State trafficking, un’economia della schiavitùNel febbraio del 2025 e nell’aprile del 2026 sono stati pubblicati due rapporti
di ricerca sulla vendita di esseri umani – nello specifico, migranti neri,
uomini e donne, minori e bambini – alla frontiera tunisino-libica.
Nei due rapporti si introduce il termine Tratta di Stato, dato che i
responsabili del fenomeno hanno la particolarità di indossare un’uniforme e di
appartenere a corpi finanziati anche attraverso le risorse destinate dall’Unione
europea al contrasto della migrazione irregolare.
In questo articolo consideriamo la tratta di esseri umani promossa da apparati
dello Stato tunisino non tanto come un’anomalia o un’eccezione prodotta
dall’agire di singoli agenti corrotti, quanto come un punto di saldatura tra due
differenti economie della violenza, finora considerate in modo distinto.
In questo senso, il contenimento forzato delle partenze, che la Tunisia esercita
per conto dell’Unione europea, finisce così per alimentare l’economia libica del
sequestro, del ricatto e della schiavitù. Fra questi due sistemi ha, infatti,
preso forma una catena logistica transfrontaliera che consente di estrarre
valore tanto dalla cattura delle persone in movimento, quanto dal loro
sequestro.
I rapporti sulla tratta di Stato sono basati su 63 testimonianze di persone
vendute nel corso di 59 operazioni di espulsione collettiva dalla Tunisia verso
la Libia; in essi si stima che non meno di 7.400 persone siano state vittime
della tratta di Stato dal giugno 2023 al dicembre 2025. Si tratta di una stima
per difetto, dato che non si conosce il numero totale delle operazioni
realizzate dalla Garde Nationale Tunisienne (Gnt), il corpo di polizia tunisino
responsabile di proteggere le frontiere (europee) in terra e in mare.
Presentati al Parlamento europeo, al Senato e alla Camera dei Deputati in
Italia, non hanno suscitato troppa attenzione mediatica, né, soprattutto,
risposta politica. Qualcosa sembra muoversi nel giugno 2026, quando l’organismo
della Nazioni unite per i diritti umani (Ohchr, Human Rights Office of the High
Commissioner) ha chiesto conto alla Tunisia e alla Libia delle detenzioni
arbitrarie e delle violenze (fra cui quella sessuale è generalizzata) inflitte a
queste 7.400 persone.
LEGGI ANCHE…
MIGRANTI
BASTA ACCORDI CON LA LIBIA
Federico Alagna
La tratta di Stato è anzitutto una catena logistica: mette in comunicazione due
mercati prima separati e, così facendo, trasforma le persone in merce e in
forza-lavoro schiavizzata. Questo è possibile perché lo Stato tunisino fa propri
gli obiettivi delle politiche di frontiera europee e si serve dei fondi che
l’Unione stessa versa a questo scopo. Sino alla firma del Memorandum del 16
luglio 2023, lo Stato tunisino, come altri della sponda sud del Mediterraneo,
disponeva di una sorta di rendita geografica: la capacità di regolare il flusso
delle partenze era infatti una risorsa da spendere nelle relazioni con l’Europa.
Questa rendita, che a livello macro si esprimeva nel volume variabile delle
partenze, a livello micro prendeva la forma di un «mercato del passaggio» in cui
gli apparati di sicurezza svolgevano la funzione di attori principali. Nelle
interviste raccolte nel 2023 alle isole Kerkennah e sulla costa di Sfax era
senso comune che occorresse pagare un’autorità di polizia, di solito la Gnt, per
raggiungere Lampedusa; «5mila dinari barca piccola, 25mila barca grande» era il
ritornello che abbiamo ascoltato spesso.
Il viaggio undocumented era insomma un grande mercato, popolato da una
molteplicità di attori e intermediari, trafficanti e truffatori, il cui esito in
ultima istanza dipendeva dalle scelte di laissez passer o di chiusura della
frontiera marittima da parte della Tunisia.
La svolta, tuttavia, non prende forma né a Bruxelles, né a Roma, ma scaturisce
il 21 febbraio 2023, quando davanti al Consiglio di sicurezza nazionale il
presidente tunisino Kais Saied descrive l’arrivo di «orde» di migranti
subsahariani come elemento di un più vasto agire politico volto a modificare la
composizione etnica e religiosa del paese. Con quel discorso, che riecheggia la
retorica dell’estrema destra globale sulla «grande sostituzione», si apre una
fase di aggressioni, licenziamenti, sfratti e sgomberi contro qualunque soggetto
razzializzato come nero, indipendentemente dal suo status legale.
