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I Cattolici per la Vita della Valle: “non trasformiamo il dissenso in un problema di ordine pubblico”
Riprendiamo il testo del Gruppo Cattolici per la Vita della Valle, riportato dalla redazione NOTAV.Info nella loro rassegna dei contributi al dibattito che si sta sviluppando attorno ai fatti dello scorso 25 luglio e al futuro del movimento: discussioni e testimonianze che raccolgono anche punti di vista di note personalità pubbliche – come quello di Alessandro Di Battista [«Chi condanna le violenze in Val di Susa (sono spesso gli stessi ai quali 30.000 bambini palestinesi fatti a pezzi dai terroristi sionisti evidentemente non fanno né caldo né freddo, ma questo è un altro discorso) dovrebbe sapere che la violenza infinitamente più grande, la madre di tutte le violenze è sventrare una valle intera per imporre ai suoi abitanti un’opera inutile, costosissima, stupida e profondamente vecchia»] e quello di Diego Bianchi [«è difficile negare l’evidenza di una drammatica storia immobile troppo facile da circoscrivere nei confini della guerriglia armata se in Val di Susa non ci si è andati mai. Ogni volta che mi sono trovato su quelle montagne, a chiacchierare con chi non riusciva a spiegarsi quanto filo spinato e quanta forza militare fosse impiegata a protezione di cantieri senza vita che non fosse armata, realizzavo che se da destra era facile banalizzare il tema, lo stava diventando sempre più anche a sinistra, dove pure un minimo di complessità sarebbe richiesto»]. Il pezzo che proponiamo è particolarmente significativo, giacché proviene da un movimento che per sua natura è portato a porgere l’altra guancia e che – però – non intende rinunciare al pensiero critico di cui è armato, seguendo la tensione ispiratrice ereditata da Papa Francesco ed oggi ripresa da Papa Leone[accì]   Rispetto ai fatti avvenuti in Valle di Susa sabato 25 luglio, che meritano una riflessione profonda e non dettata dall’urgenza giornalistica né dalla necessità di un superficiale schieramento, proponiamo alcune considerazioni. Ogni atto di violenza va perseguito secondo la legge. Ma una democrazia commette un errore quando, a partire da singoli episodi, sceglie di leggere un conflitto politico e sociale esclusivamente attraverso la lente della sicurezza, per screditare oltre trent’anni di mobilitazione e per delegittimare chi continua a contestare quell’opera. E questo accade sempre nel dibattito sulla TAV. Da anni, ogni episodio di tensione diventa l’occasione per riportare al centro il tema dell’ordine pubblico, mentre finiscono sullo sfondo le domande che il movimento No TAV continua a porre: quale modello di sviluppo vogliamo? Quali infrastrutture sono davvero utili alla transizione ecologica? Come si valutano i costi ambientali e sociali di una Grande Opera? Quale spazio viene riconosciuto alle comunità locali nelle decisioni che incidono sul loro futuro, sul loro territorio, sulla salute, sull’economia? È un meccanismo ormai consolidato. Il conflitto ambientale viene progressivamente svuotato del suo contenuto politico e ricondotto a un problema di sicurezza. Il dissenso viene osservato più attraverso i dispositivi di controllo che attraverso le ragioni che lo alimentano. Così il dibattito pubblico si restringe: non si discute più dell’opera, ma della gestione dell’ordine pubblico; non delle alternative, ma delle misure di sicurezza; non della qualità delle decisioni democratiche, ma dell’intensità della repressione. Questa impostazione non riguarda solo la Valle di Susa. Negli ultimi anni molti conflitti ambientali hanno conosciuto una dinamica analoga. Chi contesta opere considerate impattanti o scelte ritenute incompatibili con la tutela degli ecosistemi viene raccontato come un problema da gestire delegittimando chi continua a contestare, non riconoscendolo come interlocutore con cui confrontarsi. È una deriva che impoverisce la democrazia, riduce gli spazi della partecipazione e alimenta l’idea che il dissenso sia una patologia anziché una componente fisiologica della vita democratica. La democrazia vive del conflitto, in forme di partecipazione, di confronto, di mobilitazione sociale. È in questo spazio che si collocano le manifestazioni, i presìdi, le iniziative dei comitati e di migliaia di cittadini che hanno scelto di opporsi a un’infrastruttura ritenuta inutile, devastante, economicamente insostenibile, fuori tempo e sproporzionata rispetto ai benefici attesi. Confondere questo patrimonio di partecipazione con gli episodi di sabotaggio significa fare un favore a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di sicurezza. Naturalmente esiste un confine che non può essere superato: le azioni violente non possono diventare uno strumento di lotta politica. Da sempre tra i NO TAV convivono molte anime, come giusto e inevitabile in un movimento che è espressione di un intero territorio e che è composto da migliaia di persone di età, posizioni religiose e politiche, storie e sensibilità diverse. Ma per noi cristiani questo confine è chiaro, e il fatto che ci sia stato assalto dei cantieri non può essere utilizzato per cancellare trent’anni di mobilitazione civile, di studi indipendenti, di amministratori locali, associazioni, tecnici e cittadini che hanno costruito un’opposizione fondata su argomentazioni, partecipazione e presenza nei territori. La strategia dell’invasione dei cantieri, su cui peraltro non tutti i NO TAV concordano, è il frutto di decenni di sopraffazione ed è una risposta (chi dice giusta, chi dice sbagliata) prevedibile in un conflitto gestito male fin dai suoi inizi. La questione di fondo resta aperta. In un tempo segnato dalla crisi climatica e dalla necessità di trasformare il modello di sviluppo, è legittimo chiedersi quali infrastrutture siano davvero prioritarie, quale sia il loro impatto ambientale e sociale, come vengano impiegate le risorse pubbliche e quale ruolo abbiano le comunità interessate nelle decisioni che le riguardano. Sono domande che non possono essere archiviate perché si sono verificati episodi violenti. Alla politica – intesa come gestione della polis e partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni comuni – chiediamo una ben diversa risposta. Non per ridurre gli spazi del conflitto, ma per ampliarli; non per temere il confronto con le comunità, ma perché contribuisce alla qualità delle decisioni pubbliche. La tutela dell’ambiente non è un ostacolo allo sviluppo: è il criterio con cui misurare la qualità dello sviluppo stesso. E il bene comune non coincide con la realizzazione di qualsiasi infrastruttura, ma con la capacità di valutare se essa risponda davvero all’interesse collettivo, nel lungo periodo. La difesa dell’ambiente e del bene comune non appartiene a una parte politica. È un interesse generale, riconosciuto dalla Costituzione, che richiede valutazioni trasparenti, partecipazione democratica e la capacità di misurare le opere pubbliche non soltanto sulla loro fattibilità tecnica, ma anche sulla loro sostenibilità ecologica, economica e sociale. Quando il dissenso viene tradotto in una questione di ordine pubblico, la politica rinuncia al proprio compito. Smette di discutere, di convincere, di costruire consenso e delega la gestione dei conflitti agli apparati della sicurezza. È una scorciatoia che può apparire efficace nell’immediato, ma che alla lunga accresce la distanza tra istituzioni e cittadini. Come cristiani avvertiamo la responsabilità di difendere la terra come bene comune, di dare voce e gambe al Magistero della Chiesa, a partire dalla Dottrina sociale fino ad arrivare ai continui appelli di Papa Francesco e di Papa Leone di non considerare il creato “una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo per il bene di tutti, sempre con rispetto e gratitudine”. Da trent’anni abbiamo cercato – e non solo noi – il confronto con i proponenti l’opera ma la risposta è sempre stata la mancanza di dialogo con la popolazione, l’imposizione con la forza dei cantieri, la militarizzazione della valle, la repressione del dissenso. Questi ultimi anni, caratterizzati da guerre devastanti, dal genocidio, dalla corsa al riarmo, da eventi climatici estremi, da migrazioni forzate, hanno contribuito a rafforzare le ragioni della contrarietà alla ‘Grande Opera Inutile’, ma anche a tutte le altre Grandi Opere Inutili che hanno devastato e potranno ancora devastare il nostro Paese, solo per inseguire una cieca logica di progresso, di crescita, di profitti, senza alcun ripensamento sul rischio concreto e sempre più attuale della rovina al quale l’intero nostro pianeta va incontro. Diventa indispensabile ripensare il concetto di Grandi Opere, di consumo di suolo, in questo tempo che sta correndo verso il disastro ambientale, e rivedere l’ideologia dello sviluppo a tutti i costi.  Come credenti che vedono il nostro territorio e le persone che lo abitano sempre più distrutte e calpestate avvertiamo che qui il bene comune è stato invocato come paravento, mentre gli interessi economici e geopolitici hanno avuto il sopravvento sulla giustizia sociale. Da oltre trent’anni le ragioni di critica e di opposizione sono sempre le stesse: la Torino-Lione è inutile, è costosissima, è devastante per l’ambiente, è un’opera vecchia, superata dai tempi e dalla storia, la cantierizzazione produrrà polveri sottili e movimenterà sostanze inquinanti e insalubri. Ed è certificata la sottrazione di enormi quantità di acqua dalla montagna e all’ambiente naturale, spreco dimostrato fin dal 2008 dalle decine di litri al secondo drenate ogni giorno dalle gallerie di servizio già realizzate. Cos’altro dobbiamo inventarci per far comprendere queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori? Difendere la legalità significa perseguire chi commette reati. Difendere la democrazia significa non usare quei reati per delegittimare un’intera comunità che protesta e ascoltare chi denuncia queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori, da investimenti sulla sanità e sulla scuola. E difendere l’ambiente significa continuare a discutere, anche quando il confronto è duro, del modello di sviluppo che vogliamo consegnare alle prossime generazioni. GRUPPO CATTOLICI PER LA VITA DELLA VALLE (ESTRATTO DALLA RASSEGNA DI CUI SOTTO) Redazione Italia
August 10, 2026
Pressenza
Come si costruisce la narrazione dominante?
