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Ungheria, annullate le accuse contro gli organizzatori dei Pride di Budapest e Pécs
Il 4 giugno 2026 la Procura Generale ungherese ha annullato le accuse nei confronti del sindaco di Budapest Gergely Karácsony e dell’insegnante rom e gay Géza Buzás-Hábel, che erano stati posti sotto indagine per aver organizzato lo scorso anno, rispettivamente, il Pride nella capitale e quello nella città di Pécs. In particolare, Géza Buzás-Hábel rischiava un anno di carcere per il reato di “organizzazione di un raduno vietato”. Nel marzo 2025, infatti, i due eventi erano stati dichiarati illegali a seguito di una serie di emendamenti legislativi, adottati dal Parlamento fedele all’ex primo ministro Victor Orban, che vietavano le manifestazioni in favore dell’uguaglianza dei diritti delle minoranze sessuali e di genere. Il divieto fu sfidato con successo da centinaia di migliaia di persone, che presero parte ai due Pride e da un ricorso di quattro gruppi della società civile ungherese alla Corte europea dei diritti umani. A sua volta, la Commissione Europea aprì una procedura d’infrazione contro la cosiddetta “legge anti-propaganda” del 2021, in quanto stigmatizzante e discriminante nei confronti delle persone lgbtqia+ e già condannata dalla Corte europea dei diritti umani.   Riccardo Noury
June 5, 2026
Pressenza
Aurora 2, la nuova nave di Sea-Watch contro i fermi del governo e per la convergenza della società civile in mare e a terra
Aurora 2 entra a far parte della flotta civile di Sea-Watch per contrastare la strategia del governo italiano di ostacolo al soccorso in mare. Simbolo della convergenza delle lotte di mare e di terra, in alleanza con il collettivo di fabbrica ex GKN, porterà permanentemente la bandiera palestinese, manifesto di solidarietà contro genocidio, economia di guerra, sfruttamento, respingimenti e violazioni dei diritti fondamentali. Una nuova nave arriva a rafforzare la flotta civile, in nome dell’unione di forze della società civile in mare e a terra. Si chiama Aurora 2 e insieme alla nave Sea-Watch 5 e ai nostri tre aerei, permetterà a Sea-Watch di continuare a soccorrere le persone abbandonate in mare o respinte verso i Paesi da cui cercano di fuggire. Dal 2015, Sea-Watch ha contribuito al soccorso di oltre 50.000 persone nel Mar Mediterraneo. Aurora 2 è una risposta diretta alla politica del governo italiano, che sin dal suo insediamento ha avuto come priorità quella di ostacolare chi salva vite in mare. Le oltre 40 detenzioni imposte alle navi di soccorso civile dal 2023 le hanno tenute lontane dal Mediterraneo per 900 giorni. La nave gemella, Aurora 1, è stata bloccata cinque volte da provvedimenti del governo italiano, in diverse occasioni annullati dai tribunali competenti. Aurora 2 arriva proprio per contrastare questa strategia: se una delle due navi verrà fermata, l’altra potrà continuare a navigare e salvare vite. Con i suoi 25 nodi di velocità massima, Aurora 2 è una delle navi più veloci della flotta civile nel Mediterraneo centrale, dove ogni secondo può fare la differenza tra la vita e la morte. Nei primi sei mesi del 2026 nel Mediterraneo sono già più di 1.500 le persone morte in mare. “In un Mediterraneo dove le politiche italiane ed europee hanno trasformato il soccorso in mare in una vera e propria ‘caccia all’uomo’, Aurora 2 cercherà di battere sul tempo il sistema di abbandono delle persone in mare da parte delle autorità europee e di complicità nella cattura e nel respingimento in Libia e in Tunisia”, commenta Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch. Aurora 2 arriva alla vigilia dell’approvazione delle disposizioni sul blocco navale, scritte ad hoc per soffocare l’azione della flotta civile e così i diritti di chi rischia la vita in mare. Sea-Watch dedica la sua nuova nave all’unione delle lotte di mare e di terra, in particolare alla lotta contro lo sfruttamento capitalistico portata avanti dal collettivo di fabbrica ex GKN. “Questa convergenza si fonda su un principio semplice e radicale: il mutuo soccorso. Il mutuo soccorso operaio, il soccorso in mare alle persone migranti in fuga attraverso il Mediterraneo, i soccorsi che la Flotilla cerca di portare a Gaza.” commenta Dario Salvetti, portavoce del collettivo di Fabbrica ex-GKN. Sea-Watch dedica il varo di Aurora 2 al popolo palestinese e a tutte le persone oppresse nel Mediterraneo. Per questo abbiamo issato sulla nostra nave la bandiera palestinese, che sventolerà permanentemente sul suo pennone. Per l’alleanza tra Sea-Watch e il Collettivo ex-GKN, la bandiera palestinese a bordo vuole essere un manifesto di convergenza della società civile di mare e di terra e del nostro posizionamento contro il genocidio, contro l’abbandono e il respingimento delle persone nel Mediterraneo, contro l’uso delle tecnologie di guerra per controllare le frontiere, contro l’economia di guerra e di sfruttamento, contro la libertà assoluta di movimento garantita a merci, gas, petrolio, interessi strategici, economici e militari, ma negata alle persone su base razziale. “Vogliamo che questa nave sia simbolo concreto della convergenza di lotte, un ponte tra mare e terra in un tempo in cui la società civile deve compattarsi su tutti i fronti, per testimoniare, opporsi e resistere nel nome del mutuo soccorso, in mare e a terra. “ chiosano Linardi e Salvetti.   Sea Watch