La stagione aperta dal Memorandum, con l’insistente domanda europea di
contenimento delle partenze, si innesta sulla diffusione del razzismo di Stato
in Tunisia. Da questa combinazione traggono origine altre due economie della
violenza: quella dell’intercettazione e quella della vendita. La prima è legata
ai sempre più ingenti fondi che Italia e Unione europea destinano alla chiusura
della rotta tunisina e che finanziano l’insieme degli apparati di controllo
della frontiera (benzina, motovedette e pick up, uniformi, tecnologie, armi,
droni); la seconda nasce, invece, come conseguenza della prima e mette a valore
le persone catturate rivendendole «all’ingrosso» alla frontiera
tunisino-libica.
I due rapporti descrivono bene le diverse fasi di questa tratta di Stato che
prevedono l’intercettazione durante il viaggio in mare o negli accampamenti dei
migranti subsahariani lungo la costa di Sfax, il concentramento (usiamo
consapevolmente questo termine) delle persone in specifiche aree di «stoccaggio»
(come il porto di Sfax), la conduzione alla frontiera su autobus snodati e la
detenzione lungo un arcipelago di caserme della Gnt nell’attesa di perfezionare
gli accordi di vendita con gli acquirenti libici.
Dalle interviste dei 63 testimoni si può osservare come nel corso del tempo,
lungo ogni snodo di questa catena logistica, aumenta il grado di violenza
esercitato dagli apparati di Stato in spregio dei più elementari diritti umani.
Le persone catturate sono private di ogni bene, di ogni documento (quale che sia
il loro statuto legale in Tunisia di studenti, rifugiati, lavoratori con
permesso o clandestini), di ogni tipo di assistenza medica o legale; nessun
bisogno primario è garantito ai trafficati; cibo, acqua e cure mediche vengono
negati in modo sistematico, al punto che i rapporti descrivono la privazione non
come un effetto collaterale, ma come un metodo.
La violenza, infatti, deumanizza, e prepara i prigionieri a divenire «cose»,
merci di cui si può disporre liberamente, dislocandole e vendendole; diversi
testimoni, ad esempio, raccontano di essere stati trattenuti in gabbie e di
essere stati spostati su mezzi adibiti al trasporto di animali.
LEGGI ANCHE…
MOVIMENTI
INTERNAZIONALISMO E NUOVI TERRENI DI CONFLITTO
Federico Alagna - Luca Casarini
Una particolare attenzione viene dedicata dalla Gnt, l’attore principale di
questa catena logistica, alla requisizione dei telefoni; nessun contatto con il
mondo è permesso alle persone catturate perché nessuna documentazione visiva o
sonora deve circolare. A ogni fermata lungo la strada che da Sfax porta a
Tataouine o Ben Gardane, a ogni caserma in cui il contingente dei catturati
passa di mano in mano, si ripetono perquisizioni intime, violenze di ogni tipo,
torture fisiche e sessuali. Tutti raccontano di aver visto un proprio compagno
di deportazione morire come esito delle percosse o dell’assenza di cure mediche.
Ascoltiamo ad esempio la testimonianza di una donna ventenne:
> Ci hanno catturato il 20 ottobre 2025 (in mare). Erano i tunisini con le
> piccole barche. Noi ci siamo rifiutati di salire, ci hanno picchiate lì,
> maltrattate, picchiate, picchiate in acqua. Sì, sì, c’è gente che urla, ci
> sono i bambini con noi. I tunisini hanno iniziato a rovinare l’acqua. Finché
> la barca si è capovolta. Eravamo 42 persone. Sono stati loro stessi, la
> Guardia Nazionale. 26 sopravvissuti, 16 morti quel giorno. […] Le persone che
> sono annegate, sì, sono rimaste in acqua. La Guardia Nazionale… erano loro che
> avrebbero potuto salvarli. Avrebbero potuto prenderli, come noi. (Al porto di
> Sfax) non puoi parlare, ti perquisiscono, ti prendono tutto quello che hai
> addosso, picchiano gli uomini. E per le donne è la stessa cosa, se parli ti
> picchiano. Le donne non venivano violentate lì, ma quando ci hanno venduto ai
> libici… è lì che ci hanno violentate. Eravamo in tanti, l’autobus era pieno,
> c’erano cinque autobus. […] L’autobus era bianco con delle strisce verdi.
> Hanno cambiato la squadra di poliziotti, ci hanno fatte scendere nei pressi di
> Tataouine. Ci hanno picchiate. La gente piangeva, non c’era niente, non c’era
> cibo, non c’era acqua, niente. C’era il loro capo della polizia lì. Ci hanno
> picchiato, picchiato con i loro bastoni. E con quelli ti picchiano sulla
> testa. Picchiano tutto, non ci pensano nemmeno, anche sull’autobus. Io non lo
> so, non lo so (quanto tempo sono rimasta a Tataouine). (Al confine libico) Poi
> ci hanno fatto inginocchiare tutti quanti, siamo scesi dall’autobus. Hanno
> scambiato qualcosa, hanno firmato, li abbiamo visti, hanno firmato, comunicano
> tra loro, hanno firmato un documento. Eravamo in ginocchio. Erano in tanti (i
> poliziotti), c’erano altri che venivano a picchiare dalle spalle. […] Erano
> due autobus per la Libia. Eravamo in tanti, più di 100 persone. Sì, sì, erano
> tutte guardie, è terribile. I tunisini indossavano uniformi nere, abiti neri.
