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Sulla riconversione industriale a fini militari
LA SITUAZIONE STATUNITENSE Secondo indiscrezioni pubblicate da alcuni giornali statunitensi – come il Wall Street Journal1, Reuters e il New York Times – e provenienti da fonti anonime, il Pentagono starebbe avviando colloqui preliminari con i vertici di alcune case automobilistiche per la riconversione di alcuni stabilimenti produttivi a fini militari. Tra le aziende coinvolte ci sarebbero General Motors e Ford. La mossa dei vertici militari coinvolgerebbe anche imprese importanti già attive nel settore militare, come Oshkosh e GE Aerospace, nel tentativo di creare una sinergia industriale che vada oltre il settore dell’automotive. La causa principale di questa mossa politico-economica starebbe nel rapido deterioramento delle scorte militari dovuto alla guerra in Ucraina e a quella in Iran, a cui le aziende automobilistiche potrebbero porre rimedio con “relativa” facilità, vista la possibilità di integrare alcuni dei tradizionali processi produttivi delle automobili nella filiera militare: stampaggio, fusione, lavorazioni meccaniche, produzione e assemblaggio di componenti digitali. È inoltre noto che il settore dei veicoli civili non sia in grado di generare un tasso di innovazione tecnologica che stia al passo con quello dell’automotive cinese, campione dell’auto elettrica e di quella a guida autonoma: si tratta dunque di importare innovazione tecnologica dal settore della difesa per incrementare la competitività. Ne gioverebbero sia la filiera militare che quella automobilistica.2 Certo, la notizia non farà piacere agli amanti della pace: il precedente storico, difatti, sta nella riconversione a fini militari – per la produzione di camion, jeep e velivoli – di molti stabilimenti di Detroit, avvenuta durante la Seconda guerra mondiale. Tutto ciò mentre negli USA la disoccupazione (tradizionalmente contenuta) è in aumento, passando dal 3,8% del 2023 al 4,5% del 2025, e il poco stato sociale ivi esistente viene progressivamente demolito. Dei 1.500 miliardi di dollari destinati alla difesa per il 2027 – «il budget più alto dalla Seconda guerra mondiale»3 –, dunque, almeno una parte avrebbe dovuto essere investita nelle politiche sociali, ma così non è stato. LA SITUAZIONE ITALIANA Anche in Italia si parla di riconversione militare dell’automotive, attualmente portata avanti da aziende come Berco e, in futuro, Stellantis. Il Governo Meloni ha inserito nel maxi-emendamento alla Finanziaria 2026 un comma dedicato alla riconversione dell’industria, laddove si parla di «progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa».4 Il tentativo è quello di sfruttare la capacità produttiva delle case automobilistiche per commercializzare le innovazioni produttive di tipo militare, potendo così accorciare i cicli temporali della ricerca e dello sviluppo delle innovazioni belliche. La guerra in Ucraina, infatti, ha dimostrato che per conseguire obiettivi di prontezza militare sia fondamentale riuscire a innovare più rapidamente del nemico i sistemi d’arma. Per fare ciò sarà necessario favorire l’orientamento strategico dei finanziamenti militari, che dovrebbero essere diretti maggiormente verso l’innovazione produttiva e sulle esigenze di lungo termine: «difesa aerea e missilistica, sistemi di artiglieria, munizioni e missili, droni e sistemi anti-droni, mobilità militare, tecnologie emergenti quali intelligenza artificiale, quantum, guerra cibernetica ed elettronica e, infine, infrastrutture strategiche abilitanti, inclusi sistemi di trasporto aereo strategico»5. A tal fine risulteranno essenziali «la promozione di partenariati pubblico privati su progetti strategici nazionali ed europei»6 e l’incremento dei finanziamenti pubblici. Questi, per la verità, in Italia sono ancora prevalentemente impiegati per la spesa per il personale, mentre solo il 6% va alla ricerca e sviluppo di nuovi prodotti. Siffatti obiettivi di pianificazione economica strutturale non sono conseguibili con un tessuto industriale così frammentato dalla corposa presenza di piccole e medie imprese – condizione, questa, particolarmente vera per l’Italia ma in buona parte anche per gli altri paesi europei –, che limitano le capacità di coordinamento degli attori imprenditoriali e l’accesso ai fondi europei, inficiando la visione strategica del Governo e delle Forze Armate, le quali sempre più spesso esprimono pareri sulla politica industriale nazionale. Pertanto il tentativo del legislatore sarà quello di creare una base industriale dual-use, in cui «non è il prodotto a essere “a duplice uso” ma lo stesso sito produttivo, che quindi sarebbe in grado di produrre beni diversi sia per uso civile che militare, sia contemporaneamente che in alternanza, attraverso una rapida transizione da una funzione di produzione di beni commerciali a beni militari senza necessità di continui investimenti»7. Un altro tassello importante è costituito dalla politica per l’approvvigionamento costante e sicuro di input produttivi, che parte dalle catene di fornitura delle materie prime critiche (come i metalli semiconduttori). Ciò potrà essere conseguito, nei piani di Meloni e Crosetto – supportati dai loro centri studi e uffici tecnici –, tramite «una migliore promozione dell’internazionalizzazione, che punti a facilitare l’accesso ai mercati esteri»8 e, soprattutto, attraverso l’acquisizione di un ruolo maggiormente centrale del Governo. Questo al momento non può costituirsi parte negoziale nelle trattative9 – e noi speriamo che non possa mai farlo. In questo senso un cavallo di Troia in grado di scardinare o forzare la legislazione attuale potrebbe essere costituito da trattative fra governi (accordi Government-to-Government), auspicata sia dal Governo che dalle Forze Armate. Dal punto di vista commerciale il tentativo italiano sembra definirsi attorno a una politica attenta, sì, a consolidare e sviluppare i legami con le aziende e i paesi della Comunità Europea e del Regno Unito, «favorendo la creazione di alleanze industriali e di veri e propri campioni europei in grado di competere a livello globale»10, ma orientata anche alla tutela degli specifici interessi nazionali, in particolar modo per quanto concerne i legami commerciali con i paesi del Golfo e del Sud-Est asiatico. Per realizzare il piano industriale su esposto il Governo punterà a rimuovere i vincoli per gli investimenti bancari del settore, ad armonizzare la legislazione esistente con quella degli altri paesi europei – allentando molteplici vincoli normativi – e a meglio coordinare la logistica militare. Hanno fatto scalpore, in tal senso, il recente accordo tra Leonardo SpA e RFI, stipulato nel febbraio del 2024, volto al monitoraggio e alla protezione degli snodi ferroviari strategici, così come lo sviluppo delle banchine portuali elettrificate, previsto dal PNRR11, che consentirà alle navi militari ormeggiate di prendere elettricità da terra per poter soddisfare il fabbisogno energetico delle proprie