Il sapere e la guerra. Università e ricerca travolti dalle tecnologie a uso bellico
Con questo intervento vogliamo porre l’accento su alcuni aspetti riguardanti
l’economia della difesa e l’architettura istituzionale che stanno dietro il
finanziamento e lo sviluppo della
ricerca militare. Pertanto resta imprescindibile, almeno per noi, partire da
alcune considerazioni di carattere politico-economico.
LA FILIERA EUROPEA DELLA DIFESA
Per conseguire un qualsiasi obiettivo di prontezza militare1 ed essere con ciò
in grado di intervenire militarmente ovunque possano essere minacciati i
cosiddetti “interessi nazionali” è necessario avere sviluppato una filiera della
difesa moderna ed efficiente. Nei piani del legislatore europeo questa sarebbe
da svilupparsi in tre fasi:
* aumentare l’entità dei capitali nel settore;
* unificare e armonizzare il mercato militare interno;
* creare un unico comparto industriale della difesa comunitario.2
La difesa europea, invece, al momento è ancora un settore composito e
frammentato, in cui gli interessi nazionali dei singoli Stati a volte
confliggono con quelli comuni: spesso, infatti, i Paesi membri concorrono fra
loro per sviluppare e vendere lo stesso prodotto, oppure tentano di aumentare
l’export militare sul mercato extra-UE – anziché su quello interno – perché
risulta conveniente.
Per questo motivo l’Unione Europea sta introducendo una serie di misure e azioni
atte a stimolare il coordinamento di una politica comunitaria di sviluppo del
settore, che vanno dall’armonizzazione delle differenti legislazioni nazionali a
norme che faciliteranno, andando anche in deroga ai tetti di spesa, gli
investimenti nella difesa – che per altro saranno sempre meno sottoposti a
controlli, anche di natura legislativa.
1 Cfr.
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52025JC0120.
2 E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Analisi del nuovo piano per il riarmo
dell’Unione Europea,
https://diogenenotizie.com/analisi-del-nuovo-piano-per-il-riarmo-dellunione-europea/.
Fondamentalmente l’Unione Europea tenta di facilitare l’accesso ai finanziamenti
e ridurre la frammentazione e la disarticolazione delle filiere produttive
belliche. Per facilitare l’accesso ai finanziamenti sono state disposte varie
misure:
* l’aumento dei budget nazionali per la Difesa, consentendo agli Stati membri
di incrementare le spese militari in deroga al Patto di Stabilità1 fino
all’1,5% del Pil all’anno e sino al 2028 – cosa che invece non viene permessa
per l’istruzione e la sanità;
* l’aumento del budget comunitario, con altri 150 miliardi2 presi in prestito
dall’Unione sui mercati internazionali;
* la possibilità di utilizzare i fondi di coesione europea e i capitali privati
(ad esempio quelli dei fondi pensione) per spese militari;
* l’allentamento delle politiche antitrust, di quelle prudenziali per gli
investimenti bancari e di quelle per le fusioni societarie, in modo da
favorire la concentrazione d’impresa nel settore militare;
* la rimozione dei vincoli d’investimento in ambito militare per la Banca
Europea degli Investimenti, che si vorrebbe scevra da ogni qualsivoglia tipo
di controllo.
Inoltre, l’Unione esercita continue pressioni al fine di aggregare la domanda di
merci militari e ridurre, così, i costi complessivi.
Sempre relativamente alla questione degli investimenti è infine utile ricordare
che l’UE soffre di un grosso problema riguardante lo stanziamento dei fondi:
questi vengono impegnati ma poi, per ragioni di conformità alle diverse
legislazioni nazionali e/o di adeguamento al mercato nazionale di intervento,
non si verifica il loro effettivo stanziamento: «144 miliardi di euro impegnati
contro 77 miliardi di euro stanziati [nel 2022]».3
In conclusione, per facilitare l’accesso ai finanziamenti nel settore militare
l’UE intende aumentare le risorse a disposizione (sia pubbliche che private) e
ridurre la frammentazione del mercato e i costi di conformità alla legislazione
vigente sugli investimenti. Fatto ciò, per ridurre la frammentazione
industriale, evitare produzioni “duplicato” inutili e costose e beneficiare
dell’economia di scala risulta utile sostenere progetti di ricerca con finalità
belliche – specie se trans-frontalieri – al duplice fine di creare un ecosistema
economico votato all’innovazione produttiva e di uniformare, attraverso il
coordinamento comunitario della ricerca, le linee di tendenza che tale
innovazione percorre, puntando a un maggior coordinamento fra Stati, Enti di
ricerca, Università e aziende militari. Il processo di militarizzazione delle
Università e dei programmi di studio, non per nulla, viene portato avanti su
scala comunitaria e considerato come uno dei fattori abilitanti per la
costruzione di un settore militare europeo all’avanguardia.
