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Viaggio a Cuba tra black out e solidarietà
5 marzo, primo giorno all’Avana di questo mio viaggio dell’anno 2026. Ci sono già stato, ma ogni volta il mio amore per questo Paese, per la sua  storia, per la sua rivoluzione non fa che aumentare; è per questo che, se tutto andrà come spero (e io farò tutto il possibile perché vada così) fra poco più di due anni mi trasferirò definitivamente qui. Detto questo iniziamo a parlare di questo Paese, unico al mondo per la sua resilienza, la sua tenace difesa della propria libertà, della propria indipendenza, della propria sovranità, una resistenza che dura da moltissimi anni, esattamente dal 1° gennaio 1959, giorno del trionfo della rivoluzione, al quale a breve fece seguito quello che comunemente viene definito embargo, ma che in realtà è un assedio. E’ come se Cuba fosse un antico maniero arroccato sulla cima di una montagna e circondato dall’assediante, che da allora ha messo in campo qualunque tipo di aggressione diretta e indiretta, coercizione, minaccia, sanzione contro chiunque intrattenga qualsiasi tipo di rapporto con l’isola. Solo pochissime nazioni che non hanno praticamente rapporti con gli Stati Uniti e quindi non subiscono i loro ricatti riescono caparbiamente a far arrivare qualcosa a Cuba. Assedio che, anche se sembrava impossibile, è stato da poco ulteriormente inasprito dall’attuale inquilino della Casa Bianca (personaggio che non voglio neppure nominare tanto mi disgusta); questo inasprimento riguarda come molti sapranno l’importazione di petrolio e derivati. Gli Stati Uniti infatti colpiscono con ogni tipo di sanzione i Paesi produttori che inviano petrolio a Cuba. Come si può facilmente immaginare questo ha conseguenze terribili; i trasporti sono solo l’ultimo tassello di un sistema basato quasi interamente sulla produzione di energia elettrica da centrali termoelettriche alimentate a combustibile fossile. Infatti i problemi più grandi riguardano tutte quelle attività che senza energia elettrica non possono soddisfare le necessità primarie del Paese, ospedali in primis. Immaginiamo se questo accadesse in Italia, ospedali e strutture sanitarie senza energia elettrica… Perciò non ho nessuna remora a parlare di assedio. Nell’emergenza quindi il governo cubano ha realizzato diverse contromisure, tra cui la destinazione delle risorse energetiche disponibili alle attività imprescindibili e il razionamento dei combustibili riguardo alle altre. Con notevole lungimiranza ha anche avviato una politica energetica fortemente orientata verso la produzione fotovoltaica: già nel mio primo viaggio, nel 2023, ho potuto vedere diversi parchi fotovoltaici che si estendevano lungo la carretera central, il lungo serpentone stradale che corre da est a ovest dell’isola. Allora si trattava di impianti estesi che avevano bisogno di ampi spazi e che ovviamente non possedevano batterie di accumulo, così che l’energia prodotta veniva immessa direttamente nella rete nazionale. Oggi, già che qui il sole non manca, oltre al continuo incremento di tali parchi è stata avviata e incentivata, anche con contributi statali, l’installazione di impianti con accumulo in ogni tipo di edificio pubblico e privato. Questo soprattutto grazie allo straordinario aiuto della Cina, che come credo tutti sanno possiede tecnologie avanzatissime anche in questo campo; passeggiando per l’Avana infatti si ha la possibilità di vedere che molte aree di piccole e medie dimensioni, fino a poco tempo fa abbandonate, ora vengano sfruttate per montare questi impianti. Oggi io stesso, che mi trovo qui anche per conto dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia Cuba (ANAIC) della quale faccio parte, ho svolto una missione che mi ha riempito il cuore. I circoli lombardi dell’ANAIC sono gemellati da oltre trent’anni con la delegazione dell’ICAP (Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli) della provincia di Las Tunas; non è un gemellaggio formale, ma un rapporto vivo e dinamico, grazie a cui la solidarietà da semplice formula si trasforma di aiuto concreto. L’anno scorso, quando in quella provincia si ruppe l’unica TAC disponibile, senza possibilità alcuna di reperire i pezzi di ricambio per via del suddetto assedio, i circoli della Lombardia si fecero prontamente carico, con moltissime donazioni da parte dei soci, dell’acquisto dei necessari ricambi e del loro invio a Cuba. Oggi invece con una nuova raccolta fondi fra tutti i soci abbiamo risposto alla loro richiesta di aiuto proprio per installare un impianto fotovoltaico con accumulo per la somma di 8.000 euro. Consegnare di persona questo aiuto concreto nelle mani della segretaria dell’ICAP di Las Tunas Maria Romero Rodriguez è stato per me un momento molto emozionante. Tutto questo però non basta, perché il percorso per una definitiva liberazione energetica è lungo e complesso; al momento la produzione di energia da fonti alternative copre solo circa il 30% del fabbisogno nazionale, mentre gli Stati Uniti stanno facendo l’impossibile per soffocare il Paese, con effetti purtroppo evidentissimi. I black-out durano decine di ore e lasciano la popolazione in uno stato di grandissima frustrazione, che si mischia alla rabbia per un castigo collettivo inumano e crudele e purtroppo anche al risentimento e alla disperazione, che rischiano di far implodere la società cubana per la mancanza di ogni tipo di bene di prima necessità. E la situazione si aggrava di giorno in giorno… Anche il turismo è ridotto al lumicino e con la sua quasi totale scomparsa viene a mancare se non la principale, quantomeno una