Tag - migranti

I trafficanti libici finanziati dall’Unione Europea
L’Unione Europea si appresta a esportare il “modello Tripoli”, quello dei trafficanti di esseri umani pagati per tenersi i migranti, anche nella Cirenaica controllata dal generale Khalifa Haftar. Attraverso lo Strumento europeo per la pace, il fondo dal nome orwelliano con una dote da oltre 17 miliardi di euro con […] L'articolo I trafficanti libici finanziati dall’Unione Europea su Contropiano.
CPR: LA “DERIVA MANICOMIALE” DEI LAGER PER MIGRANTI CONTINUA TRA VIOLENZE, ABUSI E SILENZIO ISTITUZIONALE
La linea di violenze e abusi che ha caratterizzato i CPR negli ultimi anni non si è fermata. Nelle prime settimane del 2026 sono diversi i video diffusi che mostrano la realtà che si vive all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio: persone in evidente stato di agitazione, trincee costruite con coperte intorno ai letti, urla disperate nei corridoi. “Negli ultimi giorni noi abbiamo ricevuto le testimonianze e dei video molto espliciti di almeno tre persone con evidenti problemi di salute mentale, probabilmente quattro” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Nicola Cocco, medico della Rete Mai più Lager – No ai CPR e della SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni “quello che ci preoccupa moltissimo è che nonostante tutte queste evidenze che poi noi ogni volta segnaliamo dovutamente alla prefettura, ad ATS, agli stessi garanti dei diritti delle persone private della libertà personale non c’è mai un intervento significativo se non nei casi proprio più estremi. È in atto e lo ribadiamo una vera e propria deriva manicomiale all’interno dei CPR e purtroppo continuiamo a riceverne le prove e le testimonianze.” Un altro nodo critico di questo inizio anno riguarda il CPR di Gradisca d’Isonzo, dove una nuova direttiva ha limitato drasticamente l’uso dei telefoni cellulari. Una scelta motivata ufficialmente da ragioni di “sicurezza” dalle Questure, ma che nei fatti elimina l’unico strumento di garanzia costituzionale per i trattenuti: senza smartphone, non esiste possibilità di documentare abusi; non si possono inviare foto di cartelle cliniche ai legali; non si possono denunciare violazioni dei diritti umani. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’intervento di Nicola Cocco, medico della Rete Mai più Lager – No ai CPR e della SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. Ascolta o scarica.
[entropia massima] Collettiva
Puntata 11 di EM, collettiva, presentiamo i filoni di approfondimento dei quattro cicli e parliamo di come negli Stati Uniti l'agenzia ICE, Immigration and Customs Enforcement, utilizzi i dati sanitari di milioni di persone come strumento di contrasto all’immigrazione. AntropoLogica quest'anno sarà interdisciplinare. Interverranno non solo antropologhe e antropologi, ma anche chi con loro lavora e si meticcia professionalmente, per analizzare i processi che studia attraverso varie lenti disciplinari. Per il ciclo Estrattivismo dei Dati, proponiamo una riflessione sulla trasformazione dei dati sanitari in strumenti di controllo e deportazione negli Stati Uniti. Un racconto sulla brutalità dell’ICE, sull’uso dei dati della sanità pubblica per colpire i più vulnerabili e sulla deriva punitiva dello Stato sociale. Cosa succede quando curarsi diventa pericoloso? Nelle prossime puntate di LSLS sarà ospite Marco Cuffaro ricercatore geofisico del CNR che ha partecipato all'ultima campagna oceonografica con un team norvegese nel Mar Artico. Oltre ad aver studiato una zona della dorsale atlantica tra le isole Svalbard e la Groenlandia, il team ha scoperto un giacimento di metano abiotico. In Emergenza0 continueremo ad affrontare tematiche relative all’interazione uomo-ambiente, con un’attenzione particolare ai processi geologici. Riparleremo della recente attività dell’Etna e del petrolio nel mondo.
“ICE, out for good!” Gli USA attraversati dalle proteste
Una nazione in fiamme, travolta da un’ondata di indignazione che dalle strade innevate del Midwest ha raggiunto le principali metropoli della costa est e ovest. Gli Stati Uniti sono teatro di una mobilitazione massiccia dopo l’omicidio di Renee Nicole Good, la donna di 37 anni colpita a morte mercoledì scorso […] L'articolo “ICE, out for good!” Gli USA attraversati dalle proteste su Contropiano.