 The Think Tank Racket, un saggio di Glenn Diesen ci offre una risposta illuminante. Il libro ruota attorno a una tesi di fondo molto chiara: il dibattito occidentale sulla Russia non è un processo puramente neutrale di analisi dei fatti, ma un ecosistema di produzione narrativa in cui think tank, media, finanziatori e ambienti politici contribuiscono a orientare il modo in cui il pubblico interpreta gli eventi. Diesen, giornalista noto, non sostiene semplicemente che esistano errori o pregiudizi occasionali; la sua argomentazione è più radicale. Infatti esiste una struttura sistemica che tende a premiare determinate letture della politica internazionale e a penalizzarne altre, soprattutto quando si tratta di Russia, NATO, sicurezza europea e rapporto tra guerra e diplomazia. Un primo punto importante è la critica alla presunta neutralità dei think tank. Diesen li descrive come istituzioni che spesso vengono presentate come centri di competenza indipendenti, capaci di fornire analisi oggettive ai decisori politici e ai mezzi di comunicazione. In realtà, però, il libro insiste giustamente sul fatto che questi organismi operano dentro reti di finanziamento e di influenza che possono condizionare fortemente i risultati delle loro analisi.  Il problema, nella sua lettura, non è solo che i think tank abbiano delle preferenze ideologiche; è che sono diventati parte di un circuito in cui la ricerca, la consulenza politica e la comunicazione pubblica finiscono per convergere verso una stessa direzione strategica. In questo senso, l’autore riconosce i think tank non come osservatori esterni del potere, ma purtroppo come moltiplicatori del consenso per determinate linee politiche. Da qui deriva il secondo nucleo dell’argomentazione: la narrativa sulla Russia viene costruita e mantenuta attraverso filtri istituzionali. Diesen sostiene che, soprattutto nelle società occidentali, la rappresentazione di Mosca tende a essere semplificata in chiave di minaccia permanente. Questo non significa che ogni critica alla Russia sia infondata, ma che il quadro complessivo viene sempre reso manicheo: da una parte il campo della sicurezza, della libertà e dell’ordine; dall’altra quello dell’aggressione, della manipolazione e dell’autoritarismo. Il risultato, secondo l’autore, è che il margine per analisi più sfumate si restringe molto. Le interpretazioni che cercano di spiegare le cause strutturali dei conflitti, le dinamiche di sicurezza reciproca o le opportunità diplomatiche rischiano di apparire “deboli” o politicamente inopportune. Quindi vengono rifiutate dai media. Un terzo argomento centrale riguarda la funzione politica della guerra dell’informazione. Diesen afferma che il racconto sulla Russia non serva soltanto a descrivere la realtà, ma anche a rendere più accettabili certe scelte strategiche: sanzioni, aumento della spesa militare, rafforzamento della NATO, ampliamento delle politiche di contenimento. In altre parole, il modo in cui si parla del nemico contribuisce a preparare il terreno per ciò che si farà contro di esso. Questa è una tesi importante perché sposta l’attenzione dal contenuto delle analisi al loro uso politico. Non si tratta soltanto di chiedersi se una specifica affermazione sia vera o falsa, ma anche di osservare come un insieme di affermazioni costruisca un clima psicologico favorevole a una certa agenda. Un altro passaggio rilevante del libro è la critica alla marginalizzazione del dissenso. Diesen sa bene il fatto che, in questo ambiente, le voci che invitano alla prudenza, alla distensione o a riconoscere anche le ragioni di sicurezza dell’altra parte vengono spesso trattate con sospetto. Non necessariamente vengono confutate nel merito; più spesso vengono bollate come ingenue, “utili al nemico”, filorusse o comunque non affidabili (putiniani!). Il punto dell’autore è che questo meccanismo impoverisce il dibattito. Se ogni proposta alternativa viene subito delegittimata, la discussione pubblica perde profondità e si trasforma in una gara di conformità. Il risultato finale è un clima nel quale la complessità viene sacrificata a favore della coesione narrativa e del riarmo. Infine, il libro non parla solo della Russia in senso stretto. Diesen usa questo caso per formulare una critica più ampia alla struttura della produzione di conoscenza in politica estera.  La sua e la nostra preoccupazione è che il sistema degli esperti, dei commentatori e delle istituzioni di ricerca finisca per selezionare non tanto le idee migliori, quanto quelle più compatibili con il consenso dominante. Questo rende il libro interessante anche oltre il tema russo: in filigrana c’è un lavoro di indagine su come si forma l’opinione pubblica nelle democrazie contemporanee e su quanto spazio resti davvero per un dissenso informato, quando sicurezza nazionale, media e apparati di policy tendono a rinforzarsi a vicenda. In sintesi, l’idea guida di Diesen è che il conflitto con la Russia non sia raccontato soltanto come uno scontro geopolitico, ma anche come una battaglia per il controllo del significato (guerra mentale o psicologica).  Chi definisce il quadro interpretativo influenza ciò che il pubblico ritiene possibile, accettabile o inevitabile.  Il libro invita quindi a guardare con attenzione non solo ai fatti, ma anche agli attori che li selezionano, li interpretano e li trasformano in narrativa politica, perché troppo appartengono ad un campo ben definito e manipolatorio. Per non parlare dell’invasione di chatbot sionisti e fascisti sui social per farci credere che sono la maggioranza, mentre non è vero. Ray Man Ray Man
August 10, 2026
Pressenza
Prossimo futuro n. 287 10 – 18 Agosto 2026
Bollettino di informazione della redazione di Pressenza sugli eventi della prossima settimana. Inviare le notizie a redazioneitalia@pressenza.com entro la domenica prima dell’evento. APPUNTAMENTI FISSI Mappa dei presidi, incontri e cortei periodici per la pace https://shorturl.at/pWPkJ Per segnalare il proprio presidio o gruppo: https://forms.gle/vXBn83i8vgY1rgYf8   Disarmiamoci e Re(si)stiamo 13 agosto ore 19:00 S.S. 16 uscita San Donato-Galugnano appena usciti dalla 16 si vede sul promontorio di fronte . Una serata per stare insieme e parlare del nostro futuro di quello che vogliono prepararci i nostri governi. Una serata per constatare qual’è la reale situazione italiana in ambito NATO quali le sue basi sulle quali non abbiamo giurisdizione e che sono i primi obbiettivi di una possibile guerra mondiale. Una serata di RESISTENZA per cambiare paradigma e insegnare alle generazioni future l’Amore per la persona umana e per la libertà. Una serata per dire quello che NON serve alle genti dell’Africa come dell’Oriente . Basta con il COLONIALISMO che prosciuga le risorse e lascia i popoli sgomenti e spesso in fin di vita! Tutto questo lo faremo con autorevoli relatori come, Frà ETTORE da molti anni missionario in Kenya nella bidonville di Deep Sea, nella capitale Nairobi, con autorevoli pedagogisti e insegnanti da sempre impegnati nell’educazione alla PACE e in collegamento remoto con un ospite di eccezione da sempre impegnato per il DISARMO oggi anche nell’educazione nelle scuole, ANTONIO MAZZEO.  A fine serata un piccolo spuntino ci permetterà di dare un contributo economico sia per la missione DEEP SEA che per l’associazione di volontariato Gazzella che opera a GAZA Per maggiori informazioni: https://www.instagram.com/p/Dbu0TVQsgMw/?igsh=a2ZtaGl1ZGtmNWhy Comitato NO NATO – NO RIARMO, DonneperlaPalestina, SalentoinCampo chatwin131166@gmail.com   Un sudario per i bambini di Gaza: fermiamo il genocidio 15 agosto ore 10:00 Faro del porto, Fano (PU) Camminata lungo la spiaggia Lido, Arzilla, fino alla spiaggia dei fiori e ritorno. Portate bandiere della pace e della Palestina. Per maggiori informazioni: Rete per la pace e il disarmo Fano e Pesaro giuliano.bertozzini@gmail.com   Percorso italiano della Peacewalk to Jerusalem Parte il 19 agosto da Vicenza (ore 8,00 Parco della Pace) Il tratto italiano della Peacewalk to Jerusalem La camminata Peacewalk 2026 to Jerusalem è partita da Finisterre il 31 gennaio 2026. Numerosi camminatori partiti oltre che dalla Spagna da Olanda, Belgio, Francia, Polonia, Germania, Svizzera, Slovacchia stanno convergendo verso un unico corteo che si formerà il 10 ottobre a Sarajevo La meta finale è Gerusalemme – Al Quds che si conta di raggiungere nella primavera del 2027 Info:  https://www.pressenza.com/it/2026/08/il-tratto-italia…alk-to-jerusalem/ ‎    CAMPI ESTIVI MIR E MN 2026 IL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE E IL MOVIMENTO NONVIOLENTO DI TORINO ORGANIZZANO OGNI ANNO DEI CAMPI ESTIVI. L’OBIETTIVO È