Tag - attivisti

“Page against the machine”, libreria indipendente e punto d’incontro di attivisti
A volte bisogna lasciare le grandi piazze per trovare le chicche nascoste. La libreria indipendente “Page Against The Machine” è un gioiellino incastonato nella cittadina costiera di Long Beach, nella California del sud. Ne parliamo con Chris Giaco, che l’ha aperta nel 2019 e ne è l’anima. Ad aprile saranno sette anni che ho aperto la libreria; prima di allora non avevo mai pensato di fare una cosa simile. Mi sono sempre mosso tra i libri: già mentre studiavo al college integravo il costo della retta lavorando in un negozio del settore. Poi sono stato assunto da grandi catene come Barnes & Noble e da diverse librerie specializzate. Mi piacciono i libri e mi piace leggere. L’altra mia grande passione è la politica e a un certo punto le due cose sono confluite. Negli anni avevo accumulato un piccolo capitale di letteratura underground; erano libri ricercati che incuriosivano i giovani frequentatori di “inretrospect”, un vintage store dove ogni venditore esponeva la propria merce e io avevo messo in piedi una bancarella di libri. Ma i costi del locale erano troppo alti, quindi chiudemmo e mi ritrovai a vendere in rete. L’attività non andava per nulla male, senonché un’amica mi presentò questo spazio, che come vedi non è molto grande; mi piacque e tra me e me dissi ‘al limite starò qui da solo a imbustare libri che spedirò in giro per gli Stati Uniti, sarà come stare in ufficio’.  E invece Page Against The Machine è tutt’altro che deserta. La libreria di Chris svolge un ruolo fondamentale per la comunità, offrendosi come punto d’incontro per numerose realtà che denunciano il genocidio dei palestinesi, sostengono i membri più deboli sotto assedio da parte dell’ICE e promuovono istanze di democrazia e civiltà, per esempio mozioni contro la guerra e i tagli causati dal roboante “Big Beautiful Bill” voluto da Trump e imposto al popolo americano. Una volta al mese c’è l’assemblea plenaria e il negozio si riempie di sedie e di attivisti di ogni età. Chris mi confessa che considera l’attivismo il suo primo impegno, più del suo essere un commerciante. “Non scelgo i libri da mettere in vetrina consultando cataloghi specializzati che fotografano l’andamento del mercato. Ordino i libri pensando a quali meritano di essere letti, quali possono stimolare il lettore a pensare, a costruirsi una coscienza critica”. Con una tale intenzione, quale nome più azzeccato di “Page Against The Machine”? La sostituzione di “Rage” (dalla band losangelina “Rage Against The Machine”, sulla scena musicale dagli anni Novanta e da allora tenacemente impegnata nel denunciare l’iniquità del sistema capitalista) con “Page” non è stata una trovata di Chris: l’ha “colta” per strada, ma il lavoro di ricerca e di dedizione alla causa, a una cultura libera da interessi commerciali, certamente ne esprime appieno lo spirito e l’intuizione che nelle pagine scritte, almeno in alcune di esse, si trovano risorse rivoluzionarie. Da qualche tempo a questa parte incontro ragazzi arrabbiati, a volte furiosi, contro il proprio Paese, che rivolgono feroci critiche all’istituzione scolastica; dicono che li ha imbrogliati. Mi spieghi che cosa sta succedendo nella società americana? Siamo cresciuti con il mito di essere nati nel miglior Paese al mondo, con il miglior sistema di governo, dove regnava la democrazia… pensavamo di essere il modello di libertà per il mondo. Per decenni tutto ha concorso a farcelo credere. C’erano pochi canali televisivi e ogni scuola ripeteva le stesse cose; ognuno si confrontava solo all’interno del proprio ambiente; la gente era come ipnotizzata dentro una bolla a tenuta stagna. Ad esempio ai tempi della guerra in Iraq lavoravo nella libreria di un museo e appena potevo cercavo di spronare i giovani di allora a capire che cosa stesse accadendo, ma non gli interessava mettere alla prova le loro convinzioni, nemmeno quando cercavo di spaventarli prospettando una guerra mondiale. Oggi è tutto diverso. I ragazzi che vengono da me sono curiosi e avidi di nuove idee e non sembrano soffrire delle idiosincrasie che ero solito vedere tempo fa; per esempio gli americani erano così spaventati, quasi traumatizzati, dallo spettro del comunismo, che avevano persino paura di leggere un libro di Marx.  