Da Il Giornale una campagna diffamatoria travestita da inchiesta
Per aver soccorso 166 persone, i libici ci hanno sparato addosso, le autorità
italiane ci hanno indagato e ora la stampa di destra ci diffama. Rispondiamo con
una diffida e chiediamo che sia fatta giustizia contro i veri trafficanti.
Il Giornale oggi riporta in prima pagina una ricostruzione diffamante, falsa e
strumentalizzata a fini politici del soccorso operato da Sea-Watch 5 lo scorso
11 maggio, pubblicando illegalmente materiale coperto dal segreto di indagine.
Sea-Watch ha inviato una diffida al quotidiano a pubblicare ulteriori contenuti
lesivi della reputazione dell’organizzazione e del suo capitano, basati su
circostanze false e allusive, il cui contenuto è tratto da documenti coperti dal
segreto d’indagine.
Ma cosa è accaduto davvero? Nelle prime ore del mattino dell’11 maggio 2026,
l’equipaggio della Sea-Watch 5 ha avvistato all’orizzonte un’imbarcazione in
difficoltà e, dopo aver informato come di consueto le autorità competenti, ha
proceduto al soccorso. Una volta affiancata l’imbarcazione a doppio ponte
l’equipaggio ha verificato che a bordo c’erano 90 persone: due prive di sensi,
diverse gravemente debilitate e alcune intrappolate sottocoperta. A bordo non
c’era nessun dispositivo di soccorso o strumentazioni per la navigazione. Il
team di soccorso si è trovato di fronte uomini a volto coperto, un pericolo
grave sia per l’equipaggio, sia per le persone appena tratte in salvo. I
presunti trafficanti sono rimasti sull’imbarcazione e se ne sono andati.
Un aereo di Frontex ha ripreso dall’alto il soccorso, ma nel momento decisivo è
scomparso. Ciò che è successo subito dopo non è stato infatti filmato: dopo
pochi minuti l’equipaggio della Sea-Watch 5 e le persone appena soccorse sono
stati bersaglio di colpi d’arma da fuoco da parte della cosiddetta Guardia
Costiera libica. Le autorità sono state informate in ogni fase, come avviene per
ogni situazione di questo tipo: gli incontri con miliziani incappucciati sono
già stati documentati in passato, da Sea-Watch e da altre ONG che operano nel
Mediterraneo centrale. Ogni informazione e materiale è sempre stato consegnato
con trasparenza alle autorità competenti, anche per fornire i necessari elementi
di indagine. Le navi della società civile non sono, infatti, organismi di
polizia, mentre hanno il dovere, sempre rispettato, di soccorrere chiunque sia
in pericolo in mare e metterne al corrente le autorità competenti.
Una fotografia pubblicata due mesi dopo, non solo non è una notizia, ma
costituisce una grave violazione del lavoro d’indagine della Procura.
L’inchiesta giornalistica pubblicata oggi da Il Giornale, oltre a violare il
segreto delle indagini e i diritti della persona indagata, concentra tutta la
sua attenzione su chi ha fatto solo il suo dovere nel soccorrere persone in
difficoltà, senza nessuna parola sui presunti trafficanti e sui possibili
collegamenti con la cosiddetta Guardia Costiera libica. Ci auguriamo che la
Procura indaghi per smantellare le reali reti di tratta di esseri umani,
offrendo massima collaborazione agli inquirenti. Non ci facciamo intimidire
dagli scandali costruiti a tavolino su falsità e diffamazioni: continueremo a
salvare quelle vite che le politiche italiane ed europee continuano a mettere a
rischio quando non a sacrificare.
“Quella portata avanti dai giornali di destra e rafforzata dalle dichiarazioni
di esponenti politici è una narrazione che serve a mascherare non solo l’assenza
di una reale volontà politica di contrastare le reti criminali, ma anche il
fatto che gli accordi con la Libia si fondino su rapporti con milizie e
individui accusati dei più gravi crimini internazionali”, dichiara Giorgia
Linardi, portavoce di Sea-Watch.
“Si tratta di un vecchio copione”, continua Linardi. “Da anni si susseguono
indagini che impiegano risorse pubbliche per cercare di dimostrare faziosamente
l’esistenza di una collusione delle ONG con i trafficanti. Una collaborazione
inesistente e che infatti non è mai stata appurata. Al contrario, prominenti
pronunce dei tribunali competenti, fino alla Cassazione, hanno riconosciuto il
valore giuridico e morale dell’intervento della società civile nel rispetto
dell’obbligo di soccorso imposto dal diritto internazionale.”
Mentre stampa ed esponenti governativi si affaccendano a fare propaganda sul
soccorso in mare, la società civile continua a colmare il colpevole vuoto
istituzionale creato da politiche di abbandono e respingimento sistematico.
Politiche fondate sulla cooperazione con quegli stessi attori criminali che si
afferma di voler combattere e che, nei fatti, alimentano la tratta di esseri
umani invece di contrastarla.
Sea Watch