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“Basta sangue sui nostri giubbotti”. Flahsmob davanti a Montecitorio
«Senza testimoni non c’è verità. E senza verità non c’è giustizia». È questo il messaggio che ha accompagnato, giovedì 7 maggio 2026, il flashmob promosso dal mondo dell’informazione davanti a Montecitorio, contro l’uccisione sistematica delle giornaliste e dei giornalisti nei conflitti armati, in particolare in Palestina, Libano e in tutto il Medio Oriente. Tra le fotografie dei reporter uccisi e le bandiere palestinesi, la protesta ha assunto anche la forma di un rito civile della memoria. Durante il presidio, sono state lette ad alta voce le storie e i nomi delle reporter e dei reporter uccisi, da Gaza al Libano, dallo Yemen al Sudan: non numeri astratti, ma vite, biografie, famiglie spezzate. Un elenco che, letto pubblicamente, ha trasformato la piazza in un luogo di testimonianza collettiva contro quella che le organizzazioni internazionali per la libertà di stampa definiscono ormai una strage senza precedenti. Particolarmente intenso l’intervento di Bassam Saleh, giornalista palestinese, che ha denunciato «una tragedia che continua senza testimoni». Gaza – ha spiegato – è progressivamente scomparsa dai notiziari internazionali, mentre il mondo è distratto da altre guerre e da nuove tensioni regionali. L’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran monopolizza l’attenzione mediatica, relegando la Striscia ai margini, come se non fosse più una priorità umanitaria e politica. Ma a Gaza, ha ricordato Saleh, la guerra non si è mai fermata: bombardamenti incessanti, distruzione sistematica delle abitazioni, occupazione permanente. I civili sopravvivono in condizioni umanitarie catastrofiche, segnate da fame, sete, freddo e diffusione di malattie. «Il silenzio mediatico – ha denunciato – non è neutrale: diventa complice». Per Saleh, autocensura e selettività dell’informazione sono pericolose quanto le bombe. Tacere significa permettere l’annessione delle terre, l’attacco ai luoghi sacri e la negazione di ogni tutela giuridica ai palestinesi. «Basta silenzio. Basta autocensura». Nel suo intervento, Antonella Napoli di Articolo 21 ha ricordato anche i numerosi giornalisti uccisi in Sudan e in altri conflitti dimenticati, chiedendo che venga fermata quella che ha definito una vera e propria “mattanza” e che sia garantita la protezione degli operatori dell’informazione nei teatri di guerra. Tra le proposte, l’istituzione di un Alto rappresentante per la stampa, figura richiesta già nel 2015 da Reporter senza frontiere all’Assemblea delle Nazioni Unite, ma rimasta finora lettera morta. Secondo i dati aggiornati di Reporters Sans Frontières (RSF), dal 7 ottobre 2023 a oggi oltre 260 giornalisti palestinesi sono stati uccisi nella Striscia di Gaza dall’esercito israeliano, anche se stime indipendenti ipotizzano che il numero reale superi le 300 vittime. Almeno 70 di loro sono stati colpiti mentre svolgevano direttamente il loro lavoro, indossando giubbotti e caschi con la scritta “Press”. Nel solo 2025, RSF ha documentato 67 giornalisti uccisi nel mondo: quasi la metà (43%) a Gaza, rendendo Israele il Paese responsabile del maggior numero di morti tra i reporter per il terzo anno consecutivo. Numeri che, sommati alle vittime in Libano, Sudan, Yemen e altri teatri di guerra, portano – secondo diverse organizzazioni del giornalismo e della società civile – a oltre 350 operatrici e operatori dell’informazione uccisi nei territori coinvolti nel conflitto mediorientale dall’inizio delle ostilità. Un momento toccante del presidio è stato segnato dai collegamenti in diretta con giornalisti dal Libano, che hanno raccontato le condizioni di lavoro estreme, la paura quotidiana e la consapevolezza di essere diventati bersagli militari, non più semplici osservatori neutrali dei conflitti. Proprio dal Libano arriva uno dei casi simbolo ricordati in piazza: Amal Khalil, 43 anni, reporter del quotidiano Al‑Akhbar, uccisa il 22 aprile 2026 nel sud del Paese durante un attacco dell’esercito israeliano. Secondo quanto denunciato da RSF e dal Committee to Protect Journalists (CPJ), non si è trattato né di un errore né di un danno collaterale. L’azione militare sarebbe stata condotta con la tecnica del “double tap”: un primo bombardamento seguito da un secondo colpo mirato a colpire soccorritori e testimoni, ostacolando deliberatamente i soccorsi. Il CPJ ha chiesto l’apertura di inchieste internazionali indipendenti per possibile crimine di guerra, sottolineando come l’impunità per l’uccisione dei giornalisti sia ormai strutturale. Alla manifestazione hanno partecipato anche numerosi esponenti politici, tra cui Laura Boldrini, Filippo Sensi, Arturo Scotto, Angelo Bonelli e Gianluca Pecchiola, insieme a Luisa Morgantini di Assopace Palestina, ai Sanitari per Gaza, a don Andrea dei Sacerdoti contro il genocidio. Gli interventi sono stati coordinati da Francesca Fornario per la Rete #NoBavaglio. Presenti in piazza anche i rappresentanti delle istituzioni della professione giornalistica: Carlo Bartoli, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti; Guido D’Ubaldo, presidente dell’Odg Lazio; Vittorio Di Trapani, presidente della Fnsi; Daniele Macheda, per l’Usigrai. La richiesta finale è politica e diretta: «L’Unione Europea e il governo italiano rompano il silenzio e l’inerzia, abbandonino ogni forma di complicità politica e diplomatica e adottino misure concrete di pressione su Israele». Tra queste, la sospensione dell’accordo di associazione UE‑Israele, in discussione l’11 maggio al Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Unione. E ancora: protezione internazionale per i giornalisti nei teatri di guerra e apertura immediata della Striscia di Gaza alla stampa internazionale, tuttora vietata. «Colpire l’informazione significa oscurare la verità, cancellare le prove dei crimini di guerra, rendere invisibili le vittime civili – è stato ribadito –. Perché senza chi racconta, le guerre diventano invisibili. E perché difendere i giornalisti significa difendere il diritto di tutti a sapere».     Rete #NOBAVAGLIO
