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No Kings in Firenze
Sabato pomeriggio davanti a Palazzo Vecchio a Firenze si sono radunati per la terza volta gli statunitensi della comunità fiorentina in occasione di No Kings,  evento globale che oltre a coinvolgere moltissime città degli U.S. ha avuto corrispondenza in europa e a Roma con una manifestazione nazionale partecipatissima a cui hanno aderito Ampi Arci Cgil insieme a molte altre realtà italiane di opposizione alla guerra/e. Rivolgiamo alcune domande a Johon cittadino statunitense, militante nel sindacalismo italiano, residente da molti anni a firenze, compagno di molte lotte ed animatore della comunità statunitense Fiorentina. Anche a Firenze No King III, una partecipazione affollata colorata con canti e slogans , quale è lo spirito di queste proteste che appaiono diverse da quelle molto politizzate che siamo abituati a vedere nelle piazze italiane ? La nostra 3^ Giornata No Kings! A Firenze, dopo quello del 14 giugno e 18 ottobre scorsi, fa parte di quella mobilitazione partita dagli Stati Uniti con manifestazioni in oltre 3.250 mila città e paesi ma anche all’estero con manifestazioni No Kings! promosse dalle comunità statunitensi in Italia a Roma, Torino, Milano, Bologna, Venezia, Todi ma anche in tantissime città europee come Reykjavik, Dublino, Londra, Lisbona, Madrid, Barcellona, Parigi, Ginevra, Zurigo, Stoccolma, Vienna, Amsterdam, Berlino, Monaco, Francoforte, Salonicco. La manifestazione a Firenze è stata promossa da 3 realtà: Good Trouble Firenze (formato dopo l’inaugurazione di Trump all’inizio del 2025), Women’s March Florence (creato all’inizio della prima amministrazione Trump nel 2016) e Statunitensi contro la Guerra – Firenze (formato nel lontano 1990 prima della 1^ guerra statunitense contro Iraq nel 1991). Molti membri dei gruppi sono anche trasversali e includano persone di orientamento liberal ed altri con politiche radical-socialista. Ovviamente il modo di fare politica in piazza degli statunitensi è diverso da quello degli italiani, ma sarebbe sbagliato considerarlo meno “politicizzato”. I temi sollevati erano prettamente politici com’era anche il volantino distribuito che affrontavano tante questioni politiche importanti. A questa manifestazione a Firenze hanno aderito, anche con interventi, attivisti fiorentini a testimoniare la necessità di costruire un movimento globale che contrasti le follia della guerra, l’imperialismo  e il rinascente colonialismo. Pensi che anche negli U.S. con il movimento No Kings, spontaneo dal basso e che coinvolge grandi strati di popolazione subordinata, neri,latinoamericani, immigrati di varie nazionalità, si possa giungere ad una convergenza di lotte internazionaliste?   Sì. La stessa politica razzista e guerrafondaia del Governo Trump che attacca lo stato di diritto negli USA e il sistema di diritto internazionale nel mondo crea le condizioni e la necessità di dare un respiro internazionale alle lotte per la pace e la giustizia negli USA. La cosa importante è creare una consapevolezza fra le persone che vogliono resistere alle politiche di Trump che il Partito Democratico storicamente rappresenta una parte del problema dell’imperialismo della classe dirigente negli USA e non parte della soluzione. In questo senso, il sistema elettorale maggioritario controllato dai Repubblicani e dai Democratici presenta dei limiti enormi alle possibilità di creare un’alternativa politica progressista negli USA. Da una parte è fondamentale sconfiggere, adesso più che mai, i Repubblicani alle urne, dall’altra parte è necessario creare delle forze politiche autonome, sia all’interno del Partito Democratico che all’esterno. Foto di Cesare Dagliana NO kings III in Florence No Kings III in Florence No Kings III in Florence No Kings III in Florence No Kings III in Florence No Kings III in Florence No Kings III in Florence No Kings III in Florence No Kings III in Florence Redazione Toscana
