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Abolire la guerra: per questo Emergency vive
di Bruno Lai 21 aprile 1948: nasce Gino Strada. Gino Strada è un chirurgo di guerra fortemente determinato nel volere l’abolizione della guerra. Suole ripetere: «Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra». Ed aggiunge altre considerazioni del tipo: «Abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile», oppure: «Se la guerra non viene buttata fuori dalla
Bloccati in Marocco
Dall’aprile 2023 il Sudan brucia. Il conflitto tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale al-Burhan e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) di Mohammed Hamdan Dagalo 1, detto “Hemetti“, ha prodotto quella che l’ONU definisce la peggiore crisi di sfollamento al mondo: circa 15 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, oltre 4 milioni dei quali hanno cercato rifugio in paesi vicini 2. > “Il Sudan è oggi teatro della più grave crisi di sfollamento al mondo”. > (fonte: UNHCR) Il 70% degli ospedali è fuori servizio, intere regioni come il Darfur e il Kordofan sono devastate dalla carestia, da esecuzioni sommarie, da violenze sessuali sistematiche e da massacri che presentano, secondo organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International, i tratti distintivi di una campagna di pulizia etnica e possibili crimini contro l’umanità 3. In questo contesto, il Marocco è diventato una tappa obbligata per migliaia di sudanesi in fuga. Non una meta scelta, ma un approdo imposto dalla chiusura di altre vie: la Libia con le sue milizie, l’Egitto con le sue condizioni durissime 4. Secondo le stime delle organizzazioni della società civile locale, le persone sudanesi registrate presso l’UNHCR a Rabat sono tra 2.700 e 3.000, ma il numero reale è considerato molto più alto, data la bassa propensione a presentare domanda di asilo presso l’agenzia onusiana. Si tratta di una comunità eterogenea, persone di ogni genere e età, spesso con titoli universitari e carriere interrotte dalla guerra, che non ha scelto il Marocco come destinazione finale ma vi si trova bloccata, in attesa di un reinsediamento che non arriva. UNA PROTEZIONE CHE NON PROTEGGE La situazione sul campo è quella che descrivono le organizzazioni di difesa dei diritti umani che operano a Rabat. I rappresentanti di GADEM (Groupe Antiraciste de Défense et d’Accompagnement des Étrangers et des Migrants) e AMDH (Association Marocaine des Droits Humains), nella persona del suo presidente Hakim Sikouk, hanno risposto a dei quesiti sulla condizione specifica dei rifugiati sudanesi in Marocco. Le loro risposte convergono sulla gravità della situazione, pur rivelando approcci e sensibilità diverse. Il primo nodo critico riguarda l’accesso alla procedura di asilo. Le pratiche UNHCR richiedono dai sei mesi a un anno e mezzo, e molti sudanesi rinunciano a presentare domanda perché, come spiega il referente di GADEM, lo status di rifugiato non garantisce un miglioramento concreto: il reinsediamento in un paese terzo è di fatto bloccato. Sikouk è più diretto: l’attesa per un colloquio può durare un anno intero, lasciando le persone in una condizione di totale insicurezza giuridica e materiale. Anche quando il riconoscimento arriva, la protezione rimane formale. Lo Stato marocchino non riconosce ufficialmente il documento rilasciato dall’UNHCR come titolo di soggiorno: i rifugiati registrati restano esposti ad arresti arbitrari. > «Lo status non garantisce alcuna protezione reale contro le azioni della > polizia», afferma Sikouk. GADEM conferma: la protezione è arbitraria nei fatti, indipendentemente da quanto previsto sulla carta. DORMIRE PER STRADA DAVANTI ALL’UNHCR Le condizioni di vita sono di estrema vulnerabilità. Molti rifugiati sudanesi sono senza alloggio e dormono per strada, emblematicamente davanti alla sede stessa dell’UNHCR a Rabat, circondata dal filo spinato. Sul fronte degli aiuti economici, il quadro è tanto frammentato quanto allarmante. Secondo i dati AMDH di gennaio 2026, i rifugiati sudanesi presenti in Marocco sono circa 4.300, ma solo il 20% beneficia di un qualsiasi sostegno economico 5. L’Association Marocaine des Droits Humains (AMDH) è una delle principali organizzazioni non governative del Marocco dedicate alla promozione e alla difesa dei diritti umani. Fondata nel 1979 a Rabat, gioca un ruolo di rilievo nel denunciare violazioni, sostenere le libertà civili e promuovere la cultura dei diritti umani nel paese. L’UNHCR ha dichiarato di aver fornito assistenza finanziaria a circa 1.945 persone considerate tra le più vulnerabili, in un contesto in cui il budget del programma è coperto solo al 38%. A partire da marzo 2025, i programmi in Marocco sono stati ridotti del 30% a causa di una crisi finanziaria globale, limitando i servizi alle sole situazioni di estrema vulnerabilità. Chi riesce ad accedere agli aiuti riceve al massimo 500 dirham al mese, circa 46 euro: una cifra già di per sé insufficiente, ulteriormente ridotta rispetto agli 800 dirham precedentemente