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Serbia al voto, una partita ben oltre i Balcani occidentali
Le elezioni serbe del 25 ottobre si inseriscono in una fase di forte tensione sociale e politica, segnata dalle proteste contro il governo, dalla contestazione delle istituzioni e da un confronto sempre più acceso sul futuro internazionale del Paese. La competizione elettorale non riguarda soltanto gli equilibri interni, ma investe […] L'articolo Serbia al voto, una partita ben oltre i Balcani occidentali  su Contropiano.
October 23, 2026
Contropiano
Raccolta delle olive in Cisgiordania, arrestati attivisti solidali con i contadini palestinesi
Due italiani sono stati arrestati dall’esercito israeliano mentre erano in visita nella Palestina occupata durante la raccolta delle olive. Manuel Tartarotti, 35 anni, e il padre Alberto, 67, erano in Palestina per la campagna di solidarietà con i contadini sottoposti alle vessazioni dei coloni e dell’esercito di occupazione. Sono stati maltrattati, ammanettati con gli occhi bendati e caricati sulle camionette, per essere arrestati per un giorno e poi espulsi per terrorismo. I due si trovavano in Cisgiordania per consegnare il Premio Langer all’associazione Youth of Sumud, vinto per il riconoscimento della resistenza nonviolenta palestinese. Le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 90 persone, tra cui il candidato democratico al Congresso Brad Lander, mentre accompagnavano dei contadini palestinesi nella raccolta delle olive nella città di Nahalin, a ovest di Betlemme. L’organizzazione israeliana Rabbis for Human Rights ha dichiarato che martedì scorso le autorità hanno arrestato Lander, candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti per il 10° distretto di New York alle elezioni del mese prossimo, mentre partecipava alla raccolta delle olive nella Cisgiordania occupata. Brad Lander è un politico ebreo-statunitense che in passato ha ricoperto la carica di revisore dei conti della città e si è candidato a sindaco di New York. È noto anche per le sue critiche alla guerra israeliana nella Striscia di Gaza ed è un alleato di Zohran Mamdani. ANBAMED
October 22, 2026
Pressenza
Roma. Interrompere i rapporti tra il Comune e Israele. Manifestazione in Campidoglio
Il tempo è scaduto e la giunta capitolina non ha discusso la proposta di delibera di iniziativa popolare che con il comitato Roma sa da che parte stare abbiamo presentato sei mesi fa. Circa 16.000 persone hanno firmato affinché Roma capitale si assuma responsabilità politiche e morali interrompendo i rapporti […] L'articolo Roma. Interrompere i rapporti tra il Comune e Israele. Manifestazione in Campidoglio su Contropiano.
October 22, 2026
Contropiano
Palestina: «La bara per Marcelli è pronta»
«Perché difendere la Palestina mi sta costando minacce di morte».  di Fabio Marcelli (*) “Qui l’agenzia di pompe funebri. Volevamo avvisare il signor Marcelli che la bara è pronta”. Giovedì 8 ottobre alle ore 12.30 circa ho ricevuto questo sibillino e minaccioso messaggio. Quali gli autori? Come ho riferito alle Forze dell’Ordine, prontamente avvisate e assai cooperative e disponibili, ho
October 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Albania in rivolta: c’entra anche l’Italia
Una generazione che non accetta di restare spettatrice Nell’ottobre 2026 migliaia di persone sono scese in piazza a Tirana, con una partecipazione significativa di giovani e studenti, chiedendo le dimissioni di Edi Rama. Le mobilitazioni sono il punto di arrivo di un malcontento maturato nel tempo: corruzione, costo della vita, […] L'articolo Albania in rivolta: c’entra anche l’Italia su Contropiano.