March 31, 2026
Pressenza
Un intenso sabato a Milano
A volte, sia come attivisti che come redattori di Pressenza, si è combattuti su dove andare a dare un supporto, tra le tante iniziative che avvengono in città. Così ieri, aiutato da una bella giornata e dalla mia bici, sono corso di qua come un’ape in mezzo ai fiori. Ore 15.30: sono in piazzale Lodi a vedere la partenza della marcia dei Bruchi che compie la sua ultima tappa, il brillante John anima il piccolo ma colorato gruppo di attivisti pronti ad incamminarsi verso l’estrema periferia milanese. La musica africana li accompagna, il desiderio di far conoscere i drammi che avvengono in quel continente troppo dimenticato. Ore 16.00: passo in corso di Porta Romana: hanno appena scoperto una targa per Franca Rame e Dario Fo, sotto l’appartamento dove hanno vissuto. Una targa che cerca di farsi spazio a fatica tra le insegne della banca più armata d’Italia. Diciamo che forse, oggi, Franca e Dario sarebbero stati altrove, in mezzo ad attivisti e attiviste. Ore 16.30: piazza Scala, una cinquantina di donne raccolte intorno ad un grande striscione; diverse di loro, sedute sulle poche panchine, cuciono frammenti di stoffa per abbellire e dare colore ed anima ad un movimento pacifista che dovrebbe riempire le piazze. Altre si incontrano, parlano, discutono. Ore 16.50: piazza Castello, stanno riordinando, sono gli statunitensi democratici che appoggiano le manifestazioni No Kings: anche loro hanno cartelli e un personaggio, grande e colorato, per animare il passaggio. Ripenso a quando, abitando all’estero, ci sentivamo dire da tutti: “Ma chi è quell’impresentabile che avete al governo?” Era il cavaliere. Noi si manifestava, vergognandoci del nostro Paese. Ore 17.10: passo in piazza Cordusio, sta terminando il classico corteo del sabato per la Palestina, dal camion si invita tutti ad aderire al neonato comitato per la difesa dei prigionieri politici palestinesi. Anche qui, si resiste. Ore 17.30: via Hoepli, intorno alla libreria che rischia seriamente la chiusura, un folto assembramento circonda un microfono insufficiente; i cittadini sostengono i lavoratori e le lavoratrici che cercano di difendere il loro impiego e uno spazio di cultura di questa città. Diciamo che, paragonato alla durezza delle cause incontrate nel pomeriggio, qui forse le forze ci sono per vincere la lotta.   Ore 18.00: siamo in piazza Duomo, dall’ormai usuale presenza in piazza per la Palestina ci colleghiamo in videochiamata con alcuni della Local March che in questi giorni vanno da Milano a Lecco. Parliamo con Grazia, storica figura di piazza Duomo, che ogni giorno dispensa cartelli a tutte e a tutti. Ha quasi 80 anni, ma è lì a camminare, sorridente, un esempio che commuove.  Mi metto col mio cartello, sarà l’ultima ora di un pomeriggio intenso. Dopo un po’ mi si para davanti una mia vecchia studentessa, iraniana, siamo emozionati entrambi, anni che non ci vediamo, le chiedo come sta, leggendo subito la risposta nei suoi occhi: “Mia madre -mi dice- riesce a chiamarmi per due minuti, una volta alla settimana”. Parliamo un po’, mi presenta il suo fidanzato, mi dice che stima moltissimo quello che facciamo. Ci invitiamo entrambe a resistere. Non so mai, in questi casi, se ci si puo’ abbracciare o meno: come faccio di solito, mimo il gesto a distanza, lei si avvicina e ci abbracciamo. La domanda è sempre di più la stessa: “Ma in che mondo viviamo?” Un pomeriggio milanese, faticosi ma importanti frammenti di lotte.  In serata le immagini che arrivano dalle piazze statunitensi, da Londra, da Roma confortano. Probabilmente non siamo ancora all’altezza degli obiettivi che abbiamo davanti, saranno le condizioni che ci faranno diventare tali. Andrea De Lotto