1 La base giuridica è costituita dall’aggiunta di motivazioni di ordine militare
a quelle circostanze eccezionali per le quali è prevista l’attivazione dell’art.
26 del Regolamento SGP n. 2024/1263 per singoli Paesi membri (cd. “clausola di
fuga nazionale”). L’art. 25 consentirebbe la deroga per l’intera Ue (cd.
“clausola di fuga generale”) ed è stato utilizzato in passato per far fronte
alla pandemia di Covid-19.
2 Cfr. https://quifinanza.it/economia/fondo-safe-italia-ue-difesa/922383/.
3 E. Letta, Much more than a market, Aprile 2014, p. 70.
LE FILIERE TECNOLOGICHE
Uno sguardo va dato anche all’evoluzione delle filiere altamente tecnologiche –
quantunque non specificatamente militari. Queste costituiscono, nello specifico,
un altro fattore abilitante per la moderna industria della difesa e in effetti
la Relazione Annuale sulla Sicurezza per il 2026 afferma che oggi «l’esercizio
della sovranità di un Paese si manifesta sempre più nella sua autonomia
strategica, ovverosia la capacità di gestire dati, infrastrutture critiche,
algoritmi e filiere tecnologiche».1 In questo senso è importante citare lo
European Defence Innovation Scheme (Eudis), il quadro della Commissione Europea
pensato per accelerare l’innovazione militare partendo da tecnologie civili ad
alto contenuto scientifico e ingegneristico. Nel concreto, Eudis comporta la
facilitazione burocratica dei processi di commercializzazione dei nuovi
prodotti, la possibilità di testare la tecnologia sui campi di battaglia e il
conferimento della validazione della Comunità Europea alle nuove tecnologie
sviluppate.2
Ma la facilitazione della commercializzazione dei prodotti militari (o dual-use)
è prevista in ogni dove dalla legislazione europea. A tal proposito basti citare
l’AI Act, la legge europea sull’Intelligenza Artificiale del 2024, che – pur
descrivendo un contesto normativo assolutamente insufficiente dal punto di vista
regolatorio – tiene a specificare: «Il presente regolamento non si applica ai
sistemi di IA sviluppati o usati per scopi esclusivamente militari».3 I
cosiddetti “spazi di sperimentazione normativa” – previsti dalla stessa norma –,
infine, consentono alle aziende di testare sul campo anche le nuove tecnologie
prodotte con intenti dual-use, sia civili che militari.4 Queste facilitazioni
normative sull’Intelligenza Artificiale sono comprensibili, all’interno di una
strategia di sviluppo capitalista: in ambito militare l’IA infatti sarà sempre
più importante per quanto concerne la pianificazione e la conduzione delle
operazioni di guerra, l’aumento della produttività individuale nell’industria
bellica, la formazione e l’addestramento dei soldati e la creazione di armamenti
e sistemi d’arma innovativi. Non per niente il Ministero della Difesa «riconosce
l’IA come una leva essenziale per il rafforzamento delle proprie capacità
operative»5 e il Governo afferma che l’Intelligenza Artificiale, «nel settore
militare, trasforma la natura stessa della guerra. Emblematici, nel senso, i
sistemi autonomi di sorveglianza e riconoscimento, i droni intelligenti, i
sistemi decisionali automatizzati e l’analisi predittiva delle minacce».6
Questa spinta a deregolamentare le innovazioni militari o dual-use è un tassello
fondamentale per fare in modo che i progetti di ricerca dedicati trovino
finanziamenti adeguati nelle fasi di sviluppo e investitori (bancari o
societari) qualificati in quella di commercializzazione. Ciò incrementa
notevolmente le possibilità individuali di carriera nei percorsi di ricerca
accademica più o meno direttamente contigui agli interessi militari,
aumentandone l’attrattività per i giovani neolaureati nelle materie STEM. È
palese, in effetti, come siano proprio le ricerche e le tecnologie duali a
essere presentate da un lato come occasione di rilancio della stessa ricerca
pubblica, dall’altro come occasione di lavoro e di carriera nei settori pubblici
e privati.
