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Grecia, Seán Binder e altri 23 attivisti assolti da tutte le accuse. Soccorrere migranti non è reato
Oggi, 15 gennaio, la Corte d’Appello di Lesbo, in Grecia, ha emesso un verdetto di assoluzione al termine del procedimento a carico di Seán Binder, volontario impegnato nelle operazioni di soccorso, e di altre 23 persone imputate insieme a lui. Commentando la decisione della corte di assolvere Seán Binder, insieme agli altri imputati, da tutte le accuse, tra le quali presunta appartenenza a un’organizzazione criminale, frode, riciclaggio di denaro e favoreggiamento dell’ingresso irregolare, Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio istituzioni europee di Amnesty International, ha dichiarato: “La sentenza di oggi è un sollievo che attendevamo da tempo per Seán, per i suoi amici, la sua famiglia e tutte le persone che lo hanno sostenuto, ma anche per la società civile in Grecia e altrove. Pur accogliendo con favore questo esito, Amnesty International ribadisce ancora una volta che queste accuse non avrebbero mai dovuto arrivare in tribunale. I diritti umani di Seán sono stati violati e la sua vita è rimasta sospesa per molti anni. Ci auguriamo che la decisione di oggi invii un messaggio forte alla Grecia e agli altri Stati europei: la solidarietà, la vicinanza e la difesa dei diritti umani devono essere tutelate e valorizzate, non punite. Anche l’Unione Europea deve prendere atto di questa sentenza e introdurre garanzie più solide contro la criminalizzazione dell’assistenza umanitaria nel proprio diritto. Nessuno dovrebbe essere punito per aver cercato di aiutare.” Seán Binder ha dichiarato: “Oggi la corte ha preso l’unica decisione possibile, alla luce della debole base giuridica delle accuse e delle fragili prove presentate dall’accusa. È un enorme sollievo sapere che non trascorrerò i prossimi 20 anni in carcere, ma allo stesso tempo è profondamente preoccupante che questa sia stata anche solo una possibilità. “Oggi è stato chiarito, come avrebbe sempre dovuto essere, che fornire assistenza umanitaria salvavita è un obbligo, non un reato; che usare WhatsApp è normale, non la prova di un reato; che acquistare lavatrici per un campo profughi non rende una persona responsabile di riciclaggio di denaro. Questa assoluzione deve costituire un precedente,” ha concluso Binder. Ulteriori informazioni Seán Binder era sotto processo davanti alla Corte d’Appello di Lesbo nell’ambito di un procedimento penale legato ad attività di soccorso alle persone migranti. Rappresentanti di Amnesty International hanno assistito al processo. Amnesty International
Gran Bretagna: attivisti/e di Palestine Action interrompono lo sciopero della fame
Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello annunciano la loro decisione di porre fine allo sciopero della fame, poiché a Elbit Sytems UK è stato negato un contratto governativo cruciale: è stata quindi accolta una richiesta fondamentale degli scioperanti. I tre attivisti di Palestine Action erano a rischio imminente di morte poiché in sciopero della fame rispettivamente da 73, 66 e 52 giorni. Gli attivisti hanno iniziato a rialimentarsi in conformità con le linee guida sanitarie. Tra i motivi principali dell’interruzione della protesta, come riportato dal sito Prisoners for Palestine, l’annuncio che Elbit Systems ha perso un contratto da 2 miliardi di sterline, che le avrebbe consentito di addestrare 60.000 soldati britannici ogni anno. Dal 2012, la filiale britannica dell’azienda di armi israeliana Elbit si è aggiudicata oltre 10 appalti pubblici. Il contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe visto Elbit fornire addestramento all’esercito britannico per un periodo di dieci anni, è andato perso nonostante gli sforzi dei funzionari del Ministero della Difesa e dell’esercito britannico, che erano in combutta sia con Elbit Systems UK che con la sua società madre Elbit Systems in riunioni riservate e “tour” nella capitale della Palestina, Gerusalemme. Di seguito il comunicato dei prigionieri di Palestine action che hanno deciso di porre fine allo sciopero della fame: Le richieste degli scioperanti della fame soddisfatte al 73° giorno, mentre tre di loro interrompono lo sciopero. Oggi Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello annunciano la loro decisione di porre fine allo sciopero della fame, poiché a Elbit Systems UK è stato negato un importante contratto governativo, una delle richieste chiave degli scioperanti. Heba Muraisi, Kamran Ahmed, Lewie Chiaramello, Teuta Hoxha, Jon Cink, Qesser Zuhrah e Amu Gib hanno ora iniziato a reintegrare il loro apporto calorico in conformità con le linee guida sanitarie. È stato annunciato oggi che Elbit Systems ha perso un contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe previsto l’addestramento di 60.000 soldati britannici ogni anno. Dal 2012, Elbit ha vinto oltre 10 appalti pubblici, segnando un cambiamento nella sua popolarità tra i funzionari. Il contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe visto Elbit fornire addestramento all’esercito britannico per dieci anni, è stato perso nonostante gli sforzi dei funzionari del Ministero della Difesa e dell’esercito britannico, che, secondo quanto rivelato, avevano collaborato con Elbit Systems UK e la sua società madre Elbit Systems in incontri segreti e “tour” nella capitale della Palestina, Gerusalemme. Venerdì 9 gennaio 2026, in un importante passo avanti, i leader nazionali dell’assistenza sanitaria carceraria hanno finalmente incontrato i rappresentanti dei detenuti in sciopero della fame, su richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere delle condizioni carcerarie e delle raccomandazioni terapeutiche. La decisione arriva mentre il gruppo Prisoners for Palestine ha dichiarato una serie di vittorie dello sciopero della fame, descrivendole in una dichiarazione: Oltre al soddisfacimento di questa richiesta fondamentale, vogliamo cogliere l’occasione per rivelare le varie vittorie ottenute durante lo sciopero della fame: Solo nelle ultime settimane, 500 persone si sono impegnate in azioni dirette contro il complesso militare-industriale genocida, più del numero di persone che hanno partecipato alla campagna quinquennale di Palestine Action. Durante quella campagna quinquennale, sono state chiuse 4 fabbriche di armi israeliane. Elbit Systems sta vivendo un tempo rubato: la vedremo chiudere definitivamente, non per merito del governo, ma grazie al popolo. Il trasferimento di Heba all’HMP Bronzefield è stato accettato dall’HMP Newhall, dove attualmente è detenuta in isolamento intenzionale dalla sua famiglia e dai suoi amici. A T. Hoxha è stato offerto un incontro con il capo della JEXU (Joint Extremism Unit) nella sua prigione, la stessa organizzazione che orchestra il trattamento dei prigionieri come “terroristi”. Nonostante la crudele e costante negligenza medica nei confronti dei detenuti in sciopero della fame, che ha comportato il mancato registro del rifiuto del cibo, il rifiuto di ambulanze in emergenze potenzialmente letali e trattamenti degradanti in ospedale, i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria carceraria ci hanno incontrato su richiesta del Ministero della Giustizia. Durante lo sciopero della