October 21, 2026
Contropiano
Arina Santini e Riccardo Maria Bruno: gli influencer italiani reclutati da Israele
Due giovani influencer vicini alla galassia sovranista italiana – Arina Santini e Riccardo Maria Bruno – stanno raccontando da alcuni giorni su Instagram un viaggio in Israele organizzato, almeno stando a quanto dichiara lei, dal ministero degli Esteri di Netanyahu: «Invited by Ministero degli Esteri israeliano», si legge nel post con cui Santini ha aperto il suo diario di bordo. Da Gerusalemme non è arrivata alcuna conferma, né si sa chi abbia pagato voli e alberghi, ma il tono della trasferta si capisce dalle immagini: una foto davanti a un carro armato il secondo giorno, una davanti a un McDonald’s il quarto, nel mezzo panorami e room tour degli hotel. Santini ha ventiquattro anni, è italo-russa, conta circa 47mila follower su Instagram e a luglio si è fatta conoscere dal pubblico radiofonico come ospite della trasmissione radiofonica La Zanzara, dove, con indosso una maglietta con la scritta “White Lives Matter”, ha proposto una remigrazione «su base etnica». Sul suo profilo si alternano scatti con Matteo Salvini e Roberto Vannacci e, a settembre, una posa davanti al pannello di CPAC Italy, la conferenza dei conservatori americani che ha scelto Roma come nuova tappa europea. Bruno, per i follower “Rick”, si descrive invece come autore satirico: ha un canale YouTube da circa milleduecento iscritti, un libro autopubblicato dal titolo Deficienza Artigianale e vanta anche un intervento sul palco di Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, nel 2025. Il viaggio si è aperto con una storia Instagram dal tono goliardico: «Ciao ragazzi, siamo in Palestina e come potete vedere non siamo esplosi. Quindi niente, forse state solo esagerando». Bruno ha poi mostrato i rifugi, il confine fortificato con la Striscia e il memoriale delle vittime del 7 ottobre, scrivendo in un post che Hamas non è la resistenza ma un gruppo di «sanguinari terroristi e tagliagole», e ha pubblicato un video accompagnato dalla scritta «Direttamente dalla striscia di Gaza». Il luogo esatto delle riprese non è verificabile, ma se fosse davvero entrato nella Striscia lo avrebbe fatto grazie a un privilegio negato alla stampa: dal 7 ottobre 2023 Israele vieta ai giornalisti stranieri l’accesso indipendente a Gaza e consente soltanto ingressi scortati dall’esercito, mentre il ricorso presentato nel 2024 dalla Foreign Press Association attende ancora una decisione della Corte suprema. Il copione ricalca un modello già collaudato da Israele: nell’agosto 2025, attraverso il ministero per gli Affari della Diaspora, una decina di influencer americani e israeliani erano stati accompagnati al valico di Kerem Shalom per smentire le denunce sulla carestia in corso nella Striscia di Gaza. I documenti depositati al dipartimento di Giustizia statunitense hanno poi svelato l’esistenza del cosiddetto “Esther Project”, una rete di creator retribuiti tramite l’agenzia Bridges Partners con un budget fino a 900mila dollari che punta a influenzare l’opinione pubblica americana in merito al genocidio in corso a Gaza. Quest’anno la Knesset ha portato la spesa per la hasbara, la cosiddetta “diplomazia pubblica” (ovvero la comunicazione di massa), a circa 730 milioni di dollari, oltre quattro volte quella del 2025. A incrinare il racconto, però, sono state soprattutto le reazioni dei seguaci di Santini, che l’hanno accusata di essersi venduta ai «poteri forti». La risposta è arrivata in un lungo post in cui la giovane dà ai suoi follower dei «branchi di cani», deride chi crede che «gli ebrei controllino i media», minaccia di depositare «100 denunce» e liquida le accuse di genocidio con una battuta: «Ma pensa te essere di destra e preoccuparsi di 70 levantini». Sulla teoria che vuole Soros dietro la distruzione dell’Occidente, invece, si dice d’accordo («tutto vero»), ma sfida i suoi follower a trovare un legame tra il miliardario e Netanyahu. Il testo prosegue tra un «a me va benissimo essere una colonia, mi piace la comodità» e la profezia finale: «La destra sionista è la naturale evoluzione della destra». Una tesi che nel suo stesso campo non convince tutti, a giudicare da Il Primato Nazionale, testata vicina a CasaPound, che ha dedicato alla vicenda un articolo durissimo, ricordando che camminare lungo un reticolato non basta a smentire la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite che nel settembre 2025 ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza, e descrivendo i due creator come megafoni messi a disposizione di un apparato di propaganda già rodato, che li usa per arrivare a un pubblico difficile da raggiungere direttamente. The post Arina Santini e Riccardo Maria Bruno: gli influencer italiani reclutati da Israele appeared first on L'Indipendente.