Oggi la bolla non tiene più. Quali sono i fattori che stanno rompendo la bolla? Da quando c’è Trump è venuto tutto a galla, ma è da un po’ che il pentolone bolle. Sicuramente viaggiare ha concorso a far traballare il mondo incantato: ogni volta che un americano esce dal Paese scopre di non essere visto come un eroe. L’aver accesso a un’informazione diversificata, per esempio riguardo alla Palestina e a Israele, è stato scioccante, ma più di tutto è nella vita di ogni giorno che lo stridere del mito con la realtà è diventato assordante. Mai come oggi l’americano medio percepisce una frattura tra ciò che il sistema racconta e come viviamo. Esci dalla scuola speranzoso ed entri in un mondo dove quasi tutto ti è negato; non trovi un lavoro decente e non puoi nemmeno permetterti di sognare un mutuo. Il sistema non funziona più, tutto è instabile. Page Against The Machine è la prima libreria indipendente con cui sono entrata in contatto. Perdonami l’ignoranza, ma pensavo quasi che negli Stati Uniti non ce ne fossero. Raccontami di questa realtà. Certamente la grande distribuzione online e i megastore che vendono di tutto hanno schiacciato il mercato delle librerie e ci sono state diverse chiusure, anche importanti, ma recentemente qualche segnale di rinascita si vede. Intanto ci siamo specializzati e questo piace ai lettori: da me vieni se cerchi un libro di politica, un saggio impegnato, ma se percorri la via ne incontrerai altri che offrono tutto sulla cucina, sull’infanzia, sul giardinaggio. A Long Beach siamo almeno sei librai indipendenti, a Los Angeles sono ancora di più. Inoltre i nostri clienti non solo sono scrupolosi e chiedono un prodotto di qualità, ma sono anche persone informate che si sforzano di essere coerenti con i loro valori. Ci scelgono perché rifiutano il sistema dei grandi portali alla Amazon e perché hanno capito che tornare ad acquistare un libro fatto di carta è una forma di libertà.  Senza rendercene conto stiamo delegando il controllo di libri e musica alle compagnie High Tech e molti si stanno stufando di questa dipendenza. Ti va di suggerire qualche titolo ai lettori di Pressenza? Volentieri. Posso condividere la classifica dei “best sellers” di gennaio secondo i lettori di Page Against The Machine; del resto, come dico sempre, i clienti sono i co-curatori del negozio; ti assicuro che è vero. Mutual Aid, di Dean Spade 1984, di George Orwell Create Dangerously, di Albert Camus Read This When Things Fall Apart, di Kelly Hayes A Very Short History of the Israel-Palestine Conflict, di Ilan Pappe Page Against The Machine, benché piccina, è curata in ogni dettaglio, non le manca nulla e misteriosamente non si ha mai la sensazione di affollamento. Occupa due stanze; in quella più grande tra gli scaffali trovano spazio opere d’arte, installazioni e una collezione di manifesti satirici sul potere, ci sono il tavolo delle occasioni e persino l’angolo lettura con due comode poltroncine e un tavolino. Non ci sono prodotti da banco, né gadgets, né snacks. Chris intrattiene un rapporto di amicizia con i libri, lo si percepisce appena si varca la porta del negozio ed è la prima cosa che mi ha detto: “Sono un book lover”; lavora con loro, non li sfrutta. Quando ci sono amore, passione, onestà, il mondo ritrova l’equilibrio; la vita che si muove attorno a Page Against The Machine ne è un bell’esempio.     Marina Serina
March 5, 2026
Pressenza
I congiurati della banda Trump
«Ci troviamo in una situazione di cui il Presidente è consapevole: ci sono interessi stranieri che interferiscono nei nostri processi elettorali. Questo crea un’emergenza nazionale che il Presidente deve essere in grado di gestire.» Questa asserzione, priva d’ogni ambiguità quanto alla volontà di instaurare lo Stato d’emergenza nazionale durante le […] L'articolo I congiurati della banda Trump su Contropiano.
