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Presidio a Firenze per i morti di Amendolara : le Foto
Questo pomeriggio davanti alla Prefettura di Firenze, cosi come  incontemporanea in varie piazze nazionali , convocato dalla CGIL , si è tenuto un folto presidio composto da molti fiorentini e  partecipato da altrettanti giovani lavoratori provenienti dal  continente indiano per denunciare il regime di violenza  e sfruttamnto che ha portato alla morte ad Amendolara nella provincia di Cosenza  quattro  giovani lavoratori estracomunitari. Amin Fazal ,Ullah Ismat, Safi  tutti afghani e Waseem pakistano, braccianti agricoli, sono stati barbaramente bruciati vivi all’interno di un furgone  da caporali loro conterranei. Una tragedia scaturita all’interno dei rapporti di oppressione  ricatto e vessazione che sono costretti a subire i moltissimi braccianti stranieri costretti ad un lavoro senza alternative al limite della schiavitù, nelle campagne del sud ma non solo. Per coloro che partiti con la speranza e un sogno  di una vita migliore  trovano invece qui  unicamente feroce sfruttamento, è stata richiesta una vita e un lavoro dignitosa che deve essere garantita dalla istituzioni.  Davanti a targedie come questa  che vanno ripetendosi , sembra che non ci siano risposte se non vuoti impegni ad un maggiore controllo del territorio. foto di Cesare Dagliana lavoratori extracomunitari per la tragedidi di Amendolara Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Redazione Toscana
June 6, 2026
Pressenza
Dal Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo una proposta di una petizione popolare
Questa mattina in Palazzo Vecchio a Firenze Il Coodinamento Fiorentino contro il Riarmo in rappresentanza di realtà territoriali che si oppongono all’economia  di guerra e allo spirito bellicistico della compagine governativa, ha illustrato in una conferenza stampa la proposta di una petizione popolare  per un diverso uso di quanto destinato alle spese militari  e per far uscire l’Italia  dai paesi sostenitori di imprese belliche e per la risoluzione pacifica dei conflitti restando fedele al dettato costituzionale. Questo il comunicato stampa : Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo PETIZIONE POPOLARE (ex Art. 50 della Costituzione) al parlamento italiano NON ARMI MA PANE PER UN’ITALIA CHE RIPUDIA LA GUERRA La preoccupante situazione economica dell’Europa e del nostro paese si lega strettamente alle guerre in atto, in cui il nostro paese è coinvolto e a cui si risponde con un aumento vertiginoso delle spese militari. Il piano di 800 mld per riarmare l’Europa e l’impegno a portare le spese militari al 5% entro il 2035 sottraggono risorse preziose alle necessità delle popolazioni, oltre ad intensificare le tensioni belliche che rischiano di sfociare in una catastrofe. Il blocco del rifornimento di gas dalla Russia e la situazione nello stretto di Hormuz, causata dallo sconsiderato attacco di USA e Istraele contro l’Iran, hanno prodotto una crisi energetica che l’Italia e l’Europa affrontano abbandonando completamente qualsiasi progetto di riconversione energetica e di utilizzo di fonti alternative. L’Europa è coinvolta nel conflitto fra NATO e Russia, così come nel genocidio del popolo palestinese, così come nell’attacco di USA e Israele all’Iran: mentre ha varato numerosi pacchetti di sanzioni contro la Russia, fornendo all’Ucraina miliardi in armamenti, dall’altra parte è rimasta e rimane silenziosa e passiva (tranne rare eccezioni) di fronte allo sterminio dei palestinesi e all’occupazione illegale delle loro terre da parte di Israele. L’Italia è uno dei principali fornitori di armi a Israele, terza dopo USA e Germania. Anche sull’attacco ingiustificato all’Iran e sulla scellerata invasione del Libano ad opera di Israele l’Europa decide di non alzare la voce a difesa del diritto internazionale, e l’Italia silenziosamente approva l’uso delle basi militari presenti sul suo territorio per le truppe statunitensi impegnate in Medio Oriente. I governi europei, per scelta e per incompetenza, hanno abbandonato definitivamente l’arma della diplomazia: asserviti ai poteri forti che regolano il mondo, rimangono silenziosi e complici dei peggiori massacri, oppure corrono ad armarsi diffondendo allarmi insensati riguardo a minacce che non esistono e a cui solo loro credono. Con queste scelte l’Italia viola l’art.11 della Costituzione, che sancisce il ripudio della guerra e e indica nella diplomazia e nella cooperazione internazionale la via per risolvere le controversie, e viola anche la legge 185 del 1990, che proibisce il commercio di armi con paesi impegnati in conflitti bellici (per non parlare di genocidi e invasioni) In questa situazione, il Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo fa propria la petizione popolare lanciata dal Comitato Art.11 e a cui hanno già aderito sia singoli sia realtà collettive. Con questa petizione chiediamo al Parlamento Italiano di assumere le seguenti deliberazioni: – recedere dall’impegno di portare la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035, nonché dal piano di 800 mrd ‘Rearm Europe/Readiness 2030’ – interrompere immediatamente qualsiasi sostegno economico e militare all’Ucraina nella guerra contro la Russia: l’Italia ha già versato al governo Zelensky oltre 3 miliardi di euro, una somma enorme sottratta alla spesa sociale – adoperarsi per trattative concrete su basi realistiche per la cessazione immediata del conflitto con la Russia, opporsi al versamento da parte UE di 90 mrd di euro al governo di Kiev per la prosecuzione della guerra – rifiutare qualsiasi complicità nel genocidio del popolo palestinese e quindi di bloccare il flusso di armi verso Israele, nel rigoroso rispetto della legge 185/90 contro l’esportazione di armamenti – mantenere a tutti gli effetti l’Italia estranea alla guerra di Israele e USA contro l’Iran e il Libano, vietando agli USA l’uso delle basi sul territorio italiano, il nostro spazio aereo, supporti logistici o di intelligence, mezzi navali, aerei o terrestri, – aprire, sulla base di una rigorosa e acclarata neutralità, trattative con l’Iran, quale Paese non nemico, per la circolazione di navi italiane nello stretto di Hormuz Chiediamo che l’Italia, quale paese neutrale, possa assumere una collocazione internazionale che le permetta di essere costruttrice di pace e di convivenza pacifica tra i popoli. Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo Nel pomeriggio poi consueto appuntamento col presidio in San’Ambrogio dove hanno preso la parola i sanitari del Coordinamento Toscano SAS che hanno illustrato le gravi implicazioni dell’economia di guerra sul sistema sanitario nazionale costantemente depauperato di risorse e personale a favore del settore privato negando di fatto il diritto universale alla salute. Coordinamento fiorentino no riarmo Coordinamento fiorentino no riarmo Coordinamento fiorentino no riarmo Coordinamento fiorentino no riarmo Coordinamento fiorentino no riarmo Coordinamento fiorentino no riarmo Coordinamento fiorentino no riarmo   Redazione Toscana
June 5, 2026
Pressenza
Perù: manifestazione «Keiko No Va!»