QUELLO DI VIVERE LA NONVIOLENZA. I CAMPI ESTIVI SONO UN’OPPORTUNITÀ PER VIVERE IN MANIERA COMUNITARIA, CONDIVIDENDO IL PROPRIO TEMPO CON ALTRI, CONFRONTANDOSI CON PERSONE DIVERSE, LAVORANDO AL LORO FIANCO E QUINDI AMPLIANDO LA PROPRIA MAPPA MENTALE. Quest’anno sono stati programmati 6 campi su diversi temi legati alla nonviolenza, il ripudio della guerra, gli stili di vita ed altri temi propri del MIR.   16-23 AGOSTO Vigna di Chiusa Pesio (CN) Dal Macro al Micro: la nonviolenza e il ripudio della guerra negli organismi internazionali e nel quotidiano; coordina Silvana Sarchi 26-30 AGOSTO Castello di Albiano d’Ivrea (TO) in direzione ostinata e contraria meglio nudi che in divisa; coordinano Donatella Nespolo, Adriano Arlenghi https://www.miritalia.org/2026/06/11/campi-estivi-2026/ Gruppo di Servizio Campi Estivi MIR e MN Via Garibaldi 13, Torino Tel. 011.532824 mir-mn@serenoregis.org IN CAMMINO PER LA PACE E IL DISARMO 5-7 E 11-12 AGOSTO MONTE SOLE – S.ANNA DI STAZZEMA Mercoledì 5 Agosto MARZABOTTO – POGGIOLO Rifugio Re-esistente Ore 9.30 Ritrovo dei partecipanti presso la stazione FS di Marzabotto, visita al memoriale e partenza. Pranzo al sacco. Cena libera alla carta. Pernottamento in camere multiple, compreso biancheria e prima colazione € 30,00. Distanza 9 km +420 m -128 m Durata 3 ore circa Giovedì 6 Agosto POGGIOLO – S. MARTINO – CAPRARA DI SOPRA – CASAGLIA – MONTE SOLE – CERPIANO e ritorno Ore 9.00 ritrovo dei partecipanti, giornata dedicata al territorio di Monte Sole, incontri con la Comunità di Don Dossetti e con una guida della scuola di Pace di Monte Sole. Pranzo in autonomia al bar/ristorante del Poggiolo. Cena libera alla carta. Pernottamento in camere multiple, compreso biancheria e prima colazione € 30,00. Venerdì 7 Agosto POGGIOLO – MONTE SALVARO – VERGATO Ore 8.00 Ritrovo dei partecipanti Ore 9.00 partenza, a seguire apposizione ufficiale della targa in memoria di Marco Frigerio, pensieri e ricordi. Pranzo al sacco acquistabile al Poggiolo. Ripartenza per FS di Vergato. Distanza 16 km +550 m -700 m Durata 7 ore RIPRESA DEL CAMMINO L’11 AGOSTO A VALDICASTELLO (LU) Martedì 11 agosto VALDICASTELLO – S. ANNA DI STAZZEMA Ore 9.00 Ritrovo dei camminatori davanti alla chiesa di Valdicastello. Ore 9.30 partenza a piedi per S.Anna di Stazzema, col gruppo dei giovani della scuola di Pace tedesca. Ore 12.00 circa arrivo a S.Anna. Pranzo al sacco. Cena al sacco e pernottamento in “ecomostro” su brandine o, in caso di non concessione della struttura, in tenda (necessario sacco a pelo o sacco lenzuolo). Qualora fosse necessario portare la tenda, sarà comunicato in anticipo ai partecipanti. Le valigie potranno essere trasportate in auto da Valdicastello a S.Anna da uno degli organizzatori. Distanza 4 km +575 m Durata 2 ore Martedì 12 Agosto SANT’ANNA DI STAZZEMA Dalla mattinata e durante tutta la commemorazione ufficiale, presidio silenzioso, con cartelli e bandiere della pace. Pranzo: panini al bar di Sant’Anna Obbligatorio sottoscrivere assicurazione per i primi tre giorni del cammino per un totale di € 12,00 Le iscrizioni si riterranno confermate solo dopo il versamento di caparra di € 30,00 per iscrizioni e info scrivere a: incamminoperlapaceeildisarmo@gmail.com   ZEITCAMP 2026 – FUTURI TRIBALI Anche quest’anno siamo riusciti, in “largo” anticipo, a organizzare uno ZeitCamp Per ora possiamo dirvi questo: Feudo, Campobasso dal 10 al 16 agosto Ci sarà la possibilità di partecipare in tenda o camper, immersi nella natura e nello spirito della tribù Costi? Giusto quelli “umani”: cibo (da portare o acquistare insieme in loco) eventuali spostamenti e spese vive varie Se sentite il richiamo della foresta, iniziate a bloccarvi le date in calendario e unitevi alla call Telegram del mercoledì sera È finalmente pronto il modulo di pre-registrazione allo ZeitCamp 2026 – Futuri Tribali! Per maggiori info visita zeitgeistitalia.org/zeitcamp2026    28° Settimana Nazionale del Freire 17 agosto Loc. Contile, Varsi (PR) I partecipanti vengono messi in contatto tra loro, così da poter condividere il viaggio. In caso di difficoltà, verrà attivato un servizio navetta dalla stazione di Fornovo 28a edizione della Settimana Nazionale di Paulo Freire Creare qualcosa che non esiste ancora deve essere l’ambizione di tutti coloro che sono vivi-28 ° Settimana Nazionale del Metodo di liberazione e Coscientizzazione di Paulo Freire Una settimana con il metodo del pedagogista brasiliano Paulo Freire, secondo la rielaborazione e l’adattamento effettuati da Gino Piccio a cura di Anna Zumbo, Gabriel Popham, Irene Romeo, Rocco Paolo Padovano e Simone Deflorian, Contile di Varsi (PR), 17-22 Agosto 2026 Una settimana di formazione non formale con il metodo del pedagogista brasiliano Paulo Freire, secondo la rielaborazione e l’adattamento eseguiti da Gino Piccio. Il metodo di Paulo Freire si colloca nella fase iniziale dei Processi Partecipativi. Mira ad attivare la partecipazione dei cittadini alla risoluzione dei problemi che vivono nel contesto in cui abitano. Nella settimana di sperimentazione i partecipanti sono nel processo (inteso antropologicamente) con se stessi. È una settimana di reale applicazione diretta del metodo pedagogico anche con la gente del borgo. Le giornate sono un continuum tra il lavoro manuale al mattino, la ricerca e l’applicazione del metodo al pomeriggio e gli esercizi alla sera, in cui il gruppo di partecipanti può sviluppare le proprie competenze e abilità per lavorare con la gente facendo anche esperienza di vita comunitaria. Metodologia La metodologia di lavoro valorizza l’esperienza e l’esperienza antropologicamente compresa dei partecipanti e li assume come risorsa per l’apprendimento. Le metodologie attive sono utilizzate per coinvolgere direttamente i presenti. Partecipanti La partecipazione è riservata a persone maggiori di 20 anni che possono rimanere per tutta la durata della settimana. Il contesto è multiculturale. Negli ultimi anni hanno partecipato persone provenienti da tutta Italia, da altri paesi europei e persino dall’America. Date e Luogo: Data: Lunedì 17 agosto (h. 10) – Sabato 22 agosto 2026 (h. 16). Luogo: Contile di Varsi, Parma (Italia). Note organizzative L’evento è limitato.La settimana è autogestita. I costi di consumo (cibo e utenze) sono ripartiti tra i partecipanti. Info email info@studiokappa.it Guarda la pagina informativa Scarica il depliant Iscriviti Per maggiori informazioni: https://www.studiokappa.it/?page_id=1265 StudioKappa info@studiokappa.it   UNIVERSITÀ ESTIVA DI ATTAC 2026 “DOVE VA IL CAPITALISMO, DOVE ANDIAMO NOI” 11-13 settembre New Camping Le Tamerici Via della Cecinella 3 – Cecina Mare (LI) Scarica la Presentazione dell’Università estiva 2026 di Attac Italia Scarica il  Programma dell’Università estiva 2026 di Attac Italia Scarica le informazioni sui costi, prenotazione e logistica dell’Università estiva 2026 Leggi chi sono le relatrici e i relatori dell’Università estiva 2026 di Attac Italia Programma Venerdì 11 settembre 2026 ore 17.00 – 19.00 “Capitalismo, crisi ecoclimatica e guerra” partecipano Raffaele Giammetti (professore associato di Economia politica Università di Cassino e del Lazio Meridionale) Claudia Terra (dottoressa di ricerca in Filosofia politica Università di Trento in cotutela con École Normale Supérieure de Paris)   Sabato 12 settembre 2026 ore 10.30 – 12.30 “Occidente al tramonto, il sole sorge a Pechino?” partecipano Daniela Caterina (professoressa associata presso la Facoltà di Filosofia della Huazhong University of Science and Technology (Wuhan)) Fabrizio Eva (geografo politico) ore 14.30 – 16.30 “Nuove tecnologie e IA: tecnofascismo o liberazione?” partecipano Armanda Cetrulo (ricercatrice in Economia Scuola Superiore S. Anna di Pisa) Mauro Munzi (filosofo e analista delle tecnologie contemporanee) ore 17.00 – 19.00 “Territori per l’estrattivismo o comunità di cura e di trasformazione?” partecipano Sara Pilia (attivista e referente nazionale Arci per i territori e le aree interne) Donatella Gasparro (dottoranda in Scienze Politiche Scuola Normale Superiore di Pisa)   Domenica 13 settembre 2026 ore 10.30 – 13.00 “Cambiare il mondo dal basso” partecipano Marcella Corsi (professoressa di Economia Politica Università La Sapienza Roma) Dario Salvetti (Collettivo di Fabbrica ex-Gkn) Marco Deriu (professore associato di Sociologia Università di Parma) Marco Bersani (filosofo e attivista di Attac Italia)   Redazione Italia
August 10, 2026
Pressenza
Fine della democrazia, lo scrolling infinito verso un nuovo regime
