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Torino, da città dell’auto a polo del nuovo caccia da guerra
Da indotto dell’automobile a cittadella della guerra. Dopo decenni di desertificazione industriale, Torino spera nel rilancio giocando ogni carta sulla produzione di guerra. Grandissime aree su cui sorgevano stabilimenti industriali sono state abbandonate per decenni e la crisi della Fiat ha determinato la rapida decadenza dell’indotto e dei servizi collegati al complesso metalmeccanico, un’autentica desertificazione industriale con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. La fabbrica fordista ha lasciato spazio per pochi anni alla fabbrica Toyota. Pochi lustri prima della decadenza industriale, per ogni tre posti di lavoro perduti il complesso militare ne offre a dire tanto uno. La riconversione dell’industria a fini militari sarà forse conveniente per la finanza e la speculazione, ma a fini occupazionali e industriali presenta risultati a dir poco deludenti. È di pochi giorni fa la nascita del primo sito internazionale del Global Combat Air Programme (GCAP) con la produzione del caccia di nuova generazione, doppione di altri aerei da guerra, che nasce dalla collaborazione di tre Paesi, Italia, Giappone e Regno Unito, riuniti nella joint venture Edgewing, a sua volta partecipata, con pari divisione delle quote azionarie, da Leonardo, BAE Systems, e Japan Aircraft Industrial Enhancement Co. Ltd. (JAIEC). Leggiamo testualmente dalla dichiarazione di un alto dirigente di Leonardo che «Il GCAP è uno dei programmi più sfidanti e all’avanguardia dell’intero settore dell’aerospazio, difesa e sicurezza, in grado di preservare sovranità tecnologica per le generazioni future. Il GCAP guiderà lo sviluppo tecnologico e la crescita a lungo termine delle economie dei Paesi coinvolti, creando posti di lavoro altamente qualificati e sostenendo gli ecosistemi produttivi lungo l’intera filiera. Attraverso il GCAP, stiamo garantendo un futuro più sicuro e prospero per l’Italia, così come per i nostri alleati, Giappone e Regno Unito» (clicca qui per le informazioni). Quando parliamo di riconversione dell’industria civile a fini militari intendiamo molti dei processi trasformativi delle imprese, il riutilizzo di aree dismesse destinate a nuove imprese, join venture appositamente costruite per fare impulso alla produzione di guerra e allo sviluppo di tecnologie duali. E Torino non è scelta a caso, ha una importante università, laboratori e centri di ricerca all’avanguardia, un sistema rodato che mette insieme strutture pubbliche e private, è il territorio adatto allo sviluppo della produzione di guerra, a sistemi di arma come l’aereo di ultima generazione che mette insieme il digitale con la IA, la meccanica con la ricerca, la robotica con l’informatica, l’elettronica con il mondo cyber. La realizzazione di questo nuovo caccia sarà propedeutica per lo sviluppo di nuove cittadelle della guerra, per il salto di qualità tecnologico a lungo ricercato, il progetto di un nuovo caccia presenta poi risorse tali da mettere insieme le principali aziende di armi italiane con il loro indotto, le filiere al completo, i centri di ricerca e le start up, piccole e medie aziende. Non sarà impresa facile mettere d’accordo le aziende dei vari Paesi coinvolti, ma da quanto sappiamo hanno già creato un’organizzazione nella quale incanalare i contributi delle industrie nazionali. Siamo davanti alla realizzazione degli intenti comunitari ossia una industria europea capace di superare gli egoismi nazionali. Ad oggi siamo già nella fase operativa a tre anni dall’avvio del progetto la cui realizzazione è prevista nel 2035 con il sistema aereo di nuova generazione. La scelta di Torino, come dicevamo sopra, non è casuale, è una città industriale sui cui territorio operano centri di ricerca, aziende aeronautiche all’avanguardia. Quanto ai numeri di Leonardo, scordiamoci che possa nascere una nuova Fiat, ad oggi abbiamo poco più di 5.000 addetti alle sue dipendenze che diventano in tutta la Regione circa 14mila se consideriamo l’intero sistema che ruota attorno al bacino militare, spesso con maestranze impegnate in produzioni duali. Numeri deludenti che poi corrispondono a qualche reparto della vecchia Fiat. Chi pensava che la produzione di guerra facesse da volano alla occupazione presto dovrà ricredersi. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Dal 13 al 20 ottobre esercitazione nucleare NATO Steadfast Noon in Italia
L’esercitazione Nato Steadfast Noon si terrà in Italia, trattasi di esercitazione nucleare, a spiegarlo il responsabile della politica nucleare della Nato nel corso di una conferenza stampa di cui riporta notizia l’ANSA. Nell’esercitazione che comincia oggi 13 ottobre, stando ai racconti diffusi a mezzi stampa, non saranno impiegate armi nucleari vere e proprie, trattandosi di simulazioni per testare la capacità di resistenza, resilienza (altro termine abusato e dai significati sempre più sinistri) e di risposta degli eserciti Nato. Più chiaro nei propositi il Ministero della Difesa italiano, Guido Crosetto, che parla esplicitamente di «testare la capacità di risposta rapida dell’Alleanza Atlantica» annunciando «la più grande esercitazione Nato dell’anno, che dimostra la capacità dell’Alleanza di dispiegare e integrare rapidamente le forze, rafforzando la presenza e la prontezza operativa nell’Europa centrale». Ancora una volta siamo davanti