March 4, 2026
Contropiano
Irruzione al Festival di Sanremo: attivisti contro il greenwashing degli sponsor
Nella serata di martedì 24 febbraio la passerella del teatro Ariston a Sanremo è stata interrotta da una protesta di una decina di attivisti di Extinction Rebellion, che hanno fatto irruzione sul blue carpet per denunciare le operazioni di greenwashing degli sponsor principali del Festival, in particolare ENI e Costa Crociere. Gli attivisti hanno scavalcato le transenne che li separavano dalla passerella — recentemente allestita nei colori di ENI — e hanno cercato di esporre cartelli con slogan come “‘Stella Stellina’, l’ecocidio si avvicina”, “Eni ‘sei tu’ che distruggi il pianeta” e “Bellissimo Sanremo ma ‘che fastidio’ questi sponsor”. La sicurezza del Festival è intervenuta immediatamente, strappando gli striscioni e trascinando via in malo modo i manifestanti, che sono stati poi portati via in stato di fermo. Fermate anche alcune persone che stavano documentando la scena con telefoni e videocamere. Una denuncia contro il greenwashing di ENI La protesta di Extinction Rebellion rientra in una più ampia contestazione contro le politiche di greenwashing di ENI, che secondo il movimento starebbe investendo massicciamente nella sponsorizzazione di eventi sportivi e culturali per migliorare la propria immagine pubblica, senza però assumere impegni concreti sulla riduzione dell’impatto ambientale. Secondo un report di Oil Change International del 2023, “nel 2022 le attività commerciali di Eni hanno causato più inquinamento netto da gas serra a livello mondiale dell’Italia stessa”. Un più recente studio dell’organizzazione A Sud evidenzia come l’azienda abbia messo in campo una strategia di marketing culturale di vasta portata, legando il proprio marchio a numerose iniziative, senza però fornire reali contributi alle cause sociali e ambientali che dichiara di sostenere. Nel mirino anche Costa Crociere Extinction Rebellion ha inoltre criticato Costa Crociere, altro main sponsor del Festival. Pur avendo presentato un piano di sostenibilità che prevede la neutralità climatica entro il 2050, la compagnia continua a promuovere l’uso del gas fossile (GNL) per le proprie navi come soluzione “sostenibile”, scelta che gli attivisti contestano duramente. Il messaggio del movimento “Così come sarebbe inaccettabile che le grandi aziende del tabacco sponsorizzassero il Festival, è inaccettabile permettere alle aziende maggiormente responsabili della crisi eco-climatica di ripulire la propria immagine pubblica”, dichiara Extinction Rebellion. Il movimento sottolinea inoltre il valore storico e culturale dell’evento: “Dal 1951 Sanremo è la colonna sonora della storia del nostro Paese, ma non c’è musica su un pianeta morto. Non possiamo permettere che un evento che celebra la musica e chi la crea sia finanziato proprio da chi minaccia il futuro del pianeta”. Gli attivisti per il clima concludono ribadendo la necessità di ascoltare la scienza, che da decenni lancia allarmi sulle conseguenze delle emissioni climalteranti, troppo spesso ignorate dai governi.   Erica Cardin
February 25, 2026
Pressenza
La « Grande Dame »  dell’altermondialismo, Susan George
Ci ha lasciato questo  febbraio 2026, all’età di 91 anni. Tra gli attivisti della società civile che negli ultimi 50 anni hanno segnato a livello internazionale la lotta contro la  globalizzazione nefasta dell’economia imposta dai  poteri dominanti, Susan George rappresenta sicuramente la « Grande Dame » dell’altermondialismo. Vandana Shiva è la Pasionaria; Jean Ziegler, il Grande Demistificatore che denuncia; Walden Bello, Il Ribelle; il tandem Ignacio Ramonet-Bernard Cassen, I Testimoni mobilitatori; Samir Amin, L’Ideologo; Pablo Solon Romero, Il Diplomatico; Manu Chao, il Cantante dell’Umanità, Aminata Traoré, la Scomoda; Danielle Mitterrand , la Coscienza. (con le mie scuse agli altri amici e amiche di grande valore che non ho potuto menzionare). Susan è stata “Grande” dal punto di vista intellettuale e umano, per la profondità, il rigore e l’ampiezza delle sue analisi, le sue prese di posizione pubbliche e i suoi interventi all’interno dei movimenti sociali, e “Dame” per la sua gentilezza, la sua cortesia (anche nei confronti degli oppositori), la sua capacità di ascoltare gli altri , la sua saggezza al servizio delle istituzioni e dei gruppi impegnati nella ricerca militante (come il Transnational Institute ad Amsterdam, Attac a Parigi e il Collectif Roosevelt a Parigi di cui è stata, per tutti