May 8, 2026
Pressenza
“The sea”, un film che non racconta gli orrori della guerra ma li fa percepire
Dopo “No other land” il 6 maggio è arrivato in 130 sale italiane in contemporanea “The sea”, film diretto dal regista israeliano Shai Carmeli-Pollak e seguito dal dibattito in diretta dal cinema Quattro Fontane di Roma. Racconta la storia di Khaled, un bambino di Ramallah respinto al check  point di ingresso in territorio israeliano durante una gita scolastica alla spiaggia di Tel Aviv. Khaled, orfano di madre morta di tumore, ha il desiderio ardente di arrivare al mare, che incarna anche la nostalgia della mamma che in quel mare si era bagnata mentre era incinta di lui. Fugge e schiva mille pericoli fino a arrivare a Tel Aviv, mentre il padre,  avvertito della sua fuga, lo cerca affrontando altrettanti rischi. Quando alla fine i due si incontrano proprio nei pressi del litorale sono arrestati da una pattuglia come clandestini sospetti non riuscendo a esibire documenti validi. Oltre a essere un capolavoro per la qualità dell’immagine e la recitazione del piccolo protagonista, il film offre spunti di grande umanità e riflessione. Una comunità semplice, tranquilla e molto solidale; la delicatezza dei sentimenti; la prorompente giocosità dei bambini nonostante le difficoltà quotidiane; il dramma interiore di Khaled, che non riesce mai a sorridere; la possibile amicizia e solidarietà fra comuni cittadini ebrei e palestinesi; al contrario la formale intransigenza militare, la burocrazia, i continui, esasperanti controlli che inibiscono il normale fluire della vita e una morsa che impedisce di sognare. Regista israeliano, film candidato all’Oscar, cinque premi in patria, eppure il Ministero della Cultura ha tagliato i fondi all’Accademia del Cinema: il governo di Israele non vuole che sia visto. E per questo ha avuto 15mila spettatori in tutta Italia solo alla prima come risposta alla censura. Giulia Innocenzi lo ha distribuito con Mescalito Film e Pueblo Unido e lo ha presentato con la giornalista del Fatto Quotidiano Maddalena Oliva e gli interventi di Francesca Albanese, di componenti della Flotilla e di Medici Senza Frontiere (espulsi da gennaio da Gaza).   Redazione Italia
May 8, 2026
Pressenza
I saperi e il mercato del lavoro
L’ultimo rapporto Ocse “Fondamenti della crescita e della competitività” richiama l’Italia a rafforzare il capitale umano, denunciando l’elevato numero di giovani Neet e il basso tasso di laureati. L’organizzazione sottolinea come il debole livello di istruzione e la scarsa qualità dell’insegnamento compromettano le competenze della forza lavoro, in particolare quelle digitali, accentuando gli effetti dell’invecchiamento demografico. L’Ocse propone di migliorare la qualità e la diffusione degli Istituti Tecnici Superiori, potenziare la ricerca universitaria e rendere la formazione più aderente ai bisogni del mercato sollecitando maggiori investimenti. In Italia solo il 22% della popolazione è laureata, contro una media Ue del 33,5%; nella fascia tra i giovani 25-34 anni la quota scende al 31,6%, con forti divari territoriali e di genere (38,5% donne contro 25% uomini). Negli ultimi dieci anni circa 100.000 laureati hanno lasciato il Paese, 21.000 solo nel 2023. Dal 2002 al 2024 quasi un milione di under 35 ha abbandonato il Sud, oltre un terzo con una laurea. Solo il 66,7% dei 25-65enni possiede un diploma superiore (media Ue 80,5%) e i Neet tra 15 e 29 anni sono il 15,2%, con incidenza doppia nel Mezzogiorno. L’Italia è terzultima in Ue per spesa pubblica in istruzione, pari al 4% del Pil contro il 4,7% europeo. Nell’attuale fase di sviluppo del capitalismo finanziario e digitale, fondato sul controllo dell’informazione e sull’estrazione e aggregazione dei dati, le reti informatiche sono sia uno strumento essenziale che una forza trainante al servizio della produttività e della trasformazione digitale ed economica. Le piattaforme Hi-Tech e i grandi Data Center sono diventati strumenti di controllo sociale e infrastrutture strategiche per la competitività economica, accelerate e alimentate dal settore militare che investe risorse massicce nella ricerca e nelle sue applicazioni. Oggi circa l’80% delle infrastrutture digitali globali fa capo a società USA, e lo 0,7% degli azionisti detiene l’88% del capitale globale. La profittabilità maggiore si concentra nel settore militare e Dual-use, sostenuta e trainata da finanziamenti pubblici e privati che esercitano una forte pressione sui debiti nazionali, riducendo gli spazi per la spesa sociale, ambientale e infrastrutturale. Il capitale umano della conoscenza risulta essenziale per la produttività e la competitività economica centrata sullo sviluppo delle tecnologie innovative. Tuttavia l’attuale fase del capitalismo digitale è caratterizzata da una crescente concentrazione di ricchezza e determina drammaticamente un crescente ed inedito sistema di disuguaglianze economiche e sociali. Circa 3.000 individui detengono il 50% della ricchezza globale, mentre la metà più povera possiede appena l’1%. Dal 2000 al 2024 l’1% più ricco si è appropriato del 41% della nuova ricchezza mondiale, mentre al 50% più povero è andato solo l’1%. La ricchezza media dell’élite è aumentata di 1,3 milioni di dollari contro i soli 585 dollari della metà più povera. La disuguaglianza alimenta precarietà, genera salari di sussistenza e accresce l’insicurezza alimentare (2,3 miliardi di persone colpite). Il rapporto Oxfam 2025 rileva che la ricchezza dei miliardari è cresciuta dell’81% in cinque anni, mentre la metà della popolazione mondiale vive in condizioni indegne, in contesti di erosione democratica e rafforzamento di dinamiche autoritarie. Inoltre, negli ultimi anni la eccezionale capacità di elaborazione di dati, e la potenza delle infrastrutture tecnologiche dirette dalla piattaforma Palantir, è stata utilizzata anche per la elaborazione di sistemi di controllo sociale e a fini di “repressione preventiva” e