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PRIMA DI TUTTO LA PACE. Marcia Gravina-Altamura, 24 ottobre 2026: Dossier e moduli di adesione
Il nostro appello vi giunge dal cuore del Meridione d’Italia, da una vasta area collocata al confine tra la Puglia e la Lucania, in un momento così particolare della storia in cui circa metà della popolazione mondiale vive in un clima di guerra, aperta o strisciante, in cui milioni di persone sono condannate a vivere, oppressi, in condizioni di povertà e di sofferenze estreme. Sono sempre più le guerre, infatti, a plasmare in senso militarista le capacità distruttive dei conflitti, con l’impiego di sempre più sofisticate tecnologie poste al servizio del capitalismo globale, responsabile delle distruzioni ambientali e delle stragi di civili, sino a commettere, nell’indifferenza o nella complicità dei governi cosiddetti democratici, dei veri e propri genocidi. Il nostro appello vi giunge da un territorio vocato alla pace ma costretto ad essere ancora teatro di esercitazioni di guerra attraverso una diffusa e articolata presenza delle Forze Armate di terra, di mare e di cielo: dall’aeroporto militare di Amendola a quelli di Gioia del Colle, di Galatina e di Brindisi, al porto militare di Taranto; dalle numerose servitù militari dislocate sul territorio pugliese ai poligoni di tiro presenti nel Parco nazionale dell’Alta Murgia. Il nostro appello vi giunge da un paesaggio storico e ambientale di inestimabile valore ma ancora continuamente saccheggiato e devastato da interessi forti e da illegalità diffuse, da indifferenze e da responsabilità istituzionali e in cui sono state individuate ben 17 aree ritenute idonee (sic!) per la costruzione del deposito unico nazionale per lo stoccaggio di scorie nucleari nel mentre l’attuale governo paventa l’assurda volontà di costruire nuove centrali nucleari… Il nostro appello intende ricongiungersi alle tante iniziative di lotta di ieri e di oggi, e mira a saldare il patrimonio di esperienze maturate all’interno di un movimento ricco e variegato: dalle marce Gravina – Altamura a Scanzano Ionico; dalla tutela di un paesaggio di pietre e di ulivi secolari al rifiuto delle guerre e delle basi militari presenti sul territorio; alla difesa delle coste adriatiche e ioniche dall’assalto del cemento e da pericolose forme di inquinamento e di degrado. Ci rivolgiamo a tutte le donne e gli uomini che sono impegnati a difendere la qualità della vita e del lavoro dalle aggressioni cieche e irreversibili dei potenti e dei furbi; a quanti praticano forme di politica dal basso e che mirano alla realizzazione di progetti concreti e durevoli a beneficio della collettività. Ci rivolgiamo a coloro che si oppongono a vecchie e nuove forme di colonialismo che, con brutalità e irridendo ogni diritto, si appropria della ricchezza sociale e delle fonti energetiche globali. Ci rivolgiamo alle donne e agli uomini che lottano contro i fili spinati dei confini e che rifiutano ogni forma di criminalizzazione verso quante e quanti sono costretti a lasciare la propria terra per fuggire la morte o la fame. Ci rivolgiamo a quell’arcipelago di sensibilità diverse che, unito, ha saputo conseguire alcuni significativi successi che, tuttavia, risultano essere oggi ancora provvisori. È il caso del Parco nazionale dell’Alta Murgia, nato ormai più di vent’anni fa ma che non è cresciuto nella maniera da noi auspicata. Di fronte a queste e ad altre piccole e grandi questioni aperte avvertiamo la necessità di creare un altro decisivo momento di confronto, per socializzare e rafforzare progetti ed esperienze e rappresentarle con fermezza alle Istituzioni che governano i nostri territori. PARTECIPARE ALLA MARCIA GRAVINA–ALTAMURA DEL 24 OTTOBRE 2026 SIGNIFICA RIMETTERE INSIEME CIÒ CHE IL POTERE DIVIDE: PACE, AMBIENTE, LAVORO, LIBERTÀ DI MOVIMENTO, AUTODETERMINAZIONE DEI TERRITORI. PER RIBADIRE LA NOSTRA OPPOSIZIONE A TUTTE LE GUERRE E AD OGNI FORMA DI ASSURDO RIARMO NEL RISPETTO DELL’ART. 11 DELLA COSTITUZIONE. DAL BASSO, INSIEME, PER UN SUD CHE NON SIA RETROVIA MILITARE NÉ DISCARICA, MA SPAZIO DI PACE, SOLIDARIETÀ E RESISTENZA. Per facilitare la condivisione dei contenuti e degli strumenti informativi relativi alla Marcia Gravina-Altamura 2026, in attesa di versioni stampate, abbiamo predisposto un sistema di consultazione ottimizzato per la fruizione mobile. Dal file allegato potete accedere a tutti gli strumenti e agli approfondimenti: · Appello della Marcia · Sistema di adesione mediante form online · consultazione di tutte le adesioni pervenute · Modulo di richiesta adesione per le scuole · Indicazione dei dati bancari per contributi e sostegni economici · Accesso alla mappa Google Earth online relativa alla logistica della Marcia (in fase di definizione) · Tutti gli approfondimenti pervenuti sui diversi temi richiamati nell’appello che costituiscono il dossier condiviso, compreso quello relativo alla Militarizzazione delle scuole, delle università e della società civile in Puglia di Michele Lucivero, docente e promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, che aderisce all’iniziativa. CLICCA QUI PER ACCEDERE AL DRIVE CON IL DOSSIER E TUTTI I DOCUMENTI DISPONIBILI PER ADERIRE ALL’APPELLO E PARTECIPARE. 09_WADownload CONDIVIDETE PURE E PARTECIPATE IL 24 OTTOBRE 2026 ALLA MARCIA GRAVINA-ALTAMURA. PRIMA DI TUTTO LA PACE -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il dual use è morto… Lunga vita al dual use!
