo, a indicare Sparta come riferimento per Israele. Sparta è un travestimento che aiuta a sostanziare il concetto di «sostituzione etnica», anche questo non nuovo. Si trova nei testi degli anni Venti di Mussolini quando profetizza l’Europa che ci sarà negli anni Sessanta. Arrivata al governo la destra designa un ministero della Natalità e inizia a costruire il suo discorso sulla nascita di sangue come requisito centrale della Nazione. Nel libro si prende a riferimento un celebre discorso di Meloni sulla razza per dimostrare che in fondo non si distanzia dai concetti tradizionali del fascismo. Sì, una chiara sconfessione di tutte quelle letture che pur ammettendo uno stile fascista nella destra al potere, tendono a escludere la leader: «Almeno lei si salva». E invece non si salva affatto. La destra ha sempre cercato di far passare per «differenze etniche» le «differenze razziali» a partire dalle teorizzazioni di Alain de Benoist rivendicando il diritto alla difesa dell’identità dei popoli. Ma è la stessa Meloni ad ammettere di credere nell’esistenza delle razze. E infatti cita la voce Treccani – «nell’antropologia fisica del XIX sec. e dei primi decenni del XX, popolazione o gruppo di popolazioni che presentano caratteri fenotipici comuni…» spiegando agli interlocutori: «La razza è cosa siamo fisicamente, l’etnia è cosa siamo culturalmente». Cioè, è convinta che la razza «è cosa siamo fisicamente» anche se la genetica e la biologia hanno dimostrato da tempo che le razze umane semplicemente non esistono. E infatti cita solo la metà del lemma della Treccani dimenticando la seconda parte: «Tale suddivisione della specie umana ha costituito il preteso fondamento scientifico per una concezione delle razze umane come gruppi differenti da porre in rapporto gerarchico […] oggi il concetto di razza umana è considerato destituito di validità scientifica […]». Ma si legga l’inizio del Manifesto della razza (1938): «Le razze umane esistono. L’esistenza delle razze umane […] corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi […] Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti». La discontinuità su questo piano non esiste anche perché a certi concetti la destra crede davvero. Quando l’ex generale Roberto Vannacci dice che «una persona che ha i tratti somatici tipici del centro Africa – non rappresenta la stragrande maggioranza degli italiani», riferendosi alla pallavolista Paola Egonu, costruisce una differenza razziale che incide sulla cittadinanza e sul diritto a ottenerla. Se sei nato italiano puoi fare una strage, ma se sei nato da cittadini non italiani non puoi prendere in prestito nemmeno una mela. E questo lede in profondità l’articolo 3 della Costituzione. LEGGI ANCHE… FASCISMO ALL’ARMI SIAM FASCISTI Redazione Jacobin Italia Nel celebrare questa continuità, nel libro precisi che non stai ricorrendo alla categoria di Umberto Eco del «fascismo eterno». Qual è la differenza con quella costruzione che pure ha avuto fascino e presa per un certo tempo? Il fascismo eterno di Eco è una costruzione retoricamente interessante ma storicamente debole secondo cui il fascismo sarebbe un’idea eterna che ciclicamente si reincarna. Ma non è così. Quest’idea si è invece formata e nutrita concretamente in una concatenazione storica fatta di rimandi e richiami alla tradizione che arriva direttamente al regime senza soluzione di continuità. Si tratta classicamente di una traditio, cioè un passaggio di mano. Questo non vuol dire che oggi le destre siano nostalgiche delle camicie nere o dei riti di Predappio. I nostalgici sono stati i loro padri che dopo il ‘68 hanno iniziato a sembrare vecchie cariatidi e che sono stati soppiantati dai miti tolkeniani, dall’invenzione dei campi Hobbit, da espedienti discorsivi e di immaginazione che, pur basandosi sulla tradizione, dovevano comunque fare i conti con l’irruzione di modernità e innovazione che i movimenti giovanili hanno prodotto negli anni Settanta. Non si tratta di nostalgia, dunque, ma di credere profondamente a certe idee.  In questa continuità si respira un’aria di revanchismo, una reiterata intenzione di vendicare un torto subito, di restituire l’onore e i giusti diritti a chi è stato tenuto ai margini nel passato. Certamente in Fratelli d’Italia si tratta di stabilire la continuità con il Movimento sociale italiano, ma questa rivendicazione si estende fino al fascismo storico? Sì, e a dimostrarlo c’è un dato di fatto inconfutabile: il rifiuto della Costituzione nata proprio nella lotta al fascismo. Sono gli unici a non aver contribuito alla sua scrittura, a differenza anche dei monarchici. E infatti la rifiutano come dimostra il Referendum sulla giustizia. Della Costituzione a loro non piace in particolare il progetto egualitario essendo sostanzialmente anti-egualitari. E in questa distanza, questa negazione della carta comune della Repubblica, rivendicano i torti subiti, ad esempio quelli di Salò, confondendo il concetto di «pacificazione» con quello