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Leonardo prosegue la penetrazione nella scuola pubblica con Mondadori, Rizzoli e Deascuola
Mesi orsono scrivevamo, fortemente preoccupati, a proposito di un’iniziativa organizzata da Leonardo – la nota azienda produttrice di armi – per gli studenti del Liceo Scientifico Newton, dell’I.T.I.S. G. Galilei, del Liceo Digitale Matteucci e dell’Istituto De Merode di Roma. La giornata aveva visto la partecipazione del Ministro Roccella, di Isabella Rauti (Sottosegretario alla Difesa), dell’On. Schifone, dell’AD di Leonardo Cingolani (ora, ex-AD) e del famoso divulgatore scientifico Alberto Angela ed era orientata a far comprendere ai giovani astanti l’importanza dello studio delle materie STEM a scuola.1 A nostro avviso, però, si trattava di una passerella volta a far introiettare nelle giovani menti lì presenti la possibilità e il “valore” di una carriera interna al settore industrial-militare: un’operazione di restyling, attraverso cui Leonardo tentava di “normalizzare” e magnificare il ruolo dell’industria bellica nella società, nel tentativo di farla apparire come volano di occupazione – e di un’occupazione di qualità e ben remunerata. Ebbene, apprendiamo con sconcerto che Leonardo ETS (Ente del Terzo Settore), assieme a HUB Scuola, la piattaforma per la didattica delle case editrici del Gruppo Mondadori, Mondadori Education, Rizzoli Education e D Scuola hanno siglato l’avvio di una collaborazione stabile nell’intento – a loro dire – «di stimolare negli studenti curiosità e sviluppare competenze fondamentali per affrontare le sfide del futuro».2 Il progetto comprenderà due serie di trenta video-lezioni online ciascuna, dedicate a tutti gli ordini di scuola (dalla primaria alla scuola secondaria di secondo grado) e tenute da attori, giornalisti ed esperti scientifici di Leonardo. Si tratta di un progetto che trova adeguata “copertura” istituzionale, essendo ricompresa nell’ambito delle iniziative prefigurate dalla legislazione italiana3 e dal PNRR;4 pertanto riteniamo di fondamentale importanza proseguire nel monitoraggio di quella che, a tutti gli effetti, non si configura come un’idea estemporanea e destinata a esaurirsi nel corso del prossimo anno scolastico, bensì come un primo passo per la penetrazione del complesso industrial-militare nell’istruzione pubblica. Ci attendiamo altresì la configurazione di nuovi percorsi di “eccellenza”, di stampo marcatamente meritocratico, che vadano in direzione di una sempre maggior differenziazione dell’offerta didattica di tutti gli ordini di scuola, al fine di creare poli didattici speciali per gli studenti più performanti – sul modello delle Università statunitensi – in cui le aziende, e in particolare quelle belliche, abbiano un ruolo centrale nella formazione dei ragazzi. L’ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si unisce alla denuncia di Scuola per la Palestina. Come lamentava Mario Draghi nel proprio, famigerato Rapporto, infatti, a differenza che nell’Unione Europea, negli USA «le risorse finanziarie sono altamente concentrate in alcune Università di ricerca di alto livello, che hanno la chiara missione di rimanere all’avanguardia nelle classifiche mondiali, con conseguente produzione di ricerca di grande impatto».5 Non vorremmo che i piani del Legislatore, già di per sé deprecabili e irrispettosi della grande tradizione umanistica dell’istruzione europea, fossero principalmente orientati al «rimanere all’avanguardia» della ricerca militare. Emiliano Gentili e Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Note 1. Science, Technology, Engineering and Mathematics ︎ 2. Gruppo Mondadori, Comunicato stampa: HUB Scuola e Fondazione Leonardo ETS insieme per diffondere la cultura STEM nelle scuole italiane, 6 Ottobre 2025, https://www.gruppomondadori.it/media/news-comunicati-stampa-e-social/2025/hub-scuola-e-fondazione-leonardo-ets-insieme-per-diffondere-la-cultura-stem-nelle-scuole-italiane. ︎ 3. Cfr. L. 197/2022, art. 1, cc. 552 e 553. ︎ 4. Missione 4, Componente 1, Investimento 3.1. Ma anche gli Investimenti numeri 1.4, 1.5 e 2.1. ︎ 5. M. Draghi, The future of European competitiveness, Part B: In-depth analysis and recommendations, pp. 247-248. ︎ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly
Iniziativa “I come Intelligence”: militarizzazione per giovani con servizi segreti
Siamo venuti a conoscenza, grazie a un gruppo di genitori e docenti di un progetto denominato “I come Intelligence”, trattasi di un percorso itinerante attraverso la nostra Penisola e rivolto agli studenti del primo biennio delle scuole superiori. L’iniziativa, leggiamo testualmente, «permetterà ai giovani di esplorare la storia, il linguaggio, i protagonisti e l’organizzazione dei Servizi Segreti italiani, oltre alle principali minacce del mondo contemporaneo»: https://www.sicurezzanazionale.gov.it/cosa-facciamo/scuola-dell-intelligence/iniziative-per-giovani-e-studenti/i-come-intelligence. Stiamo parlando dei servizi segreti italiani la cui finalità è sinteticamente riassunta con la salvaguardia gli interessi economici, politici, militari, industriali dell’Italia senza altro aggiungere sulle modalità e sugli strumenti utilizzati per raggiungere tale scopo. È bene prendere intanto visione della organizzazione che si è data l’Intelligence italiana ma non prima di qualche riflessione, prima tra tutte cogliere l’assoluta novità con una sorta di sdoganamento nell’opinione pubblica degli 007 attraverso una vera e propria campagna di reclutamento tra i giovani iniziata già anni or sono. Fino a pochi decenni fa anni fa i Servizi attingevano direttamente dall’Esercito e dalle Forze dell’ordine, poi hanno iniziato una sorta di silente reclutamento dalle università, dagli enti di ricerca e da imprese private di nicchia specie quelle dell’informatica e della cybersecurity previo un percorso interno di formazione, una scuola per aspitanti 007 di cui si sa poco o nulla come accade di solito ogni qual volta si parla di settori militari Già da tempo, per altro, sul sito http://www.sicurezzanazionale.gov