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La solidarietà che resiste alla guerra in Sudan
Mentre la guerra continua a devastare il Paese e gli aiuti internazionali faticano a raggiungere le popolazioni, migliaia di volontari sudanesi si mobilitano ogni giorno attraverso le Emergency Response Rooms. Cucine comunitarie, assistenza medica, evacuazioni, rifugi e sostegno ai più vulnerabili: una rete nata dal basso che tiene in vita intere comunità e potrebbe avere un ruolo anche nel futuro del Sudan. In Sudan, mentre la guerra infierisce da tre anni sulla popolazione civile e gli aiuti umanitari faticano ad arrivare, c’è una rete di volontari che ogni giorno salva migliaia di persone. Sono le Emergency Response Rooms (ERR), cellule operative di soccorso nate dal basso e diventate uno dei principali strumenti di assistenza della società civile sudanese. Distribuiscono cibo e medicine, gestiscono cucine comunitarie, evacuano feriti. Lo fanno senza grandi mezzi, comunicando attraverso chat di WhatsApp e muovendosi tra posti di blocco e territori controllati da forze rivali. Un lavoro indispensabile che è valso loro la candidatura al Premio Nobel per la Pace 2025 e, a inizio settembre di quest’anno, il Premio per l’umanità, la pace e la fratellanza tra i popoli, assegnato dalla Fondazione Balzan a istituzioni o singole persone che si sono distinte in opere umanitarie eccezionali. L’organizzazione era tra i nomi che circolavano maggiormente anche quest’anno alla vigilia dell’assegnazione del prestigioso riconoscimento assegnato dal Comitato norvegese. L’importanza delle Emergency Response Rooms è cresciuta insieme alle dimensioni della crisi. A più di tre anni dall’inizio della guerra, il Sudan conta ancora oltre 8,5 milioni di sfollati interni, mentre più di 5,1 milioni di persone sono rientrate nelle proprie aree d’origine, secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Il ritorno, però, non significa necessariamente sicurezza: molte famiglie rientrano in abitazioni danneggiate e in territori dove i servizi essenziali sono ancora largamente compromessi. A rendere ancora più difficile la risposta sono la scarsità di finanziamenti e, soprattutto, le difficoltà di accesso. In molte aree gli operatori umanitari internazionali devono confrontarsi con combattimenti, posti di blocco, autorizzazioni e ostacoli burocratici. L’Oim considera infatti i soccorritori locali, comprese le Emergency Response Rooms di Khartoum, un elemento importante nelle attività di risposta e di prima ripresa. Sia l’esercito regolare (Saf) sia i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) sono accusati di ostacolare l’accesso agli aiuti e di utilizzare l’assistenza alimentare come strumento di pressione politica e negoziale. Rallentano i permessi, impongono ostacoli ai convogli e, in un contesto segnato da attacchi alle strutture sanitarie, gli operatori umanitari sono spesso esposti ad accuse di ingerenza. È dentro questo vuoto che le ERR hanno costruito il loro spazio. Come sono nate le ERR Le prime sono nate a Khartoum dopo lo scoppio della guerra, nell’aprile 2023, per poi estendersi in altre parti del Paese. La loro origine affonda però negli anni precedenti. Molti dei volontari provenivano dai comitati di resistenza, le reti di giovani che avevano avuto un ruolo centrale nelle mobilitazioni contro il regime di Omar al-Bashir e che, durante la pandemia di Covid-19, avevano già organizzato forme di assistenza nei quartieri. Quando nell’aprile 2023 è cominciata la guerra tra le Sudanese Armed Forces (Saf) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, quelle reti erano già presenti sul territorio. Hanno così riconvertito la loro esperienza in una macchina di soccorso adattata alla guerra. Le ERR non sono Ong nel senso tradizionale del termine. Sono gruppi locali, spesso organizzati a livello di quartiere, che coordinano volontari e risorse attraverso reti informali. I numeri attribuiti alla rete sono imponenti: alcune stime parlano di oltre 26 mila volontari distribuiti nei 18 Stati sudanesi. Anche la comunicazione si è adattata alle condizioni della guerra. Le reti utilizzano applicazioni di messaggistica che consentono ai volontari di coordinare rapidamente richieste e interventi, cercando allo stesso tempo di ridurre i rischi di intercettazione. In particolare, alcuni gruppi utilizzano app di messaggistica criptata come Signal o Telegram per limitare il rischio di identificazioni e ritorsioni da parte delle forze armate. Perché il rischio è concreto. I volontari possono essere accusati dall’una o dall’altra parte di sostenere il campo avversario. In questi anni diversi operatori delle ERR sono stati arrestati, minacciati o uccisi. In una guerra in cui anche l’assistenza può essere interpretata come una presa di posizione, aiutare i civili significa spesso esporsi ad accuse di spionaggio o di collaborazione con il nemico. Le radici culturali e morali di questo modello di mutuo soccorso affondano nel concetto di nafeer, che in arabo indica una forma di azione collettiva e richiama l’antica tradizione sudanese dell’aiuto reciproco. Anche le risorse arrivano in gran parte dai cittadini stessi, in particolare dalla diaspora, vale a dire da quelle persone che nei decenni passati sono emigrate nei Paesi del Golfo o in Occidente. Attraverso micro donazioni, applicazioni di banking digitale e rimesse dirette, la diaspora sostiene quotidianamente l’azione dei volontari sul territorio. Cosa fanno concretamente le ERR? L’operato di questi gruppi varia in base alle necessità dei territori e alle risorse disponibili. I servizi principali riguardano l’assistenza medica di base e la distribuzione alimentare. I volontari gestiscono le takaya, cucine comunitarie che sfamano interi quartieri, aprono ambulatori, si occupano di evacuare e di individuare rifugi per i civili e recuperano salme per garantirne una sepoltura dignitosa. Non solo: nei comitati femminili viene offerto sostegno alle donne vittime di violenza e di stupri di guerra, mentre alcuni giovani insegnano inglese e arabo ai bambini, cercando di evitare che una generazione intera cresca senza istruzione. Nel tempo si sono aggiunte anche attività di raccolta dati e gestione dei media. Ad esempio, la ERR di Khartoum ha creato un progetto di mappatura “contro-militare” che, attraverso il linguaggio visivo, punta a superare la percezione riduttiva e militarizzata del conflitto sudanese, mettendo al centro il ruolo dei civili e della solidarietà sociale. Questo mostra come il ruolo delle reti di mutuo soccorso si spinga oltre l’assistenza: oltre a salvare vite nell’immediato, queste reti hanno sviluppato una capacità di intervento capillare e rapida, spesso difficile da replicare per le organizzazioni umanitarie che devono operare attraverso procedure e autorizzazioni. Per alcuni osservatori e per esponenti della società civile sudanese, queste “stanze” locali non sono soltanto una risposta all’emergenza di oggi, ma potrebbero rappresentare anche uno dei laboratori da cui partire per la ricostruzione democratica del Sudan di domani.   Africa Rivista
October 15, 2026
Pressenza
Eritrea, USA e il Mar Rosso
articoli di Leila Belhadj Mohamed (*) e di Siid Negash (**) L’Eritrea, Trump e la nuova partita per il Mar Rosso Washington riapre il dialogo con Asmara mentre precipitano i rapporti tra Etiopia ed Eritrea. Cresce il rischio di una nuova guerra nel Corno d’Africa. Nel giro di due settimane, l’Eritrea è tornata al centro di due vicende che raccontano
October 10, 2026
La Bottega del Barbieri
Riesplode la guerra civile in Etiopia. L’impatto va ben oltre il Corno d’Africa
Dopo solo quattro anni dal cessate il fuoco, la guerra civile torna in Etiopia. La scorsa settimana, le forze del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) hanno assunto il controllo dei principali scali aeroportuali della regione settentrionale del paese. Sul terreno, sono stati segnalati pesanti combattimenti di fanteria […] L'articolo Riesplode la guerra civile in Etiopia. L’impatto va ben oltre il Corno d’Africa su Contropiano.
September 30, 2026
Contropiano
L’isola dei tesori
di Mauro Armanino Da Socrate, il cane nato in fabbrica, al mendicante di Piazza dell’Annunziata, fino alla piccola Natasha morta di fame: un viaggio tra le vite a cui attribuiamo …
September 19, 2026
Osservatorio Repressione
Abituarsi, tradimenti, nazioni, morire di fame
Quattro riflessioni di Mauro Armanino (*) Devo imparare ancora una terza cosa: non devo abituarmi Non devo uccidere non devo tradire Questo lo so Devo imparare ancora una terza cosa: Non devo abituarmi Recita così uno degli scritti di Erich Fried, poeta austriaco ebreo. Costretto ad abbandonare Vienna per Londra dopo l’occupazione nazista morì in Germania nel 1988. Lavorò come
September 18, 2026
La Bottega del Barbieri
Sudan: l’ONU mette nero su bianco chi finanzia le RSF
Individui ed entità che operano dagli Emirati Arabi Uniti, o che lì risultano registrati, hanno avuto un ruolo significativo nel reclutamento, nel finanziamento, nel trasporto e nel dispiegamento di almeno duemila ex mercenari colombiani in Sudan, a cui si aggiungono droni e armi. È la conclusione del rapporto Alimentare il conflitto in Sudan: armi, combattenti e reti di sostegno esterne, della Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite per il Sudan, secondo cui i contractor hanno operato droni da combattimento, artiglieria e armi avanzate in supporto ai ribelli delle Forze di Supporto Rapido (RSF) nel Darfur e nel Kordofan. Sul terreno sudanese sono arrivati attraverso luoghi di transito in Ciad, nella Libia sudorientale e a Bosaso, in Somalia. Due di quei tre luoghi di transito sono gli stessi lungo cui gli analisti collocano da anni le forniture emiratine alle RFS del generale Mohamed Hamdan Dagalo. Sono la Libia controllata da Khalifa Haftar e il Ciad, che tra il 2023 e il 2024 ha ricevuto due miliardi di dollari da Abu Dhabi nell’ambito di un accordo di cooperazione militare. La novità è che a metterli in fila, con rotte e responsabilità, sia oggi un organismo delle Nazioni Unite.  Perché gli Emirati abbiano interesse a tenere in piedi una milizia a migliaia di chilometri dai propri confini lo spiega la mappa delle risorse sudanesi. Il Sudan è il terzo produttore d’oro del continente, con almeno novanta tonnellate estratte ogni anno. Le miniere del Darfur sono in larga parte in mano alle RSF e Abu Dhabi ne è il principale acquirente. A questo si somma la partita per il Mar Rosso, dove gli Emirati competono con l’Arabia Saudita per l’influenza sulla sponda africana e sui suoi porti, e dove Riyad sostiene invece il generale Abdel Fattah al-Burhan insieme a Egitto, Iran e Turchia (quest’ultima fornitrice dei droni che diversi analisti considerano decisivi per le offensive dell’esercito regolare sudanese). La Missione mette nero su bianco e inquadra a livello ufficialmente internazionale quello che Amnesty International rilevava già nel rapporto sul Darfur Settentrionale presentato lo scorso luglio, dove condannava gli Emirati Arabi Uniti come principali sostenitori militari, diplomatici e politici delle RSF. Amnesty sostiene inoltre che Abu Dhabi abbia protetto la milizia dalle sanzioni, e che a sua volta sia stata protetta dai propri alleati. Le richieste che Amnesty avanza nel rapporto toccano direttamente gli Emirati. Tra queste ci sono la sospensione delle forniture di armi ad Abu Dhabi finché non rispetta l’embargo, estensione dell’embargo dal solo Darfur a tutto il Sudan, condanna esplicita degli Emirati da parte del Consiglio di Sicurezza e del Consiglio per i diritti umani. Dal 2023, il Sudan è al centro di una guerra civile che ha provocato almeno 59.000 morti e lo sfollamento di circa 13 milioni di persone, in quella che le agenzie umanitarie considerano la peggiore emergenza del pianeta, con quasi metà della popolazione in condizione di insicurezza alimentare. E oppone due comandanti che fino a poco prima sedevano insieme nel Consiglio sovrano, il principale organo esecutivo del Paese. Da una parte le Forze armate sudanesi del generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, dall’altra le Forze di Supporto Rapido, formazione paramilitare guidata da Mohamed Hamdan Dagalo. All’origine dello scontro ci sono una crisi economica pesante e una transizione politica finita male. Dopo il colpo di Stato del 2019 e quello del 2021, l’accordo che doveva riportare il Sudan a un governo civile prevedeva lo scioglimento delle RSF e l’assorbimento dei loro uomini nell’esercito regolare. Sui tempi e sui modi di quell’integrazione Burhan e Dagalo non trovarono un’intesa, e il disaccordo fu tra le cause immediate della guerra.  Tre anni e mezzo dopo, quella milizia, che avrebbe dovuto sciogliersi, controlla una buona parte dei territori nel sud-ovest del Paese e opera droni da attacco pilotati da contractor stranieri. Nel frattempo le RFS hanno smesso di comportarsi come una milizia. Nel 2025 hanno costituito con altri gruppi armati l’Alleanza Fondatrice del Sudan, nota come Tasis, si è dotata di una carta fondativa e di un’amministrazione parallela e dallo scorso maggio paga funzionari e combattenti con sterline sudanesi di nuovo conio. È il punto di arrivo del sostegno esterno che la Missione documenta. Una guerra che si allunga e, insieme, un secondo Stato che si costruisce sui giacimenti d’oro del Darfur e su chi quell’oro lo compra. The post Sudan: l’ONU mette nero su bianco chi finanzia le RSF appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
L'INDIPENDENTE
[radio africa] Radio Africa: Mali, Etiopia, Sudan
MALI In Mali, i jihadisti del Gruppo per il Sostegno dell'Islam e dei Musulmani (JNIM) hanno giustiziato sommariamente dei soldati maliani che si erano arresi. L'episodio è avvenuto il 18 luglio nella zona di Tabrichat, nella regione di Gao, in seguito a un attacco congiunto del JNIM e del gruppo separatista FLA (Fronte liberazione Azawad) ) contro un grande convoglio militare in viaggio da Anéfis a Gao. Circa cinquanta soldati maliani sono stati uccisi, sebbene non tutti siano morti in combattimento. ETIOPIA Diverse centinaia di persone si sono radunate in Piazza Meskel ad Addis Abeba il 18 luglio scorso per una manifestazione organizzata dal Consiglio per la Pace e il Cambiamento del Tigray. La coalizione si oppone alla riaffermazione dell'autorità da parte del TPLF nella regione, mettendo in guardia contro azioni che potrebbero potenzialmente riaccendere il conflitto armato. In questa manifestazione si chiedeva la fine di quello che i partecipanti hanno definito reclutamento forzato nel Tigray, la piena attuazione dell'Accordo di cessazione delle ostilità di Pretoria e il ritorno alle proprie case degli sfollati interni. Residenti, partiti di opposizione, leader religiosi e organizzazioni per i diritti umani hanno segnalato casi di giovani presumibilmente arruolati con la forza per il servizio militare, accuse che i funzionari del TPLF hanno ripetutamente smentito. SUDAN In Sudan si combatte non solo per il controllo delle risorse aurifere, Nell’economia che finanzia la guerra in Sudan, un ruolo significativo è svolto anche dal commercio della gomma arabica. Già a gennaio di quest’anno uno studio dell’organizzazione PAX, denunciava come la preziosa resina estratta dagli alberi di acacia alimentasse un’economia ombra militarizzata, gestita prevalentemente dalle milizie Forze di supporto rapido (RSF) nelle vaste aree da loro controllate. Prima dello scoppio della guerra nell’aprile 2023, il Sudan rappresentava circa il 70-80% delle esportazioni globali di gomma arabica grezza, per un valore di 183 milioni di dollari all’anno. Il grosso della produzione si concentrava nella cosiddetta “cintura della gomma arabica”, che comprendeva le regioni del Kordofan e del Darfur, e gli stati del Nilo Azzurro, del Nilo Bianco, di Sennar e di Gedaref.
July 22, 2026
Radio Onda Rossa
Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale
LE GUERRE NEI TERRITORI AFRICANI, CONTRARIAMENTE ALLE NARRAZIONI RAZZISTE OCCIDENTALI, NON SONO UN RESIDUO DI ARRETRATEZZA: RAPPRESENTANO SEMMAI UNA DELLE FORME PIÙ AVANZATE DEL CAPITALISMO ESTRATTIVO CONTEMPORANEO. DEL RESTO, IL CAPITALISMO POGGIA SEMPRE PIÙ SU DUE PILASTRI ESTRATTIVI TRA LORO INTRECCIATI: I COMBUSTIBILI FOSSILI E I COSIDDETTI MINERALI CRITICI, INDISPENSABILI PER LA DIFESA, I SEMICONDUTTORI, LE TECNOLOGIE DIGITALI E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE -------------------------------------------------------------------------------- Sudan: foto di Randy Fath su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1. Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile. Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2. La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione. L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali. La guerra non è dunque un’eccezione: è la condizione ordinaria del sistema internazionale contemporaneo e del modo di produzione capitalistico. Guerra e accumulazione del capitale Come Karl Marx aveva ben compreso e spiegato, il modo di produzione capitalistico non è semplicemente un sistema economico basato sullo scambio e sul mercato: è un modo di produzione fondato sulla valorizzazione del capitale attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’appropriazione della natura. Esso abbisogna dunque di certi particolari rapporti sociali, prerequisiti fondamentali perché possa funzionare, e questi rapporti sono spesso generati, e riprodotti, attraverso la violenza5. Poiché la sua logica fondamentale è l’accumulazione — non come scelta, ma come necessità strutturale: un capitale che non si espande si dissolve — questa continua riproduzione non avviene spontaneamente: richiede territori, risorse, forza lavoro, e — ogni qual volta necessario — violenza. Non a caso Marx stesso, ma anche Rosa Luxemburg6, Hosea Jaffe7 o Ranabir Samaddar8, solo per citare alcuni studiosi molto importanti, hanno sottolineato il nesso originario tra colonialismo e modo di produzione capitalistico. In particolare nel capitolo XXIV de Il capitale, che Marx dedica all’accumulazione originaria, questo nesso tra espropriazione e violenza è descritto sia storicamente che teoricamente come momento fondativo del capitalismo: la separazione violenta dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione, terre comuni recintate, comunità dispossessate, corpi messi al lavoro coercitivamente. Di conseguenza ogni volta che il capitalismo apre un nuovo fronte estrattivo o affronta una delle sue crisi cicliche o compete con altri capitalismi, ricomincia da capo questo processo. Rosa Luxemburg dimostra che il capitale non può riprodursi in un sistema chiuso: ha bisogno strutturale di un esterno — territori non ancora mercificati, economie non ancora integrate — da cui estrarre risorse e in cui scaricare le proprie contraddizioni. Vladimir I. Lenin radicalizza questa analisi: l’imperialismo non è un’aberrazione morale, ma la fase necessaria e matura del capitalismo monopolistico, in cui la competizione tra capitali diventa competizione tra Stati per il controllo dei mercati e delle materie prime. La guerra imperialista non è un incidente: è l’esito logico di questo processo. David Harvey9, riprendendo e attualizzando Marx, sostiene che l’accumulazione per espropriazione (accumulation by dispossession) non appartiene al passato coloniale — è una logica operante oggi, nelle forme del land grabbing (appropriazione della terra), della privatizzazione dei beni comuni, della finanziarizzazione delle risorse naturali. Il capitalismo contemporaneo non ha superato la violenza originaria dell’accumulazione di cui parlava Marx: l’ha istituzionalizzata, globalizzata, resa norma giuridica e geopolitica. Ranabir Samaddar sostiene che il colonialismo non è un capitolo chiuso della storia: è una struttura persistente, adattiva, che si riproduce nelle forme contemporanee del controllo delle risorse, come della gestione delle popolazioni in eccesso e della militarizzazione delle frontiere10. In una prospettiva complementare, Sandro Mezzadra e Brett Neilson mostrano come il capitalismo contemporaneo si organizzi sempre più attraverso una pluralità di “operazioni del capitale”, nelle quali estrazione, logistica, finanza, infrastrutture e controllo delle frontiere agiscono come dispositivi integrati della valorizzazione. L’estrattivismo non riguarda quindi soltanto l’appropriazione di risorse naturali, ma si inserisce in una più ampia architettura operativa che connette territori, lavoro, circolazione delle merci e potere geopolitico11. Ognuna di queste tesi andrebbe ulteriormente approfondita e declinata, anche empiricamente, per poterne comprendere l’importanza euristica nei confronti delle trasformazioni attuali del modo di produzione capitalistico, ma non abbiamo qui lo spazio per farlo. Quello che ci preme sottolineare qui invece, è che, anche alla luce di queste tesi, negli ultimi venti anni il concetto di estrattivismo — sistematizzato in particolare da Eduardo Gudynas12 — è divenuto una delle chiavi di lettura importanti dei fenomeni trasformativi del modo di produzione capitalistico e dei suoi riflessi in quella che chiamiamo geopolitica. Esso infatti designa uno dei movimenti principali delle nuove forme del processo continuo di accumulazione, oggi che alcune risorse classiche e nuove sono fondamentali per la difesa, l’industria e il continuo e crescente fabbisogno energetico dei settori più avanzati del capitalismo. Non designa infatti solo l’industria mineraria o petrolifera in senso stretto. Comprende qualsiasi pratica di estrazione di risorse naturali caratterizzata da grande volume e intensità, orientata all’esportazione come materia prima greggia o minimamente lavorata13. Vi rientrano le monoculture di esportazione e tutte le forme di land grabbing a uso industriale intensivo: pratiche che producono sistematicamente espropriazione della terra, espulsione delle comunità e distruzione della forza lavoro locale, oppure l’estrazione dei fossili, dei minerali critici o delle cosiddette terre rare, alla base di molte guerre contemporanee. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Stiamo sprofondando nella tormenta -------------------------------------------------------------------------------- Il capitalismo contemporaneo poggia su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili — ancora oggi cuore energetico dell’industria globale — e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale (IA). Quest’ultima, in particolare, richiede quantità enormi di energia e di acqua per il raffreddamento dei propri sistemi, rappresentando così una nuova domanda di estrattivismo. Emerge qui una contraddizione strutturale: i minerali critici necessari alla cosiddetta transizione energetica vengono estratti mediante processi industriali che consumano combustibili fossili. La “soluzione” riproduce il problema. La transizione non è una fuoriuscita dall’estrattivismo — è la sua ultima frontiera. A legare insieme tutto questo vi è la logistica: infrastruttura materiale del modo di produzione capitalistico, condizione di possibilità del commercio globale di materie prime e terreno privilegiato dei conflitti contemporanei. Le guerre si combattono intorno a porti, choke points (punti di strozzatura), corridoi, rotte, gasdotti. Il controllo dello spazio estrattivo è ormai inseparabile dal controllo dello spazio logistico e militare. Quanto sta avvenendo nello Stretto di Hormuz, uno dei principali choke points attraverso cui transita una quota rilevantissima del petrolio mondiale, ne costituisce un esempio paradigmatico. Tutto questo non avviene senza conflitti, o come forma di resistenza contro la devastazione comunitaria e ambientale, o per interessi che si contrappongono al grande capitale che sfrutta o tenta di sfruttare queste risorse. Le comunità espulse dai territori estrattivi non scompaiono in silenzio: resistono. Ed è precisamente questa resistenza — dei movimenti locali, delle popolazioni indigene, delle forze armate irregolari come l’M23 in Congo — che rende necessaria la militarizzazione delle zone di estrazione. La guerra non arriva dopo l’estrattivismo: lo accompagna, lo protegge, lo rende possibile. Guerre invisibili e dimenticate: Sudan e Congo È dentro questo contesto che due guerre molto importanti, ma non fra bianchi, sono invisibili nonostante la tragica conta dei morti, di gran lunga superiore ad alcune delle guerre tra bianchi — ammesso che abbia senso fare una classifica delle guerre, per me è solo un artificio retorico funzionale a svelare la nostra ipocrita retorica —, sia per i sistematici crimini di guerra che per le crisi umanitarie che ne derivano, oltre alla devastazione ambientale: la guerra in Sudan e quella nel Congo. Entrambe rappresentano laboratori drammaticamente interessanti per il nesso tra guerra, accumulazione del capitale ed estrattivismo. In Sudan, dietro il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi e le Rapid Support Forces (RSF), non vi è soltanto una lotta per il potere politico, ma per il controllo di risorse strategiche decisive: l’oro del Darfur, i giacimenti petroliferi e le rotte commerciali che collegano il Corno d’Africa al Mar Rosso. In questo conflitto si intrecciano interessi locali, regionali e globali: Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia, Iran e altre potenze sostengono direttamente o indirettamente le parti in guerra per garantirsi accesso alle risorse e influenza geopolitica. In particolare la Russia gioca su entrambi i tavoli: mentre il Cremlino consolida i rapporti con le Forze Armate Sudanesi — fino al progetto di una base navale sul Mar Rosso, a Port Sudan, in cambio di forniture militari — il gruppo Wagner (oggi Africa Corps) ha sostenuto le RSF, che controllano gran parte delle miniere d’oro del Darfur. Attraverso società collegate come Meroe Gold, secondo i dati della banca centrale sudanese, tra il febbraio 2022 e il febbraio 2023 sono stati contrabbandati circa 1,9 miliardi di dollari in oro: risorse che hanno contribuito a finanziare lo sforzo bellico russo in Ucraina aggirando le sanzioni contro la Russia. Non è privo di significato che il 24 febbraio 2022, lo stesso giorno dell’invasione dell’Ucraina, il capo delle RSF Hemedti si trovasse a Mosca, ospite di Wagner. L’oro occupa una posizione centrale. Le miniere del Darfur, spesso sfruttate attraverso lavoro coercitivo, devastazione ambientale e sfollamento delle popolazioni locali, alimentano reti di contrabbando che raggiungono i mercati internazionali. Non è un caso che numerosi osservatori abbiano individuato proprio nel controllo di queste aree estrattive uno degli obiettivi strategici delle forze armate che si contendono il territorio. La guerra non distrugge soltanto: ridisegna i rapporti di proprietà, disciplina la forza lavoro, espelle comunità intere e rende disponibili nuove risorse ai circuiti globali dell’accumulazione. Il costo umano è immenso. Secondo diverse stime, il conflitto ha già provocato centinaia di migliaia di vittime dirette e indirette, milioni di sfollati interni e rifugiati, la distruzione sistematica di infrastrutture civili, ospedali e reti di approvvigionamento alimentare. Le Nazioni Unite parlano della più grave crisi umanitaria contemporanea: decine di milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere e vaste aree del Paese sono esposte al rischio di carestia. A ciò si aggiungono crimini di guerra, pulizie etniche, stupri sistematici e massacri di civili, in particolare nel Darfur, che numerosi osservatori internazionali descrivono come pratiche riconducibili a una logica genocidaria. Eppure il Sudan occupa uno spazio marginale nell’immaginario mediatico occidentale. Non perché il numero delle vittime sia inferiore a quello di altre guerre, ma perché la gerarchia implicita delle vite umane continua a operare anche nella produzione dell’informazione. Se l’Ucraina ha mostrato quanto l’Europa sia sensibile alla sofferenza quando essa colpisce popolazioni percepite come vicine, il Sudan rivela il rovescio di questa stessa logica: milioni di africani possono essere travolti dalla guerra, dalla fame e dalle migrazioni forzate senza che ciò produca una mobilitazione politica e simbolica comparabile. Anche in questo caso la razza non è un residuo del passato, ma un principio attivo di organizzazione dello sguardo globale. Il Sudan ci ricorda che il problema non è soltanto chi muore, ma chi viene considerato degno di lutto. Anche la morte, il dolore, la sofferenza, nel capitalismo globale contemporaneo, continuano a essere organizzate secondo linee di colore, posizione geopolitica e utilità economica. Un secondo importante laboratorio riguarda la Repubblica Democratica del Congo, tra i maggiori produttori mondiali di coltan, il minerale da cui si ricava il tantalio, componente essenziale di smartphone, laptop, sistemi d’arma e semiconduttori. Secondo l’USGS la RDC ha fornito circa il 40% della produzione mondiale di coltan nel 2023; la sola miniera di Rubaya, nel Nord Kivu, vale attorno al 15% dell’offerta globale. Il coltan congolese è dunque un nodo decisivo della filiera digitale e militare mondiale. Proprio per questo motivo il Congo orientale è teatro ininterrotto di conflitti armati da oltre trent’anni. Il gruppo M23 — sostenuto dal Ruanda e con documentati legami con interessi estrattivi internazionali — controlla militarmente alcune delle aree minerarie più ricche del Kivu, inclusa proprio Rubaya. Ed anche in questo caso la confluenza di interessi locali, regionali e globali è altissima: il Ruanda come attore regionale diretto, la Cina che domina l’estrazione mineraria congolese e gli Stati Uniti, che nel 2025 hanno mediato un accordo tra RDC e Ruanda legato proprio all’accesso ai minerali. L’obiettivo non è la conquista territoriale in senso classico: è il controllo della filiera estrattiva e delle catene del valore. Le comunità locali vengono espulse, le miniere artigianali smantellate o subordinate, la forza lavoro disciplinata attraverso la violenza. Ciò che appare come “conflitto etnico” o “instabilità regionale” è, nella sua struttura profonda, una forma di accumulazione per espropriazione, nel senso che prima Marx e poi Harvey hanno dato a questo concetto. Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo. Le zone di sacrificio non producono inoltre solo devastazione ambientale: producono popolazioni in eccesso. Comunità private della terra, della sussistenza, della possibilità stessa di riprodurre la propria vita, costrette a muoversi non per scelta ma per sopravvivenza. Le migrazioni contemporanee dal Sud globale verso l’Europa e il Nord America non sono un fenomeno umanitario separato dalla questione estrattiva: ne sono l’effetto diretto. Chi fugge dal Congo, dal Sahel, dallo Yemen, dall’Honduras non fugge dalla povertà in astratto (peraltro la correlazione migrazione uguale povertà non regge): fugge dalla spoliazione concreta di territori che il capitalismo globale ha deciso di trasformare in riserve di materie prime. Al nesso tra guerra, accumulazione e capitalismo bisognerebbe dunque aggiungere anche quello tra gli stessi e le migrazioni, interne e internazionali, anche se le cifre sono molto meno grandi di quelle spiattellate dalla retorica securitaria contro la mobilità umana. La guerra e la militarizzazione di questi territori sono dunque anche il modo attraverso cui si stabilisce chi presidia le zone di estrazione e i corridoi di transito, come nel caso dello Stretto di Hormuz, da cui passa una quota decisiva del greggio mondiale. Quella geografia militare e bellica non è casuale. Le guerre non proteggono le democrazie: presidiano le risorse, le rotte, i corridoi estrattivi. Là dove ci sono minerali critici, idrocarburi, terre rare ci sono basi militari, gruppi armati, frontiere militarizzate. Ed anche l’industria della frontiera non è separata dall’industria estrattiva: è la stessa logica, le stesse aziende, lo stesso capitalismo che estrae risorse nel Sud e governa i corpi alle porte del Nord. La posta in gioco non è più solo lo sfruttamento del Sud globale: è il controllo delle catene di approvvigionamento dei minerali critici che rendono possibile l’economia digitale, la difesa avanzata, l’intelligenza artificiale. Litio, coltan, cobalto, terre rare: sono la nuova geografia del potere mondiale. Chi li controlla — dove si estraggono, come si lavorano, chi li trasforma — tenta di controllare e governare il capitalismo del XXI secolo. Questa competizione alimenta conflitti che non sono più solo tra centro e periferia, ma tra i centri stessi: tra gli Stati Uniti e la Cina, tra blocchi imperiali rivali che si contendono l’accesso alle risorse estrattive, ai mercati, alle rotte logistiche. Come aveva intuito Lenin, la competizione tra capitalismi nazionali produce inevitabilmente guerra. La novità è l’intensità: la compressione simultanea di crisi energetica, corsa ai minerali critici, riarmo generalizzato e destabilizzazione climatica rende questa fase particolarmente esplosiva. È anche per queste ragioni che la lotta contro ogni guerra, insieme a un nuovo internazionalismo delle popolazioni oppresse, dovrebbe essere un pilastro di una autentica sinistra e dei movimenti anticapitalisti. -------------------------------------------------------------------------------- 1 N. Chomsky, «Outdated US Cold War Policy Worsens Ongoing Russia-Ukraine Conflict», intervista di C. J. Polychroniou, Truthout, 23 dicembre 2021. truthout.org 2 Vale la pena ricordare che la stessa NATO ha condotto in Europa, contro un Paese europeo, la prima grande operazione offensiva della sua storia: l’operazione Allied Force, 78 giorni di bombardamenti sulla Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro), dal 24 marzo al 10 giugno 1999, senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e legittimati con la retorica dell’«intervento umanitario». La stessa Independent International Commission on Kosovo avrebbe poi definito quell’azione «illegal but legitimate» (The Kosovo Report, Oxford University Press, Oxford, 2000): formula che condensa l’operazione ideologica di trasformazione della guerra in dovere morale. Sul suo rovescio critico si vedano D. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi, Torino, 2000, e N. Chomsky, The New Military Humanism: Lessons from Kosovo, Common Courage Press, Monroe (ME), 1999 3 H. Lefebvre, Lo Stato nel mondo moderno, Dedalo, Bari, 1977, p. 80 (vol. I di De l’État, 4 voll., 1976-1978) 4 Associazione 46° Parallelo E.T.S. (a cura di), Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, 14ª ed., Terra Nuova Edizioni, Firenze, 2026 5 Sul nesso tra accumulazione capitalistica, violenza di Stato e coercizione si veda A. Bihr, La préhistoire du capital. Le devenir-monde du capitalisme. Tome I, Éditions Page deux, Lausanne, 2006 6 R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale. Contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo e Ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria marxista. Una anticritica, introduzione di P. M. Sweezy, trad. di B. Maffi, Einaudi, Torino, 1968 7 H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano, 1976, p. 9. Dello stesso autore si veda anche Il colonialismo oggi. Economia e ideologia, Jaca Book, Milano, 1970, in particolare le pp. 37-54 8 R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020; I. K. Mitra, R. Samaddar e S. Sen (a cura di), Accumulation in Post-Colonial Capitalism, Springer, Singapore, 2017 9 D. Harvey, The New Imperialism, Oxford University Press, Oxford, 2003 10 Sul rapporto tra migrazioni, accumulazione e capitalismo postcoloniale si veda R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020 11 Sul nesso tra estrattivismo, logistica, infrastrutture, frontiere e nuove forme di valorizzazione del capitale si veda S. Mezzadra e B. Neilson, Operazioni del capitale. Capitalismo contemporaneo tra sfruttamento ed estrazione, Manifestolibri, Roma, 2021 12 E. Gudynas, Extractivismos. Ecología, economía y política de un modo de entender el desarrollo y la Naturaleza, Centro Latino Americano de Ecología Social (CLAES) – Centro de Documentación e Información Bolivia (CEDIB), Cochabamba, 2015 13 Su questi aspetti si veda anche A. Bednik, Estrattivismo, a cura di R. Cantoni, Orthotes, Napoli-Salerno, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
CS Sudan: atrocità delle Fsr a El Fasher.
È uscito oggi un nuovo rapporto di Amnesty International sulle atrocità compiute dalle Forze di supporto rapido in Sudan, a El Fas Qui sotto il comunicato stampa con il link al report Nuovo rapporto di Amnesty International sul Sudan: atrocità delle Fsr a El Fasher, “macchia sulla coscienza dell’umanità” In evidenza: * le Forze di supporto rapido (Fsr) hanno commesso crimini contro l’umanità e pulizia etnica * bambine e bambini presi intenzionalmente di mira durante gli attacchi delle Fsr * l’urgente bisogno di un cessate il fuoco e di protezione internazionale In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha accusato i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Fsr) di aver commesso crimini contro l’umanità e pulizia etnica durante la conquista di El Fasher, nello stato sudanese del Darfur settentrionale. L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto un immediato cessate il fuoco e l’urgente dispiegamento di una forza internazionale per proteggere la popolazione civile. Il rapporto, intitolato “Città sotto assedio, bambine e bambini sotto tiro”, descrive uccisioni, ferimenti, pestaggi, torture e arresti avvenuti dall’inizio del 2024 a ottobre del 2025 nella città di El Fasher e nei suoi dintorni, mentre le Fsr combattevano con le Forze armate sudanesi e le Forze congiunte, alleate dell’esercito, in una guerra che stava devastando il Darfur settentrionale. In quel periodo le Fsr si sono rese responsabili dei crimini di uccisione, trasferimento forzato, imprigionamento, stupro, schiavitù sessuale, ulteriori forme di violenza sessuale, schiavitù, sterminio e persecuzione. Centinaia di migliaia di bambine e bambini sono stati sfollati, molti dei quali a ripetizione, rischiando di essere uccisi o di rimanere feriti durante gli attacchi o la fuga. Gli orfani non si contano. Persone con disabilità e anziane sono state vittime di attacchi mirati, abbandonate ed escluse da forme essenziali di assistenza. Durante i loro attacchi nel Darfur settentrionale, le Fsr hanno regolarmente usato l’espressione falangay, che indica servitù o schiavitù, riferendosi alle popolazioni civili di etnia non araba. “La guerra in Sudan è una guerra contro i civili. Il mondo era stato messo in guardia sugli orrori cui la popolazione civile di El Fasher sarebbe andata incontro durante l’assedio delle Fsr. Questa è una macchia sulla coscienza dell’umanità”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “I civili non sono stati un danno collaterale della violenza. Spesso sono stati presi di mira e hanno patito sofferenze immense, vittime di uccisioni, ferimenti, stupri, rapimenti e reclutamenti forzati su scala massiccia”, ha aggiunto Callamard. “Occorrono urgentemente un cessate il fuoco a livello nazionale e il dispiegamento di una forza internazionale indipendente e dotata di risorse adeguate a proteggere la popolazione civile dai crimini di tutte le parti coinvolte nel conflitto. Se la comunità internazionale non agirà con urgenza, gli attacchi contro i civili, l’immensa sofferenza e i traumi inferti alle bambine e ai bambini proseguiranno senza sosta”, ha commentato Callamard. Per realizzare il suo rapporto, Amnesty International ha intervistato 247 persone, 208 delle quali (169 adulte e 39 bambine e bambini) hanno subito le conseguenze del conflitto o ne sono state testimoni. Il rapporto inoltre analizza materiale tratto da fonti aperte, tra cui 89 video e molte immagini satellitari. Il 10 giugno 2026 Amnesty International ha scritto al generale Mohamed Hamdan Dagalo, capo delle Fsr, presentandogli le conclusioni del suo rapporto. Al momento della pubblicazione non aveva ricevuto alcuna risposta. L’analisi delle prove raccolte nello spazio geografico e temporale esaminato ha portato Amnesty International alla conclusione, senza alcuna riserva, che le Fsr abbiano commesso il crimine di persecuzione basata sull’identità etnica. Gli atti documentati in questo rapporto, così come ulteriori crimini oggetto di altre indagini, possono essere riferiti al crimine di genocidio, tema su cui l’organizzazione per i diritti umani sta attualmente indagando. L’assedio come arma di guerra  Nel novembre 2023 le Fsr controllavano quattro delle cinque capitali del Darfur. Mancava quella del Darfur settentrionale, El Fasher. All’inizio del 2024 hanno avviato attacchi sistematici contro le città, i villaggi e i campi per sfollati intorno ad El Fasher, colpendo i civili, facendo razzie e dando alle fiamme infrastrutture civili. Molte delle comunità attaccate erano prevalentemente di etnia zaghawa. Durante i loro attacchi, le Fsr hanno incendiato le abitazioni di persone fuggite da tempo, dando l’idea che il loro obiettivo fosse quello di rendere quelle zone inabitabili. Queste azioni, insieme al continuo controllo territoriale esercitato dalle Fsr e all’impedimento alle persone fuggite di tornare, costituiscono il crimine di pulizia etnica. Nel dicembre 2024 Yagoub*, un ragazzo zaghawa di 17 anni, si trovava presso la fattoria della famiglia nei pressi di Abu Zerega, 35 chilometri a sud di El Fasher. Quando le Fsr hanno attaccato, ha tentato di fuggire ma è stato arrestato: “Mi hanno legato e picchiato con un bastone e col calcio di un Ak-47. Poi è arrivato un tipo su un cammello e ha detto ‘Questo è il figlio di un falangay’ e mi ha sparato a una gamba”. Yagoub ora ha bisogno delle stampelle per camminare. Otto dei suoi cugini, quattro dei quali di età compresa tra 11 e 17 anni, sono stati uccisi nel corso dell’attacco. A partire da maggio 2024, via via che i villaggi intorno a El Fasher venivano spopolati a forza, le Fsr hanno stretto brutalmente d’assedio la capitale, limitando l’ingresso di cibo e di forniture umanitarie e bombardandola quasi quotidianamente. Per far fronte alla fame, la popolazione è stata costretta a mangiare ambaz, un derivato dalla produzione di olio di arachidi usato normalmente come cibo per il bestiame. Tutta la popolazione civile, ma soprattutto le bambine e i bambini su cui le malattie e la malnutrizione possono avere effetti irreversibili, hanno subito le conseguenze di questa carestia provocata dall’uomo. Le donne intervistate da Amnesty International hanno raccontato cos’ha voluto dire partorire in condizioni di grave privazione e stress, in rifugi sotterranei, in ospedali sotto bombardamento o in fuga dalla violenza. Impossibilitate ad alimentarsi adeguatamente, non potevano produrre abbastanza latte per i neonati. Senza alcuna prospettiva di sicurezza, molte di loro hanno dovuto assistere all’agonia dei loro piccoli. Rashida*, 39 anni, ha perso il figlio più piccolo di un anno nell’agosto 2025: “Era diventato molto debole e non prendeva il latte. Si era fatto magrissimo”. La conquista di El Fasher Il 26 ottobre 2025 le Fsr hanno lanciato l’offensiva finale contro El Fasher. La popolazione civile che tentava di fuggire si è imbattuta in una barriera di sabbia ampia 57 chilometri. È iniziato il massacro: centinaia di persone sono state uccise, molte altre torturate o imprigionate.  Quasi tutte le persone sopravvissute intervistate da Amnesty International sono state testimoni di uccisioni, stupri, altre forme di tortura e cattura di ostaggi. Una donna di 58 anni ha visto oltre 1000 corpi: “Le persone uccise sono state buttate all’interno della barriera di sabbia. Le Fsr dicevano che l’avrebbero riempita di cadaveri”. Tra questi, molti bambini e bambine. Taiseer*, una zaghawa di 68 anni fuggita coi suoi cinque nipoti, ha raccontato che le Fsr hanno sparato a morte contro un bambino di 12 anni che era con loro. Zubeida*, una bambina di 15 anni, è l’unica sopravvissuta al massacro di circa 25 persone solo perché ha detto due bugie: che era “mezza araba” e che suo padre era nelle Fsr. Ha assistito all’uccisione di adulti e bambini e di donne che avevano opposto resistenza allo stupro. Chi è rimasto a El Fasher ha assistito a terribili violazioni dei diritti umani. Amnesty International ha parlato con 18 tra pazienti, loro parenti e operatori sanitari che erano all’interno della Clinica materna saudita quando le Fsr hanno attaccato la struttura, uccidendo decine di civili. Le strutture sanitarie sono protette dal diritto internazionale umanitario e attaccarle costituisce un crimine di guerra. Violenza sessuale, cattura di ostaggi e arruolamento di bambini  Le Fsr hanno commesso stupri e altre forme di violenza sessuale su scala massiccia. Amnesty International ha intervistato 26 persone sopravvissute alla violenza sessuale, tra le quali 20 donne e, di queste ultime, quattro minorenni. Tutte hanno descritto le gravi umiliazioni cui sono state sottoposte, con conseguenze fisiche e psicologiche di lungo periodo. Tasneem*, una zaghawa di 13 anni, è stata rapita nell’aprile 2025 quando le Fsr hanno attaccato il suo villaggio a ovest di El Fasher. Al momento dell’attacco, stava pascolando le greggi insieme al padre. Suo padre è stato ucciso e lei catturata e portata a El Dain, a circa 350 chilometri di distanza: “[La prima volta che mi hanno stuprata] erano in tre. Mi hanno bendata e mi hanno costretta a stare a terra. Mi hanno detto che era per colpa dei ragazzi del mio gruppo, dei falangayat, che combattevano contro di loro”. Le Fsr hanno inoltre arrestato illegalmente persone civili, trattenendole in molti casi a scopo di riscatto e spesso in condizioni terribili. Amnesty International ha intervistato 45 persone che avevano trascorso periodi di detenzione, tra le quali bambini anche di soli 13 anni, tra luglio 2024 e gennaio 2026, sottoposte a violenza e a trattamenti degradanti: pestaggi, offese di natura etnica, diniego di acqua e cibo, sovraffollamento e mancanza d’aria. Decine se non centinaia di persone sono morte di disidratazione o malattie. Amnesty International ha intervistato nove uomini trattenuti nel centro di detenzione di Mina al-Bari, situato nella periferia orientale di El Fasher, per periodi anche di cinque mesi tra la metà del 2024 e l’inizio del 2026. Hanno riferito di essere stati confinati in container tenuti chiusi per la maggior parte del tempo, con un caldo asfissiante e con pochissima circolazione d’aria. Queste sono due testimonianze: “Non potevamo allungare le gambe, non potevamo dormire sdraiati. Quelli delle Fsr dicevano che non gl’importava se saremmo morti”. “Il mio corpo era completamente disidratato, io e molte altre persone svenivamo. Una volta le Fsr, pensando che fossimo morti, ci hanno gettato fuori dal container, poi si sono accorte che eravamo ancora vivi, ci hanno riportato nel container e ci hanno torturati”. Amnesty International ha anche documentato il massiccio ricorso, da parte delle Fsr, all’arruolamento e all’impiego di bambini appartenenti a gruppi arabi alleati o a gruppi non arabi, in questo caso rapiti durante gli attacchi ai villaggi e ai campi per sfollati. A loro veniva chiesto di combattere, raccogliere informazioni o badare al bestiame. Rashid* è stato rapito dalle Fsr nel luglio 2024, quando aveva circa 17 anni. Per quasi nove mesi è stato costretto a occuparsi delle capre. Era sorvegliato da tre ragazzi armati, a loro volta arruolati dalle Fsr, che lo sottoponevano a umiliazioni e pestaggi e gli negavano acqua e cibo: “Mi controllavano e quando cercavo di riposare mi puntavano le armi addosso. Mi hanno picchiato su ogni parte del corpo”. Chi sono i comandanti  Amnesty International ha identificato comandanti delle Fsr responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale. Le Fsr hanno filmato esecuzioni di massa e poi condiviso le immagini. Amnesty International ha verificato 19 video di un grande massacro avvenuto nei pressi della barriera di sabbia, 12 chilometri a nordovest di El Fasher. In nove di essi si vede il comandante delle Fsr Al-Fateh Abdullah Idris, noto come ‘Abu Lulu’, uccidere persone fatte prigioniere che indossavano abiti civili. Tra gli alti comandanti delle Fsr nel centro di detenzione di Mina al-Bari figurano il maggiore Gedo Hamdan Ahmed Mohamed (“Abu Shoukh”), che ha diretto gli interrogatori e ha partecipato alle torture, e il colonnello Abbas Khater Bakhtir, che ordinava le torture e si occupava del pagamento dei riscatti. Queste violazioni si sono verificate ripetutamente e su vasta scala e ciò porta alla conclusione che persone con ruolo di autorità conoscessero, o avrebbero dovuto conoscere, ciò che stava accadendo e non sono intervenute per fermarlo o per punire i responsabili. Raccomandazioni “La comunità internazionale deve andare oltre le espressioni di preoccupazione e agire concretamente per proteggere i civili e spezzare il ciclo dell’impunità”, ha sottolineato Callamard. “Il Sudan è stato colpito duramente dal taglio ai finanziamenti umanitari, che ha aggravato una già catastrofica crisi dei diritti umani ai danni di una comunità che ha perso ogni cosa. Tutti i partner internazionali del Sudan dovranno assicurare che aiuti adeguati raggiungano le persone rifugiate e sfollate e che siano messi a disposizione servizi specifici per le bambine e i bambini”, ha aggiunto Callamard. “Occorrerà anche rafforzare i meccanismi di accertamento delle responsabilità dando il necessario sostegno a quelli esistenti, come la Corte penale internazionale e le Missioni di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite e dell’Unione africana. I comandanti identificati in questo rapporto dovranno essere sottoposti a indagini e, nel caso emergano sufficienti prove ammissibili, processati”, ha proseguito Callamard. “Tutti gli stati dovranno immediatamente cessare di fornire armi e munizioni a ogni parte coinvolta nel conflitto del Sudan e anche agli Emirati Arabi Uniti, il principale sostenitore delle Fsr, fino a quando non rispetteranno l’embargo sulle armi dichiarato dalle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza dovrà ampliare al resto del Sudan l’embargo attualmente vigente sull’invio di armi in Darfur”, ha concluso Callamard. *I nomi sono stati modificati per ragioni di sicurezza. Per maggiori informazioni: www.amnesty.it/5×1000 Amnesty International
July 1, 2026
Pressenza
L’Etiopia attiva un nuovo modello di inclusione per i rifugiati
Durante una visita all’insediamento per rifugiati di Ura, situato nella regione di Benishangul Gumuz, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Barham Salih, ha messo in risalto gli sforzi dell’Etiopia nel promuovere politiche di inclusione che permettano ai profughi di ricostruire le proprie vite con le comunità che li accolgono. La visita, avvenuta nel quadro della Giornata Mondiale del Rifugiato, ha posto al centro del dibattito la necessità di rafforzare la cooperazione internazionale con i Paesi che ricevono grandi flussi di rifugiati. Salih ha evidenziato che l’approccio adottato dall’Etiopia si propone di superare il modello tradizionale dei campi isolati e incentiva l’accesso da parte delle persone rifugiate a istruzione, servizi di base, lavoro e opportunità con la popolazione locale. Secondo il funzionario, quest’integrazione non porta benefici solo a coloro che hanno dovuto abbandonare le proprie case, ma può contribuire anche allo sviluppo delle comunità ospitanti. L’Etiopia è al momento uno dei principali Paesi che accolgono rifugiati nel continente africano, con più di 1,1 milioni di persone rifugiate e richiedenti asilo. Tra queste vi sono decine di migliaia di persone che sono fuggite dalla guerra in Sudan a partire dallo scoppio del conflitto nel 2023. Nell’insediamento di Ura vivono più di 14.500 rifugiati sudanesi, che condividono spazi e servizi con la popolazione etiope della zona. Uno degli aspetti valorizzati durante la visita è stata la convivenza all’interno del sistema di istruzione locale, dove bambini etiopi e sudanesi frequentano le stesse scuole. Inoltre alcuni rifugiati hanno sviluppato piccole attività imprenditoriali e commerciali che contribuiscono all’economia della comunità, dimostrando che i profughi possono diventare attori dello sviluppo locale quando dispongono delle condizioni adeguate. In questo contesto, il Governo etiope ha presentato la cosiddetta “Makatet Roadmap”, un’iniziativa volta a trasformare progressivamente gli insediamenti per i rifugiati in comunità più integrate, con maggiore autosufficienza e partecipazione sociale. Il programma si propone di ampliare l’accesso a servizi condivisi e generare alternative sostenibili contro la dipendenza prolungata dall’aiuto umanitario. L’esperienza di Ura riflette una delle sfide al centro della crisi globale dell’emigrazione: mentre milioni di persone hanno bisogno di protezione internazionale, i paesi vicini ai conflitti tendono ad assumersi la maggior parte della responsabilità. Per questa ragione, le Nazioni Unite hanno insistito sul sostegno finanziario e tecnico da parte della comunità internazionale, fondamentale affinché i paesi di accoglienza possano sostenere politiche di inclusione e garantire condizioni dignitose a coloro che cercano un nuovo inizio. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Rita Puligheddu Pressenza IPA
June 29, 2026
Pressenza