di «parificazione». Si rifiutano così di essere antifascisti perché non c’è mai stata un’accettazione dell’antifascismo storico che invece Gianfranco Fini aveva iniziato a fare. Fratelli d’Italia in fondo è una «rifondazione fascista» che ha reagito a un tradimento in quanto loro, secondo il mantra tolkeniano, non tradiscono perché «le radici non gelano». Nella destra al potere si osserva l’ossessione per il controllo della scuola e il costante invito, a sé stessi, al mondo di riferimento, in realtà non si sa bene a chi, a costruire una «cultura di destra». Ma in realtà non ci riescono. Perché? Per quello che Furio Jesi ha definito il problema delle «idee senza parole», citando Spengler. Giocano sulla narrazione, ma gli manca un contenuto; si rifanno a parole d’ordine, come «l’amore per la Nazione» o « la grandezza dell’italianità», ma poi non riempiono questa grandezza di alcun riferimento concreto che non sia la narrativa del «viva l’Italia». Come diceva Mussolini viene ripetuto ancora che «l’Italia è finalmente rispettata nel mondo» rendendosi anche ridicoli per questo. In realtà, la cultura di destra gli è difficile perché i contenuti sono vuoti e astratti, discorsivi e non incarnati in qualcosa di definito e affascinante per i giovani.  LEGGI ANCHE… ESTREMA DESTRA EJA EJA PROPRIETÀ Redazione Jacobin Italia Nel discorso pubblico, dibattito generico che ormai si fa soprattutto nei talk show o in qualche pamphlet usa e getta, questa continuità viene rigettata, negata, si sostiene che non siamo più di fronte al fascismo e che bisogna utilizzare nuove categorie. Storicamente a sinistra hanno avuto questa funzione persone come Luciano Violante e in modo più morbido l’ex presidente Giorgio Napolitano, ma penso anche a intellettuali come Paolo Mieli. Nella generazione di sinistra più anziana, probabilmente in buona fede, c’è l’insofferenza verso l’uso estensivo di «fascista» come insulto che è stato utilizzato abbondantemente dagli anni Settanta in poi. E personaggi che rappresentano questa sensibilità, come Massimo Cacciari, pensano che l’accusa di fascismo sia un argomento che non interessa a nessuno e con il quale non si vincono le elezioni. Per quanto riguarda un’espressione dell’establishment come Il Corriere della Sera, va detto invece che non è stato mai antifascista, ma anti-antifascista e c’è una letteratura che lo conferma. Parliamo dei degni eredi del liberalismo che cedette a Mussolini. Il massimo inserzionista del giornale Difesa della razza fu il vecchio Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat e senatore. Poi ci sono quelli che invece si rifiutano di studiare, di guardare ai contenuti, alla realtà. Negano la continuità fascista ma non ci dicono che cosa realmente sia, rappresenti, a cosa aspiri questa destra presunta nuova. Se non sono fascisti, cosa sono? Che progetto hanno?  Il tuo libro è balzato al primo posto nella saggistica appena uscito, segno che ha colto una sensibilità molto diffusa. Pensi che l’attuale compagine progressista sia attrezzata per coglierla e per abbracciare questa lettura della destra? Penso che sicuramente la campagna elettorale non si può condurre sui temi di questo libro, ma questi temi devono essere compresi e non banalizzati. Ad esempio, quando Meloni attacca il diritto di sciopero occorre far notare che lo fa perché pensa, in continuità con quel pensiero, che la diseguaglianza è giusta. Se la destra fa una campagna sull’odio e la paura, la sinistra dovrebbe farla sulla pace e la convivenza. L’ex presidente Sandro Pertini nel 1970 fece una profezia: se perdiamo sulla giustizia sociale perderemo anche la libertà. Le elezioni si vincono sulla giustizia sociale e se si arretra su quel punto si arretra anche sulla democrazia. Questo è un paese in cui la sinistra si è messa nelle mani di Mario Draghi e allora non c’è da stupirsi se il fallimento sociale della democrazia porta i fascisti al governo. Non dico allora che la sinistra debba fare campagna sui temi del mio libro, ma certamente deve sapere che se perde consegna il paese a persone con quelle idee terribili. Deve fare autocritica di tutti gli errori accumulati nel tempo e iniziare a saper parlare la lingua radicale della Costituzione.  *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). L'articolo «Meloni non si salva affatto» proviene da Jacobin Italia.
April 24, 2026
Jacobin Italia
Contestato Valditara alla riunione nazionale delle Consulte studentesche
Ieri il ministro Valditara si è ritrovato la contestazione in faccia, anche dove pensava di poter fare una passerella politica. Il titolare del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) era alla scuola “Galileo Galilei” di Roma, per intervenire alla sessione plenaria del Consiglio Nazionale Consulte Provinciali (CNCP), quando è stato […] L'articolo Contestato Valditara alla riunione nazionale delle Consulte studentesche su Contropiano.
April 24, 2026
Contropiano
L’Iran doveva crollare — allora perché è ancora in piedi?
