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Stati Uniti, un terrorista all’ONU
Chi è Orlando Gutierrez Boronat? Ci sono nomi che Washington ricicla quando ha bisogno di qualcuno che si assuma la colpa di qualche azione infame contro Cuba. Orlando Gutiérrez Boronat è uno di loro, selezionato dalla Casa Bianca per partecipare come “ospite d’onore” a una riunione delle Nazioni Unite. È un terrorista accertato. Dietro il portavoce della cosiddetta “Assemblea della Resistenza Cubana” e la sua retorica di “disobbedienza civile” si cela una storia di decenni di azioni violente, finanziamenti opachi e incrollabile lealtà alla politica di persecuzione di Washington contro l’isola. La sua carriera iniziò nelle più dure organizzazioni controrivoluzionarie di Miami: Abdala, il Fronte di Liberazione Nazionale Cubano, l’Organizzazione per la Liberazione di Cuba e la Gioventù della Stella, quest’ultima responsabile del posizionamento di decine di bombe a Miami. Da qui la sua dichiarata ammirazione per Roberto D’Aubuisson, il fondatore degli squadroni della morte salvadoregni. Orlando Gutierrez Boronat è responsabile dell’assalto compiuto da un gruppo di uomini mascherati alla sede di Prensa Latina a Città del Messico e mantiene legami professionali e personali con estremisti come Ramón Saúl Sánchez Rizo e Santiago Álvarez Fernández Magriñá, oltre a un collegamento con il terrorista Luis Posada Carriles. L’organizzazione di cui ora è portavoce, l’Assemblea della Resistenza Cubana, comprende Alpha 66, la Brigata 2506 e la Giunta Patriottica, tutte con una storia di violenza documentata. Il denaro ha alimentato la sua carriera. L’USAID ha donato alla sua Direzione Democratica Cubana 97.321 dollari per un programma contro il turismo cubano e la sua organizzazione avrebbe ricevuto quasi sette milioni di dollari da enti governativi statunitensi tra il 2006 e il 2019. Ma anche all’interno di questo ecosistema è stato messo in discussione: un altro rappresentante yankee, l’ex ambasciatore Armando Valladares, lo ha accusato di essersi appropriato di “milioni di dollari” del bilancio federale destinato alla sovversione, con spese discutibili per stipendi e viaggi. Boronat non è un dissidente perseguitato, è un contractor (così vengono chiamati i mercenari in certi ambienti). La sua ascesa alla ribalta internazionale non è casuale. Nel 2023, si è recato in Ucraina per diffondere la falsa notizia che Cuba stesse inviando soldati a combattere al fianco della Russia, un’operazione volta a spianare la strada a un’offensiva contro Cuba alle Nazioni Unite e a minare l’accordo di cooperazione con l’Unione Europea. Il viaggio fu finanziato dal Dipartimento di Stato su raccomandazione dell’allora senatore Marco Rubio, con tappe in Perù, Repubblica Dominicana, Costa Rica, Paraguay e diversi Paesi europei. Ora l'”onorevole” Boronat sta anche conducendo una campagna per sabotare le votazioni annuali contro il blocco, facendo pressione sui governi latinoamericani affinché si uniscano alla sua crociata e diffondendo notizie su presunte violazioni dei diritti umani e sull'”insostenibilità” del sistema economico cubano. Insomma, esegue gli ordini dei suoi superiori per minare il sostegno internazionale all’isola in un forum in cui Washington non può esercitare il diritto di veto. Considerato il suo passato, non sorprende che nel luglio 2025 il governo cubano lo abbia esplicitamente incluso nella lista nazionale dei terroristi presentata al Segretario Generale delle Nazioni Unite, un documento che identifica 62 persone e 20 organizzazioni e chiede ad altri Paesi di collaborare al loro arresto e alla loro estradizione. Non si tratta di una nuova accusa né di un capriccio diplomatico: è il riassunto documentato di una carriera che ha fatto del danneggiare Cuba il suo modus operandi. La cosa incredibile è che ci sono ancora governi che lo ricevono come interlocutore. Non rappresenta alcun popolo, men che meno il popolo cubano, ma un’industria che prospera sull’ostilità, sull’odio e sulla violenza. Washington ammette senza vergogna un terrorista reo confesso alle Nazioni Unite. Raúl Antonio Capote, Granma /Resumen Latinoamericano https://www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
October 23, 2026
Pressenza
Negli Stati Uniti la protesta dal basso ha già bloccato oltre 70 progetti di data center
Almeno 75 progetti di data center, i capannoni pieni di server che fanno funzionare l’intelligenza artificiale, sono stati bloccati o rinviati negli USA nei primi tre mesi del 2026 per l’opposizione delle comunità locali, per circa 130 miliardi di dollari di investimenti. Li ha contati Data Center Watch, il progetto della società di ricerca 10a Labs che segue i progetti contestati dai residenti, secondo cui si tratta della «più grande concentrazione in un singolo trimestre mai registrata», pari al valore di tutto il 2025. Solo tra aprile e giugno l’osservatorio ne ha registrati altri 45, per quasi 68 miliardi. Un numero complessivo preciso, però, non esiste e le due cifre di Data Center Watch non possono essere sommate perché molti progetti fermati nel primo trimestre sono rimasti contestati anche nel secondo. Il conteggio fa distinzione anche tra progetti bloccati, cioè ritirati dopo le proteste, e progetti solo rinviati, che possono ancora ripartire. A confermare la tendenza è un’inchiesta del Financial Times, che cita il conteggio della società RegLayers: almeno 47 grandi progetti rinviati, ritirati o bocciati dall’inizio dell’anno. È una stima prudente, perché considera solo i progetti più grandi, e comprende anche quelli fermati da permessi negati o da difficoltà di finanziamento. Secondo la stessa inchiesta, quest’anno