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Antico Egitto, ovvero il potere della parola
Sono andata a visitare il celebratissimo Museo Egizio di Torino, una delle glorie della città e dell’Italia tutta, visto che è il secondo museo per completezza di testimonianze dopo quello che si trova a Il Cairo. Non sono un’egittologa perciò – tranquillizzatevi – non farò dotte dissertazioni sull’argomento e mi limiterò a sottolineare solo un aspetto. Trovandomi di fronte a una lunga serie di stele, statue, papiri sono stata colpita dalla fitta rete di iscrizioni che ricoprono praticamente tutto lo spazio disponibile. Non c’è centimetro quadrato lasciato libero sulla superficie di queste larghe tavole di pietra, su cui sono incise con segno sottile, dinamico ed elegante immagini di uomini, donne, dei, animali in una serie continua, ordinata e precisa di geroglifici. Una sorta di “horror vacui” in cui sono immerse lapidi, statue, stoffe, pitture. Anche i sarcofaghi che contengono i corpi mummificati degli uomini del passato sono ricoperti di scritte tutt’attorno e perfino le bende di alcune delle mummie presentano delle scritte. Così come, nelle statue, ne sono ricoperti i corpi e le vesti di dei e di scribi, a volte raffigurati accucciati, nella posizione della cosiddetta “statua-cubo”, per permettere alla veste di formare una superficie continua attorno alle gambe in una sorta di quadrato. Ma i geroglifici sono “parole”. Parole scritte. Compaiono intorno al 3200 a.C. Non è che gli antichi egizi fossero logorroici, è che assegnavano alle parole il peso della pietra e dell’eternità, dunque un grande potere. Le parole non erano “flatus voci”, momentanee e temporanee, sostituibili a piacere, contraddittorie perché valide solo nel momento in cui vengono pronunciate. Le iscrizioni egizie erano parole che dovevano servire a difendere dai morsi di serpenti e scorpioni (molto comuni e molto pericolosi), ingraziarsi gli dei, pregarli di guidare le anime dei defunti nell’aldilà. La vita e la morte difese da una barriera di parole. Gli egizi sono stati tra i primi popoli a usare la scrittura, che – secondo la loro tradizione – gli era stata donata dal dio Toth, patrono della conoscenza e degli scriba. Il dio Toth. Olaf Tausch, Wikimedia Commons Oggi, disincantati come siamo, guidati da spirito pseudoscientifico e senso di superiorità rispetto al passato, chiamiamo “magica” la funzione che le parole possedevano a quel tempo, quando venivano usate come protezione ed evocazione. Un po’ la stessa funzione che tendiamo ad assegnare ancora oggi ad amuleti come il cornetto rosso, il ferro di cavallo o il quadrifoglio, a cui alcuni credono ancora senza per questo ritenersi posseduti da una mentalità magica. D’accordo, l’oggetto magico di tipo collettivo ha una lunga tradizione, poi ne esistono alcuni del tutto personali e anche piccoli rituali a cui non si vuole rinunciare (ad es. dovendo dare un esame all’università, vestirsi sempre come si era vestiti quella volta in cui è andato bene). Quello che mi preme sottolineare è che qui si tratta di parole, che evocano la potenza di quanto viene nominato. La parola corrisponde alla cosa ed è dono di un dio, dunque è sacra. Il paragone con l’oggi è impietoso. Parole scritte e parlate ci inondano dai media, dai social, dal labirintico intrico di formule burocratiche elargite a piene mani proprio con l’intento di non significare. Un fiume, un oceano di parole che ci sommergono, parole che dicono, non dicono, si contraddicono, nate proprio per fuorviare e confondere (fake news!) o sfibrarsi nell’insignificanza. Un troppo che ha perso il senso, sintomo di una contemporaneità disorientata che non trova più valori perché non trova più i significati a cui ancorarli. Questa svalutazione di uno degli strumenti più propriamente umani fa sì che per proteggerci diventiamo più insensibili e ci chiudiamo nel nostro io, perché la possibilità di comunicazione/contatto con l’altro risulta incrinata. Ci difendiamo dalle parole insignificanti rinchiudendoci in circoli in cui ci confrontiamo solo con coloro che la pensano come noi (le cosiddette “bolle” social). Se “le parole sono importanti”, come recita un famoso detto morettiano, be’, allora cerchiamo di ridare loro un peso, un’intensità, un’emozione. E infine un pensiero. Vorrei davvero che si tornasse alla parola come potenza. E non tanto perché gli antichi la sapessero più lunga di noi, ma perché erano più vicini al cuore delle cose, meno sopraffatti dal troppo di umano che ormai anche con le parole diffondiamo a piene mani, in questo Antropocene bellicoso e dissennato in cui regna solo una grande confusione. Redazione Milano
October 22, 2026
Pressenza
Rep. Dem. Congo: le comunità locali di fronte all’epidemia di Ebola
> Negli ultimi mesi, l’epidemia di Ebola si è diffusa nella Repubblica > Democratica del Congo. L’epidemia è causata dal virus Bundibugyo, contro il > quale non esiste ancora un vaccino. Il Paese ha ricevuto dosi limitate di un > vaccino sviluppato per un altro ceppo di Ebola, con scarsa efficacia contro > Bundibugyo. Come spiegato in un precedente articolo di Pressenza sulla crisi dell’Ebola, la Repubblica Democratica del Congo ha una notevole esperienza nella lotta contro questa malattia. Nel corso degli anni, le autorità sanitarie e i partner internazionali hanno sviluppato competenze importanti in materia di sorveglianza, laboratorio, vaccinazione, trattamento e mobilitazione della comunità. Allora, come si spiega questa nuova epidemia, con una diffusione che sembra fuori controllo? Come si evince da uno studio (1) recentemente pubblicato sulla rivista African Journal of Reproductive Health, la comprensione di questa epidemia, come delle precedenti, non può essere ridotta a una questione sanitaria: «Ci ricorda che le epidemie non sono causate solo da agenti patogeni biologici, ma anche da disuguaglianze sociali, sconvolgimenti ambientali, sistemi sanitari fragili e conflitti armati persistenti. Se Ebola fa notizia per i suoi terribili sintomi e la sua elevata mortalità, molto meno studiate sono le condizioni che ne favoriscono la diffusione.» Gli autori aggiungono: «Molte delle comunità colpite nella parte orientale della RDC soffrono di carenza cronica di acqua potabile, servizi igienico-sanitari, elettricità, trasporti e accesso all’assistenza sanitaria.» Ciò comporta ritardi nella diagnosi, e di fatto aumenta il rischio di trasmissione all’interno del nucleo familiare e della comunità. Un altro fattore di ritardo nella diagnosi può essere la povertà estrema del nucleo familiare, perché una diagnosi di infezione comporta l’interruzione di un’attività e la perdita di reddito. Concludono: «Una prevenzione sostenibile richiede che siano affrontate le condizioni sociali e ambientali che favoriscono la proliferazione degli agenti patogeni. Se l’origine dell’Ebola è un virus, le epidemie sono alla fine alimentate da vulnerabilità che le società non riescono a gestire.» I CONSIGLI DEGLI OPERATORI SANITARI SUL CAMPO Pressenza ha intervistato Byenigulu Deidei Pacifico, animatore comunitario della zona sanitaria di Uvira, in RD Congo, Sud Kivu. Pressenza: Quali sono i timori della popolazione riguardo alla malattia da virus Ebola? BDP: Da noi, a Uvira, siamo nella zona vicino al confine tra il Burundi e il Congo. La gente teme di essere contaminata nel passaggio fra Uvira e Bujumbura, visti questi movimenti della popolazione. Pressenza: Quali sono le difficoltà della popolazione ad andare in un centro sanitario per fare un test? BDP: Innanzitutto le persone hanno timore della diagnosi e anche di conoscere il loro stato di salute generale. Il secondo problema è la distanza, che impedisce alle persone di accedere al centro sanitario. E il terzo punto è la mancanza di informazioni: le persone non sanno dove sono i laboratori per lo screening del virus Ebola. Pressenza: Qual è il suo messaggio alla popolazione sulle misure preventive? BDP: La chiave è lavarsi le mani con acqua corrente e sapone. Se non c’è il sapone, allora una soluzione idroalcolica. Altrimenti la cenere, da noi spesso utilizzata. Se non ci sono questi tre elementi, allora si può usare l’acqua contenente cloro allo 0,05%. Secondo messaggio: chiedo alla popolazione di Uvira di non stigmatizzare le persone che hanno un contatto con questa malattia. Chiederei anche alla popolazione di Uvira di avere il coraggio di andare a farsi testare. Pressenza: Ha un messaggio per le organizzazioni partner? BDP: Sì, raccomando ai partner di aiutare la popolazione nell’accesso ai servizi di cura: poiché c’è la paura, la mancanza di informazioni e anche la distanza, chiederei ai partner di sostenere i centri sanitari in materia di test, di materiale, in modo che le persone possano sapere dove andare per essere testate e avere altre informazioni sulla prevenzione. TENERE CONTO DELLE NORME E DELLE PRATICHE SOCIALI E CULTURALI La lotta contro un virus deve essere globale. Lo abbiamo visto in tutto il mondo al tempo della crisi da Covid-19, ora lo vediamo nell’Africa centrale con Ebola: le popolazioni esitano a fidarsi dei governi e delle agenzie pubbliche. Nell’est della RDC, ci sono state troppe violenze dovute ai conflitti armati, troppa violenza economica con la povertà legata allo sfruttamento delle ricchezze minerarie. Di fronte a Ebola, la popolazione si sente ancora una volta abbandonata a se stessa. In un articolo (2) apparso sulla rivista medica The Lancet, gli autori insistono sul fatto che questa lotta non potrà essere efficace se non si fonda sulle comunità locali. > «Le misure di intervento devono tenere conto delle norme e delle pratiche > sociali e culturali delle comunità colpite”, ma riconoscono che nella pratica > il coinvolgimento della comunità viene generalmente considerato solo dopo le > decisioni tecniche. Riconoscono anche che le comunità sono fonti di > informazione, data la conoscenza che apportano circa le norme sociali e i temi > delicati.  > > «Pertanto, una risposta incentrata sulla comunità deve includere leader > autorevoli a livello locale e affrontare gli ostacoli concreti che determinano > se le persone segnalano i sintomi o nascondono la malattia: costi di > trasporto, timore dell’isolamento, perdita di salario, presa in carico dei > bambini, accesso a cure di supporto gratuite, trattamento rispettoso delle > famiglie e procedure trasparenti per sepolture sicure e dignitose.» > > Si fa anche notare l’importanza delle persone che sono state infettate dal > virus e ne sono sopravvissute. «I sopravvissuti sono tra le risorse > comunitarie più potenti in qualsiasi risposta a Ebola, fornendo un supporto > tra pari, dimostrando che la sopravvivenza è possibile e contribuendo a > ridurre la dissimulazione della malattia spinta dalla paura, che ne ritarda > l’individuazione e ne amplifica la diffusione.» Per la redazione francofona, Roger Seko Raphaël e Jean-Marc Dunet -------------------------------------------------------------------------------- NOTE: (1) Anne Baber Wallis e Friday Okonofua – Il ne s’agit pas seulement de virologie : l’épidémie d’Ebola de Bundibugyo, en RD Congo et en Ouganda, exige une réponse de santé publique plus large – African Journal of Reproductive Health, 2026, DOI 10.29063/ajrh2026/v30i13.1 (2) Placide Mbala-Kingebeni, Yap Boum, Mosoka P Fallah, Barthalomew Wilson, Marie-Roseline Belizaire, Nicole A Hoff, Armand Sprecher, Lisa E Hensley, Jason Kindrachuk, Anne W Rimoin – Bundibugyo Ebola in DR Congo and Uganda: community-centred response must be operational, not rhetorical – 23/06/2026 – https://doi.org/10.1016/S1473-3099(26)00322-1 -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI MARINELLA CORREGGIA. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza IPA
October 21, 2026
Pressenza
Yemen: a Taiz l’escalation bellica aggrava l’emergenza
ACCESSO ALL’ACQUA A RISCHIO PER 1,6 MILIONI DI BAMBINI, DI CUI 52.000 COLPITI DA MALNUTRIZIONE ACUTA. I CASI SOSPETTI DI COLERA SONO GIÀ TRIPLICATI IN SOLE TRE SETTIMANE. Oggi – 20 ottobre 2026 – il rappresentante dell’UNICEF in Yemen, Akhil Iyer, ha dichiarato: > A Taiz l’escalation dei combattimenti e la mancanza di carburante stanno > minacciando i sistemi idrici dell’UNICEF che servono circa 3 milioni di > persone, di cui almeno 1,6 milioni bambini. > Lo Yemen è già una delle aree con maggiore scarsità d’acqua e Taiz sta > affrontando nuovamente pressioni sui servizi essenziali per migliaia di > famiglie sfollate. > Dall’ultima escalation a settembre, si stima che 120.000 persone – più della > metà di tutte le persone sfollate di recente in Yemen – sono state sfollate a > Taiz. > Molti sono fuggiti più volte, arrivando in comunità sovraffollate dove il cibo > scarseggia, l’acqua potabile è limitata e non hanno quasi più nulla per > sopravvivere. > I combattimenti hanno interrotto le principali vie di rifornimento, compreso > il corridoio Taiz–Aden. > Il cibo e il carburante scarseggiano sempre di più, i prezzi stanno aumentando > e i servizi essenziali rischiano di essere sospesi. >  Il Programma Alimentare Mondiale ha avvertito che le scorte di farina di > grano nelle zone colpite di Taiz sono quasi esaurite – uno sviluppo allarmante > in una provincia che già registra alcuni dei livelli più elevati di > insicurezza alimentare dello Yemen, con dieci dei suoi 16 distretti > precedentemente classificati a livelli di emergenza (Fase 4 dell’IPC). > Per le famiglie che faticano a sfamare i propri figli, questo è un altro colpo > devastante – in particolare per quelle che già soffrono di malnutrizione. > Quest’anno l’UNICEF ha sottoposto a screening oltre 168.000 bambini a Taiz, > riscontrando che più di 52.000 di loro erano colpiti da malnutrizione acuta, > quasi un bambino su tre tra quelli esaminati. > Ora, la carenza di gasolio minaccia di bloccare le pompe idriche, mentre il > costo dell’acqua trasportata su camion è triplicato dall’ultima escalation. > Per le famiglie che già faticano a procurarsi il cibo, l’acqua potabile sta > diventando sempre più inaccessibile. > L’UNICEF sta contribuendo a mantenere operativi i sistemi di pompaggio > dell’acqua che servono circa tre milioni di persone a Taiz, fornendo gasolio, > e sta al contempo garantendo servizi idrici e igienico-sanitari di emergenza a > oltre 300.000 persone. > Tuttavia, le conseguenze della carenza idrica vanno ben oltre la sete. L’acqua > non potabile e le condizioni igienico-sanitarie precarie aumentano il rischio > di malattie diarroiche e colera. > Queste malattie possono aggravare la malnutrizione impedendo ai bambini di > assorbire le sostanze nutritive di cui hanno disperatamente bisogno, > rendendoli più deboli e più vulnerabili a ulteriori infezioni. > In tutto lo Yemen, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità i casi > sospetti di colera sono già triplicati in sole tre settimane. > Per i bambini di Taiz, la fame, l’acqua non potabile e le malattie stanno > diventando una combinazione sempre più pericolosa. > L’UNICEF ha preposizionato quasi 8.000 cartoni di alimenti terapeutici pronti > all’uso per sostenere il trattamento dei bambini di Taiz affetti da > malnutrizione acuta grave. > Continuiamo a sostenere le strutture sanitarie, i trattamenti nutrizionali e i > servizi idrici essenziali. > Un bambino che soffre di malnutrizione non può permettersi di rinunciare alle > cure, non può permettersi di ammalarsi a causa dell’acqua non potabile. > Chiediamo a tutte le parti di proteggere i bambini e i civili, di > salvaguardare le reti idriche e le strutture sanitarie e di rispettare gli > obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario. > I bambini di Taiz hanno già sopportato anni di conflitto e privazioni. Non > possono permettersi di perdere i servizi che li tengono in vita. UNICEF
October 20, 2026
Pressenza
Oltre 30 persone si gettano in mare mentre uomini armati minacciano un’operazione di soccorso
È successo nelle prime ore di oggi, martedì 20 ottobre, durante un soccorso di Sea-Watch 5. Erano circa le 2 di notte. L’equipaggio della Sea-Watch 5 stava prestando soccorso a 65 persone a bordo di un’imbarcazione in vetroresina, quando è arrivato un motoscafo ad alta velocità, con a bordo sei uomini armati, alcuni con il volto coperto. Gli uomini hanno puntato le armi contro le persone che erano ancora a bordo, intimando loro di “scendere”. Nel buio, oltre 30 persone si sono gettate in mare. L’equipaggio della Sea-Watch 5 è riuscito a recuperare tutte le persone finite in acqua, risolvendo una situazione di estremo pericolo. Gli uomini armati si sono infine allontanati, rimorchiando l’imbarcazione in vetroresina ormai vuota, presumibilmente in direzione della Libia. Continuiamo a denunciare questi criminali che mettono a rischio la vita delle persone, eppure dall’Italia e dall’Europa non arrivano sanzioni e nemmeno proteste, ma fiumi di denaro per continuare questo stillicidio. Siete irresponsabili e complici. Sea Watch
October 20, 2026
Pressenza
La nave Oyvon soccorre 65 persone, quasi la metà minori non accompagnati
Il team di Medici Senza Frontiere a bordo della nave di ricerca e soccorso Oyvon ha soccorso 65 persone, in due diverse operazioni avvenute il 16 ottobre. Quasi la metà sono minori non accompagnati; uno di loro ha appena 8 anni. “Le persone erano esauste e mostrano i segni delle sofferenze subite. Alcune presentano cicatrici compatibili con episodi di violenza ripetuta” afferma Claire San Filippo, responsabile di MSF per le attività di ricerca e soccorso a bordo di Oyvon. Originari dell’Eritrea, del Mali, del Sudan, della Somalia, della Nigeria e del Sud Sudan, tutti i sopravvissuti erano partiti dalla Libia. Entrambi i soccorsi, il primo di 37 persone e il secondo di 28, sono stati effettuati da gommoni non idonei alla navigazione. Le persone soccorse sono sbarcate ad Augusta, il porto sicuro assegnato dalle autorità.       Medecins sans Frontieres
October 19, 2026
Pressenza
La solidarietà che resiste alla guerra in Sudan
Mentre la guerra continua a devastare il Paese e gli aiuti internazionali faticano a raggiungere le popolazioni, migliaia di volontari sudanesi si mobilitano ogni giorno attraverso le Emergency Response Rooms. Cucine comunitarie, assistenza medica, evacuazioni, rifugi e sostegno ai più vulnerabili: una rete nata dal basso che tiene in vita intere comunità e potrebbe avere un ruolo anche nel futuro del Sudan. In Sudan, mentre la guerra infierisce da tre anni sulla popolazione civile e gli aiuti umanitari faticano ad arrivare, c’è una rete di volontari che ogni giorno salva migliaia di persone. Sono le Emergency Response Rooms (ERR), cellule operative di soccorso nate dal basso e diventate uno dei principali strumenti di assistenza della società civile sudanese. Distribuiscono cibo e medicine, gestiscono cucine comunitarie, evacuano feriti. Lo fanno senza grandi mezzi, comunicando attraverso chat di WhatsApp e muovendosi tra posti di blocco e territori controllati da forze rivali. Un lavoro indispensabile che è valso loro la candidatura al Premio Nobel per la Pace 2025 e, a inizio settembre di quest’anno, il Premio per l’umanità, la pace e la fratellanza tra i popoli, assegnato dalla Fondazione Balzan a istituzioni o singole persone che si sono distinte in opere umanitarie eccezionali. L’organizzazione era tra i nomi che circolavano maggiormente anche quest’anno alla vigilia dell’assegnazione del prestigioso riconoscimento assegnato dal Comitato norvegese. L’importanza delle Emergency Response Rooms è cresciuta insieme alle dimensioni della