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Da Il Giornale una campagna diffamatoria travestita da inchiesta
Per aver soccorso 166 persone, i libici ci hanno sparato addosso, le autorità italiane ci hanno indagato e ora la stampa di destra ci diffama. Rispondiamo con una diffida e chiediamo che sia fatta giustizia contro i veri trafficanti. Il Giornale oggi riporta in prima pagina una ricostruzione diffamante, falsa e strumentalizzata a fini politici del soccorso operato da Sea-Watch 5 lo scorso 11 maggio, pubblicando illegalmente materiale coperto dal segreto di indagine. Sea-Watch ha inviato una diffida al quotidiano a pubblicare ulteriori contenuti lesivi della reputazione dell’organizzazione e del suo capitano, basati su circostanze false e allusive, il cui contenuto è tratto da documenti coperti dal segreto d’indagine. Ma cosa è accaduto davvero? Nelle prime ore del mattino dell’11 maggio 2026, l’equipaggio della Sea-Watch 5 ha avvistato all’orizzonte un’imbarcazione in difficoltà e, dopo aver informato come di consueto le autorità competenti, ha proceduto al soccorso. Una volta affiancata l’imbarcazione a doppio ponte l’equipaggio ha verificato che a bordo c’erano 90 persone: due prive di sensi, diverse gravemente debilitate e alcune intrappolate sottocoperta. A bordo non c’era nessun dispositivo di soccorso o strumentazioni per la navigazione. Il team di soccorso si è trovato di fronte uomini a volto coperto, un pericolo grave sia per l’equipaggio, sia per le persone appena tratte in salvo. I presunti trafficanti sono rimasti sull’imbarcazione e se ne sono andati. Un aereo di Frontex ha ripreso dall’alto il soccorso, ma nel momento decisivo è scomparso. Ciò che è successo subito dopo non è stato infatti filmato: dopo pochi minuti l’equipaggio della Sea-Watch 5 e le persone appena soccorse sono stati bersaglio di colpi d’arma da fuoco da parte della cosiddetta Guardia Costiera libica. Le autorità sono state informate in ogni fase, come avviene per ogni situazione di questo tipo: gli incontri con miliziani incappucciati sono già stati documentati in passato, da Sea-Watch e da altre ONG che operano nel Mediterraneo centrale. Ogni informazione e materiale è sempre stato consegnato con trasparenza alle autorità competenti, anche per fornire i necessari elementi di indagine. Le navi della società civile non sono, infatti, organismi di polizia, mentre hanno il dovere, sempre rispettato, di soccorrere chiunque sia in pericolo in mare e metterne al corrente le autorità competenti. Una fotografia pubblicata due mesi dopo, non solo non è una notizia, ma costituisce una grave violazione del lavoro d’indagine della Procura. L’inchiesta giornalistica pubblicata oggi da Il Giornale, oltre a violare il segreto delle indagini e i diritti della persona indagata, concentra tutta la sua attenzione su chi ha fatto solo il suo dovere nel soccorrere persone in difficoltà, senza nessuna parola sui presunti trafficanti e sui possibili collegamenti con la cosiddetta Guardia Costiera libica. Ci auguriamo che la Procura indaghi per smantellare le reali reti di tratta di esseri umani, offrendo massima collaborazione agli inquirenti. Non ci facciamo intimidire dagli scandali costruiti a tavolino su falsità e diffamazioni: continueremo a salvare quelle vite che le politiche italiane ed europee continuano a mettere a rischio quando non a sacrificare. “Quella portata avanti dai giornali di destra e rafforzata dalle dichiarazioni di esponenti politici è una narrazione che serve a mascherare non solo l’assenza di una reale volontà politica di contrastare le reti criminali, ma anche il fatto che gli accordi con la Libia si fondino su rapporti con milizie e individui accusati dei più gravi crimini internazionali”, dichiara Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch. “Si tratta di un vecchio copione”, continua Linardi. “Da anni si susseguono indagini che impiegano risorse pubbliche per cercare di dimostrare faziosamente l’esistenza di una collusione delle ONG con i trafficanti. Una collaborazione inesistente e che infatti non è mai stata appurata. Al contrario, prominenti pronunce dei tribunali competenti, fino alla Cassazione, hanno riconosciuto il valore giuridico e morale dell’intervento della società civile nel rispetto dell’obbligo di soccorso imposto dal diritto internazionale.” Mentre stampa ed esponenti governativi si affaccendano a fare propaganda sul soccorso in mare, la società civile continua a colmare il colpevole vuoto istituzionale creato da politiche di abbandono e respingimento sistematico. Politiche fondate sulla cooperazione con quegli stessi attori criminali che si afferma di voler combattere e che, nei fatti, alimentano la tratta di esseri umani invece di contrastarla. Sea Watch