erogati. Sikouk la definisce semplicemente “nulla” rispetto al costo della vita a Rabat. L’accesso al lavoro formale è praticamente impossibile: chi riesce a lavorare lo fa nell’edilizia o nei mercati informali, per 8-10 euro al giorno in turni di 12 ore. L’accesso alle cure sanitarie è critico, in particolare per le malattie croniche, con strutture partner che spesso non rispondono alle richieste di assistenza. A questa precarietà strutturale si aggiungono pratiche sistematiche di allontanamento forzato. GADEM documenta costantemente quello che definisce “spostamento forzato interno“: i rifugiati vengono arrestati nelle grandi città come Rabat e Casablanca e abbandonati in zone remote del paese, nel sud, lontano dalle reti di supporto e dalle sedi delle organizzazioni internazionali. Il GADEM (Groupe Antiraciste de Défense et d’accompagnement des Etrangers et Migrants) è un’organizzazione antirazzista con sede in Marocco, fondata nel 2006. Si dedica alla difesa, all’accompagnamento e alla tutela dei diritti di stranieri e migranti, combattendo discriminazioni e razzismo. Sikouk riporta casi di persone abbandonate ad Agadir senza telefono né denaro, mentre il rappresentante di GADEM riferisce come le forze dell’ordine istruiscano i conducenti degli autobus diretti verso le città di non farli salire per evitare che vi facciano ritorno. IL MAROCCO COME GENDARME. MA NON SOLO Sul piano politico, le due organizzazioni offrono letture complementari. Sikouk descrive un Marocco che agisce come gendarme delle frontiere europee in cambio di finanziamenti: i fondi ricevuti dall’UE vanno quasi esclusivamente al rafforzamento del controllo dei confini e delle procedure repressive, non all’assistenza reale alle persone. GADEM aggiunge una dimensione strategica: il Marocco non è un esecutore passivo, ma un attore consapevole che usa la gestione dei flussi migratori come leva politica nelle negoziazioni con Bruxelles, avendo capito e sfruttato la frammentazione interna all’Europa. La crisi di Ceuta del 2021, ricordano, non fu solo un’emergenza: fu uno strumento diplomatico 6. Il razzismo e il negazionismo istituzionale La questione razziale in Marocco è caratterizzata da un profondo divario tra la realtà vissuta dai migranti e il quadro normativo e discorsivo ufficiale dello Stato. Sul piano legale, il Codice Penale marocchino contiene solo due articoli che menzionano il razzismo e la discriminazione razziale, formulati con termini generici e privi di sviluppo specifico. La vaghezza della norma lascia a giudici e avvocati un ampio margine interpretativo, svuotando di fatto la legge di qualsiasi efficacia punitiva. Sikouk è esplicito: nel sistema attuale, insultare una persona in base alla razza non è considerato un reato grave. Il principale ostacolo alla costruzione di un quadro normativo adeguato è il rifiuto istituzionale di riconoscere il problema. Nel 2023, durante l’esame periodico delle Nazioni Unite a Ginevra, l’attuale Ministro della Giustizia marocchino ha dichiarato che il dibattito sul razzismo è proprio degli Stati Uniti e dell’Europa, ma non riguarda il Marocco. La posizione ufficiale dello Stato si appoggia su uno scudo religioso: essendo il Marocco un paese musulmano, l’argomento è che nessun musulmano oserebbe mai discriminare un altro essere umano. Questa logica classifica il razzismo come un non-problema, ignorando al contempo la storia coloniale e quella della schiavitù che hanno strutturalmente condizionato la società marocchina. Il paradosso è che, mentre mancano leggi contro il razzismo, ne esistono altre che istituzionalizzano la discriminazione su base nazionale. L’articolo 416 del Codice del Lavoro vieta agli stranieri di ricoprire cariche sindacali; l’articolo 439 impedisce loro di candidarsi come delegati dei lavoratori. Le procedure per l’assunzione di stranieri sono talmente complesse da lasciare alle autorità un potere discrezionale totale, esercitabile in qualsiasi momento. Sul piano sociale, l’assenza di sanzioni ha prodotto una normalizzazione di comportamenti discriminatori. I rifugiati sudanesi, in quanto musulmani, godono nei quartieri popolari di una parziale protezione informale: la partecipazione alla vita delle moschee permette loro di essere percepiti come “fratelli”, attenuando alcune forme di aggressione rispetto ai migranti subsahariani cristiani. Questo però non li mette al riparo dal razzismo delle forze dell’ordine. Sikouk riporta casi in cui la polizia ha arrestato cittadini marocchini del sud solo per il colore della pelle, ignorando le loro proteste in darija (arabo colloquiale marocchino) e scambiandoli per migranti irregolari. IL RAPPORTO CON L’UNHCR: TRA CRISI FINANZIARIA E CONFLITTO APERTO In Marocco, in assenza di un sistema nazionale di asilo, è l’UNHCR a svolgere le funzioni di registrazione delle persone e determinazione dello status di rifugiato. Al termine del 2025, i sudanesi rappresentavano il gruppo più numeroso tra i registrati, con circa 5.290 persone. Attraverso organizzazioni partner come l’Associazione Marocchina