Sabato 30 maggio si è tenuta una grande manifestazione nel centro di Lima, in Perù, con centinaia di manifestanti che all’unisono gridavano «Mai più Fujimori», «Viva la lotta del popolo peruviano» e «Il sangue versato non sarà mai dimenticato». Diverse associazioni civili si sono auto-organizzate per esprimersi contro la candidatura di Keiko Fujimori, che si candida per la quarta volta alla presidenza della Repubblica. I vari striscioni e volantini riflettevano le innumerevoli denunce e il totale rifiuto nei confronti di Fujimori Higushi, «perché il fujimorismo rappresenta impunità, corruzione, autoritarismo, approvazione di leggi a favore del crimine, protezione degli interessi mafiosi e aggravamento della crisi politica, sociale ed economica che affligge il Paese», come indicato nell’appello. I manifestanti provenivano da diversi distretti e zone di Lima (con oltre otto milioni di elettori), che si sono organizzati in fronti e collettivi per difendere il proprio voto. Hanno partecipato così la Piattaforma per la Democrazia, le Coordinatrici delle Organizzazioni di Sinistra e Progressiste – COIP, il Fronte Patriottico Popolare, il Fronte Patriottico per la Democrazia, Mundo Verde, il Fronte Popolare delle Donne del Perù, il Fronte Democratico Cittadino – SMP. Hanno partecipato anche l’Università Nazionale di Ingegneria – UNI, i partiti Nuevo Perú, Venceremos e Juntos por el Perú, il Partito Comunista del Perù – Patria Roja, Ahora Nación, CENAJUPE, la Centrale Generale dei Lavoratori del Perù – CGTP, Las Micaelas de Huaycán, il Consiglio Plurinazionale del Tawantinsuyo e l’Accordo Storico Cittadino – AHC. I cittadini continuano a mobilitarsi nella capitale Lima e nelle province sono state segnalate manifestazioni simultanee in città come Arequipa, Cusco, Chiclayo, Ica, Huancayo, Huaraz, Tacna, Trujillo, Huánuco e Pasco, che appartengono alle zone nord, centro e sud del Paese. Redacción Perú
May 31, 2026
Pressenza
“Si può trattare solo da uomini liberi”: libertà per Marwan Barghouti e per tutti i prigionieri e le prigioniere palestinesi
Oggi a Firenze si è tenuta, al Mandela Forum, l’iniziativa promossa dalla Campagna per la Liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri e le prigioniere palestinesi, dalla Rete degli Enti Locali per i diritti del popolo palestinese e dal Nelson Mandela Forum, un migliaio le persone presenti durante l’incontro, al pranzo di raccolta fondi ed all’Urlo per Gaza, che oggi è tornato nelle strade della città di Firenze. “Si può trattare soltanto da uomini liberi”: con le parole di Mandela, apre Massimo Gramigni, presidente del Nelson Mandela Forum a Firenze, con un appello alla speranza, per poter fare uscire dalla cella Marwan Barghouti, il cui figlio è presente e prenderà parola al termine della mattinata. Sara Lucaroni, giornalista, sottolinea l’impegno della Regione Toscana, con la rete degli enti locali, per un “risveglio delle coscienze”, per quella “famiglia umana che non si è arresa”; questo appello non è però solo per Marwan, ma per tutti i prigionieri e le prigioniere palestinesi, per i diritti umani. “Il tantissimo che c’è ancora da fare” porta oggi ad essere qua ed a confrontarci tra “amiche e amici”, in termini che sono risuonati durante la tarda mattinata tra “compagne e compagni”. Cosimo Guccione, presidente del consiglio comunale di Firenze, parla di “emozioni che si fanno ricordo”, ricordando, nella tradizione di La Pira, Mario Primicerio. Ringraziando i comuni che hanno dato sostegno a Marwan Barghouti, invita a prendere parola, per la rete, il sindaco di San Casciano in Val di Pesa, che, sottolinea, “non può esserci pace senza giustizia” e, con le parole di Mandela, che “la pace nasce dal riconoscimento della dignità e dei diritti di ogni popolo”. Seguono i rappresentanti dei comuni che hanno conferito la cittadinanza onoraria a Marwan, leggendo i testi delle motivazioni della scelta; sono rappresentati i comuni di Pontedera, Calenzano, Vicchio, Impruneta, Campi Bisenzio, San Casciano in Val di Pesa, Calcinaia. Da Pontedera, il ricordo dei detenuti bambini palestinesi, punta di iceberg, che richiama l’importanza che questa campagna per Marwan sia rivolta anche e soprattutto all’infanzia. Da Calenzano, la dimostrazione di quanto tutta la comunità di questo territorio sia vicina al popolo palestinese; Marwan ha subìto, per oltre ventiquattro anni, le torture chiuso in una cella, e come lui altri 10000 palestinesi abbandonati anche dai governi; infatti, “siamo qui anche per esigere giustizia, perché Marwan è la voce di chi non ha voce, è la voce di un popolo che lotta per la propria libertà”, sottolinea Marco Bonaiuti. Da Vicchio: “chi lotta per i propri diritti non è solo un compagno ma un fratello”; infatti Marwan è, sottolinea Federica Petti, “fratello della comunità” e così i suoi familiari e i palestinesi e le palestinesi (tutti e tutte); l’appello è a “stare dalla parte giusta della storia, con il popolo palestinese”. Da Impruneta, segue un appello all’Unione Europea, che non ha