March 29, 2026
Pressenza
Palermo è una delle “10 100 1000 piazze di donne per la pace”
Oggi 28 marzo 2026 ricorre esattamente un mese dall’inizio della guerra in Medio Oriente, scatenata dopo gli attacchi militari degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, avvenuti il 28 febbraio 2026. “A seguito di questi eventi – dice Bijou Nzirirane al presidio delle donne per la Pace – il conflitto si è rapidamente intensificato, coinvolgendo più attori regionali e producendo impatti geopolitici e umanitari di vasta portata. A Dubai, cittadini e persone attratte dalla ricerca di benessere e turismo, oppure solo di passaggio, si sono trovate improvvisamente di fronte alla realtà della guerra, testimoniando un’escalation che ha investito territori fino ad allora considerati marginali rispetto alle dinamiche belliche”. “L’Europa rimane in silenzio, stupita e preoccupata. L’uomo solo al comando continua ad agire, colpendo senza distinzione. Solo il presidente spagnolo si è espresso categoricamente, affermando che l’attacco dell’Iran non ha giustificazioni secondo le leggi internazionali. Recentemente si è registrato un leggero cambiamento nello stato di stallo tra i paesi del G7”. “Riflettendo sull’attacco russo all’Ucraina, il silenzio dei leader europei genera imbarazzo. Non si comprende perché non si sia reagito immediatamente di fronte a una violazione del diritto internazionale. La distinzione tra aggressore e vittima appare chiara, ma il silenzio europeo lascia spazio a dubbi e preoccupazioni”. “La guerra in Medio Oriente ha già prodotto significativi effetti economici globali: il conflitto ha causato un forte aumento dei prezzi dei carburanti e dell’energia, in parte dovuto alla diminuzione del traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa un terzo della produzione energetica mondiale”. “Il protrarsi delle tensioni ha portato a incrementi dei prezzi del petrolio e del gas naturale, con conseguente pressione inflazionistica e rischi di recessione economica in Europa. Analisti europei avvertono della possibilità di una situazione di stagflazione (inflazione in aumento e crescita economica contenuta). La Banca Centrale Europea ha riconosciuto che la guerra sta influenzando i settori dell’energia e dei trasporti. Il 26 marzo l’OSCE (Organization for Security and Co-operation in Europe) ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita economica in Europa”. “In termini concreti, se la guerra dovesse continuare, l’Italia potrebbe affrontare una contrazione del PIL, una diminuzione del potere d’acquisto e un peggioramento delle condizioni di vita per molte famiglie, con conseguenze dirette sui diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, come l’accesso alla salute, all’istruzione e alla casa”. “Recentemente abbiamo assistito a una vittoria significativa per la difesa della Costituzione: 15 milioni di cittadini italiani hanno votato al referendum. Vogliamo continuare a lottare per l’attuazione della costituzione. Siamo oggi in piazza per riaffermare l’importanza dell’articolo 11, che stabilisce: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali volte a tale scopo.” “Il voto del 23 marzo dimostra che possiamo non solo indignarci, ma anche agire concretamente per difendere la pace. È essenziale ricordare che le guerre producono sofferenze umane di enorme portata: morti, feriti, sfollati, traumi fisici e psicologici, violazioni dei diritti umani, odio e divisioni tra comunità. Tali drammi non riguardano solo il Medio Oriente, ma anche altre aree in conflitto, come Ucraina, Sudan, Congo e Nigeria, tanti altri territori che non vengono neanche citati”. “La guerra in Medio Oriente dimostra che anche conflitti lontani possono avere conseguenze profonde e dirette per