Un’analisi strutturale del potere, della resilienza e della sopravvivenza politica in Iran Questo testo non è scritto per difendere un sistema, né per giustificarlo. È un tentativo di comprendere. Comprendere perché un sistema che, secondo molte aspettative, avrebbe dovuto crollare, è ancora in piedi. E, soprattutto, comprendere che sopravvivere non significa necessariamente avere successo. Sono passati due anni da quella che è stata definita “Operazione Promessa Vera 1”. In questo periodo relativamente breve, un presidente è morto in un incidente in elicottero, il segretario generale di Hezbollah è stato assassinato, alti comandanti militari sono stati eliminati uno dopo l’altro, e si sono verificati due cicli di confronto militare diretto con Israele e gli Stati Uniti. Le infrastrutture energetiche sono state danneggiate e l’economia ha subito pressioni crescenti e cumulative. Eppure, nonostante tutto questo, la struttura politica, militare e tecnocratica del Paese non è collassata.Questo pone una domanda seria — non una domanda di propaganda, né di negazione, ma di analisi: Perché un sistema che, apparentemente, dovrebbe cedere sotto una tale pressione, continua a reggere? Molti osservatori — sia esterni che interni — cadono in un errore analitico che si può definire “personalizzazione del potere”. Questo errore si basa sull’idea che il potere in un sistema politico sia concentrato negli individui; Di conseguenza, eliminando gli individui, il sistema dovrebbe crollare. Questo schema funziona, almeno in parte, per regimi patrimoniali classici — come la Libia di Muammar Gheddafi o l’Iraq di Saddam Hussein. Ma diventa insufficiente, e persino fuorviante, quando viene applicato a un sistema che da oltre quattro decenni costruisce istituzioni, stratifica il potere e distribuisce l’autorità attraverso strutture parallele. Nella scienza politica esiste una distinzione fondamentale tra regimi personalistici e sistemi istituzionalizzati. I primi crollano con la rimozione della figura centrale. I secondi, invece, tendono a rigenerarsi anche dopo la perdita di individui chiave. Gran parte dell’errore nell’analisi dell’Iran nasce proprio da questo punto: Viene interpretato come appartenente alla prima categoria, Mentre in realtà — nonostante tutte le sue debolezze — si avvicina molto di più alla seconda. In questo senso, la Repubblica Islamica può essere descritta come un “regime ibrido”: Un sistema che combina autoritarismo, istituzionalizzazione burocratica e reti di potere parallele. Un sistema che, allo stesso tempo, produce funzionalità e disfunzione. Prendere sul serio un sistema del genere non significa approvarlo. Significa comprenderlo in modo accurato. Per comprendere la resilienza dello Stato iraniano oggi, bisogna guardare oltre il 1979. Le radici dello Stato moderno iraniano risalgono alla Rivoluzione Costituzionale — Un inizio che, fin dall’origine, è stato profondamente contraddittorio. Il progetto di costruzione dello Stato in Iran si è sviluppato in un contesto segnato da forte centralizzazione, soppressione della diversità religiosa, regionale e politica, repressione dei movimenti civili e dipendenza dalle rendite petrolifere — invece che da un reale contratto sociale basato sulla tassazione. Il risultato è stato uno Stato forte, ma non necessariamente sviluppato; Centralizzato, ma non necessariamente efficiente; Moderno nella forma, ma non sempre nella sostanza. Questa eredità paradossale — uno Stato che costruisce e allo stesso tempo reprime — è continuata fino a oggi, e la Repubblica Islamica ne è erede, più che origine. L’Iran rimane un Paese semi-periferico, caratterizzato da corruzione strutturale, sviluppo diseguale e capacità frammentate tra regioni e gruppi sociali. E tuttavia, questo stesso Stato ha prodotto una burocrazia funzionante, un esercito organizzato, un sistema educativo e infrastrutture tecniche — che la Repubblica Islamica ha riorganizzato, piuttosto che creare da zero. Negli anni ’80, la Repubblica Islamica ha affrontato una vera e propria “prova di sopravvivenza”: Una guerra di otto anni, conflitti armati interni, e una serie di assassinii politici su larga scala nella leadership — tra cui Mohammad Beheshti (capo della magistratura, assassinato nel 1981), Mohammad-Ali Rajai (presidente, assassinato nel 1981) e Mohammad-Javad Bahonar (primo ministro, assassinato nel 1981), oltre a decine di quadri intermedi — insieme all’isolamento internazionale. Da questa fase, il sistema ha appreso lezioni fondamentali: La leadership deve essere sostituibile, Il processo decisionale deve essere distribuito, E la sopravvivenza deve essere istituzionalizzata, non personalizzata. Questa esperienza si è radicata nella memoria istituzionale del sistema ed è stata successivamente rafforzata dalle esperienze regionali — dal Libano all’Iraq, alla Siria e allo Yemen. L’Iran ha osservato da vicino come l’Iraq sia collassato dopo la rimozione di Saddam, Come la Libia si sia disintegrata dopo Gheddafi, E come la Siria sia arrivata vicino alla perdita dello Stato. Queste esperienze hanno influenzato profondamente la dottrina di sicurezza e la struttura politica dell’Iran. Una delle caratteristiche più distintive di questo sistema è la presenza di strutture di potere parallele: Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione accanto all’esercito regolare, Il Consiglio dei Guardiani accanto al parlamento, L’ufficio della Guida Suprema accanto al governo, E istituzioni economiche semi-statali accanto ai ministeri ufficiali. Questo modello, dal punto di vista della governance quotidiana, spesso genera inefficienza, ambiguità nella responsabilità e corruzione. Ma dal punto di vista