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Appunti sulla Germania di oggi
In questi giorni sono stati tanti gli amici e conoscenti che mi chiedevano un parere sulla schiacciante vittoria del partito AfD (Alternative für Deutschland) nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. ”Sono dei neonazi” dicevano, “dei nostalgici del Führer!” E io rispondevo,”Mah, il loro leader a Magdeburgo, quello che si chiama Ulrich Siegmund, è innanzitutto un tiktoker, uno che vanta 600 mila follower, il suo programma lo ha scritto uno certo Hans-Thomas Tillschneider, laureato in islamistica che parla arabo, la figura più rappresentativa del partito e in parlamento è Alice Weidel, una lesbica sposata a una ragazza di origine del Sri Lanka… chiamarli neonazi – e con questo si pensa di aver detto tutto – magari è un po’ sbrigativo, non vi pare?” Poi arrivano i risultati delle elezioni in Pomerania Anteriore-Meclemburgo e a Berlino-Brandenburgo. E tutto cambia, dal panico per l’arrivo dell’orda di estrema destra si passa all’euforia per la vittoria dell’estrema sinistra a Berlino. In Pomerania, dove l’AfD ha vinto con un rispettabile 38,2%, non riesce lo stesso a fare un governo perché l’unico partito disposto ad allearsi con loro, quello di Sara Wagenknecht, non ha superato la soglia del 5%, come la CDU. Inoltre in Pomerania, la SPD, che governava dal 2017, ha tenuto piuttosto bene, grazie a una figura di un certo rilievo, Manuela Schwesig, già due volte Ministra con Angela Merkel, che segue ben poco la linea del suo partito. Non posso dirlo con certezza, ma il suo partito, la SPD, (e in parte anche i Grünen) si è lasciato convincere sulla natura dell’estrema destra tedesca da un gruppo di sociologi di Lipsia che dal 2002 sono stati finanziati dalla Friedrich Ebert Stiftung per condurre ogni due anni delle analisi psicosociali sulla propensione all’autoritarismo nella popolazione, note come Autoritarismus-Studien. Credo che abbiano contribuito non poco alla teoria del “cordone sanitario” nei confronti dell’AfD. Io li ho incontrati a un seminario internazionale a Madrid qualche anno fa e debbo dire che ne ricordo più l’arroganza che l’acume. Dopo le elezioni in Sassonia anch’io, malgrado frequenti la Germania da quasi 70 anni (dal 1958 per la precisione), volevo chiarirmi le idee. Quindi ho fatto una piccola indagine tra amici vecchi e nuovi e ho riscontrato che ci sono posizioni con giudizi diametralmente opposti. C’è chi dice: sono nazisti, vanno messi fuori legge. Punto. Il problema è essenzialmente delle regioni dell’ex DDR, nella parte orientale della Germania, quella che confina con la Polonia e la Repubblica Ceca. A ovest è un’altra storia. Queste posizioni vengono considerate semplicistiche da chi ragiona in maniera diversa e si chiede per prima cosa chi sono gli elettori di AfD, perché la votano e perché la votano soprattutto a est. Ricordiamo innanzitutto che le regioni (Länder) chiamate Sassonia (Sachsen) sono tre: Niedersachsen con capitale Hannover, Freistaat Sachsen con capitale Dresda e Sachsen-Anhalt con capitale Magdeburgo. Le condizioni economiche di quest’ultima sono particolarmente critiche a seguito di un processo che ha portato alla scomparsa d’industrie di grandi dimensioni e alla diffusione di un tessuto d’imprese fortemente frammentato, che ha prodotto un cambiamento nella composizione della forza lavoro – fenomeno che in Italia conosciamo molto bene. “I giovani se ne vanno, le donne se ne vanno, le persone con titoli di studio elevati e buone prospettive professionali se ne vanno, assieme a quelli ai quali la globalizzazione può offrire opportunità” mi scrive un insegnante che vive e lavora a Dresda. E continua: “la CDU ha amministrato il Land con persone incompetenti, inaffidabili, poco impegnate. Nel settore della scuola i miei colleghi della Sassonia Anhalt mi parlano di una politica non solo ingiusta verso il personale scolastico, ma condotta da persone incapaci. Quelli della AfD che fanno politica a livello comunale si sono dimostrati molto più impegnati, più vicini alla gente, di quelli della CDU e della SPD. Se le persone sono andate a votare in massa, è perché volevano impedire alla CDU di tornare al governo. Per questo il partito del Cancelliere ha visto dimezzare i suoi voti in Sassonia Anhalt”. Ora, dopo i risultati in Pomerania e la tenuta della SPD in quel Land i ragionamenti dell’insegnante trovano un riscontro sul terreno opposto. Mentre in Sassonia si assiste a un vero e proprio declino, la Pomerania ha un PIL superiore alla media tedesca, le donne che lavorano a tempo indeterminato sono in misura maggiore che in qualunque altra regione. Se ciò malgrado la AfD ha raggiunto il 38,2% allora ha ragione chi dice che l’AfD non conquista solo i voti di chi sta male. Ci sono motivi che trovano la loro ragion d’essere molto indietro