l’Europa e l’Italia, sia dal punto di vista economico sia sociale e politico. È fondamentale promuovere soluzioni diplomatiche e negoziate, sostenere iniziative volte alla pace e pretendere il rispetto del diritto internazionale. L’ attacco all’ Iran, insegna che anche chi sembra distante può trovarsi indirettamente coinvolto e che domani la guerra può arrivare effettivamente anche in Italia. La presenza di basi come quella di Sigonella, utilizzata per operazioni e sorveglianza nei teatri di crisi del Medio Oriente e del Nord Africa, evidenzia che l’Italia è già coinvolta, in termini logistici e strategici, in dinamiche geopolitiche complesse che vanno oltre l’orizzonte nazionale”. “Non possiamo rimanere indifferenti. Oggi il nostro sguardo va alle donne che hanno dedicato il loro tempo per tessere un ‘tappeto di pace’, gesto simbolico per richiamare l’urgenza di fermare le guerre. Ogni 24 del mese, anche tu puoi fare un gesto partecipando al Presidio Donne per la PACE per sollecitare le istituzioni e la politica a promuovere soluzioni diplomatiche e negoziate, sostenere iniziative volte alla pace e al disarmo e pretendere il rispetto del diritto internazionale”. Redazione Palermo
March 29, 2026
Pressenza
No Kings Day nella California del Sud, una festa creativa e irriverente
Sabato 28 marzo sulla California del Sud splende un sole chiaro e maestoso che, con il suo solito fare pacifico, dall’alto guarda migliaia di persone festose invadere spiagge, parchi e strade per celebrare il No Kings Day, divenuto da qualche anno la giornata simbolo della difesa della democrazia nel Paese. A ogni sua nuova edizione aumentano gli appuntamenti: per oggi sono indette più di 3.000 manifestazioni e sono attesi circa 9 milioni di partecipanti. Solo qua da noi ve ne sono in calendario una settantina: alcune sono in luoghi iconici come Santa Monica, Beverly Hills, Venice e Hollywood, compaiono persino Malibu e Newport Beach; partecipano una miriade di cittadine sparse sulle colline come Filipinotown, Santa Clarita, Santa Ana, Anaheim (sede di Disneyland), Orange, Aliso Viejo e altre e all’appello non mancano nemmeno le località al confine del deserto come Victorville, o quelle nascoste tra le montagne come San Bernardino. Non ho che l’imbarazzo della scelta. Decido di dirigermi verso l’oceano per raggiungere la spiaggia di Laguna Beach – nelle cittadine sul Pacifico la spiaggia e i pontili fanno le veci delle nostre piazze. Non sono in ritardo, eppure il cordone di manifestanti è già lungo e operativo. Per fortuna trovo un parcheggio non troppo lontano e mi mischio alla folla per scattare fotografie. Non è previsto un corteo ma uno standing, un raduno dove si esibiscono cartelli e bandiere a bordo strada; chi passa in macchina è invitato a suonare il clacson e a urlare dal finestrino. Siamo sulla Pacific Coast Highway e in questo tratto si va a passo d’uomo quasi ogni giorno, è un altro modo di passeggiare. La maggior parte delle persone ha costruito il proprio cartello, ma se ne sei sprovvisto nel prato ci sono all’opera dei “ragazzi” che te ne confezionano uno al volo. L’area di Laguna piace molto agli artisti, che spesso la scelgono come luogo dove ritirarsi in pace. Noto una creatività raffinata e giocosa: per esempio un signore ha dipinto una Monarch, la farfalla simbolo della California, e sotto vi ha scritto “questo è l’unico monarca arancione che voglio vedere!” Il lepidottero negli anni Ottanta era praticamente estinto a causa di pesticidi e inquinamento; da qualche anno finalmente i californiani ne celebrano il ritorno, anzi, apprendo con stupore che, pur essendo una farfalla migratrice, lascia le Montagne Rocciose quando arriva l’inverno, gli esemplari che scendono nel Sud della California si ambientano stabilmente e non emigrano più. Per anni lo Stato si è