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Cuba, inizia la distribuzione del petrolio russo
Cuba ha iniziato a distribuire in diverse provincie le 100.000 tonnellate di petrolio ricevuto dalla Russia trasportate dalla petroliera Anatoli Kolodkin, ha annunciato Irenaldo Pérez Cardoso, vicedirettore dell’Unione Cuba-Petrolio (CUPET), nel mezzo della crisi energetica causata dal blocco statunitense. Vengono distribuiti benzina, gasolio e gas liquefatto, dando la priorità alla generazione di elettricità e ai servizi essenziali. Pérez Cardoso ha spiegato che la lavorazione del greggio continua e può richiedere da 12 a 15 giorni e che la produzione giornaliera inizierà immediatamente il suo viaggio verso i centri di consumo, utilizzando camion, treni e navi che la porteranno nella regione orientale e nella Isla de la Juventud. Secondo la stima di Pérez Cardoso, però, il petrolio russo coprirà solo circa un terzo della domanda nazionale mensile. “Non risolve l’intero problema energetico, ma costituisce un’importante tregua in mezzo all’assedio imposto”, ha dichiarato. “Una petroliera russa è arrivata a Cuba. È un fatto significativo, di sostegno e vicinanza in situazioni difficili come hanno sempre fatto la Russia e il fratello popolo russo”, ha detto il presidente, Miguel Díaz Canel,  commentando a RT l’arrivo del greggio a sull’isola. Il leader cubano ha aggiunto che i primi benefici dell’arrivo del petrolio russo saranno visibili tra pochi giorni. “Ci sono persone che si chiedono: ‘Beh, perché se la nave è arrivata qualche giorno fa non si vede ancora l’impatto?’. Perché è arrivato petrolio greggio che deve essere raffinato, dopo la distribuzione, da oggi o domani si inizieranno a vedere i risultati dell’aiuto russo”. La petroliera Anatoli Kolodkin è arrivata a Cuba alla fine di marzo con circa 100.000 tonnellate di petrolio, la prima ad arrivare a Cuba da mesi, dopo che gli Stati Uniti hanno costretto il Venezuela e il Messico a tagliare la fornitura di energia all’isola. Cuba non ha ricevuto alcuna fornitura di petrolio dal 9 gennaio, il che ha causato una crisi energetica. All’inizio di aprile il Ministro dell’Energia russo Sergei Tsiviliov ha affermato che la Russia si sta preparando a spedire una seconda petroliera sull’isola caraibica e assicurato che non avrebbe lasciato solo il popolo cubano. Intanto il Messico, la Spagna e il Brasile hanno annunciato l’aumento degli aiuti a Cuba. I governi delle tre nazioni hanno firmato un documento in cui parlano della complessa situazione che la nazione caraibica sta attraversando a causa del blocco degli Stati uniti. “Esortiamo ad adottare le misure necessarie per alleviare questa situazione e a evitare azioni che aggravino le condizioni di vita della popolazione, o siano contrarie al diritto internazionale”, hanno sottolineato nel testo. Inoltre, si sono impegnati “ad aumentare in modo coordinato la risposta umanitaria volta ad alleviare la sofferenza del popolo cubano”. In precedenza la presidente del Messico Claudia Sheinbaum ha chiesto, durante la sua partecipazione al IV vertice in difesa della democrazia, che i Paesi presenti all’evento raggiungessero un accordo per condannare gli attacchi contro la più grande isola delle Antille. (RT, Sputnik) www.occhisulmondo.info   Andrea Puccio
April 20, 2026
Pressenza
Verso la fine della stagione dei  “campi rom”
Il report “Cento Campi” dell’Associazione 21 Luglio mostra come il sistema dei campi rom in Italia stia progressivamente scomparendo, segnando la fine di un modello segregante che ha inciso per decenni sui diritti umani. E’ quanto sottolinea il report annuale sulla situazione di rom e sinti in Italia dell’Associazione 21 Luglio, dal titolo “Cento Campi”, un nome che racchiude una storia lunga e complessa, ma che porta con sé anche un messaggio di speranza senza precedenti: la stagione dei “campi rom” in Italia sta finalmente volgendo al tramonto in un processo che appare ormai inarrestabile. Per anni, infatti, l’Italia è stata tristemente nota come “il Paese dei campi”. Un sistema nato decenni fa, spesso basato sull’equivoco del “nomadismo culturale” per gestire flussi migratori che erano, in realtà, fughe disperate dalle guerre balcaniche. Oggi, i dati ci dicono che quella logica segregante sta crollando: negli ultimi dieci anni, il numero degli insediamenti formali è diminuito del 34% e la popolazione residente è calata drasticamente del 63%, passando da 28.000 a circa 10.200 persone. Il 2025 è stato un anno di svolta, con il superamento definitivo di cinque insediamenti, tra cui le baraccopoli di Asti e Reggio Calabria e il centro di raccolta di Latina. Come ha sottolineato il presidente dell’Associazione 21 Luglio, Carlo Stasolla, stiamo vivendo un momento paragonabile alla fine dei manicomi con la legge Basaglia: lo smantellamento di un’architettura della discriminazione che ha ferito per troppo tempo i diritti umani nel nostro Paese. Nonostante i successi, però, il Rapporto non nasconde le ferite ancora aperte. Vivere oggi in una baraccopoli significa avere un’aspettativa di vita di 12,5 anni inferiore rispetto al resto della popolazione italiana. È una realtà giovane, dove il 55% dei residenti è minorenne, e paradossalmente integrata a metà, dato che circa il 70% degli abitanti ha la cittadinanza italiana. La sfida più difficile si concentra ora nell’Area Metropolitana di Napoli, dove vive circa il 30% della popolazione totale delle baraccopoli italiane. È qui che nei prossimi anni dovremo concentrare i nostri sforzi maggiori per garantire che nessuno venga lasciato indietro in questo percorso di fuoriuscita verso abitazioni convenzionali. Il