viene indicato il percorso necessario per accedere alla carriera di agente segreto: «Vuoi sottoporre il tuo curriculum al Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica? Ritieni di possedere caratteristiche peculiari che potrebbero essere di eventuale interesse per l’intelligence nazionale? Se la risposta a queste domande è sì, puoi inviare la tua candidatura spontanea attraverso la nuova procedura online disponibile in questa sezione del sito». In tempi nei quali i giovani scendono in piazza contro il genocidio del popolo palestinese è indispensabile salvaguardare le immagini del “Bel Paese” con una campagna capillare nelle scuole per indirizzare alla carriera spionistica studenti e studentesse, ci avevano già provato, probabilmente con scarsi successi  2 anni or sono quando leggemmo vari articoli sulla stampa di un reclutamento avviato per dotare i Servizi di competenze nei campi tecnologico-informatico, linguistico, geopolitico ed economico-finanziario, allora era l’università il bacino di reclutamento mentre oggi la campagna “simpatia” è avviata fin dalle scuole superiori. A QUANDO L’INCLUSIONE DELLE SCUOLE ELEMENTARI E DELL’INFANZIA? Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Accordo tra Rheinmetall e Deutsche Telekom per uno “scudo di difesa” militare
Rheinmetall e Deutsche Telekom si uniscono per costruire uno “scudo di difesa” contro i droni e gli atti di sabotaggio, dicendo di farlo per salvaguardare le infrastrutture nazionali da probabili attacchi provenienti dalla Russia. Il Paese con cui la Germania intratteneva da decenni rapporti commerciali stretti, comprando petrolio e gas a prezzi contenuti, diventa in un batter d’occhio la nazione nemica dalla quale guardarsi e difendersi e anche per questo decine di notizie debitamente pettinate mettono in allarme l’opinione pubblica tedesca da pericoli oggettivi provenienti dall’Est – a cui magari imputare le non brillanti performances della economia renana. Le due aziende non sono nuove a progetti di tipo militare: fin dal 2017 la Telekom tedesca protegge infrastrutture critiche da droni non autorizzati, essendo dotata delle infrastrutture necessarie per la loro intercettazione, mentre, ad esempio, Rheinmetall lavora a un progetto simile per il Porto di Amburgo dal dicembre 2025. Del resto anche la notizia dell’accordo tra Rheinmetall e Deutsche Telekom non è nuova ma risale all’autunno scorso, come si evince direttamente dal sito della multinazionale di armi.[1] Tuttavia in questi giorni è stata ripresa dal documentato portale “Analisi difesa”[2] e la riteniamo meritevole della massima attenzione, poiché rappresenta un precedente che presto si presenterà anche in Italia (ricordiamoci di quando un paio di estati fa, proprio nel nostro Paese, i sistemi di arma israeliani sono stati utilizzati per prevenire registrazioni “pirata” di concerti rock). Da alcuni anni siamo davanti a un salto di qualità: tecnologie militari vengono presentate come indispensabili per la salvaguardia dell’economia e delle infrastrutture civili, dell’economia e dei posti di lavoro e, allo stesso tempo, tecnologie civili iniziano a servire direttamente e in maniera estesa il complesso militar-industriale. La vera notizia – e il motivo per cui abbiamo deciso di scriverci sopra –, difatti, è l’utilizzo della rete mobile per il sistema di controllo, ossia l’esistenza di una partnership strategica fra un’impresa civile e una specificamente militare, quale è per l’appunto Rheinmetall. Il fatto che aziende controllate dalle istituzioni (lo Stato tedesco detiene circa il 30% di Deutsche Telekom) siano parte attiva di progetti che un tempo afferivano al settore militare è un vero e proprio salto di qualità, che conferma come la tradizionale distinzione tra civile e militare sia ormai completamente saltata. Deutsche Telekom, difatti, lavora direttamente a un’operazione militare ricorrendo ai radiocomandi attraverso la radiofrequenza (RF), dal momento che i sensori RF saranno installati sulle torri della telefonia mobile. Uno dei primi risultati dell’economia di guerra, dunque, è che le infrastrutture civili vengano messe a disposizione dell’apparato bellico. In conclusione, l’evoluzione tecnologica è sempre più rapida e rende ininfluente ogni dubbio etico e morale sull’utilizzo delle innovazioni, che avanzando a una certa velocità impediscono anche al legislatore di riflettere a lungo sulle norme da applicare: l’Intelligenza Artificiale, difatti, riduce i tempi dei processi decisionali, ma ciò non equivale a una maggiore qualità delle scelte politiche, bensì alla prontezza operativa. E se il confine tra civile e militare è sempre più sottile diventa difficile cogliere la pericolosità di certi processi: la mancanza di chiarezza sull’utilizzo delle tecnologie dual-use (civili e militari allo stesso tempo) e sullo scopo reale della ricerca è un oggettivo ostacolo alla loro regolamentazione. La competizione sull’innovazione esistente fra i diversi Paesi, non per nulla, avviene all’insegna di chi applica le minori restrizioni legislative. A far quadrare il cerchio, come dicevamo, vi è la costante e reiterata motivazione della minaccia interna ed esterna, che impone segretezza, riservatezza delle informazioni, efficacia della azione preventiva e repressiva. Detto in altri termini: meno si sa e meglio è per la “nostra sicurezza” e perfino – a detta loro – per mantenere il nostro stile di vita. [1] Rheinmetall, Press Release: Rheinmetall and Telekom plan to develop a drone defence shield, 11th May 2026, https://www.rheinmetall.com/en/media/news-watch/news/2026/05/2026-05-11-rheinmetall-and-telekom-are-collaborating-on-drone-defence-in-the-civilian-sector. [2] Redazione Analisi Difesa, Rheinmetall e Deutsche Telekom svilupperanno uno scudo di difesa anti droni, 15 Maggio 2026, https://www.analisidifesa.it/2026/05/rheinmetall-e-deutsche-telekom-svilupperanno-uno-scudo-di-difesa-anti-droni/. Federico Giusti, Emiliano Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Pisa, 25 maggio, Assemblea pubblica: Università per la cittadinanza o per la guerra?