per la Pianificazione Familiare e la Fondazione Orient-Occident, l’agenzia dovrebbe garantire cure mediche, supporto psicosociale e sussidi economici. La procedura di reinsediamento verso paesi terzi, Canada, Stati Uniti ed Europa, è formalmente tra le funzioni dell’UNHCR ed è quella più attesa dai rifugiati sudanesi. Nella pratica, è quasi del tutto bloccata. A partire da marzo 2025, una crisi finanziaria globale ha costretto l’ufficio marocchino dell’UNHCR a tagliare i propri programmi e il personale di un terzo. I servizi sono ora garantiti solo alle persone in condizione di “estrema vulnerabilità“. Sul piano procedurale, ottenere il documento di richiedente asilo può richiedere fino a otto mesi, mentre l’attesa per la determinazione dello status supera spesso l’anno e mezzo. Poiché il Marocco non riconosce formalmente il documento UNHCR come titolo di soggiorno, i rifugiati in possesso di certificati ONU restano comunque esposti ad arresti e spostamenti forzati verso il sud del paese. Sikouk definisce l’UNHCR un “collaboratore” delle autorità marocchine, accusandolo di passività di fronte alle violazioni dei diritti umani e di non esercitare alcuna pressione sullo Stato affinché rispetti gli obblighi internazionali. L’AMDH denuncia inoltre che l’agenzia si rifiuta sistematicamente di incontrare i propri rappresentanti, pur continuando a ricevere altre organizzazioni. GADEM critica invece il modello di lavoro: i donatori impongono le proprie agende e le associazioni locali vengono ridotte a mere esecutrici, senza reale potere decisionale. Dall’inizio del 2026, i rifugiati sudanesi organizzano sit-in ogni lunedì davanti alla sede di Rabat per denunciare i ritardi e il senso di abbandono. MEDIA, VISIBILITÀ E IL RISCHIO DELLO SCIACALLAGGIO ETICO Sul ruolo dei media, le due organizzazioni esprimono posizioni complementari ma con accenti diversi. Per Sikouk, la pressione mediatica internazionale è “la nostra forza” principale: rendere visibile una comunità che soffre nell’ombra è una forma diretta di pressione sullo Stato marocchino, costringendolo a confrontarsi pubblicamente con le proprie mancanze nel garantire diritti basilari come la salute e il sostegno economico. GADEM introduce però una cautela necessaria. Il referente mette in guardia contro quello che definisce “sciacallaggio etico“: operatori dell’informazione che filmano rifugiati in condizioni di estrema miseria per fini personali o di visibilità, approfittando del fatto che persone in condizione di vulnerabilità non sono realmente in grado di negoziare il proprio consenso o la propria immagine. Denuncia inoltre come certi media contribuiscano a costruire lo stereotipo del rifugiato sudanese “violento“, semplicemente perché organizza manifestazioni per rivendicare diritti fondamentali. Una narrazione che viene a volte ripresa anche all’interno delle stesse strutture umanitarie. Sul fronte del conflitto in Sudan, la distanza e la difficoltà di accesso al terreno hanno spinto media e ricercatori a ricorrere a strumenti di rilevazione satellitare: immagini di Google Earth e sensori termici per individuare fosse comuni o concentrazioni di cadaveri laddove l’accesso umano è negato 7. Una documentazione che sopperisce all’impossibilità di inviare reporter, ma che non sostituisce la presenza diretta e il rapporto con le comunità colpite. Il Marocco, nel frattempo, usa i propri canali ufficiali per costruire un’immagine pubblica controllata sul tema della migrazione, cercando appoggio diplomatico nel continente africano. La narrazione statale e quella dei media indipendenti si muovono su binari opposti: da una parte il tentativo di normalizzare e invisibilizzare, dall’altra la denuncia di ciò che avviene davanti alle sedi delle istituzioni internazionali. 1. Segui Sudan su HRW ↩︎ 2. United Nations High Commissioner for Refugees, Sudan Emergency – Operational Data Portal, aggiornamenti 2025-2026 ↩︎ 3. Vedi anche il quadro generale su UNHCR Global Focus ↩︎ 4. Le dinamiche di queste rotte sono documentate anche dall’International Organization for Migration, che monitora gli spostamenti forzati nella regione ↩︎ 5. Trapped between borders and bureaucracy, Al Jazeera (18 aprile 2026) ↩︎ 6. Studi del Migration Policy Institute evidenziano come l’Unione Europea deleghi sempre più il controllo migratorio a paesi terzi ↩︎ 7. Sul fronte del conflitto in Sudan, la difficoltà di accesso al terreno ha spinto media e ricercatori a ricorrere a strumenti alternativi, tra cui database indipendenti come ACLED, che monitora in tempo reale violenze e attacchi ↩︎
Sudan terzo anno di guerra
