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Food delivery, il caporalato digitale come incubatore di sfruttamento strutturale. Una vittoria ci salverà? – di Angelo Junior Avelli
La società italiana Foodinho srl, meglio nota come Glovo Italia, il 10 febbraio è finita sotto controllo giudiziario, con un decreto d’urgenza della Procura di Milano, coordinata dal PM Paolo Storari, lo stesso delle inchieste sullo stadio “Doppia Curva” e delle inchieste sui livelli salariali non dignitosi e sul caporalato digitale che hanno interessato [...]
March 7, 2026
Effimera
Trump contro l’élite della politica estera
Articolo di Paul Heideman L’attacco dell’amministrazione Trump all’Iran non è stato certo una sorpresa. Da gennaio, il dispiegamento militare attorno al paese degli Ayatollah ne aveva fatto presagire l’imminenza. Eppure, nonostante fosse stato previsto da tempo, l’attacco non è stato meno scioccante. L’assassinio dell’ayatollah iraniano Ali Khamenei ha segnalato che non si sarebbe trattato di una ripetizione della guerra dei dodici giorni dell’estate scorsa, ma di un conflitto molto più aspro e distruttivo. Allo stesso tempo, l’amministrazione ha orgogliosamente dichiarato il suo disprezzo per le tradizionali regole d’ingaggio, suggerendo di ignorare i «danni collaterali», un atteggiamento peggiore anche dell’ignobile record dell’Operazione Iraqi Freedom. Allo stesso tempo, ci sono segnali che l’amministrazione fosse miseramente impreparata alla guerra. Gli obiettivi annunciati sono stati mutevoli e incoerenti. Non c’era alcun piano per evacuare i cittadini americani dalla regione, nonostante la prevedibilità della risposta dell’Iran. E non è nemmeno chiaro se l’esercito americano abbia armamenti sufficienti per la durata dello scontro che si prevede. Tutto ciò solleva la questione di chi stia esattamente pianificando la guerra di Donald Trump. Indagare su questo interrogativo rivela molto più della semplice incompetenza per cui entrambe le amministrazioni Trump sono giustamente note. Rivela anche la profonda frattura che il partito della guerra di Trump crea con l’establishment della politica estera americana e con i suoi sostenitori tra i vertici aziendali. Gran parte di ciò che rende possibile questa frattura necessita di una spiegazione. Nel mio recente libro, Rogue Elephant, ho sostenuto che la novità più grande di Trump e del Partito repubblicano di oggi deriva dal fatto che questo si è svincolato dal controllo dell’intera classe capitalista americana – sia chiaro, non dal controllo dei singoli capitalisti o di ristretti interessi settoriali, ma da quel particolare tipo di controllo di classe che il network pensante della politica estera avrebbe dovuto fornire. Sebbene la guerra e l’orrore imperialista siano tutt’altro che aberrazioni nella politica estera americana, è proprio questa rottura strutturale con l’establishment che contribuisce in larga misura a spiegare la particolare forma assunta dalla bellicosità di Trump negli ultimi mesi. IL NETWORK PENSANTE Fin dall’affermazione degli Stati uniti come potenza globale all’inizio del XX secolo, la politica estera americana è stata plasmata da una rete di think tank, a loro volta supervisionati dai vertici delle principali aziende americane. Il Council on Foreign Relations (Cfr) è la più venerabile di queste istituzioni, nata dopo la Prima guerra mondiale dai consigli di pianificazione istituiti dall’amministrazione di Woodrow Wilson (la rivista del Consiglio, Foreign Affairs, fu fondata dopo che uno dei suoi dirigenti inviò lettere di raccolta fondi ai mille americani più ricchi). Altre istituzioni simili includono l’Atlantic Council, la Rand Corporation, l’Aspen Institute e la Commissione Trilaterale. Queste organizzazioni elaborano la politica estera attraverso due canali. In primo luogo, cercano di influenzare il clima di opinione sulle questioni chiave del momento. Ad esempio, il rapporto del Cfr del 2001, Strategic Energy Policy: Challenges for the 21st Century, sosteneva che lasciare Saddam Hussein al potere in Iraq avrebbe «incoraggiato Saddam Hussein a vantarsi della sua ‘vittoria’ contro gli Stati uniti, alimentato le sue ambizioni e potenzialmente rafforzato il suo regime. Una volta incoraggiato […] Saddam Hussein avrebbe potuto rappresentare una minaccia maggiore per la sicurezza degli alleati degli Stati uniti nella regione». Questo rapporto faceva parte di una più ampia spinta da parte della rete di pianificazione della politica estera a favore di un cambio di regime in Iraq. Più in generale, questo tipo di rapporti cerca di definire i problemi chiave della politica estera americana, nonché lo spazio delle possibili soluzioni politiche. L’altro canale attraverso cui i think tank definiscono la politica estera è quello di fornire personale a una nuova amministrazione. Lo stato di sicurezza americano è ampio e decine e decine di posizioni amministrative di alto livello cambiano con ogni nuova amministrazione. Le persone che ricopriranno queste posizioni provengono spesso in gran parte dalla rete dei think tank di politica estera e, dopo la fine di un’amministrazione, molti membri dello staff tornano in questi ambienti. Questa porta girevole tra think tank e postazioni decisionali è in effetti una delle ragioni per cui i primi esistono. Come ha affermato Joseph Nye, un importante pensatore e amministratore della Commissione Trilaterale, «il modo più efficace [per influenzare la politica] è quando si sviluppano idee con persone che poi entrano e prendono in mano la leva, oppure si prendono in mano la leva di persona». I legami tra i think tank e l’élite aziendale americana sono forti. In primo luogo, molti dei think tank più importanti ricevono gran parte dei loro fondi direttamente da grandi aziende, da Goldman Sachs a Coca-Cola. In secondo luogo, i consigli di amministrazione dei think tank sono composti da figure provenienti direttamente dalla classe dirigente aziendale. Come concludono Bastiaan van Apeldoorn e Naná de Graaff in uno studio del 2016, > Oltre la metà dei direttori e dei fiduciari che governano gli istituti di > pianificazione politica, centrali nelle ultime tre amministrazioni post-Guerra > Fredda, sono strettamente legati alla comunità aziendale attraverso la loro > contemporanea appartenenza ai consigli di amministrazione. Questi direttori > sono in contatto con un totale di 318 aziende diverse. In altre parole, > scopriamo che un numero considerevole di questi direttori fa parte dell’élite > aziendale mentre dirige il processo di pianificazione politica. Sia l’amministrazione di George W. Bush che quella di Biden esemplificano queste dinamiche. Donald Rumsfeld, primo segretario alla Difesa di Bush, era un fiduciario della Rand Corporation prima della sua nomina (oltre a essere presidente di una grande azienda farmaceutica). Condoleezza Rice, il suo consigliere per la sicurezza nazionale, era stata membro del Cfr e amministratore delegato di aziende come Chevron e Hewlett-Packard. Allo stesso modo, Joe Biden aveva a disposizione un’ampia rete di think tank aziendali. Il suo segretario di Stato, Antony Blinken, era membro del Cfr (oltre che fondatore di un gruppo di consulenza per l’industria della difesa), mentre il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, era stato membro del Carnegie Endowment for International Peace, il cui consiglio di amministrazione è composto in gran parte da dirigenti di diverse società finanziarie. Da Wilson a Biden, ecco chi ha plasmato la politica estera degli Stati uniti. Sebbene quelle politiche potessero cambiare da un’amministrazione all’altra, il personale veniva costantemente selezionato da una rete di think tank finanziati e supervisionati dai leader delle più grandi aziende del paese. Questa supervisione, a sua volta, garantiva che le politiche adottate in queste istituzioni fossero coerenti con le aspirazioni politiche della classe dirigente aziendale. Infatti, riunendo i dirigenti di diverse aziende in un unico consiglio di amministrazione, svolgono un ruolo importante nel facilitare l’accordo. LA RETE SI È ROTTA La prima amministrazione Trump ha segnato una netta rottura con questa tradizione. Alcune figure provenienti dalla rete dei think tank hanno certamente ricoperto posizioni chiave. James Mattis come Segretario alla Difesa; Mark Esper come Segretario dell’Esercito (e in seguito Segretario alla Difesa); HR McMaster come Consigliere per la Sicurezza Nazionale così come John Bolton, provenivano tutti da un background istituzionale abbastanza simile a quello di figure analoghe nelle precedenti amministrazioni. Ma, esaminata nel complesso, la disgiunzione tra il personale di Trump e le amministrazioni che lo hanno preceduto è evidente. Per misurarla, van Apeldoorn e de Graaff hanno contato il numero di legami tra i principali responsabili della politica estera di ciascuna amministrazione e la rete dei think tank. Nell’amministrazione Bush, c’erano 131 legami tra alti funzionari di politica estera e la rete dei think tank. Nell’amministrazione Obama, ce n’erano 133. Nell’amministrazione Trump, ce n’erano solo 39. Come concludono van Apeldoorn e de Graaff, «l’élite di politica estera trumpiana è scarsamente integrata nell’élite transnazionale di politica estera che aveva legami così stretti con tutte e tre le precedenti amministrazioni. Osserviamo quindi una rottura reale e significativa con la precedente configurazione del potere delle élite». Nel primo mandato di Trump, tuttavia, ciò non ha rappresentato una rottura radicale. Certo, l’aggressione criminale al governo ucraino per aver sparso la voce sulla famiglia Biden è stata un nuovo tipo di intervento geopolitico. Ma nel complesso, la sua politica estera ha continuato sui binari tracciati dalle amministrazioni precedenti. L’atteggiamento più conflittuale nei confronti della Cina non faceva che proseguire ciò che l’amministrazione Obama aveva iniziato. Sulla Russia, la politica di Trump è stata in realtà leggermente più bellicosa di quella dei suoi predecessori. E mentre ritirare gli Stati uniti dal Piano d’azione congiunto globale con l’Iran ha rappresentato certamente una rottura violenta con l’amministrazione Obama, che aveva appena negoziato quell’accordo, il Partito repubblicano nel suo complesso non ne ha mai accettato la legittimità. Sebbene il personale di Trump nel suo primo mandato avesse un background istituzionale piuttosto diverso da quello tipico dell’élite di politica estera, la sua amministrazione non ha, nel complesso, tentato una revisione significativa della politica americana. Le ragioni di ciò derivano dalla natura inaspettata della vittoria di Trump. La maggior parte del Partito repubblicano ha trascorso il 2016 aspettando che Trump perdesse, e lo stesso Trump non aveva nemmeno scritto un discorso di vittoria l’8 novembre. Ci sono stati pochi sforzi per mettere insieme una vera squadra di politica estera con una visione coesa. Una volta in carica, ruoli chiave sono stati occupati da figure come Mattis o Bolton, che si sono adoperati attivamente per frustrare qualsiasi tentativo di un cambiamento di politica troppo drastico. Nella prima amministrazione Trump, proseguire nei solchi familiari tracciati dalla politica precedente era la via più facile. La seconda amministrazione Trump è piuttosto diversa. Non ci sono più figure paragonabili a Mattis o McMaster. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth non ha alcuna esperienza politica, avendo lavorato come conduttore di Fox News dopo aver fallito nella gestione di gruppi di veterani di destra. Il vicepresidente J.D. Vance e il direttore dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard non hanno alcun legame con la rete dei think tank. Molti altri importanti responsabili politici provengono direttamente dalla finanza (Scott Bessent al Tesoro, Stephen Miran al Consiglio dei consulenti economici) o dal settore immobiliare (l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff). La figura più vicina all’élite tradizionale della politica estera è il Segretario di Stato/Consigliere per la Sicurezza Nazionale (che ricopre il ruolo di Henry Kissinger nell’amministrazione Nixon) Marco Rubio. Rubio era senatore dal 2010 e faceva parte dei circoli repubblicani di politica estera più tradizionali. Ma a livello istituzionale, non ha nessuno dei legami tipici delle figure simili nelle precedenti amministrazioni. Il think tank a cui è più strettamente associato è la Foundation for the Defense of Democracies (Fdd). Questa non è un tipico think tank di politica estera quanto un’estensione della lobby israeliana. Costituito nel 2001 con il nome di Emet (in ebraico «verità»), la missione originaria dell’Fdd era quella di «fornire formazione per migliorare l’immagine di Israele in Nord America e la comprensione da parte del pubblico delle questioni che riguardano le relazioni arabo-israeliane». È stato un attore chiave nel promuovere un cambio di regime in Iran. Un altro think tank esterno alla rete di pianificazione politica aziendale, ma fortemente legato all’amministrazione Trump, è l’America First Policy Institute (Afpi). L’Afpi è stato fondato solo nel 2021 e fin dall’inizio è stato profondamente legato a Trump. Sebbene il gruppo non renda noti i suoi donatori, ha stretti legami con i capitali petroliferi del Texas attraverso membri del consiglio di amministrazione come Tim Dunn e Cody Campbell. Nel 2024, Politico ha definito il gruppo la «Casa Bianca in attesa» di Trump, e diversi alti funzionari di politica estera (Kevin Hassett al National Economic Council, John Ratcliffe alla Cia e l’ambasciatore presso la Nato Matthew Whitaker) hanno ricoperto incarichi presso il gruppo. Il suo consiglio di amministrazione non ha praticamente alcuna sovrapposizione con altri think tank nella rete di pianificazione della politica estera. In sintesi, la tradizionale rete di politica estera è pressoché assente nella seconda amministrazione Trump. Anzi, l’amministrazione ha dimostrato apertamente disprezzo nei confronti delle istituzioni che ne fanno parte. La scorsa estate, il Pentagono ha bruscamente annullato i piani di alcuni alti funzionari di intervenire all’Aspen Security Forum, accusando l’incontro di promuovere «il male del globalismo, il disprezzo per il nostro grande Paese e l’odio per il Presidente degli Stati Uniti». Ciò si è tradotto in una rottura molto più radicale con la politica precedente rispetto alla prima amministrazione. Fin dall’inizio, la politica tariffaria è stata caotica, interrompendo alleanze militari e diplomatiche che le precedenti amministrazioni consideravano sacrosante. L’amministrazione ha indebolito la Nato in modo ancora più drastico rispetto alla prima amministrazione, poiché le minacce di conquistare la Groenlandia con la forza hanno imposto ai governi europei la necessità di una politica di sicurezza indipendente dagli Stati Uniti. E ora, Trump ha lanciato un attacco all’Iran senza alcun tipo di obiettivo bellico ben definito. I media hanno suggerito che Trump credesse di poter replicare quanto ottenuto in Venezuela, dove il capo dello Stato è stato rimosso e il resto dell’apparato statale si è rapidamente piegato al suo volere. Se ciò fosse vero, indicherebbe dietro quest’ultima guerra un team politico incredibilmente incompetente. Niente di quanto fin qui sostenuto deve essere interpretato come una nostalgia per i bei vecchi tempi in cui l’élite esercitava il suo controllo. I bagni di sangue in Vietnam e Iraq avevano incontestabilmente origine da quella rete in cui l’ambizione americana di dominio globale veniva coltivata e articolata, e nessuno che abbia un impegno nei confronti dei principi democratici fondamentali dovrebbe provare nostalgia per l’epoca della sua egemonia. Ciononostante, vi sono ragioni per credere che l’allontanamento dell’amministrazione Trump dalla rete dei think tank potrebbe inaugurare un’era ancora più distruttiva e caotica per la politica estera americana. Uno degli effetti di quella rete è quello di coinvolgere un’ampia varietà di interessi nella supervisione della formulazione della politica estera. Direttori di società finanziarie, aziende farmaceutiche, manifatturiere e aziende della difesa si uniscono per garantire che l’elaborazione delle politiche nei think tank segua linee conformi ai loro interessi. E sebbene questi interessi appartengano tutti alla classe dirigente, abbracciano un’ampia gamma di settori. Ciò significa che le aziende rappresentate sono esposte a numerose fonti di rischio, che cercano di garantire che le politiche adottate non vengano aggravate. La pianificazione politica della seconda amministrazione Trump non contempla un insieme di interessi completo. Di conseguenza, l’amministrazione sembra disposta a rischiare molto di più con una pianificazione inferiore rispetto alle amministrazioni precedenti. Dato il livello di ferocia che erano disposti a tollerare nel perseguimento dei propri interessi, dovremmo aspettarci che Trump e il suo partito della guerra si spingano ancora oltre. *Paul Heideman ha conseguito un dottorato di ricerca in studi americani presso la Rutgers University di Newark. È autore, di recente, di Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  L'articolo Trump contro l’élite della politica estera  proviene da Jacobin Italia.
March 7, 2026
Jacobin Italia
Perché la sinistra minimizza il caso Epstein?
Articolo di Paolo Mossetti Ci vuole un bel coraggio a definire la discarica degli Epstein File – un oceano di detriti in cui il pubblico è stato lanciato senza salvagente – un esempio di «trasparenza». Non solo perché il format del rilascio sembra pensato apposta per favorire un crollo cognitivo, che vediamo tradotto in timeline invase da ritagli decontestualizzati, commenti furiosi e generalizzazioni rozze, ma anche perché la censura è stata talmente maldestra da alimentare le letture più paranoiche possibili: nomi oscurati ma numeri e dati personali visibili, dettagli casuali coperti come se fosse tutto improvvisato, o come se il criterio fosse proprio quello di farci ammattire tutti.  Chi parla di insabbiamento ora sta vedendo i suoi sospetti convalidati, ma chi vuole capire meglio resta sopraffatto. Non sorprende che in questo mare ci si buttino soprattutto gli outsider dell’informazione: i creatori di content su TikTok o Instagram che magari senza alcuna preparazione in materia spingono video su sacrifici umani e cannibalismo, costruiti su letture creative di due righe o su testimonianze anonime che l’Fbi non ha mai considerato credibili. E siccome ormai l’AI ha distrutto il concetto di evidenza fotografica, costringendoci a riprogrammare la nostra epistemologia, circolano anche immagini e mail inventate da utenti a caso, che si mimetizzano perfettamente nel rumore generale. Forse queste premesse sono necessarie per spiegare la reazione in parte sdegnosa, in parte volta a minimizzare il tutto di alcuni segmenti del ceto riflessivo di fronte alle implicazioni politiche del caso Epstein. Un dispositivo che in questa, come in un po’ tutte le ultime crisi di legittimazione delle autorità – da WikiLeaks all’ascesa del nazional-populismo, dal Covid all’Ucraina – dà l’impressione di essersi attivato sulla base di una paura molto comune nella cultura progressista: quella di essere assimilati ai populisti.  L’ANTIPOPULISMO MILITANTE In questo filone possiamo leggere l’intervento della filosofa Gloria Origgi sulla newsletter Appunti di Stefano Feltri: «Nessuno è stato arrestato finora tra coloro che risultano nei file […] Sarebbe stato meglio affidare questo materiale alla stampa professionale […] La totale trasparenza in democrazia è un ideale impraticabile: la fabbrica del consenso non è mai completamente eliminabile, l’importante è che sia nelle mani giuste». Usiamo queste parole perché ci sembrano paradigmatiche. Quello che potremmo chiamare antipopulismo militante, ama enfatizzare il sacrosanto bisogno, di fronte alle crisi dei meccanismi di delega,  di attenersi ai «fatti», ai «numeri» e alla legalità formale. Questo atteggiamento presenta il costo di trascurare altre esigenze, per quanto caotiche e costose, come quella di ricucire  lo strappo fra le istituzioni e la vita quotidiana dei cittadini qualunque. Mentre questi vorrebbero vedere i file gestiti da una cerchia ristretta di addetti ai lavori, l’esperienza concreta di milioni di persone con i media tradizionali porta a conclusioni molto diverse, e ad accettare come inevitabile e persino salvifica la disintermediazione tramite i social. Se il populismo vive di una verità emotiva che spesso ignora concetti come «nessuno è stato arrestato», l’impressione è che l’antipopulismo, anche di sinistra, si rifugi in un culto della competenza piuttosto velleitario e fuori tempo massimo. Si prenda il processo penale che è già partito contro Peter Mandelson, stratega di lungo corso del New Labour, machiavellico deux ex machina blairiano, sabotatore della svolta socialista: in ballo in questa storia non ci sono solo foto in mutande, ma il fatto che nel maggio 2010, mentre i ministri dell’eurozona trattavano febbrilmente un piano di salvataggio continentale, Mandelson avrebbe fatto sapere in anticipo a Epstein di un possibile bailout da 500 miliardi. Aggiungiamoci altri episodi non meno gravi: un presunto «avviso» di Mandelson sulle dimissioni di Gordon Brown, che sarebbe circolato in pieno orario di mercato, quindi molto più facilmente monetizzabile su sterlina, titoli di Stato e titoli azionari. Oppure le consulenze chieste da Mandelson a Epstein su come sabotare il programma redistributivo del suo stesso partito, dopo la crisi finanziaria del 2008. È vero che le indagini sono solo all’inizio, ma va da sé che la vicenda ci ricorda cos’era diventato un centrosinistra troppo rilassato con gli ultraricchi e la libertà dei capitali. Quando ci si lamenta delle rozzezze di chi sobilla il populismo con certi reel su Instagram forcaioli e pieni di imprecisioni, e di un’imprenditoria della disperazione che ci trasforma tutti in pagliacci sui social, bisognerebbe chiedersi anche perché, per milioni di utenti, quelle rozzezze sono sempre meglio dei cosiddetti legacy media. Per giorni, i telegiornali italiani e i principali quotidiani si sono concentrati sul sottoargomento epsteiniano più traballante di tutti: il presunto coinvolgimento di Putin nelle macchinazioni del finanziere morto suicida, basato per lo più su un numero abnorme di citazioni nelle email. Addirittura un giornale come Repubblica ha scelto di affidarsi, per suggerire il presunto collegamento, a un articolo di un tabloid di destra che ai tempi della Brexit veniva denigrato (il Daily Mail). All’estero non è andata meglio.  