ancora preso posizione. Da Campi Bisenzio, si sottolinea il fatto che Israele sia uno stato sionista, che al contempo Marwan non debba diventare un martire; “dobbiamo avere il coraggio di denunciare” e “ci dobbiamo domandare che cosa noi stiamo facendo, mentre i bambini e le bambine vengono bombardate”. Abed Daas prende parola in rappresentanza della comunità palestinese fiorentina: “11000 palestinesi sono nelle carceri israeliane” e, guardando alla realtà, ricorda essere un dato che “l’80 per cento dei palestinesi hanno subito il carcere come strumento di controllo politico, in una società costantemente sottomessa”. Continua: “i partecipanti alla Flotilla abbiamo visto che cosa hanno subìto, abbiamo visto che cosa hanno subito la nostra amica e sorella Antonella Bundu e il nostro amico e fratello Dario Salvetti”. Preoccupato, sottolinea che: “se un ministro può fare sciacallaggio mediatico sui detenuti, questo significa che viene a lui dato il potere di farlo”; resta da chiedersi quale sia il livello di violenza (probabilmente maggiore rispetto a quelli visti aver subìto i partecipanti alla Flotilla) praticato contro detenuti palestinesi: “lì non si sono giornalisti, c’è l’arbitrio assoluto”. Marwan è in prigione dal 2002, “giudicato dall’occupante”, maltrattato, perché Israele teme Marwan per il peso politico di oggi, perché è “figura trasversale”, ha promosso il documento dei prigionieri su una piattaforma comunale di resistenza; “la scarcerazione dei prigionieri è necessaria per la libertà del popolo palestinese, così come fu per il Sud Africa”, quindi l’appello è a “continuare ad informare, smontare le narrazioni, quelle della sicurezza, dietro cui si nasconde l’abuso, e applicare il diritto internazionale”. Antonella Bundu ringrazia i sindaci e fa appello anche al comune di Firenze (tuonano gli applausi di consenso da parte delle persone partecipanti), che possa esserci anche questo comune tra quelli che daranno la cittadinanza onoraria a Marwan. Ricorda che nel carcere israeliano “siamo stati torturati e… lì vengono torturati bambini e bambine”; “in quel mare navi da guerra ricercavano persone protette dal diritto internazionale”, eppure il sequestro avveniva “con la complicità attiva dei governi dell’ l’unione europea”. Continua Antonella: “filo spinato, ci bagnavano in continuazione, ci puntavano il fucile addosso, noi in sciopero della fame, privati del sonno, ci davano calci, rimasti lì due ore in posizione di stress”. Pensando che sia inaccettabile che le istituzioni abbiano permesso questo, si ricorda che “non solo il centro destra, ma anche il cento sinistra sta permettendo tutto questo”. E questo succede anche nel mare mediterraneo, mentre le istituzioni si siedono con i criminali”. Smaschera il fatto che anche qui in Toscana c’è chi appoggia il governo israeliano sionista (riferendosi a Carrai). Chiude con l’appello di riconoscere lo stato di Palestina. Dario Salvetti dichiara: “siamo per la fine del genocidio”; continua: “abbiamo visto solo un piccolo pezzo di una piccola bolla distopica” e “ci deve essere un cambiamento radicale rispetto al sionismo”. Che cosa ci rimane di umano? Si chiede, perché è necessario “rompere ogni accordo con il sionismo col boicottaggio e le sanzioni”; infatti, mentre ci si domanda a che punto sia la “sionizzazione” della nostra società, non si porta la solidarietà alla Palestina come qualcosa di lontano La Flotilla è stata fermata, un briciolo di speranza è necessaria. “Non ci possiamo più permettere di attendere”. Luisa Morgantini ringrazia i sindaci, ricorda che adesso a Ramallah sono entrati i soldati in ospedale, a Gaza stanno continuando a uccidere, hanno ucciso un fotografo che fotografava i bambini, che diceva che anche questi bambini erano diventati i suoi figli. Dobbiamo ricordare, oltre Gaza, anche la Cisgiordania, che “anche il respiro i coloni l’esercito la polizia tolgono”. Perché il disegno di Israele non è più quello dal fiume al mare ma che questa terra sarà nostra dal tigri all’eufrate perché dio ce l’ha data. In nome di Dio viene fatto tutto questo. Non c’è silenzio nel mondo ma chi non parla o parla male sono i governi , che si spera che vadano davanti al parlamento europeo. Fa appello all’unità ed al valore a chi conferisce le cittadinanze onorarie a Bargouti. Arab Barghouti, emozionato, ringrazia per la solidarietà attiva , diversa dall’empatia silenziosa. Ricorda che “essere pro Palestina significa essere per tutti i popoli oppressi nel mondo”. A Gaza è in corso un genocidio ancora oggi, negli ultimi due tre giorni abbiamo visto scene che mettono alla prova l’umanità del mondo. In questo momento Israele quindi non sta rispettando quel cessate il fuoco di cui si parla, è una finzione (strumentale). “Dal 7 ottobre mio padre è in isolamento, rotte le costole, la mano destra”; e ancora “da più di cinquanta anni lotta per il popolo palestinese”; suo padre “non è mai stato una minaccia per la sicurezza, ma una minaccia per gli obiettivi politici di Israele, che vuole fare una vera