impegnato in una campagna per salvarla e quasi ogni californiano ha creato un angolo di ristoro per lei nel proprio giardino. Pare che la tecnica abbia funzionato (però mi chiedo perché dobbiamo sempre arrivare a vedere il peggio davanti a noi per tirare fuori il meglio di noi e il No Kings non fa eccezione). Mentre cammino per tornare alla macchina e “volare” verso Long Beach appesi fuori da un bar ci sono tre cartelli e uno, di fianco al faccione di Trump, propone un gioco di parole che coglie in pieno il sentimento di tutti: “I RAN from the EPSTEIN FILES”. La manifestazione di Long Beach si svolge quasi integralmente nel parco sopra la scogliera e, forse in omaggio all’oceano che romba, è imponente. Di nuovo osservo il cinguettare complice tra quelli a bordo strada e quelli in macchina. Qui pare quasi che si siano messi d’accordo: molti hanno portato sedie da spiaggia e stanno comodamente seduti con il cartello sulle ginocchia, mentre gli automobilisti, oltre a pigiare sul clacson, esibiscono cartelli dai finestrini o attaccati sui cofani. Dietro di loro, nell’erba perfetta del parco, prende vita una vera festa, che assomiglia molto a una sagra di paese: una lunga fila di stand e bancarelle, che però non vendono churros e caramelle, ma slogan e informazioni per diventare attivi nel movimento. Alcuni raccolgono firme. Il popolo di Long Beach è variopinto, di ogni età ed esibisce una creatività fresca, irriverente e scatenata. Alcuni sono travestiti: c’è una coppia di ranocchi incoronati che passeggia mano nella mano, una statua della libertà che stufa di essere violata ha decapitato il pel di carota, mentre un’altra, meno sanguinaria, regala fischietti anti-ICE. C’è chi canta antiche e intramontabili canzoni hippies accompagnandosi alla chitarra, chi passeggia e chi si riposa ai piedi dei grandi alberi. Sto camminando da quasi un’ora e ancora non vedo dove finisce la “fiesta”, né la vedrò. Ho promesso ad Aki, un’amica giapponese che pratica capoeira, che sarò tra il pubblico. Il suo gruppo insieme a un duo di nativi chiuderanno la giornata di festa e impegno civile. Riprendo la macchina con l’intenzione di raggiungere la piazza davanti al Comune dove arriverà un corteo, che c’è ma non capisco dove sta, e si canteranno dei canti di libertà. Nel traffico impazzito del No Kings Day quando penso di aver perso ogni speranza di arrivare in tempo all’appuntamento vedo il gruppetto di capoeristi che si prepara; arrivo appena in tempo per vedere il corteo che sale i gradini della piazza cantando “This is what democracy looks like!” Marina Serina
March 29, 2026
Pressenza
Roma, la marea umana dei “No Kings” invia l’avviso di sfratto al governo delle armi
Oggi Roma non ha messo in scena una semplice sfilata, ma ha dato voce al respiro potente di un Paese che non si arrende. Altro che i numeri ridimensionati dalla Questura o le piazze stanche descritte dai palazzi. La capitale è stata attraversata da una marea imponente, viva, determinata e straordinariamente gioiosa. Trecentomila persone — secondo gli organizzatori — hanno inondato il percorso da Piazza della Repubblica a San Giovanni, per poi continuare fino alla Tangenziale Est, trasformando il centro città in un caleidoscopio di resistenza. È stata la risposta più limpida e forte a chi pensava di poter recintare il dissenso. Una piazza straordinaria che ha gridato con una chiarezza accecante che questo governo non rappresenta più il Paese reale. Il resto, i tentativi di minimizzare dai palazzi del potere e i resoconti edulcorati delle veline ufficiali, è solo propaganda di regime destinata a infrangersi contro la realtà dei fatti. Dovremmo quasi chiedere scusa al Ministro Piantedosi, visto che oggi abbiamo rovinato il suo racconto horror. Per mesi, il Viminale e la destra di governo hanno seminato terrore su questa manifestazione, cercando di costruire una provocazione scientifica sulla pelle dell’opposizione sociale e politica. Hanno sperato in incidenti, hanno evocato scenari di guerriglia urbana, hanno alimentato una narrazione tossica nell’auspicio che qualche scontro potesse coprire il loro abissale fallimento politico e giustificare nuove strette autoritarie. Invece, quello che è andato in scena è stato uno spettacolo di democrazia dal basso: uno sfilare infinito di bandiere, cartelli colorati, palloncini, musica e striscioni creativi e ironici.   Il tentativo di strumentalizzare la sicurezza per colpire il dissenso è il segno della loro disperazione. Un potere che, non avendo più argomenti per convincere, prova a trasformare il conflitto sociale in un mero problema di ordine pubblico. Comportamenti che svelano una paura folle della partecipazione di massa. Questo governo sa di essere ormai bollito e reagisce con i riflessi condizionati del regime, cercando di marcare a uomo chiunque osi dare voce al malcontento. Il momento di massima tensione simbolica e politica si è consumato quando il fiume umano, non sazio della tradizionale conclusione a San Giovanni, ha deciso di proseguire la sua marcia. La testa del corteo ha percorso via dello Scalo di San Lorenzo e, con un’azione di straordinaria forza collettiva, ha effettuato un’invasione pacifica della Tangenziale Est. Vedere tante persone riprendersi l’asfalto della grande arteria stradale, intonando cori unanimi per chiedere le dimissioni del governo Meloni, è stata la dimostrazione plastica che il potere non può bloccare il desiderio di cambiamento quando questo si fa corpo e comunità. I manifestanti hanno trasformato un simbolo del traffico urbano in una tribuna politica a cielo aperto, ribadendo che non esistono “zone rosse” invalicabili per la volontà popolare. C’erano i movimenti, le associazioni pacifiste con i loro arcobaleni, le organizzazioni sindacali e politiche, tutti uniti in un unico grande abbraccio collettivo. Veder sfilare così tanti giovani — studenti medi, universitari, precari — è stata la smentita più bella a chi dipinge le nuove generazioni come apatiche. Erano loro il motore della piazza e dell’occupazione simbolica della Tangenziale, con la loro energia vivace, i loro cori contro il riarmo e la loro voglia di un futuro che non sia fatto di bombe e contratti a termine. Questa piazza non è un evento isolato, ma la continuazione diretta e il secondo tempo del voto referendario di pochi giorni fa. La clamorosa e bruciante batosta del NO, che ha trionfato con il 54% dei voti lo scorso 23 marzo, ha sancito ufficialmente la fine della legittimità politica di Giorgia Meloni. Milioni di persone hanno già sfiduciato il governo nelle urne, respingendo le controriforme autoritarie sulla giustizia e lo smantellamento dei principi costituzionali. La vittoria del NO non è stata un incidente di percorso, ma un giudizio politico netto, globale e devastante per il governo della destra. Meloni fa finta di niente, si rifugia nei videomessaggi social, ma la verità è che ha perso il consenso popolare nelle strade, nei luoghi di lavoro e nei territori che oggi hanno inondato Roma. Governa contro il Paese, aggrappata al potere solo grazie a un sistema mediatico compiacente che prova a nascondere la polvere sotto il tappeto. Mentre le famiglie lottano contro il carovita e l’inflazione, l’esecutivo continua a dilapidare miliardi nelle industrie belliche. La piazza di oggi ha respinto con forza questa economia di morte, ribadendo che i soldi devono andare alla sanità, ai servizi sociali e alla scuola, non ai cannoni. Il messaggio che parte da Roma è un grido che si salda con le lotte dei lavoratori e con l’opposizione al Decreto Sicurezza, uno strumento che vorrebbe rendere illegale il dissenso, ma