Uno spin imbarazzante che Pjotr Sauer, corrispondente dalla Russia del Guardian, così ha riassunto su X: «Epstein passa anni a fare pressioni sui suoi contatti, senza successo, per un incontro con Putin, in modo da poter proporre idee sugli investimenti esteri […] Finora nulla suggerisce che Epstein lavorasse per l’intelligence russa». Se c’è un taglio interessante parlando del rapporto Epstein-Russia, semmai, è il fatto che la caduta dell’Unione sovietica abbia creato un modello di oligarchi e reti finanziarie transnazionali che ha finito per essere imitato e cooptato dagli occidentali: movimenti di capitali opachi, uso di kompromat, società fittizie e collaborazione tra servizi deviati, oligarchi e faccendieri. In un’epoca di astensione crescente ovunque e di disaffezione per la politica, guardare nei documenti di Epstein non significa solo cedere al «populismo penale», ma avere l’opportunità di interrogarsi su un arretramento democratico avvertito da sempre più persone. Anche affrontando certi clamorosi doppi standard. IL NODO ISRAELE-MOSSAD Il caso Epstein, com’era prevedibile, ha fatto esplodere non solo sfottò grevi contro i ricchi o teorie oziose gettate nell’etere, ma anche vecchi miasmi antisemiti. Che talvolta si ammantano di panni antisraeliani, a volte di panni antiebraici e basta. A vari esponenti della destra razzista così come anche a qualcuno a sinistra non sarà sembrato vero poter finalmente «unire i punti» parlando di un finanziere ebreo coinvolto in gossip macabri, possibili rituali satanici e accertati abusi su minori. Dalle citazioni di Ilan Pappé e Moni Ovadia all’attualizzazione della leggenda nera di San Simonino e degli ebrei che bevono sangue di bambini è un attimo, su Internet.  Succede in effetti per lo più nella galassia very much online della destra statunitense: quella nazi-cristiana e misogina (Nick Fuentes) oppure quella isolazionista conservatrice (Candace Owens, Tucker Carlson) che anche quando non si affida all’antisemitismo esplicito sembra volersi  occupare soltanto dei legami Epstein-Mossad. Ma non mancano giornalisti e streamer della sinistra populista, come Ana Kasparian o Hasan Piker.  Anche in Italia, si vedono tendenze sconcertanti in alcuni influencer filopalestinesi che non hanno alcun incentivo a misurare le parole – anzi – e tanti cani sciolti, periferici, di una sinistra disperata senza più casa politica, che diffondono interpretazioni errate su presunti riferimenti religiosi nei documenti. Sarebbe irresponsabile, insomma, sottovalutare i rischi per la comunità ebraica derivanti da questo «liberi tutti». Quello che sappiamo è che nelle email di Epstein ci sono riferimenti scherzosi o arroganti all’ebraicità, e un linguaggio di «insider» che punta a rafforzare il senso di appartenenza identitaria. Può sembrare la conferma di stereotipi odiosi su un’élite ebraica chiusa e potente che controlla finanza, media e politica: ma Epstein non era un criminale perché ebreo, né emerge dai documenti una cabala ebraica che governa il mondo. Come fa notare David Klion su Jewish Currents, l’aspetto semmai più interessante è come una certa forma di solidarietà comunitaria, di rete sociale, sia servita a Epstein per coprire o ignorare i suoi abusi, e a farsi trattare come interlocutore rispettabile. Sappiamo che questo lo ha fatto diventare un intermediario e facilitatore di accordi politici e di sicurezza ad altissimo livello, con relazioni estese non solo con ambienti dell’intelligence statunitense, ma anche con quella israeliana e di altri Stati, agendo come mediatore informale tra governi.  Sappiamo che Ghislaine Maxwell ha svolto, secondo documenti visionati dal New York Times, un ruolo attivo e molto centrale nella fase di avvio della Clinton Global Initiative (lanciata nel 2004-2005), aiutando a strutturarne la creazione e contribuendo a trovare finanziamenti. Parliamo di un’organizzazione da sempre impegnata nella criminalizzazione di qualsiasi tentativo di imporre sanzioni o boicottaggi su Israele. È ormai accertato che il padre di Ghislaine Maxwell, Robert, mentre costruiva un impero editoriale, facesse il pendolare per il Mossad, trafficando software-spia come fossero enciclopedie porta a porta. È morto su uno yacht alle Canarie (per annegamento, secondo la versione ufficiale) ed è stato sepolto con tutti gli onori istituzionali in Israele. Anche se vogliamo scartare quel controverso rapporto dell’Fbi basato su un informatore confidenziale poi rivelatosi un negazionista dell’Olocausto, convinto che Epstein fosse un agente del Mossad, documenti ben più solidi mostrano che Epstein e il suo circolo di potere fossero indifferenti alle vite dei palestinesi e incrollabili sostenitori dell’esercito israeliano – tramite ad esempio donazioni a Friends of Israel Defense Force e al  Jewish National Fund che finanziano insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata. Sappiamo che Epstein avrebbe suggerito all’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, tutt’altro che una figura marginale, di valutare Palantir, fondata da Peter Thiel, come partner tecnologico, contribuendo così indirettamente alla diffusione in Israele di strumenti di analisi e intelligence poi usati per martoriare Gaza. Palantir è un colosso i cui capi non solo definiscono apertamente il sostegno a Israele una scelta «di civiltà», ma dicono che una delle missioni aziendali è la persecuzione di ogni forma di socialismo. Sarebbe un dettaglio secondario, non fosse che l’intelligence di diversi paesi Ue si affida da molti anni a Palantir e a Israele, rendendo di fatto clownesca, come scrive lo storico Alessandro Aresu, l’espressione «sovranità tecnologica». DOPPI STANDARD  Gli elementi che abbiamo davanti raccontano insomma a un pubblico spesso sfiduciato e disamorato di un’attività di networking politico-strategico di alto livello finora poco approfondito dai media tradizionali. Secondo Sangita Myska, veterana di Bbc Radio, non proprio un’estremista: «[Epstein] avrebbe fatto soldi tramite Putin/Russia e anche tramite il Mossad/Israele. Mentre ho visto i principali media britannici esplorare giustamente il primo aspetto, non ho letto molto sul secondo».  Con un’aggravante, chiara a tanti elettori populisti e non solo: se la Russia è di fatto già antagonista della nostra diplomazia, le omissioni su Israele riguardano un alleato cruciale del fronte euro-atlantico, che gode di un indubbio privilegio diplomatico nonostante sia in piena escalation etnonazionalista, che ha un impatto notevole, concreto, innegabile non solo sulla diplomazia ma anche sul dicibile pubblico in molte nazioni, su diverse carriere culturali, e anche sulla legislazione dei parlamenti.  Si pensi alla legge «contro l’antisemitismo» che mentre scriviamo sta per essere approvata al Senato italiano grazie a un accordo tra destra di governo e centristi Pd, basata su una definizione che, secondo Amnesty, «potrebbe comprimere libertà di espressione, insegnamento e associazione», «in contrasto con diversi principi costituzionali». Verrebbero squalificati come discriminatori anche «i rapporti che denunciano i crimini di apartheid di Israele» e «le richieste di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni». Un’iniziativa autoritaria, probabilmente inutile, impopolare, concepita di concerto con la diplomazia israeliana e leadership ebraiche sempre più radicalizzate a destra che – denuncia il Laboratorio Ebraico Antirazzista – «non può che alimentare nuova ostilità e ulteriore antisemitismo». RIAPPROPRIARSI DELLA CRITICA AL POTERE Di fronte a pesi e misure diversi adoperati nel discorso pubblico, si palesano gruppi sociali che usano ogni frase scritta da Jeffrey Epstein per sostenere che rappresenti il modo di pensare di tutti gli ebrei: il comportamento specifico di un criminale e dei suoi sodali viene trasformato in una colpa collettiva. O che ogni ricco, famoso e potente menzionato in quelle email sia automaticamente colpevole. Inutile dire che il modo migliore per non alimentare la violenza è non dire cose violente, non frequentare i violenti e non dargli spazio. Anche perché in molti casi nessuna evidenza gli farà cambiare idea. Il secondo modo migliore per non alimentare la violenza è non lasciare a elettori già sfiduciati  l’impressione che ci siano categorie o argomenti intoccabili, beneficiari di una protezione incongrua da parte di intellettuali pavidi e istituzioni compromesse. Se è fuori discussione la necessità di tenere saldo l’onere della prova nei momenti di panico morale – per evitare il sorgere di nuovi Savonarola – e quando si parla del rapporto tra Epstein ed ebraismo di rifiutare categorie monolitiche, non ci si può disinteressare completamente dell’arretramento democratico raccontato da questa storia. Rifugiarsi negli aspetti puramente legalistici, evitando di affrontare il comportamento di élite ristrette che scambiano la propria identità per immunità morale, o sostenere che l’unico modo per proteggere le democrazie dal caos sia restringere il dicibile pubblico è controproducente, ma soprattutto è miope.  C’è nei files abbondante materiale per mobilitare in chiave moralistica il pubblico più reazionario, alimentando ondate di conformismo intellettuale, ma ancora più catastrofiche potrebbero essere, elettoralmente, le conseguenze per una sinistra che si mostri appiattita sullo status quo, del tutto disinteressata alle connessioni di potere e alle lezioni da apprendere. In una fase di autoritarismo crescente, la pavidità e l’incoerenza del progressismo si pagano caro. I populismi prosperano sul crollo degli standard condivisi. I fascisti si nutrono della percezione pubblica che le regole siano selettive. Andare in una diversa direzione significa accettare di fare politica con quello che c’è, allargando lo spazio del discutibile in democrazia. Significa la costruzione di un percorso etico più solido: provando a sporcarsi le mani con almeno alcuni dei «complotti» che abbiamo davanti, parlandone e nel caso persino rivendicarli, anche se sono già frequentati da persone che ci fanno ribrezzo. L'articolo Perché la sinistra minimizza il caso Epstein? proviene da Jacobin Italia.