mostrando una disponibilità di interconnessione e funzionalità alle attività di militari nelle guerre. Il sistema produttivo tradizionale, privo di autonomia tecnologica, resta ai margini del processo produttivo. Le politiche europee oscillano tra l’adesione alla “dottrina tecnocratica” dettata dagli oligopoli finanziari e il tentativo di differenziarsi dagli Stati Uniti, oggi in declino per la perdita di supremazia nel mercato globale e con un forte e crescente debito pubblico, ma con un’alta concentrazione di capitale finanziario privato ancora dominante sul piano economico. Il Rapporto Draghi sulla competitività europea (2024) punta a un mercato unico dei paesi UE fondato su sovranità energetica, autonomia digitale e difesa comune europea, con un investimento previsto di 500 miliardi in dieci anni oltre al 2% del Pil per la Nato. Tuttavia persistono tensioni geopolitiche e militari con gli Usa e interessi divergenti tra Paesi membri. L’Italia, con un debito pubblico tra i più alti dell’area Ocse e una struttura industriale arretrata e poco competitiva rimane ancorata e subalterna al sistema politico-militare degli USA. Il Paese importa la gran parte dell’energia che consuma e registra salari reali tra i più bassi d’Europa. L’occupazione cresce quasi esclusivamente negli over 50 e nei servizi a bassa produttività, in particolare turismo e commercio, dove i redditi sfiorano la soglia di sussistenza. Aumenta la povertà, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne, segnate da spopolamento e invecchiamento. Gli investimenti in Ricerca e Sviluppo restano scarsi e concentrati in progetti legati alla difesa e alla sicurezza, spesso condizionati da interessi privati e militari (come nel caso di Leonardo). La formazione secondaria e tecnica è indirizzata a sostenere un’industria di supporto a basso valore aggiunto, legata soprattutto alla manifattura del Nord e all’indotto tedesco. Nella formazione la cultura umanistica è stata progressivamente marginalizzata a favore di competenze tecniche standardizzate, riducendo la capacità critica e logico-analitica delle nuove generazioni. L’Italia, appesantita e resa vulnerabile dal forte debito pubblico si trova in una posizione fragile: dipendenza energetica, incapacità di affrontare i dissesti ambientali, bassa qualità dei servizi sociali, scarsa qualità dell’istruzione e della ricerca pubblica, bassa capacità di innovazione, una distribuzione diseguale delle opportunità costituiscono meccanismi strutturali profondi che non consentono l’accesso alle nuove frontiere della geoeconomia della conoscenza e del potere digitale. Il sistema politico nazionale non riesce ad individuare alcuna via di uscita. Impaurito dalla crescente pressione sociale, generata dalla perdita della capacità di acquisto dei redditi, dalla richiesta di migliori servizi sociali e sanitari, per le recenti scelte politiche complici delle guerre in atto, sia in Ucraina come in quelle genocide in Palestina, il Governo risponde con leggi finanziarie da economie di guerra e provvedimenti securitari e repressivi, senza riuscire ad affrontare i problemi reali delle persone. La soluzione di riserva sembra presentarsi nella possibilità di convergere verso la proposta della ricomposizione degli interessi dei diversi paesi in uno Stato-Sovrano UE. Una sovranità economica federata finalizzata alla affermazione di una geopolitica alternativa agli USA e della Cina. Una riorganizzazione dell’imperialismo europeo che resta ancorato alla supremazia del capitale finanziario delle Big-Tech e si affida al rilancio settore bellico come strategia per lo sviluppo tecnologico, con una previsione di investimento per il riarmo di circa 500 MLD nei primi 10 anni, a gravare sul debito pubblico, già alto, degli stati membri e con scarsissima attenzione verso il sociale Una proposta alternativa è possibile se si riesce ad organizzare e far crescere il movimento antagonista al sistema dell’autocrazia finanziaria a partire dalla ricomposizione degli interessi sociali e di classe, un movimento che definisce chiaramente come obiettivi la riduzione del divario sociale e ambientale e che riesce a fare rete con tutti i movimenti e le popolazioni già in rivolta a livello globale che rivendicano i propri diritti all’autodeterminazione. Una rete solidale basata sui diritti civili e sull’eguaglianza economica e sociale, contro ogni forma di autocrazia politica o religiosa. In questo contesto, il controllo pubblico e la condivisione delle infrastrutture digitali a livello globale che combinano innovazione, riduzione dei costi dei beni di consumo, il potenziamento dei servizi pubblici e l’autonomia energetica delle comunità locali, possono svolgere un ruolo fondamentale per l’eguaglianza economica, sociale ed ambientale. I lavoratori digitali e cognitivi sono i soggetti centrali nell’attuale fase dell’economia digitale, in quanto attore sociale in grado di coagulare e dare sviluppo ai processi di antagonismo sociale, ma soprattutto come soggetto politico (“proletariato instabile o nomade”) con un ruolo fondamentale per lo sviluppo delle tecnologie innovative e con un portato di conoscenze e competenze in grado di avviare un processo per contrastare il dominio delle autocrazie finanziarie. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E STATISTICI RAPPORTO OXFAM 2026 RAPPORTO “G20 EXTRAORDINARY COMMITTEE OF INDIPENDENT EXPERTS ON GLOBAL INEQUALITY”2025 RAPPORTO DRAGHI SUL FUTURO DELLA COMPETITIVITÀ EUROPEA 2024 FONDAZIONE OPENPOLIS OCSE EUROSTAT ISTAT E,BRANCACCIO, LIBERALCOMUNISMO, FELTRINELLI 2025 ZHAO ZICHEN E LIU HAIJUN, IL PROLETARIATO DIGITALE, RIVISTA CONTROPIANO, GENNAIO 2026   CARLO SIMONETTI È ARCHITETTO, HA COORDINANDO IN QUALITÀ DI RICERCATORE SENIOR ATTIVITÀ DI REPORTING AMBIENTALE, AGENDA 21 LOCALE, PIANI DI AZIONE LOCALE E ORGANIZZAZIONE E GESTIONE DI LABORATORI PARTECIPATI. HA SVOLTO ATTIVITÀ DI PIANIFICAZIONE TERRITORIALE E PAESAGGISTICA ED HA COORDINATO LA REDAZIONE DI PROGRAMMI DI RIQUALIFICAZIONE URBANA E COLLABORATO ALLA REDAZIONE DI NUMEROSI PIANI STRATEGICI DI CITTÀ E DI AREA VASTA   Redazione Italia
