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Il 4 novembre non è la nostra festa! Appello dell’Osservatorio contro la militarizzazione
In questi giorni si stanno moltiplicando in tutto il Paese le circolari e gli inviti alle scuole per le iniziative legate alla celebrazione del 4 novembre come Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate. Simili celebrazioni rappresentano un ulteriore passo in avanti rispetto al processo di normalizzazione della guerra e di marginalizzazione della cultura della pace che quotidianamente come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denunciamo. Si tratta a nostro avviso di una ennesima narrazione falsa ed edulcorata, che tace sulla violenza e sulle distruzioni della guerra, facendo leva su quegli interventi delle Forze armate – in occasione, per esempio, di calamità naturali – che in realtà potrebbero essere svolti da un altrettanto valido servizio civile. Un tentativo di far accettare supinamente alle nuove generazioni l’inevitabilità delle guerre, eludendo ogni forma di riflessione critica sul tema. Si profila quindi un altro 4 novembre che mira a portare dentro le scuole una forte ventata di nazionalismo, attraverso la retorica del compimento dell’unità nazionale, e di militarismo, facendo ricorso alla retorica del sacrificio: «si intende ricordare, in special modo, tutti coloro che, anche giovanissimi molto giovani, hanno sacrificato il bene supremo della vita per un ideale di Patria e di attaccamento al dovere: valori immutati nel tempo, per i militari di allora e quelli di oggi». Noi, proprio perché abbiamo il massimo rispetto per chi ha perso la vita nel corso del primo conflitto mondiale, pensiamo che la riflessione sul 4 novembre debba indagare i fatti storici, sottraendoli alla retorica militarista. Il nostro obiettivo è quello di “gettare” finalmente la guerra fuori dalla storia. Va innanzitutto ricordato che la Prima guerra mondiale fu per il nostro Paese una guerra di aggressione. Fu, infatti, l’Italia a dichiarare guerra all’Austria, dopo aver sottoscritto il Patto di Londra, un accordo con il quale Francia, Gran Bretagna e Russia assicuravano all’Italia, in caso di vittoria, l’espansione dei propri confini anche in territori in cui la popolazione italiana era in netta minoranza. Territori nei quali pochi anni dopo avvenne l’italianizzazione forzata ai danni di lingue e tradizioni autoctone. È di tutta evidenza che non si trattava tanto di completare il percorso risorgimentale verso l’unità nazionale, intriso anch’esso di massacri di popolazioni del Sud inermi e di false promesse di riforme sociali, quanto invece di riaffermare il carattere imperialistico di un’Italia che rivendicava il diritto all’occupazione e allo sfruttamento economico di altri Paesi, né più né meno di altre potenze coloniali europee. Contro questa narrazione a senso unico è fondamentale ricordare la diffusa opposizione di tanti soldati verso i comandi, che sfociò in diversi episodi di diserzione e renitenza alla leva con conseguenti condanne nei tribunali militari e decimazioni al fronte: circa 870mila denunciati, 350mila processi celebrati, 170mila condanne eseguite. La ferocia dei comandi militari, le decimazioni, le condizioni bestiali in cui i militari italiani si trovarono in trincea sono tutti elementi, ampiamente riconosciuti dalla storiografia, che devono di necessità entrare in una riflessione didattica attorno alla Prima guerra mondiale. Un conflitto che Papa Benedetto XV definì prima “un’orrenda carneficina” che disonora l’Europa e successivamente una “inutile strage”. Ci sono dunque fondati motivi per evitare una ricostruzione storica tanto acritica quanto appiattita sulla propaganda militarista odierna o, ancor peggio, retorica e bellicista, di questo tragico periodo storico. Soprattutto oggi, in un mondo ancora attraversato da numerosi conflitti, quello in Ucraina e quello che ha già visto il massacro di 42.000 palestinesi, compresi donne e bambini,, è necessario difendere e diffondere la cultura della pace per contribuire a realizzare il fine politico e storico della “pace perpetua” per l’intera umanità, così come prescritto nella nostra Costituzione. Nel contesto attuale, le celebrazioni del 4 novembre, Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, diventano, perciò, l’occasione