superamento fisico dei campi è possibile grazie a modelli innovativi come MA.REA. (Mappare e Realizzare Comunità), che abbandonano le etichette etniche per puntare su percorsi partecipati. Tuttavia, la strada verso una vera inclusione è ancora ostacolata da un profondo pregiudizio sociale. I dati Eurobarometro ci ricordano che l’82% degli intervistati percepisce la discriminazione verso i rom come molto diffusa. Gli episodi di violenza e odio registrati nel 2025, come gli spari a Cossoine o l’incendio doloso a Giugliano, dimostrano che, mentre i muri dei campi cadono, dobbiamo ancora lavorare duramente per abbattere i muri del pregiudizio. Secondo il report, in Italia si stima che circa 12.200 rom e sinti vivano in insediamenti monoetnici, tra formali e informali, una cifra che rappresenta appena lo 0,02% della popolazione nazionale. Attualmente si contano 98 insediamenti formali all’aperto, tra baraccopoli e macroaree, distribuiti in 64 comuni di 12 diverse regioni. La maggior parte di queste persone, circa 10.200 unità, risiede in contesti formali, suddivisi tra i 5.800 rom presenti nelle baraccopoli e i 4.400 sinti delle macroaree, mentre circa 2.000 rom occupano insediamenti informali. Nonostante si tratti di una popolazione dove circa il 70% possiede la cittadinanza italiana e meno di 600 persone siano a rischio apolidia, le condizioni di vita restano allarmanti: l’aspettativa di vita nelle baraccopoli è di almeno 12,5 anni inferiore alla media nazionale, con un’età media di soli 25,7 anni a fronte dei 48,2 registrati nel resto del Paese nel 2025 e una presenza di minori che tocca il 55% della popolazione totale. Dal 2018, l’Associazione 21 luglio collabora attivamente con diverse amministrazioni comunali fornendo consulenza tecnica per il superamento delle baraccopoli istituzionali, un impegno che nel 2021 ha portato allo sviluppo del già citato modello operativo MA.REA. (MAppare e REAlizzare comunità). Questo metodo segna una netta discontinuità rispetto al passato basandosi su due pilastri fondamentali: l’abbandono di ogni impostazione di tipo etnico e l’adozione di un approccio integrato e partecipativo che coinvolge direttamente i membri delle comunità. L’efficacia di tale modello, ormai punto di riferimento per le politiche di inclusione, ha permesso nel solo 2025 il superamento definitivo di cinque insediamenti: le baraccopoli di via Guerra 26 ad Asti e dell’ex Polveriera a Reggio Calabria, le macroaree Mira di Marco a Rovereto e via delle Tagliate a Lucca, e il centro di raccolta Ex Rossi Sud a Latina. Mentre si sta ultimando il passaggio verso abitazioni convenzionali per gli abitanti di Cupa Perillo a Scampia, le azioni di superamento sono attualmente in corso in altri 13 siti, che comprendono 4 macroaree e 9 baraccopoli. Nello specifico, i processi interessano le macroaree di via della Fornace a Ivrea, via della Chiesa Rossa a Milano, via Guerra 27 ad Asti e via Tomba Forella a San Lazzaro di Savena, oltre alle baraccopoli di Pitz’e Pranu a Selargius, via Carrafiello a Giugliano in Campania, Scordovillo a Lamezia Terme e ben cinque siti nell’area di Roma, ovvero Candoni, Castel Romano, Gordiani, Salone e Salviati. A questo elenco si aggiungerebbero le 4 macroaree di Prato, il cui percorso avviato nel 2024 risulta tuttavia momentaneamente congelato a causa del commissariamento della città toscana. Qui il Report: https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2026/04/report-2026-sito.pdf. Giovanni Caprio
April 11, 2026
Pressenza
La Cassazione annulla gli arresti di Hannoun e di altri tre palestinesi
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio le ordinanze del Riesame che confermavano gli arresti del gip del Tribunale di Genova nei confronti del presidente dei palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji, in carcere dal 27 dicembre per aver fatto delle opere di bene a favore di famiglie disagiate palestinesi. A Roma è stato tenuto un presidio sotto la Corte di Cassazione, in attesa della decisione dei giudici. La Suprema Corte ha inoltre respinto come inammissibili i due ricorsi della Procura di Genova contro la scarcerazione di Raed Al Salahat, decisa dal tribunale del Riesame. Per quanto riguarda l’annullamento delle ordinanze di arresto, il Riesame avrà adesso dieci giorni per riesaminare il caso. Approfondimento.     ANBAMED
April 9, 2026
Pressenza
Attivisti di Ultima Generazione assolti per il blocco stradale davanti al centro commerciale Adigeo di Verona
Si è tenuta questa mattina l’udienza al Tribunale di Verona l’udienza del processo per l’azione in viale delle Nazioni del 28 ottobre 2023 dove 9 aderenti alla campagna “Fondo Riparazione” di Ultima Generazione avevano bloccato il traffico davanti al supermercato Adigeo. Gli attivisti di Ultima Generazione sono state difese dagli avvocati Lancerotto e Natali. Alla fine dell’udienza il giudice ha assolto tutti gli imputati perché il fatto non sussiste (relativamente all’accusa di interruzione di pubblico servizio) e per non aver commesso il fatto (relativamente all’accusa di violazione dell’art. 18 del TULPS). Durante l’azione le persone di Ultima Generazione furono vittime di aggressioni e violenze da parte di un automobilista e di una trentina di giovani che stazionavano davanti al centro commerciale; due furono costrette a ricorrere alla cure del Pronto Soccorso. Miriam, architetta, ha dichiarato: “Sono una persona normale con una vita comune, architetta di professione collaboro con uno studio associato, lo stesso da quando parallelamente ho cominciato, sei anni fa, il mio impegno per ottenere risposte urgenti dalla politica rispetto al collasso climatico ed ecologico in corso. Le azioni alle quali ho preso spontaneamente parte si sono svolte nel totale rispetto del principio di nonviolenza, nonostante gli attacchi fisici che in quel contesto abbiamo subito, e non dagli automobilisti che hanno pazientato i pochi minuti necessari che sono serviti per ripristinare la circolazione. Mi risulta tuttavia impossibile biasimare chi trovandosi di fronte a una situazione del tutto nuova e imprevedibile ha reagito sfogando una rabbia che difficilmente ho visto espressa in altri contesti. Ma quello stesso giorno ho avuto l’opportunità di parlare con alcune di queste persone. La prima cosa che ho capito è che non hanno speranza nel futuro”. Greta, studentessa, ha dichiarato: “La nostra è stata una libera manifestazione di pensiero, diritto fondamentale garantito dall’articolo 21 della Costituzione e ribadito costantemente anche dalla giurisprudenza. Anche la Corte Costituzionale ha definito la libertà di manifestazione ‘pietra angolare dell’ordine democratico’, affermando che le limitazioni di tale libertà debbano essere giustificate solo da leggi specifiche che rispettino i principi costituzionali. Sempre la Corte Costituzionale ha definito il diritto di manifestare il proprio pensiero un diritto di fronte al quale non vi è pubblico interesse che possa giustificare limitazioni che non siano consentite dalla stessa Costituzione. Nutro ancora una speranza e sento la responsabilità morale di attivarmi per fare sì che le generazioni presenti e future possano ereditare un mondo vivibile, affinché nessuno debba morire o soffrire per niente. La storia ci insegna che i cambiamenti nascono da atti di coraggio e solidarietà, da persone disposte ad alzare la voce quando gli altri tacciono”. Resistenza civile dalla strada al tribunale Con questa, siamo a 69 tra assoluzioni e proscioglimenti per le persone di Ultima Generazione. Viene da chiedersi se fossero necessari tutti questi processi contro di noi, oppure le accuse fossero pretestuose e determinate da rapporti delle forze dell’ordine tesi più a giustificare i loro comportamenti punitivi e intimidatori, piuttosto che a provare reati inesistenti. Infatti questi sono stati in molti casi rigettati dai giudici, alcuni dei quali hanno espressamente stigmatizzato l’operato delle forze dell’ordine considerando diversi abusi di potere del tutto inutili e inopportuni. Vi risparmiamo i dettagli, ma denunciamo che ogni giorno ci sono abusi di potere da parte delle forze securitarie compiuti per punire e intimidire, senza nessuna base di legittimità. Purtroppo tali abusi si sono talmente diffusi che NON fanno più notizia. In questo modo si rischia che diventino accettabili o tollerabili da coloro che ne sono vittime, come è capitato anche a noi. La Costituzione e le leggi garantiscono diritti che nella realtà stanno scomparendo lentamente, nell’indifferenza dell’opinione pubblica. Non ci fermeranno, siamo stati portati troppe volte in questure e commissariati senza motivo, ma lo mettiamo nel conto dell’esercizio legittimo della resistenza civile e nonviolenta. Non riguarda solo la nostra libertà di espressione ma quella di tutte e tutti noi. I nostri canali Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web: * Sito web:https://ultima-generazione.com * Facebook@ultimagenerazione.A22 * Instagram@ultima.generazione * Twitter@UltimaGenerazi1 * Telegram@ultimagenerazione Ultima Generazione è una coalizione di cittadini ed è membro del network A22.   Ultima Generazione
April 9, 2026
Pressenza
La lotta delle donne per la giustizia sociale e climatica
Con la pubblicazione nel 1974 del libro Le Féminisme ou la Mort, Françoise d’Eaubonne diede vita all’Ecofemminismo, una vibrante corrente di pensiero che evidenzia come la distruzione ambientale scaturisca dal congiunto della repressione patriarcale sulle donne e sulla natura. Da allora, l’Ecofemminismo si è arricchito di numerosi contributi, molti dei quali provenienti dal Sud Globale, che hanno messo in discussione le epistemologie dominanti, inclini a soffocare punti di vista e modalità di conoscenza alternativi. La lente ecofemminista è stata adottata anche nella cooperazione internazionale per orientare i processi di sostenibilità ambientale. UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere, nel suo rapporto “Gender Snapshot 2025” sottolinea che gli effetti del cambiamento climatico non sono neutri dal punto di vista del genere, poiché sono le donne e le ragazze a subirne il peso maggiore, né uniformi in quanto le varie forme di disuguaglianza spesso si intersecano e si rafforzano a vicenda. Il rapporto presenta inoltre alcuni dati chiave dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla disuguaglianza di genere: 1) esacerbarsi della povertà: oltre 351 milioni di donne potrebbero ancora vivere in condizioni di estrema povertà entro il 2030; il cambiamento climatico potrebbe spingere in povertà altre 158 milioni di donne entro il 2050; 2) scarsità d’acqua: nell’80% delle famiglie, le donne sono le principali responsabili della raccolta dell’acqua, un compito che la siccità rende ancora più gravoso; 3) violenza di genere: i femminicidi aumentano del 28% durante le crisi climatiche; 4) effetti sulla salute: durante le ondate di calore la probabilità di parti prematuri aumenta di circa il 26%. Il rapporto evidenzia inoltre la gestione verticistica dell’azione per il clima che esclude le donne dalla pianificazione delle risposte ai cambiamenti climatici, nonostante il loro ruolo cruciale nel settore delle energie rinnovabili e dell’agricoltura. Sebbene la correlazione fra cambiamento climatico e disparità di genere sia innegabile, le attiviste del Sud Globale ci mettono in guardia sulle implicazioni di certe analisi sociologiche che relegano le donne a mere “vittime” di un sistema dominante e che forniscono indirettamente una giustificazione al perpetrarsi di politiche verticistiche ed escludenti. Questo articolo presenta buone pratiche che contrastano questa prospettiva, mostrando come le donne, attraverso la gestione solidale delle risorse naturali, possano ergersi a agenti di cambiamento in favore della giustizia sociale ed ecologica, ridefinendo i propri ruoli e sfidando le norme culturali e sociali che normalizzano la loro discriminazione ed esclusione. I risultati presentati derivano dall’iniziativa di cooperazione triangolare tra Argentina, Messico e Italia: “Educazione idrica per uno sviluppo locale sostenibile”, finanziata dall’Unione europea. L’azione mira a rispondere alle sfide poste dal cambiamento climatico e dalla scarsità d’acqua alle comunità rurali delle regioni semi-aride della Mixteca (Oaxaca, Messico) e delle Valli Calchaquí (Tucumán, Argentina), introducendo soluzioni tecnologicamente e culturalmente adeguate, basate sulla valorizzazione delle risorse naturali e del capitale socioculturale locale. Le attività si concentrano sull’educazione ambientale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, con l’obiettivo di implementare strategie di gestione idrica efficaci e integrate che promuovano l’empowerment delle donne nelle comunità indigene in contesti rurali. Risultati significativi in questa direzione sono emersi dal ciclo di seminari “Gestione comunitaria dell’acqua in una prospettiva di genere”, rivolto a gruppi di donne delle comunità rurali della Mixteca e delle Valli Calchaquí, realizzato dalla Fondazione AVSI sia in forma presenziale che attraverso scambi virtuali fra gruppi di donne delle due regioni. Tra i risultati più significativi, spicca il fatto che l’adozione da parte di gruppi di donne di soluzioni tecnologicamente appropriate e accessibili, non solo migliori la gestione delle risorse naturali, ma contribuisca anche a rafforzare il loro ruolo all’interno della comunità. Un esempio paradigmatico è rappresentato da un gruppo di donne della Mixteca che hanno costruito dieci cisterne in ferrocemento per la raccolta dell’acqua piovana. L’acqua viene gestita in modo solidale, il che permette loro di coltivare ortaggi per il consumo familiare e per la vendita. Una donna illustra l’impatto della gestione solidale dell’acqua: “L’acqua ha cambiato la nostra vita. In passato, per andare a prendere l’acqua, facevamo un viaggio di un’ora a piedi. C’erano code al ruscello e non c’era abbastanza acqua per tutti. Grazie all’acqua, abbiamo creato una cucina comunitaria e un orto organico. I prodotti vengono usati per dare da mangiare ai bambini della scuola materna, il resto viene venduto al mercato e usato per comprare nuove sementi”. Un’altra donna sottolinea il valore della cogestione: “La cucina comunitaria è gestita in forma cooperativa. All’inizio ci sono stati dei conflitti, ma la gestione comunitaria ci ha aiutato a risolverli. Insieme abbiamo imparato a difendere i nostri diritti e a prendere decisioni che hanno migliorato la vita della comunità”. Le attività di educazione ambientale hanno favorito lo scambio fra le donne Mixteche e gruppi di donne di Amaicha del Valle (Valli Calchaquí). Le donne Amaicha che hanno partecipato a un gruppo di discussione, affermano di aver appreso dalle donne Mixteche l’importanza della gestione solidale dell’acqua, che ha permesso loro di accrescere la propria influenza e di contribuire al proprio benessere e a quello della comunità. Hanno inoltre interpretato l’esperienza delle donne Mixteche come una sfida ai pregiudizi culturali che escludono le donne da alcune attività considerate esclusivamente di pertinenza maschile. Una donna ha affermato: “Le donne hanno dimostrato agli uomini di poter svolgere il loro stesso lavoro e di possedere le capacità per farlo in tutti gli ambiti, persino nella costruzione di serbatoi per la raccolta dell’acqua”. Un’altra donna ha evidenziato che, attraverso la lotta per il diritto all’acqua, le donne sfidano i modelli culturali sessisti presenti nelle loro famiglie e comunità, che fanno ricadere su donne e ragazze la responsabilità dell’approvvigionamento idrico, senza che gli uomini si preoccupino di come le donne se lo procurino. Le donne Mixteche e Amaicha hanno inoltre sottolineato la necessità di un’ampia opera di sensibilizzazione rivolta alle donne, spesso portatrici di valori maschilisti e patriarcali, al fine di abbattere i pregiudizi culturali, i ruoli e gli stereotipi che perpetuano la disuguaglianza di genere. Uno dei contributi più significativi all’iniziativa da parte delle donne Mixteche e Amaicha è stato l’apporto della prospettiva culturale dei popoli indigeni. Le donne hanno sottolineato che, quando si affrontano le problematiche legate all’acqua, è essenziale tenere in considerazione il ruolo centrale che questo “fluido vitale” riveste nella cosmogonia e nella realtà magica dei popoli nativi, per la cui protezione e utilizzo i loro antenati impiegavano antiche pratiche e tecniche. La peculiarità della visione indigena dell’acqua risiede nel considerarla un’entità vivente che, fluendo, feconda la “Madre Terra”, dispensando la vita e animando l’universo. Su questa visione le popolazioni indigene fondano la reciprocità e la complementarità che lega gli esseri viventi alla natura, rivendicando l’accesso all’acqua come diritto universale e comunitario. Le buone pratiche sono confluite in un modello di educazione ambientale in cui le donne sono agenti di cambiamento imprescindibili per la sostenibilità ambientale e il progresso dei territori. Tuttavia, le attiviste ecofemministe ci ammoniscono dal chiedere all’ angelo del focolare di salvare il pianeta, una richiesta che aumenterebbe le pressioni sulla donna senza accrescerne i diritti. Come ci ricorda Alicia Puleo in “Ecofeminismo: para otro mundo posible”, e come ci hanno insegnato le donne Mixteche e Amaicha, per avanzare verso una società inclusiva è necessario adottare un approccio plurale che abbracci le diverse visioni sul rapporto tra esseri viventi e natura. In questa prospettiva le donne devono essere riconosciute come agenti culturali imprescindibili per la costruzione di una nuova epistemologia che armonizzi razionalità ed empatia e che ponga le basi per un nuovo rapporto tra esseri viventi e natura, fondato su un’etica relazionale della reciprocità e del rispetto. Unimondo
April 6, 2026
Pressenza
Il Tribunale di Trapani riconosce l’illegittimità di detenzione e blocco della Mare Jonio nell’ottobre 2023
La politica del governo contro le ONG produce solo sofferenza e morte. È il fallimento di Piantedosi, che dovrebbe dimettersi. Il Tribunale di Trapani ha pronunciato sentenza per il caso del soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans il 16 ottobre del 2023: sono state definitivamente annullate le sanzioni – fermo amministrativo della nave per venti giorni e multa di oltre 3.000 euro – con cui il governo aveva colpito Mediterranea sulla base del Decreto Legge Piantedosi e il Ministero dell’Interno è stato anche condannato al pagamento delle spese legali. In quella occasione, grazie alla segnalazione ricevuta dall’aereo civile di osservazione SeaBird 2 di Sea-Watch, eravamo intervenuti su un gommone in pericolo in zona SAR sotto controllo della Libia, che si trovava con “motore in avaria, i tubolari già parzialmente sgonfi e danneggiati, con una grave situazione di sovraffollamento a bordo (con donne e bambini tutti privi di dispositivi individuali di salvataggio) e con una persona già finita in acqua e a rischio annegamento”: con l’immediato intervento del nostro Rescue Team, riuscivamo a soccorrere a bordo della Mare Jonio tutte le 69 persone naufraghe, in gran parte famiglie provenienti da Sudan e Sud Sudan con diverse donne e bambini, tra cui un neonato, sbarcate il giorno successivo a Trapani.  Si è trattato del primo caso di applicazione del DL Piantedosi alla Mare Jonio, con la motivazione che la nave di Mediterranea non si era sottoposta al “coordinamento delle Autorità Libiche” e non aveva chiesto agli stessi libici “l’assegnazione del porto di sbarco.” Motivazioni che sono state considerate ora dal Tribunale di Trapani del tutto illegittime, dal momento che la Mare Jonio aveva immediatamente comunicato a tutte le autorità la disponibilità della nostra nave a intervenire in soccorso di questa imbarcazione e che – come si legge nella sentenza – “viene espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco a seguito di soccorso in mare, alla luce della volatile situazione di sicurezza in generale e dei particolari rischi per la protezione dei cittadini stranieri (compresa la detenzione arbitraria e illegale in condizioni inadeguate nei centri di detenzione gestiti dallo Stato e le segnalazioni di gravi violazioni e abusi contro richiedenti asilo, rifugiati e migranti da parte, tra gli altri, di milizie, trafficanti e contrabbandieri.)” Illegittima è stata quindi la richiesta da parte delle Autorità italiane di riferirsi e sottomettersi al coordinamento delle cosiddette “autorità competenti libiche”, mentre del tutto legittimo è stato “l’operato del comandante della Mare Jonio, non ricorrendo un arbitrario rifiuto di osservare le indicazioni date dall’autorità di bandiera, quanto piuttosto un motivato discostamento dalle stesse in ragione della corretta esclusione della possibilità di poter richiedere alle autorità libiche la indicazione del porto ove far sbarcare i naufraghi per le ragioni sopra espresse.” Non si contano più le sentenze pronunciate dai Tribunali della Repubblica Italiana con cui viene puntualmente smontato l’impiego del Decreto Legge Piantedosi per colpire, intralciare e impedire l’attività di soccorso delle navi civili. Nei confronti della nostra Mare Jonio questo è accaduto per tre volte (due procedimenti sono ancora aperti e andranno a sentenza entro quest’anno), costringendo la nave a fermarsi per mesi, sottraendola agli interventi di salvataggio in mare e costringendoci a sostenere costi molti gravosi per il suo mantenimento. Questo impiego illegittimo e strumentale del DL Piantedosi è tanto più grave di fronte alla situazione in Nord Africa e nel Mar Mediterraneo Centrale: detenzioni arbitrarie, deportazioni, violenze e torture in Libia e Tunisia. Solo dall’inizio di quest’anno, più di 1.600 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. Il fallimento delle politiche governative purtroppo, costa la vita a migliaia di persone: i naufragi si susseguono in mare, mentre il Ministro ridacchia sbandierando il “successo” della diminuzione degli sbarchi; donne, uomini e bambini muoiono di ipotermia, di freddo, abbandonati alla deriva per giorni. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite certifica la natura criminale delle cosiddette “istituzioni libiche”, della cosiddetta “Guardia Costiera libica”, con i quali i nostri servizi segreti ( AISE) “intrattengono ottimi rapporti di collaborazione” (cit. Prefetto Caravelli in audizione al Copasir). Sul vergognoso caso Almasri l’Italia viene deferita per aver fatto fuggire un pericoloso ricercato per crimini contro l’umanità. Sempre l’Onu indaga sulla violazione dell’embargo sulle armi alle milizie libiche da parte del governo italiano, che addestra e rifornisce i clan locali. La moralità e l’etica di un ministro della Repubblica non vanno misurate con le gesta da “Suburra” dei palazzi romani di cui ogni giorno abbiamo evidenza, ma sulla sofferenza e sulla morte, sulle ingiustizie e sull’illegittimità ed illegalità dei suoi atti. Dopo questa ennesima prova rappresentata dalla sentenza sul fermo illegittimo e illegale di Mare Jonio, andremo avanti ancora più convinti nel soccorso civile in mare: con la barca Safira già in missione a Lampedusa, e con la nave Mediterranea che sta rendendo più efficienti ospedale di bordo e mezzi di intervento rapido e che presto tornerà in mare. Invitiamo tutti coloro che praticano solidarietà, soccorso, cura, protezione verso i più fragili, in terra e in mare, a continuare e a disobbedire alle leggi ingiuste messe in atto da politiche disumane. Un giorno questi potenti risponderanno anche nei tribunali per i loro crimini. Davanti alla Storia lo stanno già facendo.   Mediterranea Saving Humans
April 3, 2026
Pressenza
A Cuba arriverà una nuova petroliera russa
Cuba non è sola: il Ministro dell’Energia russo Sergei Tsiviliov ha dichiarato giovedì che la Russia si sta preparando a inviare una seconda petroliera a Cuba nel mezzo della grave crisi energetica a causa del blocco degli Stati Uniti. “Ieri si è tenuto un incontro importante a San Pietroburgo con una rappresentanza politica cubana. Cuba è sotto blocco totale, è isolata. Da dove viene il carico di petrolio? Una nave russa ha rotto il blocco. Ora la seconda si sta caricando. Non lasceremo i cubani in difficoltà”, ha assicurato Tsiviliov. Questa sarebbe la seconda imbarcazione russa a raggiungere l’isola dopo che la prima petroliera russa, l’Anatoli Kolodkin,  è arrivata questa settimana con circa 100.000 tonnellate di petrolio per aiutare a superare la difficile situazione energetica del Paese. Il presidente di Cuba, Miguel Díaz Canel, ha ringraziato mercoledì la Russia per il suo aiuto e ha assicurato che lo scarico del petrolio è già iniziato; poi cominceranno la raffinazione, la distribuzione e “l’uso razionale di questa spedizione che, sebbene insufficiente in mezzo alla grave carenza, allevierà gradualmente la situazione nelle prossime settimane.”     Andrea Puccio
April 3, 2026
Pressenza
A Monte Po con i giovani per costruire nuova cittadinanza
Sono trascorsi dieci anni dal passo indietro dei volontari di Mani Tese che, insieme ai ragazzi del quartiere, avevano recuperato il campetto di calcio di Monte Po, poi dedicato a Nino Russo, uno di loro messo “fuori gioco” da una grave malattia. Era stato un percorso lungo diversi anni, durante i quali i ragazzi avevano imparato a confrontarsi per prendere insieme le decisioni, avevano costruito la fontanella con l’aiuto di un genitore, ottenuto dal Comune l’allaccio della luce, non come favore ma rivendicando un diritto. Ed anche imparato ad autofinanziarsi con i mercatini dell’usato in stile Mani Tese, che erano stati anche una scuola di riutilizzo degli oggetti e di lotta alla spreco. Tante, oltre al calcio, le esperienze fatte in quegli anni, concluse quando “non ci sono state più le condizioni per andare avanti serenamente” e Mani Tese ha fatto un passo indietro. Quest’anno, a Monte Po, è partito un nuovo progetto ministeriale, dalla denominazione un po’ strampalata, DesTEENazione, nato per favorire la partecipazione e l’inclusione sociale degli adolescenti e contrastare la dispersione scolastica. A Catania il bando è stato vinto anche da Cooperativa Prospettiva, che ha una lunga esperienza di lavoro con i minori in situazione di disagio. I suoi “educatori di strada”, che hanno iniziato questa nuova avventura a Monte Po, Elisa, Luciano, Gabriele e Daniele ci raccontano l’impatto con il quartiere e le prime esperienze di incontro con i residenti, in particolare i più giovani. Ci vorrebbe la penna di una Goliarda Sapienza per descrivere Monte Po, la sua vita, la sua urbanistica. Noi, mestamente e prosaicamente, ci limitiamo ai dati IDISE (Indice di Disagio socioeconomico di individui e famiglie a livello sub-comunale) rilasciati dall’Istat lo scorso dicembre. Il riferimento è alla V circoscrizione. Monte Po, come Nesima, Rapisardi e San Leone, registra una delle condizioni educative e sociali più critiche di Catania, con più del quaranta per cento delle famiglie che percepisce un reddito incerto e discontinuo, quasi il cinquanta che si è fermato (ottimisticamente) alla terza media e il trentaquattro per cento dei giovani che non studia né lavora. Un territorio, insomma, che sembra quasi fermo agli anni Settanta: sono arrivate sì le reti fognarie, l’illuminazione pubblica, i parchi commerciali che si stagliano con le loro insegne brutaliste al di sotto dell’Etna, ma pare essere una patina appena accennata di modernità e forse lo dimostra la quantità mostruosa di spazzatura disseminata per le strade o ancora di più l’intensità con cui la tabaccaia mi ha raccontato dei figli che, a trent’anni e con l’inflazione attuale, si aspettano comunque l’uovo di pasqua. In altre parole, tra una casa popolare e l’altra ci si aspetta di incontrare Pasolini con il suo Comizi d’Amore, che intervisti i ragazzini che s’inerpicano tra le salite del quartiere, in due o tre su motociclette, motorini, quad sgargianti (a onore della cronaca, alcuni di loro indossano il casco). Anche sul piano sociale la situazione non appare proprio florida; se a Nesima si registra la presenza di una forte parrocchia impegnata per incidere una svolta nella vita del quartiere, a Monte Po sembrano esserci solo piani e