COME LE GOVERNANCE DEGLI ATENEI SI PONGONO RISPETTO ALLA RICERCA BELLICA NEL DELICATO EQUILIBRIO FRA LIBERTÀ ACCADEMICA, ETICA E COMPLIANCE Ai tempi della monarchia francese, alla morte di un sovrano, si usava dire: “Il Re è morto! Lunga vita al Re!”, indicando così la continuità nell’avvicendamento. E forse quella locuzione potrebbe essere utilizzata anche nel peculiare caso del dual use, cioè quell’ambito che riguarda prodotti, beni e tecnologie che possono avere sia un uso civile che un uso militare. NEL PERIODO FRA IL 2024 E IL 2025 SEMBRAVA QUASI CHE IN MANIERA PIÙ O MENO DIFFUSA, NEGLI ATENEI STATALI DEL NOSTRO PAESE, SI FOSSE DISPOSTI A METTERE UNA CROCE SOPRA AGLI ACCORDI DUAL USE, ALMENO IN LINEA DI PRINCIPIO. Dopo la stagione delle acampadas per Gaza e le proteste studentesche sembrava che almeno su questo punto si potesse trovare la quadra, d’accordo con le governance degli Atenei o almeno in qualche delibera del Senato Accademico. In realtà, ci si è accorti poi che in più di un caso si trattava solo di dichiarazioni d’intenti con scarse applicazioni nella pratica o che magari si poneva fine a un accordo quadro siglato a livello di amministrazione centrale e poi magari le collaborazioni continuavano a livello di singoli dipartimenti. L’Università di Pisa aveva addirittura modificato lo statuto dell’Ateneo per ribadire il NO al dual use. L’Università di Bologna aveva inserito nel merito un punto specifico nel Codice etico e tanti Atenei avevano messo uno stop agli accordi più evidenti, ad esempio quelli con Leonardo, Thales e Rheinmetall. E invece no! Questo apparente giro di vite ha avuto vita breve, perché nel frattempo la Commissione Europea si era lanciata in un triplo salto carpiato accogliendo un parere di un comitato di esperti chiamati ad esprimersi su come trattare il dual use nell’ambito della ricerca, soprattutto in vista del Piano Strategico Horizon Europe 2025-2027. Ebbene, tali esperti avevano praticamente sdoganato il dual use nel principale programma di ricerca europeo con una sorta di “tana libera tutti”, sostenendo che l’innovazione procede in modo così veloce da rendere indistinguibile i confini fra ciò che è per uso civile e ciò che è per uso militare. E quindi, contrariamente agli anni precedenti, si è concessa un’apertura per la prima volta anche ai progetti dual use dentro Horizon, il principale programma di ricerca in Europa. Insomma, nel 2025 dall’UE alle università del continente europeo si è proclamato a gran voce: “Il dual use è morto! Lunga vita al dual use!“ E nel 2026 questo input è stato trasmesso a cascata lungo tutta la filiera della ricerca accademica e quella degli Enti pubblici di ricerca, che non volevano di certo mancare un simile appuntamento coi finanziamenti europei nella ricerca. PRIMA PERÒ DI AFFRONTARE LO STATO DELL’ARTE DEL DUAL USE NEGLI ATENEI ITALIANI, È IMPORTANTE E OPPORTUNO SOTTOLINEARE COME ESISTANO DIVERSI PIANI SUI QUALI QUESTO TEMA PUÒ ESSERE AFFRONTATO E QUINDI RISULTA FONDAMENTALE COMPRENDERE SU QUALE DI QUESTI PIANI AVVIENE L’INTERAZIONE DI VOLTA IN VOLTA, PER EVITARE DI CADERE IN TRAPPOLE INTERPRETATIVE. 1) approccio etico: si può adottare un piano più ampio e onnicomprensivo nel quale per dual use si intendono tutte quelle attività che possono potenzialmente essere utilizzate, oltre che per finalità civili, anche per finalità militari di qualsiasi tipo, non solo prodotti, beni e tecnologie, ma anche attività a carattere strategico o propagandistico. Si privilegia quindi un’interpretazione estensiva delle implicazioni allargando il campo di applicazione a tutto ciò che è in qualche modo riconducibile al sistema della guerra ed al complesso militare industriale: da una parte si amplia quindi l’ambito disciplinare (non solo STEM) e dall’altra si estende la casistica delle ricadute che alcuni accordi possono comportare in relazione al più generale sistema della guerra, incluse quelle situazioni nelle quali la cooperazione accademica rischia di legittimare il Paese dei partner e quindi esserne complice in relazione a conflitti e occupazione illegale di territori, fuori dalle regole del diritto internazionale. É ad esempio il caso del boicottaggio accademico e culturale contro Israele per le sue gravissime responsabilità nel genocidio ancora in corso a Gaza e per l’occupazione in Cisgiordania. I principi etici alla base sono fondamentalmente quello di non nuocere direttamente o anche indirettamente a singoli individui o collettività, ma anche quello di avere cura dei diritti delle generazioni presenti e future rispetto ai possibili impieghi e sviluppi in prospettiva che potrebbero minacciare anche in futuro gruppi e popolazioni anche di altri Paesi, al di là delle intenzioni delle finalità progettate in origine. Pertanto, oltre agli sviluppi materiali e fisici connessi agli armamenti, si includono anche quelle attività che possono essere utilizzate impropriamente e in modo malevolo da terzi e che possono essere manipolate ad arte per raggiungere fini strategico militari, anche solo di pura legittimazione di un attore militare o di propaganda bellica. Di conseguenza, in tale accezione risultano sensibili non solo le collaborazioni con l’industria bellica, ma anche quelle con le Forze Armate, con la NATO e con gli enti e le istituzioni di Paesi che perpetrano una sistematica violazione dei diritti umani, che sono incriminati per genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e apartheid: in tale ottica, anche un semplice accordo di mobilità con un Ateneo che ha sede legale, che tanto legale non è, in territori occupati o un progetto di ricerca sulla gestione del suolo e dell’acqua può avere risvolti etici in termini di complicità e ricadute in termini di legittimazione e consolidamento dell’occupazione militare di territori fuori dalle regole ONU. In un’accezione più ampia, si potrebbero così includere, oltre alla ricerca, anche le attività di didattica, orientamento e Terza missione. Tale approccio etico è quello adottato nelle proteste studentesche e soprattutto negli orientamenti di chi porta avanti il boicottaggio accademico nelle Università (vedi la PACBI). 