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41 navi di soccorso fermate per 1.075 giorni in base alla legge Piantedosi
Dall’entrata in vigore del decreto-legge Piantedosi il 2 gennaio 2023, le autorità italiane hanno emesso ordini di fermo nei confronti di 41 navi di soccorso umanitario, per un totale di 1.075 giorni – quasi tre anni. Il blocco delle navi di soccorso nei porti da parte dell’Italia ha impedito loro di assistere le persone in pericolo nel Mediterraneo centrale, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria nella regione. La Justice Fleet, un’alleanza di 13 organizzazioni di ricerca e soccorso, considera la legge del governo italiano di estrema destra uno strumento di sabotaggio sistematico delle operazioni civili di ricerca e soccorso, che mette in pericolo la vita delle persone in movimento. Dal 2 gennaio 2023, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), più di 6.490 persone sono annegate o sono scomparse su una delle rotte migratorie più letali al mondo. Solo nel 2026, cinque navi di soccorso civili sono state bloccate nei porti dal governo italiano, mentre nel primo trimestre del 2026 più di 825 persone hanno già perso la vita nel Mediterraneo centrale, segnando l’inizio d’anno più letale da quando, nel 2014, l’OIM ha iniziato a registrare i decessi e le persone disperse. La Justice Fleet critica le politiche italiane che ostacolano le navi di soccorso per aver contribuito al disastro umanitario in corso e all’aumento del numero di vittime ai confini dell’Europa. «È scandaloso che, invece di intervenire per salvare le persone in pericolo in mare come previsto dal diritto internazionale, gli Stati europei scelgano di rimanere in silenzio, mentre il governo italiano intensifica l’ostruzionismo sconsiderato delle imbarcazioni di ricerca e soccorso non governative», afferma Wasil Schauseil, portavoce della Justice Fleet. «Le navi della flotta civile sono gli unici attori che forniscono assistenza nell’area al largo delle coste della Libia e della Tunisia, dove si verificano la maggior parte dei naufragi. Ostacolare il loro lavoro porta semplicemente alla morte di più persone, è chiaro e semplice. Chiediamo che la legge Piantedosi venga immediatamente abrogata e che venga rispettato il diritto internazionale.» In base alla legge Piantedosi, il governo italiano di estrema destra impone fermi e multe alle navi di soccorso quando queste presumibilmente disobbediscono agli ordini italiani, anche quando tali ordini violano il diritto internazionale o richiedono la collaborazione con attori violenti come la cosiddetta Guardia Costiera libica. Negli ultimi anni, i tribunali italiani hanno ripetutamente ribadito il ruolo salvavita della ricerca e soccorso civile e hanno chiarito che la cosiddetta Guardia Costiera libica e il Centro di coordinamento del soccorso marittimo libico non sono attori di soccorso legittimi e che ottemperare alle loro istruzioni viola il diritto internazionale. In due casi di fermo basati sul fatto che le navi avessero interrotto le comunicazioni con le autorità libiche, i tribunali italiani si sono già pronunciati in loro favore. Nell’ambito di un nuovo disegno di legge sull’immigrazione che attua i regolamenti del sistema europeo comune di asilo, il governo italiano guidato da Giorgia Meloni sta preparando una disposizione volta a impedire alle navi delle ONG di entrare nelle acque italiane qualora fossero ritenute una «grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale». La Justice Fleet avverte che tali dichiarazioni sullo stato di emergenza sono state strumentalizzate in passato e potrebbero servire a bloccare illegittimamente le navi di soccorso. Nel novembre 2025, 13 organizzazioni di ricerca e soccorso hanno costituito l’alleanza Justice Fleet, sostenuta da una rete di organizzazioni della società civile. Il loro obiettivo è proteggere il diritto internazionale contestando i fermi illegali delle navi di soccorso in Italia e l’esternalizzazione da parte dell’Europa delle operazioni di ricerca e soccorso ad attori illegittimi e violenti in Libia. Redazione Italia
June 2, 2026
Pressenza
Crosetto ministro dell’ipocrisia
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto oggi si vanta dell’Italia che salva vite in mare. Peccato che dimentichi di dire che il suo governo ha approvato il decreto Piantedosi, che blocca le navi delle ONG, le multa, le manda nei porti più lontani possibile e le criminalizza per aver salvato persone invece di obbedire alla Guardia Costiera libica,  quella stessa che ci spara addosso e riporta le persone in fuga nei lager libici. Mentre il governo italiano ostacola i soccorritori civili, nel Mediterraneo centrale si muore a ritmi record: solo nei primi due mesi del 2026, +150% di morti rispetto all’anno scorso. Dal 2014 a oggi: più di 20.000 persone morte o disperse nel Mediterraneo. Vantarsi dei salvataggi mentre si fermano le navi e si accusano i capitani che salvano non è orgoglio nazionale. Crosetto ministro dell’ipocrisia. Sea Watch
