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I peruviani protestano contro i risultati a favore di Fujimori
L’ascesa di Keiko Fujimori negli ultimi risultati elettorali, durante lo spoglio dei voti dell’ONPE che è arrivato al 98,325%, ha provocato una manifestazione di massa della popolazione che è scesa in strada per protestare contro quella che considerano una “frode elettorale” orchestrata in anticipo, e che spiegherebbe perché l’ascesa della candidata non sia dovuta solo ai voti dall’estero. In mattinata, il candidato Roberto Sánchez ha invitato alla calma e ha proposto alla sua avversaria Keiko Fujimori di unire gli sforzi a favore della democrazia, fatto che è stato interpretato dalla popolazione come un messaggio molto “tiepido” dato il “rischio di frode” che “non rispetterebbe la volontà popolare”. Secondo i risultati dell’ONPE, Sánchez ha ottenuto la vittoria sulla sua avversaria in 16 regioni del Paese (con percentuali comprese tra il 51% e l’85%), mentre Fujimori l’ha ottenuta in 9 regioni (tra il 51% e il 65%) oltre al voto dall’estero (63,4%). Il processo di conteggio presenta oltre 1630 verbali osservati i cui voti non sono stati incorporati nel conteggio ufficiale, il che potrebbe avvantaggiare la candidata. Nel frattempo, la Giuria Speciale di Lima ha respinto la richiesta di Juntos por el Perú di annullare 1751 seggi elettorali in Perù e negli Stati Uniti per mancato pagamento della tassa elettorale che superava i 2 milioni di soles. GENERAZIONE Z: RISPETTO DELLA VOLONTÀ DEL POPOLO Diversi collettivi, tra cui Generazione Z Perù, hanno indetto per domani, sabato 13 giugno, una “mobilitazione cittadina in difesa del voto popolare e del voto dei nostri fratelli delle zone rurali”. «Non possiamo più rimanere in silenzio. In passato è stata ignorata la voce dei cittadini su questioni come il sistema bicamerale; oggi vediamo con preoccupazione che si cerca nuovamente di ignorare il grido del popolo. Questa non è una lotta né di destra né di sinistra. È una lotta per il rispetto della volontà del popolo peruviano. Il voto dei nostri fratelli delle regioni vale quanto il voto di Lima. Tutti i peruviani valiamo lo stesso e meritiamo che la nostra decisione sia rispettata. Basta con la corruzione. Basta con gli abusi. Basta voltare le spalle al popolo. Invitiamo tutti i cittadini che credono nella democrazia e nel rispetto del voto popolare a farsi sentire”, indicavano nei volantini. LE FORZE ARMATE SI MOBILITANO Durante la giornata, mezzi di comunicazione alternativi come Noticias Live hanno riferito che a Ica (a sud di Lima) “sono iniziate le intimidazioni e la repressione nel quartiere Chino – Ica, dove sono stati inviati militari in vista di possibili blocchi. Non è ancora ufficiale, ma hanno già iniziato a intimidire la popolazione. «Vogliono dominarci a colpi di proiettile se protestiamo», sono state le parole di un padre di famiglia», ha indicato il media. ANP: SANZIONI CONTRO LE MARCE Da parte sua, l’Associazione Nazionale dei Giornalisti (ANP) ha informato che il sindaco di Lima, Renzo Reggiardo (Rinnovamento Popolare), ha annunciato sanzioni contro le marce nel centro storico. “Applicheremo la legge”, ha detto il sindaco; il che potrebbe surriscaldare ancora di più la situazione sociale. HILDEBRANDT SI PRONUNCIA Il famoso giornalista César Hildebrandt, sul suo account TikTok “Hildebrandt en sus 13”, si è pronunciato riguardo alla questione della frode sottolineando che “la frode ha preceduto le elezioni.  La frode è avvenuta prima, quando la coalizione corrotta che ci governa ha tessuto la sua ragnatela e ha snaturato la riforma elettorale, adattandola ai propri appetiti”. «È una frode che chi ha perso le elezioni del 2021 abbia finito per governare dal Congresso. È una frode che il fujimorismo, che dopo il primo turno detiene la maggioranza congressuale del 2026, pretenda di entrare a palazzo per assicurarsi di fatto un governo dittatoriale come quello di Alberto Fujimori. È una frode il fatto che abbiamo un Senato che bloccherà qualsiasi riforma sostanziale nel caso in cui qualcuno la proponga», ha indicato nel suo editoriale settimanale. Mentre prosegue lo spoglio dell’ONPE, il clima sociale continua a surriscaldarsi e le posizioni delle autorità alimentano la polarizzazione…   Redacción Perú