> I libici… abiti color cachi. I volti coperti. Poi ci hanno rinchiuse in un
> camion, è pazzesco, non si vedeva nulla fuori. Le persone portate in Libia
> vengono vendute. Noi stesse abbiamo visto che ci hanno venduto in cambio di
> soldi. Abbiamo visto scambiarsi i soldi al confine tra Libia e Tunisia. Quando
> scendiamo dall’autobus. (I libici) sono fuori che aspettano. Loro non hanno un
> autobus. È una specie di… un’auto ben chiusa con… con delle catene. Sì, sì,
> non è un camion, è una piccola auto, ma ci mettono gli esseri umani, come se
> ci mettessero gli animali dentro […] Era tutto chiuso, non si vedeva nulla.
> Niente finestrini, niente di niente, la gente urlava e batteva alla porta. Una
> volta arrivati alla prigione di Al Assah in Libia, le donne subiscono
> violenze, quando facciamo rumore, le guardie vengono e ci picchiano. Sì, sì.
> Di notte ti violentano, vengono, ti chiamano, «vieni, andiamo fuori». Ti fanno
> quello che vogliono. Sì, è successo anche a me, molte volte, ho anche le prove
> (sul corpo) […] Sì, c’è un’altra stanza lì (nella prigione). Sì, ci
> violentano, la guardia viene lì, ci dice di andare. Dicono che ci libereranno,
> che quando ti dai a loro ti liberano, ma quando hanno finito ti rimettono
> dentro…
In questo quadro, la caserma di El Meguissem si configura come il centro della
vendita dal lato tunisino, mentre la prigione e le installazioni militari di Al
Assah, a pochi chilometri di distanza, sono il centro degli acquisti, dal lato
libico. Non è un dettaglio da poco il fatto che Al Assah sia il quartier
generale della Libyan Border Guard, un’altra istituzione ampiamente finanziata
dall’Unione europea, e più volte visitata da funzionari internazionali e
diplomatici europei.
Ma perché milizie e apparati di Stato afferenti al governo di Tripoli (Gnu)
comprano esseri umani dalla Gnt? Per capirlo, occorre prendere in considerazione
da un lato una lunga storia di legami sociali, familiari-parentali, e di
traffici (di Stato e non) in questa zona di frontiera; dall’altro il ruolo
eminentemente economico dell’istituzione-prigione in Libia. Come raccontano i
testimoni dei rapporti, i mezzi di pagamento della loro vendita non sono solo il
denaro o l’hashish, ma anche e soprattutto il carburante: una tanica da venti
litri diventa così l’unità principale di misura di un essere umano. Chiunque
abbia messo piede a Ben Gardane rimane stupito, e affascinato, dall’incredibile
corridoio commerciale con la Libia che lì prende forma: prodotti industriali di
ogni tipo, beni agricoli, animali e tanto petrolio uniscono la strada costiera
che dalla Tunisia porta alla frontiera libica. D’altra parte, nel sud della
Tunisia la rete di vendita di carburante artigianale e di contrabbando è
ovunque, mentre le stazioni di rifornimento delle grandi compagnie sono solo
un’infima minoranza.
Nelle testimonianze appare, inoltre, come funzionari e soldati libici vadano a
trattare affari, per fissare i prezzi della «merce umana», direttamente nelle
caserme della Gnt, facendo emergere così il carattere poroso per alcuni di
quella che resta una frontiera estremamente militarizzata.
In questo quadro, le prigioni dal lato libico estraggono valore dalle persone
acquistate alla frontiera, contribuendo allo sviluppo del territorio
circostante. Due, e interrelati fra loro, sono i circuiti economici che prendono
corpo nelle strutture detentive: da un lato l’economia del riscatto, dall’altro
la schiavitù per debito.
Nel primo caso la liberazione è ottenuta attraverso il taglieggiamento delle
famiglie (nei paesi di origine o in Europa) delle persone catturate. I prezzi
richiesti per il rilascio ai testimoni dei rapporti State Trafficking e Women
State Trafficking variano dai 600/700 euro per gli uomini, ai 1.000/1.200 euro
per le donne, contribuendo così a impoverire e a indebitare ulteriormente le
reti di parentela delle persone razzializzate.