nel tempo. Uno in particolare: le differenze salariali tra regioni dell’est e regioni dell’ovest – all’interno della stessa azienda! – persistono dal tempo della riunificazione tedesca. Si sono attenuate ma persistono. Nessuno può negare però che l’affermazione della AfD ha subito un’accelerazione impressionante negli ultimi tempi, ci sono alcuni fattori emersi negli ultimi anni che hanno inciso profondamente sul sentimento degli abitanti: un forte flusso migratorio proveniente dall’Ucraina o riconducibile alla guerra in Ucraina a cui è stato riservato un trattamento di particolare favore nel godimento di prestazioni previdenziali e un orientamento del governo Merz verso una politica di peggioramento dei trattamenti pensionistici – fenomeno anche questo che ci ricorda in parte le riforme del governo Monti. Tutti questi fattori concentrati nel tempo hanno colpito il nucleo centrale della forza-lavoro, già provato negli ultimi anni dall’inflazione. In Sassonia il dato impressionante che ha colpito tutti è stata quello dell‘affluenza alle urne: 80% (Meloni nel 2022 ha vinto con il 16% dei voti degli aventi diritto, aveva vinto grazie all’astensione). Alcuni sociologi da tempo osservano la penetrazione dell’AfD nelle fabbriche sindacalizzate, una penetrazione cauta, senza alzare la voce, con un discorso vecchio come il cucco, contro i “bonzi” sindacali, come si diceva una volta. Però anche questa penetrazione discreta ha contribuito a rimpolpare l’adesione alla AfD da parte di quello che abbiamo chiamato “il nucleo centrale della classe”, ma che è formato anche da una middle class impoverita e da una gioventù iperprecarizzata. Quelli della posizione opposta, che vedono una via d’uscita solo nel “cordone sanitario” dicono che l’AfD non viene votata perché le persone stanno male economicamente. Al contrario, l’AfD “opera una culturalizzazione dell’economico, come fanno Trump e altri”. Le persone votano l’AfD non perché si trovino in difficoltà economiche, ma per la questione dell’immigrazione, per il sostegno a Putin, per l’odio nei confronti delle politiche di genere, delle persone queer e del femminismo, la wokeness, perché sono favorevoli all’energia nucleare e all’uso del carbone, perché ce l’hanno con l’UE. Non esisterebbe “una causalità diretta tra precarietà economica e razzismo, antifemminismo, voto all’AfD, ecc. L’AfD è inoltre ostile ai sindacati, favorevole agli interessi imprenditoriali, fortemente neoliberale e contraria ai trasferimenti e alle prestazioni sociali dello Stato. Per le persone povere e precarie l’AfD non rappresenta alcun aiuto, così come Trump e la sua amministrazione non lo rappresentano”. Per un altro dei miei interlocutori la dinamica è diversa: “la maggioranza dei giovani in Sassonia Anhalt se ne va; rimangono i genitori, rimangono i nonni. E non apprezzano i vantaggi che la storia di quei territori comunque ha portato, avere casa di proprietà, gestire una piccola attività imprenditoriale, godere di sussidi statali che non trovi in certi altri paesi. Perché? Perché non associano queste cose a un’idea di progresso, perché nel futuro non vedono prospettive positive”. Interessante quanto testimoniano degli amici che sono funzionari sindacali. Dicono che è molto difficile che sul posto di lavoro ci siano dei colleghi con posizioni apertamente neonaziste, alla fine il risentimento per come vanno le cose è ancora quello del mugugno del bravo lavoratore socialdemocratico. Infatti sono tutti d’accordo che il successo della AfD non è dovuto all’attrattività delle espressioni che ricordano il vecchio regime, anzi tutti sottolineano come l’AfD sappia anche sfruttare la nostalgia per il vecchio regime comunista (non c’è da meravigliarsi, perché ci sono degli esponenti dell’AfD che erano prima membri della SED, il partito comunista, e qualcuno pure ex funzionario della Stasi). L’attrattiva del partito di estrema destra è anche dovuta – per alcuni soprattutto – alla capacità che ha avuto di dirottare verso gli immigrati tutto il risentimento e l’impotenza della gente di fronte all’avanzare della crisi; colpa degli immigrati se c’è insicurezza, se c’è precarietà, se i salari sono bassi, se le strade non sono pulite, se a scuola i ragazzi che parlano tedesco sono una minoranza. Tutti, senza eccezione, riconoscono all’AfD l’abilità nel ricorrere al linguaggio dei social. Quindi in definitiva sarebbe una potenza comunicativa. Esattamente, dico io, com’è stato Hitler coi suoi Goebbels, le sue Leni Riefenstahl, ha saputo usare la radio e il cinema come oggi l’AfD sa usare i social. Per questo dire che Siegmund è un tiktoker è meno vago che dire che è un neonazi, secondo me. Continuare a chiedersi se quelli di AfD siano neonazisti o meno non ha senso. Il discorso, a mio avviso, dovrebbe essere spostato sulla natura della nuova destra europea o occidentale, che è qualcosa di molto diverso dalla natura del nazifascismo perché allora quello interpretava il modello fordista, era la trasposizione del modello fordista su territorio europeo, mentre oggi la nuova destra interpreta un modello che nasce dalla dissoluzione del postfordismo e al quale ancora non abbiamo dato un nome condiviso. CONTINUA INTEGRALMENTE AL SOTTOELENCATO LINK DI  Redazione Italia
