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“L’algoritmo della farfalla”, una graphic novel che racconta il buco nero dei CPR
Per questa intervista nessuno può essere pronto. I centri dove vengono rinchiusi migranti, che in gran parte non hanno nessuna colpa perché non hanno commesso nessun delitto, i cosiddetti Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) sono il buco nero della coscienza istituzionale, un posto per nascondere quello che non vogliamo vedere.  In un lavoro collettivo che ha prodotto una graphic novel indispensabile, Lucio Cascavilla svela i retroscena e rivela l’umanità negata dai CPR, dove migranti in attesa di rimpatrio vengono detenuti in condizioni troppo spesso indegne e oltre i limiti di qualsiasi prescrizione normativa. I centri per il rimpatrio sono un buco nero. Perché? Perché nessuno può visitare gli “ospiti” (scrivo ospiti, ma bisognerebbe usare il termine recluso, perché se qualcuno non può uscire volontariamente da una struttura non è un ospite); i giornalisti non possono accedervi e i religiosi, di qualsiasi ordine e grado, non sono ammessi. In genere nei CPR non viene richiuso nessun personaggio famoso: niente attori, né politici, né modelle o cantanti. Quindi quello che accade all’interno dei CPR è un mistero. Non trapelano informazioni e sui media nazionali se ne parla poche volte, solo quando muore qualcuno all’interno o quando c’è una rivolta. Il CPR è un’istituzione scomoda e nessuno vuole che se ne parli. Dopo tutto non è possibile migliorarli, bisognerebbe solo chiuderli. Aggiungerei che possono accedere i parlamentari e i consiglieri regionali, che spesso sono costretti a lunghe attese, perché il posto deve essere abbellito. I controlli a sorpresa non sono ben visti. Gli assistenti devono essere assistenti del parlamentare o del consigliere regionale, che non possono farsi accompagnare da attivisti e traduttori, che sono indispensabili. Inoltre è proibito portare telefoni, telecamere o fogli di carta per registrare ciò che i detenuti dichiarano. L’estetica narrativa della graphic novel  “L’algoritmo della farfalla” conferisce una dimensione umana importante alle storie raccontate. Laddove il sistema della detenzione amministrativa nega l’umanità delle persone, il vostro lavoro restituisce dignità umana a persone che troppo spesso finiscono nei CPR senza aver commesso alcun reato. Questo tipo di divulgazione può aprire una breccia di speranza per abolirli?  L’idea della graphic novel era esattamente quella di mostrare al lettore che chi finisce all’interno dei CPR è un essere umano che viene deumanizzato. Quando si parla di deportazioni e di CPR, si utilizzano solo i numeri. I ministri (di destra e di sinistra) gridano: ne abbiamo riportati a casa diecimila. Guardate solo ai numeri che vengono sbandierati dall’amministrazione americana ogni mese. Nessuno dei politici si pone il problema di quali siano gli effetti sulle persone (e sui loro familiari) che vengono rinchiuse nei CPR  e poi deportate. Non credo che questa pubblicazione porterà all’abolizione dei CPR, ma bisogna parlarne sempre e di più e in tutti i modi possibili. Negli anni ’70 in Italia c’era il cinema di impegno civile con film come “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, “Sbatti il mostro in prima pagina”, “Sacco e Vanzetti”. Per quanto riguarda i CPR ci sono molti report di associazioni, organizzazioni e del garante per le persone private della libertà individuale e moltissimi reportarge; ma mancava e mancano memoir di chi è stato nei CPR e versioni romanzate di quel che accade là dentro, un film o un libro di fiction. Questa graphic novel può servire affinché molte più persone prendano coscienza di quel che accade all’interno. Perché quando si parla di CPR, pochi sanno di cosa stiamo parlando e ancora meno sanno che all’interno dei CPR avvengono gravissime violazioni dei diritti umani. Psicofarmaci e manganelli travalicano i muri dei CPR e ci parlano delle tendenze securitarie che colpiscono tutte le persone che osano esprimere qualche dissenso riguardo al sistema. I CPR non raccontano solo storie allucinanti, ci parlano anche della cura dei sintomi per occultare le cause? Franco Basaglia direbbe che nessuna persona vista da vicino è “normale”. Conosciamo le soluzioni, ma le cause quali sono? E’ chiaro che i CPR servono a nascondere altri problemi in Italia e in Europa; sono soprattutto economici, ma nessuno cerca di risolverli. I migranti (soprattutto se irregolari) sono ricattabili e servono come manodopera a basso costo che non deve protestare. Dalle mie parti, nel tavoliere delle Puglie, la raccolta dei pomodori è possibile solo perché ci sono i migranti. Le politiche securitarie (il governo ha fatto 5 decreti sicurezza da quando è iniziata la legislatura) servono a rassicurare una certa parte della popolazione. Diceva Sant’Agostino che si ha paura di quel che ci è ignoto. Il problema principale è che una certa parte politica che non ha interesse a risolvere il problema, ma che vuole che la situazione resti così, soffia su queste paure perché spesso la propria felicità e sicurezza deve passare per la sofferenza altrui.       Ray Man
June 24, 2026
Pressenza
Cagliari, dal presidio in piazza Yenne all’incontro con Francesca Albanese
Cagliari, dal presidio in piazza Yenne all’incontro con Francesca Albanese: una serata da non dimenticare. Cagliari, 19 giugno 2026. In piazza Yenne, ribattezzata “piazza dell’indignazione”, un piccolo gruppo di attivistƏ del presidio stabile, tiene fede all’impegno giornaliero per la Palestina. Anche stasera sventolano le bandiere della Palestina e lo striscione con la scritta: “Il Presidio r1pud1a la guerra”. Alcuni ragazzi algerini si fermano, chiedono di tenere la bandiera palestinese per scattarsi una foto. La maggior parte delle persone che partecipano al presidio sono già accorse alla sala del teatro nel quale si svolgerà l’incontro con Francesca Albanese, relatrice ONU per i diritti dei palestinesi, organizzato dal presidio di Cagliari, a cui si collegheranno via streaming 150 punti di ascolto in tutta Italia (presidi permanenti, periodici, gruppi impegnati a sostegno della causa palestinese). L’atmosfera che si respira tra le persone convenute, nonostante il caldo, è gioiosa, consapevoli che la serata proseguirà con un incontro indimenticabile.  Alle ore 20:00 ci si sposta verso il teatro, ospiti della compagnia “Lucido sottile” e della Municipalità di Pirri. Il teatro ha una capienza limitata di persone, per cui in città si potrà partecipare insieme a questo evento anche al centro sociale “Su Tzirculu”. Prima della diretta con Francesca Albanese e il giornalista Matteo Meloni, che interloquiranno sul libro La “Luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero”, “Le Lucide”, le artiste Tiziana Troja e Michela Sale Musio della compagnia teatrale LucidoSottile, offrono una loro performance sul testo “Capire la guerra”. Testo recitato a due voci che scandaglia il tema della guerra, come si presenta, da dove nasce, ecc. In realtà, non si tratta di “capire la guerra” perché la guerra è irrazionale, in quanto distruttiva; si tratta di prevenire la guerra, a partire dalle relazioni interpersonali. Si susseguono interventi di rito: i saluti istituzionali da parte di Mara Laura Manca, presidentessa della Municipalità di Pirri, e l’intervento di Davide Carta, delegato del sindaco di Cagliari per “Cagliari Città della Pace e del Dialogo nel Mediterraneo”. Ringraziando per questa iniziativa, richiama il fatto che «dalla tregua di ottobre 2025 sono stati uccisi oltre 1000 palestinesi nella Striscia di Gaza, di cui 245 bambini, e in Cisgiordania continuano uccisioni, occupazioni e soprusi da parte dei coloni israeliani, ormai terroristi legalizzati. Ed i governi tacciono, primi fra tutti quelli europei». Guardare alla Palestina come Anima Mundi vuol dire che «noi non guardiamo soltanto un pezzo di terra lontano, ma guardiamo noi stessi. Guardiamo la tenuta del diritto internazionale, che vale solo se vale per tutti, sempre. Guardiamo la nostra capacità di indignarci ancora. Guardiamo, in fondo, che tipo di umanità vogliamo essere». La diretta streaming si apre con la lettura di tutte le piazze collegate dal sud al Nord d’Italia da parte di Vania Erby e Stefania Montis di Presidio Palestina Cagliari. Stefania Montis e Vania Erby del Presidio Palestina Cagliari Segue l’intervento di Tiziana Troja a nome dell’ANPI:«La Palestina è da decenni uno dei luoghi più dolorosi e controversi del nostro tempo». Una domanda sorge spontanea: «Quale valore attribuiamo alla vita umana, alla libertà, alla giustizia e ai diritti delle persone?». La parola passa al dott. Fawzi Ismail, presidente dell’“Associazione Amicizia Sardegna Palestina”. Sintetizzo il suo appassionato intervento Questa straordinaria iniziativa promossa dal basso dimostra che, nonostante l’ignavia e la complicità dei governi europei nei confronti dello Stato genocida d’Israele, la solidarietà per la Palestina è nel cuore dei popoli della Terra. Lo dimostrano le grandi manifestazioni dell’autunno scorso in tutto il mondo. Ciò che sconcerta è che la Sardegna, come la Sicilia e altre regioni d’Italia, siano diventati luoghi in cui anche