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USA: IL SENATO BOCCIA LA RISOLUZIONE PER FERMARE LA GUERRA IN IRAN, MA NEL PAESE REALE I CONTRARI SONO LA NETTA MAGGIORANZA
La risoluzione sostenuta dai democratici per fermare la campagna militare americana contro l’Iran è stata bocciata dal Senato degli Stati Uniti. In base a quanto riferito dai media Usa, l’iniziativa è stata respinta con 53 voti contrari e 43 favorevoli. Numeri più larghi del previsto, dato che almeno un senatore dem ha votato con i repubblicani. Nel paese reale, però, soltanto uno statunitense su quattro si dichiara favorevole alla guerra di aggressione portata dal proprio governo in Iran. A dirlo un sondaggio Reuters-Ipsos, uscito la sera del 1 marzo e condotto su 1.282 intervistati. Di questi, solo il 27% è a favore dell’operazione bellica, mentre il 43% è contrario e un 29% è indeciso. Il 45% degli intervistati ha inoltre affermato che sarebbe meno propenso a sostenere la guerra se i prezzi del gas e del petrolio aumentassero negli Stati Uniti. Secondo un altro sondaggio, del Washington Post, più della metà (52%) dei 1.003 intervistati ha dichiarato di essere contraria, mentre il 39% ha dichiarato di sostenerla, mentre per il sondaggio della CNN il 59% disapprova la decisione di Trump di iniziare una guerra con l’Iran. Il 60% ha affermato di non credere che Trump abbia un piano chiaro e il 62% ha affermato che ha bisogno dell’approvazione del Congresso per qualsiasi ulteriore azione militare. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’intervista a Luca Celada, giornalista e corrispondente da Los Angeles per Il Manifesto. Ascolta o scarica.
March 5, 2026
Radio Onda d`Urto
IRAN: LA COALIZIONE DEI PARTITI CURDI TRA LA REPRESSIONE DI TEHERAN E L’AGGRESSIONE ISRAELO-STATUINTENSE
A fine febbraio 2026 i principali partiti e movimenti politici del Kurdistan iraniano (Rojhelat) hanno annunciato la fondazione della “Coalizione dei partiti politici del Kurdistan iraniano”, nota anche come “Kurdistan Alliance”. L’intesa è il risultato di un lungo percorso di confronto tra organizzazioni politiche curde iraniane con storie e orientamenti ideologici differenti, iniziato ai tempi del movimento di massa “Jin, Jyian, Azadi” (nel 2022) con l’obiettivo di consolidare le forze dell’opposizione curda in Iran e rafforzarne la collaborazione davanti alla repressione del regime degli Ayatollah da un lato, all’aggressione e alla guerra portata da potenze esterne come Israele e Stati Uniti dall’altro. L’accordo, infatti, è stato siglato alla vigilia dell’inizio della nuova aggressione israelo-statunitense contro l’Iran – i cui bombardamenti stanno interessando in maniera importante anche le province del Kurdistan iraniane – da cinque organizzazioni: il Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK, che si ispira al paradigma del confederalismo democratico e alle idee di Abdullah Öcalan); il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK); il Partito Democratico del Kurdistan – Iran (PDKI); l’organizzazione Xebat e una delle fazioni dell’organizzazione comunista Komala. Il testo con cui queste organizzazioni hanno annunciato la nascita della coalizione è la bozza, ancora molto generica, di un documento programmatico in quindici punti che parla di autogoverno, autodeterminazione, diritto all’autodifesa, sostegno alla lotta delle donne e costruzione di istituzioni democratiche sugli altopiani del Kurdistan iraniano. Secondo la dichiarazione d’intenti congiunta, questi obiettivi devono essere raggiunti tramite una lotta congiunta con le altre nazioni e movimenti di opposizione che porti alla costruzione, in Iran, di un sistema politico “democratico, decentralizzato e laico che garantisca i diritti di tutte le componenti nazionali, religiose ed etniche”. “Non si tratta di separatismo quanto, piuttosto, del progetto di costruzione dell’autonomia democratica all’interno di uno stato iraniano decentralizzato”, spiega Tiziano Saccucci ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Parliamo, fondamentalmente, delle richieste che fa il movimento confederalista. E da questo possiamo capire il peso che ha il Pjak all’interno di questa coalizione”, aggiunge Saccucci. L’alleanza tra organizzazioni curde, tuttavia, non significa alleanza con chi oggi attacca l’Iran bombardando le città, i villaggi e la popolazione civile, cioè Stati Uniti e Israele. “Chi tenta di bollare questa coalizione, o in generale i partiti curdi, come forza collaborazionista nei confronti dell’aggressione sta facendo un errore che, devo dire, spesso non viene fatto in buona fede”, commenta ai nostri microfoni l’esponente dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia. “I dirigenti del Pjak, per esempio, hanno più volte parlato di sostegno totale del partito a un movimento di massa che nasca all’interno dell’Iran e dalla società iraniana, ma hanno ripetuto all’infinito che sono contrari a qualsiasi mira imperialistica esterna“, aggiunge. “Dopodiché – conclude Saccucci – è chiaro che la guerra è destinata a coinvolgere anche i movimenti curdi presenti in Iran, che hanno la responsabilità di dover studiare una strategia per il periodo della guerra, per il post e per tutto ciò che una guerra comporta. Non possono restarne fuori, ma non la stanno appoggiando“. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Tiziano Saccucci, dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia e autore dell’articolo “Nasce l’alleanza dei partiti curdo-iraniani, tra repressione e attacco Israele-USA”, pubblicato su Dinamo Press. Ascolta o scarica.
March 4, 2026
Radio Onda d`Urto
IRAN: BOMBE SU TEHRAN, ESCALATION MILITARE E FRATTURE NELL’UNIONE EUROPEA. DIECI I PAESI COINVOLTI NEGLI ATTACCHI
Ancora bombe, senza soluzione di continuità, sull’Iran. Decine gli attacchi, incessanti, condotti sia dagli Stati Uniti sia da Israele. Uno dei raid ha colpito il palazzo dove era riunita l’Assemblea degli Esperti per eleggere la nuova Guida Suprema. La scelta, non ufficializzata, sarebbe ricaduta su Mojtaba Khamenei, 56 anni, figlio dell’ayatollah ucciso. Al suo fianco ciò che resta della vecchia guardia paterna, tra cui l’influente consigliere politico Mokhbar, che alla tv di Stato ha dichiarato: «L’Iran non ha intenzione di negoziare con gli Stati Uniti. Non abbiamo fiducia negli americani e non abbiamo basi per trattare. Possiamo continuare la guerra per tutto il tempo che vogliamo». Una linea di chiusura che, seppur specularmente, ricalca quella americana. Dal Comando Centrale Usa fanno sapere che sarebbero già 50 mila i soldati impegnati contro Teheran, con ulteriori rinforzi in arrivo. «Operazione senza precedenti: già 2 mila raid, il doppio rispetto al 2003 in Iraq», afferma il Pentagono. Un sottomarino statunitense avrebbe inoltre attaccato una nave iraniana al largo dello Sri Lanka: 78 i feriti soccorsi da Colombo, 101 i dispersi. Teheran replica bloccando lo Stretto di Hormuz e colpendo obiettivi israeliani e statunitensi nel Golfo. Dieci i Paesi coinvolti dagli attacchi: a fuoco il consolato a Dubai, missili sull’ambasciata a Riad, evacuazioni Usa in Oman, Cipro, Iraq, Bahrein, Giordania e Kuwait. Proprio in Kuwait – a poche decine di chilometri dall’Iran – una bambina di 11 anni è morta per le schegge di un drone abbattuto. Decine tra droni e missili iraniani sono caduti nelle ultime ore sul Paese, dove si trova anche personale dell’Aeronautica italiana nella base di Ali Al Salem. Il punto della situazione con Achille Lodovisi, ricercatore, studioso e autore di diversi libri e articoli sul tema bellico e degli armamenti. Ascolta o scarica. Non solo Iran. Le guerre e le aggressioni militari israelo-statunitensi nell’area,  puntano a elevare Israele a unica potenza egemone del Medio oriente. Che ruolo ha la Turchia, membro della Nato e alleata di Usa e Ue, in tutto questo? Ne parliamo con Murat Cinar, giornalista e nostro collaboratore. Ascolta o scarica. In Libano, Tel Aviv colpisce ripetutamente il sud del Paese e l’area orientale di Baalbek. Undici le vittime e decine i feriti solo dall’alba. Oltre 300 mila i civili in fuga davanti all’avanzata di F16 e carri armati israeliani, penetrati fino a sei chilometri oltre il vecchio confine. L’esercito israeliano intima ai civili di spostarsi a nord del fiume Litani, linea che storicamente rappresenta un obiettivo strategico per Israele. Nei Territori palestinesi, a Gaza ha riaperto parzialmente il valico di Kerem Shalom, mentre la carenza di farmaci, carburante e generi alimentari resta drammatica, con prezzi alle stelle. In Cisgiordania si moltiplicano raid e incursioni da Tubas a Salfit, da Jenin a Hebron. A Gerusalemme resta interdetto ai palestinesi l’accesso alla Moschea di Al Aqsa. A Betlemme decine di persone sono rimaste intossicate dai lacrimogeni lanciati durante le proteste. Sul fronte europeo, la Francia ha inviato nel Mediterraneo la portaerei nucleare Charles de Gaulle e rafforzato i propri assetti a Cipro. A Washington, il presidente Donald Trump ha incontrato il cancelliere tedesco Friedrich Merz, considerato tra i leader più allineati alle posizioni statunitensi e israeliane. Trump si è però scagliato contro Londra e Madrid per il rifiuto di concedere le basi militari per operazioni in Levante, minacciando di interrompere ogni relazione commerciale con la Spagna. «Non vogliamo averci nulla a che fare», ha dichiarato. La replica del premier spagnolo Pedro Sánchez è stata netta: “La posizione della Spagna si riassume in poche parole: no alla guerra“. Dal Palazzo della Moncloa, Sánchez ha rivendicato il rifiuto di autorizzare l’uso delle basi di Morón e Rota e si è detto «stupito» per quella che considera una mancata solidarietà di Berlino. Agli Stati Uniti ha rivolto un monito: «Spesso le grandi guerre scoppiano per una concatenazione di risposte che sfuggono di mano, errori di calcolo, guasti tecnici, eventi imprevisti. Dobbiamo imparare dalla storia e non giocare con il destino di milioni di persone». Trump ha inoltre criticato Madrid per il mancato aumento della spesa militare al 5% del Pil, senza ricordare che il raggiungimento dell’attuale soglia del 2% ha già comportato negli ultimi anni un raddoppio del bilancio della difesa spagnola. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Rolando D’Alessandro, compagno italiano che vive a Barcellona da oltre 40 anni. Ascolta o scarica. Sul fronte italiano, il governo mantiene un profilo prudente. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, di rientro da Dubai, ha parlato di «aiuto rapido ai Paesi del Golfo», ipotizzando l’invio di sistemi anti-drone e Samp-T, da definire con un eventuale decreto legge. Nulla ha detto, invece, sul ruolo strategico della Sicilia – tra il Muos di Niscemi e la base di Sigonella – nel supporto logistico alle operazioni statunitensi. Intanto, mentre le opposizioni chiedono alla premier Giorgia Meloni di riferire in Aula, governo, vertici militari e grandi gruppi energetici hanno già tenuto due riunioni d’urgenza: una sui circa 70 mila italiani presenti nell’area di crisi, l’altra sulla sicurezza energetica, con la partecipazione degli amministratori delegati di Eni e Snam. Sullo sfondo, i prezzi di petrolio e gas tornano a salire e l’inflazione – già oltre il 2% a febbraio – minaccia di aggravarsi sotto la spinta della nuova escalation. Mauro Antonelli, dell’Unione Nazionale Consumatori. Ascolta o scarica.
March 4, 2026
Radio Onda d`Urto
BASE USA DI SIGONELLA ATTIVA DALL’INIZIO DELL’ATTACCO ALL’IRAN: QUAL È IL RUOLO DELL’ITALIA?
La base militare statunitense di Naval Air Station Sigonella, in Sicilia, sarebbe stata utilizzata attivamente fin dalle prime ore dell’attacco congiunto israelo-statunitense contro l’Iran, iniziato sabato 28 febbraio. “Abbiamo sicuramente due dati rilevanti che smentiscono assolutamente la posizione bonista del governo italiano che dichiara di non essere coinvolto nelle operazioni di guerra e di non essere, tra l’altro, neanche stato informato e di queste” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Antonio Mazzeo, giornalista, scrittore e attivista antimilitarista. Nelle ore immediatamente precedenti l’attacco su Teheran, dalla base di Sigonella sarebbe decollato un velivolo da pattugliamento marittimo Boeing P-8 Poseidon, utilizzato anche per attività di intelligence e guerra elettronica. Il suo compito, secondo quanto riferito, sarebbe stato quello di individuare obiettivi strategici e trasmettere informazioni ai cacciabombardieri impegnati nell’operazione. Sempre nelle ore precedenti, sarebbe atterrato a Sigonella un drone da ricognizione Northrop Grumman RQ-4 Triton, impiegato per diversi giorni in operazioni di monitoraggio e raccolta immagini, verosimilmente finalizzate all’individuazione dei bersagli poi colpiti. Non solo Sigonella: un ulteriore elemento riguarda il sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS (Mobile User Objective System), presente a Niscemi. Si tratta di una rete composta da satelliti e terminali terrestri che consente alla Marina militare statunitense di trasmettere ordini, piani operativi, flussi video e comunicazioni criptate in qualsiasi area del mondo. “Le guerre non si fanno soltanto lanciando missili” osserva Mazzeo. “Prima c’è un lavoro complesso di pianificazione, raccolta dati, individuazione degli obiettivi. È questo il ruolo degli aerei spia e dei droni che operano da Sigonella”. L’intervista completa di Radio Onda d’Urto a Antonio Mazzeo, giornalista, scrittore e attivista antimilitarista. Ascolta o scarica.
March 4, 2026
Radio Onda d`Urto
Nasce l’alleanza dei partiti curdo-iraniani, tra repressione e attacco Israele-USA
Nel cuore delle montagne del Rojhelat, l’Est del Kurdistan, tra le vette e i villaggi inerpicati sulla catena dello Zagros, la politica curda si muove su un filo sottile, sospesa tra aspirazioni di autonomia e realtà di guerra. La nascita della Coalizione dei partiti politici del Kurdistan iraniano, nota anche come «Kurdistan Alliance», rappresenta l’ultimo tentativo di consolidare le forze dell’opposizione curda in Iran. LA COALIZIONE DI FINE FEBBRAIO L’annuncio è arrivato in una mattina di fine febbraio, da un luogo non divulgato nel Kurdistan iracheno, come a sottolineare la delicatezza della mossa. Una scelta che non è passata inosservata: il Governo Regionale del Kurdistan (KRG) ha subito preso le distanze, ribadendo di non permettere che il suo territorio diventi minaccia per Paesi vicini. Un messaggio chiaro, riferito indirettamente a Teheran e un segnale della complessità dei rapporti tra il Kurdistan del Sud e i movimenti curdi dell’Iran. Nel settembre 2023, un accordo di sicurezza tra Erbil, Baghdad e Teheran, firmato sotto la minaccia di un’invasione, aveva costretto quasi tutti i partiti curdi iraniani con base nella regione del Kurdistan al disarmo e alla ricollocazione nell’entroterra. > La coalizione riunisce cinque partiti: il Partito della Libertà del Kurdistan > (PAK), il Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK), il Partito > Democratico del Kurdistan – Iran (PDKI), l’organizzazione Xebat e una delle > fazioni dell’organizzazione comunista Komala. Il documento che li unisce > richiama principi ambiziosi: autodeterminazione curda, diritti politici e > civili e un Iran democratico, decentralizzato e laico. Ma la sostanza > operativa è tutta da verificare. La coalizione è nata da un organismo preesistente noto come Centro per il Dialogo e la Cooperazione, un forum in cui sette partiti curdi iraniani si incontravano da circa otto-nove mesi. Tale organismo funzionava essenzialmente come uno spazio consultivo: i partiti si riunivano, occasionalmente rilasciavano dichiarazioni congiunte, ma non aveva alcun potere decisionale. Le azioni più forti intraprese fino a oggi consistevano nella proclamazione di alcuni scioperi nelle aree curde. Un risultato positivo, considerando che le organizzazioni in questione hanno alle spalle una lunga storia di conflitti interni. La nuova coalizione rappresenta un tentativo di elevare questo assetto a qualcosa di politicamente più vincolante. Due dei sette partiti originari hanno rifiutato l’adesione: la fazione di Komala guidata da Abdullah Mohtadi, residente negli Stati Uniti ma con un vice-leader operativo a Sulaymaniyah, e il Komala Communist Party of Kurdistan, che contestano la vaghezza delle proposte e l’assenza di un piano concreto di implementazione. LIMITI NUMERICI E PROGRAMMATICI Il testo che accompagna la nascita della coalizione parte da un assunto: il movimento politico curdo ha avuto negli ultimi cento anni diverse occasioni per ottenere la propria libertà, ha lottato per essa, eppure non è riuscito ad ottenerla. Da qui, un’assunzione di responsabilità: «Sebbene la ragione principale di questo fallimento sia stata di natura geopolitica, regionale e internazionale, non possiamo ignorare l’assenza di un discorso condiviso e di una strategia di lotta congiunta tra le forze politiche curde dell’Est del Kurdistan». In larga parte, il comunicato è una vera e propria road map programmatica in quindici punti, in cui i firmatari disegnano l’orizzonte politico dei movimenti curdi per il futuro Iran. I primi due punti riguardano il riconoscimento comune del diritto all’autodeterminazione e l’impegno per la costruzione di istituzioni democratiche negli altipiani curdi, raggiungibile tramite una «lotta congiunta con le altre nazioni sottomesse dell’Iran, con l’obiettivo di rovesciare la Repubblica Islamica e stabilire un sistema politico democratico, decentralizzato e laico che garantisca i diritti di tutte le componenti nazionali, religiose ed etniche». > Al quarto punto emerge uno dei temi più cari al movimento basato sul paradigma > del confederalismo democratico, rappresentato nella coalizione dal PJAK: > «Sosteniamo la lotta delle donne in Kurdistan per la parità di genere e la > loro partecipazione in tutti gli ambiti politici, sociali e amministrativi». Il quinto punto stabilisce che i processi decisionali dovranno avvenire attraverso dialogo e consenso e specifica che: «Riteniamo che ricorrere a qualsiasi forma di violenza, in particolare armata, per risolvere disaccordi sia condannato e proibito». Ciò che potrebbe sembrare ovvio, nella politica curda spesso non lo è: i partiti della coalizione, nel corso di mezzo secolo di lotta armata, hanno più volte fatto ricorso alla violenza tra loro, sfociata in vere e proprie guerre civili, spesso alimentate e strumentalizzate dalle potenze regionali. Il punto sei specifica che ogni forma di resistenza è legittima, inclusa l’autodifesa, per garantire la continuità, l’armonia e l’unità nella sfera civile, politica, culturale e dell’attivismo. L’uso del termine «autodifesa», privilegiato dal movimento confederalista, come altri particolari del documento, lascia trapelare l’influenza del PJAK nella stesura. Abdullah Öcalan, in un messaggio ha invitato il partito a non abbandonare a priori la via della lotta politica «se emerge un terreno basato sull’integrazione democratica», confermando la legittimità della resistenza armata se necessario: «Se la negazione, il genocidio e l’inimicizia continuano, devono proteggersi». > La strada è sicuramente in salita anche per quanto riguarda le alleanze > interne. Il settimo punto del programma dichiara il supporto alla «lotta di > tutti i popoli alla ricerca della libertà in Iran contro la Repubblica > Islamica, lo smantellamento di essa e l’istituzione di un sistema democratico > basato sulla decentralizzazione», estendendo chiaramente gli orizzonti oltre > le regioni curde e cercando di tessere alleanze con le altre componenti del > paese sulla base della «cooperazione reciproca, del riconoscimento del diritto > all’autodeterminazione per la nazione curda e del rifiuto di ogni forma di > dittatura». La prima reazione al comunicato è arrivata da Reza Pahlavi, figlio del deposto scià e aspirante successore, che ha bollato la coalizione come separatista e collaborazionista, affermando che «possiamo aspettarci che l’esercito iraniano adempia al suo dovere nazionale e patriottico, si schieri al fianco del popolo e difenda l’Iran sia dalla Repubblica Islamica che dai separatisti». Ancora una volta, per i movimenti politici curdi, si preannuncia una lotta su più fronti. Alcuni degli articoli chiave del documento sono volutamente vaghi. L’articolo 8, dedicato al coordinamento politico e diplomatico, non chiarisce chi rappresenta la coalizione o come avverranno i rapporti con l’esterno, ad esempio con il KDP di Erbil o il PUK di Sulaymaniyah, né come interagire con altre forze di opposizione iraniane. L’articolo 9 propone un comando congiunto delle forze armate curde, ma il testo parla solo di «lavorare verso la formazione» di questa struttura. Per il momento, ogni partito conserva il controllo sulle proprie armi. Gli articoli da 10 a 14 delineano quello che equivale a un periodo transitorio fino al vero e proprio quadro costituzionale per un Kurdistan post-rivoluzionario: formazione di una struttura di autogoverno nel rispetto della volontà popolare, i cui dettagli non vengono delineati, ma la cui responsabilità sarà quella di «favorire la partecipazione della popolazione civile in vari ambiti e fornire servizi». L’impegno a indire elezioni entro un anno dopo la caduta del regime e a rispettarne l’esito qualunque siano i risultati è ambizioso, forse troppo. Le questioni più complesse: chi controlla il territorio, chi amministra i servizi, quali quadri compongono l’autorità provvisoria, come vengono assegnati i seggi, vengono tutte rinviate. È in questi dettagli che possono facilmente emergere disaccordi tra questi partiti, date le profonde differenze ideologiche e organizzative. IL COLLASSO DEL REGIME Nonostante il duro colpo inflitto alla Repubblica Islamica, il crollo del regime non è scontato, ancor meno lo spazio di manovra in cui i partiti curdi possano applicare la propria roadmap. Il precedente c’è: è chiaramente la rivoluzione del Rojava, e i movimenti curdi del Rojhelat arrivano oggi con un bagaglio di conoscenze, pratiche ed errori che i cugini in Siria non avevano. La fondazione stessa della coalizione può essere vista come un insegnamento dai passati errori. Ma la battaglia, di fatto, non è ancora cominciata, e le contraddizioni non mancano. > Mentre PAK, KDPI, Xabat e Komala possono influire sul piano del coordinamento > politico e della diplomazia, PJAK porta in dote ciò che nessun altro partito > ha: una capacità militare operativa, logistica e di presenza sul campo. Va > detto che sebbene l’accordo del 2023 abbia seriamente minato le capacità > militari degli altri partiti, con la crescente pressione esercitata sull’Iran > dagli Stati Uniti, il KRG potrebbe allentare la presa e permettere un graduale > riarmo. Tuttavia, solo il PJAK possiede strutture militari, basi operative e guerriglieri distribuiti in Rojhelat e Bashur, con esperienza pluridecennale di resistenza armata. Molti combattenti del PJAK hanno partecipato alla rivoluzione del Rojava come volontari e alcuni comandanti erano tra le file della guerriglia del PKK prima ancora della fondazione del PJAK. Senza di loro, la coalizione resta simbolica. Con loro, il peso delle decisioni strategiche ricade su un singolo partito, esposto a rischi enormi. Oltre al piano operativo, c’è una questione di rappresentanza, non meno importante. Quattro dei leader presenti alla conferenza stampa di presentazione della coalizione: Mustafa Hijri del KDPI da Nagadeh, Hussein Yazdanpanah del PAK da Bukan, Baba Sheikh Hosseini di Xebat da Baneh, e Reza Kaabi di Komala da Saqqez, provengono da un cluster limitato di città Sorani e Sunnite. Solo PJAK, con Peyman Viyan da Mako, unica donna presente, e dirigenti provenienti da zone Sciite e Kurmanji, estende la propria influenza al di fuori di questo nucleo. Anche ammettendo una piena rappresentanza della regione Sorani-Sunnita, quattro dei cinque partiti si contendono principalmente la rappresentanza di 3-4 milioni di persone, su una popolazione curda totale stimata tra 10 e 12 milioni. PJAK può contare su una presenza più diffusa, anche considerando le organizzazioni della società civile a a lui ideologicamente vicine come KJAR e KODAR, ma è evidente che ognuno di questi partiti dovrà impegnarsi in uno sforzo politico significativo se vuole aspirare a rappresentare realmente il vasto mosaico sociale, culturale e religioso che abita il Kurdistan dell’est, per non parlare dei milioni di curdi residenti nella regione del Khorasan o a Teheran. La recente escalation militare ha trasformato anche la Regione del Kurdistan in Iraq in un vero e proprio campo di battaglia. Erbil è stata colpita da droni, sirene di allarme e blackout elettrici per due notti consecutive. Le sedi di PAK, KDPI e Komala sono state prese di mira con missili e droni, come a Sulaymaniyah, Pirdê e Sûrdaş. Gli attacchi non hanno causato vittime, ma mostrano la capacità iraniana di colpire rapidamente e lanciare un messaggio ai movimenti curdi. > In questo contesto, anche se l’indebolimento della Repubblica Islamica > potrebbe sembrare una grande opportunità, la coalizione si trova in una > posizione delicata: ogni azione militare rischia di provocare una repressione > feroce. Se gli Stati Uniti dovessero nuovamente ritirarsi e negoziare con > Teheran e se nessun movimento nazionale emergesse in Iran, il Kurdistan si > troverebbe ancora una volta isolato, a combattere da solo contro un regime > ancora potente e determinato. Il PJAK, in quanto forza militare più organizzata, è dunque al centro di un dilemma politico e militare: ha la capacità di difendersi, ma non può scatenare una guerra aperta senza il rischio di ritorsioni devastanti. I suoi leader hanno più volte dichiarato di essere pronti a difendere una rivoluzione nata dalla società iraniana, ma di rigettare l’intervento esterno e le mire imperialiste di potenze regionali o internazionali. Ogni azione militare e politica implica un calcolo preciso, ogni scelta strategica diventa una responsabilità pesante e rischiosa, che implica bilanciare aspirazioni di libertà e autodeterminazione con la dura realtà della guerra. I prossimi giorni e gli eventi sul terreno determineranno se la coalizione sarà un simbolo di unità politica o una forza reale sul campo. Nel frattempo, le montagne del Rojhelat osservano silenziose, pronte a testare la resistenza dei loro guerriglieri. La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Nasce l’alleanza dei partiti curdo-iraniani, tra repressione e attacco Israele-USA proviene da DINAMOpress.
March 4, 2026
DINAMOpress
IRAN: QUARTO GIORNO DI AGGRESSIONE ISRAELO-STATUNITENSE. ISRAELE ATTACCA PURE IL LIBANO, ANCHE VIA TERRA
Levante in fiamme nel quarto giorno di aggressione militare israelo-statunitense, martedì 3 marzo 2026. Raid in corso sia sull’Iran che sul Libano, dove le truppe israeliane hanno superato il confine invadendo nuovamente via terra il sud. Tel Aviv parla di “zona cuscinetto”, ossia dell’occupazione di territorio libanese. L’esercito libanese è scappato, lasciando 7 postazioni. Anche l’Unifil, missione Onu partecipata dall’Italia, ritira il personale non essenziale. Trentamila civili libanesi sono in fuga, colpiti dai raid arrivati anche su Beirut. Il bilancio, per il Ministero della Sanità libanese, è di almeno 52 morti e 154 feriti. Bombe anche sulla tv Al-Manar, vicina al movimento sciita Hezbollah, che fa sapere di avere colpito 3 basi militari israeliane. In Iran Tel Aviv ha colpito la tv e radio di Stato, che al momento continua a trasmettere. Bombe pure dagli Usa su Isfahan, Shiraz, oltre a nord e est di Teheran. Nella capitale colpito anche lo storico Palazzo Golestan, patrimonio mondiale Unesco, che ha subito gravi danni per i raid di Israele e Usa. Il bilancio dei bombardamenti israeliani e statunitensi sull’Iran è, finora, di 787 vittime e 9 ospedali bombardati. Lo riferisce la Mezzaluna Rossa. Tra le vittime ci sono almeno 150 studentesse della scuola colpita dai raid di Tel Aviv e Washington a Minab, nel sud del Paese. Qui, decine di migliaia di persone hanno riempito le strade per i funerali delle giovani. Prosegue anche la risposta iraniana con missili e droni. Stamattina esplosioni a Tel Aviv, Gerusalemme e nei pressi di insediamenti colonici in Cisgiordania. In West Bank sono 2 i palestinesi ammazzati e 3 quelli feriti per gli attacchi dei coloni fascisti a Qyarout, vicino Nablus, mentre l’esercito occupante israeliano prosegue senza soste raid preventivi e rapimenti di massa. A Gaza, intanto, le forze di occupazione hanno chiuso ancora i valichi, che verranno forse aperti oggi parzialmente di fronte allo spettro della carestia. Questo non ferma, comunque, il genocidio quotidiano: oggi un’altra vittima, colpita da un cecchino a nord di Khan Younis. Salgono così a 630 i morti del presunto cessate il fuoco, l’11 ottobre, a Gaza. “Li stiamo massacrando, ci abbiamo messo un’ora a eliminare la leadership ma non abbiamo ancora iniziato a colpirli duramente, la grande ondata arriverà presto”, ha detto ieri il presidente Usa Trump, che non esclude neanche l’invio di truppe statunitensi “boots on the ground”. Secondo il Pentagono sono sei i soldati Usa morti, una decina quelli feriti. Per Teheran i numeri sarebbero molto diversi: le autorità iraniane parlano di “650 soldati Usa uccisi o feriti”, in particolare negli attacchi contro il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein. Di certo c’è che a Riad brucia l’ambasciata Usa in Arabia Saudita. Quella in Kuwait è stata chiusa fino a nuovo ordine. In Bahrein scontri di piazza tra polizia e manifestanti, in piazza contro l’appoggio del regime locale al fronte Israele – Usa. Washington esorta i propri cittadini a lasciare il Medio Oriente. Via anche il personale a stelle e strisce da Iraq (qui nuovi attacchi delle milizie sciite irachene a Erbil), Bahrein e Giordania, mentre Teheran ha colpito la base Usa di Al Udeid in Qatar e il porto di Duqm, in Oman. In una dichiarazione rilasciata oggi, il ministero degli Esteri iraniano Araghchi ha avvertito “gli Stati europei a non unirsi alla guerra”. Il tutto alla vigilia del viaggio del cancelliere tedesco Merz, il più filoisraeliano del Vecchio Continente, chiamato a rapporto da Trump alla Casa Bianca. Sul fronte europeo resta alta la tensione nella base britannica di Cipro, colpita nelle scorse ore da alcuni droni. Non è chiaro se i velivoli kamikaze senza pilota siano stati scagliati dall’Iran o dal vicino Libano, come dicono i media locali. La Grecia, comunque, manda fregate militari e sistemi missilistici di difesa in zona, mentre Macron offre l’ombrello nucleare francese ad altri Paesi della Ue. Fuori dal coro solo la Spagna: 15 aerei cisterna Usa hanno lasciato il Paese dopo che Madrid ha negato l’uso delle basi militari sul territorio spagnolo per operazioni contro l’Iran. Teheran, intanto ha chiuso lo stretto di Hormuz, dove transitano gli idrocarburi diretti in particolare proprio in Europa: è boom speculativo di gas e petrolio. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto Lorenzo Forlani, analista, giornalista free-lance ed esperto di Medio Oriente, in particolare di Libano, dove ha vissuto a lungo. Ascolta o scarica. Sulle nostre frequenze è intervenuto anche Alberto Negri, giornalista ed editorialista de Il Manifesto. Ascolta o scarica.
March 3, 2026
Radio Onda d`Urto
Le bambine in una scuola elementare, un sabato mattina. Ne scrive Riccardo Taddei
Khamenei aveva 85 anni. Trump ne ha 79. Putin 73. Netanyahu 75. Sono loro che decidono chi vive e chi muore. Sono loro — uomini che hanno già consumato la quasi totalità della loro esistenza, che non vedranno le conseguenze … Leggi tutto L'articolo Le bambine in una scuola elementare, un sabato mattina. Ne scrive Riccardo Taddei sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
#nowar #iran Pare che siano 148 le vittime dell'attacco #Usa #Israele ad una scuola femminile iraniana. Uno scolasticidio di dimensioni immani, come mai verificatosi nella storia dell'umanità. Il cuore di ogni educatore e insegnante urla di rabbia e di dolore
March 1, 2026
Antonio Mazzeo
IRAN: È MORTO ALI KHAMENEI, UCCISO NEI RAID ISRAELO-STATUNITENSI. PROSEGUONO LA GUERRA DI AGGRESSIONE E LA RISPOSTA IRANIANA
Domenica 1 marzo 2026: secondo giorno di aggressione militare israelo-statunitense all’Iran. Ieri, 28 febbraio, gli eserciti di Usa e Israele hanno iniziato una nuova guerra bombardando tutto il territorio iraniano. L’esercito iraniano risponde con lanci di missili e droni contro le basi statunitensi di tutta la regione, dalle monarchie del Golfo all’Iraq, oltre che sulle città israeliane. I pesanti bombardamenti israelo-statunitensi sull’Iran (già centinaia le vittime, almeno 148 soltanto nel raid che ha colpito una scuola femminile a Minab, nel sud del Paese) proseguono anche oggi, così come i contrattacchi iraniani. Ieri, il premier israeliano Netanyahu e il presidente Usa Trump hanno annunciato l’uccisione, negli attacchi, della Guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran, Ali Khamenei. In un primo momento, Teheran aveva smentito, ma nella notte è arrivata la conferma anche da parte della tv di stato iraniana (la cui sede, tra l’altro, è stata colpita dai raid): l’Ayatollah è morto. Il regime di Teheran ha proclamato 40 giorni di lutto nazionale. I media e i video che circolano in rete mostrano reazioni diverse nella società iraniana: c’è chi festeggia, ma ci sono anche migliaia di persone che sono scese nelle strade per omaggiare Khamenei e protestare contro gli attacchi israeliani e statunitensi. Negli attacchi sono rimasti uccisi anche il ministro della difesa iraniano Aziz Nasirzadeh, il comandante del Corpo delle Guardie rivoluzionarie Mohamad Pakpour, il capo dell’intelligence della polizia, Gholamreza Rezaian, e diverse altre figure apicali – politiche, religiose e militari – della Repubblica islamica e dei Pasdaran. L’aggressione all’Iran decisa dai governi Usa e israeliano ha infiammato l’intera regione e oltre, coinvolgendo un numero crescente di attori internazionali. Il primo ministro inglese Starmer ha annunciato la partecipazione dell’esercito britannico nella guerra all’Iran. Dall’altra parte i missili iraniani hanno preso di mira diversi paesi del Golfo che ospitano le basi militari Usa nella regione. Colpita la base militare Usa in Qatar, la più importante nell’area, la flotta statunitense in Bahrein, gli hotel di lusso dell’isola artificiale di Palm Jumeirah a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, e Riad, in Arabia Saudita. Il regno saudita si è riservato il “diritto di rispondere”. Colpiti anche l’aeroporto internazionale, una base militare e il consolato Usa a Erbil, capitale della Regione del Kurdistan in Iraq. A Karachi, megalopoli nel sud del Pakistan, centinaia di manifestanti sciiti filo-iraniani hanno dato l’assalto al consolato Usa: almeno 8 persone sono rimaste uccise nella violenta repressione della polizia pakistana schierata a difesa della sede diplomatica statunitense. Presa d’assalto dai manifestanti anche la “Green zone” di Baghdad, il cuore della presenza militare statunitense in Iraq. Sul fronte delle relazioni internazionali, stanotte – su richiesta di Cina e Russia – si è riunito il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Pechino e Mosca hanno sottolineato come i raid di Tel Aviv e Washington siano illegittimi per il diritto internazionale. La delegazione cinese ha definito l’aggressione “arrogante e scioccante”. Teheran ha denunciato gli attacchi come “crimini contro l’umanità”. Ovviamente, Israele e Stati Uniti hanno rivendicato il proprio operato. “I raid sono legittimi, l’Iran non deve avere l’arma nucleare”, hanno ribadito gli statunitensi. “Abbiamo agito perché necessario, il regime di Teheran non ci ha lasciato alternativo”, fanno loro eco gli israeliani. Nel tardo pomeriggio di oggi, domenica, si terrà una riunione straordinaria dei Rappresentanti Permanenti dei 27 stati membri dell’Ue. Intanto il ministro della Difesa italiano, Maurizio Crosetto di Fratelli d’Italia, ignaro di tutto, è rimasto bloccato a Dubai dove aveva raggiunto – in vacanza – la famiglia. Domenica 1 marzo, è intervenuta sulle frequenze di Radio Onda d’Urto Farian Sabahi, professoressa associata in Storia contemporanea all’Università dell’Insubria e visiting senior fellow alla London School of Economics. “Tra gli iraniani le reazioni (all’uccisione di Khamenei, ndr) sono diverse“, afferma Sabahi ai nostri microfoni. “Dall’Iran – spiega – giungono immagini contrastanti: ci sono migliaia di persone che commemorano e piangono la sua morte, ma ci sono anche tantissimi iraniani, in Iran e soprattutto nella diaspora, che festeggiano e celebrano con gioia la morte del leader supremo perché questa lascia immaginare un futuro diverso e migliore”. “Io di questo futuro diverso e migliore ho qualche dubbio perché in queste ore, e per tutta la notte, l’Iran è stato bombardato”, commenta la studiosa nell’intervista. “Siamo in tanti – nella diaspora e all’interno dell’Iran – a dire ‘no’ sia al regime oppressivo della Repubblica islamica che ai bombardamenti“, afferma ancora Sabahi. Ascolta o scarica l’intervista.
March 1, 2026
Radio Onda d`Urto
STATI UNITI E ISRAELE STANNO ATTACCANDO L’IRAN, BOMBARDAMENTI IN CORSO SU TUTTO IL PAESE. TEHERAN RISPONDE AL FUOCO
Gli Stati Uniti e Israele stanno attaccando l’Iran. Dalle 7 del mattino locali di sabato 28 febbraio 2026 i due eserciti stanno bombardando la capitale iraniana Teheran in quello che definiscono un “attacco preventivo”, rispetto a cosa non si sa. I media e diversi video nel web mostrano missili in volo ed esplosioni continue, nel centro ma anche nell’est e nel centro nord della città, anche sul ponte Seyed Khandan, dove si trova il quartier generale congiunto delle forze armate. Secondo media dell’opposizione iraniana e israeliani, uno degli obiettivi sarebbe la residenza presidenziale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, si registrano esplosioni anche a Isfahan e in diverse altre città, tra cui Qom, Karaj, e Kermanshah. Teheran ha dichiarato chiuso lo spazio aereo “fino a nuovo ordine”. Lo stesso ha fatto Tel Aviv, dove governo ed esercito però specificano che “non è necessario rifugiarsi nei bunker”. L’Iran starebbe già rispondendo con il lancio di missili sul territorio dello stato di Israele, mentre l’esercito israeliano afferma che gli attacchi sul territorio iraniano hanno già provocato la morte di molte figure, anche chiave, dei Pasdaran. In un video pubblicato sul suo social media Truth, il presidente Usa Donald Trump conferma il coinvolgimento statunitense: “Abbiamo iniziato una grande operazione in Iran. L’obiettivo è difendere gli americani eliminando imminenti minacce del regime iraniano”, dice Trump. “Abbiamo provato a fare un accordo – aggiunge nel video il tycoon – ma hanno rifiutato ogni occasione di rinunciare alla sue ambizioni nucleari”. E ancora: “distruggeremo i loro missili e ci assicureremo che l’Iran non abbia il nucleare. Il regime imparerà a breve che non bisogna sfidare la forza delle forze armate americane”. Infine, Trump intima ai Pasdaran di deporre le armi o, dice, andranno incontro a “morte certa”, ed esorta, ancora una volta, gli iraniani a “prendere il controllo” del proprio governo, tornando a strumentalizzare le grandi rivolte popolari di dicembre 2025 e gennaio 2026. Soltanto ieri sera, venerdì 27 febbraio, il ministro degli Esteri dell’Oman, mediatore nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, aveva parlato di sviluppi positivi e della disponibilità di Teheran di smantellare il proprio uranio arricchito. Su Radio Onda d’Urto è intervenuta, a caldo, nelle ore immediatamente successive all’inizio degli attacchi per aggiornamenti, un primo commento e per riportare testimonianze ricevute da Teheran, Paola Rivetti, ricercatrice e docente di Relazioni internazionali alla Dublin City University e autrice di diversi lavori sull’Iran, come il recente Storia dell’Iran, uscito nel gennaio 2026 per le edizioni Laterza. “Questo è un momento tragico – afferma Rivetti ai nostri microfoni – Si tratta di un paese la cui popolazione è stata messa in ginocchio dalla repressione interna, dalle sanzioni economiche, adesso da questa guerra, quindi è un momento veramente drammatico per gli iraniani e le iraniane”. Ascolta o scarica l’intervista.
February 28, 2026
Radio Onda d`Urto