“Torino è partigiana. Askatasuna vuol dire libertà”. Un racconto della giornata di sabato 31 gennaio@1La giornata di sabato 31 gennaio ha visto scendere in piazza oltre 60mila
persone, in un corteo nato dalla chiamata seguita allo sgombero dell’Askatasuna
del 18 dicembre, ma capace di allargarsi a una critica complessiva al governo.
Al centro della mobilitazione l’opposizione alle politiche di guerra e di
riarmo, la denuncia della collaborazione e del servilismo verso il genocidio in
Palestina da parte del governo sionista, così come il rifiuto dei processi di
militarizzazione della società, dalle nostre città alle scuole e alle
università, e la difesa degli spazi sociali. Un corteo attraversato da una
partecipazione ampia ed eterogenea, capace di tenere insieme comitati di
quartiere, lavorator3, sindacati e student3.
Sulle principali testate giornalistiche, però, si legge quasi esclusivamente
della “violenza” agita da una parte dell3 manifestanti, costruendo la ben nota
retorica della divisione tra “buoni e cattivi” e portando avanti una narrazione
che ribalta completamente cause ed effetti della rabbia espressa sabato.
In particolare, circolano su tutti i media le immagini del poliziotto ferito,
utilizzate dalla destra — e non solo — per invocare un’accelerazione dell’iter
di approvazione del nuovo pacchetto sicurezza, che introduce nuove leggi
liberticide, e tra le altre, contro le manifestazioni di piazza. Non trovano
invece spazio le testimonianze degli abusi e delle violenze agite dalla polizia:
dalle centinaia di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, alle cariche, fino
all’uso di idranti e ai pestaggi di divers3 manifestanti. Qui il link alla
testimonianza della giornalista Rita Rapisardi:
https://www.instagram.com/p/DUOfhn6Dfkn/?igsh=NDZrbzJ3dG5qMHhi
Nella serata di domenica 1 febbraio, l’intera comunità studentesca, docente,
precaria e lavoratrice di UNITO ha ricevuto una mail firmata dalla rettrice
Prandi e dal prorettore Cuniberti, nella quale si chiede “a ogni organizzazione,
gruppo o coordinamento della nostra comunità di prendere posizione rispetto ai
fatti violenti di ieri”.
Dopo settimane di chiusura — non solo dello spazio fisico di Palazzo Nuovo, ma
anche di qualsiasi reale dialogo con la componente studentesca — l’Università
sceglie di prendere parola in piena linea con le politiche di governo, in modo
del tutto ipocrita considerando che mai si è espressa o ha richiesto una
compatezza della comunità universitaria né sui licenziamenti di massa del
personale precario né sulle violenze che, in mondovisione, accompagnano il
genocidio in Palestina.
In un’università sempre più modellata come un’azienda e asservita agli interessi
militari, dove viene sistematicamente smantellata la costruzione di un sapere
critico e di un dibattito libero, abbiamo chiesto un commento sul ruolo che
l’università stessa ha avuto in queste settimane di costruzione della giornata
di sabato.
Nella stessa mail si comunica non solo la chiusura di Palazzo Nuovo per la
giornata di oggi, lunedì 2 febbraio, ufficialmente per ragioni di
“igienizzazione”, ma si fa anche riferimento alle chiusure dei giorni
precedenti, motivate da presunte “attività non autorizzate e del tutto
incompatibili con i luoghi occupati”. L3 occupanti avevano tuttavia dichiarato
fin dall’inizio che tutte le attività didattiche sarebbero state garantite e,
anzi, arricchite da momenti di formazione dal basso, confronto e socialità.
Queste misure di chiusura sono evidentemente il prodotto di pressioni politiche,
non solo ministeriali ma anche poliziesche, che — nel nome dell’“ordine
pubblico” e degli interessi del governo — scavalcano le reali esigenze
dell’università e della sua comunità.
Allo stesso modo, dal caso dello sgombero di Askatasuna appare evidente come le
volontà di governo facciano pressione anche sull’amministrazione locale,
portando ad una vera e propria escalation repressiva: dalla militarizzazione del
quartiere Vanchiglia alla chiusura delle scuole, fino all’uso e alla
legittimazione della forza e di strumenti intimidatori da parte della polizia
già prima del corteo, con quasi 800 persone fermate e perquisite.
Di fronte a un governo che sceglie apertamente la strada della militarizzazione
e della repressione, diventa necessario rilanciare i prossimi appuntamenti
nazionali: lo sciopero dei porti del 6 febbraio, l’opposizione alle Olimpiadi
del 7 febbraio e la due giorni di Livorno del 21–22 febbraio, per costruire
un’opposizione ampia ed eterogenea contro il governo e le sue politiche di
guerra, sempre più lontane dagli interessi reali di chi vive in questa società.
In ultimo, abbiamo fatto insieme il punto legale. Purtroppo tre persone sono
state arrestate nella serata di sabato e si trovano attualmente recluse nel
carcere delle Vallette di Torino, con accuse molto gravi, per le quali è stata
richiesta la convalida della detenzione in carcere. Nel pomeriggio di ieri,
domenica 1 febbraio, è stato organizzato un momento di saluto solidale e
complice sotto il carcere delle Vallette.