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Castel Volturno, verso la grande manifestazione contro il CPR. Il vento è cambiato?
Per cogliere la portata della mobilitazione contro il CPR di Castel Volturno, organizzata per sabato 24 ottobre, è utile partire da altri luoghi: dalle numerose città dalle quali partiranno i pullman per raggiungere la Campania. La mappa delle partenze si allarga ben oltre le regioni vicine e le grandi città. Negli ultimi giorni si moltiplicano le richieste di partecipazione e diventa febbrile il lavoro per renderle possibili: raccogliere adesioni, trovare posti, rendere sostenibile la trasferta.  La distanza che tante persone sono disposte a percorrere per manifestare contro la costruzione del CPR campano è un indicatore importante. È il prodotto dell’energia che questa mobilitazione sta mettendo in circolo, che da tempo non si percepiva con questa intensità. Il punto di partenza è chiaro: è necessario e possibile impedire che il governo realizzi il suo piano e costruisca la struttura. > Non si tratta solo della denuncia della violenza sistemica dei CPR: l’aspetto > dirimente della mobilitazione campana è la convinzione che vincere sia > possibile. L’energia che si respira è il prodotto di questa tensione al > risultato. A rendere credibile questa ambizione è la rete costruita intorno alla mobilitazione. Lavorano fianco a fianco associazioni, movimenti, sindacati, enti religiosi, collettivi, ONG. Un insieme dalle proporzioni in parte inedite. La tipologia, scala, postura dei soggetti in campo è molto diversificata. Dentro questa fitta trama, anche la posizione delle istituzioni – dalla presidenza della regione in giù – ha un preciso peso specifico. La convergenza segue una logica ecosistemica: organizzazioni, persone e istituzioni cooperano da posizioni diverse, con responsabilità e strumenti non per forza sovrapponibili. Una galassia plurale e articolata, dentro la quale l’ambizione della vittoria è resa realistica dalla forza organizzativa complessiva e dalla distanza dai veti ideologici. La posizione della rete è efficacemente sintetizzata dallo slogan «né qui né altrove». Non si contesta soltanto la scelta di collocare il CPR in un’area ricca di specificità e complessità che richiederebbero ben altre forme di intervento. Si rifiuta la detenzione amministrativa come strumento delle politiche migratorie. È una parola d’ordine che allarga il conflitto oltre Castel Volturno e impedisce che il confronto si riduca a una disputa sulla localizzazione.  > Le adesioni in continua crescita, l’incessante lavoro organizzativo e la > capillare diffusione delle partenze fanno pensare a una partecipazione molto > vasta; sarà la giornata di sabato a restituire la misura effettiva della > mobilitazione. Per ragioni complesse, intorno al tema delle politiche migratorie si è sedimentata una postura in cui prevalgono la testimonianza etica e la denuncia del diritto violato. Registri necessari, ma che non sempre sono accompagnati dal necessario slancio organizzativo o declinati con l’obiettivo di incidere effettivamente nei rapporti di forza per cambiarli. La mobilitazione campana si muove in discontinuità con questa tendenza. Qui la capacità di organizzare la partecipazione conta almeno quanto la nettezza del posizionamento. Con queste coordinate, il percorso finora sviluppato è un segnale importante su scala nazionale. Che questa rete sia riuscita a mettere in piedi un processo di questa portata non basta, da solo, ad affermare che il vento sia cambiato. È però un indizio importante, che va oltre la vicenda di Castel Volturno in sé. Oltre la manifestazione si affacciano almeno due sfide. La prima riguarda il rapporto tra detenzione amministrativa e rimpatri. I CPR sono un’infrastruttura cruciale: per la funzione specifica e per la loro dimensione disciplinante sull’insieme della popolazione migrante. Ma sono solo un tassello dell’apparato dei rimpatri e, non di rado, nemmeno quello statisticamente più rilevante. Hanno un ruolo decisivo, ad esempio, anche i cosiddetti luoghi idonei e i rimpatri eseguiti senza un previo trattenimento. > Da questa prospettiva, è indispensabile allargare lo sguardo e sviluppare la > capacità di mobilitazione anche contro gli altri tasselli del complesso > mosaico dei rimpatri. La seconda sfida riguarda il Patto europeo, passato rapidamente da orizzonte lontano a parte della nostra quotidianità. Le procedure di screening e la valutazione accelerata delle domande d’asilo alla frontiera – intesa non solo nella sua dimensione geografica – sono alcuni dei suoi snodi centrali. Renderli comprensibili nel dibattito pubblico richiede una maggiore capacità collettiva di traduzione politica. È, prima di tutto, una questione di metodo e di postura: pensare e agire in maniera ambiziosa, accumulare forza, provare a vincere. Sabato 24 ottobre, a Castel Volturno, si respirerà aria fresca; la sfida è riempirsene i polmoni e portarla nei luoghi in cui ogni giorno prendono forma vecchie e nuove politiche di confinamento.  Foto di copertina: Dmitry Vinogradov, wikicommons Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo Castel Volturno, verso la grande manifestazione contro il CPR. Il vento è cambiato? proviene da DINAMOpress.
October 23, 2026
DINAMOpress
Il diritto d’asilo a Trieste: rotta balcanica e crisi dei diritti (seconda parte)
(Continua dalla prima parte) Un ulteriore profilo riguarda l’applicazione delle procedure accelerate di frontiera a Trieste dopo il 12 giugno 2026. L’articolo 43 del regolamento (UE) 2024/1348 individua specifiche condizioni per il ricorso a tali procedure, collegate, tra l’altro, agli attraversamenti delle frontiere esterne e alle zone di transito. Trieste, tuttavia, si trova lungo una frontiera interna dello spazio Schengen. Il temporaneo ripristino dei controlli non determina automaticamente la trasformazione di una frontiera interna in frontiera esterna dell’Unione. La questione è stata oggetto di controversie giudiziarie, anche in relazione all’individuazione delle zone di frontiera o di transito e alla normativa nazionale di attuazione. Il decreto del Ministero dell’interno del 21 luglio 2026, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 10 agosto, ha integrato l’individuazione di tali zone, senza tuttavia eliminare la necessità di verificare, nei singoli procedimenti, il rispetto dei presupposti stabiliti dal diritto europeo. Durante la conferenza, Schiavone ha riferito che diversi ricorsi cautelari presentati a Trieste sono stati accolti, con il conseguente superamento, nei casi esaminati, dell’inquadramento nella procedura accelerata di frontiera. Si tratta di interventi giurisdizionali rilevanti, che dimostrano quanto sia indispensabile il controllo del giudice sulla legittimità dell’azione amministrativa. A rendere particolarmente delicata la questione contribuisce l’estrema brevità dei termini di impugnazione. L’articolo 35-ter del decreto legislativo n. 25 del 2008, come modificato nel 2026, prevede, per la specifica ipotesi disciplinata dalla norma, un termine di cinque giorni dalla notificazione del provvedimento per proporre ricorso. Cinque giorni possono rappresentare un intervallo estremamente esiguo per una persona che non conosce la lingua italiana, non dispone di una rete sociale, deve reperire un difensore e necessita di ricostruire vicende personali spesso segnate da persecuzioni, violenze o traumi. In questo contesto, il diritto a un ricorso effettivo, garantito dall’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dall’articolo 13 della CEDU nei rispettivi ambiti applicativi, assume un’importanza decisiva. Non è sufficiente prevedere astrattamente la possibilità di impugnare un provvedimento: occorre che la persona sia posta nelle condizioni concrete di esercitare tale facoltà. Gli articoli 15, 16 e 17 del regolamento (UE) 2024/1348 disciplinano, con condizioni e modalità specifiche, l’accesso all’orientamento legale gratuito durante la procedura amministrativa e all’assistenza e rappresentanza legali gratuite nella fase d’impugnazione. In particolare, l’articolo 16 non si limita alla semplice consegna di materiale informativo, ma contempla