1 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Governare il cambiamento. Scenari della
sicurezza nazionale – 2026, p. II.
2 Cfr. https://www.eudis-business-accelerator.eu/. I cluster tecnologici su cui
il programma opera sono: Sistemi autonomi e robotica per vantaggio operativo;
Contro-Drone e Protezione contro Minacce di Massa a Basso Costo; Infrastrutture
di Difesa Sovrane e Resilienti; Prestazioni, Formazione e Protezione Umana di
Nuova Generazione; Produzione scalabile e sostentamento adattivo e operazioni ad
alta intensità; Argomento aperto – Tecnologie dirompenti per la superiorità
della difesa (ad esempio le biotecnologie).
3 Artificial Intelligence Act, art. 2, c. 3.
4 2021/0106 (COD) (ITA), p. 9.
5 Cfr. Ministero della Difesa, IA e Difesa. Strategia della Difesa in materia di
Intelligenza Artificiale, 16 Gennaio 2026, p. 6.
6 Presidenza del Consiglio dei Ministri, op. cit., p. 12.
LA SPACE ECONOMY
Un discorso a parte lo merita l’economia dello spazio – ossia «il complesso di
attività che impiegano risorse per l’esplorazione, la ricerca e l’uso dello
spazio extra-atmosferico, anche al fine di creare e sviluppare prodotti,
attività e servizi legati allo spazio»1. In questo settore l’Italia sembrerebbe
smentire la sua odierna condizione di potenza industriale declinante, risultando
«uno dei pochissimi Paesi ad avere una filiera completa su tutto il ciclo:
dall’accesso allo spazio alla manifattura, dai servizi per i consumatori ai poli
universitari e di ricerca» – per quanto, aggiungeremmo noi, avere una filiera
completa non significa essere all’avanguardia dell’innovazione nel settore.2
Comunque sia, l’intenzione di consolidare la posizione acquisita è confermata
dagli investimenti che, al riguardo, vengono destinati dal Pnrr in forma diretta
ed indiretta.
Nella prima tipologia rientra l’investimento di «1,49 miliardi per
l’osservazione dello spazio (M1C2 – Investimento 4.1: Tecnologia satellitare e
economia dello spazio) con l’obiettivo di sviluppare connessioni satellitari in
vista della transizione digitale e verde, nonché abilitare servizi come le
comunicazioni sicure e le infrastrutture di monitoraggio per diversi settori
dell’economia».3 Certo, gli obiettivi dichiarati non rinviano alla sfera
militare e della difesa, bensì a quello che può apparire come il più
condivisibile dei traguardi: il delinearsi di un’economia compatibile con
l’ambiente. Tuttavia, ipotizzare che la tecnologia satellitare possa avere
applicazioni militari non pare certo un azzardo. E non è certo privo di
significato che il Ministero della Difesa sia l’amministrazione attuatrice di
una delle quattro articolazioni dell’investimento suddetto: il subinvestimento
M1C2 4.1.1, “SatCom”. Qui, proprio la descrizione ufficiale può evocare utilizzi
diversi da quelli civili: «L’Investimento ha ad oggetto lo sviluppo di una
tecnologia satellitare per servizi di telecomunicazione sicure con particolare
riferimento all’operatività durante eventi di crisi, indirizzata a utenti
istituzionali e per applicazioni di gestione delle emergenze».4
Di più. È ben noto che gli eventi bellici odierni contemplino dimensioni e
scenari sconosciuti se rapportati anche al recente passato e gli investimenti
pubblici dei nostri giorni in campo militare fanno impallidire, per entità e
vastità dei soggetti coinvolti, le guerre spaziali5 degli anni Ottanta negli
Usa. Una di queste è la cosiddetta guerra cibernetica, che si può articolare in
un’infinità di attacchi non convenzionali. Tra questi vi sono quelli rivolti
alle infrastrutture critiche, come le reti energetiche, e il furto di segreti
militari. Al fine di coordinare le varie attività di contrasto alle minacce
informatiche, nel 2021 si è dato vita a uno specifico ente governativo:
l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, nata nel 2021 e i cui obiettivi sono
pubblicamente reperibili.6
Questa Agenzia, «in stretto collegamento con […] il Dipartimento per la