LEGGI ANCHE…
CONFINI
GIOCHI SENZA FRONTIERE
Redazione Jacobin Italia
Il secondo circuito è quello della schiavitù: non tutti i prigionieri hanno una
famiglia in grado di pagare il riscatto, e allora il debito si estingue con il
lavoro forzato, alle condizioni e per il tempo che decide, a sua discrezione,
chi detiene la persona. Per gli uomini si tratta, principalmente, di lavori
agricoli o nel settore dell’edilizia (anche legati all’ampliamento delle stesse
prigioni e di altre installazioni militari); per le donne, invece, è la
prostituzione forzata e, in minor misura, il lavoro servile domestico.
Il debito può, inoltre, essere comprato da terzi che a loro volta lo mettono a
valore organizzando squadre di lavoro, agendo come agenzie interinali, o
rivendendo la «merce umana» ad altre prigioni, a imprese di diverso tipo
presenti sul territorio o, appunto, a case di prostituzione forzata.
Si tratta insomma di un’economia della schiavitù per debito che si articola
attorno alle strutture di detenzione che si configurano quali centri di
collocamento principale della manodopera. Ed è proprio la dimensione sistemica
di questo processo a giustificare la necessità di un circuito di alimentazione
continuo, attraverso il quale sia possibile rivendere «servizi lavorativi» al
territorio circostante o sostenere continuativamente l’economia del sequestro e
del riscatto
Nel settore nord-occidentale della Libia, il flusso di entrata nelle prigioni
proviene o dagli acquisti di «merce umana» operati alla frontiera tunisina,
attraverso la collaborazione della Gnt, o dai raid di polizia e/o di milizie
private nelle città della costa di Sabratha e Zwara, o infine dalle
intercettazioni in mare effettuate dalla cosiddetta «Guardia costiera libica».
L’esistenza di un mercato di schiavi in Libia non è cosa nuova; un reportage
della Cnn nel 2017 testimoniava ad esempio l’esistenza di aste di compra-vendita
di esseri umani; e più in generale una vasta letteratura scientifica ha
esplorato i diversi contorni di una costellazione economica che pur ruotando
attorno al lavoro forzato e alla schiavitù per debito non ha mai impedito
all’Unione europea di sostenere, direttamente o indirettamente, apparati di
Stato e milizie come una sorta di «corpo di guardia» della nostra frontiera.
La novità messa in luce dai rapporti sulla tratta di Stato è il saldarsi sotto
l’impulso del Memorandum del 2023 (e dei finanziamenti a esso connessi) di due
economie della violenza, precedentemente disgiunte; da un lato il controllo
violento e il contenimento delle mobilità operato dalla Tunisia per conto
dell’Ue; dall’altro in Libia l’economia del sequestro e la riduzione delle
persone comprate, o catturate, a forme di schiavitù per debito. Ne deriva
l’emergere di una catena logistica transfrontaliera, sostenuta da ingenti
risorse europee, nella quale il blocco della mobilità e l’estrazione di valore
dalla cattura delle persone in movimento diventano momenti reciprocamente
interconnessi e funzionali.
Che Stati e istituzioni siano fra gli attori rilevanti nelle operazioni di
traffico di esseri umani è una storia vecchia e risaputa; in epoche diverse la
tratta transatlantica, quella transahariana, e la riduzione in schiavitù fra le
due sponde del mediterraneo sono state promosse, sostenute e organizzate grazie
a un connubio fra poteri politici e interessi economici. La cifra del presente è
che le politiche dell’Ue di esternalizzazione della frontiera verso la Tunisia e
la Libia, nel mentre individuano retoricamente nei «trafficanti» i loro bersagli
principali, sono esse stesse materialmente all’origine della costruzione e del
finanziamento di una nuova tratta di Stato.
*Roberta Derosas è dottoranda all’Università di Palermo, operatrice sociale e
redattrice di Melting Pot Europa. Enrico Fravega e Luca Queirolo Palmas,
insegnano entrambi Sociologia delle migrazioni all’Università di Genova. Il
collettivo RR[X], autore dei rapporti sulla Tratta di Stato oggetto di questo
articolo, firma i rapporti in forma anonima per garantire la sicurezza dei
testimoni e la possibilità di continuare a raccoglierne la voce. Come parte
della coalizione che sostiene il progetto (insieme a Asgi, OnBorders,
BorderForensic, The Routes Journal e Melting Pot Europa) abbiamo avuto accesso
all’intero corpus delle interviste su cui si fonda la presente analisi.
Questo articolo è dedicato a Nadège, testimone n. 56 del rapporto Women State
Trafficking, morta in mare nel settembre del 2026 cercando di sfuggire alle
situazioni che qui si raccontano.
DIAMOCI UN TAGLIO
La rivoluzione non si fa a parole.
Serve la partecipazione collettiva.
Anche la tua.
Abbonati
a Jacobin Italia
L'articolo State trafficking, un’economia della schiavitù proviene da Jacobin
Italia.