June 4, 2026
Pressenza
Nessun porto per il genocidio: la nuova campagna “Block the boat” di BDS
L’embargo militare nei confronti di Israele è la prima e più importante sanzione che la società civile palestinese, raccolta sotto la sigla BDS, richiede da anni. Il movimento si muove intervenendo sulla logistica, individuando i carichi di morte verso Israele e bloccandoli. È quello che è successo negli scorsi mesi in due porti italiani: Gioia Tauro e Cagliari. L’allarme è partito il 13 marzo scorso quando BDS Italia a nome della campagna Block the Boat, ha allertato sul transito di container dal porto di Gioia Tauro sospettati di contenere acciaio balistico per l’industria militare israeliana. La segnalazione, arrivata dalla campagna internazionale No Harbour for Genocide, indicava che questi container erano parte di una spedizione di materiale d’armamento prodotto dall’azienda indiana RL Steels & Energy Ltd di Aurangabad e destinato all’azienda bellica IMI Systems, in Israele. Il vettore è la Mediterranean Shipping Company (MSC), leader mondiale del trasporto marittimo e delle crociere accusato di avere un ruolo chiave nel rifornire il sistema bellico israeliano. Diverse navi della MSC hanno caricato i container al porto di Nhava Sheva in India, per fare scalo nei porti di diversi Paesi e raggiungere la destinazione finale in Israele. La catena di approvvigionamento dell’industria bellica israeliana è stata però interrotta grazie alla mobilitazione del movimento BDS in tutto il Mediterraneo, dalla Spagna alla Turchia, e da gruppi e movimenti locali uniti da un messaggio forte e chiaro: «Fermiamo il transito di armi dai porti». Il primo fermo per ispezione è avvenuto il 14 marzo, quando, su segnalazione del BDS, l’agenzia delle dogane e la guardia di finanza di Gioia Tauro hanno fatto sbarcare i primi 5 container dalla MSC Lucy; a questi si sono poi aggiunti altri 3 container fatti scendere dalla MSC Siena, giunta al porto pochi giorni dopo, e già oggetto di interrogazioni parlamentari in Portogallo. Eppure, di questi fermi si è saputo solo dopo che la deputata del M5S Anna Laura Orrico si è recata di persona al porto il 18 marzo. L’ispezione ha confermato la presenza nei container di acciaio dual-use (doppio uso civile e militare) e la mancanza della dovuta richiesta di autorizzazione all’UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento) che è stata oggetto dell’interrogazione parlamentare presentata dalla deputata Stefania Ascari, sempre del M5S. Stessa sorte è toccata il 26 marzo ad altri 11 container, parte della stessa spedizione internazionale, giunti nel porto di Cagliari con la nave MSC Vega dopo che a questa era stato negato il permesso di trasbordare in Pireo, Grecia. La richiesta di ispezione avanzata da BDS insieme ai movimenti attivi sul territorio e supportata dal sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, ha portato anche in questo caso al blocco dei container. I container sono ora fermi in attesa della richiesta di autorizzazione UAMA. Questo primo importante risultato è stato possibile grazie alla pressione di BDS di concerto con le realtà solidali con la Palestina attivatesi immediatamente sul territorio, tra cui i lavoratori portuali, i comitati locali e le delegazioni territoriali di alcuni partiti e sindacati – che hanno permesso anche di bloccare nuovamente il carico del materiale bellico, alla fine del maggio scorso. Dalla risposta del Sottosegretario ai Trasporti Tullio Ferrante di Forza Italia a un’interrogazione parlamentare del deputato Antonino Iaria (M5S) presentata il primo aprile, emerge che i container sono in custodia in area portuale, in ammissione temporanea, in attesa delle determinazioni dell’UAMA. Ma secondo il governo «l’effettiva natura di tali beni e il loro utilizzatore finale potranno essere determinati soltanto quando il responsabile legale dell’operazione di transito presenterà una specifica istanza all’UAMA». BDS Italia e i legali di ELSC (European Legal Support Centre) hanno però fornito la prova che la destinazione finale di questi carichi è proprio l’industria bellica israeliana, in violazione della legge 185/90, che vieta anche il transito di materiale d’armamento verso Paesi in conflitto responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Come spiegato in un comunicato pubblicato il 2 aprile: «Abbiamo inoltrato all’Ufficio doganale e all’UAMA la prova documentale della destinazione finale del carico. Non c’è più bisogno di “determinare la natura di tali beni”: sappiamo dove erano diretti. La legge 185/90 è stata violata. Ora è necessario il sequestro.» La destinazione finale, riportata sui documenti di carico ottenuti, è proprio la IMI Systems, principale produttrice di munizioni israeliana di proprietà della Elbit Systems, colosso bellico di Tel Aviv, che non tratta produzioni per uso civile. L’avvocato Luca Saltalamacchia del GAP (Giuristi e Avvocati per la Palestina) ribadisce: «Una volta chiarita la vera destinazione finale, è evidente che la tipologia di acciaio rientri nel materiale di armamento ai sensi della legge 185/90». Non solo. Il movimento denuncia anche le «contraddizioni del governo»: la