delle più importanti risorse del Paese. Gli interventi in tema energetico però non finiscono con il fotovoltaico; camminando per le vie dell’Avana si nota subito un silenzio abbastanza surreale, sia perché i veicoli con motore a combustione in circolazione sono pochi per via del razionamento di combustibile, ma soprattutto perché le strade sono piene di moto e piccoli veicoli a tre ruote totalmente elettrici di produzione cinese. Tornando al tema degli aiuti concreti, io e molti altri viaggiatori appartenenti a ogni tipo di associazione di sostegno a Cuba non veniamo mai qui a mani vuote, ma con una o più valigie piene di ogni tipo di farmaco, che come potrete immaginare per via dell’assedio non possono arrivare qui. Trasportiamo farmaci per amici, amici degli amici, conoscenti, parenti, ma soprattutto per ospedali e strutture sanitarie. E’ proprio quando si presentano le maggiori necessità che più si concretizza la solidarietà. All’Avana vive da anni un’italiana che definire straordinaria è poco: Barbara Iadevaia, cooperante della Comunità Italiani nel Mondo, nonché rappresentante dell’ASC (Associazione Svizzera Cuba) del Canton Ticino, costituisce il ponte della solidarietà fra l’Europa e Cuba. A lei viene consegnato ogni tipo di farmaco, medicamento e presidio sanitario e Barbara si incarica di organizzare la distribuzione in ogni angolo dell’isola. L’amore incondizionato di Barbara e mio per questo Paese e per questo popolo ci spinge a fare quello che facciamo, perché Cuba è sempre stata solidale con qualunque altra nazione e merita tutto il nostro aiuto e il nostro sostegno. Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
Da Berlino contro la leva e la guerra
Arrivo a Postdamerplatz un po’ in ritardo, visto che tutti i treni per il centro sono bloccati. Con me, scendono dalla metro altri ragazzi e ragazze e immediatamente riconosco che sono lì per la mia stessa ragione. Sorrido tra me e me, mi sembra di essere qui come testimone del loro coraggio. Salendo le scale per raggiungere la piazza inizio a sentire musica e voci, esco dalla stazione e impiego un secondo ad abituare gli occhi al sole. Centinaia, nel giro di un’ora migliaia, di persone sono riunite nel cuore di Berlino, la maggioranza giovanissimi studenti e studentesse. Cartelli, striscioni, bandiere, volantini, canzoni, risa e grida sono accalcate in una folla colorata. Senza paura, uniti, vicini e compatti coprono completamente la sottile linea di piastrelle che  percorre la piazza in diagonale, a ricordo del muro. Tutti sono riuniti per mandare un chiaro messaggio, una ferma e irrevocabile obiezione alla guerra e alla crescente militarizzazione del loro Paese. Un categorico rifiuto a lasciare che il loro futuro gli venga strappato dalle mani. Non vogliono e non sono disposti a rimanere passivi di fronte al ripetersi di quell’odio che gli era stato detto sarebbe rimasto nel passato. Chiedono a gran voce il cambiamento che gli era stato promesso. La folla comincia a srotolarsi in un lungo corteo, che andrà a marciare pacificamente per il centro della città. Un bambino in piedi su un bidone ha in mano un megafono e con la limpidezza e risoluzione di chi non è più disposto a lasciare che altri decidano per lui, lancia un grido. Migliaia e migliaia di voci rispondono e presto si alza un coro, forte e coraggioso: “Siamo tutti antifascisti!” Ed ecco che, nel centro della Germania, lontana chilometri da tutto ciò che conosco, circondata da persone di ogni genere, etnia e credo, mi sento a casa. Una nuova energia mi riempie: oggi è proprio una bella giornata di sole. Margherita Pilati del Movimento Nonviolento   Movimento Nonviolento
March 5, 2026
Pressenza
Ultima Generazione: Roma, assoluzione per il blocco stradale sull’Aurelia del 7 dicembre 2021
È stata una delle prima azioni del movimento. Tra assoluzioni, non luogo a procedere e tenuità del fatto siamo alla 63° sentenza favorevole. “Il fatto non sussiste”: questa la sentenza pronunciata ieri dal Tribunale riguardo all’accusa di interruzione di pubblico servizio per il blocco stradale del 7 dicembre 2021 sulla via Aurelia. Una sentenza, la 63° che tra assoluzioni piene, non luogo a procedere e tenuità del fatto, dimostra ancora una volta che la protesta non è un crimine. Si è trattata di una delle prime azioni del movimento; un’azione, come le altre che seguiranno, compiuta tra lo stupore – e lo sconcerto – dei più, ma necessaria. Sono passati più di quattro anni; al collasso climatico, si è aggiunto il collasso del già fragile ordine internazionale. Le persone comuni devono scegliere, noi dobbiamo scegliere: o subire le scelte di una classe dirigente sempre più incapace e criminale o organizzarci per far sentire la nostra voce e riprendere le nostre vite. Le persone imputate oggi in tribunale, difese dalle avvocate Francesca De Prosperis, Paola Bevere e dall’avvocato Cesare Antetomaso, così come le persone che decisero di seguirle e che si sono sedute sul GRA e su tante altre strade in Italia, questa decisione l’hanno già presa. “Oggi siamo stati assolti dall’accusa di interruzione di pubblico servizio dopo il blocco stradale di via Aurelia del 7/12/21. All’udienza hanno testimoniato un giornalista che era presente quel giorno (portato in commissariato insieme a noi) e un esperto di clima (Vittorio Marletto, fisico, già responsabile Osservatorio clima Arpae Emilia-Romagna, ideatore e coordinatore dell’ Atlante climatico regionale n.d.r.), che ha spiegato al giudice quanto fosse grave e drammatica già al tempo la situazione a livello climatico. Inoltre Peter (una delle persone imputate) ha dichiarato che durante