Da Il Giornale una campagna diffamatoria travestita da inchiesta

Pressenza - Thursday, July 16, 2026

Per aver soccorso 166 persone, i libici ci hanno sparato addosso, le autorità italiane ci hanno indagato e ora la stampa di destra ci diffama. Rispondiamo con una diffida e chiediamo che sia fatta giustizia contro i veri trafficanti.

Il Giornale oggi riporta in prima pagina una ricostruzione diffamante, falsa e strumentalizzata a fini politici del soccorso operato da Sea-Watch 5 lo scorso 11 maggio, pubblicando illegalmente materiale coperto dal segreto di indagine. Sea-Watch ha inviato una diffida al quotidiano a pubblicare ulteriori contenuti lesivi della reputazione dell’organizzazione e del suo capitano, basati su circostanze false e allusive, il cui contenuto è tratto da documenti coperti dal segreto d’indagine.

Ma cosa è accaduto davvero? Nelle prime ore del mattino dell’11 maggio 2026, l’equipaggio della Sea-Watch 5 ha avvistato all’orizzonte un’imbarcazione in difficoltà e, dopo aver informato come di consueto le autorità competenti, ha proceduto al soccorso. Una volta affiancata l’imbarcazione a doppio ponte l’equipaggio ha verificato che a bordo c’erano 90 persone: due prive di sensi, diverse gravemente debilitate e alcune intrappolate sottocoperta. A bordo non c’era nessun dispositivo di soccorso o strumentazioni per la navigazione. Il team di soccorso si è trovato di fronte uomini a volto coperto, un pericolo grave sia per l’equipaggio, sia per le persone appena tratte in salvo. I presunti trafficanti sono rimasti sull’imbarcazione e se ne sono andati.

Un aereo di Frontex ha ripreso dall’alto il soccorso, ma nel momento decisivo è scomparso. Ciò che è successo subito dopo non è stato infatti filmato: dopo pochi minuti l’equipaggio della Sea-Watch 5 e le persone appena soccorse sono stati bersaglio di colpi d’arma da fuoco da parte della cosiddetta Guardia Costiera libica. Le autorità sono state informate in ogni fase, come avviene per ogni situazione di questo tipo: gli incontri con miliziani incappucciati sono già stati documentati in passato, da Sea-Watch e da altre ONG che operano nel Mediterraneo centrale. Ogni informazione e materiale è sempre stato consegnato con trasparenza alle autorità competenti, anche per fornire i necessari elementi di indagine. Le navi della società civile non sono, infatti, organismi di polizia, mentre hanno il dovere, sempre rispettato, di soccorrere chiunque sia in pericolo in mare e metterne al corrente le autorità competenti.

Una fotografia pubblicata due mesi dopo, non solo non è una notizia, ma costituisce una grave violazione del lavoro d’indagine della Procura. L’inchiesta giornalistica pubblicata oggi da Il Giornale, oltre a violare il segreto delle indagini e i diritti della persona indagata, concentra tutta la sua attenzione su chi ha fatto solo il suo dovere nel soccorrere persone in difficoltà, senza nessuna parola sui presunti trafficanti e sui possibili collegamenti con la cosiddetta Guardia Costiera libica. Ci auguriamo che la Procura indaghi per smantellare le reali reti di tratta di esseri umani, offrendo massima collaborazione agli inquirenti. Non ci facciamo intimidire dagli scandali costruiti a tavolino su falsità e diffamazioni: continueremo a salvare quelle vite che le politiche italiane ed europee continuano a mettere a rischio quando non a sacrificare.

“Quella portata avanti dai giornali di destra e rafforzata dalle dichiarazioni di esponenti politici è una narrazione che serve a mascherare non solo l’assenza di una reale volontà politica di contrastare le reti criminali, ma anche il fatto che gli accordi con la Libia si fondino su rapporti con milizie e individui accusati dei più gravi crimini internazionali”, dichiara Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch.

“Si tratta di un vecchio copione”, continua Linardi. “Da anni si susseguono indagini che impiegano risorse pubbliche per cercare di dimostrare faziosamente l’esistenza di una collusione delle ONG con i trafficanti. Una collaborazione inesistente e che infatti non è mai stata appurata. Al contrario, prominenti pronunce dei tribunali competenti, fino alla Cassazione, hanno riconosciuto il valore giuridico e morale dell’intervento della società civile nel rispetto dell’obbligo di soccorso imposto dal diritto internazionale.”

Mentre stampa ed esponenti governativi si affaccendano a fare propaganda sul soccorso in mare, la società civile continua a colmare il colpevole vuoto istituzionale creato da politiche di abbandono e respingimento sistematico. Politiche fondate sulla cooperazione con quegli stessi attori criminali che si afferma di voler combattere e che, nei fatti, alimentano la tratta di esseri umani invece di contrastarla.

Sea Watch