nave MSC Vega ha ottenuto l’autorizzazione a salpare da Cagliari il 27 marzo, nonostante la richiesta di sequestro e con le indagini ancora in corso. Inoltre, nella risposta parlamentare si ipotizza che il vettore «possa decidere di sospendere le operazioni e di rimandare le merci al Paese di origine». Secondo gli attivisti «permettere alla merce di lasciare il porto nonostante la flagrante violazione della legge sarebbe una beffa». È essenziale che vengano adottate misure in conformità alla legge 185/90 e al diritto internazionale. Gli Stati che facilitano il trasferimento di armi verso Israele agiscono in violazione dei loro obblighi ai sensi delle Convenzioni di Ginevra, del Trattato sul commercio delle armi, e della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. L’Italia in quanto firmataria di questi strumenti ha l’obbligo di prevenire il trasferimento di materiali che possano contribuire alla commissione di gravi violazioni del diritto internazionale. Per BDS Italia, il blocco dei 19 container è «un risultato storico della mobilitazione popolare» che ha costretto l’UAMA a intervenire dopo anni di transiti simili avvenuti in silenzio. Ma la battaglia non è finita. «Cagliari e Gioia Tauro, come Genova, Ravenna, Salerno, Venezia, Livorno – conclude il movimento – i nostri porti non siano porti di guerra. Nessun porto per il genocidio». Le richieste della campagna Block the Boat sono chiare: * Sequestro immediato dei 19 container fermati a Gioia Tauro e Cagliari. * Controlli sistematici e trasparenza sulle autorizzazioni rilasciate su tutti i carichi diretti a Israele. * Sanzioni per le compagnie coinvolte in quanto complici del genocidio in corso. * Embargo militare verso Israele: blocco definitivo di tutte le spedizioni verso Israele in applicazione della legge.   L'Indipendente
June 3, 2026
Pressenza
Che cos’è il Giovedì Bianco?
Siamo in tanti. Siamo attivi, presenti, determinati a trovare una via verso un mondo più giusto, eppure ogni giorno sentiamo di scivolare nella direzione opposta. Guerra, genocidio, smantellamento dello stato sociale, erosione dei diritti civili, repressione, fascismo. Una deriva che sembra impossibile frenare. Il Giovedì Bianco nasce l’11 maggio da questo senso di impossibilità — e da una lezione del professor Barbero sulla fine dell’occupazione nazista di Roma. Durante l’occupazione, forze antifasciste profondamente diverse si unirono per resistere (Comitato di Liberazione Nazionale): comunisti e democristiani, socialisti, azionisti, liberali, repubblicani, persino i monarchici, gli ufficiali del regio esercito. Collaborazioni difficili, inaspettate, ma necessarie a vincere fascismo e occupazione. Hanno potuto farlo perché avevano un obiettivo comune, ma non solo. Barbero racconta anche di chi non faceva parte del CLN e agiva comunque, individualmente, nel silenzio: il cameriere, il portinaio, chiunque usasse il proprio ruolo per ostacolare l’occupante. Il risultato fu che Roma divenne la capitale più ostile ai tedeschi — quella che “non li lasciava mai tranquilli, né di giorno né di notte.”  [1]  Una città che, mentre gli alleati erano bloccati ad Anzio, vide scrivere sui muri di Trastevere: “Americani resistete, verremo noi a liberarvi.” Questa lezione ci porta un esempio limpido: quando l’obiettivo è abbastanza importante, è possibile superare le differenze e collaborare. Ma ci mostra anche che ogni persona può usare il proprio ruolo, il proprio potere, per influire sulla realtà. Il Giovedì Bianco nasce da questa idea, e nasce davvero dal basso. Da persone attive per la Palestina che, soprattutto dall’ottobre del 2023, hanno costruito costanti momenti di incontro, elaborazione e protesta. Dopo anni di manifestazioni, scioperi, conferenze, flashmob, resistenza civile, emerge una consapevolezza: serve unire le forze su obiettivi semplici, chiari, largamente condivisi e urgenti. Sulla base di questa consapevolezza il Giovedì Bianco si pone cinque obiettivi: 1. Uscire dal riarmo, negare ogni collaborazione con le attuali guerre e non attivare la leva obbligatoria 2. Tagliare ogni relazione con Israele 3. Spostare risorse da riarmo a + personale medico e + personale scolastico 4. Garantire libertà di parola, espressione, sciopero, manifestazione e stampa anche a scuola e sul lavoro 5. Ritornare al rispetto della Costituzione e dei suoi princìpi fondamentali Eppure, anche con obiettivi comuni, agire insieme rimane difficile. Visioni diverse, ideologie diverse, metodi non condivisi ci spingono a marcare le differenze invece di cercare cosa abbiamo in comune. E se non fosse necessario mettersi d’accordo? Il 14 maggio scorso abbiamo fatto il primo Giovedì Bianco: a Cagliari, Milano, Napoli, Torino, Bologna e in altre città, gruppi e singoli — artisti, attivisti, lavoratori, insegnanti — hanno aderito in modi diversi. Alcuni docenti sono scesi in cortile per ascoltare gli studenti su guerra e Costituzione; dal Presidio di Cagliari è partita un’azione lenta nelle strade; altri hanno scelto di rallentare i propri ritmi lavorativi; diversi artisti hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche. Cagliari Cosa accadrebbe se molte più persone, progressivamente, ogni giovedì, decidessero semplicemente di andare in una direzione diversa? Senza