September 26, 2026
Pressenza
Giù le mani dall’emeroteca della ‘Giacomo Longo’ di Messina
> A BREVE RISCHIANO DI ESSERE SOTTRATTE ALLA COMUNITÀ CITTADINA LE RACCOLTE > DELLE RIVISTE CONSERVATE PRESSO L’EMEROTECA DELLA BIBLIOTECA REGIONALE GIACOMO > LONGO DI MESSINA, SITA IN LOCALITÀ SANT’AGATA Il rischio di una chiusura definitiva di questo spazio, che giunge al termine di un contenzioso legale tra la Regione Siciliana la e la nuova proprietà, rappresenta un fatto grave per tutta la comunità. A tutt’oggi, infatti, appare difficile immaginare una soluzione che garantisca in maniera soddisfacente la conservazione, la tutela e la fruizione di un patrimonio cittadino di straordinaria importanza: pubblicazioni periodiche nazionali e straniere, ma soprattutto locali, quali la collezione messano-calabrese che raccoglie riviste storiche espressione della vita sociale e culturale della città. Non si può non essere preoccupati per il futuro e l’integrità del patrimonio librario e per l’interruzione di un servizio che riteniamo essenziale per la città e che dura da quasi trecento anni. > E’ NECESSARIO CHE LE ISTITUZIONI E LE PERSONE SENSIBILI ALLA CULTURA SI > MOBILITINO AFFINCHÉ NON SI PERDA LA POSSIBILITÀ DI FRUIRE DI UN MATERIALE > CULTURALE DI ENORME IMPORTANZA. Ci vuole un sussulto di chi ha a cuore la memoria, ma soprattutto il futuro della nostra città, affinché si possano trovare risorse e spazi dove questo patrimonio possa trovare casa. Redazione Sicilia
September 26, 2026
Pressenza
Il grande inganno del «Sì, puoi»: se la libertà capitalista coincide con il burnout
Han, filosofo, ci spiega e svela uno dei meccanismi più infidi e mostruosi del capitalismo che uccide, oggi più di ieri. Non fatevi ingannare dal mito della prestazione individuale. È il momento di disubbidire. Bisogna fare resistenza civile nonviolenta. C’era un tempo in cui il capitale aveva il volto feroce del padrone di fabbrica. C’erano i cancelli, i cartellini da timbrare, le tute blu e i divieti. Era la società disciplinare descritta dai filosofi del Novecento: un sistema autoritario, certo, ma che quantomeno manteneva intatta una linea di demarcazione chiarissima. Da una parte i dominanti, dall’altra i dominati. Il nemico era visibile, tangibile, e contro di lui si poteva – e si doveva – organizzare il conflitto. Oggi quel muro è crollato, ma non per fare spazio alla liberazione dell’essere umano. Al contrario, il capitalismo avanzato ha compiuto il suo capolavoro più perverso: ha interiorizzato il padrone. Nel suo fulminante saggio La società della stanchezza, Byung-Chul Han ha scoperchiato il meccanismo di questa mutazione antropologica. Siamo passati dal paradigma del “Tu devi” a quello, apparentemente progressista e accattivante, del “Tu puoi”. È la nascita della società della prestazione. Il lavoratore contemporaneo non si percepisce più come un proletario sfruttato, ma come un “imprenditore di se stesso”. Ci specchiamo nella retorica tossica del self-made man, del multitasking elevato a virtù, della reperibilità totale scambiata per flessibilità. Ci viene venduta l’illusione di una totale autonomia: gestisci i tuoi orari, ottimizza le tue performance, monetizza le tue passioni. Ma la verità dietro questo paravento neoliberista è radicale: non siamo liberi, siamo gli aguzzini di noi stessi. L’auto-sfruttamento volontario è infinitamente più efficiente di quello imposto dall’esterno. Quando il carnefice coincide con la vittima, la lotta di classe diventa impossibile perché la guerra si sposta all’interno del nostro stesso Io. Se fallisci, se non arrivi a fine mese, se non sei abbastanza performante, la colpa è solo tua. Non del mercato cinico, non della precarizzazione strutturale, ma della tua scarsa resilienza. Le conseguenze sanitarie di questo totalitarismo della positività sono sotto gli occhi di tutti. Le grandi epidemie del nostro secolo non sono più immunologiche, causate da agenti esterni, ma neuronali. La depressione, il disturbo da deficit di attenzione, la sindrome da fatica cronica e il burnout non sono fragilità individuali. Sono ferite di guerra. Sono le risposte immunitarie di una mente che implode, incapace di reggere il ritmo di una macchina che esige una crescita infinita in un corpo e in un tempo che sono, per natura, finiti. Il capitalismo ha colonizzato persino il nostro sonno e i nostri momenti di vuoto, trasformandoli in colpa o in spazi da monetizzare. L’unica vera resistenza