October 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Cisgiordania: il progetto di eliminazione/3
di B’Tselem (*) Continua da qui. Pulizia etnica e appropriazione territoriale Il modo in cui Israele si appropria del territorio e le crescenti manifestazioni di pulizia etnica in Cisgiordania sono le espressioni più evidenti delle due dimensioni dell’eliminazione coloniale: da un lato, lo smantellamento delle condizioni di esistenza dei palestinesi nel territorio; dall’altro, la creazione di uno spazio israeliano contiguo
October 20, 2026
La Bottega del Barbieri
“Non sono più un medico. Sono un testimone”
“Diario di un giovane medico” di Ezzideen Shehab, non è la narrazione di un dottore che cerca di salvare vite, ma il racconto degli occhi di un uomo che vede l’orrore, lo tocca, giorno dopo giorno, finendo per mettere in dubbio anche se stesso. La devastazione è troppo grande per essere contenuta. Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti. [Fabrizio De André, Canzone del maggio] EZZISEEN SHEHAB, DIARIO DI UN GIOVANE MEDICO. PREFAZIONE DI PAOLA CARIDI, MIMESIS (PP. 162, EURO 16). Questo è un libro che dovrebbero leggere tutti. Nessun escluso. Non è la narrazione di un medico che cerca di salvare vite, ma il racconto degli occhi di un uomo che vede l’orrore, lo tocca, giorno dopo giorno, finendo per mettere in dubbio anche se stesso. La devastazione è troppo grande per essere contenuta. Shehab è cresciuto a Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza. Il suo diario inizia esattamente il 28 giugno 2024. Racconta di avere studiato nove anni all’estero e che il 2 ottobre 2023 era tornato a casa per festeggiare la laurea con la famiglia. Lo avevano accolto con una grande tavolata preparata dal padre, tra risate, abbracci e una grande voglia di ritrovarsi. Poi, il 7 ottobre, l’inizio della fine. Quattro giorni dopo, più di quaranta suoi parenti muoiono sotto le bombe israeliane. Una distruzione sistematica, prima con i missili, i cecchini, i droni e poi con la fame e la sete. Scrive: «La sofferenza esige di essere testimoniata». Carestia, bambini che hanno gli occhi di vecchi, case che non esistono più. Malnutrizione che porta alla morte. E gli ordini israeliani di evacuazione, gli spostamenti continui, prima verso un luogo, poi verso un altro, infine verso il nulla. Trenta minuti e non esiste più niente. Solo cenere. Cenere negli occhi, sui vestiti, a infettare le ferite. Amputazioni, assenza di medicine, persino di soluzione fisiologica. Mancanza di tutto, anche del minimo indispensabile per non cadere a terra. Nel dicembre del 2024, insieme ad altri medici, Shehab dà vita alla clinica Al-Rahma, un luogo in cui offrire assistenza sanitaria gratuita alla popolazione del nord della Striscia. Tra un’emergenza e l’altra cerca il tempo per scrivere, per sottrarre all’oblio ciò che vede. Racconta la fame che consuma lentamente i corpi, la malnutrizione che diventa condanna a morte, l’arrivo incessante di feriti negli ospedali. Corpi mutilati, ustioni profonde, vite sospese tra la possibilità di essere salvate e la mancanza persino dei mezzi più elementari per farlo. Ogni giorno aggiunge immagini a una memoria che non potrà più liberarsene. Un orrore che non si esaurisce quando termina il turno di un medico, perché continua a vivere dentro chi ne è stato testimone. Scuole e università bombardate dall’esercito israeliano. Ragazze e ragazzi che non possono più proseguire nel loro percorso educativo. La guerra non sottrae soltanto il presente. Cancella progressivamente anche la possibilità di immaginare un futuro. C’è una pagina nella quale una ragazza