2) approccio tecnologico: stringendo il cerchio, si può adottare una definizione più meramente tecnica e concentrata nell’ambito della ricerca, che però pone l’accento anche sulla potenzialità dell’utilizzo dei risultati dei progetti, e in tal caso si considerano dual use tutti quei beni, prodotti e tecnologie che, pur avendo finalità civili possono implicare sviluppi possibili anche in ambito militare o essere utilizzate in modo improprio rispetto alle finalità previste in origine. Tale approccio è quello di una parte della componente dei docenti e dei ricercatori, che intende limitare il tema del dual use quasi esclusivamente alle “scienze dure”, che sono più soggette ai vincoli connessi alla produzione di armamenti o prodotti dual use e a controlli sulle esportazioni, ignorando quasi tutte le implicazioni immateriali e cognitive; 3) approccio normativo: il nucleo più ristretto del dual use fa riferimento ad una terza definizione di carattere più normativo e segue un approccio più restrittivo, arrivando a considerare dual use solo ed esclusivamente quei casi definiti come tali dal relativo Regolamento europeo sull’esportazione di armamenti, oltre che dalla normativa nazionale, per cui ci si limita soltanto alle esportazioni di materiali e risultati della ricerca non inclusi negli elenchi dei prodotti vietati, salvo eventuali licenze o autorizzazioni. Ed è proprio quest’ultima definizione, cioè il semplice limitarsi a rispettare i vincoli normativi alla lettera, a rappresentare l’orizzonte verso il quale le governance di alcuni grandi Atenei si stanno orientando rispetto al tema del dual use. PER COMPRENDERE QUALE SIA L’ORIENTAMENTO ATTUALE È POSSIBILE OSSERVARE COSA SUCCEDE IN UNO DEGLI ATENEI NEI QUALI IL DIBATTITO INTERNO SUL TEMA È STATO PIÙ VIVACE NEGLI ULTIMI ANNI: L’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA, CHE FRA L’ALTRO HA DI RECENTE DICHIARATO, IN OCCASIONE DI UN INTERVENTO FORMATIVO INTERNO SUL DUAL USE, CHE DIVERSI ALTRI GRANDI ATENEI COI QUALI SI SONO CONFRONTATI, SONO ALLINEATI SULLA STESSA POSIZIONE. MA QUALE SAREBBE QUESTA POSIZIONE? La posizione è quella che UNIBO ha deciso di abbracciare un approccio restrittivo rispetto alla nozione di dual use (che diventa l’eccezione e non la regola) nell’applicazione della normativa europea, nella fattispecie il Regolamento UE n. 821 del 2001, cioè in sintesi guardare i contenuti degli elenchi di prodotti, beni e tecnologie riportate negli Allegati 1 e 4 del Regolamento, addirittura con un orientamento ancor più minimalista seguendo la Raccomandazione 2001/1700 (quest’ultima attraverso la sua funzione interpretativa restringe ancor di più il campo di applicazione dei vincoli sul dual use). Di recente, seguendo le indicazioni contenute nella Raccomandazione del Consiglio UE del 2024, che sollecita gli organismi di ricerca a strutturare presidi interni per prevenire violazioni, UNIBO ha istituito un gruppo denominato DUSE per il monitoraggio interno sul dual use e ha predisposto delle Linee guida interne per la sicurezza della ricerca, che rappresentano i due strumenti di due diligence d’Ateneo, cioè per l’istruttoria accurata e il self-assessment da condurre rispetto alle collaborazioni con i partner internazionali sulla ricerca. Esiste poi un altro terminale per l’autovalutazione dei rischi e per la due diligence, che è invece individuale ed è rappresentato dalla figura del ricercatore, una figura cruciale nell’individuazione dei rischi potenziali legati all’uso duale e su cui quindi grava una forte responsabilità, spesso anche a fronte di contratti precari di ricerca, che agiscono come strumento di ricatto che limita ulteriormente l’imparzialità nel giudizio e la libertà di decisione. Un compito gravoso quello dei ricercatori nel dover seguire tutte le previsioni di legge, il Regolamento europeo, le linee guida interne, quelle nazionali e il Regolamento d’Ateneo per l’integrità della ricerca. Ma l’Ateneo di Bologna li ha di recente rassicurati in occasione della formazione interna, garantendo supporto attraverso il personale degli uffici preposti e tramite appunto il gruppo DUSE, individuato appositamente dalla governance fra componenti del personale docente e del personale tecnico amministrativo. Le raccomandazioni si sono indirizzate ripetutamente nel restringere il più possibile le fattispecie ed il campo di applicazione. E sui casi in cui risulterà essere presente un reale vincolo sull’uso duale, si invierà richiesta di licenza o autorizzazione all’UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento), l’unità preposta presso il MAECI per vigilare su tale ambito. Insomma, alla fine l’ultima parola in funzione di garanzia del sistema spetterà – ahinoi – addirittura a chi opera sotto quello stesso Ministro [ndr: Tajani] che dichiarava che «il diritto internazionale vale fino ad un certo punto». Pertanto, dopo anni di proteste, di inviti accorati alla riflessione sulle conseguenze dell’attività accademica e sulla necessità di investire nell’integrità della ricerca, l’elefante accademico ha partorito il topolino: l’unico impegno dei grandi Atenei è quello di limitarsi a rispettare alla lettera i vincoli della normativa dual use, senza ampliare il campo di applicazione ad ambiti sensibili che qualsiasi riflessione etica potrebbe suggerire, se non altro per autotutelarsi nei confronti di eventuali complicità e difendere l’immagine dell’Ateneo dall’essere associato a certe realtà. Uno dei grandi equivoci nel voler controbilanciare le minacce del dual use è spesso quello di appellarsi al principio della libertà accademica, che però è un diritto individuale del singolo docente o ricercatore e non può essere accampato come pretesto e rivendicato dalla governance di un Ateneo, perché non è esigibile in quella veste. Il singolo invece può esercitarlo individualmente, quindi senza coinvolgere le responsabilità, le risorse