anche spiegazioni relative alla procedura e assistenza nella formalizzazione della domanda. È proprio su questa distinzione che Schiavone ha insistito con particolare determinazione: consegnare un opuscolo non equivale necessariamente a mettere una persona nelle condizioni di comprendere le conseguenze giuridiche della procedura alla quale viene sottoposta. La tutela effettiva richiede un’informazione comprensibile, un orientamento adeguato e, quando previsto, un’assistenza legale accessibile. In assenza di tali garanzie, l’accelerazione rischia di tradursi in una compressione sproporzionata del diritto di difesa. Un sistema capace di decidere in pochi giorni, dopo aver lasciato una persona per mesi in condizioni di precarietà, presenta una contraddizione che non può essere ignorata. La rapidità, infatti, sembra intervenire soprattutto nel momento in cui occorre definire negativamente una posizione giuridica, mentre le attività necessarie ad assicurare l’accesso alla protezione possono rimanere gravate da ritardi prolungati. Questa asimmetria deve essere analizzata con particolare rigore, senza presumere automaticamente l’intenzionalità illecita dei singoli funzionari. Eventuali responsabilità amministrative, civili, contabili o penali richiedono l’accertamento dei rispettivi presupposti. Tuttavia, l’assenza di una responsabilità penale individuale accertata non esclude la possibilità che determinate prassi costituiscano violazioni del diritto nazionale o dell’Unione europea, né impedisce di valutare l’eventuale responsabilità dello Stato. Durante il dibattito è emersa anche la questione della sicurezza urbana e del rapporto, spesso costruito nel discorso pubblico, tra immigrazione e criminalità. Schiavone ha contestato la tendenza a ricondurre episodi eterogenei a un’unica categoria indistinta di persone straniere, senza distinguere tra richiedenti asilo, persone stabilmente residenti, soggetti in transito e autori di specifici comportamenti penalmente rilevanti. Il principio costituzionale di responsabilità penale personale, sancito dall’articolo 27, primo comma, impedisce di attribuire a un’intera collettività la responsabilità delle condotte commesse da singoli individui. La sicurezza costituisce un interesse pubblico legittimo, ma non può essere perseguita attraverso generalizzazioni, discriminazioni o limitazioni arbitrarie dei diritti. Conosco la Piazza del Mondo e so che la convivenza tra persone provenienti da contesti culturali differenti può comportare difficoltà, incomprensioni e situazioni conflittuali. Non ritengo utile negare questi problemi, né giustificare comportamenti violenti in nome della solidarietà. Ma sarebbe altrettanto scorretto utilizzare singoli episodi per alimentare una rappresentazione indiscriminatamente criminalizzante della popolazione migrante. La tutela delle persone vulnerabili e la sicurezza della collettività non sono obiettivi necessariamente contrapposti. Un sistema di accoglienza funzionante, capace di garantire identificazione, informazione giuridica, assistenza sociosanitaria e percorsi di integrazione, contribuisce anche a prevenire marginalità e tensioni sociali. Al termine dell’intervento ho rivolto a Gianfranco Schiavone una domanda che considero centrale per comprendere la direzione delle attuali politiche europee: «Alla luce del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, non stiamo assistendo a una progressiva sostituzione della tutela dei diritti umani con una politica di deterrenza e contenimento? E soprattutto, quando la burocrazia impedisce concretamente l’accesso alla protezione internazionale, possiamo ancora parlare di inefficienza amministrativa oppure dobbiamo riconoscere una vera e propria violazione sistemica dei diritti fondamentali, della quale gli Stati devono rispondere giuridicamente?» La risposta di Schiavone è stata inequivocabile nell’esprimere la propria valutazione critica. Dopo aver condiviso la preoccupazione contenuta nella domanda, ha sintetizzato la direzione che, a suo giudizio, starebbe assumendo il sistema europeo con un interrogativo particolarmente incisivo: «Come posso togliere il diritto d’asilo senza toglierlo?» È una formulazione che merita di essere approfondita perché richiama una questione fondamentale dello Stato di diritto: la differenza tra titolarità formale di una posizione giuridica ed effettività della relativa tutela. Un diritto può essere riconosciuto dalla Costituzione, dalle convenzioni internazionali e dai regolamenti europei, ma rischiare di perdere gran parte del proprio significato quando le condizioni materiali e procedurali necessarie per esercitarlo vengono progressivamente ostacolate. Non significa che ogni procedura accelerata sia illegittima o che ogni misura di controllo delle frontiere costituisca una violazione dei diritti umani. Significa, piuttosto, che qualsiasi limitazione deve essere giustificata, proporzionata, conforme alle fonti sovraordinate e sottoposta a un controllo giurisdizionale effettivo. Ritengo che proprio qui si collochi la responsabilità più importante degli operatori del diritto: impedire che la complessità delle procedure diventi uno strumento di esclusione, garantendo che anche le persone prive di risorse economiche, conoscenze linguistiche e strumenti di difesa possano accedere realmente alla giustizia. L’esperienza di Trieste ci obbliga inoltre a interrogarci sul modello di società che intendiamo costruire. Una città di frontiera può scegliere di considerare la presenza delle persone migranti esclusivamente come un problema di ordine pubblico, oppure può riconoscere che il rispetto delle regole, la tutela dei diritti e la dignità umana costituiscono elementi imprescindibili della convivenza democratica. Non chiedo che lo Stato rinunci a governare i flussi migratori, né che venga meno il controllo sulla fondatezza delle domande di protezione internazionale. Chiedo che tali funzioni vengano esercitate nel rispetto delle garanzie che distinguono uno Stato costituzionale di diritto da un sistema nel quale il potere amministrativo diventa sostanzialmente incontrollabile. La conferenza si è conclusa lasciandomi una convinzione ancora più netta: la vera questione non è soltanto quante persone attraversino la rotta balcanica, ma quale trattamento il nostro ordinamento riservi loro quando chiedono protezione. Perché un diritto fondamentale che esiste soltanto sulla carta, ma che non può essere concretamente esercitato, rischia di diventare una promessa giuridica tradita. E quando questo accade, non è soltanto il sistema d’asilo a entrare in crisi. È la credibilità stessa dello Stato di diritto a essere messa in discussione. Valeria Sirigu
October 22, 2026
Pressenza
Emergency alla manifestazione contro i CPR a Castel Volturno: “Chiediamo l’abolizione di questo sistema”
EMERGENCY promuove e aderisce alla manifestazione nazionale “NO AI CPR, NÉ A CASTEL VOLTURNO NÉ ALTROVE” che si terrà il 24 ottobre a Castel Volturno, per dire che la comunità non ha bisogno di un Centro di Permanenza per il rimpatrio (CPR) sul proprio territorio e, nello stesso tempo, chiedere la chiusura di tutti i CPR, ribadendo la necessità del superamento dell’intero sistema della detenzione amministrativa. EMERGENCY denuncia da anni come la detenzione amministrativa all’interno dei CPR non solo non offra alcuna risposta alla gestione dei fenomeni migratori, ma continui a produrre esclusione, sofferenza, ulteriore marginalità e in alcuni casi morte. Attraverso il lavoro dell’ONG, con visite degli operatori all’interno dei CPR, insieme al TAI (Tavolo Asilo e Immigrazione), e il contatto diretto negli ambulatori in Italia con le persone che hanno vissuto l’esperienza della detenzione, EMERGENCY ha potuto constatare l’impatto psicofisico che la detenzione nei Centri per i Rimpatri ha sulle persone. Queste ultime, pur in assenza di reati, vengono private della libertà personale, con una gravissima limitazione di diritti e garanzie fondamentali, tra cui quello alla salute.  “I CPR sono assimilabili ai vecchi manicomi per le logiche di segregazione e violenza istituzionale; per questo andrebbero anch’essi aboliti” dichiara Sergio Serraino, coordinatore EMERGENCY Campania. “Dopo 28 anni di esistenza del sistema dei CPR, possiamo affermare che il problema non sia solo nella gestione dei luoghi, ma nell’obiettivo per cui sono nati: il rimpatrio forzato di uomini e donne che, migrando, esercitano e rivendicano il proprio diritto di sottrarsi a condizioni di vita inaccettabili e pericolose.” Nel secondo rapporto di monitoraggio sui CPR pubblicato dal Tavolo Asilo e Immigrazione[1] , emerge ancora più chiaramente come questi luoghi di detenzione, di fatto, abbiano conseguenze importanti sia sulla salute fisica che su quella mentale delle persone trattenute. “Il diritto alla salute all’interno di questi centri risulta sistematicamente compromesso a causa della natura stessa della detenzione amministrativa. Sono luoghi patogeni, cioè in grado di generare o deteriorare gravemente la salute psicofisica delle persone” dichiara Emanuele Longo, responsabile medici Programma Italia EMERGENCY. “All’interno dei CPR è stata più volte denunciata una massiccia e spesso incontrollata somministrazione di terapie sedative e psicofarmaci, che sembrano utilizzati in modo improprio come strumento di gestione dell’ordine pubblico e di contenimento della tensione interna, anziché per reali finalità terapeutiche. A questo si aggiunge un numero allarmante di atti di autolesionismo, continui tentativi di suicidio e anche di morti tragiche, specchio di una profonda e disperata sofferenza psicologica.” Nei CPR, anche l’assistenza sanitaria di base, a gestione privata, è spesso fortemente limitata, senza un adeguato percorso di cura e continuità terapeutica. A incidere sul benessere delle persone trattenute sono soprattutto le condizioni stesse della detenzione: isolamento, carenze strutturali e limitazioni della libertà personale producono un impatto significativo su chi vive in questi centri, con il rischio concreto di ri-traumatizzazione o di sviluppare disturbi post – traumatici da stress. “Un nostro paziente in Sicilia è stato rinchiuso per diverso tempo in un CPR” racconta Ahmed Echi, responsabile del progetto Sicilia di EMERGENCY. “Quando lo abbiamo rivisto era un altro: a malapena camminava, sembrava addormentato, non rispondeva. Non era più la stessa persona che conoscevamo.”  EMERGENCY sarà presente il 24 ottobre alle ore 13.00 davanti il Centro Fernandes di Castel Volturno per chiedere la chiusura di tutti i CPR presenti in Italia, di non investire nell’apertura di altri Centri di Rimpatrio e concentrarsi su politiche fondate sulla tutela dei diritti, dell’accoglienza e della salute. Emergency
October 22, 2026
Pressenza
Il diritto d’asilo a Trieste: rotta balcanica e crisi dei diritti (1a parte)
IL DIRITTO D’ASILO PUÒ ESSERE FORMALMENTE RICONOSCIUTO E, CONTEMPORANEAMENTE, RESO QUASI IMPOSSIBILE DA ESERCITARE? È QUESTA LA DOMANDA, PROFONDAMENTE GIURIDICA PRIMA ANCORA CHE POLITICA, CHE HA ATTRAVERSATO L’INCONTRO «QUELLO CHE TRIESTE NON VEDE. LA ROTTA BALCANICA: TRA ARRIVI, ATTESE E BUROCRAZIA», ORGANIZZATO IL 20 OTTOBRE 2026 PRESSO LA SEDE DELL’ARCI DI TRIESTE, CON L’INTERVENTO DI GIANFRANCO SCHIAVONE, PRESIDENTE DEL CONSORZIO ITALIANO DI SOLIDARIETÀ (ICS), ESPERTO DI MIGRAZIONI INTERNAZIONALI E COMPONENTE DELL’ASSOCIAZIONE PER GLI STUDI GIURIDICI SULL’IMMIGRAZIONE (ASGI). Ho partecipato alla conferenza perché ritengo che il fenomeno migratorio debba essere affrontato attraverso la conoscenza delle dinamiche internazionali, l’analisi rigorosa delle norme e l’osservazione delle loro conseguenze concrete. A Trieste, città nella quale ho scelto di vivere e dove frequento la Piazza del Mondo, queste questioni non rappresentano per me soltanto una materia di studio: incontrano quotidianamente persone, storie e condizioni di vulnerabilità che interrogano direttamente il nostro sistema democratico. L’intervento di Schiavone ha delineato un quadro particolarmente preoccupante: quello di una progressiva trasformazione delle procedure di protezione internazionale in un sistema nel quale l’accesso ai diritti rischia di essere ostacolato proprio dagli strumenti amministrativi che dovrebbero garantirlo. Il punto di partenza non può che essere la Costituzione. L’articolo 10, terzo comma, riconosce allo straniero al quale sia impedito nel proprio Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Tale disposizione deve essere letta in relazione agli articoli 2 e 3, che tutelano i diritti inviolabili e il principio di eguaglianza, all’articolo 24, che garantisce il diritto alla difesa, e all’articolo 113, che assicura la tutela giurisdizionale contro gli atti della pubblica amministrazione. Sul piano sovranazionale, l’articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea garantisce il diritto d’asilo nel rispetto della Convenzione di Ginevra del 1951 e del Protocollo di New York del 1967, mentre l’articolo 19 vieta le espulsioni collettive e tutela contro l’allontanamento verso Paesi nei quali sussista un grave rischio di pena di morte, tortura o trattamenti inumani o degradanti. A completare il quadro intervengono l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e il principio di non-refoulement, sancito dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, nei rispettivi ambiti applicativi. Non si tratta di affermazioni programmatiche prive di conseguenze. Sono disposizioni che pongono limiti precisi all’esercizio del potere statale, anche quando quest’ultimo viene giustificato attraverso esigenze di sicurezza, gestione delle frontiere o razionalizzazione amministrativa. Proprio su questo terreno si inserisce il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, le cui principali disposizioni hanno trovato applicazione dal 12 giugno 2026. Il regolamento (UE) 2024/1348 disciplina una procedura comune di protezione internazionale, mentre il regolamento (UE) 2024/1351 interviene sulla gestione dell’asilo e della migrazione, ridefinendo anche i meccanismi di responsabilità e solidarietà tra Stati membri. A essi si affiancano, tra gli altri, la direttiva (UE) 2024/1346 sulle condizioni di accoglienza e il regolamento (UE) 2024/1356 relativo agli accertamenti preliminari. L’obiettivo dichiarato della riforma è rendere più uniforme ed efficiente il sistema europeo. Tuttavia, l’efficienza amministrativa non può diventare un valore assoluto, né può essere perseguita comprimendo oltre i limiti consentiti le garanzie individuali. Una procedura più rapida non è necessariamente una procedura più giusta, soprattutto quando la persona interessata non dispone degli strumenti linguistici, giuridici e materiali indispensabili per far valere le proprie ragioni. Durante la conferenza, Schiavone ha ricostruito le contraddizioni del precedente sistema di Dublino, evidenziando come la responsabilità attribuita prevalentemente agli Stati di primo ingresso abbia contribuito a produrre squilibri strutturali. Secondo la sua analisi, il sistema europeo ha finito per reggersi anche sulla mobilità spontanea delle persone tra gli Stati membri, in assenza di un meccanismo di redistribuzione sufficientemente efficace. Il nuovo quadro normativo introduce strumenti di solidarietà, ma non elimina automaticamente le tensioni tra responsabilità degli Stati di primo ingresso, interessi dei Paesi di destinazione e aspirazioni individuali dei richiedenti protezione. La libertà delle persone di costruire relazioni familiari, sociali e professionali continua a confrontarsi con un sistema nel quale la distribuzione delle competenze amministrative può prevalere sulle concrete prospettive di integrazione. La rotta balcanica rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di questa contraddizione. Attraversando Paesi caratterizzati da differenti sistemi giuridici e capacità di accoglienza, le persone migranti affrontano controlli, respingimenti, situazioni di precarietà e ostacoli nell’accesso alle procedure di protezione internazionale. Schiavone ha inoltre sottolineato un paradosso che merita particolare attenzione: l’inasprimento dei controlli e la progressiva chiusura delle possibilità di attraversamento autonomo possono incrementare la dipendenza dalle organizzazioni che gestiscono il traffico di migranti. La domanda di mobilità, infatti, non