all’utilizzo delle esercitazioni militari in funzione anti-russa e anti-cinese, esercitazioni solitamente utilizzate come velata minaccia per mostrare il potenziale degli eserciti UE e NATO e saggiare la capacità di risposta, la cosiddetta prontezza di crosettiana memoria. Oltre dieci mila militari provenienti da 13 Paesi Alleati hanno preso parte alle attività addestrative. In primo piano l’Italia, che ha assunto il Comando della Forza di Reazione Rapida della NATO e della componente terrestre dell’Esercitazione. Leggiamo testualmente «Lo sforzo logistico ha consentito la movimentazione di circa 6.000 metri lineari di materiali, mezzi e attrezzature, in condizioni meteorologiche particolarmente impegnative, segnate da nevicate lungo le principali direttrici terrestri e aeree, e da onde fino a 12 metri sull’Oceano Atlantico». Non è casuale la scelta dell’Italia per questa esercitazione in grande stile che inizierà il prossimo 13 Ottobre. La scelta ricade per la settima volta sul nostro paese sempre in nome della deterrenza. E ormai non si fa mistero della stretta connessione tra forza militare e forza politica: la dimensione nucleare dell’addestramento infatti, esplicitamente richiamata dalla Nato, si inserisce nel più ampio sistema di consultazione politica, pianificazione militare e condivisione degli oneri tra gli Alleati. La responsabile della politica nucleare dell’Alleanza, Nassima Barrows, ha sottolineato il carattere ordinario dell’attività, precisando che non è diretta contro alcun Paese (clicca qui). Nel frattempo la Cub di Pisa ha scritto al Prefetto di Pisa per chiedere se siano state adottati piani di sicurezza a livello locale seguendo le indicazioni dell’appello lanciato da qualche settimana su Peacelink.it e ponendo pubblicamente alcune domande: * quali sono i piani di protezione civile in caso di guerra nucleare; * se e come sono stati considerati scenari di uso di un’arma tattica e di escalation, anche alla luce delle simulazioni dell’Università di Princeton; * l’accesso al piano di protezione civile e al piano di soccorso sanitario; * quali sono le procedure di allerta, evacuazione, ricovero, decontaminazione e assistenza sanitaria; * cosa è previsto per gli impianti a rischio di incidente rilevante (se ci sono scenari di simulazione e previsione dei danni rilevanti in caso di guerra convenzionale o nucleare). Non facciamo passare sotto silenzio l’ennesima operazione di guerra simulata che attraversa i nostri territori. F-16 statunitense decolla da una delle basi del Nord Italia il 13 ottobre 2023, per una delle precedenti esercitazioni nucleari NATO. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Spilimbergo (Pordenone): polizia, carabinieri e Leonardo S.p.A. insieme all’I.I.S. “Il Tagliamento”
I tentativi di forze dell’ordine, forze armate e industria bellica di penetrare nella scuola pubblica sono sempre più evidenti e, come nostro solito, la seguiamo e commentiamo con dovizia di particolari. Oggi denunciamo l’iniziativa di plurimilitarizzazione di sabato 3 Ottobre, organizzata presso l’Istituto d’Istruzione Superiore “Il Tagliamento” di Spilimbergo e denominata “Technology Day 2”. Partiamo da questa locandina da brividi: C’è “tutto”. I primi tre ingredienti sono a dir poco evidenti: forze dell’ordine, forze armate e industria bellica con Leonardo S.p.A. La Polizia di Stato di Pordenone, che è arrivata in forze con la Questura (in particolare con gli operatori della Polizia Scientifica), la Polizia Stradale e la Polizia Postale e che ha inteso mostrare come la tecnologia sia oggi un elemento fondamentale nell’attività quotidiana delle forze dell’ordine (e su questo teniamo a sottolineare che parte della “lezione” è convenuta sull’utilizzo delle tecnologie nel mondo della sicurezza investigativa). Le forze armate con l’Arma dei Carabinieri ha allestito un banchetto informativo per illustrare le opportunità di carriera e i profili tecnici richiesti nei diversi reparti, fatto di per sé gravissimo. Infine, ai ragazzi sono stati distribuiti volantini e pieghevoli, nel mentre li si incoraggiava a proseguire negli studi scientifici per sviluppare competenze utili… A chi? Beh, non tanto a loro, quanto a «una delle prime dieci aziende globali nei settori di aerospazio, Difesa e Sicurezza». O in altri termini, uno dei fiori all’occhiello della produzione italiana delle armi usate oggi per uccidere e distruggere altrove, soldati forzati al fronte e civili nelle loro case senza distinzione alcuna. Ma oltre al contenuto c’è la forma. E finalmente arriviamo alla “dovizia di particolari”: * nella sezione «scuola» della locandina, troviamo dirigente e sindaco insieme, fianco a fianco, indicando un totale favoreggiamento dell’iniziativa da parte delle istituzioni; * la sezione «istituzioni e forze dell’ordine» presenta una colpevole imprecisione, perché contenendo solo polizia e carabinieri sarebbe stato più corretto chiamarla «forze dell’ordine e forze armate»? Ma forse la nostra Cultura della Difesa non è abbastanza sviluppata… ; * il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco è «un corpo ad ordinamento civile della Repubblica Italiana incaricato del soccorso tecnico urgente, della prevenzione e dell’estinzione degli incendi e del soccorso alla popolazione in caso di calamità, incidenti ed altre emergenze». Inserirlo a fianco dei veicoli di polizia e carabinieri è un atto simbolico che va a favore della dottrina