e tre, presidente e presidente onorario per molti anni). Le sue convinzioni e il suo impegno altermondialista si strutturano in occasione della sua prima importante opera pubblicata nel 1978 contro la fame nel mondo Comme  meurt l’autre moitié du monde. In essa critica aspramente il capitalismo liberale come sistema sociale responsabile del massacro e nomina le multinazionali occidentali , in particolare quelle americane , come principali responsabili della morte dell’altra metà del mondo. Denuncia inoltre con forza e attenzione il sostegno e l’aiuto complici forniti dalle grandi istituzioni intergovernative internazionali finanziarie e commerciali, dominate dagli Stati del “Nord” , come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale , il GATT (diventato OMC – Organizzazione Mondiale del Commercio nel 1994). Evidenzia inoltre i tre strumenti/meccanismi attraverso i quali, a suo avviso, le multinazionali hanno provocato la morte per fame: gli investimenti, il debito imposto ai paesi del Sud, il commercio. Ricordiamo che siamo nel 1978, quando il mondo cercava di riprendersi dalla grande crisi del sistema finanziario internazionale del 1971-73, mentre era in piena crisi alimentare e i dominanti si preparavano a lanciare la loro grande offensiva di politiche di adeguamento strutturale per garantire la loro sopravvivenza e consolidare il loro potere . A partire dal suo libro, le multinazionali, le istituzioni finanziarie e commerciali internazionali pubbliche e i tre strumenti (investimenti, debito e commercio) sono stati i temi centrali e permanenti del lavoro di ricerca e dell’impegno militante di Susan. In questo modo , ha offerto all’altermondialismo preziosi strumenti di lotta – contro le strategie di investimento delle multinazionali e delle istituzioni di Bretton Wood e, in particolare, contro l’approvazione dell’AMI , il pericolosissimo Accordo multilaterale sugli investimenti negoziato in segreto all’interno dell’OCSE (29 paesi del mondo occidentale) tra il 1995 e il 1997. Dopo la loro vittoria ottenuta con la creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio, i dominanti credevano di poter consolidare il loro potere mondiale chiudendo il binomio commercio + investimenti, ma sono stati costretti ad abbandonare l’AMI nel 1998 sotto la pressione dell’opposizione di un vasto movimento popolare mondiale; – contro il debito e l’indebitamento dei paesi del Sud. Di grande lucidità sono i suoi due libri sull’argomento Jusqu’au cou: enquête sur la dette du Tiers Monde (1988) e L’effet boomerang. Choc en retour de la dette du Tiers Monde (1992) . Una battaglia portata avanti con forza, passione e rigore da oltre vent’anni, tra gli altri, da Eric Toussaint e dalla straordinaria rete internazionale del Comitato per l’abolizione del debito del Terzo Mondo (CADTM), di cui Eric è il portavoce;  – contro il commercio iniquo e predatorio. Ricorderemo gli innumerevoli interventi di Susan George contro l’AGCS – Accordo generale sul commercio dei servizi. Resta il fatto che, a mio avviso, il suo contributo culturale, ideologico e politico più simbolico è rappresentato dalla sua critica alle multinazionali capitaliste, che lei stigmatizza come Gli usurpatori, (Les Usurpateurs) in un ouno dei suoi ultimi libri ( 2014). In questo campo, Susan ci ha regalato un “piccolo” capolavoro, Il Rapporto di Lugano, un’opera di 355 pagine pubblicata in inglese nel 1999 e poi, in francese, da Fayard, nel 2000. In questo Rapporto (tutto fittizio) riunisce in una villa a Lugano nove rappresentanti del mondo degli affari e della finanza che si interrogano sul futuro del capitalismo. Preoccupati, arroganti, cinici, le loro riflessioni e proposte sono perverse. Susan ha saputo sondare l’anima, e non solo la mente, dei sostenitori del capitalismo, tanto che gran parte delle loro “previsioni”, scelte e obiettivi – spaventosi – sono diventati realtà negli ultimi anni. La nostra Grande Dame non esce disperata da questo esercizio. Propone elementi chiave per l’azione, per la costruzione di un pianeta capace di ragione, responsabilità, giustizia, fraternità e pace. Di questo abbiamo bisogno più che mai. La lotta continua. Fontaine de Vaucluse, 24 febbraio 2026   Riccardo Petrella
February 25, 2026
Pressenza
Striscioni di protesta sulle autostrade della California