LUNEDÌ, 25 MAGGIO, ORE 17:30 PISA, CASA DELLO STUDENTE PACINOTTI, VIA FILIPPO BUONARROTI, 6 Si svolgerà lunedì, 25 maggio, alle ore 17:30 a Pisa, presso la casa dello studente Pacinotti, un’assemblea pubblica dal titolo “Università per i cittadini e le cittadine o per la guerra”? “Bernini dimettiti” è un cartello studentesco composito che nasce dalle lotte intraprese negli ultimi anni nell’ateneo di Pisa, lotte che hanno portato un elevato numero di studenti e studentesse a mobilitarsi a fianco del popolo palestinese per esigere dal rettorato politiche di non collaborazione con i responsabili del genocidio. Si tratta di un cartello di realtà che da tempo unisce istanze studentesche, come la tutela del diritto allo studio con rivendicazioni più ampie. Dopo la pubblicazione di numerosi documenti che attestano la collaborazione del mondo universitario e della ricerca con le industrie di armi è emersa la necessità di studenti e studentesse di un approfondimento con Federico Giusti dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La “Repubblica tecnologica” di Palantir: per una nuova società distopica, sempre in mano ai capitalisti
La “Repubblica Tecnologica” è il titolo di un documento strategico della Big Tech Palantir, pubblicato su X poche settimane orsono1, il cui fine è quello di sdoganare definitivamente l’idea che la società tecnologica sia edificabile soprattutto a partire dal settore militare. La narrazione, dal punto di vista economico, segue più o meno il copione canonico dei capitalisti contemporanei: la visione di una nuova era tecnologica che impone la padronanza e l’utilizzo massivo delle strumentazioni e tecnologie di ultima generazione, da cui dipenderà anche la crescita del paese. L’idea di fondo è semplice: dopo anni di processi innovativi che hanno rivoluzionato l’industria e la tecnologia, anche la Silicon Valley deve onorare un debito morale verso gli USA e da qui scaturisce quello che Palantir definisce «l’obbligo di partecipare alla difesa della nazione». Obbligo che l’azienda estenderebbe, esplicitamente, all’intera popolazione. «La Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell’affrontare la criminalità violenta. Molti politici negli Stati Uniti hanno sostanzialmente scrollato le spalle di fronte alla criminalità violenta, abbandonando qualsiasi serio tentativo di affrontare il problema o assumendosi qualsiasi rischio con i propri elettori o finanziatori nel proporre soluzioni e sperimentare in quello che dovrebbe essere un disperato tentativo di salvare vite umane». Si tratta, dunque, dell’idea che i monopoli capitalistici debbano estendere il proprio controllo sulla popolazione al di là dei poteri dello Stato, e indipendentemente da questo. In quest’ottica vanno letti i molteplici accordi che Palantir sta stringendo con le grandi aziende del settore militare, non ultimo quello con Anduril2. Questo accordo consentirà di sfruttare le tecnologie di Palantir per strutturare, etichettare e preparare i dati della difesa per l’implementazione dei sistemi di sicurezza nazionale, che sono votati non solo al monitoraggio delle minacce estere ma anche alla sorveglianza della popolazione statunitense. Nel documento di Palantir, infatti, si descrive un paese (gli USA) perennemente sotto minaccia a cui compete l’obbligo del riarmo e la efficacia di ogni tempestiva e puntuale operazione militare. Tutto quel che vada a rafforzare la supremazia tecnologica e militare USA è benvenuto in nome della sicurezza nazionale e non sono ammesse critiche o titubanze di sorta.  L’idea della nazione, e quindi del sorgere di una ideologia nazionalista nuova, trova corpo nell’efficienza dell’apparato tecnologico e militare, ragion per cui ciascun cittadino dovrà fare la propria parte affinché la guerra non sia demandata solo ai militari professionisti: «il servizio nazionale sia un dovere universale». Viene perciò prefigurata una società distopica nella quale saranno centrali il settore militare e quello tecnologico, e in cui ogni richiesta delle forze armate dovrà essere esaudita, diventando immediatamente un obiettivo di rilevanza strategica attorno al quale lavorare con adeguate risorse e strumenti – sia economici che politici e legislativi. Nel documento ci sono poi altri aspetti interessanti. Ricorderemo, ad esempio, la richiesta della destra statunitense di accrescere lo stipendio dei militari accordando loro anche forme di sanità e di welfare agevolate e ampliate rispetto ai comuni mortali… ebbene, questi principi li ritroviamo pienamente in Palantir, che pensa a una nuova centralità del pubblico – dove per “pubblico” si intenda non solo la tradizionale macchina militare ma anche la subordinazione a questa dei servizi civili ad essa piegati. Non si tratta, dunque, di un segnale di rinnovato statalismo, quanto piuttosto di un composito processo di militarizzazione della società. Complessivamente il messaggio lanciato da Palantir è tanto semplicistico da apparire rozzo: basta con messaggi complicati e con il politically correct. E basta pure con la tolleranza e l’accoglienza. La società da costruire ricorda un fortino assalito da nemici e da difendere ad ogni costo, per andare a costruire una nuova società nella quale l’IA e gli apparati militari dovranno farla da padrona. La “vecchia America” del New Deal è morta e sepolta e gli USA sarebbero addirittura in credito con il mondo per avere promosso una lunga era di pace – o, come è stata definita, «una pace straordinariamente lunga». Lo stesso riarmo di Germania e Giappone sarebbe stato ostacolato dal disarmo imposto all’indomani della Seconda guerra mondiale, durato troppo a lungo, che avrebbe leso gli interessi statunitensi e della stessa Europa. Non manca, infine, la mera esaltazione di Musk, visto come una sorta di cavaliere della nuova era nato per «contrastare la diffusa intolleranza verso la fede religiosa in certi ambienti. L’intolleranza dell’élite verso la fede religiosa è forse uno dei segnali più eloquenti del fatto che il suo progetto politico costituisca un movimento intellettuale meno aperto di quanto molti al suo interno vorrebbero far credere». Il manifesto di Palantir dichiara inoltre la necessità di un cambiamento radicale della stessa cultura sociale, con la democrazia e il pluralismo visti come un lusso del tutto inutile: «Dobbiamo resistere alla superficiale tentazione di un pluralismo vuoto e privo di sostanza. Noi, in America e più in generale in Occidente, negli ultimi cinquant’anni abbiamo resistito alla definizione di culture nazionali in nome dell’inclusività. Ma inclusione in cosa?». Sarà… ma è in nome dell’inclusività che Palantir, da ben tre anni, non versa un dollaro al fisco?3 Questa prefigurata tecnocrazia industrial-militare, dunque, rappresenta un’autentica minaccia alla libertà individuale e alla democrazia rappresentativa. Il fatto che una multinazionale possa esprimerla con un post sui social adatto al grande pubblico è un preoccupante indice delle capacità egemoniche di questa ideologia. Per ulteriori approfondimenti: https://grad-news.blogspot.com/2026/05/caffe-e-cornetto-il-manifesto-di.html Federico Giusti, Emiliano Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1 Cfr. R. Agrawi, «Palantir» e l’alleanza tra capitale monopolistico ed estrema destra, 1 maggio 2026, https://contropiano.org/interventi/2026/05/01/palantir-e-lalleanza-tra-capitale-monopolistico-ed-estrema-destra-0194557. 2 Cfr. Reuters, Palantir, Anduril sign partnership for AI training in defense, 6th December 2024, https://www.reuters.com/technology/artificial-intelligence/palantir-anduril-sign-partnership-ai-training-defense-2024-12-06/. 3 Cfr. A. Cesana, Sono le tasse il vero “Anticristo” di Palantir, che non versa un dollaro al fisco da tre anni, 18 marzo 2026, https://altreconomia.it/sono-le-tasse-il-vero-anticristo-di-palantir-che-non-versa-un-dollaro-al-fisco-da-tre-anni/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NL18326ANS. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Il Piano Mattei due anni dopo: dalla retorica al bagno di realtà
Il 13 e il 14 febbraio, ad Addis Abeba, s’è svolto il secondo vertice Italia-Africa, presentato dal Governo Meloni come “nuova tappa dell’impegno italiano volto a promuovere un partenariato politico ed economico strutturato con le Nazioni africane (…) secondo gli assi strategici del Piano Mattei”1. A distanza di due anni dal primo summit, svoltosi a Roma nel gennaio 2024, il governo ha continuato a indicare il suddetto piano come un’autentica svolta nella politica estera italiana. Perché capace di introdurre un nuovo modello nei rapporti con il continente africano, distinto da partenariati all’insegna della reciprocità. Certo, al principio di quest’anno il rapporto tra il governo di destra e parte del sistema mediatico nostrano ha iniziato a logorarsi: perciò, rispetto al passaggio in questione diverse testate hanno mantenuto una certa misura. Nel 2024 e nel 2025, invece, esse s’erano largamente appiattite sulle rappresentazioni ufficiali. Un atteggiamento intermedio aveva invece distinto alcuni dei circoli che cercano di influenzare la politica estera italiana. Lo attesta un position paper pubblicato nell’agosto 2024, e redatto dai think thank che compongono la “Comunità Italiana di Politica Estera”2. In esso non mancano le lusinghe, ma l’atteggiamento di fondo è quello di chi blandisce per veicolare meglio i suoi consigli. Avanzando persino qualche notazione critica, come quella riguardante la scelta dei nove paesi interessati dai progetti pilota. Invero, col tempo la lista degli Stati coinvolti è andata aumentando. Ma l’elenco dei paesi d’avvio rimane fortemente indicativo. Perché segnala un forte “sbilanciamento sul versante nord: 4 Paesi su 5 in Nord Africa, con la Libia come unica eccezione, mentre quelli subsahariani sono 5 su 49”3. Questa, per capirsi, era la lista iniziale: Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Costa d’Avorio, Repubblica del Congo, Mozambico, Kenya ed Etiopia. Da dove veniva una scelta siffatta? Tra le spiegazioni addotte dai già citati pensatoi ve n’è una particolarmente significativa, legata al fatto che “con la sola eccezione dell’Etiopia, in tutti questi Paesi opera ENI, a più riprese coinvolta in anni recenti nella promozione dei rapporti tra Italia e alcuni Paesi africani”4. Dunque, trattasi di un’ulteriore conferma del peso determinante, nella politica estera italiana, di questa multinazionale del settore energetico. La quale, del resto, rimane uno dei pochi colossi economici nostrani. Però, il fatto che l’Eni incida in questi termini può rappresentare una anomalia. Certo, anche in altri paesi capitalistici le multinazionali tentano di sospingere la politica estera in una determinata direzione. Ma, dato che spesso si tratta di una pluralità di soggetti, la dinamica che si determina risulta differente. I governi di riferimento non si limitano al ruolo di esecutori di volontà esterne, ma s’impegnano nel comporre in un unico disegno le istanze di vari soggetti economici. Qui, invece, pare che di entità imprenditoriali d’un certo peso ve ne sia una sola. Attenzione, però: quel che stiamo esplicitando viene più che altro accennato dai think thank, i quali confidano in una capacità di rado posseduta da chi sta in alto: quella di leggere tra le righe. Più schietta, nel criticare l’Esecutivo, è risultata una testata indipendente come il Post. Cui dobbiamo, nei giorni del primo vertice Italia-Africa, un articolo volto a esporre le non poche carenze del Piano in oggetto5. Piano che allora veniva indicato come disegno sganciato da qualsiasi logica predatoria e neocolonialista. Il governo cercava di evocare una radicale lontananza dalle modalità con cui la Francia ha sempre condotto il suo intervento in Africa. D’altra parte, negli ultimi anni il continente in questione ha visto una progressiva perdita di peso di Parigi lecui forze armate sono state espulse da diversi Stati dell’Africa Occidentale, desiderosi di allentare i rapporti con un partner a dir poco ingombrante. Dunque, era normale che l’esecutivo Meloni rivendicasse una filosofia diversa da quella che ha portato al declino dell’Eliseo. Senonché sotto questo profilo si è subito commesso un errore, che forse va oltre il galateo istituzionale. A sottolinearlo è stato Moussa Faki Mahmat, odierno Presidente della Commissione dell’Unione Africana. In occasione del primo vertice Italia-Africa egli ha precisato che sarebbe stato meglio consultare i paesi africani “prima che il Piano partisse”6. Poiché tale passaggio non s’è dato, le declamazioni italiane circa la ricerca di rapporti paritari sono risultate poco credibili. A detta di alcuni commentatori, tuttavia, su questo fronte si è recuperato qualche punto in seguito. Proprio perché tenuto “in Africa, alla vigilia del Vertice dell’Unione Africana”, il secondo summit relativo al Piano Mattei avrebbe mostrato “che almeno sul piano della forma l’Italia intende prendere sul serio il lessico del partenariato”7. PROMOZIONE DELLO SVILUPPO AFRICANO? Ma torniamo al vecchio contribuito de il Post, portatore di un’analisi del Piano tra le più severe. Tra i rilievi, il più incisivo rinvia alla scarsa organicità: al suo risolversi, cioè, in “singoli progetti di cooperazione e sviluppo che possono avere un certo impatto sull’economia di alcune aree, garantendo probabilmente buone ricadute sull’occupazione locale e sul progresso tecnologico di quelle aree”8. A dirla tutta, qualcosa si potrebbe eccepire pure in merito alle ricadute locali. Per dire: siamo sicuri che, in Africa, le imprese nostrane cerchino qualcosa di diverso dalla manodopera a basso costo? Da anni impegnate, in patria, nella diffusione del lavoro povero, è improbabile che superino questa logica in paesi in cui, si pensi in particolare all’Egitto e alla Tunisia9, lo sfruttamento incontra ben pochi limiti. Ora, qualcuno potrebbe richiamare al superamento della cultura del sospetto. Rimane il fatto che a porre problemi circa gli effetti del Piano, in termini sociali e di sviluppo, sono stati