June 13, 2026
Pressenza
L’accanimento repressivo contro il dissenso continua a crescere
Queste le dichiarazioni di Antonella Bundu e Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) e di Francesca Ciuffi (SUDD Cobas) “La Questura di Prato, attraverso la Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali, ha notificato ad Antonella Bundu un verbale di accertamento di illecito amministrativo per il presidio antifascista tenuto in piazza Europa il 6 e 7 marzo 2026. La contestazione è la violazione dell’articolo 18, commi 1 e 3, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, così come modificato dall’articolo 9 del decreto-legge 24 febbraio 2026 n. 23, il cosiddetto “decreto sicurezza”. La sanzione prevista va da 1.000 a 10.000 euro e sarà quantificata dal Prefetto di Prato. Antonella Bundu ha potuto leggere la PEC solo ieri: il suo telefono è finito in mare durante il sequestro della Global Sumud Flotilla in acque internazionali da parte delle forze armate israeliane, e per settimane è rimasta priva degli strumenti per comunicare. La notifica di una sanzione per aver difeso la memoria della deportazione la raggiunge mentre ancora porta sul corpo l’esperienza di un’altra violenza di Stato, quella subita in mare per aver tentato di rompere l’assedio su Gaza. Cosa è successo davvero il 7 marzo? Il 7 marzo a Prato non è una data qualunque. Nel 1944, dopo gli scioperi operai contro l’occupazione nazista e i collaborazionisti fascisti, 133 cittadini pratesi furono rastrellati e deportati nei campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee. In pochi tornarono. In quella giornata di memoria il comitato neofascista “Remigrazione e Riconquista” aveva scelto di portare in piazza Europa, su appello nazionale, le proprie parole d’ordine sulla deportazione degli stranieri e sulla “remigrazione”. A questo la città ha risposto: lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, sindacato, associazioni e forze politiche hanno presidiato lo spazio pubblico perché in quella piazza, in quel giorno, non si celebrasse l’apologia di ciò che ottant’anni prima aveva riempito i vagoni diretti ai lager. Il verbale contesta a Bundu di aver contribuito al montaggio di una tenda, di aver preso pubblicamente la parola nel corso di una conferenza stampa e di aver diffuso sui propri profili social l’invito al presidio. Le si addebita, in sostanza, di aver fatto politica e antifascismo alla luce del sole. Non ci risulta che difendere la memoria di una deportazione e contrastare un raduno neofascista costituisca un pericolo per l’ordine pubblico: ci risulta semmai il contrario. Il profilo giuridico merita attenzione, perché è qui che si misura l’arbitrio. L’articolo 18 del TULPS è una norma del 1926, consolidata nel testo unico fascista del 1931. La Corte costituzionale lo ha colpito a più riprese: con la sentenza n. 27 del 1958, con la n. 90 del 1970 e con la n. 11 del 1979. Proprio quest’ultima ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il punto che equiparava i promotori della riunione a chi semplicemente vi prende la parola. Come ha documentato il costituzionalista Edoardo Caterina, il decreto sicurezza del 2026 ha di fatto riesumato quella previsione, reintroducendo la sanzione per “coloro che nelle riunioni predette prendono la parola”: una disposizione giuridicamente inesistente perché travolta dalla declaratoria di illegittimità del 1979. Contestare ad Antonella Bundu di aver “preso la parola” significa fondare un provvedimento punitivo su una norma che la Corte costituzionale ha cancellato dall’ordinamento mezzo secolo fa. C’è