oltre mille comunità locali hanno tentato di introdurre moratorie, cioè sospensioni temporanee delle nuove costruzioni, o altri limiti. Intanto i gruppi locali di opposizione sono più che raddoppiati rispetto alla fine del 2025 e sono presenti in 49 Stati su 50. Dietro i numeri ci sono storie di piccoli centri. Ad Archbald, cittadina della Pennsylvania di circa 7.500 abitanti, il 27 marzo il Consiglio Comunale ha respinto un complesso di 18 edifici proposto dalla texana Provident Realty Advisors, davanti a circa 200 residenti. La legge statale imponeva di votare entro quel giorno, altrimenti il progetto sarebbe stato approvato in automatico. Gli abitanti temevano rumore, inquinamento luminoso e dell’aria, la perdita di habitat naturali e il calo del valore delle case. «Non corrisponde alla retorica del “buon vicino” che continuano a propinarci» ha detto la residente Janessa Bednash a DeSmog. A Hoffman Estates, alla periferia di Chicago, settimane di mobilitazione hanno spinto l’1 luglio la società Karis Critical a ritirare la richiesta di trasformare 186 acri, circa 75 ettari, di terreni residenziali in area industriale. I residenti avevano scoperto che il Comune discuteva il progetto con l’azienda da un anno e mezzo e che negli atti pubblici non c’erano studi ambientali né dati sul consumo d’acqua. Chi si oppone contesta i consumi di elettricità e il conseguente aumento delle bollette, l’acqua usata per raffreddare i server, il rumore e le scarse ricadute positive sul territorio. Sulle bollette i timori hanno una base documentata. Nella rete gestita da PJM, l’operatore che porta l’elettricità a 13 Stati dell’est e del Midwest, il controllore indipendente del mercato ha calcolato che la domanda dei data center, esistente e prevista, ha fatto salire di 23,1 miliardi di dollari i pagamenti per la “capacità”, cioè le somme versate alle centrali per garantire che ci sia abbastanza potenza disponibile nei momenti di picco. Solo nelle ultime due aste, 13,8 miliardi sono finiti direttamente nelle bollette, e nei primi tre mesi del 2026 il costo all’ingrosso dell’elettricità è cresciuto del 75,5% rispetto a un anno prima. La mobilitazione, come avevamo raccontato, è poi passata dalle assemblee comunali ai parlamenti statali tanto che, nelle prime sei settimane dell’anno sono state depositate oltre 300 proposte di legge sui data center e in 14 Stati, su iniziativa sia di democratici sia di repubblicani, è stata proposta una moratoria statale. Lo Stato di New York ha sospeso per un anno i nuovi impianti più grandi, mentre in Maine la moratoria approvata dal parlamento è stata bloccata dal veto della governatrice democratica Janet Mills. Washington spinge nella direzione opposta. La Casa Bianca ha ordinato alle agenzie federali di accelerare i permessi per data center e centrali, e il senatore repubblicano Tom Cotton ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di indagare se dietro gli attivisti ci siano potenze straniere con presunti interessi nel rallentare la proliferazione di queste strutture. Il 9 ottobre la FERC, l’autorità federale che regola le reti elettriche, ha approvato la creazione di un registro dei grandi consumatori da almeno 50 megawatt nella rete PJM, che raccoglierà date di allacciamento e fabbisogno di potenza dei nuovi impianti. Gli stop si sommano ai dubbi degli analisti. Secondo la banca d’investimento Bernstein, solo il 35% dei data center annunciati negli Stati Uniti è davvero realizzabile. La protesta, intanto, ha attraversato l’oceano. In Lombardia è nata a settembre la prima rete dal basso contro i data center, che ha già frenato due impianti e l’11 ottobre ha portato in piazza a Milano la richiesta di una moratoria. Pochi giorni dopo il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha annunciato una modifica della legge regionale, mentre il governo va nella direzione opposta e ha dimezzato i tempi della valutazione ambientale per i nuovi impianti.   L'Indipendente
October 22, 2026
Pressenza
Raccolta delle olive in Cisgiordania, arrestati attivisti solidali con i contadini palestinesi
Due italiani sono stati arrestati dall’esercito israeliano mentre erano in visita nella Palestina occupata durante la raccolta delle olive. Manuel Tartarotti, 35 anni, e il padre Alberto, 67, erano in Palestina per la campagna di solidarietà con i contadini sottoposti alle vessazioni dei coloni e dell’esercito di occupazione. Sono stati maltrattati, ammanettati con gli occhi bendati e caricati sulle camionette, per essere arrestati per un giorno e poi espulsi per terrorismo. I due si trovavano in Cisgiordania per consegnare il Premio Langer all’associazione Youth of Sumud, vinto per il riconoscimento della resistenza nonviolenta palestinese. Le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 90 persone, tra cui il candidato democratico al Congresso Brad Lander, mentre accompagnavano dei contadini palestinesi nella raccolta delle olive nella città di Nahalin, a ovest di Betlemme. L’organizzazione israeliana Rabbis for Human Rights ha dichiarato che martedì scorso le autorità hanno arrestato Lander, candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti per il 10° distretto di New York alle elezioni del mese prossimo, mentre partecipava alla raccolta delle olive nella Cisgiordania occupata. Brad Lander è un politico ebreo-statunitense che in passato ha ricoperto la carica di revisore dei conti della città e si è candidato a sindaco di New York. È noto anche per le sue critiche alla guerra israeliana nella Striscia di Gaza ed è un alleato di Zohran Mamdani. ANBAMED
October 22, 2026
Pressenza
Michigan, due settimane prima del voto: chi decide le regole della definizione?