soldati dell’IDF, che hanno partecipato ai massacri nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, vengono a “decomprimersi” nelle nostre spiagge. E intanto la repressione viene esercitata duramente nei confronti dei palestinesi d’Italia che protestano contro il genocidio, fino ad essere trattenuti in carcere. Fawzi Ismail, presidente di Amicizia Sardegna Palestina Infine, l’intervento di Vania Erby, prima di cedere la parola a Matteo Meloni e Francesca Albanese: “Siamo veramente emozionati del dirvi che oggi siamo tantissimi e tantissime – esordisce – e che Palestina Anima Mundi sta attraversando non solo in streaming tutta l’Italia, da Nord a sud, fino alle sue due isole più grandi. Più di 150 presidi stabili, piazze, circoli, comitati, sono collegati con noi questa sera…”. Ho vissuto insieme alle amiche e agli amici del presidio cagliaritano la preparazione di questo evento, l’impegno profuso in special modo dalle donne, il loro entusiasmo, la loro tenacia e determinazione che ci ha consentito di raggiungere tantissime realtà in Italia. Per questo motivo, nella sala del teatro si respirava la commozione per il raggiungimento di questo traguardo. Non mi soffermo sui contenuti dell’incontro con Francesca Albanese con la quale ha dialogato in maniera magistrale Matteo Meloni, ponendo domande sul suo ultimo libro (di cui poco si sente parlare nei media), e domande pervenute dai diversi presidi; contenuti per i quali rimando alla lettura di diversi articoli pubblicati da pressenza, in particolare a  https://www.pressenza.com/it/2026/06/palestina-anima-mundi-un-emozionante-incontro-tra-francesca-albanese-e-150-presidi-in-tutta-italia/ , e alla visione della registrazione dell’incontro sul canale YouTube di PresidioPalestinaCa: https://www.youtube.com/live/gzV5wcuU-64?is=pccIXpvx1qjfn7BP . Siamo gratƏ a Francesca Albanese per averci dedicato ore preziose del suo tempo, riuscendo a conciliare la professionalità del suo intervento con l’attenzione amorevole alla sua gattina. Il suo messaggio – nonostante da tempo viva sulla propria pelle e quella della sua famiglia l’avversione verso il suo lavoro in difesa dei diritti popolo palestinese, attraverso le sanzioni impostegli dal governo statunitense -, è stato un messaggio di speranza: uniti e unite ce la possiamo fare a cambiare questo mondo. Alla fine dell’incontro ci siamo abbracciati tutti e tutte, un abbraccio commosso e gioioso, nella consapevolezza di essere unitiƏ a tuttiƏ coloro che nel mondo soffrono ingiustizia e oppressione, a cominciare dalla gente di Palestina.   Pierpaolo Loi
June 23, 2026
Pressenza
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: Oltre l’eccezione, ricostruire la democrazia
Andando verso il venticinquennale del G8 di Genova, e ormai manca meno di un mese, riprendiamo la nostra carrellata sulle tante, tantissime iniziative che stanno per succedere un po’ qua e un po’ là non solo a Genova! Per esempio a Firenze, dove il 26 giugno ci sarà anche Zero Calcare al Dibattito organizzato da Spartaco Firenze, Movimento Studentesco fiorentino e CPA Firenze Sud “per ripercorrere alcuni dei passaggi che segnarono le giornate del luglio 2001 a Genova e quindi della storia che ne è seguita: una storia che abbiamo il dovere di trasmettere alle nuove generazioni fuori dai tentativi di criminalizzazione e strumentalizzazione”. Il tutto succede al Parco del CPA Firenze Sud e oltre a ZeroCalcare, che ha già promesso un bel po’ di disegnetti in funzione fundrising, ci sarà anche un compagno che nel 2001 fu tra le vittime di torture nella caserma di Bolzaneto e l’incasso della serata (a partire dalla 19.30 con cena-buffet) andrà a finanziare i pullman che si stanno già organizzando in direzione Genova (!!!) per il Corteo Nazionale di domenica 19 luglio, che possiamo immaginare sarà bello e grande! E veniamo ai libri. Sono parecchi i titoli che richiamandosi ai “fatti di Genova” di 25 anni fa sono già in libreria o stanno per uscite. Ieri a Fahrenheit (storica rubrica culturale su RadioTre, molto seguita) si è parlato dell’ultimo libro della giornalista Annalisa Camilli intitolato per l’appunto “Divieto di Protestare” (Feltrinelli, anche in podcast). Un libro che a partire dalle recenti proteste per Gaza che hanno riportato nelle piazze quei movimenti di massa che sembravano scomparsi dopo la pandemia, richiama la nostra attenzione sull’ondata repressiva e sul ricorso sempre più indiscriminato di misure draconianie per reprimere ogni forma di dissenso, secondo un “approccio penale preventivo, in cui non è neppure più necessario aver compiuto un reato per incorrere nella spirale di criminalizzazione: basta appartenere a un determinato gruppo di persone o mettere in atto condotte ritenute pericolose”. Come si è arrivati a tutto questo? Nel corso della puntata, in dialogo con la conduttrice Florinda Fiamma, l’autrice non ha potuto fare a meno di richiamare l’attenzione sulle giornate di Genova appunto: su quella ferita ancora aperta che Amnesty International ebbe a definire “una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea”. Su tutto questo, per raccontare come quella storia non smette di essere attuale nel presente, eccoci al libro fresco di stampa per i tipi di Redstarpress e illustrato da una bella seria di tavole di Mauro Biani, che verrà presentato oggi a Campobasso: “Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora. Dal movimento dei movimenti ai giorni nostri: storia e attualità di una lotta necessaria”. Libro ricco, corale, plurale, che è stato voluto e curato dallo stesso Comitato Piazza Carlo Giuliani e vede tra gli autori figure storiche di quello che fu definito “movimento dei movimenti”, come Vittorio Agnoletto, Alessandra Ballerini, Raffaella Bolini, Giuseppe Coscione, Giuseppe De Marzo, Marica Di Pierri, Monica Di Sisto, Nicoletta Dosio, Gian Andrea Franchi, Lorenzo Guadagnucci, Carlo Gubitosa, Alessandra Mecozzi, Tomaso Montanari, Luisa Morgantini, Alfio Nicotra e Alberto Zoratti: per raccontare non solo ciò che accadde a Genova nel 2001, ma perché quelle istanze continuano ad essere  così urgenti e attuali anche oggi, nello scenario di disuguaglianze sociali, corsa al riarmo, emergenza climatica, estrattivismo, finanziarizzazione e nella progressiva contrazione degli spazi di partecipazione democratica. L’appuntamento è per le 18,30 alla Libreria Giunti al Punto e in dialogo con Franco Novelli ci saranno Rossano Pazzagli (docente presso l’Università degli Studi del Molise), l’editore Cristiano Armati e Italo Di Sabato, tra gli autori del libro: che ringraziamo per averci permesso di estrapolare il brano che segue a conclusione del suo contributo in tema appunto di Democrazia e Autoritarismi: neoliberismo, governance e stato d’eccezione nel XXI secolo. Dopo aver passato in rassegna le tragiche giornate di Genova, descritte come vero e proprio laboratorio, come “frattura che ancora oggi definisce il rapporto tra Stato, dissenso e democrazia in Italia”, e quindi la “prova generale” della deriva repressiva che ne sarebbe seguita mediante il ricorso ai vari Decreti sicurezza, l’autore così conclude, con un una nota di incoraggiamento alla “capacità di immaginazione”, che senz’altro condividiamo. -------------------------------------------------------------------------------- OLTRE L’ECCEZIONE, RICOSTRUIRE LA DEMOCRAZIA DI ITALO DI SABATO Venticinque anni dopo Genova 2001, ciò che si osserva non è un semplice arretramento democratico, ma una trasformazione profonda del modo in cui il potere si esercita. L’espansione dello stato d’eccezione, la criminalizzazione del dissenso, la militarizzazione delle forze dell’ordine, la tecnocratizzazione delle istituzioni europee, l’austerità eretta a principio costituzionale, la dipendenza della politica dai vincoli dei mercati, la manipolazione dell’informazione e il ritorno della guerra come orizzonte inevitabile non sono fenomeni separati: compongono un unico sistema. È il paradigma neoliberale, che tenta di governare la società attraverso la depoliticizzazione, il controllo, la paura, la gestione amministrativa dell’esistente e la repressione di tutto ciò che sfugge al perimetro della governabilità. Eppure, nonostante il restringimento progressivo dello spazio pubblico, la democrazia non è morta. Piuttosto, ha cambiato luogo. Si è spostata fuori dalle istituzioni, nei movimenti sociali, nei territori in lotta, nelle reti di solidarietà, nelle mobilitazioni ecologiste, nelle assemblee popolari, nei collettivi studenteschi, nelle lotte operaie come quella della GKN, nella resistenza al razzismo istituzionale, nella difesa dei territori dal saccheggio delle grandi opere, nel sostegno alla Palestina contro un genocidio che ha mostrato il volto coloniale e ipocrita dell’Occidente. È lì che sopravvive la capacità di immaginazione e di conflitto, lì che si producono linguaggi nuovi, analisi non addomesticate, esperienze democratiche reali. Laddove lo Stato cancella diritti e punisce la solidarietà, comunità intere ricostruiscono legami, mutualismo, giustizia dal basso. Se la democrazia è stata svuotata nei palazzi, continua a respirare nelle piazze, nei centri sociali, nelle campagne, nelle fabbriche, nei valichi di frontiera, nelle università