fame, alcuni detenuti hanno iniziato a ricevere pacchi contenenti la posta trattenuta e in un caso hanno ricevuto le scuse del personale carcerario per una lettera che era stata ritardata di 6 mesi. Dopo mesi di attesa sono stati consegnati anche libri su Gaza e sul femminismo. Alla ricerca di un processo equo, i partecipanti allo sciopero della fame hanno chiesto la divulgazione delle licenze di esportazione degli ultimi cinque anni da parte di Elbit Systems. Dopo ripetute richieste, queste informazioni sono state divulgate a un ricercatore indipendente dal Dipartimento del Commercio durante lo sciopero della fame. Gli scioperanti della fame hanno fatto la storia britannica, partecipando al più grande e lungo sciopero della fame coordinato in Gran Bretagna, durato in totale 73 giorni, con Heba Muraisi che ha concluso dopo 73 giorni. Il gruppo di attivisti Prisoners for Palestine ha sottolineato che la vittoria più preziosa dello sciopero della fame è stata la forte crescita dell’impegno nell’azione diretta: “Lo sciopero della fame dei nostri prigionieri sarà ricordato come un momento storico di pura sfida, un imbarazzo per lo Stato britannico. Ha rivelato al mondo che la Gran Bretagna ha prigionieri politici al servizio di un regime straniero genocida e ha visto centinaia di persone impegnarsi a intraprendere azioni dirette seguendo le orme dei prigionieri. Sebbene questi prigionieri abbiano concluso il loro sciopero della fame, la resistenza è appena iniziata. Vietare un gruppo e imprigionare i nostri compagni si è rivelato controproducente per lo Stato britannico: l’azione diretta è viva e il popolo caccerà Elbit dalla Gran Bretagna per sempre”. Amu Gib ha dichiarato: “Non abbiamo mai affidato le nostre vite al governo e non inizieremo a farlo ora. Saremo noi a decidere come dedicare le nostre vite alla giustizia e alla liberazione”. Lewie ha detto: “È sicuramente un momento di festa. Un momento per gioire e abbracciare la nostra gioia come rivoluzione e come liberazione. Lo facciamo per la Palestina, perché siamo stati ispirati, perché siamo stati autorizzati ad agire e a cercare di realizzare i nostri sogni per una Palestina libera, per un mondo emancipato”. (Traduzione a cura di Enzo Ianesi Osservatorio Repressione
La repressione dei movimenti per la Palestina colpisce in tutta Italia: decine di denunce
Bergamo, Bologna, Catania, Treviso; ma anche Massa, Taranto e soprattutto Torino. In tutta Italia piovono denunce, multe e misure cautelari nei confronti delle persone e dei movimenti solidali con la Palestina. A essere bersaglio della repressione sono centinaia di persone a cui le procure dello Stivale stanno notificando l’avvio di indagini per l’ingente moto di protesta culminato con gli scioperi generali di fine settembre e inizio ottobre 2025. I fatti contestati – nella maggioranza dei casi – sono sempre gli stessi: danneggiamento, interruzione di pubblico servizio e specialmente blocco stradale, nuova fattispecie introdotta con il decreto sicurezza. Il disegno, denunciano gli attivisti, è chiaro: «intimorire e punire» chi si espone contro il genocidio in Palestina e «frammentare e spezzare il movimento di solidarietà con il popolo palestinese». Le denunce, inoltre, arrivano dopo mesi dagli eventi, mentre la Palestina sembra essere sparita dai radar dei media mainstream. «Come ci aspettavamo, in questi giorni ai/alle partecipanti che sono scesi in piazza fra settembre e ottobre, stanno arrivando decine di multe e notifiche di conclusione delle indagini relative alle oceaniche manifestazioni di sostegno al popolo palestinese. Vogliono intimorirci e farci chinare la testa». Così USB Massa commenta l’arrivo delle denunce nei confronti degli attivisti per la Palestina. Nella sola cittadina toscana sono arrivate 37 denunce e oltre 50 multe per fatti risalente allo sciopero generale del 3 ottobre in sostegno alla Palestina e alla Global Sumud Flotilla, lanciato all’insegna del motto “Blocchiamo Tutto”. I reati contestati sono quelli di interruzione di pubblico servizio, blocco ferroviario e manifestazione non autorizzata. Il caso di Massa è uno dei più recenti, ma non è l’unico. A inizio anno, a Catania, circa dieci attivisti sono stati denunciati per avere tentato di occupare l’ingresso del porto commerciale lo scorso 22 settembre, e sono ora sottoposti a obbligo di firma; altri 43 sono invece stati sanzionati da una multa da poco meno di 1.000 euro per avere bloccato la stazione per un breve lasso di tempo lo scorso 3 ottobre. Analoghe multe da 200 e 300 euro sono arrivate ad attivisti di Treviso e Bergamo. A Taranto, 28 persone sono indagate per blocco ferroviario; nella città pugliese, oltre alle misure della procura, è arrivato anche il silenziamento di Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg, che ha bloccato la pagina Instagram del comitato Taranto per la Palestina. A Bologna, in questi giorni decine di persone stanno ricevendo avvisi di inizio indagine, sempre per il reato di blocco stradale. La realtà maggiormente colpita da questa nuova ondata di repressione è certamente Torino. Nel capoluogo piemontese, è scattata la cosiddetta “Operazione Riot”, con lo scopo di «smantellare la rete di violenti che si nascondeva dietro i cortei pro Pal del 3 ottobre»; il risultato è quello di 11 misure cautelari, che vanno ad aggiungersi alle 13 nei confronti di attivisti che hanno preso parte a manifestazioni e cortei per la Palestina alla fine del 2024; questi ultimi sono costretti a obbligo di dimora, firme quotidiane, e rientri notturni. Sempre a Torino, è noto il tentativo di espulsione dell’imam Shahin, così come quello dei 6 ragazzi del liceo Einstein, tutti finiti ai domiciliari con le accuse di resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale. Altri 36 attivisti sono stati identificati e denunciati nel caso del cosiddetto “assalto a La Stampa”, accusati di danneggiamento aggravato, invasione di edifici e, per alcuni, minacce. La Procura valuta, inoltre, la possibile contestazione dell’associazione per delinquere, che costituirebbe un salto di scala giudiziaria. Recentemente è stato infine sgomberato il centro sociale Askatasuna, realtà radicata nel territorio da anni. I movimenti colpiti da questa nuova ondata di repressione sono concordi nella loro lettura dei casi. Si tratterebbe di tentativi di intimidazione, volti da una parte a criminalizzare la lotta e a riscrivere la narrazione delle proteste, e dall’altra a disincentivare la partecipazione e a far desistere le persone coinvolte dal proseguire nelle mobilitazioni; le stesse tempistiche con cui sono arrivate multe e denunce sembrano supportare la tesi dei movimenti: esse arrivano a mesi dall’apice dei moti di protesta, in un momento di bassa intensità in cui i media, sulla scorta del cessate il fuoco di ottobre, trattano il genocidio in Palestina solo marginalmente. L'Indipendente
Buon compleanno, Civico 7
Sabato prossimo, 10 Gennaio, a partire dalle ore 18:30 presso i locali del nostro Civico 7 a Napoli, festeggiamo i 9 anni dalla Liberazione della struttura. Liberazione dal degrado e dall’abbandono di quegli spazi inutilizzati sotto i portici adiacenti al complesso monumentale della Galleria Principe di Napoli. Spazi che il […] L'articolo Buon compleanno, Civico 7 su Contropiano.
21 persone assolte per il blocco dei jet privati a Malpensa
L’azione era stata compiuta con Scientist Rebellion e Extinction Rebellion il 14 febbraio del 2023. Il 19 dicembre nuovo processo a Milano.  Ieri, 17 dicembre, 21 persone aderenti ai movimenti Ultima Generazione, Scientist Rebellion ed Extinction Rebellion sono state assolte dal Tribunale di Busto Arsizio per un’azione di disobbedienza civile nonviolenta: il blocco della pista dei jet privati all’aeroporto di Malpensa il 14 febbraio 2023. Le accuse erano di danneggiamento, resistenza a pubblico ufficiale e imbrattamento; per le prime due il giudice ha riconosciuto che il fatto non sussiste, mentre per l’imbrattamento vale la tenuità del fatto. L’azione avvenne nell’ambito della campagna internazionale Make them pay, il cui obiettivo era denunciare gli extraconsumi – e il loro impatto sul clima – dei super ricchi, quelli che appunto utilizzano i jet privati. Nuovo processo a Milano il 19 dicembre Questa è la 57° assoluzione per un’azione condotta da Ultima Generazione; in un Paese (ancora) democratico la protesta non può essere un reato e il destino di leggi fatte ad hoc con lo scopo di criminalizzarla è di essere dichiarate incostituzionali. Non sarà facile, perché nel frattempo saranno compiute altre azioni dirette e arriveranno altri processi, ma così andrà. Un altro processo infatti sta già iniziando. A Milano il 19 dicembre, questo venerdì, alle ore 12.30 si terrà l’udienza predibattimentale per un procedimento che vede imputate 12 persone per diverse azioni nonviolente compiute tra il 2022 e il 2023 tra le quali, l’imbrattamento della Scala del 7 dicembre del 2022 e l’imbrattamento della statua di Vittorio Emanuele II del 9 marzo 2023. Sempre per le 12.30 ci sarà un presidio di solidarietà fuori dal tribunale. I nostri canali Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web: * Sito web:https://ultima-generazione.com * Facebook@ultimagenerazione.A22 * Instagram@ultima.generazione * Twitter@UltimaGenerazi1 * Telegram@ultimagenerazione Ultima Generazione è una coalizione di cittadini ed è membro del network A22.   Ultima Generazione
Catania. La repressione cala sul movimento per la Palestina
Piovono a Catania misure cautelari e multe per decine di migliaia di euro nei confronti di attivist3 che hanno partecipato ai blocchi del porto e della stazione durante gli Scioperi Generali del 22 settembre e del 3 ottobre. Migliaia di persone in piazza, equipaggi di terra che hanno accompagnato dall’inizio […] L'articolo Catania. La repressione cala sul movimento per la Palestina su Contropiano.
New York, i nuovi attivisti tra pragmatismo ed espansione della coscienza
Da oltre due anni la sala del People’s Forum è il centro d’incontro per l’attivismo newyorkese che si batte per una Palestina libera. Dal fatidico 7 ottobre il flusso di persone che ogni lunedì si presentano in assemblea non si è mai interrotto, anzi alla domanda di rito: “Chi oggi è qui per la prima volta?” si alzano sempre nuove mani. La maggior parte sono giovani e giovanissimi alla loro prima occasione di impegno politico-sociale. Ma benché giovani e privi di esperienza, sono riusciti a mettere in piedi un sistema di contrattacco al potere e alla retorica dei media ufficiali che lascia esterrefatti. In non pochi anni di vita, trascorsa dentro e fuori movimenti di base italiani ed europei, mai ero entrata in contatto con una realtà così ben strutturata, a livello sia di efficienza pratica sia di elaborazione collettiva del pensiero. Il movimento non si è smarrito nemmeno di fronte alla violenta repressione che la scorsa primavera ha investito le università, dove ormai, mi dicono, l’attività di protesta è ridotta al lumicino o passata in clandestinità. Ci si è riorganizzati in altri luoghi e nuove forme. Mi verrebbe da dire: più fluidi del capitalismo stesso. Proverò dunque a darvene un’immagine, sebbene sappia a priori che, rispetto alla passione vibrante dell’originale, non potrà che essere sbiadita. La digitalizzazione della città New York City è divisa in cinque boroughs, parola che si traduce con quartiere, circoscrizione, zona. Si tratta di spazi talmente estesi che sono essi stessi città – per esempio Brooklyn, dove abito, è circa quattro volte Milano. Organizzare in una megalopoli un movimento umanamente coeso, al cui interno si sviluppino forme di amicizia e condivisione, non è facile; per arrivarci i ragazzi hanno letteralmente digitalizzato la Grande Mela annettendole pure il New Jersey. Il movimento è concepito in maniera federata e divisibile in gruppi seguendo la logica dei boroughs; dopo di che, attraverso l’uso di piattaforme digitali (Signal – Google drive – Instagram), la mappa così ripartita viene riportata in rete. Ad esempio, io appartengo a Central Brooklyn (ci sono anche South e North), dunque se voglio partecipare ad azioni di strada, gruppi di studio, banchetti informativi ecc mi relaziono con i gruppi della mia zona attivi durante la settimana. Ogni lunedì i quartieri convergono al People’s Forum, dove, tra le varie attività, si decide la pianificazione dei prossimi sette giorni e le piattaforme vengono aggiornate in conseguenza. L’impatto sulla città è capillare. Un banchetto informativo degli attivisti per la Palestina Crescita personale e collettiva All’interno del movimento è data grande attenzione alla conoscenza. Sapere le cose è considerato un elemento fondamentale del cittadino-attivista, pertanto vengono organizzati veri e propri corsi di formazione. Io ho partecipato a quello introduttivo “Che cosa sono un PAC, un super PAC e l’AIPAC (il super PAC legato a Israele)”; a breve partirà un corso dedicato alla storia contemporanea delle guerre in Medio Oriente “America’s Forever Wars in the Middle East”. Oltre a corsi di spessore storico-culturale, che di norma si tengono in sede, sulla Trentasettesima Strada a Manhattan, e che, mantenendo il nostro linguaggio, sono progettati in modo federato, ve ne sono altri organizzati direttamente dai gruppi-boroughs. Per esempio tempo fa mi sono unita a uno per “prepararsi a parlare in pubblico in varie situazioni” – tenere un discorso in una piazza o su un treno della metropolitana, richiamare l’attenzione verso un banchetto informativo e simili. L’appuntamento era in una casa privata, dove alcuni di noi si sono seduti per terra e altri su divani o poltrone; prima, un po’ per conoscerci e rompere il ghiaccio, ci siamo posti domande sui grandi sistemi, poi abbiamo guardato dei video. Ho capito subito che nessuno era esperto di oratoria – difficile esserlo a vent’anni. Una volta messi a fuoco i punti che ci parevano importanti per la costruzione di un buon discorso, come dare importanza a chi ci ascolta, e intuita qualche regola di enunciazione, come ricordarsi che è sempre un’illusione credere che stiamo parlando piano, ognuno ha provato in dieci minuti a comporre il suo discorso e a esporlo in piedi davanti a tutti gli altri. Inutile dire che i ragazzi hanno messo il massimo dell’impegno sia nell’esposizione sia nell’aiutare gli altri a migliorarsi; lo hanno fatto in una maniera così onesta e spontanea che nessuno si è sentito offeso o intimidito, anzi tutti siamo tornati a casa arricchiti. E alcuni hanno deciso che il sabato (era giovedì) avrebbero parlato in pubblico durante un evento. La ricerca Non ci può essere conoscenza senza ricerca, soprattutto se l’obiettivo è alto: portare a galla la verità della politica. Direi un compito titanico, che non ha però intimidito gli attivisti di New York; al contrario li ha spinti a cercare dati, fatti e nomi da presentare agli altri newyorkesi, che s’incontrano per strada e sui social, che sono spesso vittime di informazioni a spizzichi e bocconi e di propaganda ad hoc, come “il diritto di Israele a difendersi”. E allora guardiamole da vicino queste “armi da difesa”! Ogni gruppo decide dove focalizzare la propria ricerca. Alcuni stanno facendo indagini sulle fabbriche di armi presenti a Brooklyn e nel New Jersey, da cui Israele si rifornisce; noi di Central Brooklyn abbiamo scelto di concentrarci sui flussi di denaro che dalle lobby sioniste arrivano copiosi nelle tasche dei politici. Uno dei miei tutor mi ha detto: “Seguiamo i soldi.” Non sapeva di essere un discepolo spirituale del nostro caro Giovanni Falcone. Il lavoro di ricerca viene svolto la domenica presso un simpatico caffè, dove su un grosso tavolo quadrato insieme a tazze di tè e gustosi dolcetti sistemiamo i pc e ci immergiamo in una labirintica rete di siti istituzionali e testate online. Anche in questo caso si lavora su una piattaforma condivisa che rispecchia il sistema dei gruppi nella città digitalizzata. Il mio primo compito è stato facile, ma non scontato e una volta di più mi ha mostrato il livello di competenza raggiunto dal movimento. Da una cartella dove erano state raccolte informazioni su alcuni politici della città ho estratto per ogni nome segnato i rispettivi punti chiave (denaro ricevuto da x e y, voto dato o negato, frasi pronunciate e altro) e li ho inseriti in un documento. Alla fine avevo confezionato una nota per ogni politico che sarebbe tornata utile come canovaccio per la preparazione di discorsi pubblici e che eventualmente il relatore poteva tenere sotto mano in caso di bisogno. Questa specifica ricerca fa capo alla campagna AIPACout! che ha l’obiettivo di imporre, attraverso una sorta di plebiscito popolare, l’esclusione della lobby israeliana dalla politica americana. Ne ho già parlato in questo articolo. La consapevolezza Una delle cose che maggiormente mi ha colpito è come il naturale pragmatismo della società americana si sia integrato con il desiderio di crescita umana e spirituale. Ogni volta che ci incontriamo buona parte del tempo è speso non a programmare azioni, vagliare dettagli e problemi tecnici, ma a riflettere sulla realtà che ci circonda e a confrontarci. Di solito leggiamo articoli, un paragrafo a testa, e poi li discutiamo. L’ultimo che abbiamo affrontato veniva dalla rivista socialista “Jacobin” e trattava della solidarietà storica dei portuali. (Per inciso dalla lettura ho scoperto che i portuali statunitensi nel 1935 si rifiutarono di caricare armi destinate all’Italia per l’invasione dell’Eritrea.) Un’altra volta, ricordo, abbiamo lavorato sul concetto di barriera. L’appiglio era stato dato da un articolo che ventilava la possibilità di un altro muro, questa volta tra Israele e Libano. C’è stato poi il caso di un esperimento mentale, il cui risultato mi ha sorpreso e mi ha dato fiducia in un’umanità migliore. Abbiamo immaginato che la questione palestinese fosse stata risolta per il meglio e ci siamo chiesti: “A quel punto il nostro lavoro sarà finito?”. Tutti hanno risposto di no: rimaneva tantissimo da fare, per tutti i popoli oppressi e tutti gli svantaggiati del pianeta. Saremmo rimasti impegnati finché la partita aperta dall’imperialismo contro l’essere umano e la natura, nella forma del neo-colonialismo, non fosse stata risolta in casa come fuori. Conclusioni A questo movimento nato, o forse risorto, quando meno ce lo aspettavamo non interessa il nemico in sé. Nelle persone che frequento e incontro non ho riscontrato né rabbia né desiderio di vendetta; nelle assemblee non ho mai assistito a scontri verbali; al contrario nei dialoghi regna sovrano il rispetto dell’altro e l’educazione. Nelle case e nei piccoli gruppi non ho mai rilevato segni di uso di droga o di abusi vari (che s’inventerà la CIA stavolta?); mi sono sempre e solo ritrovata di fronte ad accoglienza, disponibilità e interesse. Osservandoli, così puliti e devoti alla causa di una società migliore, ho inteso che forse loro sono la prima generazione ad aver capito che innanzitutto bisogna alzare il livello di consapevolezza collettiva: solo allora le cose belle verranno e dureranno.   Marina Serina
Presentazione del libro Pedagogia Hacker
Il 18 novembre presentiamo Pedagogia Hacker, il libro, presso lo spazio Che Guevara a Roma. Martedì 18 novembre, ore 18:00 Presentazione del libro PEDAGOGIA HACKER — con C.I.R.C.E. Un’esplorazione su come costruire relazioni più consapevoli con il digitale. Rivolto a chi educa, crea, si prende cura o semplicemente vuole abitare la tecnologia con un’attitudine critica e conviviale. Per ridurre l’alienazione tecnica e sperimentare forme di immaginazione liberatoria. La presentazione si svolge presso lo spazio "Che Guevara" a via fontanellato 69, Roma (zona montagnola)
Pavia: al via il processo contro quattro attivisti di Fridays For Future
È iniziato ieri il processo nei confronti di quattro attivisti per la giustizia climatica a seguito dell’opposizione al Decreto Penale di Condanna ricevuto in merito al blocco della Raffineria ENI di Sannazzaro del settembre 2023. I Decreti Penali, che condannavano gli attivisti al pagamento di una multa per un totale di quasi 4000€, riguardavano i reati di imbrattamento, violenza privata e invasione di terreno privato. Con la prima udienza di ieri, è stata anche presentata la richiesta da parte degli imputati di un percorso di giustizia riparativa, uno strumento, spiegano gli attivisti, che idealmente dà continuità alla volontà di costruire un dialogo con l’azienda ENI che mostri concretamente la volontà di un più che mai necessario cambio di passo nei suoi investimenti. Per noi è inaccettabile che, a pochi giorni dall’inizio della COP30 in Brasile, il più importante incontro ONU sui cambiamenti climatici, sia ancora necessario riconoscere quello che la scienza dice da decenni: è in ballo l’esistenza di tutti noi e fingiamo di non riconoscere che i colpevoli sono identificabili e visibili. Proprio il ritardo della presentazione degli NDC dell’Italia, i nostri obiettivi climatici alla COP30, è causato dalla lentezza del nostro governo a contrastare gli interessi delle aziende fossili. Il movimento conclude ricordando che è attiva una raccolta fondi per le spese legali. Seguiranno aggiornamenti sulle prossime udienze. Link alla raccolta fondi   Fridays For Future
La vittoria di Zohran Mamdani segna l’avvento di una nuova generazione politica a New York City
La vittoria di Zohran Mamdani rappresenta una tappa importante nella vita politica di New York City, ma questa volta il significato va ben oltre una singola campagna elettorale. Ciò che è emerso in queste elezioni è la forza visibile di una nuova generazione di attivisti: giovani organizzatori, inquilini, lavoratori e artisti che stanno trovando la loro voce collettiva e rimodellando la politica locale dal basso. Questo movimento di base, ispirato dai precedenti modelli organizzativi di figure come il senatore Bernie Sanders, sta iniziando a raggiungere il suo compimento. Esso riflette un rinnovamento del lavoro sul campo che privilegia la comunità rispetto ai consulenti e la visione condivisa rispetto ai messaggi aziendali. I Socialisti Democratici hanno continuato a spingere il panorama politico della città verso sinistra, riconnettendosi con coloro che sono stati a lungo ignorati dal Partito Democratico: immigrati, affittuari e comunità della classe operaia escluse dal boom economico della città. Queste elezioni hanno anche messo in luce un cambiamento nell’equilibrio di potere. Le macchine di marketing delle grandi imprese che un tempo dominavano le campagne elettorali di New York non sono riuscite a catturare l’attenzione del pubblico. Il loro messaggio, raffinato ma vuoto, sembra aver raggiunto il suo limite. Lo stesso vale per l’influenza dei media tradizionali e l’ombra persistente del fenomeno Trump: entrambi sono sempre meno in grado di mobilitare o manipolare l’opinione pubblica come in passato. Anche il tentativo di rilanciare il profilo di politici della vecchia guardia come Andrew Cuomo è fallito. Gli elettori della città, in particolare le generazioni più giovani, sembrano pronti ad andare oltre la politica della personalità e orientarsi verso una politica degli obiettivi. La vittoria di Mamdani, quindi, è più di un semplice risultato elettorale: segna l’ascesa di una nuova coscienza politica a New York City, fondata sulla solidarietà, l’immaginazione e la speranza.   Pressenza New York