Il 15 aprile ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Sudan che entra nel quarto anno : una guerra controrivoluzionaria, una guerra per il potere, una guerra che s’inserisce di un quadro regionale di instabilità crescente che alimenta il conflitto . Dopo le rivolte popolari del 2018 che hanno abbattuto il regime di Al Bashir il colpo di stato del 2021 e lo scontro di potere fra il capo dell’esercito Al Bhuran e il leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF) Hemmetti nel 2023 hanno innescato l’escalation bellica che ha condotto il paese alla rovina . Il conflitto sudanese è ormai strettamente intrecciato con le dinamiche geopolitiche del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Ci sono attori regionali e internazionali, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, ma anche Russia, Cina e Turchia, che influenzano l’andamento della guerra attraverso forniture militari, sostegno finanziario e copertura diplomatica. Questo coinvolgimento ha trasformato il conflitto in una sorta di guerra per procura, rendendo più difficile qualsiasi soluzione negoziata. La guerra di logoramento in cui i nessuno dei  contendenti può prevalere ha portato alla progressiva stabilizazione di due entità parallele ,due governi contrapposti con strutture amministrative, fiscali e di sicurezza separate. In questo quadro, il Sudan rischia di trasformarsi in uno Stato simile alla Libia,in una condizione d’ instabilità permanente preda d’influenze straniere e signori della guerra. Fondamentale è divenuto il ruolo delle reti finanziarie e logistiche transnazionali, che permettono alle parti in guerra di sostenere le operazioni militari nonostante i vari embarghi e l’isolamento internazionale. Il flusso di oro verso i mercati globali, in particolare attraverso hub come Dubai, rappresenta una fonte cruciale di finanziamento per le Rsf,il mercato parallello della gomma arabica, di cui il Sudan è il primo produttore mondiale ,finanzia entrambi i contendenti .  In questi tre anni la guerra ha provocato una catastrofe con un numero imprecisato di morti, tra i 150.000 e i 200.000, secondo le stime. In Sudan quasi 14 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case, di questi, circa 10 milioni sono sfollati interni, mentre 4 milioni sono fuggiti verso paesi vicini come Ciad e Sud Sudan. Tra chi è rimasto, 28,9 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare ,mentre le Ong umanitarie denunciano l’odiosa pratica degli stupri etnici come arma di guerra . I gruppi della società civile sudanese che rappresentano centinaia di organizzazioni, hanno evidenziato la catastrofe umanitaria del Sudan come la questione centrale della guerra e hanno chiesto un maggiore accesso agli aiuti. Hanno anche respinto le affermazioni secondo cui i civili sono troppo divisi per impegnarsi in modo efficace,criticando i tentantivi di mediazione in corso finora falliti, che continuano a dare priorità agli attori armati nonostante il consenso sul fatto che non esiste una soluzione militare.  La difficoltà nel trovare una soluzione negoziata risiede fra le altre cose nel fatto che la guerra sudanese è parte di un più grande sistema di instabilità che va dal Sahel al Corno d’Africa fino all’Asia sudoccidentale. La competizione per le risorse come oro, acqua, petrolio, gomma arabica di cui il Sudan è il maggior produttore al mondo e terre fertili si somma alla volontà di controllare corridoi fondamentali come il Mar Rosso. Ne parliamo con Matteo Palamidesse giornalista esperto del Corno d’Africa .
April 18, 2026
Radio Blackout - Info
[radio africa] Radio Africa: Benin, Gibuti, Sudan
Benin: il Ministro dell'Economia e delle Finanze, Romuald Wadagni, candidato di maggioranza e grande favorito alle elezioni, è stato eletto presidente con il 94,05% dei voti. Romuald Wadagni succede a Patrice Talon, che si dimette dopo due mandati quinquennali, in conformità con la Costituzione. Durante il suo mandato, il Benin ha vissuto un boom economico, ma anche un aumento dell’insorgenza jihadista nel nord e una stretta sulle libertà civili. La maggioranza della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e la crescita economica non è stata accompagnata da una redistribuzione del reddito. Gibuti: Il presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh, è stato rieletto, come prevedibile, con il 97,81% dei voti per un sesto mandato, dopo oltre 25 anni al potere, il capo dello Stato è stato riconfermato. Alla guida del Paese dal 1999, Guelleh ha saputo sfruttare con successo la sua posizione geografica strategica – affacciata sullo Stretto di Bab el-Mandeb, attraverso il quale transita gran parte degli scambi commerciali tra Asia e Occidente – in un Corno d'Africa altrimenti travagliato e teatro di lotte per l'influenza straniera. Sudan: il 15 aprile ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Sudan che entra nel quarto anno, una guerra controrivoluzionaria, una guerra per il potere, una guerra che s’inserisce in un quadro regionale di instabilità crescente che alimenta il conflitto. Dopo tre anni lo scenario più probabile è quello di una guerra di logoramento senza vincitori, con la progressiva stabilizzazione di due entità parallele. Il conflitto sudanese è ormai strettamente intrecciato con le dinamiche geopolitiche del Mar Rosso e del Corno d’Africa, in questi tre anni la guerra ha provocato una catastrofe con un numero imprecisato di morti, tra i 150.000 e i 200.000, secondo le stime più accreditate. 
April 15, 2026
Radio Onda Rossa
Sudan, 3 anni di guerra in 3 parole: catastrofe, impunità e atrocità
Tre anni di guerra in Sudan si riassumono in 3 parole: catastrofe, atrocità e impunità. Catastrofe perché si tratta della crisi umanitaria più grave al mondo, con circa 14 milioni di persone costrette a fuggire dalle loro case. Atrocità perché le persone vengono massacrate a causa della propria etnia, subendo torture, fame e violenza. Impunità perché questa guerra viene combattuta senza alcun riguardo per i civili e in palese violazione del diritto internazionale umanitario. “Il mondo deve agire ora. La crisi in Sudan non è solo una catastrofe umanitaria, ma un fallimento politico collettivo” dichiara il dr. Javid Abdelmoneim, presidente internazionale di Medici Senza Frontiere (MSF). “Non solo le parti in conflitto e i loro alleati devono adottare misure immediate e concrete per proteggere la popolazione, ma devono essere anche ritenute responsabili delle violazioni in corso. La popolazione sudanese deve essere protetta in ogni momento, ovunque si trovi”. Lo scontro tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), insieme ai gruppi alleati di entrambe le parti, ha provocato uno smantellamento sistematico dei servizi essenziali su cui la popolazione fa affidamento, tra cui l’assistenza sanitaria, la protezione e la sicurezza alimentare e di base. Nel 2025, i team di MSF hanno curato più di 7.700 pazienti vittime di violenza fisica – inclusi feriti per arma da fuoco – hanno fornito oltre 250.000 visite mediche di emergenza e hanno condotto più di 4.200 visite per casi di violenza sessuale, molto spesso utilizzata come arma di guerra, e che colpisce in primo luogo le donne. Nello stesso periodo, più di 15.000 bambini sotto i 5 anni sono stati ricoverati nei programmi nutrizionali ospedalieri di MSF a causa della malnutrizione acuta, una condizione in aumento, che aggrava il rischio di decesso per malattie altrimenti curabili. Nel loro insieme, questi dati dimostrano che, al di là delle vittime dirette del conflitto, la violenza incessante sta infliggendo un danno profondo e di vasta portata, con gravi conseguenze per la salute della popolazione. Un sistema sanitario indebolito e preso di mira Nel corso del conflitto, i programmi di vaccinazione sono stati interrotti e i sistemi di sorveglianza sanitaria compromessi, accelerando la diffusione di malattie e ritardando l’individuazione delle epidemie. La risposta umanitaria internazionale — compresa quella delle agenzie delle Nazioni Unite, in particolare nel Darfur — non è ancora sufficiente a prevenire perdite evitabili di vite umane. I tagli ai finanziamenti stanno peggiorando ulteriormente una situazione già disastrosa, e ancora una volta sono le persone a pagarne il prezzo: muoiono per cause prevenibili perché le autorità sudanesi e la comunità internazionale non riescono a venire in loro aiuto. MSF ha assistito a ricorrenti focolai di malattie mortali, ma prevenibili, in tutto il Sudan: dal morbillo nel Darfur all’epatite E nello Stato di Jazeera, fino al colera nel Khartoum o nel Nilo Bianco. Nel 2025 MSF ha curato più di 12.000 pazienti colpiti da morbillo e quasi 42.200 colpiti da colera. Queste ondate stanno costando la vita alle persone più vulnerabili, specialmente bambini e donne in gravidanza. “La mia bambina è nata prematura, perché la guerra ci ha costretti a fuggire da Omdurman mentre ero incinta” racconta Ferdos Salih, madre di una bambina di 11 mesi colpita da morbillo e malnutrizione acuta grave, ricoverata all’ospedale universitario di El Geneina, nel Darfur occidentale. “Ha sofferto molto a causa dei ripetuti ricoveri. Inoltre, non era stata vaccinata a causa della guerra”. Gli ospedali sono stati saccheggiati, bombardati e occupati. Il personale medico è stato minacciato, arrestato o costretto a fuggire, mentre alle ambulanze è stato impedito di raggiungere i feriti. Da aprile 2023, più di 2.000 persone sono state uccise e 720 ferite in 213 attacchi a strutture sanitarie in tutto il paese — nel 2025, secondo l’OMS, in Sudan si è verificato l’82% di tutti i decessi globali causati da attacchi alle strutture sanitarie. Nello stesso periodo, MSF ha documentato 100 attacchi contro il proprio personale, le strutture supportate e le forniture mediche. Il 2 aprile, un attacco all’ospedale di Al Jabalain, che secondo fonti locali sarebbe stato compiuto dalle RSF, ha causato 10 vittime, tra cui 7 membri del personale medico, alcuni dei quali avevano precedentemente lavorato con MSF. Solo 2 settimane prima, il 20 marzo, un attacco contro l’ospedale di El Daein, nel Darfur orientale, che, sempre secondo fonti locali, sarebbe stato compiuto dalle SAF, ha causato la morte di 70 persone, tra cui 15 bambini. Eppure, nonostante le minacce costanti, i ripetuti attacchi da entrambe le parti in conflitto e la continua indifferenza internazionale, i volontari e il personale medico sudanese continuano a dimostrare una dedizione straordinaria, impegnandosi a fornire assistenza dove è più necessaria. “Le autorità sudanesi continuano a rendere talvolta impossibile per MSF e altri attori umanitari fornire o potenziare le cure salvavita — sia bloccando il nostro ingresso in determinate aree, sia impedendoci di svolgere le nostre attività anche dopo il nostro arrivo” afferma Amande Bazerolle, capomissione di MSF in Sudan. “L’impossibilità di intervenire costringe MSF in una posizione inaccettabile: incapace di rispondere a sofferenze e morti evitabili nonostante sia pronta e disposta a farlo”. Oggi, la vasta regione del Kordofan – nella parte centro-meridionale del paese – è la zona di conflitto più instabile e attiva e si teme che possa diventare il prossimo teatro di atrocità, come è già accaduto in passato in altre regioni, tra cui il Darfur, il Khartoum o la Gezira. È anche una delle aree meno accessibili per le organizzazioni umanitarie, il che rende le comunità ancora più vulnerabili man mano che la violenza si intensifica. Un ciclo di violenza inarrestabile contro i civili Negli ultimi mesi, MSF ha osservato un preoccupante cambiamento nelle modalità della guerra, compreso un uso massiccio di droni sia da parte delle RSF che delle SAF. Questi attacchi si verificano sempre più spesso ben oltre le linee del fronte, prendendo di mira infrastrutture logistiche e zone civili densamente popolate. Da febbraio, MSF ha prestato soccorso a circa 400 persone ferite da attacchi con droni che hanno colpito zone civili nel Ciad orientale e in varie aree del Darfur. Secondo le Nazioni Unite, questi attacchi hanno causato la morte di oltre 500 civili dal 1° gennaio al 15 marzo di quest’anno. “I team di MSF stanno accogliendo pazienti con ferite orribili: ferite trapassanti, arti amputati, ustioni devastanti – molti dei quali sono già morti quando arrivano in ospedale” afferma Muriel Boursier, coordinatrice delle emergenze di MSF nel Darfur. “La portata della violenza e delle atrocità a cui assistiamo è insopportabile”. Questi attacchi, condotti in evidente violazione del diritto internazionale umanitario, non sono sempre diretti contro obiettivi militari. Ciò segna l’ennesimo grave deterioramento di un conflitto in cui le sofferenze della popolazione continuano ad aggravarsi. Un fallimento politico collettivo La crisi in Sudan non è solo una catastrofe umanitaria: è anche un fallimento politico collettivo. Dopo 3 anni di quella che è diventata la più grave crisi umanitaria al mondo, la risposta dei governi e delle organizzazioni internazionali non è riuscita a soddisfare nemmeno le aspettative più elementari. I ripetuti avvertimenti sulle atrocità, comprese quelle commesse contro le comunità non arabe a El Fasher da parte delle RSF, non hanno portato ad alcuna azione significativa. Nel frattempo, bambini, madri e altre persone nelle comunità continuano a morire ogni giorno, sia a causa della violenza indiscriminata contro i civili, incluse uccisioni di massa, fame, torture e stupri, sia per la mancanza dei servizi di base che il sistema umanitario internazionale dovrebbe fornire. Da aprile 2023, quasi 14 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e molte sono dovute fuggire più volte, perdendo tutto. Le due parti in conflitto, che in precedenza formavano il governo del Sudan, stanno smantellando la capacità del paese di proteggere, curare e sostenere la propria popolazione. “Ora più che mai, la protezione dei civili, il rispetto delle strutture sanitarie, la responsabilità per le atrocità e l’accesso umanitario sono urgenti e non negoziabili” conclude Amande Bazerolle di MSF. “3 anni di guerra sono già costati al Sudan un prezzo incalcolabile. Permettere che questa traiettoria continui rischia di condannare un’intera generazione”. Le parti in conflitto e i loro alleati devono adottare misure immediate e concrete per proteggere i civili. Devono essere ritenuti responsabili delle violazioni in corso, che stanno infliggendo immense sofferenze alla popolazione. Gli attori internazionali influenti devono esercitare con urgenza una pressione diplomatica significativa su coloro che finanziano, armano o sostengono politicamente le parti in conflitto. Anche se finora hanno tragicamente fallito nell’usare la loro influenza per fermare le atrocità di massa, esiste ancora una possibilità per influenzare la situazione e prevenire ulteriori crimini. Il silenzio e l’inazione stanno contribuendo a prolungare le sofferenze di milioni di persone. Medecins sans Frontieres
April 13, 2026
Pressenza
Il genocidio assorda
A Gaza non c’è nessun cessate-il-fuoco All’alba di oggi, sabato, due palestinesi sono rimasti feriti quando navi della marina israeliana hanno aperto il fuoco con mitragliatrici pesanti contro le tende di sfollati nella zona di Mawasi a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Nel frattempo, veicoli militari israeliani hanno aperto il fuoco a nord del campo profughi di Bureij, nella parte centrale della Striscia di Gaza. Dall’11 ottobre, data in cui è stato firmato l’accordo di Sharm Sheikh, il numero totale di palestinesi uccisi a Gaza per il fuoco israeliano è salito a 713, mentre il numero dei feriti ha raggiunto 1.943. Le ripercussioni della guerra di genocidio israeliana continuano a pesare gravemente sulla vita delle persone nella Striscia di Gaza, soprattutto dei bambini, molti dei quali hanno perso parte dell’udito a causa del rumore delle esplosioni e della mancanza di assistenza medica e risorse. L’intransigenza dell’occupazione nel prevenire l’ingresso di dispositivi per l’udito, fin dall’inizio dell’invasione, ha rappresentato una minaccia diretta alla vita e ai sogni dei palestinesi e ha costretto molti ad affrontare una difficile realtà sanitaria e psicologica fin dalla giovane età. La fondazione “I nostri figli per i sordi” stima che a Gaza circa 35.000 persone abbiano perso l’udito o siano a rischio di perderlo. Cisgiordania Ieri, venerdì, i coloni ebrei israeliani hanno continuato a spianare terreni di proprietà palestinese nell’area compresa tra le città di Asira al-Qibliya e Immatin, a ovest di Nablus, con l’obiettivo di costruire una strada che colleghi l’insediamento di Havat Gilad a un avamposto vicino. Un grosso bulldozer dei coloni ha iniziato a disboscare terreni palestinesi nella zona. Lo spianamento fa parte della continua espansione degli insediamenti e dell’accaparramento di terre palestinesi a ovest di Nablus per la realizzazione di progetti coloniali e la conseguente deportazione dei palestinesi dalla loro terra. Libano L’avanzata di terra trova una grossa resistenza con gravi perdite tra i soldati e i mezzi. Gli obiettivi dell’invasione nel Libano si sono ridimensionati e l’esercito israeliano sta incontrando notevoli difficoltà nell’accesso ai villaggi di confine. Fonti militari hanno anche affermato che l’esercito non intende occupare tutto il Libano né disarmare Hezbollah, data la vasta mole di forze che tali azioni richiederebbero. Hanno spiegato che il piano attuale si basa sul mantenimento di una presenza militare lungo il confine, che si estende per due o tre chilometri in profondità, impedendo così ai combattenti di Hezbollah di monitorare gli insediamenti e le basi militari israeliane. Siria A Quneitra, un cittadino siriano è stato assassinato dall’esercito israeliano di occupazione. L’artiglieria dio Tel Aviv ha bombardato il suo terreno, mentre lui lo stava lavorando. Un altro lavoratore è stato ferito. Le truppe di occupazione hanno chiuso le strade rurali nel sud della Siria con cumuli di terra, per impedire gli spostamenti dei contadini dalle loro abitazioni verso le terre da coltivare. La stessa tecnica militare usata in Cisgiordania. L’aggressione Israelo-statunitense contro l’Iran Nel 36° giorno dell’aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, stamattina e per tutta la notte, sono state udite esplosioni nella capitale iraniana, Teheran. Non stati dati i numeri delle vittime, ma si valuta che dall’inizio dell’aggressione siano oltre 2.000. Il terremoto politico-militare a Washington Nel pieno della guerra guidata dagli Stati Uniti contro l’Iran, il ministro della guerra Usa, Pete Hegseth, ha compiuto un passo che, secondo gli osservatori, scuote una delle regole consolidate del pensiero militare e politico: “Non si cambiano i cavalli a metà del guado”. Hegseth ha chiesto al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Randy George, di dimettersi e ritirarsi immediatamente dal suo incarico. Questa rimozione viene letta dai commentatori militari come la determinazione dell’amministrazione Trump ad andare avanti nella programmazione dell’offensiva di terra, malgrado i pericoli di un’elevata perdita in termini di soldati. Il generale George non era sostenitore di questa scelta scellerata, da lui definita “fortemente pericolosa”. Iraq Una fonte della sicurezza irachena ha riferito che un membro delle Forze di Hashd Shaabi (Mobilitazione Popolare) è stato ucciso e un altro ferito in un raid aereo che ha preso di mira un quartier generale delle milizie governative Al-Qaim, vicino al confine siriano. Sono attacchi aerei statunitensi o israeliani che non vengono rivendicati. Una fonte della compagnia petrolifera di Basra ha riferito che un drone si è schiantato contro un complesso della compagnia