biologica e politica rimasta è il rifiuto della performance. Riconquistare il diritto alla stanchezza collettiva, all’indugio, alla noia profonda che genera il pensiero critico. Dobbiamo smettere di celebrare l’iperattivismo cieco, che ci riduce ad animali da lavoro nella savana del libero mercato. Dire di “no” all’idolo della produttività a tutti i costi non è un atto di pigrizia, ma il primo, rivoluzionario passo per smantellare l’oppressione psicologica in cui siamo immersi. È tempo di riscoprire una stanchezza che unisca le persone anziché isolarle, per tornare finalmente a respirare fuori dai confini del profitto. Piango tutti i morti sul lavoro e per il lavoro nella speranza di una nuova consapevolezza contro il capitalismo che uccide, isola, e riduce il cervello in cenere, ultima frontiera di questo modello economico feroce e disumano. Ray Man
September 26, 2026
Pressenza
A Palermo la prima presentazione de “I sogni Una porta verso altri mondi”
Domani sabato 26 settembre inizia a Palermo il giro in Italia di Pía Figueroa che presenterà il suo ultimo libro I sogni, una porta verso altri mondi, recentemente pubblicato da Multimage. L’autrice ne parlerà con Ketty Giannilivigni e Daniela Musumeci al Laboratorio Andrea Ballarò alle 17,30. Il libro è una guida per chi desidera andare oltre l’evidente, decifrando i messaggi che ci arrivano nello stato onirico e trovando in essi le chiavi per comprenderci meglio e trasformare le nostre vite. Con uno stile accattivante e riflessivo – e prendendo come riferimento le proposte della psicologia del Nuovo Umanesimo – l’autrice unisce racconti personali, prospettive filosofiche e strumenti pratici per interpretare il linguaggio dei sogni, conducendoci verso una comprensione rinnovata dei sogni stessi, visti come ponti che collegano la nostra realtà quotidiana con altri mondi possibili, dove risiedono nuove forme di significato e ispirazione. Il giro continuerà secondo il calendario riportato qui sotto.   Multimage
September 25, 2026
Pressenza
Pacifismo e nonviolenza nel ‘cartellone’ del Teatro Municipale di Casale Monferrato
Nel programma di 11 spettacoli, la stagione 2026/27 propone Lisistrata e Madre Courage, “Erano tutti miei figli”, “La guerra com’è”, Riccardo III di Shakespeare e “Morte accidentale di un anarchico” . E martedì 13 aprile 2027 la coreografia All’arme, di Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi insieme alla croata Studio Contemporary Dance Company, un balletto in cui il ritmo del passo umano nel movimento collettivo si sincronizza, diventando anche una marcia militare… Una performance che si interroga e interpella il pubblico sulle dinamiche che trasformano un gruppo e una massa di persone in una ‘truppa’ aggressiva e bellicosa. A Casale Monferrato nelle serate del martedì e del mercoledì al Teatro Municipale andranno in scena: * 17-18 novembre / Lisistrata, interpretate da Lella Costa; * 15-16 dicembre / Madre Courage e i suoi figli di Bertolt Brecht, regia di Leo Muscato con Lunetta Savino e musiche di Paul Dessau eseguite dal vivo in un inedito arrangiamento rock; * 12-13 gennaio / Erano tutti miei figli miei di Arthur Miller, nella versione di e con Elio De Capitani; * 2-3 febbraio / Morte accidentale di un anarchico, nel centenario della nascita del suo autore, Dario Fo, messa in scena da Giorgio Gallione con Lodo Guenzi; * 2-3 marzo / Riccardo III di Shakespeare, il tiranno amorale ‘per eccellenza’ interpretato da Maria Paiato; e venerdì 12 marzo, in collaborazione con Emergency, La guerra com’è, in cui parole e opere di Gino Strada sono rappresentate da Elio Germano e Teho Teardo. L’itinerario sul palcoscenico del Teatro Municipale di Casale Monferrato – anche il luogo dove si svolgono le cerimonie civili cittadine, come la commemorazione dell’eccidio della Banda Tom – comincia con un grande classico, la commedia che Aristofane scrisse e mise in scena ad Atene nel 411 a.C., quindi nella ‘stagione teatrale’ in corso esattamente 2˙437 anni fa.   Nella città LISISTRATA è stata rappresentata anche nel 2024 e nel 2025. L’8 marzo di due anni fa dal collettivo Donne Insieme con il gruppo praticante la settimanale mezz’ora di silenzio per la pace e anche insieme alla compagnia Le R/esistenti. Inoltre il 20 aprile successivo proprio sui gradini dal Teatro Municipale nel flash-mob organizzato dalla Conferenza delle Donne Democratiche della provincia di Alessandria con il gruppo Giovani Democratici e la sezione PD di Casale Monferrato e con il Collettivo Donne Insieme. E nel giugno scorso dal cast di studenti del liceo classico come recita di fine dell’anno scolastico scandito dal ciclo di conferenze Pacif-I-Care. Gli spettacoli in programma nel cartellone 2026/27 del teatro civico di Casale Monferrato vengono rappresentati mentre ogni settimana nella piazza della città è praticata mezz’ora di silenzio per la pace e una o due volte al mese si tengono gli incontri con gli autori di “libri che parlano di pace”, una rassegna di eventi inclusi nella serie di EIRENEfest – Festival dei libri per la pace e la nonviolenza.             Maddalena Brunasti