crisi. A più di tre anni dall’inizio della guerra, il Sudan conta ancora oltre 8,5 milioni di sfollati interni, mentre più di 5,1 milioni di persone sono rientrate nelle proprie aree d’origine, secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Il ritorno, però, non significa necessariamente sicurezza: molte famiglie rientrano in abitazioni danneggiate e in territori dove i servizi essenziali sono ancora largamente compromessi. A rendere ancora più difficile la risposta sono la scarsità di finanziamenti e, soprattutto, le difficoltà di accesso. In molte aree gli operatori umanitari internazionali devono confrontarsi con combattimenti, posti di blocco, autorizzazioni e ostacoli burocratici. L’Oim considera infatti i soccorritori locali, comprese le Emergency Response Rooms di Khartoum, un elemento importante nelle attività di risposta e di prima ripresa. Sia l’esercito regolare (Saf) sia i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) sono accusati di ostacolare l’accesso agli aiuti e di utilizzare l’assistenza alimentare come strumento di pressione politica e negoziale. Rallentano i permessi, impongono ostacoli ai convogli e, in un contesto segnato da attacchi alle strutture sanitarie, gli operatori umanitari sono spesso esposti ad accuse di ingerenza. È dentro questo vuoto che le ERR hanno costruito il loro spazio. Come sono nate le ERR Le prime sono nate a Khartoum dopo lo scoppio della guerra, nell’aprile 2023, per poi estendersi in altre parti del Paese. La loro origine affonda però negli anni precedenti. Molti dei volontari provenivano dai comitati di resistenza, le reti di giovani che avevano avuto un ruolo centrale nelle mobilitazioni contro il regime di Omar al-Bashir e che, durante la pandemia di Covid-19, avevano già organizzato forme di assistenza nei quartieri. Quando nell’aprile 2023 è cominciata la guerra tra le Sudanese Armed Forces (Saf) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, quelle reti erano già presenti sul territorio. Hanno così riconvertito la loro esperienza in una macchina di soccorso adattata alla guerra. Le ERR non sono Ong nel senso tradizionale del termine. Sono gruppi locali, spesso organizzati a livello di quartiere, che coordinano volontari e risorse attraverso reti informali. I numeri attribuiti alla rete sono imponenti: alcune stime parlano di oltre 26 mila volontari distribuiti nei 18 Stati sudanesi. Anche la comunicazione si è adattata alle condizioni della guerra. Le reti utilizzano applicazioni di messaggistica che consentono ai volontari di coordinare rapidamente richieste e interventi, cercando allo stesso tempo di ridurre i rischi di intercettazione. In particolare, alcuni gruppi utilizzano app di messaggistica criptata come Signal o Telegram per limitare il rischio di identificazioni e ritorsioni da parte delle forze armate. Perché il rischio è concreto. I volontari possono essere accusati dall’una o dall’altra parte di sostenere il campo avversario. In questi anni diversi operatori delle ERR sono stati arrestati, minacciati o uccisi. In una guerra in cui anche l’assistenza può essere interpretata come una presa di posizione, aiutare i civili significa spesso esporsi ad accuse di spionaggio o di collaborazione con il nemico. Le radici culturali e morali di questo modello di mutuo soccorso affondano nel concetto di nafeer, che in arabo indica una forma di azione collettiva e richiama l’antica tradizione sudanese dell’aiuto reciproco. Anche le risorse arrivano in gran parte dai cittadini stessi, in particolare dalla diaspora, vale a dire da quelle persone che nei decenni passati sono emigrate nei Paesi del Golfo o in Occidente. Attraverso micro donazioni, applicazioni di banking digitale e rimesse dirette, la diaspora sostiene quotidianamente l’azione dei volontari sul territorio. Cosa fanno concretamente le ERR? L’operato di questi gruppi varia in base alle necessità dei territori e alle risorse disponibili. I servizi principali riguardano l’assistenza medica di base e la distribuzione alimentare. I volontari gestiscono le takaya, cucine comunitarie che sfamano interi quartieri, aprono ambulatori, si occupano di evacuare e di individuare rifugi per i civili e recuperano salme per garantirne una sepoltura dignitosa. Non solo: nei comitati femminili viene offerto sostegno alle donne vittime di violenza e di stupri di guerra, mentre alcuni giovani insegnano inglese e arabo ai bambini, cercando di evitare che una generazione intera cresca senza istruzione. Nel tempo si sono aggiunte anche attività di raccolta dati e gestione dei media. Ad esempio, la ERR di Khartoum ha creato un progetto di mappatura “contro-militare” che, attraverso il linguaggio visivo, punta a superare la percezione riduttiva e militarizzata del conflitto sudanese, mettendo al centro il ruolo dei civili e della solidarietà sociale. Questo mostra come il ruolo delle reti di mutuo soccorso si spinga oltre l’assistenza: oltre a salvare vite nell’immediato, queste reti hanno sviluppato una capacità di intervento capillare e rapida, spesso difficile da replicare per le organizzazioni umanitarie che devono operare attraverso procedure e autorizzazioni. Per alcuni osservatori e per esponenti della società civile sudanese, queste “stanze” locali non sono soltanto una risposta all’emergenza di oggi, ma potrebbero rappresentare anche uno dei laboratori da cui partire per la ricostruzione democratica del Sudan di domani.   Africa Rivista
October 15, 2026
Pressenza
L’Africa sfida il dominio USA sulla finanza lanciando la propria agenzia di rating
Esiste un oligopolio invisibile che riconduce dritto agli Stati Uniti. Il settore è quello della finanza e delle agenzie di rating, capaci di influenzare decisioni e provocare la caduta di governi democraticamente eletti. Lo dominano le “tre sorelle”: Standard & Poors, Moody’s e Fitch, le cui valutazioni finanziarie stabiliscono quali Paesi rappresentano dei mercati sicuri su cui investire e quali invece delle navi da abbandonare al più presto. Tali valutazioni qualitative aprono tutta una serie di problemi di indipendenza e obiettività, a cui l’Unione Africana ha deciso di rispondere con la nascita dell’Africa Credit Rating Agency (AfCRA). L’obiettivo è quello di valorizzare le economie nazionali e alla lunga ridurre i costi del debito. Un passo storico, che apre la sfida tutta africana al dominio USA sulla finanza. I Paesi di tutto il mondo sono indebitati; non è una novità. Per finanziare il deficit si ricorre ai mercati internazionali, emettendo titoli di Stato, che altro non sono che obbligazioni per il futuro. In altre parole, i Paesi ottengono risorse da piccoli risparmiatori e grandi fondi di investimento, impegnandosi a pagare (generalmente nel giro di cinque o dieci anni) dei tassi di interesse. Più un’economia è in salute e più sarà attrattiva per i mercati, dovendo spendere meno per convincere gli investitori a prestare denaro. Se invece l’economia è debole, i tassi di interesse salgono, innescando una più onerosa spirale del debito. In questa vasta offerta di obbligazioni, numeri e speculazione, le agenzie di rating la fanno da padrona, indirizzando con le proprie valutazioni le scelte degli investitori. Un giudizio AAA indica, teoricamente, un’economia solida, su cui è sicuro puntare; dal grado C si parla invece di alti rischi di insolvenza, con i Paesi a un passo dal default. Le agenzie di rating fanno dunque da vetrina agli investimenti. Nel tempo, come accaduto in tanti altri settori, gli Stati Uniti hanno creato un oligopolio, rendendo Standard & Poors, Moody’s e Fitch le società più prestigiose e sicure agli occhi degli investitori. Tuttavia si basano su valutazioni non sempre rappresentative della reale situazione economica, tanto dei Paesi quanto della sfera privata. Si pensi ad esempio alla crisi dei mutui subprime del 2007-2008, durante la quale titoli classificati come AAA dalle agenzie USA diventarono in poche settimane “titoli spazzatura”. La lista degli “errori” è lunga e alimenta i dubbi sulla reale indipendenza delle “tre sorelle”. È in questo contesto che si inserisce la nascita dell’Africa Credit Rating Agency (AfCRA), inaugurata la settimana scorsa a Balaclava, nel nord di Mauritius. È stata fortemente voluta dall’Unione Africana. L’organizzazione denuncia trattamenti mediamente peggiori (valutazioni comprese tra B e B-) per i Paesi membri rispetto a quelli riservati ad altre economie emergenti con performance simili, che ottengono invece gradi BB. Secondo le stime della Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite, l’attuale oligopolio USA costa ogni anno ai Paesi africani circa 75 miliardi di dollari in interessi maggiorati. L’AfCRA nasce come organismo indipendente, con l’obiettivo di rappresentare un contraltare informativo ai pregiudizi e alle valutazioni occidentali, denunciando una scarsa conoscenza delle reali potenzialità del continente, tra risorse, esplosione demografica e opportunità produttive. L’Africa Credit Rating Agency punterà così a creare un circuito parallelo da quello statunitense, rivolgendosi soprattutto agli investitori interni, con l’obiettivo di allentare la morsa del debito pubblico, storica leva neocolonialista. La strada per i primi risultati è lunga, l’agenzia dovrà superare l’ostacolo dell’indipendenza effettiva e conquistare la fiducia dei mercati, ma si inserisce in una postura africana rivolta all’autodeterminazione, che negli ultimi anni si è arricchita di diversi tasselli, a partire dalle nazionalizzazioni portate avanti in Burkina Faso e dai processi di riappropriazione della terra sottratta in Madagascar durante l’epoca coloniale. The post L’Africa sfida il dominio USA sulla finanza lanciando la propria agenzia di rating appeared first on L'Indipendente.
