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Lavoro e Pace: l’appello della CEI contro la militarizzazione
«Il lavoro e l’edificazione della pace»: Non siamo noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università a scriverlo, ma la CEI, la Commissione Episcopale Italiana, che si occupa anche dei problemi sociali e del lavoro. La CEI, con l’avvicinarsi del 1° maggio, Festa dei lavoratori, lancia un messaggio di pace, contro la guerra e di aperta contrapposizione a quanti vogliono riconvertire la manifattura civile in produzione militare: Primo maggio 2026, i vescovi italiani: il lavoro come strumento di pace – Vatican News. Un messaggio del tutto condivisibile, quello dei vescovi, a ricordare l’inganno della guerra. Partiamo da questa importante assunzione di responsabilità perché nel mondo sindacale prese di posizioni esplicite contro la riconversione industriale a fini militari non le abbiamo ancora lette, eccezion fatta per i sindacati di base, che solitamente non sono presenti nel settore industriale, espulsi dalle Rappresentanze sindacali con l’applicazione del Testo unico sulla rappresentanza o marginalizzati dalle politiche confindustriali che privilegiano rapporti con organizzazioni non conflittuali. «Non trasformiamo gli aratri in lance perché la guerra resta il grande inganno»: questo messaggio facciamo nostro in un momento storico particolare. La guerra in Iran, infatti, provoca l’aumento dell’inflazione e del costo della vita, tenendo fermi i salari, che intanto perdono sempre più potere di acquisto. La guerra si alimenta con tecnologie duali e armi sofisticate da vendere a Paesi che taglieranno le spese sociali. Il ricorso all’intelligenza artificiale ha accresciuto il numero delle vittime “civili”, dei cosiddetti effetti collaterali, così sinistramente ribattezzati per confondere le idee all’opinione pubblica. E tornano in mente le parole del compianto vescovo Tonino Bello: «Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita». Possono esserci dei terreni comuni con il mondo cattolico? Senza dubbio la campagna contro il ritorno della leva, la mobilitazione per impedire l’approvazione di norme legislative che rimuovano anche i pochi vincoli ancora esistenti al commercio di armi e manufatti bellici, la costante denuncia dei processi di militarizzazione ci sembrano terreni unificanti per una comune iniziativa contro la guerra e la militarizzazione. Ma possiamo anche concordare nella denuncia e nel boicottaggio dei processi di speculazione finanziaria con l’acquisto di titoli azionari dell’industria militare per non contribuire all’economia di guerra. I titoli azionari delle imprese di armi rappresentano una occasione per gli investitori nazionali ed internazionali visti gli andamenti dei listini di borsa. Uno studio realizzato qualche anno fa Economia a mano armata: l’ebook di Greenpeace e Sbilanciamoci! – Greenpeace Italia   confutava il luogo comune secondo il quale riconvertendo imprese civili in militari l’economia avrebbe avuto vantaggi in termini di posti di lavoro e crescita del PIL. In Italia, una spesa di un miliardo di euro per l’acquisto di armi porta a un aumento della produzione interna di soli 741 milioni di euro, con un impatto netto sull’occupazione di circa 3 mila posti di lavoro. Poca cosa, diremmo, risultati assai magri, se pensiamo che analoghi investimenti per istruzione e sanità avrebbero effetti assai maggiori creando oltre 16 mila posti di lavoro; stesso discorso vale per la sanità con un ritorno in termini sociali assai rilevante. Intanto nei Paesi NATO le spese in armamenti nell’ultimo decennio sono aumentate del 168%, l’aumento del numero di occupati è stato invece inferiore del 30%, stando ai dati forniti dalla Rete Pace e Disarmo. A guadagnarci sono soprattutto gli azionisti delle imprese di guerra con profitti cresciuti nell’arco di 3 o 4 anni fino al 400%. L’Osservatorio lancia quindi un invito a convergere su importanti questioni, iniziando a confutare l’orribile luogo comune secondo il quale la salvezza per la manifattura sia quella di riconvertirsi a produzione di guerra, una mera illusione smentita da economisti e studi da riprendere e diffondere nei luoghi di lavoro e nelle scuole. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Big Tech, Palantir e Fisco: le contraddizioni della tassazione in Italia
La riduzione delle aliquote fiscali è sempre una scelta politica e deriva dall’idea che modifiche alla leva fiscale possano migliorare l’andamento dell’economia. In piccolo – si fa per dire – avviene lo stesso con i salari: la convinzione che il loro potere d’acquisto possa riprendersi con la sforbiciata alle tasse sul lavoro accomuna tutti i governi. Invero, secondo un recente studio della Banca d’Italia[1] le politiche di defiscalizzazione provocherebbero l’indebitamento di crescenti quote della popolazione meno abbiente – nonché, per inciso, della Pubblica amministrazione – e un deciso peggioramento delle condizioni di vita per chi vive di reddito da lavoro. Nel frattempo, nel nostro Paese è in vigore una tassazione ridotta per i detentori dei grandi capitali finanziari e degli extraprofitti di aziende energetiche, tra cui anche Big Tech – tanto per citare alcune categorie ben note. Secondo alcuni analisti, aumentare il carico fiscale sulle grandi aziende potrebbe alleggerire il fisco che grava sui lavoratori e sulle lavoratrici. In fondo, non siamo dinanzi a una proposta rivoluzionaria, e non per caso si tratta di un’idea particolarmente in voga nella sinistra radicale d’ispirazione socialista (si pensi ad esempio a Piketty): tassare adeguatamente i grandi capitali per contenere la presa fiscale su famiglie e ceto medio, pensando così di poter ridurre le crescenti disuguaglianze – soprattutto ora che l’impennata dei prezzi energetici causata dalla ennesima guerra di USA e Israele rischia di arrestare la pur debole crescita delle economie europee. Ma forse chi pensa di fronteggiare aumenti di spesa per gas, luce, benzina o diesel con le tasse sugli extraprofitti[2] non ha il coraggio di avanzare una proposta sul sistema fiscale maggiormente incisiva: introdurre un adeguato numero di aliquote fiscali fortemente progressive e cancellare immediatamente almeno parte degli sgravi fiscali sul lavoro, la cui finalità è soltanto quella di far pagare lo Stato al posto delle aziende parte del costo del lavoro, indebolire il primo livello di contrattazione e favorire, attraverso la contrattazione di secondo livello, il sistema delle deroghe al massimo ribasso (abbattendo il potere contrattuale dei lavoratori e il valore dei loro salari). Le risorse sottratte, oggi, al welfare, per mancato finanziamento dello stesso, presto si