sotto sfratto, nelle città attraversate da cortei, nei territori ribelli come la Val di Susa. Non è una democrazia concessa, ma una democrazia praticata: conflittuale, partecipata, autonoma, capace di rimettere al centro la domanda fondamentale che il neoliberismo vuole soffocare — come si vuole vivere insieme? Ricostruire una democrazia viva significa rifiutare la naturalizzazione dell’eccezione. Significa non accettare che la guerra venga presentata come destino, che il riarmo sia considerato ovvio, che la repressione sia giustificata come difesa dell’ordine, che le violenze delle forze dell’ordine rimangano senza conseguenze, che la solidarietà venga punita, che i movimenti siano descritti come minacce, che i massacri compiuti da Stati “alleati” vengano occultati sotto la retorica della sicurezza. Significa spezzare la narrazione dell’inevitabile — la parola più reazionaria del nostro tempo — e restituire al possibile tutto il suo potere trasformativo. La democrazia non si rigenera attraverso riforme calate dall’alto, né attraverso governi che amministrano l’esistente. Si rigenera attraverso l’organizzazione collettiva, attraverso la convergenza delle lotte, attraverso la solidarietà che attraversa confini, generazioni, identità. Si rigenera quando chi è sfruttato, marginalizzato, impoverito, oppresso smette di credere che non ci sia alternativa e comincia a costruirne una con le proprie mani. Quando le lotte ecologiste incontrano quelle dei lavoratori; quando i movimenti per la pace si intrecciano con le lotte per il reddito; quando la battaglia per la Palestina incontra quella contro il razzismo e la detenzione nei CPR; quando studenti, lavoratori, precari, migranti, movimenti territoriali e femministi comprendono di essere parte di una medesima storia e di un medesimo conflitto. Solo così è possibile spezzare la spirale autoritaria che oggi attraversa l’Italia e l’Europa. L’idea che la sicurezza possa essere costruita con nuove armi, nuovi codici penali, più polizia, più videosorveglianza, più dispositivi di controllo, non è soltanto falsa: è pericolosa. La vera sicurezza nasce dalla giustizia sociale, dalla redistribuzione della ricchezza, da un welfare universale, da un lavoro dignitoso, dall’accoglienza, dalla cura collettiva, dalla pace, da una società che non lascia indietro nessuno. Una società giusta non ha bisogno della repressione: una società ingiusta può essere governata solo attraverso di essa. Siamo dunque a un bivio storico. O continuiamo a scivolare in una democrazia svuotata, governata dall’emergenza, dalla militarizzazione, dalla tecnocrazia e dal mercato; oppure costruiamo, attraverso conflitto e solidarietà, una nuova stagione democratica capace di andare oltre le macerie del neoliberismo. Nessuna istituzione compirà questo lavoro per noi. Nessuna riforma lo produrrà spontaneamente. Nessun governo lo promuoverà dall’alto. La democrazia che verrà sarà quella che sapremo costruire insieme: radicale, aperta, inclusiva, capace di riconoscere la dignità di tutti, fondata sui beni comuni, sulla libertà reale, sulla giustizia sociale, sulla pace. È questo l’orizzonte: una democrazia che non tema il conflitto, ma lo assuma come motore; che non cancelli la complessità, ma la ascolti; che non reprima la solidarietà, ma la coltivi; che non obbedisca al potere, ma risponda alla società. Genova 2001 ci ha lasciato un monito e un compito. Il monito è che la democrazia può essere smantellata silenziosamente. Il compito è che può essere ricostruita soltanto collettivamente. Per questo, oggi più che mai, la risposta non può che essere quella che attraversa ogni epoca di oppressione: organizzarsi, resistere, immaginare e lottare. Perché nessuna democrazia nasce senza conflitto, e nessuna sopravvive senza giustizia. (2 – continua) Centro Sereno Regis
June 23, 2026
Pressenza
Come si costruisce una fake news: un caso di scuola nel Venezuela bolivariano oggi
Sta girando, ampiamente ripresa anche da realtà e personalità storicamente vicine al Venezuela bolivariano e di insospettabile coerenza politica antimperialista, la notizia di un clamoroso intervento pubblico della Presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, che avrebbe, nel contesto della celebrazione del Bicentenario del Congreso Anfictiónico di Panamá, tenuta presso il Teatro Teresa Carreño a Caracas, capitale del Venezuela, fatto un esplicito riferimento alla vicenda del sequestro del Presidente costituzionale, Nicolás Maduro, e della prima dama, la giurista e deputata Cilia Flores, da parte delle forze speciali statunitensi, lo scorso 3 gennaio, nonché, in particolare, al corso politico intrapreso dal Paese nei mesi successivi. Agenzie e siti di informazione hanno riportato la “notizia”, in base alla quale, alternando sapientemente virgolettati e non virgolettati, dunque espressioni direttamente attribuite alla presidente e altre considerazioni di fattura del redattore, la destituzione di Nicolás Maduro, avvenuta lo scorso gennaio in un’operazione della Delta Force statunitense, avrebbe messo il Paese “sulla strada giusta”.  Questo primo virgolettato, “sulla strada giusta” non è preceduto o seguito da analoghi, corrispondenti, virgolettati, lascia (correttamente) intendere che si tratti di parole di Delcy Rodríguez, ma, collegato in questa maniera alla frase precedente, porta (incongruamente) alla conclusione che la stessa Delcy Rodríguez intendesse riferirsi alla destituzione di Nicolás Maduro. Il lettore è dunque portato a credere che la Rodríguez abbia salutato, più o meno, come una benedizione l’aggressione statunitense e il sequestro del presidente costituzionale, del quale lei stessa era vicepresidente, perché proprio “grazie a” questo evento drammatico il Paese si sarebbe potuto, finalmente, incamminare “sulla strada giusta”.  Ancora con una sapiente opera di accurata selezione funzionale delle citazioni (un’operazione giornalistica, e non solo, nota tra gli addetti ai lavori come “cherry picking”, letteralmente “raccolta delle ciliegie”, un processo di costruzione narrativa volto a produrre una fallacia logica e cognitiva consistente nel selezionare solo le informazioni che confermano la propria tesi, ignorando deliberatamente tutte le altre informazioni che la smentiscono o potrebbero smentirla), agenzie e notizie portano, nel prosieguo del discorso, altri due passaggi: ancora miscelando sapientemente virgolettati e non virgolettati, Delcy Rodríguez avrebbe definito gli eventi del 3 gennaio “un punto di svolta” per la politica del Venezuela; e successivamente la citazione di un’affermazione della Rodríguez stessa: “Sono già trascorsi quasi sei mesi e sono convinta che questa sia stata la direzione giusta”. Che, se si va a leggere il discorso dal quale è stata estrapolata, è stata effettivamente pronunciata dalla presidente incaricata, ma senza alcuna relazione, come invece questa ricostruzione farebbe intendere, al fatto che questa “giusta direzione” sia stata intrapresa “grazie a” gli eventi del 3 gennaio.  La notizia data in questi termini è dunque tecnicamente una fake news: lascia intendere qualcosa che non esiste e non si è verificato. Come sono andate allora veramente le cose, e come fare per riconoscere questa e altre fake news? La regola d’oro è sempre la stessa: consultare la fonte. Non l’agenzia che riporta un discorso o un comunicato, tagliando pezzi, selezionando e ricombinando contenuti; ma proprio il testo del discorso o del comunato al quale si fa riferimento. Nel caso degli interventi istituzionali, il procedimento non è neanche particolarmente laborioso, esistono infatti i canali istituzionali che riportano questo genere di interventi. In storiografia si direbbe la “fonte primaria”, vale a dire il documento originale, che porta il contenuto originario, diretto e non filtrato o mediato da terzi, distinguendosi dalle fonti che analizzano o interpretano il contenuto. Nel caso in questione, la prima è il MIPPCI, il Ministero del Potere Popolare per la Comunicazione e l’Informazione, vale a dire il Ministero della Comunicazione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, dove apprendiamo che «Nel suo intervento, la Presidente incaricata Delcy Rodríguez ha sottolineato: “Risolvere le controversie, appianare le divergenze esistenti, attraverso i canali diplomatici, e garantire la tranquillità, la pace, la sovranità e l’indipendenza del Venezuela. Ci troviamo propriamente in un momento di svolta storica, caratterizzato da grandi difficoltà e grandi minacce. Come disse il nostro Padre Liberatore a proposito delle montagne d’oro, d’argento e delle ricchezze naturali che il nostro Paese possiede”».  Inoltre, a proposito dei sei mesi trascorsi dal 3 gennaio, il sito istituzionale riporta che «Dopo quasi sei mesi, il Venezuela si trova ad affrontare minacce significative a causa delle sue risorse naturali. Il governo nazionale ha ribadito l’importanza strategica di difendere la sovranità e il diritto allo sviluppo autonomo». Tutt’altro, in poche parole, rispetto a quanto lasciato intendere da alcune agenzie e siti di informazione.  