R-esistere non è importante…è l’unica cosa che conta!Nel secondo giorno del Festival della Nonviolenza/Eirenefest emerge la
molteplicità delle forme torinesi di lotta.
Alcune considerazioni molto interessanti sono state elaborate sabato 3 ottobre
alla tavola Rotonda “R-esistenze in città” che si è svolta presso la sede di
Volere La Luna di Via Trivero, nell’ambito del Festival della Nonviolenza e
della resistenza civile/Eirenefest Torino 2026.
Sono intervenuti i rappresenti di diverse realtà locali: Maria Cariota
(Assemblea Pellerina), Ortensia Romano (Vanchiglia Insieme), Maria Teresa
Silvestrini (Scuola per la Pace), Sara Munari (Torino per Gaza), Maria Matteo
(Assemblea Antimilitarista) con il saluto di Giovanni Limone (Volere la luna) e
coordinati dal professor Dario Padovan (sociologo, Università di Torino).
Dopo l’apertura di Giovanni Limone, proprio il sociologo, nel suo incipit, ha
indagato il significato della parola resistenza, partendo da quello più
immediato: fare quello che qualcuno non vuole che si faccia (una persona, una
categoria sociale, un popolo) e, applicandolo al periodo attuale, chiedendosi
cosa voglia dire resistere al giorno d’oggi.
Diventa anzitutto necessario mettere in relazione il pensiero (cioè
l’identificazione chiara e precisa dell’oggetto) con la pratica di resistenza.
Padovan coglie la continuità con il passato nelle pratiche di genocidio e di
ecocidio, essenza dei processi di deumanizzazione e denaturalizzazione,
annichilimento e distruzione progressiva di esseri umani e di ambienti.
Il primo atto di r-esistenza diventa quindi “ri-umanizzare le relazioni
personali”, economiche, ecologiche, reintegrando il rapporto dell’Umanità con la
natura.
Subito dopo, la rappresentante dell’Assemblea Pellerina No Ospedali ha posto
l’accento sulla difficoltà di confronto con degli interlocutori, in primis le
istituzioni, che agiscono spesso ignorando le leggi che dovrebbero vincolarle
nei rapporti con i cittadini, ad esempio non rispettando l’obbligo di produrre
valutazioni ambientali e strategiche e privando la cittadinanza del dibattito
pubblico e del confronto.
Alle azioni intraprese dal Comitato quali l’approfondimento delle tematiche, con
ricorso ad esperti del settore, interrogazioni, osservazioni ed integrazioni,
non ci sono state risposte che, invece, ai sensi della legge
sull’amministrazione trasparente, sarebbero dovute arrivare nel breve periodo.
Un altro aspetto di violenza, stavolta economica, è il ricatto con cui viene
prospettata la possibilità, in caso il ricorso al Tar venga respinto, che il
Comitato venga condannato al pagamento di tutte le spese processuali. Da questa
situazione si può uscire solo con “condivisione e solidarietà”.
La rappresentante di Torino per Gaza sottolinea la matrice comune di tutte le
realtà presenti nella lotta e nella resistenza contro il sistema oppressivo.
La lotta del popolo palestinese è il paradigma di una lotta tra oppressi che
lottano per la libertà ed oppressori che lottano per la supremazia totale. Ci
insegna che la resistenza è anche adattamento, come la capacità del popolo
palestinese di squarciare il velo di omertà (e la sistematica eliminazione
fisica dei giornalisti) imposto da Israele e dall’informazione mainstream,
semplicemente iniziando a riprendere gli orrori della vita quotidiana e metterli
su Instagram.
Altri aspetti interessanti da lei evidenziati sono il progressivo riconoscersi
come Umanità resistente ad un sistema cancerogeno e la crescente diffidenza nei
confronti dei media, con la ricerca da parte delle persone, anche se non
schierate politicamente, di fonti attendibili ed alternative alla narrazione di
regime a cui ormai si inizia a non credere più.
Questo porta ad una riflessione sul significato di libertà: è ormai piuttosto
evidente che essere liberi non significa vivere in Europa, avere potere
d’acquisto ed andare a votare, ma che il senso sia ben altro, in primis vivere
con dignità e costruire relazioni solidali con i propri simili.
La delegata di Scuola per la pace denuncia la “Controriforma” in atto da più di
30 anni, che ha portato al progressivo smantellamento della scuola pubblica,
depauperata di risorse materiali ed intellettuali, ormai costruita per
“formattare” le soggettività di insegnanti e studenti, trasformati
rispettivamente in piccoli burocrati ed in piccoli automi obbedienti.