«Guardatevi attorno. Non avete la vaga impressione di vivere un momento di dissociazione collettiva? Vediamo che tutto sta crollando, eppure andiamo avanti come se niente fosse. Questa non è una crisi della democrazia ma lo smottamento verso un nuovo regime. Scrolling infinito, dopamina sotto controllo. Quando dubiterete di voi stessi, ricordatelo: questo secolo non vi impedisce di pensare, vi tiene occupati finché non saprete più come fare. Il XXI secolo non vi governerà, vi programmerà»_   Il codice ha preso il posto della rappresentanza consegnata ad istituzioni che esprimano un volere, una sovranità di una pluralità di individui.  L’individuazione oggi è già in buona misura aldilà della sovranità popolare circoscritta nell’arena di forze (partiti) in un perimetro (parlamento e costituzione). Prendo il passaggio estrapolandolo da un contesto che è distante dai miei convincimenti. Ma bene rende il problema. Nel suo saggio Resistere ai tempi oscuri (Einaudi, 2026 ), Asma Mhalla parla di una «cyberdistopia»: «Ciò che chiamiamo realtà è già un’interfaccia». Secondo questa interpretazione, il punto non è (solo) tecnologico. È politico. Nel Leviatano, Thomas Hobbes immagina il sovrano come un gigante riempito di migliaia di corpi umani minuscoli: il potere del «mostro» nasce da un patto collettivo. Ci raccogliamo nel perimetro di un’entità sovrana cui affidiamo — cedendola — la forza individuale di ciascuno, ricevendone in cambio sicurezza, ordine, protezione. Il frontespizio di quell’opera, data alle stampe nel 1651, raffigura il modello su cui si reggono ancora gli Stati in grado di tutelarci dall’autodistruzione. Il sistema funziona finché quello Stato detiene il monopolio della forza — e il controllo della struttura. Quando un’altra potenza comparabile entra in campo, il patto vacilla. Le BigTech rappresenterebbero quella «potenza comparabile». Non competono con gli Stati sul piano dello scontro diretto geopolitico. Competono sul terreno delle infrastrutture cognitive e spostano le grandi decisioni «fuori» dalla sfera democratica. Non è una novità assoluta, ed è stato questo il lascito del materialismo storico ad una critica dell’ideologia sopravvissuta al crollo del muro. Fin qui però si era ancora creduto di poter in qualche modo addomesticare la bestia. Mentre oggi non lo sostiene più nessuno. Nessuno che conti qualcosa. Prendo a riprova di ciò un passo di un editoriale del Corsera: > L’Europa ha sì (e con merito) cercato di sviluppare un quadro normativo > articolato che contenga il potere delle BigTech. Non ha però costruito una > forza industriale minimamente paragonabile a quella americana o cinese. Le > buone regole hanno senso, ma le regole da sole non penetrano nei rapporti di > potere. Mario Draghi lo aveva scritto due anni fa: senza un salto di scala negli investimenti in tecnologia, energia, difesa, l’Europa non potrà competere e si destinerà a divenire un mercato di consumo per le potenze che «producono» futuro. Il suo rapporto, presentato il 9 settembre 2024, è rimasto lì. Quante delle raccomandazioni sono state realizzate appieno? Sessanta su 383, pari al 15,7%; erano il 15% a inizio 2026. La percentuale misura il ritardo. E il ritardo, in questa fase, non è un dato tecnico. È un rischio, appunto, politico. C’è qualcosa che le democrazie custodiscono: la capacità di nominare i problemi. Di metterli sul tavolo. Di costruire attorno a quel tavolo un consenso che vuole rispondere — lentamente, conflittualmente — alla realtà dei cittadini, oltre le interfacce.In un’epoca in cui la prima forma di resistenza è sforzarsi di vedere, o di ascoltare, non è poco. Certo, adesso dovremmo immaginare la nostra di accelerazione. Accelerazione, realtà aumentata, algoritmi… del vecchio Hobbes resta una citazione che è una forzatura: > L’inferno è la verità vista troppo tardi. Michele Ambrogio
August 10, 2026
Pressenza
Messina, non c’è posto per i devastatori in riva allo stretto
Siamo scese ancora una volta in piazza. Lo abbiamo fatto ancora una volta in migliaia. Non ci interessano i balletti dei numeri. Siamo in tante e tanti. Siamo siciliane e calabresi, ma con noi ci sono anche tante solidali, persone che nel loro territorio si battono contro altre devastazioni, persone che noi supporteremo andando a nostra volta nel loro territorio per dare loro maggiore forza. In tutti questi anni di mobilitazione abbiamo dovuto superare tanti ostacoli. Dalla parte dei devastatori c’erano i soldi e il potere. Dalla nostra solo la generosità e i nostri corpi. Nonostante questo, possiamo dire di avere vinto. Oggi l’opinione no ponte è largamente maggioritaria nei nostri territori. Lo dimostra questa piazza, lo dimostra il fatto che di piazze sì ponte di queste dimensioni non ce ne sono mai state. La verità è che mentre negli anni si è formato un popolo no ponte, non si può dire il contrario. Non esiste un popolo Sì ponte. In questi anni di mobilitazione si sono succedute tante generazioni e ogni volta si sono trasmesse il testimone della solidarietà e della difesa della nostra terra. Questo avviene perché la generosità e l’amore per il proprio territorio sono più forti della brama di profitto. E’ per questo che tutte le loro narrazioni, tutti i loro discorsi, si sono sbriciolati. Avevamo ragione noi. Su tutto. Nel corso degli anni ci siamo interrogate. Abbiamo studiato il progetto. Abbiamo prodotto enormi quantità di riflessioni, analisi, controdeduzioni. Alla fine di tutto questo abbiamo capito che non hanno un piano che non sia quello di continuare a portare avanti l’iter e guadagnarci sopra. Non lo sanno se il ponte si può fare. Non lo sanno se starebbe in piedi. Non hanno un piano finanziario. Sanno solo che più questa storia dura e meglio è per loro perché di più ci guadagneranno. Noi sappiamo che tutto questo gravita intorno alla società concessionaria Stretto di Messina Spa, una società per la cui governance sono stati abbattuti i tetti dei compensi, una società che ogni anno consuma ingenti risorse senza arricchire di nulla la comunità. Una società che, colpevolmente, i governi che si sono succeduti dal 2013 non hanno messo in liquidazione nonostante la Corte dei conti avesse chiesto ripetutamente di farlo. In tutto questo il territorio rimane appeso a un’opera che continuerà a generare profitti per pochi, anche qualora non dovesse essere costruita. Le persone più giovani – noi giovani – ce ne andiamo. Chi vive nelle zone interessate dai cantieri sta col fiato sospeso. La nostra stessa economia rimane appesa ad un fantasma. Tutta l’area dello Stretto si sente sotto la minaccia di cantieri che potrebbero durare 10, 20 o 30 anni, rendendo invivibile la nostra quotidianità. Noi sappiamo che questa non è una casualità. Noi sappiamo che questo è un metodo. Noi sappiamo che questa è la logica delle grandi opere, dell’occupazione militare delle nostre terre, dei grandi eventi, delle emergenze. Estrarre profitti dal territorio, è solo a questo che sono interessati. E noi, invece, vorremmo vivere in pace, prenderci cura dei luoghi che abitiamo, avere la possibilità di restare, potere decidere del futuro della nostra vita. Noi siamo tante e tanti. Abbiamo dalla nostra parte la natura, i nostri corpi e il desiderio di un futuro più appagante. A loro rimangono solo il potere e i soldi. Per questo li sconfiggiamo. Ed è per questo che, nel ringraziare tutte e tutti coloro che sono state in piazza oggi e tutte e tutti coloro che lo hanno fatto in tutti questi anni di lotte, nel ringraziare le nostre sorellr e i nostri fratelli che sono venute da fuori a portare le loro lotte in questa piazza, noi decretiamo, dal basso, la chiusura della Stretto di Messina Spa. Redazione Sicilia
August 9, 2026
Pressenza
Quell’incontro con Guccini quando avevo 17 anni