September 25, 2026
Pressenza
C’è un grande patrimonio per il mondo sotto le rovine di Gaza
Non si vedono macerie nella mostra su Gaza che si tiene (solo fino al 27 settembre) alla Fondazione Merz di Torino. Non si vedono case distrutte, bambini massacrati, alberi divelti. Le uniche rovine esposte sono i reperti archeologici ritrovati in quell’area chiamata Palestina, terra storica che un tempo non era definita dagli attuali confini, ma era un amalgama di popoli che attraversavano questa ricca area mediorientale con i loro commerci e scambi culturali. Non a caso la mostra è nata in collaborazione con il prestigioso Museo Egizio di Torino, che di antichità se ne intende, con l’intento di recuperare le radici profonde di una cultura che al giorno d’oggi è minacciata di sterminio, come l’intera popolazione che ne è l’erede. “Guardate,” sembra dire la mostra, “non vedete da dove veniamo? Pensate forse che un bombardamento possa cancellare millenni di storia?” No, non è possibile, perché il passato nutre il presente donando a quelle popolazioni la forza di non rimanere sopraffatte e di resistere. La mostra infatti si intitola “Gaza. Il futuro ha un cuore antico” e ha l’obiettivo di ritrovare nei resti del passato quel cuore ancora pulsante nelle vene della sua popolazione che resta la chiave della sua attuale sopravvivenza e – chissà – del suo futuro. Ma occorre rendersi conto che questa cultura, nata tra il fiume e il mare, è un patrimonio per l’umanità intera, non solo per i palestinesi, perché è la culla dell’intera nostra civiltà occidentale: è lì che è nata l’agricoltura, è lì che è nata la scrittura. Ma ormai anche queste rovine sono minacciate dalla distruzione in atto nel presente, che tenta di cancellare perfino il ricordo di questa esistenza. Anfore, statue, lampade, mosaici sono i testimoni del tempo e paradossalmente molto di quanto ci è rimasto è stato in gran parte salvato proprio da quell’esilio che ha costretto la gran parte della popolazione ad allontanarsi dai suoi territori e che ha portato con sé questi oggetti nel suo esodo. La mostra di Torino non è rivolta solo al passato, ma anche al futuro, perché espone anche i lavori di artisti palestinesi contemporanei che dialogano con la profondità della storia per riflettere su di sé e la propria identità. Perché è da qui, da questa continuità, da questo radicamento, che si trae la forza necessaria alla resistenza. Ridare alla Palestina l’orgoglio delle proprie radici e la fierezza della sua storia: questo mi è sembrato il senso di questa mostra, che non vuole focalizzarsi sulle immagini di distruzione, morte, malattia e miseria con cui tendiamo a guardare il popolo palestinese, relegandolo nella condizione della vittima. La cultura diventa un aspetto spirituale profondo, da riconoscere e ammirare. Per questo, in conclusione, mi piace ricordare almeno tre degli illustri nomi che hanno composto il comitato scientifico che ha curato la mostra: Suad Amiry, Paola Caridi, Tomaso Montanari. Nell’orrore del presente ricordiamoci dello splendore del passato per guardare al futuro di un popolo con radici profonde di cui va orgoglioso. Redazione Italia
September 25, 2026
Pressenza
Il discorso di Edward Mukiibi all’inaugurazione di Terra Madre
«NEI QUATTRO MESI TRASCORSI DALLA SCOMPARSA DI CARLO PETRINI MI SONO SPESSO RITROVATO A PENSARE ALLA PRIMA VOLTA CHE L’HO INCONTRATO», HA ESORDITO IL PRESIDENTE DI SLOW FOOD INTERNATIONAL. Edward Mukiibi ha ripercorso la propria esperienza dalla sua prima partecipazione a Terra Madre come giovane agricoltore ugandese fino ad oggi, mentre come esponente alla guida del movimento internazionale vi interveniva per invocare pace, giustizia sociale e tutela della biodiversità riaffermando l’impegno delle comunità Slow Food di tutto il mondo a costruire un sistema alimentare più equo e sostenibile: > Nel 2008 sono arrivato a Terra Madre come delegato dell’Uganda. > > Ero un giovane agricoltore, desideroso di imparare, curioso del mondo e > determinato a difendere la biodiversità nella mia comunità. > > Come molti di voi, sono arrivato qui senza sapere che quest’esperienza mi > avrebbe cambiato la vita. Qui ho incontrato persone provenienti da ogni angolo > del mondo che condividevano gli stessi valori e le stesse difficoltà. E qui ho > incontrato Carlo Petrini. > > Carlo possedeva un dono raro: riusciva a far sentire a una persona proveniente > da una piccola comunità rurale che la sua voce contava nel plasmare il futuro > del mondo. Ascoltava prima di parlare. Faceva sentire le persone comprese. E > ci ha insegnato che ogni