July 16, 2026
Pressenza
Migranti, crisi dello stato di diritto. Denuncia di SOS Humanity
In vista della Giornata Mondiale del Rifugiato di domani, SOS Humanity mette in guardia da una crescente crisi dello Stato di diritto nelle politiche migratorie dell’UE. In una dichiarazione congiunta firmata da 275 organizzazioni tedesche, l’organizzazione di ricerca e soccorso chiede che l’umanità, la dignità e i diritti umani dei migranti e dei rifugiati siano rispettati in un momento in cui l’Europa sta chiudendo le frontiere a chi cerca protezione. Nel loro “Memorandum per una solida protezione dei rifugiati”, le organizzazioni, tra cui i promotori Diakonie, Pro Asyl, Paritätischer Wohlfahrtsverband, Arbeiterwohlfahrt, Amnesty International e Handicap International, si uniscono per sostenere l’aspirazione universale di tutti gli esseri umani a una vita all’insegna della sicurezza e della dignità. Anche SOS Humanity esprime la propria preoccupazione riguardo alla Dichiarazione di Chişinău sulla migrazione e i diritti umani. Adottata da tutti i 46 Stati membri del Consiglio d’Europa il 15 maggio 2026, essa rischia ulteriormente di minare la protezione dei rifugiati in Europa, mettendo a confronto i diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo con gli interessi di sicurezza. «La Dichiarazione di Chişinău, così come la recente riforma del Sistema europeo comune di asilo (GEAS), stanno accelerando quello che percepiamo come un indebolimento dello Stato di diritto nel settore della migrazione», afferma Marie Michel, esperta di politica presso SOS Humanity. «Da molti anni l’equipaggio a bordo della nostra nave di soccorso Humanity 1 è testimone di violazioni del diritto internazionale commesse nel Mediterraneo dalle milizie libiche sostenute dall’UE – una conseguenza diretta dell’esternalizzazione della gestione delle frontiere dell’Unione. La cosiddetta Guardia Costiera libica intercetta illegalmente le persone in fuga e le costringe con la forza a tornare in Libia, il Paese da cui sono fuggite – un atto esplicitamente vietato dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Con il nuovo Patto europeo sulla migrazione, la speranza dei richiedenti protezione di poter vivere in sicurezza dopo aver attraversato l’inferno in Libia verrà ora amaramente tradita. Dopo aver raggiunto l’Europa rischiando la vita in mare, le persone in movimento avranno un accesso molto limitato a una valutazione individuale e adeguata delle loro richieste di asilo. Inoltre, si ritroveranno spesso nuovamente in stato di detenzione, comprese le famiglie con bambini piccoli. In vista del 75° anniversario della Convenzione di Ginevra, dobbiamo affermare che il diritto individuale all’asilo è sotto attacco in Europa.” Per dimostrare le violazioni dei diritti umani commesse in mare e in Libia, SOS Humanity raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti a bordo della nave di soccorso Humanity 1. Ne è un esempio Raheem*, originario del Sudan: «In Libia ho subito violenze, percosse e ogni forma di ingiustizia e oppressione durante la detenzione. Sono salito su un’altra imbarcazione e mi sono diretto in mare per la terza volta. Avevo deciso che dovevo raggiungere l’Europa – il luogo in cui i diritti umani sono riconosciuti e dove tutte le componenti della società sono rispettate indipendentemente dalle differenze di colore, religione o etnia». Dal 2016 l’Unione Europea sostiene la cosiddetta Guardia Costiera libica – che è infiltrata da milizie brutali – al fine di tenere i rifugiati lontani dalle coste europee. Tuttavia, l’escalation di violenza contro le persone in fuga attraverso il Mediterraneo e il trattamento profondamente disumano riservato a centinaia di migliaia di richiedenti asilo bloccati in Libia vengono in gran parte ignorati nel dibattito pubblico europeo, nonostante la responsabilità condivisa dell’UE. *Il nome è stato cambiato per motivi di protezione.   Redazione Italia