Maestro Francesco Guccini, ricordo che a 17 anni, quando ero studentessa di liceo classico, sono venuta a trovarti in via Paolo Fabbri 43 a Bologna, perché insieme abbiamo organizzato la presentazione di un tuo libro. E ci ha fatto incontrare il mitico preside Antonio Silva, allora presidente del Club Tenco. Così ti voglio ricordare. Grazie e un bell’abbraccio. Laura Ero allora una giovane studentessa, quando, con il liceo che frequentavo e l’ITIS di Desio (Monza e Brianza), tramite il Club Tenco e lo storico presentatore del Premio, dedicato appunto a Luigi Tenco – che si svolge annualmente presso il teatro Ariston di Sanremo – il Preside Antonio Silva, abbiamo organizzato un importante evento con il Maestro Francesco Guccini. In quell’occasione Guccini ha regalato un’esclusiva e davvero molto preziosa e apprezzata anteprima, riservata a noi ragazzi, del suo allora, ultimo libro, ancora in via di produzione, dal titolo Vacca d’un Cane – correva l’anno 1992 – in cui raccontava dei luoghi del dopoguerra che gli sono rimasti nel cuore. All’interno del libro, edito, successivamente, nel 1993, il musico diviene scrittore e descrive le difficoltà di un itinerario praticato attraverso il disastro postbellico, a cui si aggiunge la ritrosia di Francesco, bambino di soli cinque anni, a seguire i genitori, lasciando il famigliare e sicuro nido di Pàvana per un incerto e imprevedibile inurbamento, come lui ama ricordare nella canzone Piccola Città: “cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria: io, la montagna nel cuore, scoprivo l’odore del dopoguerra”. Insomma quando il nostro Guccini canta, con felice sintesi, di questa “piccola città, bastardo posto”, traduce la memoria storica degli eventi ed esplicita un suo malessere personale, un disagio esistenziale, che non si discosta molto dalla realtà sociale di quegli anni. In un quartiere di Modena situato tra “la Via Emilia e il West”, Guccini comincia a conoscere i suoi compagni di avventura musicale e non solo, con i quali si esibisce in modi e ambiti al limite dell’informalità e della trasgressione, in bar, osterie, circoli culturali, carceri, fabbriche occupate o dismesse, teatri e teatrini, prima di approdare alle dimensioni degli stadi e dei palasport. Fino alla sua prima maturità, Guccini si è sempre esibito con modalità artigianali, vicine alla tradizione del cantastorie più che del cantautore, affrontando i sentieri delle osterie, dei cabaret, dell’affabulazione fulminante e coinvolgente, dell’esibizione schietta, essenziale e immediata che denuncia la precarietà dell’esistere, caratterizzata dal sottile spleen di baudelairiana memoria, da una velata malinconia e al contempo agguerrita passione di denuncia sociale. Tutta questa narrazione è raccolta nel nostro libro dal titolo Francesco Guccini in concerto, in cui Giunti Editore vuole rendere un altro omaggio al Maestro, avvalendosi dell’impegno di due straordinari ricercatori e collezionisti, Claudio Sassi e Odoardo Semellini, che hanno raccolto e riesumato una notevole e impressionante quantità di materiali inediti, dal profondo degli archivi, da cui hanno estrapolato manifesti, memorabilia, locandine, ritagli di giornale, interviste e biografie. Alle testimonianze, raccolte appositamente per questo volume, si sono aggiunti i racconti e le memorie dei tanti musicisti che hanno accompagnato il Cantautore nel tempo, da Flaco Biondini a Ellade Bandini, fino alle performance con il Club Tenco e ai duetti con Vecchioni, la Nannini, Ligabue, tramite approfondimenti collegati alla sua attività in studio e alla vita quotidiana, negli anni delle leggendarie notti all’Osteria delle Dame a Bologna e nel paesaggio pittoresco dell’Appennino Tosco Emiliano, intriso del clima triste e dimesso del dopoguerra, che, invece, è diventato, col tempo, una dimensione mitologica e poi storica della prima canzone d’Autore nel nostro Paese. Tutto questo nella straordinaria e sconosciuta trama esistenziale, intrisa di dialoghi, incontri, rapporti, progetti, in seguito a date, eventi, occasioni di un Cantautore che, negli anni, ha saputo intrattenere il suo pubblico, creando un legame empatico, caldo, coinvolgente, raccontato in questo nostro libro biografico che si è trasformato, man mano che veniva composto e prendeva forma, nel racconto pittoresco e avvincente di uno dei personaggi più impegnati e contestatori della canzone italiana, schierato per i significati ultimi della giustizia sociale, dell’uguaglianza dei diritti tra tutti gli esseri umani, con imprescindibile e costante coerenza, attraverso le doti artistiche più alte della semplicità, dell’immediatezza, dell’umanità, dell’impegno sociale, dell’amore per la musica e per il pubblico in un connubio armonioso, nel crescendo entusiastico dei concerti, senza eccessi maldestri di protagonismo, ma sempre al limite del goliardico, nel gusto della trasgressione sagace, nella ricerca dell’ironia, attraverso il piacere della compagnia, dell’avventura, alla luce della sapiente e vissuta sperimentazione artistica e musicale. A proposito del libro di Odoardo Semellini e Brunetto Salvarani “Di questa cosa che chiami vita”, Il Margine edizioni   In questa opera, un grande amore degli Autori per la loro stupenda terra, nella sua semplicità. La Grande Madre dai portici possenti e imponenti come braccia contadine a cullare tutti i “piccoli” nati dalla Fertile Terra Emiliana. Un ringraziamento profondo per quanto hanno ricevuto dalla vita, per l’ambiente nel quale sono cresciuti e per le opportunità offerte. Gli Autori, Brunetto Salvarani e Odoardo Semellini, amano parlare del proprio conterraneo Francesco Guccini perché ne apprezzano le qualità artistiche nell’insieme e l’onestà intellettuale nei confronti di altri cantautori, autori, scrittori e poeti, dai quali attinge spesso anche tutto ciò che ispirano con schiettezza e simpatica ironia. Trattare di Francesco Guccini potrebbe sembrare semplice, se non riduttivo agli occhi di chi lo conosce solo come cantautore. Iniziando la lettura di questo godibilissimo libro “sul Nostro amato conterraneo” i due sensibili Autori hanno quasi scoperto il notevole sapere di cui è permeato l’artista, non solo per la cultura varia e complessa, ma anche per la capacità di porla a servizio della propria arte compositoria, al fine di elargirla al suo amato e appassionato pubblico. Si ringraziano i due Autori per questa vasta e ricca panoramica sul Guccini che tutti accogliamo prevalentemente e sovente come cantautore con la chitarra a tracolla e l’aspetto dolce e burbero, quale personaggio artistico caratterizzato dalla peculiare e attenta ricerca di un sapere dotto, ma semplice e di tanta sensibilità. L’artista dimostra un’encomiabile considerazione che attribuisce e accorda agli amici, particolarmente quelli incontrati, conosciuti e vissuti all’ombra delle “osterie di fuori porta” e dei portici della bella e opulenta Bologna, grande madre, “donna emiliana di zigomo forte, capace d’amore e di morte”. E’ il suo vivere in quel mondo di notte, procrastinando una lunghissima età giovanile, “con Sartre che pontificava e Baudelaire” che cantava tra l’assenzio, un’esistenza, all’insegna dello spleen, dalla quale si impara tanto e tanto si rende. L’amore di amici “tanti quanti i denti in bocca a certi vecchi” ha determinato un sentito apprezzamento per la convivialità. Di amici ne ha avuti tanti di cui rimpiange la dipartita e che gli fanno vivere quel senso di solitudine avvertibile solo ora, quando l’età lo costringe a far di conto. Spera comunque che qualcosa di loro permanga in quelli futuri. Sicuramente di Guccini rimane e rimarrà anche l’ammirazione infinita per la costante coerenza con ciò che dice e pensa, che accompagnerà altre generazioni di giovani e artisti che dalla sua produzione potranno attingere l’amore, la solidarietà, l’ironia. (Laura Tussi in collaborazione con il suo papà Giulio)   Laura Tussi
August 8, 2026
Pressenza
Polizia senza legittimazione e crescita della devianza
L’anno in corso passerà alla storia per l’acutizzarsi delle criticità del rapporto tra polizia e cittadini. Dal caso di Rogoredo, col tentativo di manipolare le prove, alla morte di Abderrahim Fakir a Bologna in seguito all’intervento delle forze dell’ordine, le cronache si riempiono di episodi tragici, che mettono in dubbio la credibilità delle forze dell’ordine sotto il profilo della tutela della legislazione e degli istituti dello Stato di diritto. Altri episodi, come l’uso dei lacrimogeni ad altezza uomo, che a Bologna, il 2 ottobre 2025, ha comportato la perdita dell’uso di un occhio per un’attivista pro Pal, mentre a febbraio, al Pilastro, nel corso delle manifestazioni “Mubasta”, solo per caso la tragedia è stata evitata, hanno portato a interrogarsi sull’operato delle forze dell’ordine_  Da molte parti si insiste sulla necessità di istituire protocolli e formazione adeguata per evitare queste degenerazioni. Dall’altro lato, i disordini avvenuti nei giorni scorsi a Bologna in occasione della manifestazione per Fakir, e in Val di Susa durante gli scontri tra No Tav e polizia, fanno affermare, al Governo e ai fautori di legge e ordine, che siamo di fronte a una nuova ondata di radicalizzazione violenta. Una tendenza che si accompagna all’aumento quantitativo e qualitativo di minacce all’ordine pubblico, proveniente sia dai movimenti che da migranti, rom e “maranza”, e renderebbe necessario un ulteriore giro di vite in senso repressivo. Alla luce delle tendenze in atto, si rende necessario compiere uno sforzo di lucidità, per analizzare le dinamiche della conflittualità e del divario sempre più ampio tra pubblico e forze dell’ordine nella sua complessità. All’interno della cornice