March 6, 2026
Jacobin Italia
Una minaccia all’equilibrio tra esecutivo e giudici
Articolo di Francesco Pallante, Tomaso Montanari Per cogliere il senso politico della riforma costituzionale della magistratura, il dato da cui occorre partire è l’estraneità della presidente del Consiglio, e del suo partito, dalla tradizione costituzionale della Repubblica democratica italiana. Un’estraneità che non è imputata in forza di una congettura di chi scrive ma, al contrario, risulta apertamente rivendicata dalla stessa Giorgia Meloni proprio nel momento più solenne della sua lunga carriera politica: il discorso con cui il 25 ottobre 2022 chiese la fiducia alla Camera dei Deputati. Queste le sue esatte parole: «Provengo da un’area culturale che è stata spesso confinata ai margini della Repubblica». È la sola ricorrenza della parola «Repubblica» nell’intero discorso (mentre «nazione» compare ben undici volte): ed è una ricorrenza in negativo, volta a esprimere una presa di distanza, un disconoscimento della Repubblica nata dalla Resistenza e, per questo, fondata sull’antifascismo. Il significato è chiaro. Per chi proviene dall’«area culturale» fascista, l’Italia non è – non può essere – la Repubblica democratica e costituzionale; l’Italia è la nazione, vale a dire la comunità di sangue e di destino che si esprime attraverso l’identità e la tradizione (altri concetti-feticcio che, recuperati dalla visione politica fascista, ricorrono ossessivamente nel lessico della destra meloniana). Ma cos’è, dal punto di vista del diritto pubblico, ciò che più di tutto segna la discontinuità tra lo Stato fascista e lo Stato democratico? La risposta è semplice: la negazione dell’assolutezza della sovranità dello Stato, e quindi dei poteri del decisore politico che esprime la volontà dello Stato. Nello Stato costituzionale, chi governa non può tutto, deve rispettare la Costituzione, come emblematicamente risulta da due disposizioni costituzionali cruciali. La più nota è contenuta nell’articolo 11 della Costituzione, che limita il potere per eccellenza dello Stato, quello di fare la guerra, circoscrivendolo alle esigenze difensive e prevedendo «limitazioni di sovranità» volte a dar vita a un ordinamento internazionale incentrato non sulla violenza, ma sulla pace e sulla giustizia. Meno nota, ma ancor più rilevante, è la disposizione che, nell’articolo 1 della Costituzione, segue l’affermazione in base alla quale «la sovranità appartiene al popolo», aggiungendo che il popolo è tenuto a esercitare la sovranità «nelle forme e nei limiti della Costituzione»: dovendo, quindi, rispettare vincoli di procedura (le forme) e di contenuto (i limiti). Significa – come anticipato – che il decisore politico, scelto dal popolo, non può decidere quel che vuole, ma è vincolato a esercitare la propria discrezionalità decisionale nel rispetto della Costituzione. Alcune cose sono costituzionalmente vietate (per esempio, le discriminazioni), altre imposte (per esempio, la cura dei malati): ed è solo nello spazio che residua tra ciò che è proibito e ciò che è dovuto che si colloca il campo d’azione della discrezionalità politica. L’esatto contrario della dottrina dello Stato fascista, che assegnava, invece, al capo del Governo l’ultima parola su tutto ciò che avesse rilevanza collettiva. E se la politica decide di agire al di fuori delle forme e dei limiti? In tal caso, è dovere costituzionale dei giudici intervenire, al fine di far prevalere quanto previsto dalla Carta fondamentale sulle decisioni politiche aventi contenuto o procedura d’approvazione difforme. Il fulcro del contrasto tra la destra e la magistratura, in ultima istanza, si colloca qui. La destra non si riconosce politicamente nella Costituzione democratica antifascista e vuole forzarne le norme per privatizzare i servizi pubblici (sanità, scuola, previdenza), sfruttare il lavoro dipendente, imporre orientamenti morali (su inizio e fine-vita, oltre che sulla sessualità), violare il principio di laicità, reprimere il dissenso politico, soffocare il disagio sociale, cementificare le città e il paesaggio, costruire grandi opere senza controlli, discriminare i migranti, negare il diritto d’asilo, ecc. Quando ciò accade, i giudici intervengono per ripristinare il rispetto della Costituzione e delle norme dell’ordinamento giuridico nazionale e internazionale. È per questo che la destra è in conflitto con le corti giudiziarie a tutti i livelli: con la Corte di Cassazione, con la Corte dei conti, con la Corte costituzionale, con la Corte di giustizia dell’Unione europea; persino con la Corte penale internazionale. Ovunque ci sia una regola ispirata ai valori democratici del secondo dopoguerra, lì la destra – a quei valori estranea – va in sofferenza. Ecco allora il senso politico della riforma costituzionale della magistratura, anche in questo caso apertamente rivendicato dal Governo: trasformare il potere giudiziario da potere di controllo in potere di supporto. Quale altro potrebbe, in effetti, essere il significato delle parole pronunciate dalla presidente del Consiglio nella conferenza stampa di inizio anno, secondo cui «se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: Governo, forze di polizia e magistratura»? Basta con la magistratura che controlla l’operato della polizia – e, cioè, del ministero degli interni – facendo valere i diritti dei cittadini in caso di loro violazione; quel che occorre è una magistratura che collabori con il Governo, dando corso nei tribunali alle decisioni politiche, con tanti saluti allo Stato di diritto. Esattamente com’era al tempo del fascismo…  Non meno esplicito il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, stupito «che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo» (3 novembre 2025), così come il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, per il quale «c’è un’invasione di campo [dei magistrati] che deve essere ricondotta» (4 novembre 2025). Ricondurre i giudici alla collaborazione con un Governo che disconosce i fondamenti costituzionali della Repubblica, affinché non ne sia compromessa la pienezza dei poteri decisionali e la completa libertà d’azione: ecco, nelle parole stesse della destra, l’obiettivo della riforma (non certo la – peraltro già esistente – separazione delle carriere di giudici e pm). Un obiettivo costituzionalmente eversivo, per conseguire il quale occorre demolire l’accorto sistema di garanzie posto dalla Costituzione a protezione dell’indipendenza dei magistrati. Il rischio, in proposito, non è tanto quello dello smaccato condizionamento diretto della magistratura (l’alto esponente del Governo che intima al giudice di decidere in un certo modo), quanto piuttosto quello, più insidioso, del condizionamento indiretto. Perché minacciare un magistrato quando si può più comodamente intervenire sulle assunzioni per concorso, sull’affidamento degli incarichi, sulle richieste di trasferimento, sugli avanzamenti di carriera, sulle sanzioni disciplinari? Tutti compiti che la Costituzione ha, non a caso, sottratto al ministro della Giustizia e affidato a un apposito organo costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), composto da esperti di diritto, in maggioranza magistrati, e presieduto, data la delicatezza estrema delle sue funzioni, dal Presidente della Repubblica. Esattamente l’organo che la riforma governativa va a colpire, suddividendolo in tre organi minori (un Csm per i giudici, un Csm per i pubblici ministeri, un’Alta Corte disciplinare), e quindi meno idonei a svolgere il proprio ruolo a tutela della magistratura, e rivedendone i criteri di composizione in modo tale che i membri che non provengono dalla magistratura (avvocati e professori universitari) siano, di fatto, eletti dal Parlamento e i membri che provengono dalla magistratura siano invece estratti a sorte, così da assicurare ai primi una compattezza di visione e di azione che i secondi non potranno avere.  Un doppio indebolimento, insomma – dell’organo in sé e, al suo interno, della componente proveniente dalla magistratura – che non potrà che riverberarsi negativamente sulla sua capacità d’intervenire a tutela dell’indipendenza dei magistrati contro coloro che mireranno a «ricondurli» ad atteggiamenti collaborativi. Ecco la vera posta in gioco nel referendum di primavera: l’equilibrio dei rapporti tra il Governo – un Governo, peraltro, che già si è appropriato dei poteri del Parlamento, riducendolo a servile consesso di ratifica delle sue decisioni – e la magistratura: un equilibrio che la destra mira ad alterare definitivamente a proprio beneficio.  *Tomaso Montanari è rettore dell’Università per Stranieri di Siena. Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino. Ha pubblicato Spezzare l’Italia. Le regioni come minaccia all’unità del Paese (Einaudi, 2024). L'articolo Una minaccia all’equilibrio tra esecutivo e giudici proviene da Jacobin Italia.
March 5, 2026
Jacobin Italia
Guerra sia all’aristocrazia
Andare oltre le identità auto riferite e collaborare a orizzonti comuni non è più solo una tra le strategie praticabili, è l'unica possibilità di influire sulla realtà. Stante che ognuna possa definirsi come più gli piace, risulta ridicolo oltre che dannoso identificarsi per opposizione alle altre mille facce dell'ecosistema o semplicemente contro un nemico comune. Nel prossimo futuro quelle organizzazioni che si chiudono verso l'interno, attente solo a testimoniare la propria alterità e purezza potranno forse sopravvivere, ma non potranno far parte del lavoro ecosistemico di costruzione della società futura. Rimarranno nella loro nicchia asfittica, beandosi nella malinconia, continuando i propri riti fino alla completa estinzione. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Oltre l’illusione della pace
Non è la guerra in sé a costituire l’anomalia. L’anomalia è un ordine mondiale che non riesce più a produrre integrazione, stabilità, futuro condiviso, e che per questo ricorre ciclicamente alla forza. Gli accordi su Gaza, come molti altri prima, non intervengono sulle condizioni materiali che rendono la violenza necessaria. Congelano il conflitto, rassicurano i mercati, consentono la ripresa dei flussi economici e diplomatici. La ricostruzione viene già pensata come opportunità di investimento; la pace come pausa funzionale alla riorganizzazione dei rapporti di forza. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Colpire i giudici per smontare la res publica