comunità, per quanto piccola o remota, custodisce un > sapere che il mondo non può permettersi di perdere. > > Oggi, qui davanti a voi in veste di presidente di Slow Food International, mi > rendo conto che Terra Madre non è semplicemente un evento. È un luogo dove le > vite si trasformano, dove nascono amicizie, dove le comunità trovano forza e > dove le persone comuni scoprono di poter diventare agenti di cambiamento. > > Il mio percorso personale ne è la prova. > > E guardandomi intorno in questa stanza, so che ci sono molte altre storie come > la mia. > > Questa è l’eredità di Carlo. > > Non un edificio. Non un’istituzione. Una rete vivente di persone che credono > che un altro sistema alimentare, e un altro mondo, siano possibili. > > Carlo ha dedicato la sua vita alla realizzazione di questa visione: un mondo > in cui il cibo nutre le persone e il pianeta, in cui la biodiversità è > protetta e in cui la dignità appartiene a coloro che coltivano, pescano, > allevano, raccolgono e preparano il nostro cibo. > > Una delle espressioni più potenti di questa visione è Terra Madre. Una rete > globale con profonde radici locali. Un luogo dove la diversità diventa forza. > Un luogo dove le differenze si trasformano in dialogo. Un luogo dove le > comunità scoprono di non essere sole. Ecco perché ci siamo uniti. > > Non solo per partecipare a conferenze e workshop. > > Non solo per condividere culture gastronomiche e costruire relazioni. > > Siamo qui perché il mondo ha bisogno della nostra voce collettiva. > > Siamo qui per rifiutare la fame, l’ingiustizia, i nazionalismi, la guerra e la > distruzione della biodiversità. > > Siamo qui per rifiutare un sistema che distrugge il nostro futuro. > > Siamo qui per affermare una visione diversa. > > Una visione radicata nelle comunità, nella solidarietà e nella cura del nostro > unico pianeta. > > E soprattutto, siamo qui perché crediamo che il cibo possa essere una forza di > trasformazione. > > Il cambiamento richiede fiducia e unità. > > Fiducia nelle nostre comunità. Unità al di là dei confini. > > La fiducia che piccole azioni, moltiplicate per milioni di persone, possano > trasformare il mondo. Come Carlo ci ricordava spesso: chi semina utopia > raccoglie realtà. > > Il futuro che desideriamo si costruirà quando le persone riacquisteranno il > potere di produrre cibo, proteggere i semi, condividere le conoscenze e > prendersi cura della biodiversità. Questo potere appartiene alle persone, non > alle multinazionali. > > Invito tutti noi a parlare con una sola voce contro la guerra, la fame, la > crisi climatica e la perdita di biodiversità. > > Questa mattina ho avuto l’onore di incontrare il presidente della Repubblica > Italiana.  > > A nome della nostra rete globale, gli ho consegnato una lettera che racchiude > le speranze, le preoccupazioni e le aspirazioni di milioni di persone che > credono in un’alimentazione buona, pulita ed equa per tutti. > > Gli ho chiesto di contribuire a diffondere il nostro messaggio oltre questi > confini, perché le sfide che affrontiamo oggi non si fermano alle frontiere > nazionali. Affrontare le crisi odierne richiede una leadership globale, ma > questa deve iniziare ascoltando le persone più direttamente colpite da tali > problematiche. > > Signor Presidente, la ringrazio per essere stato con noi oggi. > > Insieme, ricordiamo ai leader politici di tutto il mondo che la pace, la > giustizia alimentare e la tutela della biodiversità sono scelte politiche. > > Il compito che ci attende è quello di unirci per nutrire le persone, > proteggere la biodiversità, prenderci cura del nostro pianeta e lasciare un > futuro migliore a chi verrà dopo di noi. > > Il mondo ha bisogno di comunità abbastanza coraggiose da immaginare un futuro > diverso e abbastanza determinate da renderlo realtà. > > In questi giorni a Terra Madre rinnoviamo la nostra fiducia in noi stessi e la > nostra reputazione. > > Rafforziamo la nostra unità. > > Lasciamo questo incontro pronti ad agire. > > Perché il futuro del nostro cibo non deve essere deciso da pochi. > > Deve essere plasmato dai milioni di persone nelle comunità di tutto il mondo, > che ogni giorno scelgono di prendersi cura della Terra e gli uni degli altri. > > E quando le generazioni future chiederanno cosa abbiamo fatto in questo > momento di crisi, la nostra risposta sarà semplice:  > > Abbiamo scelto la vita anziché l’indifferenza. > > Abbiamo scelto la cooperazione anziché la divisione. > > Abbiamo scelto la biodiversità anziché l’uniformità. > > Abbiamo scelto la pace anziché il conflitto. > > E insieme, attraverso il cibo, abbiamo scelto di cambiare il mondo in meglio. > > Carlo ci ha insegnato che un mondo migliore è possibile. > > Lui ha fatto la sua parte, ora tocca a me e a te portare avanti la sua > visione. Ora è il nostro turno di realizzarla. > > Grazie per il lavoro che svolgete ogni giorno. Grazie per portare speranza > nelle vostre comunità. Grazie per dare vita allo ‘spirito’ di Terra Madre… > “cibo buono, sano ed equo per tutti“.   Redazione Italia
September 24, 2026
Pressenza
Milano, presidio-spettacolo davanti alla Palazzina Liberty intitolata a Dario Fo e Franca Rame
Domenica 27 settembre 2026 dalle 15 Largo Marinai d’Italia, Milano Sarà un momento di incontro con artisti e operatori del settore. Saranno con noi: la Fondazione Fo-Rame, la Banda degli ottoni a scoppio, Vincenzo Culotta, Luigi Filipetto, Alessio Lega e Guido Baldoni, Moni Ovadia, Panperdut, Quartetto Caminar, RSU Area Biblioteche del Comune di Milano, Piero Sciotto, Teatro Riflesso, Voci di mezzo, Yu Kung e Silvia Zaru. La Palazzina Liberty fu intestata dal Comune di Milano nel 2017 a chi la fece vivere, dopo anni d’abbandono e di chiusura, come centro culturale aperto al quartiere e alla città, luogo-simbolo del dibattito artistico-intellettuale, della partecipazione politica, delle rivendicazioni della stagione dei movimenti degli anni Settanta. Al termine di tante proroghe e dopo lunghi lavori, per ora limitati al solo piano terra, il Comune ha fissato la sua riapertura a fine 2026. Questo bene comune è di proprietà pubblica e tale deve esserne la regia. Il Comune deve garantire con un proprio progetto complessivo piena agibilità e controllo democratico per l’accesso alle associazioni culturali del territorio e della città, con una “chiamata alle arti” rivolta a loro, in modo da farne una struttura polifunzionale aperta. Deve evidenziare anche turisticamente l’importanza storico-artistica dell’edificio, oltre che come bene culturale, documentando l’attività di Dario Fo e Franca Rame in questo luogo. Per informazioni: https://www.facebook.com/PalazzinaLibertyBeneComune/ libertybenecomune@gmail.com   Redazione Milano
September 24, 2026
Pressenza
Eirenefest Firenze 2026: le foto dei primi giorni
E’ iniziata con la biciclettata Ponti della Pace  Domenica 20 Settembre e si è calata nella città  e nei suoi quartieri per la giornata Internazionale della Pace il 21 la terza edizione fiorentina  di Eirenefest, Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza che quest’anno è anche un evento della Quarta Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza che si sta svolgendo in questi giorni in contemporanea in numerose città del mondo. Tra laboratori, presentazioni di libri e tavole rotonde questi primi giorni hanno toccato alcuni dei luoghi che si sono aggiunti a quelli tradizionali delle edizioni precedenti: La Casa dei Popoli dell’SMS di Peretola, le cantine di San Miniato al Monte, l’Arena della Pace al Parco dell’Anconella. Un pubblico vario ha ascoltato con attenzione le proposte dimostrando la validità di un festival che nasce dal basso, autogestito dalle realtà pacifiste e nonviolente fiorentine. Eirenefest prosegue il suo viaggio fino al 4 Ottobre con un ricco programma consultabile sul sito: https://www.eirenefest.it/2026/08/26/il-programma-di-eirenefest-firenze-2026/   Redazione Toscana
September 24, 2026
Pressenza
I ‘lager’ dei nazisti nei disegni in mostra a Casale Monferrato
DA DOMANI, VENERDÌ 25 SETTEMBRE, FINO ALL’11 OTTOBRE NEL CASTELLO DEL MONFERRATO È IN ESPOSIZIONE LA COLLEZIONE DI DISEGNI CHE ILLUSTRANO LA STORIA DEGLI IMI, ‘INTERNATI MILITARI ITALIANI’ NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO DALL’8 SETTEMBRE 1943 ALLA LIBERAZIONE NEL 1945. Il seguente venerdì, 2 ottobre, si terrà l’incontro in cui, con Gerardo Severino, verrà ricostruita la storia del soldato inglese Tom Harry Darbyshire che, unitosi alla resistenza italiana, il 14 gennaio 1945 venne fucilato a Casale Monferrato insieme ai 12 partigiani della Banda Tom. Intitolata I disegni raccontano i campi di prigionia, la mostra documentaria e storico-artistica è composta da due collezioni. Nella rassegna sono esposti 25 dei 34 disegni di Antonio Colaleo raccolti da Antonella Bartolo in Matite sbriciolate. I militari italiani nei lager nazisti: un testimone, un album, una storia comune e 11 pannelli infografici che spiegano la storia raffigurata nelle immagini e, come in Le matite sbriciolate di nonno Antonio, narrata anche con le illustrazioni di Sara Mancuso. Curatori dell’allestimento sono Antonella Bartolo e Andrea Desana, dirigente dell’ANRP e presidente dell’associazione Vi riporteremo a casa in Monferrato che, dopo aver svolto le ricerche ed espletate le pratiche per il rimpatrio delle salme, con la cerimonia celebrata il 22 novembre 2022, ha provveduto alla tumulazione nel famedio di Casale Monferrato e nel cimitero di San Salvatore Monferrato dei 7 monferrini fino ad allora sepolti nei cimiteri militari Amburgo e Francoforte. Un impegno a cui Andrea Desana si è dedicato con molte premure. Suo padre, Paolo Desana, senatore in carica dal 1958 al 1963, l’anno in cui venne approvata la Legge 930 sulla DOC, Denominazione di Origine Controllata dei vini italiani, da lui promossa, durante la seconda guerra mondiale era un tenente artiglieria e l’8 settembre 1943 venne arrestato in Francia, quindi deportato in un campo in Polonia e poi in altri lager nazisti in Germania, una dozzina. «Al ritorno pesava 43 chili, mentre il suo peso forma era di 90 – racconta Andrea Desana – Se nella primavera del 1945 al campo di Unterluss non fossero arrivati gli inglesi… io adesso non sarei a raccontare la storia di mio padre, e di tutti i 650 mila soldati italiani come lui e come Pinetto Giorcelli, un suo compagno di branda in vari campi che è scomparso l’anno scorso alla veneranda età di 105 anni». Le testimonianze dei reduci dai lager nazisti hanno contribuito a documentare l’olocausto. Ma non è solo per questo motivo che la storia degli imi, acronimo di ‘internati militari italiani’, per oltre 70 anni dimenticata, oggi è molto attuale perché in cui si inserisce la storia dei 150 mila soldati che dal ’43 al ’45 si rifiutarono di tornare in patria, allora divisa in due, quella settentrionale con la complicità dei fascisti occupata dai nazisti, dove sarebbero stati intruppati nelle milizie repubblichine alleate all’esercito hitleriano. «All’insegna del motto NO si dichiararono disertori e praticarono la resistenza senz’armi – spiega Andrea Desana – Erano per la maggior parte giovani e giovanissimi, le leve dei nati negli anni ’20, ragazzi che tra il 1943 e il 1945 avevano dai 18 ai 23 anni. Furono i “volontari del lager nazisti” che, con questa scelta durissima, che fecero consapevoli delle conseguenze, cioè il patire fame e sofferenze e, oltre che per denutrizione, sfiancamento e malattia, il rischio di venire uccisi per ritorsione, anziché combattere contro di loro affiancarono i partigiani nella lotta contro i regimi dittatoriali e genocidari». Raccontare la loro storia è un’impegno civile che coinvolge i contemporanei a recuperare documenti e materiali e, mediante l’elaborazione dei ricordi, costruire la post-memoria: «Non essendoci più i diretti protagonisti, delle loro esperienze e delle vicende storiche che loro hanno vissuto parliamo noi, i loro figli e nipoti, che per tramandarne la memoria alle generazioni future le narriamo, oltre che con le descrizioni storiografiche, anche con immagini eloquenti come i disegni in mostra in questi giorni a Casale Monferrato». Furono 650 mila i militari italiani che… Questa è la storia di uno di loro in cui si rispecchia la storia di tutti, il capitano Antonio Colaleo, che visse quei due anni negli stessi lager dello scrittore Giovanni Guareschi e dell’attore Gianrico Tedeschi e li documentò attraverso 34 disegni tratteggiati e colorati con le sue matite sbriciolate. Quei disegni erano il ricordo di cui più andava orgoglioso Nonno Antonio, come in famiglia tutti chiamavano il capitano Colaleo. Sua nuora, Antonella Bartolo, è partita proprio dai disegni per raccogliere altri ricordi di Nonno Antonio e ripercorrere il suo viaggio, ordinando con chiarezza e precisione le ricerche degli storici, incontrando gli ultimi testimoni, confrontando memorie scritte e fotografiche, visitando i luoghi della detenzione per verificare cosa resti di quella Storia. Così nel libro si intrecciano passato e presente e si sviluppa un racconto di grande umanità: oltre il documento, la presa diretta con la voce, gli occhi, il cuore di uomini che hanno lottato per coerenza con le proprie convinzioni, per garantire un domani di dignità e libertà a se stessi, ai propri cari, al Paese. Una lettura che fa buona Memoria – https://www.store.rubbettinoeditore.it/catalogo/matite-sbriciolate/ Il testo affronta un tema comune a nonni e bisnonni di tante famiglie italiane e mai affrontato nei libri scolastici: la deportazione militare italiana dopo l’8 settembre ’43. Attraverso la scoperta di alcuni disegni realizzati da nonno Antonio, prigioniero di guerra, due fratellini Agata e Nicola si raccontano la difficile condizione della detenzione dei soldati italiani nei lager nazisti. – https://www.voglinoeditrice.it/shop/le-matite-sbriciolate-di-nonno-antonio/   “Ricordare gli Internati Militari Italiani significa custodire una pagina fondamentale della nostra storia e trasmettere alle nuove generazioni il valore delle scelte compiute, anche nelle condizioni più drammatiche, in difesa della libertà e della dignità”, rammenta Giovanni Battista Filiberti, presidente del Comitato Unitario Antifascista e del Consiglio Comunale della Città di Casale Monferrato. INFORMAZIONI: https://comune.casale-monferrato.al.it/novita/celebrazioni-per-la-giornata-degli-internati-italiani-nei-campi-di-concentramento-tedeschi-durante-la-seconda-guerra-mondiale/   Redazione Piemonte Orientale
September 24, 2026
Pressenza