e propria pulizia etnica”. È in gioco la libertà per tutti i palestinesi e le palestinesi oppresse. Suo padre, continua Arab, “crede nel diritto internazionale e nel diritto all’autodifesa dei palestinesi. L’obiettivo degli oppressori è uccidere ogni speranza tra gli oppressi, mio padre porta la speranza di un futuro migliore per la Palestina, che i bambini palestinesi possano vivere in sicurezza. La causa palestinese la insegniamo ai nostri figli, non la si può cancellare”, anche perché “non si può dimenticare la libertà della Palestina, non ci potrà altrimenti essere nessuna Pace in Medio oriente”. E chiude con l’appello a continuare a fare pressione sui governi, compre quello italiano, per “un atteggiamento giusto nei confronti del popolo Palestinese”, restituendo responsabilità collettiva. Foto di Emanuela Bavazzano Emanuela Bavazzano
May 30, 2026
Pressenza
Inaugurato il primo Scaffale dei libri della nonviolenza a Guidonia-Montecelio
A Guidonia,  mercoledì  27 maggio, è arrivato il primo scaffale dei libri della nonviolenza. Nell’aula magna dell’Istituto Comprensivo  Giovanni XXIII di Villanova di Guidonia, Il dirigente scolastico Professor Umberto Montemagno da il benvenuto ai partecipanti all’inaugurazione ricordando la volontà di tutta la scuola ad accogliere il progetto. Interviene poi la Professoressa Giovanna Fratini che ha accolto il progetto  e con dedizione è riuscita a portarlo nella propria scuola per dare un valore aggiuntivo all’educazione di tutti gli alunni e  fornire tanti input di formazione anche per i docenti. “Con lo scaffale dei libri della nonviolenza, in un mondo caratterizzato da numerose guerre e violenze di ogni tipo abbiamo deciso di creare un presidio culturale permanente nel nostro Istituto, al fine di promuovere la conoscenza della teoria della nonviolenza, che è cosa ben diversa e piuttosto distante, da un generico pacifismo. Essa è innanzitutto uno stile di vita, ma anche un efficace strumento di lotta sociale e politica, volto a migliorare la società modificando i rapporti di potere.”   Era presente all’incontro anche la vicepreside  professoressa Alessandra Bousquet insieme a molti insegnanti. C’era anche una folta rappresentanza degli alunni che hanno ascoltato con molto interesse e coinvolgimento. A rappresentanza del sindaco sono intervenuti il dirigente alla Pubblica Istruzione e Cultura Dott. Aldo Cerroni e l’Assessora alle Politiche Sociali e Sport  Dott.essa Cristina Rossi che nel suo intervento ha ribadito la funzionalità educativa della nonviolenza in ogni ambito da quello scolastico a quello sportivo. E’ poi intervenuto Claudio Roncella, ideatore del progetto “Lo Scaffale dei libri della nonviolenza” e coordinatore romano dell’organismo internazionale La Comunità per lo Sviluppo Umano promotrice dell’iniziativa.  Claudio ha  raccontato come gli è nata l’idea dello scaffale: “Sentendo forte in me stesso la necessità di fermare il più possibile le ingiustizie provocate dalla violenza ho scelto la cultura della nonviolenza come metodologia di intervento e mentre in una biblioteca cercavo un libro di Ghandi non sapevo in quale voce di classificazione fosse, per me doveva stare nello scaffale dei libri della nonviolenza, non essendoci mi sono detto – ora lo faccio io – ed eccoci qua! Ora in Italia ci sono più di trentacinque scaffali con il loro profondo messaggio di testimonianza quotidiana che nella storia e nella vita di tutti i giorni sono molto più presenti i momenti di nonviolenza, basta iniziare a riconoscerli!” Ha illustrato anche il significato del simbolo della nonviolenza che si basa soprattutto su principi di coerenza interna ed esterna e che non c’è benessere se non per tutti. Ha ricordato che il 2 ottobre è la giornata mondiale della nonviolenza. Poi ha calamitato gli studenti insieme agli insegnanti, facendo il gioco “Dell’armonia”, battendo a ritmo le mani si poteva sentire di come è bello stare insieme in armonia. Con allegria tutti si sono trasferiti nella biblioteca dove si è inaugurato lo scaffale con  il classico taglio del nastro . Alcuni studenti hanno letto i loro pensieri sulla vita dei personaggi della nonviolenza come Malala, Martin Luther King e Nelson Mandela. Anche in questa scuola con l’inaugurazione si è creato veramente un momento di inizio per una educazione alla nonviolenza. Foto dell’Istituto Comprensivo Giovanni XXIII Redazione Roma
May 29, 2026
Pressenza
Veicolare messaggi nei tempi del turismo di massa