di più. Il decreto sicurezza viene presentato come una depenalizzazione, perché trasforma il reato di omesso preavviso, prima punito con l’arresto, in illecito amministrativo. Ma la sanzione pecuniaria introdotta (fino a 10.000 euro per l’omesso preavviso e fino a 12.000 per l’inosservanza delle prescrizioni) è ben più afflittiva della vecchia ammenda. Si toglie il timbro penale e si moltiplica per dieci il costo economico del dissenso. È una depenalizzazione di facciata che colpisce il portafoglio per scoraggiare la piazza. La notifica a Bundu non arriva da sola. Si aggiunge alle sanzioni già recapitate al Sudd Cobas per lo stesso presidio: a ciascuna delle sindacaliste e dei sindacalisti colpiti sono state contestate tre violazioni per omesso preavviso, fino a 10.000 euro, e due per non aver obbedito all’ordine di scioglimento, fino a 20.000 euro. È uno dei primi utilizzi in Toscana del nuovo decreto sicurezza, e non è un caso che colpisca chi organizza il conflitto sindacale e l’antifascismo militante. Lo stesso strumento, denuncia il sindacato, viene usato anche per punire chi sciopera: un attacco a 360 gradi alle libertà democratiche e al diritto di sciopero. Con il decreto sicurezza non è più la magistratura a decidere se e come punire chi manifesta: è la Questura ad avere la facoltà di comminare sanzioni pesantissime, senza dover passare dal vaglio di un giudice. La libertà di riunione viene sottratta al controllo di un tribunale e consegnata alla discrezionalità dell’autorità di pubblica sicurezza. È un arretramento dello Stato di diritto che riguarda tutte e tutti, non solo chi quel giorno era in piazza. Non è una vicenda solo pratese. A Firenze la Prefettura ha già notificato verbali con sanzioni fino a 10.000 euro a chi, il 28 marzo, aveva espresso contrarietà all’apertura della sede di Futuro Nazionale in piazza Tanucci. Il filo è evidente: si usa una norma di matrice fascista, rianimata da un governo di destra, per sanzionare l’antifascismo, lo sciopero e la solidarietà. Si protegge chi predica la “remigrazione” e si multa chi la contesta. C’è poi l’episodio che ha colpito i CARC per una contestazione alla sede di Fratelli d’Italia in piazza Oberdan. Insomma le destre provocano, tutelate dai loro ruoli di potere, chi risponde dal basso viene colpito dall’alto. Quello che è in gioco non è la regolarità di un preavviso, ma la libertà di riunione garantita dagli articoli 17 e 21 della Costituzione. Il decreto sicurezza si inserisce in una più ampia operazione di disciplinamento sociale: criminalizzare il dissenso, spaventare chi organizza il conflitto, alzare il prezzo della partecipazione politica fino a renderla un lusso. È la grammatica del capitalismo di guerra, che disinveste da salari e servizi pubblici per riversare risorse nel riarmo e ha bisogno di una società irreggimentata e silenziosa. Sinistra Progetto Comune e SUDD Cobas non si fanno ovviamente spaventare e anzi si impegneranno con tutte le altre realtà colpite per costruire una risposta ampia diffusa, che porti alla cancellazione di queste norme, oltre che all’annullamento delle sanzioni”. (s.spa.) Redazione Italia
June 13, 2026
Pressenza
L’Albania è in piazza contro la corruzione e per difendere il proprio patrimonio ambientale
Arrivato ieri, venerdì 12 giugno all’aeroporto di Tirana, prendo il pullman di linea che mi porta in centro. Percorro la via alberata che porta nella piazza principale di Tirana, Piazza Scanderbeg (in albanese Sheshi Skënderbej che è delimitata dal Museo della Storia dell’Albania, dal monumento all’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbegdi e dalla più antica Moschea della città. Sono arrivato nel momento della preghiera del venerdì e decine di fedeli stanno pregando all’esterno della piccola Moschea che non potrebbe con tenerli tutti. Mi imbatto subito in un lungo banchetto dove si stanno raccogliendo e autentificando le firme dei cittadini. Al banchetto, mi