Bloccati in MaroccoDall’aprile 2023 il Sudan brucia. Il conflitto tra le Forze Armate Sudanesi
(SAF) del generale al-Burhan e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido
(RSF) di Mohammed Hamdan Dagalo 1, detto “Hemetti“, ha prodotto quella che l’ONU
definisce la peggiore crisi di sfollamento al mondo: circa 15 milioni di persone
costrette a lasciare le proprie case, oltre 4 milioni dei quali hanno cercato
rifugio in paesi vicini 2.
> “Il Sudan è oggi teatro della più grave crisi di sfollamento al mondo”.
> (fonte: UNHCR)
Il 70% degli ospedali è fuori servizio, intere regioni come il Darfur e il
Kordofan sono devastate dalla carestia, da esecuzioni sommarie, da violenze
sessuali sistematiche e da massacri che presentano, secondo organizzazioni come
Human Rights Watch e Amnesty International, i tratti distintivi di una campagna
di pulizia etnica e possibili crimini contro l’umanità 3.
In questo contesto, il Marocco è diventato una tappa obbligata per migliaia di
sudanesi in fuga. Non una meta scelta, ma un approdo imposto dalla chiusura di
altre vie: la Libia con le sue milizie, l’Egitto con le sue condizioni durissime
4.
Secondo le stime delle organizzazioni della società civile locale, le persone
sudanesi registrate presso l’UNHCR a Rabat sono tra 2.700 e 3.000, ma il numero
reale è considerato molto più alto, data la bassa propensione a presentare
domanda di asilo presso l’agenzia onusiana.
Si tratta di una comunità eterogenea, persone di ogni genere e età, spesso con
titoli universitari e carriere interrotte dalla guerra, che non ha scelto il
Marocco come destinazione finale ma vi si trova bloccata, in attesa di un
reinsediamento che non arriva.
UNA PROTEZIONE CHE NON PROTEGGE
La situazione sul campo è quella che descrivono le organizzazioni di difesa dei
diritti umani che operano a Rabat. I rappresentanti di GADEM (Groupe Antiraciste
de Défense et d’Accompagnement des Étrangers et des Migrants) e AMDH
(Association Marocaine des Droits Humains), nella persona del suo presidente
Hakim Sikouk, hanno risposto a dei quesiti sulla condizione specifica dei
rifugiati sudanesi in Marocco. Le loro risposte convergono sulla gravità della
situazione, pur rivelando approcci e sensibilità diverse.
Il primo nodo critico riguarda l’accesso alla procedura di asilo. Le pratiche
UNHCR richiedono dai sei mesi a un anno e mezzo, e molti sudanesi rinunciano a
presentare domanda perché, come spiega il referente di GADEM, lo status di
rifugiato non garantisce un miglioramento concreto: il reinsediamento in un
paese terzo è di fatto bloccato.
Sikouk è più diretto: l’attesa per un colloquio può durare un anno intero,
lasciando le persone in una condizione di totale insicurezza giuridica e
materiale.
Anche quando il riconoscimento arriva, la protezione rimane formale. Lo Stato
marocchino non riconosce ufficialmente il documento rilasciato dall’UNHCR come
titolo di soggiorno: i rifugiati registrati restano esposti ad arresti
arbitrari.
> «Lo status non garantisce alcuna protezione reale contro le azioni della
> polizia», afferma Sikouk.
GADEM conferma: la protezione è arbitraria nei fatti, indipendentemente da
quanto previsto sulla carta.
DORMIRE PER STRADA DAVANTI ALL’UNHCR
Le condizioni di vita sono di estrema vulnerabilità. Molti rifugiati sudanesi
sono senza alloggio e dormono per strada, emblematicamente davanti alla sede
stessa dell’UNHCR a Rabat, circondata dal filo spinato.
Sul fronte degli aiuti economici, il quadro è tanto frammentato quanto
allarmante. Secondo i dati AMDH di gennaio 2026, i rifugiati sudanesi presenti
in Marocco sono circa 4.300, ma solo il 20% beneficia di un qualsiasi sostegno
economico 5.
L’Association Marocaine des Droits Humains (AMDH) è una delle principali
organizzazioni non governative del Marocco dedicate alla promozione e alla
difesa dei diritti umani. Fondata nel 1979 a Rabat, gioca un ruolo di rilievo
nel denunciare violazioni, sostenere le libertà civili e promuovere la cultura
dei diritti umani nel paese.
L’UNHCR ha dichiarato di aver fornito assistenza finanziaria a circa 1.945
persone considerate tra le più vulnerabili, in un contesto in cui il budget del
programma è coperto solo al 38%. A partire da marzo 2025, i programmi in Marocco
sono stati ridotti del 30% a causa di una crisi finanziaria globale, limitando i
servizi alle sole situazioni di estrema vulnerabilità.
Chi riesce ad accedere agli aiuti riceve al massimo 500 dirham al mese, circa 46
euro: una cifra già di per sé insufficiente, ulteriormente ridotta rispetto agli
800 dirham precedentemente erogati. Sikouk la definisce semplicemente “nulla”
rispetto al costo della vita a Rabat.
L’accesso al lavoro formale è praticamente impossibile: chi riesce a lavorare lo
fa nell’edilizia o nei mercati informali, per 8-10 euro al giorno in turni di 12
ore. L’accesso alle cure sanitarie è critico, in particolare per le malattie
croniche, con strutture partner che spesso non rispondono alle richieste di
assistenza.
A questa precarietà strutturale si aggiungono pratiche sistematiche di
allontanamento forzato. GADEM documenta costantemente quello che definisce
“spostamento forzato interno“: i rifugiati vengono arrestati nelle grandi città
come Rabat e Casablanca e abbandonati in zone remote del paese, nel sud, lontano
dalle reti di supporto e dalle sedi delle organizzazioni internazionali.
Il GADEM (Groupe Antiraciste de Défense et d’accompagnement des Etrangers et
Migrants) è un’organizzazione antirazzista con sede in Marocco, fondata nel
2006. Si dedica alla difesa, all’accompagnamento e alla tutela dei diritti di
stranieri e migranti, combattendo discriminazioni e razzismo.
Sikouk riporta casi di persone abbandonate ad Agadir senza telefono né denaro,
mentre il rappresentante di GADEM riferisce come le forze dell’ordine
istruiscano i conducenti degli autobus diretti verso le città di non farli
salire per evitare che vi facciano ritorno.
IL MAROCCO COME GENDARME. MA NON SOLO
Sul piano politico, le due organizzazioni offrono letture complementari. Sikouk
descrive un Marocco che agisce come gendarme delle frontiere europee in cambio
di finanziamenti: i fondi ricevuti dall’UE vanno quasi esclusivamente al
rafforzamento del controllo dei confini e delle procedure repressive, non
all’assistenza reale alle persone.
GADEM aggiunge una dimensione strategica: il Marocco non è un esecutore passivo,
ma un attore consapevole che usa la gestione dei flussi migratori come leva
politica nelle negoziazioni con Bruxelles, avendo capito e sfruttato la
frammentazione interna all’Europa. La crisi di Ceuta del 2021, ricordano, non fu
solo un’emergenza: fu uno strumento diplomatico 6.
Il razzismo e il negazionismo istituzionale
La questione razziale in Marocco è caratterizzata da un profondo divario tra la
realtà vissuta dai migranti e il quadro normativo e discorsivo ufficiale dello
Stato. Sul piano legale, il Codice Penale marocchino contiene solo due articoli
che menzionano il razzismo e la discriminazione razziale, formulati con termini
generici e privi di sviluppo specifico.
La vaghezza della norma lascia a giudici e avvocati un ampio margine
interpretativo, svuotando di fatto la legge di qualsiasi efficacia punitiva.
Sikouk è esplicito: nel sistema attuale, insultare una persona in base alla
razza non è considerato un reato grave.
Il principale ostacolo alla costruzione di un quadro normativo adeguato è il
rifiuto istituzionale di riconoscere il problema. Nel 2023, durante l’esame
periodico delle Nazioni Unite a Ginevra, l’attuale Ministro della Giustizia
marocchino ha dichiarato che il dibattito sul razzismo è proprio degli Stati
Uniti e dell’Europa, ma non riguarda il Marocco.
La posizione ufficiale dello Stato si appoggia su uno scudo religioso: essendo
il Marocco un paese musulmano, l’argomento è che nessun musulmano oserebbe mai
discriminare un altro essere umano. Questa logica classifica il razzismo come un
non-problema, ignorando al contempo la storia coloniale e quella della schiavitù
che hanno strutturalmente condizionato la società marocchina.
Il paradosso è che, mentre mancano leggi contro il razzismo, ne esistono altre
che istituzionalizzano la discriminazione su base nazionale. L’articolo 416 del
Codice del Lavoro vieta agli stranieri di ricoprire cariche sindacali;
l’articolo 439 impedisce loro di candidarsi come delegati dei lavoratori. Le
procedure per l’assunzione di stranieri sono talmente complesse da lasciare alle
autorità un potere discrezionale totale, esercitabile in qualsiasi momento.
Sul piano sociale, l’assenza di sanzioni ha prodotto una normalizzazione di
comportamenti discriminatori. I rifugiati sudanesi, in quanto musulmani, godono
nei quartieri popolari di una parziale protezione informale: la partecipazione
alla vita delle moschee permette loro di essere percepiti come “fratelli”,
attenuando alcune forme di aggressione rispetto ai migranti subsahariani
cristiani.
Questo però non li mette al riparo dal razzismo delle forze dell’ordine. Sikouk
riporta casi in cui la polizia ha arrestato cittadini marocchini del sud solo
per il colore della pelle, ignorando le loro proteste in darija (arabo
colloquiale marocchino) e scambiandoli per migranti irregolari.
IL RAPPORTO CON L’UNHCR: TRA CRISI FINANZIARIA E CONFLITTO APERTO
In Marocco, in assenza di un sistema nazionale di asilo, è l’UNHCR a svolgere le
funzioni di registrazione delle persone e determinazione dello status di
rifugiato.
Al termine del 2025, i sudanesi rappresentavano il gruppo più numeroso tra i
registrati, con circa 5.290 persone. Attraverso organizzazioni partner come
l’Associazione Marocchina per la Pianificazione Familiare e la Fondazione
Orient-Occident, l’agenzia dovrebbe garantire cure mediche, supporto
psicosociale e sussidi economici.
La procedura di reinsediamento verso paesi terzi, Canada, Stati Uniti ed Europa,
è formalmente tra le funzioni dell’UNHCR ed è quella più attesa dai rifugiati
sudanesi. Nella pratica, è quasi del tutto bloccata.
A partire da marzo 2025, una crisi finanziaria globale ha costretto l’ufficio
marocchino dell’UNHCR a tagliare i propri programmi e il personale di un terzo.
I servizi sono ora garantiti solo alle persone in condizione di “estrema
vulnerabilità“.
Sul piano procedurale, ottenere il documento di richiedente asilo può richiedere
fino a otto mesi, mentre l’attesa per la determinazione dello status supera
spesso l’anno e mezzo. Poiché il Marocco non riconosce formalmente il documento
UNHCR come titolo di soggiorno, i rifugiati in possesso di certificati ONU
restano comunque esposti ad arresti e spostamenti forzati verso il sud del
paese.
Sikouk definisce l’UNHCR un “collaboratore” delle autorità marocchine,
accusandolo di passività di fronte alle violazioni dei diritti umani e di non
esercitare alcuna pressione sullo Stato affinché rispetti gli obblighi
internazionali.
L’AMDH denuncia inoltre che l’agenzia si rifiuta sistematicamente di incontrare
i propri rappresentanti, pur continuando a ricevere altre organizzazioni. GADEM
critica invece il modello di lavoro: i donatori impongono le proprie agende e le
associazioni locali vengono ridotte a mere esecutrici, senza reale potere
decisionale.
Dall’inizio del 2026, i rifugiati sudanesi organizzano sit-in ogni lunedì
davanti alla sede di Rabat per denunciare i ritardi e il senso di abbandono.
MEDIA, VISIBILITÀ E IL RISCHIO DELLO SCIACALLAGGIO ETICO
Sul ruolo dei media, le due organizzazioni esprimono posizioni complementari ma
con accenti diversi. Per Sikouk, la pressione mediatica internazionale è “la
nostra forza” principale: rendere visibile una comunità che soffre nell’ombra è
una forma diretta di pressione sullo Stato marocchino, costringendolo a
confrontarsi pubblicamente con le proprie mancanze nel garantire diritti
basilari come la salute e il sostegno economico.
GADEM introduce però una cautela necessaria. Il referente mette in guardia
contro quello che definisce “sciacallaggio etico“: operatori dell’informazione
che filmano rifugiati in condizioni di estrema miseria per fini personali o di
visibilità, approfittando del fatto che persone in condizione di vulnerabilità
non sono realmente in grado di negoziare il proprio consenso o la propria
immagine.
Denuncia inoltre come certi media contribuiscano a costruire lo stereotipo del
rifugiato sudanese “violento“, semplicemente perché organizza manifestazioni per
rivendicare diritti fondamentali. Una narrazione che viene a volte ripresa anche
all’interno delle stesse strutture umanitarie.
Sul fronte del conflitto in Sudan, la distanza e la difficoltà di accesso al
terreno hanno spinto media e ricercatori a ricorrere a strumenti di rilevazione
satellitare: immagini di Google Earth e sensori termici per individuare fosse
comuni o concentrazioni di cadaveri laddove l’accesso umano è negato 7.
Una documentazione che sopperisce all’impossibilità di inviare reporter, ma che
non sostituisce la presenza diretta e il rapporto con le comunità colpite.
Il Marocco, nel frattempo, usa i propri canali ufficiali per costruire
un’immagine pubblica controllata sul tema della migrazione, cercando appoggio
diplomatico nel continente africano.
La narrazione statale e quella dei media indipendenti si muovono su binari
opposti: da una parte il tentativo di normalizzare e invisibilizzare, dall’altra
la denuncia di ciò che avviene davanti alle sedi delle istituzioni
internazionali.
1. Segui Sudan su HRW ↩︎
2. United Nations High Commissioner for Refugees, Sudan Emergency – Operational
Data Portal, aggiornamenti 2025-2026 ↩︎
3. Vedi anche il quadro generale su UNHCR Global Focus ↩︎
4. Le dinamiche di queste rotte sono documentate anche dall’International
Organization for Migration, che monitora gli spostamenti forzati nella
regione ↩︎
5. Trapped between borders and bureaucracy, Al Jazeera (18 aprile 2026) ↩︎
6. Studi del Migration Policy Institute evidenziano come l’Unione Europea
deleghi sempre più il controllo migratorio a paesi terzi ↩︎
7. Sul fronte del conflitto in Sudan, la difficoltà di accesso al terreno ha
spinto media e ricercatori a ricorrere a strumenti alternativi, tra cui
database indipendenti come ACLED, che monitora in tempo reale violenze e
attacchi ↩︎