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L’esperienza dei migranti per affrontare la crisi climatica
Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti: a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà, spesso solo di facciata, per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti. Guido Viale
July 24, 2026
Pressenza
Liberi di muoversi
-------------------------------------------------------------------------------- Una striscia del fumetto Indomabile dedicata alla Piazza del mondo che nasce ogni giorno a Trieste -------------------------------------------------------------------------------- Non abituarsi alle politiche di controllo, paura e securitarismo e alla loro capacità di produrre violenza e esclusione richiede un grande e costante esercizio di lucida resistenza. Lo racconta a modo suo anche il fumetto Indomabile edito da Cronache ribelli – con testi e inchieste di Valerio Nicolosi, sceneggiatura e disegni di Maria Chiara Gianolla – in cui si intrecciano le vicende di una famiglia curdo-siriana in viaggio lungo la rotta balcanica e quelle di un orso ribelle. Abbiamo rivolto qualche domanda a Maria Chiara Gianolla. Possiamo dire che il tema di fondo di Indomabile è la libertà di movimento? In cosa consiste per te questa libertà? Si, sicuramente e questa libertà é prima di tutto una condizione interna: essere liberi di muoversi tra tutte le dimensioni di sé fino a riconoscere la propria natura per poi rivendicare il diritto di esistere e di vivere in conformità ad essa. In alcuni casi a questo movimento interno corrisponde un movimento esterno se il paese in cui si vive non consente di vivere nel pieno rispetto di sé e della qualità della propria vita.  Il fumetto affronta in modo originale i temi delle politiche securitarie ma suggerisce anche alcune vie di fuga. Puoi indicarcene alcune? Intanto già parlare e costruire occasioni di riflessione su questi temi mi pare già un atto rivoluzionario. Nello specifico, il fumetto suggerisce la fuga non come un atto vile, ma come la possibilità di aprire varchi e di immaginare nuove prospettive. Non sempre le fughe consentono di raggiungere fisicamente le mete ambite, ma di certo rappresentano delle possibilità e fino a che abbiamo delle possibilità non siamo sconfitti. Nessuna gabbia é tanto stretta da imprigionare l’immaginazione. La mia generazione è cresciuta con il motto di Genova 2001 “un altro mondo è possibile” e in quella possibilità c’è la più forte opposizione all’approccio securitario.  Nelle presentazioni del libro cosa emerge? Quali sono i temi di cui c’è voglia di discutere? Antispecismo, ecologia, biopolitica, diritti… e una forte critica verso quei sistemi di potere che, dal positivismo in poi, hanno cercato di sottomettere la dimensione naturale a una dimensione artificiale e politica di stampo coloniale e suprematista. Dal 2019 sulle pagine di Comune, Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir raccontano chi sono i migranti della cosiddetta Rotta Balcanica e cosa accade ogni giorno nella piazza di Trieste dove alcune persone li incontrano. Descrivono spesso un gesto di cura profondamente politico, la lavanda dei piedi di chi ha spesso percorso migliaia di chilometri, un gesto concreto ma anche simbolico. Per loro è l’apertura di un varco, qualcosa che mostra una possibilità nuova… Cosa ne pensi? Ho conosciuto quella realtà da vicino e ho colto immediatamente il forte valore simbolico del gesto a cui corrisponde il più concreto atto di coraggio e di cura, nella storia dell’umanità del resto i simboli sono sempre strettamente collegati al reale. Le polizie di frontiera, legali o illegali, sottraggono tutto ai migranti per impedire il loro cammino, non possono però sottrarre loro i piedi: curarli significa consentire a queste persone, ancora una volta, di rimettersi in viaggio e di sentire l’amore di un’umanità che, per fortuna, esiste ancora. È un’iniezione di forza e di fiducia, un antidoto contro la violenza che subiscono.  Il libro ha legato testi e inchieste di Valerio Nicolosi con sceneggiatura e disegni da te curati: come avete lavorato? Lo abbiamo costruito insieme, passo passo. L’idea di unire le due storie è stata di Valerio. Abbiamo messo in fila i fatti, costruito uno Storyboard accurato, lui mi ha fornito molto del suo materiale documentario e i testi, frutto delle sue inchieste e interviste sul campo, così ho potuto procedere autonomamente nella costruzione dello storytelling e dei disegni. L’escamotage narrativo della nonna e della nipote é invece mio: un omaggio alla mia nonna friulana che fin da piccola mi ha insegnato a rispettare il bosco e al mio cane, a cui ho dedicato il fumetto, che mi ha insegnato ad attraversarlo.  -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Liberi di muoversi proviene da Comune-info.