Il secondo canale istituzionale è quello dell’Ufficio Stampa presidenziale. Qui, ancora più puntualmente, apprendiamo che «Durante la commemorazione del bicentenario del Congresso Anfizionico di Panama, tenutasi al Teatro Teresa Carreño di Caracas, la Presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha ribadito l’importanza di risolvere qualsiasi controversia o divergenza attraverso i canali diplomatici. “Sono trascorsi quasi sei mesi e ritengo che il cammino che abbiamo intrapreso sia stata la strada giusta. Risolvere le controversie, appianare le divergenze attraverso i canali diplomatici e garantire la tranquillità, la pace, la sovranità e l’indipendenza del Venezuela”. Nel suo intervento, Delcy Rodríguez ha sottolineato come il pensiero bolivariano rimanga un asse fondamentale per l’integrazione regionale e la difesa dei principi di autodeterminazione dei popoli di fronte alle attuali sfide geopolitiche».  Dunque, la presidente incaricata ha parlato di svolta storica, grandi difficoltà e grandi minacce, minacce significative a causa delle immense risorse naturali del Paese, difesa della sovranità, autodeterminazione e diritto allo sviluppo autonomo. Praticamente tutto il contrario di quello che una sapiente manipolazione e ricostruzione dei testi potrebbe indurre a far credere. Costruire fake news, in tempi di guerra mediatica e psicologica, è uno dei principali strumenti della narrazione dominante per disorientare e giustificare l’inammissibile.   Riferimenti: Ejecutivo Nacional reafirma su compromiso con la Diplomacia de Paz en el Bicentenario del Congreso Anfictiónico de Panamá: https://prensapresidencialvenezuela.gob.ve/index.php/2026/06/22/ejecutivo-nacional-reafirma-su-compromiso-con-la-diplomacia-de-paz-en-el-bicentenario-del-congreso-anfictionico-de-panama El camino correcto se basa en dirimir las controversias, las diferencias que las hay, que existen a través del espacio diplomático y garantizar la tranquilidad, la paz, la soberanía y la independencia de Venezuela,  aseguró Presidenta (E) Delcy Rodríguez: https://mippci.gob.ve/el-camino-correcto-se-basa-en-dirimir-las-controversias-las-diferencias-que-las-hay-que-existen-a-traves-del-espacio-diplomatico-y-garantizar-la-tranquilidad-la-paz-la-soberania-y-la-independencia  Immagine:  Gianmarco Pisa
June 23, 2026
Pressenza
Interferare: spazio di scomodità culturale in cui riscoprire la funzione anti-isolazionista della parola
La rassegna culturale che presenta libri e poesie propone incontri e scontri per costruire connessioni tra autori, testi, personaggi, lettori e operatori editoriali nasce dalla presa di coscienza sul carattere delle interazioni umane e di quelle esplicitamente editoriali. “La gran parte delle iniziative culturali si limitano a mettere un autore di fronte ad un intervistatore, senza favorire una reale interazione tra i protagonisti presenti  – spiega il direttore di Interferare, Ulrich D. Estarossa, poeta autore di Acque Farsa (Transeuropa 2026) finalista al Premio Sygla XVIII, saggista economico e organizzatore culturale – Allo stesso modo la crisi sociale contemporanea è il risultato non di una dissociazione bensì di un’iper connessione esclusivamente con la propria persona. Siamo come reti wi-fi ambulanti, le cui coperture entrano in contrasto le une con le altre impedendoci di comunicare. Interferare è una interferenza culturale che riporta all’ordine tutto questo”. La rassegna si articola in quattro categorie. RASSEGNA BASE Conversazioni dedicate alle questioni che attraversano il presente con esperti del settore. Dalla psicologia alla chirurgia, passando per il giornalismo e arrivando alla politica. Quando la letteratura incontra il mondo Tra gli incontri già realizzati nell’edizione precedente si trova un approfondimento nel Disturbo Post-Traumatico da Stress, con: * Giorgia Tribuiani (Binari, Hopefulmonster) * Annalisa Di Luca (Presidente AISTED APS – TES Trauma e Sistemi) * Elena Magnani (Mare Avvelenato, Giunti Editore) MESTIERI EDITORIALI Uno sguardo sul dietro le quinte della filiera del libro. Editor, traduttori, agenti, uffici stampa, grafici, distributori, correttori di bozza, beta reader, direttori editoriali ed editori raccontano il proprio lavoro. Capire come nasce davvero un libro TAVOLO EDITORIALE Una casa editrice al centro dei riflettori. Autori diversi, spesso sconosciuti gli uni agli altri, e libri volutamente difformi pubblicati però sotto lo stesso marchio diventano l’occasione per ricostruirne catalogo, collane e filosofia editoriale. Elemento distintivo dell’incontro è una sfida retorica e lessicale basata sull’estrazione casuale di parole che mettono alla prova la capacità associativa degli autori. Tra gli incontri passati Hacca, con Francesca Scotti (La stagione delle case vuote) e Matteo Paoloni (Le impercettibili oscillazioni) PREMIO STREGA POESIA INTERFERARE è l’unica rassegna in Italia ad ospitare una selezione tra Finalisti, Candidati e Proposte alla più recente edizione del Premio Strega Poesia. L’incontro ripercorre il percorso che conduce al premio, il primo incontro con la poesia, le pubblicazioni pregresse e la struttura della raccolta protagonista. Il cuore della categoria è però Il dibattito tra componimenti: un confronto diretto tra poeti attraverso la lettura e la reazione reciproca ai propri testi, mostrando visioni compatibili, alternative o opposte. Tra gli ospiti della precedente prima edizione: * Marco Corsi (Nel dopo, Guanda) * Jonida Prifti (Sorelle di confine, MarcoSaya Edizioni) * Francesco Antonio Perozzi (On Land, Prufrock Spa) I PROSSIMI APPUNTAMENTI Martedì 23 giugno alle 19:30 – Finalisti Premio Strega Poesia 2026 con: * Fabrizio Lombardo (La linea spezzata, Donzelli Poesia) * Vincenzo Ostuni (Faldone, il Saggiatore) e la mediazione di Ulrich D. Estarossa. Giovedì 25 giugno alle 19:30 – I Cold Case con * Giuseppe Paternó Raddusa (Atlante della Nera Milanese, UTET) * Chatal Milani, antropologa ed ex Ufficiale dei RIS ROMA e la mediazione di Rosaria Scialpi, poeta e animatrice culturale tarantina esperta di mitologia (dirige infatti la rassegna MITOPEDIA), che accompagnerà/sostituirà Estarossa in diversi incontri. Sabato 27 giugno alle 19:30 – Tavolo Editoriale 8tto Edizioni con Barbara Guazzini (Il corpo inverso), Christian Verardi (La memoria dell’acqua) e Martina Tiberti (Ninin). TUTTI GLI INCONTRI SONO SVOLTI ONLINE IN DIRETTA INSTAGRAM SULLA PAGINA @interferare.rassegna Redazione Italia
June 23, 2026
Pressenza
La 29ª edizione di “Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty”
Il programma che unisce musica e diritti umani, quest’anno all’insegna dello slogan “Fai sentire la tua voce” e in svolgimento dal 23 al 26 luglio nel centro storico di Rovigo, presentato insieme alla madrina della rassegna, la sociologa Barbara Moussier, docente all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e autrice del libro “Il valore sociale dei festival. La creatività comunicativa”. «La musica non è mai stata neutrale – ha evidenziato il direttore artistico del festival, Michele Lionello, alla conferenza stampa – Storicamente ha anticipato i cambiamenti sociali, ha abbattuto muri e ha dato voce a chi non l’aveva. Nel progettare questo programma, abbiamo scelto di mettere al centro due forze rivoluzionarie spesso confinate ai margini dell’industria mainstream: le giovani generazioni e le donne. Non si tratta di una quota da rispettare, ma di una scelta artistica radicale. Le artiste che saliranno sul nostro palco portano visioni del mondo inedite, linguaggi dirompenti e una capacità unica di decodificare il presente. Dare spazio ai giovani talenti significa investire sul futuro della cultura, garantendo che le storie di domani siano plurali, inclusive e libere da vecchi stereotipi». Accanto alle esibizioni dei big e degli otto semifinalisti della sezione emergenti, l’evento trasformerà la città in uno spazio di consapevolezza attraverso dibattiti, mostre e performance. I temi di quest’anno spazieranno dalla condizione carceraria italiana al gender gap, dal ruolo del giornalismo nei conflitti alla criminalizzazione della solidarietà, fino ai genocidi e al people power. Inizia giovedì 23 luglio alle 11 con le inaugurazioni delle mostre e degli allestimenti: * Polarights – Il glossario dei diritti umani – un’installazione collettiva concepita e progettata dal corso Design per i diritti umani del Politecnico di Milano * Geometrie di speranza: colori oltre il conflitto – collettiva di pittura di artisti del territorio: Martina Siviero, Giancarlo Gulmini, Christian Bergantin, Giacomo Ditano, Luigi Milani, Orianna Astolfi, Marym Amir, Carla Berneccoli, Claudio Tiberto, Fatmira Bardetti * Essere popolo senza confini – Nostra patria è il mondo intero? – mostra fotografica Prosegue con lo svolgimento del ciclo di eventi e incontri sul tema Il carcere in piazza, la piazza in carcere: – alle 17:30  il dibattito Arte oltre le mura: Esperienze creative in carcere con Roberta Ghidelli, Michele De Lucia, Marco Venturoli e Milena Gammaitoni, coordina Giorgia Brandolese – alle 19 il concerto della Magicaboola Brass Band riservato ai ragazzi detenuti La giornata si conclude la travolgente parata musicale itinerante della Magicaboola Brass Band. Venerdì 24 giugno – alle 11 è presentato il progetto “Horizon – percorsi creativi del territorio” dedicato ai summer