May 7, 2026
Pressenza
Napoli, riapre la sezione “Simón Bolívar” della Biblioteca Nazionale
Martedì 12 maggio 2026, ore 16.00 Biblioteca Nazionale di Napoli Il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli e la Biblioteca Nazionale di Napoli annunciano la riapertura della sezione venezuelana “Simón Bolívar”, in occasione del 26° anniversario dalla sua fondazione. I legami tra il Venezuela e l’Italia affondano le loro radici in un’epoca precedente all’Unità d’Italia. Nata il 17 marzo 1856, la sede del Consolato Generale a Napoli è la rappresentanza diplomatica venezuelana più antica d’Europa, da sempre un solido ponte per lo scambio commerciale, culturale e per la fraterna amicizia tra i nostri popoli da 170 anni; un traguardo di storia condivisa che rinnova il nostro impegno istituzionale con incontri importanti come questi. L’appuntamento che apre il Ciclo Letterario 2026 si terrà martedì 12 maggio alle ore 16:00 presso la Biblioteca Nazionale di Napoli. Interverranno il Console Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli, Javier José Gómez Betancourt, e la Direttrice della Biblioteca Nazionale, Silvia Scipioni. Durante l’incontro sarà presentato il libro “Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del Monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della Pace” dello scrittore italiano Gianmarco Pisa. La sezione “Simón Bolívar” è stata fondata il 21 giugno 2000 grazie alla collaborazione tra il Consolato e la Biblioteca Nazionale. Custodisce un patrimonio di circa 4.000 volumi e 100 testate giornalistiche su temi scientifici, storici e culturali. Con la sua riapertura, la sezione torna a essere uno spazio di dialogo e fratellanza, dove riscoprire la storia condivisa che da quasi due secoli unisce Italia e Venezuela e dove studiosi e appassionati possono approfondire l’identità e il patrimonio universale venezuelano. E-mail bn-na.urp@cultura.gov.it   Redazione Napoli
May 7, 2026
Pressenza
Obiettivo 2040. L’Italia oltre il fossile: 15 anni per liberarci dalle fonti energetiche inquinanti e belliche
Oggi importiamo gas, petrolio e carbone per oltre cinquanta miliardi di euro all’anno, arricchendo regimi autoritari e finanziando guerre. Il limite non è tecnologico, le rinnovabili sono già più economiche dei fossili. Il limite è politico. E si risolve con decisioni per uscire dai combustibili fossili nel sistema elettrico entro il 2040, quindici anni. A fine 2025, la capacità rinnovabile installata in Italia è di circa 81,5 GW, meno della metà del target Pniec 2030 di 131 GW. Le rinnovabili hanno coperto il 41,2% del fabbisogno elettrico: un record, ancora insufficiente. Come immagazzinare l’eccesso solare estivo per coprire la domanda invernale? L’Italia ha un vantaggio enorme che continua a ignorare: la rete Snam, con una capacità di circa 200 TWh, esiste già. L’eccesso di energia estiva si può convertire in metano sintetico verde e immesso in questa rete senza costruire nulla di nuovo. L’indipendenza energetica entro il 2040 è tecnicamente possibile, economicamente conveniente e politicamente necessaria. Ci sono le tecnologie. Ci sono le risorse. Manca una classe politica che dica la verità: il tempo del «non si può» è finito[IL]     C’è un paradosso bruciante al cuore del sistema energetico italiano. Il Paese dispone di uno dei patrimoni rinnovabili più ricchi d’Europa: tre mari con vento favorevole, sole abbondante in ogni stagione, una dorsale appenninica che capta aria da nord a sud, un potenziale geotermico di prim’ordine. Eppure, continuiamo a importare gas, petrolio e carbone per oltre cinquanta miliardi di euro all’anno, arricchendo regimi autoritari e finanziando guerre. Il limite non è tecnologico, le rinnovabili sono già più economiche dei fossili. Il limite è politico. E come tale, si risolve: con decisioni. La buona notizia è che un percorso esiste. Concreto, finanziato, dettagliato. Non un’utopia verde, ma un programma di ingegneria, finanza pubblica e riorganizzazione industriale. L’obiettivo è uscire completamente dai combustibili fossili nel sistema elettrico entro il 2040, quindici anni. Il tempo, se si vuole, c’è. Ciò che manca è la volontà. IL MIX DI TECNOLOGIE RINNOVABILI È GIÀ OPERATIVO: ENTRO IL 2040 POSSIAMO LIBERARCI DAI FOSSILI (CREDIT FOTO SHUTTERSTOCK) I NUMERI: COSA SERVE DAVVERO A fine 2025, la capacità rinnovabile installata in Italia è di circa 81,5 GW, meno della metà del target Pniec 2030 di 131 GW. Le rinnovabili hanno coperto il 41,2% del fabbisogno elettrico: un record, ma ancora insufficiente. Le previsioni Terna-Snam stimano la domanda elettrica a 400 – 430 TWh nel 2040, trainata dall’elettrificazione di trasporti e riscaldamento. Per coprirla al 100% con le rinnovabili servono obiettivi chiari e decisioni non rinviabili. Il fotovoltaico deve arrivare a 190/200 GW totali: 155 GW in più rispetto agli attuali 43,5 GW, compatibili con il potenziale Irena per l’Italia superiore a 900 GW. L’eolico offshore galleggiante deve aggiungere almeno 50 GW. Il punto più critico è però l’accumulo: non i 100 GWh del piano iniziale, già il target PNIEC 2030 e già insufficienti, ma 800 – 1.000 GWh, di cui almeno 200/300 GWh di accumulo stagionale. È qui che si gioca davvero la partita.   LA NERVATURA NAZIONALE DELLA RETE SNAM (IMMAGINE SNAM 2020) IL NODO STAGIONALE: QUATTRO SOLUZIONI CHE L’ITALIA HA GIÀ Come immagazzinare l’eccesso solare estivo per coprire la domanda invernale? L’Italia ha un vantaggio enorme che continua a ignorare: la rete Snam, con una capacità di circa 200 TWh, esiste già. L’eccesso di energia estiva può essere convertito in metano sintetico verde tramite power-to-gas e immesso direttamente in questa infrastruttura senza costruire nulla di nuovo. Eni, con il suo know-how nel settore gas, è il soggetto naturale per guidare questa conversione, se il suo statuto viene riformato per legge con obiettivi climatici vincolanti. Tre tecnologie completano il quadro: la geotermia profonda a ciclo binario, energia continua e senza emissioni estratta dal sottosuolo tra 3.000 e 6.000 metri; il pompaggio idroelettrico su bacini esistenti, con efficienze round-trip del 70/85%; la microcogenerazione a biomassa locale per aree montane e rurali, con emissioni prossime allo zero se la filiera è corta e certificata. Sulle prime due: metano verde sintetico e geotermia profonda, va concentrato fin da subito lo sforzo di ricerca e sviluppo industriale.   