che oggi è stato travolto dalla marea umana. Nonostante l’elicottero che sorvegliava il corteo e l’enorme spiegamento di forze di polizia, la piazza ha dimostrato che la democrazia vive nella partecipazione e non nelle caserme. Oggi da Roma arriva un avviso di sfratto che non può essere ignorato. Questo governo è minoranza nel Paese ed è politicamente finito. Continuare a governare in queste condizioni è un atto di arroganza istituzionale. Il Ministro Piantedosi, che ha cercato ossessivamente lo scontro mediatico fallendo miseramente davanti alla determinazione del corteo, dovrebbe fare mea culpa davanti al Paese. Meloni prenda atto della realtà, in quanto non ha più alcun mandato popolare reale. Se esiste ancora rispetto per la sovranità dei cittadini, l’unica strada è quella delle dimissioni immediate di tutto il governo delle armi e della precarietà. Il popolo ha già deciso. Il tempo dei “signori della guerra” è scaduto. La forza di questa piazza, capace di fermare la circolazione di una metropoli come Roma per rivendicare diritti universali, è la garanzia che il percorso di liberazione iniziato con le urne referendarie non si fermerà fino a quando il palazzo non sarà restituito alla volontà popolare. Foto di Mauro Zanella e Rete No Bavaglio Giovanni Barbera
March 28, 2026
Pressenza
Ha vinto il NO, ha vinto la società civile
Appena si è capito che il NO avrebbe vinto il referendum il mondo della politica si è messo subito in moto per strumentalizzare quella che è, invece e a tutti gli effetti, una grande vittoria della società civile, capace di mobilitarsi dal basso in difesa della nostra Costituzione. La destra di governo che si era detta pronta a “liberarsi della magistratura” ora minimizza parlando di un risultato “tecnico” senza ricadute politiche. La sinistra istituzionale (fondamentalmente il PD) che poco aveva fatto, impegnata soprattutto a ricucire le defezioni interne dei suoi esponenti sostenitori del Sì, ora si dichiara vincitrice e cerca di sfruttare la situazione. Che si sia trattato di una vittoria maturata dal basso contro le logiche del “Palazzo” può essere dimostrato da alcune constatazioni. 1 – ha votato il 10% in più degli aventi diritto rispetto ai più recenti appuntamenti elettorali. Si tratta di più di 5 milioni di nostri concittadini che avevano voltato le spalle alla politica istituzionale, ma che non si sono mostrati indifferenti rispetto ad una fondamentale questione istituzionale. 2- Si calcola che circa il 10% degli elettori dei singoli partiti ha votato in modo diverso rispetto alle indicazioni ricevute dai vertici, senza significative differenze tra destra e sinistra. Segno che la gente ha voluto capire e ragionare con la propria testa. 3 – Fondamentale è stato per l’esito del referendum, il contributo dei giovani tra i 18 e 35 anni. Più del 60% di loro ha votato per il No. Non è dunque vero che i giovani sono indifferenti ai problemi sociali. Essi, a quanto pare, sembrano lontani soprattutto dai giochini di potere della politica orchestrata da chi comanda. 4 – La campagna referendaria a sostegno del NO ha visto come protagonisti soprattutto comitati auto-organizzati da forze politiche e strutture sociali esterne alla logica istituzionale di potere, che oltre ogni differenza sono state capaci di creare un fronte unito concentrato sull’obiettivo da raggiungere. Credo in conclusione che questa capacità unitaria messa in mostra dal basso da parte delle forze presenti nei movimenti di lotta e nella società civile, sia un patrimonio che non deve essere disperso, dovendo anzi divenire punto di riferimento da mettere alla prova in tutte le future battaglie che si renderanno necessarie nell’interesse delle masse popolari. Fotoreportage della festa del No a Palermo di Gaspare Semprevivo Antonio Minaldi
March 24, 2026
Pressenza