Articolo di Salvatore Cannavò Se non fossero sufficienti le argomentazioni tecniche e politiche a sostegno del No al referendum sulla Giustizia previsto per i prossimi 22 e 23 marzo, è forse utile inquadrare il tema in un contesto più ampio: l’attacco costante, meditato e articolato che il governo delle destre porta ad alcuni pilastri dello Stato sociale moderno. Un attacco che si nutre del disprezzo per lo stato di diritto – frutto del pensiero liberal-borghese ma anche di importanti conquiste operaie – e che ha come scopo la disarticolazione della res pubblica, almeno come è stata costruita dalle Costituzioni sociali del dopoguerra con un peso rilevante del mondo del lavoro, dei suoi diritti e delle sue soggettività. L’attacco alla magistratura, che passa attraverso un indebolimento della sua funzione di autonomo presidio e controllo degli altri poteri, si legge con più profondità se si osserva questo disegno più complessivo. LE MANI SUI GIUDICI La riforma degli articoli costituzionali assume questo carattere specifico. La separazione delle carriere, che pure vuole imbrigliare e modificare in modo strisciante li ruolo e lla natura della magistratura, non è il tratto più inquietante. La modifica dell’articolo 104 della Costituzione stabilisce che la magistratura sarà composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente. In realtà è già così anche se la carriera dei magistrati è unica. Il passaggio tra funzione requirente e giudicante è però possibile, in base alla legge Cartabia del 2022, una sola volta entro 10 anni dalla prima assegnazione, anche se i passaggi tra le due funzioni, come ha sottolineato la Prima Presidente della Corte di Cassazione in audizione davanti alla commissione Affari costituzionali della Camera, sono stati nell’arco di cinque anni solo lo 0,83% nel caso di Pubblici ministeri passati a funzioni giudicanti, e dello 0,21% nel caso di giudici divenuti Pm. Si tratta dunque di un falso problema che però con la modifica costituzionale consentirebbe al governo di emanare delle «norme sull’ordinamento giudiziario», per regolare «la funzione giurisdizionale esercitata dai magistrati ordinari» e «disciplinare le distinte carriere dei magistrati requirenti e giudicanti». Dunque, con un’ulteriore legiferazione si potrà procedere al vero obiettivo del governo: portare quanto più possibile i Pm nell’alveo del procuratore-poliziotto (più di quanto sia già oggi) e realizzare un controllo maggiore da parte del Ministero dell’interno.  Del resto, intervenendo in un dibattito presso l’agenzia Ansa, il ministro Carlo Nordio ha ammesso che per quanto riguarda l’obbligatorietà dell’azione penale «c’è una disomogeneità da procura a procura sulle priorità dei reati da perseguire: ognuna fa quello che le pare. Bisogna trovare un criterio in modo che tutte le procure abbiano un indirizzo omogeneo sulla priorità delle inchieste da fare». E l’indirizzo omogeneo significa sancire un controllo politico. L’autonomia del diritto verrebbe così depotenziata.  Dicevamo, però, che il problema più grave è il controllo maggiore che il potere politico intende esercitare sull’organo di autogoverno della magistratura, il vero pilastro dell’indipendenza dei magistrati, il Consiglio superiore della magistratura (Csm). Qui, infatti, la riforma procede al suo sdoppiamento con la formazione di un Csm della magistratura giudicante e di uno della magistratura requirente, entrambi presieduti dal presidente della Repubblica e aventi come membri di diritto, rispettivamente, il Primo Presidente della Corte di cassazione e il Procuratore generale della Corte di cassazione. La prima subordinazione alla politica avviene con il metodo di elezione. Sorteggio puro per i magistrati scelti a caso tra i circa 9000 in servizio, mentre il sorteggio dei membri nominati dal Parlamento, un terzo del totale come oggi, avviene da un elenco di professori ordinari in materie giuridiche e avvocati con 15 anni di esercizio «che il Parlamento in seduta comune compila mediante elezione (entro sei mesi dall’insediamento)». Quindi, come osserva l’Associazione nazionale magistrati, «il Parlamento elegge, e poi sorteggia dall’elenco degli eletti, chi poi farà parte del Consiglio. I magistrati invece non hanno più diritto di voto».  Il Csm è altamente rilevante per la vita quotidiana di giudici e Pm perché si occupa di  assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità, conferimenti di funzioni. E, soprattutto, nella versione attuale, si occupa della funzione disciplinare con una sua apposita commissione. Se passerà la riforma, invece, si formerà un nuovo organismo, l’Alta Corte Disciplinare, formato da 15 giudici di cui 3 nominati dal Presidente della Repubblica e 3 estratti a sorte da un elenco di soggetti che il Parlamento in seduta comune compila. I restanti 9 componenti, sei tra i magistrati giudicanti e tre tra i magistrati requirenti, verranno di nuovo estratti a sorte.  Rispetto alla composizione dell’attuale Csm – formato da 27 membri di cui tre di diritto, 16 magistrati e 8 eletti dal Parlamento – il rapporto tra membri togati e membri «politici» viene alterato a vantaggio di quest’ultimi che nell’Alta Corte sarebbero 6 su 15 ed esprimerebbero il presidente. Un controllo rafforzato poi dal monopolio del dibattito pubblico che prevede gli attacchi incessanti del governo contro la magistratura esattamente come avviene da quando Silvio Berlusconi ha posto la questione «giustizia» al centro della scena pubblica. E non certo per evidenziare i problemi di fondo come la scarsità di personale, l’eccessiva penalizzazione dei reati, l’impossibilità di garantire una giusta difesa ai ceti popolari e magari ponendo alcune restrizioni come la disinvoltura con cui dalla magistratura si passa alla politica per poi farvi ritorno.  L’ATTACCO ALLA SANITÀ Il tema del monopolio del discorso pubblico che aizza l’opinione conservatrice contro un potere dello Stato di diritto si incontra anche in altri due casi: la sanità e la scuola.  La destra ha sempre biasimato il ruolo e il lavoro che viene fatto dentro i comparti nevralgici dello stato sociale. L’attacco contro i medici si nutre soprattutto della scarsità di risorse destinate alla sanità pubblica che registra ormai incessantemente una fuga e una rarefazione del personale, soprattutto infermieristico, da un allungamento costante delle liste di attesa, da costi esorbitanti dei farmaci – il sottosegretario alla Sanità è un farmacista – e da una pressione mirata per potenziare la sanità privata cresciuta a ritmo costante. Ma l’attacco contro si avvale anche di campagne ideologiche mirate. Due nell’ultimo periodo. Le accuse, anche poliziesche, contro sei medici del reparto di Malattie infettive di Ravenna accusati di  «falso ideologico» per aver redatto presunti certificati di non idoneità che hanno bloccato l’ingresso di alcuni migranti nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). L’indagine è stata ispirata direttamente dal ministero dell’Interno. I canali social del Viminale hanno poi diffuso l’intervista del ministro Matteo Piantedosi a Il Giornale in cui dichiarava che «chi ha favorito la liberazione di un irregolare considerato pericoloso porta su di sé una corresponsabilità etica dei reati che poi dovessero essere commessi dal soggetto in questione». Un’intimidazione ovviamente, legata al tema dell’immigrazione che resta nevralgico per l’azione politica e l’identità stessa della destra, utile però ad attaccare la libertà di cura da parte dei medici.  A questi, in realtà, il governo ha poi garantito, come vorrebbe fare per i poliziotti, uno «scudo penale» per decreto limitando la responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie ai soli casi di colpa grave in situazioni di carenza di organico. La norma, apparentemente protettiva nei confronti del personale sanitario, stride però con due aspetti. Uno, contenuto nello stesso decreto, che estende al 2026 la possibilità per ospedali e Asl di trattenere in servizio i medici fino a 72 anni e di riassumere i sanitari andati in pensione. Un’ammissione esplicita della carenza di organico e dell’incapacità di garantire un effettivo ricambio del personale medico. L’altro invece rimanda ancora alla gestione del discorso pubblico messa in pratica nel caso del piccolo Domenico, il bambino di due anni morto a causa delle inadempienze creatasi nel trasporto di un cuore da trapiantare. Trasporto costellato di errori e imprecisioni che hanno provocato il danneggiamento del cuore stesso e poi, per le varie complicazioni succedutesi, la morte del piccolo bambino. Un caso di umana pietà che però si è trasformato immediatamente in una gogna per il personale medico, certamente responsabile di un errore grave, ma additato all’opinione pubblica al pari di un omicida seriale. L’avvocato di uno degli accusati – gli indagati dalla magistratura sono sette – ha dichiarato che il suo assistito, cardiochirurgo Guido Oppido, «ha fatto tutto ciò che era professionalmente doveroso e tutto quanto era umanamente possibile, per salvare la vita del piccolo Domenico, peraltro lottando contro il tempo e contro i minuti». Sulla vicenda è intervenuta, ancora una volta come ormai avviene con cadenza regolare sui grandi fatti di cronaca che colpiscono il pubblico immaginario, la presidente del Consiglio chiedendo misure severe e rigorose contro i responsabili del danno. Il clamore sulla vicenda, lo spazio mediatico offerto alla madre del piccolo, comprensibile dal suo punto di vista, sono stati utilizzati per speculare sulla vicenda in una chiave di delegittimazione e disprezzo della sanità pubblica, del suo personale e del mondo sanitario in generale.  LA SCUOLA AL PASSATO Un attacco strisciante e mirato, veicolato in particolare dai social media, che vede però il suo punto di massima espansione nella scuola pubblica. Il governo che ha varato il ministero dell’Istruzione e del Merito ha puntato coscientemente e con particolare tenacia nella delegittimazione del personale docente, nella rivisitazione dei programmi scolastici e nella compressione della libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione. Al di là della «caccia alle streghe» innestata dai giovani militanti del partito di governo, quelli che hanno invitato gli e le studenti a «denunciare i docenti di sinistra», operazione di propaganda tollerata dal ministro Valditara e dal governo tutto, l’emblema di questo attacco passa attraverso almeno due strumenti. Da un lato l’emanazione di diverse circolari da parte del ministro – sui compiti a casa, sul telefono in classe, sull’esame di maturità – che entrano a gamba tesa proprio sul modo in cui i e le docenti lavorano e insegnano, salvaguardandone formalmente la libertà ma limitandone il più possibile il raggio di azione. Accanto a questi strumenti e a questa modalità vessatoria e spesso intimidatoria, è stata poi adottata un’altra circolare sul cosiddetto «pluralismo» nelle iniziative scolastiche tali da garantire «la libertà di opinione», ma raccomandando «la presenza di ospiti ed esperti di comprovata competenza per favorire un confronto sereno tra posizioni diverse e permettere agli studenti di formare un pensiero critico autonomo e non semplicistico». Il vero obiettivo della circolare si è notato quando il ministero ha ordinato delle ispezioni nelle scuole che avevano ospitato la relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati Francesca Albanese – al Liceo Montale di Pontedera (Pisa), e all’Istituto Comprensivo Massa 6 – ammettendo che il testo era funzionale a intimidire e comprimere l’ondata di solidarietà pro-palestinese scaturita dal genocidio israeliano avviato con il 7 ottobre.  Ma il vero stravolgimento della scuola pubblica, il tentativo di cancellarne la storia di progressione culturale e di innovazione avviene, nel dicembre 2025, con il varo delle Nuove indicazioni nazionali finalizzate al «ritorno della centralità della storia occidentale, la valorizzazione della nostra identità, la riscoperta dei classici che hanno contraddistinto la nostra civiltà, il valore della regola» si legge a chiosa di un documento impregnato di occidentalismo, paternalismo e tentativo di condizionare il lavoro dell’insegnamento a parametri di efficienza e di ingerenza dell’apparato burocratico con un contestuale svilimento dell’attività di docenza. DEMONIZZARE IL SERVIZIO PUBBLICO La destra, per lo meno dall’ingresso di Silvio Berlusconi nell’agone politico, ha adottato questa postura squisitamente neoliberista: demonizzare il servizio pubblico in sé, l’idea del civil servant, di matrice liberaldemocratica, per affermare una concezione manageriale della cosa pubblica. Dagli ambasciatori come «venditori del made in Italy nel mondo» di berlusconiana memoria – ma poi adottati costantemente dai vari governi successivi – al servizio privato presentato non più solo come modello di eccellenza, ma come unico modello possibile. Ovviamente a disposizione di una classe medio-alta in grado di potersi permettere i costi della sanità o della scuola privata.  Tra i motivi per andare a votare il 22 e 23 marzo, oltre ai contenuti specifici della riforma della Giustizia, c’è questo quadro complessivo che fa il paio con un approccio che si riverbera sul piano della politica internazionale. La disinvoltura con cui si aggira lo stato di diritto internazionale, le poche regole di convivenza civile della cosiddetta comunità internazionale, la violazione della Carta dell’Onu fino all’attuazione di piani genocidari effettuati con il beneplacito delle élites globali occidentali. Un disfacimento progressivo della stessa coesione statuita dalle norme liberaldemocratiche a cui le classi dirigenti attuali, anche quelle più distanti dalle pulsioni autoritarie della destra globale, assistono con disinvoltura e malcelata indifferenza. *Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). L'articolo Colpire i giudici per smontare la res publica proviene da Jacobin Italia.
