Mauritania, centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzateLa Spagna è un paese di grandi contrasti. Può sembrare una formula a effetto,
quasi da slogan, ma osservando l’attuale scenario politico appare
sorprendentemente aderente alla realtà. Da un lato, Madrid è tra i governi
europei che più apertamente si discostano dalle tendenze politiche destrorse di
molti paesi dell’Unione, dalla denuncia del genocidio in Palestina, a molte
politiche sociali applicate nella penisola. Dall’altro, sulla questione
migratoria, mostra una linea dura e ambigua, che in molti definiscono persino
schizofrenica.
Secondo la Real Academia Española, il termine “carcere” indica un luogo
destinato alla reclusione dei detenuti e dovrebbe riferirsi a strutture
penitenziarie operative sul territorio nazionale. Eppure, seguendo un modello
già sperimentato dall’Italia, negli ultimi mesi la Spagna ha contribuito
all’apertura di due nuovi centri per il rimpatrio dei migranti fuori dai propri
confini, in Mauritania. Le strutture, ufficialmente presentate come centri di
accoglienza temporanea, sono oggetto di dure critiche da parte di giornalisti e
organizzazioni per i diritti umani, che le descrivono come veri e propri luoghi
di privazione della libertà personale.
Dal 17 ottobre scorso sono infatti operativi due centri: uno nella capitale
Nouakchott e l’altro a Nouadhibou, snodo strategico della rotta migratoria
atlantica verso le Canarie. I progetti sono stati sviluppati dalla Fundación
para la Internacionalización de las Administraciones Públicas (FIAP), organismo
legato al Ministero degli Esteri spagnolo. Secondo la documentazione tecnica, le
strutture dispongono rispettivamente di oltre cento e circa ottanta posti,
includendo anche culle per neonati.
> Le autorità spagnole hanno indicato come modello i Centri di Attenzione
> Temporanea per Stranieri delle Canarie, ma con una differenza sostanziale: in
> Mauritania la detenzione può riguardare anche minori e lattanti se trattenuti
> insieme ai familiari, pratica non consentita dalla normativa spagnola.
Le opere sono state finanziate con fondi statali spagnoli e con risorse del
Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione Europea, nell’ambito di un programma
di cooperazione di polizia denominato Associazione Operativa Congiunta. Il costo
complessivo supera il milione di euro. Le procedure di assegnazione degli
appalti sono state contestate da inchieste giornalistiche, che parlano di
affidamenti senza gara pubblica; la FIAP ha replicato sostenendo che le
aggiudicazioni sono avvenute attraverso procedure pubbliche previste per i
contratti all’estero.
La nascita di questi centri si inserisce nella più ampia strategia di
esternalizzazione delle frontiere europee: invece di gestire direttamente gli
arrivi sul territorio dell’Unione, si rafforza il controllo migratorio nei Paesi
di transito o di partenza. In questo quadro, l’Unione Europea e il governo
spagnolo hanno intensificato la cooperazione con la Mauritania, considerata un
Paese chiave per bloccare le partenze dei cayucos diretti verso le Canarie.
Già nel 2024 quindici governi europei avevano chiesto alla Commissione di
replicare modelli di detenzione esterna simili a quello promosso dall’Italia in
Albania. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha partecipato a
missioni ufficiali nel Paese insieme al premier spagnolo Pedro Sánchez,
annunciando pacchetti di sostegno economico per centinaia di milioni di euro
destinati alle autorità mauritane. Il presidente Mohamed Ould El Ghazouani guida
un sistema politico definito da numerose ONG come autoritario, elemento che
accresce le preoccupazioni sulle garanzie offerte ai migranti trattenuti.
Parallelamente alla costruzione dei centri, la cooperazione in materia di
sicurezza è aumentata sensibilmente: trasferimenti di mezzi, droni, veicoli
fuoristrada, tecnologie di sorveglianza e scambio di intelligence. Sul terreno
operano stabilmente decine di agenti spagnoli appartenenti alla Guardia Civil,
alla Policía Nacional e ai servizi informativi.
> Diverse fonti locali descrivono un incremento delle retate contro persone
> migranti, con controlli basati sul profilo etnico, irruzioni nelle abitazioni
> e arresti senza mandato. Le persone fermate verrebbero private di documenti e
> telefoni, trattenute per giorni in condizioni precarie e successivamente
> trasferite verso zone remote.
Uno degli aspetti più controversi riguarda il destino finale dei fermati.
Inchieste giornalistiche internazionali e rapporti di organizzazioni per i
diritti umani documentano pratiche di abbandono nel deserto, in aree di confine
con il Mali caratterizzate da forte insicurezza e dalla presenza di gruppi
jihadisti legati ad Al-Qaida nel Sahel. Tra i soggetti colpiti figurano
potenziali richiedenti asilo in fuga da conflitti e persecuzioni politiche
nell’Africa occidentale. Agenzie internazionali come Human Rights Watch, l’UNHCR
e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni risultano informate di
queste pratiche secondo documenti interni citati dalle inchieste.
La FIAP afferma che i centri servono anche a identificare vittime di tratta,
minori non accompagnati e persone vulnerabili, e che la permanenza massima
prevista sarebbe di 72 ore.
> Tuttavia, non sono stati resi pubblici protocolli dettagliati sui meccanismi
> di controllo, sulle garanzie legali né su eventuali sistemi indipendenti di
> monitoraggio contro maltrattamenti e torture. Le autorità mauritane,
> interpellate in più occasioni, non hanno fornito chiarimenti sul trattamento
> dei detenuti né sulla gestione concreta delle strutture.
Ulteriori ombre emergono sul fronte degli appalti. Tra le imprese coinvolte
figurano società di consulenza e costruzione attive anche in altri progetti di
controllo delle frontiere. È citata anche TRAGSA, gruppo pubblico spagnolo che
opera in ambiti infrastrutturali e ambientali e che negli ultimi anni ha
ricevuto incarichi legati alle barriere di Ceuta e Melilla. La sua natura
giuridica limita l’accesso pubblico ai dettagli contrattuali, riducendo la
trasparenza su costi e procedure.
Un caso emblematico è quello dell’ex-commissario mauritano Abdel Fattah,
responsabile dell’ufficio contro il traffico di migranti e la tratta. Doveva
partecipare all’inaugurazione dei centri, ma è stato rimosso dall’incarico dopo
rivelazioni su presunte tangenti ricevute da trafficanti in cambio di
informazioni scorrette fornite alle autorità spagnole. In precedenza era stato
decorato dal ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska. Il
procedimento giudiziario nei suoi confronti non risulta concluso con una
condanna.
> Il quadro che emerge è quello di una frontiera europea sempre più
> delocalizzata, dove cooperazione allo sviluppo e cooperazione di polizia si
> intrecciano con obiettivi di contenimento migratorio.
I governi coinvolti presentano queste politiche come necessarie per contrastare
le reti di traffico e ridurre le morti in mare. I critici replicano che la
strategia sposta semplicemente il confine più a sud, aumentando il rischio di
violazioni dei diritti fondamentali lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica
europea.
Per l’opinione pubblica italiana il tema non è distante: modelli simili di
esternalizzazione sono già oggetto di accordi e dibattito politico anche a
livello nazionale. La questione centrale resta aperta: fino a che punto è
legittimo delegare a Paesi terzi, con standard giuridici e democratici più
deboli, la gestione della detenzione e del rimpatrio dei migranti? La risposta a
questa domanda definirà il futuro delle politiche migratorie europee e il loro
rapporto con i diritti umani.
La copertina è di Jurgen via Flickr
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