May 21, 2026
Pressenza
SOS Humanity: governo tedesco e UE complici dei crimini commessi dalla Guardia Costiera libica
L’alto funzionario libico Khaled Mohamed Ali El-Hishri è accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra: dopo 15 anni di indagini della CPI sulla Libia, è la prima udienza presso la Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia contro un dirigente del famigerato carcere di Mitiga a Tripoli in cui rifugiati e migranti intercettati in mare della sedicente Guardia Costiera libica vengono arbitrariamente detenuti, torturati e sfruttati. L’organizzazione di ricerca e soccorso SOS Humanity critica il governo tedesco per essere complice di questi gravi crimini fornendo sostegno finanziario e politico ai responsabili tramite l’Unione Europea. SOS Humanity mette in luce l’incoerenza delle azioni del governo tedesco: all’inizio di maggio 2026, per la prima volta, il Ministero federale dell’Interno ha alzato il livello di sicurezza 2 alla zona di ricerca e soccorso libica per le navi battenti bandiera tedesca. Secondo una dichiarazione del Ministero, ciò era dovuto al pericolo rappresentato da soggetti libici. Tuttavia, il governo tedesco si rifiuta di dichiarare che la Libia non è un luogo sicuro per le persone in cerca di protezione che sono state soccorse in mare (cfr. la risposta all’interrogazione parlamentare del partito Alleanza 90/I Verdi dell’11 marzo 2026). Il governo guidato da Friedrich Merz ha invece modificato, lo scorso anno, il mandato relativo alla partecipazione dell’esercito federale tedesco alla missione IRINI dell’UE, ammettendo implicitamente l’addestramento della Guardia Costiera libica.  «Il governo tedesco tradisce le evidenti contraddizioni della sua politica: da un lato sostiene soggetti criminali e quindi violazioni sistematiche dei diritti umani; dall’altro, riconosce la pericolosità e i crimini commessi proprio da quegli stessi soggetti, alla cui perseguibilità contribuisce consegnando El Hishri alla Cpi – spiega Marie Michel, esperta di politiche presso SOS Humanity – L’esercito federale tedesco non deve addestrare la cosiddetta Guardia Costiera libica, che costringe le persone in cerca di protezione nei campi di detenzione. La Germania si sta rendendo complice dei crimini ora all’esame della Corte penale internazionale».  Secondo l’esperienza delle organizzazioni di soccorso in mare, l’aggressività degli attori libici in Libia e nel Mediterraneo non è più rivolta solo contro i profughi. In diverse occasioni, infatti, le motovedette della Guardia Costiera libica, finanziata dall’UE, hanno aperto il fuoco con munizioni contro navi di soccorso delle ONG; l’episodio più recente riguarda la Sea-Watch 5, l’11 maggio 2026. L’equipaggio e le 90 persone soccorse sono stati minacciati di essere rapiti e ricondotti in Libia.  «Molti di noi sono stati intercettati in mare, rispediti in Libia, detenuti senza alcuna accusa, torturati, ridotti in schiavitù, violentati o reclutati con la forza da milizie che operano all’interno di un sistema da tempo noto alla comunità internazionale – afferma David Yambio, direttore esecutivo dell’organizzazione Refugees in Libya – Il fatto che El Hishri debba ora rispondere dei propri crimini dinanzi alla Corte penale internazionale rappresenta un passo importante verso il riconoscimento della responsabilità penale. Allo stesso tempo, dobbiamo sottolineare che la responsabilità non si limita ai singoli autori, ignorando che è il sostegno dell’UE alle autorità libiche che rende possibili questi crimini ancora oggi”.  SOS Humanity lancia una petizione per richiamare l’attenzione su queste contraddizioni e per protestare contro la proroga da parte del governo tedesco del mandato IRINI dell’esercito federale.  > L’UE e i suoi Stati membri sono complici di gravi violazioni dei diritti umani > in Libia: fino al 2028, sostengono il regime di frontiera libico con almeno 84 > milioni di euro, inclusi l’addestramento e l’equipaggiamento della cosiddetta > guardia costiera libica, palesemente infiltrata da milizie. Questa forza > intercetta persone in difficoltà in mare nel Mediterraneo e le rimpatria > illegalmente in Libia. Lì, i richiedenti asilo rischiano detenzioni > arbitrarie, torture, stupri, estorsioni, schiavitù e lavori forzati. > > La violenza della cosiddetta guardia costiera libica colpisce principalmente > le persone in fuga dalle persecuzioni, ma anche gli operatori umanitari: si > verificano ripetute minacce, attacchi e bombardamenti contro navi di soccorso > civili nel Mediterraneo centrale, e questo accade anche con imbarcazioni > finanziate