spiegano, si stanno raccogliendo firme per due referendum che hanno l’obiettivo di abrogare due leggi volute dal presidente Edit Rama. Parlo a lungo con una giovane donna che parla un ottimo Italiano e che mi spiega che le due leggi facilitano le speculazioni forzando i vincoli ambientali in nome della speculazione. Si è voluto in particolare favorire la figlia ed il genero del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump a tutti i costi. L’obiettivo è di raggiungere entro ottobre le 50mila firme certificate che imporranno al Presidente di indire il Referendum per i primi mesi del prossimo anno. Mi spiega che il sedicente partito “socialista” di Edit Rama nulla ha di Sinistra poiché oltre a svendere il Paese al capitale straniero favorisce gli oligarchi locali e le mafie ad essi collegate. Lei si dichiara di Sinistra, quella vera è di opposizione aggiunge. Tirana, le chiedo, appare come un gigantesco cantiere con grattacieli che spuntano come funghi. Senza troppi giri di parole mi spiega che sono il frutto di capitali mafiosi o parà mafiosi che vengono in questo modo riciclati in beni immobiliari. Ciononostante il prezzo degli affitti nel centro cittadino è esorbitante e si aggira sui mille euro. Il costo degli affitti è simile a quello di Milano, specifica, ma il salario minimo di chi lavora in regola è di 500 euro (diffuso però è il lavoro nero e precario). I salari media dei lavoratori si aggirano sui 700 euro ma anche nella periferia di Tirana gli affitti  sono di 500 euro. Molte famiglie possono vivere a Tirana perché il regime stalinista qualcosa di buono fece assegnando case che appartenevano allo Stato e successivamente vennero assegnate a chi vi abitava. Per le nuove coppie e per i giovani vivere a Tirana è impossibile anche perché i generi alimentari nei supermercati sono addirittura più cari che in Italia. A promuovere la raccolta di firme è il piccolo partito Shquiperia Behet (Albania si può fare) che alle ultime elezioni del 2025 ha eletto un deputato. Un giovane uomo mi spiega che si considerano un Partito di centro destra, ma parlando mi rendo conto che questa denominazione non ha nulla a che spartire con ciò che in Italia si definisce “destra” semplificando si potrebbero paragonare al Partito Radicale Italiano degli anni Settanta: un Partito che si propone di riformare lo Stato lottando contro la corruzione e per alcune riforme democratiche come la legge, recentemente da loro proposta e approvata dal Parlamento che ha permesso il voto agli Albanesi residenti all’estero. Per spiegarmi la situazione politica dell’Albania dice che si può fare un paragone con l’Italia di Bettino Craxi e di Silvio Berlusconi moltiplicata per dieci. Mi spiega che loro hanno proposto il referendum che necessita di 50 mila firme raccolte e certificate dai documenti di identità entro ottobre dopo i controlli il Presidente dovrà indire nei primi mesi del 2027 i due Referendum, ma loro sperano che il governo rassegni prima le dimissioni e che si arrivi al più presto a elezioni anticipate. Ci tiene a precisare che ora il referendum è uno strumento messo a disposizione del movimento e che i volontari che raccolgono le firme non sono solo del loro partito ma di chiunque abbia dato la sua disponibilità. Ci tiene a prendere le distanze dai partiti di estrema destra italiani e di chi segue la via di Trump. In sostanza si potrebbe definire come un Partito patriottico che lotta contro la corruzione, a favore di un vero stato di Diritto e liberale in economia. In piazza incontro invece i militanti dell’unico vero partito di sinistra che ha eletto a Tirana un deputato. Il sistema elettorale è proporzionale su base regionale, senza recupero nazionale, e quindi sfavorevole alle formazioni politiche minori. Il loro giovane partito si chiama Shquiperi e re (Nuova Albania) e si definiscono Socialisti Democratici e come tali sono impegnati soprattutto nella difesa dei Diritti delle Lavoratrici e dei