Due settimane prima del voto del 3 novembre, la campagna per il Senato in Michigan sembra aver compiuto un altro passaggio. Tre settimane prima avevamo posto una domanda: chi riuscirà a definire ciò che Abdul El-Sayed rappresenta? Donald Trump e Mike Rogers cercavano di presentarlo non soltanto come un candidato progressista, ma come un “radicale”, un “simpatizzante dei terroristi”, qualcuno la cui identità musulmana poteva essere trasformata in motivo di sospetto.  Ora quella battaglia sembra essersi spostata di un passo: non si discute più soltanto di come definire El-Sayed, ma anche delle regole con cui quella definizione viene costruita. Una domanda e la domanda nascosta Durante un incontro pubblico in Michigan, un partecipante ha chiesto a El-Sayed se fosse disposto a prendere le distanze dai Fratelli Musulmani. La risposta immediata è stata semplice: sì, assolutamente. Ma El-Sayed non si è fermato lì. Ha chiesto perché l’interlocutore presumesse che un candidato musulmano dovesse dimostrare esplicitamente la propria distanza da un’organizzazione islamista. Ha poi paragonato quel tipo di sospetto alle domande sulla “doppia lealtà” rivolte in passato a John F. Kennedy in quanto cattolico. [1] Il video dello scambio si è diffuso rapidamente online, superando, secondo il Wall Street Journal, i 13 milioni di visualizzazioni.  Il punto interessante, tuttavia, non è la viralità, ma il cambiamento nella struttura della risposta: El-Sayed non si limita più a respingere un’accusa. Mette in discussione la premessa che rende possibile l’accusa. Dalla risposta alla regola La domanda sui Fratelli Musulmani può sembrare, presa isolatamente, una richiesta di chiarimento politico. Ma nel contesto di questa campagna assume un significato diverso. Trump ha continuato a chiamare El-Sayed “Mohammad”, a definirlo “jihadist” e a collegarlo senza prove ai Fratelli Musulmani. Anche in un comizio in Kansas, lontano dal Michigan, il presidente è tornato più volte su El-Sayed, insieme ad altre figure politiche musulmane. [2] Rogers, da parte sua, ha cercato ripetutamente di collegare El-Sayed a persone o organizzazioni descritte come estremiste.  In questo contesto, la domanda non riguarda più soltanto una posizione politica. Contiene anche una domanda implicita: quanto deve dimostrare un candidato musulmano di appartenere pienamente alla comunità politica americana? È qui che la risposta di El-Sayed modifica il terreno del confronto. Non dice soltanto: “Non appartengo ai Fratelli Musulmani”. Dice, in sostanza: perché proprio io devo superare questo test? Un conflitto più ampio La tensione non riguarda soltanto i due candidati. Associated Press ha descritto la corsa del Michigan come un punto di concentrazione delle tensioni che attraversano oggi parte dell’elettorato ebraico, musulmano e arabo-americano: Israele, Gaza, antisemitismo, islamofobia, sicurezza e appartenenza nazionale si sovrappongono in modi difficili da separare. [3]  Questo rende particolarmente delicato qualsiasi tentativo di trasformare identità religiose o culturali in scorciatoie politiche. Essere critici verso il governo israeliano non equivale automaticamente a ostilità verso gli ebrei; essere musulmani non implica alcuna simpatia per movimenti islamisti. Sono distinzioni ovvie in teoria. Durante una campagna elettorale polarizzata, però, possono diventare precisamente il terreno della battaglia. Chi definisce chi? Tre settimane prima del voto, la domanda era: chi riuscirà a definire ciò che El-Sayed rappresenta? Due settimane prima, quella domanda sembra essersi approfondita. El-Sayed non cerca soltanto di proporre una definizione alternativa di sé. Contesta il diritto dei suoi avversari di costruire quella definizione partendo dalla sua religione e di chiedergli prove di appartenenza che difficilmente verrebbero richieste nello stesso modo ad altri candidati.  Il conflitto passa così dalla definizione del candidato alle regole della definizione. Ed è forse qui che la campagna del Michigan supera il caso personale di Abdul El-Sayed. La domanda non riguarda più soltanto chi egli sia. Riguarda anche quali domande una democrazia considera legittimo porre a un candidato — e quali presupposti nascondono quelle domande. Note [1] WSJ, 20 ottobre 2026, “How an Abdul El-Sayed Opponent Handed Him a Campaign Highlight”; Guardian, 19 ottobre 2026, “Man who heckled Abdul El-Sayed is former Josh Hawley aide, records show”. [2] Guardian, 19 ottobre 2026, cronaca del comizio di Donald Trump in Kansas, con nuovi attacchi contro El-Sayed e altre figure politiche musulmane. [3] AP, 17 ottobre 2026, “A bitter Michigan Senate race rattles Jewish and Muslim voters already on edge over the war in Gaza”. Articolo basato su materiali pubblicamente disponibili consultati fino al 20 ottobre 2026. Kazuhiro Imamura
October 22, 2026
Pressenza
Ucraina ai titoli di coda, l’Unione Europea barcolla
Qualcosa si muove nella direzione di porre fine alla guerra in Ucraina. Non è detto che arrivi al traguardo, ma si muove… Il fatto accertato più evidente è la denuncia quotidiana che Zelenskij fa dopo ogni bombardamento: “i nostri alleati non ci hanno avvertito e dato il tempo di lanciare […] L'articolo Ucraina ai titoli di coda, l’Unione Europea barcolla su Contropiano.