coordinamento, senza accordi formali — ognuna usando il potere che ha, per rallentare, ostacolare, resistere. Non uno sciopero. Una resistenza diffusa. Azioni intime, solitarie, delle quali non devi dare conto a nessuno. Oppure collettive, pubbliche, visibili. Come vuoi, come puoi. Intorno a noi ci sono troppe ingiustizie e troppe persone che non riescono a reagire. Spesso non è per egoismo o indifferenza. C’è un meccanismo di difesa naturale, un bias cognitivo: quando la realtà fa troppa paura, quando crea ansia o dolore, quando non si vede una via d’uscita concreta, ci si ritira nella quotidianità. È umano. Per uscirne, bisogna cominciare a reagire — sapendo che ogni reazione, anche la più intima, diventa preziosa quando si moltiplica tra persone diverse. Nella pratica si tratta di agire insieme ogni giovedì. Manifestare, interrompere, disturbare, rallentare, tutti i giovedì ad oltranza… ognuno come si sente e come può. Anche rispettando scrupolosamente le regole — tutte le regole, anche quelle che di solito si sorvolano, sul lavoro, ma anche in posta o negli uffici pubblici. Per lasciare che sia il sistema a mettere in crisi se stesso. Nessun atto di violenza contro le persone può far parte di questo progetto, ma ne fanno parte tutte quelle azioni che ostacolano il sistema con l’obiettivo di mettere il governo di fronte a richieste chiare, esplicite, ineludibili. Questo governo, qualsiasi governo, che ci opprime, che promuove le guerre e la repressione, che si allea con Israele contro la nostra volontà, deve essere messo di fronte a richieste chiare, esplicite e ineludibili; azioni diverse ma riconoscibili perché fatte di giovedì. Azioni che con il tempo possono diventare pesanti: uffici che rallentano, procedure che si intasano, trasporti che accumulano ritardi, manifestazioni che convergono, l’espressione di una volontà popolare unitaria espressa in mille modi diversi. Immaginate in un contesto repressivo, avere uno strumento per unirsi e fare pressione, farci sentire, tutti insieme verso un obiettivo condiviso, senza doversi accordare, senza doversi organizzare. Per un sistema repressivo, cosa c’è di peggio di mille azioni diverse, non coordinate, imprevedibili, decentralizzate — e magari perfettamente legali? Ma questo strumento va costruito adesso che possiamo ancora parlare e organizzarci. Il governo proprio questi giorni rinuncia, per ora, a gran parte del prestito UE per il riarmo, proprio perché questi cinque obiettivi sono già più condivisi di quanto sembri — e questo li rende forti. Ma per diventare davvero determinanti hanno bisogno di essere diffusi. Il Giovedì Bianco è solo uno strumento che ha bisogno di essere usato, discusso, passato di mano. Poi ognuno potrà decidere se e come agire: non esiste una modalità corretta, esiste quella possibile per ciascuno. È così che le cose possono davvero cambiare. Per saperne di più: giovedibianco.it * [1] Il Generale Mark Wayne Clark, comandante della 5° armata americana, che il 4 giugno entrò a Roma, dichiarò: “Per i miei uomini – bloccati ad Anzio ndr – era importantissimo sapere che, alle spalle dei tedeschi, i partigiani erano attivi e non li lasciavano mai tranquilli né di giorno, né di notte”.   Redazione Italia
May 31, 2026
Pressenza
Di ritorno dal Villaggio
Siamo appena tornati da una settimana a Neve Shalom Wahat al-Salam. È stato un viaggio molto ricco e intenso da ogni punto di vista. Carico di emozioni, scambi e incontri – ufficiali, di lavoro e informali – con diversi abitanti, con i responsabili delle istituzioni educative, con le famiglie della comunità. Un viaggio importante. Per noi e per loro. Dal 7 ottobre a oggi, a eccezione dell’Associazione di Amici inglese, non ci sono state visite di altre Associazioni dall’estero, e diversi abitanti, a cominciare dal sindaco Eldad Joffe, ci hanno più volte ringraziato per la presenza in un tempo di profonda “solitudine e isolamento” per il Villaggio e per quanti in Israele non si riconoscono nella linea dell’attuale governo e nel clima generale di violenza, razzismo, separazione. Scopo del viaggio, condotto da Giulia e Rosita e condiviso con una piccola delegazione di Fondazione Gariwo – La Foresta dei Giusti, era la partecipazione alla Conferenza internazionale Rescuers’ Garden 2026 e alla cerimonia delle onorificenze di quest’anno al Rescuers’ Garden, entrambe organizzate in collaborazione con Fondazione Gariwo. Entrambe molto sentite: alla cerimonia al Giardino hanno partecipato davvero tante persone e attivisti, venuti apposta al Villaggio. La conferenza, assai ben organizzata e con la partecipazione di figure di spicco, era dedicata alla figura dei Soccorritori. Ci ha spinto a guardare oltre i confini locali per analizzare la responsabilità civile e il coraggio di chi sceglie l’umanità anche nei momenti più bui. I punti chiave: * Uno spazio per la memoria: in apertura, Ariela Bairey, impegnata nelle istituzioni educative del Villaggio, ha sottolineato l’importanza di creare luoghi come i giardini dedicati all’educazione e alla speranza, definendo il Giardino dei soccorritori come “paesaggio morale” in un mondo diviso da identità contrapposte. * Il soccorso come atto civile: il professor Raef Zreik ha riflettuto sulla situazione a Gaza, ricordando che l’atto di salvare (sia esso