neo-liberista, fondata sulla logica binaria tra inclusione ed esclusione, che mira al contenimento delle forze individuali e sociali che eccedono il discorso della competizione, la polizia, come principale interfaccia tra lo Stato e la società, svolge un ruolo fondamentale. Che, dall’altro lato, non può non tenere conto delle limitazioni vigenti a partire dalla Costituzione e dagli organi dello Stato di diritto. Una contraddizione acuta, che può essere meglio compresa facendo leva su tre strumenti concettuali. Il primo è quello dell’amplificazione della devianza, sviluppato da Stanley Cohen (1971). Il secondo aspetto, è quello della cultura della polizia, così come articolato da Robert Reiner (1985). Questi due ambiti, si tengono insieme attraverso la crisi di legittimità di cui parlava, nel 1977, Jurgen Habermas. Attraverso queste tre categorie concettuali, possiamo capire meglio la crisi del rapporto tra pubblico e polizia, e provare a delineare delle vie d’uscita. Partendo dal primo aspetto, Cohen proponeva una lettura transazionale del rapporto tra forze dell’ordine, come parte degli apparati di potere, e gruppi sociali marginali. Da una parte, l’etichettamento, la stigmatizzazione, la repressione di specifici individui gruppi sociali, comporta la loro marginalizzazione rispetto alla società ufficiale. Dall’altra parte, chi è oggetto di questo tipo di approccio, non subisce passivamente, ma agisce in modo conseguente. Sia alimentando e giustificando il proprio risentimento verso le forze dell’ordine e gli apparati statali, sia esprimendolo attraverso la messa in atto di comportamenti oppositivi, che, talvolta, possono sfociare in palesi violazioni della legge o in atteggiamenti minacciosi. Di solito, notava Cohen, basta un evento critico, alimentato dal panico morale e dai pregiudizi, per scatenare una repressione insensata e giustificare provvedimenti più drastici, che risultano in un’ulteriore marginalizzazione. Il sociologo-anglo sudafricano elaborò questo schema nel 1971, per analizzare la repressione di Mods and Rockers da parte della polizia inglese negli anni sessanta. Eppure sembra perfettamente aderente al contesto italiano odierno. Alle proteste politiche, al diffuso malessere sociale, alle rivendicazioni emancipative mosse dai migranti, si risponde coi decreti sicurezza, con la militarizzazione del territorio, con le zone rosse, con le tenute anti-sommossa. A cui si sommano gli episodi tragici sopraccitati. Da un contesto del genere, che altresì rifiuta a bella posta ogni possibilità di negoziazione e mediazione, ci sono forti probabilità che scaturiscano derive distruttive. All’interno della cornice della stigmatizzazione, accentuata dal neoliberismo contemporaneo, si pone però l’elemento soggettivo della cultura della polizia, ovvero del modo in cui le forze dell’ordine danno senso al loro operato. Reiner parlava di machismo, isolamento, cinismo, mission, conservatorismo politico nell’individuazione delle categorie che strutturavano le pratiche di polizia. In Italia esiste una variabile ulteriormente qualificante. Nel nostro paese ha preso piede, sin dall’Unità, il modello continentale di polizia. Ovvero l’idea, sviluppata da Napoleone III in Francia e da Bismarck in Germania, che le forze dell’ordine siano investite, in quanto articolazione dello Stato, di compiti di natura etica, orientati a scremare i comportamenti ammissibili da quelli deprecabili in un’ottica di educazione dei cittadini al rispetto delle regole, ispirato da una concezione che guarda con diffidenza le aggregazioni e la circolazione spontanea. È proprio questa concezione a ispirare l’esecutivo attuale, quando la premier proclama che criticare i poliziotti è pericoloso. Soprattutto, è una prospettiva che, tra le nostre forze di polizia, attinge a un humus storico di lunga durata. Che si snoda dai primi anni di vita dello Stato-Nazione attraverso il fascismo, il dopoguerra, Genova e arriva ai giorni nostri. Le lotte per la smilitarizzazione della polizia, l’apertura verso la società degli anni Settanta, avevano posto, in qualche modo, un argine a questa caratteristica. Ma, esauritesi le spinte innovatrici che le avevano generate e favorite, si è tornati al vecchio modello. È difficile parlare di formazione dei poliziotti; la legge contro la tortura, nel 2017, è stata approvata a fatica; non sé potuta insediare una commissione di inchiesta sui fatti di Genova del luglio 2001, anche per la forte resistenza interna alle forze dell’ordine. Che si è saldata sia con le forze politiche che fanno di legge ed ordine la loro cifra, sia con chi, dall’altro lato dello spettro politico, declina l’idea della legalità in senso repressivo. La concezione etica dell’operato delle forze di polizia continua a predominare sia all’interno che all’esterno, pregiudicando ogni possibilità verso una riflessione che produca modelli alternativi di governo dell’ordine pubblico. Ogni discorso innovativo, riformatore, riesce difficile nel contesto socio-politico attuale. La sfera politica non riesce più, o non vuole più, intercettare, filtrare e canalizzare le domande provenienti dal basso. I tagli alla spesa pubblica, speculari all’individualismo e alla privatizzazione neoliberale, non lo consentono. Anche in conseguenza della pressione esercitata da attori esterni, privi di consenso politico. La povertà, il malessere, il disagio sociale, si diffondono, comportando una crescente alienazione della fiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche. L’inquietudine si declina in due modi: uno è quello di produrre e attuare discorsi e pratiche oppositive che oggi, a differenza di quanto avveniva fino a pochi anni fa, non sono più filtrare da elaborazioni collettive. Ne consegue una rabbia sociale tanto immediata quanto, a volte, politicamente immatura, dannosa a lungo termine. Che finisce, in parte, per alimentare l’altra forma di inquietudine, ovvero il securitarismo, laddove il diritto alla sicurezza diventa un surrogato della sicurezza dei diritti. Per uno Stato sempre più delegittimato, svuotato delle sue prerogative, il ricorso a politiche repressive muscolari rappresenta l’unica forma rimasta per costruire e riprodurre consenso. Da qui la fortuna della destra in Europa e negli Usa. Che però si concreta nella creazione di un cortocircuito tra rabbia sociale e repressione che deborda nella restrizione delle libertà civili e politiche, oltre che nel rifiuto di progettare e attuare politiche sociali diverse. Viviamo in tempi grevi, avrebbe detto Leonardo Sciascia. Per questo è necessario non perdere la calma e ripartire dalle certezze che abbiamo. Poche ma buone e solide. Come la nostra Costituzione e l’accento che pone sui diritti. *PROFESSORE ASSOCIATO IN SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA PRESSO L’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FIRENZE Redazione Italia
August 7, 2026
Pressenza
Transizione ecologica. Il pesante “prezzo invisibile” del gas: perché paghiamo cara l’elettricità del sole
  ► Negli ultimi quindici anni il costo industriale dell’energia solare ed eolica è diminuito in misura straordinaria. In molti contesti, produrre elettricità con il sole e il vento è ormai più conveniente che generarla bruciando carbone o gas naturale. Eppure, questa trasformazione tecnologica non si riflette pienamente nelle bollette. Anche quando una parte crescente dell’elettricità proviene da fonti rinnovabili, il prezzo continua spesso a seguire le oscillazioni del gas. Non si tratta di un errore contabile. È l’effetto di un’architettura di mercato progettata negli anni Novanta, quando il sistema elettrico europeo era dominato dalle centrali termoelettriche e le rinnovabili occupavano una posizione marginale. Oggi quella stessa regola opera in un ambiente tecnologico, economico e geopolitico profondamente diverso. Il problema non riguarda soltanto l’efficienza del mercato: investe la distribuzione della ricchezza, la povertà energetica, la competitività industriale e la qualità democratica della transizione ecologica. UNA REGOLA COSTRUITA PER IL NOVECENTO Il mercato elettrico europeo si basa prevalentemente sul marginal pricing, detto anche sistema pay-as-clear. Per ogni fascia oraria, gli impianti vengono chiamati a produrre secondo un ordine crescente dei rispettivi costi marginali: prima le fonti meno costose, poi quelle progressivamente più care, fino a soddisfare l’intera domanda. Il prezzo riconosciuto a tutti i produttori è però quello richiesto dall’ultimo impianto necessario a coprire il fabbisogno. Nel sistema termoelettrico del secolo scorso questa regola aveva una sua razionalità. Centrali alimentate con combustibili