della resilienza, crea un vantaggio fondamentale: Non esiste un unico punto di rottura. Nella teoria dei sistemi, questo è noto come “ridondanza”: Quando un nodo viene eliminato, il sistema continua a funzionare attraverso altri percorsi. L’eliminazione di figure come Qassem Soleimani, Hassan Nasrallah o Ebrahim Raisi ha rappresentato colpi significativi, ma nessuno di questi ha costituito un punto di rottura per l’intero sistema. Accanto a questo, esiste un livello meno visibile ma essenziale: una tecnocrazia stabile. Dirigenti intermedi, ingegneri delle reti energetiche, specialisti dell’industria petrolchimica, esperti finanziari — Queste figure non arrivano attraverso le elezioni e non scompaiono attraverso le crisi politiche. Durante recenti periodi di pressione, è stata proprio questa componente a mantenere operative le funzioni essenziali dello Stato. Questo dimostra che anche uno Stato con una legittimità contestata può continuare a funzionare se dispone di una burocrazia tecnica efficace. Tuttavia, la resilienza dell’Iran non è solo istituzionale. È anche geografica e demografica. Con oltre 80 milioni di abitanti, una classe media istruita e una forza lavoro tecnica in crescita, l’Iran possiede una significativa capacità interna. Dal punto di vista geopolitico, la sua posizione — tra il Golfo Persico, il Mar Caspio, l’Asia Centrale e il Caucaso — lo colloca in uno dei nodi più sensibili del sistema internazionale. Questo significa che il costo del collasso dell’Iran sarebbe estremamente elevato per attori regionali e globali. Per questo motivo, anche gli avversari di questo sistema spesso preferiscono un Iran indebolito a un Iran collassato. Questa realtà crea una sorta di “scudo geopolitico invisibile” per la sopravvivenza del sistema. Ma in tutta questa analisi strutturale, un fatto semplice non deve essere dimenticato: La resilienza del sistema non coincide necessariamente con la resilienza della società. Ciò che appare come stabilità a livello sistemico Può tradursi, nella vita quotidiana, in pressione costante, incertezza e logoramento. Ciò che osserviamo oggi non è il prodotto di un singolo momento, Ma il risultato di un lungo processo storico di adattamento e sopravvivenza. La Repubblica Islamica deve essere compresa come un sistema — Non semplicemente come un insieme di individui o un’ideologia astratta. Non comprendere questa realtà non è una posizione morale, Né un’analisi politica — È semplicemente una semplificazione. Eppure, il futuro rimane aperto. Il conflitto recente non è ancora concluso e le sue conseguenze restano incerte. Il sistema si trova all’inizio di una fase di transizione: nuovi equilibri, nuove figure, nuove dinamiche ancora in formazione. La domanda principale non è più perché questo sistema non sia collassato. La vera domanda è questa: Può trasformarsi? O continuerà a sopravvivere senza cambiare? E soprattutto: Chi sosterrà il costo di questa sopravvivenza? Shayan Moradi
April 24, 2026
Pressenza
Superbonus: le stucchevoli e incoerenti lamentele di Meloni
“Sciagurato Superbonus”: così Giorgia Meloni ha apostrofato per l’ennesima volta i crediti fiscali dovuti per il bonus con detrazione fiscale del 110% nel settore edilizio, in occasione dell’approvazione del Documento di Finanza Pubblica del 2026. ISTAT ed EUROSTAT hanno certificato che il bilancio italiano nel 2025 chiude con un deficit superiore al 3% rispetto al PIL: di conseguenza l’Italia rimane all’interno della procedura europea per deficit eccessivo. Da quando è al governo la Presidente del Consiglio dei Ministri, quando i conti non tornano, utilizza il Superbonus come capro espiatorio. È il caso di ricordare che il Superbonus è stato introdotto dal governo Conte bis nel 2020 a seguito della pandemia per far ripartire il settore dei cantieri edili ed è stato ridimensionato dal governo Draghi nei due anni seguenti. Il 17 settembre 2022, una settimana prima delle elezioni politiche che vedranno la vittoria del centrodestra e la nascita del governo attuale, Giorgia Meloni pubblica un video dal titolo: “Pronti a tutelare i diritti del Superbonus e a migliorare le agevolazioni edilizie” (si può ancora vedere nel sito giorgiameloni.it). “Da quando il Superbonus è stato istituito – afferma la leader di Fratelli d’Italia – sono già 16 gli interventi normativi che lo hanno modificato. Modifiche sempre più stringenti che hanno mandato in crisi migliaia di piccole imprese del settore edilizio che avevano fatto giustamente affidamento sulla misura del Superbonus e che hanno lasciato nel limbo migliaia di cittadini che avevano fatto altrettanto firmando contratti per lavori che poi sono stati bloccati spesso anche in corso d’opera.” “Fratelli d’Italia – conclude Giorgia Meloni – è sempre intervenuta chiedendo che non si cambiassero le regole in corso e proponendo più volte misure per sbloccare i crediti incagliati e per favorire la ripresa dei lavori nei cantieri. Noi vogliamo intervenire per tutelare i cosiddetti esodati del Superbonus, ovvero imprese e cittadini rimasti rispettivamente con crediti fiscali e lavori bloccati, rimasti prigionieri delle frequenti modifiche normative. Quindi è necessario accompagnare alla scadenza l’attuale formulazione della norma secondo il principio del legittimo affidamento, cioè nessuna modifica normativa per chi aveva già avviato i lavori che rientravano nel 110%”. Il 22 ottobre 2022 – un mese dopo la pubblicazione del video – nasce il governo Meloni, che nel febbraio 2023 – quattro mesi dopo – introduce il blocco della cessione dei crediti d’imposta collegati al Superbonus. A prescindere dalle legittime opinioni critiche sui bonus edilizi (in particolare nei confronti del