analisti di diverso orientamento. Per esempio, Giovanni Carbone lo ha inquadrato in una tendenza internazionale volta a superare i termini tradizionali della cooperazione allo sviluppo. Oggi, dalla centralità degli aiuti si sta passando a quella, pressoché assoluta, degli investimenti. I quali vengono presentati come autentici toccasana, in grado di avvantaggiare i capitalisti stranieri come le popolazioni locali. Viene però da osservare che è un errore “confondere investimento e sviluppo”10.Di norma, “gli investimenti tendono a concentrarsi dove il rischio è più contenuto, i rendimenti più prevedibili e le condizioni operative più favorevoli”11. Perciò, tra i rischi connessi al Piano Mattei, vi è quello di contribuire “più a una rinnovata stagione di estrazione esterna di risorse africane” che non” a “un effettivo rafforzamento delle economie locali”12. A detta di Carbone, per evitarlo “occorre insistere su filiere territoriali, formazione, trasferimento di competenze, capacità amministrative e istituzioni locali”13. Poiché condividiamo tali osservazioni, ci domandiamo: cosa si sta facendo, ad esempio, sui due terreni intrecciati della formazione e del trasferimento delle competenze? Si sta cercando di creare, in loco, un personale qualificato, in grado di misurarsi con l’evoluzione dei sistemi produttivi? Al riguardo i segnali sono ancora pochi. Per esempio, nel luglio del 2025 l’Italia e l’Algeria hanno firmato un “protocollo d’intesa per rafforzare la cooperazione nella formazione, nella ricerca e nell’innovazione in ambito agricolo e agroalimentare”14. All’interno di tale accordo, si “prevede la creazione di un polo d’eccellenza per la formazione professionale in ambito agricolo”, che “sarà dedicato alla memoria di Enrico Mattei”15. Ovviamente, per esprimersi su tale progetto occorrerà verificarne la concreta attuazione. Ma in ogni caso parliamo di un’esperienza isolata. Certo, leggendo le comunicazioni governative potrebbe sembrare che – su questo fronte – alcuni passi in avanti siano stati compiuti. Infatti, aprendo i lavori del secondo vertice Giorgia Meloni ha insistito sulla “valorizzazione del capitale umano fin dai primi anni di scuola”16. E in tale ottica ha annunciato il lancio “insieme alla Nigeria e in partenariato con la Global Partnership for Education” di una “campagna per raccogliere 5 miliardi di dollari e migliorare la qualità dell’istruzione per 750 milioni di bambini in oltre 91 nazioni”17. Al riguardo, si terrà un Vertice a Roma nel mese di giugno. Bene, si dirà. Ma intanto questo passaggio – rivolto anche a paesi non africani – si lega al Piano Mattei sino a un certo punto. In secondo luogo, parliamo d’una campagna volta a sollecitare i governi a porre mano, per così dire, al portafoglio. Probabilmente questa chiamata avrà successo, come altre legate alla Global Partnership for Education. E se più bambini andranno a scuola non si potrà che rallegrarsene: sul medio e lungo termine ciò può avere ricadute non indifferenti. Affinché vi siano effetti diretti sullo sviluppo economico, però, ci vogliono degli autentici progetti di formazione professionale, al momento più sbandierati che agiti. In ogni caso, l’annuncio meloniano – e il fatto che il vertice in oggetto si terrà in Italia – possono portare a un ritorno d’immagine per il Belpaese. UN EUROPEISMO DI NECESSITÀ Ma forse è il caso di tornare al già citato documento dei think thank di casa nostra. Che suggeriva anche di agganciarsi il più possibile all’Unione Europea e alle sue politiche di investimento in Africa. In primo luogo perché la dotazione finanziaria nostrana si attesta sui 5,5 miliardi: dunque, pur non essendo irrilevante, non basta a dare corpo alle velleità egemoniche di casa nostra. In seconda istanza perché in generale, negli ultimi decenni, il nostro paese ha perduto molto in termini di capacità di influenza. Perciò nel position paper poc’anzi menzionato si avanzava l’invito a “delineare i contorni e le modalità di un’effettiva connessione del Piano con le maggiori iniziative europee in questo ambito, in particolare il Global Gateway, essenziale per mobilitare investimenti su larga scala che rafforzino le economie africane”18. Già… il Global Gateway Africa – Europe Investment Package: delineato dalla Commissione Europea, questo appare di notevole consistenza. Perché va “a mobilitare fino a 150 miliardi di euro di investimenti nel continente africano”, perseguendo ufficialmente i seguenti obiettivi: “accelerare la transizione energetica e digitale, favorire una crescita sostenibile e l’occupazione, migliorare i sistemi sanitari, così come l’educazione”19. Non casualmente, questa rapida ed efficace descrizione si trova sul sito della Assolombarda e in particolare nel link relativo a un incontro svoltosi a Milano il 22 Giugno 2023. Tale passaggio, oltre a descrivere l’ambizioso piano, era volto anche a illustrare “le modalità con le quali le aziende italiane possono interagire con le istituzioni (europee e nazionali) per approfondire le proprie conoscenze sul Global Gateway for Africa”20. Allora il Piano Mattei non era che un vago proposito, ma già una parte del tessuto imprenditoriale nostrano guardava ai movimenti dell’Ue in un continente ricco di risorse. È dunque verosimile che a spingere verso un raccordo tra le ambizioni italiane e il progetto europeo siano stateanche le imprese, desiderose di crearsi nuove opportunità. Presto, infatti, il Governo ha manifestato la volontà di saldare il proprio progetto a quello europeo, nella non dichiarata consapevolezza dei limiti d’azione del nostro paese. Ad esempio, a fine marzo 2025 l’Italia e l’Ue hanno organizzato assieme un evento di alto profilo tecnico, che “ha riunito oltre 400 partecipanti, tra cui alti funzionari del governo italiano, dell’UE, delle nazioni africane, degli Stati Uniti, leader del settore privato e rappresentanti di organizzazioni internazionali”21. Nel relativo comunicato stampa, il Piano Mattei e il Global Gateway vengono definiti “complementari”. Tale rinnovata spinta europeista, dettata soprattutto dalle necessità, ha già portato con sé qualche vantaggio. Ad esempio, il coinvolgimento nostrano in un “progetto infrastrutturale che collega il cuore minerario dello Zambia e del Katanga (RDC) all’Atlantico angolano”22: il corridoio di Lobito. Che interessa aree ove si concentrano risorse a dir poco decisive negli odierni processi produttivi: litio, manganese, rame, cobalto. Certo, qui affiora una delle caratteristiche di fondo del Piano Mattei. Tutt’altro che definito in ogni sua linea, esso appare come un contenitore che – volta per volta – si riempie di nuovi contenuti. Tra questi, possiamo appunto annoverare la possibilità di partecipare alla realizzazione del suddetto “corridoio”, investendo 320 milioni. In merito, da un’intervista all’ex viceministro Mario Giro, emerge che il 27 Marzo del 2025 si è dato un passaggio importante. Una riunione “organizzata dalla Struttura di Missione del Piano Mattei in collaborazione con il Global Gateway dell’Unione Europea, alla quale hanno partecipato grandi imprenditori italiani – come We Build-Salini, Ghella o ENI – con esponenti del mondo africano, fra cui i ministri di Zambia, Tanzania e Angola e il capo di Gabinetto del Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo”23. L’INSODDISFAZIONE DELLE PMI Chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno può sempre parlare di un piano flessibile, che consente di intercettare al volo tutte le occasioni. Peraltro, in virtù di un meccanismo un po’ più oliato, oggi il Piano sembra espandere la sua area d’azione. Nell’ultima riunione della cabina di Regia se n’è celebrata la “logica incrementale”, tale da portare “a diciotto il numero complessivo di Nazioni coinvolte nei progetti”24. Invero, andrebbe verificato quanto sia passato dall’idea alla piena realizzazione. Perché, soprattutto nelle prime fasi, il Piano Mattei s’è distinto per la lentezza esecutiva. In un contributo pubblicato a luglio 2025 sulla testata ecologista Greenreport, Nicola Baggio ha citato la prima relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei, inviata alla Camera nel novembre del 2024. In essa si riferiva di appena ventuno progetti attivi, alcuni dei quali rientranti nella categoria dei “Memorandum of Understanding”, ovvero accordi meramente indicativi e non progetti attuativi”25. Invero, nella trattazione di Baggio vi è un elemento ancor più interessante, concernente il punto di vista delle piccole e medie imprese: queste, oltre ad avere un particolare rilievo nel tessuto economico italiano, sono spesso portatrici di interessi diversi da quelli delle multinazionali. In particolare, egli riferisce d’un incontro con un funzionario della Cassa Depositi e Prestiti, a cui ha chiesto delucidazioni circa il mancato coinvolgimento – nel Piano – dei soggetti economici meno grandi. Rispondendogli, l’interlocutore ha precisato la destinazione dei Fondi a quei progetti che “cubano almeno 20 milioni, meglio 50 milioni di euro”26. Facile osservare, di converso, che “queste taglie di investimento sono del tutto fuori scala per le iniziative delle numerosissime imprese italiane che lavorano in Africa in tutti i settori, dall’industria all’agricoltura, dal turismo al commercio”27. A detta di Baggio, per invertire la rotta vanno sostenuti progetti “di investimento dai 100mila ai 5 milioni di euro”, perché questa “è la fascia tipica e ragionevole degli investimenti del tessuto industriale in Africa”28. Invero, non era facile definire un progetto capace di mettere assieme le imprese più grandi e quelle più piccole, le realtà economiche ad alto tasso tecnologico e quelle meno innovative. Però, come si accennava prima, l’ancoraggio al progetto europeo denominato Global Gateway, oltre che dai think thank, è stato verosimilmente determinato dal mondo imprenditoriale nostrano, inteso nella sua globalità. Di fatto, però, una parte di esso è rimasto a mani vuote. E non vi sono garanzie che, in un prossimo futuro, diventi partecipe dei giochi. Perché in un contesto come quello africano – segnato come non mai dalla competizione tra le potenze capitalistiche – risulta difficile seguire le indicazioni di Baggio. Se si dovessero sostenere tutte le Pmi, operanti su scala ridotta e in mille rivoli, dal poco organico di oggi si passerebbe a un’ingestibile frammentazione. Insomma, ancora una volta il problema coincide con la struttura stessa del capitalismo italiano, a partire da quella segmentazione del tessuto imprenditoriale che non ha riscontri tra le maggiori economie del pianeta. Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera 1 Piano Mattei, l’Italia lancia il secondo Vertice Italia-Africa in Etiopia il 13 febbraio, in https://www.governo.it/it/articolo/piano-mattei-l-italia-lancia-il-secondo-vertice-italia-africa-etiopia-il-13-febbraio/30948. 2 Si tratta di ISPI, Aspen, Cespi, ECFR e IAI. 3  Il Piano Mattei: rilanciare l’Africa Policy dell’Italia, in https://www.esteri.it,  ISPI_FPC-Piano-Mattei. 4 Ibidem. 5 Ambizioni e limiti del piano del governo italiano per l’Africa, «il Post», 30 gennaio 2024. 6 Ibidem. 7 G. Carbone, Piano Mattei: tappa etiope, prova di realtà, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/piano-mattei-tappa-etiope-prova-di-realta-234771, 9 aprile 2026. 8 Ambizioni e limiti del piano del governo italiana per l’Africa, cit. 9 Diritti dei lavoratori: in Africa maglia nera a Egitto, Tunisia, eSwatini, in africarivista.it, 13 giugno 2024. 10 G. Carbone, op. cit. 11 Ibidem. 12 Ibidem. 13 Ibidem. 14 Piano Mattei, Italia e Algeria firmano il protocollo per la formazione di un polo d’eccellenza per la formazione professionale in agricoltura, 23 Luglio 2025, https://www.governo.it/it/articolo/piano-mattei-italia-e-algeria-firmano-il-protocollo-la-creazione-di-un-polo-deccellenza-la. 15 Ibidem. 16 Italia-Africa: Meloni, a giugno vertice con Nigeria su piano 5mld per istruzione, 13 febbraio 2026, https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_13.02.2026_17.20_492. 17 Ibidem. 18  Il Piano Mattei: rilanciare l’Africa Policy dell’Italia, op. cit. 19 Global Gateway Africa: il piano di investimenti europeo per il continente, 22 giugno 2023, in https://www.assolombarda.it/servizi/internazionalizzazione/informazioni/global-gateway-africa-uno-sguardo-approfondito-al-piano-di-investimenti-europeo-milano-22-giugno-ore-10.30. 20 Ibidem. 21 Piano Mattei, evento di alto livello tecnico Italia-Ue per rafforzare la cooperazione con l’Africa, 27 marzo 2025, https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-congiunto-italia-ue-piano-mattei-evento-di-alto-livello-tecnico-italia-ue. 22 R. Forcellino, Il Corridoio di Lobito: un’occasione strategica per l’Europa (e l’Italia) nel nuovo scacchiere africano, 20 maggio 2025, in https://www.geopolitica.info/europa-africa/. 23 R. Missaglia e B. Tintori, Intervista a Mario Giro: il Piano Mattei nel 2025, 14 aprile 2025, in https://www.geopolitica.info/piano-mattei/. 24 Piano Mattei per l’Africa, riunione cabina di regia a Palazzo Chigi, 10 marzo 2026, https://www.governo.it/it/articolo/quinta-riunione-della-cabina-di-regia-del-piano-mattei-l-africa/31310. 25 N. Baggio, Perché il Piano Mattei non decolla? Ecco cosa ne pensano le Pmi italiane in Africa, 10 luglio 2025, greenreport.it. 26 Ibidem. 27 Ibidem. 28 Ibidem. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Piano inclinato verso le guerre permanenti
di Mario Sommella (*) L’ECONOMIA DELLA GUERRA: COME IL RIARMO STA RISCRIVENDO LA DEMOCRAZIA E APRENDO LA STRADA AL NUOVO AUTORITARISMO C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm
L’uscita di scena di Cingolani: quali ragioni dietro il cambio di vertice in Leonardo SpA
Per decisione assunta dal governo Meloni, Roberto Cingolani ha lasciato Leonardo SpA dopo la mancata riconferma alla guida del gruppo. Sotto la guida di Cingolani Leonardo SpA ha ottenuto importanti risultati economico-finanziari e un’esponenziale crescita del titolo azionario (fatto, in realtà, comune a tutte le principali aziende produttrici di armi), con rilevanti dividendi per gli azionisti. Sulla sostituzione di Cingolani con Lorenzo Mariani si è detto e scritto molto. L’ipotesi più gettonata è quella di una forte pressione da parte di Israele e USA, che mal vedono la nascita dello scudo antimissilistico europeo denominato Michelangelo Dome,1 avente Leonardo come capofila dell’iniziativa: un prodotto concorrenziale, almeno in prospettiva, che potrebbe riscuotere successo e sottrarre porzioni di mercato ad analoghi prodotti made in USA e Israele. Al posto di Cingolani arriva un esperto proveniente dall’impresa missilistica Mbda Italia. Il nuovo amministratore delegato di Leonardo SpA potrebbe cambiare l’intera squadra alla guida del gruppo e non per nulla viene dato per vicino alla maggioranza di destra. Secondo la stampa, la scelta sarebbe stata dettata dalla ricerca di un amministratore del settore politicamente amico e meno vicino agli ambienti del complesso industrial-finanziario bellico europeo. Ma non siamo davanti solo a un valzer di nomine e poltrone, di sostituzione di alcuni manager con altri e di probabili scelte premiali per fedeltà politica con i partiti di governo: si tratterebbe, infatti, di una scelta che va incontro ai desiderata di USA e Israele. Sul finire del 2025 Cingolani aveva definito Michelangelo Dome «il più grande programma di integrazione mai realizzato nell’industria della difesa». Parliamo di una piattaforma complessa che fa lavorare insieme diversi sistemi di difesa aerea (sensori di terra, arei, spaziali e navali, per intenderci) e che fa ampio utilizzo della Intelligenza Artificiale. Da come è stato presentato, Michelangelo Dome è un progetto di difesa che in pochissimi anni potrebbe assicurare all’UE il suo “scudo” ideato e prodotto da aziende comunitarie. Non è casuale che da anni si parli di un progetto di questo tipo: nel 2022 la Germania lanciava Sky Shield con l’idea di costruire un prodotto tramite le proprie aziende, ma Italia, Polonia e Francia non accolsero l’invito, iniziando contestualmente a lavorare a un progetto tutto loro, da cui poi sarebbe scaturito Michelangelo Dome – la cui operabilità viene prevista per il 2030. Un sistema di difesa comune europeo, dicevamo, sarebbe nefasto per i fornitori statunitensi o israeliani e pertanto il sostegno accordato da Crosetto a Cingolani va visto entro un possibile scontro interno tra le varie anime della maggioranza. In questi giorni – ricchi di ipotesi, congetture e dichiarazioni a mezza bocca –, difatti, è stato raccontato di discussioni in seno alla compagine governativa attorno alle scelte da operare per accrescere la produzione militare. Gli accordi di Leonardo SpA con i francesi di Airbus e Thales e il lavoro sui droni “affidato” ai turchi di Baykar (che hanno acquistato parte della Piaggio) potrebbero avere scontentato i potenti alleati esteri, nonché esponenti di punta dei partiti di maggioranza legati a doppio filo agli USA e a Israele. Se invece le spiegazioni del cambio di vertice fossero dettate da ragioni tecniche o di natura industriale, qualcuno dovrebbe spiegarci quali siano le contestazioni mosse a Cingolani, visto l’alto indice di gradimento degli azionisti di Leonardo SpA. Del resto l’era Cingolani si è chiusa con ricavi mai visti: solo tra il 2022 e il 2025 i ricavi consolidati di Leonardo SpA sono aumentati da 14,7 a 19,5 miliardi di euro, gli ordini annui da 17,3 a 23,8 miliardi, il dividendo da 14 a 63 centesimi per azione e, infine, in tre anni le azioni del gruppo sono cresciute di quasi il 400% – in linea con un altro colosso militare, la tedesca Rheinmetall. Per non parlare dell’aumento della produzione (Leonardo SpA è attualmente il dodicesimo produttore mondiale di armi, avendo scavalcato importanti consorzi e aziende) e delle molteplici joint-venture realizzate, ad esempio quella con Rheinmetall per la produzione di veicoli corazzati e carri armati per l’Esercito italiano. Tra le spiegazioni possibili del cambio di vertice, dunque, potrebbe anche esserci una scelta nel merito della costruzione di alleanze con alcune aziende al posto di altre. Con la fine dell’era Cingolani la borghesia italiana deve chiedersi cosa intende fare del progetto di scudo spaziale, sapendo che intanto la Germania sta lavorando a un suo progetto da oltre cinque anni insieme a Israele, con l’adesione di ben ventiquattro paesi europei. Solo Italia e Francia sono rimaste fuori, avendo puntato sullo scudo comunitario. Forse tanta indipendenza, da parte dei capitalisti nostrani, non è ammissibile in un governo che fin dalla sua nascita appare allineato, anzi “alleato servile”, degli USA e di Israele. E sono proprio gli interessi di questi due paesi a rappresentare l’incognita principale per il polo industrial-militare europeo. Se la cacciata di Cingolani fosse un’operazione di riposizionamento strategico di tipo geopolitico, allora l’Italia sarebbe il cavallo di Troia nella UE per conto degli USA. 1 E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Michelangelo Dome: lo scudo missilistico con cui Leonardo avvolgerà l’Europa, 20 marzo 2026, https://cub.it/michelangelo-dome-lo-scudo-missilistico-con-cui-leonardo-avvolgera-leuropa/. Federico Giusti, Emiliano Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
AGILE: il nuovo programma europeo per il finanziamento militare
Attraverso un comunicato stampa del 25 marzo scorso la Commissione Europea ha annunciato, con toni piuttosto trionfalistici, la nascita del nuovo programma di investimenti nel settore militare. Denominato AGILE (Accelerating Groundbreaking Innovation for Defence in Europe), lo strumento mira ad accelerare i cicli di innovazione dei prodotti e delle tecnologie emergenti per la difesa sviluppati dalle piccole e medie imprese nell’Unione Europea, nonché a facilitarne l’adozione da parte delle Forze Armate dei vari paesi membri. Con una durata che va dall’inizio alla fine del 2027, AGILE comporta l’immissione di ulteriori 115 milioni di euro nel settore militare, che vanno ad aggiungersi ai molti altri finanziamenti comunitari stanziati tramite il programma EUDIS (EU Defense Innovation Scheme) – rivolti sempre principalmente alle PMI –, facente parte del più vasto Fondo Europeo per la Difesa (FED). Quest’ultimo, per il periodo 2021-2027, mobilita complessivamente ben 7,3 miliardi. Oltre ai paesi facenti parte dell’UE e a quelli membri dell’Associazione europea di libero scambio, AGILE sarà aperto all’Ucraina1. Nell’ambito delle operazioni di aggiudicazione di fondi AGILE per un progetto di ricerca e sviluppo militare, inoltre, saranno ammissibili proposte gestite «direttamente o indirettamente» da organizzazioni internazionali2 – tra le quali va annoverata d’ufficio la NATO. Per quanto AGILE vieti l’assegnazione di fondi per «lo sviluppo di prodotti e tecnologie il cui utilizzo, sviluppo o produzione sono vietati dal diritto internazionale applicabile»3 (ad esempio specifici tipi di bombe), l’ambito di applicazione del programma è piuttosto onnicomprensivo e, oltre ad ammettere tutte le tecnologie dual-use (ossia a possibile uso sia civile che militare), riguarda sicuramente i settori de «l’intelligenza artificiale, la computazione quantistica, la robotica, la sicurezza informatica e lo spazio»4. I molteplici riferimenti al Regolamento europeo per l’energia atomica (Euratom) contenuti nel testo di legge, infine, lasciano supporre che siano ammissibili al finanziamento da parte di AGILE anche progetti di ricerca e sviluppo aventi per oggetto la sicurezza del sistema nucleare di approvvigionamento energetico. È fortemente preoccupante che il programma preveda di facilitare l’adozione delle nuove tecnologie militari da parte degli eserciti anche per mezzo di «test e dimostrazioni sul campo»5 di battaglia, oltre che nelle «strutture di prova e sperimentazione dell’UE».6 La precedente giurisprudenza europea, fra l’altro, consente la sospensione delle norme regolatorie per la sperimentazione delle nuove tecnologie a Intelligenza Artificiale dual-use7e non regola la sperimentazione di quelle prettamente a uso bellico.8 AGILE, infine, prevede la predisposizione di un «programma di lavoro» che corrisponde alla pianificazione annuale dei progetti bellici da finanziare con i 115 milioni di euro previsti. Tale programma è disciplinato dal Regolamento Euratom9, in base al quale normalmente i progetti a finalità esclusivamente militare non riescono ad accedere al finanziamento. Pertanto la relazione tra AGILE ed Euratom potrebbe rischiare di facilitare, dal punto di vista giurisprudenziale, un’interpretazione meno regolatoria e limitativa del Regolamento, con tutto ciò che ne potrà conseguire in futuro. In conclusione, la base economica di AGILE è costituita da: – la necessità di fronteggiare la riduzione temporale dei cicli d’innovazione delle nuove tecnologie e armamenti nel settore della difesa (ci vuole sempre meno tempo per sviluppare nuove armi o nuovi sistemi d’arma); – l’urgenza di trattenere in Europa le start-up che creano innovazione ma che poi tendono a fuggire all’estero (ad esempio negli USA) per le operazioni di sviluppo e, soprattutto, commercializzazione, per i maggiori costi economici che dovrebbero affrontare nel territorio europeo. 1 2026/0078 (COD), art. 7, c. 1, lett. “b”. 2 2026/0078 (COD), art. 9, c. 2, lett. “c”. 3 2026/0078 (COD), art. 9, c. 9, lett. “b”. 4 2026/0078 (COD), (3), p. 9. 5 2026/0078 (COD), art. 10, c. 1, lett. “b”. 6 2026/0078 (COD), art. 10, c. 3. 7 2021/0106 (COD) (ITA), p. 9 (Artificial Intelligence Act). 8 2021/0106 (COD), art. 2, c. 3 (Artificial Intelligence Act). 9 UE 2024/2509, art. 110, c. 2. Emiliano Gentili, Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Contraddizioni finanziarie nella Chiesa: un’analisi critica degli investimenti dello IOR
Se solo pochi giorni fa rilanciavamo l’appello della CEI contro la speculazione finanziaria a favore delle imprese di armi Lavoro e Pace: l’appello della CEI contro la militarizzazione, oggi riprendiamo invece un articolo di Alessandro Volpi Ior e indici cattolici: nei portafogli spuntano Big Tech e fondi globali assai critico verso le scelte assunte dalla banca vaticana, l’Istituto per le opere religiose (IOR), da cui provengono consigli di investimento finanziario indirizzati al mondo cattolico. E sono proprio le società consigliate per gli investimenti (che dallo IOR passano a decine di istituzioni ed enti religiosi per arrivare a milioni di cattolici in ogni area del Globo) che hanno spinto Volpi a una inchiesta pubblicata dal periodico Valori.  È il caso di  Morningstar, i cui principali azionisti sono le Big Three BlackRock, Vanguard, T. Rowe Price e Baron Capital Management. Sul sito di Morningastar, oltre ad analisi sulla situazione internazionale e sugli effetti della guerra sui mercati troviamo anche alcuni interessati consigli di investimento con 500 fondi selezionati e offerti agli investitori: Borsa, Quotazioni Azioni, Fondi, ETF, Fondi Pensione | Morningstar. Tra le varie società consigliate da IOR troviamo anche multinazionali, titoli che investono direttamente in armi in antitesi a tanti messaggi che arrivano dalla CEI o dal Vaticano. Siamo davanti a un Giano bifronte che un giorno parla contro il Riarmo e l’indomani offre interessati consigli finanziari a beneficio dei produttori di morte? Si aprono problemi rilevanti di natura etica, tali da chiedersi se oltre al messaggio evangelico di pace non ci sia anche una pratica finanziaria che va in direzione diametralmente opposta da parte di qualche settore finanziario legato alla Chiesa. Il problema è annoso, si ripropone periodicamente, ma è stato sviscerato fin dagli anni sessanta del secolo scorso, a seguito del Concilio Vaticano II. Può essere utile fare riferimento all’opera MENSURAM BONAM (MB), che collega Vangelo e Dottrina Sociale Cattolica (DSC) al mondo dell’economia e della finanza con una serie di buoni precetti perché il cattolico operi coerentemente con il messaggio evangelico: mb_ita_final_14_11_22_ed+. Lo studio di Volpi porta alla luce il fatto che tra i beneficiari degli investimenti proposti dallo IOR troviamo titoli di aziende impegnate nella produzione di sistemi di guerra, nella speculazione sui metalli rari, nello sfruttamento dei riders e di altri lavoratori e lavoratrici anche attraverso un intricato sistema di investimenti diretti e indiretti. Il semplice investitore non ha contezza di dove stia mettendo i propri risparmi; se lo sapesse, allora capirebbe che i buoni precetti etici e morali vengono letteralmente contraddetti per disegni speculativi.  Volpi va ancora avanti nella sua disamina indicando nei membri del Consiglio di sovrintendenza dello IOR la presenza di importanti esponenti della finanza con incarichi precedenti in rilevanti multinazionali che da sempre investono in armi: «Jean-Baptiste de Franssu che, prima del suo incarico in Vaticano, è stato Ceo di Invesco Europe, società dove i principali azionisti sono BlackRock, Vanguard e State Street. Poi c’è Elizabeth McCaul, con un passato nella società di consulenza Promontory Financial Group (di proprietà di Ibm), specializzata in compliance e gestione del rischio. Javier Marín Romano è già stato Ceo del Gruppo Santander, mentre Scott C. Malpas per oltre trent’anni è stato il chief investment officer dell’Università di Notre Dame negli Stati Uniti, dove ha gestito uno dei fondi di dotazione più performanti al mondo». Tra i grandi clienti della Banca Vaticana poi troviamo grandi immobiliaristi che operano non proprio in sintonia con il messaggio evangelico, una buona parte del patrimonio IOR è affidato a Vanguard e Blackrock i cui investimenti non sono certo rivolti ad opere pie. Ora qualche domanda sorge spontanea: la CEI è al corrente di questi fatti documentati dal periodico Valori e come intende relazionarsi allo IOR? Di questo il mondo cattolico deve prendere atto e visione, chiedendo conto a chi di dovere della incoerenza tra il messaggio di pace e le spregiudicate operazioni della Finanza cattolica. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente