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Report de La Via Campesina su sovranità alimentare, guerra, imperialismo e fame nel mondo
In occasione del 30° anniversario della Giornata internazionale delle lotte contadine, il 17 aprile 2026, La Via Campesina ha pubblicato il suo documento programmatico sulle guerre nel mondo. Nel 30° anniversario del massacro di Eldorado dos Carajás, un tragico evento che ha segnato la storia de La Vía Campesina, dove contadini senza terra in Brasile furono uccisi dalla polizia federale per aver difeso il loro diritto alla riforma agraria. A pochi chilometri di distanza e 30 anni dopo, il mondo continua a mietere vittime innocenti, in uno scenario sempre più critico, segnato dalla pressione del potere imperiale e dalle tensioni geopolitiche. La Via Campesina, movimento contadino ed ecologista internazionale che riunisce oltre 180 organizzazioni provenienti da 81 paesi e rappresenta più di 200 milioni di contadini, agricoltori, popolazioni indigene e comunità rurali, lancia l’allarme presentando un documento programmatico: “GLOBALIZATION OF WAR AND THE STARVATION OF PEOPLES Food Sovereignty Against Imperialism and Global Wars” (ovvero, “La sovranità alimentare di fronte alla guerra, all’imperialismo e alla fame dei popoli nel mondo”), un position paper che affronta elementi chiave per comprendere l’impatto delle guerre e del potere imperialista sulla sovranità alimentare dei popoli. In linea con la sua lotta centrale, “di fronte alle crisi globali, costruiamo la sovranità alimentare per garantire il futuro dell’umanità”, LVC sottolinea l’urgenza della situazione. Si legge nell’incipit: “Mai nella storia recente così tanti conflitti armati sono scoppiati simultaneamente in così tanti continenti. Le guerre a Gaza, in Libano, Mali, Ucraina, Sudan, Yemen, Myanmar, nel Sahel, nella Repubblica Democratica del Congo e in Siria non sono tragedie isolate. Sono manifestazioni sintomatiche di un unico sistema globale strutturalmente malato, costruito sulla logica dell’accumulazione illimitata di capitale, del razzismo strutturale, dell’escalation delle tensioni geopolitiche, dello sfruttamento delle risorse e del dominio neocoloniale imperialista. Oggi convergono 4 dinamiche che si rafforzano a vicenda: una crisi strutturale del capitalismo globale, l’escalation dell’imperialismo militare da parte delle potenze dominanti, lo sviluppo di tecnologie militari con effetti sempre più distruttivi e l’uso deliberato del cibo come arma. Queste dinamiche costituiscono una minaccia esistenziale non solo per i sistemi alimentari, ma anche per l’umanità e la natura stessa, con gravi violazioni dei diritti umani che eludono le convenzioni internazionali vincolanti. La difesa della terra e del cibo è stata storicamente parte integrante delle lotte dei popoli contro i colonizzatori. Fin dai primi tempi del colonialismo, terre, acque, foreste e territori sono stati conquistati per arricchire gli egemoni globali. Oggi, il neocolonialismo e il neoimperialismo continuano attraverso interventi militari e sistemi commerciali, istituzioni finanziarie e monetarie neoliberiste e multinazionali. Queste dinamiche fanno parte di ciò che Naomi Klein definisce “capitalismo dei disastri”, un sistema in cui le crisi vengono sfruttate per imporre privatizzazioni e deregolamentazione, garantendo che siano proprio loro a ricostruire e promuovere nuove tecnologie per un nuovo sistema di produzione alimentare.” Il documento ha preso in considerazione importanti dati forniti da rapporti del Comitato per la pesca della FAO, attraverso il suo rapporto sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo (SOFI), dello Stockholm International Peace Research Institute, dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), tra gli altri, riguardo ai conflitti globali e al loro impatto sui sistemi alimentari nei Paesi colpiti. “I poveri delle zone rurali, coloro che nutrono il mondo, stanno pagando il prezzo più alto.” – scrive La Via Campesina nel suo report – “Sono intrappolati nella povertà, nella fame e nei conflitti, che causano espropriazione e migrazioni forzate. (…) I fatti richiedono un’urgente chiarezza morale e politica.” Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) (1), i conflitti armati sono la principale causa di fame a livello globale. Sono: * 733 MILIONI persone che soffrono la fame nel mondo (FAO SOFI 2024); * 3,1 MILIARDI persone che non possono permettersi una dieta sana (FAO); * 60% le persone che soffrono la fame viventi in zone di conflitto (WFP); * e $2,44 TRILIONI spese militari globali nelle zone di conflitto 2023 (SIPRI ). Secondo La Via Campesina (LVC): “L’accumulazione di capitale, motore dell’ordine economico globale, si è sempre basata su due forme di espropriazione: lo sfruttamento del lavoro umano e la mercificazione della natura. Terra, acqua, semi, minerali, geni e spazio atmosferico sono stati tutti trasformati in risorse commerciabili. Quando queste risorse diventano scarse o quando gli stati potenti percepiscono una minaccia al loro approvvigionamento, la guerra diventa lo strumento prescelto.” È impossibile comprendere l’attuale proliferazione delle guerre senza confrontarsi con le profonde contraddizioni strutturali del capitalismo del XXI secolo. La globalizzazione della guerra nel mondo sta generando una pericolosa transizione dovuta alle dispute geopolitiche per il potere. Regioni come il mondo arabo e la sua sfera geopolitica, il Corno d’Africa, il Sahel, l’America Latina e il Sud-est e l’Est asiatico (l’Indo-Pacifico) sono diventate teatri centrali della competizione tra superpotenze. La LVC lancia l’allarme su come il multilateralismo sotto l’egida delle Nazioni Unite (ONU) sia effettivamente minacciato, subendo una pressione crescente da parte di potenze egemoniche concorrenti, che porta le Nazioni Unite ad essere irrilevanti nella regolamentazione e nella definizione delle relazioni internazionali. Con l’erosione dell’egemonia statunitense sotto il peso della finanziarizzazione, della deindustrializzazione, dell’ascesa della Cina come superpotenza economica e tecnologica e dell’emergere dei BRICS, la politica estera degli Stati Uniti è diventata sempre più assertiva. Come viene scritto nel report, la dinamica geopolitica è caratterizzata da quattro elementi strutturali: – Militarizzazione dell’economia globale: la spesa militare ha raggiunto la cifra record di 2.440 miliardi di dollari nel 2023 (SIPRI, 2024), mentre la FAO stima che porre fine alla fame nel mondo costerebbe 267 miliardi di dollari all’anno. La scelta di armare anziché nutrire non è una necessità economica, bensì una decisione politica. Riflette una prospettiva in cui il dominio della geopolitica è visto come una via per il dominio dell’economia globale. – L’ascesa del complesso militare-industriale: le lobby delle armi negli Stati Uniti, in Francia, in Israele e in altri paesi esercitano un’influenza significativa sulla politica estera. Le esportazioni di armi generano profitti nell’ordine delle centinaia di miliardi, mentre i territori che le ricevono si misurano in numero di vittime. La capacità distruttiva degli armamenti moderni è senza precedenti e mette il mondo intero a rischio nucleare. – La corsa alle risorse naturali: elementi delle terre rare, combustibili fossili, acqua e terreni agricoli sono la vera posta in gioco nella maggior parte dei conflitti contemporanei. Il blocco delle esportazioni di grano ucraino, la corsa al cobalto congolese e l’assedio delle zone di pesca di Gaza riflettono tutti questa logica. – Dipendenza strutturale dal Sud del mondo: decenni di aggiustamenti strutturali neoliberisti hanno eroso la sovranità alimentare delle nazioni in via di sviluppo, rendendole dipendenti da corridoi di importazione facilmente trasformabili in armi attraverso sanzioni, blocchi o interdizioni marittime. Oltre a questo, la globalizzazione della guerra porta inevitabilmente ad una catastrofe ecologica. “I conflitti armati accelerano la distruzione ambientale attraverso il bombardamento degli ecosistemi, la contaminazione del suolo e dell’acqua, la combustione di combustibili fossili in quantità massicce e il collasso della governance ambientale. Le zone di guerra diventano spesso siti di inquinamento tossico, deforestazione e perdita di biodiversità. Allo stesso tempo, l’accelerazione della crisi ecologica alimenta le tensioni geopolitiche. Con il superamento dei limiti planetari, tra cui l’instabilità climatica, la scarsità d’acqua, il degrado del suolo e la perdita di biodiversità, la competizione per le risorse naturali si intensifica.” In queste guerre si sta tornando ad un uso strategico della fame come arma di guerra. Se prima era una strategia usata dagli imperi nella storia per affamare e sottomettere i popoli,  questa antica logica viene applicata con precisione moderna: attraverso bombardamenti aerei dei sistemi di irrigazione, blocchi marittimi sulle importazioni di cibo, sanzioni che limitano l’accesso a fertilizzanti e pesticidi e il deliberato attacco a banche di semi, depositi di cereali, flotte pescherecce e mercati agricoli. LVC analizza i tre casi seguenti che dimostrano lo smantellamento deliberato dei sistemi alimentari come meccanismo di coercizione, punizione e controllo della popolazione: * A Gaza, la distruzione dell’80% dei terreni agricoli, il bombardamento dei pescherecci e il blocco dei corridoi umanitari costituiscono ciò che il Relatore Speciale delle Nazioni Unite ha definito “genocidio per fame”. * In Yemen, un decennio di blocco del porto di Hudaydah, punto di ingresso per il 70% delle importazioni alimentari, ha prodotto una delle peggiori carestie della storia moderna. * In Sudan, le Forze di Supporto Rapido hanno sistematicamente distrutto granai e saccheggiato terreni agricoli, trasformando un granaio in una catastrofe. “Questi non sono danni collaterali.” – scrive LVC – “Sono politiche deliberate e devono essere definite come tali: crimini di guerra.” La Via Campesina, in quanto movimento che riunisce le organizzazioni contadine a livello globale, ha riflettuto su questo tema e ha costantemente denunciato l’uso della fame come arma di guerra e il business che ne deriva. La distruzione e l’occupazione militare ne traggono vantaggio, alimentando genocidi in corso e perpetrando un numero incalcolabile di violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità, che rischiano di restare impuniti, con donne e bambini che rappresentano i soggetti più vulnerabili. Uniti contro l’imperialismo, il neocolonialismo, la criminalizzazione delle lotte e l’espropriazione dei territori, La Via Campesina invita le sue organizzazioni associate e le organizzazioni alleate a studiare e condividere il documento come strumento educativo divulgativo e come contributo della classe contadina globale, espresso con la sua stessa voce.   (1) Fonti: FAO State of Food Security 2024 | WFP Global Report 2024 | SIPRI Military Expenditure Database 2024   Comunicato di La Via Campesina: https://viacampesina.org/en/2026/04/food-sovereignty-in-the-face-of-war-imperialism-and-the-hunger-of-peoples-around-the-world/ Per scaricare position paper: EN_LVC_2026_04_17_Documento_di_posizione_LA_GLOBALIZZAZIONE_DELLA_GUERRA_E_LA_FAME Documento di posizione di EN LVC_La sovranità alimentare di fronte alla guerra Lorenzo Poli
April 23, 2026
Pressenza
RADIO AFRICA: “LA RESISTENZA AFRICANA CONTRO IL FASCISMO” E GLI ABUSI SULLE DONNE MIGRANTI
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 23 aprile, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli attrezzi. Oggi dedicheremo i 35 minuti a nostra parlando innanzitutto del convegno intitolato “Bella Ciao. Resistenza africana contro il fascismo”. Lo faremo con il direttore di Africa Rivista, che organizza l’iniziativa, Marco Trovato. La parola poi a Pietro Gorza, antropologo e coordinatore dei progetti dell’associazione On Borders, che ci racconterà del rapporto presentato mercoledì 22 aprile al Parlamento Europeo e intitolato “Woman State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia. 33 testimonianze da un confine esterno della UE”. La puntata di Radio Africa, in onda giovedì 23 aprile alle ore 18.45 e in replica venerdì 24 aprile, alle ore 6.30. Ascolta o scarica Pubblichiamo il programma del convegno online che si tiene giovedì 23 aprile dalle ore 18.15 alle 19.20, al quale è possibile iscriversi gratuitamente cliccando qui. C’è una storia della Resistenza che raramente trova spazio nei manuali, ma che attraversa mari, deserti, altipiani e città ben oltre i confini italiani ed europei. È la storia delle donne e degli uomini africani che si opposero all’occupazione coloniale fascista, pagando un prezzo altissimo in termini di vite, repressione e memoria negata. Questo incontro online vuole riportare alla luce quelle vicende rimosse, intrecciando la Resistenza italiana e il contributo dei “partigiani neri” con le lotte anticoloniali nel continente africano. Dall’Etiopia alla Libia, fino all’esperienza dei combattenti antifascisti afrodiscendenti in Italia, emergerà un racconto più ampio, complesso e necessario: quello di una Resistenza plurale, capace di mettere in discussione miti consolatori, rimozioni e narrazioni parziali del nostro passato. Un viaggio nella storia, alla vigilia della Festa della Liberazione, che è anche un invito a guardare il presente con occhi più consapevoli, a partire da ciò che abbiamo scelto — troppo a lungo — di non vedere. Con l’adesione e il sostegno della CGIL – Confederazione Generale Italiana del Lavoro e IAFTUN – International Network of Antifascist Trade Unions e con il patrocinio dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri. Programma: Memoria e Liberazione: Giustizia e antifascismo globale – Akhator Joel Odigie, Segretario Generale ITUC-AFRICA. Partigiani d’oltremare: dal Corno d’Africa alla lotta di Liberazione italiana – Matteo Petracci, storico e saggista. Etiopia resistente: la lunga lotta contro l’occupazione fascista – Gabriella Ghermandi, scrittrice italo-etiope. Giorgio Marincola, il partigiano nero: identità, lotta e memoria di un antifascista dimenticato – Carlo Costa, storico, dottore di ricerca, saggista. L’ascaro: una storia anticoloniale – Uoldelul Chelati Dirar, professore di Storia e Istituzioni dell’Africa, Università di Macerata. La Libia sotto l’occupazione italiana: repressione, deportazioni e Resistenza – Farid Adli, giornalista, direttore di AnbaMed. I miti del colonialismo italiano tra propaganda e rimozione – Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano scomparso nel 2021 (videointervista). Noi però gli abbiamo fatto le strade: il fascismo e le colonie tra bugie e razzismi – Francesco Filippi, storico della mentalità. Conduce Marco Trovato, direttore editoriale di Rivista Africa. Il video del convegno verrà pubblicato sul canale YouTube di Africa Rivista.
April 23, 2026
Radio Onda d`Urto
GUERRA MEDIO ORIENTE: FALLISCONO I NEGOZIATI IN PAKISTAN. TRUMP MINACCIA IL BLOCCO DELLE NAVI IRANIANE. TORNANO A CRESCERE GAS E PETROLIO
Trump torna a minacciare l’Iran dopo i fallimenti dei negoziati in Pakistan. Gli Stati Uniti bloccheranno le navi “in entrata o in uscita” dai porti iraniani a partire dalle 16 di questo pomeriggio ora italiana ha annunciato su Truth il presidente USA. “Godetevi gli attuali prezzi alla pompa. Con il cosiddetto ‘blocco’, presto rimpiangerete i 4-5 dollari al gallone” ha scritto su X il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf reagendo all’ordine di Trump di imporre un blocco navale nello Stretto di Hormuz. Il Regno Unito intanto si sfila dal blocco navale dello Stretto di Hormuz, ha dichiarato alla Bbc il premier britannico Keir Starmer. Il punto della situazione con Tara Riva giornalista italo-iraniana e analista di questioni internazionali Ascolta o scarica  “Il fallimento delle trattative tra Stati Uniti e Iran, in Pakistan, era, a mio parere, quasi inevitabile. Il presidente Trump non è realmente interessato ai contenuti della tregua, ma ha bisogno di una vittoria che si traduca nella ripresa di credibilità globale degli Stati Uniti. Vance, Witkoff e Kushner erano andati a Islamabad con l’obiettivo, impossibile, di ottenere il controllo di Hormuz, unica condizione per poter recuperare il peso necessario per mettere una seria pezza alla crisi del debito e del dollaro. La solida delegazione iraniana, con alle spalle la Cina, e forse anche la Russia, non vuole dare via di uscita comode agli Stati Uniti, e non solo a Trump. Questa guerra è una vera resa dei conti e Trump o si arrende o deve scatenare un’escalation sperando che il disastro travolga gli Stati Uniti meno di altre realtà più esposte ad Hormuz, a cominciare da vari paesi europei e, nella visione di Donald, persino da varie realtà asiatiche, disposte così ad abbandonare la Cina. In sintesi, nella situazione attuale, Trump o abbandona ogni logica di grandezza e di primato o si getta nell’abisso sperando di essere fra i sopravvissuti. La folle guerra del capitalismo”. L’analisi di Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea a Scienze Politiche a Pisa e collaboratore di Altreconomia Ascolta o scarica   Trump minaccia di tornare a bombardare le centrali elettriche e avverte la Cina: ‘Dazi al 50% se invierà armi al regime’. Poi spara a zero su Papa Leone XIV, il primo pontefice suo connazionale della Storia. Un attacco senza precedenti che potrebbe segnare una rottura tra la Casa Bianca e il Vaticano. Il presidente degli Stati Uniti ha definito Leone un “debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera“ aggiungendo “ dovrebbe essermi grato perché, è stato scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano; si riteneva, infatti, che quello fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente me”. I vescovi americani replicano: “parole denigratorie”. Il commento di Francesco Grana vaticanista del Fatto Quotidiano Ascolta o scarica Secondo Axios, la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha innescato un grave shock energetico che sta per determinare cambiamenti duraturi nella struttura del mercato petrolifero globale, del valore di svariati trilioni di dollari, trasformandolo da un sistema relativamente aperto in una struttura più frammentata e militarizzata. I prezzi del petrolio sono aumentati di circa il 50% rispetto ai livelli prebellici, mentre i prezzi sul mercato fisico del petrolio hanno raggiunto livelli record, poiché paesi e aziende si contendono le forniture in calo. Uno dei fattori chiave di questo aumento è la continua chiusura dello strategico Stretto di Hormuz. Secondo i dati disponibili, la crisi ha di fatto eliminato circa il 16% dell’offerta globale di petrolio, superando shock precedenti come l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990 (8%), l’embargo petrolifero del 1973 (8%), la guerra in Libia del 2011 (2%) e la guerra in Ucraina del 2022 (2%). Il panorama energetico africano si trova attualmente ad affrontare una delle prove più difficili della sua storia recente a causa della guerra all’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz: dal Sudafrica alla Nigeria, il continente è alle prese con il caro carburante, i raccolti a rischio e un’inflazione che i più poveri non possono permettersi. Ne parliamo con Cornelia Toelgyes, vicedirettrice di www.africa-express.info Ascolta o scarica  Nel 2025 l’Iran ha giustiziato almeno 1.639 persone, un record dal 1989. Lo rivela il rapporto annuale congiunto dell’organizzazione norvegese ‘Iran human rights’ (Ihr) e dell’organizzazione parigina ‘Ensemble contre la peine de mort’ (Ecpm) Parigi, secondo cui “il ricorso alla pena capitale potrebbe aumentare a seguito della guerra con Israele e gli Stati Uniti”. In dettaglio il numero delle esecuzioni è aumentato del 68% rispetto al 2024 (975 persone uccise) e include 48 donne impiccate. Secondo le due Ong “se la Repubblica islamica sopravviverà alla crisi attuale, esiste un serio rischio che le esecuzioni vengano utilizzate in modo ancora più massiccio come strumento di oppressione e repressione” Il commento di Hamad Rafat giornalista iraniano Ascolta o scarica 
April 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Sudan, 3 anni di guerra in 3 parole: catastrofe, impunità e atrocità
Tre anni di guerra in Sudan si riassumono in 3 parole: catastrofe, atrocità e impunità. Catastrofe perché si tratta della crisi umanitaria più grave al mondo, con circa 14 milioni di persone costrette a fuggire dalle loro case. Atrocità perché le persone vengono massacrate a causa della propria etnia, subendo torture, fame e violenza. Impunità perché questa guerra viene combattuta senza alcun riguardo per i civili e in palese violazione del diritto internazionale umanitario. “Il mondo deve agire ora. La crisi in Sudan non è solo una catastrofe umanitaria, ma un fallimento politico collettivo” dichiara il dr. Javid Abdelmoneim, presidente internazionale di Medici Senza Frontiere (MSF). “Non solo le parti in conflitto e i loro alleati devono adottare misure immediate e concrete per proteggere la popolazione, ma devono essere anche ritenute responsabili delle violazioni in corso. La popolazione sudanese deve essere protetta in ogni momento, ovunque si trovi”. Lo scontro tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), insieme ai gruppi alleati di entrambe le parti, ha provocato uno smantellamento sistematico dei servizi essenziali su cui la popolazione fa affidamento, tra cui l’assistenza sanitaria, la protezione e la sicurezza alimentare e di base. Nel 2025, i team di MSF hanno curato più di 7.700 pazienti vittime di violenza fisica – inclusi feriti per arma da fuoco – hanno fornito oltre 250.000 visite mediche di emergenza e hanno condotto più di 4.200 visite per casi di violenza sessuale, molto spesso utilizzata come arma di guerra, e che colpisce in primo luogo le donne. Nello stesso periodo, più di 15.000 bambini sotto i 5 anni sono stati ricoverati nei programmi nutrizionali ospedalieri di MSF a causa della malnutrizione acuta, una condizione in aumento, che aggrava il rischio di decesso per malattie altrimenti curabili. Nel loro insieme, questi dati dimostrano che, al di là delle vittime dirette del conflitto, la violenza incessante sta infliggendo un danno profondo e di vasta portata, con gravi conseguenze per la salute della popolazione. Un sistema sanitario indebolito e preso di mira Nel corso del conflitto, i programmi di vaccinazione sono stati interrotti e i sistemi di sorveglianza sanitaria compromessi, accelerando la diffusione di malattie e ritardando l’individuazione delle epidemie. La risposta umanitaria internazionale — compresa quella delle agenzie delle Nazioni Unite, in particolare nel Darfur — non è ancora sufficiente a prevenire perdite evitabili di vite umane. I tagli ai finanziamenti stanno peggiorando ulteriormente una situazione già disastrosa, e ancora una volta sono le persone a pagarne il prezzo: muoiono per cause prevenibili perché le autorità sudanesi e la comunità internazionale non riescono a venire in loro aiuto. MSF ha assistito a ricorrenti focolai di malattie mortali, ma prevenibili, in tutto il Sudan: dal morbillo nel Darfur all’epatite E nello Stato di Jazeera, fino al colera nel Khartoum o nel Nilo Bianco. Nel 2025 MSF ha curato più di 12.000 pazienti colpiti da morbillo e quasi 42.200 colpiti da colera. Queste ondate stanno costando la vita alle persone più vulnerabili, specialmente bambini e donne in gravidanza. “La mia bambina è nata prematura, perché la guerra ci ha costretti a fuggire da Omdurman mentre ero incinta” racconta Ferdos Salih, madre di una bambina di 11 mesi colpita da morbillo e malnutrizione acuta grave, ricoverata all’ospedale universitario di El Geneina, nel Darfur occidentale. “Ha sofferto molto a causa dei ripetuti ricoveri. Inoltre, non era stata vaccinata a causa della guerra”. Gli ospedali sono stati saccheggiati, bombardati e occupati. Il personale medico è stato minacciato, arrestato o costretto a fuggire, mentre alle ambulanze è stato impedito di raggiungere i feriti. Da aprile 2023, più di 2.000 persone sono state uccise e 720 ferite in 213 attacchi a strutture sanitarie in tutto il paese — nel 2025, secondo l’OMS, in Sudan si è verificato l’82% di tutti i decessi globali causati da attacchi alle strutture sanitarie. Nello stesso periodo, MSF ha documentato 100 attacchi contro il proprio personale, le strutture supportate e le forniture mediche. Il 2 aprile, un attacco all’ospedale di Al Jabalain, che secondo fonti locali sarebbe stato compiuto dalle RSF, ha causato 10 vittime, tra cui 7 membri del personale medico, alcuni dei quali avevano precedentemente lavorato con MSF. Solo 2 settimane prima, il 20 marzo, un attacco contro l’ospedale di El Daein, nel Darfur orientale, che, sempre secondo fonti locali, sarebbe stato compiuto dalle SAF, ha causato la morte di 70 persone, tra cui 15 bambini. Eppure, nonostante le minacce costanti, i ripetuti attacchi da entrambe le parti in conflitto e la continua indifferenza internazionale, i volontari e il personale medico sudanese continuano a dimostrare una dedizione straordinaria, impegnandosi a fornire assistenza dove è più necessaria. “Le autorità sudanesi continuano a rendere talvolta impossibile per MSF e altri attori umanitari fornire o potenziare le cure salvavita — sia bloccando il nostro ingresso in determinate aree, sia impedendoci di svolgere le nostre attività anche dopo il nostro arrivo” afferma Amande Bazerolle, capomissione di MSF in Sudan. “L’impossibilità di intervenire costringe MSF in una posizione inaccettabile: incapace di rispondere a sofferenze e morti evitabili nonostante sia pronta e disposta a farlo”. Oggi, la vasta regione del Kordofan – nella parte centro-meridionale del paese – è la zona di conflitto più instabile e attiva e si teme che possa diventare il prossimo teatro di atrocità, come è già accaduto in passato in altre regioni, tra cui il Darfur, il Khartoum o la Gezira. È anche una delle aree meno accessibili per le organizzazioni umanitarie, il che rende le comunità ancora più vulnerabili man mano che la violenza si intensifica. Un ciclo di violenza inarrestabile contro i civili Negli ultimi mesi, MSF ha osservato un preoccupante cambiamento nelle modalità della guerra, compreso un uso massiccio di droni sia da parte delle RSF che delle SAF. Questi attacchi si verificano sempre più spesso ben oltre le linee del fronte, prendendo di mira infrastrutture logistiche e zone civili densamente popolate. Da febbraio, MSF ha prestato soccorso a circa 400 persone ferite da attacchi con droni che hanno colpito zone civili nel Ciad orientale e in varie aree del Darfur. Secondo le Nazioni Unite, questi attacchi hanno causato la morte di oltre 500 civili dal 1° gennaio al 15 marzo di quest’anno. “I team di MSF stanno accogliendo pazienti con ferite orribili: ferite trapassanti, arti amputati, ustioni devastanti – molti dei quali sono già morti quando arrivano in ospedale” afferma Muriel Boursier, coordinatrice delle emergenze di MSF nel Darfur. “La portata della violenza e delle atrocità a cui assistiamo è insopportabile”. Questi attacchi, condotti in evidente violazione del diritto internazionale umanitario, non sono sempre diretti contro obiettivi militari. Ciò segna l’ennesimo grave deterioramento di un conflitto in cui le sofferenze della popolazione continuano ad aggravarsi. Un fallimento politico collettivo La crisi in Sudan non è solo una catastrofe umanitaria: è anche un fallimento politico collettivo. Dopo 3 anni di quella che è diventata la più grave crisi umanitaria al mondo, la risposta dei governi e delle organizzazioni internazionali non è riuscita a soddisfare nemmeno le aspettative più elementari. I ripetuti avvertimenti sulle atrocità, comprese quelle commesse contro le comunità non arabe a El Fasher da parte delle RSF, non hanno portato ad alcuna azione significativa. Nel frattempo, bambini, madri e altre persone nelle comunità continuano a morire ogni giorno, sia a causa della violenza indiscriminata contro i civili, incluse uccisioni di massa, fame, torture e stupri, sia per la mancanza dei servizi di base che il sistema umanitario internazionale dovrebbe fornire. Da aprile 2023, quasi 14 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e molte sono dovute fuggire più volte, perdendo tutto. Le due parti in conflitto, che in precedenza formavano il governo del Sudan, stanno smantellando la capacità del paese di proteggere, curare e sostenere la propria popolazione. “Ora più che mai, la protezione dei civili, il rispetto delle strutture sanitarie, la responsabilità per le atrocità e l’accesso umanitario sono urgenti e non negoziabili” conclude Amande Bazerolle di MSF. “3 anni di guerra sono già costati al Sudan un prezzo incalcolabile. Permettere che questa traiettoria continui rischia di condannare un’intera generazione”. Le parti in conflitto e i loro alleati devono adottare misure immediate e concrete per proteggere i civili. Devono essere ritenuti responsabili delle violazioni in corso, che stanno infliggendo immense sofferenze alla popolazione. Gli attori internazionali influenti devono esercitare con urgenza una pressione diplomatica significativa su coloro che finanziano, armano o sostengono politicamente le parti in conflitto. Anche se finora hanno tragicamente fallito nell’usare la loro influenza per fermare le atrocità di massa, esiste ancora una possibilità per influenzare la situazione e prevenire ulteriori crimini. Il silenzio e l’inazione stanno contribuendo a prolungare le sofferenze di milioni di persone. Medecins sans Frontieres
April 13, 2026
Pressenza
E quando gli invisibili
di Mauro Armanino Si accorgeranno di avere avuto in mano la storia fin dall’inizio, quello sarà il giorno atteso fin dall’inizio. Ci si accorgerà che tutto congiurava perchè si arrivasse a quel momento. Il giorno dei poveri che all’insaputa intessevano quotidiane creazioni di mondi alternativi, nuovi orizzonti e umane grammatiche rimaste invendute nel mercato globale delle illusioni. Si tratta di
Conferenza stampa a Dakar del Coordinamento contro la schiavitù
Il 28 marzo 2026 il Coordinamento contro la schiavitù si è riunito in conferenza stampa a Dakar per richiamare l’attenzione sul persistere di situazioni inaccettabili, in maniera particolare in Mauritania. Nel corso della conferenza stampa è stato messo in evidenza anche il coraggio delle associazioni e dei militanti che non esitano a denunciare, nonostante i rischi affrontati. Ecco il discorso di Diko Hanoune: Signore e signori giornalisti, Signore e signori rappresentanti delle organizzazioni della società civile, Distinti partner e ospiti, Oggi i nostri scambi si fondano essenzialmente su delle tematiche che dovrebbero destare preoccupazione in tutti noi. Si tratta degli arresti arbitrari e delle persecuzioni giudiziarie ai danni di militanti abolizionisti, in maniera particolare in Mauritania e in Francia, tra cui il caso di Diko Hanoune. Attualmente sono detenuti in Mauritania per avere denunciato un caso di schiavizzazione di una ragazzina minorenne: Abdallahi Abou Diop, responsabile nazionale dei Diritti Umani dell’Organizzazione IRA (Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista); Elhadj El Id e Mohamed Nema, i quali sono coordinatori nazionali e regionali dell’IRA, cosi come i seguenti militanti: Bounass Hmeida; Mohamed vadhel Aleyett; Lalla Vatma, Rachida e la giornalista Warda Ahmed Souleymane. Sono detenuti anche alcuni attivisti abolizionisti che si oppongono alla schiavitù per ascendenza nell’ambiente Soninké in Mauritania, in particolare Ganbanaaxu Diogountrou. Si tratta di: Papa Camara, Adama Traoré, Lekhbarou Traoré e Bakary Traoré che sono accusati ingiustamente e lasciati a marcire in prigione dal 2022 al fine di ottenere il loro silenzio. La proposta di una bozza di legge in Senegal che mira a estirpare definitivamente la schiavitù per ascendenza e le relative conseguenze che sarà animata da ASSEP Ganbanaaxu del Senegal in maniera particolare il loro presidente Boubacar Traoré. Vi ringrazio sinceramente per la vostra presenza e per l’attenzione prestata a una realtà che molti preferiscono ignorare: la schiavitù per ascendenza (ereditaria), è una pratica che nonostante i progressi giuridici e i discorsi ufficiali continua a segnare profondamente la vita di migliaia di persone nella nostra regione. Vorrei rivolgere un saluto e un ringraziamento particolare alle organizzazioni della società civile dell’Africa occidentale, e in primo luogo quelle del Senegal, il cui impegno coraggioso e la mobilitazione costante consentono di presentare la questione a livello regionale e internazionale. Il loro lavoro di documentazione, di perorazione e di accompagnamento delle vittime è indispensabile per trasformare una problematica per lungo tempo invisibile in una sfida pubblica riconosciuta. La schiavitù per ascendenza non è un retaggio del passato. Si tratta di un sistema sociale ancora attivo, che si fonda sulla trasmissione per eredità di una condizione d’inferiorità, su delle gerarchie sociali profondamente ancorate e su meccanismi di dominazione economica, sociale e simbolica. Gli individui nati in questi contesti ereditano delle costrizioni molto crudeli: l’esclusione dalle risorse, le limitazioni all’accesso all’istruzione e al lavoro, le restrizioni alla partecipazione alle istituzioni locali e ai riti comunitari. In Mali, secondo le stime di ricercatori e organizzazioni indipendenti, circa 800.000 persone sarebbero vittime della schiavitù per ascendenza, di cui circa 200.000 vivrebbero ancora in condizioni di diretta dipendenza dai propri «padroni». In alcune zone come Kayes o Timbuctù, alcune indagini hanno dimostrato che il 60% delle persone intervistate è stato costretto a svolgere lavori non retribuiti e che fino all’85% delle vittime subisce violenze fisiche o psicologiche. Queste cifre riflettono la portata di un fenomeno sistemico, che non può essere ridotto a una semplice usanza, ma che costituisce una grave e persistente violazione dei diritti umani. In Mauritania, nonostante una legislazione più rigorosa e diverse leggi che hanno abolito la schiavitù — in particolare nel 1981, nel 2007 e nel 2015 — decine di migliaia di persone continuano a vivere in condizioni di schiavitù. Queste pratiche persistono soprattutto nelle zone rurali, dove la dipendenza economica, i matrimoni forzati, il diritto di passaggio e le gerarchie sociali rafforzano questa vulnerabilità. Ancora più preoccupante è che gli attivisti che denunciano queste pratiche siano spesso oggetto d’intimidazioni giudiziarie, arresti arbitrari e tentativi di screditamento. Queste misure non mirano solo ai singoli individui, ma cercano di proteggere direttamente coloro che continuano a sfruttare questo sistema e a mantenere il silenzio su questa ingiustizia. In Senegal la situazione è diversa, ma rimane preoccupante. Le forme visibili di schiavitù sono meno diffuse, ma le discriminazioni sociali e simboliche ereditate dalla storia continuano a colpire alcune comunità. I discendenti delle vittime della schiavitù rimangono talvolta emarginati nell’accesso alla terra, alle opportunità economiche e alle istituzioni sociali. Secondo il Global Slavery Index 2023, circa 3 persone su 1000 in Senegal sono esposte a forme di servitù moderna, il che rappresenta quasi 49.000 individui. Sebbene la situazione possa sembrare meno drammatica rispetto ai paesi vicini, essa rivela una vulnerabilità strutturale e un retaggio storico che richiedono un intervento proattivo. Purtroppo, la Repubblica del Senegal non dispone ancora di una legge specifica contro la schiavitù per ascendenza e le sue conseguenze, nonostante la presenza di numerose impronte della schiavitù sul suo territorio. Queste realtà non sono solo statistiche. Sono vite distrutte, famiglie impossibilitate a ricostruirsi, generazioni private della dignità e della libertà. L’accesso alla giustizia rimane estremamente limitato e l’impunità dei responsabili è la norma piuttosto che l’eccezione. Le vittime subiscono una doppia punizione: quella della condizione sociale ereditata e quella dell’emarginazione istituzionale. Questa lotta non avrebbe mai raggiunto un tale livello di visibilità senza il coraggioso impegno di attivisti e organizzazioni. In Mali, realtà come RMFP Ganbanaaxu hanno denunciato migliaia di casi e mobilitato l’opinione pubblica per far sentire la voce delle vittime. Figure pionieristiche come Boubacar N’Djim hanno contribuito a rompere il silenzio rischiando la vita, a sensibilizzare l’opinione pubblica e a gettare le basi per una legislazione moderna. Questi attivisti hanno permesso di avviare un processo di riconoscimento giuridico e sociale di queste ingiustizie e di rafforzare la mobilitazione nazionale e internazionale. Parlo anche in qualità di persona direttamente coinvolta. Come molti altri attivisti, ho subito diverse forme d’intimidazione: arresti, minacce, procedimenti giudiziari e tentativi di screditarmi. Queste pressioni mirano a frenare la nostra azione e a mantenere il silenzio sulla schiavitù per ascendenza, ma non fanno altro che rafforzare la nostra determinazione. Ogni tentativo d’intimidazione ci ricorda che questa lotta è al tempo stesso morale e urgente, e che la protezione dei difensori dei diritti umani è indispensabile per estirpare questo sistema. La schiavitù per ascendenza è un problema regionale. Indebolisce la coesione sociale, compromette lo sviluppo economico e minaccia la stabilità politica. È quindi fondamentale che le nostre risposte siano collettive e coordinate. Il Senegal ha l’opportunità di diventare un modello regionale, la Mauritania deve tradurre le proprie leggi in azioni concrete e il Mali deve garantire che la sua recente legislazione si traduca in una giustizia reale ed efficace. RACCOMANDAZIONI PER GLI STATI DEL SAHEL E DELL’AFRICA OCCIDENTALE: Adottare leggi e applicare appieno le leggi esistenti che criminalizzino la schiavitù per ascendenza e le sue conseguenze. Garantire la protezione giuridica alle vittime e ai militanti abolizionisti della schiavitù. Formare i magistrati, le forze dell’ordine e l’amministrazione al fine di riconoscere e prendere in carico dei casi di schiavitù. Mettere a punto dei meccanismi indipendenti per la raccolta di dati affidabili. PER IL SENEGAL: Adottare una legislazione specifica sulla schiavitù per ascendenza e le sue conseguenze. Sviluppare delle politiche pubbliche di riparazione e inclusione sociale. Diventare un modello regionale in materia di prevenzione e di lotta contro la schiavitù. PER LA MAURITANIA: Assicurare l’applicazione effettiva della sua legislazione anti-schiavitù. Proteggere giuridicamente i militanti e le vittime di schiavitù. Riconoscere la comunità degli Haratine nella Costituzione della Repubblica Islamica della Mauritania, come l’hassania la loro lingua. Al giorno d’oggi, l’arabizzazione della società mauritana sta portando alla scomparsa del dialetto hassania, l’unica lingua che gli Haratine conoscono. Creare delle strutture di accoglienza per le vittime, finanziate e gestite dallo Stato. Una volta liberate dalla schiavitù, le donne si trovano in condizioni di estrema povertà e necessitano di un sostegno a 360 gradi. Sono inoltre necessari centri di formazione professionale per garantire l’effettiva integrazione degli Haratine nella società mauritana. Mettere in atto delle campagne di sensibilizzazione per ridurre le pratiche consuetudinarie discriminatorie. Integrare nei manuali scolastici la schiavitù e il razzismo come crimini contro l’umanità, e rendere il loro insegnamento obbligatorio. Incoraggiare la documentazione scientifica e la ricerca indipendente sulla schiavitù per ascendenza. PER I MEDIA: Assicurare una copertura continua e rigorosa sui casi di schiavitù. Dare la parola alle vittime e amplificare l’operato dei militanti. Rompere il silenzio intorno alle pratiche di schiavizzazione ancora esistenti. Vi ringrazio Hanoune Diko -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal francese di Maria Rosaria Leggieri. Rédaction Belgique
April 11, 2026
Pressenza
“Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, incontro ad Arese (Milano)
Non solo Iran, Libano, Palestina: anche dal Mar Mediterraneo quasi ogni giorno arriva un tragico bollettino di guerra. I naufragi si susseguono a ritmo incalzante, tanto che nei primi tre mesi di quest’anno si calcola che le vittime abbiano superato quota 750 (ma potrebbero essere ancora di più) a fronte di una stima di 1.330 morti registrati nell’intero 2025. Non solo: questa ecatombe è ancora più agghiacciante se si considera che nel primo trimestre 2026 gli arrivi si siano ridotti del 50-60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tutto ciò è stato ricordato in apertura dell’incontro “Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, organizzato da Anpi Arese con il sostegno dell’amministrazione comunale e della Rete per la pace. Importanti i relatori: Paolo Pobbiati, ex presidente di Amnesty International Italia, Giorgio Del Zanna, esponente della Comunità di Sant’Egidio e docente di storia contemporanea alla Cattolica e Luca Radaelli, HR manager del progetto Sar di Emergency. Proprio Pobbiati in apertura ha confessato che non avrebbe voluto parlare di cifre, ma non ha potuto evitarlo per dare un’idea delle dimensioni della piaga delle morti in mare. “È importante ricordare sempre che si tratta di uomini, donne e bambini costretti ad affrontare una vera e propria odissea nella speranza di costruire un futuro accettabile per sé e le loro famiglie. Dobbiamo raccontare le loro storie per far comprendere a tutti che sono persone proprio come noi, con il solo ‘torto’ di essere nati dalla parte sbagliata del mondo, in un Paese in guerra o devastato da inondazioni o siccità o governato da un regime che perseguita i dissidenti, gli omosessuali, le donne. Ricordo solo due storie di persone che ho conosciuto: un ragazzo fuggito dall’Eritrea a 18 anni per evitare il ‘servizio militare a vita’ imposto dallo Stato e il padre di quattro figlie, scappato dall’Afghanistan per offrire loro una possibilità di vita e libertà”. Pobbiati ha poi parlato delle pessime novità normative che si concretizzeranno tra due mesi in Unione Europea e in Italia. Il regolamento sui respingimenti che entrerà in vigore prevede infatti la possibilità di deportare i migranti provenienti da Paesi considerati “sicuri” (Tunisia, Egitto e Bangladesh tra questi) negli Stati di provenienza o anche in altri senza neppure esaminare l’eventuale richiesta di asilo. A ciò si aggiunge l’estensione della “detenzione amministrativa” nei Cpr da 18 a 24 mesi e anche per famiglie con bambini e minori non accompagnati (vedi sul tema l’intervista alla presidente di Amnesty Italia Alba Bonetti). In Italia si parla addirittura della possibilità per il governo di attuare il blocco navale. Uno spiraglio di speranza è stato aperto dall’intervento di Giorgio Del Zanna, che ha parlato dei “corridoi umanitari” realizzati negli ultimi dieci anni dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con altre realtà della società civile. “Sfruttando una possibilità prevista dall’Unione Europea, dal 2016 a oggi siamo riusciti a portare in Italia circa seimila persone, offrendo loro percorsi di integrazione per trovare lavoro e casa e costruirsi una nuova vita nel nostro Paese. Certo, si tratta di una goccia nell’oceano, ma il nostro scopo è anche dimostrare che il modello funziona per poterlo proporre su una scala molto più ampia. Sarebbe un vantaggio per tutti – italiani e non – se i soldi che oggi vengono usati per respingere o limitare i movimenti dei migranti fossero invece destinati all’accoglienza e alla promozione della convivenza. Dobbiamo sostituire la paura con la conoscenza reciproca: la diffidenza verso gli ‘stranieri’ (presentati come criminali o comunque potenziale minaccia) viene alimentata a scopo elettorale. Ma la stragrande maggioranza di queste persone lavora nelle nostre case, nei campi e nei cantieri, paga le tasse e vuole solo vivere in pace e in armonia con i suoi vicini. È importante quindi creare occasioni di incontro in un clima di festa e serenità: è così che si crea comunità e si superano i pregiudizi, e lo dico per esperienza”. Non meno coinvolgenti le parole di Luca Radaelli. “Mercoledì la Life Support di Emergency ha salvato 71 migranti che viaggiavano a bordo di un gommone sovraffollato, che non avrebbe potuto affrontare la traversata del Mediterraneo, e che è stato avvistato direttamente dal ponte di comando della nostra nave: a bordo dell’imbarcazione in pericolo c’erano anche 17 minori, di cui 11 non accompagnati. I migranti, che hanno riferito di essere partiti dalle coste libiche di Garabulli, sono originari di Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Guinea Conakry, Camerun e Ciad, Paesi colpiti da violenze, povertà, violazioni di diritti e insicurezza alimentare. Ebbene, il governo italiano ci ha assegnato La Spezia come porto di sbarco. Questo significa tre giorni di navigazione, l’allontanamento forzato della nostra nave dalla zona del Mediterraneo – dove in questo periodo c’è estremo bisogno di vigilanza – e altre sofferenze inutili per decine di persone già provate da un viaggio che spesso dura anni. Per non parlare del fatto che ci viene imposto di avvisare la cosiddetta Guardia Costiera libica, con il rischio che le sue motovedette ci sparino addosso e riportino i naufraghi in Libia, dove vengono sottoposti alle peggiori torture, stupri ed estorsioni con il beneplacito del nostro governo, interessato solo a dichiarare che grazie a lui meno ‘stranieri’ sono arrivati sulle nostre coste. Non importa se il motivo è che sono morti ammazzati o annegati”. Ai tre interventi è seguito un vivace dibattito e la serata si è conclusa con l’impegno comune a riflettere e sensibilizzare le persone su questo tema sempre di drammatica attualità.   Claudia Cangemi
April 11, 2026
Pressenza
RADIO AFRICA: IN TUNISIA REPRESSIONE INTERNA E SOSTEGNO ESTERNO, IL DOPPIO VOLTO DELLA COOPERAZIONE UE
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 9 aprile, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli attrezzi. In questa puntata torneremo a parlare di Tunisia dove continua il consolidamento autoritario sotto la presidenza di Kaïs Saïed, evidenziando una repressione ormai strutturale che non si limita agli oppositori politici in senso stretto. Negli ultimi mesi si è infatti assistito a una crescente criminalizzazione delle pratiche di solidarietà, sia verso la causa palestinese sia verso i migranti. Attivisti coinvolti in iniziative umanitarie o politiche sono stati arrestati con accuse come riciclaggio o cospirazione. Questo segna un passaggio simbolico: la solidarietà stessa viene trattata come una minaccia ed è in questo quadro che avviene l’uso sistematico della giustizia come strumento politico. Si moltiplicano infatti gli attacchi all’indipendenza della giustizia, attraverso pressioni esercitate sui giudici e procedimenti contro avvocati e avvocate. “Il presidente dell’associazione dei Magistrati Tunisini, Anas Hmedi, è stato condannato al carcere perché lui, come altri giudici, continuano a combattere per l’indipendenza della giustizia, ma oggi combattere contro l’oppressione, combattere contro l’autoritarismo è diventata una condanna” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Majdi Karbai, già deputato tunisino dell’opposizione di sinistra e ora esiliato in Italia. Parallelamente, mentre continua il deterioramento della situazione dei diritti umani nel paese e nonostante le accuse di complicità con i trafficanti e i casi di violenze in mare, sul piano internazionale, l‘Unione Europea continua a rafforzare la cooperazione con Tunisi, in particolare attraverso finanziamenti, forniture e programmi legati al controllo delle frontiere. Il memorandum firmato nel 2023 ha intensificato questa collaborazione, contribuendo alla cosiddetta esternalizzazione delle politiche migratorie. “Il progetto di migrazione regolare sicura e le forniture europee, anche degli Stati membri, inclusa l’Italia, a favore della Tunisia, mostrano un po’ le due facce del controllo dei flussi migratori, per come viene vista dalla sponda nord del Mediterraneo, dall’Unione Europea e da tutti gli Stati membri” commenta Matteo Garavoglia, giornalista che si occupa principalmente di Tunisia e Nord Africa con analisi e reportage sul campo. La puntata di Radio Africa, in onda giovedì 9 aprile alle ore 18.45 e in replica venerdì 10 aprile, alle ore 6.30. Ascolta o scarica.
April 9, 2026
Radio Onda d`Urto
[Semilla] Senegal #2
Scaletta della puntata: - Mansour Seck feat. Ousmane Hamady Diop - Soukabe Leydam - Amadou Diagne - Jé jél - Wau Wau Collectif - La Paix Du Senegal - Baaba Maal & Mansour Seck - Loodo - Cheikh Lô - Guiss Guiss - Amadou Diagne (Cory Seznec) - Rumba on the Canal - Nuru Kane - Afrika - Aby Ngana Diop - Dieuleul-Dieuleul - The Pleb (Italian,Senegal) - One For Senegal - Wau Wau Collectif - Xale (Toubab Dialaw Kids Rhyme)  
April 7, 2026
Radio Onda Rossa
La forza lavoro dei migranti
Notizia di oggi: 80 morti in mare nel Mediterraneo. Un giovane immigrato che è arrivato qua e sente la notizia si sente passare un brivido lungo la schiena, gli torna in mente quel viaggio, a come magari sia stato vicino a morire, di come abbia pregato su quella barca, di come abbia pianto vedendo Lampedusa. I miei studenti vengono da tutto il mondo, insegno loro l’italiano, lo raccontai in un’intervista diversi anni fa. Una buona fetta è arrivata in barca, qualcuno dalla Tunisia, la maggior parte dalla Libia. Diversi, soprattutto dal Bangladesh, sono arrivati in aereo a Tripoli. Fatico ad immaginarmi quel momento. Scendi da un aereo, dove probabilmente ti hanno spiegato prima del decollo come affrontare possibili emergenze, le uscite di sicurezza, il salvagente da gonfiare, il fischietto eventuale. Magari qualcuno ha pensato… quasi quasi me lo porto dietro. Invece scendono dall’aereo: per chiunque un aeroporto, un aereo, è simbolo di viaggio comodo, veloce, sicuro, quasi di lusso. Invece arrivano in una terra che li aspetta come i pescatori accolgono i tonni in una tonnara. Dentro la rete. Non hanno bagagli nella stiva, forse uno zainetto, credo che nessuno controlli le dimensioni del bagaglio: due magliette, due mutande, un paio di pantaloni di ricambio, il carica batterie. Punto. Non ho mai osato chiedere cosa succede in quel passaggio dall’aeroporto ad una di queste case dove vengono letteralmente chiusi dentro ad aspettare. Di quel periodo raccontano in classe, in fondo ci possono anche ridere sopra, ora, è superato: tre, quattro, ma anche sette mesi ad aspettare. A non fare NULLA. Spesso non hai neppure il telefono. Mangi pane e acqua o poco più e aspetti, stivati dentro, un paio di bagni per 50 persone. Uscire? Impossibile, sarebbe troppo pericoloso. Qualcuno invece è stato in galera, abbassa gli occhi, fa un gesto con le mani, come a dire: “Terribile, lascia stare.” Ma c’è stato anche chi ha voluto raccontare di quel periodo, aveva voglia di farlo: in galera sono botte, ogni mattina, botte con un bastone, come fosse il buon giorno e il solito messaggio: “Dopo chiamiamo a casa e ti fai mandare dei soldi”. Avanti, avanti, fino a che capiscono che hanno spremuto a sufficienza. Anche noi un limone spremuto lo buttiamo. Certo nell’umido, siamo civili. Insomma, in un modo o in un altro, una notte si ritrovano nella barca. Non è la prima persona che mi racconta che li ha sorpresi la guardia costiera libica e sono dovuti tornare indietro. Al secondo o terzo tentativo ce la fanno. Superano quella linea immaginaria, come fossero tra due calamite, passata quella, passano a gravitare verso l’Italia, e da lì si tratta di riuscire a fare l’ultimo tratto. La maggior parte di loro sono arrivati con la loro imbarcazione fino a Lampedusa, altri sono stati tratti in salvo da ONG o marina militare italiana, poco cambia per loro, bacerebbero chi li ha raccolti, per loro sono gioia e lacrime. Bene, una volta arrivati, chiunque penserebbe: “E’ fatta!” Diciamo invece SI e NO. Guardandoli nei volti, ascoltandoli, stando con loro, sudando insieme di fronte a queste lettere scritte su un quaderno un po’ sgualcito, con matite che sembrano scalpelli, si capisce presto. Lui o lei ha superato il trauma, o almeno così sembra, quest’altro o altra invece se lo porta dentro; la tristezza lo avvolge, come una di quelle bruttissime coperte termiche che li fa sembrare usciti da Star Treck. Ma veniamo al mio carissimo Abubakar (cambio il nome, non vorrei mai…). Viene dalla Costa d’Avorio, giovane, alto, forte, parla sempre con una mano davanti alla bocca, gli dico sempre di toglierla, che non si capisce. Stupido che sono, ha dei denti grossi che sporgono un po’ in fuori, la vergogna esiste in tutto il mondo. Abubakar impara piano piano, fatica, anche se sa il francese, l’italiano gli costa una gran fatica. Vive in uno di questi grandi centri di accoglienza alla periferia di Milano. Da un po’ di tempo mi dice che cerca lavoro, così lo metto in contatto con un mio amico che fa questo servizio, legato ad una parrocchia, lo fa con grande scrupolo, serietà, generosità. Così tre mesi fa il mio amico mi dice: “Avrei trovato da Mac Donald, lo hanno conosciuto, ma vogliono che impari meglio l’italiano, lo rivedranno ai primi di Aprile, cerca di insistere perché migliori.” Così parlo con lui, cerco una seconda scuola che gli permetta di accelerare, gli do compiti in più, arriva prima della nostra lezione e lavoriamo in due. Lui è contento, ma i progressi sono lenti, questo è indubbio. Certo lui mi ha fatto vedere che sognerebbe di fare il saldatore, mi ha mostrato anche due video, lo faceva al suo Paese. Gli dico di aver pazienza, che cominci da qualche parte, poi si migliorerà, si cercherà un corso di formazione, ma che intanto impari bene l’italiano e inizi con questo primo lavoro. Certo dentro di me penso: sono qui che col BDS, ma anche prima, boicottiamo Mac Donald per la pessima qualità del cibo, gli allevamenti a dir poco intensivi che ci stanno dietro, per le paghe da fame che danno, e adesso pure Israele di mezzo. Ma penso a lui e dico: ma sì, che cominci, è pur sempre meglio di niente. Così due giorni fa è tornato; non è Abubakar a dirmi come è andata, me lo scrive il mio amico: nulla da fare. E io penso: questo giovane parte a 17 anni dal suo paese nel cuore dell’Africa, raccolgono tutti i soldi della famiglia per pagare la traversata, fa un viaggio pazzesco, rischia più volte la vita, ci mette quasi un anno ad arrivare qua e finalmente si ritrova a Milano. Certo ci sono tanti giovani come lui, ma la tua famiglia è lontana, i tuoi amici, la tua terra, i tuoi sapori, profumi. E sai che per anni non li potrai sentire, vedere, ci vorranno anni per avere quei documenti che ti permetteranno di andare a trovarli. Ma tieni duro, non perdi il sorriso. E noi? Prepariamo questa forza lavoro, queste braccia, le prepariamo per essere servite in tavola, a puntino, perché siano trangugiate da un sistema che è lo stesso che li fa morire in mare. Coloro che guidano questo circo folle, questo sistema criminale, assassino, questa “roulette russa” dove una buona fetta muore prima dell’arrivo alla casella. Arrivare dove? Ad entrare nel tritacarne dove sarai sfruttato dagli stessi che hanno, indirettamente ma con perfetta consapevolezza, lascito morire i tuoi fratelli e le tue sorelle. Le aziende occidentali li aspettano: “ma per favore che sappiano bene questa lingua! Non siamo mica qui a perdere tempo!” Come un tempo si vendevano gli schiavi, incatenati su un palchetto, li si guardava, misurava, si guardavano i muscoli, la dentatura. Qui si fa lo stesso, ci si aggiunge anche il saper la lingua. “Cerchiamo forza lavoro qualificata!” “Scusate -dico- avete ragione… dai Abubakar, la prossima volta andrà meglio, adesso prendiamo il libro. Anzi, aspetta, prima vieni che parliamo di qualcos’altro…”   Andrea De Lotto
April 5, 2026
Pressenza