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XXI* Memorial Ceremony dei Combattenti per la Pace: Chen Alon e Sulaiman Khatib ci raccontano come è cominciata
Pochi giorni ci separano dalla Memorial Ceremony che ogni anno rappresenta il momento più significativo per i Combattenti per la pace. Quest’anno lunedì 20 aprile, a rispondere all’appello ci saranno ben 58 pubbliche postazioni in tutto il mondo, di cui 11 tra Israele e Palestina – oltre alle registrazioni individuali di cui si saprà alla fine. Significativa la risposta pervenuta da parecchie città europee, in aggiunta al forte network di supporto da tempo attivo negli Stati Uniti. E succederà qualcosa anche a Melbourne in Australia e persino in Sudafrica, in collegamento da Johannesburg e Cape Town. L’importanza di questo appuntamento sta nella coincidenza con una data cruciale per il calendario israeliano: lo Yom Hazikaron, giorno in cui lo Stato di Israele onora i caduti nelle tante guerre della sua breve storia. Ogni anno la cerimonia ufficiale inizia verso sera con una sirena, che dal muro occidentale di Gerusalemme raggiunge tutto il Paese e per qualche minuto tutto si ferma: attività commerciali, veicoli in transito, programmi radio-televisivi che cominciano a trasmettere il lungo elenco dei deceduti… in tutto il Paese si spegne ogni rumore e ci si mette in pausa. La commemorazione si conclude il giorno seguente verso mezzogiorno, solo per confluire in una data ancor più patriottica e solenne, lo Yom Haaztamaut, ossia la Festa dell’Indipendenza. Immaginiamo dunque cosa possa essere stato per i Combattenti per la Pace decidere di inaugurare proprio in quella data la propria esistenza come movimento, in condivisione con ex militanti (ex detenuti nelle carceri israeliane, per cui terroristi) palestinesi. Come infatti mi confermano Chen Alon e Sulaiman Khateeb, co-fondatori del movimento: che i lettori di Pressenza hanno già incontrato in passato, e che raggiungo per telefono nelle rispettive postazioni. Chen: “Per gli israeliani quello è sempre stato un giorno di silenzio e raccoglimento, ma in effetti ciò che si onora in quella data dedicata alla memoria dei tanti deceduti è l’ineluttabile necessità della guerra. E infatti sin da quella prima edizione della Joint Memorial Ceremony nel 2006, e più ancora nelle successive man mano che l’appuntamento guadagnava consensi, le polemiche, talvolta violente come l’anno scorso in una sinagoga di Ra’anana, non sono mancate: l’idea di sfidare quell’unilaterale celebrazione del dolore, arrivando a suggerire un rispecchiamento nel dolore del nemico come chiave di superamento del conflitto è proprio agli antipodi del mainstream. Dunque sì, la scelta di inaugurare la nostra esistenza come movimento proprio in quel modo, con quel pubblico evento che poi avremmo chiamato Memorial Ceremony, fu significativa. L’idea venne suggerita da Buma Inbar, ex militare che nel 1995 aveva perso il figlio amatissimo Yotam: saltato per aria insieme a sei compagni in un campo minato, durante la lunga guerra in Libano. Una perdita che Buma era riuscito a superare unendosi al Parents Circle Families Forum (che lui stesso aveva contribuito a fondare). E’ una pratica, quella del PCCF, che da tempo Buma desiderava amplificare proprio in quel modo, con una Commemorazione ai Caduti Alternativa rispetto a quella ufficiale. Idea che naturalmente sposammo: il tutto si svolse al Teatro Tmu-Na di Tel Aviv: parteciparono circa 600 persone e lo considerammo un successo, il sintomo di un’esigenza di confronto che non era solo nostra. Da allora l’evento è diventato l’appuntamento più importante del nostro movimento e anno dopo anno è cresciuto enormemente. Durante la pandemia abbiamo inaugurato la fruizione in streaming che ci ha permesso di raggiungere tantissimi interni di case negli Stati Uniti. E nell’edizione del maggio 2023 non meno di 15.000 persone