e gli impegni dell’Ateneo, pur nella consapevolezza dei limiti normativi del dual use. INSOMMA, IL SUCCO È CHE L’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA E GLI ALTRI ATENEI MAGGIORI PIÙ IMPLICATI NELLA RICERCA BELLICA NON FARANNO NULLA DI PIÙ DI CIÒ CHE È STRETTAMENTE PREVISTO DALLA LEGGE E, ANZI, LADDOVE POSSIBILE CERCHERANNO L’INTERPRETAZIONE PIÙ RISTRETTA POSSIBILE PER AMPLIARE IL PIÙ POSSIBILE IL LORO MARGINE DI MANOVRA. Ci chiediamo quindi quale sia il merito in termini di slancio etico nel fare ciò che è previsto dalla legge, visto che rispettare la lettera delle norme in materia è obbligatorio. Da qui deriva la pratica inutilità di basare la lotta sugli accordi sensibili soltanto sul tema del dual use, in quanto sarebbe come chiedere alle governance degli Atenei di impegnarsi a rispettare la legge e su questo non potranno che dire sì. Ci aspettavamo dal mondo accademico una riflessione più profonda sul tema ed uno slancio etico più esteso che considerasse maggiormente le implicazioni e le esigenze espresse dalle proteste studentesche, dai ricercatori precari e da quelle componenti nelle comunità accademiche che hanno in questi anni contribuito a portare nell’arena universitaria la complessità degli aspetti sensibili nelle collaborazioni degli Atenei con il complesso militare-industriale. Emblematico un episodio verificatosi in occasione di un recente intervento di formazione interna sul dual use a docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo di UNIBO: nello spazio delle domande che seguiva la presentazione nella sessione dedicata alla prospettiva etica sull’uso duale, a fronte di un’interpretazione piuttosto estensiva del dual use da parte della Prof.ssa Mattoni contro la violazione di diritti umani di popoli e collettività, un discente ha chiesto alla docente se tali violazioni sono da considerare tali anche in caso di rischio ambientale. A quel punto la docente, dopo aver ribadito che in linea teorica ricadrebbero in quella sfera etica da tutelare, ha però preferito lasciare la parola per l’interpretazione pratica al collega giurista Prof. Casolari che, nell’ottica restrittiva adottata da UNIBO, ha escluso che tale esempio possa ricadere nella casistica del dual use, a meno che non si utilizzino espressamente le specifiche e i prodotti contenuti negli allegati al Regolamento europeo. In definitiva, l’etica abdica al suo ruolo davanti alle esigenze e ai tecnicismi della compliance normativa finalizzata agli interessi della governance. Una scenetta alla quale si è in fondo già assistito in Ateneo, quando, dopo la delibera del Senato Accademico del 23 settembre 2025 che aveva introdotto dei paletti sulle collaborazioni con Israele, a gennaio 2026 il CdA di Unibo ha rimesso tutto in gioco facendo rientrare dalla finestra quegli accordi per evitare diffide dai partner israeliani e l’apertura di un eventuale contenzioso con risarcimento danni per aver interrotto gli accordi. Il continuo rimandare al solo Regolamento europeo contraddice fra l’altro il punto specifico che la stessa Alma Mater Studiorum Università di Bologna ha inserito nel preambolo del suo Codice etico e di comportamento, nel quale ci si impegna anche a: > «una cultura della consapevolezza e della responsabilità rispetto al tema del > duplice uso dei risultati della ricerca, al fine di individuare i relativi > rischi e minimizzare gli eventuali danni [ndr orribile formulazione], nel > rispetto della normativa nazionale, europea e internazionale». Ma della normativa nazionale non vi è traccia nelle raccomandazioni di chi rappresenta la governance, eppure l’elenco dei prodotti a uso duale presenti nell’elenco vigente in Italia risulta più ricco, dettagliato e aggiornato di quello previsto in Europa. Cosa si potrebbe fare allora nelle università per affrontare seriamente dal basso la questione delle collaborazioni sensibili? * estendere le considerazioni alla sfera etica più generale e non limitarsi solo alla ricerca né guardare il problema solo con la lente del dual use, perchè fa disperdere energie nell’inseguire ogni rivolo dell’oggetto della ricerca in ogni singolo progetto perdendo di vista il problema di fondo; * spostare lo sguardo dall’oggetto della ricerca al soggetto con cui si decide di collaborare e su cosa fa in generale quel soggetto, non solo in relazione al progetto o all’accordo con l’Ateneo; * attivare negli Atenei strumenti di monitoraggio dal basso, quali comitati, ma non lasciare che vengano nominati dalla governance, in base al principio che a controllare non sia chi deve essere controllato, come invece accade nei gruppi di monitoraggio che stanno nascendo in alcune università, e renderli efficaci nella loro azione garantendo l’accesso agli atti necessari da visionare e valutare; * pubblicare ed aggiornare periodicamente l’elenco delle collaborazioni considerate sensibili per “sanzionare” le amministrazioni degli Atenei inadempienti e “mettere all’indice” chi collabora o è complice delle guerre; * garantire a tutti i componenti delle comunità accademiche l’opzione dell’obiezione di coscienza di fronte a tutte le attività che direttamente o indirettamente implicano un contributo al sistema bellico o al complesso militare industriale; * adottare soluzioni sistemiche che siano valide in tutti gli Atenei tentando di raggiungere obiettivi di carattere normativo che regolino la questione delle collaborazioni sensibili nelle università e nella ricerca. APPURATO CHE NON ESISTE LA VOLONTÀ POLITICA DI PORRE UN FRENO ALLA RICERCA BELLICA E CHE UE E GOVERNO PROCEDONO AL RIARMO, TRASCINANDOSI DIETRO IL MONDO ACCADEMICO, E NON INTENDONO NEANCHE SOSPENDERE AD ESEMPIO GLI ACCORDI DI COOPERAZIONE CON ISRAELE, VORRÀ DIRE CHE NE PRENDEREMO ATTO E RIPARTIREMO DA QUI PER UNA NUOVA STAGIONE DI LOTTA, NON CONSIDERANDO PIÙ INTERLOCUTORI PRIVILEGIATI ED AFFIDABILI QUEI CANALI ISTITUZIONALI COME LA UE, IL GOVERNO, LE GOVERNANCE DI ALCUNI ATENEI, LA CRUI… … (che ha siglato un patto con Confindustria sul trasferimento tecnologico della ricerca, presumibilmente anche bellica), che hanno scelto scientemente di restare sordi e miopi davanti alla realtà, ma cercando altre strade dal basso e dal cuore pulsante di chi studia, lavora e vive nella realtà accademica per affermare le nostre ragioni, che urlano soltanto un forte e chiaro: “FUORI LA GUERRA DALL’UNIVERSITÀ!