October 21, 2026
Contropiano
Stati Uniti, milioni di persone alle manifestazioni “No Kings”
Negli Stati Uniti, sabato 17 ottobre milioni di persone sono scese in piazza in oltre 3.000 eventi locali in tutti i 50 Stati, con l’obiettivo di mobilitare gli elettori in vista delle elezioni di medio termine con lo slogan “No Kings”. Gli organizzatori hanno cercato di renderla la giornata con il maggior numero di votazioni anticipate nella storia degli Stati Uniti; stanno inoltre organizzando osservatori alle urne e difensori delle elezioni pronti a rispondere a eventuali sabotaggi elettorali. “Avere la libertà qui in America è importante. Non avere un re che ci governa è importante. Poter contare su un’assistenza sanitaria universale è importante. In effetti ho subito un infortunio senza copertura sanitaria e mi è costato 48.000 dollari” ha denunciato Olivia Pope di Seattle. Nel frattempo, il gigante dei social media Meta ha presentato le proprie scuse dopo che l’account Instagram della coalizione No Kings è stato chiuso per diverse ore durante le manifestazioni di sabato. Meta si è giustificata citando un’azione automatizzata effettuata per errore. La coalizione No Kings chiede una spiegazione, scrivendo: «Limitare le comunicazioni sul voto nel bel mezzo di un’elezione è inaccettabile.»   Democracy Now!
October 19, 2026
Pressenza
USA, le stragi armate sono continue, ma non fanno più notizia
Erano da poco passate le tredici di giovedì 15 ottobre quando Griffin John II, 16 anni, ha fatto irruzione nella Silver Rail Elementary School di Bend, in Oregon – la scuola in cui da bambino era stato seguito come alunno con bisogni speciali – sparando contro le porte chiuse a chiave, per poi aprire il fuoco in un’aula di sostegno con un fucile a pompa. Ha ucciso 3 bambini di 5, 8 e 11 anni e una maestra di 25, Meghan Lambert, ferendo gravemente un altro alunno e una seconda insegnante, prima che Kaylub Giamanco, padre di due bambine iscritte all’istituto, lo uccidesse con la propria pistola, circa 3 minuti dopo la prima chiamata al 911. Per il Gun Violence Archive, l’organizzazione no profit che dal 2013 censisce gli episodi di violenza armata negli Stati Uniti, quella di Bend è stata la 369esima sparatoria di massa – cioè con almeno quattro persone colpite, esclusi gli aggressori – dall’inizio dell’anno. Nei 3 giorni successivi se ne sono aggiunte almeno altre 5. E dopo qualche anno di calo la curva ha ripreso a salire, visto che alla stessa data del 2025 gli episodi erano 340. Numeri che raccontano un fenomeno ormai trattato come rumore di fondo, capace di bucare le prime pagine solo quando il bersaglio è una scuola. Il 9 ottobre Matthew Stone Sr., quarantacinque anni, ha ucciso la moglie, i due figli maschi, la figlia incinta all’ottavo mese e i due nipoti di ventidue mesi e cinque anni, oltre a due donne del vicinato freddate davanti a casa, prima di togliersi la vita. Pochi giorni prima, in Georgia, più di cinquanta colpi esplosi su una festa di quartiere per l’homecoming del liceo hanno lasciato a terra due morti e trentacinque feriti. Il 23 agosto Alan Smith ha sterminato otto parenti riuniti per la cena della domenica in Montana, tra i 7 e i 92 anni, e poi si è sparato. A luglio, a Grand Haven, in Michigan, un uomo aveva fatto lo stesso con la moglie e i 6 figli, mentre ad aprile, a Shreveport, in Louisiana, un padre aveva ucciso 8 bambini, 7 dei quali suoi. Stragi familiari che finiscono quasi sempre derubricate a cronaca nera di provincia, anche se ormai sono la regola: secondo il database curato da Associated Press, USA Today e Northeastern University, ad agosto 11 dei 22 omicidi di massa del 2026 erano nati da conflitti domestici, contro una media storica di circa la metà. Il record risale al 2021, con 689 sparatorie di massa, scese a 408 l’anno scorso, quando hanno comunque provocato 395 morti e 1.867 feriti. In mezzo ci sono i 19 bambini e le 2 maestre di Uvalde, nel 2022, i 118 morti di Lewiston, nel Maine, l’anno successivo, i 2 bambini uccisi mentre assistevano alla messa nella chiesa della Annunciation Catholic School di Minneapolis, nell’agosto del 2025. Ed è proprio questa assuefazione il risultato più prezioso per la lobby delle armi, che negli anni ha imparato a trasformare ogni massacro in un evento naturale, imprevedibile come un tornado e altrettanto inevitabile. Dopo Bend, la National Rifle Association ha commentato che la tragedia dimostra quanto sia importante una cittadinanza armata e rispettosa della legge, e Donald Trump ha lodato il «grande eroe» senza il quale sarebbe andata molto peggio. Se nel 2018, dopo la strage nel liceo di Parkland, gli studenti avevano riempito le strade di Washington per chiedere leggi più severe, a Bend nessuno è sceso in piazza: sabato, a Drake Park, sono comparsi soltanto candele, fiori e biglietti. Intanto, lontano dai riflettori, l’amministrazione smonta quanto fatto finora: l’ufficio della Casa Bianca per la prevenzione della violenza armata