July 23, 2026
Comune-info
Appello da Bologna
Appello delle organizzazioni, associazioni e realtà della società civile di Bologna Ci apprestiamo a celebrare l’anniversario della strage fascista del 2 agosto 1980, un appuntamento imprescindibile del calendario civile antifascista. Come 46 anni fa la città di Bologna, medaglia d’oro alla Resistenza e medaglia d’oro al valor civile, sa affermare il suo impegno civile e la sua straordinaria vocazione democratica, riempiendo le piazze. Quando c’è bisogno Bologna risponde e sa farlo al meglio, capace di rendere la città un presidio vero di resistenza democratica e antifascista. Ancora una volta siamo stati chiamati a ribadire i nostri valori, gli stessi sanciti dalla Costituzione, a seguito di un gravissimo episodio che ha provocato la morte di un uomo: auspichiamo siano fatte verità e giustizia così come chiede la famiglia di Abderrahim Fakir e tutta la Bologna democratica rigettando odio e vendetta. Consideriamo del tutto strumentali, al limite dello sciacallaggio, gli attacchi volti all’amministrazione comunale, così come le ricostruzioni diffuse sui social sulla vita di Abderrahim Fakir. Rivendichiamo il diritto alla mobilitazione democratica, anche attraverso la cancellazione dei decreti sicurezza. E per chi pensa di poter condizionare lo stato di diritto attraverso fantomatiche istruttorie che hanno il solo obiettivo di limitare la libertà di manifestare e l’azione di istituzioni democratiche, ribadiamo ancora una volta che Bologna resisterà un minuto in più. Adesioni :ANPI,CGIL,ARCI,ANED,ANPPIA,ASGI, Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, Associazione tra i Familiari delle Vittime della Strage della Stazione di Bologna del 2 Agosto 1980, Associazione per una Sanità del Servizio Pubblico, AUSER, Casa delle Donne, Cassero LGBTQIA+ Center, Comitato per la difesa della libertà e della democrazia in Iran, Comma 2 – Lavoro è dignità, Comunità maliana di Bologna – Yeredemeton, Cucine Popolari Donne per Nasrin, Famiglie Accoglienti Aps,Federconsumatori, Gruppo di Bologna Emergency, Gruppo Salvagente Bologna,Il Manifesto in Rete Legambiente, Libera, Libertà era restare, Mediterranea, Percorsi di Pace Casalecchio, Period Think Tank,Piazza Grande,Portico della Pace, Rete degli Studenti Medi, Rete Sulla Stessa Barca, Salvaciclisti, SOS Donna, SUNIA, UDI, UDU – Unione degli Universitari Bologna, 23 luglio 2026 Redazione Bologna
July 23, 2026
Pressenza
Migranti? Come tonni in una tonnara
Notizia di ieri: 80 morti in mare nel Mediterraneo. Un giovane immigrato che è arrivato qua e sente la notizia si sente passare un brivido lungo la schiena, gli torna in mente quel viaggio, a come magari sia stato vicino a morire, di come abbia pregato su quella barca, di come abbia pianto vedendo Lampedusa. I miei studenti vengono da tutto il mondo, insegno loro l’italiano, lo raccontai in un’intervista diversi anni fa. La trovate QUI Una buona fetta è arrivata in barca, qualcuno dalla Tunisia, la maggior parte dalla Libia. Diversi, soprattutto dal Bangladesh, sono arrivati in aereo a Tripoli. Fatico ad immaginarmi quel momento. Scendi da un aereo, dove probabilmente ti hanno spiegato prima del decollo come affrontare possibili emergenze, le uscite di sicurezza, il salvagente da gonfiare, il fischietto eventuale. Magari qualcuno ha pensato… quasi quasi me lo porto dietro. Invece scendono dall’aereo: per chiunque un aeroporto, un aereo, è simbolo di viaggio comodo, veloce, sicuro, quasi di lusso. Invece arrivano in una terra che li aspetta come i pescatori accolgono i tonni in una tonnara. Dentro la rete. Non hanno bagagli nella stiva, forse uno zainetto, credo che nessuno controlli le dimensioni del bagaglio: due magliette, due mutande, un paio di pantaloni di ricambio, il carica batterie. Punto. Non ho mai osato chiedere cosa succede in quel passaggio dall’aeroporto ad una di queste case dove vengono letteralmente chiusi dentro ad aspettare. Di quel periodo raccontano in classe, in fondo ci possono anche ridere sopra, ora, è superato: tre, quattro, ma anche sette mesi ad aspettare. A non fare NULLA. Spesso non hai neppure il telefono. Mangi pane e acqua o poco più e aspetti, stivati dentro, un paio di bagni per 50 persone. Uscire? Impossibile, sarebbe troppo pericoloso. Qualcuno invece è stato in galera, abbassa gli occhi, fa un gesto con le mani, come a dire: “Terribile, lascia stare.” Ma c’è stato anche chi ha voluto raccontare di quel periodo, aveva voglia di farlo: in galera sono botte, ogni mattina, botte con un bastone, come fosse il buon giorno e il solito messaggio: “Dopo chiamiamo a casa e ti fai mandare dei soldi”. Avanti, avanti, fino a che capiscono che hanno spremuto a sufficienza. Anche noi un limone spremuto lo buttiamo. Certo nell’umido, siamo civili. Insomma, in un modo o in un altro, una notte si ritrovano nella barca. Non è la prima persona che mi racconta che li ha sorpresi la guardia costiera libica e sono dovuti tornare indietro. Al secondo o terzo tentativo ce la fanno. Superano quella linea immaginaria, come fossero tra due calamite, passata quella, passano a gravitare verso l’Italia, e da lì si tratta di riuscire a fare l’ultimo tratto. La maggior parte di loro sono arrivati con la loro imbarcazione fino a Lampedusa, altri sono stati tratti in salvo da ONG o marina militare italiana, poco cambia per loro, bacerebbero chi li ha raccolti, per loro sono gioia e lacrime. Bene, una volta arrivati, chiunque penserebbe: “E’ fatta!” Diciamo invece SI e NO. Guardandoli nei volti, ascoltandoli, stando con loro, sudando insieme di fronte a queste lettere scritte su un quaderno un po’ sgualcito, con matite che sembrano scalpelli, si capisce presto. Lui o lei ha superato il trauma, o almeno così sembra, quest’altro o altra invece se lo porta dentro; la tristezza lo avvolge, come una di quelle bruttissime coperte termiche che li fa sembrare usciti da Star Treck. Ma veniamo al mio carissimo Abubakar (cambio il nome, non vorrei mai…). Viene dalla Costa d’Avorio, giovane, alto, forte, parla sempre con una mano davanti alla bocca, gli dico sempre di toglierla, che non si capisce. Stupido che sono, ha dei denti grossi che sporgono un po’ in fuori, la vergogna esiste in tutto il mondo. Abubakar impara piano piano, fatica, anche se sa il francese, l’italiano gli costa una gran fatica. Vive in uno di questi grandi centri di accoglienza alla periferia di Milano. Da un po’ di tempo mi dice che cerca lavoro, così lo metto in contatto con un mio amico che fa questo servizio, legato ad una parrocchia, lo fa con grande scrupolo, serietà, generosità. Così tre mesi fa il mio amico mi dice: “Avrei trovato da Mac Donald, lo hanno conosciuto, ma vogliono che impari meglio l’italiano, lo rivedranno ai primi di Aprile, cerca di insistere perché migliori.” Così parlo con lui, cerco una seconda scuola che gli permetta di accelerare, gli do compiti in più, arriva prima della nostra lezione e lavoriamo in due. Lui è contento, ma i progressi sono lenti, questo è indubbio. Certo lui mi ha fatto vedere che sognerebbe di fare il saldatore, mi ha mostrato anche due video, lo faceva al suo Paese. Gli dico di aver pazienza, che cominci da qualche parte, poi si migliorerà, si cercherà un corso di formazione, ma che intanto impari bene l’italiano e inizi con questo primo lavoro. Certo dentro di me penso: sono qui che col BDS, ma anche prima, boicottiamo Mac Donald per la pessima qualità del cibo, gli allevamenti a dir poco intensivi che ci stanno dietro, per le paghe da fame che danno, e adesso pure Israele di mezzo. Ma penso a lui e dico: ma sì, che cominci, è pur sempre meglio di niente. Così due giorni fa è tornato; non è Abubakar a dirmi come è andata, me lo scrive il mio amico: nulla da fare. E io penso: questo giovane parte a 17 anni dal suo paese nel cuore dell’Africa, raccolgono tutti i soldi della famiglia per pagare la traversata, fa un viaggio pazzesco, rischia più volte la vita, ci mette quasi un anno ad arrivare qua e finalmente si ritrova a Milano. Certo ci sono tanti giovani come lui, ma la tua famiglia è lontana, i tuoi amici, la tua terra, i tuoi sapori, profumi. E sai che per anni non li potrai sentire, vedere, ci vorranno anni per avere quei documenti che ti permetteranno di andare a trovarli. Ma tieni duro, non perdi il sorriso. E noi? Prepariamo questa forza lavoro, queste braccia, le prepariamo per essere servite in tavola, a puntino, perché siano trangugiate da un sistema che è lo stesso che li fa morire in mare. Coloro che guidano questo circo folle, questo sistema criminale, assassino, questa “roulette russa” dove una buona fetta muore prima dell’arrivo alla casella. Arrivare dove? Ad entrare nel tritacarne dove sarai sfruttato dagli stessi che hanno, indirettamente ma con perfetta consapevolezza, lasciato morire i tuoi fratelli e le tue sorelle. Le aziende occidentali li aspettano: “ma per favore che sappiano bene questa lingua! Non siamo mica qui a perdere tempo!” Come un tempo si vendevano gli schiavi, incatenati su un palchetto, li si guardava, misurava, si guardavano i muscoli, la dentatura. Qui si fa lo stesso, ci si aggiunge anche il saper la lingua. “Cerchiamo forza lavoro qualificata!” “Scusate -dico- avete ragione… dai Abubakar, la prossima volta andrà meglio, adesso prendiamo il libro. Anzi, aspetta, prima vieni che parliamo di qualcos’altro…”   Andrea De Lotto
July 23, 2026
Pressenza
Restituire ruolo e valore ai migranti
Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti: a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà – spesso solo di facciata – per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia, ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti.     Guido Viale
July 22, 2026
Pressenza
Fuori dal ghetto. Azione!
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Storie di vita, storie di accoglienza negata e di soprusi, ma anche storie di riscatto. Il concorso della rassegna “Fuori dal ghetto. Rosarno Filmfestival” 2026 – promosso da Mediterranea Hope-Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Rete Comunità Solidali e S.O.S. Rosarno (con molte adesioni, tra cui la redazione di Comune-info/Benvenuti ovunque) – ha come tema centrale lo sfruttamento del lavoro. Il termine per inviare le opere è il 30 settembre. Qui il bando completo: BandoDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fuori dal ghetto. Azione! proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
Contro razzismo, mafie e schiavitù: l’appello “Una persona, un voto”
Nuove adesioni si aggiungono all’appello promosso nel 2017 dall’indimenticabile partigiana e femminista Lidia Menapace e da padre Alex Zanotelli e oggi riproposto dal “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera”. Il testo recita: > Un appello all’Italia civile: sia riconosciuto il diritto di voto a tutte le > persone che vivono in Italia. > Il fondamento della democrazia è il principio “una persona, un voto”; l’Italia > essendo una repubblica democratica non può continuare a negare il primo > diritto democratico a milioni di persone che vivono stabilmente qui. > Vivono stabilmente in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che > qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro > figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro paese; queste > persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra > economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema > pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino > demografico del nostro paese; sono insomma milioni di nostri effettivi > conterranei che arrecano all’Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi > del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite > riguardano. > Una persona, un voto. Il momento è ora. Tra le adesioni recentissime, il “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” segnala quelle di: * Marta Anderle, presidente della sezione ANPI di Trento * Gabriella Bortolotti * Roberto Budini Gattai * Vincenzo Cadoni, Biella * Alessandra Cangemi, giornalista, Milano * Francesco Domenico Capizzi, medico e docente, direttore di Scienza Medicina Istituzioni Politica Società, Bologna * Naila Clerici, docente universitaria emerita, direttrice responsabile ed editoriale di Tepee, Torino * Beppe Croce, presidente Federcanapa * Enrico De Maio, Roma * Luigi Fasce, presidente del circolo Guido Calogero e Aldo Capitini (www.circolocalogerocapitini.it), Genova * Massimo Galeazzi, pensionato, Milano * Enzo Liboni * Gian Giacomo Migone, docente universitario e senatore emerito, Torino * Gabriella Norcia, docente di scuola primaria in pensione * Giuliano Pontara, uno dei massimo studiosi della nonviolenza * Daniele Poto, giornalista e scrittore * Giuliana Rossi, Viterbo * Luca Serafini, Viterbo * Giulio Sica, magistrato in pensione, Siena * Vincenzo Valtriani Peppe Sini
July 21, 2026
Pressenza
La mia esperienza di volontario al Rifugio Massi di Oulx. Intervista a Corrado Alberti
A marzo l’intervista a Silvia Massara aveva descritto le attività del Rifugio Massi di Oulx, vicino al confine tra Italia e Francia in supporto ai migranti che decidono di attraversarlo. Da allora per problemi di fondi l’apertura è stata ridotta alle ore notturne, dalle 20 di sera alle 8 di mattina e la presenza dei volontari è diventata più importante per coprire le ore diurne. Ne parliamo con Corrado Alberti, che è già stato varie volte al rifugio, l’ultima ai primi di luglio. Che situazione hai trovato rispetto alle visite precedenti? Nelle mie prime visite gli operatori pagati erano nove, ma i problemi economici hanno costretto a ridurre il loro numero. Il loro compito rimane quello della pulizia delle stanze dove alloggiano i migranti, la preparazione della colazione e della cena e la presenza notturna per accogliere chi arriva tardi.  La tendenza è comunque quella di ridurre il numero degli operatori stipendiati e di attribuire le loro mansioni ai volontari, tornando entro settembre/ottobre a un’apertura di ventiquattr’ore su ventiquattro, come succedeva nel 2025. I problemi logistici sono aumentati: attività che si svolgevano quando il rifugio era aperto dalle 17 alle 10 del mattino dopo si sono anticipate dalle 6 alle 8 del mattino (per esempio fare le lavatrici, stendere e ritirare il bucato, rifornire il magazzino di vestiti e scarpe). Data la stagione, ora c’è meno bisogno di abiti invernali; l’attesa dei migranti per ricevere l’abbigliamento necessario al passaggio della frontiera in montagna ora avviene nella piazzetta dietro il rifugio e non più al suo interno. La distribuzione di vestiti e scarpe si svolge come prima in una saletta adibita a questo scopo. C’è però un aspetto positivo: i due container procurati da Rainbow for Africa, arrivati da poco e posizionati nel piazzale della stazione, dove arrivano pullman e treni, sono adibiti uno a visite mediche e consulenza legale e l’altro a magazzino per tavoli e gazebo che vengono usati per il pranzo. Quando il rifugio apre alle 20 si ripetono le attività mattutine (lavatrici, ecc), svolte da volontari fino alle 22, alternandosi con quelli della mattina. Ci sono persone che vengono da Torino e dalla Val Susa tutte le settimane, in giorni fissi. Cosa fanno i migranti per tutto il giorno, visto che alle 8 di mattina devono uscire dal rifugio? Quelli che sono arrivati la sera prima, hanno dormito al rifugio e sono vestiti in modo adeguato, sono pronti a prendere il pullman per Claviere, al confine dalla parte italiana; ai minori viene spiegato che hanno il diritto di essere accolti in Francia e in effetti, dopo i controlli dei documenti, in genere riescono a passare la frontiera. Chi di loro ha un po’ di soldi una volta in Francia prende il pullman per Briançon, dove viene accolto dall’associazione Terrasses Solidaires. Gli altri, in base alle indicazioni fornite dai volontari e alle mappe scaricate sul cellulare, a Claviere prendono il sentiero di montagna che, se non vengono fermati dai gendarmi francesi, li porterà a Briançon e all’accoglienza dei volontari con cui il rifugio Massi ha un rapporto di collaborazione. Chi arriva durante il giorno viene accolto alla stazione da due o tre volontari e riceve le indicazioni per mangiare, bere e riposarsi in un gazebo. Se ha problemi sanitari può essere visitato da medici, anche loro volontari, mentre l’assistenza legale viene fornita solo una volta alla settimana. In questo caso i migranti si fermano fino a poter parlare con l’avvocato, messo a disposizione dalla comunità valdese. E’ un momento di ascolto e accoglienza, per capire cosa vogliono fare, che esigenze hanno, qual è la loro storia, eccetera. A volte c’è qualche problema linguistico, facilitato in alcuni casi dalla presenza di interpreti. In genere questi volontari sono giovani, parlano più lingue (come minimo l’inglese) e fanno parte di associazioni come Mediterranea Saving Humans, No Name Kitchen e Rainbow for Africa, mentre i volontari più anziani, come me, si dedicano alle lavatrici e al bucato. I volontari si occupano del pranzo, che viene servito sui tavoli e sotto il gazebo. I migranti restano nel piazzale della stazione fino a quando il rifugio non apre alle 20. A volte li coinvolgiamo in giochi da tavolo (carte, puzzles ecc) e questo crea momenti di condivisione e allegria. Ci sono problemi con la popolazione? I bagni della stazione chiudono alle 17 e questo crea un problema pratico evidente, oggetto a volte di lamentele. Devo dire che il comandante della locale stazione dei carabinieri ha un buon rapporto con il rifugio e ci ha offerto di usare il loro bagno. Il Comune di Oulx, di destra, invece, non è affatto disponibile a venire incontro alle esigenze dei migranti, nemmeno quando si tratta di donne incinta e bambini piccoli. Tra i volontari però c’è anche gente di Oulx, o della zona, che coordinano per esempio la raccolta dei vestiti e i turni. Che cosa ti ha dato e ti sta dando questa esperienza? Il primo impatto è stato forte: entrare in contatto diretto con persone che raccontano il loro viaggio e le loro sofferenze mi ha messo davanti una realtà molto crudele e provocata da scelte politiche precise (respingimenti, accordi con la Libia e la Tunisia eccetera). Mi ha aiutato sentirmi parte di una comunità solidale costituita da gente della mia età e da giovani molto attivi, di diverse parti d’Italia e di altri Paesi, soprattutto europei, che mi hanno dato speranza nel futuro per il loro atteggiamento aperto e positivo nonostante il mondo vada in una direzione violenta e distruttiva. Mi sento utile e vedo subito i risultati del mio impegno e questo mi dà la carica e l’energia per continuare la mia presenza al rifugio. Sentire l’umanità che ci lega al di là delle differenze è un’esperienza arricchente, che consiglio anche come percorso educativo per mettersi nei panni di chi è meno fortunato di noi. Per maggiori informazioni visitare il sito della Fondazione Talità Kum.               Anna Polo
July 21, 2026
Pressenza
Viviamo in un sistema che uccide
ABDERRAHIM FAKIR È MORTO A BOLOGNA SOTTO IL PESO DI AGENTI E SANITARI CHE NON HANNO AGITO PER SALVARLO. UNA MORTE ASSURDA INTORNO ALLA QUALE SONO NATI DOLORE E RABBIA OVUNQUE. SERVE PERÒ PROVARE A PENSARE A COSA DI DIVERSO POSSIAMO E DOBBIAMO FARE ORA. SERVE, AD ESEMPIO, ESSERE CONSAPEVOLI CHE NEL CALDO TORRIDO LE CITTÀ SONO INVIVIBILI, CHE SERVIZI PREZIOSI E DIFFICILI COME IL 112, DOVE IL TELEFONO SQUILLA SENZA INTERRUZIONE, SONO SOTTO ORGANICO, CHE PER LE FORZE DELL’ORDINE OCCORRE UNA SELEZIONE ATTENTA E UNA COSTANTE FORMAZIONE Bologna, 20 luglio 2026. Foto di V. Jina Dhana -------------------------------------------------------------------------------- Restare umani è quasi impossibile, per questo è necessario. La morte di Fakir a Bologna, per mano di poliziotti che cercavano di contenere la sua agitazione, è una tragedia per tutte le persone con un briciolo di sensibilità e umanità. Non si può morire così, a 42 anni. Ci saranno le inchieste per capire il grado di responsabilità dei due poliziotti nell’esercizio della loro funzione, ma qualunque siano gli esiti immagino le loro vite trasformate per sempre, e quella di Fakir che non c’è più, e tanto mi basta per fare una riflessione fuori dai processi, e sentire che le responsabilità sono molto più diffuse di così. Barbara Spinelli, avvocata di Fakir, ha scritto un post molto bello e ci richiama a una responsabilità individuale, oltre che collettiva. Il post finisce così: “Ci sono richieste ormai improrogabili da vedere realizzate, per le quali lottare e scioperare: la revisione delle tecniche di contenimento in uso, con esclusione di quelle che espongono al rischio di asfissia posizionale, una formazione sistematica su uso proporzionato della forza, de-escalation, primo soccorso e non discriminazione; l’istituzione di un meccanismo indipendente di indagine sulle condotte delle forze di polizia; la raccolta e pubblicazione sistematica di dati sulle morti avvenute in custodia o in occasione di operazioni di polizia. Fakir ne sarebbe orgoglioso…”. Di queste possibilità vorrei ragionare. Come fare per ottenerle. Non abbocchiamo alla propaganda degli sciacalli fascio leghisti, facciamo qualcosa. Tutti sanno che il mestiere in divisa, “un mestiere qualunque” cantava Primo Brown, è un lavoro pieno di contraddizioni, di difficoltà, di fragilità umane e professionali, e prima di misurare le responsabilità dei due poliziotti mi piacerebbe fare una riflessione sui due uomini, e sulle migliaia di altri uomini e donne che, malgrado tutto, fanno un mestiere qualunque. Nel caldo torrido che brucia l’Europa e un pezzo di mondo, le nostre città non sono vivibili per la maggior parte delle persone. In questo caldo torrido, a Roma, ad esempio, molti quartieri restano continuamente senza luce e senza acqua, e senza aria per respirare… I telefoni del numerico unico d’emergenza, il 112, squillano ininterrottamente giorno e notte. Le persone stanno male, cercano aiuto, chiamano. Gli operatori del 112 rispondono appena possono, spesso dopo minuti di attesa, spesso ascoltando persone esasperate, arrabbiate, disperate. Risse, furti, aggressioni, violenze domestiche, rapine, incendi, fughe di minori, truffe, e psichiatrici… tante chiamate per segnalare per esempio persone con disturbi psichiatrici o stati di agitazione. Chiamano i familiari o cittadini spaventati… Come probabilmente è successo a Bologna. Gli operatori del 112 devono restare lucidi, capire la richiesta, processarla, inoltrarla al servizio giusto, alle forze dell’ordine, ai vigili del fuoco, all’emergenza sanitaria, a tutti insieme. Per farlo anche loro aspettano in linea che qualcuno gli risponda. Nel frattempo gli utenti possono perdere le pazienza, insultarli, buttare giù il telefono. È un lavoro prezioso, delicato e difficile, e non è assistito da un’equipe di psicologi che li aiuti a prevenire il burn out, né gestito con turni umani, il turno di notte dura dieci ore. Quindi dopo un po’ di mesi o anni così scappi via a cercare un altro lavoro. Come in tutti i lavori, alcuni lo fanno molto bene, e salvano vite, e altri no. La costante è che sono sottonumero, mal organizzati di fronte alla certezza che non basteranno a gestire le emergenze. Questo processo si ripete identico quando la telefonata raggiunge il servizio competente: poche pattuglie disponibili, poche ambulanze disponibili, molta attesa in linea, molti agenti che rischiano la loro vita ogni giorno per un salario ridicolo, mal visti da molti. Sì, ci sono molti agenti che invece fanno male il loro lavoro, screditando così anche i loro colleghi migliori, che commettono abusi di potere, che si lasciano corrempere, che uccidono per futili motivi. Come per il 112 i servizi di cura e benessere per le forze dell’ordine, una selezione molto attenta dei candidati, la formazione, gli strumenti di prevenzione del burn out, il giusto dimensionamento degli organici, sempre sotto numero, non sono da decenni una priorità di chi governa. Sulle carceri non mi devo esprimere, ho il presentimento che sulla condizione in cui vivono agenti e detenuti ne sappiamo abbastanza: una cosa tipo l’inferno, sempre, ma d’estate anche peggio, con tassi di violenza e suicidi altissimi. In questo sistema che uccide io non indosso una divisa, ma sento che abbiamo una responsabilità condivisa con chi la indossa, sento che qualcosa di diverso la possiamo e la dobbiamo fare, che giudicare, imprecare, restare attoniti, non basta e non serve. Venticinque anni oggi dalla morte di Carlo Giuliani. Nel frattempo il decreto sicurezza e altri provvedimenti che mirano alla fascistizzazione delle forze dell’ordine, pazzi mitomani che tengono il mondo in scacco e un’idea di futuro che fa sempre più paura. Serve restare umani, e restare lucidi. Scrive ancora Barbara Spinelli: “Basta processare Fakir, chi era, cosa faceva. Era un lavoratore, era gentile. Era rammaricato di aver dovuto licenziare alcuni dipendenti per il calo di lavoro…”. “Non chiedetevi chi era Fakir. Chiedetevi perché è morto mentre era nelle mani di chi aveva il dovere istituzionale di tutelare la sua vita, perché era nella loro custodia. Chiedetevi se è obbligatoria la formazione per eseguire le manovre di contenzione, se oltre alla polizia anche i sanitari e parasanitari la studiano e sanno come intervenire mentre viene eseguita per verificare i segni di vitalità, chiedetevi se sia l’unico strumento possibile per contenere persone in fase in di fermo di polizia. Chiedetevi quante persone sono morte a causa di questa manovra, o della sua scorretta esecuzione, e di che colore e nazionalità erano. Chiedetevi perché ancora una volta un arabo e al Pilastro al centro del mirino. Chiedetevi se vogliamo aprire un dibattito serio sulla formazione ed identificazione dei poliziotti e lavorare per avere una polizia democratica e rispettosa dei diritti umani, per evitare nuovi Cucchi e Aldrovandi ecc.ecc. Chiedetevi se è giusto morire nelle mani dello Stato, che sia in un carcere sovraffollato, durante una manifestazione o nel corso di un fermo di polizia…”. -------------------------------------------------------------------------------- Loris Antonelli, educatore nella periferia di Roma -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Viviamo in un sistema che uccide proviene da Comune-info.
July 21, 2026
Comune-info
33 chilometri
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Calais dista 33 chilometri dalle coste inglesi. Per alcune persone è una traversata di pochi minuti. Per altre – che arrivano da Afghanistan, Sudan, Kurdistan iracheno, Eritrea – mesi o anni di attesa tra sgomberi continui e senza diritti, in una frontiera dove si decide chi può esistere e chi no. Calais è, al pari di Ceuta e Lampedusa, di Lesbo e Bihac, una delle frontiere più dure d’Europa. Perché, anche se a tentare la traversata sono persone che nella quasi totalità dei casi hanno pieno diritto ad asilo e protezione, le istituzioni francesi e britanniche le tengono bloccate in un vergognoso rimpallo di responsabilità (e di fondi).  Dopo lo sgombero della “Jungle”, avvenuto nel 2016, migliaia di persone vivono ancora nella zona tra Calais e Dunkerque sparse nei boschi e ai margini delle strade, senza ripari stabili, in condizioni di estrema precarietà e totalmente privi di risorse. Da anni in questa zona associazioni e reti di solidarietà garantiscono ciò che le istituzioni francesi e britanniche negano: pasti, beni essenziali e supporto alle persone bloccate lungo la frontiera tra Francia e Regno Unito. Tra pochi giorni un gruppo di attiviste e attivisti di Casetta rossa, storico spazio sociale e culturale autogestito di Garbatella, a Roma, partirà per portare solidarietà, un contributo alle attività sul campo e beni di prima necessità. La loro è la scelta di campo di chi rifiuta un’Europa che respinge, alza muri e arriva a negare i più elementari diritti di base a chi fugge dall’inferno.  È in corso una raccolta di fondi e materiali a sostegno della missione, che si appoggerà a Refugee Community Kitchen e alle altre realtà che ogni giorno garantiscono pasti, beni essenziali e solidarietà a chi è in transito lungo questa frontiera. Le donazioni possono essere effettuate al link https://gofund.me/b29dd653e. I beni di prima necessità possono essere consegnati tutti i giorni dalle 16 in avanti a Casetta rossa, in via Magnaghi 14 a Roma. Servono abiti pesanti, prodotti per l’igiene personale, sacchi a pelo, tende, ma anche prodotti alimentari a lunga conservazione, guanti, mascherine, detergenti e disinfettanti.  Ogni contributo, anche piccolo, fa una differenza enorme per chi si trova bloccato lungo la frontiera, a pochi chilometri dal sogno di una vita dignitosa. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO REPORTAGE DALLA FRANCIA DEL 2015: > La chiamano la Jungle di Calais -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo 33 chilometri proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info