trasformeranno in privatizzazioni di servizi fino ad oggi pubblici – non prima di avere convinto la popolazione, con un fattivo disinvestimento, che tutto sommato il privato resta una soluzione migliore del pubblico. Dovremmo avere il coraggio di presentare il conto ai governanti di turno: i soldi che paghiamo sotto forma di tasse ingrassano gli ingranaggi della guerra e dei privilegi per pochi quando, un tempo, erano maggiormente indirizzati ai servizi sociali. L’OCSE intanto offre il proprio beneplacito all’accordo side-by-side che esonera le multinazionali USA dalla tassa minima globale del 15%. In questo caso arrendevole e subalterna è stata, ancora una volta, la posizione della UE, che non ha imposto nemmeno una tassa sulle grandi piattaforme digitali. E qui arriviamo alla denuncia di Altraeconomia[3] sulle tasse non versate da Palantir, la società di analisi dati legata a Israele e guidata da Thiel. Costui non è soltanto uno degli uomini più ricchi e influenti del mondo: è l’inventore di Pay Pal ed è legato a Musk, alla estrema destra. Si tratta di un grande sostenitore di Trump, nonché mentore del suo vice. Da ben tre anni Palantir non starebbe versando un solo dollaro al fisco, pur avendo incrementato il suo giro d’affari.[4] Se solo fosse stata istituita un’aliquota del 21%, pensate, Palantir avrebbe dovuto versare 330 milioni di dollari. Il ragionamento alla fine è molto semplice: le grandi multinazionali, in particolare quelle delle armi, ottengono regimi fiscali favorevoli. Questa situazione favorisce la speculazione finanziaria e, di conseguenza, l’arricchimento degli azionisti. Nel contempo, il formantesi complesso industrial-militare e finanziario diventa un megafono quotidiano a favore del Governo e della sua ideologia militarista. Per ripagare il sostegno delle grandi multinazionali USA a Trump, ad esempio, l’amministrazione repubblicana ha varato una riforma fiscale che prevede forti agevolazioni per le grandi multinazionali e che è stata definita “One big beautiful bill”. Approvata nell’estate del 2025, questa in sostanza rende permanenti i tagli fiscali, aumenta la spesa per la sicurezza dei confini e quella per la difesa, ma nel mentre taglia le risorse destinate a istruzione e sanità, ridimensiona fortemente MedicAid e riduce perfino i sussidi alimentari. A beneficiare di queste norme troviamo anche Palantir – la cui attiva partecipazione nelle guerre di Israele, tra l’altro, è ormai acclarata. Ed è di questi giorni la notizia[5] che le società di software entreranno nel progetto di espandere una rete di sistemi di guerra costruita per intercettare tutte le tipologie di missili (balistici, da crociera e ipersonici). Tra le centinaia di aziende in competizione per entrare in questo mega investimento, che coinvolgeràtutti i vari giganti nel settore del Riarmo – ossia Lockheed Martin Corp (LMT), RTX Corp (RTX) e Northrop Grumman Corp (NOC) –, Palantir gode del sostegno dichiarato del Pentagono. Inoltre collabora attivamente con la SpaceX di Elon Musk. Come ogni altro investimento in campo militare, il sostegno a Palantir rischia di ignorare perfino le normative in materia di appalti, spingendo verso affidamenti diretti.[6]  È la consacrazione di quel capitalismo della sorveglianza che, unito ai processi di militarizzazione, ci introduce in un futuro prossimo dispotico e genocida. F. Giusti, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- [1] Cfr. https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/ricchezza-settori-istituzionali/2026-ricchezza-settori-istituzionali/statistiche_RSI_28012026_IT.pdf. [2] In Italia, nel 2022 il governo Draghi aveva provato a introdurre una tassa sugli extraprofitti ma senza produrre il gettito sperato – proprio per gli eccessivi equilibrismi che avevano guidato l’intento. [3] https://altreconomia.it/sono-le-tasse-il-vero-anticristo-di-palantir-che-non-versa-un-dollaro-al-fisco-da-tre-anni/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NL18326ANS. [4] Secondo Fortune, l’azienda ha oltrepassato la soglia dei 400 miliardi di Dollari di capitalizzazione. [5] https://it.benzinga.com/news/usa/stocks/palantir-anduril-golden-dome-trump-scudo-missilistico/ [6] https://www.ilmessaggero.it/politica/palantir_offre_software_italia_stop_governo_serve_gara-9430190.html Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Riconversione dell’automotive a fini militari: dove ci stanno portando?
Lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück, in Germania, sta per essere rilevato dal colosso Rheinmetall per produrre veicoli militari come il KF41 Lynx (probabilmente, assieme all’israeliana Rafael Advanced Defence Systems, produrrà anche mezzi per il trasporto e il lancio di missili1) e seguire in tal modo la sorte toccata ad altri impianti, come quelli di Berlino e di Neuss. In Francia lo storico impianto Fonderie de Bretagne, che produceva componentistica per la Renault, è stato acquisito da Europlasma e sta cominciando la produzione di proiettili da artiglieria (circa un milione all’anno), mentre la Renault inizierà presto a produrre lo scheletro di droni militari a lungo raggio negli stabilimenti di Le Mans e Cléon, nella misura di 600 al mese2. La Valeo, altra multinazionale francese attiva nell’industria dell’automotive, avrebbe sottoscritto un’intesa con altre società (circa cento) sempre per la dronistica militare. Un’iniziativa simile a quella del gruppo tedesco Schaeffler (produttore leader a livello mondiale di cuscinetti volventi e prodotti lineari, rinomato fornitore del settore automobilistico), che per produrre droni ha firmato un memorandum con la startup militare specializzata Helsing3. L’azienda italiana Berco, che produce componenti per veicoli, verrà rilevata dalla Thyssenkrupp e fabbricherà anche veicoli militari4, mentre sono in corso simili trattative con il gruppo Stellantis. Sempre in Italia, la Iveco produce già da tempo veicoli militari ed è stata acquisita pochi giorni or sono da Leonardo5. Proprio il caso della Berco è emblematico, in quanto i lavoratori e la lavoratrici si sono impegnati in oltre duecento giorni di mobilitazione al fine di scongiurare la riduzione delle attività e la chiusura degli stabilimenti. La parziale riconversione dell’azienda a fini bellici, pertanto, è stata opportunisticamente presentata dalla parte datoriale come antidoto alla cassa integrazione e alla disoccupazione. Del resto, gli interventi delle aziende militari – come Leonardo – e delle Forze Armate nelle scuole, negli ITS e nelle Università non servono solo a “normalizzare” la presenza dei militari nella società civile o a convincere i giovani ad arruolarsi ma anche a presentare l’industria militare come volano di un’occupazione di qualità e ben remunerata. Certo, la veridicità di questo aspetto è tutta da dimostrare: storicamente, in Italia, a un incremento della spesa per la Difesa non è mai corrisposto un aumento dell’occupazione, anche perché gli appalti militari che rendono di più sono proprio quelli ad alta intensità di capitale (ossia quelli che fanno largo impiego di tecnologie e macchinari a discapito dell’utilizzo di manodopera)6. Le aziende belliche stanno dunque riuscendo nel tentativo di presentarsi come attori utili e fondamentali nella società del lavoro, al punto che Cingolani, CEO di Leonardo SpA, il mese scorso ha potuto ergersi come paladino delle materie STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) e affermare, davanti a una platea di alcune centinaia di studenti liceali di Roma: «Leonardo negli ultimi tre anni ha assunto quasi 20mila persone, oggi siamo 63mila e nei prossimi tre anni ne verranno assunte probabilmente altre 17mila. La gran parte di queste persone ha una formazione tecnico-scientifica»7. Lo studio delle materie STEM, la riforma degli istituti tecnico-professionali8 e i tanti accordi per l’insegnamento fra scuole, università, aziende e Forze Armate fanno dunque parte di un’elaborata politica di brand della filiera militare, rappresentando un cavallo di troia contro le spontanee tendenze alla pace dei giovani studenti. Questi vengono surrettiziamente portati ad accettare le attività imprenditoriali di aziende come Leonardo proprio in quanto sinonimo di un’occupazione eccellente e di antidoto alla disoccupazione. Per questo le finalità immorali di tali aziende vengono taciute o sminuite davanti a tanti giovani preoccupati per il loro futuro e bisognosi di un lavoro decente. All’interno di questa strategia la riconversione industriale di molte imprese verso il militare rappresenta un tassello fondamentale, necessario per rafforzare la filiera bellica, ed è del resto un passaggio obbligato della politica economica di un Paese capitalista come l’Italia. Per questo motivo il Governo Meloni, all’interno del cosiddetto “maxi-emendamento” alla Finanziaria per il 2026, ha inserito un comma che delega al Ministero della Difesa e a quello per le Infrastrutture e i Trasporti l’emissione di uno o più decreti «finalizzati alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa», con l’obiettivo «di tutelare gli interessi essenziali della sicurezza dello Stato e di rafforzare le capacità industriali della difesa riferite alla produzione e al commercio di armi, di materiale bellico e sistemi d’arma»9. La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è la seguente: per quali motivi sono le industrie automobilistiche quelle più frequentemente riconvertite? Innanzitutto, in linea di massima nel settore dell’automotive le innovazioni tecnologiche rivestono un ruolo di grande importanza, ma sono importate dall’esterno: alcuni settori – come per l’appunto l’automotive, ma anche il chimico o i servizi finanziari – non hanno più un tasso di innovazione molto elevato e pertanto tendono a “inglobare” nuove tecnologie nei processi produttivi soltanto quando vengano sviluppate a latere, in altri settori, e solo in un secondo tempo “trasferite”10. Pertanto risulta utile dirottare parte della produzione verso il settore militare, che presenta un tasso di innovazione decisamente superiore e che, di conseguenza, potrebbe avere un effetto positivo sull’economia dell’industria automobilistica civile. Una seconda spiegazione è data dal fatto che l’automotive ha molto in comune con l’industria militare, in particolare in riferimento a microchip, componentistica meccanica, sistemi digitali e manifatturieri che trovano impiego duale sia su veicoli civili che bellici. Un’ulteriore ragione, infine, sta nelle difficoltà che le industrie automobilistiche europee stanno attraversando a causa del calo delle vendite e della produzione (sottoutilizzo della capacità industriale, che nel 2023 si attestava attorno al 60% della produzione potenziale)11 e, nello specifico, della debolezza della domanda di auto elettriche nei Paesi UE. In tutto ciò, come notato dalla rivista specializzata Quattroruote, «l’incremento della spesa pubblica per la difesa e l’accesso agevolato ai fondi europei fungono da catalizzatori, rendendo attrattiva la riconversione degli impianti delle aziende automobilistiche»12. Nel frattempo la cittadinanza non viene informata e per questo resta del tutto ignara dei processi di riconversione, dei quali non è sempre facile far emergere il disegno di coerenza complessivo. Non è casuale che numerose notizie vengano sottaciute in maniera regolare, al punto che in alcuni casi le aziende in fase di riconversione non emettono alcun comunicato stampa. Tutto avviene in religioso silenzio nel nome dei principi di riservatezza e segretezza a cui sono vincolati i lavoratori dipendenti, e la cui violazione è perseguita con il Codice Penale il quale prevede sanzioni severissime. E. Gentili, F. Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1 S. Ash, L. Pitel, K. Inagaki, German ‘city of peace’ wrestles with weapons pivot to save VW jobs, «Financial Times», 27th March 2026. 2 Reuters, Renault partners with Turgis Gaillard on military drones, 20th January 2026. 3 Cfr. FY 2025 Schaeffler AG earnings, The motion technology company, 3rd March 2026, p. 14. 4 MIMIT, Comunicato stampa: Berco: azienda conferma al Mimit il piano di risanamento e nuovi investimenti per lo stabilimento di Copparo, 25 marzo 2026. 5 Leonardo, Comunicato stampa: Leonardo finalizza l’acquisizione del business difesa di Iveco, 18 marzo 2026. 6 Cfr. D. Sarasa-Flores, A. García Serrador, C. Ulloa Ariza, Buy Guns or Buy Roses: EU Defence Spending Fiscal Multipliers, SUERF Policy Brief | No. 1209, 10th July 2025. 7 Fondazione Leonardo, Comunicato stampa: STEM, le tecnologie che aprono le porte del futuro. L’evento al Centro espositivo Leonardo, 2 febbraio 2026. 8 Cfr. F. Giusti, E. Gentili, La riforma degli istituti tecnico-professionali al suo primo banco di prova, 15 Luglio 2025, https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_riforma_degli_istituti_tecnicoprofessionali_al_suo_primo_banco_di_prova/42819_61925/. 9 L. 199/2025, art. 1, c. 280. Al momento attuale tuttavia non risultano ancora decreti ministeriali attuativi di questo comma, nemmeno in fase preparatoria (schemi, bozze, ecc.). 10 Cfr. M. Draghi, The future of European competitiveness, Part B: In-depth analysis and recommendations, p. 235. 11 Cfr. Institute for Energy Research, Many of Europe’s Car Factories Are Underutilized, 2nd October 2024. 12 A. Ascione, Renault entra nella difesa: 600 droni al mese. E altre Case auto sono già pronte, «Quattroruote», 12 febbraio 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Seveso (MB), 11 aprile: Incontro pubblico “Scuola di Guerra”
SABATO, 11 APRILE 2026, ORE 16.00 SALA DEL CENTRO POLIFUNZIONALE DI VIA REDIPUGLIA A SEVESO (MB) Sabato 11 aprile 2026 alle ore 16.00 presso la Sala del Centro polifunzionale di via Redipuglia a Seveso (MB) si svolgerà un incontro pubblico dal titolo “SCUOLA DI GUERRA“. L’incontro vuole informare sulla crescente e preoccupante militarizzazione della scuola contestualizzando il fenomeno nel contesto attuale di escalation di guerra dove la violenza vede il sopravvento sulla democrazia. Moderatrice Giulia Spada -ANPI Seveso- e per l’Osservatorio interverranno due attivisti: Elena Abate, Presentazione dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, in presenza; Federico Giusti, Cause e conseguenze del riarmo e dei processi di militarizzazione, in collegamento on line da Pisa. Segue confronto aperto con il pubblico. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Confindustria nautica e Guardia di Finanza firmano un memorandum, ma non lo rendono pubblico
Il 20 marzo 2026 è stato firmato a Roma un memorandum tecnico-operativo tra Confindustria Nautica e Guardia di Finanza (GdF), che crea un quadro stabile di collaborazione fra i due enti. Il nocciolo dell’intesa è rappresentato dalla sinergia tra l’attività imprenditoriale della Confindustria e il presidio di controllo dell’intera filiera del mare che la GdF rappresenta. Purtroppo il testo dell’accordo non è stato reso pubblico – come spesso avviene nei memoranda che coinvolgono settori delle Forze dell’Ordine – e, pertanto, non è possibile farne un’analisi puntuale. Ciononostante i comunicati stampa dei due enti firmatari ne lasciano intravedere le finalità principali. Al centro del memorandum si trovano i previsti interventi congiunti in istituti tecnici, ITS e Università, per promuovere l’economia marittima e la “legalità imprenditoriale” nel settore: una scelta che prosegue nel solco della militarizzazione dell’istruzione, come denunciamo da tempo con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Altri aspetti riguardano l’organizzazione di attività promozionali e di orientamento per gli imprenditori del mare – con la finalità di promuovere una maggiore integrazione di filiera e un orientamento comune di massima degli interventi imprenditoriali –, l’istituzione di un tavolo di confronto stabile semestrale fra le due parti firmatarie e il contrasto ai traffici marittimi illeciti. Viene da chiedersi se dietro un accordo di così alto livello non vi sia dell’altro. Del resto il 17 dicembre scorso il Parlamento Europeo ha approvato il pacchetto sulla mobilità militare dell’UE, che prevede l’ammodernamento delle infrastrutture logistiche (in particolar modo delle ferrovie) per facilitare il trasporto di mezzi militari e truppe. Pertanto la domanda è lecita: nell’accordo è compresa la parziale riconversione delle infrastrutture portuali, e delle aree logistiche antistanti le banchine, a fini militari? L’Italia ha dei fondi da spendere in questo senso – provenienti dal Connecting Europe Facility, facente parte dell’Action Plan 2.0 militare europeo – e, per quanto oltre il 50% di questi sia destinato al trasporto su rotaia, una parte è dedicata alle infrastrutture logistiche portuali e, in particolare, all’adeguamento delle banchine al trasporto di mezzi militari pesanti e al collegamento intermodale con il trasporto su strada e rotaia.1 Inoltre, esistono anche altri fondi dedicati ai porti; ad esempio quelli del Pnrr,2 che serviranno a fornire energia elettrica da terra alle navi ormeggiate. In conclusione: necessitiamo di conoscere il testo integrale dell’accordo, che può essere tranquillamente richiesto da associazioni sindacali di categoria. Nel frattempo il sospetto è la migliore arma che abbiamo ed è, senza ombra di dubbio, più che motivato. Emiliano Gentili, Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1 Redazione Trasporto Europa, European ports prepare for war, 9 Luglio 2025. 2 M3C2 – Investimento 2.3 “Elettrificazione delle banchine portuali (Cold Ironing)”. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il sapere e la guerra. Università e ricerca travolti dalle tecnologie a uso bellico
Con questo intervento vogliamo porre l’accento su alcuni aspetti riguardanti l’economia della difesa e l’architettura istituzionale che stanno dietro il finanziamento e lo sviluppo della ricerca militare. Pertanto resta imprescindibile, almeno per noi, partire da alcune considerazioni di carattere politico-economico. LA FILIERA EUROPEA DELLA DIFESA Per conseguire un qualsiasi obiettivo di prontezza militare1 ed essere con ciò in grado di intervenire militarmente ovunque possano essere minacciati i cosiddetti “interessi nazionali” è necessario avere sviluppato una filiera della difesa moderna ed efficiente. Nei piani del legislatore europeo questa sarebbe da svilupparsi in tre fasi: * aumentare l’entità dei capitali nel settore; * unificare e armonizzare il mercato militare interno; * creare un unico comparto industriale della difesa comunitario.2 La difesa europea, invece, al momento è ancora un settore composito e frammentato, in cui gli interessi nazionali dei singoli Stati a volte confliggono con quelli comuni: spesso, infatti, i Paesi membri concorrono fra loro per sviluppare e vendere lo stesso prodotto, oppure tentano di aumentare l’export militare sul mercato extra-UE – anziché su quello interno – perché risulta conveniente. Per questo motivo l’Unione Europea sta introducendo una serie di misure e azioni atte a stimolare il coordinamento di una politica comunitaria di sviluppo del settore, che vanno dall’armonizzazione delle differenti legislazioni nazionali a norme che faciliteranno, andando anche in deroga ai tetti di spesa, gli investimenti nella difesa – che per altro saranno sempre meno sottoposti a controlli, anche di natura legislativa. 1 Cfr. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52025JC0120. 2 E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Analisi del nuovo piano per il riarmo dell’Unione Europea, https://diogenenotizie.com/analisi-del-nuovo-piano-per-il-riarmo-dellunione-europea/. Fondamentalmente l’Unione Europea tenta di facilitare l’accesso ai finanziamenti e ridurre la frammentazione e la disarticolazione delle filiere produttive belliche. Per facilitare l’accesso ai finanziamenti sono state disposte varie misure: * l’aumento dei budget nazionali per la Difesa, consentendo agli Stati membri di incrementare le spese militari in deroga al Patto di Stabilità1 fino all’1,5% del Pil all’anno e sino al 2028 – cosa che invece non viene permessa per l’istruzione e la sanità; * l’aumento del budget comunitario, con altri 150 miliardi2 presi in prestito dall’Unione sui mercati internazionali; * la possibilità di utilizzare i fondi di coesione europea e i capitali privati (ad esempio quelli dei fondi pensione) per spese militari; * l’allentamento delle politiche antitrust, di quelle prudenziali per gli investimenti bancari e di quelle per le fusioni societarie, in modo da favorire la concentrazione d’impresa nel settore militare; * la rimozione dei vincoli d’investimento in ambito militare per la Banca Europea degli Investimenti, che si vorrebbe scevra da ogni qualsivoglia tipo di controllo. Inoltre, l’Unione esercita continue pressioni al fine di aggregare la domanda di merci militari e ridurre, così, i costi complessivi. Sempre relativamente alla questione degli investimenti è infine utile ricordare che l’UE soffre di un grosso problema riguardante lo stanziamento dei fondi: questi vengono impegnati ma poi, per ragioni di conformità alle diverse legislazioni nazionali e/o di adeguamento al mercato nazionale di intervento, non si verifica il loro effettivo stanziamento: «144 miliardi di euro impegnati contro 77 miliardi di euro stanziati [nel 2022]».3 In conclusione, per facilitare l’accesso ai finanziamenti nel settore militare l’UE intende aumentare le risorse a disposizione (sia pubbliche che private) e ridurre la frammentazione del mercato e i costi di conformità alla legislazione vigente sugli investimenti. Fatto ciò, per ridurre la frammentazione industriale, evitare produzioni “duplicato” inutili e costose e beneficiare dell’economia di scala risulta utile sostenere progetti di ricerca con finalità belliche – specie se trans-frontalieri – al duplice fine di creare un ecosistema economico votato all’innovazione produttiva e di uniformare, attraverso il coordinamento comunitario della ricerca, le linee di tendenza che tale innovazione percorre, puntando a un maggior coordinamento fra Stati, Enti di ricerca, Università e aziende militari. Il processo di militarizzazione delle Università e dei programmi di studio, non per nulla, viene portato avanti su scala comunitaria e considerato come uno dei fattori abilitanti per la costruzione di un settore militare europeo all’avanguardia. 1 La base giuridica è costituita dall’aggiunta di motivazioni di ordine militare a quelle circostanze eccezionali per le quali è prevista l’attivazione dell’art. 26 del Regolamento SGP n. 2024/1263 per singoli Paesi membri (cd. “clausola di fuga nazionale”). L’art. 25 consentirebbe la deroga per l’intera Ue (cd. “clausola di fuga generale”) ed è stato utilizzato in passato per far fronte alla pandemia di Covid-19. 2 Cfr. https://quifinanza.it/economia/fondo-safe-italia-ue-difesa/922383/. 3 E. Letta, Much more than a market, Aprile 2014, p. 70. LE FILIERE TECNOLOGICHE Uno sguardo va dato anche all’evoluzione delle filiere altamente tecnologiche – quantunque non specificatamente militari. Queste costituiscono, nello specifico, un altro fattore abilitante per la moderna industria della difesa e in effetti la Relazione Annuale sulla Sicurezza per il 2026 afferma che oggi «l’esercizio della sovranità di un Paese si manifesta sempre più nella sua autonomia strategica, ovverosia la capacità di gestire dati, infrastrutture critiche, algoritmi e filiere tecnologiche».1 In questo senso è importante citare lo European Defence Innovation Scheme (Eudis), il quadro della Commissione Europea pensato per accelerare l’innovazione militare partendo da tecnologie civili ad alto contenuto scientifico e ingegneristico. Nel concreto, Eudis comporta la facilitazione burocratica dei processi di commercializzazione dei nuovi prodotti, la possibilità di testare la tecnologia sui campi di battaglia e il conferimento della validazione della Comunità Europea alle nuove tecnologie sviluppate.2 Ma la facilitazione della commercializzazione dei prodotti militari (o dual-use) è prevista in ogni dove dalla legislazione europea. A tal proposito basti citare l’AI Act, la legge europea sull’Intelligenza Artificiale del 2024, che – pur descrivendo un contesto normativo assolutamente insufficiente dal punto di vista regolatorio – tiene a specificare: «Il presente regolamento non si applica ai sistemi di IA sviluppati o usati per scopi esclusivamente militari».3 I cosiddetti “spazi di sperimentazione normativa” – previsti dalla stessa norma –, infine, consentono alle aziende di testare sul campo anche le nuove tecnologie prodotte con intenti dual-use, sia civili che militari.4 Queste facilitazioni normative sull’Intelligenza Artificiale sono comprensibili, all’interno di una strategia di sviluppo capitalista: in ambito militare l’IA infatti sarà sempre più importante per quanto concerne la pianificazione e la conduzione delle operazioni di guerra, l’aumento della produttività individuale nell’industria bellica, la formazione e l’addestramento dei soldati e la creazione di armamenti e sistemi d’arma innovativi. Non per niente il Ministero della Difesa «riconosce l’IA come una leva essenziale per il rafforzamento delle proprie capacità operative»5 e il Governo afferma che l’Intelligenza Artificiale, «nel settore militare, trasforma la natura stessa della guerra. Emblematici, nel senso, i sistemi autonomi di sorveglianza e riconoscimento, i droni intelligenti, i sistemi decisionali automatizzati e l’analisi predittiva delle minacce».6 Questa spinta a deregolamentare le innovazioni militari o dual-use è un tassello fondamentale per fare in modo che i progetti di ricerca dedicati trovino finanziamenti adeguati nelle fasi di sviluppo e investitori (bancari o societari) qualificati in quella di commercializzazione. Ciò incrementa notevolmente le possibilità individuali di carriera nei percorsi di ricerca accademica più o meno direttamente contigui agli interessi militari, aumentandone l’attrattività per i giovani neolaureati nelle materie STEM. È palese, in effetti, come siano proprio le ricerche e le tecnologie duali a essere presentate da un lato come occasione di rilancio della stessa ricerca pubblica, dall’altro come occasione di lavoro e di carriera nei settori pubblici e privati. 1 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Governare il cambiamento. Scenari della sicurezza nazionale – 2026, p. II. 2 Cfr. https://www.eudis-business-accelerator.eu/. I cluster tecnologici su cui il programma opera sono: Sistemi autonomi e robotica per vantaggio operativo; Contro-Drone e Protezione contro Minacce di Massa a Basso Costo; Infrastrutture di Difesa Sovrane e Resilienti; Prestazioni, Formazione e Protezione Umana di Nuova Generazione; Produzione scalabile e sostentamento adattivo e operazioni ad alta intensità; Argomento aperto – Tecnologie dirompenti per la superiorità della difesa (ad esempio le biotecnologie). 3 Artificial Intelligence Act, art. 2, c. 3. 4 2021/0106 (COD) (ITA), p. 9. 5 Cfr. Ministero della Difesa, IA e Difesa. Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale, 16 Gennaio 2026, p. 6. 6 Presidenza del Consiglio dei Ministri, op. cit., p. 12. LA SPACE ECONOMY Un discorso a parte lo merita l’economia dello spazio – ossia «il complesso di attività che impiegano risorse per l’esplorazione, la ricerca e l’uso dello spazio extra-atmosferico, anche al fine di creare e sviluppare prodotti, attività e servizi legati allo spazio»1. In questo settore l’Italia sembrerebbe smentire la sua odierna condizione di potenza industriale declinante, risultando «uno dei pochissimi Paesi ad avere una filiera completa su tutto il ciclo: dall’accesso allo spazio alla manifattura, dai servizi per i consumatori ai poli universitari e di ricerca» – per quanto, aggiungeremmo noi, avere una filiera completa non significa essere all’avanguardia dell’innovazione nel settore.2 Comunque sia, l’intenzione di consolidare la posizione acquisita è confermata dagli investimenti che, al riguardo, vengono destinati dal Pnrr in forma diretta ed indiretta. Nella prima tipologia rientra l’investimento di «1,49 miliardi per l’osservazione dello spazio (M1C2 – Investimento 4.1: Tecnologia satellitare e economia dello spazio) con l’obiettivo di sviluppare connessioni satellitari in vista della transizione digitale e verde, nonché abilitare servizi come le comunicazioni sicure e le infrastrutture di monitoraggio per diversi settori dell’economia».3 Certo, gli obiettivi dichiarati non rinviano alla sfera militare e della difesa, bensì a quello che può apparire come il più condivisibile dei traguardi: il delinearsi di un’economia compatibile con l’ambiente. Tuttavia, ipotizzare che la tecnologia satellitare possa avere applicazioni militari non pare certo un azzardo. E non è certo privo di significato che il Ministero della Difesa sia l’amministrazione attuatrice di una delle quattro articolazioni dell’investimento suddetto: il subinvestimento M1C2 4.1.1, “SatCom”. Qui, proprio la descrizione ufficiale può evocare utilizzi diversi da quelli civili: «L’Investimento ha ad oggetto lo sviluppo di una tecnologia satellitare per servizi di telecomunicazione sicure con particolare riferimento all’operatività durante eventi di crisi, indirizzata a utenti istituzionali e per applicazioni di gestione delle emergenze».4 Di più. È ben noto che gli eventi bellici odierni contemplino dimensioni e scenari sconosciuti se rapportati anche al recente passato e gli investimenti pubblici dei nostri giorni in campo militare fanno impallidire, per entità e vastità dei soggetti coinvolti, le guerre spaziali5 degli anni Ottanta negli Usa. Una di queste è la cosiddetta guerra cibernetica, che si può articolare in un’infinità di attacchi non convenzionali. Tra questi vi sono quelli rivolti alle infrastrutture critiche, come le reti energetiche, e il furto di segreti militari. Al fine di coordinare le varie attività di contrasto alle minacce informatiche, nel 2021 si è dato vita a uno specifico ente governativo: l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, nata nel 2021 e i cui obiettivi sono pubblicamente reperibili.6 Questa Agenzia, «in stretto collegamento con […] il Dipartimento per la trasformazione digitale»7, cura l’investimento 1.5, “Cibersecurity”, collocato nell’ambito della Missione 1 Componente 1 del Pnrr (Digitalizzazione, Innovazione e Sicurezza nella PA). Anche in questo caso, manco a dirlo, l’amministrazione attuatrice è il Ministero della Difesa. Nello specifico, l’investimento muove dalla consapevolezza di quanto la digitalizzazione aumenti «nel suo complesso il livello di vulnerabilità da minacce cyber, su tutti i fronti (ad es. frodi, ricatti informatici, attacchi terroristici, ecc.)».8 E si prevedono quattro linee di intervento, una delle quali rimanda all’irrobustimento degli «asset» e delle «unità cyber incaricate della protezione della sicurezza nazionale e della risposta alle minacce cyber».9 Qui, proprio il riferimento alla sicurezza nazionale chiarisce uno dei significati dell’investimento in oggetto: il prepararsi a minacce che, in virtù del coinvolgimento italiano in più fronti bellici, nei prossimi anni andranno ad aumentare. E del resto è in quest’ottica che nel 2024 il Ministero della Difesa ha deciso di reclutare personale non impegnato in ambito militare ma unicamente deputato alla cybersicurezza, al fine di «adeguare le conoscenze di base in materia cibernetica all’attuale quadro di minaccia presente sulle reti globali».10 Tale personale, è facile immaginarlo, servirà anche a facilitare l’unione tra le competenze d’Intelligence e operative proprie delle forze armate, da un lato, e le conoscenze specialistiche del mondo accademico e industriale, dall’altro. 1 https://www.treccani.it/vocabolario/neo-space-economy_(Neologismi)/. 2 G. Palumbo, Space Economy: una straordinaria occasione per l’Italia, 18 Marzo 2025, https://www.leurispes.it/space-economy-una-straordinaria-occasione-per-litalia/. 3 C. Negri, I programmi per lo spazio: dal Pnrr una spinta alla Space Economy, https://www.osservatori.net/blog/space-economy/pnrr-space-economy-fondi-tecnologie-spaziali/. 4 M1C2 – Investimento 4.1: Tecnologia satellitare ed economia spaziale, https://documenti.camera.it/_dati/leg19/lavori/documentiparlamentari/IndiceETesti/013/001/00000018.pdf. 5 Cfr. https://www.esteri.it/mae/resource/doc/2021/09/sioi_la_conquista_dellottavo_continente_lo_spazio.pdf. 6 https://www.acn.gov.it/portale/strategia-nazionale-di-cybersicurezza#obiettivi. 7 https://www.acn.gov.it/portale/pnrr. 8 Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, in https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR.pdf. 9 Ibidem. 10 Ministero della Difesa, Piano operativo. Missione 1 – Componente 1 – Asse 1 Investimento 1.5: CYBERSECURITY, Revisione del Maggio 2024, p. 6. IL MERCATO DEL LAVORO NEL SETTORE MILITARE Data la nuova globale corsa al riarmo è diventato essenziale poter disporre di un personale militare pronto e di alto livello. Ormai da parecchio tempo la Commissione Europea evidenzia la necessità di reperire personale qualificato per rilanciare la capacità produttiva e operativa in campo militare. Per diversi decenni, fin da dopo la Seconda Guerra Mondiale, il mercato del lavoro nell’industria della difesa europea era rimasto abbastanza stabile. Da qualche anno, invece, ha ripreso a crescere e nel 2023 il settore avrebbe generato oltre mezzo milione di posti di lavoro. Dal 2000 al 2024, infine, il personale militare in Europa è aumentato di oltre il 20%. Non è quindi un caso se le imprese belliche stiano chiedendo agli Stati di rivedere il sistema formativo per ottenere velocemente una forza lavoro da impiegare in ambito produttivo: «Per colmare il divario di competenze, Bruxelles propone un progetto pilota di garanzia delle competenze dedicato ai lavoratori provenienti da settori in trasformazione, come l’automotive, che potrebbero trasferirsi verso ruoli strategici nella difesa. Il commissario europeo per la difesa, Andrius Kubilius, ha spiegato che il piano prevede di riqualificare ogni anno circa il 12 % della forza lavoro nei settori della difesa e dell’aerospazio, oltre ai 600.000 nuovi professionisti da formare entro il 2030. Tra le iniziative sul tavolo figura anche una piattaforma europea dei talenti della difesa, con un sistema di voucher per tirocini rivolti a studenti e giovani professionisti. Il progetto pilota prevede l’erogazione di 300 voucher per favorire l’ingresso di nuove competenze nel settore».1 Si andranno quindi a potenziare i percorsi formativi digitali di alta specializzazione – quali la Space Academy di Euspa e le Digital Skill Academies –, anche in termini di finanziamenti, e non certo per ampliare la formazione della forza lavoro al fine di renderla impermeabile ai cambiamenti produttivi (evitare la sostituzione tecnologica dei lavori operai tramite la ricollocazione degli stessi nelle fasce produttive più specializzate è uno dei mantra dei capitalisti odierni): l’obiettivo, piuttosto, è smaccatamente quello di formare le cosiddette “competenze” in funzione delle esigenze legate al comparto della difesa. Ma andiamo a vedere cosa succede al livello delle Università. 1 Cfr. https://it.euronews.com/my-europe/2025/11/19/leuropa-accelera-sul-riarmo-via-al-piano-per-formare-600000-specialisti. UNIVERSITÀ E SETTORE MILITARE Negli ultimi anni il rapporto tra ricerca militare e Università si è fatto sempre più stretto ed è andata rafforzandosi, negli atenei, la presenza di aziende e fondazioni legate al complesso militare-industriale. In sostanza è in atto il tentativo di dare vita a una nuova articolazione del settore della Difesa, segnata dal più stretto coordinamento tra l’assetto istituzionale e l’infrastruttura produttiva, logistica e commerciale di tipo militare. La presenza attiva di fondazioni e aziende legate al settore militare negli atenei ha, fondamentalmente, un triplice scopo: * influenzare la ricerca indirizzandola a finalità di guerra; * condizionare i programmi di studio e i corsi di laurea nell’ottica di ridurre il mismatch tra le competenze presenti nel mercato del lavoro e quelle richieste dalle aziende del settore; * agevolare il finanziamento privato agli atenei. Del resto, l’Università offre competenze tecniche di alto livello indispensabili per un punto di raccordo fra le esigenze dell’architettura istituzionale e quelle dei capitali, sempre alla ricerca di nuove occasioni d’investimento e di profitto. È così che, tramite le istituzioni accademiche, lo Stato tenta di indirizzare la ricerca militare verso alcuni ambiti ritenuti “prioritari” rispetto ad altri: offrendo alle aziende occasioni di sviluppo tecnologico a costi ridotti e manodopera specializzata a titolo pressoché gratuito. Va menzionato infine il problema degli obblighi di riservatezza cui sono sottoposti i ricercatori in ambito militare. Questi potrebbero essere utilizzati per interdire il diffondersi di specifiche notizie sui rapporti tra industrie belliche e Università. Del resto sin qui l’applicazione dei suddetti codici è stata un’arma, nel senso quasi letterale del termine: ossia uno strumento atto a piegare la resistenza della forza lavoro e a trasformare il conflitto in tema di ordine pubblico. Diventa dunque necessario che le forze della sinistra di classe, contrarie alla guerra, assieme a quelle del sindacalismo conflittuale e di base, s’impegnino maggiormente su questo fronte. Non ci si può sottrarre al compito di denunciare le collaborazioni sempre più diffuse tra il mondo della ricerca e le aziende di guerra. E mai come oggi sarebbe opportuno lanciare una campagna di disobbedienza rispetto a qualsiasi obbligo di riservatezza. Non v’è dubbio: mai la sfera militare è stata oggetto di un reale controllo da parte dell’opinione pubblica. Ma oggi la sua tendenza a secretare informazioni di rilievo si è ulteriormente accentuata. Il che non è privo di significato, in una fase in cui i conflitti tra le potenze si svolgono anche in teatri vicini, a partire da quello ucraino. Il rischio, evidentemente, è che si sottraggano definitivamente al dibattito pubblico scelte distruttive e dalle conseguenze potenzialmente irreversibili. I CONTENITORI ISTITUZIONALI PER LA RICERCA MILITARE Per organizzare la cooperazione con le Università lo Stato italiano ha disposto due distinte iniziative istituzionali, approvate dallo Stato Maggiore della Difesa, che prevedono: * la collaborazione delle istituzioni accademiche con le aziende (dalle start-up alle grandi imprese); * il Piano Nazionale della Ricerca Militare e gli Accordi Quadro con Università ed Enti di Ricerca. Entrambi questi “contenitori” sono allineati ai cluster di ricerca ritenuti prioritari e individuati, annualmente, dallo Stato Maggiore: ricezione dati, tecnologie cyber e spaziali, protezione e potenziamento delle capacità del soldato, tecnologie per il controllo della dimensione subacquea della guerra, armi a energia diretta, ipersoniche, per la guerra elettronica e via dicendo. Si noti che le tecnologie spaziali e quelle per la guerra sottomarina assorbono, da sole, quasi la metà del finanziamento complessivo1 – indice, questo, non solo dell’importanza sul campo di queste nuove tipologie di armi ma anche del buon grado di maturazione tecnologica dei settori cui appartengono (spaziale e subacqueo). E non dimentichiamo le cosiddette “guerre non convenzionali”, che in ambito militare sono attenzionate da oltre un decennio – sebbene siano salite agli onori della cronaca da poco, con un “papiello” presentato in pompa magna dal Ministro Crosetto.2 Si diceva del maggiore coinvolgimento delle Università nella ricerca militare occorso negli ultimi anni. Effettivamente gli Accordi Quadro col settore accademico sono sette, più tre nuovi progetti avviati nel 2024 – alla pari col numero delle attività di ricerca tecnologica svolte nei Centri di Test della Difesa.3 Si nota inoltre un’impennata degli specifici progetti finanziati – italiani,4 europei e internazionali –, il che potrebbe preludere a un maggiore coinvolgimento delle Università in accordi trans-frontalieri nei prossimi anni. Ricordiamo, infine, il largo utilizzo di progetti “mascherati” come civili ma che, in realtà, comportano risvolti anche di natura militare – quali le previsioni atmosferiche o gli studi sugli insetti, oppure alcuni approfondimenti specifici come quello sulla resistenza valvolare alla corrosione chimica. 1 Rispettivamente, il 33,3% e il 14,3%. Cfr. Ministero della Difesa, Direzione Nazionale degli Armamenti, Ricerca Tecnologica e Innovazione – 2025, Tab. 2, p. 118. 2 https://www.difesa.it/assets/allegati/83696/non-paper_il_contrasto_alla_guerra_ibrida.pdf. 3 Ivi, Tab. 1, p. 117. 4 Cfr. https://altreconomia.it/i-dati-inediti-sugli-accordi-tra-le-universita-e-lindustria-militare/; https://jacobinitalia.it/il-sapere-contro-la-guerra/; https://altreconomia.it/la-collaborazione-tra-luniversita-di-bologna-e-il-complesso-militare-industriale-israeliano/. UN SETTORE DELLA DIFESA SEMPRE PIÙ SVINCOLATO DAL CONTROLLO DEMOCRATICO In questo quadro, lanciare degli allarmi non vuol dire allinearsi a una generica cultura del sospetto. Bensì esprimere quell’atteggiamento vigile che è sempre più necessario: non si deve dimenticare che oggi una certa parte – probabilmente considerevole – dei progetti militari di ricerca e sviluppo è protetta dal segreto di Stato. Ma basta dare un’occhiata a quanto avviene oltreoceano per comprendere la potenziale pericolosità di certe omissioni: ad esempio il National Center for Border Security and Immigration, con sede presso l’Università dell’Arizona, presiede a progetti di ricerca «dedicati alla “valutazione automatica della verità”, all’“identificazione biometrica”, alla “localizzazione e tracciamento di veicoli, merci e persone”, al “monitoraggio intelligente delle interazioni umane”».1 Il contesto, quindi, non consente di stare tranquilli. Per esempio desta particolare preoccupazione l’attuale progetto di modificare la normativa che regola la vendita di armi all’estero.2 Tale intervento del Governo è mosso da ragioni materiali, come la rimozione di tutti gli ostacoli per le esportazioni verso i Paesi che non rispettano i diritti umani. Il controllo dell’esportazione e importazione di materiali d’armamento è disciplinato dalla L. 185/1990, modificata con il D. Lgs. 105/2012 per recepire la Direttiva 2009/43/CE del 6 Maggio 2009 dando vita a una sorta di autorità nazionale ad hoc – UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento) – che dovrebbe garantire la corretta applicazione delle norme. Ad oggi tutte le operazioni di vendita sono autorizzate da Governo e Parlamento ma l’intento è, per l’appunto, quello di far venir meno ogni controllo da parte del secondo organismo che, pur se in modi limitati, costituisce comunque un tramite tra la politica e i cittadini. Questi ultimi, dunque, in futuro rischiano di esser tenuti completamente all’oscuro circa l’aspetto più controverso della politica commerciale nostrana. E a ben vedere, una legge sulla vendita di armi che non preveda passaggi in Parlamento, rischia di equivalere, per le esportazioni belliche, a un lasciapassare quasi assoluto (fortunatamente la nostra giurisprudenza3 ancora vieta allo Stato di costituirsi parte negoziale nelle trattative militari). Ciò, assommandosi al già operante obbligo di segretezza che accompagna il trasferimento delle armi sul territorio nazionale e alla spinta a deregolamentare dell’Unione Europea, rischia di collocare il settore militare-industriale al di fuori di qualsiasi regola democratica. 1 M. Gasser, The University and the security State: Pentagon and CIA on Campus, https://www.nogeoingegneria.com/news-eng/the-university-the-security-state-pentagon-and-cia-on-campus/. 2 Cfr. Atto del Senato n. 855 / S. 855. 3 Cfr. D.P.R. 104/2015, art. 3. Inoltre è fatto divieto allo Stato di vendere materiale militare nuovo, non in dismissione. IL MODELLO USA Sul rapporto fra settore militare e ordinamento democratico-borghese fanno scuola gli Stati Uniti. Anni fa, in questo Paese, per mezzo di Università quasi tutte private, il mondo accademico venne coinvolto nel progetto del Pentagono riguardante la costruzione di un centro di ricerca dedicato alla “scienza cognitiva del terrorismo”, con fondi ministeriali a dir poco generosi. Di questo abbiamo avuto notizia direttamente da ricercatori e docenti che vennero contattati per il progetto e che, allora, avevano ben pensato di declinare l’invito per boicottare sul nascere questi laboratori di morte: la guerra cognitiva del resto è indispensabile premessa di quella combattuta con le armi. A distanza di anni questi “centri di ricerca” spuntano come funghi: attualmente sono non meno di una dozzina, presenti all’interno di ventitré Università statunitensi, e sono dichiaratamente votati a prendere in esame le minacce (o presunte tali) provenienti dal territorio nazionale e da ogni altra area del Globo. Un’autentica ossessione per il terrorismo, quella del Governo Usa, che spende enormi quantità di capitale pubblico per progetti prevalentemente utili all’Intelligence e finalizzati alle guerre e a campagne di repressione preventiva. Il risultato concreto di questo assetto è innanzitutto il finanziamento di centinaia di progetti di ricerca dedicati all’attivismo politico, alla sua radicalizzazione e alle culture giudicate “conflittuali”. Altro aspetto della militarizzazione dell’istruzione negli Stati Uniti riguarda la formazione militare degli studenti. Esistono ben diciotto istituti di istruzione superiore dedicati alla formazione degli ufficiali militari, finanziati da privati e da fondi federali o statali, e il ROTC (Reserve Officers Training Corps) offre a studenti e studentesse universitari l’opportunità di conseguire un diploma di laurea mentre si preparano per un servizio militare o per servire come ufficiali, dopo la fine degli studi, al fine di completare il programma. Ebbene, il governo federale nega i finanziamenti alle Università che escludono il ROTC o impediscono ai militari di reclutare direttamente all’interno dei Campus. Infine sia detto che, nonostante il proliferare di progetti di ricerca a uso duale, dall’ordinamento universitario e dalle norme sindacali statunitensi non è contemplata la possibilità di obiezione di coscienza. Al contrario, qualora il lavoratore dovesse denunciare pubblicamente gli accordi tra atenei e imprese di guerra si troverebbe davanti a una aperta violazione degli obblighi propri del dipendente, riguardanti la riservatezza e la tutela dei dati aziendali, incorrendo anche nella violazione dei codici di comportamento e rischiando, pertanto, licenziamento e denunce civili, penali e financo erariali, qualora venisse ravvisato il danno di immagine. di Emiliano Gentili, Federico Giusti, Stefano Macera -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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