bonus con detrazione al 110%) e persino da una complessiva valutazione sul rilancio del settore edilizio post pandemia, le reiterate rimostranze contro il Superbonus dell’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri risultano incredibili. Al quarto anno di governo Giorgia Meloni sta ancora cercando di dare la colpa ai crediti del Superbonus per il disavanzo dei conti pubblici. Francamente è diventata una lamentazione stucchevole. Quando si accetta di guidare un governo, si dovrebbe conoscere la situazione economica e finanziaria del Paese (il debito, il deficit, i crediti, le imposte, ecc.), ci si dovrebbe fare carico dello storico e mettere in atto politiche per migliorare la situazione. Perché non è obbligatorio per nessuno presentarsi alle elezioni (sostenendo una proposta) e nemmeno accettare di presiedere il governo (mettendo in atto esattamente l’opposto di quello che si era promesso). Chi lo fa deve assumersi tutte le responsabilità delle scelte. In ogni caso, resta il nodo dell’incoerenza e del palese contrasto tra le affermazioni della leader di Fratelli d’Italia nella campagna elettorale e le dichiarazioni di Giorgia Meloni Presidente del Consiglio dei Ministri. Con il dubbio che avesse ragione Pier Paolo Pasolini: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”. Rocco Artifoni
April 23, 2026
Pressenza
Negin Bank, attivista iraniana in esilio: “Il nostro destino politico appartiene solo a noi”
Negin Bank è un’attivista iraniana del collettivo “Donna Vita Libertà” di Roma. È da anni in Italia e si definisce militante femminista dell’opposizione laica e di sinistra in esilio. La intervisto al termine di un’iniziativa intitolata “Diritto alla Resistenza, Lotte e resistenze dei popoli”, organizzata dalle studentesse e dagli studenti dell’Università La Sapienza, a cui hanno partecipato anche la partigiana Luciana Romoli delle Brigate Garibaldi, Maryam Fathi, militante curda dell’Organizzazione delle donne libere del Rojhelat e Sharif Hamat, militante palestinese di Gaza. Cosa ti hanno raccontato i tuoi familiari e amici sui tempi della monarchia e poi della rivoluzione del 1979? Che idea ti sei fatta della successiva sconfitta delle forze laiche, democratiche, socialiste e comuniste, che  avevano partecipato alla rivoluzione e che pure avevano un decennale radicamento nella società iraniana? Come hanno fatto le forze religiose più reazionarie a imporre il loro potere? Avevo solo nove anni durante la rivoluzione del 1979, ma ricordo nitidamente l’epoca dello Shah. In Iran le libertà politiche non esistevano: si poteva vivere “liberamente” solo a patto di non protestare. La SAVAK (la polizia segreta) controllava ogni aspetto della vita sociale; la censura colpiva duramente libri e film e il divario tra ricchi e poveri era abissale. Verso la fine degli anni Settanta, la corruzione governativa, la crisi economica e il degrado sociale — con una preoccupante diffusione della droga tra i giovani — esasperarono gli animi. Lo Shah era percepito come un semplice “servo” degli americani. Ricordo che nessuno, intorno a me, osava parlare di politica. Tutti questi fattori alimentarono un dissenso trasversale in ogni classe sociale. Paradossalmente, fu proprio la modernizzazione a creare una nuova consapevolezza che rese la realtà del regime ormai insostenibile. La rivoluzione del ’79 è stata di fatto dirottata dalla controrivoluzione islamica. Tra tutte le forze d’opposizione, i media e le istituzioni occidentali scelsero di dare risonanza quasi esclusiva alla fazione islamista, negando visibilità alle correnti marxiste e socialiste. All’improvviso, Khomeini fu imposto come una figura centrale. Oggi la storia sembra ripetersi. Le istituzioni e i media mainstream stanno “fabbricando” un’opposizione su misura per gli iraniani, offrendo una piattaforma politica ed europea a Reza Pahlavi, il figlio dello Shah. Stanno decidendo a tavolino il futuro politico dell’Iran, un’ingerenza che molti di noi contestano con forza. Troviamo disgustoso vedere parlamentari e senatori italiani accogliere Reza Pahlavi, leader di una corrente neofascista della diaspora. Mi riferisco a figure come Maurizio Gasparri, Riccardo Molinari, Erik Pretto, Simonetta Matone, Eugenio Zoffili, Stefano Candiani e Alessia Ambrosi, che lo hanno recentemente incontrato a Montecitorio. Come possono permettersi di legittimare una figura non eletta, sponsorizzata da Israele, mentre il popolo in Iran è soffocato dal blackout digitale e non può esprimersi? Questa è una pratica coloniale che calpesta il nostro diritto all’autodeterminazione. Chiediamo aiuto alla società civile italiana: fermate i vostri rappresentanti! Non permettete che al popolo iraniano venga imposto un leader dall’alto. Il nostro destino politico appartiene solo a noi. Come descriveresti e racconteresti questi 47 anni di Repubblica Islamica, soprattutto dal punto di vista delle donne? Tralasciando i nostalgici della monarchia, l’opposizione al regime è stata almeno in passato divisa: alcuni hanno scelto la lotta armata, unendosi alle forze irakene durante la guerra con l’Iraq, altri hanno tentato di operare nel Paese in clandestinità, spesso subendo una crudele e spietata repressione, altri hanno continuato la lotta dall’esilio e altri ancora hanno utilizzato le elezioni appoggiando i candidati meno reazionari. Infine talvolta l’opposizione è riuscita a scendere in piazza con manifestazioni di massa. Questi quarantasette anni sono stati per il popolo iraniano un tempo di resistenza e maturazione costante. Con ogni ondata di rivolta, la società ha acquisito una consapevolezza sempre più profonda: per noi, la resistenza quotidiana è diventata la vita