viene necessariamente eliminata dalle restrizioni; può semplicemente essere intercettata da reti criminali sempre più organizzate e remunerative. Occorre distinguere, naturalmente, il traffico di migranti dalla tratta di esseri umani, trattandosi di fenomeni giuridicamente differenti, disciplinati anche dai Protocolli addizionali alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale. Ma proprio questa distinzione impone politiche capaci di contrastare lo sfruttamento senza criminalizzare indiscriminatamente chi cerca protezione. È però sulla situazione di Trieste che l’intervento ha assunto i caratteri di una denuncia particolarmente severa. Secondo i dati e le ricostruzioni illustrati da Schiavone, dal 2022 la città avrebbe conosciuto un progressivo deterioramento delle condizioni di accesso all’asilo e all’accoglienza, con persone costrette a permanere per settimane o mesi in strada prima di ottenere la registrazione della domanda o una sistemazione. La questione decisiva riguarda la distinzione tra manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale e successiva formalizzazione amministrativa della domanda. L’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo n. 142 del 2015 stabilisce che le misure di accoglienza si applicano dal momento della manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale, nel rispetto delle condizioni previste dall’ordinamento. Ne consegue che il funzionamento degli uffici non può essere utilizzato per differire arbitrariamente il riconoscimento di una posizione giuridica già rilevante. Nel corso dell’incontro sono stati descritti appuntamenti fissati a distanza di circa tre mesi e mezzo, documenti privi di indicazioni sufficientemente chiare sulla finalità della convocazione e difficoltà nel dimostrare quando una persona abbia effettivamente manifestato la volontà di presentare domanda. Se tali prassi vengono confermate, il problema non riguarda semplicemente la lentezza burocratica. Il rischio è che l’amministrazione, attraverso la dilazione temporale e l’incertezza documentale, finisca per ostacolare l’esercizio di diritti che la legge è tenuta a garantire. Particolarmente significativo è il riferimento alla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 1° agosto 2025, nella causa C-97/24, S.A. e R.J.. La Corte ha chiarito, con riferimento alla disciplina dell’accoglienza allora applicabile, che uno Stato membro non può sottrarsi alla responsabilità derivante dalla mancata garanzia delle condizioni materiali essenziali invocando il temporaneo esaurimento delle strutture disponibili, neppure quando questo sia conseguenza di un afflusso improvviso e imprevedibile. Il principio giuridico è di straordinaria importanza: l’insufficienza organizzativa non costituisce, di per sé, una giustificazione per privare una persona indigente delle condizioni indispensabili a un’esistenza dignitosa. La pubblica amministrazione dispone certamente di margini organizzativi e di discrezionalità, ma questi devono essere esercitati entro i confini della legalità, della proporzionalità e del rispetto dei diritti fondamentali. L’articolo 97 della Costituzione impone il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione; non autorizza, al contrario, a trasformare le carenze del sistema in un onere sopportato esclusivamente dai soggetti più vulnerabili. Valeria Sirigu
October 22, 2026
Pressenza
Premio Caruana Galizia 2026: premiata l’inchiesta sull’accordo Italia-Albania sui migranti
Il premio giornalistico Daphne Caruana Galizia 2026 è stato assegnato questo mercoledì a un’indagine sull’accordo in materia di migrazione tra l’Italia e l’Albania. L’articolo premiato, a firma dei giornalisti Giacomo Zandonini, italiano, e Maite Vermeulen, olandese, e pubblicato sulla piattaforma giornalistica dei Paesi Bassi De Correspondent, tratta di un accordo che ha permesso all’Italia di costruire un centro di detenzione e un centro di smistamento per richiedenti asilo in territorio albanese. Il premio è stato consegnato durante una cerimonia al Parlamento europeo da un rappresentante di una giuria indipendente, composta da giornalisti provenienti da tutti i paesi dell’Unione europea. Roberta Metsola, Presidente del Parlamento europeo, e Pina Picierno, vicepresidente responsabile del premio, hanno partecipato all’evento nella sala stampa “Daphne Caruana Galizia” del Parlamento europeo a Strasburgo. Tra il 4 maggio e il 31 luglio 2026 centinaia di giornalisti provenienti dai 27 paesi dell’UE hanno presentato le loro storie. Prima di decretare il vincitore, la giuria ha selezionato 10 delle 344 candidature. A proposito dell’inchiesta I giornalisti Giacomo Zandonini e Maite Vermeulen hanno trascorso 18 mesi a indagare sull’accordo in materia di migrazione tra Italia e Albania per conto della piattaforma De Correspondent. Stando alle indagini, lo scopo dell’accordo era di intercettare i migranti diretti in Italia e condurli in Albania, paese al di fuori dell’UE, dove venivano spediti attraverso una procedura di asilo accelerata e poi rimpatriati nei loro paesi d’origine. Il loro articolo ripercorre le origini dell’accordo ed esamina il motivo per cui diversi paesi dell’UE lo considerano un “modello innovativo” per il futuro della politica migratoria europea. Per ricostruire il quadro completo, i giornalisti hanno presentato oltre trenta richieste in materia di libertà di informazione in sei paesi europei, rivolgendosi anche alla Commissione europea, al Consiglio Ue e all’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’UE (Frontex). Hanno seguito piste finanziarie e intervistato il personale dei centri, i migranti detenuti, gli avvocati e diversi parlamentari, rappresentanti del governo e residenti locali in Albania. Gli autori hanno evidenziato i notevoli ostacoli incontrati nel corso dell’inchiesta. In particolare, è stato loro negato l’accesso ai centri gestiti dall’Italia in Albania, mentre alcune informazioni di base, tra cui il numero delle persone detenute, sono rimaste riservate. Hanno anche scoperto che le spese sono state erogate tramite procedure di emergenza, aggirando le normali procedure di appalto pubblico, e che al personale è stato chiesto di firmare accordi di riservatezza. In collaborazione con Bebe Blanco Agterberg, responsabile del coordinamento fotografico, Sharon Coone, esperta di progettazione dell’informazione, e il fotografo Francesco Bellina, i giornalisti esaminano le criticità dell’accordo sul piano dei diritti umani e le sue implicazioni per i principi fondamentali dello Stato di diritto in Europa. Fonte: Comunicato dell’Ufficio Stampa del Parlamento Europeo Redazione Italia
October 21, 2026
Pressenza
ROTTA BALCANICA: A TRIESTE LE NUOVE LIMITAZIONI DELLA QUESTURA, SOLIDARIETÀ CONCESSA A GIORNI E ORARI ALTERNI
La Questura di Trieste ha stabilito un nuovo regolamento per limitare il supporto alle persone in arrivo dalla rotta balcanica nell’area della stazione ferroviaria. Secondo le nuove direttive, associazioni e solidali non possono più consegnare pasti o beni di prima necessità durante il sabato e la domenica. Nei giorni lavorativi, invece, questa forma di supporto è permessa soltanto per due ore la sera, precisamente dalle sei alle otto. Inoltre, per poter operare in questa fascia oraria, i gruppi di volontariato devono inviare una comunicazione ufficiale preventiva agli uffici di pubblica sicurezza. Il provvedimento è entrato in vigore a partire dal fine settimana del 17-18 ottobre, sollevando le prime accese discussioni tra le realtà del territorio e le istituzioni locali. Tra le organizzazioni critiche dei provvedimenti restrittivi la Rete Fornelli Resistenti, che in una lettera aperta indirizzata alla Questora e al Prefetto, richiede la “revisione delle disposizioni relative all’assistenza alle persone migranti in Piazza della Libertà”, ritenendo le limitazioni “inaccettabili”. Ci racconta il contenuto della lettera Ado Maglia, della Rete Fornelli Resistenti nodo desenzanese. Ascolta o scarica La Rete Fornelli Resistenti invita singoli e organizzazioni a controfirmare la lettera entro venerdì 23 ottobre, quando sarà inviata alla Questora e al Prefetto. La trovate cliccando qui.
October 21, 2026
Radio Onda d`Urto
State trafficking, un’economia della schiavitù
Nel febbraio del 2025 e nell’aprile del 2026 sono stati pubblicati due rapporti di ricerca sulla vendita di esseri umani – nello specifico, migranti neri, uomini e donne, minori e bambini – alla frontiera tunisino-libica.  Nei due rapporti si introduce il termine Tratta di Stato, dato che i responsabili del fenomeno hanno la particolarità di indossare un’uniforme e di appartenere a corpi finanziati anche attraverso le risorse destinate dall’Unione europea al contrasto della migrazione irregolare.  In questo articolo consideriamo la tratta di esseri umani promossa da apparati dello Stato tunisino non tanto come un’anomalia o un’eccezione prodotta dall’agire di singoli agenti corrotti, quanto come un punto di saldatura tra due differenti economie della violenza, finora considerate in modo distinto.  In questo senso, il contenimento forzato delle partenze, che la Tunisia esercita per conto dell’Unione europea, finisce così per alimentare l’economia libica del sequestro, del ricatto e della schiavitù. Fra questi due sistemi ha, infatti, preso forma una catena logistica transfrontaliera che consente di estrarre valore tanto dalla cattura delle persone in movimento, quanto dal loro sequestro.  I rapporti sulla tratta di Stato sono basati su 63 testimonianze di persone vendute nel corso di 59 operazioni di espulsione collettiva dalla Tunisia verso la Libia; in essi si stima che non meno di 7.400 persone siano state vittime della tratta di Stato dal giugno 2023 al dicembre 2025. Si tratta di una stima per difetto, dato che non si  conosce il numero totale delle operazioni realizzate dalla Garde Nationale Tunisienne (Gnt), il corpo di polizia tunisino responsabile di proteggere le frontiere (europee) in terra e in mare.  Presentati al Parlamento europeo, al Senato e alla Camera dei Deputati in Italia, non hanno suscitato troppa attenzione mediatica, né, soprattutto, risposta politica. Qualcosa sembra muoversi nel giugno 2026, quando l’organismo della Nazioni unite per i diritti umani (Ohchr, Human Rights Office of the High Commissioner) ha chiesto conto alla Tunisia e alla Libia delle detenzioni arbitrarie e delle violenze (fra cui quella sessuale è generalizzata) inflitte a queste 7.400 persone.  LEGGI ANCHE… MIGRANTI BASTA ACCORDI CON LA LIBIA Federico Alagna La tratta di Stato è anzitutto una catena logistica: mette in comunicazione due mercati prima separati e, così facendo, trasforma le persone in merce e in forza-lavoro schiavizzata. Questo è possibile perché lo Stato tunisino fa propri gli obiettivi delle politiche di frontiera europee e si serve dei fondi che l’Unione stessa versa a questo scopo. Sino alla firma del Memorandum del 16 luglio 2023,  lo Stato tunisino, come altri della sponda sud del Mediterraneo, disponeva di una sorta di rendita geografica: la capacità di regolare il flusso delle partenze era infatti una risorsa da spendere nelle relazioni con l’Europa. Questa rendita, che a livello macro si esprimeva nel volume variabile delle partenze, a livello micro prendeva la forma di un «mercato del passaggio» in cui gli apparati di sicurezza svolgevano la funzione di attori principali. Nelle interviste raccolte nel 2023 alle isole Kerkennah e sulla costa di Sfax era senso comune che occorresse pagare un’autorità di polizia, di solito la Gnt, per raggiungere Lampedusa; «5mila dinari barca piccola, 25mila barca grande» era il ritornello che abbiamo ascoltato spesso. Il viaggio undocumented era insomma un grande mercato, popolato da una molteplicità di attori e intermediari, trafficanti e truffatori, il cui esito in ultima istanza dipendeva dalle scelte di laissez passer o di chiusura della frontiera marittima da parte della Tunisia.  La svolta, tuttavia, non prende forma né a Bruxelles, né a Roma, ma scaturisce il 21 febbraio 2023, quando davanti al Consiglio di sicurezza nazionale il presidente tunisino Kais Saied descrive l’arrivo di «orde» di migranti subsahariani come elemento di un più vasto agire politico volto a modificare la composizione etnica e religiosa del paese. Con quel discorso, che riecheggia la retorica dell’estrema destra globale sulla «grande sostituzione», si apre una fase di aggressioni, licenziamenti, sfratti e sgomberi contro qualunque soggetto razzializzato come nero, indipendentemente dal suo status legale.  La stagione aperta dal Memorandum, con l’insistente domanda europea di contenimento delle partenze, si innesta sulla diffusione del razzismo di Stato in Tunisia. Da questa combinazione traggono origine altre due economie della violenza: quella dell’intercettazione e quella della vendita. La prima è legata ai sempre più ingenti fondi che Italia e Unione europea destinano alla chiusura della rotta tunisina e che finanziano l’insieme degli apparati di controllo della frontiera (benzina, motovedette e pick up, uniformi, tecnologie, armi, droni); la seconda nasce, invece, come conseguenza della prima e mette a valore le persone catturate rivendendole «all’ingrosso» alla frontiera tunisino-libica.  I due rapporti descrivono bene le diverse fasi di questa tratta di Stato che prevedono l’intercettazione durante il viaggio in mare o negli accampamenti dei migranti subsahariani lungo la costa di Sfax, il concentramento (usiamo consapevolmente questo termine) delle persone in specifiche aree di «stoccaggio» (come il porto di Sfax), la conduzione alla frontiera su autobus snodati e la detenzione lungo un arcipelago di caserme della Gnt nell’attesa di perfezionare gli accordi di vendita con gli acquirenti libici.  Dalle interviste dei 63 testimoni si può osservare come nel corso del tempo, lungo ogni snodo di questa catena logistica, aumenta il grado di violenza esercitato dagli apparati di Stato in spregio dei più elementari diritti umani. Le persone catturate sono private di ogni bene, di ogni documento (quale che sia il loro statuto legale in Tunisia di studenti, rifugiati, lavoratori con permesso o clandestini), di ogni tipo di assistenza medica o legale; nessun bisogno primario è garantito ai trafficati; cibo, acqua e cure mediche vengono negati in modo sistematico, al punto che i rapporti descrivono la privazione non come un effetto collaterale, ma come un metodo. La violenza, infatti, deumanizza, e prepara i prigionieri a divenire «cose», merci di cui si può disporre liberamente, dislocandole e vendendole; diversi testimoni, ad esempio, raccontano di essere stati trattenuti in gabbie e di essere stati spostati su mezzi adibiti al trasporto di animali.  LEGGI ANCHE… MOVIMENTI INTERNAZIONALISMO E NUOVI TERRENI DI CONFLITTO Federico Alagna - Luca Casarini Una particolare attenzione viene dedicata dalla Gnt, l’attore principale di questa catena logistica, alla requisizione dei telefoni; nessun contatto con il mondo è permesso alle persone catturate perché nessuna documentazione visiva o sonora deve circolare. A ogni fermata lungo la strada che da Sfax porta a Tataouine o Ben Gardane, a ogni caserma in cui il contingente dei catturati passa di mano in mano, si ripetono perquisizioni intime, violenze di ogni tipo, torture fisiche e sessuali. Tutti raccontano di aver visto un proprio compagno di deportazione morire come esito delle percosse o dell’assenza di cure mediche. Ascoltiamo ad esempio la testimonianza di una donna ventenne: > Ci hanno catturato il 20 ottobre 2025 (in mare). Erano i tunisini con le > piccole barche. Noi ci siamo rifiutati di salire, ci hanno picchiate lì, > maltrattate, picchiate, picchiate in acqua. Sì, sì, c’è gente che urla, ci > sono i bambini con noi. I tunisini hanno iniziato a rovinare l’acqua. Finché > la barca si è capovolta. Eravamo 42 persone. Sono stati loro stessi, la > Guardia Nazionale. 26 sopravvissuti, 16 morti quel giorno. […] Le persone che > sono annegate, sì, sono rimaste in acqua. La Guardia Nazionale… erano loro che > avrebbero potuto salvarli. Avrebbero potuto prenderli, come noi. (Al porto di > Sfax) non puoi parlare, ti perquisiscono, ti prendono tutto quello che hai > addosso, picchiano gli uomini. E per le donne è la stessa cosa, se parli ti > picchiano. Le donne non venivano violentate lì, ma quando ci hanno venduto ai > libici… è lì che ci hanno violentate. Eravamo in tanti, l’autobus era pieno, > c’erano cinque autobus. […] L’autobus era bianco con delle strisce verdi. > Hanno cambiato la squadra di poliziotti, ci hanno fatte scendere nei pressi di > Tataouine. Ci hanno picchiate. La gente piangeva, non c’era niente, non c’era > cibo, non c’era acqua, niente. C’era il loro capo della polizia lì. Ci hanno > picchiato, picchiato con i loro bastoni. E con quelli ti picchiano sulla > testa. Picchiano tutto, non ci pensano nemmeno, anche sull’autobus. Io non lo > so, non lo so (quanto tempo sono rimasta a Tataouine). (Al confine libico) Poi > ci hanno fatto inginocchiare tutti quanti, siamo scesi dall’autobus. Hanno > scambiato qualcosa, hanno firmato, li abbiamo visti, hanno firmato, comunicano > tra loro, hanno firmato un documento. Eravamo in ginocchio. Erano in tanti (i > poliziotti), c’erano altri che venivano a picchiare dalle spalle. […] Erano > due autobus per la Libia. Eravamo in tanti, più di 100 persone. Sì, sì, erano > tutte guardie, è terribile. I tunisini indossavano uniformi nere, abiti neri. > I libici… abiti color cachi. I volti coperti. Poi ci hanno rinchiuse in un > camion, è pazzesco, non si vedeva nulla fuori. Le persone portate in Libia > vengono vendute. Noi stesse abbiamo visto che ci hanno venduto in cambio di > soldi. Abbiamo visto scambiarsi i soldi al confine tra Libia e Tunisia. Quando > scendiamo dall’autobus. (I libici) sono fuori che aspettano. Loro non hanno un > autobus. È una specie di… un’auto ben chiusa con… con delle catene. Sì, sì, > non è un camion, è una piccola auto, ma ci mettono gli esseri umani, come se > ci mettessero gli animali dentro […] Era tutto chiuso, non si vedeva nulla. > Niente finestrini, niente di niente, la gente urlava e batteva alla porta. Una > volta arrivati alla prigione di Al Assah in Libia, le donne subiscono > violenze, quando facciamo rumore, le guardie vengono e ci picchiano. Sì, sì. > Di notte ti violentano, vengono, ti chiamano, «vieni, andiamo fuori». Ti fanno > quello che vogliono. Sì, è successo anche a me, molte volte, ho anche le prove > (sul corpo) […] Sì, c’è un’altra stanza lì (nella prigione). Sì, ci > violentano, la guardia viene lì, ci dice di andare. Dicono che ci libereranno, > che quando ti dai a loro ti liberano, ma quando hanno finito ti rimettono > dentro… In questo quadro, la caserma di El Meguissem si configura come il centro della vendita dal lato tunisino, mentre la prigione e le installazioni militari di Al Assah, a pochi chilometri di distanza, sono il centro degli acquisti, dal lato libico. Non è un dettaglio da poco il fatto che Al Assah sia il quartier generale della Libyan Border Guard, un’altra istituzione ampiamente finanziata dall’Unione europea, e più volte visitata da funzionari internazionali e diplomatici europei.  Ma perché milizie e apparati di Stato afferenti al governo di Tripoli (Gnu) comprano esseri umani dalla Gnt? Per capirlo, occorre prendere in considerazione da un lato una lunga storia di legami sociali, familiari-parentali, e di traffici (di Stato e non) in questa zona di frontiera; dall’altro il ruolo eminentemente economico dell’istituzione-prigione in Libia. Come raccontano i testimoni dei rapporti, i mezzi di pagamento della loro vendita non sono solo il denaro o l’hashish, ma anche e soprattutto il carburante: una tanica da venti litri diventa così l’unità principale di misura di un essere umano. Chiunque abbia messo piede a Ben Gardane rimane stupito, e affascinato, dall’incredibile corridoio commerciale con la Libia che lì prende forma: prodotti industriali di ogni tipo, beni agricoli, animali e tanto petrolio uniscono la strada costiera che dalla Tunisia porta alla frontiera libica. D’altra parte, nel sud della Tunisia la rete di vendita di carburante artigianale e di contrabbando è ovunque, mentre le stazioni di rifornimento delle grandi compagnie sono solo un’infima minoranza.  Nelle testimonianze appare, inoltre, come funzionari e soldati libici vadano a trattare affari, per fissare i prezzi della «merce umana», direttamente nelle caserme della Gnt, facendo emergere così il carattere poroso per alcuni di quella che resta una frontiera estremamente militarizzata.   In questo quadro, le prigioni dal lato libico estraggono valore dalle persone acquistate alla frontiera, contribuendo allo sviluppo del territorio circostante. Due, e interrelati fra loro, sono i circuiti economici che prendono corpo nelle strutture detentive: da un lato l’economia del riscatto, dall’altro la schiavitù per debito.  Nel primo caso la liberazione è ottenuta attraverso il taglieggiamento delle famiglie (nei paesi di origine o in Europa) delle persone catturate. I prezzi richiesti per il rilascio ai testimoni dei rapporti State Trafficking e Women State Trafficking variano dai 600/700 euro per gli uomini, ai 1.000/1.200 euro per le donne, contribuendo così a impoverire e a indebitare ulteriormente le reti di parentela delle persone razzializzate.  LEGGI ANCHE… CONFINI GIOCHI SENZA FRONTIERE Redazione Jacobin Italia Il secondo circuito è quello della schiavitù: non tutti i prigionieri hanno una famiglia in grado di pagare il riscatto, e allora il debito si estingue con il lavoro forzato, alle condizioni e per il tempo che decide, a sua discrezione, chi detiene la persona. Per gli uomini si tratta, principalmente, di lavori agricoli o nel settore dell’edilizia (anche legati all’ampliamento delle stesse prigioni e di altre installazioni militari); per le donne, invece, è la prostituzione forzata e, in minor misura, il lavoro servile domestico.  Il debito può, inoltre, essere comprato da terzi che a loro volta lo mettono a valore organizzando squadre di lavoro, agendo come agenzie interinali, o rivendendo la «merce umana» ad altre prigioni, a imprese di diverso tipo presenti sul territorio o, appunto, a case di prostituzione forzata.  Si tratta insomma di un’economia della schiavitù per debito che si articola attorno alle strutture di detenzione che si configurano quali centri di collocamento principale della manodopera. Ed è proprio la dimensione sistemica di questo processo a giustificare la necessità di un circuito di alimentazione continuo, attraverso il quale sia possibile rivendere «servizi lavorativi» al territorio circostante o sostenere continuativamente l’economia del sequestro e del riscatto Nel settore nord-occidentale della Libia, il flusso di entrata nelle prigioni proviene o dagli acquisti di «merce umana» operati alla frontiera tunisina, attraverso la collaborazione della Gnt, o dai raid di polizia e/o di milizie private nelle città della costa di Sabratha e Zwara, o infine dalle intercettazioni in mare effettuate dalla cosiddetta «Guardia costiera libica».  L’esistenza di un mercato di schiavi in Libia non è cosa nuova; un reportage della Cnn nel 2017 testimoniava ad esempio l’esistenza di aste di compra-vendita di esseri umani; e più in generale una vasta letteratura scientifica ha esplorato i diversi contorni di una costellazione economica che pur ruotando attorno al lavoro forzato e alla schiavitù per debito non ha mai impedito all’Unione europea di sostenere, direttamente o indirettamente, apparati di Stato e milizie come una sorta di «corpo di guardia» della nostra frontiera.  La novità messa in luce dai rapporti sulla tratta di Stato è il saldarsi sotto l’impulso del Memorandum del 2023 (e dei finanziamenti a esso connessi) di due economie della violenza, precedentemente disgiunte; da un lato il controllo violento e il contenimento delle mobilità operato dalla Tunisia per conto dell’Ue; dall’altro in Libia l’economia del sequestro e la riduzione delle persone comprate, o catturate, a forme di schiavitù per debito. Ne deriva l’emergere di una catena logistica transfrontaliera, sostenuta da ingenti risorse europee, nella quale il blocco della mobilità e l’estrazione di valore dalla cattura delle persone in movimento diventano momenti reciprocamente interconnessi e funzionali.  Che Stati e istituzioni siano fra gli attori rilevanti nelle operazioni di traffico di esseri umani è una storia vecchia e risaputa; in epoche diverse la tratta transatlantica, quella transahariana, e la riduzione in schiavitù fra le due sponde del mediterraneo sono state promosse, sostenute e organizzate grazie a un connubio fra poteri politici e interessi economici. La cifra del presente è che le politiche dell’Ue di esternalizzazione della frontiera verso la Tunisia e la Libia, nel mentre individuano retoricamente nei «trafficanti» i loro bersagli principali, sono esse stesse materialmente all’origine della costruzione e del finanziamento di una nuova tratta di Stato. *Roberta Derosas è dottoranda all’Università di Palermo, operatrice sociale e redattrice di Melting Pot Europa. Enrico Fravega e Luca Queirolo Palmas, insegnano entrambi Sociologia delle migrazioni all’Università di Genova. Il collettivo RR[X], autore dei rapporti sulla Tratta di Stato oggetto di questo articolo, firma i rapporti in forma anonima per garantire la sicurezza dei testimoni e la possibilità di continuare a raccoglierne la voce. Come parte della coalizione che sostiene il progetto (insieme a Asgi, OnBorders, BorderForensic, The Routes Journal e Melting Pot Europa) abbiamo avuto accesso all’intero corpus delle interviste su cui si fonda la presente analisi.  Questo articolo è dedicato a Nadège, testimone n. 56 del rapporto Women State Trafficking, morta in mare nel settembre del 2026 cercando di sfuggire alle situazioni che qui si raccontano.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo State trafficking, un’economia della schiavitù proviene da Jacobin Italia.
October 21, 2026
Jacobin Italia
Rapporto Caritas-Migrantes: 5˙600˙000 stranieri “danno molto al nostro Paese e ricevono poco”
“COS’È UN CONFINE E COSA UNA FRONTIERA? SONO SINONIMI?”. ALLA TENSIONE SEMANTICA TRA CONFINI E FRONTIERE È DEDICATA L’EDIZIONE 2026, LA 35ESIMA, DEL RAPPORTO IMMIGRAZIONE DI CARITAS ITALIANA E FONDAZIONE MIGRANTES: 35 ANNI DI TESTIMONIANZA, ANALISI E PROPOSTE, GUARDANDO AL PRESENTE PER IMMAGINARE INSIEME UN FUTURO CONDIVISO. Pubblicato a cura di Manuela De Marco e Simone Varisco e con disegni di Francesco Piobbichi, raccoglie in 360 pagine il contributo di 32 autrici e autori.  Il Rapporto Immigrazione nel 2026 è intitolato Confini e Frontiere perché “viviamo in una stagione storica nella quale si moltiplicano i confini e si riducono le frontiere – evidenziano Caritas Italiana e Fondazione Migrantes – Crescono le linee di separazione, mentre si restringono gli spazi dell’incontro. Aumentano i dispositivi di controllo, mentre si indebolisce la capacità di riconoscere l’altro come fratello e sorella”. E, riconoscendo i percorsi positivi di integrazione in atto, denunciano i pericoli della moltiplicazione di barriere fisiche e ostacoli socio-economici, culturali ed esistenziali che creano divari nella società: da inefficienza e opacità dei canali di ingresso regolato dai Paesi di origine alla mancanza di misure che garantiscano l’opportunità di ottenere o conservare un regolare permesso soggiorno in Italia. Le provenienze si diversificano: restano centrali Romania, Albania e Marocco, ma rispetto al passato cresce il peso delle comunità asiatiche. In un solo anno gli immigrati sono aumentati di circa 188 mila persone (+3,5%), contribuendo in maniera determinante a mitigare il calo demografico in corso in Italia, dove in confronto ai principali Paesi europei, negli ultimi 10 anni la crescita dell’immigrazione è stata più lenta: +13% tra il 2013 e il 2023, mentre in Francia +18%, in Spagna +33% e in Germania +51%. Al 1° gennaio 2026 gli stranieri residenti in Italia erano quasi 5,6 milioni, il 9,4% della popolazione. Nel 2025 i 2,6 milioni di occupati stranieri hanno generato 196 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 9,7% del PIL, quindi più della loro incidenza sulla popolazione, e hanno versato 12,6 miliardi di euro per l’IRPEF. Ma il reddito medio dei contribuenti stranieri è intorno ai 17˙000 euro annui, contro i quasi 27˙000 dei nati in Italia. E il Rapporto Immigrazione 2026 evidenzia che in Italia: * i lavoratori stranieri sono il 10,7% degli occupati; * gli immigrati sono ‘confinati’ nelle professioni meno qualificate e a basso salario – il 29% contro l’8% degli italiani – e con pesanti divari retributivi e sovra-qualificazione rispetto ai titoli di studio conseguiti; * il 60% del bilancio delle famiglie straniere serve a coprire i bisogni essenziali, mentre al risparmio è destinato solo il 13% perché viene eroso dalle rimesse, che assorbono 17% dei guadagni. Inoltre che a danno dei lavoratori stranieri e dell’intero sistema-Italia persistono preoccupanti sacche di lavoro nero e gravi irregolarità contrattuali, mentre il lavoro su piattaforma si attesta sempre più come nuova frontiera dello sfruttamento lavorativo. Anche nell’istruzione persistono divari negli apprendimenti e una maggiore propensione all’abbandono della scuola: il fenomeno dei NEET è più diffuso tra i giovani con background migratorio (30% contro 17%). Il Rapporto Immigrazione 2026 analizza e confronta molteplici indagini e ricerche, tra cui: * un sondaggio – svolto nei circa 400 uffici Caritas e Migrantes operativi sul territorio italiano – da cui emerge quali fattori determinano la propensione dei cittadini immigrati a restare in Italia, un desiderio espresso dal 67,4% degli intervistati, i quali dichiarano che a influire positivamente sono l’aver trovato nella società civile e nell’associazionismo laico ed ecclesiale un valido supporto, molta vicinanza e tanta amicizia; * un’inchiesta – promossa da Caritas Italiana – sull’opacità delle procedure di ingresso connesse al “Decreto flussi”, che possono nascondere indebitamento, dipendenza e irregolarità; * una ricerca – promossa da Fondazione Migrantes – sulle pratiche partecipative e di cittadinanza dei giovani di origine straniera; * un’indagine – promossa da Fondazione Migrantes – sulle comunità degli immigrati cattolici * per la prima volta, un censimento ragionato di sacerdoti, religiosi e religiose con cittadinanza non italiana che vivono e supportano le comunità di fede e i processi di partecipazione in Italia. Dieci impegni urgenti per una politica migratoria fondata su legalità, integrazione e partecipazione Nel corso della sua presentazione, svolta a Roma l’altro ieri, il 19 ottobre scorso, Caritas Italiana e Fondazione Migrantes hanno indicato anche una serie di priorità politiche che emergono chiaramente dalle evidenze descritte nel Rapporto Immigrazione *. Tra le urgenze, l’istituzione di un permesso di soggiorno per “radicamento sociale” e un adeguato finanziamento del Fondo nazionale per le politiche migratorie. Come il monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes, e don Marco Pagniello, direttore della Caritas Italiana, nella prefazione al volume spiegano: > Il confine non è soltanto uno spazio di divisione fisica e valoriale, ma anche > di opportunità di vita. > > È tempo ormai di affrontarne i limiti con decisione e volontà risolutiva: > troppe sono ancora le barriere nell’accesso alla scuola e agli alloggi, nelle > possibilità occupazionali e di mantenere la regolarità del soggiorno, fino a > quelle della segregazione più esplicita. > > Cogliamo, dunque, l’occasione di questa pubblicazione per evidenziarli e > restituirli alla comunità civile e cristiana con il consueto sguardo > propositivo, che vuole essere un invito anche ai decisori politici perché > assumano queste evidenze e agiscano. *  Dieci impegni urgenti per una politica migratoria fondata su legalità, integrazione e partecipazione – CONFINI E FRONTIERE – Sintesi del XXXV Rapporto Immigrazione 2026 – XXXV Rapporto Immigrazione 2026 Confini e frontiere (TAU Editrice) – TAU Editrice : collana RAPPORTO EMIGRAZIONE (edizioni dal 2023 al 2026)     Giovanni Caprio
October 21, 2026
Pressenza
La conferenza su ‘I Movimenti Migratori nella prospettiva economica e sociale in Italia’
IN SVOLGIMENTO GIOVEDÌ 19 NOVEMBRE PROSSIMO A ROMA, È ORGANIZZATA DAL COMITATO SCIENTIFICO DELLA FONDAZIONE ORDINE COSTANTINIANO DI SAN GIORGIO ITALIA ETS, CHE SPIEGA: > I movimenti migratori – che riguardano i trasferimenti di residenza e le > dinamiche della mobilità – costituiscono una componente delle trasformazioni > demografiche e sociali dell’Italia contemporanea. La loro analisi richiede > attenzione alle relazioni tra popolazione, lavoro, vita familiare, servizi e > partecipazione alla comunità. > > L’incontro propone un’occasione di approfondimento su un fenomeno che > interessa la realtà nazionale nelle sue dimensioni demografiche, economiche e > sociali, nell’ambito dell’impegno della Fondazione per la promozione della > cultura, della ricerca di interesse sociale e della solidarietà. > > La conferenza sarà introdotta da S.E.R. Mons. Andrea Ripa, Vescovo titolare di > Cerveteri, Segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. > > Interverranno il Dott. Arturo Lavalle, Direttore dell’area Relazioni > Internazionali dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi; il Prof. > Giovanni Tria, professore onorario presso l’Università di Tor Vergata; S.E. > Dott. Franco Massi; Suor Marisa Pitrella, Direttrice della Caritas presso > l’Arcidiocesi di Napoli; e il Prof. Angelo Federico Arcelli, docente di > economia presso l’università Cattolica del Sacro Cuore. > > Le conclusioni saranno affidate al Dott. Flavio Borghese, Presidente della > Fondazione San Giorgio Italia. I MOVIMENTI MIGRATORI NELLA PROSPETTIVA ECONOMICA E SOCIALE IN ITALIA GIOVEDÌ, 19 NOVEMBRE 2026 – ORE 17:30 Roma – Palazzo San Callisto, piazza Santa Maria in Trastevere Redazione Roma
October 20, 2026
Pressenza
VERONA: LA PIAZZA RICORDA MOUSSA DIARRA A DUE ANNI DALL’OMICIDIO DI STATO
Il 20 ottobre di due anni fa a Verona è stato ucciso Moussa Diarra da un agente della polizia ferroviaria. La Comunità Maliana e il Comitato Verità e Giustizia per Moussa, insieme alla cittadinanza, alle associazioni locali e al fratello di Moussa Djemagan, si sono ritrovati oggi pomeriggio nel piazzale della stazione di Porta Nuova, per non dimenticare quanto accadde esattamente due anni fa, quando nelle prime ore della giornata fu assassinato il giovane maliano. Diverse decine di persone si sono presentate all’appuntamento, dove la salma di Moussa è stata disegnata sul suolo con della vernice bianca. Sabato prossimo nuovo presidio sempre a Porta Nuova, ritrovo tra le ore 10 e le ore 14. Il collegamento in diretta con il presidio con Rachele del Comitato Verità e Giustizia. Ascolta o scarica Pubblichiamo il comunicato stampa che il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra ha inviato alla redazione.
October 20, 2026
Radio Onda d`Urto