piani di case popolari. Si contano sette esercizi commerciali (di cui il Chiosco, Ice Cream e il già sopracitato Tabacchi), un centro scommesse, uno studio dentistico e una farmacia. Sono presenti un asilo nido, l’istituto Vittorino da Feltre che comprende scuola primaria e secondaria (senza alcuna classe che benefici del tempo pieno, ça va sans dire) e l’alberghiero Karol Wojtyla, con due plessi. Tocca quindi immaginarsi cosa faccia questo trentaquattro per cento di ragazzi che né studia né lavora. I più ingenui potranno collegare la scarsa offerta consumistica alla povertà generale di Monte Po, ma ricordiamo sommessamente che l’intera città di Catania gode di primati nazionali come il 60 e più per cento di famiglie a bassa intensità lavorativa o il 40 per cento di famiglie con un Isee sotto i settemila euro, ma tutto ciò non impedisce di vantare la più alta densità di centri commerciali non dell’Italia, ma dell’Europa: a Monte Po c’è stata una precisa assenza di pianificazione politica. È stato costruito un immenso dormitorio, un produci consuma crepa senza però nemmeno la consolazione del consumismo. Eppure, qualcosa si muove. Gli insegnanti dell’istituto Alberghiero raccontano di un quartiere che, in quindici anni, ha mutato atteggiamento nei confronti della scuola, “all’inizio eravamo come un corpo estraneo; oggi invece ne riconoscono il valore sociale. I genitori sanno che qui i loro ragazzi sono al sicuro”, nonostante la dispersione rimanga un dato non trascurabile. “Le prime volte che arrivavo, i ragazzi in scooter mi seguivano, perché la mia macchina corrispondeva a quella della polizia in borghese”, racconta un professore. Dal basso, da un decennio l’associazione IGAM (i giovani che amano Monte Po) raccoglie bambini e adolescenti, con attività ludiche all’aperto, soprattutto in estate, in un territorio che offre almeno due spazi “sport outdoor”, tenuti sì in ottimo stato, ma poco frequentati. Il nuovo parroco poi, Don Ignaçio, ha tutta l’intenzione di ricostituire un legame forte tra la parrocchia e i giovani, dopo anni in cui gli unici avventori sembrano stati i pensionati. Dall’Angola, un sorriso splendente e trascinante, espone a chiunque sia disposto ad ascoltare i suoi progetti: un grest estivo, le messe per strada, il rinnovamento degli ambienti della chiesa, con un ottimismo e una forza che il quartiere ha accolto con speranza e occasioni di dialogo. Ma, soprattutto, a Monte Po si sta muovendo finalmente una regia pubblica. Da mesi sul territorio è aperto il progetto nazionale DesTEENazione, di durata triennale con l’obiettivo dichiarato di ridurre le diseguaglianze sociali e “di possibilità” dei ragazzi. Grazie ad esso, da gennaio la Cooperativa Prospettiva (S. Giovanni Galermo) si reca nel quartiere per costruire legami, rapporti con gli adolescenti attraverso l’educativa di strada. Si creano così degli appuntamenti fissi con chi vive nel quartiere e può scoprire nuove modalità per abitarlo. Si tratta di attività semplici: portare un impianto acustico con la musica, organizzare piccoli tornei di calcio nel campetto “Nino Russo” con i ragazzi dell’IGAM e con altri che autonomamente si sono uniti. Uno degli operatori, Luciano, ma meglio noto con il nome d’arte “Zu Luciano”, cantante rap, è ormai riconosciuto dai ragazzi del quartiere “m’ascutai tutti i suoi pezzi! Troppu fotti!”. Ragazzi e ragazze che non lesinano richieste e aspettative. Sanno infatti che da maggio sorgerà nel quartiere un nuovo Centro di Aggregazione Polifunzionale, un luogo per loro sicuro, con un doposcuola, spazi gratuiti in cui incontrarsi e scoprirsi. Intanto però, investigano su cosa potrà portare di pratico: Nino, dodici anni, ha espressamente richiesto una Yamaha nuova “dato che state aprendo questo nuovo centro, me la regalate?”, mentre le ragazzine lamentano l’assenza di negozi; una però timidamente accenna alla speranza di un cinema. Il documento informativo di DesTEENazione sottolineava come gli adolescenti di oggi siano schiacciati dalla “eccedenza, tipicamente postmoderna, delle possibilità”: a Monte Po invece queste possibilità (la loro eccedenza ci pare davvero utopistica) bisogna costruirle con e per i ragazzi. Appuntamento quindi a maggio: ci aspetta una sfida importante per il futuro e la crescita di un quartiere che non può più rimanere periferia della periferia. Abbiamo di fronte una responsabilità collettiva, in cui ognuno di noi dovrà dare la sua parte migliore per accogliere e mediare le contraddizioni di un quartiere come Monte Po, le speranze e i sogni dei suoi ragazzi. Gli educatori di strada del progetto DesTEENazione Redazione Sicilia
April 2, 2026
Pressenza
Arrivata a Cuba la petroliera russa. Trump cambia idea sul blocco
Come precedentemente annunciato la petroliera russa Anatoli Kolodkin è arrivata a Cuba con il suo carico di petrolio che potrebbe coincide con il cambio di strategia di Donald Trump nei confronti dell’isola. La nave trasporta circa 100.000 tonnellate di petrolio e naviga sotto bandiera russa. E’ stata scortata da una nave da guerra della Marina russa attraverso la Manica, ma una volta entrata nell’Atlantico la petroliera ha continuato il suo viaggio da sola. Attualmente la nave si trova nel porto di Matanzas in attesa che il suo prezioso contenuto venga scaricato. Questa è la prima imbarcazione che trasporta combustibili ad arrivare a Cuba dopo che gli Stati Uniti hanno costretto Venezuela e Messico a interrompere la fornitura di energia all’isola. Cuba non ha ricevuto alcuna fornitura di petrolio dal 9 gennaio, il che ha causato una grave crisi energetica. Il Messico ha effettuato l’ultima spedizione, ma in seguito ha interrotto