“ Inutile esprimere quanto sia sconfortante il vedere luoghi del sapere indipendenti, come dovrebbero essere le università, appiattiti sulle esigenze belliche e ridursi a zerbino al servizio di quello che Michele Lancione ha ribattezzato come “Complesso militare – industriale – accademico”. Gli Atenei in ginocchio davanti ai diktat della Ministra Bernini per assecondare le esigenze della Difesa, come lei stessa di recente ha ribadito durante una visita a Space Industries a Settimo Torinese davanti ai rettori degli Atenei di Torino (vedi qui). Il problema è sistemico, per cui per quanto possa essere preziosa la lotta in ogni singolo Ateneo, che dovrà in ogni caso essere portata avanti, siamo arrivati al punto in cui è sempre più urgente puntare ad una soluzione che sia altrettanto sistemica per affrontare in modo più compiuto ed omogeneo il tema delle collaborazioni sensibili su tutto il territorio nazionale. E come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo intravisto questa possibilità nella campagna LA CONOSCENZA NON MARCIA, che lo scorso 18 luglio ha lanciato pubblicamente a Paestum, insieme alle tante altre realtà che hanno aderito, l’idea di una petizione popolare (ex art. 50 della Costituzione) per stimolare sul tema il Parlamento attraverso i lavori legislativi delle Commissioni competenti. Nelle prossime settimane vi terremo aggiornate/i e pubblicheremo sul sito il link alla piattaforma ufficiale sulla quale si raccoglieranno le firme online. In questa lotta, non si può contare sulla UE, che ha sdoganato per prima il dual use, non si può contare sul Governo, che sta cercando di allentare i vincoli sulle esportazioni di armi previsti dalla Legge 185 del 1990 e tende a legittimare il ricorso alla ricerca universitaria sull’uso duale, attraverso Linee guida nazionali per gli Atenei, come annunciato dalla Ministra Bernini, che propone anche di ribattezzare “common use”  le collaborazioni nella ricerca fra Università e Difesa. In un’epoca nella quale domina la guerra ibrida e le sorti dei conflitti si determinano anche sul piano cognitivo, sarebbe un errore di miopia madornale ignorare tutte quelle dinamiche di collaborazione che sono formalmente fuori dal dual use in senso stretto, ma che hanno profonde implicazioni sulla costruzione dei conflitti e sulla loro estensione nella società: dalla legittimazione più o meno implicita di sistemi militari e strategici alla classica propaganda militarista più o meno diretta o addirittura all’israelizzazione dei luoghi di istruzione e di ricerca. E quindi anche un corso di laurea in filosofia (Bologna docet nel caso dell’Accademia militare di Modena) può avere implicazioni dual use, così come un accordo di mobilità con università che hanno sede legale in territori occupati in Palestina, tramite il quale magari soldati e i riservisti israeliani dell’IDF vengono a studiare nelle aule universitarie italiane seduti con naturalezza accanto agli altri studenti dopo aver fatto la spola fra il genocidio e gli impegni accademici. Gruppo Università, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Polla (SA): presentazione dell’Osservatorio e del volume Scuole e Università di Pace
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha svolto un incontro pubblico per la prima volta a Polla, nel Vallo di Diano, in provincia di Salerno, con la prestazione del volume Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra, il testo che raccoglie gli atti del Convegno nazionale dell’Osservatorio del 2025 a Roma. L’incontro – sui temi della didattica militarizzata, del ritorno dell’obbligo della leva, del lavoro attentissimo di monitoraggio, critica e resistenza dell’Osservatorio – è stato molto partecipato, con un dibattito appassionato. Tutto ciò non era scontato, soprattutto con 35 gradi all’ombra!  -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Ahidaonline: La militarizzazione delle scuole, delle università e della società civile
DI MICHELE LUCIVERO SU AHIDAONLINE.COM DEL 16 LUGLIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Michele Lucivero, pubblicato su Ahidaonline.com il 16 luglio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «Ciò che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha cominciato a registrare e denunciare da diversi anni è una indebita invasione di campo all’interno delle scuole da parte di rappresentanti delle forze armate addirittura in qualità di «docenti», impegnati nel tenere lezioni su vari argomenti (dall’inglese affidato a personale Nato fino a tematiche inerenti alla legalità e alla Costituzione). Tale ingerenza da parte dei militari è stata possibile, in realtà, perché a partire dal 2015 il Ministero dell’Istruzione (diventato poi Ministero dell’Istruzione e del merito) ha sottoscritto dei protocolli con il Ministero della Difesa per svolgere percorsi di Formazione scuola-lavoro (ex PCTO) direttamente nelle basi militari o nelle caserme, esautorando i/le docenti dalla democratica partecipazione alle iniziative didattiche di carattere pedagogico delle proprie scuole»…continua a leggere su www.ahidaonline.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Perù: «Non ci arrenderemo finché la modifica alle borse di studio non verrà archiviata»