è stato chiuso a meno di 24 ore dall’insediamento e ad aprile l’ATF, l’agenzia federale che vigila su armi ed esplosivi, ha presentato una trentina di regole, tra definitive e proposte, che permetterebbero di spedire pistole per posta, renderebbero più difficile ritirare la licenza ai rivenditori e restituirebbero il diritto alle armi ad alcune persone escluse per motivi psichiatrici, nonostante la stessa agenzia avesse messo in guardia dal rischio di nuove stragi. Nel 2023 i gruppi pro armi hanno speso in lobbying a Washington 13,2 milioni di dollari, quasi 6 volte quanto investito da chi chiede regole più severe, e la National Shooting Sports Foundation, l’associazione dei produttori, ha salutato la deregolamentazione come «l’alba di una nuova era». Un’era in cui un bambino di cinque anni può morire in classe un giovedì pomeriggio e, il lunedì successivo, essere già stato superato nel conteggio da qualcun altro. The post USA, le stragi armate sono continue, ma non fanno più notizia appeared first on L'Indipendente.
October 19, 2026
L'INDIPENDENTE
L’intervista del 2010 a Sakineh Mohammadi Ashtiani, un’invenzione di The Guardian
La propaganda imperialista, dal 2001, è solita strumentalizzare i diritti delle donne come “giustificazione di guerra”. Questo l’abbiamo visto con la retorica de “l’esportazione della democrazia” in Afghanistan e con la retorica femonazionalista delle destre conservatrici, ma anche con episodi folkloristici che hanno inaugurato “guerre mediatiche” come le manifestazioni delle controrivoluzionarie conservatrici a Cuba e delle Manitas Blacas in Venezuela. In questi ultimi decenni, ci sono stati episodi simili ad uso e consumo occidentali anche nel contesto iraniano. In Occidente, questi eventi non hanno inciso fermamente in un’opposizione al governo degli ayatollah ma hanno piuttosto contribuito alla diffusione di un’iranofobia generalizzata, senza distinguo di alcun tipo, spesso accrescendo il già diffuso clima islamofobico. In un suo importante documentario, dal titolo Targer Iran, il giornalista e documentarista Fulvio Grimaldi già denunciava due fatti diventati ben presto virali sul mainstream occidentale: i casi del femminicidio di Neda Agha-Soltan e della lapidazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani. Neda Agha-Soltan (1983–2009) è stata una giovane studentessa iraniana di filosofia uccisa a Teheran il 20 giugno 2009 durante la famosa “Rivoluzione Verde” (1), una serie di proteste a seguito delle elezioni presidenziali in Iran del 2009 durante le quali i manifestanti hanno chiesto le dimissioni del premier Mahmoud Ahmadinejad dal suo incarico. Il caso ricevette un’eco mediatica a livello internazionale. Lo scrittore Paulo Coelho ha riconosciuto nel medico il suo miglior amico personale in Iran e ha contribuito alla diffusione del video pubblicandolo su Facebook, nella sua pagina personale, immediatamente seguito da migliaia di utenti. Neda significa “voce” o “chiamata” in lingua farsi e per questo la donna è stata definita come la “voce dell’Iran” e “un simbolo dei manifestanti per la democrazia che stanno attaccando il regime islamico”, nonostante l’obiettivo dei manifestanti fosse esclusivamente il riconoscimento della vittoria del loro leader Mir Hossein Mousavi e non la fine del regime in sé. Per molti giorni seguenti alla data del 20 giugno, la morte di Neda è diventata uno degli argomenti più popolari su Twitter. La vicenda non è stata riportata da media iraniani, ma ha trovato molto spazio sui media internazionali. La CNN ha mostrato il video più volte, con e senza la censura del sangue che usciva dalla bocca e dal naso della ragazza morente. A causa di questa tragedia la ragazza è stata considerata una martire della contestazione ed è diventata, per alcuni giorni, un’icona di Internet. Dopo la sua morte si verificò una confusione riguardo alla sua identità. Il nome di Agha-Soltan venne spesso riportato erroneamente come “Neda Soltani”, sebbene Neda Soltani fosse tuttavia un’altra persona, la cui fotografia del profilo Facebook fu pubblicata erroneamente da numerosi media come immagine della vittima delle proteste. Soltani tentò senza successo di far rimuovere la propria fotografia da internet. La vicenda generò diverse accuse contrapposte: il governo iraniano sostenne che fosse la stessa Agha-Soltan e che la morte fosse stata simulata, mentre altri sostennero che Soltani fosse una persona legata al governo iraniano incaricata di impersonare Agha-Soltan per danneggiarne la memoria. Due settimane dopo la diffusione della notizia, Neda Soltani lasciò l’Iran e ottenne asilo politico in Germania nel 2010. Caso differente fu invece per Sakineh Mohammadi Ashtiani. Venerdì 6 agosto 2010, il giornalista Saeed Kamali Dehghan pubblica su The Guardian un articolo-intervista che diede risonanza internazionale al caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani, una donna iraniana condannata per adulterio e coinvolta in un procedimento per omicidio. Il titolo, costruito in modo sensazionalistico e destinato a suscitare indignazione, recita: «Iraniana condannata alla lapidazione afferma: “È perché sono una donna”» (2). Presentato come un’intervista esclusiva, il pezzo attribuiva ad Ashtiani dichiarazioni in cui accusava le autorità iraniane di aver costruito le accuse contro di lei. Sakineh Mohammadi Ashtiani, nella misteriosa intervista, racconta il suo imminente e terrificante destino nelle mani delle autorità iraniane, lanciando un drammatico appello internazionale denunciando la falsità delle accuse mosse dal regime di Teheran. Il pezzo fu pubblicato in prima pagina sul quotidiano britannico e venne presentato come un’intervista esclusiva ottenuta tramite un intermediario anonimo. L’intervista scatenò un’enorme ondata di indignazione globale, mobilitando governi occidentali e organizzazioni per i diritti umani per fermare l’esecuzione. Una classe politica occidentale mai così unita chiese a gran voce l’immediata liberazione della donna. L’Iran divenne il nemico pubblico numero uno, giustificato dalla feroce applicazione della repressione e dell’oppressione di genere che attuerebbe. Slideshow articolo The Guardian 6 agosto 2010 – traduzione in Italiano   Sedici anni dopo, ad agosto 2026, l’ex giornalista di The Guardian Saeed Kamali Dehghan ha ammesso pubblicamente che la celebre intervista del 2010 a Sakineh Mohammadi Ashtiani — la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio e complicità in omicidio — era completamente inventata. Dehghan ha confessato sui social network che quel colloquio non è mai avvenuto. Ha esplicitamente dichiarato di aver “falsificato l’intero pezzo” e di non aver mai parlato con Ashtiani, scatenando forti critiche sulla verifica delle fonti da parte dei media occidentali. «Quell’intervista non è mai esistita». È lo stesso Dehghan a confessarlo, ammettendo che quell’articolo, fin da subito destinato ad avere ripercussioni politiche di enorme portata, era stato interamente costruito: «Voglio chiarire la situazione riguardo a un articolo che ho scritto per il Guardian e che è stato pubblicato in prima pagina. È stato presentato come un’intervista esclusiva con Sakineh Ashtiani. Quell’intervista non è mai avvenuta. Ho fabbricato l’intero pezzo. Era una storia falsa – completamente falsa – e mi assumo la piena responsabilità».     Scuse di Dehghan su Instagram per intervista ad Ashtiani del 2010 – agosto 2026 A sostenere che la falsificazione fosse nota già allora è stata Mina Ahadi, dissidente iraniana in esilio e membro del comitato consultivo dell’Alleanza Internazionale degli Atei. Dopo la confessione di Dehghan, Ahadi ha affermato che il giornalista le aveva ammesso la falsità dell’intervista già il giorno della pubblicazione. Sedici anni dopo, la confessione di Dehghan assume un peso particolare. L’articolo apparve in un momento di forte pressione sull’Iran: nello stesso anno, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adottò la Risoluzione 1929 (3), introducendo una violentissima serie di sanzioni a Teheran. L’Occidente aveva bisogno di una storia carica di emozioni per giustificare il regime sanzionatorio. L’immagine di una donna condannata a morte per lapidazione era perfetta. La storia si è rapidamente diffusa nei media di tutto il mondo ed è diventata un argomento per coloro che spingevano per l’isolamento globale dell’Iran e per un’eventuale regime-change made in USA. Non è la prima volta che Saeed Kamali Dehghan ammette di aver partecipato a campagne di propaganda anti-Iran mentre lavorava per media occidentali. Nel 2020, ha smentito il suo coinvolgimento nel documentario For Neda di HBO, sulla morte di Neda Agha Soltan durante le proteste del 2009, affermando di essere stato “influenzato da narrazioni occidentali”. L’ex collaboratore ha descritto il film, un tempo considerato un documentario fondamentale sulla violenza dello Stato, come “propaganda anti-Iran”. Per quanto riguarda le falsità occidentali, l’ammissione di Dehghan è tutt’altro che la prima di questo tipo. Nell’ottobre del 1990, una ragazza kuwaitiana di 15 anni di nome Nayirah si è presentata davanti a un gruppo di lavoro del Congresso degli Stati Uniti. In lacrime, ha affermato che i soldati iracheni avevano fatto irruzione negli ospedali kuwaitiani, avevano prelevato i neonati dalle incubatrici e li avevano lasciati morire a terra. Il presidente George H.W. Bush ha ripetutamente citato il suo racconto. La storia è diventata uno degli argomenti utilizzati per ottenere sostegno per l’Operazione Desert Storm. Due anni dopo, è emerso che Nayirah era la figlia dell’ambasciatore del Kuwait negli Stati Uniti e che la sua apparizione era stata orchestrata dall’agenzia di pubbliche relazioni Hill & Knowlton, assunta dal governo kuwaitiano in una campagna multimilionaria. La famigerata storia delle incubatrici non è mai stata confermata. Una bambina è stata indotta a mentire per aiutare a giustificare una