October 13, 2026
L'INDIPENDENTE
Sea-Watch, Sea-Watch 5 e Aurora 2 soccorrono 227 persone nel Mediterraneo in 48 ore
Gli equipaggi delle navi di Sea-Watch, Sea-Watch 5 e Aurora 2, hanno soccorso 227 persone da cinque imbarcazioni in pericolo in acque internazionali nel Mediterraneo centrale nell’arco di sole 48 ore. I soccorsi si sono svolti tra il pomeriggio di domenica 11 ottobre e la sera di lunedì 12 ottobre. Durante le operazioni, entrambi gli equipaggi hanno segnalato l’avvicinamento di imbarcazioni non identificate alle proprie navi. In un caso, un soggetto qualificatosi come Libyan Navy ha minacciato l’equipaggio della Sea-Watch 5 di portarlo a processo a Tripoli. Le autorità italiane hanno assegnato alla Sea-Watch 5 il porto lontano di Civitavecchia, a circa tre giorni di navigazione. Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch: “227 persone sono state soccorse da Sea-Watch nel giro di poche ore. Una delle barche stava affondando e solo grazie alla società civile, alle nostre navi, agli aerei, alle segnalazioni di Alarm Phone non ci troviamo a raccontare altri naufragi. Eppure il governo italiano continua a trattarci come criminali e manda la nostra nave in un porto lontano 900 chilometri, trasformando la distanza in un’arma contro il soccorso civile in mare. Ridurre deliberatamente la capacità di soccorso è una scelta politica con conseguenze letali. Una scelta di cui la storia chiederà conto.” I dettagli delle operazioni di soccorso La Sea-Watch 5 ha soccorso 151 persone in tre operazioni. Domenica l’equipaggio ha tratto in salvo 28 persone da un’imbarcazione che stava affondando, in seguito alla segnalazione dell’aereo di SOS Mediterraneé, e altre 51 persone dopo un allarme del numero di emergenza Alarm Phone. Prima del secondo soccorso, un’imbarcazione non identificata ha girato ripetutamente intorno alla Sea-Watch 5. Lunedì mattina la Sea-Watch 5 è stata allertata per un’altra imbarcazione in pericolo in un’area interdetta nei pressi di una piattaforma petrolifera offshore. Dopo che una nave di rifornimento collegata alla piattaforma aveva autorizzato l’ingresso nell’area per assistere le persone in pericolo, un soggetto qualificatosi via radio come Libyan Navy ha intimato alla Sea-Watch 5 di allontanarsi, minacciando di portare l’equipaggio a processo a Tripoli in caso di mancata obbedienza. L’equipaggio è poi riuscito a smorzare la tensione e a soccorrere tutte le 72 persone. Lunedì la nostra nave veloce Aurora 2 ha soccorso altre 76 persone in due operazioni. Durante la prima, una barca in vetroresina grigia non identificata, con quattro persone a bordo, si è avvicinata molto alla Aurora 2 senza stabilire alcun contatto. In serata l’equipaggio ha contribuito a stabilizzare una sesta imbarcazione fino all’arrivo della Guardia Costiera italiana, che ha preso a bordo le persone. Mentre alla Sea-Watch 5 le autorità italiane hanno assegnato il porto lontano di Civitavecchia, all’Aurora 2 è stato assegnato il porto di Lampedusa, raggiunto ieri intorno alle 21:30. A causa delle limitate riserve di carburante, l’Aurora 2 non sarebbe stata in grado di raggiungere un porto più distante. Secondo il Missing Migrants Project dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), dall’inizio del 2026 almeno 1.982 persone sono morte o disperse nel Mediterraneo. Sea Watch
October 13, 2026
Pressenza
Il discorso dimenticato di Mia Amor Mottley all’81esima Sessione dell’Assemblea Generale ONU
Mia Amor Mottley è una politica barbadiana, attuale premier di Barbados da maggio 2018 e leader del Partito Laburista di Barbados (BLP), è stata la prima donna a ricoprire l’incarico di Primo ministro del Paese. Mottley è stata membro del Parlamento per il collegio di Saint Michael Nord Est dal 1994. Dal 1994 al 2008, ha ricoperto varie posizioni all’interno del Governo di Barbados tra cui quella di attorney general (ministro della giustizia) divenendo la prima donna a ricoprire tale carica. Per ben due volte Leader dell’Opposizione nel Parlamento di Barbados dal 2008 al 2010 e dal 2013 al 2018, nel 2018 il BLP da lei guidato ha ottenuto una schiacciante vittoria elettorale alle elezioni generali del 24 maggio, conquistando tutti e 30 i seggi della Camera bassa (House of Assembly): impresa mai riuscita a nessun partito nella storia di Barbados; oltre ad ottenere il 72,8% dei voti, percentuale più alta mai ottenuta da un partito alle elezioni generali del Paese. Nel 2021 ha partecipato al vertice dei leader della COP26, in rappresentanza dei paesi che rischiano di rimanere sommersi dall’innalzamento dei mari, dichiarando che un innalzamento delle temperature di 2 gradi sarebbe una «condanna a morte» e che servono 500 miliardi di dollari di diritti speciali di prelievo all’anno per 20 anni, «se 500 miliardi vi sembrano tanti è solo il 2% di quanto speso per il quantitative easing». Nel maggio 2022 Mottley è stata descritta sulla copertina della rivista Time, la prima barbadiana ad esserlo, tra le 100 persone più influenti del 2022 per la sua esplicita difesa dell’affrontare il cambiamento climatico. Nel luglio 2022 un gruppo di esperti guidato dalla presidente Mottley e da Avinash Persaud, inviato speciale del primo ministro di Barbados per gli investimenti e i servizi finanziari, ha elaborato l’Iniziativa di Bridgetown (dal nome della capitale di Barbados) per la riforma dell’architettura finanziaria globale. La Mottley stessa ha presentato l’Agenda di Bridgetown il 22 settembre 2022, nel corso della 77ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e il 7 novembre 2022 al vertice dei leader della COP27. Nel 2020, ha manifestato l’intenzione di portare il Paese alla piena sovranità, distaccandosi da ogni legame con il Regno Unito e divenendo una repubblica, con un capo di Stato eletto tra i propri cittadini. La riforma costituzionale è entrata in vigore il 30 novembre del 2021 ed ora Mottley è la prima ministra della storia della Repubblica di Barbados. E’ proprio lei ad aver tenuto il 24 settembre 2026 un discorso di forte impatto – caduto ben presto nel dimenticatoio mediatico – durante il dibattito generale dell’81ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York: un monito per la pace, lo sviluppo alternativo, per la giustizia climatica, per l’eliminazione della povertà, per il multilateralismo e la risoluzione pacifica dei conflitti. Di seguito ne riportiamo la trascrizione e la traduzione: Signor Presidente, Eccellenze, amici miei, ci riuniamo in un momento in cui si moltiplicano gli ostacoli al progresso umano: ostacoli alla pace, all’accesso a cibo e acqua pulita, alla finanza, alla medicina e all’istruzione, alla libertà di movimento e alle opportunità. Ostacoli alla tecnologia, alle conoscenze e alle infrastrutture necessarie per utilizzarla e, sempre più spesso, ostacoli tra nazioni, tra comunità e tra persone che non concordano più sugli stessi fatti né ripongono fiducia nelle stesse istituzioni. La guerra continua a distruggere vite e comunità, nonostante la comunità internazionale disponga di strumenti più numerosi che mai per prevenire i conflitti e favorire il dialogo. La crisi climatica sta accelerando. Eppure, le evidenze scientifiche sono sufficientemente chiare da permetterci di agire e molte soluzioni sono già note. Nonostante una ricchezza globale senza precedenti, milioni di persone continuano a non avere un accesso sicuro a cibo, acqua, assistenza sanitaria o un alloggio. Queste sfide, amici miei, sono all’origine delle crisi di cui parliamo costantemente e, al contempo, ne stanno emergendo di nuove. L’intelligenza artificiale sta aprendo possibilità straordinarie nei campi della salute, dell’istruzione, della scienza e della produttività, creando però anche nuovi rischi di esclusione, sfruttamento, sorveglianza e distorsione della verità. Eppure, la cooperazione necessaria per affrontare queste sfide è sotto pressione. Ecco perché ritengo che il tema di quest’anno sia così pertinente. Ripristinare la fiducia. Gestire la trasformazione. Una nazione unita che opera per il bene di tutti. Questo tema ci ricorda che disponiamo di istituzioni create per preservare la pace, promuovere lo sviluppo e, naturalmente, tutelare la dignità umana. Queste istituzioni sono proprio le Nazioni Unite. Condividiamo principi fondati sull’uguaglianza sovrana e sul riconoscimento che le nostre responsabilità vanno oltre i confini nazionali. La realtà è che comprendiamo — purtroppo, aggiungerei — l’importanza di investire nella prevenzione anziché attendere di dover finanziare la ricostruzione. Comprendiamo a sufficienza la crisi climatica da sapere che dobbiamo ridurre le emissioni che stanno riscaldando il pianeta e adottare le misure necessarie affinché le nostre popolazioni possano adattarsi. Allo stesso modo, comprendiamo ormai abbastanza il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale da sapere che, pur accogliendone le potenzialità, dobbiamo ancorarne l’evoluzione a un quadro universale e umanizzante, che non metta a repentaglio la nostra esistenza come esseri umani. Il fallimento nell’affrontare queste sfide, dunque, amici miei, non è semplicemente una questione di conoscenze o di capacità. È un fallimento ricorrente nel trasformare ciò che sappiamo in ciò che facciamo. Nel tradurre i principi in pratica e la capacità globale in solidarietà. Così, alla base delle nostre molteplici crisi, ve n’è un’altra ancora. E sì, si tratta di una crisi di responsabilità. Signor Presidente, tale responsabilità ha inizio proprio qui, in queste sale. La trasformazione che auspichiamo per un mondo migliore avverrà solo quando impareremo a fidarci gli uni degli altri. E quando accetteremo la responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri. Noi, dai Caraibi, sappiamo bene cosa significhi la necessità di convivere. Non avevamo altra scelta. Il romanziere e saggista barbadiano George Lamming ha descritto un tempo i Caraibi come forse il primo esperimento globale della storia umana, capace di riunire – e cito – ogni ramo della famiglia umana, dalle popolazioni indigene delle Americhe alle diverse genti provenienti da Africa, Europa e Asia. È come se noi, attraverso questa storia tortuosa e condivisa di migrazioni, conquiste, schiavitù e il difficile lavoro di costruzione di un destino nazionale e regionale comune, offrissimo al mondo un esempio da seguire. Contro ogni previsione, i Caraibi hanno dato vita a quella che Lamming ha definito una nuova forma di famiglia globale. La nostra storia ci ha insegnato che la diversità non deve necessariamente tradursi in divisione. Che la convivenza richiede dialogo e negoziazione, e che chi non ha il potere di imporre deve imparare il potere della persuasione. Non si tratta di lezioni valide solo per i Caraibi. Sono universali. E lo sono davvero. Con questo spirito, desidero ringraziare Sua Eccellenza Annalena Baerbock per la sua guida dell’80ª sessione dell’Assemblea Generale e per aver contribuito a far avanzare il lavoro degli Stati membri sulla riforma dell’ONU. E a Lei, Signor Presidente. Barbados porge le sue più calorose. Congratulazioni. Attendiamo con interesse la Sua guida di questa Assemblea, mentre ci adoperiamo per ripristinare la fiducia e, concretamente, per trasformare le proposte di riforma in realtà attuative. Tuttavia, la riforma non può essere selettiva. Non possiamo procedere rapidamente alla riorganizzazione di uffici e gerarchie lasciando irrisolte le questioni più cruciali relative al potere e alla rappresentanza. Trasformazione e sviluppo. Le operazioni di mantenimento della pace e gli aiuti umanitari non possono avere successo se gli Stati membri non sono disposti a finanziarli. Sia chiaro: nessun organigramma può superare il rifiuto degli Stati di rispettare decisioni che ritengono scomode. Non possiamo continuare a chiedere alle organizzazioni internazionali di fare di più, senza fornire loro le risorse necessarie per adempiere ai mandati che noi stessi abbiamo concordato. E se gli Stati membri credono nelle istituzioni che hanno creato, allora devono anche essere pronti a sostenerle. Barbados ha sempre assolto a questa responsabilità e assicuro a questa Assemblea che continueremo a farlo. Il nostro impegno verso il multilateralismo e verso un ordine internazionale basato su regole deve essere misurato non solo da ciò che chiediamo a queste istituzioni, ma dalla nostra volontà di sostenerle. Dunque sì, miglioriamo i meccanismi, ma riformiamo anche l’esercizio del potere. Il Consiglio di Sicurezza conta ancora 15 membri, cinque dei quali permanenti. E dotati del potere di veto. L’Africa, con i suoi 54 Stati, non ha alcun seggio permanente. E avete sentito un oratore dopo l’altro salire su questo podio per affermare che la situazione deve cambiare. Anche i piccoli Stati insulari in via di sviluppo affrontano minacce che rientrano pienamente nel mandato del Consiglio: dal clima alla sicurezza, dai flussi illeciti di armi alla criminalità organizzata e agli spostamenti forzati di popolazioni. Eppure, pur rappresentando un quarto degli Stati del mondo, non abbiamo alcuna garanzia di rappresentanza all’interno del Consiglio. Questo, amici miei, deve cambiare. Il mondo che conosciamo è già cambiato. Il Consiglio non è cambiato di pari passo. Ma la riforma non riguarda solo chi siede al tavolo, bensì il modo in cui viene esercitato il potere. Barbados si unisce quindi ad altri 123 Stati membri nel sostenere l’iniziativa franco-messicana sull’uso del veto nei casi di atrocità di massa. Il principio alla base è fondamentale: laddove le popolazioni si trovino ad affrontare genocidi, crimini contro l’umanità o crimini di guerra su larga scala, il veto non deve paralizzare il Consiglio di Sicurezza proprio quando un’azione è più urgente. È per questo che si sta perdendo fiducia nelle Nazioni Unite e nel loro Consiglio. Signor Presidente, ciò non è giusto nei confronti della maggioranza degli Stati membri che ancora credono nella promessa di questo organismo, proprio mentre chiediamo maggiore equità attraverso la riforma del Consiglio di Sicurezza. Dobbiamo riformare parimenti il Segretariato, per sostenere meglio le operazioni di mantenimento della pace e la risoluzione dei conflitti. Ci è stato detto che oggi vi sono più conflitti rispetto a qualsiasi altro momento dalla fondazione delle Nazioni Unite e che, purtroppo, essi interessano quasi ogni angolo del pianeta. L’Istituto per la Pace di Oslo ha riferito che, nel corso dell’ultimo anno, 245.000 persone sono morte a causa dei combattimenti. Una cifra che equivale quasi all’intera popolazione di Barbados. Mi è stato riferito che ciò rende l’anno trascorso il terzo più violento dell’era post-Guerra Fredda. Amici miei, la portata della tragedia umana è in costante aumento, che si tratti di Gaza, della Cisgiordania, del Libano, dello Yemen, del Sudan, dell’Ucraina o di altre aree. Si temeva che i conflitti in Medio Oriente potessero estendersi ulteriormente; e i conflitti proseguono. Purtroppo, tali timori si sono concretizzati, con ripercussioni a livello globale. Ciononostante… Di fatto, i conflitti si stanno rivelando sempre più prolungati e frammentati. Se a questo si aggiungono la fame, un debito insostenibile e il riscaldamento globale, la situazione diventa un vero e proprio inferno per i cittadini di quei paesi; l’aumento dei costi dell’energia e dei trasporti, così come dei tassi di interesse, ha alimentato l’inflazione. Ciò significa che nessuno, nemmeno dall’altra parte del mondo, può sfuggire alle difficoltà nel soddisfare i bisogni quotidiani. La verità è che, finché non si giungerà a una soluzione a due Stati che rispetti i diritti e i territori sia di israeliani che di palestinesi, continueremo a vivere in una condizione di estrema precarietà. E vi chiederete giustamente: come siamo arrivati a questo punto? Dobbiamo affrontare ciascuno di questi conflitti con estrema determinazione e massima attenzione. È quanto richiede la legittimità. Consentiamo inoltre all’ONU di dispiegare, in modo deliberato e sistematico, agili squadre di mediazione guidate da leader politici, in carica o ex leader. Squadre che agiscano per conto del Segretario Generale, godendo della sua fiducia e autorità, nonché del rispetto degli Stati membri. Questo, amici miei, contribuirà a sollevare l’enorme peso necessario per porre fine a questi molteplici conflitti e portare pace e dignità alle popolazioni colpite. Sappiamo che l’unione delle forze rende più lieve ogni compito, e non possiamo ignorarlo. Questi conflitti richiedono il supporto di una forza di osservazione più rapida e tecnologicamente avanzata, capace di un dispiegamento tempestivo per monitorare e sostenere cessate il fuoco e accordi di pace, e dotata delle risorse necessarie. A queste forze di mantenimento della pace devono essere conferiti mandati realistici, garantiti finanziamenti certi e assicurata una reale collaborazione. Amici miei, lavoriamo insieme alle parti coinvolte in questi conflitti per costruire un dialogo e offrire opportunità di investimento e lavoro alle popolazioni colpite, affinché anch’esse possano vivere dignitosamente. Quanto al più ampio ordine giuridico internazionale, sappiamo che i paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni o capacità, dipendono da un sistema in cui le regole vengono stabilite collettivamente e applicate in modo coerente ed equo; tuttavia, se non agiamo tempestivamente, andremo incontro a gravi problemi. Ecco perché sosteniamo che l’ONU debba ricevere le risorse e la determinazione necessarie per agire prima che parlino le armi, e non dopo che abbiano iniziato a sparare. Amici miei, senza un ordine equo basato su regole condivise, gli stati più piccoli come il mio finirebbero semplicemente per scomparire da questo mondo. È per questo che Barbados è co-promotrice del P4M, un gruppo impegnato a rafforzare il multilateralismo e a contrastare coloro che ne attendono il funerale. Signor Presidente, desidero esprimere il mio profondo apprezzamento al Segretario Generale, mio fratello António Guterres. La sua voce è stata costante, ferma e assolutamente corretta su tutte le questioni critiche che l’umanità deve affrontare; un ringraziamento va anche alla sua vice, Amina Mohammed. Li ringraziamo inoltre per aver intrapreso questo cammino senza mai allontanarsi dai principi e dai valori fondamentali della Carta. Mentre le Nazioni Unite si accingono all’importante compito di scegliere il prossimo Segretario Generale, Barbados si unisce agli altri Stati membri della Comunità Caraibica nel dichiarare il proprio pieno sostegno alla candidatura dell’Ambasciatrice Carolyn Rodriguez-Burkett, della Guyana. In un momento in cui la comunità internazionale è chiamata a rinnovare la propria fiducia nel multilateralismo, riteniamo che l’Ambasciatrice Rodriguez-Burkett possieda l’esperienza, le competenze e la sensibilità necessarie per servire l’intera compagine di questa organizzazione. Credo, Signor Presidente, che anche altri condividano questa opinione. Vorrei ora passare al tema dell’intelligenza artificiale, una delle nostre nuove sfide. L’intelligenza artificiale sta già trasformando il modo in cui lavoriamo, apprendiamo e governiamo, ed è evidente che il suo potenziale è straordinario. Abbiamo constatato la sua grande capacità di individuare precocemente le malattie, prevedere disastri, migliorare l’agricoltura ed espandere l’accesso all’istruzione e ai servizi pubblici. Eppure, questi stessi sistemi straordinari possono altrettanto rapidamente riprodurre discriminazioni, ampliare la sorveglianza e diffondere falsità più velocemente di quanto le istituzioni riescano a reagire. Non dobbiamo permettere che una nuova era tecnologica riproduca le gerarchie di accesso e di potere esistenti. È per questo che Barbados è così onorata di ospitare la seconda riunione in presenza del Panel Scientifico Internazionale Indipendente sull’Intelligenza Artificiale, che si terrà nel mese di novembre di quest’anno. Riconosciamo che la riunione di ieri del Consiglio di Sicurezza può e deve imprimere un’accelerazione al modo in cui noi, come comunità globale, affrontiamo questa questione. In questa crescente era dell’IA, la governance non può essere lasciata a pratiche aziendali volontarie o a un ristretto numero di Stati tecnologicamente avanzati. Abbiamo bisogno di regole concordate a livello globale che tutelino la dignità umana, preservino un controllo umano significativo e garantiscano che i benefici dell’IA siano condivisi in modo ampio ed equo. Sottolineo che una tecnologia destinata a incidere su ogni Stato deve essere governata da regole che ogni stato abbia avuto l’opportunità di contribuire a definire. Signor Presidente, esattamente 65 anni fa, il grande intellettuale e psichiatra caraibico, francese e africano Frantz Fanon pubblicò quella che è ormai diventata un’opera classica: “I dannati della terra”. E, tra le molteplici osservazioni e analisi contenute in quel libro straordinariamente lucido e lungimirante, egli affermò quanto segue. Ciò che conta oggi — la questione che ostruisce l’orizzonte — è la necessità di una ridistribuzione della ricchezza. L’umanità dovrà affrontare questa questione, per quanto devastanti possano esserne le conseguenze. Amici miei, ciò era vero nel 1961 e, purtroppo, rimane evidente ancora oggi. Ecco perché le Barbados sostengono pienamente l’istituzione del proposto Panel internazionale sulla disuguaglianza. La crescente disuguaglianza è al centro dei dibattiti geopolitici, delle tensioni, della sfiducia nelle istituzioni e, di fatto, del crescente numero di conflitti a cui assistiamo. È per questo motivo che respingiamo l’idea secondo cui i governi dovrebbero astenersi da interventi politici essenziali per garantire condizioni eque e paritarie ai comuni cittadini. Sappiamo che sono state le scelte politiche dei governi a generare questa ingiustizia, e sono sempre le scelte politiche dei governi a doverla ora eliminare. Per noi, questa battaglia è importante quanto quella contro la crisi climatica. Signor Presidente, questo mi porta proprio a tale crisi. Il Ministro Murat Kurum, in rappresentanza della futura presidenza della COP31, ha esposto chiaramente la sfida: il tempo della semplice definizione degli obiettivi è ormai alle spalle. Chiunque abbia vissuto l’estate appena trascorsa in Europa e altrove sa che è stata la più calda mai registrata, e il fenomeno del “super El Niño” non ha ancora nemmeno colpito. L’agenda d’azione proposta pone la riduzione del metano al centro dell’attuazione delle politiche climatiche, e accogliamo con favore questa attenzione. È vero che l’anidride carbonica deve rimanere centrale nella transizione energetica globale, ma le emissioni non stanno diminuendo abbastanza rapidamente e ci vorrà tempo prima che i benefici dell’azione si manifestino appieno. Pertanto, Presidente, sotto la presidenza di Barbados del CVF (Climate Vulnerable Forum) e del gruppo dei paesi G20, 74 nazioni si sono riunite e hanno lanciato un appello per “tirare il freno d’emergenza” sul metano durante il Dialogo Ministeriale del G20 nell’aprile di quest’anno. I ministri delle finanze hanno concordato che la riduzione del metano deve essere considerata non solo una priorità ambientale, ma anche un’opportunità economica, fiscale e di salute pubblica. Ora dobbiamo passare all’azione concreta per il clima. I paesi vulnerabili devono mobilitare circa 490 miliardi di dollari all’anno entro il 2030, eppure gli attuali flussi di finanziamento si aggirano sui 90 miliardi. Come direbbero i giovani di Barbados: i conti semplicemente non tornano. Dobbiamo inoltre correggere l’iniquità dei costi di indebitamento che questi paesi devono affrontare. Tali costi sono superiori di quasi 1,2 punti percentuali per i paesi vulnerabili al clima rispetto alle economie avanzate. Questa cifra può sembrare modesta, ma in realtà genera un esborso aggiuntivo stimato in 62 miliardi di dollari l’anno in pagamenti di interessi in eccesso. Non può essere giusto. Credetemi quando dico che il cambiamento è possibile. Come abbiamo visto chiaramente con le misure della “Bridgetown Initiative” – in meno di un anno – Barbados, in qualità di presidenza del CVF (Climate Vulnerable Forum), ha collaborato con i paesi del G20 e con il Fondo OPEC per lo sviluppo internazionale per ideare e lanciare il “Vulnerability to Viability Compact”. Questa iniziativa poggia su quattro pilastri e coinvolge circa 74 paesi e 16 istituzioni finanziarie per lo sviluppo a livello globale, con l’obiettivo di ampliare l’accesso a capitali a lungo termine e a costi sostenibili per progetti nei settori dell’istruzione, della sanità e delle infrastrutture idriche. Il CVF ha inoltre riunito i governatori delle banche centrali per istituire il “Lifeline Fund”, che diventerà operativo a breve. Tale fondo mira a fornire liquidità immediata quando gli shock climatici generano pressioni sulla bilancia dei pagamenti dei paesi. Dunque, ci stiamo attivando per aiutarci da soli. Abbiamo agito con determinazione, consapevoli che non è possibile costruire ospedali, scuole e infrastrutture idriche ricorrendo a finanziamenti con scadenze a dieci o quindici anni. Tali soluzioni, infatti, spiazzano investimenti fondamentali per la nostra popolazione e ci lasciano impreparati ad affrontare le emergenze. Ecco perché questa importante iniziativa rappresenta un reale passo avanti. Tuttavia, meccanismi come questo non possono, da soli, risolvere le carenze strutturali dell’architettura finanziaria internazionale. Ribadisco che, da quasi cinque anni, l’Iniziativa di Bridgetown sostiene con costanza che la resilienza climatica, la sostenibilità del debito e l’accesso a finanziamenti a costi sostenibili non possono essere trattati separatamente. Per molti paesi vulnerabili, il problema non è semplicemente la disponibilità di capitali, ma la possibilità di disporre dello spazio fiscale necessario per contrarre prestiti e investire a condizioni ragionevoli. Signor Presidente, volgendo lo sguardo alla mia regione, i Caraibi, vorrei mettere in luce una serie di crisi che continuano a minacciare la nostra pace, la nostra stabilità e il nostro sviluppo. Vorrei premettere che, quando parlo dell’importanza della collaborazione per affrontare le sfide – il principio secondo cui “molte mani rendono il lavoro più leggero” – mi riferisco, in particolare alla risoluzione dei conflitti, a un ambito in cui i leader politici dei Caraibi possono svolgere un ruolo fondamentale nella propria regione. Innanzitutto Haiti: la crisi della sicurezza continua a frenare il rinnovamento politico e la ripresa economica; è vero che i preparativi per il ritorno a un governo costituzionale stanno procedendo, seppur tra enormi difficoltà. Tuttavia, tali sforzi non potranno avere successo senza un miglioramento della sicurezza, in particolare nelle aree della capitale e dei suoi dintorni, dove risiede oltre la metà dell’elettorato haitiano. Barbados sostiene pertanto il pieno dispiegamento – promesso ormai da tempo – e il rinnovo del mandato della forza incaricata di contrastare le bande criminali. Vorrei ricordare che l’attuale, accentuata situazione di insicurezza ha avuto inizio nel 2022, con le rivolte legate al prezzo del carburante scoppiate poco prima della riunione dell’Assemblea Generale di quell’anno. Non siamo riusciti a garantire quel livello di sicurezza necessario a ridurre al minimo la perdita di vite umane. Allo stesso tempo, è doveroso esprimere gratitudine agli Stati membri che hanno contribuito, in vari modi, ad aiutare Haiti a trovare la propria strada. Tra questi figura, naturalmente, il Gruppo di Personalità Eminenti della Comunità Caraibica, che negli ultimi anni ha contribuito a costruire il consenso e a mantenere vivo il dialogo con i principali partner internazionali. Inoltre, Signor Presidente, siamo profondamente preoccupati per l’aggravarsi delle difficoltà umanitarie che affliggono la popolazione di Cuba. Troppe persone stanno soffrendo. Troppe persone. Le restrizioni al commercio, alla finanza e all’accesso al carburante stanno aggravando le difficoltà non solo per i cittadini cubani, ma anche per tutti coloro che vi studiano e vi risiedono; Barbados si è sempre opposta all’uso dell’embargo e di altre misure coercitive unilaterali contro Cuba. E, come sempre, auspichiamo un impegno costruttivo, fondato sul dialogo, sull’uguaglianza sovrana e sul rispetto del diritto internazionale. Ecco perché siamo qui in qualità di singoli Stati. Desideriamo inoltre esprimere la nostra costante solidarietà al popolo del Venezuela che, purtroppo, si sta riprendendo dai devastanti doppi terremoti dello scorso giugno. L’orrore è stato sconvolgente. Barbados è stata orgogliosa di sostenere il Paese vicino nell’immediatezza dell’evento, inviando in Venezuela il proprio ospedale da campo e il relativo personale. Restiamo impegnati a sostenerli nel loro percorso di ripresa a lungo termine. Un Venezuela stabile, sovrano, pacifico e democratico è fondamentale per la sicurezza e la prosperità non solo dell’America Latina, ma dell’intera regione caraibica. A tal proposito, tuttavia, devo cogliere l’occasione per ribadire il fermo sostegno di Barbados alla Guyana – Paese fratello della CARICOM – nel suo tentativo di giungere a una risoluzione pacifica, tramite la Corte Internazionale di Giustizia, della lunga e irrisolta controversia territoriale con il Venezuela. Ciò risponde agli interessi del popolo della Guyana, del popolo del Venezuela e delle popolazioni dei Caraibi e dell’America Latina. I Caraibi, amici miei, devono rimanere una zona di pace. Non possiamo accettare che la nostra regione diventi un teatro di scontro o di uso unilaterale e ingiustificato della forza. Signor Presidente, questo mi porta a un’altra questione. Il 25 marzo di quest’anno, in questa Assemblea Generale è stata approvata una risoluzione storica. La stragrande maggioranza degli Stati ha riconosciuto una verità che noi caraibici conoscevamo da tempo: la tratta di africani ridotti in schiavitù e la loro riduzione in schiavitù come beni mobili su base razziale costituiscono il più grave crimine contro l’umanità. E ne siamo consapevoli. Purtroppo, ne portiamo ancora le cicatrici. Ho ricordato che è stato il mio Paese, Barbados, ad adottare nel 1661 il primo codice al mondo sulla schiavitù intesa come possesso di esseri umani. Altri seguirono, purtroppo, l’esempio, incluso il famigerato Code Noir del 1685. Quel Code Noir è stato abrogato solo quest’anno; ecco perché le ferite sono ancora aperte. Noi, a Barbados, ci assumiamo la responsabilità morale di porre fine all’eredità della schiavitù e alle sue orribili conseguenze. Dobbiamo promuovere la guarigione attraverso la giustizia riparativa, poiché è la cosa giusta da fare. Di conseguenza, nel luglio di quest’anno, i capi di governo della CARICOM hanno approvato il piano rivisto in dieci punti della CARICOM per la giustizia riparativa a favore dei Caraibi, dell’Africa e dei Paesi interessati. È necessario avviare un confronto sincero, e ringrazio il Presidente Mahama del Ghana per aver partecipato con tale determinazione. Non chiediamo riparazioni senza assumerci la responsabilità del nostro percorso di risanamento interno, che abbiamo intrapreso ormai da decenni. Voglio essere molto chiara su questo punto, Presidente dell’Assemblea. Signor Presidente… commetto lo stesso errore del Presidente Mohammed. Siamo parlamentari. Ci tengo a chiarire questo aspetto. Non vi sia alcun dubbio, Signor Presidente: la mentalità che ha instaurato, giustificato e sostenuto la schiavitù è la stessa che alimenta le iniquità presenti nelle strutture di potere di questa stessa istituzione e nell’architettura finanziaria internazionale. È la stessa mentalità. È la stessa mentalità che ha fatto sì che, per secoli, la rappresentazione cartografica globale dell’Africa ne riportasse dimensioni grossolanamente errate. Come se le reali dimensioni dell’Africa dovessero intimidire il resto del mondo, portandolo a riconoscerne la potenza. Signor Presidente, se vogliamo ripristinare la fiducia in queste Nazioni Unite, se vogliamo gestire la trasformazione – come recita il tema da Lei scelto – e se desideriamo un’ONU che operi realmente a beneficio di tutti, allora dobbiamo, innanzitutto, riconoscere a ogni essere umano pari valore e dignità. E non trovo riferimento migliore delle parole pronunciate da Sua Maestà Hailé Selassié proprio in questa Assemblea, il 4 ottobre 1963. E chi ne conosce le parole può ripeterle con me: “finché la filosofia che considera una razza superiore e un’altra inferiore non sarà definitivamente e universalmente screditata e abbandonata, ci sarà la guerra. Finché non esisteranno più cittadini di prima e di seconda classe in alcuna nazione, finché il colore della pelle di un uomo non avrà più importanza del colore dei suoi occhi… Ci sarà la guerra”. Ma, Signor Presidente, allo stesso modo… Non vi saranno né fiducia né trasformazione. Noi vogliamo la pace. E, per citare quella celebre canzone resa famosa da Dionne Warwick: “ciò di cui il mondo ha bisogno ora è amore. Dolce amore. È l’unica cosa… di cui c’è davvero troppo poco”. No, non solo per alcuni, ma per tutti: amore e un po’ di gentilezza. Signor Presidente, vorrei tornare all’inizio di una tappa fondamentale per il mio Paese e per le sue relazioni con il mondo. Il 9 dicembre di quest’anno ricorrerà il sessantesimo anniversario dell’ingresso di Barbados in questa organizzazione, avvenuto dopo aver conquistato l’indipendenza al termine di 340 anni di soggezione imperiale. In quel freddo 9 dicembre del 1966 — appena nove giorni dopo aver ottenuto l’indipendenza e proprio nel giorno della nostra ammissione alle Nazioni Unite — il nostro primo Primo Ministro, l’illustre Errol Barrow, enunciò un principio che, unito a quelli di questa organizzazione, è rimasto la nostra linea guida nei rapporti con il mondo: Barbados è amica di tutti e satellite di nessuno. Il Primo Ministro Barrow parlò, infatti, di un mondo segnato da profonde disuguaglianze di ricchezza e opportunità, una realtà che Fanon aveva già evidenziato appena cinque anni prima. Riprendendo