Lavoratori, ma non escludono la collaborazione nelle battaglie contro la corruzione e per la difesa dell’ambiente con i due piccoli partiti di opposizione di centro destra (il terzo nasce da una scissione dello screditatissimo e corrotto Partito Democratico di Salis Berisha). Sono molto fortunato perché il compagno con cui parlo conosce la Storia politica dell’Italia e quindi che in Italia il termine “comunista” grazie ad Enrico Belinguer e al tentativo di costruire un fronte eurocomunista con i partiti Spagnolo e Francese, attraverso una via democratica lontana dal sedicente “socialismo reale” sovietico e per molti versi contrapposti al regime stalinista di Enver Hoxha, che infatti condannò senza appello i comunisti italiani. Il mio interlocutore è uno degli intellettuali di questa nuova formazione politica ed è impegnato nella traduzione in Albanese degli scritti di Antonio Gramsci: ha tradotto la Questione Meridionale e ora si sta dedicando alla traduzione dei Quaderni dal Carcere. Intanto in piazza la gente continua a con fluire esponenzialmente ben oltre la decina di migliaia di persone di ogni età. Gridano “Revolution, revolution!”, “Rama e Berisha in prigione!”. Le manifestazioni, I dette da conosciuti rappresentanti della società civile, vanno ben oltre la forza dei tre piccoli partiti della vera opposizione parlamentare: alta è la percentuale di giovani e giovanissimi, molte le famiglie che sfilano al completo alcune con culle o passeggini. Per i più grandicelli, di tre, quattro, cinque anni è allestito uno spazio con volontari che offrono colori per disegnare su lunghissimi fogli stesi in terra dopo che il corteo si è trasformato in un presidio nei pressi degli uffici del presidente. Dopo un ora di fischi e proteste si riforma il corteo che si ingrandisce sfilando. Tante sono le bandiere albanesi, rosse con un’aquila a due teste nera. Molti hanno cartelli fatti da sé o sagome di Fenicotteri Rosa. Lo striscione più grande recita perentorio “L’Albania non è in vendita!” Il Compagno del partito socialista democratico mi spiega che gli Albanesi hanno un forte legame con la propria Terra, ma che questo patriottismo è immune da ogni forma di sentimento ultranazi e suprematista. Lo striscione più grande recita perentorio “L’Albania non è in vendita!”. Mauro Carlo Zanella
June 13, 2026
Pressenza
Comprendere la Rivoluzione dei Fenicotteri in Albania
L’articolo, di cui pubblichiamo qui una breve sintesi è un vero e proprio saggio di Gresa Hasa dottoranda presso la Facoltà di Giurisprudenza e il Centro di Studi sull’Europa sud-orientale dell’Università di Graz. L’articolo, in lingua Inglese si intitola “Comprendere la Rivoluzione dei garofani in Albania Come un progetto immobiliare di Jared Kushner è diventato punto di riferimento contro il capitalismo clientelare” ed è stato pubblicato da “Rosa Luxembourg Stiftung”. Nel corso delle ultime due settimane, i cittadini di tutta l’Albania sono scesi in piazza in proteste di massa contro il governo. Unico precedente di questo evento sono state le mobilitazioni successive al crollo della dittatura stalinista nel 1991 Che chiedevano libertà e democrazia. Queste proteste prendono di mira sia la maggioranza di governo del “socialista” Edi Rama che l’opposizione principale dei “Democratici” guidati da Salis Berisha, politici corrotti che i manifestanti vorrebbero in prigione. Le proteste odierne riflettono una profonda crisi di rappresentanza politica e una crescente contestazione del modello socio-economico che ha plasmato l’Albania negli ultimi tre decenni. La scintilla che ha innescato le proteste è stata l’approvazione di progetti di sviluppo turistico di lusso sull’isola di Sazan, appartenente al Parco Nazionale Marino di Karaburun-Sazan, e nella laguna di Narta, compresa la spiaggia di Pishë-Poro a Zvërnec, che fa parte del Paesaggio Protetto di Vjosa-Narta. L’area costituisce un ecosistema critico nel Mediterraneo , fungendo da tappa