diversi presentavano costi marginali relativamente comparabili; un prezzo uniforme incentivava l’efficienza e favoriva l’impiego degli impianti meno costosi. Con la diffusione delle rinnovabili, la struttura dei costi è radicalmente cambiata. Sole e vento non richiedono l’acquisto quotidiano di combustibile e presentano costi marginali prossimi allo zero. Tuttavia, nelle ore in cui una centrale a gas è necessaria per soddisfare l’ultima quota di domanda, il suo costo determina il prezzo di tutta l’elettricità scambiata. Anche quella prodotta da impianti fotovoltaici ed eolici già ammortizzati. Un impianto solare che genera elettricità a un costo indicativo di 20-40 euro per megawattora può così ricevere un prezzo di 100 o 150 euro, perché nello stesso momento una centrale a gas è entrata nel mercato come unità marginale. Questa differenza produce una rendita infra-marginale: un guadagno che non deriva da maggiore innovazione o produttività, ma dalla posizione occupata all’interno del meccanismo di formazione del prezzo. Ciò non significa che ogni ricavo superiore al costo marginale sia illegittimo: gli investimenti devono remunerare capitale, manutenzione e rischio. Il problema nasce quando il prezzo del gas trasferisce automaticamente la propria volatilità all’intero sistema, indipendentemente dai costi effettivi delle altre tecnologie. Esiste anche un effetto opposto. Nelle ore di abbondante produzione solare o eolica, il prezzo può diminuire drasticamente, riducendo proprio i ricavi delle rinnovabili. È il cosiddetto “effetto cannibalizzazione”: più cresce la generazione rinnovabile, più diminuisce il suo valore di mercato nelle ore in cui essa si concentra. Per questo la transizione richiede contratti di lungo periodo, accumuli e una riforma complessiva del mercato, non una semplice sostituzione degli impianti. LA LEZIONE DELLA PENISOLA IBERICA La crisi energetica del 2022 ha reso visibile questa distorsione. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’impennata del gas ha trascinato verso l’alto i prezzi dell’elettricità europea, sebbene i costi di produzione di sole, vento, acqua e nucleare non fossero aumentati nella stessa misura. Spagna e Portogallo ottennero allora dalla Commissione europea una deroga temporanea: il “meccanismo iberico”, che introduceva un tetto al prezzo del gas utilizzato per formare il prezzo elettrico. Le centrali termoelettriche ricevevano una compensazione, contabilizzata separatamente e in modo trasparente. Le valutazioni disponibili indicano che, durante l’applicazione del meccanismo, i prezzi all’ingrosso iberici furono sensibilmente inferiori a quelli che si sarebbero presumibilmente determinati senza l’intervento. Le stime variano in base ai periodi e alle metodologie adottate: non è quindi corretto presentare un’unica percentuale come risultato definitivo. L’esperienza dimostra però che la trasmissione del prezzo del gas all’elettricità può essere attenuata senza interrompere il funzionamento del mercato. Nel 2024 l’Unione europea ha approvato una riforma che promuove i contratti per differenza a due vie per i nuovi impianti sostenuti con risorse pubbliche. Questi contratti garantiscono al produttore un prezzo stabile: se il mercato scende sotto la soglia concordata, interviene il sistema pubblico; se sale oltre quella soglia, il produttore restituisce la differenza. È un passo importante, perché riduce il rischio finanziario e limita le rendite eccessive. Ma la riforma lascia sostanzialmente intatto il mercato del giorno prima e riguarda soprattutto i nuovi investimenti. Si delinea così un sistema a doppio regime: una parte della produzione regolata da contratti stabili e un’altra ancora esposta alla vecchia logica marginalista. L’ITALIA NELLA TRAPPOLA DEL GAS L’Italia è particolarmente vulnerabile perché ha costruito una parte rilevante del proprio sistema elettrico intorno al gas naturale, Eni docet et imperium. Questa configurazione è il risultato di decisioni industriali e infrastrutturali assunte tra gli anni Novanta e Duemila, quando il metano veniva presentato come combustibile di transizione rispetto a carbone e petrolio. La dipendenza dal gas non è soltanto una caratteristica tecnica del mix energetico: è un vincolo economico e geopolitico. Un paese importatore trasferisce nelle proprie bollette l’instabilità dei mercati internazionali, le tensioni militari, le decisioni dei paesi produttori e i costi delle infrastrutture di approvvigionamento. I dati Arera relativi al 2025 segnalano che i prezzi finali italiani restano superiori alla media dell’area euro, soprattutto nella componente energia. Per le famiglie il divario indicato è del 13%; per i consumatori non domestici risulta ancora maggiore. Non tutto questo differenziale può essere attribuito al solo marginal pricing: incidono anche contratti commerciali, strategie degli operatori e struttura della domanda. Il dato rimane però coerente con la particolare esposizione italiana al gas. La questione diventa sociale quando si osserva la geografia della povertà energetica. Oltre due milioni di famiglie incontrano difficoltà nell’accedere a servizi energetici adeguati. Il fenomeno assume maggiore intensità nel Mezzogiorno, dove bassi redditi, precarietà occupazionale e inefficienza degli edifici si sovrappongono. La bolletta non è quindi soltanto un prezzo: è un dispositivo che può amplificare disuguaglianze economiche e territoriali già esistenti. Anche le imprese, soprattutto quelle piccole e quelle appartenenti ai settori energivori, subiscono un deterioramento della competitività. Il costo dell’energia agisce come una variabile strutturale che redistribuisce opportunità tra paesi, territori e sistemi produttivi. DALLA RIFORMA DEL PREZZO ALLA DEMOCRAZIA ENERGETICA Disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas è necessario, ma non basta. Una riforma isolata potrebbe ridurre alcune rendite senza risolvere i problemi fisici e sociali del sistema. Occorre accelerare le rinnovabili attraverso una pianificazione territoriale trasparente, senza trasformare la semplificazione autorizzativa in deregolazione ambientale. Servono reti intelligenti, accumuli, interconnessioni europee e investimenti industriali nella produzione di pannelli, turbine e batterie. Le comunità energetiche devono essere accessibili anche alle famiglie prive del capitale necessario per installare un impianto. La protezione dei consumatori vulnerabili deve inoltre superare la logica emergenziale dei bonus e diventare una politica strutturale di riqualificazione degli edifici e garanzia dei servizi essenziali. La transizione energetica è, in definitiva, una trasformazione dei rapporti sociali. Riguarda chi possiede gli impianti, chi controlla le reti, chi partecipa alle decisioni territoriali e chi beneficia delle rendite prodotte dal cambiamento tecnologico. È qui che la questione del prezzo incontra quella della democrazia energetica. Continuare a pagare l’elettricità del sole al prezzo del gas significa lasciare che un’infrastruttura istituzionale del Novecento governi la transizione ecologica del XXI secolo. Cambiare quella regola non risolverà ogni problema, ma renderà finalmente visibile ciò che oggi la bolletta nasconde: l’energia non è soltanto una merce. È un bene essenziale, un fattore di cittadinanza e uno dei principali terreni sui quali si decide la distribuzione futura del potere economico. Aurelio Angelini
August 7, 2026
Pressenza
“La libertà è solo un sogno per noi”. Una mostra di grande impatto a Belgrado