camp per i giovani detenuti. – alle 17:30 è proposto il dibattito sul tema Colmare il divario: strategie, diritti e prospettive per la parità di genere, con Cristina Sciacca, Roberta Giallo, Alessandra Sguotti, Clara Stella, Carolina Bertolaso e Roberta Cusin. Alle 19 va in scena Love Bombing – I Mille Volti della Manipolazione Psicologica, il concerto-reading con Roberta Giallo e Cristina Sciacca. Alle 21:30 inizia la prima semifinale del Premio Amnesty Emergenti, in cui concorrono e si esibiscono Capabrò (Lavorare fa schifo), Tizio Bononcini (Uomo macho), Pellegatta (Stella lontana) ed Elisabetta Gagliardi (Toc Toc chi bussa), Vincenzo Fasano presenta un estratto dallo spettacolo Padre Terra – L’ego non è sostenibile e partecipa Dente, uno dei cantautori più apprezzati della scena indie italiana. Sabato 25 luglio sono proposti – alle 11:30 la presentazione del libro Siria, il giorno dopo, con l’autrice Asmae Dachan e Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia – alle 17:30 il dibattito sul tema Testimone di verità: il ruolo del giornalismo nel racconto delle violazioni dei diritti umani, con le giornaliste Asmae Dachan, Aya Ashour, Jainina Cesar e Stefania Battistini insieme a Riccardo Noury – alle 19 l’aperitivo musicale con Giovanni Segreti Bruno, vincitore del Premio Amnesty International Italia Emergenti 2025 – partire dalle 21.30 la seconda semifinale del concorso, in cui si sfidano Sue (Non ti volevo fare male), I Marilyn (Arca di Noè), Esdra (Destà) e Diletta Fosso (Bruciate tutto), Giovanni Segreti Bruno presenta il nuovo singolo (Scacciapensieri) e si esibisce Francamente, talentuosa artista torinese tra cantautorato ed elettronica, che mette al centro della sua musica queerness e attivismo. Domenica 26 luglio saranno svolti – alle 11 la presentazione del libro Genocidi con Antonio Marchesi e Riccardo Noury  – alle 17:30 il dibattito sul tema La criminalizzazione della solidarietà verso le persone migranti e la proiezione del cortometraggio La solidarietà non è un reato su Seán Binder, per la regia di Valeria Solarino – alle 19 l’aperitivo musicale con Agnese Valle, vincitrice del Premio della Critica 2020 Voci per la libertà che presenta l’album e spettacolo I miei uomini – alle 21:30 la finale del concorso con l’esibizione dei 5 migliori semifinalisti all’assegnazione del Premio Amnesty nelle sezione emergenti, del Premio della Critica e del Premio Giuria Popolare e di due dei finalisti del Premio Amnesty, sezione Big, Ibla in gara con il brano Rituale, che fonde folk siciliano ed elettronica in chiave politica, e Murubutu & Moon Jazz Band in gara con Minuscola, un progetto inedito in cui l’hip-hop incontra le origini rivoluzionarie del jazz. A presentare le tre serate saranno Savino Zaba (Conduttore RAI), Manola Borgato (Radio Kappa) e Carmen Formenton (Voci per la Libertà). Tutti gli eventi del festival sono ad ingresso libero e gratuito. Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty è un’iniziativa organizzata dall’Associazione Voci per la libertà APS, realizzata in collaborazione con i partner tecnici Tecnofire, ARS audio & light, Press4All, Birrificio Vojo, Gelateria Godot, Mei – Meeting degli Indipendenti, Rete dei Festival, Studioartax, IdeeGrafiche, Centro Documentazione Polesano, Musica nelle Aie, Premio la Mia Terra, Monferr’Autore Festival e con il sostegno di Amnesty International Italia, Circoscrizione VTAA di Amnesty International, Comune di Rovigo, CGIL Rovigo, SPI Cgil Veneto, CAF Cgil, CISL Padova e Rovigo, CAF CISL, IRSAP Foundation, Caritas Diocesana di Adria-Rovigo, Enaip Veneto, progetto “GET – Gender Equality Thinking”, progetto “Dentro e fuori”, sostenuta da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, finanziata tramite fondi dell’8×1000 della Chiesa Cattolica e promossa dai media partner OPS Group, FunnyVegan, ViaVaiNet, Noise Symphony, Indieffusione, Radio Popolare, Radio 41, Radio Elettrica, Radio BlueTu, Radio Kappa e Rovigoinfocittà. Maddalena Brunasti
June 23, 2026
Pressenza
Digital News Report Italia 2026: il complicato rapporto tra italiani e informazione giornalistica
Si affievoliscono la fiducia nei media e l’interesse per le notizie, in particolare di politica, che tuttavia italiane e italiani continuano a cercare. Quella tra gli italiani e l’informazione giornalistica è una relazione fragile e intermittente, spesso mediata da piattaforme e algoritmi e segnata da forme di consumo incidentale, in cui si accentua il “paradosso italiano” di un pubblico sempre meno appassionato e coinvolto, ma fortemente esposto al flusso informativo. È quanto certifica la terza edizione del Digital News Report Italia 2026 realizzato dal Master in giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino fondato dall’Università degli Studi di Torino e dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e gestito dal Corep -Consorzio per la Ricerca e l’Educazione Permanente di Torino. Il report curato da Alessio Cornia, Marco Ferrando, Paolo Piacenza e Celeste Satta descrive un pubblico meno appassionato e meno fiducioso, ma non indifferente; più distante da alcuni canali tradizionali, ma ancora raggiungibile; più esposto alle piattaforme, ma ancora interessato a fonti credibili, spiegazioni accessibili e relazioni informative riconoscibili. “I dati dell’indagine realizzata tra il 6 gennaio e il 20 febbraio 2026 da YouGov per il Digital News Report indicano un ulteriore indebolimento del rapporto tra italiani e informazione giornalistica – si legge nello studio – La quota di chi si dichiara ‘estremamente interessato’ alle notizie scende al 9% (era il 10% nel 2025), mentre quella di chi si dice ‘molto interessato’ cala dal 28% al 25%. A crescere è invece la fascia di chi si considera ‘abbastanza interessato’, che raggiunge il 49% rispetto al 46% dello scorso anno. Restano stabili al 12% coloro che si dichiarano ‘non molto interessati’, mentre crescono dal 2 al 3% le italiane e gli italiani che dicono di non essere affatto interessati alle notizie”. L’interesse per le notizie continua, in buona sostanza, a indebolirsi: quest’anno solo il 34% degli italiani si dichiara molto o estremamente interessato, contro il 74% del 2016. Resta più alto tra uomini, persone con reddito elevato, livelli di istruzione più alti e, sul piano politico, tra chi si colloca a sinistra o nel centro-sinistra. L’interesse per le notizie di politica si conferma ancora più debole: solo il 16% si dichiara molto o estremamente interessato, e l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i 48 paesi inclusi nell’indagine globale del Reuters Institute. Emerge però una parziale eccezione tra i 18-24enni, tra cui il 28% si dichiara molto o estremamente interessato alla politica, indicando una domanda giovanile di informazione politica non sempre intercettata dall’offerta attuale. L’uso dei chatbot di IA per informarsi resta ancora circoscritto: riguarda il 6% degli italiani, un’avanguardia digitale rilevante, composta soprattutto da giovani e persone con livelli di istruzione elevati. Per quanto riguarda l’uso dei social media, che torna a crescere, nonostante la bassa fiducia nelle notizie attinte da queste piattaforme, la rilevazione mostra che vengono settimanalmente impiegati per informarsi dal 45% degli italiani, 6 punti in più rispetto all’anno scorso, e come fonte principale raggiungono il 22%, dopo tre anni in cui erano stati fermi al 17%. Da Facebook, TikTok e Instagram le notizie sono spesso attinte in modo incidentale: più che perché riconoscono questi ambienti come strumenti utili per informarsi, gli utenti le leggono mentre usano le piattaforme per altri scopi. X è la piattaforma più chiaramente percepita come informativa. Tuttavia, il suo uso limitato ne riduce la centralità nella dieta informativa degli italiani. YouTube mostra un maggiore equilibrio tra fruizione incidentale e uso intenzionale per ottenere notizie. L’età incide in modo significativo sulla percezione del valore informativo delle piattaforme: gli under 35 le considerano più spesso strumenti utili per ottenere notizie. Il divario è particolarmente marcato per YouTube, considerata utile dal 65% dei più giovani contro il 40% degli over 35, confermandone il ruolo di spazio rilevante per approfondimenti e spiegazioni video. Quanto al ruolo informativo del servizio pubblico, prevale un giudizio tiepido. In Italia la quota di valutazioni positive si ferma al 23%, mentre il 45% non esprime giudizi, né positivo né negativo. Il dato colloca il nostro Paese tra i più critici nel confronto internazionale, con valutazioni negative leggermente superiori a quelle positive. I giudizi sul ruolo informativo del servizio pubblico variano soprattutto in base all’autocollocazione politica: l’apprezzamento è più basso a sinistra e più alto a destra. I giudizi positivi sono inoltre più diffusi tra chi mostra maggiore interesse per le notizie, raggiungendo il 40% tra gli ‘estremamente interessati’. Tra chi valuta positivamente il ruolo informativo del servizio pubblico, gli aspetti più riconosciuti sono la capacità di garantire a tutti l’accesso a notizie nazionali e regionali importanti (48%) e quella di fornire notizie affidabili (43%). Tra chi esprime giudizi negativi, la critica prevalente riguarda la percezione che il servizio pubblico sia influenzato da interessi politici o di altro tipo (72%): una valutazione piuttosto trasversale e nettamente più frequente rispetto ad altre criticità. https://mastergiornalismotorino.it/wp-content/uploads/2026/06/DIGITAL_NEWS_REPORT_ITALIA_2026.pdf Giovanni Caprio
June 23, 2026
Pressenza
Delirio finanziario e contraddizione immanente
La vera contraddizione? Un’economia post-produttiva che finanzia il proprio futuro con montagne di debito destinate all’intelligenza artificiale_   Il delirio Prendiamo SpaceX. Nel 2025 ha realizzato un fatturato di appena 18,6 miliardi di dollari. La sua capitalizzazione di mercato? Oltre 2,6 trilioni. Centoquaranta volte tanto. Un rapporto prezzo/fatturato grottesco, che non ha alcun ancoraggio nella realtà produttiva, ma che viene celebrato come genio imprenditoriale. La stessa follia valutativa caratterizza le aziende dell’IA e della nuova “corsa allo spazio”: tutte indebitate, tutte sostenute da un credito che non ha alcuna corrispondenza con la ricchezza effettivamente prodotta. Più che innovazione, un gigantesco delirio collettivo, una folle scommessa su future colonizzazioni spaziali – come se popolare Marte fosse un’alternativa credibile al collasso terrestre! – che qualcuno, prima o poi, pagherà. Stiamo assistendo a un’inversione storica senza precedenti: un’economia post-produttiva e speculativa che vuole finanziare la trasformazione tecnologica più capitalisticamente dispendiosa dall’epoca dell’elettrificazione. Questo non grazie al plusvalore o ai guadagni di produttività, ma tramite debito creato dal nulla; più debito di quanto sia mai stato emesso nell’intera storia dell’umanità. Nei prossimi due anni, l’espansione dell’IA e dei data centre richiede 1,8 trilioni di dollari in spese in conto capitale (capex). Morgan Stanley ora prevede che la sola spesa degli hyperscaler (i giganti del cloud computing come Amazon, Microsoft e Google) raggiunga circa 2 trilioni di dollari nel 2026-2027. E il settore tecnologico rappresenta il 20% di tutte le emissioni di obbligazioni investment-grade – il doppio della sua quota storica. Il mercato obbligazionario tradizionale è saturo e le banche sono di nuovo al limite. Nel giugno 2026, Blackstone ha limitato i riscatti del suo fondo di credito privato da 79 miliardi di dollari dopo che le richieste hanno raggiunto il 10%, mentre D.E. Shaw ha informato i clienti che, a partire da gennaio 2027, gli investitori del suo hedge fund di punta avrebbero avuto bisogno di quattro anni per uscire completamente – entrambe le società hanno legittimato queste decisioni piuttosto drammatiche con la necessità di proteggere i portafogli da “future crisi”. Nel frattempo, Goldman Sachs prevede che nel 2026 il mercato azionario statunitense sarà inondato da 1.175 trilioni di dollari di nuova offerta di azioni – tra IPO, emissioni secondarie e scadenze di lock-up che libereranno masse di titoli fino a oggi congelati. Detto in termini più crudi: una valanga di nuova carta azionaria si abbatterà su un mercato già fragile, schiacciando i prezzi per il semplice effetto della legge della domanda e dell’offerta. Il cortocircuito di cui tener conto è che tutto questo accade proprio mentre gli hyperscaler come Meta registrano flussi di cassa negativi (spendono più di quanto guadagnano) e sono costretti a valutare operazioni di capitalizzazione tramite emissione di nuove azioni – che di fatto diluiscono il valore di quelle esistenti – perché non possono più finanziare le loro ambizioni nell’IA con le entrate correnti. In altre parole, per continuare a correre, le aziende tecnologiche sono costrette a vendere pezzi di se stesse, diluendo gli azionisti esistenti e deprezzando il loro stesso valore. È il trionfo dell’auto-cannibalismo finanziario. Se a ciò si aggiungono circa 900 miliardi di dollari di scadenze, entro il 2026, di debito societario statunitense (che saliranno a quasi 1,5 trilioni di dollari entro il 2028, secondo S&P Global Ratings), il quadro è quello di un mercato schiacciato da entrambi i lati: una colossale offerta di azioni, debito da rifinanziare a tassi più elevati, e flussi di cassa introvabili. È chiaro che non si tratta di un ciclo, ma di una struttura. E la struttura dice: ci siamo indebitati più di quanto l’economia reale possa mai sperare di restituire – e non possiamo fermarci! Il punto chiave di questa economia speculativa è che un aumento fittizio del valore viene ottenuto senza alcuna mobilitazione massiccia di lavoro produttivo. In sostanza, la crescita della ricchezza è solo simulata attraverso la creazione di credito. E inoltre, come Robert Kurz aveva già compreso a metà degli anni Novanta: “Se l’intera montagna di valori commerciali fittizi venisse trasformata in domanda effettiva reale, ciò porterebbe a una situazione di iperinflazione immediata persino in Occidente.” Sebbene questo potenziale iperinflazionistico sia stato finora cinicamente esportato nelle periferie neglette del mondo globalizzato, ora costituisce una minaccia reale anche per i paesi capitalisti “avanzati” – a maggior ragione alla luce della mostruosa espansione speculativa in corso. Dovremmo quindi aver compreso che non esiste una “alternativa capitalista” al capitalismo di crisi. La ricchezza generata dalla crescita del capitale fittizio non può essere mobilitata per servire la riproduzione della vita nell’economia reale. Può solo crollare o gonfiarsi ulteriormente – e in entrambi casi si tratta di opzioni distruttive.   La contraddizione Il capitale oggi è definito da una contraddizione che non può risolvere con i propri mezzi. Dobbiamo avere il coraggio di prenderne atto, come si prende atto della morte di un parente stretto. Da un lato, richiede crescita infinita per il servizio del debito e per giustificare le valutazioni; dall’altro, l’economia reale, fondata sulla combustione e mercificazione di energia umana, è già irreversibilmente insufficiente, poiché, in un contesto di altissima produttività tecnologica, è incapace di generare quel plusvalore necessario a sostenere una riproduzione socioeconomica imperniata sul dogma della crescita. La soluzione? Fingere di non riconoscere il problema, reprimerlo, rimuoverlo. Ovvero, continuare a indebitarsi aggressivamente secondo la logica irrazionale, ormai in atto da decenni, della fuga speculativa nel futuro. Il capitale, in altre parole, non fa che simulare la propria auto-espansione attraverso una finanziarizzazione che oggi, all’epoca dell’IPO del secolo (SpaceX), appare davvero delirante. La contraddizione sostanziale del capitalismo contemporaneo (il limite interno del proprio modo di produzione) viene così rimossa, anzi forclusa (espulsa radicalmente dalla psiche collettiva), per rinviare all’infinito il giorno del giudizio. Eppure la contraddizione rimane, e si diffonde rapidamente dai bilanci pubblici al credito privato, dalle reti energetiche fino alla stessa possibilità di riproduzione sociale. La psicoanalisi ci insegna che una contraddizione forclusa non scompare, ma ritorna nel reale, manifestandosi in traumi psicotici così violenti da sfidare qualsiasi interpretazione, qualsiasi tentativo di comprenderla, e dunque anche di manipolarla.   La trappola Qui arriviamo alla radice della frustrazione che definisce la nostra epoca. Mentre la contraddizione ritorna sotto forma di civiltà al collasso (guerre, impoverimento, manipolazioni di massa irridenti e spudorate, distruzione del legame sociale, crescente sofferenza collettiva), continuiamo a ricorrere all’unico linguaggio che conosciamo: la narrazione lavoro-capitale e il suo presunto dinamismo moderno e progressista. Ma questa è la vecchia sceneggiatura che ci impedisce di vedere come l’espansione del settore finanziario non è che una reazione distruttiva, persino catastrofica, al fallimento storico di quella stessa sceneggiatura. La finanziarizzazione non è la soluzione al fallimento della vecchia formula: ne è l’epilogo, il capitolo finale in cui il capitale, non potendo più crescere producendo, ha deciso di crescere divorando se stesso (per la gioia dei pochi cleptomani al vertice della piramide). Ricordo solo che alla fine di marzo 2026, il debito globale ha raggiunto un record storico di quasi 353 trilioni di dollari (305% del PIL globale), e il solo debito federale degli Stati Uniti è attualmente superiore a 39 trilioni di dollari. Solo nei primi tre mesi del 2026, l’economia globale ha aggiunto 4,4 trilioni di dollari di nuovo debito. Come possiamo ancora difendere questo sistema come il sistema più efficiente che ci sia dato immaginare? Per quanto possa essere comprensibile la nostalgia del vecchio mondo sorretto dalla dialettica lavoro-capitale (per tutte le buone ragioni che si possono immaginare), nulla dovrebbe impedirci di vedere che tale rapporto è al tramonto. La forma-valore stessa – la misura dell’attività sociale in tempo di lavoro astratto – si è ormai sganciata da qualsiasi ancoraggio materiale. Il valore di un’azienda non è più ciò che essa produce, ma ciò che il mercato finanziario crede (e ci fa credere) che produrrà. Un titolo azionario non vale più per i profitti che l’azienda genera, ma per la fiducia che