distribuisce dei fogli ai più piccoli, chiedendo loro di scrivere i propri sogni. Le risposte sono disarmanti. C’è chi vorrebbe semplicemente tornare a dormire nel proprio letto, chi desidera ritrovare la propria casa, chi sogna che la guerra finisca per poter diventare medico. Non chiedono giocattoli, viaggi o ricchezze. Chiedono una vita normale. Ciò che per milioni di loro rappresenta la quotidianità, a Gaza è diventato un sogno. È forse qui che il racconto raggiunge una delle sue dimensioni più dolorose. L’infanzia dovrebbe essere il tempo nel quale tutto appare possibile. A Gaza, persino il desiderio è costretto a misurarsi con la sopravvivenza. L’innocenza non è soltanto ciò che la guerra uccide. È ciò che la guerra priva del diritto di diventare futuro. Ma il diario contiene anche un passaggio che merita una particolare attenzione, perché ci conduce oltre la descrizione dell’orrore, dentro la responsabilità etica di chi osserva. Il 30 marzo 2025 Shehab racconta di ricevere messaggi nei quali gli viene chiesto dove siano gli ostaggi israeliani, perché non ne parli, perché non condanni quanto è accaduto il 7 ottobre. La sua risposta non lascia spazio ad ambiguità. È contrario all’uccisione dei civili, alla presa di ostaggi, alla violenza contro gli innocenti. Ma perché questa condanna dovrebbe costringerlo a tacere sull’inferno che sta vivendo? Perché, per poter raccontare i più piccoli morti sotto le bombe, dovrebbe prima dimostrare di avere il diritto di farlo? Shehab non chiede di scegliere quali vittime meritino compassione. Rifiuta che la sofferenza umana debba sottostare a una gerarchia, che la condanna di un crimine diventi il prezzo da pagare per poter denunciare un altro. Ed è proprio questa una delle contraddizioni più insopportabili che emergono dal libro: un uomo che vive quotidianamente l’orrore, che cerca di curare corpi devastati, che vede morire bambini per fame, si trova persino nella condizione di dover giustificare il proprio diritto di raccontare. Come se la testimonianza avesse bisogno di un’autorizzazione. Come se il dolore dovesse dimostrare la propria legittimità. Intanto, fuori dalle pagine del diario, il mondo continua a osservare. Le immagini arrivano ovunque, le notizie attraversano i continenti, le fotografie dei giovani feriti si sovrappongono ad altre fotografie. E ciò che un tempo avrebbe sconvolto la coscienza collettiva rischia di diventare parte del paesaggio quotidiano dell’informazione. Non possiamo dire di non sapere. Ed è forse questa la ragione per cui, accanto al dolore, durante la lettura cresce una rabbia difficile da contenere. Non soltanto per ciò che accade, ma per il fatto che possa continuare ad accadere sotto gli occhi di tutti. C’è una differenza profonda tra assistere a una tragedia inevitabile e assistere a una sofferenza che gli uomini potrebbero impedire. Shehab racconta di bambini morti di fame. Non per una malattia sconosciuta, non per un evento naturale contro il quale l’umanità non possiede strumenti. Morti perché non avevano cibo. La fame consuma lentamente, senza il fragore delle esplosioni. Riduce il corpo, spegne lo sguardo, sottrae le forze. E alla fine uccide. Un bambino morto di fame non è una lezione per l’umanità. È un bambino morto di fame. Esistono sofferenze alle quali non dobbiamo attribuire un significato per renderle sopportabili. Dobbiamo soltanto riconoscere che non sarebbero mai dovute esistere. Trasformare la tragedia in un insegnamento rischia persino di sottrarre qualcosa alle vittime, utilizzando la loro sofferenza per costruire una consolazione destinata a chi è rimasto vivo. Il diario racconta