Parecchi anni fa lessi un articolo interessante che raccontava di un luogo dove la pianificazione urbanistica aveva prediletto la periferia rispetto al centro; su tale concetto erano sorte le moderne città reticolari, un sistema di nodi dove ognuno diventa un centro. L’idea mi suonò subito molto più democratica e orizzontale della classica visione di un solo fulcro dove tutto converge. Ricordo che l’argomento mi entusiasmò, ma mai e poi mai avrei immaginato di vivere in un luogo simile. E invece sono qui: nella solare e un tempo sonnacchiosa contea di Orange, a sud di Los Angeles. Non è più assopita perché è insorta contro le politiche del governo Trump, nazionali ed estere; anche qui ci sono proteste, manifestazioni, comizi, banchetti ormai quotidiani. Sono sparpagliati per ogni angolo della contea, o meglio proliferano su quasi ogni nodo dell’immensa conurbazione che si estende dal confine messicano fin oltre la citta di Los Angeles, inglobando diverse città e contee. Decido di unirmi al gruppo di Long Beach (cittadina sul confine tra la contee di Orange e Los Angeles), che da ben due anni distende lunghi striscioni e li cala dai cavalcavia delle mega-autostrade californiane. Mi accorgo che mentre scendo dalla rampa per entrare nel nodo sono un po’ emozionata (dall’articolo non avevo ben capito che le migliaia di punti-centro sono collegati tra loro principalmente da autostrade, il che all’inizio mi destabilizzò non poco). Manco da un anno all’appuntamento e spero di ritrovare qualche faccia conosciuta. Lascio la macchina nel gigantesco parcheggio di un centro commerciale (su per giù potrebbe contenere da quattro a sei Ipercoop) e mi avvio a piedi al luogo d’incontro, che dista qualche centinaio di metri. La strada vicinale su cui ci si accampa è costituita da due corsie per lato più una centrale di sicurezza. Bisogna familiarizzarsi con le misure californiane e metterle bene a fuoco, altrimenti non si capisce il valore di queste proteste, come si sono organizzate sul territorio, come sono riuscite a sfruttarlo e piegarlo ai propri scopi. Per una come me, cresciuta nella tipica città italiana con il corso del passeggio e la piazza del Duomo e abituata a far la spesa in bicicletta, era impensabile immaginare azioni in spazi di tali dimensioni. Dove convocare un concentramento? Quale percorso stabilire per un corteo? A quali simboli iconici appoggiarsi? Il pontile e la spiaggia? Ovunque ti giri ti senti sempre una formichina sovrastata da torri di cemento e ciclopiche rampe. Dove mi trovo ora, in aggiunta a tutto ciò, ci sono le pompe che estraggono petrolio. Assomigliano a grosse cavallette di ferro che continuamente alzano e abbassano la bocca dalla terra. Sono un po’ ovunque: per i campi e a bordo strada, così come nei giardini di graziose casette; spesso sono estrazioni private, familiari. Ma perfino in un luogo simile, dove ritrovarsi spontaneamente sembra innaturale (figuriamoci per combattere una battaglia di civiltà), dove pare che forze centripete siano sempre all’opera per spingere gli uni lontani dagli altri, le persone hanno trovato modalità di relazionarsi e di incidere sulla loro comunità sfruttando le intrinseche caratteristiche del territorio, la sua stessa forza espansiva. Sono un esempio prezioso di adattabilità dello spirito; quando vuole essere creativo, non c’è nulla che possa fermarlo. Se i nodi della rete si illuminassero per mostrarne l’attività politica in corso la notte luccicherebbero come il plancton nell’oceano. L’intera campata dell’autostrada viene occupata da striscioni che denunciano il genocidio del popolo palestinese, mandano a quel paese l’ICE e il governo, invitano le migliaia di automobilisti a unirsi nella lotta. Oggi ne abbiamo stesi circa una ventina; al piano superiore, cioè sul cavalcavia dove stiamo noi, si issano bandiere simbolo delle tante cause aperte. All’inizio l’emergenza sembrava solo per la Palestina, ma di mese in mese, se non di settimana in settimana, si sono aggiunte quella libanese, siriana, venezuelana, messicana, della Groenlandia, della comunità transgender e altre ancora. Per il benessere dei partecipanti non manca mai un piccolo rinfresco con frutta, snack e acqua. In quest’area della contea sono attivi quattro gruppi, che riescono a essere presenti ben quattro giorni la settimana in diversi punti di intenso traffico. Un po’ più a nord di dove siamo si va la mattina presto perché si intercettano i camion che partono dalla Maersck (compagnia di logistica e trasporti che non si fa scrupoli a portare carichi di armi destinate a Israele e ad altre infami guerre). Mentre mi avvicino vedo una giovane dal fare baldanzoso che mi ricorda S. Scavalca il guardrail e mi viene