si sono ritrovate in un parco di Tel Aviv, nonostante le rumorose proteste fuori dai cancelli… fino a raggiungere l’attuale dimensione globale. Devo però ammettere che ci volle un po’, perché questa nostra Ceremony riuscisse a rispecchiare con il giusto equilibrio entrambe le narrazioni del conflitto: non solo superando l’iniziale prevaricazione della parte israeliana, ma curando molto quell’aspetto che mi piace definire ‘l’estetica dell’etica’, ovvero scegliendo accuratamente di usare alcuni termini invece di altri; evitando l’uso di foto, riprese video, elementi grafici che rischierebbero di enfatizzare una certa narrazione a scapito dell’obiettivo principale, che è quello di riconoscersi fra esseri umani, incontrarsi in uno spazio di ascolto autentico e reciproco, in un processo di ri-umanizzazione di colui/colei che normalmente vedresti come nemico. Ma sul piano pratico, il problema resta quello di assicurare un equo numero di testimonianze in presenza da entrambi i fronti. Ogni anno siamo costretti ad appellarci alle varie corti per ottenere il permesso di ingresso in Israele da parte dei testimoni palestinesi, il più delle volte invano. E il particolare problema di quest’anno sarà la sicurezza: a differenza dell’anno scorso, quando la Memorial Ceremony è riuscita a riempire un intero teatro a Tel Aviv con simultanee proiezioni in varie altre città, quest’anno dovremo optare per un evento a porte chiuse: data la particolare tensione di questo periodo, l’indirizzo verrà reso noto solo a pochi e il tutto si svolgerà per prudenza in streaming.” Soulaiman: “Fin dalle prime edizione questa nostra Ceremony è stato un evento unico nel suo genere, proprio in considerazione del conflitto ancora in corso, e purtroppo con livelli di crescente gravità, con la violenza e disumanizzazione a cui assistiamo. Un evento quindi tutt’altro che scontato, dalle forti potenzialità trasformative per chiunque partecipa e che non esiterei a definire sacro. Sacro per il fatto di sottolineare il valore della scelta, l’opzione di responsabilità che come esseri umani tutti noi abbiamo. E che per me palestinese, pensando alle consuetudini di riconciliazione dei conflitti all’interno della società tribale che mi ha generato, risuona come tasamuh, ovvero perdono. Difficile, ma non impossibile se solo ci pensiamo come esseri umani, soggetti a sbagliare, ma al tempo stesso dotati della possibilità di scegliere, decidere in che modo uscirne, consapevoli del fatto che in quello stesso fazzoletto di terra dobbiamo convivere, possibilmente in pace. Proprio in questa chiave è stato scelto il titolo per la Ceremony di quest’ultima edizione We Are The Day After. Noi siamo già adesso, noi già incarniamo, rappresentiamo, sperimentiamo, viviamo, siamo la prova vivente, di quella cosa che succede alla fine di tutte le guerre e che si chiama pace. Difficile immaginare che una cosa del genere possa succedere anche qui, per noi palestinesi, dopo la catastrofe della Nakba, che dal 2000 come Combattenti per la Pace abbiamo deciso di commemorare ogni 15 maggio con una Nakba Ceremony non meno importante della Memorial Ceremony. Difficile fare i conti con la devastazione, le bombe, le amputazioni, i morti, la guerra per fame, la miseria delle tendopoli a Gaza. Difficile immaginare una pace possibile quando ogni giorno assistiamo alla crescente violenza dei coloni in Cisgiordania, anche qui dove vivo io, e proprio giovedì sera in pieno centro di Tel Aviv, Habima Sq, una massiccia manifestazione ha denunciato le aggressioni subìte recentemente dagli stessi israeliani impegnati in azioni di Presenza Protettiva, per esempio a Qusra. Difficile non denunciare le condizioni di detenzione nelle carceri israeliane, come faremo anche stasera a Beit Jala, per la giornata dedicata ai prigionieri palestinesi. Ma è precisamente questo crescendo di impegno da parte di tanti fratelli e