anche una nascita drammatica, quella di una bambina venuta al mondo con una gravissima malformazione, priva del cervello. Il medico assiste impotente a una vita che non può essere salvata. È una pagina nella quale la morte sembra precedere persino la possibilità di vivere. Shehab denuncia il timore che le conseguenze della guerra possano raggiungere anche le generazioni future. Il suo racconto non è un’indagine scientifica sulle cause di quella malformazione, ma la testimonianza di un medico che vede incrinarsi persino la promessa della nascita. E mentre tutto questo accade, lui continua a scrivere. Lo fa nei momenti sottratti al lavoro, alla ricerca di cibo, agli spostamenti, alla paura. Scrive per ricordare i volti, i nomi, le storie. Per impedire che gli esseri umani diventino soltanto numeri, che la morte si dissolva dentro una statistica. Ma anche la scrittura comincia a diventare difficile. La fame indebolisce il corpo, la stanchezza consuma la concentrazione, le parole sfuggono. La guerra gli sottrae progressivamente perfino gli strumenti necessari per raccontarla. Eppure, continua. Non perché la scrittura possa salvarlo, né perché possa restituire la vita a chi l’ha perduta. Continua perché la testimonianza è ciò che rimane quando ogni altra possibilità sembra essere stata distrutta. Ho terminato «Diario di un giovane medico» con due sentimenti che non riesco a separare. Il dolore per l’innocenza violata. Per quei bambini, quelle donne, quei giovani uomini che non hanno scelto nulla e ai quali è stato sottratto quasi tutto, persino il diritto di immaginare il domani. E la rabbia. Una rabbia che non nasce dal desiderio di vendetta, ma dall’incapacità di accettare che una simile devastazione possa consumarsi davanti agli occhi del mondo. Non credo che leggere questo libro ci renda automaticamente migliori. Sarebbe una conclusione troppo facile. E non credo neppure che il dolore raccontato da Shehab debba servire a qualcosa, quasi fosse necessario trovare un’utilità anche nell’orrore. Il dolore di quel popolo non deve insegnarci nulla per meritare la nostra attenzione. Le loro vite avevano valore prima della sofferenza, indipendentemente da ciò che noi potremo imparare dalla loro morte. Dopo aver letto queste pagine non possiamo più rifugiarci nell’ignoranza e nemmeno nella comoda convinzione che ciò che accade lontano da noi non ci riguardi. Il libro finisce. L’orrore raccontato, no. E io, ricondotto da questo libro alla misura della mia piccolezza, non posso che ripeterlo in una reiterata cantilena sacrilega: genocidio, genocidio, genocidio.   Redazione Italia
October 19, 2026
Pressenza
Antisemitismo e fedeltà al governo di Israele
-------------------------------------------------------------------------------- Il Portico d’Ottavia si trova nell’antico ghetto di Roma. Foto unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- In un’intervista televisiva Primo Levi disse che il nazismo era stato la metastasi di un cancro che era il fascismo (si trova anche su you tube). Non era un’immagine letteraria ma una diagnosi, con una cronologia precisa. Il tumore nasce nel 1922. Mostra il suo volto criminale nel 1924 con il delitto Matteotti. Raggiunge la maturità nel 1938 con le leggi razziali. Nel 1943 produce la metastasi italiana: la Repubblica di Salò, alleata e complice dell’occupante nazista. Levi non pensava il fascismo come una parentesi buffonesca Nel Sistema periodico Levi scrive che il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia. Era sorto come custode di un ordine fondato sulla costrizione di chi lavora, sul silenzio imposto a chi pensa e sulla menzogna sistematica e calcolata. È da qui che bisogna partire per capire che cosa è successo venerdì 16 ottobre a Roma. Al Portico d’Ottavia, alla cerimonia per l’anniversario del rastrellamento del 16 ottobre 1943, alcuni componenti della comunità ebraica romana hanno accolto la delegazione dell’Anpi gridando “ve ne dovete andare”, “fuori, fuori”, “vergognatevi”. Deve essere chiara una cosa: non è stato un incidente estemporaneo. Due giorni prima il presidente della Comunità, Victor Fadlun, aveva chiesto formalmente all’associazione dei partigiani di non presentarsi. Le accuse erano di aver contestato le bandiere di Israele e della Brigata Ebraica nei cortei del 25 Aprile e di essersi mostrata compiacente verso la violenza della piazza pro-Pal. Fadlun aveva chiesto all’Anpi di fare un passo indietro, appellandosi alla sua sensibilità, “se non al pudore”. La rottura viene poi da lontano. Nel gennaio 2025 il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, aveva dichiarato che l’Anpi di oggi non è più quella di un tempo. Negli stessi giorni la Comunità ebraica di Milano aveva disertato la commemorazione organizzata dall’Anpi per il Giorno della Memoria. Il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, aveva risposto indicando il punto che nessuno voleva nominare. Le cose sono cambiate, aveva detto, ma non per colpa dell’Anpi: sono cambiate dopo il 7 ottobre, con le stragi di Gaza e con un governo israeliano in cui siedono esponenti di una destra che non si vedeva da tempo. Dunque oggi il ricordo di una deportazione nazifascista è diventato il luogo da cui si allontanano gli antifascisti. Il 16 ottobre 1943 era un sabato Conviene ricordare che cosa accadde quel giorno, perché la memoria che si pretende di custodire è precisa. Il 16 ottobre 1943 era un sabato, e le famiglie si preparavano alla festa di Sukkot. Dalle 5.30 alle 14 le SS arrestarono più di milleduecento persone. Ne furono deportate ad Auschwitz-Birkenau oltre mille, più di duecento erano bambini. Clara Wachsberger aveva cinque anni, Ada Tagliacozzo otto, Umberto Di Segni quattro, Donato Campagnano tre mesi. Tornarono in sedici. Le SS non dovettero cercarli. Gli ebrei romani erano registrati, classificati, identificabili: lo Stato italiano li aveva censiti, schedati, espulsi da scuole, università e professioni a partire dal 1938. La razzia materiale fu tedesca. Il lavoro preparatorio fu italiano, cioè fascista. Un mese dopo, il Manifesto di Verona del Partito fascista repubblicano trasformò in legge ciò che il 1938 aveva preparato: gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri e, durante la guerra, appartengono a nazionalità nemica. Perfino la presidente del Consiglio, nel 2023, ha riconosciuto che quel giorno le truppe naziste agirono con la complicità del regime fascista italiano. Riconoscere la complicità del passato, però, è un atto che non costa nulla, se non si scioglie la continuità del presente. Quei rapporti cordiali con la destra Mentre l’Anpi viene dunque messa alla porta, le rappresentanze ebraiche italiane intrattengono rapporti istituzionali cordiali con la destra di governo. È una destra il cui presidente del Senato, seconda carica dello Stato, ha conservato nella sua casa di Milano un busto di Mussolini, insieme a una collezione di cimeli del Ventennio. Divenuto presidente del Senato, ha dichiarato pubblicamente che quel busto non lo avrebbe mai buttato. È lo stesso presidente del Senato che ha definito l’azione partigiana di via Rasella una pagina tutt’altro che nobile e ha descritto i soldati altoatesini del reggimento Bozen come pensionati. Il suo partito porta ancora nel