guerra. Nel 2003, il New York Times ha licenziato il giornalista Jayson Blair dopo che è emerso che aveva inventato fonti, fabbricato citazioni e interi articoli, comprese storie scritte senza mai lasciare il suo appartamento a New York. Di 73 articoli esaminati dal giornale, 36 contenevano prove di comportamenti scorretti da parte del giornalista. Anche il giornalista Stephen Glass di The New Republic ha inventato 27 dei 41 articoli che ha pubblicato tra il 1995 e il 1998, inventando personaggi e aziende e persino creando siti web falsi per ingannare i verificatori dei fatti. Per non parlare, naturalmente, della famigerata “provetta di antrace” mostrata all’ONU dal segretario di Stato USA Colin Powell come prova dell’esistenza di armi di distruzioni di massa nell’Iraq di Saddam Hussein: inganno occidentale che venne svelato poi dal Rapporto Chilcot del 6 luglio 2016 in cui si denunciò come la storia dell’esistenza delle armi chimiche di Saddam fosse un’invenzione di Blair e Bush per giustificare la loro aggressione militare contro uno Stato sovrano. Nonostante l’intervista specifica a Sakineh fosse un falso, la condanna originaria della donna era reale. Sakineh Ashtiani era stata effettivamente condannata alla lapidazione, pena poi sospesa e commutata in reclusione a seguito delle fortissime pressioni internazionali. La donna confessò anche di essere stata complice nell’assassinio del marito e di aver avuto una relazione con il cugino del consorte. Sakineh venne infine rilasciata dalle carceri iraniane nel 2014 per buona condotta. L’elemento sconvolgente è che vicenda di Sakineh Ashtiani riuscì ad manipolare l’opinione pubblica occidentale in modo dissonante dalla realtà: aveva portato all’attenzione internazionale il tema della pena di morte in Iran senza indurre a pensare criticamente sulla pena di morte, all’epoca presente, in molti stati degli Stati Uniti d’America o in Israele. Oggi, il caso dell’intervista inventata da The Guardian solleva interrogativi sul controllo delle fonti quando una storia ha un enorme impatto sull’opinione pubblica internazionale, in questo caso la repressione iraniana. L’ammissione di Dehghan solleva interrogativi sul controllo delle fonti anche da parte di una delle testate considerate tra le più autorevoli al mondo. Il caso è interessante per ciò che dice sulla stampa, ma anche per un problema più ampio. Nel linguaggio comune, quando si parla di propaganda o notizie false, il riferimento tende automaticamente a modelli politici estranei all’Occidente. Il problema non riguarda soltanto i regimi autoritari o i sistemi informativi sottoposti al controllo di uno Stato, ma riguarda anche i paesi occidentali e, in generale, il progressivo indebolimento della deontologia giornalistica. Una crisi che riguarda l’Italia, patria di un sistema mediatico nel quale il rapporto fra editoria, politica e potere è torbido da decenni, ma anche le grandi testate, che finiscono per piegarsi a narrazioni dominanti, a richieste editoriali già indirizzate cavalcando i propri desideri personalistici di fama ed autoreferenzialità.   (1) Dal 2013 molti membri del Movimento Verde hanno aderito alla coalizione del “Consiglio Nazionale Iraniano per le libere elezioni”, fondata dai sostenitori dello Scià di Persia in esilio del Partito Costituzionalista dell’Iran. (2) Iranian facing stoning speaks: ‘It’s because I’m a woman’ https://www.theguardian.com/world/2010/aug/06/sakineh-mohammadi-ashtiani-iran-interview  (L’articolo-intervista pubblicato il 6 agosto 2010, ad oggi, è ancora disponibile sul sito web di The Guardian senza alcuna nota o rettifica pertinente) (3) La Risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stata adottata il 9 giugno 2010 ed ha imposto il quarto e più duro pacchetto di sanzioni internazionali contro la Repubblica Islamica dell’Iran a causa del suo programma nucleare e balistico.   Caso di Neda Agha-Soltan e di Neda Soltani: https://www.bbc.com/news/magazine-20267989 https://www.theguardian.com/world/2012/oct/14/iran-neda-soltani-id-mix-up https://web.archive.org/web/20100209021606/http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5iPD-wzCdHuXjid8AqB2gs2iqtn7Q https://www.latimes.com/world/la-fg-iran-neda23-2009jun23-story.html https://www.nytimes.com/2009/06/23/world/middleeast/23neda.html?ref=middleeast https://edition.cnn.com/2009/WORLD/meast/06/21/iran.woman.twitter/ https://archive.wikiwix.com/cache/index.html?t=20090624002432&url=http://www.nydailynews.com/news/us_world/2009/06/21/2009-06-21_neda_young_girl_killed_in_iraq.html https://web.archive.org/web/20090624013907/http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1906040,00.html http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/8111352.stm https://st.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/06/iran-neda-martire.shtml?uuid=051f2ddc-5e84-11de-abfb-f076f654929e&DocRulesView=Libero https://www.theguardian.com/world/2009/jun/22/iran-protests-revolutionary-guard Iranian Womans Martyrdom Told on Facebook Spreads Protests, in Digital Journal, Newstex LLC, 20 giugno 2009.   Caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani: https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/Iran-rilasciata-Sakineh-condannata-per-adulterio-75cc41b3-9932-4699-a983-a1ce93c427bd.html https://www.corriere.it/esteri/10_dicembre_09/sakineh-liberata_df9fff5c-03c1-11e0-8ee8-00144f02aabc.shtml https://www.latimes.com/archives/blogs/babylon-beyond/story/2010-07-12/iran-judiciary-official-says-woman-to-be-stoned-for-husbands-murder-not-just-adultery https://web.archive.org/web/20101206135728/http://www.amnesty.it/pena_di_morte_Iran_lapidazione_adulterio https://www.hrw.org/news/2010/07/07/iran-prevent-womans-execution-adultery https://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/09/28/visualizza_new.html_1758574796.html https://www.repubblica.it/esteri/2010/11/03/news/sakineh_ancora_viva-8696046/?ref=HREC1-5 https://www.repubblica.it/esteri/2014/03/19/news/iran_sakineh_esce_dal_carcere-81395700/ > Torna libera Sakineh, l’iraniana condannata a morte per adulterio https://x.com/insideoverita/status/2092896377009267150 https://it.ncr-iran.org/notizie/iran-news/saeed-kamali-dehghan-e-la-guerra-dellinformazione-di-teheran-contro-la-resistenza-iraniana/ https://www.infopal.it/iran-diritti-delle-donne-islam-e-iranofobia-un-altro-sguardo-intervista-a-hanieh-tarkian/ https://www.youtube.com/watch?v=ZeVYbTw6omE Lorenzo Poli
October 18, 2026
Pressenza
Nithya Raman candidata sindaco a Los Angeles sull’esempio di Mamdani
Da New York a Los Angeles i socialisti lanciano una nuova sfida: Nithya Raman si presenta alle elezioni del 3 novembre con uno stile e un programma simili a quelli che hanno portato l’anno scorso alla vittoria di Zohran Mamdani a New York. Nata nel 1981 nello Stato indiano del Kerala, è emigrata negli Stati Uniti con la famiglia a sei anni ed è diventata cittadina americana a 22. Ha conseguito una laurea triennale in teoria politica all’Università di Harvard e un master in pianificazione urbana al Massachusetts Institute of Technology. Attiva in diverse organizzazioni di base, nel 2020 è stata eletta nel 4° distretto di Los Angeles, diventando la prima donna asiatica-americana a entrare nel Consiglio Comunale di Los Angeles. È stata riconfermata per un secondo mandato nel marzo 2024 e nel 2026 si è candidata a sindaco per le elezioni del 3 novembre, sfidando la sindaca uscente Karen Bass. Lo stile della campagna elettorale è quello ormai abituale dei tanti candidati che seguono l’esempio di Mamdani a diversi livelli – Consiglio Comunale, Senato e Camera dei Rappresentanti -, come Brad Lander, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier a New York, Abdul El-Sayed e William Lawrence in Michigan e Angie Nixon in Florida: porta a porta con migliaia di volontari, presenza capillare nel territorio e uso sapiente e dinamico dei social. Anche le prime dichiarazioni di Nithya Raman richiamano quelle ripetute molte volte dagli altri candidati: “Mi candido a sindaco per fare in modo che il nostro governo lavori per le persone, non per le corporation e gli interessi dei potenti.” Le proposte sono concrete e radicali, con un grande spazio alla crisi abitativa – con il rafforzamento delle tutele per gli inquilini e l’opposizione agli sfratti forzati – e al problema dei senzatetto – con la promessa di dimezzare il loro numero entro le Olimpiadi del 2028 e di eliminare gli accampamenti a lungo termine. Molto ferma anche la posizione sull’immigrazione, con la denuncia delle spietate retate dell’ICE, che tra il gennaio 2025 e l’agosto 2026 hanno portato all’arresto e alla deportazione di quasi 15.000 persone e sul genocidio commesso da Israele a Gaza (termine definito “inappropriato” dalla sindaca uscente Karen Bass). La candidatura di Nithya Raman è sostenuta da organizzazioni sindacali con migliaia di iscritti come EAA Union, Unite Here Local 11, Western States Carpenters e Writers Guild of America West PAC, organizzazioni politiche come i Democratic Socialists of America, Our Revolution e il California Working Families Party, gruppi ambientalisti e organizzazioni di base come Sunrise Movement, Sierra Club, Food & Water Action e Streets for All e molte altre. Il 12 ottobre, festeggiato a Los Angeles come Indigenous Peoples’ Day, in opposizione al Columbus Day contestato come colonialista, Nithya Raman ha reso pubblicamente omaggio alle tribù native locali e di tutta Turtle Island (il nome con cui i nativi americani chiamano gli Stati Uniti) e ha preso impegni precisi nei loro confronti: “Come sindaco, farò in modo che le famiglie indigene possano permettersi di vivere qui, sosterrò le imprese di proprietà dei nativi, consulterò le tribù locali in merito all’uso del territorio e garantirò che il Comune metta a disposizione le risorse necessarie per preservare le tradizioni culturali per le generazioni future.”     Anna Polo
October 16, 2026
Pressenza