La lotta per un’istruzione inclusiva continua ad essere portata avanti dagli studenti, dai borsisti e dagli ex borsisti del Programma Nazionale di Borse di Studio (PRONABEC), che stanno ora organizzando una veglia permanente davanti alla sede del Ministero dell’Istruzione, situata nel distretto di San Borja, nella città di Lima. «Non ci arrenderemo, resteremo qui, mentre nel contempo continuiamo il dialogo con la presidente eletta», hanno affermato. Bryan Melgar, rappresentante del Fronte Nazionale dei Borsisti del Perù (FRENABEP), ha rilasciato alcune dichiarazioni a Pressenza durante il picchetto che decine di studenti, borsisti ed ex borsisti del PRONABEC hanno deciso di mantenere, chiedendo che questo governo (o quello entrante) archivi il progetto di modifica del Regolamento della Legge n. 29837, che snatura l’accesso all’istruzione per i giovani di talento ma in condizioni di vulnerabilità economica. «Questo governo ha deciso di ignorare la nostra richiesta, la nostra rivendicazione. Ha emanato una risoluzione ministeriale che proroga la consultazione pubblica di altri 30 giorni; in un certo senso è un risultato, ma è anche un modo per lavarsene le mani e lasciare il problema al prossimo governo. Quello che chiediamo è che questo governo si assuma le proprie responsabilità e, fin da ora, archivi questa risoluzione ministeriale, rendendola nulla», ha dichiarato Melgar in mezzo agli studenti in veglia. Il rappresentante del FRENABEP ha inoltre segnalato che, sebbene il periodo di consultazione pubblica sia stato esteso a 30 giorni, esso non ha avuto un’adeguata diffusione: «L’hanno pubblicato solo sul loro sito ufficiale, non l’hanno nemmeno pubblicato sui social network o su altri mezzi di comunicazione più vicini ai borsisti», limitando così la partecipazione civica delle persone coinvolte nella modifica normativa. EPURAZIONE DEI BORSISTI Attualmente il PRONABEC assiste 60.000 borsisti universitari e 283 di dottorato. Le modifiche che lo Stato peruviano intende apportare al programma di borse di studio sono considerate dagli studenti come una «snaturazione del programma». Pertanto, con la nuova normativa, i borsisti non potrebbero manifestarsi liberamente, poiché correrebbero il rischio di perdere la borsa di studio. Non potrebbero nemmeno ripetere gli anni di corso, né cambiare corso di laurea, e verrebbe loro revocato il sostegno psicologico-emotivo. «Il sistema che gestiscono è troppo rigido e poco attento alla realtà dei giovani e dei borsisti. Ecco di cosa stiamo parlando. C’è qualcosa che stanno gestendo, internamente, che potremmo definire una “epurazione dei borsisti”. Per loro siamo solo una spesa. Da dicembre, con la Beca 18, le borse di studio sono state praticamente tagliate, perché senza soldi non ci sono borse di studio. Di chi è la colpa? Non si è mai saputo. Ma delle 38.000 borse di studio promesse, non sono mai esistite. Da lì hanno persino avviato un processo di snaturamento, la cosiddetta riorganizzazione del Programma Nazionale delle Borse di Studio. Potremmo dire che si tratta di un vero e proprio processo, di un’iniziativa volta a snaturare l’attuale sistema di borse di studio e a trasformarlo in un altro tipo di sistema. Al settore dell’istruzione, a quanto pare, non interessa. Hanno già iniziato, da tempo, a tagliare i bilanci, per miliardi. Per questo ne stanno soffrendo tutte le università pubbliche e private, gli istituti, a livello nazionale. Ciò che stanno causando è semplicemente tagliare i sogni, stroncare l’istruzione del Paese. Modificando l’intera legge sul Programma Nazionale delle Borse di Studio, stanno cambiando i corsi di laurea, i corsi post-laurea, i crediti, l’intero numero di borse di studio esistenti. Stanno cambiando tutto, a loro piacimento, senza una vera consultazione, senza coordinamento con i giovani e con i borsisti”, ha denunciato Bryan Melgar. SOSTEGNO DA PARTE DEGLI STUDENTI E DEI CITTADINI I manifestanti accampati davanti al Ministero dell’Istruzione sottolineano che continueranno la veglia permanente fino a quando non otterranno una risposta dall’attuale governo o da quello entrante, a partire dal prossimo 28 luglio. La richiesta dei borsisti ha ricevuto il sostegno delle federazioni universitarie di Lima e Callao, nonché dell’Università Cattolica e dell’Università Cayetano Heredia. Inoltre, nel caso delle università prive di federazioni, hanno ricevuto il sostegno delle associazioni studentesche, come quelle dell’Università Científica, dell’UPC, dell’Università Ruiz de Montoya e di altre a livello nazionale. Redacción Perú
July 20, 2026
Pressenza
Torino, master HumanAIze: dopo le proteste Leonardo SpA rimossa dalle aziende partner
Nell’ambito delle ultime elezioni universitarie si è potuta costatare la presenza di diversi programmi che prevedono un progetto di trasformazione della ricerca e delle facoltà universitarie in volano dell’impresa – inclusa quella bellica – e di sostegno attivo alle nuove tecnologie, intelligenza artificiale inclusa. Il biglietto da visita di liste legate al centro-destra era non solo quello di una università governata dal securitarismo e dalla contrazione degli spazi di libertà collettiva (per capirci zero permessi per aule autogestite o spazi per iniziative di studenti e studentesse contro la guerra) ma di un mondo universitario strettamente connesso con il mondo delle imprese, incline a rafforzare la collaborazione con imprese di armi, fondazioni e centri di ricerca ad esse collegati. Bologna, Roma, Firenze, Pisa e Torino, dove le proteste studentesche contro il genocidio sono state più forti, sono state anche le città universitarie ove l’assottigliarsi delle destre negli organismi studenteschi è stata accompagnata da campagne di vittimismo, da aperta contrapposizione alle mobilitazioni per la Palestina e da critiche a percorsi di studio che non disegnano strette relazioni con le imprese di armi e nutrono dubbi sulla ricerca legata a tecnologie duali, utilizzate in gran parte nel settore militare e solo, nella sempre più residuale parte, in quello civile. Il capitalismo va dove maggiori sono i margini di profitto, i titoli azionari dei gruppi produttori di sistemi d’arma hanno raggiunto risultati paragonabili a quelli delle multinazionali farmaceutiche ai tempi del Covid. In questo scenario in continua evoluzione, l’omologazione del mondo universitario passa anche dai nuovi equilibri determinati dall’ingresso di liste e rappresentanti di destra negli organismi