simbolo la fiamma del Movimento sociale, fondato dai reduci di Salò: gli stessi del Manifesto di Verona. Il fenomeno non è italiano, ed è proprio la sua dimensione europea a renderlo leggibile. In Germania l’AfD si presenta come il partito più filoisraeliano del Bundestag. Ha persino una propria associazione, “Ebrei nell’AfD”. È lo stesso partito il cui leader Alexander Gauland ha definito Hitler e il nazismo “cacca d’uccello” in mille anni di gloriosa storia tedesca. Diciassette organizzazioni ebraiche tedesche hanno firmato una dichiarazione comune: l’AfD è un partito in cui l’odio per gli ebrei e la relativizzazione fino alla negazione della Shoah trovano casa. Secondo la stessa dichiarazione, il suo programma metteva in discussione la macellazione rituale e la circoncisione, cioè le condizioni stesse della vita ebraica in Germania. Il Consiglio centrale degli ebrei tedeschi rifiuta ogni contatto con il partito. Il suo presidente, Josef Schuster, ha detto che l’interesse dell’AfD per gli ebrei non va oltre l’uso di loro come foglia di fico per la propria demagogia. In Francia il Rassemblement National è stato fondato da un negazionista e da un ex Waffen-SS. Nel marzo 2025 il suo presidente, Jordan Bardella, è stato invitato a Gerusalemme dal ministro israeliano per la Diaspora, Amichai Chikli, a una conferenza internazionale contro l’antisemitismo. Interrogato sul passato del suo partito, ha risposto che non fa politica guardando nello specchietto retrovisore. Visitando il confine con Gaza, ha definito la guerra israeliana uno scontro tra civiltà e barbarie. Con lui erano invitati Marion Maréchal ed esponenti di Vox. Chikli ha spiegato la logica dell’invito: le destre europee sono alleate in una battaglia comune contro la crescente influenza musulmana in Europa. Pochi mesi prima, nel febbraio 2025, il Likud di Netanyahu era entrato come primo membro osservatore nei Patrioti per l’Europa. È il gruppo fondato da Orbán e guidato da Bardella, di cui fanno parte anche Vox, la Lega e il Partito della libertà austriaco, fondato da ex nazisti. Nel gennaio 2026 Netanyahu ha ricevuto a Gerusalemme una delegazione dei Patrioti. Nel governo israeliano siedono Itamar Ben Gvir, cresciuto nel movimento kahanista, e Bezalel Smotrich. In una registrazione diffusa dalla televisione pubblica israeliana, Smotrich si è definito fascista e omofobo, rovesciando con sarcasmo le accuse dei suoi critici. Il punto non è se lo pensasse sul serio. Il punto è che l’etichetta non lo imbarazza. Il paradosso si rivela del tutto quando si guarda chi ha rifiutato. La conferenza di Gerusalemme è stata boicottata dall’American Jewish Committee, dal Congresso ebraico europeo, dal Congresso ebraico mondiale e dalla Conferenza dei rabbini europei. Hanno declinato l’invito anche il rabbino capo del Regno Unito, il direttore dell’Anti-Defamation League, il commissario tedesco contro l’antisemitismo e Bernard-Henri Lévy. Ariel Muzicant, già presidente della comunità ebraica di Vienna e sostenitore dichiarato di Israele, ha accusato Chikli di non capire la politica delle comunità ebraiche e di umiliare la comunità francese, la più grande d’Europa. Chi ha voluto l’alleanza con i carnefici? L’alleanza con gli eredi dei carnefici, dunque, non l’ha voluta l’ebraismo: l’ha voluta il governo israeliano. Chi la asseconda non difende gli ebrei, sceglie quel governo. E la dirigenza romana l’ha scelta perfino contro la propria Unione nazionale, che nel luglio scorso aveva firmato con l’Anpi un comunicato congiunto per ricostruire una memoria condivisa. Si tratta insomma di un nemico sostituito. Il meccanismo che rende