genererà profitti futuri; e il debito pubblico e privato cresce in proporzioni che non hanno più alcun rapporto concreto con il PIL o con la ricchezza effettivamente prodotta. Viviamo in un mondo dominato dal capitale fittizio, da derivati ammassati su derivati, da debito impacchettato in altro debito; e da tecnocrati eletti solo per servire quella malattia degenerativa che chiamiamo economia. Eppure, proprio nel cuore di questo delirio finanziario, c’è un paradosso che proprio la bolla tech rivela con crudezza: la produzione reale – i chip, i data centre, i cavi sottomarini, le gigafabbriche di semiconduttori – rappresenta quel “reale” che il capitale fittizio cerca di rimuovere, ma che non può non riemergere con violenza. Perché le fabbriche di chip non si costruiscono con derivati, si costruiscono con acciaio, cemento, energia e lavoro. I data centre non funzionano con la fiducia del mercato, ma con elettricità, acqua e componenti fisiche che si usurano. La bolla tech è il luogo in cui la rimozione della materialità si infrange contro i limiti fisici del pianeta e del lavoro vivo, e il represso ritorna sotto forma di colli di bottiglia nelle forniture, crisi energetiche, costi, conti e traumi reali che nessuna finanza può magicamente cancellare. Ripeto: questo ineludibile ritorno del reale non dovrebbe essere inquadrato in termini nostalgici, ma come il segnale che il vecchio linguaggio non funziona più. Dovrebbe portarci a chiederci: se il valore non è più ancorato al lavoro, se la produzione reale si scontra con i limiti fisici che la finanza aveva rimosso, allora quale narrazione può ancora dar conto di ciò che sta accadendo? FABIO VIGHI È CODIRETTORE DEL “ZIZEK CENTRE FOR IDEOLOGY CRITIQUE” DELL’UNIVERSITÀ DI CARDIFF Redazione Palermo
June 22, 2026
Pressenza
21 giugno, salutiamo la Ghassan Kanafani
Il terzo e ultimo giorno di permanenza della barca Ghassan Kanafani a Viareggio è stato caratterizzato da iniziative di “cultura attiva”.   Già dalla mattinata il punto informativo è stato presente in passeggiata, poi nel pomeriggio ci siamo spostati presso l’ormeggio della barca per l’evento “Voci e corpi per la Palestina”. Qui in un clima di festosa solidarietà e insieme all’equipaggio abbiamo ballato, cantato, recitato poesie palestinesi. L’incontenibile esuberanza dei Pedrasamba con le loro percussioni ci ha accompagnato a lungo; poi l’intenso e toccante flash mob “The sound of silence”, la maestria del coro femminile “Le Malerbe”, dieci giovani donne che cantano a cappella a più voci canti popolari politici dal mondo. Riuniti in gruppo abbiamo scandito in coro: liberate il pediatra Abu Safiya (detenuto senza alcuna imputazione dal 2024, figura medica preziosa). Accompagnavano il tutto laboratori per bambini che costruivano lanterne (alludendo alla fiaba di Kanafani “La piccola lanterna”) e barchette di carta. Alla fine protagoniste le danze palestinesi e gli ottimi freschi aperitivi, con famiglie venute anche da Pisa. Tutto ciò mentre a Gaza e Cisgiordania continua lo stillicidio di violenza genocida e la proterva volontà sionista, applicata anche in Libano, di impossessarsi delle terre limitrofe per realizzare la grande Israele. In quelle terre c’è una sola soluzione, smantellata l’entità sionista: vivere tutti assieme, arabi ed ebrei che lo vogliano, in un unico Stato laico con piena cittadinanza e uguaglianza di diritti per tutti, rielaborando le lunghe stagioni di lutti, massacri, vendette e rancori verso una convivenza pacifica e collaborativa. Questa la speranza e l’obiettivo per cui lottiamo e lotteremo. Salutiamo la Ghassan Kanafani, ma non la Freedom Flotilla Italia che resterà fra noi. Foto di Casa delle Donne e Coordinamento Versilia per la Palestina   Anna Polo
June 22, 2026
Pressenza
“Patentino antifascista”, un’aberrazione illusoria della cancel culture
Questa riflessione è frutto di giorni desolanti sul livello culturale che il nostro Paese sta attraversando. Mai, e dico mai, avrei pensato di dover scrivere su una banalità del genere, anche se credo che oggi più che mai è necessario esprimersi chiaramente su queste vicende per evitare di cadere in un baratro più profondo. Tutto nasce in seno alla Fiera della piccola e media editoria Più libri Più Liberi, kermesse organizzata dall’associazione italiana editori (Aie) in programma alla Nuvola dell’Eur, dal 4 all’8 dicembre 2026. Fino all’anno scorso il regolamento generale della manifestazione faceva riferimento, più genericamente, a tutti i “valori espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani”. La polemica è scoppiato dopo che è stato reso pubblico che, quest’anno, gli editori dovranno sottoscrivere un allegato  – in più dichiarando tra l’altro, sotto la propria responsabilità – in cui vengono riconosciuti e condivisi “i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione italiana”. Fin qui nulla di male, apparentemente: qualunque antifascista non avrebbe problemi a sottoscriverlo. Questa situazione si è subito tramutata nell’ennesima occasione per Giorgia Meloni di innescare la polemica sui social: “La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra. Si chiama, banalmente, censura”. Un’accusa rispedita al mittente dalla Fiera che motiva la scelta con “l’esigenza di chiarezza e unità”. Detto ciò, “per rispetto istituzionale”, ci sarà “un ulteriore attento approfondimento”. L’annuncio di Più libri Più Liberi è stato accolto con favore dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che confida che “le ragionevoli parole dell’Aie rappresentino l’inizio della fine d’un clamoroso equivoco suscettibile di brutali strumentalizzazioni”. Anche se la presidente Annamaria Malato si dice convinta della bontà della scelta compiuta e coglie l’occasione per invitare la premier a far visita alla manifestazione. Ad aver innescato il corto circuito surreale è stato il comitato d’indirizzo della fiera, ovvero Paolo Di Paolo: una iniziativa di un uomo in carriera, vincitore del Premio Viareggio, che ha pensato di passare alla storia con questa alzata d’ingegno. Questa idea della dichiarazione per le case editrici, aiutata dai media nel renderlo un caso virale, è a tutti gli effetti un regalo alla destra postfascista. La premier ha postato sui social il suo disappunto nelle stesse ore in cui Roberto Vannacci chiude la sua assemblea costituente all’auditorium della Conciliazione di Roma. E il generale, che pungola la maggioranza sostenendo di essere lui la “vera destra”, plaude: “Meloni ha perfettamente ragione. A me non piace vivere in un Paese dove per parlare ti devi dichiarare che sei di una parte piuttosto che dell’altra”. La comunanza di vedute tra i leader di FdI e Futuro Nazionale non sfugge alle opposizioni, che sono partite all’attacco, dando – come sempre in questi casi – eccessiva visibilità e sovraesposizione mediatica alla querelle e facendo uscire “vincitrice” Giorgia Meloni, ancora una volta, nella figura della “vittima immolata”. Ma questo è solo un appendice alla gravità del fatto in sè. Il filosofo Massimo Cacciari, dopo aver appreso la notizia ha definito la scelta degli organizzatori dell’evento come «un delirio e una follia». Poi ha aggiunto: «Penso si siano bevuti il cervello, chiedono di firmare una dichiarazione come quella in cui dichiari di non essere mafioso». Insomma, «una dichiarazione di questo genere supera ogni limite, tra poco dovremo firmare le dichiarazioni per dire che si è contro Putin o contro Trump». Il 16 giugno 2026, a Otto e mezzo, il filosofo Massimo Cacciari ha commentato con parole durissime la polemica sul “patentino antifascista” legata alla fiera Più Libri Più Liberi: “La mia posizione è che è ridicola la posizione della Meloni, esattamente come è ridicola la richiesta del patentino antifascista. Non è antifascista chi firma patentini: lo è per quello che fa e per quello che ha fatto. Pochi sono antifascisti in questo senso in questo Paese e in questa Europa. Essere antifascisti vuol dire condannare esplicitamente le politiche di Israele (…); essere antifascisti vuol dire esprimere posizioni nette nei confronti di posizioni razzistiche, se non peggio, come quelle che emergono direttamente all’interno dei vertici del governo americano. Quello è essere antifascisti, non firmare patentini. Croce si rifiutava di firmare patentini. Se mi chiedono di firmare un patentino per andare al festival di Roma, non ci vado. (…) Se Adelphi firma il patentino, io non solo non vado a Roma, ma cesso di pubblicare con Adelphi. Ma scherziamo? Ma che scandalosa idiozia è? Il patentino? Mamma mia, fa senso soltanto parlarne.” Sul “patentino antifascista” richiesto dagli organizzatori della fiera, si sono scatenati anche gli intellettuali di sinistra. Su Radio24, Paolo Mieli ha commentato la scelta degli organizzatori della fiera, sottolineando che si tratta di una una «decisione assurda e stravagante». Il filosofo Simone Regazzoni ha criticato: «La cultura è lo spazio libero, aperto, dinamico del confronto e del conflitto delle idee, tutte le idee. Solo in uno Stato etico o totalitario si possono chiedere agli operatori culturali dichiarazioni di fede politica o di altro tipo». E ancora: «Sono piccoli ricatti morali che avviliscono la cultura e creano