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[radio africa] Radio Africa: Mali, Etiopia, Sudan
MALI In Mali, i jihadisti del Gruppo per il Sostegno dell'Islam e dei Musulmani (JNIM) hanno giustiziato sommariamente dei soldati maliani che si erano arresi. L'episodio è avvenuto il 18 luglio nella zona di Tabrichat, nella regione di Gao, in seguito a un attacco congiunto del JNIM e del gruppo separatista FLA (Fronte liberazione Azawad) ) contro un grande convoglio militare in viaggio da Anéfis a Gao. Circa cinquanta soldati maliani sono stati uccisi, sebbene non tutti siano morti in combattimento. ETIOPIA Diverse centinaia di persone si sono radunate in Piazza Meskel ad Addis Abeba il 18 luglio scorso per una manifestazione organizzata dal Consiglio per la Pace e il Cambiamento del Tigray. La coalizione si oppone alla riaffermazione dell'autorità da parte del TPLF nella regione, mettendo in guardia contro azioni che potrebbero potenzialmente riaccendere il conflitto armato. In questa manifestazione si chiedeva la fine di quello che i partecipanti hanno definito reclutamento forzato nel Tigray, la piena attuazione dell'Accordo di cessazione delle ostilità di Pretoria e il ritorno alle proprie case degli sfollati interni. Residenti, partiti di opposizione, leader religiosi e organizzazioni per i diritti umani hanno segnalato casi di giovani presumibilmente arruolati con la forza per il servizio militare, accuse che i funzionari del TPLF hanno ripetutamente smentito. SUDAN In Sudan si combatte non solo per il controllo delle risorse aurifere, Nell’economia che finanzia la guerra in Sudan, un ruolo significativo è svolto anche dal commercio della gomma arabica. Già a gennaio di quest’anno uno studio dell’organizzazione PAX, denunciava come la preziosa resina estratta dagli alberi di acacia alimentasse un’economia ombra militarizzata, gestita prevalentemente dalle milizie Forze di supporto rapido (RSF) nelle vaste aree da loro controllate. Prima dello scoppio della guerra nell’aprile 2023, il Sudan rappresentava circa il 70-80% delle esportazioni globali di gomma arabica grezza, per un valore di 183 milioni di dollari all’anno. Il grosso della produzione si concentrava nella cosiddetta “cintura della gomma arabica”, che comprendeva le regioni del Kordofan e del Darfur, e gli stati del Nilo Azzurro, del Nilo Bianco, di Sennar e di Gedaref.
July 22, 2026
Radio Onda Rossa
Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale
LE GUERRE NEI TERRITORI AFRICANI, CONTRARIAMENTE ALLE NARRAZIONI RAZZISTE OCCIDENTALI, NON SONO UN RESIDUO DI ARRETRATEZZA: RAPPRESENTANO SEMMAI UNA DELLE FORME PIÙ AVANZATE DEL CAPITALISMO ESTRATTIVO CONTEMPORANEO. DEL RESTO, IL CAPITALISMO POGGIA SEMPRE PIÙ SU DUE PILASTRI ESTRATTIVI TRA LORO INTRECCIATI: I COMBUSTIBILI FOSSILI E I COSIDDETTI MINERALI CRITICI, INDISPENSABILI PER LA DIFESA, I SEMICONDUTTORI, LE TECNOLOGIE DIGITALI E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE -------------------------------------------------------------------------------- Sudan: foto di Randy Fath su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1. Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile. Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2. La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione. L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali. La guerra non è dunque un’eccezione: è la condizione ordinaria del sistema internazionale contemporaneo e del modo di produzione capitalistico. Guerra e accumulazione del capitale Come Karl Marx aveva ben compreso e spiegato, il modo di produzione capitalistico non è semplicemente un sistema economico basato sullo scambio e sul mercato: è un modo di produzione fondato sulla valorizzazione del capitale attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’appropriazione della natura. Esso abbisogna dunque di certi particolari rapporti sociali, prerequisiti fondamentali perché possa funzionare, e questi rapporti sono spesso generati, e riprodotti, attraverso la violenza5. Poiché la sua logica fondamentale è l’accumulazione — non come scelta, ma come necessità strutturale: un capitale che non si espande si dissolve — questa continua riproduzione non avviene spontaneamente: richiede territori, risorse, forza lavoro, e — ogni qual volta necessario — violenza. Non a caso Marx stesso, ma anche Rosa Luxemburg6, Hosea Jaffe7 o Ranabir Samaddar8, solo per citare alcuni studiosi molto importanti, hanno sottolineato il nesso originario tra colonialismo e modo di produzione capitalistico. In particolare nel capitolo XXIV de Il capitale, che Marx dedica all’accumulazione originaria, questo nesso tra espropriazione e violenza è descritto sia storicamente che teoricamente come momento fondativo del capitalismo: la separazione violenta dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione, terre comuni recintate, comunità dispossessate, corpi messi al lavoro coercitivamente. Di conseguenza ogni volta che il capitalismo apre un nuovo fronte estrattivo o affronta una delle sue crisi cicliche o compete con altri capitalismi, ricomincia da capo questo processo. Rosa Luxemburg dimostra che il capitale non può riprodursi in un sistema chiuso: ha bisogno strutturale di un esterno — territori non ancora mercificati, economie non ancora integrate — da cui estrarre risorse e in cui scaricare le proprie contraddizioni. Vladimir I. Lenin radicalizza questa analisi: l’imperialismo non è un’aberrazione morale, ma la fase necessaria e matura del capitalismo monopolistico, in cui la competizione tra capitali diventa competizione tra Stati per il controllo dei mercati e delle materie prime. La guerra imperialista non è un incidente: è l’esito logico di questo processo. David Harvey9, riprendendo e attualizzando Marx, sostiene che l’accumulazione per espropriazione (accumulation by dispossession) non appartiene al passato coloniale — è una logica operante oggi, nelle forme del land grabbing (appropriazione della terra), della privatizzazione dei beni comuni, della finanziarizzazione delle risorse naturali. Il capitalismo contemporaneo non ha superato la violenza originaria dell’accumulazione di cui parlava Marx: l’ha istituzionalizzata, globalizzata, resa norma giuridica e geopolitica. Ranabir Samaddar sostiene che il colonialismo non è un capitolo chiuso della storia: è una struttura persistente, adattiva, che si riproduce nelle forme contemporanee del controllo delle risorse, come della gestione delle popolazioni in eccesso e della militarizzazione delle frontiere10. In una prospettiva complementare, Sandro Mezzadra e Brett Neilson mostrano come il capitalismo contemporaneo