stessa. Comprendiamo bene, dunque, il grido delle nostre sorelle combattenti curde: “La resistenza è vita”. In quasi mezzo secolo, la lotta è stata condotta in forme diverse da ogni settore della società, ma la resistenza delle donne è stata senza dubbio la più numerosa, costante e incisiva. A questa si affianca la battaglia dei prigionieri politici, che portano avanti la protesta dalle celle attraverso lettere e scioperi della fame, insieme a quella di lavoratori, insegnanti e pensionati, che manifestano contro privatizzazioni e una corruzione sistemica che li ha ormai emarginati. Un ruolo cruciale è svolto dalle campagne contro la pena di morte e dagli spazi di resistenza organizzati dalle madri in lutto — madri di manifestanti uccisi o fatti sparire dal regime. I loro non sono solo spazi di solidarietà e guarigione, ma veri atti politici che rivendicano giustizia al grido di: “Non perdoniamo e non dimentichiamo”. La resistenza contro il velo obbligatorio è un atto di disobbedienza civile quotidiano. Donne che rifiutano i codici imposti sui loro corpi, sfidando arresti violenti e multe ogni volta che escono di casa, sono arrivate a togliersi il velo del tutto, seguendo l’esempio delle “Ragazze di via della Rivoluzione”. Ricordiamo Vida Movahed, che nel bel mezzo delle rivolte radicali del 2017 e 2019 contro il carovita e la discriminazione etnica (che colpisce duramente Kurdistan, Khuzestan, Lorestan e Baluchistan), salì su una cabina elettrica sventolando il suo velo bianco. Con quel gesto, Vida ha trasformato la lotta in un movimento intersezionale, unendo le rivendicazioni di genere, classe ed etnia. Queste donne sono riuscite a riconquistare la parola “Rivoluzione”, per lungo tempo monopolizzata dalla controrivoluzione islamica del ’79. La rivoluzione oggi è nostra: è la rivoluzione delle donne. È Jin, Jiyan, Azadî. La nostra lotta va ben oltre la falsa scelta tra Repubblica Islamica e monarchia; da qui nasce il movimento “Donna, Vita, Libertà”. Il sacrificio di Vida Movahed ha gettato le basi per la rivoluzione scoppiata dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini. In quel momento, l’intero popolo oppresso si è immedesimato in Jina: donne discriminate, giovani disoccupati e minoranze represse sono scesi in piazza uniti sotto lo stesso slogan. Questa è la vera lotta di liberazione del popolo iraniano, che Israele, gli Stati Uniti e il regime di Teheran — in una sorta di complicità implicita — stanno cercando di reprimere. Vogliono costringerci a una falsa scelta tra il “Re” (Pahlavi) e il “Mullah”, tra i nostri attuali assassini e potenze straniere che rappresentano in ogni caso il patriarcato. La sfida che noi donne iraniane abbiamo di fronte è riprendere la nostra lotta, interrotta dalla guerra e dalle interferenze e riportarla sui binari di Jin, Jiyan, Azadî per un’emancipazione reale e definitiva. In alcune manifestazioni oltre alle bandiere cubane, palestinesi, venezuelane e libanesi, c’è chi porta la bandiera della Repubblica Islamica, per non parlare di chi l’8  marzo pretendeva di partecipare al corteo con la bandiera della monarchia. Per me l’unica bandiera al momento è quella di Jin Jiyan Azadi. Sarebbe sufficiente uno striscione di JJA alle manifestazioni e cartelloni e slogan per indicare l’Iran e la geografia di riferimento quando protestiamo per l’Iran. La lotta comunque è internazionalista e di classe.   Mauro Carlo Zanella
April 23, 2026
Pressenza
Non l’hanno liberata, ma Aung San Suu Kyi è viva?
No, non l’hanno liberata. La giunta militare del Myanmar che ha posto fine a un decennio di quasi democrazia con il colpo di stato del 1° febbraio 2021 in quello stesso giorno imprigionò la Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi e il presidente democraticamente eletto U Win Myint. Nei giorni scorsi, Min Aung Hlain, il Presidente autoproclamato del nuovo governo militare del Myanmar, ha annunciato che in occasione della tradizionale amnistia per il primo dell’anno birmano che ricorre il 17 aprile, verranno liberati più di 4.000 detenuti- di questi solo 290 sono detenuti politici. Ma lei non c’è. Hanno rilasciato di prima mattina il presidente eletto U Win Myint e con il passare delle ore è diventato sempre più chiaro che la consigliera non era tra i detenuti liberati; non si sa se verrà nuovamente posta agli arresti domiciliari, come molti sperano. Il figlio più giovane di Aung San Suu Kyi, Kim Aris, il 19 aprile ha lanciato l’ennesima appello perché la giunta dia notizie sulle condizioni di salute della madre. In questi giorni sui social media giovani birmani  attivisti per i diritti civili hanno lanciato la campagna  “Proof of Life”: chiedono di fornire prove che la Consigliera di Stato sia ancora viva. Il 19 giugno compirà 81 anni. Da quando è stata arrestata la Cina ha fatto rinnovate richieste di poterla incontrare, ma senza successo. L’ultima notizia risale al 2023, quando il Ministro degli Esteri thailandesi disse che gli era stato concesso un incontro di un’ora con lei e ne diede conto in un incontro dell’ASEAN nel luglio di quell’anno. Agli appelli sul suo rilascio si sono aggiunti quelli ufficiali dell’ambasciata inglese a Yangon e quello della rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea, ma è evidente che l’Europa non è più interessata alle vicende di quella che considera una ex “paladina dei diritti umani”. Ignora che è proprio grazie ad Aung San Suu Kyi se generazioni di birmani hanno conosciuto prima e abbracciato poi le politiche dei diritti umani e sempre grazie a lei, dopo il colpo di Stato del 1° febbraio 2021 hanno dato vita a quel movimento nonviolento, unico nel suo genere oggi nel mondo, di difesa dei diritti umani, diventato