fondamentale per gli uccelli migratori che si spostano tra l’Europa e l’Africa. Ospita inoltre una straordinaria biodiversità, fornendo habitat a oltre 200 specie, tra cui animali emblematici come la tartaruga caretta, la foca monaca del Mediterraneo e la rana acquatica albanese, oltre a pellicani e fenicotteri, diventati il simbolo del movimento. Nel 2004, il governo albanese ha concesso alla regione di Vjosa-Narta lo status di Paesaggio Protetto , una designazione ulteriormente rafforzata dalla Legge sulle Aree Protette del 2017. La legge è stata successivamente modificata nel 2024 , indebolendo le restrizioni di lunga data sulle costruzioni all’interno di queste zone e sollevando preoccupazioni sul fatto che gli obiettivi di conservazione venissero subordinati agli interessi privati. Nello stesso anno, i media statunitensi hanno riportato i piani di Ivanka Trump e di suo marito, Jared Kushner, di sviluppare un progetto di turismo di lusso nella zona, che include un resort da 1,4 miliardi di dollari sull’isola di Sazan e un progetto da 4,7 miliardi di dollari a Zvërnec , vicino alla città costiera di Valona. Il progetto, noto come Zvërnec South Adriatic Development, è portato avanti da Atlantic Incubation Partners, una società collegata al fondo Affinity Partners di Jared Kushner . Il governo albanese ha concesso ad Atlantic Incubation Partners lo “status di investitore strategico”, permettendole di beneficiare di procedure di approvazione accelerate e di altre disposizioni speciali previste dal quadro di investimento strategico albanese. Inoltre, un’indagine del Balkans Investigative Reporting Network (BIRN) ha rivelato un controverso intreccio di interessi economici e politici locali dietro la famiglia presidenziale americana, tra cui individui legati ad accuse di criminalità organizzata, cattiva condotta giudiziaria e uno degli oligarchi più potenti dell’Albania, Shefqet Kastrati. Mentre il Primo Ministro albanese Edi Rama insistite sul fatto che il progetto non esista ancora, i lavori preparatori sono già in corso in violazione delle normative vigenti. Nei giorni scorsi è emerso che il governo aveva ufficialmente approvato la costruzione del progetto nel gennaio 2025, attraverso un processo decisionale non trasparente che è sfuggito in gran parte al controllo pubblico. Le proteste a Zvërnec sono iniziate il 23 maggio. Residenti locali e attivisti hanno condannato l’intervento in un’area protetta, sostenendo in particolare che si trattava di un’appropriazione indebita di terre a vantaggio di miliardari stranieri, oligarchi con forti legami politici e dell’establishment politico che aveva reso possibile il progetto. Il 30 maggio, mentre i cittadini si riunivano pacificamente a Zvërnec, furono attaccati dalle guardie di sicurezza private di Kastrati, che arrestarono anche uno dei manifestanti , mentre la polizia statale si rifiutò di intervenire. Per molti, questo episodio divenne un’ulteriore prova della complicità del governo in un progetto sospetto e dell’incapacità dello Stato di tutelare i propri cittadini. Un’ondata di mobilitazione più ampia, trasformó quella che era iniziata come una lotta ambientale locale in un movimento di protesta nazionale. Sentendosi traditi tanto dal partito di governo (“socialista”) quanto da quello di opposizione (“democratico”) I cittadini hanno costruito nuove forme di organizzazione e resistenza collettiva.   Redazione Italia
June 13, 2026
Pressenza
Restano detenuti in Libia gli attivisti del Convoy per Gaza. Riportiamoli a casa
E’ ormai dal 24 maggio che dieci attivisti del Land Convoy della Global Sumud Flotilla sono stati sequestrati in Libia mentre cercavano di raggiungere Gaza con aiuti umanitari via terra. Durante le trattative all’ultimo check point a Sirte sono stati catturati. Tra loro ci sono anche Dina Alberizia e Domenico […] L'articolo Restano detenuti in Libia gli attivisti del Convoy per Gaza. Riportiamoli a casa su Contropiano.