si organizzi sempre più attraverso una pluralità di “operazioni del capitale”, nelle quali estrazione, logistica, finanza, infrastrutture e controllo delle frontiere agiscono come dispositivi integrati della valorizzazione. L’estrattivismo non riguarda quindi soltanto l’appropriazione di risorse naturali, ma si inserisce in una più ampia architettura operativa che connette territori, lavoro, circolazione delle merci e potere geopolitico11. Ognuna di queste tesi andrebbe ulteriormente approfondita e declinata, anche empiricamente, per poterne comprendere l’importanza euristica nei confronti delle trasformazioni attuali del modo di produzione capitalistico, ma non abbiamo qui lo spazio per farlo. Quello che ci preme sottolineare qui invece, è che, anche alla luce di queste tesi, negli ultimi venti anni il concetto di estrattivismo — sistematizzato in particolare da Eduardo Gudynas12 — è divenuto una delle chiavi di lettura importanti dei fenomeni trasformativi del modo di produzione capitalistico e dei suoi riflessi in quella che chiamiamo geopolitica. Esso infatti designa uno dei movimenti principali delle nuove forme del processo continuo di accumulazione, oggi che alcune risorse classiche e nuove sono fondamentali per la difesa, l’industria e il continuo e crescente fabbisogno energetico dei settori più avanzati del capitalismo. Non designa infatti solo l’industria mineraria o petrolifera in senso stretto. Comprende qualsiasi pratica di estrazione di risorse naturali caratterizzata da grande volume e intensità, orientata all’esportazione come materia prima greggia o minimamente lavorata13. Vi rientrano le monoculture di esportazione e tutte le forme di land grabbing a uso industriale intensivo: pratiche che producono sistematicamente espropriazione della terra, espulsione delle comunità e distruzione della forza lavoro locale, oppure l’estrazione dei fossili, dei minerali critici o delle cosiddette terre rare, alla base di molte guerre contemporanee. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Stiamo sprofondando nella tormenta -------------------------------------------------------------------------------- Il capitalismo contemporaneo poggia su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili — ancora oggi cuore energetico dell’industria globale — e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale (IA). Quest’ultima, in particolare, richiede quantità enormi di energia e di acqua per il raffreddamento dei propri sistemi, rappresentando così una nuova domanda di estrattivismo. Emerge qui una contraddizione strutturale: i minerali critici necessari alla cosiddetta transizione energetica vengono estratti mediante processi industriali che consumano combustibili fossili. La “soluzione” riproduce il problema. La transizione non è una fuoriuscita dall’estrattivismo — è la sua ultima frontiera. A legare insieme tutto questo vi è la logistica: infrastruttura materiale del modo di produzione capitalistico, condizione di possibilità del commercio globale di materie prime e terreno privilegiato dei conflitti contemporanei. Le guerre si combattono intorno a porti, choke points (punti di strozzatura), corridoi, rotte, gasdotti. Il controllo dello spazio estrattivo è ormai inseparabile dal controllo dello spazio logistico e militare. Quanto sta avvenendo nello Stretto di Hormuz, uno dei principali choke points attraverso cui transita una quota rilevantissima del petrolio mondiale, ne costituisce un esempio paradigmatico. Tutto questo non avviene senza conflitti, o come forma di resistenza contro la devastazione comunitaria e ambientale, o per interessi che si contrappongono al grande capitale che sfrutta o tenta di sfruttare queste risorse. Le comunità espulse dai territori estrattivi non scompaiono in silenzio: resistono. Ed è precisamente questa resistenza — dei movimenti locali, delle popolazioni indigene, delle forze armate irregolari come l’M23 in Congo — che rende necessaria la militarizzazione delle zone di estrazione. La guerra non arriva dopo l’estrattivismo: lo accompagna, lo protegge, lo rende possibile. Guerre invisibili e dimenticate: Sudan e Congo È dentro questo contesto che due guerre molto importanti, ma non fra bianchi, sono invisibili nonostante la tragica conta dei morti, di gran lunga superiore ad alcune delle guerre tra bianchi — ammesso che abbia senso fare una classifica delle guerre, per me è solo un artificio retorico funzionale a svelare la nostra ipocrita retorica —, sia per i sistematici crimini di guerra che per le crisi umanitarie che ne derivano, oltre alla devastazione ambientale: la guerra in Sudan e quella nel Congo. Entrambe rappresentano laboratori drammaticamente interessanti per il nesso tra guerra, accumulazione del capitale ed estrattivismo. In Sudan, dietro il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi e le Rapid Support Forces (RSF), non vi è soltanto una lotta per il potere politico, ma per il controllo di risorse strategiche decisive: l’oro del Darfur, i giacimenti petroliferi e le rotte commerciali che collegano il Corno d’Africa al Mar Rosso. In questo conflitto si intrecciano interessi locali, regionali e globali: Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia, Iran e altre potenze sostengono direttamente o indirettamente le parti in guerra per garantirsi accesso alle risorse e influenza geopolitica. In particolare la Russia gioca su entrambi i tavoli: mentre il Cremlino consolida i rapporti con le Forze Armate Sudanesi — fino al progetto di una base navale sul Mar Rosso, a Port Sudan, in cambio di forniture militari — il gruppo Wagner (oggi Africa Corps) ha sostenuto le RSF, che controllano gran parte delle miniere d’oro del Darfur. Attraverso società collegate come Meroe Gold, secondo i dati della banca centrale sudanese, tra il febbraio 2022 e il febbraio 2023 sono stati contrabbandati circa 1,9 miliardi di dollari in oro: risorse che hanno contribuito a finanziare lo sforzo bellico russo in Ucraina aggirando le sanzioni contro la Russia. Non è privo di significato che il 24 febbraio 2022, lo stesso giorno dell’invasione dell’Ucraina, il capo delle RSF Hemedti si trovasse a Mosca, ospite di Wagner. L’oro occupa una posizione centrale. Le miniere del Darfur, spesso sfruttate attraverso lavoro coercitivo, devastazione ambientale e sfollamento delle popolazioni locali, alimentano reti di contrabbando che raggiungono i mercati internazionali. Non è un caso che numerosi osservatori abbiano individuato proprio nel controllo di queste aree estrattive uno degli obiettivi strategici delle forze armate che si contendono il territorio. La guerra non distrugge soltanto: ridisegna i rapporti di proprietà, disciplina la forza lavoro, espelle comunità intere e rende disponibili nuove risorse ai circuiti globali dell’accumulazione. Il costo umano è immenso. Secondo diverse stime, il conflitto ha già provocato centinaia di migliaia di vittime dirette e indirette, milioni di sfollati interni e rifugiati, la distruzione sistematica di infrastrutture civili, ospedali e reti di approvvigionamento alimentare. Le Nazioni Unite parlano della più grave crisi umanitaria contemporanea: decine di milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere e vaste aree del Paese sono esposte al rischio di carestia. A ciò si aggiungono crimini di guerra, pulizie etniche, stupri sistematici e massacri di civili, in particolare nel Darfur, che numerosi osservatori internazionali descrivono come pratiche riconducibili a una logica genocidaria. Eppure il Sudan occupa uno spazio marginale nell’immaginario mediatico occidentale. Non perché il numero delle vittime sia inferiore a quello di altre guerre, ma perché la gerarchia implicita delle vite umane continua a operare anche nella produzione dell’informazione. Se l’Ucraina ha mostrato quanto l’Europa sia sensibile alla sofferenza quando essa colpisce popolazioni percepite come vicine, il Sudan rivela il rovescio di questa stessa logica: milioni di africani possono essere travolti dalla guerra, dalla fame e dalle migrazioni forzate senza che ciò produca una mobilitazione politica e simbolica comparabile. Anche in questo caso la razza non è un residuo del passato, ma un principio attivo di organizzazione dello sguardo globale. Il Sudan ci ricorda che il problema non è soltanto chi muore, ma chi viene considerato degno di lutto. Anche la morte, il dolore, la sofferenza, nel capitalismo globale contemporaneo, continuano a essere organizzate secondo linee di colore, posizione geopolitica e utilità economica. Un secondo importante laboratorio riguarda la Repubblica Democratica del Congo, tra i maggiori produttori mondiali di coltan, il minerale da cui si ricava il tantalio, componente essenziale di smartphone, laptop, sistemi d’arma e semiconduttori. Secondo l’USGS la RDC ha fornito circa il 40% della produzione mondiale di coltan nel 2023; la sola miniera di Rubaya, nel Nord Kivu, vale attorno al 15% dell’offerta globale. Il coltan congolese è dunque un nodo decisivo della filiera digitale e militare mondiale. Proprio per questo motivo il Congo orientale è teatro ininterrotto di conflitti armati da oltre trent’anni. Il gruppo M23 — sostenuto dal Ruanda e con documentati legami con interessi estrattivi internazionali — controlla militarmente alcune delle aree minerarie più ricche del Kivu, inclusa proprio Rubaya. Ed anche in questo caso la confluenza di interessi locali, regionali e globali è altissima: il Ruanda come attore regionale diretto, la Cina che domina l’estrazione mineraria congolese e gli Stati Uniti, che nel 2025 hanno mediato un accordo tra RDC e Ruanda legato proprio all’accesso ai minerali. L’obiettivo non è la conquista territoriale in senso classico: è il controllo della filiera estrattiva e delle catene del valore. Le comunità locali vengono espulse, le miniere artigianali smantellate o subordinate, la forza lavoro disciplinata attraverso la violenza. Ciò che appare come “conflitto etnico” o “instabilità regionale” è, nella sua struttura profonda, una forma di accumulazione per espropriazione, nel senso che prima Marx e poi Harvey hanno dato a questo concetto. Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo. Le zone di sacrificio non producono inoltre solo devastazione ambientale: producono popolazioni in eccesso. Comunità private della terra, della sussistenza, della possibilità stessa di riprodurre la propria vita, costrette a muoversi non per scelta ma per sopravvivenza. Le migrazioni contemporanee dal Sud globale verso l’Europa e il Nord America non sono un fenomeno umanitario separato dalla questione estrattiva: ne sono l’effetto diretto. Chi fugge dal Congo, dal Sahel, dallo Yemen, dall’Honduras non fugge dalla povertà in astratto (peraltro la correlazione migrazione uguale povertà non regge): fugge dalla spoliazione concreta di territori che il capitalismo globale ha deciso di trasformare in riserve di materie prime. Al nesso tra guerra, accumulazione e capitalismo bisognerebbe dunque aggiungere anche quello tra gli stessi e le migrazioni, interne e internazionali, anche se le cifre sono molto meno grandi di quelle spiattellate dalla retorica securitaria contro la mobilità umana. La guerra e la militarizzazione di questi territori sono dunque anche il modo attraverso cui si stabilisce chi presidia le zone di estrazione e i corridoi di transito, come nel caso dello Stretto di Hormuz, da cui passa una quota decisiva del greggio mondiale. Quella geografia militare e bellica non è casuale. Le guerre non proteggono le democrazie: presidiano le risorse, le rotte, i corridoi estrattivi. Là dove ci sono minerali critici, idrocarburi, terre rare ci sono basi militari, gruppi armati, frontiere militarizzate. Ed anche l’industria della frontiera non è separata dall’industria estrattiva: è la stessa logica, le stesse aziende, lo stesso capitalismo che estrae risorse nel Sud e governa i corpi alle porte del Nord. La posta in gioco non è più solo lo sfruttamento del Sud globale: è il controllo delle catene di approvvigionamento dei minerali critici che rendono possibile l’economia digitale, la difesa avanzata, l’intelligenza artificiale. Litio, coltan, cobalto, terre rare: sono la nuova geografia del potere mondiale. Chi li controlla — dove si estraggono, come si lavorano, chi li trasforma — tenta di controllare e governare il capitalismo del XXI secolo. Questa competizione alimenta conflitti che non sono più solo tra centro e periferia, ma tra i centri stessi: tra gli Stati Uniti e la Cina, tra blocchi imperiali rivali che si contendono l’accesso alle risorse estrattive, ai mercati, alle rotte logistiche. Come aveva intuito Lenin, la competizione tra capitalismi nazionali produce inevitabilmente guerra. La novità è l’intensità: la compressione simultanea di crisi energetica, corsa ai minerali critici, riarmo generalizzato e destabilizzazione climatica rende questa fase particolarmente esplosiva. È anche per queste ragioni che la lotta contro ogni guerra, insieme a un nuovo internazionalismo delle popolazioni oppresse, dovrebbe essere un pilastro di una autentica sinistra e dei movimenti anticapitalisti. -------------------------------------------------------------------------------- 1 N. Chomsky, «Outdated US Cold War Policy Worsens Ongoing Russia-Ukraine Conflict», intervista di C. J. Polychroniou, Truthout, 23 dicembre 2021. truthout.org 2 Vale la pena ricordare che la stessa NATO ha condotto in Europa, contro un Paese europeo, la prima grande operazione offensiva della sua storia: l’operazione Allied Force, 78 giorni di bombardamenti sulla Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro), dal 24 marzo al 10 giugno 1999, senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e legittimati con la retorica dell’«intervento umanitario». La stessa Independent International Commission on Kosovo avrebbe poi definito quell’azione «illegal but legitimate» (The Kosovo Report, Oxford University Press, Oxford, 2000): formula che condensa l’operazione ideologica di trasformazione della guerra in dovere morale. Sul suo rovescio critico si vedano D. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi, Torino, 2000, e N. Chomsky, The New Military Humanism: Lessons from Kosovo, Common Courage Press, Monroe (ME), 1999 3 H. Lefebvre, Lo Stato nel mondo moderno, Dedalo, Bari, 1977, p. 80 (vol. I di De l’État, 4 voll., 1976-1978) 4 Associazione 46° Parallelo E.T.S. (a cura di), Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, 14ª ed., Terra Nuova Edizioni, Firenze, 2026 5 Sul nesso tra accumulazione capitalistica, violenza di Stato e coercizione si veda A. Bihr, La préhistoire du capital. Le devenir-monde du capitalisme. Tome I, Éditions Page deux, Lausanne, 2006 6 R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale. Contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo e Ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria marxista. Una anticritica, introduzione di P. M. Sweezy, trad. di B. Maffi, Einaudi, Torino, 1968 7 H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano, 1976, p. 9. Dello stesso autore si veda anche Il colonialismo oggi. Economia e ideologia, Jaca Book, Milano, 1970, in particolare le pp. 37-54 8 R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020; I. K. Mitra, R. Samaddar e S. Sen (a cura di), Accumulation in Post-Colonial Capitalism, Springer, Singapore, 2017 9 D. Harvey, The New Imperialism, Oxford University Press, Oxford, 2003 10 Sul rapporto tra migrazioni, accumulazione e capitalismo postcoloniale si veda R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020 11 Sul nesso tra estrattivismo, logistica, infrastrutture, frontiere e nuove forme di valorizzazione del capitale si veda S. Mezzadra e B. Neilson, Operazioni del capitale. Capitalismo contemporaneo tra sfruttamento ed estrazione, Manifestolibri, Roma, 2021 12 E. Gudynas, Extractivismos. Ecología, economía y política de un modo de entender el desarrollo y la Naturaleza, Centro Latino Americano de Ecología Social (CLAES) – Centro de Documentación e Información Bolivia (CEDIB), Cochabamba, 2015 13 Su questi aspetti si veda anche A. Bednik, Estrattivismo, a cura di R. Cantoni, Orthotes, Napoli-Salerno, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
CS Sudan: atrocità delle Fsr a El Fasher.
È uscito oggi un nuovo rapporto di Amnesty International sulle atrocità compiute dalle Forze di supporto rapido in Sudan, a El Fas Qui sotto il comunicato stampa con il link al report Nuovo rapporto di Amnesty International sul Sudan: atrocità delle Fsr a El Fasher, “macchia sulla coscienza dell’umanità” In evidenza: * le Forze di supporto rapido (Fsr) hanno commesso crimini contro l’umanità e pulizia etnica * bambine e bambini presi intenzionalmente di mira durante gli attacchi delle Fsr * l’urgente bisogno di un cessate il fuoco e di protezione internazionale In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha accusato i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Fsr) di aver commesso crimini contro l’umanità e pulizia etnica durante la conquista di El Fasher, nello stato sudanese del Darfur settentrionale. L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto un immediato cessate il fuoco e l’urgente dispiegamento di una forza internazionale per proteggere la popolazione civile. Il rapporto, intitolato “Città sotto assedio, bambine e bambini sotto tiro”, descrive uccisioni, ferimenti, pestaggi, torture e arresti avvenuti dall’inizio del 2024 a ottobre del 2025 nella città di El Fasher e nei suoi dintorni, mentre le Fsr combattevano con le Forze armate sudanesi e le Forze congiunte, alleate dell’esercito, in una guerra che stava devastando il Darfur settentrionale. In quel periodo le Fsr si sono rese responsabili dei crimini di uccisione, trasferimento forzato, imprigionamento, stupro, schiavitù sessuale, ulteriori forme di violenza sessuale, schiavitù, sterminio e persecuzione. Centinaia di migliaia di bambine e bambini sono stati sfollati, molti dei quali a ripetizione, rischiando di essere uccisi o di rimanere feriti durante gli attacchi o la fuga. Gli orfani non si contano. Persone con disabilità e anziane sono state vittime di attacchi mirati, abbandonate ed escluse da forme essenziali di assistenza. Durante i loro attacchi nel Darfur settentrionale, le Fsr hanno regolarmente usato l’espressione falangay, che indica servitù o schiavitù, riferendosi alle popolazioni civili di etnia non araba. “La guerra in Sudan è una guerra contro i civili. Il mondo era stato messo in guardia sugli orrori cui la popolazione civile di El Fasher sarebbe andata incontro durante l’assedio delle Fsr. Questa è una macchia sulla coscienza dell’umanità”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “I civili non sono stati un danno collaterale della violenza. Spesso sono stati presi di mira e hanno patito sofferenze immense, vittime di uccisioni, ferimenti, stupri, rapimenti e reclutamenti forzati su scala massiccia”, ha aggiunto Callamard. “Occorrono urgentemente un cessate il fuoco a livello nazionale e il dispiegamento di una forza internazionale indipendente e dotata di risorse adeguate a proteggere la popolazione civile dai crimini di tutte le parti coinvolte nel conflitto. Se la comunità internazionale non agirà con urgenza, gli attacchi contro i civili, l’immensa sofferenza e i traumi inferti alle bambine e ai bambini proseguiranno senza sosta”, ha commentato Callamard. Per realizzare il suo rapporto, Amnesty International ha intervistato 247 persone, 208 delle quali (169 adulte e 39 bambine e bambini) hanno subito le conseguenze del conflitto o ne sono state testimoni. Il rapporto inoltre analizza materiale tratto da fonti aperte, tra cui 89 video e molte immagini satellitari. Il 10 giugno 2026 Amnesty International ha scritto al generale Mohamed Hamdan Dagalo, capo delle Fsr, presentandogli le conclusioni del suo rapporto. Al momento della pubblicazione non aveva ricevuto alcuna risposta. L’analisi delle prove raccolte nello spazio geografico e temporale esaminato ha portato Amnesty International alla conclusione, senza alcuna riserva, che le Fsr abbiano commesso il crimine di persecuzione basata sull’identità etnica. Gli atti documentati in questo rapporto, così come ulteriori crimini oggetto di altre indagini, possono essere riferiti al crimine di genocidio, tema su cui l’organizzazione per i diritti umani sta attualmente indagando. L’assedio come arma di guerra  Nel novembre 2023 le Fsr controllavano quattro delle cinque capitali del Darfur. Mancava quella del Darfur settentrionale, El Fasher. All’inizio del 2024 hanno avviato attacchi sistematici contro le città, i villaggi e i campi per sfollati intorno ad El Fasher, colpendo i civili, facendo razzie e dando alle fiamme infrastrutture civili. Molte delle comunità attaccate erano prevalentemente di etnia zaghawa. Durante i loro attacchi, le Fsr hanno incendiato le abitazioni di persone fuggite da tempo, dando l’idea che il loro obiettivo fosse quello di rendere quelle zone inabitabili. Queste azioni, insieme al continuo controllo territoriale esercitato dalle Fsr e all’impedimento alle persone fuggite di tornare, costituiscono il crimine di pulizia etnica. Nel dicembre 2024 Yagoub*, un ragazzo zaghawa di 17 anni, si trovava presso la fattoria della famiglia nei pressi di Abu Zerega, 35 chilometri a sud di El Fasher. Quando le Fsr hanno attaccato, ha tentato di fuggire ma è stato arrestato: “Mi hanno legato e picchiato con un bastone e col calcio di un Ak-47. Poi è arrivato un tipo su un cammello e ha detto ‘Questo è il figlio di un falangay’ e mi ha sparato a una gamba”. Yagoub ora ha bisogno delle stampelle per camminare. Otto dei suoi cugini, quattro dei quali di età compresa tra 11 e 17 anni, sono stati uccisi nel corso dell’attacco. A partire da maggio 2024, via via che i villaggi intorno a El Fasher venivano spopolati a forza, le Fsr hanno stretto brutalmente d’assedio la capitale, limitando l’ingresso di cibo e di forniture umanitarie e bombardandola quasi quotidianamente. Per far fronte alla fame, la popolazione è stata costretta a mangiare ambaz, un derivato dalla produzione di olio di arachidi usato normalmente come cibo per il bestiame. Tutta la popolazione civile, ma soprattutto le bambine e i bambini su cui le malattie e la malnutrizione possono avere effetti irreversibili, hanno subito le conseguenze di questa carestia provocata dall’uomo. Le donne intervistate da Amnesty International hanno raccontato cos’ha voluto dire partorire in condizioni di grave privazione e stress, in rifugi sotterranei, in ospedali sotto bombardamento o in fuga dalla violenza. Impossibilitate ad alimentarsi adeguatamente, non potevano produrre abbastanza latte per i neonati. Senza alcuna prospettiva di sicurezza, molte di loro hanno dovuto assistere all’agonia dei loro piccoli. Rashida*, 39 anni, ha perso il figlio più piccolo di un anno nell’agosto 2025: “Era diventato molto debole e non prendeva il latte. Si era fatto magrissimo”. La conquista di El Fasher Il 26 ottobre 2025 le Fsr hanno lanciato l’offensiva finale contro El Fasher. La popolazione civile che tentava di fuggire si è imbattuta in una barriera di sabbia ampia 57 chilometri. È iniziato il massacro: centinaia di persone sono state uccise, molte altre torturate o imprigionate.  Quasi tutte le persone sopravvissute intervistate da Amnesty International sono state testimoni di uccisioni, stupri, altre forme di tortura e cattura di ostaggi. Una donna di 58 anni ha visto oltre 1000 corpi: “Le persone uccise sono state buttate all’interno della barriera di sabbia. Le Fsr dicevano che l’avrebbero riempita di cadaveri”. Tra questi, molti bambini e bambine. Taiseer*, una zaghawa di 68 anni fuggita coi suoi cinque nipoti, ha raccontato che le Fsr hanno sparato a morte contro un bambino di 12 anni che era con loro. Zubeida*, una bambina di 15 anni, è l’unica sopravvissuta al massacro di circa 25 persone solo perché ha detto due bugie: che era “mezza araba” e che suo padre era nelle Fsr. Ha assistito all’uccisione di adulti e bambini e di donne che avevano opposto resistenza allo stupro. Chi è rimasto a El Fasher ha assistito a terribili violazioni dei diritti umani. Amnesty International ha parlato con 18 tra pazienti, loro parenti e operatori sanitari che erano all’interno della Clinica materna saudita quando le Fsr hanno attaccato la struttura, uccidendo decine di civili. Le strutture sanitarie sono protette dal diritto internazionale umanitario e attaccarle costituisce un crimine di guerra. Violenza sessuale, cattura di ostaggi e arruolamento di bambini  Le Fsr hanno commesso stupri e altre forme di violenza sessuale su scala massiccia. Amnesty International ha intervistato 26 persone sopravvissute alla violenza sessuale, tra le quali 20 donne e, di queste ultime, quattro minorenni. Tutte hanno descritto le gravi umiliazioni cui sono state sottoposte, con conseguenze fisiche e psicologiche di lungo periodo. Tasneem*, una zaghawa di 13 anni, è stata rapita nell’aprile 2025 quando le Fsr hanno attaccato il suo villaggio a ovest di El Fasher. Al momento dell’attacco, stava pascolando le greggi insieme al padre. Suo padre è stato ucciso e lei catturata e portata a El Dain, a circa 350 chilometri di distanza: “[La prima volta che mi hanno stuprata] erano in tre. Mi hanno bendata e mi hanno costretta a stare a terra. Mi hanno detto che era per colpa dei ragazzi del mio gruppo, dei falangayat, che combattevano contro di loro”. Le Fsr hanno inoltre arrestato illegalmente persone civili, trattenendole in molti casi a scopo di riscatto e spesso in condizioni terribili. Amnesty International ha intervistato 45 persone che avevano trascorso periodi di detenzione, tra le quali bambini anche di soli 13 anni, tra luglio 2024 e gennaio 2026, sottoposte a violenza e a trattamenti degradanti: pestaggi, offese di natura etnica, diniego di acqua e cibo, sovraffollamento e mancanza d’aria. Decine se non centinaia di persone sono morte di disidratazione o malattie. Amnesty International ha intervistato nove uomini trattenuti nel centro di detenzione di Mina al-Bari, situato nella periferia orientale di El Fasher, per periodi anche di cinque mesi tra la metà del 2024 e l’inizio del 2026. Hanno riferito di essere stati confinati in container tenuti chiusi per la maggior parte del tempo, con un caldo asfissiante e con pochissima circolazione d’aria. Queste sono due testimonianze: “Non potevamo allungare le gambe, non potevamo dormire sdraiati. Quelli delle Fsr dicevano che non gl’importava se saremmo morti”. “Il mio corpo era completamente disidratato, io