In Italia si contano 479 milioni di turisti l’anno; se in alcune località del Belpaese la stagione può ancora fare la differenza, nelle città d’arte il dato rimane stabile che splenda il sole, nevichi o piova a catinelle. E non servono i numeri ufficiali per rendersene conto… Questi i miei pensieri mentre passeggio a fatica tra la folla di “Spaccanapoli” sbirciando le vetrine e scattando foto a muri sbrecciati. Cerco graffiti, opere fatte a stensil, ma anche scritte e adesivi. La Street Art mi affascina dai tempi dell’università e sebbene non l’abbia mai praticata (non ne sarei capace), non perdo occasione per ammirarla. Mi piace per la sua immediatezza e per quel senso di complicità che trasmette, perché si attacca senza vergogna a pali, paracarri, cestini dell’immondizia, panchine, intonaci; si insinua ovunque le sia possibile trasmettere il suo messaggio irriverente e anti-sistema e farla franca. Con Napoli, con la sua tradizione popolare di bassi e bancarelle, l’arte da strada va a nozze, veicolando contenuti alle migliaia di persone che ogni giorno la attraversano rapite dall’allegro spirito partenopeo. La tradizione dei murales contempla un’intera via, ubicata nei Quartieri Spagnoli, dedicata all’immagine di Totó; Maradona in compagnia di Pulcinella e cornetti anti-malocchio di ogni dimensione impazzano per tutta la città. Ma tale “arte”, benché vanti un’origine popolare e susciti simpatia, lavora a creare la giusta atmosfera, quella che il turista riconosce come tipica del luogo e che gli garantirà di tornare al proprio dovere soddisfatto e possibilmente alleggerito, oltre che nel portafoglio, anche dei cupi pensieri quotidiani. Nelle viuzze dell’antico centro, nell’incessante turbinio di profumi e suoni, prende anima il ritornello della “canzona di Bacco” di Lorenzo de’ Medici e dunque “chi vuol esser lieto, sia, di doman non c’è certezza”. Questa però non è la Street Art che cerco. Mi piace quell’altra, che compare e scompare continuamente perché viene strappata via, che è dichiarata, brutta, sporca e illegale, che si offre come strumento di lotta dal basso e denuncia ingiustizie e ipocrisie. Uno tra i connubi più potenti degli ultimi anni è sicuramente quello tra la lotta del popolo palestinese e l’arte da strada. Napoli ne è un prolifico centro. Tempo fa circolarono video di operazioni di subadvertising e camouflage di manifesti pubblicitari di grande impatto emotivo: per esempio ne ricordo uno in cui  l’immagine della “Flagellazione di Cristo” apposta sulla locandina della mostra di Caravaggio offriva l’occasione di ricordare che Gesù era palestinese, mentre su un altro cartellone Frida Kahlo si trasformava in un’indomita resistente palestinese. Oggi nelle mie peregrinazioni non trovo opere di tale rilievo creativo, ma osservo che la città è costellata da un’infinità di micro-interventi sovversivi: semplici scritte lasciate da un pantone colorato su una saracinesca o graffiate con una chiave su di un muro o su un cancelletto; segni lasciati in impeti di rabbia da chiunque, che testimoniano l’insofferenza verso l’ingiustizia e il cuore dei napoletani. Tuttavia, in questi tempi di pazzi e criminali veri, il micro “vandalismo” di denuncia non è l’unica forma di resistenza che si sta diffondendo tra la gente comune; un’altra, della quale mi considero una praticante, è quella del “gadget”. È infatti mia regola indossare sempre qualcosa che sia testimonianza della tragedia che affligge il popolo palestinese da oltre settant’anni. Una volta sono gli orecchini a fetta d’anguria, un’altra il ciondolino della mappa della Palestina, un’altra ancora la spilletta appuntata alla borsa e l’immancabile sciarpa a quadretti bianchi e neri. La loro presenza è stata fonte di sorrisi e approvazione, quando non di veri e propri scambi. E non sono l’unica ad aver adottato una simile policy. Mi capita sempre più spesso di notare gli stessi simboli portati in giro da altri. Solo nei giorni trascorsi a Napoli ho incontrato diverse donne con orecchini uguali ai miei, ho notato angurie su magliette e cappellini, mentre spillette “Palestina Libera” richiamavano l’occhio da zainetti e borsette. In coda per entrare in pizzeria ho condiviso il marciapiede con tre napoletane veraci avvolte nelle kefiah. Leggo il fenomeno come una forma di umanità che si allarga a macchia d’olio e di cui è importante sostenere lo sviluppo, alla ricerca di quel punto di non ritorno che viene definito “massa critica”. Quando avevo poco più di vent’anni con tre amici in vacanza a Istanbul ci permettemmo una cena pantagruelica con annesso spettacolo di danza orientale. La serata era animata dal classico presentatore tuttofare che sul finire chiese ai partecipanti di ogni tavolo quale fosse il loro Paese di provenienza. A ogni nazione augurava prosperità e tante belle cose e invitava tutti gli altri ad applaudire festosi. Quando toccò al Sudafrica sulla sala calò un silenzio di piombo. Di lì a qualche mese cadde l’apartheid e iniziò il processo di verità, giustizia e riconciliazione. Non so dire se siamo vicini o meno al cambiamento; indifferenza, ignoranza e individualismo sono sempre ben presenti in società, ma certamente si vedono anche segnali positivi, di chiara umanità e mai come oggi è importante comprendere che il fenomeno del turismo di massa può essere un potente volano nel veicolare messaggi di pace e scuotere coscienze. Passando da un vicoletto a un corso, ruminando tra me e me, sono arrivata alla Feltrinelli di via dei Greci dove fra poco si terrà la presentazione del romanzo “Le nozze di Gaza” di Ibrahim Nasrallah. Sono molto curiosa: Ibrahim è uno scrittore di fama internazionale e la storia, apparsa nel 2009, ha riscosso parecchio successo proprio per l’originale intreccio. Ne parleranno Davide Gatto, traduttore del libro e Omar Suleiman, attivista e attore palestinese. Ah, dimenticavo di dirvi che sono arrivata qui grazie alla medaglietta della Palestina. Due giorni prima infatti ero alla cassa del negozio quando la signora addetta, mentre mi batteva lo scontrino, allargando un sorriso a trentadue denti, mi ha detto: “Oh, ma che bel ciondolo!” Così ho scoperto che a Napoli vive una libraia di nome Valentina che prova sempre a parlare di Palestina (lo ribadisce persino il suo stato WhatApp).  