
Che cos’è il Giovedì Bianco?
Pressenza - Sunday, May 31, 2026Siamo in tanti. Siamo attivi, presenti, determinati a trovare una via verso un mondo più giusto, eppure ogni giorno sentiamo di scivolare nella direzione opposta. Guerra, genocidio, smantellamento dello stato sociale, erosione dei diritti civili, repressione, fascismo. Una deriva che sembra impossibile frenare.
Il Giovedì Bianco nasce l’11 maggio da questo senso di impossibilità — e da una lezione del professor Barbero sulla fine dell’occupazione nazista di Roma. Durante l’occupazione, forze antifasciste profondamente diverse si unirono per resistere (Comitato di Liberazione Nazionale): comunisti e democristiani, socialisti, azionisti, liberali, repubblicani, persino i monarchici, gli ufficiali del regio esercito. Collaborazioni difficili, inaspettate, ma necessarie a vincere fascismo e occupazione.
Hanno potuto farlo perché avevano un obiettivo comune, ma non solo. Barbero racconta anche di chi non faceva parte del CLN e agiva comunque, individualmente, nel silenzio: il cameriere, il portinaio, chiunque usasse il proprio ruolo per ostacolare l’occupante. Il risultato fu che Roma divenne la capitale più ostile ai tedeschi — quella che “non li lasciava mai tranquilli, né di giorno né di notte.” [1] Una città che, mentre gli alleati erano bloccati ad Anzio, vide scrivere sui muri di Trastevere: “Americani resistete, verremo noi a liberarvi.”
Questa lezione ci porta un esempio limpido: quando l’obiettivo è abbastanza importante, è possibile superare le differenze e collaborare. Ma ci mostra anche che ogni persona può usare il proprio ruolo, il proprio potere, per influire sulla realtà.
Il Giovedì Bianco nasce da questa idea, e nasce davvero dal basso. Da persone attive per la Palestina che, soprattutto dall’ottobre del 2023, hanno costruito costanti momenti di incontro, elaborazione e protesta. Dopo anni di manifestazioni, scioperi, conferenze, flashmob, resistenza civile, emerge una consapevolezza: serve unire le forze su obiettivi semplici, chiari, largamente condivisi e urgenti.
Sulla base di questa consapevolezza il Giovedì Bianco si pone cinque obiettivi:
- Uscire dal riarmo, negare ogni collaborazione con le attuali guerre e non attivare la leva obbligatoria
- Tagliare ogni relazione con Israele
- Spostare risorse da riarmo a + personale medico e + personale scolastico
- Garantire libertà di parola, espressione, sciopero, manifestazione e stampa anche a scuola e sul lavoro
- Ritornare al rispetto della Costituzione e dei suoi princìpi fondamentali
Eppure, anche con obiettivi comuni, agire insieme rimane difficile. Visioni diverse, ideologie diverse, metodi non condivisi ci spingono a marcare le differenze invece di cercare cosa abbiamo in comune.
E se non fosse necessario mettersi d’accordo?
Il 14 maggio scorso abbiamo fatto il primo Giovedì Bianco: a Cagliari, Milano, Napoli, Torino, Bologna e in altre città, gruppi e singoli — artisti, attivisti, lavoratori, insegnanti — hanno aderito in modi diversi. Alcuni docenti sono scesi in cortile per ascoltare gli studenti su guerra e Costituzione; dal Presidio di Cagliari è partita un’azione lenta nelle strade; altri hanno scelto di rallentare i propri ritmi lavorativi; diversi artisti hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche.

Cagliari
Cosa accadrebbe se molte più persone, progressivamente, ogni giovedì, decidessero semplicemente di andare in una direzione diversa? Senza coordinamento, senza accordi formali — ognuna usando il potere che ha, per rallentare, ostacolare, resistere.
Non uno sciopero. Una resistenza diffusa. Azioni intime, solitarie, delle quali non devi dare conto a nessuno. Oppure collettive, pubbliche, visibili. Come vuoi, come puoi.
Intorno a noi ci sono troppe ingiustizie e troppe persone che non riescono a reagire. Spesso non è per egoismo o indifferenza. C’è un meccanismo di difesa naturale, un bias cognitivo: quando la realtà fa troppa paura, quando crea ansia o dolore, quando non si vede una via d’uscita concreta, ci si ritira nella quotidianità. È umano.
Per uscirne, bisogna cominciare a reagire — sapendo che ogni reazione, anche la più intima, diventa preziosa quando si moltiplica tra persone diverse.
Nella pratica si tratta di agire insieme ogni giovedì. Manifestare, interrompere, disturbare, rallentare, tutti i giovedì ad oltranza… ognuno come si sente e come può.
Anche rispettando scrupolosamente le regole — tutte le regole, anche quelle che di solito si sorvolano, sul lavoro, ma anche in posta o negli uffici pubblici. Per lasciare che sia il sistema a mettere in crisi se stesso.
Nessun atto di violenza contro le persone può far parte di questo progetto, ma ne fanno parte tutte quelle azioni che ostacolano il sistema con l’obiettivo di mettere il governo di fronte a richieste chiare, esplicite, ineludibili.
Questo governo, qualsiasi governo, che ci opprime, che promuove le guerre e la repressione, che si allea con Israele contro la nostra volontà, deve essere messo di fronte a richieste chiare, esplicite e ineludibili; azioni diverse ma riconoscibili perché fatte di giovedì. Azioni che con il tempo possono diventare pesanti: uffici che rallentano, procedure che si intasano, trasporti che accumulano ritardi, manifestazioni che convergono, l’espressione di una volontà popolare unitaria espressa in mille modi diversi.
Immaginate in un contesto repressivo, avere uno strumento per unirsi e fare pressione, farci sentire, tutti insieme verso un obiettivo condiviso, senza doversi accordare, senza doversi organizzare.
Per un sistema repressivo, cosa c’è di peggio di mille azioni diverse, non coordinate, imprevedibili, decentralizzate — e magari perfettamente legali?
Ma questo strumento va costruito adesso che possiamo ancora parlare e organizzarci. Il governo proprio questi giorni rinuncia, per ora, a gran parte del prestito UE per il riarmo, proprio perché questi cinque obiettivi sono già più condivisi di quanto sembri — e questo li rende forti.
Ma per diventare davvero determinanti hanno bisogno di essere diffusi. Il Giovedì Bianco è solo uno strumento che ha bisogno di essere usato, discusso, passato di mano. Poi ognuno potrà decidere se e come agire: non esiste una modalità corretta, esiste quella possibile per ciascuno. È così che le cose possono davvero cambiare.
Per saperne di più: giovedibianco.it
- [1] Il Generale Mark Wayne Clark, comandante della 5° armata americana, che il 4 giugno entrò a Roma, dichiarò: “Per i miei uomini – bloccati ad Anzio ndr – era importantissimo sapere che, alle spalle dei tedeschi, i partigiani erano attivi e non li lasciavano mai tranquilli né di giorno, né di notte”.