sorelle israelian*, è questa consapevolezza della sofferenza che sempre più pervade anche la società israeliana, che mi spinge a dire: siamo sulla strada giusta. Da vent’anni che esistiamo come movimento qualcosa è successo. Molti altri movimenti si sono attivati in modi simili o diversi dal nostro. Proprio stamattina ho registrato un intervento che verrà trasmesso al Peace Summit che per la terza volta in tre anni succederà il 30 aprile in una grande Arena di Tel Aviv, grazie alla coalizione di ben 80 diverse organizzazioni, con migliaia di attivisti che parteciperanno da tutta Israele e (voli permettendo) anche da fuori. E insomma, tutte queste Memorial Ceremonies non sono successe invano: We Are The Day After. Siamo il giorno dopo.” Per info sulla Memorial e Nakba Ceremonies dei Combattenti per la Pace: https://www.cfpeace.org/joint-ceremonies Per registrarsi e partecipale (il link arriverà poco prima delle h 19 in Italia): https://www.cfpeace.org/memorial-ceremony Per contribuire con una donazione alla produzione dell’evento: https://www.drove.com/campaign/69b82f0c532f12b49155832f?utm_source=droveShare&utm_medium=copy+link&lang=en&skey=.2PwY     Daniela Bezzi
April 17, 2026
Pressenza
Padova. Processo per direttissima per quattro attivisti. Abuso di potere dei carabinieri
E’ stato convalidato l’arresto per quattro compagni fermati dai carabinieri a Padova nella tarda serata di mercoledì. Il processo per direttissima è stato fissato per giovedì ore 13.30. In concomitanza solidali del CS Pedro e di altre realtà cittadine, si ritroveranno in presidio davanti al Tribunale. Tutto è iniziato con un “controllo ordinario” a poche decine […] L'articolo Padova. Processo per direttissima per quattro attivisti. Abuso di potere dei carabinieri su Contropiano.
April 16, 2026
Contropiano
Riflessioni e prospettive dopo il NO Kings Day negli Stati Uniti
A distanza di una settimana dalla terza grande protesta del movimento NO Kings, gli attivisti sono all’opera come api operaie. Gli appuntamenti sono numerosi in tutto il Paese: all’evento al Bixby Park di Long Beach si commemorano le migliaia di morti a Gaza e le vittime dell’ICE. Qualcuno dalla bella grafia ha scritto tanti nomi e alcuni punti interrogativi su biglietti bianchi che poi ha conficcato in terra. Silva, eretta dietro un piccolo banchetto ricoperto da una kefiah, chiede un minuto di silenzio per le vittime del genocidio in corso e per i lavoratori immigrati vessati e deportati. L’iniziativa progettata da tempo vuole mettere in luce il legame che intercorre tra i due fenomeni, entrambi risultato del capitalismo imperialista che per mantenersi al potere schiaccia e uccide chiunque non rientri nei suoi schemi. Per gli ideatori dell’evento il messaggio da inviare al pubblico è chiaro: “Non si combatte il sistema che ci opprime guardandolo solo dal lato che ci appare più vicino”. È infatti un errore comune attivarsi solo quando ci si sente direttamente coinvolti, quando l’ingiustizia ci tocca personalmente e il pericolo è vicino. La commemorazione al Bixby Park è sobria e attrae qualche passante; qualcuno ne scriverà sul quotidiano locale. Non è neanche paragonabile al furore mosso dal NO Kings Day III. Eppure, sebbene sia stato un successo di partecipazione, il sabato di festa rivoluzionario è passato e poco o nulla è cambiato: le deportazioni di migranti continuano, le tasse diminuiscono per i ricchi e le aggressioni imperialiste sembrano inarrestabili. Secondo Ash-Lee Woodard Henderson, che modera l’incontro “NO Kings Mass Call: What’s Next”, nel quale ci s’interroga sul perché valga la pena di andare avanti, per prima cosa occorre una struttura che permetta a realtà diverse di partecipare e ottenere così, tutte insieme, il numero a nove zeri necessario per scuotere il potere.  Si punta dunque a una struttura aperta in cui, sotto la bandiera del NO Kings si possa riconoscere ogni anima libertaria e antifascista; ognuno è il benvenuto e non c’è bisogno di specificare altro. Di fronte a questo polpettone intinto in mille salse però si sono levate molte voci dissonanti e anche a me sono sorti dei dubbi. Una delle prime cose che balzano all’occhio è la mancanza di rivendicazione per una Palestina libera. Negli ultimi anni questo è stato il comune denominatore sotto cui declinare ogni forma di oppressione perpetrata dal sistema capitalista; oggi, nel gigantesco movimento di massa NO Kings sembra sostituito dal rifiuto categorico della figura del Presidente-Re che, schernito in ogni modo, è per paradosso onnipresente. All’appello però non mancano solo la Palestina, ma un po’ tutti i Paesi sotto attacco dell’imperialismo a stelle e strisce, da Cuba al Venezuela. E qui si tratta di capirsi. Sotto la grande tenda del movimento No Kings sabato 28 marzo si sono ritrovate anche le associazioni a sostegno della Palestina libera, quelle che chiedono la fine dell’embargo a Cuba e rispetto legale e militare per il Venezuela, ma ciò è successo solo nelle grandi città; nei centri più piccoli sono rimaste assenti. E soprattutto la loro rivendicazione, nei video e media ufficiali, è passata decisamente in secondo piano. L’altro dubbio riguarda il pericolo di ricadere nello status quo. Una possibilità per nulla campata per aria, visto che il Partito Democratico, pur non comparendo tra gli organizzatori, ha fornito sostegno mediatico e logistico all’evento, cosa che non è sfuggita all’attenzione di molti, i quali vedono in ciò nient’altro che un cavalcare l’onda per vederla disperdersi. E soprattutto aleggia la domanda: se cadesse il governo autoritario di Trump, chi lo sostituirebbe? Avremmo bannato l’arrogante re auto-investitosi per ritornare a un sistema che esiste da ben prima di Trump e che a ben vedere è quello che ne ha permesso la nascita. Dove sono visibili i segni di un cambiamento di sistema? Sotto la grande tenda ci stiamo tutti oggi perché uniti contro un tiranno e per salvare la democrazia, ma cosa succederà domani, quando le richieste dei tanti cominceranno a divergere? Se i tiranti che tengono su la grande tenda del capitalismo imperialista non verranno cambiati, ripiomberemo in un’ipocrita democrazia di facciata. La mia domanda dunque è: per quale democrazia lotta il movimento NO Kings? Mettere in secondo piano i grandi temi di politica estera per concentrarsi sui problemi che affliggono in casa il popolo americano potrebbe essere pericoloso e portare a una vittoria di Pirro, o forse nemmeno a quella. Gli attivisti come quelli del Bixby Park, che s’impegnano giorno dopo giorno, pur non avendo grandi numeri sembrano possedere una vista più lunga e aver capito che tra le responsabilità del cittadino statunitense c’è il farsi carico d’un cambiamento a 180 gradi del sistema imperialista, che come impoverisce l’americano medio, ugualmente strangola il palestinese, il venezuelano, il libanese, il filippino, l’iraniano e qualunque cosa inceppi la sua ingordigia. Con tale animo svolgono quello che ritengono il proprio dovere morale di verità, che il pubblico li acclami o li ignori. Hanno accettato di svolgere un lavoro lungo che richiede pazienza, cura e amore e dove non bisogna mai né abbattersi né esaltarsi.             Marina Serina
April 9, 2026
Pressenza
Sciopero Globale per il Clima. A Milano proiezione del documentario “The Cost of Growth”
Venerdì 27 marzo 2026 dalle 15:30 via Jean Jaurès 22 (MM1 TURRO), Milano Era il marzo 2019 quando in tutto il mondo si svolse il primo Sciopero Globale per il Clima: la protesta internazionale lanciata dagli studenti per denunciare l’urgenza della crisi climatica, chiedendo giustizia e azioni concrete per cambiare il sistema economico e sociale. Da allora il movimento per il clima si è unito e contaminato con altre lotte sociali, in un mondo sempre più attraversato da guerre, lanciate in spregio al diritto e nel nome delle risorse fossili. I conflitti, oltre a causare morte e distruzione, consumano risorse e alimentano nuove emissioni. La finestra per agire si restringe, mentre la crisi climatica non si ferma, anzi accelera. Non c’è futuro sostenibile in un pianeta devastato, né transizione ecologica possibile in un mondo in guerra. In occasione dello Sciopero Globale per il Clima 2026 le associazioni di genitori Parents For Future e Mothers Rebellions organizzano con La Redazione Milano e Leoncavallo Spa (Spazio Pubblico Autogestito) un pomeriggio di attività e incontri sull’attivismo climatico, una lotta sempre più urgente che è insieme ecologica, politica e sociale. L’appuntamento è per venerdì 27 marzo a La Redazione Milano, lo spazio di impegno e socialità promosso da Scomodo in via Jean Jaurès 22 (zona Martesana MM1 TURRO). Si incomincia alle 15.30 con gli studenti delle scuole superiori che parleranno con Lorenzo Zamponi, attivista di Fridays For Future in collegamento da Torino.  Si prosegue alle 17.00 con un incontro aperto a tutte le realtà, associazioni e movimenti attivi su ambiente e lotta climatica, con gli interventi anche dei Comitati contro la Pedemontana, un’opera alle porte di Milano di cui in città ben poco si parla. Alle 18.00 interverrà in collegamento Luca Mercalli, uno dei più noti scienziati italiani del clima (presiede la Società Meteorologica italiana), divulgatore e scrittore (“Breve storia del clima in Italia. Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale” è il suo ultimo libro uscito per Einaudi), oltre che attivista in prima persona per la lotta ambientale. A seguire il documentario The Cost of Growth di Thomas Maddens, un film militante che attraverso le voci di attiviste, ricercatrici ed esperte e le esperienze di chi resiste ogni giorno a sopraffazioni e ingiustizie, cerca di rispondere alla domanda: “Per chi stiamo facendo crescere l’economia?”. Tra le voci del documentario Greta Thunberg e il collettivo di fabbrica ex GKN. Contatti: parentsforfuturemilano@gmail.com https://www.facebook.com/P4FMIlano   Redazione Milano
March 24, 2026
Pressenza
L’European Convoy to Cuba è arrivato all’Avana
Più di cento attivisti e sindacalisti e quattro eurodeputati, in rappresentanza di una rete internazionale di solidarietà che comprende  19 Paesi, tra cui Italia, Marocco, Francia, Svizzera, Grecia e Spagna sono atterrati all’aeroporto internazionale José Martí dell’Avana, a Cuba, con aiuti umanitari e medicine per mezzo milione di euro. Applausi e grida di gioia hanno accolto il loro arrivo. Grazie al contributo di grandi organizzazioni e di oltre 700 donatori individuali, si sono raccolti fondi per 45.000 euro. L’eurodeputata Ilaria Salis, che ha viaggiato insieme ai colleghi Mimmo Lucano, Emma Fourreau e Marc Botenga, ha dichiarato: “Questa è l’Europa solidale con il popolo cubano, che vive una situazione ingiusta e precaria. Credo che la fratellanza tra i popoli sia la base, sia il modo di superare la violenza” ha concluso, sollevando lo sguardo per parlare di un futuro senza frontiere. Mimmo Lucano le ha fatto eco esprimendo la sua ammirazione per Cuba e la sua resistenza all’impero americano. Sabato 21 marzo è previsto l’arrivo via mare dal Messico del Convoy Nuestra América, che si unità a questa manifestazione di solidarietà e aiuto concreto a un popolo che resiste da decenni al blocco americano. Fonte: http://www.cubadebate.cu/ Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza
“Page against the machine”, libreria indipendente e punto d’incontro di attivisti
A volte bisogna lasciare le grandi piazze per trovare le chicche nascoste. La libreria indipendente “Page Against The Machine” è un gioiellino incastonato nella cittadina costiera di Long Beach, nella California del sud. Ne parliamo con Chris Giaco, che l’ha aperta nel 2019 e ne è l’anima. Ad aprile saranno sette anni che ho aperto la libreria; prima di allora non avevo mai pensato di fare una cosa simile. Mi sono sempre mosso tra i libri: già mentre studiavo al college integravo il costo della retta lavorando in un negozio del settore. Poi sono stato assunto da grandi catene come Barnes & Noble e da diverse librerie specializzate. Mi piacciono i libri e mi piace leggere. L’altra mia grande passione è la politica e a un certo punto le due cose sono confluite. Negli anni avevo accumulato un piccolo capitale di letteratura underground; erano libri ricercati che incuriosivano i giovani frequentatori di “inretrospect”, un vintage store dove ogni venditore esponeva la propria merce e io avevo messo in piedi una bancarella di libri. Ma i costi del locale erano troppo alti, quindi chiudemmo e mi ritrovai a vendere in rete. L’attività non andava per nulla male, senonché un’amica mi presentò questo spazio, che come vedi non è molto grande; mi piacque e tra me e me dissi ‘al limite starò qui da solo a imbustare libri che spedirò in giro per gli Stati Uniti, sarà come stare in ufficio’.  E invece Page Against The Machine è tutt’altro che deserta. La libreria di Chris svolge un ruolo fondamentale per la comunità, offrendosi come punto d’incontro per numerose realtà che denunciano il genocidio dei palestinesi, sostengono i membri più deboli sotto assedio da parte dell’ICE e promuovono istanze di democrazia e civiltà, per esempio mozioni contro la guerra e i tagli causati dal roboante “Big Beautiful Bill” voluto da Trump e imposto al popolo americano. Una volta al mese c’è l’assemblea plenaria e il negozio si riempie di sedie e di attivisti di ogni età. Chris mi confessa che considera l’attivismo il suo primo impegno, più del suo essere un commerciante. “Non scelgo i libri da mettere in vetrina consultando cataloghi specializzati che fotografano l’andamento del mercato. Ordino i libri pensando a quali meritano di essere letti, quali possono stimolare il lettore a pensare, a costruirsi una coscienza critica”. Con una tale intenzione, quale nome più azzeccato di “Page Against The Machine”? La sostituzione di “Rage” (dalla band losangelina “Rage Against The Machine”, sulla scena musicale dagli anni Novanta e da allora tenacemente impegnata nel denunciare l’iniquità del sistema capitalista) con “Page” non è stata una trovata di Chris: l’ha “colta” per strada, ma il lavoro di ricerca e di dedizione alla causa, a una cultura libera da interessi commerciali, certamente ne esprime appieno lo spirito e l’intuizione che nelle pagine scritte, almeno in alcune di esse, si trovano risorse rivoluzionarie. Da qualche tempo a questa parte incontro ragazzi arrabbiati, a volte furiosi, contro il proprio Paese, che rivolgono feroci critiche all’istituzione scolastica; dicono che li ha imbrogliati. Mi spieghi che cosa sta succedendo nella società americana? Siamo cresciuti con il mito di essere nati nel miglior Paese al mondo, con il miglior sistema di governo, dove regnava la democrazia… pensavamo di essere il modello di libertà per il mondo. Per decenni tutto ha concorso a farcelo credere. C’erano pochi canali televisivi e ogni scuola ripeteva le stesse cose; ognuno si confrontava solo all’interno del proprio ambiente; la gente era come ipnotizzata dentro una bolla a tenuta stagna. Ad esempio ai tempi della guerra in Iraq lavoravo nella libreria di un museo e appena potevo cercavo di spronare i giovani di allora a capire che cosa stesse accadendo, ma non gli interessava mettere alla prova le loro convinzioni, nemmeno quando cercavo di spaventarli prospettando una guerra mondiale. Oggi è tutto diverso. I ragazzi che vengono da me sono curiosi e avidi di nuove idee e non sembrano soffrire delle idiosincrasie che ero solito vedere tempo fa; per esempio gli americani erano così spaventati, quasi traumatizzati, dallo spettro del comunismo, che avevano persino paura di leggere un libro di Marx.  Oggi la bolla non tiene più. Quali sono i fattori che stanno rompendo la bolla? Da quando c’è Trump è venuto tutto a galla, ma è da un po’ che il pentolone bolle. Sicuramente viaggiare ha concorso a far traballare il mondo incantato: ogni volta che un americano esce dal Paese scopre di non essere visto come un eroe. L’aver accesso a un’informazione diversificata, per esempio riguardo alla Palestina e a Israele, è stato scioccante, ma più di tutto è nella vita di ogni giorno che lo stridere del mito con la realtà è diventato assordante. Mai come oggi l’americano medio percepisce una frattura tra ciò che il sistema racconta e come viviamo. Esci dalla scuola speranzoso ed entri in un mondo dove quasi tutto ti è negato; non trovi un lavoro decente e non puoi nemmeno permetterti di sognare un mutuo. Il sistema non funziona più, tutto è instabile. Page Against The Machine è la prima libreria indipendente con cui sono entrata in contatto. Perdonami l’ignoranza, ma pensavo quasi che negli Stati Uniti non ce ne fossero. Raccontami di questa realtà. Certamente la grande distribuzione online e i megastore che vendono di tutto hanno schiacciato il mercato delle librerie e ci sono state diverse chiusure, anche importanti, ma recentemente qualche segnale di rinascita si vede. Intanto ci siamo specializzati e questo piace ai lettori: da me vieni se cerchi un libro di politica, un saggio impegnato, ma se percorri la via ne incontrerai altri che offrono tutto sulla cucina, sull’infanzia, sul giardinaggio. A Long Beach siamo almeno sei librai indipendenti, a Los Angeles sono ancora di più. Inoltre i nostri clienti non solo sono scrupolosi e chiedono un prodotto di qualità, ma sono anche persone informate che si sforzano di essere coerenti con i loro valori. Ci scelgono perché rifiutano il sistema dei grandi portali alla Amazon e perché hanno capito che tornare ad acquistare un libro fatto di carta è una forma di libertà.  Senza rendercene conto stiamo delegando il controllo di libri e musica alle compagnie High Tech e molti si stanno stufando di questa dipendenza. Ti va di suggerire qualche titolo ai lettori di Pressenza? Volentieri. Posso condividere la classifica dei “best sellers” di gennaio secondo i lettori di Page Against The Machine; del resto, come dico sempre, i clienti sono i co-curatori del negozio; ti assicuro che è vero. Mutual Aid, di Dean Spade 1984, di George Orwell Create Dangerously, di Albert Camus Read This When Things Fall Apart, di Kelly Hayes A Very Short History of the Israel-Palestine Conflict, di Ilan Pappe Page Against The Machine, benché piccina, è curata in ogni dettaglio, non le manca nulla e misteriosamente non si ha mai la sensazione di affollamento. Occupa due stanze; in quella più grande tra gli scaffali trovano spazio opere d’arte, installazioni e una collezione di manifesti satirici sul potere, ci sono il tavolo delle occasioni e persino l’angolo lettura con due comode poltroncine e un tavolino. Non ci sono prodotti da banco, né gadgets, né snacks. Chris intrattiene un rapporto di amicizia con i libri, lo si percepisce appena si varca la porta del negozio ed è la prima cosa che mi ha detto: “Sono un book lover”; lavora con loro, non li sfrutta. Quando ci sono amore, passione, onestà, il mondo ritrova l’equilibrio; la vita che si muove attorno a Page Against The Machine ne è un bell’esempio.     Marina Serina
March 5, 2026
Pressenza
I congiurati della banda Trump
«Ci troviamo in una situazione di cui il Presidente è consapevole: ci sono interessi stranieri che interferiscono nei nostri processi elettorali. Questo crea un’emergenza nazionale che il Presidente deve essere in grado di gestire.» Questa asserzione, priva d’ogni ambiguità quanto alla volontà di instaurare lo Stato d’emergenza nazionale durante le […] L'articolo I congiurati della banda Trump su Contropiano.
March 4, 2026
Contropiano
Irruzione al Festival di Sanremo: attivisti contro il greenwashing degli sponsor
Nella serata di martedì 24 febbraio la passerella del teatro Ariston a Sanremo è stata interrotta da una protesta di una decina di attivisti di Extinction Rebellion, che hanno fatto irruzione sul blue carpet per denunciare le operazioni di greenwashing degli sponsor principali del Festival, in particolare ENI e Costa Crociere. Gli attivisti hanno scavalcato le transenne che li separavano dalla passerella — recentemente allestita nei colori di ENI — e hanno cercato di esporre cartelli con slogan come “‘Stella Stellina’, l’ecocidio si avvicina”, “Eni ‘sei tu’ che distruggi il pianeta” e “Bellissimo Sanremo ma ‘che fastidio’ questi sponsor”. La sicurezza del Festival è intervenuta immediatamente, strappando gli striscioni e trascinando via in malo modo i manifestanti, che sono stati poi portati via in stato di fermo. Fermate anche alcune persone che stavano documentando la scena con telefoni e videocamere. Una denuncia contro il greenwashing di ENI La protesta di Extinction Rebellion rientra in una più ampia contestazione contro le politiche di greenwashing di ENI, che secondo il movimento starebbe investendo massicciamente nella sponsorizzazione di eventi sportivi e culturali per migliorare la propria immagine pubblica, senza però assumere impegni concreti sulla riduzione dell’impatto ambientale. Secondo un report di Oil Change International del 2023, “nel 2022 le attività commerciali di Eni hanno causato più inquinamento netto da gas serra a livello mondiale dell’Italia stessa”. Un più recente studio dell’organizzazione A Sud evidenzia come l’azienda abbia messo in campo una strategia di marketing culturale di vasta portata, legando il proprio marchio a numerose iniziative, senza però fornire reali contributi alle cause sociali e ambientali che dichiara di sostenere. Nel mirino anche Costa Crociere Extinction Rebellion ha inoltre criticato Costa Crociere, altro main sponsor del Festival. Pur avendo presentato un piano di sostenibilità che prevede la neutralità climatica entro il 2050, la compagnia continua a promuovere l’uso del gas fossile (GNL) per le proprie navi come soluzione “sostenibile”, scelta che gli attivisti contestano duramente. Il messaggio del movimento “Così come sarebbe inaccettabile che le grandi aziende del tabacco sponsorizzassero il Festival, è inaccettabile permettere alle aziende maggiormente responsabili della crisi eco-climatica di ripulire la propria immagine pubblica”, dichiara Extinction Rebellion. Il movimento sottolinea inoltre il valore storico e culturale dell’evento: “Dal 1951 Sanremo è la colonna sonora della storia del nostro Paese, ma non c’è musica su un pianeta morto. Non possiamo permettere che un evento che celebra la musica e chi la crea sia finanziato proprio da chi minaccia il futuro del pianeta”. Gli attivisti per il clima concludono ribadendo la necessità di ascoltare la scienza, che da decenni lancia allarmi sulle conseguenze delle emissioni climalteranti, troppo spesso ignorate dai governi.   Erica Cardin
February 25, 2026
Pressenza