Ogni mese organizza un incontro per promuovere la cultura arabo-palestinese e il più delle volte il ricavato dell’iniziativa viene devoluto a progetti di solidarietà. Oggi andrà a Gazzella, una onlus storica di Gaza che deve il suo nome alle bambine rimaste orfane e che con grandissimo impegno e passione è riuscita a riaprire delle aule scolastiche sotto le tende. La chiacchierata in libreria è informale: si parla di letteratura, dell’autore e del suo maestro, Ghassan Ganafani, e della vita in Palestina; di come i grandi sanno parlare della miseria, della guerra e dell’occupazione senza quasi citarle e di come il loro messaggio arrivi chiaro e profondo. Intuisco dagli stralci letti che “Le nozze di Gaza” hanno come protagoniste delle donne – due sorelle gemelle e altre figure femminili. Ne sono ancora più curiosa e non vedo l’ora di leggerlo.       Marina Serina
May 27, 2026
Pressenza
Eirenefest Firenze: “Ritrovare il Senso”, laboratorio al Giardino Olistico
Un  anticipo di Eirenefest Firenze si è svolto sabato 23 maggio al Giardino Olistico al Giardino dell’Anconella. Quest’anno la terza edizione del Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza che si svolgerà in vari punti della città dal 20 Settembre al 4 Ottobre avrà alcune date di anticipazione nella convinzione della necessità di diffondere sempre più la cultura della nonviolenza. Nel primo anticipo del 2026, un gruppo di adulti e bambini ha partecipato al laboratorio “Ritrovare il senso – laboratorio sulle virtù per riumanizzare l’educazione”, facilitato da Jacqueline Mera e Stefano Colonna della Corrente Pedagogica Umanista Universalista. Attraverso dinamiche esperienziali, momenti di relazione, gioco e attività creative, i partecipanti hanno lavorato sulle proprie virtù e sulle possibilità di un’educazione più umana, cooperativa e nonviolenta, in un clima di allegria, ascolto e distensione. Durante l’evento ha funzionato un banchino di esposizione dei libri della Multimage inerenti le tematiche della pedagogia umanista e nonviolenta. Il Comitato promotore ricorda che c’è tempo per fare proposte per Eirenefest Firenze fino al 30 luglio di quest’anno attraverso il seguente modulo https://docs.google.com/forms/d/1b6oFMlUzaTt7sQOx4pnXA7ofqhbLtelN87gAxrQprVg/edit Foto del Giardino Olistico Redazione Toscana
May 24, 2026
Pressenza
Manifestazione regionale a difesa della sanità pubblica
Ieri alle 14 un bel fiume di persone ha sfidato il caldo eccezionale di questi giorni e ha sfilato dal grattacielo della Regione Piemonte fino in piazza Carducci, un paio di chilometri che sotto quel sole del primo pomeriggio rendono ben evidente l’importanza della manifestazione. 5000 i partecipanti secondo quanto riportato dall’Ansa su indicazione delle forze dell’ordine, 8000 secondo gli organizzatori. Indetta dal Comitato piemontese per il Diritto alla Tutela e della Salute e alle Cure “dopo 3 anni esatti dalla prima mobilitazione a difesa della sanità pubblica regionale, che aveva coinvolto migliaia di persone dal mondo degli ordini professionali, dell’associazionismo, della cittadinanza attiva e della società civile”. Ieri alle proteste per una sanità in difficoltà si è unito anche il grido lanciato da Global Sumud Flotilla, Sanitari per Gaza e #digiunogaza a sostegno della spedizione. È stato ricordato il recente blocco della nave con a bordo medici e infermieri, unica colpa, voler esercitare la proprio professione, aiutare e salvare vite umane. Bloccato anche il convoglio di terra che continua a rimanere fermo in Libia. Imparagonabili le situazioni, ma al centro c’è il fondamentale ruolo dei sanitari, il loro vitale compito a servizio di chiunque si trovi in difficoltà e non in base alla possibilità di pagare. Secondo i dati forniti dagli organizzatori però in Piemonte 1 persona su 10 decide di non curarsi pari a 352.000 piemontesi con un aumento del 47% tra il 2023 e il 2024. Poiché aumentano le liste d’attesa e ricorrere al privato è costoso, non tutti possono permetterselo. Le liste aumentano perché si è sottorganico, non bastano più i turni supplementari. I dati parlano di una carenza superiore alle 10.000 unità tra medici, infermieri e OSS, numeri che richiedono investimenti, molti e una chiara direzione. Nel suo intervento dal palco, Massimo Esposto Segretario Generale della FP CIGL Torino indica nelle scelte politiche della Regione le responsabilità del disastro della sanità piemontese: > L’assessore Riboldi non ci venga a parlare di emergenze impreviste, di eredità > pesanti o di contesto nazionale, la verità è scomoda e impietosa. La sanità > piemontese è in crisi perché la Regione ha scelto di gestirla come un capitolo > di spesa da contenere e non come un patrimonio da custodire. > > Ha preferito il taglio lineare alla programmazione, la propaganda al > monitoraggio, la burocrazia alla cura. Ha fatto investimenti cronici al di > sotto dei fabbisogni reali e piani di assunzione del personale insufficiente. Esposto vede in questa politica la manifestazione di interessi precisi: > Invece di blindare il carattere universalistico e solidaristico del sistema, > (la Regione) vuota il pubblico di risorse umane e finanziarie, mentre il > privato accreditato si trasforma in un sistema parallelo, selettivo, orientato > al rendimento. Vogliono farci credere che il privato sia la valvola di sfogo, > la risposta rapida alle liste d’attesa, la modernizzazione necessaria. Noi > diciamo chiaro, senza ambiguità, il privato accreditato deve restare > integrativo e mai sostitutivo del servizio sanitario pubblico, mai. > > … Il vero rischio non è solo nelle prestazioni a pagamento, è nei dati. Perché > l’oro della sanità contemporanea sono le informazioni, la domanda di cura, i > percorsi clinici, i tempi di risposta, l’offerta pubblica, le cronicità, le > rinunce. E se questa regione continua a favorire un radicamento indiscriminato > del privato, chi metterà le mani su quel patrimonio? Le assicurazioni, i > grandi operatori finanziari della salute. E conclude il suo intervento indicando le linee guida dell’azione sindacale locale nel settore: > La regione ci dica chiaro una volta per tutta da quale parte vuole stare, se > dalla parte dei bilanci o da quella delle persone. Noi scegliamo le persone! E > non ci fermeremo finché ogni professionista non sarà retribuito con dignità, > finché ogni attesa non sarà accorciata, finché la rinuncia alle cure non > diventerà solo un ricordo amaro di un’epoca che a partire da oggi abbiamo il > dovere di far chiudere. Dal palco finale della manifestazione sono state indicate altre criticità, più specifiche, della sanità piemontese: dalla carenza di medici di base, soprattutto in provincia e nelle zone montane, alle difficoltà di accesso ai servizi sanitari per i cittadini stranieri che ne avrebbero pieno diritto. Si delinea quindi un conflitto sociale che travalica gli interessi sindacali e di categoria perché, come indica lo slogan della manifestazione “quando tutto sarà privato, saremo privatə di tutto” Sara Panarella, Giorgio Mancuso Redazione Torino
May 24, 2026
Pressenza
19° Urlo per Gaza, Firenze: le foto
Diciannovesimo “Urlo per Gaza” ieri sera,  animato dai consueti tamburi del  Collettivo di Fabbrica ex Gkn  nel quartiere di Rifredi a Firenze. Un affollatissimo presidio e poi un lungo corteo quello  composto dalla Firenze solidale con la Flottiglia  e attiva come equipaggio di terra  che non rinuncia a denunciare le nefandezze dello stato ebraico.  Quello che con un nuovo atto di piratera , contro ogni  diritto internazionale ha abbordato e sequestrato gli equipaggi  totalmente nonviolenti degli ultimi battelli in missione umanitaria in rotta per Gaza su cui navigavano Dario Salvetti e Antonella Bundo entrambi noti attivisti fiorentini. Un urlo indignato contro l’amministrazione cittadina che ancora non ha mosso un dito per condannare e reclamare la liberazione dei propri concittadini e che ben poco di concreto ha fatto per fermare il genocidio  e gli atti di pulizia etnica a Gaza e nella Palestina occupata. Ormai Israele è al di sopra di ogni legge di convivenza civile  e impunemente  e spudoratamente agisce sapendo che il silenzio del contesto europeo contro il suo operato  è diventato quasi un consenso, una complicità esplicita. Un ordine suprematista, razzista ,colonialista , si va affermando sempre più in occidente e Israele è la punta più avanzata. Foto di Cesare Dagliana urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi 19°Urlo per Gaza     Redazione Toscana
May 21, 2026
Pressenza
Roma, il corteo della Nakba: 78 anni di resistenza palestinese
La Nakba non è una pagina chiusa della storia da ricordare distrattamente una volta all’anno. È una ferita aperta che continua a produrre sofferenza, violenza e ingiustizia. La Nakba viene ricordata il 15 maggio, data che segna l’inizio della tragedia vissuta dal popolo palestinese nel 1948. Quest’anno, tuttavia, molte mobilitazioni si sono svolte sabato 16 maggio per consentire una più ampia partecipazione e trasformare quella ricorrenza in un momento collettivo di lotta e solidarietà. Le manifestazioni tenute a Roma e in altre città italiane dimostrano che, nonostante i tentativi sempre più insistenti di delegittimare il dissenso, criminalizzare la solidarietà e imporre una narrazione univoca del conflitto, esiste ancora nel nostro Paese una coscienza civile e democratica