la spina dorsale della Resistenza e che il 1° febbraio 2026 ha compiuto cinque anni: il Movimento di Disobbedienza Civile (CDM). Le reazioni si sono fatte sentire soprattutto in Asia, in particolare l’appello per il suo immediato rilascio dal Paese in carica per la presidenza dell’ASEAN (Association of South East Asia Nations), le Filippine. Il Myanmar è stato bandito dall’ASEAN a causa del continuo stato di violenza in cui versa il Paese e del suo rifiuto di rilasciare i numerosi prigionieri politici. Ciò nonostante, proprio in questi giorni Ming Aung Hlaing, in vesti civili, dismesse quelle di generale dell’esercito da quando si è proclamato Presidente, ha chiesto di poter tornare a far parte dell’ASEAN, nel tentativo di legittimare se stesso e il suo governo di militari. Questa richiesta fa parte del percorso in cui da qualche tempo si trova il Myanmar, una road map disegnata del suo potente partner commerciale, la Cina. Ma su di lui e altri undici membri del suo governo, pendono rinnovate sanzioni per crimini di guerra della Corte Penale Internazionale (ICP) e le accuse di genocidio in corso presso la Corte di Giustizia Internazionale (ICJ).     Fiorella Carollo
April 23, 2026
Pressenza
Gaza, operatori UNICEF uccisi dalle IDF. Global Sumud Flotilla: “Interrompere ogni rapporto con Israele è urgente e necessario”
Il 17 aprile due autotrasportatori dell’UNICEF sono stati uccisi a Nord di Gaza mentre portavano rifornimenti d’acqua potabile alla popolazione; altre due persone sono rimaste ferite. Intanto Roma e Berlino sostengono il rinnovo degli accordi di partenariato UE-Israele. L’UNICEF chiede ad Israele un’indagine su quello che nel comunicato dell’organizzazione viene definito ‘incidente’, malgrado il fatto che si sia verificato, come dichiarato, “durante le normali operazioni di trasporto dell’acqua, senza alcuna variazione nei percorsi o nelle procedure.”  Solo il 6 aprile scorso, un mezzo della World Health Organization era stato colpito dal fuoco israeliano, che aveva causato la morte dell’autista, il ferimento di un medico e di altri operatori. Mentre l’attenzione globale è dominata dalla guerra Usa -Iran, la striscia di Gaza continua a essere martoriata da attacchi indiscriminati e da sistematiche violazioni del diritto internazionale umanitario. A seguito dell’uccisione dei due autotrasportatori, l’UNICEF ha sospeso le attività di rifornimento, il che comporta un ulteriore peggioramento delle condizioni di sopravvivenza della popolazione civile.  Colpisce la flebile eco mediatica suscitata da questi crimini, compiuti, lo ricordiamo, durante la “tregua” siglata il 10 ottobre 2025, un accordo di pace criminale che abbiamo denunciato sin dall’inizio e che è servito unicamente a far calare il silenzio sui crimini di guerra che continuano ad essere perpetrati nella striscia di Gaza e nei territori della Cisgiordania.  Poche note ad allungare la conta disumana dei morti. A fronte di questa barbarica devastazione di ogni principio di diritto internazionale e delle reiterate violazioni dell’accordo di cessate il fuoco, i governi europei, e fra questi Roma e Berlino,  scelgono di non sospendere l’accordo commerciale UE- Israele, forti della necessità dell’unanimità per la sospensione piena del partenariato. Come afferma l’eurodeputata Left Lynn Bolylan: “Qualsiasi cosa che non sia la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele sarebbe un atto di profonda codardia morale dal quale l’UE potrebbe non riprendersi mai.” La sospensione del Memorandum di cooperazione con Israele nel settore militare, dichiarata pochi giorni or sono dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, mostra quindi la sua effettiva inconsistenza politica e la natura puramente opportunistica dettata dal frangente post-referendario. Chiediamo ai gruppi parlamentari di opposizione di schierarsi in modo netto e di utilizzare tutti gli strumenti idonei a loro disposizione per avere chiarezza sullo stato di rinnovo degli accordi di partenariato UE-Israele, per i quali il Ministro degli Esteri Antonio Tajani si è espresso favorevolmente, deresponsabilizzando ancora una volta i veri artefici politici e materiali del massacro di civili palestinesi. “In aggiunta ” – dichiara la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla – “è necessario e urgente fare pressione per l’introduzione di sanzioni al governo Netanyahu , che non sono ancora state imposte. Contestiamo la narrazione secondo cui le responsabilità sarebbero da attribuire a singole “schegge impazzite”.   Pretendiamo il riconoscimento delle reali responsabilità di ciò che è accaduto e che continua a protrarsi”. L’Europa dei governi, ancora impassibile di fronte al genocidio, rinnega irreparabilmente i principi e i valori su cui è stata fondata. Urge un cambio di rotta! Global Movement to Gaza
April 23, 2026
Pressenza
L’Ia per la deregulation di Trump