possibile tutto questo Levi lo aveva descritto nella prefazione a Se questo è un uomo. Molti, individui o popoli, possono ritenere che ogni straniero sia nemico. Finché questa convinzione resta latente, produce atti sparsi. Quando diventa la premessa maggiore di un sillogismo, al termine della catena c’è il Lager. Il Manifesto di Verona fu quel sillogismo scritto in forma di legge. Le destre europee non lo hanno mai abbandonato: hanno sostituito lo straniero. Il passaggio ha una data. Nel dicembre 2010 il Partito della libertà austriaco, il Vlaams Belang belga e i Democratici svedesi andarono in Israele e firmarono una “Dichiarazione di Gerusalemme”. Il testo indicava nell’islam fondamentalista il nemico totalitario comune e proclamava i firmatari avanguardia della comunità occidentale. Partiti che negli anni Novanta rifiutavano Israele per antisemitismo scoprivano che bastava cambiare bersaglio. Jörg Haider era stato bandito da Israele. I suoi eredi oggi vi sono ricevuti. In questo schema Israele diventa l’avamposto dell’Occidente contro l’islam, e la vicinanza a Israele diventa un certificato di buona condotta che cancella la genealogia. Lo straniero nemico del 1943 era l’ebreo. Quello di oggi è il musulmano, il migrante, il palestinese. La struttura del pensiero è identica. Lo scambio conviene a tutti i contraenti. Il governo Netanyahu trova in Europa alleati che non chiedono conto di Gaza, della Cisgiordania o delle pronunce della Corte internazionale di giustizia. Le destre europee ottengono il lavacro della propria storia. Le dirigenze comunitarie che si allineano ottengono protezione politica e accesso al potere. Ogni tempo ha il suo fascismo L’8 maggio 1974, sul Corriere della Sera, Levi scrisse che ogni tempo ha il suo fascismo. I segni premonitori, scriveva, si riconoscono dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità di esprimere la propria volontà. Non serve necessariamente il terrore poliziesco: basta distorcere l’informazione, inquinare la giustizia, diffondere la nostalgia per un mondo ordinato in cui la sicurezza dei pochi poggiava sul silenzio forzato dei molti. Nel 1982 condannò pubblicamente l’invasione israeliana del Libano. Per Levi la memoria della Shoah non era una tessera di appartenenza né un patrimonio da amministrare. Era un avvertimento universale contro la catena che parte dallo straniero nemico, e valeva per tutti, Israele compreso. Dove si arriva, alla fine? Se il criterio dell’antisemitismo diventa la fedeltà al governo di Israele, la conclusione è già scritta. Antisemiti diventano i partigiani, cioè gli eredi di chi combatté il regime che compilava le liste. Non antisemiti, certificati, restano gli eredi di chi quelle liste le compilò: quelli con il busto del Duce in casa, la fiamma di Salò nel simbolo e Hitler ridotto a cacca d’uccello. Venerdì, al Portico d’Ottavia, i primi sono stati cacciati. I secondi non hanno avuto bisogno di presentarsi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Antisemitismo e fedeltà al governo di Israele proviene da Comune-info.
October 18, 2026
Comune-info
Ribolla non è sola: sei progetti fotovoltaici toscani legati a società israeliane, nasce la rete dei comitati
Più di 36mila pannelli, oltre 30 ettari di terreno e opere di rete per una produzione di oltre 19 megawatt. È questo il progetto per la costruzione dell’impianto agrivoltaico “Ribolla”, situato nel comune di Roccastrada, in provincia di Grosseto. Il … Leggi tutto L'articolo Ribolla non è sola: sei progetti fotovoltaici toscani legati a società israeliane, nasce la rete dei comitati sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.