e molte altre persone svenivamo. Una volta le Fsr, pensando che fossimo morti, ci hanno gettato fuori dal container, poi si sono accorte che eravamo ancora vivi, ci hanno riportato nel container e ci hanno torturati”. Amnesty International ha anche documentato il massiccio ricorso, da parte delle Fsr, all’arruolamento e all’impiego di bambini appartenenti a gruppi arabi alleati o a gruppi non arabi, in questo caso rapiti durante gli attacchi ai villaggi e ai campi per sfollati. A loro veniva chiesto di combattere, raccogliere informazioni o badare al bestiame. Rashid* è stato rapito dalle Fsr nel luglio 2024, quando aveva circa 17 anni. Per quasi nove mesi è stato costretto a occuparsi delle capre. Era sorvegliato da tre ragazzi armati, a loro volta arruolati dalle Fsr, che lo sottoponevano a umiliazioni e pestaggi e gli negavano acqua e cibo: “Mi controllavano e quando cercavo di riposare mi puntavano le armi addosso. Mi hanno picchiato su ogni parte del corpo”. Chi sono i comandanti  Amnesty International ha identificato comandanti delle Fsr responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale. Le Fsr hanno filmato esecuzioni di massa e poi condiviso le immagini. Amnesty International ha verificato 19 video di un grande massacro avvenuto nei pressi della barriera di sabbia, 12 chilometri a nordovest di El Fasher. In nove di essi si vede il comandante delle Fsr Al-Fateh Abdullah Idris, noto come ‘Abu Lulu’, uccidere persone fatte prigioniere che indossavano abiti civili. Tra gli alti comandanti delle Fsr nel centro di detenzione di Mina al-Bari figurano il maggiore Gedo Hamdan Ahmed Mohamed (“Abu Shoukh”), che ha diretto gli interrogatori e ha partecipato alle torture, e il colonnello Abbas Khater Bakhtir, che ordinava le torture e si occupava del pagamento dei riscatti. Queste violazioni si sono verificate ripetutamente e su vasta scala e ciò porta alla conclusione che persone con ruolo di autorità conoscessero, o avrebbero dovuto conoscere, ciò che stava accadendo e non sono intervenute per fermarlo o per punire i responsabili. Raccomandazioni “La comunità internazionale deve andare oltre le espressioni di preoccupazione e agire concretamente per proteggere i civili e spezzare il ciclo dell’impunità”, ha sottolineato Callamard. “Il Sudan è stato colpito duramente dal taglio ai finanziamenti umanitari, che ha aggravato una già catastrofica crisi dei diritti umani ai danni di una comunità che ha perso ogni cosa. Tutti i partner internazionali del Sudan dovranno assicurare che aiuti adeguati raggiungano le persone rifugiate e sfollate e che siano messi a disposizione servizi specifici per le bambine e i bambini”, ha aggiunto Callamard. “Occorrerà anche rafforzare i meccanismi di accertamento delle responsabilità dando il necessario sostegno a quelli esistenti, come la Corte penale internazionale e le Missioni di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite e dell’Unione africana. I comandanti identificati in questo rapporto dovranno essere sottoposti a indagini e, nel caso emergano sufficienti prove ammissibili, processati”, ha proseguito Callamard. “Tutti gli stati dovranno immediatamente cessare di fornire armi e munizioni a ogni parte coinvolta nel conflitto del Sudan e anche agli Emirati Arabi Uniti, il principale sostenitore delle Fsr, fino a quando non rispetteranno l’embargo sulle armi dichiarato dalle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza dovrà ampliare al resto del Sudan l’embargo attualmente vigente sull’invio di armi in Darfur”, ha concluso Callamard. *I nomi sono stati modificati per ragioni di sicurezza. Per maggiori informazioni: www.amnesty.it/5×1000 Amnesty International
July 1, 2026
Pressenza
L’Etiopia attiva un nuovo modello di inclusione per i rifugiati
Durante una visita all’insediamento per rifugiati di Ura, situato nella regione di Benishangul Gumuz, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Barham Salih, ha messo in risalto gli sforzi dell’Etiopia nel promuovere politiche di inclusione che permettano ai profughi di ricostruire le proprie vite con le comunità che li accolgono. La visita, avvenuta nel quadro della Giornata Mondiale del Rifugiato, ha posto al centro del dibattito la necessità di rafforzare la cooperazione internazionale con i Paesi che ricevono grandi flussi di rifugiati. Salih ha evidenziato che l’approccio adottato dall’Etiopia si propone di superare il modello tradizionale dei campi isolati e incentiva l’accesso da parte delle persone rifugiate a istruzione, servizi di base, lavoro e opportunità con la popolazione locale. Secondo il funzionario, quest’integrazione non porta benefici solo a coloro che hanno dovuto abbandonare le proprie case, ma può contribuire anche allo sviluppo delle comunità ospitanti. L’Etiopia è al momento uno dei principali Paesi che accolgono rifugiati nel continente africano, con più di 1,1 milioni di persone rifugiate e richiedenti asilo. Tra queste vi sono decine di migliaia di persone che sono fuggite dalla guerra in Sudan a partire dallo scoppio del conflitto nel 2023. Nell’insediamento di Ura vivono più di 14.500 rifugiati sudanesi, che condividono spazi e servizi con la popolazione etiope della zona. Uno degli aspetti valorizzati durante la visita è stata la convivenza all’interno del sistema di istruzione locale, dove bambini etiopi e sudanesi frequentano le stesse scuole. Inoltre alcuni rifugiati hanno sviluppato piccole attività imprenditoriali e commerciali che contribuiscono all’economia della comunità, dimostrando che i profughi possono diventare attori dello sviluppo locale quando dispongono delle condizioni adeguate. In questo contesto, il Governo etiope ha presentato la cosiddetta “Makatet Roadmap”, un’iniziativa volta a trasformare progressivamente gli insediamenti per i rifugiati in comunità più integrate, con maggiore autosufficienza e partecipazione sociale. Il programma si propone di ampliare l’accesso a servizi condivisi e generare alternative sostenibili contro la dipendenza prolungata dall’aiuto umanitario. L’esperienza di Ura riflette una delle sfide al centro della crisi globale dell’emigrazione: mentre milioni di persone hanno bisogno di protezione internazionale, i paesi vicini ai conflitti tendono ad assumersi la maggior parte della responsabilità. Per questa ragione, le Nazioni Unite hanno insistito sul sostegno finanziario e tecnico da parte della comunità internazionale, fondamentale affinché i paesi di accoglienza possano sostenere politiche di inclusione e garantire condizioni dignitose a coloro che cercano un nuovo inizio. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Rita Puligheddu Pressenza IPA