il blocco abbiamo fatto passare le ambulanze. Oggi questa sentenza dimostra come fare azioni di protesta pensate strategicamente per essere eclatanti e attirare l’attenzione pubblica sia possibile senza ripercussioni a livello legale. È quanto mai necessario ampliare il nostro immaginario di azione, per poter incidere sull’agenda mediatica e sull’opinione pubblica. Possiamo fare molto di più di così e dobbiamo! La crisi climatica avanza e con lei il nostro futuro si sgretola, le speranze per una vita in un ambiente sano e in equilibrio si fanno sempre più vane. Dobbiamo pretendere giustizia, finché i nostri soldi non smetteranno di finanziare l’industria dell’energia fossile e delle armi, finché non vedremo un’equa distribuzione delle risorse e la messa in sicurezza dei territori” ha dichiarato Davide 26 anni, una delle persone imputate. Processi in corso * Roma 5 marzo, udienza predibattimentale per blocco di Ponte Milvio del 18 aprile 2023 * Roma 5 marzo, udienza predibattimentale per blocco del MEF del 4 febbraio 2022 * Roma 5 marzo, ore 11.30 udienza predibattimentale per assemblea popolare in piazza Vittorio Emanuele II 11 maggio 2024 I nostri canali Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web: * Sito web:https://ultima-generazione.com * Facebook@ultimagenerazione.A22 * Instagram@ultima.generazione * Twitter@UltimaGenerazi1 * Telegram@ultimagenerazione Ultima Generazione è una coalizione di cittadini ed è membro del network A22. Ultima Generazione
March 5, 2026
Pressenza
“Page against the machine”, libreria indipendente e punto d’incontro di attivisti
A volte bisogna lasciare le grandi piazze per trovare le chicche nascoste. La libreria indipendente “Page Against The Machine” è un gioiellino incastonato nella cittadina costiera di Long Beach, nella California del sud. Ne parliamo con Chris Giaco, che l’ha aperta nel 2019 e ne è l’anima. Ad aprile saranno sette anni che ho aperto la libreria; prima di allora non avevo mai pensato di fare una cosa simile. Mi sono sempre mosso tra i libri: già mentre studiavo al college integravo il costo della retta lavorando in un negozio del settore. Poi sono stato assunto da grandi catene come Barnes & Noble e da diverse librerie specializzate. Mi piacciono i libri e mi piace leggere. L’altra mia grande passione è la politica e a un certo punto le due cose sono confluite. Negli anni avevo accumulato un piccolo capitale di letteratura underground; erano libri ricercati che incuriosivano i giovani frequentatori di “inretrospect”, un vintage store dove ogni venditore esponeva la propria merce e io avevo messo in piedi una bancarella di libri. Ma i costi del locale erano troppo alti, quindi chiudemmo e mi ritrovai a vendere in rete. L’attività non andava per nulla male, senonché un’amica mi presentò questo spazio, che come vedi non è molto grande; mi piacque e tra me e me dissi ‘al limite starò qui da solo a imbustare libri che spedirò in giro per gli Stati Uniti, sarà come stare in ufficio’.  E invece Page Against The Machine è tutt’altro che deserta. La libreria di Chris svolge un ruolo fondamentale per la comunità, offrendosi come punto d’incontro per numerose realtà che denunciano il genocidio dei palestinesi, sostengono i membri più deboli sotto assedio da parte dell’ICE e promuovono istanze di democrazia e civiltà, per esempio mozioni contro la guerra e i tagli causati dal roboante “Big Beautiful Bill” voluto da Trump e imposto al popolo americano. Una volta al mese c’è l’assemblea plenaria e il negozio si riempie di sedie e di attivisti di ogni età. Chris mi confessa che considera l’attivismo il suo primo impegno, più del suo essere un commerciante. “Non scelgo i libri da mettere in vetrina consultando cataloghi specializzati che fotografano l’andamento del mercato. Ordino i libri pensando a quali meritano di essere letti, quali possono stimolare il lettore a pensare, a costruirsi una coscienza critica”. Con una tale intenzione, quale nome più azzeccato di “Page Against The Machine”? La sostituzione di “Rage” (dalla band losangelina “Rage Against The Machine”, sulla scena musicale dagli anni Novanta e da allora tenacemente impegnata nel denunciare l’iniquità del sistema capitalista) con “Page” non è stata una trovata di Chris: l’ha “colta” per strada, ma il lavoro di ricerca e di dedizione alla causa, a una cultura libera da interessi commerciali, certamente ne esprime appieno lo spirito e l’intuizione che nelle pagine scritte, almeno in alcune di esse, si trovano risorse rivoluzionarie. Da qualche tempo a questa parte incontro ragazzi arrabbiati, a volte furiosi, contro il proprio Paese, che rivolgono feroci critiche all’istituzione scolastica; dicono che li ha imbrogliati. Mi spieghi che cosa sta succedendo nella società americana? Siamo cresciuti con il mito di essere nati nel miglior Paese al mondo, con il miglior sistema di governo, dove regnava la democrazia… pensavamo di essere il modello di libertà per il mondo. Per decenni tutto ha concorso a farcelo credere. C’erano pochi canali televisivi e ogni scuola ripeteva le stesse cose; ognuno si confrontava solo all’interno del proprio ambiente; la gente era come ipnotizzata dentro una bolla a tenuta stagna. Ad esempio ai tempi della guerra in Iraq lavoravo nella libreria di un museo e appena potevo cercavo di spronare i giovani di allora a capire che cosa stesse accadendo, ma non gli interessava mettere alla prova le loro convinzioni, nemmeno quando cercavo di spaventarli prospettando una guerra mondiale. Oggi è tutto diverso. I ragazzi che vengono da me sono curiosi e avidi di nuove idee e non sembrano soffrire delle idiosincrasie che ero solito vedere tempo fa; per esempio gli americani erano così spaventati, quasi traumatizzati, dallo spettro del comunismo, che avevano persino paura di leggere un libro di Marx.  Oggi la bolla non tiene più. Quali sono i fattori che stanno rompendo la bolla? Da quando c’è Trump è venuto tutto a galla, ma è da un po’ che il pentolone bolle. Sicuramente viaggiare ha concorso a far traballare il mondo incantato: ogni volta che un americano esce dal Paese scopre di non essere visto come un eroe. L’aver accesso a un’informazione diversificata, per esempio riguardo alla Palestina e a Israele, è stato scioccante, ma più di tutto è nella vita di ogni giorno che lo stridere del mito con la realtà è diventato assordante. Mai come oggi l’americano medio percepisce una frattura tra ciò che il sistema racconta e come viviamo. Esci dalla scuola speranzoso ed entri in un mondo dove quasi tutto ti è negato; non trovi un lavoro decente e non puoi nemmeno permetterti di sognare un mutuo. Il sistema non funziona più, tutto è instabile. Page Against The Machine è la prima libreria indipendente con cui sono entrata in contatto. Perdonami l’ignoranza, ma pensavo quasi che negli Stati Uniti non ce ne fossero. Raccontami di questa realtà. Certamente la grande distribuzione online e i megastore che vendono di tutto hanno schiacciato il mercato delle librerie e ci sono state diverse chiusure, anche importanti, ma recentemente qualche segnale di rinascita si vede. Intanto ci siamo specializzati e questo piace ai lettori: da me vieni se cerchi un libro di politica, un saggio impegnato, ma se percorri la via ne incontrerai altri che offrono tutto sulla cucina, sull’infanzia, sul giardinaggio. A Long Beach siamo almeno sei librai indipendenti, a Los Angeles sono ancora di più. Inoltre i nostri clienti non solo sono scrupolosi e chiedono un prodotto di qualità, ma sono anche persone informate che si sforzano di essere coerenti con i loro valori. Ci scelgono perché rifiutano il sistema dei grandi portali alla Amazon e perché hanno capito che tornare ad acquistare un libro fatto di carta è una forma di libertà.  Senza rendercene conto stiamo delegando il controllo di libri e musica alle compagnie High Tech e molti si stanno stufando di questa dipendenza. Ti va di suggerire qualche titolo ai lettori di Pressenza? Volentieri. Posso condividere la classifica dei “best sellers” di gennaio secondo i lettori di Page Against The Machine; del resto, come dico sempre, i clienti sono i co-curatori del negozio; ti assicuro che è vero. Mutual Aid, di Dean Spade 1984, di George Orwell Create Dangerously, di Albert Camus Read This When Things Fall Apart, di Kelly Hayes A Very Short History of the Israel-Palestine Conflict, di Ilan Pappe Page Against The Machine, benché piccina, è curata in ogni dettaglio, non le manca nulla e misteriosamente non si ha mai la sensazione di affollamento. Occupa due stanze; in quella più grande tra gli scaffali trovano spazio opere d’arte, installazioni e una collezione di manifesti satirici sul potere, ci sono il tavolo delle occasioni e persino l’angolo lettura con due comode poltroncine e un tavolino. Non ci sono prodotti da banco, né gadgets, né snacks. Chris intrattiene un rapporto di amicizia con i libri, lo si percepisce appena si varca la porta del negozio ed è la prima cosa che mi ha detto: “Sono un book lover”; lavora con loro, non li sfrutta. Quando ci sono amore, passione, onestà, il mondo ritrova l’equilibrio; la vita che si muove attorno a Page Against The Machine ne è un bell’esempio.     Marina Serina
March 5, 2026
Pressenza
L’ICE arresta senza mandato una studentessa della Columbia University. L’intervento di Mamdani la libera
La mattina di giovedì 26 febbraio la studentessa della Columbia University Elmina “Ellie” Aghayeva, originaria dell’Azerbaigian, è stata arrestata a New York dagli agenti dell’ICE, che si erano introdotti nel suo edificio residenziale fuori dal campus senza mandato. La presidente ad interim della Columbia, Claire Shipman, ha dichiarato che le telecamere di sicurezza hanno ripreso gli agenti nel corridoio mentre mostravano le foto di un bambino scomparso, la falsa motivazione usata per avere accesso all’edificio. Aghayeva ha pubblicato un post sul suo arresto quella mattina presto su Instagram, scrivendo: “Il Dipartimento della Sicurezza Interna mi ha arrestata illegalmente. Aiutatemi, per favore.” I primi a muoversi per denunciare l’arresto sono stati gli amici della studentessa, che giovedì pomeriggio hanno organizzato un raduno all’entrata dell’università, con la partecipazione di circa duecento persone. Il rilascio di Elmina Aghayeva è avvenuto poco dopo che il sindaco di New York City Zohran Mamdani ha fatto appello direttamente al presidente Trump, durante la sua seconda visita alla Casa Bianca dopo la storica vittoria elettorale di novembre. “Ho appena parlato al telefono con il Presidente Trump. Gli ho espresso la mia preoccupazione per la detenzione della studentessa della Columbia Elmina Aghayeva, arrestata dall’ICE stamattina. Il presidente mi ha appena informato che sarà immediatamente liberata” ha scritto in seguito il sindaco di New York su X. La Columbia University ha confermato la notizia in un post sempre su X, dicendosi “sollevata ed emozionata per il rilascio della studentessa”. Zohran Mamdani ha anche consegnato al capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles un elenco con i nomi di quattro studenti attuali ed ex studenti presi di mira dalle autorità federali per l’immigrazione e ha chiesto all’amministrazione di aiutare a chiudere i loro casi. Si tratta di Mahmoud Khalil, Yunseo Chung, Mohsen Mahdawi e Leqaa Kordia, tutti arrestati dopo aver partecipato a proteste a favore della Palestina. Leqaa Kordia è l’unica ancora in carcere, a quasi un anno dal suo arresto, in una prigione dell’ICE in Texas. Prima dell’intervento di Mamdani anche la governatrice democratica dello Stato di New York Kathy Hochul aveva criticato duramente l’irruzione degli agenti dell’ICE in uno spazio universitario e chiesto il rilascio della studentessa. “Nessuno dovrebbe scomparire per mano del governo. Nessuno studente dovrebbe essere portato via dal proprio dormitorio con l’inganno. Questi incidenti richiedono un’indagine indipendente e una reale assunzione di responsabilità. New York non si girerà dall’altra parte.” Fonti: Democracy Now! The New York Times Anna Polo