militare della Difesa Totale; * il «modera la professoressa» indica un supporto da parte del corpo docente stesso. Ma non di tutto. Anzi il collegio docenti ha addirittura la possibilità di impedire queste collaborazioni (clicca qui); * per finire, una sovrastante Harley Davidson tutta stelle e strisce, rigurgito della vicina base dell’aeronautica militare statunitense di stanza ad Aviano e sintomo della colonizzazione culturale e militarizzazione del territorio che ne consegue. Insomma, non solo un modo di fare scuola piegato alle esigenze delle forze armate e dell’industria bellica ma tutto un sistema che lo supporta e lo promuove: non vi sono più soltanto attività di prevenzione e “educazione alla legalità”, ma vere e proprie passerelle orientate a persuadere gli studenti che la filiera bellica e le carriere in divisa offrano meravigliose opportunità di carriera. È un fiume, il Tagliamento, a dare il nome alla scuola. Un’intitolazione che risuona nell’immaginario di molte e molti rievocando la guerra. E con essa la morte di migliaia di soldati e l’imperativo a fare di tutto perché ciò non si ripeta. E il nome urla se portato da una scuola oggi in questo modo. Quale ruolo scegliamo come docenti nella trasmissione della memoria collettiva? Perché non tutte e tutti le docenti si allineano a coloro che si sono prodigate e prodigati per il “Technology Day 2”. E il 4 novembre che si avvicina potrebbe diventare un’occasione per riflettere in classe anche all’I.I.S. Tagliamento. Dal basso più che dai vertici, per creare insieme alle e agli studenti chiavi di lettura altre dall’Onore e dal Valore Militare. Si legge dell’1 novembre 1917, battaglia di Ragogna: « [La Brigata Bologna rimase] intrappolata tra l’avversario preponderante per numero e mezzi (di fronte) e il Tagliamento in piena (alle spalle). Con i Ponti di Pinzano e di Pontaiba interrotti dietro disposizioni superiori, pur accerchiati dall’avversario e colpiti addirittura dalle salve dell’artiglieria “amica”, i resti della brigata prolungarono la difesa per alcune ore, sino all’inevitabile resa». Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università chiudiamo spezzando una lancia per la pace. Perché se la prassi di un sindaco, una dirigente e un’industria di morte sta portando alla guerra i giovani e le giovani studenti di un istituto tecnico; e se nelle guerre le forze armate risolvono i problemi facendo saltare un ponte con 5000 giovani dall’altra parte, come scuola e come società abbiamo un’altra possibilità. Quella di arrivare prima. E scegliere insieme una strada diversa da quella che porta alla guerra. Abbiamo tutti gli strumenti per farlo. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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CGIL, CISL e UIL partecipano con entusiasmo ai successi di Leonardo SpA
C’era una volta una idea, sarebbe meglio definirla illusione vana, secondo cui il sindacato avrebbe preso coscienza della necessità di riconvertire le imprese di guerra in aziende produttrici dei beni di consumo, dal militare al civile per essere sintetici. Tanti anni fa capimmo che CGIL, CISL e UIL non avrebbero favorito la riconversione, ma si sarebbero invece opposte con tutte le loro forze ad una ipotesi del genere: meglio una produzione nociva per le persone e l’ambiente che la disoccupazione; meglio una produzione di guerra che la chiusura degli impianti. E questo nonostante, come riportavamo in un articolo recente, i dati indichino che a parità di risorse gli investimenti nella protezione ambientale, rispetto a quelli effettuati nel settore militare, genererebbero all’incirca il triplo dei posti di lavoro. Ma la realtà odierna va ben oltre la più tetra immaginazione, infatti se andiamo a estrapolare un passaggio dal comunicato stampa delle tre organizzazioni sindacali dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil nel gruppo Leonardo, leggiamo che il rinnovo [della piattaforma sindacale di secondo livello] «si inserisce in un contesto di forte crescita degli ordinativi sia nell’ambito civile che della difesa, e di risultati economici più che positivi per il Gruppo Leonardo, posizionatosi ormai tra le prime dieci aziende globali del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza. Questo successo è il frutto del lavoro quotidiano delle lavoratrici e dei lavoratori che permettono al management di affrontare le sfide del futuro, ed è per questo che l’integrativo avrà la responsabilità di trasformare le aspettative in risposte». Tradotto in linguaggio comprensibile Fiom, Fim e Uilm esultano davanti all’aumento degli ordini e della produzione di Leonardo, la crescita esponenziale del gruppo è stata resa possibile dal coinvolgimento entusiastico delle maestranze senza le quali la multinazionale non avrebbe ottenuto le performances attuali. Se le principali organizzazioni sindacali del settore metalmeccanico partecipano con entusiasmo ai successi di Leonardo sarà facile comprendere la ragione dell’arretratezza del dibattito attorno alla guerra, all’economia di guerra e alle tecnologie duali. Significativo un ulteriore passaggio del comunicato congiunto: «Si chiede l’istituzione di una Commissione per confrontarsi sull’utilizzo di nuove tecnologie, a partire dall’Intelligenza Artificiale, analizzandone gli impatti sull’occupazione e le professionalità e istituendo un “dividendo tecnologico” in termini di orario o salario». L’Intelligenza Artificiale è essenziale per i nuovi sistemi di guerra, i bombardamenti a Gaza lo dimostrano eloquentemente, eppure i sindacati sono ancora fermi alla valutazione degli effetti della IA, pur sapendo che numerose ricerche attestano la prossima perdita di milioni di posti di lavoro e un utilizzo della stessa in simbiosi con le tecnologie belliche di ultima generazione. Ma la posizione dei tre sindacati è ancor peggiore, perché si specula sulla tecnologia, pur sapendo che un uso della stessa avviene a fini militari. Si pensa perfino a un ritorno economico nelle tasche dei lavoratori. Aumentare la produzione di morte ad ogni costo sperando di ricavarne qualche briciola salariale, è questa la Caporetto della prestigiosa Fiom. Pensare, allora, a questi sindacati come una forza contro la guerra diventa impresa impossibile, come ipotizzare un loro sostegno sindacale alla azione legale intentata da Hala Abulebdeh, farmacista gazawi a cui è stata sterminata tutta la famiglia, e a cui si sono unite invece le associazioni A Buon Diritto, Un Ponte Per, ACLI, ARCI, Assopace Palestina, ATTAC Italia e Pax Christi e altre per dichiarare nulli i contratti stipulati da Leonardo S.p.A. e le sue controllate con lo Stato di Israele. I promotori dell’iniziativa sono convinti che «lo Stato italiano, in qualità di azionista di maggioranza di Leonardo S.p.A., stia venendo meno ai propri obblighi costituzionali e di legge avendo continuato a esportare armamenti verso Israele» sulla base di autorizzazioni che il Governo italiano non ha mai sospeso né revocato. La prossima udienza sarà settimana prossima, il 16 ottobre, in un silenzio stampa che ricorda la scorta mediatica denunciata da Raffaele Oriani. Senza finire ostaggi della retorica costituzionalista si inizia a comprendere la ragione per la quale il Governo voglia rivedere l’impianto della legge 185/1990 che vieterebbe in teoria la fornitura di armamenti a Paesi coinvolti in politiche di guerra e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertate a livello internazionale come è il caso di Israele E per restare al ramo metalmeccanico, ricordando l’acquisizione della divisione militare di Iveco, le innumerevoli join venture di Leonardo in giro per il mondo, è di queste ore la notizia dell’ingresso di Ineos Grenadier nel settore della difesa europea con l’acquisto italiano del fuoristrada britannico, una mega commessa che in teoria striderebbe con il sostegno del Governo alle imprese italiane produttrici. Ineos Automotive inizierà le consegne all’Esercito Italiano dall’inizio del 2027 e forse l’acquisto dei mezzi britannici è merce di scambio per altre operazioni ancora ignote. E questo acquisto ci conferma la tendenza a riconvertire produzioni civili in militari. Con l’ordine dell’Esercito Italiano cambia però la dimensione della presenza del marchio nel settore: il Grenadier passa dall’essere un 4×4 civile adattabile agli impieghi istituzionali a una piattaforma scelta direttamente per incarichi militari. Chiudiamo con una ulteriore notizia che libera il campo da ogni equivoco sulla propensione bellicista della Unione Europea con la spesa per la difesa degli Stati membri arrivata ai 418 miliardi di euro nel 2025, pari al 2,2% del PIL dell’UE, destinata, da qui a meno di tre anni, a raggiungere i 547 miliardi di euro. Chi avesse ancora dubbi sulla natura guerrafondaia della Unione Europea potrà non crederci andando direttamente alle fonti. 26_09_22-leonardo-ipotesi di piattaformaDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Padova, 17-18 ottobre: Convegno “Resistere alla militarizzazione dell’università”
SABATO 17 OTTOBRE 2026, ORE 9:00 DOMENICA 18 OTTOBRE 2026. ORE 10:00 PADOVA, CASA DEL POPOLO “MERI RAMPAZZO” Segna queste date e partecipa anche tu per rilanciare la lotta all’interno degli atenei e ribadire tutt3 insieme “FUORI LA GUERRA DALL’UNIVERSITÀ!” Il convegno si svolgerà presso la Casa del Popolo “Meri Rampazzo” di Padova e prevede gli interventi di relatori sul tema della militarizzazione in università, dei tavoli tematici che lavoreranno in parallelo e poi domenica un’assemblea conclusiva nella quale confrontarsi per individuare insieme nuove linee di azione e nuovi sentieri da percorrere per contrastare chi vuole fare dei luoghi del sapere e della ricerca accademica una prateria da sfruttare per il riarmo, per reclutare giovani come carne da cannone e per normalizzare la guerra. Il convegno nasce dalla collaborazione di diverse realtà che in questi anni hanno lottato contro la presenza della filiera bellica negli atenei e contro il genocidio a Gaza e l’occupazione della Palestina: oltre all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, CORDA Padova e la Rete RUP – Ricerca e Università per la Palestina, che organizzano il convegno, ci saranno anche The Weapon Watch, ELSC, BDS, GPI Padova, Cambiare Rotta. Fra i relatori segnaliamo Michele Lancione, Davide Borrelli e Linda Maggiori. Il convegno sarà anche l’occasione per raccogliere firme per la petizione de LA CONOSCENZA NON MARCIA. Il 17 ottobre, in apertura del convegno, sarà anche presentato il “TOOLKIT per resistere alla militarizzazione dell’università“, una sorta di cassetta degli attrezzi per agire in modo consapevole nei contesti accademici al fine di contrastare la presenza sempre più pervasiva di collaborazioni fra atenei e filiera bellica, strategica e militare (inclusi la NATO e i rapporti con istituzioni di quell’entità sionista e genocida che è Israele). La miniguida è stata realizzata dalle realtà che hanno organizzato il convegno, ma anche con il prezioso contributo di BDS Italia. Se vieni da fuori Padova, registrati online al convegno entro il 15 ottobre per assicurarti il posto e avere info utili su dove alloggiare. Si può partecipare anche solo ad una delle due giornate e la partecipazione al convegno per seguire gli interventi, i tavoli di lavoro e l’assemblea è gratuita. Possibilità di pranzare in loco con contributo consapevole. REGISTRATI SUBITO AL LINK DI SEGUITO HTTPS://DOCS.GOOGLE.COM/FORMS/D/E/1FAIPQLSEV3BBGWUDS8N4VTYARULSH3YNIESABRPBBVB9-V-MZEGDJOG/VIEWFORM -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Pronti, attenti e via. La strada che porta l’Unione Europea alla guerra