June 29, 2026
Pressenza
Il Corno d’Africa conteso
Nel corno d’Africa si accumulano le tensioni dovute alla contesa per il controllo di un’area strategica fondamentale per le rotte commerciali e ricca di materie prime .Le crisi che si susseguono sfociano in conflitti sanguinosi che travolgono milioni di persone come in Sudan ,o in guerre fratricide come è avvenuto in Etiopia .Proprio dalle elezioni in Etiopia partiamo con Matteo Palamidesse giornalista ,impegnato nel corno d’Africa dal 2004 ,curatore di HoA sulla piattaforma substack ,che cura informazioni su Etiopia, Eritrea, Sudan e Somalia. In Etiopia si è votato il primo di giugno ma in molte circoscrizioni elettorali non si è potuto votare a causa di problemi di sicurezza. Nonostante gli accordi di Pretoria che hanno formalmente fermato i combattimenti , nel Tigray ,in Oromia ed in altre zone continuano gli scontri e le tensioni con le truppe federali e guerriglieri . Numerosi esponenti dell’opposizione hanno denunciato un crescente restringimento degli spazi politici, con arresti ed intimidazioni, si percepisce una grande disillusione rispetto all’esito scontato e alle possibilità del Prosperity Party del presidente Ahmed di cambiare la situazione sociale e politica. Ahmed era stato visto come un elemento di cambiamento poiché non apparteneva ai vertici del partito tigrino che aveva governato fino ad allora, ha aperto alle relazioni con l’Eritrea, rivale storico ,ha messo in moto l’economia con tassi di crescita rilevanti . Ma lo scoppio della guerra con il TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray ) tigrino , nel novembre 2020 con oltre 600.000 morti e immani devastazioni sopratutto nel Tigray ,la torsione autoritaria del regime, la politica accentratricedi Ahmed che metteva in discussione l’impianto federale dello stato etiopico , hanno spento le speranze di cambiamento. Le pressioni etiopi per l’accesso allo sbocco al mare e le conseguenze della costruzione della diga del Gerd hanno messo sull’avviso Eritrea ed Egitto innestando tensioni ai confini con l’Eritrea. Alle rinnovate tensioni tra Eritrea ed Etiopia si aggiunge il precipitare della situazione in Somalia dove a causa delle divergenze tra il presidente uscente Hassan Sheikh Mohamud e l’opposizione, Mogadiscio è stata teatro di scontri armati fra le varie milizie. Il presidente somalo ha cercato d’introdurre una riforma che consentisse il voto diretto per le elezioni dei legislatori , mentre ora votano i rappresentanti dei clan ,e al contempo ha prolungato il suo mandato già scaduto di un anno .Questa manovra è stata interpretata dalle opposizioni come un tentativo di rimanere aggrappato al potere ,scatenando gli scontri tra le milizie fedeli al presidente e quelle del primo ministro, tutto questo in un paese lacerato dall’insorgenza degli Al Shabaab ,legati ad Al Qaeda ,che controllano ampie porzioni del territorio nel sud del paese e dalle pulsioni indipendentiste del Somaliland, incoraggiate dal governo israeliano . In Sudan continua senza fine la guerra con l’uso spregiudicato di droni ed armi pesanti , le Forze di Supporto Rapido si stanno ammassando intorno a El Obeid, intensificando gli attacchi di droni e i bombardamenti di artiglieria . Una eventuale offensiva porterebbe ad ulteriori crimini contro la popolazione civile già assediata. El Obeid è la capitale dello stato del Nord Kordofan in Sudan, e i suoi abitanti già hanno subito un assedio seguito a massacri indiscriminati 18 mesi fa ,il tutto nel silenzio assordante del resto del mondo che si disinteressa della sorte dei civili mentre continuano, a dispetto dei vari embarghi solo sulla carta, le vendite di armi ad entrambi i contendenti.
RADIO AFRICA: I DRONI “ROMPONO IL MONOPOLIO STATALE DEI CONFLITTI”, ANCHE IN SUDAN
In questa puntata ci focalizziamo sull’uso dei droni, che è sempre più diffuso all’interno dei conflitti che interessano anche il continente africano. Il giornalista Andrea Spinelli Barrile, co-fondatore della testata giornalista Slow-News.com, firma del quotidiano Il Manifesto e di Africa rivista, ci illustra come i droni a basso costo hanno spezzato il monopolio aereo degli Stati, ridefinendo di fatto gli equilibri tra eserciti regolari e gruppi armati. I droni al centro anche del conflitto in Sudan sul quale torniamo con il direttore di Africa Rivista Marco Trovato, che ha realizzato un’inchiesta intitolata “Sudan, la guerra invisibile – reportage sui monti Nuba”. La puntata di Radio Africa, in onda giovedì 18 giugno alle ore 18.45 e in replica venerdì 19 giugno, alle ore 6.30. Ascolta o scarica
June 18, 2026
Radio Onda d`Urto
Acqua e guerre. Prima parte
Già nel dicembre 2023 la disponibilità di acqua era crollata da 87 a 3 litri a testa. Gli 8 impianti di trattamento delle acque reflue sono stati messi fuori uso, con un impatto enorme sulla falda costiera, sempre più infiltrata dall’acqua marina. Oltre il 97% dell’acqua pompata dalla falda non soddisfa gli standard dell’OMS. I tre dissalatori principali sono stati danneggiati e comunque senza carburante non funzionano. La fornitura idrica “strategica” (sempre insufficiente) è stata usata per costringere le persone a spostarsi qua e là per la Striscia. Stiamo parlando di Gaza, ovviamente. Ma non è dal 7 ottobre che l’acqua viene usata come strumento di apartheid, colonialismo d’insediamento e in fin dei conti genocidio strisciante in tutta la Palestina. Dal 1948, per obbligare la popolazione palestinese ad andarsene, i sionisti distruggono sistematicamente – e a volte avvelenano – le fonti idriche e i pozzi dei palestinesi, fatto confermato dal direttore israeliano del museo dell’acqua nel documentario Route 181. Negli anni Novanta, con gli accordi di Oslo e i successivi protocolli di Parigi, la gestione di tutta l’acqua del territorio (Israele e Palestina occupata) è stata affidata alla Mekorot, l’azienda pubblica israeliana per i servizi idrici. Gli israeliani convogliano buona parte dell’acqua di superficie e di falda dei territori occupati e del sud del Libano nel lago di Galilea, da dove la distribuiscono su tutto il territorio nazionale israeliano. Secondo i dati forniti di recente dalle organizzazioni B’tselem (israeliana) e Who profits, in media a ogni israeliano vanno 350 litri al giorno, a ogni palestinese 60. La quantità raccomandata dall’Oms è 100 litri. Inoltre, i palestinesi pagano l’acqua 10 volte più degli israeliani: 2,8 shekel al metro cubo contro 0,3 cent. Dal 2020 Mekorot è nella “lista nera” in cui l’ONU inserisce le imprese che hanno legami con le colonie illegali e sfruttano le risorse palestinesi, violando la Quarta Convenzione di Ginevra. Le colonie