che rifiuta il silenzio di fronte a quanto sta accadendo. A Roma, quella comunità umana, sociale e politica che non intende essere complice dell’orrore si è ritrovata in quella che i movimenti hanno simbolicamente ribattezzato “Piazza Gaza”, Piazza dei Cinquecento, dando vita a un corteo determinato a non voltarsi dall’altra parte. La manifestazione ha attraversato il centro della città, terminando il suo percorso a Piazza Vittorio Emanuele. Ciò che ebbe inizio nel 1948 con l’espulsione di oltre 700mila palestinesi dalle proprie terre e dalle proprie case non appartiene soltanto al passato. Siamo di fronte a un processo storico che, nel corso dei decenni, ha assunto forme diverse, ma ha mantenuto un tratto costante: l’occupazione, la negazione dei diritti fondamentali, l’espansione delle colonie e la progressiva compressione dell’autodeterminazione del popolo palestinese. Oggi questa realtà assume una dimensione ancora più drammatica di fronte a ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza. Settantotto anni di espulsioni, occupazione e negazione dei diritti del popolo palestinese, ma anche settantotto anni di resistenza e di lotta per il diritto al ritorno e all’autodeterminazione. Una resistenza che continua a camminare sulle gambe delle nuove generazioni e che rifiuta di arrendersi alla cancellazione della propria memoria e della propria identità. Chi oggi scende in piazza, sostenendo la mobilitazione internazionale della Flotilla e la parola d’ordine “Blocchiamo tutto”, non lo fa soltanto per custodire una memoria storica o per esprimere una solidarietà astratta. Lo fa per denunciare il presente, per dare voce a chi viene ridotto al silenzio e per chiedere l’interruzione di ogni rapporto politico, economico e militare con Israele, insieme alla liberazione dei prigionieri politici palestinesi. Le piazze mostrano con forza tutta l’ipocrisia dei governi occidentali. L’esecutivo italiano, in sintonia con le istituzioni europee e con una logica di progressiva militarizzazione delle relazioni internazionali continua a destinare risorse sempre maggiori al riarmo e all’industria bellica. Nel 2026 la spesa italiana per la difesa si avvicina ai 45 miliardi di euro, secondo i criteri di calcolo adottati dalla NATO, mentre nel nostro Paese si riducono investimenti e servizi essenziali come sanità pubblica, scuola, trasporti, welfare e sostegno sociale. Esiste un filo che lega le politiche di guerra e il peggioramento delle condizioni materiali delle persone. Mentre si trovano risorse per le spese militari, si continua a sostenere che non esistano fondi sufficienti per garantire diritti sociali e condizioni di vita dignitose. Questa scelta politica tradisce i principi più profondi della nostra Costituzione, nata dalla Resistenza antifascista e in particolare quel principio fondamentale che sancisce il ripudio della guerra. Assistere alla distruzione di interi quartieri, ospedali, scuole e università, alla privazione di acqua, cibo e cure per milioni di civili a Gaza senza assumere una posizione chiara, significa accettare una deriva che colpisce l’intera umanità. Non potrà esistere una pace giusta e duratura finché continueranno occupazione, colonizzazione e negazione dei diritti del popolo palestinese. La pace non si costruisce attraverso la superiorità militare, i bombardamenti o i doppi standard nell’applicazione del diritto internazionale. La pace richiede giustizia, la fine delle violenze e il riconoscimento del diritto dei popoli all’autodeterminazione. La risposta arrivata dalle piazze di Roma e delle altre città dimostra che la solidarietà internazionale e la fratellanza tra i popoli continuano a vivere nella società reale, nonostante i tentativi di anestetizzare le coscienze attraverso la propaganda. Gli studenti, i movimenti sociali, i lavoratori e i cittadini che si mobilitano rappresentano una parte importante di questo Paese. Questa mobilitazione non è un episodio isolato. Si inserisce dentro una battaglia più ampia contro un modello fondato sulla guerra, sullo sfruttamento e sulla subordinazione della vita umana agli interessi economici e militari. È la stessa battaglia che guarda alle lotte sociali, ai diritti del lavoro e alla difesa dello stato sociale. Anche per questo assume un significato importante l’appuntamento dello sciopero generale di lunedì 18 maggio: un momento di mobilitazione che intende ribadire un netto rifiuto delle politiche di guerra, del riarmo e dell’idea che le esigenze delle persone possano essere sacrificate per sostenere interessi economici e strategie militari. Non saranno le retoriche belliciste né i tentativi di restringere il dibattito pubblico a fermare questa voce. Finché esisterà un popolo privato della propria libertà, continueremo a schierarci al suo fianco, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e ovunque sia necessario difendere la dignità umana e costruire una prospettiva di pace e giustizia. Foto di Mauro Zanella e Giovanni Barbera Giovanni Barbera
May 17, 2026
Pressenza