Come conseguenza della mancanza di senso critico, rischia di passare quasi
inosservato il tentativo di preparare le nuove generazioni al bellicismo,
strutturando anche nella scuola il concetto di “guerra come normalità”.
Anche la scuola, come tutta la società, viene bombardata da messaggi bellicisti,
sviluppati attraverso un’invasione di forze dell’ordine e forze armate a tutti i
livelli, dai pattugliamenti esterni alle aree scolastiche all’utilizzo di
militari e poliziotti nel ruolo di “formatori” o, per i più piccoli, con
attività ludiche quali la visita a mezzi militari (tra cui carri armati).
La strategia comunicativa del Ministero della Difesa è piuttosto esplicita (si
trovano online i Piani Annuali di Comunicazione) e punta a far “interiorizzare”
nella popolazione italiana la necessità della difesa armata e violenta come
“architettura cognitiva di resistenza nazionale”.
L’esempio è quello dello Stato di Israele che, fin dalla sua nascita, ha
lavorato su tutti i livelli sociali e culturali al fine di creare una società
bellicosa, violenta e guerrafondaia.
Le voci critiche nelle scuole esistono, ma il problema è il collegamento tra i
gruppi e la pubblicizzazione delle iniziative che possono creare esempi virtuosi
“di imitazione”.
Passando al comitato Vanchiglia Insieme, la sua evoluzione si può forse
sintetizzare con un commento della sua rappresentante, verso la fine
dell’intervento: “Siamo nati per organizzare le feste per bambini, stiamo
acquisendo una consapevolezza politica”.
Vanchiglia Insieme nasce infatti per rispondere alla necessità di ricreare
legami sociali nel quartiere, quando ad un certo punto viene loro tolto lo
spazio fisico di relazione e di organizzazione. L’attività diventa la necessità
di riconquistare, in maniera non violenta, gli spazi negati, ri-abitando il
quartiere occupato dai militari, con l’obiettivo di restituirne gli spazi agli
abitanti, primi tra tutti i bambini .
Diventa dunque necessario acquisire competenze e conoscenze, costruendo
riflessioni e visioni alternative a quell’immagine artificiale di pericolosità
che rende necessari controlli accurati, da parte delle forze dell’ordine, anche
sui partecipanti ad una sessione collettiva di filatura con l’uncinetto.
Un’attività importante diventa impostare una narrazione “diversa”, coinvolgendo
e creando reti di cittadini, evitando la polarizzazione delle posizioni come
invece sta tentando di fare la stampa mainstream.
Viene preso ad esempio il “caso” delle piste ciclabili scoppiato recentemente e
purtroppo a causa di eventi luttuosi, in cui i media stanno cercando di
criminalizzare e mettere gli uni contro gli altri gli automobilisti, i ciclisti
ed i pedoni che invece hanno l’interesse comune di avere strade sicure e quindi
tutto l’interesse a collaborare tra loro.
L’Assemblea antimilitarista, sottolineando la vocazione internazionalista del
movimento contro la guerra, richiama l’attenzione sulla necessità di decostruire
il luogo comune “Italiani brava gente”, ricordando che l’Italia, nel suo
trascorso coloniale, si è comportata esattamente come tutti gli altri Stati,
compiendo stragi efferate nei confronti di Slavi, Trentini, Ladini, Sloveni,
Croati, Libici, Eritrei, Somali ma che non ha fatto i conti con il suo passato
genocida.
In tempi più recenti, la missione in Somalia Restore Hope del 1996 (in cui era
presente, tra gli altri, Roberto Vannacci) ha visto i soldati italiani
protagonisti di diversi atti violenti sulle popolazioni.
Con la stessa indifferenza di allora, oggi gli Italiani stanno compiendo delle
azioni spietate nel Mediterraneo nei confronti dei migranti.
Come reagire? Secondo l’Assemblea obiettivo prioritario è lottare per la
chiusura delle fabbriche di armi a Torino e contro il ripristino della leva
obbligatoria.
Qualcuno dal pubblico ha poi sottolineato la mancanza nel dibattito di una
componente della r-esistenza sui luoghi di lavoro.
Ciononostante, come evidenziato dal grande sciopero del 3 ottobre 2025, ci
sembra doveroso mettere in rilievo che questo incontro ha percepito e
valorizzato la presenza di mille rigagnoli di r-esistenti che scorrono dalla
stessa parte, purtroppo quasi sempre paralleli tra loro.
La grande scommessa sarà riuscire a farli confluire in uno stesso, unico,
poderoso fiume che segni un confine ed un argine alla “deumanizzione” ed alla
“denaturalizzazione” che imperversano bruciando territori, persone e coscienze.
Gianluca Gabriele