medico, legale o giornalistico) non deve essere visto come un gesto eroico isolato, ma come un comune atto politico di cittadinanza. * Analisi e diritto: il professor Amos Goldberg ha approfondito il quadro legale internazionale e la definizione di genocidio di Raphael Lemkin, spiegando come il riconoscimento dei meccanismi di distruzione sia fondamentale per inserire gli eventi nella storia e comprenderne la portata. * Una rete globale di Giusti: di straordinaria importanza l’intervento di Françoise Kankindi, che ha portato la testimonianza del genocidio in Ruanda del 1994. Françoise ha illustrato il difficile percorso di riconciliazione nazionale e lanciato un messaggio cruciale: l’obiettivo è mettere in rete tutti i Giardini dei Soccorritori del mondo, creando una piattaforma comune contro l’indifferenza. La cerimonia al Giardino, che dal 2015 fa parte della rete internazionale promossa dalla Fondazione Gariwo, ha scelto quest’anno di onorare e ricordare l’impegno di due specifiche realtà: Aviv Tatarsky in rappresentanza delle realtà che operano in Cisgiordania e a nome del gruppo ‘Engaged Dharma Israel’ impegnato al fianco delle comunità palestinesi attraverso pratiche di presenza solidale e nonviolenta, nota come “protective presence” (presenza protettiva); la Gaza Freedom Flotilla Coalition, per le sue azioni civili e di solidarietà. Dalle parole del sindaco Eldad Joffe: “Cos’è l’eroismo? Chi sono le persone che scegliamo di ammirare e di emulare? Nella lotta per riparare il mondo, non abbiamo bisogno di eroi la cui grandezza si misuri con la distruzione o con la morte che infliggono. Abbiamo bisogno di eroi di un altro tipo. (…) Donne e uomini che superano la paura e si mettono in pericolo per difendere le vittime della violenza e dell’umiliazione. Persone guidate dalla giustizia e dalla pace. Il Giardino dei Giusti offre una base educativa per un profondo cambio di rotta morale. I mesi e gli anni passati non hanno cambiato solo le nostre vite – stanno cambiando il volto della nostra società. Non mi dilungherò sugli orrori della guerra, del genocidio, della pulizia etnica. Una parte significativa della conferenza di ieri è stata dedicata a questo, e in quella sede abbiamo ascoltato testimonianze autentiche: sulla distruzione sistematica del tessuto della vita a Gaza. Questa follia si sta riversando anche in Cisgiordania, dove — sotto la protezione delle autorità governative, dell’esercito e della polizia — molti palestinesi sono esposti a continue violenze da parte di gruppi armati (…) Per questo, è profondamente significativo che quest’anno il comitato organizzatore abbia scelto di onorare gli attivisti della ‘Protective Presence’ (Presenza Protettiva). Di fronte alla violenza quotidiana, all’incitamento e all’indifferenza, donne e uomini coraggiosi scendono in campo per proteggere vite umane, agricoltori, famiglie e comunità attraverso la loro semplice presenza. Poche persone hanno sostenuto la continuità di questa azione come Aviv.” Un altro regalo ricevuto in questi giorni è stata, il 21 maggio, la visita al Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme. Con noi, il sindaco Eldad e Shireen Najjar, parte della seconda generazione del Villaggio. L’incontro è stato un’opportunità emozionante per esprimere la solidarietà del villaggio per i fatti del Venerdì Santo, aggiornarlo sulla comunità e ascoltare la sua posizione sull’attualità. Abbiamo inoltre donato al Patriarca il nostro ultimo libro, Respirare il futuro (ed. ITL). Vi invitiamo a vedere qui sul sito di Fondazione Gariwo le foto dei due eventi e vi invitiamo a leggere qui l’articolo uscito su Avvenire dopo il nostro viaggio, a cura di Benedetta Macripò, Responsabile Gariwo della rete internazionale dei Giardini dei Giusti, e Rosita Poloni, membro della nostra Associazione. Nei prossimi giorni continueremo a condividere le impressioni ricevute, il lavoro svolto e le prospettive che questo viaggio ci ha aperto. Lo faremo qui, sui nostri canali social (Facebook e IG) e negli incontri pubblici che stiamo continuando a tenere in diverse città. Redazione Italia
May 30, 2026
Pressenza
Zohran Mamdani: a New York 200.000 nuove case a prezzi accessibili e 9 milioni di dollari di multe arretrate ad Amazon
Zohran Mamdani continua a mantenere le promesse che hanno portato alla sua elezione come primo sindaco socialista di New York: dopo la tassa sulle seconde case dei super ricchi ha annunciato un ambizioso piano per risolvere l’annosa crisi abitativa della città: “Stiamo costruendo 200.000 nuove case accessibili per i newyorkesi” ha dichiarato durante una conferenza stampa. “Stiamo utilizzando ogni strumento a nostra disposizione per risolvere la crisi abitativa. Block by Block è il piano abitativo più audace che la nostra città abbia visto in questo secolo. È ciò che i newyorkesi chiedono da decenni. Stiamo perseguendo i proprietari di immobili disonesti. Stiamo creando decine di migliaia di posti di lavoro ben retribuiti. Stiamo aprendo nuove strade verso la proprietà della casa. Stiamo investendo 5,6 miliardi di dollari in edilizia residenziale pubblica — il più grande investimento di capitale della città nella storia recente.” https://x.com/NYCMayor Ha quindi intimato ad Amazon, proprietà di Jeff Bezos, uno degli uomini più ricchi del mondo, di pagare al Comune di New York 9 milioni di dollari di multe arretrate, causate dai suoi furgoni da consegna che tenevano il motore acceso oltre il limite consentito dalla legge (tre minuti, non di più) mentre sostavano nelle strade dei quartieri della città. “Amazon vale 2.000 miliardi di dollari, ma non si è degnata di pagare i nove milioni di dollari di multe non saldate che ha accumulato, mentre i suoi camion inquinavano illegalmente la nostra aria e costringevano i newyorkesi a respirare i loro scarichi.  Abbiamo raccolto ogni dollaro che devono ai cittadini di questa città — e continueremo a farlo. A New York, le corporation sono tenute allo stesso standard di chiunque altro.  Nessuna azienda — non importa quanto grande o potente — è al di sopra della legge” ha dichiarato Mamdani nel suo profilo X.     Redazione Italia
May 29, 2026
Pressenza
Zohran Mamdani non parteciperà all’Israel Day Parade a New York
Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha annunciato che non parteciperà all’Israel Day Parade, la parata annuale che si svolge lungo la Fifth Avenue. Secondo gli organizzatori si tratta del più grande raduno al mondo a sostegno di Israele. Quest’anno il titolo dell’evento previsto per domenica 31 maggio è “Fieri americani, fieri sionisti.” Non era mai accaduto negli ultimi 62 anni che il sindaco di New York prendesse le distanze da questa celebrazione. Zohran Mamdani ha spiegato la sua scelta dichiarando che come cittadino e come essere umano non parteciperà alla parata perché offende la sua coscienza.           Redazione Italia
May 28, 2026
Pressenza
I Comuni contro le mafie
Legalità, beni confiscati e intimidazioni agli amministratori: i numeri dell’impegno dei Comuni contro le mafie Sono oltre 1.100 i Comuni italiani destinatari di beni confiscati alla criminalità organizzata, insieme a 7 Città metropolitane coinvolte nella gestione e nel riutilizzo sociale degli immobili sottratti alle mafie. È uno dei dati più significativi elaborati dall’Area Sicurezza e Legalità di Anci e presentati nel corso della 28esima puntata di “Fuori dal Comune”, la trasmissione di Radio Rai Gr Parlamento realizzata in collaborazione con l’Anci, dedicata questo sabato al ruolo dei territori nella lotta alla mafia. Secondo i dati aggiornati al 21 maggio 2026 della piattaforma unica dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati, il Comune con il maggior numero di beni destinati è Palermo con 1.217 immobili e terreni confiscati. Seguono Roccella Valdemone con 284 beni, Reggio Calabria con 252, Castelvetrano con 235, Roma con 221 e Milano con 211. I beni confiscati vengono utilizzati soprattutto per progetti con il Terzo Settore, emergenza abitativa, agricoltura sociale, tutela ambientale, servizi contro fragilità e disagio sociale e sostegno alle donne vittime di violenza. Per l’Anci non si tratta soltanto di patrimoni immobiliari, ma di strumenti di sviluppo locale, welfare e inclusione sociale. Particolarmente delicata resta la situazione dei piccoli Comuni: circa 880 enti destinatari di beni confiscati dispongono infatti di strutture amministrative ridotte, mentre quasi 230 sono Comuni capofila dei Piani di Zona sociale. Tra le criticità più segnalate emergono il cattivo stato di conservazione degli immobili, la carenza di risorse per ristrutturazioni e recuperi, la complessità burocratica e la difficoltà nell’individuare soggetti gestori. Sul fronte della sicurezza degli amministratori locali, nei primi sei mesi del 2025 sono stati registrati 299 atti intimidatori contro sindaci e amministratori, con una diminuzione dell’8,6% rispetto allo stesso periodo del 2024. Le regioni più colpite risultano Lombardia con 50 episodi, seguita da Sicilia e Calabria. Secondo l’Anci il fenomeno interessa ormai tutto il territorio nazionale e non è riconducibile esclusivamente alle mafie, ma anche a tensioni sociali, conflitti locali e fragilità economiche. Per rafforzare il sostegno agli enti locali, su proposta dell’Anci è stato istituito un Fondo nazionale per la promozione della legalità e il supporto agli amministratori vittime di intimidazioni, rifinanziato per il 2025 e il 2026 fino a 6 milioni di euro annui. Nel solo 2025 il riparto ha riguardato 454 Comuni e 5 Province. Tra le iniziative promosse dall’Anci figurano inoltre il gruppo di lavoro nazionale costituito nel 2024 con grandi città impegnate sul tema dei beni confiscati, la realizzazione di un vademecum operativo per i Comuni e le campagne territoriali e social dedicate alla cultura della legalità, tra cui #RinasciLegale. Le testimonianze dei sindaci intervenuti durante la puntata Ad aprire la puntata è stato il responsabile dell’Area Sicurezza e legalità dell’Anci, Antonio Ragonesi, che ha fatto il punto sull’impegno dell’Anci nella gestione dei beni confiscati e nel supporto ai Comuni impegnati nel contrasto alle mafie. “I beni confiscati vanno restituiti alla collettività e trasformati in strumenti di sviluppo sociale e opportunità per i territori”, ha spiegato Ragonesi. Da Pollica il sindaco Stefano Pisani ha ricordato l’eredità civile e amministrativa lasciata da Angelo Vassallo. “La morte di Angelo è diventata uno strumento di grande potenza per le scelte del territorio”, ha spiegato Pisani, sottolineando che “la comunità ha reagito trasformando il dolore in partecipazione civica. Abbiamo trasferito alle nuove generazioni l’idea che si possa costruire sviluppo nella legalità e nell’amore per la propria terra”. Il sindaco ha poi evidenziato che “il valore del presidio del territorio e dell’economia sana sono strumenti di contrasto all’illegalità. Chi ha ucciso Angelo pensava di abbattere un baluardo, invece ha rafforzato nei cittadini la volontà di difendere il territorio”. Da Caltagirone il sindaco Fabio Roccuzzo ha raccontato il lavoro portato avanti sul fronte della memoria civile e dell’educazione alla legalità. “La cultura antimafia si costruisce dal basso, spiegando ai ragazzi che cos’è davvero la mafia e quanto sia subdola. Trasformare un un bene confiscato in un luogo dedicato alla cultura dell’antimafia è il modo migliore per  mantenere viva la memoria di Falcone, Borsellino e delle vittime delle mafie. Possiamo sperare in una società migliore, combattendo allo stesso tempo anche il disagio economico e il lavoro precario nei territori più fragili”. Da Avola la sindaca Rossana Cannata ha posto l’attenzione sul rapporto tra legalità, libertà di stampa e formazione delle nuove generazioni, ricordando la figura del giornalista Giuseppe Fava. “Fare memoria è un dovere delle istituzioni – ha dichiarato Cannata – per questo abbiamo deciso di intitolare una struttura sportiva a Pippo Fava. Lo sport può diventare un antidoto alla mafia, per il valore educativo delle iniziative rivolte ai giovani. Vedo una Sicilia che reagisce, che si riscatta e che vuole lasciarsi alle spalle gli anni più bui”, ha concluso. Nel corso della trasmissione è intervenuto anche il sindaco di Nettuno Nicola Burrini, che ha richiamato il valore della trasparenza amministrativa e della ricostruzione della fiducia pubblica dopo lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose. “La legalità si ricostruisce ogni giorno attraverso la presenza delle istituzioni e la partecipazione dei cittadini”, ha spiegato Burrini, sottolineando “il grande lavoro che stiamo portando avanti sul fronte della trasparenza amministrativa e del recupero del rapporto con la comunità locale. Solo rafforzando il legame tra cittadini e istituzioni si può contrastare davvero il radicamento della criminalità nei territori”, ha aggiunto. La sindaca di Settimo Torinese Elena Piastra ha invece evidenziato il ruolo della prevenzione culturale e del coinvolgimento delle nuove generazioni. “Le mafie si contrastano costruendo comunità consapevoli. Il lavoro svolto dal Comune attraverso scuole, associazioni e percorsi di educazione civica è fondamentale così come importantissimo è l’utilizzo sociale dei beni confiscati e del welfare territoriale come strumenti di inclusione e presidio democratico. La partecipazione civica – ha sottolineato – è il primo antidoto contro ogni forma di infiltrazione criminale”. Da Spino d’Adda il sindaco Enzo Galbiati ha raccontato l’esperienza del recupero di immobili confiscati alla criminalità di un piccolo comune, organizzata e restituiti alla collettività attraverso progetti sociali e di welfare territoriale. “Restituire questi beni ai cittadini significa trasformare luoghi simbolo dell’illegalità in opportunità concrete per il territorio. Anche i piccoli comuni del Nord siano chiamati a confrontarsi con il fenomeno delle infiltrazioni mafiose. Per questo la sfida è costruire comunità più forti e consapevoli, capaci di difendere legalità e coesione sociale”, ha concluso.   Redazione Italia
May 23, 2026
Pressenza
Stop Malaria 2026-2030: a Pikine (Senegal)  la formazione dei promotori sanitari diventa esperienza collettiva
Il 2 e 3 maggio 2026, presso il Conseil Départemental de la Jeunesse (CDJ) de Pikine, si è svolto un workshop residenziale dedicato alla malaria e rivolto ai promotori sanitari che animeranno le attività della campagna Stop Malaria Senegal 2026-2030, promossa da Energia per i Diritti Umani Italia e sostenuta  dall’associazione Fasting for Food della FAO. Il progetto, presentato anche attraverso il sito www.stopmalaria.it, nasce con l’obiettivo di rafforzare in Senegal  la prevenzione e la lotta alla malaria attraverso il protagonismo delle comunità locali. In questa prospettiva, la formazione dei promotori sanitari rappresenta un passaggio decisivo. Non si tratta soltanto di trasmettere informazioni, ma di costruire una rete di persone capaci di portare conoscenze affidabili nei quartieri, nelle famiglie, nelle scuole e nei luoghi di incontro. Per la realizzazione del progetto si conta inoltre sulla collaborazione di numerosi ricercatori, medici e biologi dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), della UCAD (Université Cheikh Anta Diop de Dakar)  e di vari Postes de Santé e Centres de Santé del Senegal. Una rete di competenze scientifiche, sanitarie e territoriali che rafforza la qualità dell’intervento e permette di collegare ricerca, prevenzione e azione comunitaria. Il corso è nato da una doppia necessità: da una parte preparare i promotori sanitari, fornendo loro basi scientifiche solide e strumenti adeguati; dall’altra selezionare, attraverso un test finale di apprendimento, coloro che accompagneranno concretamente le attività della campagna nei prossimi anni. La