February 26, 2026
Jacobin Italia
Uscire dalla gabbia della normalità
Articolo di Elisabetta Nardin, Gregorio Carolo, Miguel Benasayag Miguel Benasayag è un filosofo e psicanalista franco-argentino. Nel dibattito contemporaneo, la sua è una voce che mescola i saperi e le discipline: psicologia e antropologia, epistemologia e biologia. Da giovane, in Argentina, fu un  membro della guerriglia Ejército Revolucionario del Pueblo e per questo conobbe più volte la prigione e la tortura. Grazie alla doppia nazionalità, alla fine degli anni Settanta ottenne rifugio politico in Francia, dove poté dedicarsi all’attività clinica e alla ricerca. Il suo impegno come intellettuale, nel corso dei decenni, si è sempre caratterizzato per una stretta partecipazione a esperienze collettive, come il Collettif Malgré Tous in Francia, i «laboratorios sociales» e la cooperativa Lavaca in Argentina. Con lui abbiamo parlato di cos’è il lavoro oggi e di quali effetti ha nella vita delle persone, tra alienazione e tentativi di ribellione. EN: Quali sono le richieste terapeutiche che ricevi rispetto all’ambito di lavoro? In che modo questo malessere si lega al contesto più generale dei cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni? La prima cosa che mi viene da dire è che io ho due tipi diversi di pazienti. Nel mio studio privato, in casa, anche se ricevo persone che non pagano o che pagano pochissimo, ricevo comunque prevalentemente persone di estrazione piccolo-borghese, mentre in ospedale, al contrario, ho una lunga esperienza con le classi più popolari e con i migranti. Porto con me dunque una doppia esperienza, maturata in contesti molto diversi. Due tipi di problemi si intrecciano: uno è la perdita di speranza, il disagio legato alla paura dell’instabilità economica, l’altro è la crisi del senso di appartenenza. Rispetto a trent’anni fa, è avvenuta una cancellazione di ogni pensiero legato alla classe sociale, ai legami sociali e a tutto ciò che ne consegue. Per le persone più fragili, i più poveri, i disoccupati o quelli che hanno un lavoro molto precario e faticoso, tutto questo è evidente: raccontano di provare la sensazione che la vita stia scorrendo accanto a loro, soprattutto in relazione al lavoro. Sentono di vivere un’esistenza che, in un certo senso, è stata loro rubata. Questo disagio è diventato sempre più profondo, a causa della perdita di ogni orizzonte di miglioramento della propria condizione. Non sembrano nutrire alcuna speranza che le cose possano andare meglio.n In relazione al lavoro, si prova un disagio puro. Non si avverte, per esempio, l’orgoglio di lavorare, di guadagnarsi il proprio denaro, è una condizione trasversale, che attraversa le generazioni: una sensazione diffusa del «si salvi chi può». Ho seguito molti giovani, bambini e adolescenti che formulavano discorsi completamente scollegati dalla realtà. Dicevano di sognare bei lavori che permettessero loro di guadagnare tanti soldi, affermazioni del tutto irrealistiche considerate le loro condizioni, con possibilità concrete di trovare quei lavori praticamente inesistenti. Da un po’ di tempo a questa parte, il discorso di classe è stato sostituito da un discorso legato all’appartenenza, ad esempio nel caso di molti musulmani. Ovunque ci fosse una piccola sala di preghiera, un imam, è cominciata a emergere una forma minima di islam politico, che genera una solidarietà, molto diversa, però, da quella di classe. Negli ultimi trent’anni sembra essere scomparsa ogni narrazione capace di far comprendere la durezza della propria vita all’interno di un quadro più ampio. Per questo, chi parla di lavoro oggi parla di disagio, di tristezza. Raccontano di come si sentano costretti a spingere i propri figli a trovare un modo per sopravvivere. Questa è la sensazione più immediata per quanto riguarda i pazienti della popolazione ospedaliera, ma anche tra la piccola borghesia registro una perdita totale di un senso della società e di un senso collettivo. Le persone credono di dover trovare un senso individuale al proprio lavoro; di conseguenza, tutto viene vissuto in modo individuale: sia il disastro ecologico, sia il problema del lavoro. Alcuni soffrono perché non riescono a trovare un lavoro che piaccia loro davvero, e finiscono per colpevolizzarsi; altri, invece, vivono nel lavoro una forma di alienazione, in cui il senso del lavoro è determinato dall’azienda, come se fosse un esoscheletro: non ci si chiede più 1che cosa produciamo?», «che cosa stiamo facendo?», ma solo se, come individui, «funzioniamo» bene o male. Mi capita spesso di seguire artisti, musicisti, cineasti e attori: fanno molta fatica a comprendere che potrebbero adottare una griglia di valutazione diversa dal successo commerciale. Sono completamente schiavi dello sguardo esterno, mentre in realtà anche un artista può avere un endoscheletro, uno scheletro interno, e sviluppare la propria attività senza che questa venga valutata solo in base al successo economico o al riconoscimento pubblico. Per alcuni, per un reale bisogno di sopravvivenza, e per altri, a causa di una perdita totale di senso, diventa davvero impossibile immaginare un proprio significato, un proprio percorso, un desiderio autentico, perché tutto è esoscheletro: se sei un chitarrista, devi scegliere tra il tuo «io» e la chitarra. Se scegli la chitarra – quindi la musica, l’arte – sai che affronterai situazioni altalenanti. È un cammino difficilissimo, anche per chi fa parte di quell’élite privilegiata – non economicamente, ma per il fatto di avere una passione – e se scegli quel cammino difficile, ma sei completamente alienato, perché adotti una griglia di valutazione basata esclusivamente sullo sguardo esterno, allora la durezza di quel percorso diventa ancora più accentuata. Per queste ragioni vedo il problema del lavoro legato a una perdita assoluta di visione, di appartenenza a qualcosa, e a una perdita del desiderio, perché tutto è alienato ed esterno a sé. EN: Insomma, per esoscheletro si può intendere sia il riconoscimento di sé esclusivamente in presenza di uno sguardo altrui, sia l’adozione di regole esterne di valutazione della propria riuscita personale e professionale, percepite come uniche regole possibili. È così?  Sì, tutti i gruppi sociali sono attraversati da una sorta di imbuto che spinge la questione del senso verso il solo individuo, diventa tutto una questione de «Il mondo e io». L’individuo si percepisce, si sperimenta come solo di fronte al mondo. Ma questa condizione non è vivibile: quando ci si trova dentro questo dispositivo si finisce sistematicamente per esserne schiacciati. Da un lato, quindi, c’è una vita individuale assolutamente alienata, dall’altro c’è una globalità schiacciante. Come psichiatra clinico, ascoltando i miei pazienti, spesso il lavoro diventa un inferno: tutte le problematiche che emergono – come, ad esempio, il bullismo – sono legate al fatto che al lavoro viene attribuito un sovrainvestimento simbolico: il lavoro diventa ciò che dà senso alla vita, e così le persone si trovano sempre più senza difese, senza alcuna distanza da esso. Si perde la capacità di distinguere tra lavoro e attività, dove per attività intendo tutto ciò che ha a che fare con i desideri, le passioni, ciò che nasce da un movimento interiore. Il lavoro, invece, porta spesso al disagio, perché si pensa che l’unica cosa che conti sia essere funzionali. Esiste un’ignoranza profonda, una totale mancanza di riflessione sulla differenza fra questi due concetti; si dice: «Bisogna fare le cose, è peccato non lavorare», ma una cosa è lavorare per dovere, un’altra è sviluppare la propria attività. L’attività nasce da ciò che potremmo chiamare «tropismi» interni – come inteso ne L’epoca dell’intranquillità –, non si tratta di qualcosa di puramente individuale. Quando cerchiamo un endoscheletro, questo non è mai solo individuale: ci lega a strutture più profonde, a radici pre-individuali: è lì che si trova il fondamento del desiderio, della passione e del senso. EN: Come orizzonte sociale, è possibile puntare al benessere umano, contrapposto alla legge di mercato? Non possiamo puntare al benessere; pensiamo, piuttosto, a ciò che oggi impedisce la vita, a ciò che la minaccia. Non si tratta di contrapporre benessere e disagio ma bensì di puntare a una forma di libertà in rapporto all’in-azione, un amore per la vita che vada oltre la nostra individualità. Tutto questo fa parte di una gioia – nel senso spinoziano – non in quanto benessere, ma che può essere accompagnata dal benessere. Altre volte la stessa gioia può presentificarsi con esperienze dure e faticose ma resta sempre all’interno di un’esperienza vitale. La buona misura è la situazione, agire nella situazione, perché in ogni situazione si può trovare un senso, senza bisogno di una promessa finale. Benessere e felicità, invece, sono spesso trappole: la felicità spesso arriva per caso, puoi essere felice in qualunque condizione, così come puoi essere infelice, e ti chiedi: «Come facciamo? Io, come individuo, cosa posso fare?»Il benessere è troppo legato all’idea di una promessa, come nella canzone dell’Internazionale. La vera questione è: come possiamo rimanere fedeli al desiderio di libertà, in un mondo che è cambiato e che non segue più un Senso della Storia?  Ciò non significa che tutti quelli che hanno lottato si siano sbagliati, così come quelli che teorizzavano il comunismo con una prospettiva teleologica, semplicemente ci troviamo in un altro mondo rispetto al loro. GC: Oggi nel mondo vengono riscontrati numerosi atteggiamenti di rifiuto nei confronti del lavoro, dal fenomeno delle Grandi dimissioni ai Tang ping in Cina. Anche qui in Italia, soprattutto tra i più giovani, inizia a essere rilevato un cambiamento nella sensibilità rispetto all’importanza del lavoro. Trovi che sia un segnale incoraggiante? Sono d’accordo che si tratta di un fenomeno sociale, ma penso che non possa diventare massivo; è importante riconoscere quando un movimento non può diventare di massa, o si rischia di renderlo fallimentare. Un fenomeno come questo, invece, può servire a pensare, a cercare un’alternativa, può funzionare come una sorta di sveglia, ma non deve essere trasformato in un modello. Quello che fanno molti giovani – qui, in Argentina, in Francia – è significativo: sono una minoranza, ma una minoranza reale. Si rendono conto della «gabbia della norma», che la normalità è una gabbia immaginaria, capiscono che non è vero che, uscendo da quella gabbia, si muore o si viene schiacciati. Chi esce da solo dalla gabbia ha paura, rischia l’insuccesso, ma può diventare, invece, la rinascita di una marginalità gioiosa che esisteva negli anni Settanta e faceva parte di una messa in discussione della normalità, del modo di vivere, del senso stesso della vita. Quest’idea della marginalità è poi scomparsa, è diventata patologica, dura, dolorosa. In realtà, mi sembra che oggi si esprima con modi nuovi e attraverso nuove tecnologie: le persone sono più connesse, e questo fa sì che la marginalità non coincida più con l’isolamento. Come per ogni fenomeno sociale, è importante capire qual è il suo limite, per poter utilizzare al meglio la sua potenza. Spesso, nei momenti di ribellione, il problema è proprio non vedere che esiste un limite, e pensare che quel movimento possa diventare un modello globale. Poi arriva la delusione, la tristezza: «Abbiamo provato, e abbiamo fallito». In questo vedo una delle lezioni più importanti: ogni movimento deve sperimentare, cercare di capire quali sono i limiti della propria potenza. Ciò non significa non agire, ma sapere come articolarsi con altre forze, con altri livelli della realtà. Concretamente, ad esempio, non credo che possa esserci una dissociazione massiva tra lavoro e società, non è realistico, ma può esserci un’influenza, come è accaduto con il movimento femminista: all’inizio era una minoranza assoluta, eppure ha lentamente contaminato molte donne, anche quelle che non avevano gli strumenti concreti per riflettere sulla propria condizione. Poco a poco, sono emersi pensieri autonomi, un nuovo immaginario sovversivo, che è proprio ciò che oggi manca.  