petrolifera a Burjesia e ha innescato un incendio colossale. Anche la fonte di lancio di questi droni rimane al momento misteriosa. Sudan Un gran numero di sfollati sudanesi, tra cui donne, bambini e anziani, è giunto, in condizioni umanitarie drammatiche, nella città di Damazin da Kurmuk, nella regione del Nilo Azzurro, nel Sudan meridionale. La regione del Nilo Azzurro sta subendo una rapida escalation dei combattimenti, con l’intensificarsi degli scontri tra l’esercito sudanese, le Forze di Supporto Rapido, e il Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese-Nord (SPLM-N), che le sostiene. Crescono gli allarmi per un peggioramento della situazione umanitaria, mentre il numero degli sfollati continua ad aumentare. Pakistan Le ripercussioni economiche dell’illegale aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran si estendono dai mercati del petrolio e del gas alle decisioni dei governi, poiché le interruzioni delle forniture e l’aumento dei costi di energia, trasporto marittimo e fertilizzanti si traducono in una pressione diretta sui prezzi, sul tenore di vita e sulla produzione. In questo contesto, diversi paesi hanno iniziato ad adottare misure di vario tipo, che vanno dalla riduzione delle tariffe e dall’aumento dei prezzi dei carburanti al contenimento del consumo di elettricità, nel tentativo di contenere gli effetti della crisi e proteggere i mercati interni. Una delle misure più eclatanti è stata intrapresa dal governo di Islamabad. I trasporti pubblici nella capitale del Pakistan e nelle sue aree più popolose saranno gratuiti per il prossimo mese, dopo che il governo ha aumentato significativamente i prezzi del carburante (+ 43%) a causa dell’impennata dei costi energetici globali. ANBAMED
April 4, 2026
Pressenza
«Immaginando Gaza»: 37 storie
Daniele Barbieri legge la bellissima antologia uscita per Delos. E ve la consiglia di cuore, di testa, di penna. Due racconti hanno per titolo un numero e basta: «335» di Alessandro Giannotta e «418» di Nicoletta Vallorani Leggendo «335» molte persone appena incontreranno il nome Hind ricorderanno qualcosa o tutto.  Hind (Rjab) era in un auto e chiedeva aiuto per
Quando le donne si organizzano…
articoli di Christelle Kalhoule e Sarah Strack Ingenere intervista Shora Esmailian dossier Femministe nel mondo Politiche e buone pratiche – formazione Christelle Kalhoule è presidente di Forus, mentre Sarah Strack ne è la direttrice.  Quando le donne si organizzano, la democrazia sopravvive: ecco perché la giustizia di genere non può essere una vittima delle crisi globali Le prove sono evidenti:
Radio Africa: Senegal, Burkina Faso, Sudan
Lo spazio redazionale si apre con il ricordo della strage di Addis Abeba, uno dei più efferati crimini del colonialismo italiano, avvenuta tra il 19 e il 21 febbraio 1937, allorché almeno 20.000 persone vennero massacrate dai fascisti e dalla popolazione italiana residente in Etiopia. Iniziative di commemorazione si terranno a Roma, a Torino, a Bologna e in diversi altri luoghi. Senegal: lunedì 9 febbraio Abdoulaye Ba, studente di medicina dell’Università Cheikh Anta Diop di Dakar (UCAD), è morto nel corso di violenti scontri tra studenti e polizia all'interno del campus universitario. Gli studenti delle università senegalesi protestavano contro la mancanza di pagamento delle borse di studio che, per molti, rappresentano l’unica fonte di reddito. A seguito di questi scontri, le autorità senegalesi hanno chiuso la residenza studentesca "fino a nuovo avviso", costringendo gli e le studenti a tornare dalle loro famiglie, spesso lontane, senza indicazioni sul proseguimento delle lezioni. Burkina Faso: il Burkina Faso è stato colpito, nel fine settimana, da una serie di attacchi da parte di presunti jihadisti contro distaccamenti militari nel nord e nell'est del paese. Il bilancio delle vittime ha raggiunto almeno venti morti. Il Burkina Faso, governato dalla giunta del capitano Ibrahim Traoré, è vittima di violenze da parte di gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico da oltre un decennio. Mentre la giunta ha promesso un ritorno alla sicurezza entro pochi mesi dalla presa del potere, il Paese rimane intrappolato in una spirale di violenza che ha causato decine di migliaia di vittime tra civili e militari dal 2015 Sudan: l’ Agenzia Reuters ha riferito che l'Etiopia ospita un campo di addestramento segreto per le forze paramilitari sudanesi che combattono l'esercito sudanese da quasi tre anni. Questa rivelazione fa luce sull’ulteriore coinvolgimento di attori esterni nella sanguinosa guerra civile sudanese che ormai divide il paese in due entità separate e coinvolge civili innocenti producendo una crisi umanitaria che sembra senza fine.
February 18, 2026
Radio Onda Rossa