formazione scientifica è stata garantita dai membri del comitato scientifico Stop Malaria, composto da Marco Inglessis, Francesca De Vito, Marco Martignoni e da Malick Diouf. Il loro contributo, insieme a quello di 3 specialisti  ( El Hadji Ndiaye, Ndeye Coumba Ba e  Pape Amadou Seck)  ha permesso di approfondire gli aspetti fondamentali della malaria, dalla trasmissione alla prevenzione, fino all’importanza di comportamenti corretti e messaggi chiari per la popolazione. Una preparazione adeguata dei promotori sanitari è infatti essenziale per evitare la diffusione di credenze errate e per garantire che gli interventi di promozione della salute siano basati su evidenze scientifiche. Un promotore ben formato può tradurre il linguaggio tecnico in messaggi comprensibili, motivanti e culturalmente appropriati, migliorando l’adesione alle raccomandazioni sanitarie e rendendo più efficace la prevenzione all’interno della comunità. Ma il workshop di Pikine non è rimasto dentro i confini di una lezione frontale. L’energia messa in campo dai partecipanti ha trasformato progressivamente il corso in un vero spazio di formazione reciproca. Alcuni presenti, già qualificati sul tema, sono stati coinvolti direttamente nell’esposizione degli argomenti e nell’approfondimento dei contenuti, contribuendo a rendere il percorso più partecipato e vicino all’esperienza concreta del territorio. Un ruolo particolarmente significativo è stato svolto da Faks Abdou Mane e dalla compagnia teatrale Natangué de Pikine EST di lhadji abdoulaye Thiame   che  con le loro animazioni hanno riattivato l’attenzione del gruppo e favorito un clima dinamico, curioso e collaborativo.  Domande, osservazioni, racconti ed esperienze hanno dato vita a un ambiente in cui ogni persona ha potuto sentirsi parte attiva del processo. È proprio in questa energia condivisa che il workshop ha trovato la sua forza più grande. L’incontro ha valorizzato idee, dubbi e confronto, rendendo l’apprendimento più efficace e significativo. Entusiasmo e coinvolgimento hanno trasformato una semplice formazione tecnica in un’esperienza viva, stimolante e memorabile. La campagna Stop Malaria 2026-2030 parte dunque da qui: da 30 promotori sanitari formati, motivati e radicati nelle comunità. Persone capaci non solo di trasmettere informazioni, ma di creare fiducia, dialogo e consapevolezza. Perché la lotta alla malaria non si vince solo con strumenti sanitari, ma anche con conoscenza condivisa, collaborazione scientifica, partecipazione e responsabilità collettiva. Alla fine del workshop si sono creare varie equipe di lavoro in funzione delle attività previste dal progetto:  attività di divulgazione nelle scuole,  attività di sensibilizzazione nei villaggi attraverso il Teatro Forum, formazione e distribuzione di zanzariere impregnate porta a porta e organizzazione di attività sportive di sensibilizzazione. Inoltre si sono inseriti nel  comitato scientifico altri 9 ricercatori e dottorandi senegalesi che daranno un supporto fondamentale alla ricerca sul campo sia dal punto di vista entomologico che epidemiologico nonchè di valutazione della campagna stessa. Nei prossimi mesi, con l’avvicinarsi della stagione delle piogge,  la campagna entrerà nel vivo con tutte le sue attività.  Stop Malaria 2026-2030: ’ultimo miglio prima della totale eradicazione in Senegal ! Energia per i Diritti Umani
May 20, 2026
Pressenza
Alaa Faraj è libero ed è innocente
Mentre i media hanno ormai oscurato il linciaggio di Taranto, condividiamo una bellissima notizia, anch’essa per altro sottaciuta: Alaa Faraj, ingiustamente accusato di essere uno scafista, condannato a trent’anni e parzialmente graziato da Mattarella, ha ottenuto finalmente la revisione del processo Dieci anni di carcere, una revisione del processo straordinaria e oggi una corte (la Corte d’Appello di Messina) che ha avuto il coraggio di riconoscere un errore e di cambiarne il corso. Ma quel coraggio non nasce dal nulla: cresce da un’alleanza di persone e realtà che non hanno mai smesso di esserci; dalla determinazione di un’avvocata seria e giusta che ha creduto nella verità e l’ha difesa senza piegarsi, da una meravigliosa donna, Alassandra Sciurba, che ha fatto da ponte e da curatrice di un libro insieme ad Alaa e Sellerio— Perché ero ragazzo — che ha continuato a circolare, a passare di mano in mano, ad aprire coscienze e cuori, trasformando la storia di Alaa in una storia collettiva. Oggi sentiamo una gioia profonda, insieme a una speranza nuova. Ma sentiamo anche una certezza: la giustizia va difesa. Ogni giorno. Bisogna lottare, unirsi, stare accanto a chi subisce ingiustizie, costruire comunità capaci di opporsi alla repressione, al razzismo e a ogni forma di discriminazione. Alaa e Alessandra ce lo insegnano! Questa vittoria non è un punto d’arrivo ed è un inizio. L’augurio è che possa aprire la strada a una giustizia più vera e a una coscienza collettiva più profonda delle disuguaglianze e delle ingiustizie che attraversano le nostre società. Alaa una comunità ce l’ha sempre avuta. E oggi quella comunità è qui, pronta ad accoglierlo. Bentornato fuori, Alaa. Ti aspettavamo!!!! qui la sua storia: Quando Alaa era un ragazzo, Una buona notizia, ma è ancora troppo poco… Redazione Palermo
May 19, 2026
Pressenza