Studio Eurispes: lo sfruttamento dei migranti in Italia prende nuove forme
Caporalato, prostituzione, accattonaggio e persino sfruttamento digitale: sono i quattro volti del rapporto tra immigrazione e criminalità organizzata in Italia descritti nello studio “Immigrazione e criminalità organizzata: le strategie dei sodalizi italiani”, realizzato dall’Eurispes e coordinato da Emanuele Oddi. L’indagine, che copre il periodo 2019-2024, utilizza un metodo di ricerca innovativo: sono stati combinati strumenti digitali di raccolta dati online con un’attenta analisi qualitativa dei casi di studio. Attraverso un sistema automatizzato di ricerca e selezione di notizie da fonti aperte (open source), sono stati identificati e verificati oltre trenta episodi (casi campione) in cui lo sfruttamento dei migranti è direttamente riconducibile a reti criminali organizzate italiane e straniere. Si tratta di una metodologia replicabile che potrebbe essere impiegata in futuro per ulteriori analisi, scandagliando forme di sfruttamento di altri settori del mercato del lavoro con alto tasso di presenza di migranti. L’analisi e il reperimento digitale delle informazioni hanno reso possibile individuare tendenze e collegamenti che nella maggior parte dei casi sfuggono o non vengono osservati attraverso una lettura multidimensionale: il caporalato agricolo e quello digitale, la prostituzione e l’accattonaggio nascondono meccanismi comuni di controllo e profitto. Il report fa emergere i meccanismi attraverso i quali i sodalizi criminali hanno imparato a sfruttare i vuoti normativi e burocratici del sistema migratorio, proponendosi come intermediari occulti tra datori di lavoro e migranti in condizioni di vulnerabilità. Ne risulta un sistema sommerso, ma diffuso, che intreccia economia legale e illegale. Capire come cambiano le strategie criminali è il primo passo per contrastarle. L’auspicio è quello di rafforzare il coordinamento tra Istituzioni, Forze dell’ordine e centri di ricerca, per costruire un monitoraggio costante basato su dati reali e anticipare le evoluzioni del fenomeno. Uno dei fenomeni che viene affrontato nello studio dell’Eurispes à quello del caporalato, anche in ragione delle drammatiche vicende di cronaca occorse negli ultimi anni. “In Italia, si legge nel Rapporto, si stima che siano circa 230.000 i lavoratori irregolari del settore agricolo vittime di sfruttamento da parte di imprenditori e caporali. Nel solo 2023, i casi denunciati di caporalato sono stati oltre 2.000. Numeri che descrivono un fenomeno criminale esteso a livello nazionale e le cui stime, per la natura stessa del fenomeno, sono verosimilmente ancora al ribasso. Per caporalato si intende l’intermediazione illecita organizzata e finalizzata allo sfruttamento di cittadini stranieri mantenuti in condizione di soggezione continuativa. L’intermediazione illecita avviene quindi tra il lavoratore e i datori di lavoro, frequentemente italiani.” Ma il caporalato nato e sviluppatosi nel settore agricolo non è a questo limitato. Tale pratica si sta affermando sempre di più anche nel comparto edile. Un settore che ha già particolarmente sollecitato l’attenzione delle mafie a fini di riciclaggio che presenta un ambiente favorevole alle attività dei caporali: elevati tassi di irregolarità e una notevole mole di manodopera straniera a basso costo. Un insieme di elementi che espone potenzialmente anche i lavoratori più fragili del settore edile a dinamiche di sfruttamento tramite caporali. Parallelamente a queste forme criminali, definibili classiche, si va sviluppando una forma di caporalato digitale, a danno dei lavoratori stranieri impegnati nel settore del food delivery. Lo sfruttamento avviene nell’economia reale, senza lasciare di fatto traccia nell’economia di piattaforma. Anche a causa dei vuoti normativi presenti in Italia riguardo al lavoro dei riders, è concreto il rischio della riproposizione dei pattern nocivi già osservati nel caporalato agricolo o edile. “Anche nel caporalato digitale, si sottolinea nello studio dell’EURISPES, sono presenti intermediari che avvicinano le vittime soggiogandole tramite la promessa di un lavoro. Ottenuta la disponibilità del rider, le reti criminali che gestiscono il sistema illegale forniscono le credenziali per il regolare accesso alle principali piattaforme di food delivery, ignare di tale fenomeno. In cambio della possibilità di lavorare tramite le credenziali fornite, altrimenti complesse da ottenere, l’organizzazione criminale trattiene la maggior parte del compenso maturato dal rider nel corso delle sue giornate lavorative. A rendere maggiormente stringente il controllo dei caporali è la completa tracciabilità degli spostamenti del lavoratore tramite applicazioni e  dispositivi digitali.”  Lo studio considera anche l’accattonaggio, una pratica storicamente nota, ma ancora poco studiata con riferimento alle sue connessioni con i sodalizi criminali. In particolare, l’accattonaggio forzato, e non quello volontario, risulta essere frutto di un controllo diretto delle reti criminali a danno delle vittime. È definito come la pratica di chi vive effettuando forzosamente la questua lungo le strade o in generale nei luoghi pubblici. Ad oggi, circa il 24,1% dei fenomeni di accattonaggio forzato sono individuati in strada, il 15% nei luoghi di flussi, il 14,3% sui mezzi pubblici, il 7,5% nei pressi di ristoranti e bar, il 6% in altri luoghi. Se in una prima fase la maggior parte delle vittime proveniva dall’Europa dell’Est, oggi il quadro dei migranti soggetti ad accattonaggio forzato è maggiormente complesso, con vittime che provengono anche dalla Nigeria e dal Corno d’Africa. Anche la prostituzione illegale è ritenuta tra i traffici illegali più redditizi. È una tratta globale che prevede diversi momenti di sfruttamento: nel paese di origine, nel corso della tratta e nel paese di destinazione. Compartecipano a questo sfruttamento molteplici reti criminali transnazionali di stampo mafioso e locali. Con specifico riferimento all’Italia, oggi la prostituzione interessa principalmente le donne straniere, in particolar modo nigeriane, albanesi e cinesi. Qui lo studio dell’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali – EURISPES: https://eurispes.eu/wp-content/uploads/2025/12/2025_eurispes_immigrazione-e-criminalita-organizzata-le-strategie-dei-sodalizi-italiani.pdf.    Giovanni Caprio
Un amaro per Spiriti resistenti
Articolo di Alessio Melandri, Gianfranco Crua Quando una persona scompare lungo una rotta migratoria, quasi sempre lo Stato smette di cercarla. Il confine assorbe la violenza, cancella i nomi, archivia le responsabilità. Spiriti resistenti nasce in risposta a questa assenza: un progetto politico che sostiene famiglie e collettivi impegnati nella ricerca dei migranti dispersi. Il progetto prende forma in Italia dall’incontro tra attivisti e familiari dei dispersi, scegliendo consapevolmente di operare fuori dai canali istituzionali. Niente finanziamenti pubblici, nessuna struttura associativa: Spiriti resistenti lavora attraverso relazioni dirette, pratiche di autofinanziamento e alleanze costruite sul campo, nei luoghi in cui la sparizione è un fatto quotidiano. Le risorse raccolte vengono destinate a ricerche, supporto legale e pratiche di mutualismo lungo le frontiere di Messico, Centro America, Nord Africa e Balcani. Tra gli strumenti di sostegno c’è Nziria, un amaro pensato non come prodotto identitario ma come mezzo materiale di finanziamento politico, e le stampe delle illustrazioni donate da artiste e artisti solidali. Sull’ultimo numero di Jacobin Italia, Da ogni fiume a ogni mare, abbiamo pubblicato quattro di queste illustrazioni contribuendo a finanziare Spiriti resistenti. Abbiamo incontrato Gianfranco Crua, tra i promotori del progetto, per attraversare una storia che parte da Carovane Migranti e continua a operare là dove il confine produce silenzio. Spiriti Resistenti nasce dall’esperienza di Carovane Migranti. Qual era il contesto politico in cui ha preso forma quell’esperienza? Le Carovane nascono da un gruppo di amici che allora faceva riferimento all’associazione Sur – Società Umane Resistenti. Eravamo molto legati all’America latina e in quegli anni lavoravamo soprattutto sul tema dei femminicidi alla frontiera tra Messico e Stati uniti. È lì che incontriamo le madri delle ragazze uccise ed è lì che alcuni intellettuali messicani ci dicono una frase che allora sembrava quasi una profezia: «Presto, tutto il Messico diventerà una fossa comune». Quelle parole non erano una metafora. Indicavano un processo già in atto, che legava violenza strutturale, sparizioni forzate, collusione tra apparati dello Stato e criminalità organizzata. A partire da lì nasce l’esigenza di guardare anche all’Europa e al Mediterraneo, nel momento in cui, dopo le primavere arabe, cominciavano ad arrivare i primi flussi consistenti di migranti. Nel 2014 organizziamo la prima Carovana, attraversando l’Italia fino a Lampedusa, con una scelta precisa: non parlare al posto di qualcuno, ma creare spazi in cui fossero i testimoni diretti, i familiari, i collettivi già attivi lungo le rotte a prendere parola. Le Carovane diventano così luoghi di incontro, ma anche di conflitto e di messa in discussione delle narrazioni dominanti. Non eventi celebrativi, ma spazi politici aperti. Mario Vergara è una figura che attraversa tutta questa storia ed è centrale anche nella genesi di Spiriti resistenti. Chi era, cosa ha rappresentato in Messico e perché la sua esperienza è stata così importante per voi? Mario Vergara Cruz è una delle figure più importanti e riconosciute della ricerca dei desaparecidos in Messico. La sua storia comincia nel 2012, quando suo fratello Tomás viene sequestrato e fatto sparire a Huitzuco, nello Stato di Guerrero, una delle regioni più colpite dalle sparizioni forzate. Come accade a moltissime famiglie, inizialmente Mario si affida alle istituzioni, denuncia, aspetta. Ma capisce molto presto che le risposte non arriveranno o saranno parziali e strumentali. A quel punto smette di aspettare e comincia a cercare. Scava letteralmente la terra, raccoglie voci, attraversa territori controllati dai cartelli della droga, parla con le comunità locali, impara a riconoscere i segni delle fosse clandestine. Sviluppa un sapere empirico straordinario, costruito sul campo e condiviso con altre famiglie. È venuto in Italia con noi nel 2018 e ha cambiato radicalmente il nostro modo di vedere le cose. Anche l’idea di autofinanziarsi attraverso una produzione informale – nel suo caso il mezcal – nasce da lì ed è uno dei semi da cui prende forma l’amaro Nziria.  La storia di Tomás Vergara è emblematica della tragedia messicana: un sequestro a scopo di estorsione che finisce nel silenzio. Cosa accadde esattamente? Tomás faceva il tassista. In Messico, fare il tassista significa essere su un confine perenne: sei gli occhi del territorio e per questo sei il primo bersaglio dei narcos che vogliono controllare i flussi di informazioni. Il 5 luglio 2012 Tomás fu sequestrato. La famiglia Vergara, con enormi sacrifici, riuscì a raccogliere i soldi per il riscatto, ma dopo il pagamento il silenzio divenne totale. Tomás non tornò. Mario capì subito che rivolgersi alle autorità era inutile, se non pericoloso: ricevette minacce pesantissime e dovette fuggire a Città del Messico per salvarsi. È in quell’esilio forzato che avvenne la sua metamorfosi politica. Iniziò a frequentare altre famiglie, capì che Tomás non era solo, che ci sono decine di migliaia di Tomás. Mario decise che se lo Stato non indagava, lo avrebbero fatto le famiglie.  Mario ha elaborato un «manuale di contro-perizia» che è un capolavoro di autodifesa popolare. C’è un’immagine, in particolare, che descrive la brutalità e l’efficacia del suo metodo. Sì, ed è quella della sbarra di ferro. Mario insegnava alle madri a conficcare una sbarra nel terreno, estrarla e annusarne la punta. Se l’odore è quello della carne in decomposizione, lì sotto c’è un corpo. È un’immagine che ribalta la scienza forense: la prova non è in mano a un perito in camice bianco, ma al naso di una madre. Mario ha scritto manuali per identificare resti ossei e non inquinare le prove. Quando lo abbiamo portato in Tunisia a incontrare le madri dei migranti scomparsi, lui ha mostrato loro che non erano vittime passive, ma depositarie di un sapere necessario per pretendere verità.  Mario è morto tragicamente nel 2023 per un incidente sul lavoro. Arriviamo a Nziria, l’amaro che finanzia i progetti di Spiriti resistenti. Come si trasforma l’ispirazione di Mario in un prodotto d’eccellenza distribuito in Italia? L’ispirazione è stata letterale. Mario produceva in Messico un Mezcal artigianale che chiamava «Acqua degli Dei». Lo vendeva per pagare la benzina dei furgoni e gli attrezzi per scavare. Era un prodotto brutale, un «carburante». Quando abbiamo deciso di replicare il modello in Italia con Giacomo Donadio, sapevamo di non poter importare il Mezcal per via dei costi doganali e burocratici, ma anche perché era quasi imbevibile! Così abbiamo deciso di creare un amaro. Abbiamo coinvolto Denis Zoppi, una leggenda del bartending, che ha creato una ricetta complessa e profonda. Il nome Nziria, in napoletano, indica ostinazione, capriccio, testardaggine: è la stessa energia che abbiamo visto nelle madri e nei familiari dei desaparecidos. Non abbiamo scelto la forma dell’associazione ma di una società a responsabilità limitata. Però il nostro Statuto è un atto politico: non c’è divisione di utili. Tutto va ai progetti. È un’economia circolare che abbiamo perfezionato collaborando con Rosario Esposito La Rossa e la sua «Scugnizzeria» di Scampia: un ponte tra l’amaro di Napoli e il dolore del Messico. Cosa cambia quando quest’esperienza che parte dal Messico incontra il Mediterraneo e il Nord Africa? Cambia quasi tutto. In Messico, pur in un contesto di violenza estrema, le madri riescono spesso a organizzarsi collettivamente in tempi relativamente rapidi. Nel Mediterraneo, e in particolare in Tunisia e Algeria, abbiamo incontrato una frammentazione molto più forte. Prima c’è «mio figlio», ed è comprensibile. Il passaggio successivo, quello verso un «mio figlio e tutti gli altri», è molto più complesso e richiede tempi lunghi. Abbiamo lavorato su questo con cautela, accettando anche conflitti, incomprensioni e fallimenti. Nel 2018 portiamo alcune madri tunisine in Messico, al Foro Sociale sull’Immigrazione. Incontrano le madri centroamericane, lavorano insieme a psicologi, condividono esperienze di lutto e di ricerca. Ma diventa subito chiaro che non esiste un modello replicabile: ogni contesto ha i suoi vincoli politici, culturali e sociali, e va attraversato senza scorciatoie. Pensavo al fatto che l’amaro, quindi l’alcol, porta con sé delle contraddizioni evidenti, soprattutto rispetto ai contesti musulmani con cui lavorate. Certo. Ce ne siamo accorti subito. Come fai a finanziare madri musulmane con l’alcol? Non puoi. Ed è da lì che nasce il lavoro sulle illustrazioni. La vendita delle stampe delle illustrazioni donate da Lorena Canottiere, Andrea Ferraris, Francesca Mandarino, Andrea Serio e Gianluca Costantini ci ha permesso di sostenere progetti dove l’alcol sarebbe stato inappropriato. Opere ispirate alla frase: «Volevano sotterrarci ma non sapevano che eravamo semi», che è un po’ il cuore pulsante di tutto. Per i cartelli e per gli Stati, il corpo interrato è un rifiuto, qualcosa da occultare. Per noi, quel corpo è un seme di giustizia. Da qui anche il legame con il fumetto, con la graphic novel, con illustratori che lavorano sui temi delle migrazioni e dei confini. Andrea Ferraris è stato centrale in questo passaggio anche perché a luglio del 2022 ha raccontato e disegnato la storia di Mario Vergara su Internazionale. E oggi stiamo persino ragionando su un premio, magari rivolto a studenti di scuole di illustrazione e comics. Sono idee in movimento, non piani industriali. Francesca Mandarino – Soffioni Gianluca Costantini – Germoglio Lorena Canottiere – Foresta Andrea Serio – Natività Andrea Ferraris – Yucca Brevifolia Arriviamo all’impatto concreto. I fondi raccolti non vanno in un calderone generico, ma finanziano strumenti specifici per territori diversi. Ci fai una mappa di questi interventi? Esatto, ogni contesto richiede strumenti diversi. In Messico, ad esempio, sosteniamo Ana Enamorado, che ha costituito una rete di madri centroamericane (Red Regional de Familias Migrantes) che cercano i loro figli dispersi. Sempre in Messico, ad Acapulco, abbiamo finanziato un acquisto tecnologico per il collettivo di Socorro Gil Guzmán: un drone. I cartelli spesso avvelenano i cani molecolari o minacciano i volontari; il drone permette di individuare terra smossa in zone inaccessibili senza rischiare la vita. C’è