June 13, 2026
Contropiano
Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni Trenta
Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso. Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna. […] L'articolo Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni Trenta su Contropiano.
June 13, 2026
Contropiano
Minority Report è legge. Tutti sorvegliati, tutti sospetti
Il riconoscimento facciale entra nelle mani delle questure: la nuova frontiera della sicurezza è il controllo biometrico della popolazione Per anni ci hanno detto che era fantascienza. Che il mondo di Minority Report, dove gli individui vengono controllati, profilati e sospettati prima ancora di aver commesso un reato, apparteneva soltanto […] L'articolo Minority Report è legge. Tutti sorvegliati, tutti sospetti su Contropiano.
June 13, 2026
Contropiano
Buona festa della mamma a tutte le madri invisibili – di Nadir Dendoune
Qualche giorno fa, in occasione della "festa della mamma", che in Francia si festeggia il 31 maggio, il giornalista, scrittore e regista Nadir Dendoune ha reso omaggio a sua madre, Messaouda, arrivata dall'Algeria nel 1959, e a tutte le "madri invisibili". Critica a un sistema che relega gli anziani in secondo piano e abbandona [...]
June 12, 2026
Effimera
Atene, Prosfygika resiste. Amnesty International chiede di fermare gli sgomberi
130 giorni di sciopero della fame, l’ONU esamina il caso, il Parlamento Europeo si mobilita e cresce la solidarietà internazionale, ma le autorità greche confermano il piano di espulsione dei 400 residenti della storica comunità autogestita di Atene. La battaglia di Prosfygika entra in una fase sempre più drammatica. Ad Atene, nel cuore della capitale greca, Aristotelis Chantzisha raggiunto il 130° giorno di sciopero della fame contro il progetto di sgombero e riqualificazione della storica comunità occupata, mentre cresce la pressione internazionale sulle autorità elleniche affinché fermino il piano di espulsione dei circa 400 residenti del quartiere. La protesta, iniziata il 5 febbraio, è ormai diventata uno dei più importanti conflitti urbani e sociali d’Europa. Le condizioni di salute di Chantzis sono gravemente peggiorate e la preoccupazione per la sua vita aumenta di giorno in giorno. Al suo fianco c’è Suzon Doppagne, che il 1° maggio ha avviato uno sciopero della fame in solidarietà e si avvicina ormai ai cinquanta giorni di digiuno. Altri membri della comunità, alcuni dei quali con seri problemi di salute, hanno annunciato la loro intenzione di unirsi alla protesta se le autorità continueranno a ignorare le richieste della comunità. Al centro della vertenza vi è il piano approvato nel giugno 2025 dal governo regionale dell’Attica, che prevede lo sgombero e la cosiddetta “riqualificazione” di Prosfygika. L’intervento sarà finanziato con circa 15 milioni di euro provenienti dall’Unione Europea. Gli abitanti denunciano però che nessuna soluzione concreta è stata presentata per garantire il ricollocamento delle centinaia di persone che vivono nel quartiere: famiglie con bambini, rifugiati, anziani, pazienti oncologici, parenti di malati ricoverati nei vicini ospedali e persone inserite in programmi di recupero e disintossicazione. Quella che viene presentata come un’operazione di edilizia sociale viene contestata da residenti, giuristi e organizzazioni per i diritti umani come un possibile caso di espulsione sociale e gentrificazione. Il timore è che dietro la retorica della rigenerazione urbana si nasconda la cancellazione di una delle più significative esperienze di autogestione, mutualismo e solidarietà presenti nella capitale greca. Negli ultimi mesi il caso ha assunto una dimensione internazionale sempre più rilevante. Una delegazione della comunità si è recentemente recata a Bruxelles, dove ha incontrato oltre venti eurodeputati. Secondo quanto riferito dall’avvocato Nikos Kolokotronis, membro della Commissione per la Promozione e la Difesa della Comunità e della sua Memoria Collettiva, tutti gli europarlamentari incontrati si sono impegnati a sostenere la lotta di Prosfygika attraverso interrogazioni