tecnologie avanzate, riducendo i tempi di stazionamento dei porti e incrementando il traffico militare. A chiudere il cerchio di questa disastrosa politica bellicista troviamo l’esistenza di una considerevole pressione sul sistema scolastico e universitario: le materie STEM come priorità d’insegnamento, considerate «essenziali per garantire una forza lavoro qualificata e capace di sostenere l’innovazione tecnologica richiesta dal comparto»12; il «rafforzamento della collaborazione tra imprese, università e istituti di ricerca» e la «creazione di spin-off universitari»13 (imprese – di solito start-up – che nascono all’interno o a partire da università e centri di ricerca). Nel merito vogliamo ricordare l’intervento di inizio febbraio dell’ex Amministratore Delegato di Leonardo SpA, Roberto Cingolani, fatto davanti agli studenti del Liceo Scientifico Newton, dell’I.T.I.S. G. Galilei, del Liceo Digitale Matteucci e dell’Istituto De Merode di Roma proprio per magnificare l’importanza delle discipline STEM, e nel quale ha dichiarato: «Leonardo negli ultimi tre anni ha assunto quasi 20 mila persone, oggi siamo 63 mila e nei prossimi tre anni ne verranno assunte probabilmente altre 17 mila. La gran parte di queste persone ha una formazione tecnico-scientifica»14. Del resto, attraverso la Fondazione Leonardo ETS, la nota azienda produttrice di armi sta progressivamente penetrando nel mondo dell’istruzione pubblica, attraverso progetti come “STEMLab”, “A Scuola di STEM” e “Civiltà dei Dati”, che mirano a collegare il mondo aziendale dell’innovazione tecnologica (con un marcato outlook sul militare e la Difesa) con quello della formazione. Si tratta di un tassello di una più articolata politica degli industriali e delle istituzioni europee per l’aziendalizzazione della scuola pubblica, che a dire la verità parte da lontano: la potente lobby padronale della Tavola Rotonda Europea degli industriali (ERT), creata nel 1983, già da tempo sosteneva «l’importanza strategica vitale della formazione e dell’educazione per la competitività europea», criticando gli insegnanti per «una comprensione insufficiente dell’ambiente economico, degli affari e della nozione di profitto»15; la Commissione Europea, dal canto proprio, afferma da oltre quarant’anni che «gli istituti scolastici, i centri di formazione e le università dovrebbero essere aperti sul mondo: è opportuno assicurare i loro legami con l’ambiente locale, con le imprese e con i datori di lavoro in particolare, per migliorare la comprensione dei bisogni di questi ultimi».16 Siamo nelle mani sbagliate e ci troviamo nel bel mezzo di veri e propri piani di guerra, dunque. Speriamo che a combatterla ci vadano quelli che con la guerra vogliono arricchirsi, anziché i lavoratori d’Italia, e che ci lascino – è proprio il caso di dirlo – in pace. Emiliano Gentili, Federico Giusti – Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1 Cfr. S. Terlep, Pentagon Approaches Automakers, Manufacturers to Boost Weapons Production, 15th April 2026, https://www.wsj.com/politics/national-security/pentagon-approaches-automakers-manufacturers-to-boost-weapons-production-19538557?. 2 Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Dove ci porta la riconversione bellica dell’automotive, 30 marzo 2026, https://diogenenotizie.com/dove-ci-porta-la-riconversione-bellica-dellautomotive/. 3 Redazione Eurofocus, Riconversione militare delle case automobilistiche: dopo la Germania, tocca agli Usa, 17 aprile 2026, https://eurofocus.adnkronos.com/imprese/produzione-armi-aziende-auto-trattative-pentagono-confronto-germania/. 4 L. 199/2025, art. 1, c. 280. 5 MIMIT, Made in Italy 2030. Per una nuova strategia industriale, gennaio 2026, p. 140. 6 Ivi, p. 137. 7 Ivi, p. 141. 8 Ivi, p. 139. 9 Cfr. D.P.R. 104/2015, art. 3. 10 MIMIT, op. cit., p. 140. 11 Pnrr #NEXTGENERATIONITALIA, M3C2. 1, Riforma 1.3, p. 169. 12 MIMIT, op. cit., p. 139. 13 Ivi, p. 141. 14 Cfr. https://www.fondazioneleonardo.com/stories/stem-tecnologie-futuro-evento-leonardo-roma. 15 ERT, Education et compétence en Europe, Etude de la Table Ronde Européenne sur l’Education et la Formation en Europe, Bruxelles, Février 1989. 16 Commissione della Comunità Europea, Les objectifs concrets futurs des systèmes d’éducation, Rapport de la commission, COM(2001) 59 final , Bruxelles, 31 janvier 2001. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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L’università inglese assoldata per la guerra
I dirigenti dell’industria di armi inglesi, stando a un documento pubblicato su un sito indipendente (clicca qui) avrebbero avuto una grande influenza in ambito universitario con la partecipazione diretta di esponenti delle aziende produttrici di armi all’interno dei comitati consultivi universitari. Presenza che poi si sarebbe manifestata in una vera e propria “direzione strategica” rispetto ai dipartimenti accademici e ai progetti di ricerca. Declassified, il sito prima menzionato, individua le università interessate con tanto di documenti e verbali di riunioni tenutesi alla presenza di esponenti delle imprese di guerra. Perfino i programmi universitari sarebbero stati influenzati da questa ingombrante presenza, programmi rivisti in base alle richieste provenienti dalla industria di guerra. La presenza delle imprese militari non è nuova nelle università inglesi e, seguendo l’esempio statunitense, offre decine di tirocini industriali a studenti e studentesse con tanto di borse di studio. Siamo arrivati al punto che l’industria possa anche salire in cattedra nel mondo universitario. Questo fatto viene visto come una grande opportunità per il mondo universitario (opportunità di lavoro e di finanziamento) e per il mondo della impresa che potrà assumere studenti e studentesse debitamente formati nel loro percorso di studi. La ricerca in campo universitario diventa quindi ricerca duale, con l’utilizzo delle innovazioni anche a scopi militari. Università britanniche finanziate con circa 100 milioni di sterline da aziende della difesa – incluse quelle che armano l’esercito israeliano – attraverso donazioni, sponsorizzazioni e borse di studio. Esempi lampanti di una collaborazione sempre più stretta tra l’apparato industriale bellico inglese e le università. Un legame sempre più stretto e difficile da recidere specie se pensiamo agli inadeguati finanziamenti accordati dal Governo inglese alla ricerca e alla istruzione. E in questo modo rappresentanti delle imprese di armi siedono nei comitati consultivi di ben 21 università rappresentando una oggettiva minaccia alla libertà accademica e della ricerca. Quanto accade in Gran Bretagna presto potrebbe verificarsi anche in Italia, per questo l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia la piovra bellica che allunga i suoi tentacoli sui corsi di laurea degli atenei di casa nostra. Invitiamo il mondo accademico, studenti e studentesse, ricercatori e ricercatrici, docenti e non docenti, a organizzarsi con noi perché l’università non sia terreno di conquista per l’economia di guerra. Per ulteriori approfondimenti: https://www.nogeoingegneria.com/effetti/politicaeconomia/universita-a-servizio-del-complesso-industriale-militare/ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Geopolitica e Geostrategia all’Università di Bologna: un corso da guardare con lente critica