trasformazione digitale»7, cura l’investimento 1.5, “Cibersecurity”, collocato
nell’ambito della Missione 1 Componente 1 del Pnrr (Digitalizzazione,
Innovazione e Sicurezza nella PA). Anche in questo caso, manco a dirlo,
l’amministrazione attuatrice è il Ministero della Difesa. Nello specifico,
l’investimento muove dalla consapevolezza di quanto la digitalizzazione aumenti
«nel suo complesso il livello di vulnerabilità da minacce cyber, su tutti i
fronti (ad es. frodi, ricatti informatici, attacchi terroristici, ecc.)».8 E si
prevedono quattro linee di intervento, una delle quali rimanda
all’irrobustimento degli «asset» e delle «unità cyber incaricate della
protezione della sicurezza nazionale e della risposta alle minacce cyber».9 Qui,
proprio il riferimento alla sicurezza nazionale chiarisce uno dei significati
dell’investimento in oggetto: il prepararsi a minacce che, in virtù del
coinvolgimento italiano in più fronti bellici, nei prossimi anni andranno ad
aumentare. E del resto è in quest’ottica che nel 2024 il Ministero della Difesa
ha deciso di reclutare personale non impegnato in ambito militare ma unicamente
deputato alla cybersicurezza, al fine di «adeguare le conoscenze di base in
materia cibernetica all’attuale quadro di minaccia presente sulle reti
globali».10 Tale personale, è facile immaginarlo, servirà anche a facilitare
l’unione tra le competenze d’Intelligence e operative proprie delle forze
armate, da un lato, e le conoscenze specialistiche del mondo accademico e
industriale, dall’altro.
1 https://www.treccani.it/vocabolario/neo-space-economy_(Neologismi)/.
2 G. Palumbo, Space Economy: una straordinaria occasione per l’Italia, 18 Marzo
2025,
https://www.leurispes.it/space-economy-una-straordinaria-occasione-per-litalia/.
3 C. Negri, I programmi per lo spazio: dal Pnrr una spinta alla Space Economy,
https://www.osservatori.net/blog/space-economy/pnrr-space-economy-fondi-tecnologie-spaziali/.
4 M1C2 – Investimento 4.1: Tecnologia satellitare ed economia spaziale,
https://documenti.camera.it/_dati/leg19/lavori/documentiparlamentari/IndiceETesti/013/001/00000018.pdf.
5 Cfr.
https://www.esteri.it/mae/resource/doc/2021/09/sioi_la_conquista_dellottavo_continente_lo_spazio.pdf.
6
https://www.acn.gov.it/portale/strategia-nazionale-di-cybersicurezza#obiettivi.
7 https://www.acn.gov.it/portale/pnrr.
8 Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, in
https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR.pdf.
9 Ibidem.
10 Ministero della Difesa, Piano operativo. Missione 1 – Componente 1 – Asse 1
Investimento 1.5: CYBERSECURITY, Revisione del Maggio 2024, p. 6.
IL MERCATO DEL LAVORO NEL SETTORE MILITARE
Data la nuova globale corsa al riarmo è diventato essenziale poter disporre di
un personale militare pronto e di alto livello. Ormai da parecchio tempo la
Commissione Europea evidenzia la necessità di reperire personale qualificato per
rilanciare la capacità produttiva e operativa in campo militare.
Per diversi decenni, fin da dopo la Seconda Guerra Mondiale, il mercato del
lavoro nell’industria della difesa europea era rimasto abbastanza stabile. Da
qualche anno, invece, ha ripreso a crescere e nel 2023 il settore avrebbe
generato oltre mezzo milione di posti di lavoro. Dal 2000 al 2024, infine, il
personale militare in Europa è aumentato di oltre il 20%.
Non è quindi un caso se le imprese belliche stiano chiedendo agli Stati di
rivedere il sistema formativo per ottenere velocemente una forza lavoro da
impiegare in ambito produttivo: «Per colmare il divario di competenze, Bruxelles
propone un progetto pilota di garanzia delle competenze dedicato ai lavoratori
provenienti da settori in trasformazione, come l’automotive, che potrebbero
trasferirsi verso ruoli strategici nella difesa. Il commissario europeo per la
difesa, Andrius Kubilius, ha spiegato che il piano prevede di riqualificare ogni
anno circa il 12 % della forza lavoro nei settori della difesa e
dell’aerospazio, oltre ai 600.000 nuovi professionisti da formare entro il 2030.