per esaltare non solo il passato bellicista, ma il presente sostegno alla guerra. Così scriveva don Lorenzo Milani: «Era nel ‘22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e, riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo». Non intendiamo, a cent’anni di distanza da quei tragici eventi, annacquare la storia e la storiografia nell’esaltazione acritica delle idee di patria e del dovere dentro un sistema di disvalori in cui il sacrificio della propria vita e l’annientamento del nemico vanno a braccetto con le malsane idee di vittoria e gloria perpetua. La guerra, qualsiasi guerra, è solo morte e distruzione. La guerra non ammette vincitori. Per tutte queste ragioni, e per molte altre osservazioni che potrebbero essere aggiunte, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università propone per il prossimo 4 novembre una giornata di riflessione e approfondimento, una giornata da declinare nelle forme che le realtà territoriali riterranno opportune, individuando luoghi e percorsi che possano contribuire a rimettere in discussione la “voglia di guerra” che attraversa le classi dirigenti, e non solo loro, del nostro Paese. Facciamo appello, in particolare, a tutte le persone che operano nell’ambito della formazione, ma non solo a loro, per la segnalazione di tutte le iniziative che vedono coinvolte le Forze Armate nelle scuole e delle università per diffondere la narrazione militarista legata alla celebrazione del 4 novembre. Invitiamo, inoltre, le realtà territoriali e le associazioni pacifiste, antimilitariste e nonviolente a mobilitarsi per di una giornata di studio, a scuola e fuori dalla scuola, atta a promuovere la cultura della pace per opporsi alla crescente militarizzazione di ogni spazio sociale. Per segnalazioni e contatti: osservatorionomili@gmail.com Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Padova, presentazione del Toolkit al convegno contro la militarizzazione dell’università
Grande successo, ieri 17 ottobre 2026, al Convegno di Padova “Resistere alla militarizzazione dell’università”, con oltre 100 partecipanti in presenza e circa 200 partecipanti collegati per seguire sui social la trasmissione online in diretta. Tanti studenti, studentesse, ricercatori, ricercatrici e dottorandi/e, ma anche cittadine e cittadini interessati soprattutto al tema degli accordi fra mondo accademico e filiera bellica, militare e strategica. Dopo l’introduzione da parte degli organizzatori (Collettivo CORDA Padova e Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università), è intervenuto Michele Lancione, professore del Politecnico di Torino, che ha evidenziato i caratteri del nuovo Complesso Militare Accademico Industriale con riferimento a Laboratorio saperi insubordinati, Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra. A seguire Davide Borrelli, professore universitario all’Univertià Suor Orsola Benincasa di Napoli, che ha invece affrontato le implicazioni della guerra cognitiva fra senso comune e saperi accademici in un’università che da torre d’avorio si sta trasformando in torre d’acciaio (vedi Maya Wind, Torri d’avorio e d’acciaio. Come le università israeliane sostengono l’apartheid del popolo palestinese). La sessione plenaria è stata chiusa dalla testimonianza di una docente francese, Marie, che ha riportato gli ambiti di azione di Stop Academic Complicity sui vari livelli, soprattutto rispetto agli accordi con Israele e le complicità sul genocidio a Gaza e sull’occupazione in Cisgiordania. Clicca qui per guardare il video della mattinata sul canale Youtube dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Dopo la plenaria è stata la volta dei 4 tavoli di lavoro rispettivamente su: * Mappatura accordi; * Resistere alla militarizzazione della conoscenza; * Dall’Università ai territori; * Accordi con Israele e solidarietà alla Palestina. Nei tavoli segnaliamo la presenza di Linda Maggiori, reduce dall’esito positivo del ricorso (clicca qui per la notizia) al Consiglio di Stato, la cui sentenza ha sancito il suo diritto a ricevere dalle Dogane i dati relativi ai traffici di armi nel porto di Ravenna: una netta vittoria sul fronte della trasparenza, un orientamento che ci auguriamo possa contagiare anche altri ambiti come quello dell’università. Prezioso anche il controbuto di Carlo Tombola di Weapon Watch. Storico, geografo ed esperto di economia dei trasporti e logistica militare, Tombola coordina le attività di questa associazione per mappare e denunciare la cosiddetta “logistica delle guerre”. In particolare, il suo contributo si è soffermato sull’analisi dei dati della logistica globale e dei trasporti marittimi ed aerei per individuare carichi occulti o transiti di armamenti, munizioni e componenti strategiche destinati a Paesi in conflitto (come nei recenti casi di spedizioni tracciate verso Israele). Infine, rilevante è stato anche il contributo di Danilo Aceto Zumbo (RUP) e Alfredo Luminari (BDS Italia) sulle coplicità delle università italiane con Israele s sulle strategie di boicoattaggio che dall’interno delle istituzioni possono essere messi in campo per non rendersi compici del genocidio in Palestina. La giornata del convegno si è chiusa con la restituzione in plenaria delle conclusioni dei tavoli di lavoro. Il convegno si chiude domenica 18 ottobre con un’Assemblea per organizzarsi a rilanciare l’azione di contrasto alla militarizzazione nelle università. Clicca qui per guardare il video del pomeriggio sul canale Youtube dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Infine, ma non ultimo, il convegno è stato una buona occasione per lanciare il “Toolkit per resistere alla militarizzazione“, realizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università in collaborazione con Corda Padova e la rete RUP (Ricerca e Università per la Palestina). Anche quello ci auguriamo possa rappresentare uno strumento prezioso per diffondere buone pratiche e rilanciare la lotta antimilitarista negli atenei. Seguite il nostro sito perché a breve sarà disponibile gratuitamente per il download. Qui alcuni scatti della giornata. Convegno Padova Convegno Padova Convegno Padova Convegno Padova Convegno Padova Convegno Padova Convegno Padova Convegno Padova Convegno Padova Convegno Padova Convegno Padova Convegno Padova Convegno Padova Carlo Tombola Convegno Padova Linda Maggiori Convegno Padova Convegno Padova Giuseppe Curcio, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Diretta online del Convegno di Padova: “Resistere alla militarizzazione dell’università”
TRASMETTIAMO ONLINE LA DIRETTA DAL CONVEGNO DI PADOVA “RESISTERE ALLA MILITARIZZAZIONE DELL’UNIVERSITÀ”. PROGRAMMA del LIVE STREAMING del Convegno: SABATO 17 OTTOBRE 2026 MATTINA ORE 10:00 * Introduzione a cura di Corda Padova e Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università * Michele Lancione “Università e militarizzazione: il Nuovo Complesso Militare Accademico Industriale” * Davide Borrelli “La guerra in testa fra senso comune e saperi accademici” * Marie di Stop Academic Complicity Francia “Documentare la complicità con il genocidio nelle università europee” DALLE ORE 11:30 ALLE 12:30 Interventi introduttivi dei Tavoli di lavoro 1 e 2 * Tavolo 1: “Mappare la militarizzazione in Università” Modera: Corda con interventi di ELSC e RUP * Tavolo 2: “Resistere alla militarizzazione della conoscenza” Modera: Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università con interventi di La Conoscenza Non Marcia e Cambiare Rotta POMERIGGIO DALLE ORE 15:00 ALLE ORE 16:00 Interventi introduttivi dei Tavoli di lavoro 3 e 4 * Tavolo 3: “Accordi con Israele e pratiche di solidarietà con la Palestina” Modera: RUP con interventi di BDS Italia, ELSC e PACBI Italia * Tavolo 4: “Dall’Università al territorio” Modera: GPI Padova e Corda con interventi di The Weapon Watch, Linda Maggiori e GC Padova -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Padova, 17-18 ottobre, Convegno e Assemblea: Resistere alla militarizzazione dell’università
VENERDÌ 17 E SABATO 18 OTTOBRE 2026 CASA DEL POPOLO “MERI RAMPAZZO”, VIA BAJARDI 1, PADOVA Il 17 e 18 ottobre, la Casa del Popolo “Meri Rampazzo” (via Bajardi 1, Padova) si trasformerà in un presidio di discussione e contro-potere con il convegno “Resistere alla militarizzazione dell’università”. Due giornate di dibattito, confronto e organizzazione dal basso per strappare i luoghi del sapere dalle logiche di guerra e profitto. Il programma di sabato 17 ottobre partirà forte alle ore 09:00 con una colazione benefit e i saluti d’apertura, per poi entrare nel vivo con l’assemblea plenaria (10:00 – 11:00) e i tavoli di lavoro (divisi in due sessioni: 11:30 – 13:30 e 15:00 – 17:00), momenti centrali per elaborare pratiche di resistenza collettiva. La giornata darà ampio spazio anche alla condivisione e alla solidarietà con un pranzo sociale alle 13:30, la restituzione dei tavoli alle 17:30 e, a partire dalle 19:30, un aperitivo con cena e socialità. La mobilitazione proseguirà domenica 18 ottobre alle ore 10:00 con l’assemblea di conclusione, decisiva per tracciare le linee delle prossime lotte. L’iniziativa vede la convergenza di realtà attive in prima linea come CORDA, RUP (Rete Universitaria per la Palestina) e l’Osservatorio Contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università. Per prendere parte attiva ai tavoli e costruire l’alternativa, l’invito per compagne, compagni, studentesse e studenti è di inquadrare il QR code sulla locandina e compilare il form di partecipazione. LA RESISTENZA UNIVERSITARIA PARTE DA QUI. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il manifesto degli scienziati quantistici: no alla militarizzazione della ricerca
A gennaio 2026 un gruppo di fisici quantistici ha pubblicato il Manifesto degli scienziati quantistici per il disarmo, un documento che vuole portare all’attenzione la crescente ingerenza di eserciti e ministeri della difesa nella cosiddetta “seconda rivoluzione quantistica”. L’approfondirsi delle ricerche in questo ambito sta permettendo infatti lo sviluppo di comunicazioni crittografate estremamente sicure, radar quantistici per il controllo satellitare e sensori di movimento molto più efficienti nel controllo della navigazione e della posizione. Inoltre, molti degli investimenti stanno puntando alla costruzione di computer potentissimi in grado di rendere inutilizzabili qualsiasi forma di difesa informatica ad oggi esistente. Sebbene in questo caso le possibilità di raggiungere l’obiettivo siano relativamente scarse, un numero crescente di fondi viene impegnato in progetti riguardanti lo sviluppo di questa nuova tecnologia. Veniamo dunque al punto della questione. Come ha raccontato Marco Cattaneo, ricercatore all’università di Helsinki e tra i promotori del manifesto, in un’intervista a Altrəconomia, il problema non sta tanto nella costruzione di armi definitive grazie alla fisica quantistica, quanto nell’utilizzo di una tale remota possibilità per far entrare massicciamente il complesso militare-industriale all’interno delle accademie. Infatti, di fronte allo scarseggiare di fondi pubblici, molti centri di ricerca sono dipendenti dai finanziamenti provenienti dall’ambito militare per tenere in piedi progetti e posti di lavoro. Non è un caso che una tale velata sottomissione dell’università non riguardi soltanto i Paesi più avanzati in termini scientifico-tecnologici ma stia riguardando in maniera massiccia anche gli Stati del Sud globale. Ad esempio, moltissimi progetti di fisica quantistica nell’America Latina sono finanziati dai militari statunitensi e ciò si sostanzia in un potere implicito degli investitori nordamericani sulle strutture accademiche latinoamericane. Dunque, di fronte alla crescente colonizzazione della ricerca accademica da parte di forze armate e ministeri della difesa, i firmatari hanno come principali obiettivi: 1. il rifiuto della loro ricerca per scopi militari; 2. aprire un dibattito sulle implicazioni etiche dei propri progetti di ricerca; 3. creare un forum di scienziati che possa aiutare a demilitarizzare la ricerca; 4. creare un database pubblico in cui siano elencati progetti e università finanziati dalle forze armate. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università accogliamo con piacere questa iniziativa che è in linea con le battaglie che portiamo avanti ormai da tempo. La militarizzazione della ricerca rappresenta un serio pericolo per la democrazia perché aumenta in maniera esponenziale il rischio bellico e fornisce gli strumenti per un potenziale controllo autoritario dei cittadini e delle cittadine. Assieme ai firmatari del manifesto non possiamo non ribadire anche noi la necessità di finanziare le università e i centri di ricerca con soldi pubblici che abbiano come unico scopo il bene comune. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Dipendenti del CNR vogliono fermare PaSwing: no alla complicità con il governo israeliano!