Fino al 15 maggio 2026 l’Università di Bologna ospita il corso di Geopolitica e Geostrategia, attivato presso il Campus di Ravenna nell’ambito della Laurea in Storia, società e culture del Mediterraneo. AISS, AISEM e Quaser Srl affiancano l’iniziativa. Per i professionisti della sicurezza si tratta di un percorso che prevede il riconoscimento di crediti certificativi fino a 30 punti ai fini della qualificazione professionale. Fin qui, nulla di insolito. Tuttavia, il contesto solleva interrogativi più ampi. A prima vista, il corso può apparire come un’occasione di formazione di alto profilo. Nondimeno, il “nuovo insegnamento” si inserisce in una tendenza più generale in cui i percorsi universitari sono strutturati con soggetti attivi nel campo della sicurezza e della difesa. Il programma spazia dai chokepoint marittimi alla cyberwarfare, dalle guerre ibride alla geostrategia globale, con la partecipazione di docenti universitari, ex esponenti delle Forze Armate, diplomatici ed esperti provenienti da ambiti istituzionali e professionali diversi. Un insieme così qualificato apre una domanda di fondo: quale rapporto si sta definendo tra produzione accademica del sapere e costruzione di competenze immediatamente spendibili in settori strategici e industriali? Un ulteriore elemento riguarda la sovrapposizione tra formazione universitaria e sistemi di crediti professionali esterni. Il corso rientra nell’offerta accademica dell’Ateneo, ma produce anche effetti nel circuito della certificazione professionale. Questo doppio livello, pur formalmente legittimo, solleva interrogativi sul confine tra funzione pubblica della didattica e sua valorizzazione in ambiti esterni. In questo quadro, la questione non riguarda la legittimità dei contenuti – pienamente coerenti con lo studio della geopolitica contemporanea – quanto il modo in cui tali contenuti si collocano in un ecosistema formativo sempre più integrato con soggetti professionali esterni, che includono anche ambiti istituzionali e operativi legati alla sicurezza, alla difesa e alle organizzazioni internazionali (NATO). In una fase storica in cui università, imprese e attori istituzionali interagiscono sempre più attraverso progetti, finanziamenti e percorsi formativi ibridi, il confine tra didattica, comunicazione istituzionale e formazione professionale tende a diventare progressivamente meno nitido, con il rischio che la produzione del sapere accademico si trovi sempre più spesso a dialogare – e in alcuni casi a sovrapporsi – con esigenze formative espresse da settori operativi della sicurezza e della difesa. L’analisi dei fabbisogni del nuovo corso di Geopolitica e Geostrategia dell’Università di Bologna (Campus di Ravenna) si concentra sulla necessità di formare figure professionali capaci di interpretare le sfide poste dai nuovi domini della conflittualità. I punti chiave su cui si basa l’offerta formativa includono: – nuovi scenari di minaccia: Il corso risponde alla domanda di esperti in grado di analizzare le guerre ibride, le operazioni “proxy” e “false flag”, il terrorismo e la guerra asimmetrica; – sicurezza nei domini digitali: è emerso un forte fabbisogno di competenze relative alla guerra cognitiva nell’infosfera, comprendendo information warfare, cyber warfare e la gestione degli attacchi informatici da parte di attori non statali; – settore privato e Security Management: una parte centrale dell’analisi riguarda la crescente necessità di figure come i Security Manager, specializzati nel comprendere la geopolitica e la geoeconomia per guidare le strategie aziendali in contesti globali complessi; – ambito istituzionale e intelligence: La formazione mira a fornire strumenti analitici coerenti con le necessità di enti come l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) e i servizi di informazione e sicurezza (AISI, AISE), affrontando temi come la proliferazione delle armi di distruzione di massa e le minacce CBNR. L’insegnamento è strutturato per integrare teoria e pratica attraverso tavole rotonde con figure di vertice delle Forze Armate, della Magistratura e dei Servizi di sicurezza. I principali beneficiari delle figure professionali formate dal corso in Geopolitica e Geostrategia sono enti e organizzazioni operanti in ambiti critici per la sicurezza nazionale e internazionale. Nello specifico, i soggetti che trarranno vantaggio da queste competenze sono: – aziende del settore privato: le imprese necessitano di Security Manager esperti in geopolitica e geoeconomia per gestire i rischi globali e proteggere gli asset aziendali; – agenzie di Sicurezza Nazionale: enti istituzionali come l’ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale) e i servizi di informazione (come AISI e AISE) beneficiano di analisti formati su guerra cognitiva, cyber warfare e contrasto alla proliferazione di armi; – istituzioni internazionali e Forze Armate: organizzazioni che operano in contesti di difesa e cooperazione internazionale (es. ambito NATO o corpi militari) che richiedono esperti in conflitti ibridi e minacce asimmetriche; – settore dell’informazione: testate giornalistiche e centri di analisi che necessitano di figure capaci di interpretare la “strategia dell’inganno” e l’information warfare nell’infosfera. – fondazioni e think tank: organizzazioni come la fondazione MedOr che si occupano di analisi strategica e relazioni internazionali. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università esprime la sua preoccupazione per come un Ateneo statale prestigioso come UNIBO si presti alle logiche della militarizzazione dei luoghi del sapere accettando di progettare ed erogare un percorso di laurea che va chiaramente a formare i professionisti della guerra del prossimo futuro per realtà che nulla hanno a che fare con il progresso della società, ma che seguono logiche di stampo imperialista e colonialista, oltre che di controllo securitario e di censura. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Bergamo, lunedì 13 aprile: assemblea aperta contro la repressione nelle università
LUNEDÌ 13 APRILE ALLE ORE 14.30 UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BERGAMO – AULA 10, VIA DEI CANIANA Dura legge quella che risponde ai dettami repressivi, secondo il precetto focaultiano del sorvegliare e punire. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università sostiene le istanze di quel variegato mondo della conoscenza (studenti, ricercatori, docenti) che ha scelto di esprimere la propria solidarietà al popolo palestinese in occasione della presenza nell’Ateneo di Bergamo di un esponente della cosiddetta sinistra per Israele. Negli ultimi mesi l’università italiana ha svolto un ruolo importante, è tornata al centro di un discorso politico e giuridico che la riguarda non più nella veste di luogo ove si pratica la libertà della ricerca e dell’insegnamento ma come zona potenziale di rischio per l’ordine pubblico. E il nuovo decreto sicurezza (decreto 11 aprile 2025, n. 48), poi convertito in Legge (L. 80 del 9 giugno 2025) contiene disposizioni di carattere repressivo e di prevenzione verso tutti i luoghi di aggregazione sociale e culturale, quindi il mondo delle università è direttamente coinvolto da una mutazione genetica che la trasforma in laboratorio securitario. Negli ultimi mesi, con l’approvazione del decreto, abbiamo assistito a un salto di qualità nella strategia di controllo sociale e politico, gli spazi universitari da sedi di mobilitazione contro il genocidio sono divenuti luoghi attenzionati dalle forze dell’ordine e si prestano all’applicazione delle norme repressive che vanno a colpire le realtà studentesche oggi, un domani tutte le altre. Per la prima volta, un testo normativo inserisce tra le misure di ordine pubblico disposizioni che rinviano all’università che da realtà di critica e di libero pensiero diventa invece il brodo di cultura dell’estremismo politico e di ogni forma di devianza. Siamo davanti a processi involutivi della democrazia di inaudita gravità e per questo l’utilizzo sistematico dei codici di comportamento nei luoghi di lavoro e di tutto il sistema delle norme comportamentali dentro le università è oggetto di riscrittura in un’ottica repressiva. Per questo le realtà studentesche, al pari della libera ricerca, del dissenso, e delle forme di mobilitazione sono trattati alla stregua di un danno di immagine recato all’Ateneo, alle autorità universitarie, fino a divenire un problema di sicurezza nazionale. La logica emergenziale, la governance della sicurezza hanno partorito mostri nella storia italiana e continuano a mietere vittime, prima tra tutte la democrazia, la libertà del sapere e il diritto al dissenso ridotto a mera minaccia all’ordine pubblico. Nel momento in cui la Costituzione viene considerata un bene comune da preservare, l’Osservatorio invita a considerare anche l’università e il mondo della conoscenza allo stesso modo sottraendolo a logiche securitarie. Di seguito il comunicato di ADI Bergamo, CUB Bergamo e FLC CGIL Bergamo con cui si convoca un’assemblea aperta. UNIVERSITÀ BENE COMUNE Il 13 aprile si riunirà il Senato Accademico dell’Università degli studi di Bergamo: all’ordine del giorno sono stati inseriti provvedimenti disciplinari da votare per due studenti, che hanno partecipato a una contestazione avvenuta il 23 gennaio presso l’aula Magna dell’Università durante un convegno in cui era presente l’on. Giorgio Gori, ex sindaco di Bergamo, oggi europarlamentare. La presa di posizione degli studenti rispetto a recenti posizioni dell’on. Gori, posizioni ritenute eccessivamente filo-israeliane, ha portato a una escalation verbale dalla quale nasce, oggi, la richiesta di provvedimenti disciplinari. Prendiamo atto, inoltre, che in questa occasione si è potuta constatare la reiterata presenza, all’interno degli spazi universitari, di agenti della Digos, mai deliberata né concordata in nessuna sede istituzionale. Proprio per favorire un clima di discussione ed evitare il ripetersi di episodi di violenza (anche se solo verbale), riteniamo fondamentale instaurare un confronto costruttivo e non una repressione intimidatoria. Per questa ragione, alcuni tra docenti, dottorandi, studenti, personale tecnico dell’Università hanno deciso di prendere la parola inviando al Rettore e al Senato Accademico una lettera in cui si chiede il ritiro dei provvedimenti. Pensiamo che l’Università sia un luogo di confronto e anche di accesa dialettica, non un luogo di catechesi del pensiero ortodosso. Non riteniamo l’utilizzo dei provvedimenti disciplinari uno strumento per affermare le proprie idee e per confutare le tesi degli altri. Quanto sta accadendo in questi mesi porta a chiedersi, allora, se l’Università sia ancora uno spazio pubblico. Mentre alcuni Paesi in Europa decidono di investire su programmi pluriennali di ricerca e di reclutamento professionale per affrontare al meglio le crisi esistenti e quelle future, in Italia rimaniamo legati alle zavorre di mancanza di visione e di incapacità di agire su antichi problemi. Ogni comparto sopravvive in una situazione di difficoltà professionale e salariale e questo inasprisce il conflitto ed esaspera la tensione. A ciò si aggiunge una costante torsione antidemocratica da parte dell’attuale Governo, che cerca di controllare sempre più ogni spazio pubblico di dialogo e democrazia. Spiace notare, anche a partire dalla situazione sopra accennata, che rispetto a questi punti, il nostro Ateneo, purtroppo, non sembra muoversi in direzione differenti. Di fronte a questa situazione, ancora una volta ci sentiamo, tutte e tutti, chiamati a rispondere con forza, a organizzarci, a rivendicare un’università più giusta – in termini salariali – e migliore in termini di agibilità democratica degli spazi. Invitiamo la cittadinanza, gli organi di stampa e tutti coloro che sono interessati a un’assemblea aperta che si terrà il 13 aprile alle 14.30 presso l’aula 10 in via dei Caniana, in contemporanea con la votazione dei provvedimenti che chiediamo alle rappresentanze in Senato di tutte le componenti accademiche di non avallare. La comunità universitaria ha bisogno di maggiori spazi di incontro, confronto e discussione e non di provvedimenti e sanzioni disciplinari, peraltro gestiti in modo verticistico e senza alcun confronto preliminare con le componenti tutte che costituiscono lo spazio vivo del nostro Ateneo. ADI Bergamo, CUB Bergamo, FLC CGIL Bergamo -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il sapere e la guerra. Università e ricerca travolti dalle tecnologie a uso bellico
Con questo intervento vogliamo porre l’accento su alcuni aspetti riguardanti l’economia della difesa e l’architettura istituzionale che stanno dietro il finanziamento e lo sviluppo della ricerca militare. Pertanto resta imprescindibile, almeno per noi, partire da alcune considerazioni di carattere politico-economico. LA FILIERA EUROPEA DELLA DIFESA Per conseguire un qualsiasi obiettivo di prontezza militare1 ed essere con ciò in grado di intervenire militarmente ovunque possano essere minacciati i cosiddetti “interessi nazionali” è necessario avere sviluppato una filiera della difesa moderna ed efficiente. Nei piani del legislatore europeo questa sarebbe da svilupparsi in tre fasi: * aumentare l’entità dei capitali nel settore; * unificare e armonizzare il mercato militare interno; * creare un unico comparto industriale della difesa comunitario.2 La difesa europea, invece, al momento è ancora un settore composito e frammentato, in cui gli interessi nazionali dei singoli Stati a volte confliggono con quelli comuni: spesso, infatti, i Paesi membri concorrono fra loro per sviluppare e vendere lo stesso prodotto, oppure tentano di aumentare l’export militare sul mercato extra-UE – anziché su quello interno – perché risulta conveniente. Per questo motivo l’Unione Europea sta introducendo una serie di misure e azioni atte a stimolare il coordinamento di una politica comunitaria di sviluppo del settore, che vanno dall’armonizzazione delle differenti legislazioni nazionali a norme che faciliteranno, andando anche in deroga ai tetti di spesa, gli investimenti nella difesa – che per altro saranno sempre meno sottoposti a controlli, anche di natura legislativa. 1 Cfr. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52025JC0120. 2 E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Analisi del nuovo piano per il riarmo dell’Unione Europea, https://diogenenotizie.com/analisi-del-nuovo-piano-per-il-riarmo-dellunione-europea/. Fondamentalmente l’Unione Europea tenta di facilitare l’accesso ai finanziamenti e ridurre la frammentazione e la disarticolazione delle filiere produttive belliche. Per facilitare l’accesso ai finanziamenti sono state disposte varie misure: * l’aumento dei budget nazionali per la Difesa, consentendo agli Stati membri di incrementare le spese militari in deroga al Patto di Stabilità1 fino all’1,5% del Pil all’anno e sino al 2028 – cosa che invece non viene permessa per l’istruzione e la sanità; * l’aumento del budget comunitario, con altri 150 miliardi2 presi in prestito dall’Unione sui mercati internazionali; * la possibilità di utilizzare i fondi di coesione europea e i capitali privati (ad esempio quelli dei fondi pensione) per spese militari; * l’allentamento delle politiche antitrust, di quelle prudenziali per gli investimenti bancari e di quelle per le fusioni societarie, in modo da favorire la concentrazione d’impresa nel settore militare; * la rimozione dei vincoli d’investimento in ambito militare per la Banca Europea degli Investimenti, che si vorrebbe scevra da ogni qualsivoglia tipo di controllo. Inoltre, l’Unione esercita continue pressioni al fine di aggregare la domanda di merci militari e ridurre, così, i costi complessivi. Sempre relativamente alla questione degli investimenti è infine utile ricordare che l’UE soffre di un grosso problema riguardante lo stanziamento dei fondi: questi vengono impegnati ma poi, per ragioni di conformità alle diverse legislazioni nazionali e/o di adeguamento al mercato nazionale di intervento, non si verifica il loro effettivo stanziamento: «144 miliardi di euro impegnati contro 77 miliardi di euro stanziati [nel 2022]».3 In conclusione, per facilitare l’accesso ai finanziamenti nel settore militare l’UE intende aumentare le risorse a disposizione (sia pubbliche che private) e ridurre la frammentazione del mercato e i costi di conformità alla legislazione vigente sugli investimenti. Fatto ciò, per ridurre la frammentazione industriale, evitare produzioni “duplicato” inutili e costose e beneficiare dell’economia di scala risulta utile sostenere progetti di ricerca con finalità belliche – specie se trans-frontalieri – al duplice fine di creare un ecosistema economico votato all’innovazione produttiva e di uniformare, attraverso il coordinamento comunitario della ricerca, le linee di tendenza che tale innovazione percorre, puntando a un maggior coordinamento fra Stati, Enti di ricerca, Università e aziende militari. Il processo di militarizzazione delle Università e dei programmi di studio, non per nulla, viene portato avanti su scala comunitaria e considerato come uno dei fattori abilitanti per la costruzione di un settore militare europeo all’avanguardia. 1 La base giuridica è costituita dall’aggiunta di motivazioni di ordine militare a quelle circostanze eccezionali per le quali è prevista l’attivazione dell’art. 26 del Regolamento SGP n. 2024/1263 per singoli Paesi membri (cd. “clausola di fuga nazionale”). L’art. 25 consentirebbe la deroga per l’intera Ue (cd. “clausola di fuga generale”) ed è stato utilizzato in passato per far fronte alla pandemia di Covid-19. 2 Cfr. https://quifinanza.it/economia/fondo-safe-italia-ue-difesa/922383/. 3 E. Letta, Much more than a market, Aprile 2014, p. 70. LE FILIERE TECNOLOGICHE Uno sguardo va dato anche all’evoluzione delle filiere altamente tecnologiche – quantunque non specificatamente militari. Queste costituiscono, nello specifico, un altro fattore abilitante per la moderna industria della difesa e in effetti la Relazione Annuale sulla Sicurezza per il 2026 afferma che oggi «l’esercizio della sovranità di un Paese si manifesta sempre più nella sua autonomia strategica, ovverosia la capacità di gestire dati, infrastrutture critiche, algoritmi e filiere tecnologiche».1 In questo senso è importante citare lo European Defence Innovation Scheme (Eudis), il quadro della Commissione Europea pensato per accelerare l’innovazione militare partendo da tecnologie civili ad alto contenuto scientifico e ingegneristico. Nel concreto, Eudis comporta la facilitazione burocratica dei processi di commercializzazione dei nuovi prodotti, la possibilità di testare la tecnologia sui campi di battaglia e il conferimento della validazione della Comunità Europea alle nuove tecnologie sviluppate.2 Ma la facilitazione della commercializzazione dei prodotti militari (o dual-use) è prevista in ogni dove dalla legislazione europea. A tal proposito basti citare l’AI Act, la legge europea sull’Intelligenza Artificiale del 2024, che – pur descrivendo un contesto normativo assolutamente insufficiente dal punto di vista regolatorio – tiene a specificare: «Il presente regolamento non si applica ai sistemi di IA sviluppati o usati per scopi esclusivamente militari».3 I cosiddetti “spazi di sperimentazione normativa” – previsti dalla stessa norma –, infine, consentono alle aziende di testare sul campo anche le nuove tecnologie prodotte con intenti dual-use, sia civili che militari.4 Queste facilitazioni normative sull’Intelligenza Artificiale sono comprensibili, all’interno di una strategia di sviluppo capitalista: in ambito militare l’IA infatti sarà sempre più importante per quanto concerne la pianificazione e la conduzione delle operazioni di guerra, l’aumento della produttività individuale nell’industria bellica, la formazione e l’addestramento dei soldati e la creazione di armamenti e sistemi d’arma innovativi. Non per niente il Ministero della Difesa «riconosce l’IA come una leva essenziale per il rafforzamento delle proprie capacità operative»5 e il Governo afferma che l’Intelligenza Artificiale, «nel settore militare, trasforma la natura stessa della guerra. Emblematici, nel senso, i sistemi autonomi di sorveglianza e riconoscimento, i droni intelligenti, i sistemi decisionali automatizzati e l’analisi predittiva delle minacce».6 Questa spinta a deregolamentare le innovazioni militari o dual-use è un tassello fondamentale per fare in modo che i progetti di ricerca dedicati trovino finanziamenti adeguati nelle fasi di sviluppo e investitori (bancari o societari) qualificati in quella di commercializzazione. Ciò incrementa notevolmente le possibilità individuali di carriera nei percorsi di ricerca accademica più o meno direttamente contigui agli interessi militari, aumentandone l’attrattività per i giovani neolaureati nelle materie STEM. È palese, in effetti, come siano proprio le ricerche e le tecnologie duali a essere presentate da un lato come occasione di rilancio della stessa ricerca pubblica, dall’altro come occasione di lavoro e di carriera nei settori pubblici e privati. 1 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Governare il cambiamento. Scenari della sicurezza nazionale – 2026, p. II. 2 Cfr. https://www.eudis-business-accelerator.eu/. I cluster tecnologici su cui il programma opera sono: Sistemi autonomi e robotica per vantaggio operativo; Contro-Drone e Protezione contro Minacce di Massa a Basso Costo; Infrastrutture di Difesa Sovrane e Resilienti; Prestazioni, Formazione e Protezione Umana di Nuova Generazione; Produzione scalabile e sostentamento adattivo e operazioni ad alta intensità; Argomento aperto – Tecnologie dirompenti per la superiorità della difesa (ad esempio le biotecnologie). 3 Artificial Intelligence Act, art. 2, c. 3. 4 2021/0106 (COD) (ITA), p. 9. 5 Cfr. Ministero della Difesa, IA e Difesa. Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale, 16 Gennaio 2026, p. 6. 6 Presidenza del Consiglio dei Ministri, op. cit., p. 12. LA SPACE ECONOMY Un discorso a parte lo merita l’economia dello spazio – ossia «il complesso di attività che impiegano risorse per l’esplorazione, la ricerca e l’uso dello spazio extra-atmosferico, anche al fine di creare e sviluppare prodotti, attività e servizi legati allo spazio»1. In questo settore l’Italia sembrerebbe smentire la sua odierna condizione di potenza industriale declinante, risultando «uno dei pochissimi Paesi ad avere una filiera completa su tutto il ciclo: dall’accesso allo spazio alla manifattura, dai servizi per i consumatori ai poli universitari e di ricerca» – per quanto, aggiungeremmo noi, avere una filiera completa non significa essere all’avanguardia dell’innovazione nel settore.2 Comunque sia, l’intenzione di consolidare la posizione acquisita è confermata dagli investimenti che, al riguardo, vengono destinati dal Pnrr in forma diretta ed indiretta. Nella prima tipologia rientra l’investimento di «1,49 miliardi per l’osservazione dello spazio (M1C2 – Investimento 4.1: Tecnologia satellitare e economia dello spazio) con l’obiettivo di sviluppare connessioni satellitari in vista della transizione digitale e verde, nonché abilitare servizi come le comunicazioni sicure e le infrastrutture di monitoraggio per diversi settori dell’economia».3 Certo, gli obiettivi dichiarati non rinviano alla sfera militare e della difesa, bensì a quello che può apparire come il più condivisibile dei traguardi: il delinearsi di un’economia compatibile con l’ambiente. Tuttavia, ipotizzare che la tecnologia satellitare possa avere applicazioni militari non pare certo un azzardo. E non è certo privo di significato che il Ministero della Difesa sia l’amministrazione attuatrice di una delle quattro articolazioni dell’investimento suddetto: il subinvestimento M1C2 4.1.1, “SatCom”. Qui, proprio la descrizione ufficiale può evocare utilizzi diversi da quelli civili: «L’Investimento ha ad oggetto lo sviluppo di una tecnologia satellitare per servizi di telecomunicazione sicure con particolare riferimento all’operatività durante eventi di crisi, indirizzata a utenti istituzionali e per applicazioni di gestione delle emergenze».4 Di più. È ben noto che gli eventi bellici odierni contemplino dimensioni e scenari sconosciuti se rapportati anche al recente passato e gli investimenti pubblici dei nostri giorni in campo militare fanno impallidire, per entità e vastità dei soggetti coinvolti, le guerre spaziali5 degli anni Ottanta negli Usa. Una di queste è la cosiddetta guerra cibernetica, che si può articolare in un’infinità di attacchi non convenzionali. Tra questi vi sono quelli rivolti alle infrastrutture critiche, come le reti energetiche, e il furto di segreti militari. Al fine di coordinare le varie attività di contrasto alle minacce informatiche, nel 2021 si è dato vita a uno specifico ente governativo: l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, nata nel 2021 e i cui obiettivi sono pubblicamente reperibili.6 Questa Agenzia, «in stretto collegamento con […] il Dipartimento per la trasformazione digitale»7, cura l’investimento 1.5, “Cibersecurity”, collocato nell’ambito della Missione 1 Componente 1 del Pnrr (Digitalizzazione, Innovazione e Sicurezza nella PA). Anche in questo caso, manco a dirlo, l’amministrazione attuatrice è il Ministero della Difesa. Nello specifico, l’investimento muove dalla consapevolezza di quanto la digitalizzazione aumenti «nel suo complesso il livello di vulnerabilità da minacce cyber, su tutti i fronti (ad es. frodi, ricatti informatici, attacchi terroristici, ecc.)».8 E si prevedono quattro linee di intervento, una delle quali rimanda all’irrobustimento degli «asset» e delle «unità cyber incaricate della protezione della sicurezza nazionale e della risposta alle minacce cyber».9 Qui, proprio il riferimento alla sicurezza nazionale chiarisce uno dei significati dell’investimento in oggetto: il prepararsi a minacce che, in virtù del coinvolgimento italiano in più fronti bellici, nei prossimi anni andranno ad aumentare. E del resto è in quest’ottica che nel 2024 il Ministero della Difesa ha deciso di reclutare personale non impegnato in ambito militare ma unicamente deputato alla cybersicurezza, al fine di «adeguare le conoscenze di base in materia cibernetica all’attuale quadro di minaccia presente sulle reti globali».10 Tale personale, è facile immaginarlo, servirà anche a facilitare l’unione tra le competenze d’Intelligence e operative proprie delle forze armate, da un lato, e le conoscenze specialistiche del mondo accademico e industriale, dall’altro. 1 https://www.treccani.it/vocabolario/neo-space-economy_(Neologismi)/. 2 G. Palumbo, Space Economy: una straordinaria occasione per l’Italia, 18 Marzo 2025, https://www.leurispes.it/space-economy-una-straordinaria-occasione-per-litalia/. 3 C. Negri, I programmi per lo spazio: dal Pnrr una spinta alla Space Economy, https://www.osservatori.net/blog/space-economy/pnrr-space-economy-fondi-tecnologie-spaziali/. 4 M1C2 – Investimento 4.1: Tecnologia satellitare ed economia spaziale, https://documenti.camera.it/_dati/leg19/lavori/documentiparlamentari/IndiceETesti/013/001/00000018.pdf. 5 Cfr. https://www.esteri.it/mae/resource/doc/2021/09/sioi_la_conquista_dellottavo_continente_lo_spazio.pdf. 6 https://www.acn.gov.it/portale/strategia-nazionale-di-cybersicurezza#obiettivi. 7 https://www.acn.gov.it/portale/pnrr. 8 Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, in https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR.pdf. 9 Ibidem. 10 Ministero della Difesa, Piano operativo. Missione 1 – Componente 1 – Asse 1 Investimento 1.5: CYBERSECURITY, Revisione del Maggio 2024, p. 6. IL MERCATO DEL LAVORO NEL SETTORE MILITARE Data la nuova globale corsa al riarmo è diventato essenziale poter disporre di un personale militare pronto e di alto livello. Ormai da parecchio tempo la Commissione Europea evidenzia la necessità di reperire personale qualificato per rilanciare la capacità produttiva e operativa in campo militare. Per diversi decenni, fin da dopo la Seconda Guerra Mondiale, il mercato del lavoro nell’industria della difesa europea era rimasto abbastanza stabile. Da qualche anno, invece, ha ripreso a crescere e nel 2023 il settore avrebbe generato oltre mezzo milione di posti di lavoro. Dal 2000 al 2024, infine, il personale militare in Europa è aumentato di oltre il 20%. Non è quindi un caso se le imprese belliche stiano chiedendo agli Stati di rivedere il sistema formativo per ottenere velocemente una forza lavoro da impiegare in ambito produttivo: «Per colmare il divario di competenze, Bruxelles propone un progetto pilota di garanzia delle competenze dedicato ai lavoratori provenienti da settori in trasformazione, come l’automotive, che potrebbero trasferirsi verso ruoli strategici nella difesa. Il commissario europeo per la difesa, Andrius Kubilius, ha spiegato che il piano prevede di riqualificare ogni anno circa il 12 % della forza lavoro nei settori della difesa e dell’aerospazio, oltre ai 600.000 nuovi professionisti da formare entro il 2030. Tra le iniziative sul tavolo figura anche una piattaforma europea dei talenti della difesa, con un sistema di voucher per tirocini rivolti a studenti e giovani professionisti. Il progetto pilota prevede l’erogazione di 300 voucher per favorire l’ingresso di nuove competenze nel settore».1 Si andranno quindi a potenziare i percorsi formativi digitali di alta specializzazione – quali la Space Academy di Euspa e le Digital Skill Academies –, anche in termini di finanziamenti, e non certo per ampliare la formazione della forza lavoro al fine di renderla impermeabile ai cambiamenti produttivi (evitare la sostituzione tecnologica dei lavori operai tramite la ricollocazione degli stessi nelle fasce produttive più specializzate è uno dei mantra dei capitalisti odierni): l’obiettivo, piuttosto, è smaccatamente quello di formare le cosiddette “competenze” in funzione delle esigenze legate al comparto della difesa. Ma andiamo a vedere cosa succede al livello delle Università. 1 Cfr. https://it.euronews.com/my-europe/2025/11/19/leuropa-accelera-sul-riarmo-via-al-piano-per-formare-600000-specialisti. UNIVERSITÀ E SETTORE MILITARE Negli ultimi anni il rapporto tra ricerca militare e Università si è fatto sempre più stretto ed è andata rafforzandosi, negli atenei, la presenza di aziende e fondazioni legate al complesso militare-industriale. In sostanza è in atto il tentativo di dare vita a una nuova articolazione del settore della Difesa, segnata dal più stretto coordinamento tra l’assetto istituzionale e l’infrastruttura produttiva, logistica e commerciale di tipo militare. La presenza attiva di fondazioni e aziende legate al settore militare negli atenei ha, fondamentalmente, un triplice scopo: * influenzare la ricerca indirizzandola a finalità di guerra; * condizionare i programmi di studio e i corsi di laurea nell’ottica di ridurre il mismatch tra le competenze presenti nel mercato del lavoro e quelle richieste dalle aziende del settore; * agevolare il finanziamento privato agli atenei. Del resto, l’Università offre competenze tecniche di alto livello indispensabili per un punto di raccordo fra le esigenze dell’architettura istituzionale e quelle dei capitali, sempre alla ricerca di nuove occasioni d’investimento e di profitto. È così che, tramite le istituzioni accademiche, lo Stato tenta di indirizzare la ricerca militare verso alcuni ambiti ritenuti “prioritari” rispetto ad altri: offrendo alle aziende occasioni di sviluppo tecnologico a costi ridotti e manodopera specializzata a titolo pressoché gratuito. Va menzionato infine il problema degli obblighi di riservatezza cui sono sottoposti i ricercatori in ambito militare. Questi potrebbero essere utilizzati per interdire il diffondersi di specifiche notizie sui rapporti tra industrie belliche e Università. Del resto sin qui l’applicazione dei suddetti codici è stata un’arma, nel senso quasi letterale del termine: ossia uno strumento atto a piegare la resistenza della forza lavoro e a trasformare il conflitto in tema di ordine pubblico. Diventa dunque necessario che le forze della sinistra di classe, contrarie alla guerra, assieme a quelle del sindacalismo conflittuale e di base, s’impegnino maggiormente su questo fronte. Non ci si può sottrarre al compito di denunciare le collaborazioni sempre più diffuse tra il mondo della ricerca e le aziende di guerra. E mai come oggi sarebbe opportuno lanciare una campagna di disobbedienza rispetto a qualsiasi obbligo di riservatezza. Non v’è dubbio: mai la sfera militare è stata oggetto di un reale controllo da parte dell’opinione pubblica. Ma oggi la sua tendenza a secretare informazioni di rilievo si è ulteriormente accentuata. Il che non è privo di significato, in una fase in cui i conflitti tra le potenze si svolgono anche in teatri vicini, a partire da quello ucraino. Il rischio, evidentemente, è che si sottraggano definitivamente al dibattito pubblico scelte distruttive e dalle conseguenze potenzialmente irreversibili. I CONTENITORI ISTITUZIONALI PER LA RICERCA MILITARE Per organizzare la cooperazione con le Università lo Stato italiano ha disposto due distinte iniziative istituzionali, approvate dallo Stato Maggiore della Difesa, che prevedono: * la collaborazione delle istituzioni accademiche con le aziende (dalle start-up alle grandi imprese); * il Piano Nazionale della Ricerca Militare e gli Accordi Quadro con Università ed Enti di Ricerca. Entrambi questi “contenitori” sono allineati ai cluster di ricerca ritenuti prioritari e individuati, annualmente, dallo Stato Maggiore: ricezione dati, tecnologie cyber e spaziali, protezione e potenziamento delle capacità del soldato, tecnologie per il controllo della dimensione subacquea della guerra, armi a energia diretta, ipersoniche, per la guerra elettronica e via dicendo. Si noti che le tecnologie spaziali e quelle per la guerra sottomarina assorbono, da sole, quasi la metà del finanziamento complessivo1 – indice, questo, non solo dell’importanza sul campo di queste nuove tipologie di armi ma anche del buon grado di maturazione tecnologica dei settori cui appartengono (spaziale e subacqueo). E non dimentichiamo le cosiddette “guerre non convenzionali”, che in ambito militare sono attenzionate da oltre un decennio – sebbene siano salite agli onori della cronaca da poco, con un “papiello” presentato in pompa magna dal Ministro Crosetto.2 Si diceva del maggiore coinvolgimento delle Università nella ricerca militare occorso negli ultimi anni. Effettivamente gli Accordi Quadro col settore accademico sono sette, più tre nuovi progetti avviati nel 2024 – alla pari col numero delle attività di ricerca tecnologica svolte nei Centri di Test della Difesa.3 Si nota inoltre un’impennata degli specifici progetti finanziati – italiani,4 europei e internazionali –, il che potrebbe preludere a un maggiore coinvolgimento delle Università in accordi trans-frontalieri nei prossimi anni. Ricordiamo, infine, il largo utilizzo di progetti “mascherati” come civili ma che, in realtà, comportano risvolti anche di natura militare – quali le previsioni atmosferiche o gli studi sugli insetti, oppure alcuni approfondimenti specifici come quello sulla resistenza valvolare alla corrosione chimica. 