la fornitura a causa della pressione di Washington. L’arrivo della petroliera coincide con un cambio di posizione sull’isola da parte di Trump, che ha affermato di non avere obiezioni al fatto che altri Paesi, tra cui la Russia, forniscano petrolio a Cuba. “Non ci dispiace lasciare che qualcuno riceva un carico perché ne ha bisogno. Devono sopravvivere”, ha detto alla stampa. “Se un Paese vuole inviare petrolio a Cuba in questo momento, non ho alcun problema, che sia la Russia o meno”, ha aggiunto. “Preferirei lasciarlo entrare, perché la gente ha bisogno di riscaldamento, refrigerazione e tutto il resto”, ha ribadito. Cosa abbia fatto cambiare opinione a Donald Trump su Cuba non è dato sapere. In precedenza aveva dichiarato che l’isola, dopo l’Iran, sarebbe stata il suo prossimo obiettivo, aggiungendo poi che Cuba sarebbe caduta da sola a causa della disastrosa situazione economica nella quale si trova. Si era poi spinto a sostenere pubblicamente che l’isola si trova nello stato attuale grazie alle sanzioni che lui ha imposto, certificando, anche se non ce n’era bisogno, che è il sessantennale blocco economico, commerciale e finanziario l’unica ragione della difficile situazione in cui versa il Paese e non l’incapacità del governo, come viene sostenuto dalla propaganda anti-cubana. Ora pare abbia cambiato idea, dico pare perché di Trump non ci possiamo fidare. Forse sono stati gli interessi economici che molti cittadini statunitensi hanno sull’isola a fargli cambiare posizione e a permettere l’arrivo della petroliera russa. Se da un lato la minoranza piccola, ma influente politicamente, dei cubani residenti negli Stati Uniti che vive dei finanziamenti della Casa Bianca alla controrivoluzione chiede misure più incisive e pesanti contro Cuba, allo scopo di aumentare il malessere della popolazione, dall’altro lato ci sono molti cittadini statunitensi e cubani che vivono negli Stati Uniti e hanno importanti commerci con l’isola. La situazione attuale rende chiaramente più difficile il commercio interno. Si pensi soltanto ai trasporti e alla consegna delle merci dai porti alle città, anche se il settore privato dispone di carburanti. Infatti gli Stati Uniti avevano permesso l’importazione di combustibili a esclusivo uso del settore privato. In ogni caso rendere meno pesante la situazione permetterebbe al commercio di svilupparsi e alla popolazione di vivere meglio. Disporre di energia, trasporti garantiti e un sistema sanitario meno oppresso per la mancanza di energia elettrica renderebbe tutto più facile a Cuba. In sintesi mi sento di ipotizzare che gli interessi economici abbiano prevalso sulle pressioni ideologiche del piccolo gruppo che sostiene le politiche sempre più restrittive degli Stati Uniti nei confronti di Cuba. Siamo solo agli inizi, vedremo cosa succederà in futuro. Il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha assicurato la  settimana scorsa che il suo Paese è preoccupato per l’escalation della tensione intorno a Cuba e rimarrà solidale con il governo dell’isola caraibica. Allo stesso tempo, il 19 marzo il portavoce presidenziale russo Dmitri Peskov ha ribadito il sostegno di Mosca all’Avana e ha rivelato che le autorità russe stanno discutendo su come aiutarla. “Siamo in costante dialogo con la direzione di Cuba e naturalmente stiamo discutendo su come aiutare l’isola in una situazione così difficile”, ha dichiarato. “Siamo lieti che questo lotto di prodotti petroliferi sia arrivato”, ha commentato oggi, sottolineando che Cuba è “in condizioni di blocco molto severo” e ha bisogno di prodotti derivati dal petrolio “per il funzionamento dei sistemi di supporto vitale nel Paese, per generare elettricità, per fornire servizi medici o di altro tipo alla popolazione. Naturalmente, la Russia considera suo dovere non rimanere in disparte e fornire l’aiuto necessario ai nostri amici cubani”, ha rilevato, aggiungendo che Mosca continuerà a lavorare per fornire più petrolio a Cuba. Ci saranno state pressioni del Cremlino nei confronti della Casa Bianca per lasciar passare la petroliera? Alcuni lo sostengono apertamente, anche se non forniscono prove. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
March 30, 2026
Pressenza
Cuba, in arrivo una petroliera russa
Citando un funzionario statunitense informato sulla questione, il New York Times ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero permesso alla petroliera russa Anatoly Kolodkin di arrivare a Cuba per consegnare il suo carico di circa 730 mila barili di petrolio, rompendo di fatto il blocco imposto dalla Casa Bianca all’importazione di greggio. Il quotidiano non specifica il motivo della decisione statunitense. Washington ha effettivamente bloccato tutte le spedizioni di petrolio verso Cuba nel tentativo di fare pressione sul governo di L’Avana. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno temporaneamente revocato le sanzioni alla Russia per contribuire a migliorare il flusso di petrolio, limitato dagli attacchi militari statunitensi e israeliani sull’Iran. La petroliera è partita dal porto russo di Primorsk con circa 650.000 barili di greggio, anche se secondo il New York Times ne trasporta 730.000. Il suo arrivo a Cuba rappresenterebbe una boccata di ossigeno per l’isola sottoposta dal 29 gennaio al blocco delle importazioni di petrolio a seguito dell’ordine esecutivo emesso da Donald Trump, che ha lo scopo evidente di soffocare l’economia e la vita dei cubani. In tal senso il presidente cubano Miguel Diaz Canel ha dichiarato che da tre mesi petrolio e combustibile non entrano nel Paese. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
March 30, 2026
Pressenza