incontro. E’ proprio S., mi abbraccia forte. S. appartiene a una famiglia armeno- siriana ed è una delle figure leader della protesta locale. Le chiedo come va. Mi risponde: “Ogni cosa si è fatta più difficile, ma ci sono dei visibili progressi. Le persone stanno portando le informazioni a un livello di comprensione più profondo, stanno davvero iniziando a capire; soprattutto chi è privilegiato, quelli della comunità bianca, la più ricca, stanno iniziando a comprendere che c’è qualcosa che non torna nella loro condizione di privilegio e non si sentono più a proprio agio con sé stessi.” Purtroppo c’è molto rumore, del resto siamo sopra migliaia di macchine che sfrecciano alla media di 130 km all’ora e facciamo fatica a discorrere. S. mi dice: “Abbiamo tanto da raccontarci, non c’è fretta”. Ha ragione. Ci abbracciamo una seconda volta e la seguo al di là della carreggiata fino al sacco dei cartelli. Scelgo “HONK4GAZA” e mi posiziono ben visibile a bordo strada. Ottengo subito una bella strombazzata di clacson e un pugno chiuso esibito dal finestrino; evviva la solidarietà degli automobilisti!     Marina Serina
February 9, 2026
Pressenza
Assolti gli attivisti di Palestine Action dopo l’irruzione nella fabbrica Elbit
Il tribunale di Woolwich scagiona sei imputati dalle accuse più gravi: restano in sospeso alcuni capi d’imputazione e la procura valuta un nuovo processo Accusati in relazione a un’irruzione avvenuta il 20 agosto 2024 in una fabbrica di armamenti di proprietà israeliana, gestita da Elbit Systems, nei pressi di Bristol. Dopo oltre 36 ore di camera di consiglio, la giuria del Woolwich Crown Court ha dichiarato non colpevoli Leona Kamio, Samuel Corner, Fatema Rajwani, Zoe Rogers, Jordan Devlin e Charlotte Head dalle accuse di furto aggravato, disordine violento e — per quanto discusso nel procedimento — dagli aspetti più pesanti legati alla presunta aggressione. Secondo l’accusa, gli imputati sarebbero entrati nello stabilimento portando con sé mazze da demolizione non solo per danneggiare l’impianto, ma anche con l’intento di ferire le guardie di sicurezza “se necessario”. Una ricostruzione che gli attivisti hanno respinto, sostenendo invece che gli strumenti fossero destinati esclusivamente a provocare danni materiali e interrompere le attività della fabbrica. In aula, al momento della lettura dei verdetti, gli imputati si sono abbracciati, mentre i sostenitori presenti hanno reagito con applausi. Il processo tuttavia non si è chiuso su tutti i fronti. La giuria non è riuscita a raggiungere un verdetto sulle accuse di danneggiamento di proprietà, nonostante le ammissioni di diversi imputati circa la distruzione di armi e attrezzature. Inoltre, non è stato emesso un verdetto sull’accusa di lesioni gravi che riguardava Samuel Corner, lasciando aperta la possibilità di ulteriori sviluppi giudiziari. Durante le udienze, il giudice ha richiamato i giurati a non farsi influenzare dal contesto politico, definendo “irrilevanti” le opinioni sulle azioni di Israele a Gaza e insistendo sul fatto che la decisione dovesse basarsi esclusivamente sulle prove presentate. Un elemento centrale del dibattimento è stato proprio il tema dei filmati mancanti: diverse registrazioni di sorveglianza interne alla fabbrica non sarebbero state recuperate, circostanza che ha alimentato dubbi e interrogativi. In aula sono stati mostrati anche filmati di bodycam, che sembravano ritrarre una guardia di sicurezza colpire Devlin e poi avvicinarsi con una frusta, un dettaglio che ha aggiunto tensione e complessità alla ricostruzione degli scontri avvenuti all’interno della struttura. Il Crown Prosecution Service (CPS) ha infine dichiarato che valuterà se richiedere nuovi processi per i capi d’imputazione rimasti irrisolti e informerà il tribunale entro sette giorni. Una decisione che potrebbe riaprire la vicenda, nonostante l’assoluzione sui reati più gravi rappresenti già un esito significativo per gli imputati e per il movimento di protesta che li sostiene.   Osservatorio Repressione
February 5, 2026
Pressenza
Scarica il manualetto di sicurezza digitale
Guerre di Rete rende disponibile per tutti i suoi lettori il Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti Un mese fa Guerre di Rete aveva presentato una sua nuova pubblicazione, un ebook, intitolato: Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti. Inizialmente l’ebook era stato spedito in anteprima ai partecipanti […] L'articolo Scarica il manualetto di sicurezza digitale su Contropiano.