1 Rispettivamente, il 33,3% e il 14,3%. Cfr. Ministero della Difesa, Direzione Nazionale degli Armamenti, Ricerca Tecnologica e Innovazione – 2025, Tab. 2, p. 118. 2 https://www.difesa.it/assets/allegati/83696/non-paper_il_contrasto_alla_guerra_ibrida.pdf. 3 Ivi, Tab. 1, p. 117. 4 Cfr. https://altreconomia.it/i-dati-inediti-sugli-accordi-tra-le-universita-e-lindustria-militare/; https://jacobinitalia.it/il-sapere-contro-la-guerra/; https://altreconomia.it/la-collaborazione-tra-luniversita-di-bologna-e-il-complesso-militare-industriale-israeliano/. UN SETTORE DELLA DIFESA SEMPRE PIÙ SVINCOLATO DAL CONTROLLO DEMOCRATICO In questo quadro, lanciare degli allarmi non vuol dire allinearsi a una generica cultura del sospetto. Bensì esprimere quell’atteggiamento vigile che è sempre più necessario: non si deve dimenticare che oggi una certa parte – probabilmente considerevole – dei progetti militari di ricerca e sviluppo è protetta dal segreto di Stato. Ma basta dare un’occhiata a quanto avviene oltreoceano per comprendere la potenziale pericolosità di certe omissioni: ad esempio il National Center for Border Security and Immigration, con sede presso l’Università dell’Arizona, presiede a progetti di ricerca «dedicati alla “valutazione automatica della verità”, all’“identificazione biometrica”, alla “localizzazione e tracciamento di veicoli, merci e persone”, al “monitoraggio intelligente delle interazioni umane”».1 Il contesto, quindi, non consente di stare tranquilli. Per esempio desta particolare preoccupazione l’attuale progetto di modificare la normativa che regola la vendita di armi all’estero.2 Tale intervento del Governo è mosso da ragioni materiali, come la rimozione di tutti gli ostacoli per le esportazioni verso i Paesi che non rispettano i diritti umani. Il controllo dell’esportazione e importazione di materiali d’armamento è disciplinato dalla L. 185/1990, modificata con il D. Lgs. 105/2012 per recepire la Direttiva 2009/43/CE del 6 Maggio 2009 dando vita a una sorta di autorità nazionale ad hoc – UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento) – che dovrebbe garantire la corretta applicazione delle norme. Ad oggi tutte le operazioni di vendita sono autorizzate da Governo e Parlamento ma l’intento è, per l’appunto, quello di far venir meno ogni controllo da parte del secondo organismo che, pur se in modi limitati, costituisce comunque un tramite tra la politica e i cittadini. Questi ultimi, dunque, in futuro rischiano di esser tenuti completamente all’oscuro circa l’aspetto più controverso della politica commerciale nostrana. E a ben vedere, una legge sulla vendita di armi che non preveda passaggi in Parlamento, rischia di equivalere, per le esportazioni belliche, a un lasciapassare quasi assoluto (fortunatamente la nostra giurisprudenza3 ancora vieta allo Stato di costituirsi parte negoziale nelle trattative militari). Ciò, assommandosi al già operante obbligo di segretezza che accompagna il trasferimento delle armi sul territorio nazionale e alla spinta a deregolamentare dell’Unione Europea, rischia di collocare il settore militare-industriale al di fuori di qualsiasi regola democratica. 1 M. Gasser, The University and the security State: Pentagon and CIA on Campus, https://www.nogeoingegneria.com/news-eng/the-university-the-security-state-pentagon-and-cia-on-campus/. 2 Cfr. Atto del Senato n. 855 / S. 855. 3 Cfr. D.P.R. 104/2015, art. 3. Inoltre è fatto divieto allo Stato di vendere materiale militare nuovo, non in dismissione. IL MODELLO USA Sul rapporto fra settore militare e ordinamento democratico-borghese fanno scuola gli Stati Uniti. Anni fa, in questo Paese, per mezzo di Università quasi tutte private, il mondo accademico venne coinvolto nel progetto del Pentagono riguardante la costruzione di un centro di ricerca dedicato alla “scienza cognitiva del terrorismo”, con fondi ministeriali a dir poco generosi. Di questo abbiamo avuto notizia direttamente da ricercatori e docenti che vennero contattati per il progetto e che, allora, avevano ben pensato di declinare l’invito per boicottare sul nascere questi laboratori di morte: la guerra cognitiva del resto è indispensabile premessa di quella combattuta con le armi. A distanza di anni questi “centri di ricerca” spuntano come funghi: attualmente sono non meno di una dozzina, presenti all’interno di ventitré Università statunitensi, e sono dichiaratamente votati a prendere in esame le minacce (o presunte tali) provenienti dal territorio nazionale e da ogni altra area del Globo. Un’autentica ossessione per il terrorismo, quella del Governo Usa, che spende enormi quantità di capitale pubblico per progetti prevalentemente utili all’Intelligence e finalizzati alle guerre e a campagne di repressione preventiva. Il risultato concreto di questo assetto è innanzitutto il finanziamento di centinaia di progetti di ricerca dedicati all’attivismo politico, alla sua radicalizzazione e alle culture giudicate “conflittuali”. Altro aspetto della militarizzazione dell’istruzione negli Stati Uniti riguarda la formazione militare degli studenti. Esistono ben diciotto istituti di istruzione superiore dedicati alla formazione degli ufficiali militari, finanziati da privati e da fondi federali o statali, e il ROTC (Reserve Officers Training Corps) offre a studenti e studentesse universitari l’opportunità di conseguire un diploma di laurea mentre si preparano per un servizio militare o per servire come ufficiali, dopo la fine degli studi, al fine di completare il programma. Ebbene, il governo federale nega i finanziamenti alle Università che escludono il ROTC o impediscono ai militari di reclutare direttamente all’interno dei Campus. Infine sia detto che, nonostante il proliferare di progetti di ricerca a uso duale, dall’ordinamento universitario e dalle norme sindacali statunitensi non è contemplata la possibilità di obiezione di coscienza. Al contrario, qualora il lavoratore dovesse denunciare pubblicamente gli accordi tra atenei e imprese di guerra si troverebbe davanti a una aperta violazione degli obblighi propri del dipendente, riguardanti la riservatezza e la tutela dei dati aziendali, incorrendo anche nella violazione dei codici di comportamento e rischiando, pertanto, licenziamento e denunce civili, penali e financo erariali, qualora venisse ravvisato il danno di immagine. di Emiliano Gentili, Federico Giusti, Stefano Macera -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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