parlamentari, dichiarazioni pubbliche e iniziative politiche urgenti. Particolare attenzione è stata rivolta alle presunte irregolarità che caratterizzerebbero il contratto finanziato dall’Unione Europea, incluse possibili violazioni dei principi di partecipazione e consultazione delle comunità interessate. Anche Amnesty International è intervenuta pubblicamente. Il 27 aprile l’organizzazione ha chiesto la sospensione immediata dei piani di sgombero forzato, esprimendo forte preoccupazione per possibili violazioni di diritti fondamentali e costituzionalmente garantiti. Amnesty ha invitato le autorità greche a esaminare le richieste avanzate dagli scioperanti della fame e dagli abitanti del quartiere nel rispetto degli standard internazionali sui diritti umani. Nel frattempo la vicenda è arrivata anche alle Nazioni Unite. Una denuncia formale è stata infatti presentata al Relatore Speciale ONU sul diritto a un’abitazione adeguata, che avrebbe deciso di assumere il caso alla luce delle possibili implicazioni in materia di diritti umani derivanti dal previsto sgombero. La comunità di Prosfygika continua intanto a mobilitarsi e ha lanciato un appello per una nuova manifestazione in piazza Syntagma, ad Atene e per iniziative di solidarietà in Grecia e nel resto del mondo. Nella dichiarazione diffusa dagli abitanti si legge che questa è una lotta che riguarda la dignità, la sopravvivenza e il diritto all’autodeterminazione di una comunità che da anni costruisce dal basso forme di sostegno reciproco, accoglienza e convivenza. Prosfygika non è soltanto un quartiere. È un simbolo di resistenza urbana e sociale. Per i suoi abitanti il conflitto in corso non riguarda esclusivamente la difesa di alcune abitazioni, ma la sopravvivenza di un’esperienza collettiva che rappresenta un’alternativa concreta alla mercificazione delle città e alla trasformazione dello spazio urbano in terreno di profitto. Dopo 130 giorni di sciopero della fame, e con l’attenzione di Amnesty International, del Parlamento europeo e delle Nazioni Unite ormai puntata sul caso, il futuro di Prosfygika è diventato una questione che supera i confini della Grecia e interroga l’intera Europa sul diritto alla casa, alla città e all’autorganizzazione sociale.   Osservatorio Repressione
June 12, 2026
Pressenza
Con il Patto europeo su migrazione e asilo da oggi un essere umano vale 20.000 euro
“Da oggi in Europa basta pagare 20.000 euro per liberarsi di un essere umano. Non è un film distopico, è il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, approvato nel 2024 e attivo proprio da oggi in tutti e 27 gli Stati membri. Se uno Stato non vuole accogliere persone migranti, potrà semplicemente pagare per sbolognare la faccenda ad altri”. Lo afferma su Instagram la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi. “Questi soldi” continua Linardi “potranno essere utilizzati per rafforzare le infrastrutture di frontiera, come fili spinati, centri di detenzione e CPR, oppure per rafforzare la cooperazione con i cosiddetti Paesi terzi sicuri. Uno dei capisaldi del patto è il concetto di Paese di origine sicuro e quello di Paese terzo sicuro, dove l’Unione Europea può rispettivamente rimpatriare e deportare le persone sgradite. Tuttavia, in questi Paesi si registrano spesso situazioni di abuso dei diritti umani, sia nei confronti delle persone migranti di passaggio che dei propri cittadini. Tutto questo è completamente ignorato dall’Unione Europea, che intende portare avanti il suo piano senza tener conto delle valutazioni della società civile e delle organizzazioni internazionali, ma anche del suo stesso garante. Non siamo davanti a una serie di tecnicismi” conclude la portavoce di Sea-Watch, “ma a un attacco ai valori fondanti dell’Unione Europea, nata proclamando diritti e dignità, che oggi invece manda un messaggio molto chiaro: le persone migranti non sono più titolari di diritti, ma un problema di cui disfarsi nel più breve tempo possibile. La domanda è semplice e scomoda. Se un essere umano ha un prezzo, che fine hanno fatto i suoi diritti?”   Sea Watch
June 12, 2026
Pressenza