Tra le iniziative sul tavolo figura anche una piattaforma europea dei talenti
della difesa, con un sistema di voucher per tirocini rivolti a studenti e
giovani professionisti. Il progetto pilota prevede l’erogazione di 300 voucher
per favorire l’ingresso di nuove competenze nel settore».1
Si andranno quindi a potenziare i percorsi formativi digitali di alta
specializzazione – quali la Space Academy di Euspa e le Digital Skill Academies
–, anche in termini di finanziamenti, e non certo per ampliare la formazione
della forza lavoro al fine di renderla impermeabile ai cambiamenti produttivi
(evitare la sostituzione tecnologica dei lavori operai tramite la ricollocazione
degli stessi nelle fasce produttive più specializzate è uno dei mantra dei
capitalisti odierni): l’obiettivo, piuttosto, è smaccatamente quello di formare
le cosiddette “competenze” in funzione delle esigenze legate al comparto della
difesa. Ma andiamo a vedere cosa succede al livello delle Università.
1 Cfr.
https://it.euronews.com/my-europe/2025/11/19/leuropa-accelera-sul-riarmo-via-al-piano-per-formare-600000-specialisti.
UNIVERSITÀ E SETTORE MILITARE
Negli ultimi anni il rapporto tra ricerca militare e Università si è fatto
sempre più stretto ed è andata rafforzandosi, negli atenei, la presenza di
aziende e fondazioni legate al complesso militare-industriale. In sostanza è in
atto il tentativo di dare vita a una nuova articolazione del settore della
Difesa, segnata dal più stretto coordinamento tra l’assetto istituzionale e
l’infrastruttura produttiva, logistica e commerciale di tipo militare.
La presenza attiva di fondazioni e aziende legate al settore militare negli
atenei ha, fondamentalmente, un triplice scopo:
* influenzare la ricerca indirizzandola a finalità di guerra;
* condizionare i programmi di studio e i corsi di laurea nell’ottica di ridurre
il mismatch tra le competenze presenti nel mercato del lavoro e quelle
richieste dalle aziende del settore;
* agevolare il finanziamento privato agli atenei.
Del resto, l’Università offre competenze tecniche di alto livello indispensabili
per un punto di raccordo fra le esigenze dell’architettura istituzionale e
quelle dei capitali, sempre alla ricerca di nuove occasioni d’investimento e di
profitto. È così che, tramite le istituzioni accademiche, lo Stato tenta di
indirizzare la ricerca militare verso alcuni ambiti ritenuti “prioritari”
rispetto ad altri: offrendo alle aziende occasioni di sviluppo tecnologico a
costi ridotti e manodopera specializzata a titolo pressoché gratuito.
Va menzionato infine il problema degli obblighi di riservatezza cui sono
sottoposti i ricercatori in ambito militare. Questi potrebbero essere utilizzati
per interdire il diffondersi di specifiche notizie sui rapporti tra industrie
belliche e Università. Del resto sin qui l’applicazione dei suddetti codici è
stata un’arma, nel senso quasi letterale del termine: ossia uno strumento atto a
piegare la resistenza della forza lavoro e a trasformare il conflitto in tema di
ordine pubblico.
Diventa dunque necessario che le forze della sinistra di classe, contrarie alla
guerra, assieme a quelle del sindacalismo conflittuale e di base, s’impegnino
maggiormente su questo fronte. Non ci si può sottrarre al compito di denunciare
le collaborazioni sempre più diffuse tra il mondo della ricerca e le aziende di
guerra. E mai come oggi sarebbe opportuno lanciare una campagna di disobbedienza
rispetto a qualsiasi obbligo di riservatezza. Non v’è dubbio: mai la sfera
militare è stata oggetto di un reale controllo da parte dell’opinione pubblica.
Ma oggi la sua tendenza a secretare informazioni di rilievo si è ulteriormente
accentuata. Il che non è privo di significato, in una fase in cui i conflitti
tra le potenze si svolgono anche in teatri vicini, a partire da quello ucraino.
Il rischio, evidentemente, è che si sottraggano definitivamente al dibattito
pubblico scelte distruttive e dalle conseguenze potenzialmente irreversibili.
I CONTENITORI ISTITUZIONALI PER LA RICERCA MILITARE
Per organizzare la cooperazione con le Università lo Stato italiano ha disposto
due distinte iniziative istituzionali, approvate dallo Stato Maggiore della
Difesa, che prevedono:
* la collaborazione delle istituzioni accademiche con le aziende (dalle
start-up alle grandi imprese);
* il Piano Nazionale della Ricerca Militare e gli Accordi Quadro con Università
ed Enti di Ricerca.
Entrambi questi “contenitori” sono allineati ai cluster di ricerca ritenuti
prioritari e individuati, annualmente, dallo Stato Maggiore: ricezione dati,
tecnologie cyber e spaziali, protezione e potenziamento delle capacità del
soldato, tecnologie per il controllo della dimensione subacquea della guerra,
armi a energia diretta, ipersoniche, per la guerra elettronica e via dicendo. Si
noti che le tecnologie spaziali e quelle per la guerra sottomarina assorbono, da
sole, quasi la metà del finanziamento complessivo1 – indice, questo, non solo
dell’importanza sul campo di queste nuove tipologie di armi ma anche del buon
grado di maturazione tecnologica dei settori cui appartengono (spaziale e
subacqueo). E non dimentichiamo le cosiddette “guerre non convenzionali”, che in
ambito militare sono attenzionate da oltre un decennio – sebbene siano salite
agli onori della cronaca da poco, con un “papiello” presentato in pompa magna
dal Ministro Crosetto.2
Si diceva del maggiore coinvolgimento delle Università nella ricerca militare
occorso negli ultimi anni. Effettivamente gli Accordi Quadro col settore
accademico sono sette, più tre nuovi progetti avviati nel 2024 – alla pari col
numero delle attività di ricerca tecnologica svolte nei Centri di Test della
Difesa.3 Si nota inoltre un’impennata degli specifici progetti finanziati –
italiani,4 europei e internazionali –, il che potrebbe preludere a un maggiore
coinvolgimento delle Università in accordi trans-frontalieri nei prossimi anni.
Ricordiamo, infine, il largo utilizzo di progetti “mascherati” come civili ma
che, in realtà, comportano risvolti anche di natura militare – quali le
previsioni atmosferiche o gli studi sugli insetti, oppure alcuni approfondimenti
specifici come quello sulla resistenza valvolare alla corrosione chimica.
1 Rispettivamente, il 33,3% e il 14,3%. Cfr. Ministero della Difesa, Direzione
Nazionale degli Armamenti, Ricerca Tecnologica e Innovazione – 2025, Tab. 2, p.
118.
2
https://www.difesa.it/assets/allegati/83696/non-paper_il_contrasto_alla_guerra_ibrida.pdf.
3 Ivi, Tab. 1, p. 117.
4 Cfr.
https://altreconomia.it/i-dati-inediti-sugli-accordi-tra-le-universita-e-lindustria-militare/;
https://jacobinitalia.it/il-sapere-contro-la-guerra/;
https://altreconomia.it/la-collaborazione-tra-luniversita-di-bologna-e-il-complesso-militare-industriale-israeliano/.
UN SETTORE DELLA DIFESA SEMPRE PIÙ SVINCOLATO DAL CONTROLLO DEMOCRATICO
In questo quadro, lanciare degli allarmi non vuol dire allinearsi a una generica
cultura del sospetto. Bensì esprimere quell’atteggiamento vigile che è sempre
più necessario: non si deve dimenticare che oggi una certa parte – probabilmente
considerevole – dei progetti militari di ricerca e sviluppo è protetta dal
segreto di Stato. Ma basta dare un’occhiata a quanto avviene oltreoceano per
comprendere la potenziale pericolosità di certe omissioni: ad esempio il
National Center for Border Security and Immigration, con sede presso
l’Università dell’Arizona, presiede a progetti di ricerca «dedicati alla
“valutazione automatica della verità”, all’“identificazione biometrica”, alla
“localizzazione e tracciamento di veicoli, merci e persone”, al “monitoraggio
intelligente delle interazioni umane”».1
Il contesto, quindi, non consente di stare tranquilli. Per esempio desta
particolare preoccupazione l’attuale progetto di modificare la normativa che
regola la vendita di armi all’estero.2 Tale intervento del Governo è mosso da
ragioni materiali, come la rimozione di tutti gli ostacoli per le esportazioni
verso i Paesi che non rispettano i diritti umani. Il controllo dell’esportazione
e importazione di materiali d’armamento è disciplinato dalla L. 185/1990,
modificata con il D. Lgs. 105/2012 per recepire la Direttiva 2009/43/CE del 6
Maggio 2009 dando vita a una sorta di autorità nazionale ad hoc – UAMA (Unità
per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento) – che dovrebbe garantire la
corretta applicazione delle norme.
Ad oggi tutte le operazioni di vendita sono autorizzate da Governo e Parlamento
ma l’intento è, per l’appunto, quello di far venir meno ogni controllo da parte
del secondo organismo che, pur se in modi limitati, costituisce comunque un
tramite tra la politica e i cittadini. Questi ultimi, dunque, in futuro
rischiano di esser tenuti completamente all’oscuro circa l’aspetto più
controverso della politica commerciale nostrana. E a ben vedere, una legge sulla
vendita di armi che non preveda passaggi in Parlamento, rischia di equivalere,
per le esportazioni belliche, a un lasciapassare quasi assoluto (fortunatamente
la nostra giurisprudenza3 ancora vieta allo Stato di costituirsi parte negoziale
nelle trattative militari). Ciò, assommandosi al già operante obbligo di
segretezza che accompagna il trasferimento delle armi sul territorio nazionale e
alla spinta a deregolamentare dell’Unione Europea, rischia di collocare il
settore militare-industriale al di fuori di qualsiasi regola democratica.
1 M. Gasser, The University and the security State: Pentagon and CIA on Campus,
https://www.nogeoingegneria.com/news-eng/the-university-the-security-state-pentagon-and-cia-on-campus/.
2 Cfr. Atto del Senato n. 855 / S. 855.
3 Cfr. D.P.R. 104/2015, art. 3. Inoltre è fatto divieto allo Stato di vendere
materiale militare nuovo, non in dismissione.
IL MODELLO USA
Sul rapporto fra settore militare e ordinamento democratico-borghese fanno
scuola gli Stati Uniti. Anni fa, in questo Paese, per mezzo di Università quasi
tutte private, il mondo accademico venne coinvolto nel progetto del Pentagono
riguardante la costruzione di un centro di ricerca dedicato alla “scienza
cognitiva del terrorismo”, con fondi ministeriali a dir poco generosi. Di questo
abbiamo avuto notizia direttamente da ricercatori e docenti che vennero
contattati per il progetto e che, allora, avevano ben pensato di declinare
l’invito per boicottare sul nascere questi laboratori di morte: la guerra
cognitiva del resto è indispensabile premessa di quella combattuta con le armi.
A distanza di anni questi “centri di ricerca” spuntano come funghi: attualmente
sono non meno di una dozzina, presenti all’interno di ventitré Università
statunitensi, e sono dichiaratamente votati a prendere in esame le minacce (o
presunte tali) provenienti dal territorio nazionale e da ogni altra area del
Globo. Un’autentica ossessione per il terrorismo, quella del Governo Usa, che
spende enormi quantità di capitale pubblico per progetti prevalentemente utili
all’Intelligence e finalizzati alle guerre e a campagne di repressione
preventiva.
Il risultato concreto di questo assetto è innanzitutto il finanziamento di
centinaia di progetti di ricerca dedicati all’attivismo politico, alla sua
radicalizzazione e alle culture giudicate “conflittuali”.
Altro aspetto della militarizzazione dell’istruzione negli Stati Uniti riguarda
la formazione militare degli studenti. Esistono ben diciotto istituti di
istruzione superiore dedicati alla formazione degli ufficiali militari,
finanziati da privati e da fondi federali o statali, e il ROTC (Reserve Officers
Training Corps) offre a studenti e studentesse universitari l’opportunità di
conseguire un diploma di laurea mentre si preparano per un servizio militare o
per servire come ufficiali, dopo la fine degli studi, al fine di completare il
programma.
Ebbene, il governo federale nega i finanziamenti alle Università che escludono
il ROTC o impediscono ai militari di reclutare direttamente all’interno dei
Campus.
Infine sia detto che, nonostante il proliferare di progetti di ricerca a uso
duale, dall’ordinamento universitario e dalle norme sindacali statunitensi non è
contemplata la possibilità di obiezione di coscienza. Al contrario, qualora il
lavoratore dovesse denunciare pubblicamente gli accordi tra atenei e imprese di
guerra si troverebbe davanti a una aperta violazione degli obblighi propri del
dipendente, riguardanti la riservatezza e la tutela dei dati aziendali,
incorrendo anche nella violazione dei codici di comportamento e rischiando,
pertanto, licenziamento e denunce civili, penali e financo erariali, qualora
venisse ravvisato il danno di immagine.
di Emiliano Gentili, Federico Giusti, Stefano Macera
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