pericolosi precedenti. Se in Italia esistono ancora intellettuali liberi, bene questo è il momento di farsi sentire». Vale lo stesso per il sociologo Luca Ricolfi, che in un’intervista a Il Giornale ha citato l’Articolo 21 della Costituzione, per la tutela della libertà di manifestazione del pensiero in tutte le sue forme. «È il principio di dover firmare una dichiarazione sui propri convincimenti che è sbagliato, perché profondamente illiberale– ha sottolineato –. In una società libera puoi chiedere al cittadino di certificare dei fatti, ma è folle chiedergli di certificare il possesso di determinati convincimenti, quali che essi siano. I convincimenti di una persona sono insindacabili, esigere che siano di un tipo piuttosto che di un altro è una inammissibile intrusione nel suo mondo interiore». Sicuramente il più lapidario è stato il grande storico Luciano Canfora. Icona del pensiero critico contemporaneo e come sempre illuminante e controcorrente, il Professore di Lettere Antiche a La Sapienza di Roma e professore emerito dell’Università di Bari ha schernito la scelta da probiviri: «È una cosa che fa ridere, gli editori non sono partiti politici. Il problema è molto semplice. Io ritengo l’antifascismo un valore positivo, ma c’è anche un grande storico come il mio amico Franco Cardini che quando gli chiesero in una trasmissione televisiva se fosse antifascista rispose: lo diventerò». Poi ha ribadito che «la dichiarazione di antifascismo è una decisione dissennata che si espone a critiche di ogni tipo. L’editore non è un funzionario pubblico che deve giurare sulla Costituzione, ma una figura che fa impresa e può fare quello che gli pare». Canfora, come ha dichiarato in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno: «Il giuramento si faceva al re d’Italia, o alla Repubblica quando si assume un pubblico impiego, ma un editore non deve giurare su nulla». Il “patentino antifascista” non è e non può essere una decisione di sinistra. Il “patentino antifascista” è un’aberrazione immonda se si guardano alle regole-base di qualunque democrazia. Il “patentino antifascista” è un aborto del pensiero delle menti abiette: una trovata di bassissimo livello culturale e politico, come lo fu anche il Green Pass durante la crisi sindemica da Covid-19. Il “patentino antifascista” ha nella sua nomenclatura una contraddizione di senso frutto dell’irrazionalità che governa la ragione moderna, scalfita nell’intimo da un nichilismo avanzante. E’ vergognoso di per sè che sia stato usato l’aggettivo “antifascista” per accompagnare la parola “patentino”, dal momento che l’antifascismo nasce dall’abominio profondo per qualunque pass che pretenda di abilitare qualcuno alla vita socio-culturale del nostro Paese. La tessera del Partito Nazionale Fascista (PNF) non era solo un documento di appartenenza politica, ma un requisito fondamentale per partecipare alla vita pubblica e lavorativa. Dal 1932, l’iscrizione divenne una condizione obbligatoria per lavorare, e dal 1940 divenne addirittura necessaria per i dipendenti pubblici ai fini dell’avanzamento di carriera. Possederla permetteva l’assunzione e la progressione professionale, specialmente nella Pubblica Amministrazione; offriva corsie preferenziali o l’accesso a determinati benefici assistenziali e ricreativi gestiti dal regime; ed era vista come prova di fedeltà e sottomissione al sistema, senza la quale si veniva esclusi dalla società civile o perseguitati. Oggi, che viviamo in una società dove tirano venti di estrema destra e dove il postfascismo è ormai al governo in Italia con i personaggi più squallidi, richiedere la “dichiarazione di antifascismo” per partecipare alla presentazione di libri – oltre ad essere assurdo – significa vivere un anatema senza contesto storico e senza la minima consapevolezza di cosa stiamo vivendo. Ricordiamoci che l’antifascismo in Italia si oppose alla tessera del Partito Nazionale Fascista come prerogativa per poter vivere la vita pubblica, sociale, culturale, politica e lavorativa; ricordiamo che il movimento “antifascista” di liberazione nazionale del Sudafrica dall’apartheid, guidato dal grande Nelson Mandela, si oppose alle pass law (leggi sui passaporti interni) che normavano il sistema dell’apartheid progettato per segregare la popolazione nera, limitare la libertà di movimento dei cittadini neri e controllare la manodopera. Queste leggi imponevano a chi non era bianco di portare sempre con sé un documento speciale (il passbook o dompas) per poter circolare, lavorare o risiedere in aree designate. Ecco dunque che anche solo pensare concettualmente ad un “patentino antifascista” oggi fa venire i brividi, portando a pensare: “come può essere possibile che una cosa così stupida, morbidamente violenta ed assurda può essere pensata oggi nello stesso tempo?” Approvare, anche in buona fede, una “dichiarazione di antifascismo” non significherebbe lasciar fuori i fascisti, ma significherebbe aprire a tutte le sue strumentalizzazioni possibili, e forse inaugurare – in questa Italietta di “galli nel pollaio” – una corsa ad ostacoli “a chi è più antifascista di qualcun altro”. Ed ecco qui che si inserisce la logica, prettamente neoliberale della cancel culture. Secondo questa logica perversa dovremmo eliminare una quantità enorme di personaggi che sono stati simbolo della letteratura e della cultura italiana. Non dovremmo più leggere autori che il fascismo storico e reale l’hanno vissuto e appoggiato: Ungaretti, Luigi Pirandello, Alberto Moravia, Eugenio Scalfari, Norberto Bobbio, Ettore Sottsass e Indro Montanelli. Non dovremmo leggere Mircea Eliade, il più grande storico e sociologo delle religioni; non potremmo più consultare i libri di grandi filosofi come Heidegger; non potremmo più citare Nietzsche solo perchè sua sorella lo fece passare alla storia come “filosofo nazista”; non si potrebbe leggere Céline, il più antisemita del mondo, ma grande pezzo da novanta della Adelphi; e, secondo questa logica, non si potrebbero leggere le poesie di Ezra Pound o i libri di Giovanni Gentile, filosofo del fascismo, pubblicati da Laterza. Se l’obiettivo è fare il gioco delle destre significa ancora una volta non aver capito nulla in questi 81 anni di “Italia democratica”; significa non aver capito che gli unici strumenti dell’antifascismo stanno nella cultura, nel fare cultura nell’alzare il livello culturale e, come direbbe Gramsci, abbattere il senso comune reazionario. Tutto questo non può minimamente avvenire facendo il gioco del fascismo stesso od inseguendo le vergognose logiche infantilizzanti di chi “la spara più grossa”. Il nostro obiettivi, da antifascisti, è anche decostruire, smontare e riconoscere il microfascismo (1), ovvero l’insieme delle manifestazioni quotidiane, capillari e frammentate dell’autoritarismo che a differenza dei regimi storici – non si impone dall’alto, ma penetra nelle relazioni interpersonali, nei comportamenti e nelle micro-gerarchie di tutti i giorni, radicandosi spesso nella paura e nell’insicurezza. In “Introduzione alla vita non-fascista” in prefazione a L’Anti-Edipo di Gilles Deleuze, Michel Foucault specifica che non vuole opporsi solo al fascismo storico e ai suoi richiami nostalgici, ma anche al “fascismo che è in noi, che possiede i nostri spiriti e le nostre condotte quotidiane, il fascismo che ci fa amare il potere, desiderare proprio la cosa che ci domina e ci sfrutta”. L’anti-fascismo di oggi si deve riorganizzare a partire dalla sua identità politica e deve diventare “anti-edipico”, decostruendo il fascista che è in noi e pensare un modo di agire che sia antifascista e che rifiuti ogni tipo di fascismo che sia neofascismo nostalgico, fascismo istituzionale o microfascismo. La “dichiarazione di antifascismo” è la vanificazione totale dei valori dell’antifascismo ad opera della cosiddetta “sinistra neoliberale” (che non c’entra nulla con la storia politica della sinistra) e delle due distorsioni false, falsate, illusorie ed antidemocratiche. Il “patentino antifascista” è semplicemente un’espressione della cancel culture di stampo neoliberale che nulla a che fare con l’antifascismo e con la cultura della sinistra. Oggi più che mai la missione degli intellettuali di sinistra – oltre che “armare” il pensiero critico contro l’avanzata delle destre plurali sostenute da ricchi miliardari e portatrici di ideologie disumanizzanti – hanno la missione di difendere il pensiero di sinistra dalle incursioni devianti, assurde e perverse del neoliberalismo e di difendere l’antifascismo da ogni sua banalizzazione nichilistica.   (1) Microfascismo è un concetto filosofico e sociologico introdotto originariamente dai filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari (in particolare nell’opera L’Anti-Edipo) ed è tornato al centro del dibattito contemporaneo grazie ad autori come Jack Z. Bratich.   Fonti: https://www.anpicremona.it/wp-content/uploads/2015/05/Azzoni-La-tessera-del-fascio-Gussola.pdf Clara Silvia Roero, Regime e Dissenso 1931. I professori che rifiutarono il giuramento fascista, Rivista di Storia dell’Università di Torino Michel Foucault, Introduzione alla vita non-fascista, Prefazione a L’Antiedipo di Deleuze e Guattari Lorenzo Poli
June 22, 2026
Pressenza