di rappresentanza degli atenei; l’obiettivo è ridurre ai minimi termini le critiche verso la partecipazione degli atenei a progetti di ricerca duali. A tal proposito è da evidenziare la campagna costruita attorno a HumanAIze, master di due atenei torinesi con il contributo di STEM by women e della Fondazione Compagnia di San Paolo, aperto alle facoltà umanistiche e dedicato all’intelligenza artificiale, non gratuito e con un tirocinio in alcune aziende partner. Le critiche, emerse in ambito studentesco e non, sono state subito respinte dal Comitato Scientifico che esclude attività militari e lo sviluppo di tecnologie duali all’interno del master. Ma nella presentazione del master perché ad un certo punto, stando agli studenti, è comparso il nome di Leonardo SpA? E perché dopo le prime proteste leggiamo che il nome di Leonardo SpA è stato rimosso così come si apprende da un articolo pubblicato dalla Stampa lo scorso 2 luglio? Nel frattempo, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università crediamo che sarebbe utile iniziare a discutere non solo delle ragioni per le quali la ricerca non debba avere fini duali ma anche quale modello sociale si affermerà con l’utilizzo della IA. A dirlo non siamo noi ma esponenti di punta di aziende che fanno ampio ricorso all’IA, producono sistemi di arma di ultima generazione e parlano di future società dove il pubblico sarà fortemente ridimensionato con crescenti disparità economiche e sociali favorite proprio dalle tecnologie di ultima generazione (clicca qui). Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Voci critiche sulla PdL “Un’altra difesa è possibile”: non “complementarità”, ma “alternativa” alla guerra con l’obiezione totale e collettiva
In questi anni di costante e quotidiano lavoro di monitoraggio del livello di bellicismo nei luoghi della formazione e della società civile, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha segnalato e pubblicato numerosissimi casi di invasione delle forze armate nelle scuole, ma anche analisi approfondite sull’avanzare della “Cultura della difesa”, sul riarmo e sul contesto geopolitico in cui prendevano significato quelle iniziative. In un quadro caratterizzato da un radicale antimilitarismo, che accomuna tutte le componenti dell’Osservatorio, di cui diverse si riferiscono esplicitamente alla tradizione pacifista e nonviolenta, chi ha preso parte al suo percorso ha maturato via via la consapevolezza di un chiaro processo guerrafondaio in cui molte istituzioni, a partire dai governi e dagli apparati economici degli Stati che fanno affari con gli armamenti, per finire con le organizzazione internazionali, tra cui la NATO, stanno trascinando le popolazioni verso il baratro della guerra, cercando di indorare la pillola di una tragedia mondiale che deve necessariamente allertare per il semplice motivo che per la qualità e la quantità dell’arsenale a disposizione, la deflagrazione che si prevede non può che essere l’ultima, l’estrema e la definitiva misura per spazzare via l’umanità intera dalla faccia della Terra. E, allora, in considerazione di queste analisi e delle evidenze empiriche raccolte, chi si ritrova quotidianamente a costruire il sostrato concreto che costituisce il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, pur nella consapevolezza dello sforzo profuso da chi è stato coinvolto nell’estensione della PdL Un’altra difesa è possibile, la cui storia nell’ambito del movimento pacifista non è in discussione, vorrebbe mettere in evidenza tutte le perplessità che essa ha suscitato in ambienti e in soggetti con altrettanta comprovata fede pacifista, antimilitarista e nonviolenta, soprattutto in relazione al ruolo che il servizio civile verrebbe ad assumere nel contesto internazionale. Tra le varie perplessità emerse, si segnalano ad esempio: – Serena Tusini, sindacalista e docente tra le promotrici dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Contropiano» il 28 marzo 2026, critica aspramente la PdL sulla difesa nonviolenta, definendola una proposta datata e funzionale alla dottrina NATO della “difesa totale” (CIMIC) nella quale l’ambito civile è interamente e strutturalmente come terreno operativo militare. Alla luce di questo, Tusini denuncia la proposta come uno strumento per militarizzare i cittadini, con il servizio civile che funge da “cavallo di Troia” per il ritorno della leva obbligatoria, criticando infine il terzo settore per favorire la privatizzazione dello stato sociale. – Michele Lucivero, giornalista e docente tra i promotori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Pressenza» il 6 maggio 2026, denuncia il rischio che il ritorno della leva obbligatoria in Europa trasformi il servizio civile proposto nella PdL in una difesa “complementare” subordinata alle logiche militari della NATO, tradendo così l’eredità etica di don Lorenzo Milani e la storia dell’obiezione di coscienza. Attraverso un’intervista a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato, viene analizzato il “modello svedese”, in cui il servizio civile dal 2026 include compiti di cybersicurezza e logistica strettamente integrati all’apparato bellico. Di fronte a queste dinamiche, l’autore solleva il dilemma morale di dover difendere alleanze militari che agiscono come oppressori e invita il movimento pacifista italiano, dove la leva non è ancora attiva, a una disobbedienza civile totale, proponendo anche la creazione di un fondo economico per sostenere chi rifiuta radicalmente la militarizzazione; – Antonino Drago, primo proponente di un progetto di legge sulla difesa popolare nonviolenta (1969), e Franco Dinelli, Direttore Centro Studi di Pax Christi, in un articolo pubblicato su «Il Fatto quotidiano» il 16 maggio 2026, criticano duramente la PdL, sostenendo che essa rischia di ridurre il servizio civile e la stessa “obiezione di coscienza”, che viene adombrata nel testo, a scelte subordinate alla difesa militare. Gli autori evidenziano la necessità di una vera autonomia per la difesa nonviolenta, avvertendo che un compromesso strutturale, “complementare”, “affiancato” e “integrato” con i Governi, sempre più ostaggi nella NATO, annullerebbe le alternative alla guerra; – Ermete Ferraro, presidente del Movimento Internazionale per la Riconciliazione, tra gli aderenti all’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio 2026 sul suo blog, ha definito la PdL Un’altra difesa è possibile una versione “minimalista” e compromissoria, che integra la difesa militare anziché rappresentare un’alternativa strutturale. Il dissenso si concentra sulla definizione di difesa “complementare” (Art. 1) e sulla mancanza di un dibattito interno profondo, evidenziando la stasi del movimento pacifista, adattatosi alla realpolitik. La posizione critica sottolinea la necessità di un programma costruttivo autonomo e coerente con la teoria della difesa “alternativa”; – Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, tra i fondatori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio sul blog obiezioneallaguerra esprime molti dubbi sulla PdL proposta dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, definendola un “riformismo burocratico” che non scalfisce affatto l’apparato militare-industriale e la logica NATO. Egli sostiene, addirittura, che la difesa civile non armata sia costituzionalmente equivalente a quella militare e propone di superare il meccanismo dell’obiezione fiscale del 6×1000 attraverso tre rotture radicali: una dottrina nonviolenta basata sull’art. 52, il trasferimento economico dei fondi dagli armamenti alla difesa civile e la denuclearizzazione unilaterale; Per tutti questi motivi, la PdL Un’altra difesa è possibile, pur ponendosi l’intento di inserire, tra le altre cose, il servizio civile all’interno di un quadro costituzionale caratterizzato dalla difesa nonviolenta e non armata del proprio Paese, rischia di essere una misura non solo insufficiente sulla via del pacifismo, ma anche controproducente, dal momento che potrebbe rivelarsi uno strumento utile nelle mani dei guerrafondai. L’ambiguità del testo dell’iniziativa legislativa, infatti, nel richiamare “la complementarità” e non “l’alternativa” alla guerra e alla difesa armata, rischia di essere lo strumento attraverso il quale la strategia NATO della difesa totale s’incunea nella società civile, rendendo quest’ultima complice delle guerre d’aggressione in cui alcuni capi di Stato dissennati stanno cercando di trascinare un’alleanza militare da cui converrebbe, piuttosto, rapidamente uscire. Si tratta, dunque, di perplessità diffuse in maniera trasversale nel mondo pacifista, antimilitarista e nonviolento dovute all’equivocità, certamente non ricercata, ma non per questo meno patente, del testo in questione. Tuttavia, nello spirito democratico e pluralistico che connota la nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, vorremmo, al più presto, riprendere insieme il dibattito intorno alla nostra proposta di obiezione totale a partire dalle indicazioni tracciate nel nostro Manifesto di Resistenza alla militarizzazione, che consideriamo l’ipotesi al momento più idonea per affrontare un contesto internazionale connotato da una normalizzazione della guerra. Un’obiezione totale e collettiva da esercitare in tutti i luoghi di lavoro e di formazione anche per arginare la propaganda per l’arruolamento nelle forze armate che si presenta spesso come unico sbocco lavorativo per zone sempre più depresse del nostro Paese. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Sgomberato SOCS
Stamattina all’alba, a Milano, numerosi celerini, digossini e altro personale di polizia hanno fatto irruzione negli immobili di via Celoria 26, di proprietà dell’Università Statale, occupati dal 2024 in sostegno al popolo palestinese, sgomberando SOCS e rimanendo in forze a presidiare l’intera sede universitaria, durante gli ultimi giorni della sessione estiva. A ventiquattro ore dallo sgombero del Bencivenga a Roma – avvenuto dopo la ri occupazione dello stabile, già sgomberato lo scorso giugno nell’ambito dell’inchiesta sui sabotaggi alla linea ferroviaria ad alta velocità – le forze dell’ordine sono intervenute a Milano per mettere fine all’occupazione universitaria del Settore occupato Città Studi (SOCS). Durante l’assedio poliziesco, si è formato un presidio di solidarietà nel piazzale di chimica di città studi, settore didattico, raggiungibile da Via Golgi 19. L’invito è quello di andare lì e rimanere aggiornatx sul canale telegram @soscmultiverse, le iniziative continuano!
Intervista Radio Onda Rossa ad Antonio Mazzeo su esercitazioni militari con droni e sottomarini in Salento
Rilanciamo l’intervista che Antonio Mazzeo, docente, giornalista e promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha rilasciato lo scorso 8 luglio 2026 a Radio Onda Rossa sull’enorme operazione di esercitazioni militari della NATO che interessa il Salento e il mar Adriatico di cui ha parlato anche in un articolo qui. Nell’audio viene anche approfondito come la militarizzazione sia portata avanti sempre più attraverso e per gli interessi dei grandi produttori di armi, così come dimostra il vertice NATO di Ankara, in cui sono presenti anche politici italiani del “campo largo”, che sembra una grande fiera del settore militare. Un chiaro segnale pacifista, antimilitarista e nonviolento dovrebbe consistere nel prendere le distanze dalla NATO, un’alleanza militare resa inutile dalla smantellamento del Patto di Varsavia e che, piuttosto, oggi viene brandita come minaccia per la sicurezza e l’instabilità in Europa e nel mondo intero. Del resto, come ricorda Antonio Mazzeo, i devastanti processi di riarmo e militarizzazione sono bipartisan, sostenuti sia dal centrosinistra sia dal centrodestra. Una vera forza politica alternativa dovrebbe farsi carico di questi temi e con responsabilità prendere posizione sulla presenza di forze militari straniere sul nostro territorio. Clicca qui per l’intervista su Radio Onda Rossa. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente