“Basta sangue sui nostri giubbotti”. Flahsmob davanti a Montecitorio
«Senza testimoni non c’è verità. E senza verità non c’è giustizia». È questo il
messaggio che ha accompagnato, giovedì 7 maggio 2026, il flashmob promosso dal
mondo dell’informazione davanti a Montecitorio, contro l’uccisione sistematica
delle giornaliste e dei giornalisti nei conflitti armati, in particolare
in Palestina, Libano e in tutto il Medio Oriente.
Tra le fotografie dei reporter uccisi e le bandiere palestinesi, la protesta ha
assunto anche la forma di un rito civile della memoria. Durante il presidio,
sono state lette ad alta voce le storie e i nomi delle reporter e dei reporter
uccisi, da Gaza al Libano, dallo Yemen al Sudan: non numeri astratti, ma vite,
biografie, famiglie spezzate. Un elenco che, letto pubblicamente, ha trasformato
la piazza in un luogo di testimonianza collettiva contro quella che le
organizzazioni internazionali per la libertà di stampa definiscono ormai una
strage senza precedenti.
Particolarmente intenso l’intervento di Bassam Saleh, giornalista palestinese,
che ha denunciato «una tragedia che continua senza testimoni». Gaza – ha
spiegato – è progressivamente scomparsa dai notiziari internazionali, mentre il
mondo è distratto da altre guerre e da nuove tensioni regionali. L’escalation
tra Stati Uniti, Israele e Iran monopolizza l’attenzione mediatica, relegando la
Striscia ai margini, come se non fosse più una priorità umanitaria e politica.
Ma a Gaza, ha ricordato Saleh, la guerra non si è mai fermata: bombardamenti
incessanti, distruzione sistematica delle abitazioni, occupazione permanente. I
civili sopravvivono in condizioni umanitarie catastrofiche, segnate da fame,
sete, freddo e diffusione di malattie. «Il silenzio mediatico – ha denunciato –
non è neutrale: diventa complice». Per Saleh, autocensura e selettività
dell’informazione sono pericolose quanto le bombe. Tacere significa permettere
l’annessione delle terre, l’attacco ai luoghi sacri e la negazione di ogni
tutela giuridica ai palestinesi. «Basta silenzio. Basta autocensura».
Nel suo intervento, Antonella Napoli di Articolo 21 ha ricordato anche i
numerosi giornalisti uccisi in Sudan e in altri conflitti dimenticati, chiedendo
che venga fermata quella che ha definito una vera e propria “mattanza” e che sia
garantita la protezione degli operatori dell’informazione nei teatri di guerra.
Tra le proposte, l’istituzione di un Alto rappresentante per la stampa, figura
richiesta già nel 2015 da Reporter senza frontiere all’Assemblea delle Nazioni
Unite, ma rimasta finora lettera morta.
Secondo i dati aggiornati di Reporters Sans Frontières (RSF), dal 7 ottobre 2023
a oggi oltre 260 giornalisti palestinesi sono stati uccisi nella Striscia di
Gaza dall’esercito israeliano, anche se stime indipendenti ipotizzano che il
numero reale superi le 300 vittime. Almeno 70 di loro sono stati colpiti mentre
svolgevano direttamente il loro lavoro, indossando giubbotti e caschi con la
scritta “Press”. Nel solo 2025, RSF ha documentato 67 giornalisti uccisi nel
mondo: quasi la metà (43%) a Gaza, rendendo Israele il Paese responsabile del
maggior numero di morti tra i reporter per il terzo anno consecutivo.
Numeri che, sommati alle vittime in Libano, Sudan, Yemen e altri teatri di
guerra, portano – secondo diverse organizzazioni del giornalismo e della società
civile – a oltre 350 operatrici e operatori dell’informazione uccisi nei
territori coinvolti nel conflitto mediorientale dall’inizio delle ostilità. Un
momento toccante del presidio è stato segnato dai collegamenti in diretta con
giornalisti dal Libano, che hanno raccontato le condizioni di lavoro estreme, la
paura quotidiana e la consapevolezza di essere diventati bersagli militari, non
più semplici osservatori neutrali dei conflitti.
Proprio dal Libano arriva uno dei casi simbolo ricordati in piazza: Amal Khalil,
43 anni, reporter del quotidiano Al‑Akhbar, uccisa il 22 aprile 2026 nel sud del
Paese durante un attacco dell’esercito israeliano. Secondo quanto denunciato
da RSF e dal Committee to Protect Journalists (CPJ), non si è trattato né di un
errore né di un danno collaterale. L’azione militare sarebbe stata condotta con
la tecnica del “double tap”: un primo bombardamento seguito da un secondo colpo
mirato a colpire soccorritori e testimoni, ostacolando deliberatamente i
soccorsi. Il CPJ ha chiesto l’apertura di inchieste internazionali indipendenti
per possibile crimine di guerra, sottolineando come l’impunità per l’uccisione
dei giornalisti sia ormai strutturale.
Alla manifestazione hanno partecipato anche numerosi esponenti politici, tra
cui Laura Boldrini, Filippo Sensi, Arturo Scotto, Angelo Bonelli e Gianluca
Pecchiola, insieme a Luisa Morgantini di Assopace Palestina, ai Sanitari per
Gaza, a don Andrea dei Sacerdoti contro il genocidio. Gli interventi sono stati
coordinati da Francesca Fornario per la Rete #NoBavaglio.
Presenti in piazza anche i rappresentanti delle istituzioni della professione
giornalistica: Carlo Bartoli, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei
giornalisti; Guido D’Ubaldo, presidente dell’Odg Lazio; Vittorio Di Trapani,
presidente della Fnsi; Daniele Macheda, per l’Usigrai.
La richiesta finale è politica e diretta: «L’Unione Europea e il governo
italiano rompano il silenzio e l’inerzia, abbandonino ogni forma di complicità
politica e diplomatica e adottino misure concrete di pressione su Israele». Tra
queste, la sospensione dell’accordo di associazione UE‑Israele, in discussione
l’11 maggio al Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Unione. E ancora:
protezione internazionale per i giornalisti nei teatri di guerra e apertura
immediata della Striscia di Gaza alla stampa internazionale, tuttora vietata.
«Colpire l’informazione significa oscurare la verità, cancellare le prove dei
crimini di guerra, rendere invisibili le vittime civili – è stato ribadito –.
Perché senza chi racconta, le guerre diventano invisibili. E perché difendere i
giornalisti significa difendere il diritto di tutti a sapere».
Rete #NOBAVAGLIO