dall’UE. > > In quanto maggiore contributore netto all’UE, la Germania partecipa a questa > politica e non esclude più esplicitamente l’addestramento della cosiddetta > guardia costiera libica da parte di soldati tedeschi. In un periodo in cui i > diritti umani sono sempre più minacciati a livello globale, è necessaria una > posizione chiara: la Germania non deve partecipare all’addestramento o al > sostegno di gruppi che utilizzano in modo dimostrabile la violenza contro i > richiedenti asilo e gli operatori umanitari. Il principio è: proteggere le > persone, non addestrare le milizie! > > Noi chiediamo: > > * Prevenire la complicità tedesca nelle violazioni dei diritti umani: la > Germania deve escludere esplicitamente dal proprio mandato l’addestramento > della cosiddetta guardia costiera libica. È necessario un impegno chiaro: > le forze armate tedesche non devono mai addestrare soggetti che commettono > crimini contro l’umanità.  > * Fermare l’addestramento della cosiddetta guardia costiera libica da parte > dell’UE: il governo tedesco deve adoperarsi a livello europeo per la > cessazione e la completa eliminazione dell’addestramento della cosiddetta > guardia costiera libica dall’operazione militare europea EUNAVFOR MED > IRINI.  > * Salvare vite umane invece di sigillare le frontiere: il governo tedesco > deve adoperarsi presso la Commissione europea per operazioni di soccorso in > mare finanziate e coordinate dall’UE e per la creazione di rotte sicure > verso l’Europa per i rifugiati. Fino ad allora, è chiamato a opporsi con > fermezza a qualsiasi forma di ostruzionismo o criminalizzazione del > soccorso civile in mare, ad esempio da parte dei governi europei. Redazione Italia
May 19, 2026
Pressenza
Sea-Watch 5, dopo gli spari dei libici indagine penale contro il capitano
All’arrivo al porto di Brindisi con 166 persone soccorse, è stata avviata un’indagine penale contro il capitano della nave di soccorso Sea-Watch 5, con l’accusa di «favoreggiamento dell’ingresso illegale». Verso mezzogiorno, agenti della Guardia Costiera italiana e della Polizia sono saliti a bordo della Sea-Watch 5. Sono rimasti sul ponte di comando della nave fino a ben oltre la mezzanotte, hanno sequestrato documenti e attrezzature e hanno condotto due membri dell’equipaggio alla stazione di polizia per un interrogatorio. Per oggi è previsto anche un interrogatorio del capitano della Sea-Watch 5. Siamo davanti a un’escalation paradossale, dopo che lunedì due motovedette e un’altra unità della cosiddetta Guardia Costiera libica avevano attaccato e sparato una raffica di colpi contro la nave e minacciato di dirottarla verso Tripoli. Motovedette donate alla Libia dall’Italia nel quadro dell’intesa tra i due Paesi. «L’indagine contro l’operato di Sea-Watch è un altro feroce attacco alla solidarietà in mare e un’aggressione allo stato di diritto. Invece di fare luce sulle responsabilità dell’attacco contro i civili sulla nostra nave, lo Stato prima manda i militari italiani a Tripoli a riparare i motori delle motovedette che compiono azioni criminali in mare e poi accusa chi ha soccorso vite in mare» dichiara Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch «La criminalizzazione della società civile è ormai prassi, ma anche davanti a questa escalation non ci lasceremo intimidire». In passato, l’Italia ha sistematicamente utilizzato le indagini penali per tenere lontane dal Mediterraneo centrale le navi di soccorso e criminalizzare il soccorso civile. Lo abbiamo vissuto con Carola Rackete nel 2019 e in oltre 20 casi di indagini per favoreggiamento e in alcuni casi, persino associazione a delinquere, ai danni di chi salva vite in mare. Nella grande maggioranza le indagini sono state archiviate e le accuse non hanno mai portato a nulla. Ma mentre il governo cerca a tutti i costi di etichettare la società civile come trafficanti, continua a finanziare e proteggere i veri responsabili della tratta di esseri umani, come i ricercati internazionali pluriomicidi Bija e Almasri, invitati in Italia a discutere accordi politici o rimpatriati con volo di Stato, alimentando un efferato ciclo di abusi con le tasse dei cittadini. L’11 maggio scorso la nave Sea-Watch 5, poco dopo aver soccorso 90 persone in pericolo in acque internazionali, è stata raggiunta da un’imbarcazione armata della cosiddetta Guardia Costiera libica, che ha aperto il fuoco contro la nave e ne ha minacciato l’abbordaggio e il dirottamento. Una seconda motovedetta ha in seguito intimato alla Sea-Watch di consegnarle le persone soccorse per rapirle e riportarle in Libia. Il nostro capitano ha agito anteponendo la protezione delle persone a bordo sotto la sua responsabilità, rifiutandosi di compiere una grave violazione del diritto internazionale se si fosse reso complice di un respingimento. Da