le parole del Primo Ministro Barrow — il quale a sua volta citava la Bibbia ebraica — vorrei ricordare il suo monito: “i Paesi di recente indipendenza non potevano restare relegati a ruoli di manovalanza e servitù, mentre la ricchezza mondiale fluiva altrove”. Egli riteneva che le Nazioni Unite dovessero porre l’eliminazione della povertà al centro della propria missione. Non stupitevi, dunque, se consideriamo nostro dovere combattere la crescente disuguaglianza globale. Molto di buono è stato realizzato dalle Nazioni Unite negli ultimi sessant’anni e oltre. In questo periodo, la nostra appartenenza alle Nazioni Unite è stata fondamentale affinché Barbados potesse esprimere la propria sovranità e partecipare, su un piano di parità, alla comunità internazionale. Queste aule ci hanno offerto una tribuna da cui parlare a nome nostro, difendere gli interessi del nostro popolo e di altri, e contribuire a plasmare le decisioni che ci riguardano tutti. Signor Presidente, all’inizio di quest’anno, la nostra Poeta Laureata è salita su questo podio e ha ricordato a questa Assemblea – e cito le sue parole – che il nome stesso di “Nazioni Unite” implica l’impegno ad accendere la fiamma della coscienza, dell’empatia, dell’unità e dell’equità. Queste Nazioni Unite devono continuare ad alimentare quel fuoco per costruire un mondo trasformato e inclusivo. Nel lasciare questo podio, vi esorto a garantire insieme che le fiamme della speranza, della pace e della dignità ardano così intensamente da illuminare il mondo intero, nonostante tutte le avversità che ci troviamo ad affrontare. Vi ringrazio.”   https://gadebate.un.org/en/81/barbados https://easterncaribbean.un.org/en/323315-%E2%80%98turn-what-we-know-what-we-do%E2%80%99-barbados-prime-minister-mia-amor-mottley-urges-world-leaders Redazione Italia
October 10, 2026
Pressenza
Rural Women’s Assembly: le contadine africane che custodiscono semi e riconquistano la terra
La banca genetica dello Zimbabwe conserva a 21 gradi sotto zero oltre 63mila campioni registrati, appartenenti a ventitré colture diverse. Eppure, quando nel maggio 2021 una piccola delegazione di contadine ha bussato alla sua porta, i funzionari hanno ammesso di non avere l’arachide bianca “bob white”, una delle varietà più ricercate nei villaggi. Ce l’aveva una di loro: 6 mesi prima l’aveva portata a un incontro della Rural Women’s Assembly e l’aveva divisa con le compagne perché la moltiplicassero. È da storie come questa che passa il Right Livelihood Award, il cosiddetto “Nobel alternativo”, che il 30 settembre scorso la fondazione di Stoccolma ha assegnato al movimento che riunisce le piccole agricoltrici dell’Africa australe, «per aver organizzato le donne rurali della regione in una forza unita a difesa della terra, dei semi e dell’autonomia del corpo contro l’esproprio delle multinazionali e del patriarcato». La cerimonia si terrà il primo dicembre nella capitale svedese. Secondo la fondazione, l’Assemblea conta oggi oltre 178mila socie in undici Paesi, dal Sudafrica alla Tanzania, dal Madagascar allo Zimbabwe. È nata nel 2009, quando 250 donne arrivate da tutta la regione si incontrarono nella provincia sudafricana del Limpopo per superare i problemi lasciati in eredità dal colonialismo e dall’apartheid. Oggi ha sede a Città del Capo, rifiuta il modello delle ONG e si è strutturata in maniera orizzontale, portata avanti dalle volontarie, con 3 rappresentanti per ciascun Paese. La coordinatrice regionale, Mercia Andrews, preferisce definire la loro voce più «chiassosa» che radicale e lo dimostra un episodio che lei stessa ha raccontato. Nel Limpopo un’autorità tradizionale negava a una vedova la terra per seppellire il marito, e allora trenta socie caricarono la bara su un carro funebre e la portarono nell’ufficio del capo: «Visto che non vuoi che quest’uomo riposi, lo portiamo da te, così sarai inquieto quanto lui». Entro un’ora la terra fu concessa. IL PARADOSSO DEL CIBO LOCALE Il lavoro sui semi è iniziato a Lusaka, in Zambia, nel 2018; durante una delle scuole femministe che il movimento organizza ogni anno, le partecipanti fecero l’inventario di ciò che finiva nei loro piatti e scoprirono un paradosso: producevano cibo per i mercati locali, ma gran parte di quello che compravano per sé arrivava dall’estero. Da quell’illuminazione nacque un censimento dei semi, condotto tra il 2020 e il 2022 in sette Paesi – Lesotho, Malawi, Mozambico, Sudafrica, Eswatini, Zambia e Zimbabwe – da ricercatrici scelte tra le socie, quasi tutte contadine. Hanno raggiunto decine di villaggi remoti, intervistato centinaia di contadine locali e messo nero su bianco i nomi di varietà tramandate da generazioni. In Zimbabwe le donne hanno contato undici varietà di arachidi e altrettante di fagiolo dall’occhio e di arachide bambara; in Malawi si coltiva un’arachide chiamata Musandionekuda, che significa «non sottovalutarmi perché sono nera»; in Zambia le custodi ricordano i genitori che, in fuga dalle guerre o in cerca d’acqua, viaggiavano con i semi nascosti tra i capelli. L’età è eterogenea, anche se la maggior parte sono donne anziane: in Lesotho l’84 per cento delle intervistate ha tra 50 e 76 anni; in Sudafrica la più giovane ne ha 21, la più anziana 98, e la maggioranza ha superato i 60. COLTURE DEGLI UOMINI, CIBO DELLE DONNE La prima minaccia, denunciano le socie dell’associazione, sono gli ibridi distribuiti con i sussidi pubblici, che in Lesotho sono gli unici semi previsti. La seconda sono le leggi sementiere modellate sulla convenzione UPOV del 1991, che tutela la proprietà intellettuale dei costitutori e limita la possibilità di riseminare e scambiare le varietà protette. Su quel modello la Comunità di sviluppo dell’Africa australe ha adottato nel 2017 un protocollo regionale che, secondo l’African Centre for Biodiversity, è inadatto a un’area dove nove Stati membri rientrano tra i Paesi meno sviluppati. «Gli ibridi sono considerati colture degli uomini», scrivono le socie zimbabwesi. «Gran parte del cibo che mangiamo lo coltivano le donne, mentre gli uomini seminano per fare affari». Zvidzai Magunde lo sa bene: dal 2018 il mais ibrido l’ha lasciata a mani vuote tre volte, mentre miglio, sorgo, zucca e fagiolo dall’occhio, nonostante le piogge irregolari, non l’hanno mai tradita. Alcune socie della Rural Women’s Assembly in Malawi   I risultati elencati nella documentazione del premio sono diversi: dall’avviamento di ventiquattro siti di moltiplicazione dei semi tradizionali, a una nuova ricerca lanciata nel 2025, con 720 donne in 7 Paesi, che ha documentato 160 varietà tra cereali, legumi, frutti e tuberi. Nello stesso anno la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini è stata tradotta nelle lingue locali, in un percorso che ha coinvolto oltre 18mila donne. Anche la svolta agroecologica è nata dal basso, con una scuola di agroecologia che, sempre secondo la fondazione, ha permesso di sostituire i fertilizzanti chimici con risorse naturali e di abbassare i costi di produzione. IL VERTICE NEL PAESE DELLE CONTADINE SENZA TERRA Resta poi il nodo della terra, perché, come scrivono le socie dell’Eswatini, nel loro Paese le contadine non possiedono i campi che lavorano, nemmeno quando sono vedove e capofamiglia. Proprio in Eswatini, a Ezulwini, tra il 5 e il 7 ottobre si è svolto il primo vertice dell’Unione africana dedicato ai semi e l’Assemblea ci è arrivata con un documento dal titolo eloquente, “The Seeds Are Ours”, in cui chiede che i sistemi sementieri contadini restino nelle mani delle comunità invece di essere piegati alle regole del seme commerciale. La bozza di dichiarazione finale, che dovrà ancora passare al vaglio dell’Unione africana, prevede di riconoscere ai contadini il diritto di conservare, usare e scambiare le sementi e di non criminalizzarli. È la stessa partita che si gioca nel resto del mondo, dove poche multinazionali controllano insieme il mercato dei semi e quello dei pesticidi. In Europa e negli Stati Uniti la contesa passa anche dai brevetti: «Se è riconosciuta la brevettabilità del vivente significa che possono essere brevettate le piante, le loro componenti, comprese le sementi», ha spiegato a L’Indipendente Simone Vezzani, docente di diritto internazionale all’Università di Perugia. Da un lato l’esclusiva di chi registra una varietà, dall’altro il diritto di chi la coltiva da generazioni. The post Rural Women’s Assembly: le contadine africane che custodiscono semi e riconquistano la terra appeared first on L'Indipendente.
October 9, 2026
L'INDIPENDENTE