June 19, 2026
Pressenza
41 navi di soccorso fermate per 1.075 giorni in base alla legge Piantedosi
Dall’entrata in vigore del decreto-legge Piantedosi il 2 gennaio 2023, le autorità italiane hanno emesso ordini di fermo nei confronti di 41 navi di soccorso umanitario, per un totale di 1.075 giorni – quasi tre anni. Il blocco delle navi di soccorso nei porti da parte dell’Italia ha impedito loro di assistere le persone in pericolo nel Mediterraneo centrale, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria nella regione. La Justice Fleet, un’alleanza di 13 organizzazioni di ricerca e soccorso, considera la legge del governo italiano di estrema destra uno strumento di sabotaggio sistematico delle operazioni civili di ricerca e soccorso, che mette in pericolo la vita delle persone in movimento. Dal 2 gennaio 2023, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), più di 6.490 persone sono annegate o sono scomparse su una delle rotte migratorie più letali al mondo. Solo nel 2026, cinque navi di soccorso civili sono state bloccate nei porti dal governo italiano, mentre nel primo trimestre del 2026 più di 825 persone hanno già perso la vita nel Mediterraneo centrale, segnando l’inizio d’anno più letale da quando, nel 2014, l’OIM ha iniziato a registrare i decessi e le persone disperse. La Justice Fleet critica le politiche italiane che ostacolano le navi di soccorso per aver contribuito al disastro umanitario in corso e all’aumento del numero di vittime ai confini dell’Europa. «È scandaloso che, invece di intervenire per salvare le persone in pericolo in mare come previsto dal diritto internazionale, gli Stati europei scelgano di rimanere in silenzio, mentre il governo italiano intensifica l’ostruzionismo sconsiderato delle imbarcazioni di ricerca e soccorso non governative», afferma Wasil Schauseil, portavoce della Justice Fleet. «Le navi della flotta civile sono gli unici attori che forniscono assistenza nell’area al largo delle coste della Libia e della Tunisia, dove si verificano la maggior parte dei naufragi. Ostacolare il loro lavoro porta semplicemente alla morte di più persone, è chiaro e semplice. Chiediamo che la legge Piantedosi venga immediatamente abrogata e che venga rispettato il diritto internazionale.» In base alla legge Piantedosi, il governo italiano di estrema destra impone fermi e multe alle navi di soccorso quando queste presumibilmente disobbediscono agli ordini italiani, anche quando tali ordini violano il diritto internazionale o richiedono la collaborazione con attori violenti come la cosiddetta Guardia Costiera libica. Negli ultimi anni, i tribunali italiani hanno ripetutamente ribadito il ruolo salvavita della ricerca e soccorso civile e hanno chiarito che la cosiddetta Guardia Costiera libica e il Centro di coordinamento del soccorso marittimo libico non sono attori di soccorso legittimi e che ottemperare alle loro istruzioni viola il diritto internazionale. In due casi di fermo basati sul fatto che le navi avessero interrotto le comunicazioni con le autorità libiche, i tribunali italiani si sono già pronunciati in loro favore. Nell’ambito di un nuovo disegno di legge sull’immigrazione che attua i regolamenti del sistema europeo comune di asilo, il governo italiano guidato da Giorgia Meloni sta preparando una disposizione volta a impedire alle navi delle ONG di entrare nelle acque italiane qualora fossero ritenute una «grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale». La Justice Fleet avverte che tali dichiarazioni sullo stato di emergenza sono state strumentalizzate in passato e potrebbero servire a bloccare illegittimamente le navi di soccorso. Nel novembre 2025, 13 organizzazioni di ricerca e soccorso hanno costituito l’alleanza Justice Fleet, sostenuta da una rete di organizzazioni della società civile. Il loro obiettivo è proteggere il diritto internazionale contestando i fermi illegali delle navi di soccorso in Italia e l’esternalizzazione da parte dell’Europa delle operazioni di ricerca e soccorso ad attori illegittimi e violenti in Libia. Redazione Italia
June 2, 2026
Pressenza
Crosetto ministro dell’ipocrisia
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto oggi si vanta dell’Italia che salva vite in mare. Peccato che dimentichi di dire che il suo governo ha approvato il decreto Piantedosi, che blocca le navi delle ONG, le multa, le manda nei porti più lontani possibile e le criminalizza per aver salvato persone invece di obbedire alla Guardia Costiera libica,  quella stessa che ci spara addosso e riporta le persone in fuga nei lager libici. Mentre il governo italiano ostacola i soccorritori civili, nel Mediterraneo centrale si muore a ritmi record: solo nei primi due mesi del 2026, +150% di morti rispetto all’anno scorso. Dal 2014 a oggi: più di 20.000 persone morte o disperse nel Mediterraneo. Vantarsi dei salvataggi mentre si fermano le navi e si accusano i capitani che salvano non è orgoglio nazionale. Crosetto ministro dell’ipocrisia. Sea Watch
May 21, 2026
Pressenza
SOS Humanity: governo tedesco e UE complici dei crimini commessi dalla Guardia Costiera libica
L’alto funzionario libico Khaled Mohamed Ali El-Hishri è accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra: dopo 15 anni di indagini della CPI sulla Libia, è la prima udienza presso la Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia contro un dirigente del famigerato carcere di Mitiga a Tripoli in cui rifugiati e migranti intercettati in mare della sedicente Guardia Costiera libica vengono arbitrariamente detenuti, torturati e sfruttati. L’organizzazione di ricerca e soccorso SOS Humanity critica il governo tedesco per essere complice di questi gravi crimini fornendo sostegno finanziario e politico ai responsabili tramite l’Unione Europea. SOS Humanity mette in luce l’incoerenza delle azioni del governo tedesco: all’inizio di maggio 2026, per la prima volta, il Ministero federale dell’Interno ha alzato il livello di sicurezza 2 alla zona di ricerca e soccorso libica per le navi battenti bandiera tedesca. Secondo una dichiarazione del Ministero, ciò era dovuto al pericolo rappresentato da soggetti libici. Tuttavia, il governo tedesco si rifiuta di dichiarare che la Libia non è un luogo sicuro per le persone in cerca di protezione che sono state soccorse in mare (cfr. la risposta all’interrogazione parlamentare del partito Alleanza 90/I Verdi dell’11 marzo 2026). Il governo guidato da Friedrich Merz ha invece modificato, lo scorso anno, il mandato relativo alla partecipazione dell’esercito federale tedesco alla missione IRINI dell’UE, ammettendo implicitamente l’addestramento della Guardia Costiera libica.  «Il governo tedesco tradisce le evidenti contraddizioni della sua politica: da un lato sostiene soggetti criminali e quindi violazioni sistematiche dei diritti umani; dall’altro, riconosce la pericolosità e i crimini commessi proprio da quegli stessi soggetti, alla cui perseguibilità contribuisce consegnando El Hishri alla Cpi – spiega Marie Michel, esperta di politiche presso SOS Humanity – L’esercito federale tedesco non deve addestrare la cosiddetta Guardia Costiera libica, che costringe le persone in cerca di protezione nei campi di detenzione. La Germania si sta rendendo complice dei crimini ora all’esame della Corte penale internazionale».  Secondo l’esperienza delle organizzazioni di soccorso in mare, l’aggressività degli attori libici in Libia e nel Mediterraneo non è più rivolta solo contro i profughi. In diverse occasioni, infatti, le motovedette della Guardia Costiera libica, finanziata dall’UE, hanno aperto il fuoco con munizioni contro navi di soccorso delle ONG; l’episodio più recente riguarda la Sea-Watch 5, l’11 maggio 2026. L’equipaggio e le 90 persone soccorse sono stati minacciati di essere rapiti e ricondotti in Libia.  «Molti di noi sono stati intercettati in mare, rispediti in Libia, detenuti senza alcuna accusa, torturati, ridotti in schiavitù, violentati o reclutati con la forza da milizie che operano all’interno di un sistema da tempo noto alla comunità internazionale – afferma David Yambio, direttore esecutivo dell’organizzazione Refugees in Libya – Il fatto che El Hishri debba ora rispondere dei propri crimini dinanzi alla Corte penale internazionale rappresenta un passo importante verso il riconoscimento della responsabilità penale. Allo stesso tempo, dobbiamo sottolineare che la responsabilità non si limita ai singoli autori, ignorando che è il sostegno dell’UE alle autorità libiche che rende possibili questi crimini ancora oggi”.  