February 28, 2026
Pressenza
New York, ciclisti contro l’ICE: la solidarietà è contagiosa
Pubblichiamo l’intervista collettiva al gruppo newyorkese Cycling x Solidarity NYC , ispirato al gruppo simile attivo a Chicago. Quando è stato fondato il vostro gruppo? Abbiamo fondato Cycling x Solidarity NYC nell’ottobre 2025. Mi ero imbattuta in un articolo su Cycling x Solidarity Chicago e l’idea mi era sembrata bella e facilmente replicabile. Conoscevo altre persone che provavano la stessa silenziosa urgenza di fare qualcosa di concreto. Quindi, con il fuoco nel cuore, ho contattato gli organizzatori di Chicago, che hanno generosamente condiviso i loro consigli. Nel giro di una settimana abbiamo organizzato la nostra prima pedalata. Eravamo solo in tre. Il nostro piano era modesto: presentarci ai venditori ambulanti e distribuire volantini. Invece, abbiamo esaurito tutto il churro[1] di uno di loro e comprato tutti i tamales[2] di un altro. La gioia e la gratitudine che hanno espresso sono difficili da descrivere a parole. Abbiamo riempito un frigorifero comunitario e consegnato il resto a una mensa locale. Quella prima pedalata mi è rimasta impressa: la prova che una mattina di solidarietà può restituire un senso di sollievo e di possibilità. Con il via libera del gruppo di Chicago, abbiamo deciso di “copiare” il loro nome, per dimostrare che le buone idee viaggiano, mettono radici e possono nutrire una comunità. Il 6 febbraio, il sindaco Zohran Mamdami ha emesso un ordine esecutivo per proteggere gli immigrati di New York dalle retate dell’ICE. Questa decisione coraggiosa ha avuto un impatto positivo sulla situazione? L’ordine esecutivo del sindaco Mamdani è un atto significativo e coraggioso ed è importante che New York abbia un sindaco disposto a usare tutto il peso della sua carica per proteggere i suoi cittadini. Detto questo, la politica e l’esperienza vissuta spesso procedono a velocità diverse. Anche quando le tutele legali vengono rafforzate, la paura e le conseguenze economiche possono persistere. L’ordine esecutivo del sindaco Mamdani aiuterà direttamente queste comunità? Credo di sì. Ma ricostruire un senso di sicurezza richiederà più tempo e l’adeguata applicazione di tali politiche è tutta un’altra questione. È importante anche riconoscere che l’attuale clima di paura va ben oltre gli immigrati privi di documenti. Residenti permanenti legali, titolari di visto, beneficiari del DACA, richiedenti asilo e persino cittadini statunitensi sono stati coinvolti in operazioni repressive, detenuti illegalmente e in alcuni casi uccisi. Nel caso specifico dei venditori ambulanti, la vulnerabilità è profonda. Molto prima che i budget dell’ICE fossero ampliati fino a rivaleggiare con quelli del 15° esercito più grande al mondo, i venditori operavano già in base a un sistema di autorizzazioni restrittivo e vecchio di decenni, che limita le licenze e costringe molti a lavorare senza un’autorizzazione adeguata, esponendoli a multe salate, alla confisca (e allo spreco) del loro cibo e a potenziali conseguenze per il loro status di immigrati legali. Anche il quadro più ampio è allarmante… Solo a New York City, decine di migliaia di rifugiati legali, richiedenti asilo e immigrati con status di protezione temporanea hanno già perso l’accesso al programma di assistenza alimentare per persone a basso reddito in seguito al One Big Beautiful Budget Act [3] e in meno di un anno oltre un milione di newyorkesi rischia di perdere l’assistenza sanitaria, con conseguente aumento della fame. Sempre più bambini arrivano a scuola affamati, mentre altri non la frequentano più , trattenuti a casa dal timore di essere arrestati. Con il ritiro delle famiglie dalla vita pubblica, i venditori ambulanti e le piccole imprese dei quartieri di immigrati hanno segnalato al nostro gruppo un calo significativo delle vendite. Tutto ciò per dire che è improbabile una rapida ripresa come conseguenza diretta di questo ordine esecutivo. Se c’è spazio per credere in un futuro più luminoso, credo che Mamdani userà tutto il potere della sua carica per cambiare, si spera, la rotta che New York sta attualmente seguendo. Quali sono le vostre attività? Organizziamo giri mensili in bicicletta durante i quali raccogliamo in anticipo fondi per il cibo, acquistiamo quanto più cibo possibile dai venditori ambulanti e poi lo ridistribuiamo alla comunità. L’obiettivo è duplice: sostenere i venditori ambulanti, la cui sicurezza e il cui sostentamento sono sempre più precari e ridistribuire il loro cibo fresco e fatto in casa ai vicini che vivono in condizioni di insicurezza alimentare. Il cibo viene distribuito ai frigoriferi comunitari, alle mense locali, alle persone senza fissa dimora e a chiunque abbia bisogno di un pasto. Ogni giro è pensato per avere un impatto immediato e concreto. In sostanza, Cycling x Solidarity NYC si avvale di newyorkesi appassionati e di biciclette per trasportare il cibo da un angolo all’altro della nostra comunità. Siete in contatto con altri attivisti a New York e in altre città? Siamo in contatto con altri gruppi a New York e oltre, principalmente per condividere le migliori pratiche, imparare dai successi e dalle battute d’arresto reciproci e, in generale, per sostenerci a vicenda. Le sfide che stiamo affrontando sono più grandi di quelle che qualsiasi singola organizzazione può sostenere da sola e imparando dagli altri, condividendo risorse, amplificando le voci degli altri e aiutandoci a vicenda, potremo sostenere i nostri sforzi per andare avanti. L’appoggio che abbiamo ricevuto da altri gruppi è stato fondamentale per la nostra crescita. Il gruppo di Chicago, in particolare, è stato straordinariamente generoso con noi. Non solo ci ha ispirato per l’idea di partenza, ma ha anche sostenuto attivamente il nostro lavoro, condividendo la sua esperienza organizzativa conquistata con fatica, amplificando la nostra presenza sui social media e mettendoci in contatto con volontari che non avremmo mai potuto raggiungere da soli. È stata la nostra principale fonte di nuovi volontari e gliene siamo profondamente grati. Quali conseguenze pratiche ed emotive ha l’impegno ad aiutare le persone vulnerabili come gli immigrati privi di documenti? La storia – personale, locale e internazionale – è sempre stata la mia materia preferita perché insegna una lezione essenziale: prestare attenzione. Ciò che è accaduto in passato ritorna con nomi diversi, in momenti diversi, ma con conseguenze familiari. La storia non riguarda solo il passato. È uno specchio che contestualizza il presente. E il nostro presente negli Stati Uniti riflette ciò che accade quando troppi di noi non riescono a difendersi a vicenda, indipendentemente dalle differenze. L’impegno nei confronti delle comunità vulnerabili è radicato nella consapevolezza che le cose possono sempre peggiorare, se lo permettiamo e che qualsiasi comunità può diventare rapidamente vulnerabile. In pratica, l’avvio del nostro gruppo ha richiesto tempo, energia e risorse. Ha significato coordinare e alimentare lo sforzo durante i periodi di inattività e chiedere aiuto a sconosciuti. Dal punto di vista emotivo, ogni viaggio è stato pesante, pieno di speranza ed energizzante. Pesante, perché una volta che si assiste da vicino alla vulnerabilità, non si può più ignorarla. Pieno di speranza, grazie al calore e alla generosità di tutti coloro che si sono fatti avanti e degli stessi venditori, che meritano molto più riconoscimento di quello che ricevono. Molto prima delle turbolenze politiche degli ultimi anni, queste persone si svegliavano sempre prima dell’alba, stavano al freddo e sotto la pioggia e nutrivano questa città ogni singolo giorno. Sono sempre stati gli eroi silenziosi dei quartieri di New York. Era vero prima e rimane vero ora. Ed energizzante, perché la solidarietà è contagiosa. Non c’è niente di meglio che girare in bicicletta insieme a nuovi amici, vedere l’espressione di un venditore quando gli chiedi di venderti tutto, riempire i frigoriferi con il loro cibo cucinato in casa e tornare un’ora dopo per trovarli vuoti. In una città dove siamo condizionati a valutare ogni interazione in termini commerciali, in base al rischio e alla ricompensa, c’è qualcosa di silenziosamente radicale nell’aiuto reciproco. Invita le persone a tornare a un modo diverso di relazionarsi con i propri vicini, radicato nella cura piuttosto che nel calcolo. Tornando a Mamdani, in Italia la sua campagna elettorale e la sua vittoria, che come Pressenza abbiamo seguito con numerosi articoli, hanno suscitato grande interesse e speranza. A quasi due mesi dall’entrata in carica come sindaco, avvenuta il 1° gennaio, ha già intrapreso iniziative per iniziare a mantenere alcune delle sue ambiziose promesse, ad esempio per quanto riguarda i servizi di assistenza all’infanzia e il trasporto pubblico gratuiti, da finanziare aumentando le tasse ai residenti più ricchi? Sulla base di tutto ciò che ho seguito finora, Zohran Mamdani sembra prendere sul serio le sue promesse e fare tutto ciò che è in suo potere per migliorare la vita di tutti i newyorkesi. Ci saranno inevitabilmente delle resistenze e il cambiamento avverrà quasi certamente in modo graduale. Ma c’è qualcosa di significativo nell’avere un sindaco in carica con l’energia e il desiderio di correggere gli errori e riparare un sistema malato. Quando una giovane coalizione di base può determinare un cambiamento così rapido nei risultati elettorali, come nel caso di Zohran Mamdani, l’unica vera risposta è la speranza. [1] I churros sono dei dolci dalla forma cilindrica e allungata tipici della cucina spagnola e sudamericana, a base di una pastella fritta spolverata con lo zucchero a velo e con l’aggiunta a volte di cannella. [2] I tamales sono involtini salati o dolci, tipici della cucina sudamericana. [3] Radicale riforma fiscale e di spesa degli Stati Uniti firmata da Donald Trump il 4 luglio 2025, comporta massicci tagli alle tasse e una contemporanea riduzione della spesa sociale. Anna Polo
February 25, 2026
Pressenza
Chicago, uno spazzaneve di nome Abolish ICE
Riprendiamo dalla pagina Facebook The Other 98% un esempio di resistenza creativa alla violenza dell’ICE. Chicago prende in giro Trump battezzando uno spazzaneve della città “Abolish ICE” nel bel mezzo della repressione federale sull’immigrazione. Il concorso annuale “You Name a Snowplow” è appena diventato un lanciafiamme politico. Gli elettori, stanchi della repressione dell’immigrazione da parte dell’amministrazione Trump nella loro città e nei sobborghi, hanno inviato il numero più alto di proposte nella storia del concorso, oltre 13.300 nomi e 39.000 voti e il vincitore indiscusso è stato “Abolish ICE”. L’operazione “Midway Blitz”, lanciata nel settembre 2025 dal Dipartimento della Sicurezza Interna e dall’ICE avrebbe dovuto prendere di mira criminali pericolosi, ma si è trasformata in arresti di massa, paura diffusa nelle comunità di immigrati e almeno una sparatoria mortale da parte degli agenti dell’ICE a Franklin Park. Anziché eludere la controversia, i funzionari della città l’hanno abbracciata. Il sindaco di Chicago Brandon Johnson ha ringraziato i residenti per la loro creatività e il loro orgoglio civico e ha approvato il nome che trasforma uno spazzaneve in un simbolo di resistenza. Il disprezzo per l’applicazione della legge federale non è solo simbolico. Chicago ha emanato un ordine esecutivo ICE On Notice che impone alla polizia locale di documentare e indagare sui presunti comportamenti scorretti degli agenti federali dopo mesi di azioni di contrasto. Nei quartieri a maggioranza latina come Little Village e Pilsen gli effetti delle retate sono ancora visibili, con i residenti che affermano che la presenza federale ha sconvolto la vita quotidiana, danneggiato gli affari e costretto le famiglie a nascondersi. Uno spazzaneve della città ora porta un messaggio rivolto direttamente a Washington. Di fronte alle retate di massa e alla violenza federale, gli elettori di Chicago hanno risposto con derisione e sfida. “Abolire l’ICE” non è solo una battuta su uno spazzaneve, è una dimostrazione che le comunità possono reagire anche nei modi più inaspettati. Un applauso a Chicago! Anna Polo
February 24, 2026
Pressenza
Inaugurata l’installazione con le strisce dei bambini uccisi a Gaza
Il 22 Febbraio si è inaugurata al Giardino dell’Ardiglione l’installazione “If I must die…let it be a tale”. Nata come lavoro di educazione sulla Pace e sui diritti dei bambini, è diventata poi un lavoro collettivo di tutto il quartiere ospitato al Giardino dell’Ardiglione con il sostegno del Comune di Firenze – Quartiere 1. Sono 19104 strisce con l’età e i nomi dei bambini e le bambine che sono stati uccisi a Gaza. Gli alunni della Machiavelli hanno partecipato così come quelli di altre scuole del quartiere con genitori, nonni e conoscenti. E’ venuta una cosa molto bella, un vero inno alla pace fatto dai ragazzi per i ragazzi, molto suggestivo come immagini e estremamente umano come gesto. Un modo per commemorare questi bambini in un giardino con altri bambini e un modo per provare a difendere la vita e i sogni di tutti i bambini del mondo. L’installazione resterà visitabile nel giardino nei prossimi mesi. Redazione Toscana
February 22, 2026
Pressenza
Il 21 marzo il “Nuestra América Convoy” romperà l’assedio di Cuba
Sono passati pochi giorni dal lancio della “Nuestra América Flotilla”, una missione per rompere l’assedio criminale portato avanti dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba. L’obiettivo era quello di costruire un movimento di solidarietà intorno a una missione tutta politica, che porterà anche medicinali e altri aiuti al popolo cubano condotto verso la crisi umanitaria dall’imperialismo yankee. La risposta solidale è stata però così immediata e vasta che i vari promotori hanno annunciato che la Flotilla si è trasformata in un Convoglio. “In risposta alla travolgente solidarietà mondiale con Cuba – è stato scritto in un documento inviato ad Agence France-Press – l’idea iniziale della Flotilla è diventata un Convoglio coordinato via aria, terra e mare, che convergerà all’Avana il 21 marzo“. Manca precisamente un mese, dunque, a quella che si preannuncia una grande missione di solidarietà con il popolo cubano, ispirata dalle Flotille che lo scorso autunno si sono dirette contro l’assedio genocida di Gaza da parte di Israele. E infatti, dopo Thiago Ávila, anche Greta Thunberg ha dichiarato il proprio sostegno pubblico al movimento solidale con Cuba. “Gli Stati Uniti stanno compiendo in questo momento un atto brutale di punizione collettiva contro il popolo cubano“, ha detto l’attivista svedese. Ha poi aggiunto: “Sostengo questo convoglio a Cuba […] perché la solidarietà internazionale è l’unica forza abbastanza potente da poter affrontare figure imperiali come Trump e Netanyahu“. Il riconoscere una continuità tra le politiche imperialiste di Washington in Medio Oriente, attraverso lo stato sionista, e i crimini condotti per oltre 60 anni col bloqueo (o più recentemente con il sequestro di Nicolás Maduro) contro tutte le esperienze alternative latinoamericane è centrale, perché evidenzia tutto il carattere antimperialista di iniziative come quella del Nuestra América Convoy. Anche in questo caso, come era per Gaza, il nodo è tutto politico. Sul sito del convoglio si legge: “Insieme possiamo rompere l’assedio, salvare vite umane e difendere la causa dell’autodeterminazione cubana“. Non è solo una missione umanitaria, ma è anzi innanzitutto un tassello di una più larga lotta politica per rompere l’embargo statunitense sull’isola e difendere la sovranità del popolo cubano, impegnato nella propria transizione socialista. Che la risposta solidale sia stata così ampia fa ben sperare, ma è importante mantenere alta l’attenzione e rendere quanto più possibile “visibile” il movimento intorno alla missione di rottura dell’assedio statunitense. Ovvero, mettere in campo iniziative pubbliche di sostegno, in tutte le forme possibili. È questa la forza di cui ha parlato Greta Thunberg. Una forza che potrebbe incrinare ulteriormente l’operato dell’amministrazione Trump, che già non sta riscuotendo grandi successi, oltre ad alienargli molte delle “simpatie” passate. Alla campagna del Convoy hanno aderito Megan Romer e Ashik Siddique, che co-presiedono i Democratic Socialists of America e già in passato l’opinione dei cittadini statunitensi ha spesso rivelato che non c’è più un reale sostegno all’embargo, che anzi viene visto persino come dannoso per la stessa economia stelle-e-strisce. Per far fronte a questa situazione, si è già messa in moto la propaganda di media asserviti e gusanos che oggi vivono negli States (il cui esponente di punta è certamente “Narco” Rubio). Ad esempio, tra i circoli dell’esilio cubano è stata stigmatizzata la presenza di Mariela Castro Espín (figlia di Raúl Castro) nel Consiglio consultivo – in cui è presente anche Gustavo Petro, presidente della Colombia – che deve decidere gli indirizzi strategici della rete di solidarietà. L’operazione, dicono, è tutta “un’opera di propaganda dell’Avana“. Gli organizzatori sono stati invece chiari sul fatto che l’obiettivo è tutto politico e riguarda anche la difesa dell’autodeterminazione del popolo cubano, che da 67 anni resiste all’imperialismo. Al momento, i dettagli specifici sui porti e gli aeroporti di partenza rimangono riservati per evitare possibili impedimenti diplomatici o legali, ma nel frattempo è necessario far sì che da qui al 21 marzo queste polemiche strumentali vengano fatte sparire sotto il rumore delle piazze solidali con Cuba.   Redazione Italia
February 22, 2026
Pressenza
Housing First: primo, offrire una casa
Sono usciti i dati dell’osservatorio nazionale (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora) sui decessi di persone senza dimora nel corso del 2025: 414 persone sono morte in strada in Italia. Nel 2024 erano state 399. Nel primo mese e mezzo del 2026 sono oltre 80. Concentrati soprattutto (ma non solo) nelle grandi città e in inverno. Una strage silenziosa. Forse dare uno sguardo al lavoro che stanno facendo all’estero potrebbe aiutare ad avere una visione diversa del problema. Helsinki in Finlandia è la prima città al mondo per il lavoro sociale che sta facendo con i senzatetto. Basterebbe andare a vedere cosa fanno per l’emarginazione, basterebbe un’andata e ritorno in settimana col treno. Ma si vuole invece scaricare sui senzatetto la responsabilità che non vogliono farsi aiutare. Il Modello “Housing First” sta facendo scuola nel mondo, meno che in Italia. I Finlandesi invece di considerare la casa come un premio ai “barboni fannulloni” (sentito con le mie orecchie da un politico lombardo) forniscono una casa permanente come primo passo, sostenendo che sia impossibile risolvere problemi di dipendenza o salute mentale vivendo in strada. Questo ha portato alla quasi eliminazione dei senzatetto cronici, convertendo vecchi rifugi temporanei in appartamenti stabili. E c’erano centinaia e centinaia di senzatetto ad Helsinki, fino a dieci anni fa. E poi c’è Vienna in Austria, famosa nel mondo per le sue politiche di edilizia sociale, Vienna impedisce che le persone diventino senzatetto grazie a un’ampia offerta di case popolari (circa il 60% della popolazione vive in alloggi sovvenzionati dal governo) e a una forte rete di prevenzione. Prima ancora di finire in strada ti danno un alloggio. Il lavoro di queste città risiede nel trattare la casa come un diritto fondamentale piuttosto che come un servizio per privilegiati, unendo l’alloggio stabile a servizi di supporto personalizzati (assistenza sanitaria, sociale e psicologica). In poche parole tratta i senzatetto come esseri umani e non immondizia di cui sbarazzarsi. E cosa dire di Houston nel Texas, ormai considerata la prima città negli stati uniti più efficace nell’aiuto ai senzatetto. Negli ultimi dieci anni, Houston ha ridotto il numero di senzatetto di oltre la metà, utilizzando un approccio coordinato tra varie agenzie e applicando il modello Housing First (quello Finlandese) per spostare le persone dalle tendopoli ad appartamenti permanenti. La verità è che la politica italiana se ne frega, se ne è sempre fregata. I senzatetto in Italia sono solo un problema di decoro. E la barzelletta che non vogliono farsi aiutare, in Italia è una grande verità, all’estero invece rimane soltanto una battuta triste e squallida (a Helsinki la popolazione di senzatetto che non chiede aiuto si attesta intorno al 10 per cento. Una persona su dieci). Dai una casa! Dai un aiuto sociale e psicologico! Dai assistenza medica e farmaci gratuiti! Dai una rete sociale dove non si sentono più soli! E poi vedi se non si fanno aiutare. Come ho detto: la narrazione che non vogliono aiuto ha valore solo in Italia. Se non esistessero i volontari, i decessi sarebbero migliaia all’anno in Italia. Ma non si può scaricare tutto sui volontari. Il modello Finlandese è stato applicato in oltre 70 città nel mondo. E ogni anno aumentano le città che prendono questo modello come esempio. Il problema, in fin dei conti, non è complesso: i soldi. L’osservatorio lo scrive chiaramente: ogni anno i decessi tra i senza dimora sono destinati ad aumentare. La politica italiana è bravissima a scaricare questo disastro sugli ultimi della società. Del resto siamo il fanalino di coda sul lavoro sociale. Tutto sulle spalle dei volontari. Un consiglio ai politici: visto che viaggiate dalla mattina alla sera gratis su aerei e treni di lusso, e manco pagate per il ristorante, perché non fate un giro anche a Helsinki? Magari imparate qualcosa. Redazione Italia
February 22, 2026
Pressenza