I Cattolici per la Vita della Valle: “non trasformiamo il dissenso in un problema di ordine pubblico”
Riprendiamo il testo del Gruppo Cattolici per la Vita della Valle, riportato
dalla redazione NOTAV.Info nella loro rassegna dei contributi al dibattito che
si sta sviluppando attorno ai fatti dello scorso 25 luglio e al futuro del
movimento: discussioni e testimonianze che raccolgono anche punti di vista di
note personalità pubbliche – come quello di Alessandro Di Battista [«Chi
condanna le violenze in Val di Susa (sono spesso gli stessi ai quali 30.000
bambini palestinesi fatti a pezzi dai terroristi sionisti evidentemente non
fanno né caldo né freddo, ma questo è un altro discorso) dovrebbe sapere che la
violenza infinitamente più grande, la madre di tutte le violenze è sventrare una
valle intera per imporre ai suoi abitanti un’opera inutile, costosissima,
stupida e profondamente vecchia»] e quello di Diego Bianchi [«è difficile negare
l’evidenza di una drammatica storia immobile troppo facile da circoscrivere nei
confini della guerriglia armata se in Val di Susa non ci si è andati mai. Ogni
volta che mi sono trovato su quelle montagne, a chiacchierare con chi non
riusciva a spiegarsi quanto filo spinato e quanta forza militare fosse impiegata
a protezione di cantieri senza vita che non fosse armata, realizzavo che se da
destra era facile banalizzare il tema, lo stava diventando sempre più anche a
sinistra, dove pure un minimo di complessità sarebbe richiesto»]. Il pezzo che
proponiamo è particolarmente significativo, giacché proviene da un movimento che
per sua natura è portato a porgere l’altra guancia e che – però – non intende
rinunciare al pensiero critico di cui è armato, seguendo la tensione ispiratrice
ereditata da Papa Francesco ed oggi ripresa da Papa Leone[accì]
Rispetto ai fatti avvenuti in Valle di Susa sabato 25 luglio, che meritano una
riflessione profonda e non dettata dall’urgenza giornalistica né dalla necessità
di un superficiale schieramento, proponiamo alcune considerazioni. Ogni atto di
violenza va perseguito secondo la legge. Ma una democrazia commette un errore
quando, a partire da singoli episodi, sceglie di leggere un conflitto politico e
sociale esclusivamente attraverso la lente della sicurezza, per screditare oltre
trent’anni di mobilitazione e per delegittimare chi continua a contestare
quell’opera. E questo accade sempre nel dibattito sulla TAV.
Da anni, ogni episodio di tensione diventa l’occasione per riportare al centro
il tema dell’ordine pubblico, mentre finiscono sullo sfondo le domande che il
movimento No TAV continua a porre: quale modello di sviluppo vogliamo? Quali
infrastrutture sono davvero utili alla transizione ecologica? Come si valutano i
costi ambientali e sociali di una Grande Opera? Quale spazio viene riconosciuto
alle comunità locali nelle decisioni che incidono sul loro futuro, sul loro
territorio, sulla salute, sull’economia?
È un meccanismo ormai consolidato. Il conflitto ambientale viene
progressivamente svuotato del suo contenuto politico e ricondotto a un problema
di sicurezza. Il dissenso viene osservato più attraverso i dispositivi di
controllo che attraverso le ragioni che lo alimentano. Così il dibattito
pubblico si restringe: non si discute più dell’opera, ma della gestione
dell’ordine pubblico; non delle alternative, ma delle misure di sicurezza; non
della qualità delle decisioni democratiche, ma dell’intensità della
repressione. Questa impostazione non riguarda solo la Valle di Susa.
Negli ultimi anni molti conflitti ambientali hanno conosciuto una dinamica
analoga. Chi contesta opere considerate impattanti o scelte ritenute
incompatibili con la tutela degli ecosistemi viene raccontato come un problema
da gestire delegittimando chi continua a contestare, non riconoscendolo come
interlocutore con cui confrontarsi. È una deriva che impoverisce la democrazia,
riduce gli spazi della partecipazione e alimenta l’idea che il dissenso sia una
patologia anziché una componente fisiologica della vita democratica.
La democrazia vive del conflitto, in forme di partecipazione, di confronto, di
mobilitazione sociale. È in questo spazio che si collocano le manifestazioni, i
presìdi, le iniziative dei comitati e di migliaia di cittadini che hanno scelto
di opporsi a un’infrastruttura ritenuta inutile, devastante, economicamente
insostenibile, fuori tempo e sproporzionata rispetto ai benefici attesi.
Confondere questo patrimonio di partecipazione con gli episodi di
sabotaggio significa fare un favore a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come
un problema di sicurezza.
Naturalmente esiste un confine che non può essere superato: le azioni violente
non possono diventare uno strumento di lotta politica. Da sempre tra i NO TAV
convivono molte anime, come giusto e inevitabile in un movimento che è
espressione di un intero territorio e che è composto da migliaia di persone di
età, posizioni religiose e politiche, storie e sensibilità diverse. Ma per noi
cristiani questo confine è chiaro, e il fatto che ci sia stato assalto dei
cantieri non può essere utilizzato per cancellare trent’anni di mobilitazione
civile, di studi indipendenti, di amministratori locali, associazioni, tecnici e
cittadini che hanno costruito un’opposizione fondata su argomentazioni,
partecipazione e presenza nei territori.
La strategia dell’invasione dei cantieri, su cui peraltro non tutti i NO TAV
concordano, è il frutto di decenni di sopraffazione ed è una risposta (chi dice
giusta, chi dice sbagliata) prevedibile in un conflitto gestito male fin dai
suoi inizi. La questione di fondo resta aperta. In un tempo segnato dalla crisi
climatica e dalla necessità di trasformare il modello di sviluppo, è legittimo
chiedersi quali infrastrutture siano davvero prioritarie, quale sia il loro
impatto ambientale e sociale, come vengano impiegate le risorse pubbliche e
quale ruolo abbiano le comunità interessate nelle decisioni che le
riguardano. Sono domande che non possono essere archiviate perché si sono
verificati episodi violenti.
Alla politica – intesa come gestione della polis e partecipazione democratica
dei cittadini alle decisioni comuni – chiediamo una ben diversa risposta. Non
per ridurre gli spazi del conflitto, ma per ampliarli; non per temere il
confronto con le comunità, ma perché contribuisce alla qualità delle decisioni
pubbliche. La tutela dell’ambiente non è un ostacolo allo sviluppo: è il
criterio con cui misurare la qualità dello sviluppo stesso. E il bene comune non
coincide con la realizzazione di qualsiasi infrastruttura, ma con la capacità di
valutare se essa risponda davvero all’interesse collettivo, nel lungo periodo.
La difesa dell’ambiente e del bene comune non appartiene a una parte politica. È
un interesse generale, riconosciuto dalla Costituzione, che richiede valutazioni
trasparenti, partecipazione democratica e la capacità di misurare le opere
pubbliche non soltanto sulla loro fattibilità tecnica, ma anche sulla loro
sostenibilità ecologica, economica e sociale. Quando il dissenso viene tradotto
in una questione di ordine pubblico, la politica rinuncia al proprio compito.
Smette di discutere, di convincere, di costruire consenso e delega la gestione
dei conflitti agli apparati della sicurezza. È una scorciatoia che può apparire
efficace nell’immediato, ma che alla lunga accresce la distanza tra istituzioni
e cittadini.
Come cristiani avvertiamo la responsabilità di difendere la terra come bene
comune, di dare voce e gambe al Magistero della Chiesa, a partire dalla Dottrina
sociale fino ad arrivare ai continui appelli di Papa Francesco e di Papa Leone
di non considerare il creato “una proprietà di cui possiamo disporre a nostro
piacere; e ancor meno una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un
dono, è un regalo, è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne
prendiamo cura e lo utilizziamo per il bene di tutti, sempre con rispetto e
gratitudine”. Da trent’anni abbiamo cercato – e non solo noi – il confronto con
i proponenti l’opera ma la risposta è sempre stata la mancanza di dialogo con la
popolazione, l’imposizione con la forza dei cantieri, la militarizzazione della
valle, la repressione del dissenso.
Questi ultimi anni, caratterizzati da guerre devastanti, dal genocidio, dalla
corsa al riarmo, da eventi climatici estremi, da migrazioni forzate, hanno
contribuito a rafforzare le ragioni della contrarietà alla ‘Grande Opera
Inutile’, ma anche a tutte le altre Grandi Opere Inutili che hanno devastato e
potranno ancora devastare il nostro Paese, solo per inseguire una cieca logica
di progresso, di crescita, di profitti, senza alcun ripensamento sul rischio
concreto e sempre più attuale della rovina al quale l’intero nostro pianeta va
incontro.
Diventa indispensabile ripensare il concetto di Grandi Opere, di consumo di
suolo, in questo tempo che sta correndo verso il disastro ambientale, e rivedere
l’ideologia dello sviluppo a tutti i costi. Come credenti che vedono il nostro
territorio e le persone che lo abitano sempre più distrutte e calpestate
avvertiamo che qui il bene comune è stato invocato come paravento, mentre gli
interessi economici e geopolitici hanno avuto il sopravvento sulla giustizia
sociale.
Da oltre trent’anni le ragioni di critica e di opposizione sono sempre le
stesse: la Torino-Lione è inutile, è costosissima, è devastante per l’ambiente,
è un’opera vecchia, superata dai tempi e dalla storia, la cantierizzazione
produrrà polveri sottili e movimenterà sostanze inquinanti e insalubri. Ed è
certificata la sottrazione di enormi quantità di acqua dalla montagna e
all’ambiente naturale, spreco dimostrato fin dal 2008 dalle decine di litri al
secondo drenate ogni giorno dalle gallerie di servizio già realizzate.
Cos’altro dobbiamo inventarci per far comprendere queste ingiustizie
trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che
l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più
necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori? Difendere la
legalità significa perseguire chi commette reati. Difendere la democrazia
significa non usare quei reati per delegittimare un’intera comunità che protesta
e ascoltare chi denuncia queste ingiustizie trasportistiche, economiche,
climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento
economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in
sicurezza dei territori, da investimenti sulla sanità e sulla scuola.
E difendere l’ambiente significa continuare a discutere, anche quando il
confronto è duro, del modello di sviluppo che vogliamo consegnare alle prossime
generazioni.
GRUPPO CATTOLICI PER LA VITA DELLA VALLE (ESTRATTO DALLA RASSEGNA DI CUI SOTTO)
Redazione Italia