“Basta sangue sui nostri giubbotti”. Flahsmob davanti a Montecitorio

Pressenza - Friday, May 8, 2026

«Senza testimoni non c’è verità. E senza verità non c’è giustizia». È questo il messaggio che ha accompagnato, giovedì 7 maggio 2026, il flashmob promosso dal mondo dell’informazione davanti a Montecitorio, contro l’uccisione sistematica delle giornaliste e dei giornalisti nei conflitti armati, in particolare in Palestina, Libano e in tutto il Medio Oriente.

Tra le fotografie dei reporter uccisi e le bandiere palestinesi, la protesta ha assunto anche la forma di un rito civile della memoria. Durante il presidio, sono state lette ad alta voce le storie e i nomi delle reporter e dei reporter uccisi, da Gaza al Libano, dallo Yemen al Sudan: non numeri astratti, ma vite, biografie, famiglie spezzate. Un elenco che, letto pubblicamente, ha trasformato la piazza in un luogo di testimonianza collettiva contro quella che le organizzazioni internazionali per la libertà di stampa definiscono ormai una strage senza precedenti.

Particolarmente intenso l’intervento di Bassam Saleh, giornalista palestinese, che ha denunciato «una tragedia che continua senza testimoni». Gaza – ha spiegato – è progressivamente scomparsa dai notiziari internazionali, mentre il mondo è distratto da altre guerre e da nuove tensioni regionali. L’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran monopolizza l’attenzione mediatica, relegando la Striscia ai margini, come se non fosse più una priorità umanitaria e politica.

Ma a Gaza, ha ricordato Saleh, la guerra non si è mai fermata: bombardamenti incessanti, distruzione sistematica delle abitazioni, occupazione permanente. I civili sopravvivono in condizioni umanitarie catastrofiche, segnate da fame, sete, freddo e diffusione di malattie. «Il silenzio mediatico – ha denunciato – non è neutrale: diventa complice». Per Saleh, autocensura e selettività dell’informazione sono pericolose quanto le bombe. Tacere significa permettere l’annessione delle terre, l’attacco ai luoghi sacri e la negazione di ogni tutela giuridica ai palestinesi. «Basta silenzio. Basta autocensura».

Nel suo intervento, Antonella Napoli di Articolo 21 ha ricordato anche i numerosi giornalisti uccisi in Sudan e in altri conflitti dimenticati, chiedendo che venga fermata quella che ha definito una vera e propria “mattanza” e che sia garantita la protezione degli operatori dell’informazione nei teatri di guerra. Tra le proposte, l’istituzione di un Alto rappresentante per la stampa, figura richiesta già nel 2015 da Reporter senza frontiere all’Assemblea delle Nazioni Unite, ma rimasta finora lettera morta.

Secondo i dati aggiornati di Reporters Sans Frontières (RSF), dal 7 ottobre 2023 a oggi oltre 260 giornalisti palestinesi sono stati uccisi nella Striscia di Gaza dall’esercito israeliano, anche se stime indipendenti ipotizzano che il numero reale superi le 300 vittime. Almeno 70 di loro sono stati colpiti mentre svolgevano direttamente il loro lavoro, indossando giubbotti e caschi con la scritta “Press”. Nel solo 2025, RSF ha documentato 67 giornalisti uccisi nel mondo: quasi la metà (43%) a Gaza, rendendo Israele il Paese responsabile del maggior numero di morti tra i reporter per il terzo anno consecutivo.

Numeri che, sommati alle vittime in Libano, Sudan, Yemen e altri teatri di guerra, portano – secondo diverse organizzazioni del giornalismo e della società civile – a oltre 350 operatrici e operatori dell’informazione uccisi nei territori coinvolti nel conflitto mediorientale dall’inizio delle ostilità. Un momento toccante del presidio è stato segnato dai collegamenti in diretta con giornalisti dal Libano, che hanno raccontato le condizioni di lavoro estreme, la paura quotidiana e la consapevolezza di essere diventati bersagli militari, non più semplici osservatori neutrali dei conflitti.

Proprio dal Libano arriva uno dei casi simbolo ricordati in piazza: Amal Khalil, 43 anni, reporter del quotidiano Al‑Akhbar, uccisa il 22 aprile 2026 nel sud del Paese durante un attacco dell’esercito israeliano. Secondo quanto denunciato da RSF e dal Committee to Protect Journalists (CPJ), non si è trattato né di un errore né di un danno collaterale. L’azione militare sarebbe stata condotta con la tecnica del “double tap”: un primo bombardamento seguito da un secondo colpo mirato a colpire soccorritori e testimoni, ostacolando deliberatamente i soccorsi. Il CPJ ha chiesto l’apertura di inchieste internazionali indipendenti per possibile crimine di guerra, sottolineando come l’impunità per l’uccisione dei giornalisti sia ormai strutturale.

Alla manifestazione hanno partecipato anche numerosi esponenti politici, tra cui Laura Boldrini, Filippo Sensi, Arturo Scotto, Angelo Bonelli e Gianluca Pecchiola, insieme a Luisa Morgantini di Assopace Palestina, ai Sanitari per Gaza, a don Andrea dei Sacerdoti contro il genocidio. Gli interventi sono stati coordinati da Francesca Fornario per la Rete #NoBavaglio.

Presenti in piazza anche i rappresentanti delle istituzioni della professione giornalistica: Carlo Bartoli, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti; Guido D’Ubaldo, presidente dell’Odg Lazio; Vittorio Di Trapani, presidente della Fnsi; Daniele Macheda, per l’Usigrai.

La richiesta finale è politica e diretta: «L’Unione Europea e il governo italiano rompano il silenzio e l’inerzia, abbandonino ogni forma di complicità politica e diplomatica e adottino misure concrete di pressione su Israele». Tra queste, la sospensione dell’accordo di associazione UE‑Israele, in discussione l’11 maggio al Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Unione. E ancora: protezione internazionale per i giornalisti nei teatri di guerra e apertura immediata della Striscia di Gaza alla stampa internazionale, tuttora vietata.

«Colpire l’informazione significa oscurare la verità, cancellare le prove dei crimini di guerra, rendere invisibili le vittime civili – è stato ribadito –. Perché senza chi racconta, le guerre diventano invisibili. E perché difendere i giornalisti significa difendere il diritto di tutti a sapere».

 

 

Rete #NOBAVAGLIO