IL COUNTDOWN FISCALE: SCADENZE VINCOLANTI, NON PROMESSE La transizione avviene quando cambiare costa meno che restare fermi. Questo meccanismo va costruito per legge, con scadenze non prorogabili, e finanziato da una sovratassa progressiva sui profitti fossili dal 20% tra il 2026 e il 2030, fino al 50% nel 2036 – 2040 e dalla restituzione degli oltre venti miliardi annui di sussidi pubblici ai fossili, ancora presenti nel bilancio dello Stato secondo le stime Ocse.   ENI, ENEL, ENEA: TRASFORMARE, NON DISTRUGGERE La transizione non può avvenire contro i grandi operatori pubblici: deve passare attraverso la loro trasformazione. Eni deve abbandonare l’esplorazione di nuovi giacimenti, incompatibile con qualunque obiettivo climatico credibile, e riorientare le proprie competenze verso idrogeno verde, biometano e geotermia profonda. Enel, già primo operatore mondiale nel settore rinnovabile, deve concentrarsi sulla rete intelligente e sulle comunità energetiche, spostando il modello dalla vendita di energia alla gestione distribuita. Enea deve triplicare il proprio budget di ricerca, con almeno il 40% destinato all’accumulo. I loro statuti vanno riformati per legge: obiettivi climatici vincolanti, rendicontazione parlamentare annuale, verificatori indipendenti. Questo è un atto di politica industriale, non di ideologia.   SUOLO E BUROCRAZIA: DUE NODI DA SCIOGLIERE SUBITO Nessuna transizione credibile può sacrificare suolo agricolo produttivo. La mappatura nazionale delle aree idonee va costruita per esclusione: fuori parchi, Natura 2000, beni culturali, territori Doc e gp, suoli di alta qualità e per gerarchia: prima i tetti degli edifici esistenti (potenziale stimato dal Gse: 80/100 GW), poi le aree industriali dismesse, ex discariche ed ex cave, le fasce laterali di autostrade e ferrovie, e solo infine il suolo marginale come scelta sussidiaria. Per ogni categoria, il silenzio-assenso con tempi certi, dodici mesi per le aree ordinarie, novanta giorni per i brownfield elimina il principale collo di bottiglia: oggi un impianto eolico aspetta in media sette anni per le autorizzazioni. Sette anni in un Paese che si dichiara in emergenza climatica.   NON È UN COSTO: È UN INVESTIMENTO FIORITURA PRIMAVERILE A CASTELLUCCIO DI NORCIA; IN ALTO, SULLA COLLINA, IL BOSCO CON LA SAGOMA DELL’ITALIA L’investimento complessivo è tra 400 e 550 miliardi in quindici anni. Ma non è una spesa: è la sostituzione dei 750/900 miliardi che, senza intervento, usciranno dall’economia italiana per importare fossili, senza creare un brevetto, un posto di lavoro stabile, un solo asset permanente sul territorio nazionale. Quei soldi oggi escono. La domanda è solo dove vanno: ad arricchire produttori esteri di gas e petrolio, o a costruire infrastrutture, competenze e lavoro italiano. Le comunità energetiche locali, strumento di giustizia sociale prima ancora che tecnico garantiscono che i benefici si distribuiscano nei territori, non si concentrino nelle mani di pochi grandi gruppi industriali. L’indipendenza energetica entro il 2040 è tecnicamente possibile, economicamente conveniente e politicamente necessaria. Non mancano le tecnologie. Non mancano le risorse. Manca ancora una classe politica disposta a dire la verità: che il tempo del «non si può» è finito. Aurelio Angelini
May 7, 2026
Pressenza
OBEY a Napoli: arte, pace e diritti umani alle Gallerie d’Italia
Dal 6 maggio al 6 settembre 2026 la mostra curata da Giuseppe Pizzuto racconta il linguaggio visivo di Shepard Fairey tra pace, giustizia sociale, propaganda e spazio pubblico. La pace, i diritti umani, la giustizia sociale, il rifiuto delle discriminazioni e il ruolo delle comunità attraversano da anni il lavoro artistico di Shepard Fairey, una delle figure più riconoscibili della street art contemporanea internazionale. Sono questi i temi che ritornano con forza in OBEY: Power to the peaceful, la mostra curata da Giuseppe Pizzuto e ospitata alle Gallerie d’Italia – Napoli dal 6 maggio al 6 settembre 2026. Il percorso espositivo non si presenta soltanto come una raccolta di opere, ma come un attraversamento visivo del nostro presente. Guerre, disuguaglianze, propaganda, conflitti sociali e ricerca di nuove forme di convivenza emergono attraverso immagini potenti, immediate, pensate per arrivare direttamente allo spettatore. Tutto questo prende forma in un’esplosione di colori accesi, geometrie nette, simboli riconoscibili e figure monumentali. Le opere di OBEY sono fruibili, dirette, quasi magnetiche. Catturano lo sguardo con la forza della cultura pop e della grafica urbana, ma dietro quella bellezza apparentemente immediata custodiscono messaggi profondi, civili e universali. È proprio questo uno degli aspetti più forti della mostra: la capacità di trasformare temi complessi come pace, diritti umani, giustizia sociale, propaganda, discriminazione e responsabilità collettiva in immagini di grande pregio comunicativo. Immagini che arrivano subito, quasi fisicamente, e solo dopo chiedono allo spettatore di fermarsi, osservare meglio e interrogarsi. Le opere di OBEY utilizzano gli stessi codici della propaganda, con figure iconiche, slogan, colori netti e costruzioni grafiche potenti, per ribaltarne però il significato dall’interno. Non chiedono obbedienza, ma attenzione. Non impongono risposte, ma aprono domande. Il percorso espositivo si articola nei nuclei tematici People Power, Propaganda, Guerra e Pace e Giustizia Sociale, raccogliendo oltre 130 opere tra lavori storici, rarità d’archivio e opere inedite. Alcuni lavori sembrano condensare perfettamente il senso dell’intera mostra: “Make Art Not