illegali hanno persino le piscine, i palestinesi non hanno nemmeno il diritto di riempire un secchio con l’acqua piovana o dal pozzo. Nella Valle del Giordano e nelle aree agricole in genere i coloni danneggiano o sequestrano sistematicamente sorgenti, cisterne, serbatoi, pozzi, condutture palestinesi. Sequestrano l’acqua e sfruttano le terre e le risorse palestinesi anche a fini turistici, per esempio sulle coste del Mar Morto, a cui i nativi non possono neppure avvicinarsi. Molti insediamenti sionisti scaricano le acque luride e industriali sulle terre palestinesi creando gravi inquinamenti. E non è tutto: per manifestare il loro disprezzo, gli israeliani spruzzano sui palestinesi e sulle loro case un liquido puzzolente il cui odore nauseabondo persiste per molti giorni, prodotto appositamente dalla ditta israeliana Odortec. L’acqua come arma di guerra La situazione israelo-palestinese è emblematica, ma purtroppo non unica: al contrario sta facendo scuola. Prima di tutto per le condizioni peculiari di buona parte del Medio Oriente. Scrive Lorenzo Tecleme sul Manifesto del 10 marzo di quest’anno (Colpito un impianto di desalinizzazione: la guerra al “pilastro” del Medio Oriente): “Quasi tutti i Paesi mediorientali dipendono da desalinizzatori per dissetare la popolazione e rifornire l’agricoltura e l’industria. Il 40% delle capacità mondiali di desalinizzazione sono concentrate in Asia occidentale, dove sono attivi 5.000 impianti, di cui almeno 450 nelle regioni del Golfo. Il Bahrein produce così quasi il 100% della sua acqua, il Kuwait quasi il 90%, Israele l’80%. L’Iran ha 65 impianti attivi, il 70% delle falde acquifere è in stato di sovrasfruttamento. Inoltre l’acqua è inquinata dai forti sversamenti del petrolio”. Aggiunge Paolo Bonora su Comune-info.net il 22 aprile (Il tallone d’Achille del Medio oriente): “Nei Paesi del Golfo milioni di abitanti vivono in terre aride, desertiche, e debbono la propria sopravvivenza ai dissalatori. Una vulnerabilità insidiosa. I dissalatori, in gran parte integrati alle centrali elettriche di frequente minacciate e in alcuni casi lesionate, sono installazioni enormi, vistose, distribuite lungo le coste. Anche se formalmente protetti come infrastrutture civili, di fatto sono esposti a violazioni come mostrano gli episodi di danneggiamento. Se il petrolio è l’arma economica, l’acqua è il tallone d’Achille del Medio Oriente (…) Infrastrutture imponenti in cui realizzazione, funzionamento, manutenzione assorbono quantità di danaro ingentissime che poggiano sulle ricchezze del petrolio. E sono perno di un contratto sociale in cui gli Stati forniscono acqua ed energia a prezzi (per ora) irrisori in cambio del consenso. L’acqua è dunque un bene politico su cui si regge il patto tra monarchie, investitori e cittadini”. Impianti vitali che non è difficile prendere di mira, come sta dimostrando la guerra Israele-Usa-Iran, con attacchi reciproci che includono i Paesi del Golfo che forniscono basi militari agli statunitensi. In giugno, gli Usa hanno distrutto molte infrastrutture idriche di Teheran. E non solo. Nel marzo 2026, in quattro giorni sono state bombardate otto infrastrutture idriche nella valle della Bekaa, da cui dipendevano almeno 7mila persone. Siamo ormai a milioni di sfollati senza acqua e beni essenziali. In Libano, come a Gaza, le forze israeliane stanno usando la sete come arma, strategia che costituisce un crimine di guerra ed è vietata dalle Convenzioni di Ginevra. Crimine ormai sdoganato, però. Israele è in buona compagnia. In Sudan, a fine maggio, le milizie di Pronto Intervento hanno preso di mira i serbatoi dell’acqua a El-Tina, al confine con il Ciad, dove migliaia di sfollati si sono rifugiati, scappando dalla guerra nelle loro città, in Darfur. Gli attacchi dei droni hanno lasciato la popolazione senza acqua. A fine gennaio a Kobane, sotto assedio da più di una settimana, è stata tagliata l’acqua e l’elettricità. Un atto criminale che dà la misura delle intenzioni genocidarie delle milizie filo turche. Scrive Hevidar Herani, giornalista curda: “La città è senza elettricità e acqua dopo l’ennesimo taglio alla diga Tishreen, infrastruttura strategica che fornisce energia e approvvigionamento idrico a gran parte del nord est della Siria”. E non c’è solo il Medio Oriente. Nella guerra Russia-Ucraina la distruzione di dighe e impianti di trattamento delle acque è stata presente in ogni fase del conflitto e praticata da entrambe le parti. Il Pacific Institute, un gruppo di ricerca sull’acqua basato a Oakland, ha mappato tutti i conflitti della storia che hanno avuto a che fare con l’acqua, creando il sito Water Conflict Chronology, che mostra come l’acqua sia stata strumentalizzata lungo tutta la storia dell’umanità, a partire da 4.500 anni fa: il primo conflitto documentato ha avuto luogo nella zona dell’attuale Iraq, dove l’acqua venne utilizzata per combattere i Sumeri da Urlama, re dell’antica città stato di Lagash, che fece deviare dei corsi d’acqua per lasciare a secco la città di Unma. In questi 4000 anni i conflitti registrati sono stati 1297. Secondo la Banca Mondiale negli ultimi anni sono stati 507 i conflitti armati per l’acqua. Secondo altre fonti, erano 220 fra il 2000 e il 2009, sono saliti a 620 tra il 2010 e il 2019, e dal 2020 a oggi sono stati registrati 201 conflitti, relativi soprattutto all’accesso all’acqua. Le Nazioni Unite hanno censito tra il 2010 e il 2018 263 eventi bellici e prevedono che entro il 2030 addirittura il 47% della popolazione mondiale vivrà in zone a elevato stress idrico, quindi è prevedibile che le guerre si moltiplicheranno. Alessandra Cangemi, Comitato milanese acquapubblica   Redazione Italia
June 17, 2026
Pressenza
Sudan, la guerra passa dalle miniere d’oro
Segnaliamo un interessante lavoro inerente il Sudan elaborato da Diogene Notizie con alcuni link finali di approfondimento By Redazione di Diogene Notizie “Sudanese goldhunters – ‘you may be an optimisit if you think you’ll fill a wheelbarrow'” by 10b travelling / Carsten ten Brink is licensed under CC BY-NC-ND 2.0. Il governo sudanese ha annunciato una stretta sul settore minerario
Ali e il movimento “infinitamente arrabbiati”: per un Sudan di pace e giustizia
Il gruppo politico di Ali si chiama, tradotto in italiano, “infinitamente arrabbiati”. Sono ragazzi giovanissimi, studenti universitari che con lo scoppio della guerra non hanno potuto terminare gli studi poiché costretti all’esilio. “I Janjaweed hanno preso la mia città e … Leggi tutto L'articolo Ali e il movimento “infinitamente arrabbiati”: per un Sudan di pace e giustizia sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.