poi il sostegno a Ruben Figueroa e al suo «Proyecto Puentes de Esperanza», per le indagini sul campo lungo le rotte del Centro America. E spostandoci verso le rotte che ci toccano più da vicino, in Europa? In Montenegro sosteniamo Sabina Talovic e la sua associazione «Bona Fide». Ha trasformato la sua casa in un rifugio per chi arriva stremato dai pushback della polizia, nonostante le continue minacce dei fascisti locali. Infine c’è la Bosnia, lungo il fiume Drina, divenuto un cimitero liquido. Lì finanziamo l’attivista bosniaco Nihad Suljić, fondatore dell’associazione DjelujBa!, da otto anni impegnato ad aiutare le persone in transito sulla rotta balcanica e che lavora per dare un nome ai resti che il fiume restituisce, affinché quelle ossa non restino solo numeri statistici. Oggi la solidarietà lungo le rotte è sempre più criminalizzata. Questo cambia il vostro lavoro? Sì, molto. La repressione è spesso silenziosa, fatta di controlli, segnalazioni, ostacoli amministrativi. Questo rende ancora più importante sostenere i piccoli collettivi, non lasciarli soli, condividere risorse e informazioni. Non c’è eroismo in questo, solo la consapevolezza che senza reti la solidarietà diventa facilmente vulnerabile. Che idea di politica e di confine emerge da tutto questo percorso? Il confine non è una linea geografica: è un dispositivo che produce sparizioni e violenze. La politica che emerge non è quella dei palazzi, ma quella delle pratiche quotidiane, dei tentativi, dei fallimenti, della persistenza. È una politica che spesso «non conta nulla» nei luoghi del potere, ma che continua a esistere. Noi proviamo a stare lì, senza illusioni, ma senza smettere di provarci. -------------------------------------------------------------------------------- COME SOSTENERE SPIRITI RESISTENTI Il progetto vive esclusivamente grazie alla partecipazione dal basso. Ecco come puoi fare la tua parte: * Acquista l’Amaro Nziria: Uno strumento di finanziamento politico che sostiene direttamente le missioni di ricerca. * Le Stampe d’Autore: Puoi acquistare le illustrazioni di Andrea Serio, Francesca Mandarino, Andrea Ferraris, Lorena Canottiere e Gianluca Costantini ispirate alla lotta dei familiari dei desaparecidos. * Donazioni e Diffusione: Ogni contributo serve a finanziare supporto legale, ricerche sul campo e pratiche di mutualismo lungo le frontiere. Per approfondire: spiritiresistenti.org *Gianfranco Crua è attivista per i diritti umani, tra i promotori di Carovane migranti e di Spiriti resistenti. Alessio Melandri è art director di Jacobin Italia. L'articolo Un amaro per Spiriti resistenti proviene da Jacobin Italia.
Storie di nuclei familiari nei centri di accoglienza in Italia: un report di UNICEF e Terre des Hommes
Solo nel 2025, sono arrivate via mare in Italia oltre 63.900 persone. Di queste, il 20% sono minorenni – circa 11.700 – di cui circa 1.000 arrivati insieme alle proprie famiglie. A questi si aggiungono le oltre 1.700 persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo nel 2025, alcuni dei quali facevano parte di nuclei familiari che non sono mai riusciti a portare a fine il viaggio. Nei giorni scorsi UNICEF e Terre des Hommes hanno lanciato il report “Famiglie in viaggio – Storie di nuclei familiari nei centri di accoglienza in Italia”, un’indagine sull’accoglienza delle famiglie richiedenti asilo in Italia. Il documento nasce da una raccolta di testimonianze tra Sicilia e Calabria, nei Centri di prima accoglienza e accoglienza straordinaria (CAS), dove UNICEF e Terre des Hommes operano offrendo supporto psicosociale. Attraverso dati aggiornati e le testimonianze dirette di mamme, papà, bambini e bambine raccolte direttamente nei centri di accoglienza, il documento racconta le difficoltà vissute da queste famiglie, con bisogni complessi e vulnerabilità specifiche: la mancanza di alternative, aggravata dal bisogno di fuggire da guerre, violenze, persecuzioni o condizioni di povertà, cambiamenti climatici, sono fra le cause principali che spingono ogni anno molte famiglie a intraprendere viaggi pericolosi via terra e mare. Le famiglie rimangono spesso nei centri di accoglienza straordinaria (CAS) per lunghi periodi – talvolta diversi anni. Il possibile isolamento geografico, la presenza di personale specializzato e l’accesso ai servizi di base quali l’assistenza sanitaria e psicologica o servizi educativi e scolastici possono incidere sui percorsi delle famiglie. Soggiorni prolungati, con percorsi di inclusione sociale fragili, aumentano le difficoltà di accesso a condizioni di vita autonoma e riducono la libertà di scelta del proprio progetto di vita. Questo comporta rischi per la salute mentale, soprattutto per quelle persone che hanno già subito eventi potenzialmente traumatici, legati al percorso migratorio. Questa una delle testimonianze raccolte nel documento: << Le porte che non si chiudono, le stanze sporche e la promiscuità degli spazi non fanno dormire bene B. L’uomo, 59 anni, è originario del Kurdistan Iracheno. Aveva un lavoro, viveva sereno con la sua famiglia fino al giorno in cui un gruppo terroristico irrompe a casa sua uccidendo davanti ai suoi occhi la moglie e i figli. Quando anni dopo si risposa decide di lasciare il Paese. Si sposta con la moglie in Germania, dove i loro 4 figli nascono e crescono, fino a quando nel 2024 con la dichiarazione d’intenti tra Germania e Iraq, teme di poter essere rimpatriato e che la vita sua e della sua famiglia possa essere in pericolo. Così decide che dovevano spostarsi di nuovo. Arrivano in Italia, incontrano un connazionale che suggerisce di spostarsi al Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA), così continuano fino in Calabria. È proprio al CARA che li incontriamo. Vive in uno dei piccoli container con la moglie e i 5 figli, in uno spazio piccolo e con pochi arredi, dove però restano in attesa dei documenti che possono permettere loro una certa autonomia. Il senso di sicurezza resta un problema. Il figlio più piccolo ha 3 anni, la più grande 14, B. non li lascia mai soli. L’uomo ha un problema alla gamba, si muove con fatica, eppure ogni notte si alza anche solo per accompagnare la figlia al bagno “Non ci sono porte, gli spazi sono utilizzati da donne e uomini, non ci sentiamo al sicuro, non permetterò mai che succeda di nuovo qualcosa alla mia famiglia”. E così intanto restano in attesa, quando possono si spostano vicino al mare per una boccata d’aria, poi rientrano, sperando presto possa andare meglio. “È tutto molto difficile – ci dice – In Germania avevamo una vita normale, i bambini andavano a scuola. Il nostro Paese era, di fatto, la Germania. Ora dobbiamo ricostruire tutto daccapo. Dobbiamo ancora trovare una scuola per i bambini, uno spazio più adatto a loro”. S. parla con un sorriso della Germania, dei suoi amici, le manca tutto. Qui non ha avuto la possibilità di conoscere molte persone, soprattutto della sua età, spera di tornare presto a scuola, e magari ricominciare da lì. B. guarda i suoi figli, ci ripete spesso “Voglio vedere crescere i miei figli, ne ho già persi due, non voglio si ripeta. Vorrei dare loro un futuro” >>. “Le famiglie che giungono in Italia, spesso in fuga da conflitti, violenze o spinte dalla mancanza di cure essenziali per i propri figli e figlie, affrontano viaggi segnati da rischi estremi e gravi vulnerabilità. Non basta rispondere con interventi emergenziali: è necessaria una visione di lungo periodo, che consenta ai nuclei familiari di ricostruire la propria vita in condizioni di dignità e autonomia nell’interesse di quanti arrivano, soprattutto di bambine e bambini, e dell’intera comunità” sostiene Nicola Dell’Arciprete, Coordinatore della Risposta UNICEF in Italia a favore dei minorenni migranti e rifugiati e delle loro famiglie. E Federica Giannotta Responsabile Advocacy e Programmi Italia di Terre des Hommes aggiunge: “Dietro ogni numero c’è una storia, spesso dolorosa, fatta di bambini e genitori che cercano solo di ricominciare in dignità. Terre des Hommes da oltre 10 anni è presente nei luoghi di arrivo e di sbarco per dare il giusto supporto, soprattutto ai più piccoli, e con questo media brief vogliamo anche dare visibilità a quelle famiglie invisibili, perché possano accedere con facilità a tutti quei servizi essenziali per la loro salute e protezione, dopo un viaggio che li ha esposti a innumerevoli pericoli.” Qui il documento Giovanni Caprio