
Il sapere e la guerra. Università e ricerca travolti dalle tecnologie a uso bellico
Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Thursday, March 26, 2026
Con questo intervento vogliamo porre l’accento su alcuni aspetti riguardanti l’economia della difesa e l’architettura istituzionale che stanno dietro il finanziamento e lo sviluppo della
ricerca militare. Pertanto resta imprescindibile, almeno per noi, partire da alcune considerazioni di carattere politico-economico.
La filiera europea della difesa
Per conseguire un qualsiasi obiettivo di prontezza militare1 ed essere con ciò in grado di intervenire militarmente ovunque possano essere minacciati i cosiddetti “interessi nazionali” è necessario avere sviluppato una filiera della difesa moderna ed efficiente. Nei piani del legislatore europeo questa sarebbe da svilupparsi in tre fasi:
- aumentare l’entità dei capitali nel settore;
- unificare e armonizzare il mercato militare interno;
- creare un unico comparto industriale della difesa comunitario.2
La difesa europea, invece, al momento è ancora un settore composito e frammentato, in cui gli interessi nazionali dei singoli Stati a volte confliggono con quelli comuni: spesso, infatti, i Paesi membri concorrono fra loro per sviluppare e vendere lo stesso prodotto, oppure tentano di aumentare l’export militare sul mercato extra-UE – anziché su quello interno – perché risulta conveniente.
Per questo motivo l’Unione Europea sta introducendo una serie di misure e azioni atte a stimolare il coordinamento di una politica comunitaria di sviluppo del settore, che vanno dall’armonizzazione delle differenti legislazioni nazionali a norme che faciliteranno, andando anche in deroga ai tetti di spesa, gli investimenti nella difesa – che per altro saranno sempre meno sottoposti a controlli, anche di natura legislativa.
1 Cfr. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52025JC0120.
2 E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Analisi del nuovo piano per il riarmo dell’Unione Europea, https://diogenenotizie.com/analisi-del-nuovo-piano-per-il-riarmo-dellunione-europea/.


Fondamentalmente l’Unione Europea tenta di facilitare l’accesso ai finanziamenti e ridurre la frammentazione e la disarticolazione delle filiere produttive belliche. Per facilitare l’accesso ai finanziamenti sono state disposte varie misure:
- l’aumento dei budget nazionali per la Difesa, consentendo agli Stati membri di incrementare le spese militari in deroga al Patto di Stabilità1 fino all’1,5% del Pil all’anno e sino al 2028 – cosa che invece non viene permessa per l’istruzione e la sanità;
- l’aumento del budget comunitario, con altri 150 miliardi2 presi in prestito dall’Unione sui mercati internazionali;
- la possibilità di utilizzare i fondi di coesione europea e i capitali privati (ad esempio quelli dei fondi pensione) per spese militari;
- l’allentamento delle politiche antitrust, di quelle prudenziali per gli investimenti bancari e di quelle per le fusioni societarie, in modo da favorire la concentrazione d’impresa nel settore militare;
- la rimozione dei vincoli d’investimento in ambito militare per la Banca Europea degli Investimenti, che si vorrebbe scevra da ogni qualsivoglia tipo di controllo.
Inoltre, l’Unione esercita continue pressioni al fine di aggregare la domanda di merci militari e ridurre, così, i costi complessivi.
Sempre relativamente alla questione degli investimenti è infine utile ricordare che l’UE soffre di un grosso problema riguardante lo stanziamento dei fondi: questi vengono impegnati ma poi, per ragioni di conformità alle diverse legislazioni nazionali e/o di adeguamento al mercato nazionale di intervento, non si verifica il loro effettivo stanziamento: «144 miliardi di euro impegnati contro 77 miliardi di euro stanziati [nel 2022]».3
In conclusione, per facilitare l’accesso ai finanziamenti nel settore militare l’UE intende aumentare le risorse a disposizione (sia pubbliche che private) e ridurre la frammentazione del mercato e i costi di conformità alla legislazione vigente sugli investimenti. Fatto ciò, per ridurre la frammentazione industriale, evitare produzioni “duplicato” inutili e costose e beneficiare dell’economia di scala risulta utile sostenere progetti di ricerca con finalità belliche – specie se trans-frontalieri – al duplice fine di creare un ecosistema economico votato all’innovazione produttiva e di uniformare, attraverso il coordinamento comunitario della ricerca, le linee di tendenza che tale innovazione percorre, puntando a un maggior coordinamento fra Stati, Enti di ricerca, Università e aziende militari. Il processo di militarizzazione delle Università e dei programmi di studio, non per nulla, viene portato avanti su scala comunitaria e considerato come uno dei fattori abilitanti per la costruzione di un settore militare europeo all’avanguardia.
1 La base giuridica è costituita dall’aggiunta di motivazioni di ordine militare a quelle circostanze eccezionali per le quali è prevista l’attivazione dell’art. 26 del Regolamento SGP n. 2024/1263 per singoli Paesi membri (cd. “clausola di fuga nazionale”). L’art. 25 consentirebbe la deroga per l’intera Ue (cd. “clausola di fuga generale”) ed è stato utilizzato in passato per far fronte alla pandemia di Covid-19.
2 Cfr. https://quifinanza.it/economia/fondo-safe-italia-ue-difesa/922383/.
3 E. Letta, Much more than a market, Aprile 2014, p. 70.
Le filiere tecnologiche
Uno sguardo va dato anche all’evoluzione delle filiere altamente tecnologiche – quantunque non specificatamente militari. Queste costituiscono, nello specifico, un altro fattore abilitante per la moderna industria della difesa e in effetti la Relazione Annuale sulla Sicurezza per il 2026 afferma che oggi «l’esercizio della sovranità di un Paese si manifesta sempre più nella sua autonomia strategica, ovverosia la capacità di gestire dati, infrastrutture critiche, algoritmi e filiere tecnologiche».1 In questo senso è importante citare lo European Defence Innovation Scheme (Eudis), il quadro della Commissione Europea pensato per accelerare l’innovazione militare partendo da tecnologie civili ad alto contenuto scientifico e ingegneristico. Nel concreto, Eudis comporta la facilitazione burocratica dei processi di commercializzazione dei nuovi prodotti, la possibilità di testare la tecnologia sui campi di battaglia e il conferimento della validazione della Comunità Europea alle nuove tecnologie sviluppate.2
Ma la facilitazione della commercializzazione dei prodotti militari (o dual-use) è prevista in ogni dove dalla legislazione europea. A tal proposito basti citare l’AI Act, la legge europea sull’Intelligenza Artificiale del 2024, che – pur descrivendo un contesto normativo assolutamente insufficiente dal punto di vista regolatorio – tiene a specificare: «Il presente regolamento non si applica ai sistemi di IA sviluppati o usati per scopi esclusivamente militari».3 I cosiddetti “spazi di sperimentazione normativa” – previsti dalla stessa norma –, infine, consentono alle aziende di testare sul campo anche le nuove tecnologie prodotte con intenti dual-use, sia civili che militari.4 Queste facilitazioni normative sull’Intelligenza Artificiale sono comprensibili, all’interno di una strategia di sviluppo capitalista: in ambito militare l’IA infatti sarà sempre più importante per quanto concerne la pianificazione e la conduzione delle operazioni di guerra, l’aumento della produttività individuale nell’industria bellica, la formazione e l’addestramento dei soldati e la creazione di armamenti e sistemi d’arma innovativi. Non per niente il Ministero della Difesa «riconosce l’IA come una leva essenziale per il rafforzamento delle proprie capacità operative»5 e il Governo afferma che l’Intelligenza Artificiale, «nel settore militare, trasforma la natura stessa della guerra. Emblematici, nel senso, i sistemi autonomi di sorveglianza e riconoscimento, i droni intelligenti, i sistemi decisionali automatizzati e l’analisi predittiva delle minacce».6
Questa spinta a deregolamentare le innovazioni militari o dual-use è un tassello fondamentale per fare in modo che i progetti di ricerca dedicati trovino finanziamenti adeguati nelle fasi di sviluppo e investitori (bancari o societari) qualificati in quella di commercializzazione. Ciò incrementa notevolmente le possibilità individuali di carriera nei percorsi di ricerca accademica più o meno direttamente contigui agli interessi militari, aumentandone l’attrattività per i giovani neolaureati nelle materie STEM. È palese, in effetti, come siano proprio le ricerche e le tecnologie duali a essere presentate da un lato come occasione di rilancio della stessa ricerca pubblica, dall’altro come occasione di lavoro e di carriera nei settori pubblici e privati.
1 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Governare il cambiamento. Scenari della sicurezza nazionale – 2026, p. II.
2 Cfr. https://www.eudis-business-accelerator.eu/. I cluster tecnologici su cui il programma opera sono: Sistemi autonomi e robotica per vantaggio operativo; Contro-Drone e Protezione contro Minacce di Massa a Basso Costo; Infrastrutture di Difesa Sovrane e Resilienti; Prestazioni, Formazione e Protezione Umana di Nuova Generazione; Produzione scalabile e sostentamento adattivo e operazioni ad alta intensità; Argomento aperto – Tecnologie dirompenti per la superiorità della difesa (ad esempio le biotecnologie).
3 Artificial Intelligence Act, art. 2, c. 3.
4 2021/0106 (COD) (ITA), p. 9.
5 Cfr. Ministero della Difesa, IA e Difesa. Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale, 16 Gennaio 2026, p. 6.
6 Presidenza del Consiglio dei Ministri, op. cit., p. 12.
La Space Economy
Un discorso a parte lo merita l’economia dello spazio – ossia «il complesso di attività che impiegano risorse per l’esplorazione, la ricerca e l’uso dello spazio extra-atmosferico, anche al fine di creare e sviluppare prodotti, attività e servizi legati allo spazio»1. In questo settore l’Italia sembrerebbe smentire la sua odierna condizione di potenza industriale declinante, risultando «uno dei pochissimi Paesi ad avere una filiera completa su tutto il ciclo: dall’accesso allo spazio alla manifattura, dai servizi per i consumatori ai poli universitari e di ricerca» – per quanto, aggiungeremmo noi, avere una filiera completa non significa essere all’avanguardia dell’innovazione nel settore.2 Comunque sia, l’intenzione di consolidare la posizione acquisita è confermata dagli investimenti che, al riguardo, vengono destinati dal Pnrr in forma diretta ed indiretta.
Nella prima tipologia rientra l’investimento di «1,49 miliardi per l’osservazione dello spazio (M1C2 – Investimento 4.1: Tecnologia satellitare e economia dello spazio) con l’obiettivo di sviluppare connessioni satellitari in vista della transizione digitale e verde, nonché abilitare servizi come le comunicazioni sicure e le infrastrutture di monitoraggio per diversi settori dell’economia».3 Certo, gli obiettivi dichiarati non rinviano alla sfera militare e della difesa, bensì a quello che può apparire come il più condivisibile dei traguardi: il delinearsi di un’economia compatibile con l’ambiente. Tuttavia, ipotizzare che la tecnologia satellitare possa avere applicazioni militari non pare certo un azzardo. E non è certo privo di significato che il Ministero della Difesa sia l’amministrazione attuatrice di una delle quattro articolazioni dell’investimento suddetto: il subinvestimento M1C2 4.1.1, “SatCom”. Qui, proprio la descrizione ufficiale può evocare utilizzi diversi da quelli civili: «L’Investimento ha ad oggetto lo sviluppo di una tecnologia satellitare per servizi di telecomunicazione sicure con particolare riferimento all’operatività durante eventi di crisi, indirizzata a utenti istituzionali e per applicazioni di gestione delle emergenze».4
Di più. È ben noto che gli eventi bellici odierni contemplino dimensioni e scenari sconosciuti se rapportati anche al recente passato e gli investimenti pubblici dei nostri giorni in campo militare fanno impallidire, per entità e vastità dei soggetti coinvolti, le guerre spaziali5 degli anni Ottanta negli Usa. Una di queste è la cosiddetta guerra cibernetica, che si può articolare in un’infinità di attacchi non convenzionali. Tra questi vi sono quelli rivolti alle infrastrutture critiche, come le reti energetiche, e il furto di segreti militari. Al fine di coordinare le varie attività di contrasto alle minacce informatiche, nel 2021 si è dato vita a uno specifico ente governativo: l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, nata nel 2021 e i cui obiettivi sono pubblicamente reperibili.6
Questa Agenzia, «in stretto collegamento con […] il Dipartimento per la trasformazione digitale»7, cura l’investimento 1.5, “Cibersecurity”, collocato nell’ambito della Missione 1 Componente 1 del Pnrr (Digitalizzazione, Innovazione e Sicurezza nella PA). Anche in questo caso, manco a dirlo, l’amministrazione attuatrice è il Ministero della Difesa. Nello specifico, l’investimento muove dalla consapevolezza di quanto la digitalizzazione aumenti «nel suo complesso il livello di vulnerabilità da minacce cyber, su tutti i fronti (ad es. frodi, ricatti informatici, attacchi terroristici, ecc.)».8 E si prevedono quattro linee di intervento, una delle quali rimanda all’irrobustimento degli «asset» e delle «unità cyber incaricate della protezione della sicurezza nazionale e della risposta alle minacce cyber».9 Qui, proprio il riferimento alla sicurezza nazionale chiarisce uno dei significati dell’investimento in oggetto: il prepararsi a minacce che, in virtù del coinvolgimento italiano in più fronti bellici, nei prossimi anni andranno ad aumentare. E del resto è in quest’ottica che nel 2024 il Ministero della Difesa ha deciso di reclutare personale non impegnato in ambito militare ma unicamente deputato alla cybersicurezza, al fine di «adeguare le conoscenze di base in materia cibernetica all’attuale quadro di minaccia presente sulle reti globali».10 Tale personale, è facile immaginarlo, servirà anche a facilitare l’unione tra le competenze d’Intelligence e operative proprie delle forze armate, da un lato, e le conoscenze specialistiche del mondo accademico e industriale, dall’altro.
1 https://www.treccani.it/vocabolario/neo-space-economy_(Neologismi)/.
2 G. Palumbo, Space Economy: una straordinaria occasione per l’Italia, 18 Marzo 2025, https://www.leurispes.it/space-economy-una-straordinaria-occasione-per-litalia/.
3 C. Negri, I programmi per lo spazio: dal Pnrr una spinta alla Space Economy, https://www.osservatori.net/blog/space-economy/pnrr-space-economy-fondi-tecnologie-spaziali/.
4 M1C2 – Investimento 4.1: Tecnologia satellitare ed economia spaziale, https://documenti.camera.it/_dati/leg19/lavori/documentiparlamentari/IndiceETesti/013/001/00000018.pdf.
5 Cfr. https://www.esteri.it/mae/resource/doc/2021/09/sioi_la_conquista_dellottavo_continente_lo_spazio.pdf.
6 https://www.acn.gov.it/portale/strategia-nazionale-di-cybersicurezza#obiettivi.
7 https://www.acn.gov.it/portale/pnrr.
8 Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, in https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR.pdf.
9 Ibidem.
10 Ministero della Difesa, Piano operativo. Missione 1 – Componente 1 – Asse 1 Investimento 1.5: CYBERSECURITY, Revisione del Maggio 2024, p. 6.
Il mercato del lavoro nel settore militare
Data la nuova globale corsa al riarmo è diventato essenziale poter disporre di un personale militare pronto e di alto livello. Ormai da parecchio tempo la Commissione Europea evidenzia la necessità di reperire personale qualificato per rilanciare la capacità produttiva e operativa in campo militare.
Per diversi decenni, fin da dopo la Seconda Guerra Mondiale, il mercato del lavoro nell’industria della difesa europea era rimasto abbastanza stabile. Da qualche anno, invece, ha ripreso a crescere e nel 2023 il settore avrebbe generato oltre mezzo milione di posti di lavoro. Dal 2000 al 2024, infine, il personale militare in Europa è aumentato di oltre il 20%.

Non è quindi un caso se le imprese belliche stiano chiedendo agli Stati di rivedere il sistema formativo per ottenere velocemente una forza lavoro da impiegare in ambito produttivo: «Per colmare il divario di competenze, Bruxelles propone un progetto pilota di garanzia delle competenze dedicato ai lavoratori provenienti da settori in trasformazione, come l’automotive, che potrebbero trasferirsi verso ruoli strategici nella difesa. Il commissario europeo per la difesa, Andrius Kubilius, ha spiegato che il piano prevede di riqualificare ogni anno circa il 12 % della forza lavoro nei settori della difesa e dell’aerospazio, oltre ai 600.000 nuovi professionisti da formare entro il 2030. Tra le iniziative sul tavolo figura anche una piattaforma europea dei talenti della difesa, con un sistema di voucher per tirocini rivolti a studenti e giovani professionisti. Il progetto pilota prevede l’erogazione di 300 voucher per favorire l’ingresso di nuove competenze nel settore».1
Si andranno quindi a potenziare i percorsi formativi digitali di alta specializzazione – quali la Space Academy di Euspa e le Digital Skill Academies –, anche in termini di finanziamenti, e non certo per ampliare la formazione della forza lavoro al fine di renderla impermeabile ai cambiamenti produttivi (evitare la sostituzione tecnologica dei lavori operai tramite la ricollocazione degli stessi nelle fasce produttive più specializzate è uno dei mantra dei capitalisti odierni): l’obiettivo, piuttosto, è smaccatamente quello di formare le cosiddette “competenze” in funzione delle esigenze legate al comparto della difesa. Ma andiamo a vedere cosa succede al livello delle Università.
1 Cfr. https://it.euronews.com/my-europe/2025/11/19/leuropa-accelera-sul-riarmo-via-al-piano-per-formare-600000-specialisti.
Università e settore militare
Negli ultimi anni il rapporto tra ricerca militare e Università si è fatto sempre più stretto ed è andata rafforzandosi, negli atenei, la presenza di aziende e fondazioni legate al complesso militare-industriale. In sostanza è in atto il tentativo di dare vita a una nuova articolazione del settore della Difesa, segnata dal più stretto coordinamento tra l’assetto istituzionale e l’infrastruttura produttiva, logistica e commerciale di tipo militare.
La presenza attiva di fondazioni e aziende legate al settore militare negli atenei ha, fondamentalmente, un triplice scopo:
- influenzare la ricerca indirizzandola a finalità di guerra;
- condizionare i programmi di studio e i corsi di laurea nell’ottica di ridurre il mismatch tra le competenze presenti nel mercato del lavoro e quelle richieste dalle aziende del settore;
- agevolare il finanziamento privato agli atenei.
Del resto, l’Università offre competenze tecniche di alto livello indispensabili per un punto di raccordo fra le esigenze dell’architettura istituzionale e quelle dei capitali, sempre alla ricerca di nuove occasioni d’investimento e di profitto. È così che, tramite le istituzioni accademiche, lo Stato tenta di indirizzare la ricerca militare verso alcuni ambiti ritenuti “prioritari” rispetto ad altri: offrendo alle aziende occasioni di sviluppo tecnologico a costi ridotti e manodopera specializzata a titolo pressoché gratuito.
Va menzionato infine il problema degli obblighi di riservatezza cui sono sottoposti i ricercatori in ambito militare. Questi potrebbero essere utilizzati per interdire il diffondersi di specifiche notizie sui rapporti tra industrie belliche e Università. Del resto sin qui l’applicazione dei suddetti codici è stata un’arma, nel senso quasi letterale del termine: ossia uno strumento atto a piegare la resistenza della forza lavoro e a trasformare il conflitto in tema di ordine pubblico.
Diventa dunque necessario che le forze della sinistra di classe, contrarie alla guerra, assieme a quelle del sindacalismo conflittuale e di base, s’impegnino maggiormente su questo fronte. Non ci si può sottrarre al compito di denunciare le collaborazioni sempre più diffuse tra il mondo della ricerca e le aziende di guerra. E mai come oggi sarebbe opportuno lanciare una campagna di disobbedienza rispetto a qualsiasi obbligo di riservatezza. Non v’è dubbio: mai la sfera militare è stata oggetto di un reale controllo da parte dell’opinione pubblica. Ma oggi la sua tendenza a secretare informazioni di rilievo si è ulteriormente accentuata. Il che non è privo di significato, in una fase in cui i conflitti tra le potenze si svolgono anche in teatri vicini, a partire da quello ucraino. Il rischio, evidentemente, è che si sottraggano definitivamente al dibattito pubblico scelte distruttive e dalle conseguenze potenzialmente irreversibili.
I contenitori istituzionali per la ricerca militare
Per organizzare la cooperazione con le Università lo Stato italiano ha disposto due distinte iniziative istituzionali, approvate dallo Stato Maggiore della Difesa, che prevedono:
- la collaborazione delle istituzioni accademiche con le aziende (dalle start-up alle grandi imprese);
- il Piano Nazionale della Ricerca Militare e gli Accordi Quadro con Università ed Enti di Ricerca.
Entrambi questi “contenitori” sono allineati ai cluster di ricerca ritenuti prioritari e individuati, annualmente, dallo Stato Maggiore: ricezione dati, tecnologie cyber e spaziali, protezione e potenziamento delle capacità del soldato, tecnologie per il controllo della dimensione subacquea della guerra, armi a energia diretta, ipersoniche, per la guerra elettronica e via dicendo. Si noti che le tecnologie spaziali e quelle per la guerra sottomarina assorbono, da sole, quasi la metà del finanziamento complessivo1 – indice, questo, non solo dell’importanza sul campo di queste nuove tipologie di armi ma anche del buon grado di maturazione tecnologica dei settori cui appartengono (spaziale e subacqueo). E non dimentichiamo le cosiddette “guerre non convenzionali”, che in ambito militare sono attenzionate da oltre un decennio – sebbene siano salite agli onori della cronaca da poco, con un “papiello” presentato in pompa magna dal Ministro Crosetto.2
Si diceva del maggiore coinvolgimento delle Università nella ricerca militare occorso negli ultimi anni. Effettivamente gli Accordi Quadro col settore accademico sono sette, più tre nuovi progetti avviati nel 2024 – alla pari col numero delle attività di ricerca tecnologica svolte nei Centri di Test della Difesa.3 Si nota inoltre un’impennata degli specifici progetti finanziati – italiani,4 europei e internazionali –, il che potrebbe preludere a un maggiore coinvolgimento delle Università in accordi trans-frontalieri nei prossimi anni. Ricordiamo, infine, il largo utilizzo di progetti “mascherati” come civili ma che, in realtà, comportano risvolti anche di natura militare – quali le previsioni atmosferiche o gli studi sugli insetti, oppure alcuni approfondimenti specifici come quello sulla resistenza valvolare alla corrosione chimica.
1 Rispettivamente, il 33,3% e il 14,3%. Cfr. Ministero della Difesa, Direzione Nazionale degli Armamenti, Ricerca Tecnologica e Innovazione – 2025, Tab. 2, p. 118.
2 https://www.difesa.it/assets/allegati/83696/non-paper_il_contrasto_alla_guerra_ibrida.pdf.
3 Ivi, Tab. 1, p. 117.
4 Cfr. https://altreconomia.it/i-dati-inediti-sugli-accordi-tra-le-universita-e-lindustria-militare/; https://jacobinitalia.it/il-sapere-contro-la-guerra/; https://altreconomia.it/la-collaborazione-tra-luniversita-di-bologna-e-il-complesso-militare-industriale-israeliano/.
Un settore della difesa sempre più svincolato dal controllo democratico
In questo quadro, lanciare degli allarmi non vuol dire allinearsi a una generica cultura del sospetto. Bensì esprimere quell’atteggiamento vigile che è sempre più necessario: non si deve dimenticare che oggi una certa parte – probabilmente considerevole – dei progetti militari di ricerca e sviluppo è protetta dal segreto di Stato. Ma basta dare un’occhiata a quanto avviene oltreoceano per comprendere la potenziale pericolosità di certe omissioni: ad esempio il National Center for Border Security and Immigration, con sede presso l’Università dell’Arizona, presiede a progetti di ricerca «dedicati alla “valutazione automatica della verità”, all’“identificazione biometrica”, alla “localizzazione e tracciamento di veicoli, merci e persone”, al “monitoraggio intelligente delle interazioni umane”».1
Il contesto, quindi, non consente di stare tranquilli. Per esempio desta particolare preoccupazione l’attuale progetto di modificare la normativa che regola la vendita di armi all’estero.2 Tale intervento del Governo è mosso da ragioni materiali, come la rimozione di tutti gli ostacoli per le esportazioni verso i Paesi che non rispettano i diritti umani. Il controllo dell’esportazione e importazione di materiali d’armamento è disciplinato dalla L. 185/1990, modificata con il D. Lgs. 105/2012 per recepire la Direttiva 2009/43/CE del 6 Maggio 2009 dando vita a una sorta di autorità nazionale ad hoc – UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento) – che dovrebbe garantire la corretta applicazione delle norme.
Ad oggi tutte le operazioni di vendita sono autorizzate da Governo e Parlamento ma l’intento è, per l’appunto, quello di far venir meno ogni controllo da parte del secondo organismo che, pur se in modi limitati, costituisce comunque un tramite tra la politica e i cittadini. Questi ultimi, dunque, in futuro rischiano di esser tenuti completamente all’oscuro circa l’aspetto più controverso della politica commerciale nostrana. E a ben vedere, una legge sulla vendita di armi che non preveda passaggi in Parlamento, rischia di equivalere, per le esportazioni belliche, a un lasciapassare quasi assoluto (fortunatamente la nostra giurisprudenza3 ancora vieta allo Stato di costituirsi parte negoziale nelle trattative militari). Ciò, assommandosi al già operante obbligo di segretezza che accompagna il trasferimento delle armi sul territorio nazionale e alla spinta a deregolamentare dell’Unione Europea, rischia di collocare il settore militare-industriale al di fuori di qualsiasi regola democratica.
1 M. Gasser, The University and the security State: Pentagon and CIA on Campus, https://www.nogeoingegneria.com/news-eng/the-university-the-security-state-pentagon-and-cia-on-campus/.
2 Cfr. Atto del Senato n. 855 / S. 855.
3 Cfr. D.P.R. 104/2015, art. 3. Inoltre è fatto divieto allo Stato di vendere materiale militare nuovo, non in dismissione.
Il modello USA
Sul rapporto fra settore militare e ordinamento democratico-borghese fanno scuola gli Stati Uniti. Anni fa, in questo Paese, per mezzo di Università quasi tutte private, il mondo accademico venne coinvolto nel progetto del Pentagono riguardante la costruzione di un centro di ricerca dedicato alla “scienza cognitiva del terrorismo”, con fondi ministeriali a dir poco generosi. Di questo abbiamo avuto notizia direttamente da ricercatori e docenti che vennero contattati per il progetto e che, allora, avevano ben pensato di declinare l’invito per boicottare sul nascere questi laboratori di morte: la guerra cognitiva del resto è indispensabile premessa di quella combattuta con le armi.
A distanza di anni questi “centri di ricerca” spuntano come funghi: attualmente sono non meno di una dozzina, presenti all’interno di ventitré Università statunitensi, e sono dichiaratamente votati a prendere in esame le minacce (o presunte tali) provenienti dal territorio nazionale e da ogni altra area del Globo. Un’autentica ossessione per il terrorismo, quella del Governo Usa, che spende enormi quantità di capitale pubblico per progetti prevalentemente utili all’Intelligence e finalizzati alle guerre e a campagne di repressione preventiva.
Il risultato concreto di questo assetto è innanzitutto il finanziamento di centinaia di progetti di ricerca dedicati all’attivismo politico, alla sua radicalizzazione e alle culture giudicate “conflittuali”.
Altro aspetto della militarizzazione dell’istruzione negli Stati Uniti riguarda la formazione militare degli studenti. Esistono ben diciotto istituti di istruzione superiore dedicati alla formazione degli ufficiali militari, finanziati da privati e da fondi federali o statali, e il ROTC (Reserve Officers Training Corps) offre a studenti e studentesse universitari l’opportunità di conseguire un diploma di laurea mentre si preparano per un servizio militare o per servire come ufficiali, dopo la fine degli studi, al fine di completare il programma.
Ebbene, il governo federale nega i finanziamenti alle Università che escludono il ROTC o impediscono ai militari di reclutare direttamente all’interno dei Campus.
Infine sia detto che, nonostante il proliferare di progetti di ricerca a uso duale, dall’ordinamento universitario e dalle norme sindacali statunitensi non è contemplata la possibilità di obiezione di coscienza. Al contrario, qualora il lavoratore dovesse denunciare pubblicamente gli accordi tra atenei e imprese di guerra si troverebbe davanti a una aperta violazione degli obblighi propri del dipendente, riguardanti la riservatezza e la tutela dei dati aziendali, incorrendo anche nella violazione dei codici di comportamento e rischiando, pertanto, licenziamento e denunce civili, penali e financo erariali, qualora venisse ravvisato il danno di immagine.
di Emiliano Gentili, Federico Giusti, Stefano Macera
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