Il Museo della Jugoslavia, uno dei luoghi della cultura più importanti della città di Belgrado e non solo, ha promosso l’allestimento di una mostra di grande interesse storico-culturale e forse ancor di più politico-culturale, destinata a lasciare il segno per la grande quantità di problemi e interrogativi che il materiale documentario esposto, e soprattutto le modalità dell’esposizione e le caratteristiche dell’allestimento, finiscono per sollevare. La mostra, dal titolo “La libertà è solo un sogno per noi. Sull’internamento, la sofferenza e gli atti di resistenza”, si propone di mettere in risalto il significato dal punto di vista personale, sociale e in definitiva storico, dei manufatti creati nei campi di concentramento, tra cui disegni e dipinti, nonché opere del dopoguerra, realizzate nel lungo corso della stagione storica della Jugoslavia socialista, la “seconda Jugoslavia”, tra il 1945 e il 1991. Le opere hanno come tema specifico i lager nazisti e sviluppano, come tema generale, quello dell’occupazione e dell’oppressione, della tirannide fascista e nazista, vero e proprio “male del secolo”, e quindi degli atti di resistenza e della lotta di liberazione che pure ha registrato, attraverso la poesia, la letteratura, l’arte e le espressioni culturali in generale, alcuni dei suoi momenti più significativi. La mostra è impostata in un senso che va oggi decisamente per la maggiore: le cosiddette, come l’allestimento stesso evidenzia, «tracce microstoriche», vale a dire tracce materiali, storiche e biografiche direttamente legate alle esperienze individuali delle singole persone, delle persone comuni. L’accento viene così spostato dalle rappresentazioni “macrostoriche” dei campi (le caratteristiche del regime nazista, il progetto dello sterminio e della liquidazione degli ebrei d’Europa, la lotta di liberazione, insomma la “grande” storia) agli oggetti “microstorici” che mediano la vita quotidiana degli internati e custodiscono le tracce materiali delle loro esperienze personali. Gli oggetti in esposizione, dai documenti personali fino a vere e proprie opere d’arte, tra cui anche alcuni capolavori assoluti, sono veicoli di memoria e vettori materiali di biografie interrotte. La forza di mostre di questo tipo e di questa in particolare, consiste proprio in questa dimensione: offre uno spaccato diverso, apparentemente minuto, in realtà assai problematico, della vicenda personale inserita in un quadro storico più generale e composito e ha bisogno di un sostanzioso lavoro di decodifica. Impegna infatti l’osservatore non tanto nella decifrazione del documento in sé, quanto soprattutto dell’inserimento appropriato del contenuto specifico nel suo contesto storico e della ricostruzione di un messaggio complessivo coerente, capace di portare alla luce la trama di senso che attraverso la ricostruzione documentaria viene presentata in maniera apparentemente minuta e frammentaria. Superare cioè il frammento e il particolare e inserirlo in un quadro storico e politico generale “di senso”. È significativo che la mostra abbia un’articolazione per sezioni (le diverse tipologie di campo e di esperienza di internamento) che si rivela in realtà del tutto effimera e sostanzialmente fittizia, servendo in pratica solo da introduzione esplicativa ai contenuti artistici in esposizione. La prima sezione offre una panoramica del lager. I primi furono istituiti già nel 1933 e appena tre anni dopo i nazisti introdussero una classificazione dei campi dividendoli in campi di lavoro, campi di lavoro con condizioni di vita e di lavoro più dure e campi di sterminio; oggi i campi sono studiati secondo ulteriori classificazioni come campi di raccolta o di transito, campi per prigionieri di guerra, campi di concentramento o di sterminio. Sotto il Terzo Reich, esisteva un totale di oltre 20 mila campi di concentramento, secondo i dati della USC Shoah Foundation e dello United States Holocaust Memorial Museum, un vero e proprio dominio di violenza, brutalità e disumanità. In questa prima sezione è ospitata anche una sottosezione legata a uno degli episodi di ribellione e di eroismo più clamorosi, il tentativo di fuga, il 12 febbraio 1942, dal campo di concentramento di Crveni Krst a Niš, nel sud della Serbia, campo in cui furono internate oltre 30 mila persone, di cui oltre 10 mila sterminate a Bubanj, che ricorda la vicenda con il complesso memoriale di Bubanj, uno dei parchi memoriali della lotta di resistenza e di liberazione più iconici e grandiosi. Il filo che lega l’esperienza della guerra e la vicenda del dopoguerra è infatti ampiamente ricostruito negli spazi della mostra ed è un filo tutto giocato sull’ambivalenza della “ricostruzione della memoria”: si tratta di una celebrazione memoriale delle vittime o degli eroi? Da un lato, le vittime, attraverso la cui sofferenza si manifestano la disumanità e la ferocia del regime più spaventoso e delle pagine più buie che la storia d’Europa (e non solo d’Europa) abbia mai conosciuto. Dall’altro, gli eroi, il coraggio e la determinazione di chi si è opposto, di chi ha resistito, di chi ha combattuto, del movimento di resistenza e di liberazione, che sulla sconfitta del fascismo ha costruito una nuova speranza di libertà, giustizia e pace. Non è un caso che, poco distante dal Museo della Jugoslavia, sorga il monumento iconico denominato “Chiamata alla sollevazione”, capolavoro di Vojin Bakić del 1946, nello stile tipico dell’arte partigiana. Sbaglieremmo, del resto, a pensare che tutto ciò riguardi solo un passato remoto. La seconda sezione della mostra ospita due capolavori assoluti di arte jugoslava, in quella declinazione del modernismo astratto che è stata anche classificata sotto l’insegna di “geometria della paura”: la Ballata degli impiccati di Nandor Glid, del 1967 (in memoria dei giovani comunisti uccisi dai fascisti a Subotica il 18 novembre 1941) e la riproduzione in scala dell’autore, sempre Nandor Glid, dello straordinario Memoriale per Dachau del 1967 (si tratta del Monumento internazionale alle vittime della Shoah nel complesso memoriale di Dachau). L’impressione che suscita questo capolavoro è enorme. James Young descrisse la scultura come una “griglia di bronzo nero, composta da forme umane intrappolate nel filo spinato. Braccia e gambe si allungano tese e sottili come fili; mani e piedi sono rappresentati da grumi di stelle spezzate, simili a spine. Torsi e teste sporgono ad angoli strazianti, con bocche spalancate in grida silenziose”. Si tratta del monumento che vinse il concorso internazionale per la realizzazione di un’opera d’arte destinata proprio al complesso memoriale di Dachau. La terza sezione della mostra ospita una straordinaria installazione di Vida Jocić, in cui la ferocia del passato è legata alla brutalità della criminale aggressione della Nato alla Jugoslavia del 1999. Nell’anniversario del bombardamento di Belgrado durante la Seconda Guerra Mondiale, il 6 aprile, durante i bombardamenti della Nato contro la Repubblica Federale di Jugoslavia nel 1999, Vida Jocić presentò un Appello per la Pace al Centro di Decontaminazione Culturale. L’installazione consisteva in trenta figure femminili identiche, ordinate in colonne, in un ordine rigido inteso a richiamare quello di un campo di concentramento, illuminate con luci drammatiche per enfatizzare l’espressività delle sculture, accompagnate da un paesaggio sonoro di una voce femminile e con un messaggio esplicito: “Mi rivolgo a tutti i sopravvissuti ai lager, ai loro amici e discendenti, affinché alzino la voce contro questo crimine: il bombardamento della Jugoslavia e la rinascita del fascismo”. Ancora una volta, dunque, si evidenzia l’attualità della lotta contro l’oppressione e per i diritti, per la giustizia e per la pace. La presentazione della mostra è al link: https://muzej-jugoslavije.org/en/exhibition/freedom-is-just-a-dream-for-us-on-imprisonment-suffering-and-resistance.   Gianmarco Pisa
August 7, 2026
Pressenza
È morto Francesco Guccini: il nostro ricordo del cantastorie
Da Eskimo a Piazza Alimonda, senza essere un militante in senso stretto ma rimanendo sempre nel solco dei veri cantastorie, Francesco Guccini ha raccontato un’Italia che non si omologava. Per questo il nostro tributo al cantautore e scrittore emiliano è profondo e sentito. Un tempo i cantastorie andavano di paese in paese, di quartiere in quartiere: accompagnati dalla musica, raccontavano le storie popolari ed erano la coscienza profonda delle persone, spesso anche di chi non sapeva né leggere né scrivere. Nell’era delle case discografiche e della scuola di massa, Francesco è riuscito a mantenere intatta questa cifra identitaria, a non vendersi mai. Come cantava ne L’Avvelenata. A lui dobbiamo la trasmissione costante di contenuti e posizioni libertarie e anticlericali, mantenute vive anche dopo che il vento del ’68 — che fu alla base del successo della canzone d’autore e della riscoperta del folk — si è progressivamente esaurito. Senza dimenticare il profondo afflato pacifista di brani universali come Auschwitz. Lo vogliamo ricordare con la forza fiera delle sue parole, come quelle della sua celebre Cyrano: “Venite gente vuota, facciamola finita voi preti che vendete a tutti un’altra vita se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito guardatevi nel cuore, l’avete già tradito. E voi materialisti col vostro chiodo fisso che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso le verità cercate per terra da maiali tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali. Tornate a casa nani, levatevi davanti per la mia rabbia enorme mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco! Io non perdono, non perdono e tocco!” Che le tue ali ci portino ancora lontano dalle ghiande. Ciao Francesco.     Redazione Italia
August 6, 2026
Pressenza