Le persone non sanno più cosa si possa fare di diverso, la maggioranza dice: «In un mondo così duro, non c’è alternativa», e chi dissente spesso non lo dice apertamente, perché aderire a un’altra visione è difficile, rischioso, faticoso. GC: Possono essere le lotte stesse a creare un senso di unità, a forgiare una visione alternativa? Questo è un problema reale: la lotta crea un’unità, ma è un’unità costruita contro qualcuno e perciò risulta molto fragile. La storia lo ha dimostrato chiaramente: una volta che vinciamo, rischiamo di diventare l’altro, quello che combattevamo. Perché accade questo? Perché manca un’unità organica, interna, radicata in un immaginario condiviso, in un desiderio comune, in una visione che non sia solo oppositiva ma generativa. Jean-Paul Sartre, nel suo romanzo L’ingranaggio, descrisse molto bene questa situazione. Nel libro, tutto comincia con una rivoluzione tradita: in un paese produttore di petrolio, ispirato all’Argentina, i rivoluzionari saliti al potere hanno tradito le aspettative popolari, mantenendo le concessioni petrolifere a un ricco e potente paese del nord e instaurando un regime dispotico. Dilaga una nuova ondata rivoluzionaria, il palazzo del governo viene espugnato e i vecchi rivoluzionari vengono processati, ma giunge ben presto la notizia che l’esercito del paese del nord incombe alla frontiera. Il leader della nuova rivoluzione, quello che ha appena cacciato i traditori, diventa a sua volta prigioniero dell’ingranaggio, sa che non riuscirà a resistere ai gringos. Nella scena finale si affaccia al balcone per salutare la folla, ma dentro di sé già pensa: «Non possiamo resistere». Quando incontrai Sartre, con un po’ di disagio, glielo dissi, per me quello era un punto fondamentale: l’ingranaggio. Molti anni dopo ho scritto anch’io qualcosa a riguardo: l’idea è che ogni rivoluzione, ogni grande progetto, arriva sempre al punto del ridicolo.  Io feci parte del commando che, mitra a tracolla, espugnò il bunker di Anastasio Somoza in Nicaragua, conosco bene questa situazione: all’inizio si arriva, si prende il potere eroicamente, poi, però, i capi della rivoluzione dicono: «Contrordine, compagni. Gli Usa ci minacciano. Dobbiamo cambiare programma». E tu pensi: «Ma stronzo di merda, com’è possibile? Non avevi previsto che gli Stati uniti vi avrebbero minacciato?». Non restano che due possibilità. La prima: non fare più nessuna rivoluzione, perché, effettivamente, una volta che prendi il potere, sei costretto a convertirti in dittatore, come è successo in Nicaragua. Dopo tutte le lotte e i combattimenti, se penso a quello che oggi è Daniel Ortega… meglio lasciar perdere. La seconda possibilità è riconoscere il limite dell’azione sovversiva, capire che non si può andare oltre una certa soglia. Io lavoro come biologo, neurofisiologo, non sono un «dottore in rivoluzioni», ma, mio malgrado, continuo a coordinare il lavoro con le comunità indigene e questo mi costringe a riflettere su questi temi, continuamente. La mia conclusione è questa, su cui anche gli indios oggi sono d’accordo: il più grande insegnamento è tenere conto del tetto della massa critica, non per impedirla, ma per capire come agire senza superarla. Il nostro mondo attuale, al di là di ogni ideologia, non è vivibile, la distruzione è totale, non è possibile continuare così. Per questo, le esperienze multiple che stanno emergendo – tra cui quella della dissociazione – sono molto interessanti, perché permettono di creare uno spazio, un po’ d’aria, dentro un meccanismo soffocante. Sono esperienze di uscita dalla gabbia e penso che siano possibili ovunque, anche dentro il lavoro, mettendo un piede dietro l’altro, possono arrivare dappertutto. EN: Dissociazione non vuol dire insomma assentarsi da quanto sta accadendo, ma piuttosto esserne parte attiva? La vedo come una sveglia: improvvisamente, un gruppo importante di giovani si rende conto che non era vero ciò che veniva dato per scontato. Se vuoi un esempio, pensa a Ionesco e al teatro dell’assurdo: l’assurdo non è che la vita non abbia senso, ma che le persone vivano normalmente dentro l’assurdo come se tutto fosse normale. Sono i «normali» a essere assurdi. EN: La visione limitata, il poter contemplare il limite, accettare l’impotenza, è, dunque, l’unico modo per poter incidere sulla realtà? Sì, vi porgo un altro esempio. Ciascun intellettuale convinto che scrivendo libri stia facendo la cosa più importante del mondo, è bene che sappia una cosa: scrivere libri, nel migliore dei casi, può servire se quei libri trovano settori attivi, capaci di trasformare quelle idee in esperienza. Altrimenti, restano parole. Ci sono persone, come Alain Badiou, convinti che nei loro libri ci sia scritto cosa fare e come farlo, ma questo significa non conoscere il proprio limite, non conoscere la propria massa critica. E quando non conosci il tuo limite, anche se sei un intellettuale impotente, puoi finire – paradossalmente – dalla parte del tiranno. È quello che è successo, per esempio, con Badiou, che ha finito per appoggiare Pol Pot, Stalin… È una sorta di fatalità: non conoscere i limiti della propria influenza può portare, anche senza volerlo, a sostenere il potere più violento. *Miguel Benasayag è filosofo e psicoanalista franco-argentino. Tra le sue opere più celebri figurano L’epoca della passioni tristi (con Gérard Schmit), Elogio del conflitto (con Angélique del Rey), tra le più recenti: L’epoca dell’intranquillità (con Teodoro Cohen), ChatGPT non pensa (e il cervello neppure) (con Ariel Pennisi), Controffensiva: Agire e resistere nell’epoca della complessità (con Bastien Cany). Gregorio Carolo metalmeccanico, autore di Incoscienza di classe (Meltemi, 2026) e del podcast Le faremo sapere. Elisabetta Nardin psicologa e psicoterapeuta in formazione in terapia sistemico relazionale, attiva nell’associazione Fornaci Rosse (Vicenza) e nello Sportello di Primo Ascolto del Circolo Nadir (Padova). L'articolo Uscire dalla gabbia della normalità proviene da Jacobin Italia.
February 21, 2026
Jacobin Italia
Il cambio di paradigma e le politiche economiche
Articolo di Laura Pennacchi C’è un elemento che dà la misura della profondità del rovesciamento di paradigmi di cui oggi c’è bisogno nell’approcciarsi alla politica economica: il ritorno dell’espressione stagnazione per definire l’andamento delle economie sviluppate. E non si tratta solo della ridefinizione dei rapporti tra grandi aree geopolitiche, con il declino degli Usa (la loro quota sul Pil mondiale passa dal 20% del 2000 al 15%), l’annaspare dell’Unione europea (che esprime comunque il 12% del Pil mondiale), l’avanzare della Cina (la quale esprime il 20% del Pil mondiale, investe il 40% del suo Pil, realizza un avanzo dei conti con l’estero pari a 600 miliardi di dollari).  Alvin Hansen, già alla fine degli anni Trenta del Novecento, aveva argomentato come la «Grande depressione» di quegli anni non fosse un episodio ciclico ma fosse, in realtà, il sintomo dell’esaurimento di una dinamica di lungo periodo, un altro modo di definire l’equilibrio di sottoccupazione individuato da Keynes. Nei decenni precedenti le economie del G20 crescevano regolarmente del 2 o del 3% l’anno raddoppiando i redditi ogni 25 o 35 anni, mentre ora i tassi di crescita sono tra lo 0,5 e l’1%, il che significa che i redditi impiegano dai 70 ai 100 anni per raddoppiare. Quindi, con l’espressione stagnazione dobbiamo intendere non tassi di incremento del P quantitativamente bassi o nulli (che in effetti non si verificano), ma un’economia drogata a bassi investimenti (basata su una combinazione di crescente diseguaglianza, disoccupazione esplicita o strisciante, bassa produttività), in grado di realizzare una crescita ordinaria solo mediante politiche straordinarie e speciali condizioni finanziarie, le quali, però, incoraggiano il rischio finanziario, un indebitamento malsano, la formazione di bolle (azionarie e non solo) che, a loro volta, pongono le premesse per nuove crisi.  Anche il giusto richiamo di autori come Dani Rodrik a considerare quanto la specificità del modello conosciuto come export-oriented industrialization, e il suo progressivo esaurirsi, sia alla base dello scatenamento della guerra commerciale da parte di Trump, ha a che fare con la questione della stagnazione. Più in particolare Rodrik argomenta che la prospettiva di allargamento della democrazia e il sentiero di apertura dell’economia mondiale promossi sotto la leadership americana dopo la Seconda guerra mondiale, e seguito per decenni prima dai paesi europei poi dai paesi sottosviluppati, è stato il medesimo per tutti: «fare cose e venderle all’estero». Gli Usa hanno accolto una marea di prodotti e hanno mantenuto, grazie al signoraggio del dollaro, flussi di capitale conseguenti: gli attuali deficit commerciali statunitensi ci dicono che i flussi di capitale esteri hanno permesso ai cittadini americani di vivere al di sopra delle proprie possibilità comprando di più di quanto riuscivano a vendere all’estero, dunque indebitandosi. D’altra parte il sentiero export-led è sempre più difficilmente praticabile per gli stessi paesi esportatori, in conseguenza di cambiamenti sociali e tecnologici (automazione, robot, 3-D printing, ecc.), grazie ai quali le macchine tendono a sostituire crescentemente i lavoratori, vanificando il maggior vantaggio competitivo delle «nazioni povere» e cioè il loro abbondante lavoro a basso costo. Le tariffe di Trump accentuano le difficoltà ma i problemi sono antecedenti. La stessa forsennata rincorsa che si è scatenata per essere primi nell’Intelligenza Artificiale è interpretabile come un modo per fronteggiare i problemi e uscire dai rischi di stagnazione, nella speranza che l’IA ravvivi la produttività nel settore dei servizi sempre più dominante nel futuro.  La rilevanza di tale rincorsa è mostrata dal fatto che il 50-60% dell’economia americana è ora trainata dall’Intelligenza Artificiale e che per accelerarne la dinamica Trump non si perita di adottare incredibili provvedimenti, come un decreto (illecito) che vieta agli Stati di regolamentare, l’allargamento del mercato di Nvidia attraverso l’eliminazione della proibizione della vendita dei chip alla Cina. Così, per combattere la stagnazione si ricorre a due fattori assai controversi: gli investimenti accelerati e incontrollati in Intelligenza Artificiale; la corsa agli armamenti e la spesa in armi e nel settore militare.  DOMANDA INTERNA E INVESTIMENTI In verità per riaccendere la crescita tutti i paesi dovrebbero sviluppare la loro domanda interna, far crescere la loro classe media, mettere in grado i loro settori dei servizi di creare lavori di buona qualità. In particolare i paesi europei – che hanno risposto alle crisi del 2008 e del 2012 con austerità e svalutazione del lavoro per trarne vantaggi competitivi di costo a sostegno di politiche neomercantilistiche proiettate sulle esportazioni – dovrebbero maturare la consapevolezza che politiche fondate sull’austerità e sulla contrazione dei salari per esportare non sono meno dannose dei dazi, così come non sono davvero utili politiche volte a coprire i vuoti di domanda e a sostenere l’offerta attraverso il riarmo e gli armamenti.  Una nuova politica economica deve misurare la sua alternatività attorno a tutte e tre le questioni in discussione: 1) il disegno di un nuovo modello di sviluppo; 2) la progettazione degli investimenti necessari; 3) la generazione di lavoro in quantità e qualità adeguate.  Reclamano un nuovo modello di sviluppo anche le grandi questioni ambientali, gli sconvolgimenti climatici, l’evoluzione tecnologica, le guerre, la ridefinizione degli equilibri geopolitici, di cui i dazi sono solo una delle componenti. L’Europa – specie la Germania e l’Italia – è posta di fronte alla necessità di trasformare radicalmente il suo modello di sviluppo, troppo proiettato verso le esportazioni e quindi esposto alle ritorsioni sui dazi, e di valorizzare la sua domanda interna, soddisfare i suoi bisogni sociali, produrre i beni pubblici europei.  Bisogna tener conto che gli investimenti non si sono mai veramente ripresi dal crollo della crisi del 2007/2008 e che l’enorme liquidità allora creata dal quantitative easing adottato dalla Banche centrali di tutto il mondo è rimasta largamente utilizzata o ha alimentato la speculazione e la finanziarizzazione.  