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La Cina è vicina
Quello che sta accadendo nello scenario internazionale non può essere letto come una semplice sequenza di crisi regionali o come l’ennesimo episodio di instabilità in Medio Oriente. L’attacco statunitense contro l’Iran non è un fatto isolato, ma si colloca dentro una fase storica precisa: la crisi sistemica del modo di […] L'articolo La Cina è vicina su Contropiano.
March 5, 2026
Contropiano
Torna la leva: obiezione preventiva
5 marzo – Mobilitazione internazionale contro la leva militare appuntamenti, manifestazioni, appelli   “Torna la leva, prepariamoci a obiettare” da Quotidiano Bellico qb Il Governo sempre più a trazione militare annuncia un provvedimento per chiamare 100.000 uomini e donne nelle forze armate (7.000 nuove reclute volontarie all’anno), più un esercito di riserva di 15.000 unità e altrettanti militari e civili
Studenti in sciopero contro leva e guerra: il 5 marzo nuova mobilitazione nazionale in Germania
Il 5 marzo 2026 è in programma una nuova ondata di scioperi e manifestazioni studentesche contro la leva e contro la deriva di militarizzazione del Paese. È la seconda tappa di una mobilitazione che a partire dallo sciopero del 5 dicembre 2025 ha costruito comitati nelle scuole e una rete nazionale di presìdi locali, con l’obiettivo dichiarato di bloccare il ritorno, anche “a tappe”, della coscrizione. Alla giornata del 5 marzo partecipano anche organizzazioni tedesche aderenti alle nostre reti internazionali War Resisters’ International (WRI) ed European Bureau for Conscientious Objection (EBCO). Dal 5 dicembre al 5 marzo: una mobilitazione “in stile clima”, ma contro la coscrizione Il 5 dicembre 2025, mentre il Bundenstag votava una riforma del “servizio militare”, in circa 90 città migliaia di studenti hanno lasciato le aule per manifestare. Le stime più ricorrenti parlano di circa 55.000 partecipanti; a Berlino si è arrivati a diverse migliaia. Una parte rilevante della novità è organizzativa: la preparazione è passata da comitati di sciopero nelle scuole, materiali autoprodotti, coordinamenti locali e una capacità di reggere pressioni e minacce disciplinari da parte di alcune dirigenze scolastiche. Il 5 marzo 2026 è il passaggio successivo, annunciato esplicitamente già nelle settimane successive allo sciopero di dicembre e rilanciato anche in contesti politici e assembleari: alla Rosa Luxemburg Conference di Berlino, a gennaio, si parlava già di nuove “school walkouts” e di una mobilitazione più ampia contro la coscrizione e lo smascheramento dei piani di preparazione della guerra. Come ha gridato il sedicenne Clemens davanti alla folla che ha partecipato alla manifestazione a Berlino: Se il governo ci ama così tanto, perché ci dice quando saremo arruolati, ma non ci chiede mai cosa vogliamo fare della nostra vita?  Cosa contestiamo: “volontario”, ma con obbligo di registrazione e valutazione Il punto di frizione è la riforma che, pur non ripristinando formalmente la leva, introduce meccanismi obbligatori di registrazione e valutazione per i diciottenni (con obblighi più stringenti per i giovani uomini), a partire dal 1° gennaio 2026, e mantiene sullo sfondo la possibilità di un ritorno alla coscrizione se i numeri del reclutamento volontario non bastassero. Il quadro politico dichiarato è in linea con il piano di riamo europeo, che prevede l’aumento degli organici e della cosiddetta “prontezza” militare: nelle cronache internazionali ricorrono obiettivi di crescita delle forze armate e della riserva e nel dibattito pubblico tedesco la coscrizione, sospesa nel 2011, torna ciclicamente come opzione di “sicurezza” e “difesa”. Dalle testimonianze raccolte nelle mobilitazioni emerge un nesso insistito tra militarizzazione e condizioni materiali: scuole in difficoltà, carenza di personale, costo della vita e priorità di spesa pubblica. La critica dei movimenti studenteschi non si limita al “no alla leva”, ma investe l’idea che una generazione già sotto pressione venga chiamata a pagare il prezzo di scelte politiche orientate al riarmo. Perché riguarda anche noi: obiezione di coscienza, diritti, reti transnazionali La mobilitazione tedesca ha un significato europeo immediato: la coscrizione non è un tema “nazionale tedesco”, perché si muove dentro un ciclo continentale di aumento delle spese militari, riforme di reclutamento, normalizzazione del linguaggio bellico. In questo spazio, il diritto all’obiezione di coscienza e la protezione di chi rifiuta di combattere diventano terreno di scontro politico e giuridico, come ricordano reti e organizzazioni europee che lavorano su asilo e tutela dei renitenti e dei disertori. Come Movimento Nonviolento e Campagna di Obiezione alla Guerra esprimiamo il nostro più forte sostegno alla giornata di sciopero contro la coscrizione del 5 marzo 2026 e alle rivendicazioni della sua piattaforma politica: no alla leva, no ai “servizi obbligatori”, stop alla militarizzazione della scuola e della società. Rinnovando il nostro impegno di solidarietà e connessioni tra reti, a partire dai nodi europei dell’obiezione di coscienza e del rifiuto della guerra, diciamo grazie ai giovani tedeschi che affolleranno le piazze, un bagliore di speranza di pace e disarmo nel cuore dell’Europa.   Movimento Nonviolento
March 4, 2026
Pressenza
Bologna. “Contestiamo la banchiera della UE e della leva militare!
Domani 5 Marzo ore 16:30, Prefettura di Bologna, via degli Agresti 5, manifestazione “Noi non ci arruoliamo: contestiamo la banchiera dell’Unione Europea del riarmo e della leva militare!” Il 5 marzo in Germania migliaia di studenti sciopereranno di nuovo contro il progetto di leva militare avviato dal governo, mentre in […] L'articolo Bologna. “Contestiamo la banchiera della UE e della leva militare! su Contropiano.
March 4, 2026
Contropiano
Bari, 6 marzo: Assemblea regionale “Contro il riarmo e la militarizzazione del territorio”
VENERDÌ 6 MARZO 2026 | ORE 18.00 CASA DEI COMBONIANI, VIA GIULIO PETRONI N, 101 – BARI Si svolgerà venerdì 6 marzo 2026, alle ore 18.00, presso la Casa dei Comboniani in Via Giulio Petroni n, 101 a Bari l’Assemblea pubblica per il lancio della petizione al Consiglio regionale della Puglia per una rappresentanza trasparente e partecipata nel Comitato Misto Paritetico Regione–Forze Armate, in materia di regolamentazione delle servitù militari. Interverranno: Antonio Camuso, Nicola Colaianni, Giuseppe La Porta, Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Laura Marchetti, Alfio Nicotra, coordinatore della Rete Italiana Pace e Disarmo, Angela Rizzi, Antonio Sanarica, sindacalista USB, Carlo Tombola, presidente di Weapon Watch. Sono inoltre previsti contributi e testimonianze dai territori interessati dalla presenza di infrastrutture militari. Nel corso dell’assemblea sarà presentata ufficialmente la petizione per chiedere alla Regione Puglia maggiore trasparenza e un più incisivo controllo pubblico in materia di servitù militari Link per partecipare online: meet.google.com/qxe-zcyt-uqp ———————– Di seguito il testo integrale della petizione: PETIZIONE AL CONSIGLIO REGIONALE DELLA PUGLIA PER UNA RAPPRESENTANZA TRASPARENTE E PARTECIPATA NEL COMITATO MISTO PARITETICO PER LE SERVITÙ MILITARI AL SIG. PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE DELLA PUGLIA I sottoscritti cittadini e cittadine, premesso che – il territorio della Regione Puglia è interessato da una presenza significativa di infrastrutture e attività militari; – in attuazione delle politiche nazionali ed europee in materia di difesa, tale presenza è destinata ad accrescersi nei prossimi anni, con rilevanti ricadute ambientali, sanitarie, sociali ed economiche sui territori coinvolti; – il Comitato misto paritetico per la regolamentazione delle servitù militari, previsto dall’articolo 322, comma 3, del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, costituisce l’organismo istituzionale deputato alla consultazione tra lo Stato e le Regioni in materia di armonizzazione tra i piani di assetto territoriale e di sviluppo economico e sociale della regione e delle aree subregionali e i programmi delle installazioni militari e delle conseguenti limitazioni; – la normativa vigente prevede che il Comitato sia composto, tra gli altri, da sette rappresentanti della Regione, nominati dal Presidente della Giunta regionale su designazione, con voto limitato, del Consiglio regionale; considerato che – non esiste alcun obbligo normativo che imponga che tali rappresentanti debbano essere necessariamente consiglieri regionali eletti, rendendo dunque possibile valorizzare competenze esterne all’assemblea consiliare; – alcune Regioni, tra cui il Lazio, hanno già adottato o promosso modalità più aperte e partecipative nella designazione dei componenti regionali del Comitato; – il coinvolgimento di professionalità provenienti dal mondo accademico, scientifico, tecnico e dell’associazionismo può rafforzare il pluralismo, la qualità delle decisioni e la credibilità dell’azione istituzionale; – le comunità locali interessate dalle servitù militari segnalano da tempo una carenza di informazione circa lo svolgimento delle esercitazioni, le tempistiche e le ricadute sui territori, con effetti negativi sulle economie locali, in particolare nei settori agricolo, zootecnico e turistico; – procedure pubbliche e trasparenti di raccolta e valutazione delle candidature favoriscono la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e una più corretta informazione dell’opinione pubblica; chiedono che il Consiglio regionale della Puglia voglia: – prevedere, a partire dal prossimo rinnovo del Comitato misto paritetico per le servitù militari, la possibilità di valutare candidature mediante procedure pubbliche e trasparenti per la designazione dei rappresentanti regionali; – consentire la partecipazione, tramite tali procedure, di professionisti, studiosi ed esponenti qualificati dell’associazionismo e della società civile, con comprovata esperienza nei settori ambientale, giuridico, sanitario, territoriale o nella tutela dei diritti delle comunità locali; – definire criteri chiari e pubblicamente accessibili per la selezione delle candidature, o autocandidature, nel pieno rispetto delle prerogative istituzionali del Consiglio regionale; – promuovere una maggiore trasparenza e accessibilità delle informazioni relative all’attività del Comitato, anche al fine di garantire una tempestiva e adeguata informazione alle comunità locali e agli operatori economici dei territori interessati. I sottoscritti ritengono che tali misure possano contribuire a: – rafforzare il ruolo della Regione Puglia quale garante dell’interesse pubblico, della partecipazione democratica e della corretta rappresentanza istituzionale; – promuovere e tutelare l’autonomia di sviluppo delle comunità locali, contrastando scelte centralistiche e poco trasparenti e garantendo il coinvolgimento informato e partecipato delle popolazioni interessate nelle decisioni riguardanti opere e progetti che incidono sui loro territori. Confidiamo, pertanto, nell’emanazione a tempo debito di avviso pubblico nei termini suindicati. Soggetti promotori: AGESCI Puglia – ANCHENOI – ANPI Puglia – ARCI Puglia – Associazione Chiese Evangeliche Battiste di Puglia e Basilicata – Associazione PERIPLO – AVS Puglia – Centro Interdipartimentale di Ricerche sulla Pace dell’Università di Bari – Centro Studi Torre di Nebbia – COBAS Puglia – Comitato per la Pace di Altamura – Comitato per la Pace di Gioia del Colle – Comitato per la Pace di Manduria – Comitato per la Pace di Putignano – Comitato per la Pace di Ruvo di Puglia – Comitato per la Pace di Terra di Bari – Convochiamoci per Bari – Coordinamento Capitanata per la Pace – Coordinamento Grottaglie per la Palestina – Coordinamento Nord Barese Pace e Disarmo – Donne in Nero Bari – Fondazione don Tonino Bello – Gruppo Educhiamoci alla Pace – La Giusta Causa – Missionari Comboniani  di Bari – Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale di Puglia – Movimento Nonviolento Puglia – Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Puglia – Osservatorio per la Legalità e per la difesa del Bene Comune di Giovinazzo – Peacelink – Provincia delle Puglie dei Frati Minori Cappuccini – Rete dei Punti Pace Pax Christi di Puglia – Rifondazione Comunista Puglia – Risorgimento Socialista Puglia – Weapon Watch -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Guerra alle donne e prezzo del riarmo. Assemblea al Tribunale di Catania
Martedì 3 marzo: verso lo Sciopero Generale contro la violenza di genere L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che impatta direttamente sul salario diretto e indiretto e sulle condizioni materiali dentro e fuori dai luoghi di lavoro. È di questi giorni l’escalation militare in […] L'articolo Guerra alle donne e prezzo del riarmo. Assemblea al Tribunale di Catania su Contropiano.
March 2, 2026
Contropiano
Il tema del riarmo sul fronte interno
Quando parliamo di riarmo raramente riflettiamo su questo dato: non si tratta di una scelta arbitraria, di una volontà politica e culturale ma di un’esigenza strutturale delle classi dominanti – in particolare dell’oligarchia finanziaria che non riesce a trovare alcuna soluzione alla crisi. Da questo punto di vista non condivido affatto l’idea dell’Europa che agisce contro i propri interessi: si tratta di una visione che non tiene conto del punto di vista delle classi dirigenti e che si fissa su un dato reale – la subalternità politica, economica, militare dell’Unione Europea agli USA – ma secondario. Il problema del riarmo in Europa ed in Italia è in primo luogo un tentativo di uscire dalla gravissima crisi di sovrapproduzione attraverso la riconversione dell’apparato produttivo in apparato bellico. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Valerio Verbano vive: dalla piazza di ieri alla lotta di oggi
Roma ha risposto con forza e partecipazione alla chiamata antifascista per ricordare Valerio Verbano in occasione del 46° anniversario della sua morte.  Sabato 21 febbraio migliaia di persone hanno attraversato le strade dei quartieri di Tufello e Montesacro. Non una celebrazione rituale, ma un corteo composto da giovani, studenti, lavoratori, realtà sociali, volti nuovi e compagni di tante stagioni di lotta. Una piazza densa, determinata, consapevole che ricordare Valerio Verbano significa parlare dell’oggi. La presenza dei genitori di Maja T., l’attivista antifascista condannata in Ungheria per aver contestato un raduno neonazista, ha dato al corteo un respiro europeo. Non è stato un elemento accessorio. È il segno che l’antifascismo non è un fatto locale, ma una questione che attraversa il continente, in una fase in cui in molti Paesi occidentali si restringono gli spazi di dissenso e si normalizzano pratiche repressive contro chi si oppone all’estrema destra e alle politiche di guerra. Valerio fu assassinato il 22 febbraio 1980 nella sua casa, davanti ai genitori, da un commando neofascista. Aveva diciannove anni. Pagò con la vita il suo lavoro di inchiesta sui gruppi dell’estrema destra romana e sui loro legami opachi con apparati dello Stato. La sua morte si colloca dentro una stagione segnata dalla strategia della tensione, quando la violenza nera non fu un fenomeno isolato, ma parte di un tentativo più ampio di colpire i movimenti sociali e di “normalizzare” un Paese attraversato da conflitti operai, studenteschi e popolari. Chi pensa che quella stagione sia soltanto materia per libri di storia non coglie il punto. Le forme cambiano, i contesti mutano, ma la dinamica profonda – guerra all’esterno, compressione della democrazia all’interno – si ripresenta. Oggi assistiamo a un riarmo accelerato, alla costruzione di un’economia di guerra, a un linguaggio politico che rende strutturale il conflitto militare come orizzonte permanente. Parallelamente si inaspriscono le norme contro il dissenso, si colpiscono le mobilitazioni sociali, si tenta di restringere il diritto di sciopero e di protesta. Non è un caso. Quando si prepara un Paese alla guerra, si prepara anche il terreno interno. La retorica dell’emergenza diventa il dispositivo attraverso cui si giustificano limitazioni delle libertà. La sicurezza viene contrapposta ai diritti. Il conflitto sociale viene descritto come minaccia. È un processo che attraversa l’Italia, ma anche l’Europa e gli Stati Uniti, dove le mobilitazioni contro il riarmo e contro le politiche autoritarie stanno crescendo proprio perché cresce la percezione di una deriva comune. In Italia questo quadro assume un significato particolare. Il governo è guidato da una forza politica che affonda le proprie radici nella tradizione del Movimento Sociale Italiano, che fu erede diretto del neofascismo del dopoguerra. Non è una polemica identitaria, è un dato storico. E in una fase di guerra diffusa e di restrizione degli spazi democratici, questo dato pesa. La memoria antifascista non può essere ridotta a retorica istituzionale mentre si accetta la normalizzazione di politiche securitarie e di riarmo. Il corteo di ieri ha avuto il merito di tenere insieme i fili: la storia di Valerio, la solidarietà internazionale, la critica alla guerra, la difesa delle libertà costituzionali. Non c’era nostalgia, ma consapevolezza. Non c’era soltanto rabbia, ma volontà di costruzione. Il 28 marzo sarà una tappa ulteriore di questo percorso. Una mobilitazione contro la guerra e contro la riduzione degli spazi di democrazia che si inserisce in un quadro più ampio di iniziative in diverse città europee, britanniche e statunitensi. Non una somma di proteste isolate, ma l’emergere di un fronte che riconosce il nesso profondo tra economia di guerra e autoritarismo interno. Tra militarizzazione delle politiche pubbliche e compressione dei diritti sociali. Ricordare Valerio Verbano, allora, significa assumere una posizione netta. Significa affermare che l’antifascismo oggi è opposizione alla guerra, è difesa della Costituzione, è lotta contro ogni tentativo di criminalizzare il conflitto sociale. Significa dire che la democrazia non si difende con le dichiarazioni di principio, ma praticandola nei territori, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle piazze. La storia di Valerio non appartiene solo alla sua famiglia o a una generazione. Appartiene a una città e a un Paese che hanno conosciuto cosa significa lasciare spazio alla violenza politica e alla tentazione autoritaria. Per questo ieri la piazza non guardava indietro con malinconia, ma avanti con determinazione. “Valerio vive” non è uno slogan. È una scelta. È la decisione di non accettare che guerra e restringimento delle libertà diventino l’orizzonte normale dell’Occidente. È la consapevolezza che memoria e conflitto democratico sono inseparabili. E che ogni volta che si scende in piazza per la pace, per i diritti, contro il fascismo vecchio e nuovo, quella storia continua. Giovanni Barbera
February 22, 2026
Pressenza
L’era del disordine
Negata per oltre un anno, per non indebolire il “sostegno all’Ucraina” e la credibilità “deterrente” dell’alleanza euro-atlantica, la crisi tra le due sponde dell’oceano ha finalmente ricevuto a sua certificazione più autorevole. Alla Conferenza di Monaco – nome da brividi, per chi conosce la Storia – il cancelliere tedesco Friedrich […] L'articolo L’era del disordine su Contropiano.
February 14, 2026
Contropiano
La spesa militare porta alla crescita economica? Un’analisi critica
> Sentiamo spesso dire in ragione della guerra in Ucraina che il riarmo è un > imperativo della politica sulla sicurezza. Ancora più forte è il consenso su > un altro argomento: se lo Stato aumenta la domanda di armamenti, questo da una > spinta alla crescita economica. La giustificazione a tale argomento é da trovare nella strategia economica del keynesismo militare, secondo cui gli investimenti statali in armamenti, finanziati dal debito, dovrebbero stimolare l’economia e combattere la disoccupazione. Preso atto dell’attuale recessione, secondo questo argomento gli armamenti potrebbero anche rappresentare un’opportunità economica e tecnologica (1). Questa spesso è l’opinione anche di coloro che sono critici nei confronti del riarmo: se gli investimenti statali in armamenti portano effettivamente alla crescita economica, ciò crea anche margine di manovra per future spese sociali e nell’istruzione. A maggior ragione, i sindacati dovrebbero verificarne criticamente la plausibilità. MOLTIPLICATORE FISCALE Nel dibattito sugli effetti economici della spesa pubblica militare, il moltiplicatore fiscale è il parametro fondamentale. Esso indica di quanto aumenta o diminuisce il prodotto interno lordo (PIL) quando lo Stato modifica la propria spesa. Gli economisti Tom Krebs e Patrick Kacmarczyk hanno attualmente calcolato un valore massimo di 0,5, forse addirittura vicino allo zero, per la spesa militare (2). In concreto: ogni euro investito genera al massimo 50 centesimi di produzione economica aggiuntiva, forse anche nulla. La causa: gli armamenti sono beni industriali non riproducibili. Un semplice confronto rende chiaro questo calcolo. La produzione di un carro armato richiede risorse e manodopera specializzata simili a quelle necessarie per la produzione di una locomotiva (3). Il carro armato rimane poi, si spera, nel suo deposito, mentre il locomotore trasporta merci e persone, contribuendo così a una nuova produttività e a nuove entrate fiscali. Per fare un confronto: gli investimenti nelle infrastrutture civili pubbliche raggiungono un moltiplicatore fiscale quattro volte superiore, ovvero 2. Per quanto riguarda la spesa per l’istruzione e l’assistenza, i due ricercatori hanno calcolato addirittura un moltiplicatore pari a 3, ovvero sei volte superiore. RISCHIO DI INFLAZIONE O MOTORE PER L’OCCUPAZIONE? Ma non sono solo i valori bassi del moltiplicatore fiscale a mettere in dubbio la promessa del keynesismo militare. Ingenti investimenti previsti nell’armamento fanno aumentare la domanda di materie prime e di manodopera qualificata, con conseguente aumento dei prezzi. Se la scarsità dell’offerta fa aumentare i prezzi dei materiali, ciò può portare all’inflazione. Così ha sottolineato anche la presidente della BCE (Banca Centrale Europea N.d.T.) Christine Lagarde rispondendo a una domanda del deputato europeo Fabio De Masi (4). E allo stesso tempo il settore civile rimane indietro, poiché non è in grado di competere per i materiali e la manodopera qualificata, rimanendo a mani vuote. Gli investimenti unilaterali nella difesa portano a una concorrenza spietata a scapito degli investimenti necessari nella protezione del clima, nell’istruzione, nell’assistenza sanitaria di qualità e in alloggi a prezzi accessibili. La perdita di posti di lavoro comporta sempre anche un indebolimento dei sindacati. L’argomento dell’occupazione diventa quindi facilmente una leva per ricattare. Ma il settore degli armamenti potrebbe diventare un motore per l’occupazione? Un confronto quantitativo indica una direzione diversa: gli investimenti statali in settori come l’istruzione, la sanità, l’assistenza o le infrastrutture rispettose del clima generano un effetto sull’occupazione da due a tre volte superiore (5). AUMENTANO LE EMISSIONI DI CO2, IL KEYNESISMO VERDE È TROPPO DEBOLE La revisione del freno all’indebitamento punta unilateralmente sull’aumento delle spese per gli armamenti. In questo modo viene sovvenzionato in modo permanente un settore noto per le sue enormi emissioni di CO2. Dei 500 miliardi del fondo di investimento per i prossimi 12 anni, 100 miliardi dovrebbero essere destinati alla tecnologia verde. Tuttavia, gli 8,33 miliardi all’anno sono una cifra troppo esigua per realizzare la transizione verso un’economia sostenibile e rispettosa del clima. La decisione di aumentare massicciamente le spese militari mette in secondo piano gli investimenti in un ambiziosa protezione del clima (6). Senza sufficienti sovvenzioni statali, le misure per la protezione del clima si riducono alla tariffazione e alla regolamentazione delle emissioni di CO2. L’onere dell’abbandono dei combustibili fossili ricade quindi unilateralmente sulle aziende e sui privati. Ciò farà perdere ancora più consenso alla transizione climatica e rafforzerà le resistenze. AUMENTARE LE QUANTITÀ Una fetta considerevole degli appalti pubblici finisce nelle mani di aziende americane. Questo riduce l’impatto positivo sul territorio nazionale. Secondo il Libro bianco dell’UE, entro il 2030, miliardi di investimenti dovrebbero fluire per far crescere la quota di mercato degli armamenti europei dal 20% al 50%. Tuttavia, a causa delle quantità limitate, la produzione europea spesso non riesce a tenere il passo con i concorrenti americani. Per diventare redditizi, i volumi devono aumentare. Le quantità di approvvigionamento europee da sole non sono sufficienti. Si creano eccessi di capacità e la pressione dell’efficienza economica spinge il settore a cercare mercati di sbocco anche all’estero. Con l’aumento delle esportazioni di armi, tuttavia, crescono i rischi di un’escalation più rapida dei conflitti, di un prolungamento delle guerre e della distruzione dei mezzi di sussistenza. CORRUZIONE E PROFITTI ECCESSIVI Poiché la concorrenza tra i produttori di armi è scarsa e le procedure di appalto sono spesso poco trasparenti, l’aumento della spesa porta già oggi a corruzione e profitti eccessivi. T. Krebs e P. Kaczmarczyck spiegano che la spesa pubblica aggiuntiva per gli armamenti non aumenta la produzione, poiché le capacità sono già sfruttate al massimo. Al contrario, essa finisce “principalmente nelle tasche dei proprietari delle aziende produttrici di armi sotto forma di dividendi più elevati”. (7) Mancano strutture di controllo permanenti per impedire reti poco trasparenti tra l’industria degli armamenti e la politica. Non solo rischiamo di perdere margini di manovra economici nel settore civile, ma ci esponiamo anche a un’influenza incontrollata delle lobby. Gli stretti legami tra industria degli armamenti, politica, media mainstream ed esercito rischiano di consolidarsi in un complesso militare-industriale-pubblicistico. QUANDO IL RIARMO AUMENTA, SONO SOPRATTUTTO I LAVORATORI A SOPPORTARNE IL PESO Anche se si ragiona in termini puramente economici, tralasciando le questioni etiche, la conclusione rimane la stessa: gli investimenti statali in senso keynesiano non garantiscono il nostro tenore di vita in modo duraturo. Ci si possono aspettare al massimo effetti a breve termine. L’attuale sospensione del freno all’indebitamento per le spese militari occulta il nesso tra riarmo e smantellamento dello Stato sociale. Infatti, il riarmo a credito non può continuare all’infinito. Già il rimborso degli interessi sul prestito per gli armamenti deve essere pagato dal bilancio ordinario, che continua a essere soggetto al dominio del debito. Il potenziamento dell’esercito tedesco fino a renderlo il più forte d’Europa, come annunciato dal cancelliere Merz, ci rende più poveri! (8) “Cannoni” e “burro” non sono conciliabili. Sono destinati ad aumentare i ripetuti attacchi al reddito di cittadinanza, alla giornata lavorativa di otto ore, alla retribuzione in caso di malattia, alle infrastrutture sociali come l’assistenza ai giovani e l’integrazione, ai corsi di integrazione o ai vari centri di consulenza. Anche nel campo dell’istruzione e della cultura non si esita a procedere a tagli. La salvaguardia delle conquiste sindacali sarà possibile solo in condizioni di pace. L’impegno sindacale non può quindi limitarsi alle condizioni salariali e di lavoro, ma deve comprendere anche le domande relative alla guerra e alla pace. Quando il riarmo aumenta, sono soprattutto i lavoratori a sopportarne il peso. Autore ospite:  Gabriele Heller, Gruppo di lavoro Educazione alla pace e politica di pace della GEW – Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft (sindacato dell’istruzione e della scienza) di Berlino Note: 1. Katherina Reiche, Ministra dell’economia in: n-tv.de/wirtschaft/Reiche-wuerde-Ruestungsfirmen-aus-Transformationsfonds-foerdern ︎ 2. Patrick Kaczmarczyk, Tom Krebs: Höhere Militärausgaben werden die deutsche Wirtschaft kaum beleben, in Surplus, 19. Juli 2025 ︎ 3. Wolfgang Edelmüller: Europas Rüstung und ihre wirtschaftlichen Folgen, in Makroskop, 21. Mai 2025 ︎ 4. Ralph Schmeller: EZB zerlegt EU-Narrativ: Aufrüstung bringt kaum Wachstum, in Berliner Zeitung, 16. Dezember 2025 ︎ 5. Heike Dierbach: Ausgaben für Rüstung statt Soziales bringen wenig wirtschaftlichen Nutzen, Greenpeace-Studie, 8. Dezember 2023 ︎ 6. Isabella Weber und Tom Krebs: Der Militärkeynesianismus schadet der Klimawende, in Surplus, 13. März 2025 ︎ 7. vedere 2 ︎ 8. Ralf Krämer in: Gewerkschaften in der Zeitenwende, Ulrike Eifler (Hg.), vsa-Verlag, 2025 ︎ -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Forum Gewerkschaftliche Linke Berlin
February 13, 2026
Pressenza