L’approvvigionamento di metalli rari e dell’energia rappresenta una priorità assoluta per i Paesi a capitalismo avanzato, ma per dotarsi poi di catene di rifornimento efficienti sarà ammesso tutto, incluso scatenare conflitti bellici. Tra gli obiettivi della UE, infatti, troviamo gli acquisti congiunti, verso l’obiettivo concordato che raggiungano il 35% del totale a cui aggiungere gli investimenti nella difesa finanziati dall’EDTIB che dovrebbero, a loro volta, raggiungere l’obiettivo politico di almeno il 55% degli investimenti totali (clicca qui). Un incredibile e mai visto sforzo economico spinge i Paesi UE al Riarmo, partendo da una sostanziale revisione dei capitoli di spesa, da processi riorganizzativi dell’industria e dal superamento delle ataviche divisioni tra aziende produttrici di armi europee che hanno sfornato nel tempo sistemi di arma tra loro incompatibili. Non siamo allo stato embrionale, ma alcuni passi in avanti nella realizzazione del complesso industrial-militare sono stati fatti con stanziamenti economici e atti di indirizzo ben precisi, si va quindi ridisegnando un insieme di nuovi equilibri, ad esempio nell’individuare le nazioni capofila e co-capofila dei vari progetti. MA QUALE SARÀ LA CAPACITÀ INDUSTRIALE UE NEL SETTORE DELLA DIFESA? Da qui a fine anno dovrebbe essere terminato uno studio per monitorare e dettagliare la situazione, individuando i progetti giudicati prioritari sui quali investire. Per raggiungere i progetti cosiddetti prioritari urge unificare almeno il 40% degli appalti esistenti. Siamo quindi davanti a un accentramento dei processi decisionali e di spesa, con appalti finanziati e no dal SAFE. Appalti gestiti attraverso centrali uniche per ridurre i tempi morti, accelerare i percorsi attuativi, centralizzare i processi decisionali. Per questo motivo la classica Relazione annuale sulla prontezza della difesa potrebbe andare ben oltre la mera enunciazione di principi e problemi, dovrà piuttosto accertare e documentare i ritardi tecnologico industriali individuando le possibili soluzioni, capire quanti e quali progetti di quelli fino ad ora avviati hanno prodotto i risultati sperati suggerendo gli eventuali correttivi. Ma quali sono i punti salienti sui quali vanno focalizzando l’attenzione i paesi della UE? Un esempio tra tutti: l’iniziativa europea di difesa dai droni e il servizio di sorveglianza del fianco orientale. l LO SCUDO AEREO EUROPEO, LO SCUDO SPAZIALE EUROPEO Il punto di partenza per ogni ulteriore considerazione e analisi è rappresentato dalla Base tecnologia e industriale della difesa UE (clicca qui). E, in particolare, la parte dedicata all’innovazione agile e rapida del settore della difesa, per «accelerare l’innovazione nel settore della difesa in tutta l’UE. Nell’accordo l’attenzione rimane focalizzata sulle PMI, le start-up e le scale-up che sviluppano tecnologie emergenti e di rottura per la difesa, compreso l’adattamento di tecnologie civili per difesa. L’accordo mantiene il termine di quattro mesi per l’attribuzione delle sovvenzioni, attività di abbinamento specifiche con i grandi appaltatori del settore della difesa e prevede un Innovazione agile e rapida nel settore della difesa». Incredibile ma vero, per capire dove si stia indirizzando la UE basterebbe leggere i documenti ufficiali, assai più difficile entrare nei particolari dei progetti, da quanto sopra riportato si capisce che l’attenzione va alle start-up, alle piccole e medie imprese, ai laboratori di analisi e di ricerca pubblici e privati che tutte insieme andranno a costituire l’asse strategico su cui si basa il complesso industrial militare. Da qui al 2030 vogliono raggiungere alcuni obiettivi * unificare gli appalti * accelerare i tempi di consegna dei materiali critici * unificare la produzione intensificandola in alcuni settori * utilizzare le guerre in corso come banco di prova per l’efficacia dei sistemi d’arma * superare tutte le criticità in fase di approvvigionamento * alleanze tecnologiche per la difesa per uniformare i livelli di ciascun paese a uno standard avanzato Poi c’è un ulteriore obiettivo ambizioso, come la riqualifica professionale di 200.000 dipendenti del settore della difesa entro il 2026 per indirizzarli verso i nuovi disegni produttivi dell’industria bellica, attivare il Fondo per la competitività comunitaria rendendolo operativo nell’arco di pochi mesi. I parametri e gli indicatori per raggiungere gli obiettivi saranno molteplici, dal numero degli addetti alle imprese di armi, ai contributi comunitari e nazionali in rapporto al proprio PIL per non abbassare mai (piuttosto per accrescerlo) la spesa destinata a fini militari, poi i processi innovativi, i brevetti, le aziende create, le start up, tutto verrà valutato e misurato ai fini del raggiungimento di un complesso industrial militare UE. E ancora una volta la riorganizzazione militare ha come obiettivo l’autonomia della UE e la rinnovata capacità di difesa, tra le righe si legge l’obiettivo di trasformare Kiev in un paese in perenne guerra facendo credere che le minacce russe rendano inevitabile questa scelta . VEDIAMO IN CONCLUSIONE GLI OBIETTIVI UE * Adozione dello Strumento di sostegno all’Ucraina nell’ambito dell’EDIP e del “prestito di riparazione” con un’indennità annuale per l’Ucraina a sostegno del suo QME – entro la fine del 2025 * Attuare l’iniziativa dell’Alto Rappresentante di fornire 2 milioni di munizioni per artiglieria entro la fine del 2025. * Inclusione dell’Ucraina nelle coalizioni di capacità pertinenti e lancio dell’alleanza UE-Ucraina sui droni – entro il primo trimestre del 2026 * Alla luce del livello di contributo della SAFE alla difesa dell’Ucraina, valutare la possibilità di ulteriori incentivi per gli Stati membri a sostegno dell’Ucraina entro il primo trimestre del 2026 * Proposte per ulteriori misure volte a incentivare gli Stati membri a fornire un rapido sostegno militare all’Ucraina entro il primo trimestre del 2026 * Attuazione del programma “Brave Tech EU”, compreso il finanziamento della sperimentazione di nuove soluzioni tecnologiche per affrontare le sfide sul campo di battaglia individuate insieme ad UA, entro la fine del 2026 * Proseguimento delle attività di EUMAM e sostegno alla Coalizione dei Volenterosi quando le condizioni lo permetteranno. Tra gli obiettivi comunitari ci sono anche gli investimenti per costruire joint venture UE-Ucraina nel settore della difesa, Ucraina terra di conquista delle imprese di armi e banco di prova dei sistemi prodotti, in questo modo si va verso l’integrazione dell’industria della difesa ucraina nell’industria della difesa dell’UE per dare vita a «un vero e proprio mercato europeo per le attrezzature per la difesa, con norme semplificate e armonizzate» adeguando le norme legislative a questo obiettivo per completare la piena mobilità dei sistemi di armi procedendo con la militarizzazione delle infrastrutture civili non prima di avere accresciuto gli investimenti pubblici e privati nel settore difesa. Un autentico progetto di guerra e di militarizzazione all’orizzonte, noi cosa intendiamo fare per opporci a questo stato di cose? Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’Italia non ripudia la guerra, piuttosto la alimenta
Da tempo, sul rapporto tra Costituzione italiana e guerra è in corso una disputa. Appellandosi all’articolo 111, molti studiosi interpretano la Carta nella chiave di un radicale pacifismo. Non mancano, però, coloro che ridimensionano questa lettura, richiamandosi agli articoli 782 e 873. Tuttavia, fondate o meno che siano le precisazioni di questi ultimi, in punta di diritto risulta comunque impossibile giustificare le innumerevoli attività belliche in cui è coinvolto il Belpaese, così come la sua generale postura nell’odierna politica internazionale. Un atteggiamento accompagnato da un’assillante propaganda, tesa a trasformare le politiche di riarmo in una necessità naturale. In un contesto siffatto, viene svuotato lo stesso richiamo costituzionale al ripudio della «guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» che rischia di ridursi ad ammonimento etico e moraleggiante, senza peso alcuno sulle decisioni assunte. Ogni giorno al puzzle della guerra viene aggiunta una nuova tessera: se gli interventi militari presentati come missioni di altra natura sono ormai una tradizione, più recente è la spinta a varare di continuo provvedimenti legislativi di natura bellicista. Per non dire delle tante dichiarazioni che alludono a nuovi investimenti sul terreno bellico. Emblematica e pericolosa appare una recentissima iniziativa del Ministro Crosetto, tra l’altro presentata come mezzo per risvegliare l’Europa. Egli ha scritto all’Alto Rappresentante UE, Kaja Kallas, chiedendo un rafforzamento della missione ASPIDES (“Scudi”, in lingua greca), avviata dall’Unione europea nel febbraio 2024 e presentata come risposta agli attacchi degli Houthi contro le navi che passano nel Mar Rosso. Per esser più specifici, nel sito del Ministero della Difesa la suddetta operazione viene agganciata all’obiettivo di «contribuire alla salvaguardia della libera navigazione e alla protezione del naviglio mercantile in transito in un’area di Operazioni che include Mar Rosso, Golfo di Aden e Golfo Persico, con compiti eminentemente difensivi, estesi alla difesa del naviglio mercantile nella sola area Sud Mar Rosso e Golfo di Aden Occidentale».4 In tale ottica, viene «pertanto previsto e autorizzato il ricorso all’uso della forza (…) oltre che per l’autodifesa anche per la difesa del naviglio mercantile di interesse UE e nazionale nell’area ad alta minaccia prospiciente lo Yemen nel Mar Rosso meridionale e il Golfo di Aden occidentale, in coerenza con la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare e in stretto coordinamento con le altre iniziative multi-laterali presenti nella regione».5 Invece, «Nella restante porzione dell’area possono essere esercitati compiti non esecutivi (dunque non è autorizzato il ricorso all’uso della forza…)».6 In teoria, ai paesi partecipanti è affidato il compito di accompagnare le navi