War”, “Uplift Justice” e “Chaos Rise Above” raccontano la pace non come concetto astratto, ma come scelta concreta, partecipazione e responsabilità condivisa. In queste immagini il colore non addolcisce il messaggio, lo amplifica. È una bellezza che scuote, un’armonia attraversata da inquietudine e memoria. Rosso, nero, oro, simboli floreali, volti femminili, richiami spirituali e politici convivono creando una tensione continua tra estetica e contenuto. Tra le opere più emblematiche emerge anche “Third Eye Open Peace”, dove il simbolo della pace compare all’interno dello sguardo stesso dell’immagine, quasi a suggerire una diversa forma di consapevolezza. Lo stesso messaggio esce poi dalle sale del museo e raggiunge la città attraverso il grande murale realizzato da Shepard Fairey a Ponticelli, già raccontato da Pressenza nell’articolo: Napoli, a Ponticelli il murale “Third Eye Open Peace” di Shepard Fairey: arte pubblica per la pace Con “Third Eye Open Peace”, il linguaggio di OBEY attraversa anche la periferia urbana, trasformando un muro in uno spazio pubblico di dialogo e riflessione. È qui che la street art ritrova forse la sua natura più autentica: interrompere il flusso distratto della città e restituire alle immagini una funzione collettiva, accessibile a tutti. Il rapporto tra Shepard Fairey e Napoli appare particolarmente naturale. L’artista ha descritto la città come un intreccio continuo di vecchio e nuovo, bellezza e disordine, energia popolare, architetture monumentali e segni del tempo. Una città visivamente viva, stratificata, imperfetta e proprio per questo profondamente vicina al suo immaginario artistico. Anche la scelta di intervenire a Ponticelli non appare casuale. L’arte pubblica può contribuire a generare attenzione, orgoglio e partecipazione all’interno dei quartieri, senza ridurre la rigenerazione urbana a semplice operazione estetica. In questo caso il murale non cancella l’identità del luogo, ma prova a dialogare con essa, portando nel quotidiano un messaggio di pace, responsabilità e consapevolezza. Nato dalla cultura skate e dalla grafica underground degli anni Novanta, Shepard Fairey ha costruito nel tempo un linguaggio visivo riconoscibile in tutto il mondo. Il suo nome è legato anche all’iconica immagine “HOPE”, realizzata per la campagna presidenziale di Barack Obama, diventata una delle immagini simbolo della cultura contemporanea. Ma il lavoro di OBEY va oltre la celebrità di una singola icona. La sua ricerca continua a muoversi tra arte pubblica, critica sociale e riflessione politica, utilizzando le immagini come strumenti capaci di generare partecipazione, consapevolezza e memoria collettiva. “OBEY: Power to the peaceful” non è soltanto una mostra da visitare, ma un’esperienza da attraversare lentamente, lasciandosi colpire dalla forza visiva delle opere e dalle domande che esse riescono ancora a porre. L’invito è rivolto ai cittadini napoletani, ai visitatori e ai tanti turisti che attraverseranno Napoli nei prossimi mesi: entrare nelle sale delle Gallerie d’Italia significa concedersi uno spazio di osservazione e riflessione attraverso un linguaggio immediato, potente e profondamente contemporaneo. A Shepard Fairey, e a tutti gli artisti che continuano a mettere il proprio linguaggio al servizio della pace, della giustizia sociale e della dignità umana, va riconosciuto il valore di non smettere di credere nel potere comunicativo dell’arte. Perché forse il compito più importante dell’arte contemporanea è proprio questo: impedirci di diventare indifferenti. Album fotografico a cura di Lucia Montanaro, realizzato durante la visita alla mostra “OBEY: Power to the peaceful” alle Gallerie d’Italia di Napoli. Lucia Montanaro
May 6, 2026
Pressenza
A Milano Broken Cameras
AssopacePalestina in collaborazione con la Comunità Palestina Lombardia, Arci Milano, Cgil Milano, Camera del Lavoro,  Cinema Beltrade vi invitano alla proiezione del film Venerdì 8 maggio alle ore 20.15 alla Camera del Lavoro , corso di Porta Vittoria 43, Milano 5 BROKEN CAMERAS   di Emad Burnat, palestinese e Guy Davidi israeliano I registi saranno presenti in sala e alla fine della proiezioni dialogheranno con il pubblico. Il film realizzato 5 anni fa risulta attualissimo per le situazioni descritte. Nell’arco di cinque  anni ci racconta la resilienza  degli abitanti del villaggio di Bil’in della Cisgiordania occupata; una popolazione di pastori e agricoltori che della terra vive  e che da quella terra si vede derubato. Più volte si assiste, durante le manifestazioni, al tentativo di dialogo degli abitanti del villaggio con i soldati che rispondono invece con l’abituale brutalità, arrivando anche a uccidere.  Emad osserva  dietro l’obiettivo i suoi alberi di ulivo minacciati, le proteste che si intensificano e le vite perdute. Non desiste nonostante le aggressioni e continua a filmare: “Mi sentivo come se la videocamera potesse proteggermi…ma era un’illusione”. Cinque sono le video camere di Emad che vengono distrutte dai soldati dell’IDF. Redazione Milano
May 6, 2026
Pressenza
Visioni Urbane: Barra entra nel rosso del Maggio dei Monumenti
NEL CHIOSTRO DEL MONASTERO DI SANTA MARIA DELLA SANITÀ UNA MOSTRA FOTOGRAFICA COLLETTIVA RACCONTA IL QUARTIERE ATTRAVERSO MEMORIA, DEVOZIONE POPOLARE E VITA QUOTIDIANA Nel programma del Maggio dei Monumenti 2026 trova spazio “Visioni Urbane – I colori del rosso e il folclore nel casale della Barra”, mostra fotografica collettiva ospitata nel chiostro del Monastero di Santa Maria della Sanità, nel quartiere Barra di Napoli. La presenza di un progetto dedicato a Barra all’interno del Maggio dei Monumenti assume un significato particolare: ricordare che la cultura urbana della città non si esaurisce nei suoi luoghi più celebrati, ma continua a vivere anche nelle aree spesso considerate marginali. In questo caso il patrimonio non è soltanto quello architettonico, ma anche quello umano, sociale e simbolico custodito nelle strade, nelle relazioni e nella memoria del territorio. L’edizione 2026 del Maggio dei Monumenti, promossa e finanziata dal Comune di Napoli, è dedicata ai colori della città e porta il titolo “Ebbra di luce, folle di colori”, ispirato a un celebre verso di Matilde Serao. Un’espressione che sembra attraversare anche il progetto dedicato a Barra, dove il rosso diventa segno di devozione popolare, memoria collettiva, vitalità urbana e presenza umana. Non è casuale che il percorso dedicato alla zona orientale della città si leghi proprio al rosso. Nel programma ufficiale del Maggio dei Monumenti, infatti, il progetto della Municipalità 6 porta il titolo “Rosso vivo – Sangue, fuoco e rinascita nella zona Est di Napoli”: un’immagine che richiama la forza simbolica di un territorio attraversato da spiritualità popolare, trasformazioni urbane, memoria storica e quotidianità. La mostra nasce da un reportage collettivo ideato dal prof. Luca Sorbo e coordinato da Carmine Schiavo, con la collaborazione della storica dell’arte Lucia Improta, della sociologa Mariarosaria De Matteo e del gruppo laico cristiano Barra R-Esiste. Avviato nel maggio 2025 e ancora in corso, il progetto raccoglie circa cinquanta fotografie realizzate da nove autori che hanno scelto di raccontare Barra attraverso sensibilità e linguaggi differenti. Espongono Pino Barreca, Ludovico Brancaccio, Pasquale Mazzeo, Luigi Montefoschi, Rossella Mutone, Gaetano Napolitano, Carmine Schiavo, Alda Spano e Carolina Tuozzi. Le immagini attraversano architetture, feste religiose, scorci urbani, volti, dettagli e storie quotidiane, costruendo un racconto corale che prova a restituire la complessità del territorio senza semplificazioni. “Visioni Urbane” non cerca infatti di idealizzare Barra né di trasformarla in simbolo. Il progetto prova piuttosto a osservare il quartiere nella sua stratificazione storica, sociale e spirituale, lasciando emergere atmosfere, relazioni e frammenti di vita che spesso restano fuori dalle narrazioni più abituali sulle periferie urbane. Lo sguardo dei fotografi evita sia l’estetizzazione folkloristica sia la rappresentazione del disagio come unico linguaggio possibile della periferia. Ne emerge invece un racconto fatto di presenza umana, spiritualità, trasformazione urbana e memoria condivisa. La mostra trova collocazione nel chiostro del Monastero di Santa Maria della Sanità, edificio monumentale nato tra il 1584 e il 1588, luogo di grande valore storico e spirituale. Uno spazio che diventa parte integrante del progetto espositivo e del dialogo tra fotografia, territorio e identità collettiva. In una delle dichiarazioni istituzionali dedicate all’edizione 2026 del Maggio dei Monumenti, il coordinatore delle politiche culturali del Comune di Napoli Sergio Locoratolo definisce la manifestazione come “una partecipazione che va dal centro alle periferie”, capace di connettere luoghi, linguaggi e comunità differenti. Ed è proprio dentro questa idea di città plurale che il progetto Visioni Urbane trova la sua collocazione più naturale. Più che una semplice esposizione fotografica, la mostra appare così come un gesto di presenza culturale: un modo per attraversare Barra attraverso lo sguardo, riconoscendone la memoria, le trasformazioni e la vitalità quotidiana. Programma completo del Maggio dei Monumenti 2026 https://www.comune.napoli.it/vivere-il-comune/eventi/maggio-dei-monumenti-2026/ Lucia Montanaro
May 6, 2026
Pressenza
Quale Università per un mondo diverso? Quali prospettive darsi?
PALERMO, SCIROCCO FEST 6-7-8 MAGGIO (VIALE DELLE SCIENZE, H.17:00). CONFRONO SU “TRASFORMAZIONI DELL’UNIVERSITÀ E PROSPETTIVE FUTURE: QUALI SONO SONO LE RICADUTE SULLA COLLETTIVITÀ STUDENTESCA?” – AL POMERIGGIO SWAP PARTY, SERIGRAFIA, BANCHETTE DI ARTIST*: NON MANCATE!_ Perché il nostro futuro ci appare sempre più precario, lo studio una corsa, la conoscenza una performance? A queste e ad altre domande cercheremo di rispondere insieme a Francesco Maria Pezzulli, autore del libro L’Università Indigesta, e Valeria Pinto, autrice di Valutare e Punire. L’esigenza di questa iniziativa parte dal riconoscere la condizione oggi dello studente, delle sue paure verso un futuro incerto e dal modo in cui attraversa lo spazio universitario. Ci ritroviamo oggi a rincorrere crediti formativi con l’unico obiettivo di superare esami e conseguire titoli da spendere nel mercato del lavoro, in una corsa solitaria, con l’ambizione di affermarci individualmente e trovare una stabilità futura che ci si mostra negata, mentre dentro di noi, sempre più spesso, i sentimenti che proviamo sono di smarrimento ed alienazione. In un’università aziendalizzata, vissuta unicamente come esamificio che fa da trampolino di lancio verso il mondo del lavoro, l’ingresso dei privati nella costruzione del sapere oggi si esprime in tutta la sua contraddizione davanti alla ferocia delle guerre imperialiste e ai processi di colonizzazione e sottomissione dei territori, dalla Palestina a Cuba, ponendo gli studenti come attori chiave per la tenuta del complesso militare-accademico-industriale. Ma la passività della nostra condizione in ogni momento può essere sovvertita, riappropiandoci degli spazi universitari, del nostro tempo e della possibilità di dare vita a costanti confronti collettivi. Riprenderci la possibilità di parlare con lɜ nostrɜ colleghɜ di corso, di Dipartimento, e ragionare su ciò che studiamo, al di là dei programmi proposti dai docenti e ciò che è richiesto sapere all’esame. La necessità è quindi quella di approfondire e conoscere le trasformazioni che negli ultimi decenni hanno investito l’università, quali sono le ricadute di queste su noi studenti e cosa possiamo fare per cambiare le cose. SCIROCCO COLLETTIVO UNIVERSITARIO PALERMO Redazione Palermo
May 6, 2026
Pressenza
“Yiddish blues”, il nuovo disco di Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michel Gazich
E’ uscito il nuovo disco di Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michel Gazich, “Yiddish blues”, una rivisitazione di brani della tradizione yiddish e nuovi brani originali. “IL PICCOLO ALì” è il primo brano del nuovo disco di Moni Ovadia “Yiddish Blues”.  Una canzone dedicata alle migliaia di bambini/bambine vittime del conflitto. Si può ascoltare e vedere il video a questo link https://www.facebook.com/reel/2015968112343468 Parole Moni Ovadia Musiche Giovanna Famulari e MIchele Gazich Video Elisa Savi “PALESTINA TERRA DI DOLORE” è un’altro brano del nuovo disco.  È un inno ispirato allo storico “Inno del Ghetto di Varsavia” che parla della tragedia del popolo palestinese. Si può ascoltare e vedere il video a questo link https://www.facebook.com/reel/2086550475525877 Parole e musiche Moni Ovadia, Giovanna Famulari, Michele Gazich.  Video Elisa Savi “MALTAMè” è un brano del nuovo album, che racconta in giudaico/veneziano, la lingua parlata nel ghetto di Venezia e ormai perduta, uno stato d’animo di angoscia incontrollabile attraverso una filastrocca per bambini che è un presagio e una minaccia. Si può ascoltare e vedere il video a questo link  https://www.facebook.com/reel/1507661707574455 Parole e musica di Michele Gazich Voce Moni Ovadia Video Elisa Savi Il critico musicale, Gaetano Lauritano, in merito a questo nuovo album, ha dichiarato: “Lo sappiamo tutti che la musica non salverà il mondo, ma almeno potrà renderlo più vivibile e ci aiuterà a non spegnere la coscienza e se anche una sola persona nell’angolo più remoto del pianeta non si tapperà le orecchie, allora, forse, ci sarà ancora speranza. …sono solo una foto che vi guarda e vi accusa, siete tutti senza cuore, siete tutti assassini. Basterebbe solo questa frase per farci capire come la società civile, per come la intendono i più, ha fallito. Ha fallito in Ucraina, in Sudan, in Afghanistan e a Cuba e, soprattutto, ha fallito in Palestina. Ha fallito in ogni posto dove venne, e viene negata, la libertà, la vita, la dignità, in favore dell’interesse personale e dell’assoggettamento di un popolo. La retorica, ormai, serve a poco, le parole si sono spese e si spendono, ma restano mute davanti a immagini che ci mostrano qual è il prezzo pagato dagli altri per la nostra “temporanea” felicità. Come cantavano i Negrita, “Se io prendo, chi è che dà?”. Il silenzio, davanti a questo scempio, diventa assordante, così forte al punto da coprirsi le orecchie, perché gli occhi li abbiamo già chiusi, ma le urla di dolore, il pianto delle madri, la voce della disperazione, quelli, non si riescono a spegnere. “Yiddish Blues” non è solo un disco, ma un documento, una testimonianza, una prova che tutto questo è esistito, esiste e non verrà dimenticato. Moni Ovadia, Giovanna Famulari, Michele Gazich, un trio improbabile, ma proprio per questo vero, sincero, unito nella musica per dare armonia a tutto questo dolore. Il piccolo Alì, che con le sue braccia dilaniate dalla barbarie sionista diventa un simbolo di questo fallimento, apre un disco carico di emozioni che si alternano tra la disperazione e la rabbia, tra il senso di colpa per non aver fatto abbastanza e lo sconforto, provando quel senso di nausea per appartenere allo stesso gruppo di chi ha compiuto e perpetrato questo dolore. Il violoncello di Giovanna Famulari ci strappa il cuore dal petto mentre il violino di Michele Gazich diffonde una melodia straziante che simula il pianto di dolore dei bambini morti.  Non è più musica, è la consapevolezza che per essere assassini non è necessario premere il grilletto, basta girarsi dall’altra parte. Paolo era un anarchico ebreo, molto anarchico e molto ebreo. C’è contraddizione in tutto questo? No: la Bibbia, la Torah, è piena di spunti di relazione fra la scrittura ebraica e il pensiero anarchico. Le parole di Ovadia nel brano Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F. scritto da Gazich e dedicato all’amico Paolo Finzi, il fondatore della rivista A. Rivista Anarchica, suonano come una sentenza contro chi, utilizzando ancora la religione come spauracchio, utilizza un testo sacro per giustificare la propria perfidia. Es brent (sta bruciando) è una canzone yiddish del 1938 di Mordechai Gebirtig, trucidato dai nazisti il 4 giugno 1942. Dona Dona racconta delle vittime portate alla morte, cantata anche da Joan Baez. Le delicate note del pianoforte fanno da accompagnamento alla dolcezza del violoncello di Famulari e le parole si fanno spazio in uno spiraglio di speranza. La voce di questi tre grandi artisti si intrecciano, si avvolgono, si aiutano e si danno forza, perché è proprio con l’unione che si combatte il male.  Non puoi comprare la mia speranza, Non puoi comprarla, non te la vendo Costa poco la tua violenza, Non ha prezzo la mia speranza. Sono le parole de Il Mattino, brano conclusivo dell’album. Lo sappiamo tutti che la musica non salverà il mondo, ma almeno potrà renderlo più vivibile e ci aiuterà a non spegnere la coscienza e se anche una sola persona nell’angolo più remoto del pianeta non si tapperà le orecchie, allora, forse, ci sarà ancora speranza. La speranza è che questa musica e queste parole arrivino a più persone possibili: non bisogna lasciare che l’abitudine, l’assuefazione e il “non ci posso fare nulla” ci atrofizzi. Forse è proprio questo l’intento di questi tre artisti che hanno investito la propria anima e il proprio cuore per portare, a chi un cuore ancora ce l’ha, un messaggio che smuova la coscienza. Moni Ovadia è un attore, un cantautore, uno scrittore, nato in Bulgaria e milanese di adozione, proviene da una famiglia ebrea sefardita, persona di altissimo spessore culturale e umano. Michele Gazich, violinista, tra gli artisti italiani più colti e interessanti, ha collaborato con Massimo Bubola, Mark Olson, Eric Andersen, Massimo Priviero. Il suo stile musicale fonde cantautorato, musica rock e folk. Giovanna Famulari, violoncellista, pianista, arrangiatrice e produttrice artistica, con uno stile che va dal pop al jazz, dalla musica world alla musica contemporanea passando dal teatro ai concerti e alle colonne sonore. La musica riempie l’aria e rende il silenzio più sopportabile”. Non credo che serva aggiungere altro alle parole di Gaetano Lauritano.     Andrea Vitello
May 6, 2026
Pressenza