È ormai chiaro che l’occupazione non viene alimentata stimolando l’offerta di lavoro ed elevando l’occupabilità delle persone con politiche flessibilizzanti perché se l’occupabilità aumenta ma non c’è domanda adeguata, l’occupazione non cresce conseguentemente. Del resto, quello che Pierluigi Ciocca chiama uno «spaventoso equilibrio di sottoccupazione» mostra che a ben poco è valsa in termini di occupazione addizionale la mole di incentivi, benefici fiscali, decontribuzioni, bonus (tutti trasferimenti monetari con presunta efficacia stimolativa solo indiretta) a cui si è fatto ricorso nel tempo specie in Italia e in cui ha brillato l’attuale governo Meloni. Nemmeno ci si può affidare al mito della «fine del lavoro» e della jobles society, smentito ripetutamente dalla storia. Dunque, il connubio nuovo modello di sviluppo/investimenti/lavoro si rivela fondamentale. Le parole chiave devono diventare: progettualità, piano, programmazione, creazione diretta di lavoro. L’alternatività richiesta può essere messa in atto solo da un operatore pubblico animato da un grande spirito progettuale e, al tempo stesso, in grado di operare non in termini accentrati ma articolando un’architettura aperta e plurale nella logica dello «sperimentalismo istituzionale». Va respinta l’idea che lo Stato debba limitarsi a fornire attività regolatoria e incentivi indiretti o la convinzione secondo cui di politica pubblica si può parlare unicamente in termini di regole della concorrenza (antitrust, privatizzazioni, difesa dei diritti proprietari ecc.) o di finanziamento delle infrastrutture di base. Uno dei difetti maggiori di tali teorie è che da una parte immaginano interventi pubblici «circoscritti» e «occasionali» (come circoscritti e occasionali sarebbero i fallimenti del mercato, mentre essi nella realtà sono «pervasivi» e «strutturali»), dall’altra parte ignorano un elemento fondamentale della storia economica moderna, sottolineato da Mariana Mazzucato: in molti casi il governo non ha soltanto dato «spintarelle» o fornito «regolazione», ha funzionato come «motore primo» della creazione di nuovi mercati, delle innovazioni più radicali, della creazione di lavoro LA SOCIALIZZAZIONE DEGLI INVESTIMENTI E LA CREAZIONE DIRETTA DI LAVORO  Qui veniamo al punto su cui sono ancora da raccogliere le sollecitazioni del tardo Keynes, quello dell’ultimo capitolo della Teoria generale. Keynes aveva individuato i limiti fondamentali del capitalismo nell’incapacità di dare vita spontaneamente al pieno impiego e nella diseguale distribuzione del reddito e della ricchezza, fenomeni per lui strettamente congiunti. L’influenza che lo Stato deve esercitare sulla propensione a consumare e sull’investimento privato non sarà sufficiente a contrastare una tendenza al ristagno che Keynes considerava intrinseca al capitalismo: a essa si può rimediare soltanto con una socializzazione dell’investimento di natura pubblica, spinta fino a ripristinare il pieno utilizzo di capitale e lavoro, realizzato il quale gli interessi privati possono tornare a essere considerati in grado di guidare l’allocazione ottimale delle risorse. Hyman Minsky – tra i più geniali seguaci di Keynes – era più radicale, ed era stato irreversibilmente segnato dalla rivoluzionaria esperienza del New Deal. Egli coglie un limite più profondo e persistente del processo di investimento capitalistico, che collega all’assetto della finanza e all’instabilità strutturale del capitalismo, e estende la socializzazione dell’investimento alla banca e all’occupazione reclamando lo Stato come employer of last resort, atto a dare vita a iniziative di «lavoro garantito». Il nodo era, ed è tutt’oggi, la problematicità del processo di investimento capitalistico e la sua relazione con il lavoro, quella problematicità che induceva Keynes a denunziare «l’atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni».  Sono, dunque, i mercati, l’innovazione, la produzione, le attività a dover essere ridisegnati dalle fondamenta in termini drasticamente diversi, in un quadro che ridefinisca la coerenza tra politiche economiche e sociali, tra politiche macro e micro, e precisi le linee evolutive delle problematiche settoriali, tra cui le politiche industriali, quelle per l’innovazione e la Ricerca e Sviluppo, le politiche per la scuola e per l’Università, ecc. Ecco perché ci vogliono istituzioni pubbliche orientate a contrastare i trend naturali: è richiesta l’assunzione di una «progettualità» grandiosa, sulle tracce autentiche del New Deal di Roosevelt. Tale progettualità va finalizzata all’ideazione di un nuovo modello di sviluppo. Il lavoro va considerato non come un fattore tra gli altri ma come un baricentro. In particolare non si può più ricorrere solo a incentivi volti a stimolare indirettamente la generazione di lavoro (come incentivi fiscali, decontribuzioni, bonus, trasferimenti monetari), ma sono richieste strategie di «creazione diretta» di lavoro mediante un insieme articolato di progetti, promosso e veicolato dall’operatore pubblico. La memoria va ai difficili anni Settanta, quando la convergenza delle implicazioni della prima grande crisi petrolifera e delle tremende «inquietudini» sociali dell’epoca – non ultimo un terribile terrorismo – spinse all’adozione di importantissime riforme, tra cui la legge sull’«occupazione giovanile» del 1977 e l’adozione del Servizio Sanitario nazionale nel 1978 (di entrambe fu artefice, con altre e altri, la prima ministra donna italiana, Tina Anselmi). L’ITALIA UN LABORATORIO PER PROGETTI EMBLEMATICI  Occorre, quindi, fare di «progetti», «programmazione», «capacità progettuale», le vere parole chiave. La questione «progetti» è cruciale, perché con essa è in gioco la possibilità di mutare radicalmente il modello di sviluppo. Solo le istituzioni pubbliche possono tendere a ciò. Invece, paghiamo a caro prezzo, soprattutto in Italia, l’arretramento del perimetro pubblico voluto dall’ostilità allo Stato del neoliberismo, espressosi in esternalizzazioni e privatizzazioni che hanno svuotato, depotenziato e dequalificato le capacità pubbliche.  Le amministrazioni nazionali debbono al blocco del turnover la mancanza di circa 500.000 lavoratori che lasciano vuote altrettante posizioni cruciali: geologi, archeologi, urbanisti, architetti, esperti in beni culturali, pianificatori, economisti, informatici, operatori sanitari e della cura. A questa situazione deprimente, tuttavia, non bisogna rassegnarsi come è implicito, invece, quando si ricorre in modo massiccio e deresponsabilizzante a trasferimenti monetari (di cui è parte anche il reddito di cittadinanza), bonus, incentivi fiscali. Le analisi sui fiscal multiplier, tra cui quelle dell’Ocse e del Fondo monetario internazionale da tempo documentano che, mentre il moltiplicatore in termini di maggiore Pil e di maggiore occupazione della riduzione delle tasse (di cui la decontribuzione è parte) è basso (circa lo 0,5%), il moltiplicatore degli investimenti pubblici può essere particolarmente alto (fino all’1.5% di aumento del PIL nel primo anno e 3% nel medio periodo). Ciò si verifica soprattutto se gli investimenti vengono effettuati in periodi di bassa crescita con bassi tassi di interesse e finanziati in debito (la cui sostenibilità è assicurata da un effetto espansivo cumulato dell’output che si riflette in una diminuzione del rapporto debito/Pil). E del resto è sempre Keynes che ci segnala che «non dovrebbe essere difficile accorgersi che 100.000 case nuove rappresentano un’attività per la nazione mentre un milione di disoccupati sono una passività».  Rispetto a tutto ciò l’Italia può rivelarsi un laboratorio emblematico. Vi sono esempi salutari, piuttosto che gli investimenti in riarmo, di campi in cui può prendere vita il nuovo modello di sviluppo:  1) tenuta del territorio, riassetto idrogeologico, salvaguardia e valorizzazione del paesaggio naturale e artistico (tutela dei bacini idrici, gestione dei corsi dei fiumi, consolidamento dei terreni franosi, messa in sicurezza dagli eventi sismici, manutenzione della viabilità urbana e extraurbana, tutela delle spiagge, bonifiche e trattamenti dei rifiuti, infrastrutturazione dei porti, ecc.), tutti ambiti da cui possono scaturire tecnologie alternative da utilizzare anche altrove;  2) rilancio delle città (con la valorizzazione degli innumerevoli beni culturali, l’attribuzione di maggior valore alle attività di cura, la bonifica e l’innalzamento della qualità della vita nelle aree interne e nelle periferie, la contrazione dei consumi energetici, l’infrastrutturazione digitale, la nuova mobilità e i nuovi assetti anche in relazione alla modifica delle funzioni tra centro, quartieri periferici, aree più vaste);  3) scuola, Università, ricerca (con la manutenzione e il rinnovamento del patrimonio edilizio, il reclutamento e la formazione del personale, l’offerta di materiale didattico digitale, il completamento dell’obbligo, l’aumento del numero dei laureati, la messa in opera di un sistema di formazione permanente che si ispiri alle 150 ore, uno shock da imprimere alla ricerca di base, il superamento del gap formativo tra Nord e Sud).  *Laura Pennacchi, economista, più volte eletta in Parlamento, è stata sottosegretario al Tesoro con Ciampi nel primo governo Prodi. È attiva nella Fondazione Basso e coordina il Forum Economia nazionale della Cgil. Ha pubblicato saggi per riviste e libri. L'articolo Il cambio di paradigma e le politiche economiche proviene da Jacobin Italia.
February 20, 2026
Jacobin Italia
Arundhati Roy: “L’arte non può tacere su un genocidio”
Arundhati Roy ha scelto così di rinunciare alla Berlinale 2026. Arundhati Roy ha messo sotto accusa non solo dei governi, ma un’intera idea di arte: quella che si proclama “neutrale”, innocente, estranea al mondo mentre il mondo brucia. Denunciando il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele, reso possibile dal sostegno politico, militare ed economico di Stati Uniti e Germania, Roy non si è limitata a indicare i responsabili istituzionali. Ha chiamato in causa direttamente chi crea immagini, racconti, simboli: i cineasti, gli artisti, gli intellettuali che scelgono il silenzio come rifugio morale. Il bersaglio non è solo il potere, ma il linguaggio che lo protegge. Quel linguaggio rassicurante con cui il presidente di giuria Wim Wenders ha invitato la Berlinale a “restare fuori dalla politica”, presentando il cinema come un “contrappeso”, un territorio altro, separato, opposto al campo del potere. Parole che suonano moderate, persino nobili. Ma che, lette nel presente, rivelano la loro funzione reale: non prudenza, bensì rimozione. Un dispositivo per chiudere la discussione proprio mentre sotto i nostri occhi si consuma un crimine contro l’umanità e proprio mentre agli artisti spetterebbe il compito di fare tutto il possibile per fermarlo. L’illusione della neutralità e il giudizio della storia Durante la conferenza stampa, Wenders ha risposto a una domanda su Gaza sostenendo che l’arte debba “fare il lavoro delle persone, non quello dei politici”, e che per questo debba restare fuori dalla politica. Ma è esattamente questa separazione a risuonare oggi come una forma di complicità silenziosa. IN UN TEMPO IN CUI LA VIOLENZA SISTEMICA VIENE NORMALIZZATA E LA CENSURA MORALE MASCHERATA DA EQUILIBRIO, L’INVOCAZIONE ALL’APOLITICITÀ NON È MAI NEUTRA. L’idea dell’arte come “contrappeso della politica” può apparire onesta, persino umanista, se intesa come difesa dell’autonomia creativa. Ma nella realtà concreta — quella delle bombe su Gaza, dei corpi carbonizzati, dei bambini sepolti sotto le macerie; quella dei governi che finanziano simultaneamente la guerra e i festival culturali come la Berlinale — questa posizione si svuota di innocenza. Dire che l’arte non dovrebbe parlare di politica equivale, nei fatti, a dire che debba tacere davanti al potere. La distanza che Wenders reclama non è un’assenza di posizione: è una presa di posizione a favore dello status quo. Roy coglie il punto essenziale: il silenzio dell’arte non è un rifiuto della politica, ma la sua resa. L’arte, nella sua forma più viva, non “fa il lavoro dei politici”; al contrario, ne smaschera le costruzioni, incrina le narrazioni ufficiali, apre spazi di linguaggio e di percezione che la propaganda tenta di sigillare. Quando un artista sceglie di non pronunciare la parola “genocidio” per difendere l’autonomia del cinema, finisce per .trasformare l’autonomia in isolamento, la bellezza in privilegio. In quella postura di equidistanza si consuma una rimozione profonda del nesso tra estetica e responsabilità. Wenders, come molti maestri del cinema europeo, ha costruito un linguaggio capace di raccontare la solitudine, la fragilità, la dignità dell’umano, ma è proprio questa umanità che oggi chiede di essere riconosciuta nei volti senza nome, nei corpi devastati, nelle vite palestinesi ridotte a danni collaterali. Quando l’arte smette di rispondere al reale, non è più un contrappeso alla politica: ne diventa l’eco. E se i più grandi cineasti del nostro tempo non riescono a dirlo chiaramente, allora non sarà l’estetica a salvarli. Sarà la storia a giudicarli.   Redazione Italia
February 16, 2026
Pressenza