anni siamo quotidianamente testimoni di episodi di violenza in mare perpetrati ai danni delle persone in fuga dai libici, spesso noti criminali ricercati e membri di milizie violente e denunciamo pubblicamente l’Italia e l’UE per il loro sostegno, che garantisce totale impunità. Nell’episodio di lunedì 11 maggio, l’unità coinvolta era scortata dalla Murzuq 662, una motovedetta donata dall’Italia alla cosiddetta Guardia Costiera libica nel giugno 2023, nell’ambito del quadro di cooperazione UE-Libia SIBMMIL. Più tardi quel giorno, la Sea-Watch 5 è stata inseguita anche dalla Ras Jadir 648, un’altra nave che l’Italia aveva già ceduto ad attori libici nel maggio 2017, coinvolta in diversi casi documentati di violenza in mare. Spari libici e criminalizzazione italiana sono due facce della stessa medaglia per attaccare la società civile e il soccorso in mare. Spiega Giorgia Linardi: «La società civile nel Mediterraneo è testimone scomoda delle ingiustizie commesse dal governo con i soldi dei contribuenti e per questo da eliminare. Non a caso a poche settimane dall’adozione della legge sul blocco navale, a cui abbiamo dichiarato opposizione nel nome del diritto.» «Il governo – conclude Linardi – ha perso dinanzi a ogni giudice, e si troverà a rispondere al giudizio della storia. Noi continuiamo fermamente a stare dalla parte del diritto, insieme al nostro capitano, che da civile ha onorato gli obblighi che lo Stato calpesta.» Sea Watch
May 16, 2026
Pressenza
SOS MEDITERRANEE: ancora morti nel Mediterraneo
Questa mattina la nave Ocean Viking di SOS MEDITERRANEE ha salvato 56 persone da una imbarcazione in difficoltà in vetroresina bianca nella zona di ricerca e soccorso libica. Quando il nostro team di soccorritori si è avvicinato, uno dei naufraghi non respirava. Il naufrago è stato immediatamente portato a bordo e ha ricevute le prime cure immediate. Purtroppo, non c’è stato nulla da fare e poco dopo è stato dichiarato il decesso. Gli altri sopravvissuti sono attualmente a bordo insieme ai naufraghi salvati il giorno prima (12 maggio) su segnalazione di Alarmphone, la linea telefonica di emergenza autogestita, attiva 24h dal 2014, creata da attivisti per supportare i migranti in difficoltà nel Mar Mediterraneo: 75 persone che erano state in mare per 4 giorni. Attualmente quindi a bordo della Ocean Viking ci sono 131 persone. I sopravvissuti del secondo salvataggio sono ora a bordo e stanno ricevendo le prime cure. Diversi di loro hanno sofferto di ipotermia. Secondo le testimonianze raccolte dal nostro team a bordo, il naufrago che è deceduto avrebbe subito violenze fisiche in Libia prima della partenza e è rimasto incosciente per ore prima del salvataggio. Un’altra morte nel 2026: l’inizio d’anno più letale mai registrato nel Mediterraneo in un contesto di cooperazione tra gli Stati dell’Europa e la Guardia costiera libica . Anche considerando che i dati dell’OIM rappresentano, per stessa ammissione dell’organizzazione, una sottostima, il 2026 ha registrato l’inizio d’anno più mortale dal 2017. Tra il 1° gennaio e il 22 aprile 2026, almeno 782 persone risultano morte o disperse lungo la sola rotta del Mediterraneo centrale – un aumento di oltre il 150% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Oltre ai dati pubblicati e verificati attraverso fonti ufficiali, ONG e media, l’OIM mantiene un database parallelo di incidenti segnalati ma non verificati, esclusi dalle cifre ufficiali. Questo database parallelo contiene attualmente circa 400 casi aggiuntivi per il 2026, la maggior parte dei quali legati al ciclone Harry. Con il cambiamento climatico che intensifica le tempeste nel Mediterraneo, inclusi i cosiddetti “medicanes” (uragani mediterranei), condizioni meteorologiche estreme come quelle osservate all’inizio di quest’anno sono destinate a diventare più frequenti, rendendo attraversamenti già pericolosi su imbarcazioni inadatte alla navigazione ancora più rischiosi. Queste morti non sono tragici incidenti, ma il risultato prevedibile di scelte politiche deliberate. Il ritiro delle operazioni statali di ricerca e soccorso, l’esternalizzazione delle responsabilità a Libia e Tunisia e l’ostruzione delle attività delle ONG hanno mantenuto il Mediterraneo centrale tra le rotte migratorie più letali al mondo dal 2014. “Il modo in cui vengono presentati i dati su morti e dispersi è una scelta politica: il numero delle vittime viene citato come prova che le traversate sono pericolose e devono essere fermate con una colpevolizzazione delle persone migranti; mentre le prove che collegano le decisioni politiche all’aumento della mortalità, come il mancato soccorso o la criminalizzazione delle operazioni di salvataggio, vengono sistematicamente minimizzate dal nostro Governo” – afferma Valeria Taurino Direttrice di SOS MEDITERRANEE Italia. “ Questa selettività si estende alla produzione stessa dei dati: nessuno Stato registra sistematicamente le morti in mare e la trasparenza è in diminuzione. L’Italia ha smesso di pubblicare dati dettagliati sulle operazioni SAR nel 2020. La mancanza di dati limita la possibilità di verificare gli eventi e comprendere cosa accade in mare. Le ONG sono l’ultimo testimone attivo nel Mediterraneo e la criminalizzazione continua oltre all’escalation di violenza da parte della Guardia Costiera libica.” Redazione Italia
May 13, 2026
Pressenza
“Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, incontro ad Arese (Milano)
Non solo Iran, Libano, Palestina: anche dal Mar Mediterraneo quasi ogni giorno arriva un tragico bollettino di guerra. I naufragi si susseguono a ritmo incalzante, tanto che nei primi tre mesi di quest’anno si calcola che le vittime abbiano superato quota 750 (ma potrebbero essere ancora di più) a fronte di una stima di 1.330 morti registrati nell’intero 2025. Non solo: questa ecatombe è ancora più agghiacciante se si considera che nel primo trimestre 2026 gli arrivi si siano ridotti del 50-60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tutto ciò è stato ricordato in apertura dell’incontro “Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, organizzato da Anpi Arese con il sostegno dell’amministrazione comunale e della Rete per la pace. Importanti i relatori: Paolo Pobbiati, ex presidente di Amnesty International Italia, Giorgio Del Zanna, esponente della Comunità di Sant’Egidio e docente di storia contemporanea alla Cattolica e Luca Radaelli, HR manager del progetto Sar di Emergency. Proprio Pobbiati in apertura ha confessato che non avrebbe voluto parlare di cifre, ma non ha potuto evitarlo per dare un’idea delle dimensioni della piaga delle morti in mare. “È importante ricordare sempre che si tratta di uomini, donne e bambini costretti ad affrontare una vera e propria odissea nella speranza di costruire un futuro accettabile per sé e le loro famiglie. Dobbiamo raccontare le loro storie per far comprendere a tutti che sono persone proprio come noi, con il solo ‘torto’ di essere nati dalla parte sbagliata del mondo, in un Paese in guerra o devastato da inondazioni o siccità o governato da un regime che perseguita i dissidenti, gli omosessuali, le donne. Ricordo solo due storie di persone che ho conosciuto: un ragazzo fuggito dall’Eritrea a 18 anni per evitare il ‘servizio militare a vita’ imposto dallo Stato e il padre di quattro figlie, scappato dall’Afghanistan per offrire loro una possibilità di vita e libertà”. Pobbiati ha poi parlato delle pessime novità normative che si concretizzeranno tra due mesi in Unione Europea e in Italia. Il regolamento sui respingimenti che entrerà in vigore prevede infatti la possibilità di deportare i migranti provenienti da Paesi considerati “sicuri” (Tunisia, Egitto e Bangladesh tra questi) negli Stati di provenienza o anche in altri senza neppure esaminare l’eventuale richiesta di asilo. A ciò si aggiunge l’estensione della “detenzione amministrativa” nei Cpr da 18 a 24 mesi e anche per famiglie con bambini e minori non accompagnati (vedi sul tema l’intervista alla presidente di Amnesty Italia Alba Bonetti). In Italia si parla addirittura della possibilità per il governo di attuare il blocco navale. Uno spiraglio di speranza è stato aperto dall’intervento di Giorgio Del Zanna, che ha parlato dei “corridoi umanitari” realizzati negli ultimi dieci anni dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con altre realtà della società civile. “Sfruttando una possibilità prevista dall’Unione Europea, dal 2016 a oggi siamo riusciti a portare in Italia circa seimila persone, offrendo loro percorsi di integrazione per trovare lavoro e casa e costruirsi una nuova vita nel nostro Paese. Certo, si tratta di una goccia nell’oceano, ma il nostro scopo è anche dimostrare che il modello funziona per poterlo proporre su una scala molto più ampia. Sarebbe un vantaggio per tutti – italiani e non – se i soldi che oggi vengono usati per respingere o limitare i movimenti dei migranti fossero invece destinati all’accoglienza e alla promozione della convivenza. Dobbiamo sostituire la paura con la conoscenza reciproca: la diffidenza verso gli ‘stranieri’ (presentati come criminali o comunque potenziale minaccia) viene alimentata a scopo elettorale. Ma la stragrande maggioranza di queste persone lavora nelle nostre case, nei campi e nei cantieri, paga le tasse e vuole solo vivere in pace e in armonia con i suoi vicini. È importante quindi creare occasioni di incontro in un clima di festa e serenità: è così che si crea comunità e si superano i pregiudizi, e lo dico per esperienza”. Non meno coinvolgenti le parole di Luca Radaelli. “Mercoledì la Life Support di Emergency ha salvato 71 migranti che viaggiavano a bordo di un gommone sovraffollato, che non avrebbe potuto affrontare la traversata del Mediterraneo, e che è stato avvistato direttamente dal ponte di comando della nostra nave: a bordo dell’imbarcazione in pericolo c’erano anche 17 minori, di cui 11 non accompagnati. I migranti, che hanno riferito di essere partiti dalle coste libiche di Garabulli, sono originari di Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Guinea Conakry, Camerun e Ciad, Paesi colpiti da violenze, povertà, violazioni di diritti e insicurezza alimentare. Ebbene, il governo italiano ci ha assegnato La Spezia come porto di sbarco. Questo significa tre giorni di navigazione, l’allontanamento forzato della nostra nave dalla zona del Mediterraneo – dove in questo periodo c’è estremo bisogno di vigilanza – e altre sofferenze inutili per decine di persone già provate da un viaggio che spesso dura anni. Per non parlare del fatto che ci viene imposto di avvisare la cosiddetta Guardia Costiera libica, con il rischio che le sue motovedette ci sparino addosso e riportino i naufraghi in Libia, dove vengono sottoposti alle peggiori torture, stupri ed estorsioni con il beneplacito del nostro governo, interessato solo a dichiarare che grazie a lui meno ‘stranieri’ sono arrivati sulle nostre coste. Non importa se il motivo è che sono morti ammazzati o annegati”. Ai tre interventi è seguito un vivace dibattito e la serata si è conclusa con l’impegno comune a riflettere e sensibilizzare le persone su questo tema sempre di drammatica attualità.   Claudia Cangemi
April 11, 2026
Pressenza
Il Tribunale di Trapani riconosce l’illegittimità di detenzione e blocco della Mare Jonio nell’ottobre 2023
La politica del governo contro le ONG produce solo sofferenza e morte. È il fallimento di Piantedosi, che dovrebbe dimettersi. Il Tribunale di Trapani ha pronunciato sentenza per il caso del soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans il 16 ottobre del 2023: sono state definitivamente annullate le sanzioni – fermo amministrativo della nave per venti giorni e multa di oltre 3.000 euro – con cui il governo aveva colpito Mediterranea sulla base del Decreto Legge Piantedosi e il Ministero dell’Interno è stato anche condannato al pagamento delle spese legali. In quella occasione, grazie alla segnalazione ricevuta dall’aereo civile di osservazione SeaBird 2 di Sea-Watch, eravamo intervenuti su un gommone in pericolo in zona SAR sotto controllo della Libia, che si trovava con “motore in avaria, i tubolari già parzialmente sgonfi e danneggiati, con una grave situazione di sovraffollamento a bordo (con donne e bambini tutti privi di dispositivi individuali di salvataggio) e con una persona già finita in acqua e a rischio annegamento”: con l’immediato intervento del nostro Rescue Team, riuscivamo a soccorrere a bordo della Mare Jonio tutte le 69 persone naufraghe, in gran parte famiglie provenienti da Sudan e Sud Sudan con diverse donne e bambini, tra cui un neonato, sbarcate il giorno successivo a Trapani.  Si è trattato del primo caso di applicazione del DL Piantedosi alla Mare Jonio, con la motivazione che la nave di Mediterranea non si era sottoposta al “coordinamento delle Autorità Libiche” e non aveva chiesto agli stessi libici “l’assegnazione del porto di sbarco.” Motivazioni che sono state considerate ora dal Tribunale di Trapani del tutto illegittime, dal momento che la Mare Jonio aveva immediatamente comunicato a tutte le autorità la disponibilità della nostra nave a intervenire in soccorso di questa imbarcazione e che – come si legge nella sentenza – “viene espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco a seguito di soccorso in mare, alla luce della volatile situazione di sicurezza in generale e dei particolari rischi per la protezione dei cittadini stranieri (compresa la detenzione arbitraria e illegale in condizioni inadeguate nei centri di detenzione gestiti dallo Stato e le segnalazioni di gravi violazioni e abusi contro richiedenti asilo, rifugiati e migranti da parte, tra gli altri, di milizie, trafficanti e contrabbandieri.)” Illegittima è stata quindi la richiesta da parte delle Autorità italiane di riferirsi e sottomettersi al coordinamento delle cosiddette “autorità competenti libiche”, mentre del tutto legittimo è stato “l’operato del comandante della Mare Jonio, non ricorrendo un arbitrario rifiuto di osservare le indicazioni date dall’autorità di bandiera, quanto piuttosto un motivato discostamento dalle stesse in ragione della corretta esclusione della possibilità di poter richiedere alle autorità libiche la indicazione del porto ove far sbarcare i naufraghi per le ragioni sopra espresse.” Non si contano più le sentenze pronunciate dai Tribunali della Repubblica Italiana con cui viene puntualmente smontato l’impiego del Decreto Legge Piantedosi per colpire, intralciare e impedire l’attività di soccorso delle navi civili. Nei confronti della nostra Mare Jonio questo è accaduto per tre volte (due procedimenti sono ancora aperti e andranno a sentenza entro quest’anno), costringendo la nave a fermarsi per mesi, sottraendola agli interventi di salvataggio in mare e costringendoci a sostenere costi molti gravosi per il suo mantenimento. Questo impiego illegittimo e strumentale del DL Piantedosi è tanto più grave di fronte alla situazione in Nord Africa e nel Mar Mediterraneo Centrale: detenzioni arbitrarie, deportazioni, violenze e torture in Libia e Tunisia. Solo dall’inizio di quest’anno, più di 1.600 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. Il fallimento delle politiche governative purtroppo, costa la vita a migliaia di persone: i naufragi si susseguono in mare, mentre il Ministro ridacchia sbandierando il “successo” della diminuzione degli sbarchi; donne, uomini e bambini muoiono di ipotermia, di freddo, abbandonati alla deriva per giorni. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite certifica la natura criminale delle cosiddette “istituzioni libiche”, della cosiddetta “Guardia Costiera libica”, con i quali i nostri servizi segreti ( AISE) “intrattengono ottimi rapporti di collaborazione” (cit. Prefetto Caravelli in audizione al Copasir). Sul vergognoso caso Almasri l’Italia viene deferita per aver fatto fuggire un pericoloso ricercato per crimini contro l’umanità. Sempre l’Onu indaga sulla violazione dell’embargo sulle armi alle milizie libiche da parte del governo italiano, che addestra e rifornisce i clan locali. La moralità e l’etica di un ministro della Repubblica non vanno misurate con le gesta da “Suburra” dei palazzi romani di cui ogni giorno abbiamo evidenza, ma sulla sofferenza e sulla morte, sulle ingiustizie e sull’illegittimità ed illegalità dei suoi atti. Dopo questa ennesima prova rappresentata dalla sentenza sul fermo illegittimo e illegale di Mare Jonio, andremo avanti ancora più convinti nel soccorso civile in mare: con la barca Safira già in missione a Lampedusa, e con la nave Mediterranea che sta rendendo più efficienti ospedale di bordo e mezzi di intervento rapido e che presto tornerà in mare. Invitiamo tutti coloro che praticano solidarietà, soccorso, cura, protezione verso i più fragili, in terra e in mare, a continuare e a disobbedire alle leggi ingiuste messe in atto da politiche disumane. Un giorno questi potenti risponderanno anche nei tribunali per i loro crimini. Davanti alla Storia lo stanno già facendo.   Mediterranea Saving Humans
April 3, 2026
Pressenza
Sea-Watch 5 fermata per 20 giorni. Quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi
Ieri la nave di soccorso Sea-Watch 5 è stata fermata dalle autorità italiane per 20 giorni dopo aver rifiutato di comunicare con il Centro di coordinamento marittimo libico, che opera sotto il comando della cosiddetta Guardia Costiera libica. Prima del fermo, l’equipaggio aveva soccorso 93 persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale. Il fermo della Sea-Watch 5 è il quarto fermo di una nave appartenente all’alleanza Justice Fleet dal dicembre 2025. Da allora, le autorità italiane hanno imposto fermi alle navi dell’alleanza per un totale di 115 giorni, con conseguente, significativa riduzione delle capacità di soccorso nel Mediterraneo centrale. La cosiddetta Guardia Costiera libica è composta da vari gruppi di milizie ed è stata ripetutamente collegata a gravi violazioni dei diritti umani nei confronti di persone in cerca di protezione, sia in mare che nei centri di detenzione e tortura in Libia, come documentato dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Inoltre, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha ripetutamente minacciato o attaccato navi umanitarie in mare. Alla luce di questi risultati, la Justice Fleet non riconosce le autorità marittime libiche come attori legittimi di ricerca e soccorso e chiede la cessazione immediata della cooperazione europea con esse. Puniti per aver difeso il diritto internazionale A seguito del salvataggio, le autorità italiane hanno assegnato alla Sea-Watch 5 un porto distante oltre 1.100 chilometri, Marina di Carrara. Quando inizialmente alla nave è stato impedito di entrare in porto, l’equipaggio ha dichiarato lo stato di necessità il 15 marzo per garantire cure mediche urgenti ai sopravvissuti. La decisione di entrare nel porto più vicino di Trapani è stata un atto di disobbedienza contro ordini illegittimi da parte dell’Italia che mettevano in pericolo delle vite, sostiene Sea-Watch, e un passo necessario per difendere i diritti fondamentali dei sopravvissuti ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto alla vita e alla protezione da trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. “Fermare le navi di soccorso per aver rifiutato di cooperare con soggetti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani non è applicare la legge, è ostruzionismo motivato politicamente”, afferma Wasil Schauseil, portavoce della Justice Fleet. “Assegnando porti lontani e ritardando l’accesso a un porto sicuro, le autorità italiane stanno deliberatamente minando la protezione della vita in mare. Per noi della Justice Fleet, difendere i diritti umani in mare non è facoltativo: è un obbligo legale e morale. Continueremo ad agire di conseguenza”. La Justice Fleet unita a difesa del diritto internazionale Nonostante le crescenti pressioni, la Justice Fleet rimane impegnata nella difesa dei diritti umani e del diritto marittimo internazionale. Recenti sentenze dei tribunali italiani hanno ripetutamente confermato che i fermi delle navi delle ONG sono illegali e che non è possibile esigere un coordinamento con gli attori libici, date le ben documentate violazioni dei diritti umani. Le organizzazioni annunciano che continueranno a contestare queste misure in sede giudiziaria. Ulteriori informazioni Maggiori informazioni sulla Justice Fleet sono disponibili qui. Un elenco degli atti di estrema violenza commessi dalle milizie libiche è disponibile qui. Il materiale fotografico e video del salvataggio della Sea-Watch 5 è disponibile qui. Ulteriori informazioni sul fermo della Sea-Watch 5 sono disponibili sul sito web di Sea-Watch.   Redazione Italia
March 31, 2026
Pressenza
Tribunale annulla il terzo fermo della Geo Barents, dichiarandolo illegittimo
Il tribunale di Salerno ha annullato il terzo provvedimento di fermo della Geo Barents, nave di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere (MSF) operativa tra giugno 2021 e novembre 2024. Il fermo, emesso nell’agosto 2024, era stato sospeso dal tribunale a settembre 2024 a seguito di un ricorso presentato da MSF. La sentenza del tribunale ha dichiarato illegittimo il provvedimento di fermo e ha ribadito due principi fondamentali. In primo luogo, l’onere della prova delle violazioni spetta alle autorità italiane, che non sono riuscite a fornire elementi a sostegno delle loro accuse contro la condotta dell’equipaggio di MSF a bordo della Geo Barents. In secondo luogo, gli ordini della Guardia Costiera libica che impongono alle navi di soccorso di allontanarsi dai luoghi di salvataggio – come è avvenuto in questo caso e in altri – non possono essere considerati “coordinamento da parte dell’autorità competente”. Al contrario, questi contraddicono il dovere internazionale di prestare soccorso in mare. Pertanto, il tribunale ha confermato che la condotta dell’equipaggio di MSF era del tutto legittima e conforme al diritto internazionale e nazionale. “Si tratta di un’altra sentenza che ribadisce il dovere di salvare vite in mare e mette in luce l’ostruzionismo sistematico delle autorità italiane nei confronti delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale” ha dichiarato Juan Matías Gil, capomissione di MSF per la ricerca e soccorso in mare. “Eppure, nonostante le ripetute vittorie in tribunale, gli operatori e le operatrici umanitari coinvolti nelle operazioni di ricerca e soccorso continuano a subire vessazioni amministrative e a essere criminalizzati, mentre le persone continuano ad annegare a causa delle politiche fallimentari dell’Europa in materia di migrazione e soccorso”. Il fermo in questione era il 3° dei 4 imposti alla Geo Barents ai sensi del punitivo Decreto Piantedosi (Decreto Legge n. 1/2023). Introdotto nel gennaio 2023, il decreto ha stabilito restrizioni operative mirate e sanzioni per le navi civili di ricerca e soccorso. Obbliga le navi a dirigersi direttamente verso un porto assegnato dopo ogni salvataggio, vieta i salvataggi multipli senza previa autorizzazione e applica sanzioni in caso di inadempienza, tra cui fermi da 10 a 60 giorni e la possibile confisca della nave. Operata da MSF tra giugno 2021 e novembre 2024, la Geo Barents ha salvato più di 12.600 persone mentre gli Stati europei trascuravano sempre più la loro responsabilità di coordinare e condurre operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Nel dicembre 2024, MSF è stata costretta a porre fine alle sue operazioni sulla Geo Barents dopo più di due anni in cui la sua attività è stata soggetta a queste leggi e politiche restrittive. MSF è attiva e impegnata in operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale dal 2015, ha operato su nove diverse navi di soccorso (da sola o in collaborazione con altre ONG) e ha salvato più di 94.200 persone. Nel novembre 2025 MSF ha iniziato a utilizzare  Oyvon, una piccola imbarcazione di soccorso veloce che finora ha salvato 68 persone in pericolo in mare.     Medecins sans Frontieres
March 30, 2026
Pressenza