Documenti governativi recentemente diffusi e visionati in esclusiva da The Lever testimoniano che i funzionari del governo federale avevano pianificato di affidare a un software di intelligenza artificiale sviluppato da uno dei fedelissimi di Elon Musk, fautore della deregulation, il compito di «decimare le regole» e persino di redigere nuove leggi federali. Questi fascicoli rivelano per la prima volta come il programma di intelligenza artificiale sia stato proposto ai dipendenti governativi e addestrato per colpire determinate leggi al fine di promuovere l’agenda Trump di deregolamentazione a favore delle imprese. Secondo quanto emerge dai documenti, SweetREX, uno strumento di intelligenza artificiale sviluppato da un collaboratore di Musk, era programmato per identificare ed eliminare, tra gli altri criteri, le normative che imponevano costi alle imprese private, limitavano l’innovazione aziendale o utilizzavano classificazioni basate sulla razza. Con questi parametri come guida, il programma era in grado di elaborare oltre centomila proposte di legge in meno di mezz’ora. «Le carte svelano per la prima volta le scorciatoie che questo strumento di intelligenza artificiale adotta nel decidere se una normativa sia legalmente necessaria e se i suoi oneri superino i benefici per il pubblico», spiega Daniel McGrath, consulente legale senior del gruppo di difesa dei diritti civili Democracy Forward, che ha ottenuto i documenti tramite una richiesta ai sensi del Freedom of Information Act. Questi documenti finora inediti descrivono in dettaglio come SweetREX sia stato presentato ai funzionari governativi. Non è chiaro se i funzionari abbiano poi utilizzato SweetREX durante le operazioni di epurazione governativa nel corso dell’ultimo anno e, se ciò sia avvenuto, se abbiano testato o valutato il programma per assicurarsi che non commettesse errori. Il Dipartimento per l’Efficienza Governativa (Doge), ideato e poi diretto dal miliardario del settore tecnologico e sostenitore di Trump, Elon Musk, afferma di aver ridotto, da gennaio a maggio 2025, di 215 miliardi di dollari i costi governativi attraverso la riduzione del personale amministrativo, la cancellazione di contratti e l’eliminazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Oltre a consumare enormi quantità di elettricità e acqua, l’intelligenza artificiale ha una storia di decisioni normative errate con effetti disastrosi sulla vita delle persone. I documenti mostrano come SweetREX, un programma di intelligenza artificiale sviluppato da Christopher Sweet, ex studente dell’Università di Chicago e ora membro dello staff del Doge, sia stato presentato ai dipendenti del Dipartimento per l’edilizia abitativa e lo sviluppo urbano lo scorso anno come «soluzione di intelligenza artificiale per eliminare la burocrazia». «L’obiettivo della deregolamentazione è eliminare qualsiasi disposizione che possa rappresentare un potenziale eccesso di potere o imporre oneri non necessari al di là di quanto stabilito per legge dal Congresso», si legge nei documenti. Secondo una presentazione contenuta nei documenti, SweetREX sarebbe in grado di identificare rapidamente quali leggi «si desidera eliminare», redigere avvisi di proposta di regolamentazione relativi ai conseguenti tagli alla spesa pubblica, leggere e organizzare potenzialmente «centinaia di migliaia» di commenti pubblici inviati in risposta a tali tagli e redigere le norme definitive. In questo modo, assicuravano i promotori di SweetREX, si sarebbero ridotte le «ore medie richieste per ciascuna sezione normativa» da trentasei a meno di tre. Secondo la presentazione, SweetREX individuerebbe le normative da eliminare sulla base di nove diversi criteri, come ad esempio se la norma solleva problemi di costituzionalità, si basa su una delega illegittima del potere legislativo, impone costi elevati agli interessi privati, limita lo sviluppo economico, impone oneri eccessivi alle imprese o «tratta individui/gruppi in modo diverso in base alla razza». I sostenitori di SweetREX affermavano che il software avrebbe potuto aiutare le agenzie a conformarsi ai molteplici ordini esecutivi di Trump che imponevano la deregolamentazione in diversi dipartimenti, come ad esempio lo smantellamento delle normative ambientali per le aziende del settore dei combustibili fossili. I documenti relativi all’intelligenza artificiale sostenevano inoltre che il software SweetREX avrebbe potuto fornire «segnalazioni supportate da prove [per] proteggervi in tribunale». La notizia che SweetREX fosse in fase di sviluppo per contribuire a ridurre la regolamentazione governativa è venuta fuori per la prima volta nello scorso mese di agosto. A ottobre del 2025, Democracy Forward ha citato in giudizio diverse agenzie federali per costringerle a pubblicare documenti che descrivessero in dettaglio l’impiego dell’intelligenza artificiale per raggiungere gli obiettivi di deregolamentazione di Trump. I documenti qui riportati sono il risultato di quella causa legale. *Freddy Brewster è un giornalista di Lever. Suoi articoli sono stati pubblicati sul Los Angeles Times, Nbc News, CalMatters, Lost Coast Outpost. Luke Goldstein è un giornalista investigativo di Lever. Fino a poco tempo fa era un collaboratore di American Prospect e, prima ancora, lavorava presso l’Open Markets Institute. Questo articolo, uscito su JacobinMag, è stato pubblicato per la prima volta da Lever , una redazione giornalistica investigativa indipendente pluripremiata. L'articolo L’Ia per la deregulation di Trump proviene da Jacobin Italia.
April 23, 2026
Jacobin Italia
Contro l’austerità di guerra europea
E così per solo un decimo di punto, il Governo Meloni ha sforato il vincolo europeo del 3% nel deficit di bilancio. È una piccola discrepanza rispetto a un debito pubblico che ha superato ogni record andando oltre i tremila miliardi di euro, ma i suoi effetti saranno devastanti per […] L'articolo Contro l’austerità di guerra europea su Contropiano.
April 23, 2026
Contropiano
La destra e la Procura di Napoli a caccia di fantasmi
Nei giorni scorsi la Procura di Napoli ha disposto una serie di perquisizioni e sequestro di contenuti digitali contro alcuni iscritti ai Carc. Il reato ipotizzato è “associazione sovversiva e apologia di reato in favore delle Brigate Rosse e delle “nuove Brigate Rosse”. Una ipotesi, quella dei magistrati napoletani, che si […] L'articolo La destra e la Procura di Napoli a caccia di fantasmi su Contropiano.
April 23, 2026
Contropiano