SOS Humanity lancia una petizione per richiamare l’attenzione su queste contraddizioni e per protestare contro la proroga da parte del governo tedesco del mandato IRINI dell’esercito federale.  > L’UE e i suoi Stati membri sono complici di gravi violazioni dei diritti umani > in Libia: fino al 2028, sostengono il regime di frontiera libico con almeno 84 > milioni di euro, inclusi l’addestramento e l’equipaggiamento della cosiddetta > guardia costiera libica, palesemente infiltrata da milizie. Questa forza > intercetta persone in difficoltà in mare nel Mediterraneo e le rimpatria > illegalmente in Libia. Lì, i richiedenti asilo rischiano detenzioni > arbitrarie, torture, stupri, estorsioni, schiavitù e lavori forzati. > > La violenza della cosiddetta guardia costiera libica colpisce principalmente > le persone in fuga dalle persecuzioni, ma anche gli operatori umanitari: si > verificano ripetute minacce, attacchi e bombardamenti contro navi di soccorso > civili nel Mediterraneo centrale, e questo accade anche con imbarcazioni > finanziate dall’UE. > > In quanto maggiore contributore netto all’UE, la Germania partecipa a questa > politica e non esclude più esplicitamente l’addestramento della cosiddetta > guardia costiera libica da parte di soldati tedeschi. In un periodo in cui i > diritti umani sono sempre più minacciati a livello globale, è necessaria una > posizione chiara: la Germania non deve partecipare all’addestramento o al > sostegno di gruppi che utilizzano in modo dimostrabile la violenza contro i > richiedenti asilo e gli operatori umanitari. Il principio è: proteggere le > persone, non addestrare le milizie! > > Noi chiediamo: > > * Prevenire la complicità tedesca nelle violazioni dei diritti umani: la > Germania deve escludere esplicitamente dal proprio mandato l’addestramento > della cosiddetta guardia costiera libica. È necessario un impegno chiaro: > le forze armate tedesche non devono mai addestrare soggetti che commettono > crimini contro l’umanità.  > * Fermare l’addestramento della cosiddetta guardia costiera libica da parte > dell’UE: il governo tedesco deve adoperarsi a livello europeo per la > cessazione e la completa eliminazione dell’addestramento della cosiddetta > guardia costiera libica dall’operazione militare europea EUNAVFOR MED > IRINI.  > * Salvare vite umane invece di sigillare le frontiere: il governo tedesco > deve adoperarsi presso la Commissione europea per operazioni di soccorso in > mare finanziate e coordinate dall’UE e per la creazione di rotte sicure > verso l’Europa per i rifugiati. Fino ad allora, è chiamato a opporsi con > fermezza a qualsiasi forma di ostruzionismo o criminalizzazione del > soccorso civile in mare, ad esempio da parte dei governi europei. Redazione Italia
May 19, 2026
Pressenza
Sea-Watch 5, dopo gli spari dei libici indagine penale contro il capitano
All’arrivo al porto di Brindisi con 166 persone soccorse, è stata avviata un’indagine penale contro il capitano della nave di soccorso Sea-Watch 5, con l’accusa di «favoreggiamento dell’ingresso illegale». Verso mezzogiorno, agenti della Guardia Costiera italiana e della Polizia sono saliti a bordo della Sea-Watch 5. Sono rimasti sul ponte di comando della nave fino a ben oltre la mezzanotte, hanno sequestrato documenti e attrezzature e hanno condotto due membri dell’equipaggio alla stazione di polizia per un interrogatorio. Per oggi è previsto anche un interrogatorio del capitano della Sea-Watch 5. Siamo davanti a un’escalation paradossale, dopo che lunedì due motovedette e un’altra unità della cosiddetta Guardia Costiera libica avevano attaccato e sparato una raffica di colpi contro la nave e minacciato di dirottarla verso Tripoli. Motovedette donate alla Libia dall’Italia nel quadro dell’intesa tra i due Paesi. «L’indagine contro l’operato di Sea-Watch è un altro feroce attacco alla solidarietà in mare e un’aggressione allo stato di diritto. Invece di fare luce sulle responsabilità dell’attacco contro i civili sulla nostra nave, lo Stato prima manda i militari italiani a Tripoli a riparare i motori delle motovedette che compiono azioni criminali in mare e poi accusa chi ha soccorso vite in mare» dichiara Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch «La criminalizzazione della società civile è ormai prassi, ma anche davanti a questa escalation non ci lasceremo intimidire». In passato, l’Italia ha sistematicamente utilizzato le indagini penali per tenere lontane dal Mediterraneo centrale le navi di soccorso e criminalizzare il soccorso civile. Lo abbiamo vissuto con Carola Rackete nel 2019 e in oltre 20 casi di indagini per favoreggiamento e in alcuni casi, persino associazione a delinquere, ai danni di chi salva vite in mare. Nella grande maggioranza le indagini sono state archiviate e le accuse non hanno mai portato a nulla. Ma mentre il governo cerca a tutti i costi di etichettare la società civile come trafficanti, continua a finanziare e proteggere i veri responsabili della tratta di esseri umani, come i ricercati internazionali pluriomicidi Bija e Almasri, invitati in Italia a discutere accordi politici o rimpatriati con volo di Stato, alimentando un efferato ciclo di abusi con le tasse dei cittadini. L’11 maggio scorso la nave Sea-Watch 5, poco dopo aver soccorso 90 persone in pericolo in acque internazionali, è stata raggiunta da un’imbarcazione armata della cosiddetta Guardia Costiera libica, che ha aperto il fuoco contro la nave e ne ha minacciato l’abbordaggio e il dirottamento. Una seconda motovedetta ha in seguito intimato alla Sea-Watch di consegnarle le persone soccorse per rapirle e riportarle in Libia. Il nostro capitano ha agito anteponendo la protezione delle persone a bordo sotto la sua responsabilità, rifiutandosi di compiere una grave violazione del diritto internazionale se si fosse reso complice di un respingimento. Da anni siamo quotidianamente testimoni di episodi di violenza in mare perpetrati ai danni delle persone in fuga dai libici, spesso noti criminali ricercati e membri di milizie violente e denunciamo pubblicamente l’Italia e l’UE per il loro sostegno, che garantisce totale impunità. Nell’episodio di lunedì 11 maggio, l’unità coinvolta era scortata dalla Murzuq 662, una motovedetta donata dall’Italia alla cosiddetta Guardia Costiera libica nel giugno 2023, nell’ambito del quadro di cooperazione UE-Libia SIBMMIL. Più tardi quel giorno, la Sea-Watch 5 è stata inseguita anche dalla Ras Jadir 648, un’altra nave che l’Italia aveva già ceduto ad attori libici nel maggio 2017, coinvolta in diversi casi documentati di violenza in mare. Spari libici e criminalizzazione italiana sono due facce della stessa medaglia per attaccare la società civile e il soccorso in mare. Spiega Giorgia Linardi: «La società civile nel Mediterraneo è testimone scomoda delle ingiustizie commesse dal governo con i soldi dei contribuenti e per questo da eliminare. Non a caso a poche settimane dall’adozione della legge sul blocco navale, a cui abbiamo dichiarato opposizione nel nome del diritto.» «Il governo – conclude Linardi – ha perso dinanzi a ogni giudice, e si troverà a rispondere al giudizio della storia. Noi continuiamo fermamente a stare dalla parte del diritto, insieme al nostro capitano, che da civile ha onorato gli obblighi che lo Stato calpesta.» Sea Watch
May 16, 2026
Pressenza
SOS MEDITERRANEE: ancora morti nel Mediterraneo
Questa mattina la nave Ocean Viking di SOS MEDITERRANEE ha salvato 56 persone da una imbarcazione in difficoltà in vetroresina bianca nella zona di ricerca e soccorso libica. Quando il nostro team di soccorritori si è avvicinato, uno dei naufraghi non respirava. Il naufrago è stato immediatamente portato a bordo e ha ricevute le prime cure immediate. Purtroppo, non c’è stato nulla da fare e poco dopo è stato dichiarato il decesso. Gli altri sopravvissuti sono attualmente a bordo insieme ai naufraghi salvati il giorno prima (12 maggio) su segnalazione di Alarmphone, la linea telefonica di emergenza autogestita, attiva 24h dal 2014, creata da attivisti per supportare i migranti in difficoltà nel Mar Mediterraneo: 75 persone che erano state in mare per 4 giorni. Attualmente quindi a bordo della Ocean Viking ci sono 131 persone. I sopravvissuti del secondo salvataggio sono ora a bordo e stanno ricevendo le prime cure. Diversi di loro hanno sofferto di ipotermia. Secondo le testimonianze raccolte dal nostro team a bordo, il naufrago che è deceduto avrebbe subito violenze fisiche in Libia prima della partenza e è rimasto incosciente per ore prima del salvataggio. Un’altra morte nel 2026: l’inizio d’anno più letale mai registrato nel Mediterraneo in un contesto di cooperazione tra gli Stati dell’Europa e la Guardia costiera libica . Anche considerando che i dati dell’OIM rappresentano, per stessa ammissione dell’organizzazione, una sottostima, il 2026 ha registrato l’inizio d’anno più mortale dal 2017. Tra il 1° gennaio e il 22 aprile 2026, almeno 782 persone risultano morte o disperse lungo la sola rotta del Mediterraneo centrale – un aumento di oltre il 150% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Oltre ai dati pubblicati e verificati attraverso fonti ufficiali, ONG e media, l’OIM mantiene un database parallelo di incidenti segnalati ma non verificati, esclusi dalle cifre ufficiali. Questo database parallelo contiene attualmente circa 400 casi aggiuntivi per il 2026, la maggior parte dei quali legati al ciclone Harry. Con il cambiamento climatico che intensifica le tempeste nel Mediterraneo, inclusi i cosiddetti “medicanes” (uragani mediterranei), condizioni meteorologiche estreme come quelle osservate all’inizio di quest’anno sono destinate a diventare più frequenti, rendendo attraversamenti già pericolosi su imbarcazioni inadatte alla navigazione ancora più rischiosi. Queste morti non sono tragici incidenti, ma il risultato prevedibile di scelte politiche deliberate. Il ritiro delle operazioni statali di ricerca e soccorso, l’esternalizzazione delle responsabilità a Libia e Tunisia e l’ostruzione delle attività delle ONG hanno mantenuto il Mediterraneo centrale tra le rotte migratorie più letali al mondo dal 2014. “Il modo in cui vengono presentati i dati su morti e dispersi è una scelta politica: il numero delle vittime viene citato come prova che le traversate sono pericolose e devono essere fermate con una colpevolizzazione delle persone migranti; mentre le prove che collegano le decisioni politiche all’aumento della mortalità, come il mancato soccorso o la criminalizzazione delle operazioni di salvataggio, vengono sistematicamente minimizzate dal nostro Governo” – afferma Valeria Taurino Direttrice di SOS MEDITERRANEE Italia. “ Questa selettività si estende alla produzione stessa dei dati: nessuno Stato registra sistematicamente le morti in mare e la trasparenza è in diminuzione. L’Italia ha smesso di pubblicare dati dettagliati sulle operazioni SAR nel 2020. La mancanza di dati limita la possibilità di verificare gli eventi e comprendere cosa accade in mare. Le ONG sono l’ultimo testimone attivo nel Mediterraneo e la criminalizzazione continua oltre all’escalation di violenza da parte della Guardia Costiera libica.” Redazione Italia
May 13, 2026
Pressenza
“Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, incontro ad Arese (Milano)
Non solo Iran, Libano, Palestina: anche dal Mar Mediterraneo quasi ogni giorno arriva un tragico bollettino di guerra. I naufragi si susseguono a ritmo incalzante, tanto che nei primi tre mesi di quest’anno si calcola che le vittime abbiano superato quota 750 (ma potrebbero essere ancora di più) a fronte di una stima di 1.330 morti registrati nell’intero 2025. Non solo: questa ecatombe è ancora più agghiacciante se si considera che nel primo trimestre 2026 gli arrivi si siano ridotti del 50-60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tutto ciò è stato ricordato in apertura dell’incontro “Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, organizzato da Anpi Arese con il sostegno dell’amministrazione comunale e della Rete per la pace. Importanti i relatori: Paolo Pobbiati, ex presidente di Amnesty International Italia, Giorgio Del Zanna, esponente della Comunità di Sant’Egidio e docente di storia contemporanea alla Cattolica e Luca Radaelli, HR manager del progetto Sar di Emergency. Proprio Pobbiati in apertura ha confessato che non avrebbe voluto parlare di cifre, ma non ha potuto evitarlo per dare un’idea delle dimensioni della piaga delle morti in mare. “È importante ricordare sempre che si tratta di uomini, donne e bambini costretti ad affrontare una vera e propria odissea nella speranza di costruire un futuro accettabile per sé e le loro famiglie. Dobbiamo raccontare le loro storie per far comprendere a tutti che sono persone proprio come noi, con il solo ‘torto’ di essere nati dalla parte sbagliata del mondo, in un Paese in guerra o devastato da inondazioni o siccità o governato da un regime che perseguita i dissidenti, gli omosessuali, le donne. Ricordo solo due storie di persone che ho conosciuto: un ragazzo fuggito dall’Eritrea a 18 anni per evitare il ‘servizio militare a vita’ imposto dallo Stato e il padre di quattro figlie, scappato dall’Afghanistan per offrire loro una possibilità di vita e libertà”. Pobbiati ha poi parlato delle pessime novità normative che si concretizzeranno tra due mesi in Unione Europea e in Italia. Il regolamento sui respingimenti che entrerà in vigore prevede infatti la possibilità di deportare i migranti provenienti da Paesi considerati “sicuri” (Tunisia, Egitto e Bangladesh tra questi) negli Stati di provenienza o anche in altri senza neppure esaminare l’eventuale richiesta di asilo. A ciò si aggiunge l’estensione della “detenzione amministrativa” nei Cpr da 18 a 24 mesi e anche per famiglie con bambini e minori non accompagnati (vedi sul tema l’intervista alla presidente di Amnesty Italia Alba Bonetti). In Italia si parla addirittura della possibilità per il governo di attuare il blocco navale. Uno spiraglio di speranza è stato aperto dall’intervento di Giorgio Del Zanna, che ha parlato dei “corridoi umanitari” realizzati negli ultimi dieci anni dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con altre realtà della società civile. “Sfruttando una possibilità prevista dall’Unione Europea, dal 2016 a oggi siamo riusciti a portare in Italia circa seimila persone, offrendo loro percorsi di integrazione per trovare lavoro e casa e costruirsi una nuova vita nel nostro Paese. Certo, si tratta di una goccia nell’oceano, ma il nostro scopo è anche dimostrare che il modello funziona per poterlo proporre su una scala molto più ampia. Sarebbe un vantaggio per tutti – italiani e non – se i soldi che oggi vengono usati per respingere o limitare i movimenti dei migranti fossero invece destinati all’accoglienza e alla promozione della convivenza. Dobbiamo sostituire la paura con la conoscenza reciproca: la diffidenza verso gli ‘stranieri’ (presentati come criminali o comunque potenziale minaccia) viene alimentata a scopo elettorale. Ma la stragrande maggioranza di queste persone lavora nelle nostre case, nei campi e nei cantieri, paga le tasse e vuole solo vivere in pace e in armonia con i suoi vicini. È importante quindi creare occasioni di incontro in un clima di festa e serenità: è così che si crea comunità e si superano i pregiudizi, e lo dico per esperienza”. Non meno coinvolgenti le parole di Luca Radaelli. “Mercoledì la Life Support di Emergency ha salvato 71 migranti che viaggiavano a bordo di un gommone sovraffollato, che non avrebbe potuto affrontare la traversata del Mediterraneo, e che è stato avvistato direttamente dal ponte di comando della nostra nave: a bordo dell’imbarcazione in pericolo c’erano anche 17 minori, di cui 11 non accompagnati. I migranti, che hanno riferito di essere partiti dalle coste libiche di Garabulli, sono originari di Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Guinea Conakry, Camerun e Ciad, Paesi colpiti da violenze, povertà, violazioni di diritti e insicurezza alimentare. Ebbene, il governo italiano ci ha assegnato La Spezia come porto di sbarco. Questo significa tre giorni di navigazione, l’allontanamento forzato della nostra nave dalla zona del Mediterraneo – dove in questo periodo c’è estremo bisogno di vigilanza – e altre sofferenze inutili per decine di persone già provate da un viaggio che spesso dura anni. Per non parlare del fatto che ci viene imposto di avvisare la cosiddetta Guardia Costiera libica, con il rischio che le sue motovedette ci sparino addosso e riportino i naufraghi in Libia, dove vengono sottoposti alle peggiori torture, stupri ed estorsioni con il beneplacito del nostro governo, interessato solo a dichiarare che grazie a lui meno ‘stranieri’ sono arrivati sulle nostre coste. Non importa se il motivo è che sono morti ammazzati o annegati”. Ai tre interventi è seguito un vivace dibattito e la serata si è conclusa con l’impegno comune a riflettere e sensibilizzare le persone su questo tema sempre di drammatica attualità.   Claudia Cangemi
April 11, 2026
Pressenza