January 31, 2026
Contropiano
Grecia, Seán Binder e altri 23 attivisti assolti da tutte le accuse. Soccorrere migranti non è reato
Oggi, 15 gennaio, la Corte d’Appello di Lesbo, in Grecia, ha emesso un verdetto di assoluzione al termine del procedimento a carico di Seán Binder, volontario impegnato nelle operazioni di soccorso, e di altre 23 persone imputate insieme a lui. Commentando la decisione della corte di assolvere Seán Binder, insieme agli altri imputati, da tutte le accuse, tra le quali presunta appartenenza a un’organizzazione criminale, frode, riciclaggio di denaro e favoreggiamento dell’ingresso irregolare, Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio istituzioni europee di Amnesty International, ha dichiarato: “La sentenza di oggi è un sollievo che attendevamo da tempo per Seán, per i suoi amici, la sua famiglia e tutte le persone che lo hanno sostenuto, ma anche per la società civile in Grecia e altrove. Pur accogliendo con favore questo esito, Amnesty International ribadisce ancora una volta che queste accuse non avrebbero mai dovuto arrivare in tribunale. I diritti umani di Seán sono stati violati e la sua vita è rimasta sospesa per molti anni. Ci auguriamo che la decisione di oggi invii un messaggio forte alla Grecia e agli altri Stati europei: la solidarietà, la vicinanza e la difesa dei diritti umani devono essere tutelate e valorizzate, non punite. Anche l’Unione Europea deve prendere atto di questa sentenza e introdurre garanzie più solide contro la criminalizzazione dell’assistenza umanitaria nel proprio diritto. Nessuno dovrebbe essere punito per aver cercato di aiutare.” Seán Binder ha dichiarato: “Oggi la corte ha preso l’unica decisione possibile, alla luce della debole base giuridica delle accuse e delle fragili prove presentate dall’accusa. È un enorme sollievo sapere che non trascorrerò i prossimi 20 anni in carcere, ma allo stesso tempo è profondamente preoccupante che questa sia stata anche solo una possibilità. “Oggi è stato chiarito, come avrebbe sempre dovuto essere, che fornire assistenza umanitaria salvavita è un obbligo, non un reato; che usare WhatsApp è normale, non la prova di un reato; che acquistare lavatrici per un campo profughi non rende una persona responsabile di riciclaggio di denaro. Questa assoluzione deve costituire un precedente,” ha concluso Binder. Ulteriori informazioni Seán Binder era sotto processo davanti alla Corte d’Appello di Lesbo nell’ambito di un procedimento penale legato ad attività di soccorso alle persone migranti. Rappresentanti di Amnesty International hanno assistito al processo. Amnesty International
January 15, 2026
Pressenza
Gran Bretagna: attivisti/e di Palestine Action interrompono lo sciopero della fame
Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello annunciano la loro decisione di porre fine allo sciopero della fame, poiché a Elbit Sytems UK è stato negato un contratto governativo cruciale: è stata quindi accolta una richiesta fondamentale degli scioperanti. I tre attivisti di Palestine Action erano a rischio imminente di morte poiché in sciopero della fame rispettivamente da 73, 66 e 52 giorni. Gli attivisti hanno iniziato a rialimentarsi in conformità con le linee guida sanitarie. Tra i motivi principali dell’interruzione della protesta, come riportato dal sito Prisoners for Palestine, l’annuncio che Elbit Systems ha perso un contratto da 2 miliardi di sterline, che le avrebbe consentito di addestrare 60.000 soldati britannici ogni anno. Dal 2012, la filiale britannica dell’azienda di armi israeliana Elbit si è aggiudicata oltre 10 appalti pubblici. Il contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe visto Elbit fornire addestramento all’esercito britannico per un periodo di dieci anni, è andato perso nonostante gli sforzi dei funzionari del Ministero della Difesa e dell’esercito britannico, che erano in combutta sia con Elbit Systems UK che con la sua società madre Elbit Systems in riunioni riservate e “tour” nella capitale della Palestina, Gerusalemme. Di seguito il comunicato dei prigionieri di Palestine action che hanno deciso di porre fine allo sciopero della fame: Le richieste degli scioperanti della fame soddisfatte al 73° giorno, mentre tre di loro interrompono lo sciopero. Oggi Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello annunciano la loro decisione di porre fine allo sciopero della fame, poiché a Elbit Systems UK è stato negato un importante contratto governativo, una delle richieste chiave degli scioperanti. Heba Muraisi, Kamran Ahmed, Lewie Chiaramello, Teuta Hoxha, Jon Cink, Qesser Zuhrah e Amu Gib hanno ora iniziato a reintegrare il loro apporto calorico in conformità con le linee guida sanitarie. È stato annunciato oggi che Elbit Systems ha perso un contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe previsto l’addestramento di 60.000 soldati britannici ogni anno. Dal 2012, Elbit ha vinto oltre 10 appalti pubblici, segnando un cambiamento nella sua popolarità tra i funzionari. Il contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe visto Elbit fornire addestramento all’esercito britannico per dieci anni, è stato perso nonostante gli sforzi dei funzionari del Ministero della Difesa e dell’esercito britannico, che, secondo quanto rivelato, avevano collaborato con Elbit Systems UK e la sua società madre Elbit Systems in incontri segreti e “tour” nella capitale della Palestina, Gerusalemme. Venerdì 9 gennaio 2026, in un importante passo avanti, i leader nazionali dell’assistenza sanitaria carceraria hanno finalmente incontrato i rappresentanti dei detenuti in sciopero della fame, su richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere delle condizioni carcerarie e delle raccomandazioni terapeutiche. La decisione arriva mentre il gruppo Prisoners for Palestine ha dichiarato una serie di vittorie dello sciopero della fame, descrivendole in una dichiarazione: Oltre al soddisfacimento di questa richiesta fondamentale, vogliamo cogliere l’occasione per rivelare le varie vittorie ottenute durante lo sciopero della fame: Solo nelle ultime settimane, 500 persone si sono impegnate in azioni dirette contro il complesso militare-industriale genocida, più del numero di persone che hanno partecipato alla campagna quinquennale di Palestine Action. Durante quella campagna quinquennale, sono state chiuse 4 fabbriche di armi israeliane. Elbit Systems sta vivendo un tempo rubato: la vedremo chiudere definitivamente, non per merito del governo, ma grazie al popolo. Il trasferimento di Heba all’HMP Bronzefield è stato accettato dall’HMP Newhall, dove attualmente è detenuta in isolamento intenzionale dalla sua famiglia e dai suoi amici. A T. Hoxha è stato offerto un incontro con il capo della JEXU (Joint Extremism Unit) nella sua prigione, la stessa organizzazione che orchestra il trattamento dei prigionieri come “terroristi”. Nonostante la crudele e costante negligenza medica nei confronti dei detenuti in sciopero della fame, che ha comportato il mancato registro del rifiuto del cibo, il rifiuto di ambulanze in emergenze potenzialmente letali e trattamenti degradanti in ospedale, i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria carceraria ci hanno incontrato su richiesta del Ministero della Giustizia. Durante lo sciopero della fame, alcuni detenuti hanno iniziato a ricevere pacchi contenenti la posta trattenuta e in un caso hanno ricevuto le scuse del personale carcerario per una lettera che era stata ritardata di 6 mesi. Dopo mesi di attesa sono stati consegnati anche libri su Gaza e sul femminismo. Alla ricerca di un processo equo, i partecipanti allo sciopero della fame hanno chiesto la divulgazione delle licenze di esportazione degli ultimi cinque anni da parte di Elbit Systems. Dopo ripetute richieste, queste informazioni sono state divulgate a un ricercatore indipendente dal Dipartimento del Commercio durante lo sciopero della fame. Gli scioperanti della fame hanno fatto la storia britannica, partecipando al più grande e lungo sciopero della fame coordinato in Gran Bretagna, durato in totale 73 giorni, con Heba Muraisi che ha concluso dopo 73 giorni. Il gruppo di attivisti Prisoners for Palestine ha sottolineato che la vittoria più preziosa dello sciopero della fame è stata la forte crescita dell’impegno nell’azione diretta: “Lo sciopero della fame dei nostri prigionieri sarà ricordato come un momento storico di pura sfida, un imbarazzo per lo Stato britannico. Ha rivelato al mondo che la Gran Bretagna ha prigionieri politici al servizio di un regime straniero genocida e ha visto centinaia di persone impegnarsi a intraprendere azioni dirette seguendo le orme dei prigionieri. Sebbene questi prigionieri abbiano concluso il loro sciopero della fame, la resistenza è appena iniziata. Vietare un gruppo e imprigionare i nostri compagni si è rivelato controproducente per lo Stato britannico: l’azione diretta è viva e il popolo caccerà Elbit dalla Gran Bretagna per sempre”. Amu Gib ha dichiarato: “Non abbiamo mai affidato le nostre vite al governo e non inizieremo a farlo ora. Saremo noi a decidere come dedicare le nostre vite alla giustizia e alla liberazione”. Lewie ha detto: “È sicuramente un momento di festa. Un momento per gioire e abbracciare la nostra gioia come rivoluzione e come liberazione. Lo facciamo per la Palestina, perché siamo stati ispirati, perché siamo stati autorizzati ad agire e a cercare di realizzare i nostri sogni per una Palestina libera, per un mondo emancipato”. (Traduzione a cura di Enzo Ianesi Osservatorio Repressione
January 15, 2026
Pressenza