e di proteggerle, agendo sempre sulla base dei cosiddetti criteri di necessità e proporzionalità. Si dà però il caso che proprio nello Yemen imperversi da anni una guerra civile, alimentata da attori esterni come l’Arabia Saudita. In tale conflitto, l’UE non è neutrale ma piuttosto schierata con Riad. Ossia, con una spregiudicata potenza economica e militare, sempre più animata dall’intento di dettare legge nella Regione. Presentandosi, inoltre, ai paesi occidentali come garante dei loro interessi in un’area strategica. Sarebbe utile ricordare ai lettori, e agli interessati commentatori delle notizie internazionali, i tanti civili yemeniti uccisi nel corso degli anni dai bombardamenti sauditi. In questi giorni Guido Cro­setto ha ripetuto spesso la posizione dell’Italia vantandosi, inoltre, di aver dato una scossa all’UE circa la missione ASPIDES. Peccato che di queste vicende non si sia discusso in Parlamento: da tempo, infatti, alla Camera e al Senato non arrivano ordini del giorno sulla politica estera. Molti parlamentari nostrani sembrano essersi abituati a processi decisionali che, soprattutto in relazione alle questioni estere, escludono ogni loro pronunciamento. Peccato, ancora, che le soddisfatte dichiarazioni del Ministro della Difesa siano arrivate alla fine di un giorno nel quale un aereo da guerra italiano è stato col­pito dagli Hou­thi. Ovvero, da quei ribelli yemeniti di fede sciita che l’Arabia Saudita individua come un nemico esistenziale. Ora, non è da molto che abbiamo appreso della presenza di un distaccamento militare italiano in Arabia Saudita. Tanto per cambiare, di ciò il Parlamento non ha mai discusso. Ma stanziare contingenti militari in un paese in guerra significa schierarsi apertamente, anzi prendere parte al conflitto. Che ciò susciti una reazione militare della parte avversa non dovrebbe sorprendere. In questo scenario, è ancora possibile accettare la classica litania circa il nostro pacifico paese, impegnato in missioni di pace ma aggredito deliberatamente? Il problema principale, però, è forse un altro. Mentre è in corso questa escalation che aggiunge, come si scriveva all’inizio, delle tessere al mosaico della guerra permanente, alcune realtà italiane contro la guerra e la militarizzazione sembrano sottovalutare la situazione. Limitandosi, nel migliore dei casi, a dichiarazioni retoriche e vaghe sulla Costituzione o auspicando una presa di posizione del silente Mattarella, in questi giorni visto peraltro in compagnia di Crosetto in un’occasione tutt’altro che amena: l’esercitazione “Aegis 26” dell’esercito italiano. Ma non è più tempo di essere generici. Anche perché Crosetto ha chiesto cose concrete a Kaja Kal­las: nuovi mezzi, uomini e con­tri­buti alla mis­sione euro­pea nel Mar Rosso. PASSIVITÀ DEL MOVIMENTO PACIFISTA Era l’inizio di agosto, ossia meno di due mesi fa, quando il portale “Analisi Difesa” riferiva di centinaia di soldati italiani presenti nel territorio dell’Arabia Saudita. Tale dislocamento, tutt’altro che casuale, avrebbe dovuto almeno insospettire, visto che non comprendeva solo soldati ma anche aerei da guerra e altri armamenti. Di fronte a certe notizie, la passività di settori tradizionalmente pacifisti stupisce. Volendo, assai più di quella mostrata per il mancato coinvolgimento di Camera e Senato (d’altronde, in tempi di recrudescenza bellica, la democrazia borghese può diventare un lusso insostenibile, da accantonare in favore di processi decisionali rapidi e accentrati). E anche quando si denunci il coinvolgimento italiano nei conflitti spesso si glissa sull’economia di guerra, che riscrive le regole vigenti restringendo gli spazi di democrazia, libertà e agibilità sociale e che impone una ristrutturazione economica che coinvolge direttamente le infrastrutture logistiche e produttive della nazione. In ogni caso, mentre qui si sonnecchia, l’Italia sostiene lo sforzo saudita di salvaguardare e rafforzare il proprio potere in un’area segnata da gravi tensioni. E scende in campo anche perché, questa volta, Trump non intende spostare truppe e armi nell’area. Propaganda a parte, ha verosimilmente tratto una lezione dalla guerra all’Iran, ovvero che i costi possono risultare assai più elevati dei presunti benefici imperiali. Sempre più alla ricerca di un posto al sole, il piccolo imperialismo italiano gioca irresponsabilmente alla guerra. In alcuni frangenti, e in particolare quando preme sull’Unione Europea, sembra addirittura sostituirsi all’alleato statunitense. Un’imitazione di non eccelso livello, che potrebbe tradursi in ulteriori disastri. 1 «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». 2 «Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari». 3 Tale articolo, riguardante le funzioni del Presidente della Repubblica, nel comma 9 specifica che questi «Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere». 4 Operazione Aspides, in https://www.marina.difesa.it/cosa-facciamo/per-la-difesa-sicurezza/operazioni-in-corso/Pagine/operazione_aspides.aspx. 5 Ibidem. 6 Ibidem.  E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Osservatorio contro la militarizzazione di scuole e università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Leonardo acquisisce la costola militare di Iveco
di Emiliano Gentili e Federico Giusti – Centro Studi Politico-Sindacale (*) Il 4 Settembre scorso si è svolto a Bolzano un incontro fra le dirigenze di Iveco Defence Vehicles, Astra, Leonardo e le organizzazioni sindacali confederali. Iveco, difatti, ha completato la cessione della propria costola militare – che include i marchi IDV e Astra – a Leonardo, per un valore
September 24, 2026
La Bottega del Barbieri
Leonardo acquisisce la costola militare di Iveco
Il 4 Settembre scorso si è svolto a Bolzano un incontro fra le dirigenze di Iveco Defence Vehicles, Astra, Leonardo e le organizzazioni sindacali confederali. Iveco, difatti, ha completato la cessione della propria costola militare – che include i marchi IDV e Astra – a Leonardo, per un valore complessivo di 1,7 miliardi di euro. L’obiettivo dell’operazione societaria è dichiaratamente quello di creare un campione aziendale di scala europea per la produzione di veicoli terrestri militari, superando la frammentazione proprietaria esistita sino a oggi. Com’era prevedibile, a corollario della vendita si staglia un ricco premio per gli azionisti, che si vedranno attribuire circa 5,8 € per azione posseduta.1 Finora il business di Leonardo sui veicoli terrestri era relativamente marginale, ma crescerà sicuramente nei prossimi anni. Questo innanzitutto perché, se da un lato Iveco ha garantito la continuità delle forniture industriali, dall’altro la sua costola militare era risultata in costante crescita nell’ultimo quinquennio. La presenza di uno stabilimento come quello di Piacenza, deputato non solo alla produzione di veicoli militari ma anche civili (ad esempio quelli per l’estrazione mineraria), potrà inoltre consentire a Leonardo di proiettarsi più agevolmente sul mercato delle tecnologie dual-use. Una scelta quantomai appropriata – per quanto non condivisibile politicamente – da parte del gigante della produzione bellica, considerati anche i molteplici tratti di somiglianza esistenti fra l’industria automotive e quella militare, sia a livello di tecnologie e impianti produttivi che di organizzazione aziendale del lavoro. E proprio in relazione al lavoro dipendente i sindacati hanno rivendicato la salvaguardia dei livelli occupazionali e in primo luogo la stabilizzazione dei lavoratori interinali, nonché la somministrazione di corsi di formazione ad hoc a tutta la forza-lavoro2. A Leonardo si chiede infine l’applicazione integrale del CCNL metalmeccanico e la definizione del Premio di Risultato. Secondo l’Associazione Quadri e Capi Fiat l’integrazione di IDV e Astra in Leonardo «può oggi sviluppare ulteriori sinergie tra piattaforme terrestri, elettronica, sistemi di protezione e nuove tecnologie»3: il sistema produttivo di Leonardo è difatti talmente più esteso di quello di Iveco da permettere una consistente implementazione dell’offerta di mercato, chiaramente in senso bellico. In conclusione, la mossa di Leonardo si configura come l’ennesimo tentativo di egemonizzare il mercato bellico europeo e di foraggiare la diffusione delle tecnologie dual-use nella società civile. Le garanzie che l’azienda è in grado di fornire in termini occupazionali e contrattuali – comunque da verificare nel corso dei prossimi mesi – non potranno, però, garantire la sicurezza alla forza-lavoro dipendente, impiegata in stabilimenti che nei prossimi anni diverranno sempre più obiettivi militari da parte di potenze capitalistiche ostili. Oltre all’evidente militarizzazione dei territori e dei luoghi di lavoro, infine, non sfugga alla nostra attenzione l’atteggiamento fin troppo arrendevole dei sindacati firmatari di contratto davanti all’ampliarsi della industria di guerra, dopo anni nei quali avrebbero potuto avanzare rivendicazioni per il passaggio di produzioni dal militare al civile. Pensare di salvaguardare l’occupazione e i salari con la mera subalternità all’economia di guerra è non solo un grave errore ma anche una valutazione fuori da ogni logica, che preclude al sindacato la possibilità di aprire una contrattazione sulle tecnologie di ultima generazione e sul loro utilizzo in ambito produttivo. In prospettiva, quindi, non vediamo soltanto il rischio che il sindacato accolga la militarizzazione come un’opportunità (quando invece i dati4 ci dicono che ad esempio, a parità di risorse, gli investimenti nella protezione ambientale rispetto a quelli effettuati nel settore militare genererebbero all’incirca il triplo dei posti di lavoro) ma anche che accetti la progressiva diffusione delle tecnologie duali, vista alla stregua di processi naturali che migliorino la produzione. E. Gentili, F. Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1 Cfr. Iveco Group, Press Release, Extraordinary Interim Dividend Distribution 2026 Corporate Calendar – Update, 15th April 2026, https://www.ivecogroup.com/media/corporate_press_releases/2026/april/extraordinary_interim_dividend_distribution_2026_corporate_calendar_update. 2 Cfr. Fim Fiom Uilm Nazionali, Comunicato Stampa, Leonardo Idv – Astra. Prospettive di crescita, mercati globali e avvio dell’integrazione nel Gruppo, 7 settembre 2026, https://www.fiom-cgil.it/gruppo-cnhi/leonardo-idv-astra-prospettive-di-crescita-mercati-globali-e-avvio-dellintegrazione-nel-gruppo. 3 Ufficio Stampa AQCF-R, Comunicato Stampa, Leonardo Idv-Astra, l’integrazione è un’opportunità strategica, 7 settembre 2026, https://aqcf.it/leonardo-idv-astra-lintegrazione-e-unopportunita-strategica/. 4 Cfr. M. Stamegna et alii, The economic impact of arms spending in Germany, Italy, and Spain, March 2024, MPRA Paper No. 120608. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente