2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: Oltre l’eccezione, ricostruire la democraziaAndando verso il venticinquennale del G8 di Genova, e ormai manca meno di un
mese, riprendiamo la nostra carrellata sulle tante, tantissime iniziative che
stanno per succedere un po’ qua e un po’ là non solo a Genova! Per esempio a
Firenze, dove il 26 giugno ci sarà anche Zero Calcare al Dibattito organizzato
da Spartaco Firenze, Movimento Studentesco fiorentino e CPA Firenze Sud “per
ripercorrere alcuni dei passaggi che segnarono le giornate del luglio 2001 a
Genova e quindi della storia che ne è seguita: una storia che abbiamo il dovere
di trasmettere alle nuove generazioni fuori dai tentativi di criminalizzazione e
strumentalizzazione”.
Il tutto succede al Parco del CPA Firenze Sud e oltre a ZeroCalcare, che ha già
promesso un bel po’ di disegnetti in funzione fundrising, ci sarà anche un
compagno che nel 2001 fu tra le vittime di torture nella caserma di Bolzaneto e
l’incasso della serata (a partire dalla 19.30 con cena-buffet) andrà a
finanziare i pullman che si stanno già organizzando in direzione Genova (!!!)
per il Corteo Nazionale di domenica 19 luglio, che possiamo immaginare sarà
bello e grande!
E veniamo ai libri. Sono parecchi i titoli che richiamandosi ai “fatti di
Genova” di 25 anni fa sono già in libreria o stanno per uscite. Ieri a
Fahrenheit (storica rubrica culturale su RadioTre, molto seguita) si è parlato
dell’ultimo libro della giornalista Annalisa Camilli intitolato per l’appunto
“Divieto di Protestare” (Feltrinelli, anche in podcast).
Un libro che a partire dalle recenti proteste per Gaza che hanno riportato nelle
piazze quei movimenti di massa che sembravano scomparsi dopo la pandemia,
richiama la nostra attenzione sull’ondata repressiva e sul ricorso sempre più
indiscriminato di misure draconianie per reprimere ogni forma di dissenso,
secondo un “approccio penale preventivo, in cui non è neppure più necessario
aver compiuto un reato per incorrere nella spirale di criminalizzazione: basta
appartenere a un determinato gruppo di persone o mettere in atto condotte
ritenute pericolose”.
Come si è arrivati a tutto questo? Nel corso della puntata, in dialogo con la
conduttrice Florinda Fiamma, l’autrice non ha potuto fare a meno di richiamare
l’attenzione sulle giornate di Genova appunto: su quella ferita ancora aperta
che Amnesty International ebbe a definire “una violazione dei diritti umani di
dimensioni mai viste nella recente storia europea”.
Su tutto questo, per raccontare come quella storia non smette di essere attuale
nel presente, eccoci al libro fresco di stampa per i tipi di Redstarpress e
illustrato da una bella seria di tavole di Mauro Biani, che verrà presentato
oggi a Campobasso: “Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora. Dal
movimento dei movimenti ai giorni nostri: storia e attualità di una lotta
necessaria”.
Libro ricco, corale, plurale, che è stato voluto e curato dallo stesso Comitato
Piazza Carlo Giuliani e vede tra gli autori figure storiche di quello che fu
definito “movimento dei movimenti”, come Vittorio Agnoletto, Alessandra
Ballerini, Raffaella Bolini, Giuseppe Coscione, Giuseppe De Marzo, Marica Di
Pierri, Monica Di Sisto, Nicoletta Dosio, Gian Andrea Franchi, Lorenzo
Guadagnucci, Carlo Gubitosa, Alessandra Mecozzi, Tomaso Montanari, Luisa
Morgantini, Alfio Nicotra e Alberto Zoratti: per raccontare non solo ciò che
accadde a Genova nel 2001, ma perché quelle istanze continuano ad essere così
urgenti e attuali anche oggi, nello scenario di disuguaglianze sociali, corsa al
riarmo, emergenza climatica, estrattivismo, finanziarizzazione e nella
progressiva contrazione degli spazi di partecipazione democratica.
L’appuntamento è per le 18,30 alla Libreria Giunti al Punto e in dialogo con
Franco Novelli ci saranno Rossano Pazzagli (docente presso l’Università degli
Studi del Molise), l’editore Cristiano Armati e Italo Di Sabato, tra gli autori
del libro: che ringraziamo per averci permesso di estrapolare il brano che segue
a conclusione del suo contributo in tema appunto di Democrazia e Autoritarismi:
neoliberismo, governance e stato d’eccezione nel XXI secolo.
Dopo aver passato in rassegna le tragiche giornate di Genova, descritte come
vero e proprio laboratorio, come “frattura che ancora oggi definisce il rapporto
tra Stato, dissenso e democrazia in Italia”, e quindi la “prova generale” della
deriva repressiva che ne sarebbe seguita mediante il ricorso ai vari Decreti
sicurezza, l’autore così conclude, con un una nota di incoraggiamento alla
“capacità di immaginazione”, che senz’altro condividiamo.
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OLTRE L’ECCEZIONE, RICOSTRUIRE LA DEMOCRAZIA
DI ITALO DI SABATO
Venticinque anni dopo Genova 2001, ciò che si osserva non è un semplice
arretramento democratico, ma una trasformazione profonda del modo in cui il
potere si esercita. L’espansione dello stato d’eccezione, la criminalizzazione
del dissenso, la militarizzazione delle forze dell’ordine, la tecnocratizzazione
delle istituzioni europee, l’austerità eretta a principio costituzionale, la
dipendenza della politica dai vincoli dei mercati, la manipolazione
dell’informazione e il ritorno della guerra come orizzonte inevitabile non sono
fenomeni separati: compongono un unico sistema. È il paradigma neoliberale, che
tenta di governare la società attraverso la depoliticizzazione, il controllo, la
paura, la gestione amministrativa dell’esistente e la repressione di tutto ciò
che sfugge al perimetro della governabilità.
Eppure, nonostante il restringimento progressivo dello spazio pubblico, la
democrazia non è morta. Piuttosto, ha cambiato luogo. Si è spostata fuori dalle
istituzioni, nei movimenti sociali, nei territori in lotta, nelle reti di
solidarietà, nelle mobilitazioni ecologiste, nelle assemblee popolari, nei
collettivi studenteschi, nelle lotte operaie come quella della GKN, nella
resistenza al razzismo istituzionale, nella difesa dei territori dal saccheggio
delle grandi opere, nel sostegno alla Palestina contro un genocidio che ha
mostrato il volto coloniale e ipocrita dell’Occidente. È lì che sopravvive la
capacità di immaginazione e di conflitto, lì che si producono linguaggi nuovi,
analisi non addomesticate, esperienze democratiche reali. Laddove lo Stato
cancella diritti e punisce la solidarietà, comunità intere ricostruiscono
legami, mutualismo, giustizia dal basso.
Se la democrazia è stata svuotata nei palazzi, continua a respirare nelle
piazze, nei centri sociali, nelle campagne, nelle fabbriche, nei valichi di
frontiera, nelle università sotto sfratto, nelle città attraversate da cortei,
nei territori ribelli come la Val di Susa. Non è una democrazia concessa, ma una
democrazia praticata: conflittuale, partecipata, autonoma, capace di rimettere
al centro la domanda fondamentale che il neoliberismo vuole soffocare — come si
vuole vivere insieme?
Ricostruire una democrazia viva significa rifiutare la naturalizzazione
dell’eccezione. Significa non accettare che la guerra venga presentata come
destino, che il riarmo sia considerato ovvio, che la repressione sia
giustificata come difesa dell’ordine, che le violenze delle forze dell’ordine
rimangano senza conseguenze, che la solidarietà venga punita, che i movimenti
siano descritti come minacce, che i massacri compiuti da Stati “alleati” vengano
occultati sotto la retorica della sicurezza. Significa spezzare la narrazione
dell’inevitabile — la parola più reazionaria del nostro tempo — e restituire al
possibile tutto il suo potere trasformativo.
La democrazia non si rigenera attraverso riforme calate dall’alto, né attraverso
governi che amministrano l’esistente. Si rigenera attraverso l’organizzazione
collettiva, attraverso la convergenza delle lotte, attraverso la solidarietà che
attraversa confini, generazioni, identità. Si rigenera quando chi è sfruttato,
marginalizzato, impoverito, oppresso smette di credere che non ci sia
alternativa e comincia a costruirne una con le proprie mani. Quando le lotte
ecologiste incontrano quelle dei lavoratori; quando i movimenti per la pace si
intrecciano con le lotte per il reddito; quando la battaglia per la Palestina
incontra quella contro il razzismo e la detenzione nei CPR; quando studenti,
lavoratori, precari, migranti, movimenti territoriali e femministi comprendono
di essere parte di una medesima storia e di un medesimo conflitto.
Solo così è possibile spezzare la spirale autoritaria che oggi attraversa
l’Italia e l’Europa. L’idea che la sicurezza possa essere costruita con nuove
armi, nuovi codici penali, più polizia, più videosorveglianza, più dispositivi
di controllo, non è soltanto falsa: è pericolosa. La vera sicurezza nasce dalla
giustizia sociale, dalla redistribuzione della ricchezza, da un welfare
universale, da un lavoro dignitoso, dall’accoglienza, dalla cura collettiva,
dalla pace, da una società che non lascia indietro nessuno. Una società giusta
non ha bisogno della repressione: una società ingiusta può essere governata solo
attraverso di essa.
Siamo dunque a un bivio storico. O continuiamo a scivolare in una democrazia
svuotata, governata dall’emergenza, dalla militarizzazione, dalla tecnocrazia e
dal mercato; oppure costruiamo, attraverso conflitto e solidarietà, una nuova
stagione democratica capace di andare oltre le macerie del neoliberismo. Nessuna
istituzione compirà questo lavoro per noi. Nessuna riforma lo produrrà
spontaneamente. Nessun governo lo promuoverà dall’alto.
La democrazia che verrà sarà quella che sapremo costruire insieme: radicale,
aperta, inclusiva, capace di riconoscere la dignità di tutti, fondata sui beni
comuni, sulla libertà reale, sulla giustizia sociale, sulla pace.
È questo l’orizzonte: una democrazia che non tema il conflitto, ma lo assuma
come motore; che non cancelli la complessità, ma la ascolti; che non reprima la
solidarietà, ma la coltivi; che non obbedisca al potere, ma risponda alla
società.
Genova 2001 ci ha lasciato un monito e un compito. Il monito è che la democrazia
può essere smantellata silenziosamente. Il compito è che può essere ricostruita
soltanto collettivamente. Per questo, oggi più che mai, la risposta non può che
essere quella che attraversa ogni epoca di oppressione: organizzarsi, resistere,
immaginare e lottare. Perché nessuna democrazia nasce senza conflitto, e nessuna
sopravvive senza giustizia.
(2 – continua)
Centro Sereno Regis