Lo scorso 25 giugno 62 dipendenti di 21 istituti del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) ha inviato una lettera alla dott.ssa Alessandra Sanson, direttrice dell’Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo Sviluppo dei Materiali Ceramici (ISSMC) per chiedere di fermare PaSwing, un progetto nato nel 2024 tra l’ISSMC di Faenza e il Ministero della Difesa dello Stato di Israele. Finanziato con 250.ooo €, ha come finalità quella di sviluppare ceramiche trasparenti utili per blindare mezzi terrestri e per proteggere sensori elettro-ottici e sistemi di puntamento. Dunque, ricercatori e ricercatrici sarebbero impiegate nello sviluppo di tecnologie a favore di uno Stato colpevole di pratiche genocidarie nella striscia di Gaza e che continua a perpetrare violenze in tutti i territori occupati della Palestina. Già il 15 maggio, anniversario della Nakba, era stata stilata una lettera che venne letta davanti ai cancelli dell’ISSMC di Faenza, in occasione dell’open day dell’Istituto. Come risposta i dirigenti si appellarono alla neutralità della scienza e della tecnologia aggiungendo che, in ogni caso, non avrebbero avuto il potere di sciogliere un accordo internazionale dipendente esclusivamente dalla direzione centrale del CNR. La rete “La ricerca che non va in guerra” – rete che sostiene attivamente la protesta – ci tiene invece a ribadire che scienza e tecnologia non sono neutre e che nell’indirizzare la ricerca è dovere di tutte e tutti non solo rispettare l’articolo 11 della Costituzione ma spendere anche le proprie energie per la salute pubblica e il bene comune. Come ha raccontato a L’Espresso Marco Cervino, ricercatore e referente dell’iniziativa, uno dei problemi fondamentali è la mancanza di trasparenza, ossia l’impossibilità per i dipendenti del CNR di monitorare se i risultati del proprio lavoro vengano utilizzati a fini bellici. D’altronde, anche nel caso del progetto PaSwing, è stato necessario un accesso agli atti per comprendere pienamente tutte le implicazioni militari del progetto. Una tale situazione impedisce inoltre l’istituzione di canali formali per l’obiezione di coscienza, uno strumento fondamentale per chi crede fermamente nella pace ma che non può essere utilizzato se chi opera viene tenuto all’oscuro delle conseguenze ultime del proprio lavoro. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università siamo sempre vicini a chi non si piega alle logiche della guerra e ribadiamo con forza la nostra convinzione: il progresso della scienza può essere solo quello che migliora la condizione delle persone, la loro salute e l’ambiente in cui vivono. Qualsiasi forma di conoscenza che semina morte e distruzione non merita di essere né finanziata né sostenuta. Fonti: https://lespresso.it/c/attualita/2026/7/31/stop-ricerca-guerra-cnr-progetto-faenza/63767; https://www.pressenza.com/it/2026/06/la-scienza-e-davvero-neutra-il-dissenso-etico-dei-ricercatori-cnr-unisce-litalia-da-nord-a-sud/ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Torino, master HumanAIze: dopo le proteste Leonardo SpA rimossa dalle aziende partner
Nell’ambito delle ultime elezioni universitarie si è potuta costatare la presenza di diversi programmi che prevedono un progetto di trasformazione della ricerca e delle facoltà universitarie in volano dell’impresa – inclusa quella bellica – e di sostegno attivo alle nuove tecnologie, intelligenza artificiale inclusa. Il biglietto da visita di liste legate al centro-destra era non solo quello di una università governata dal securitarismo e dalla contrazione degli spazi di libertà collettiva (per capirci zero permessi per aule autogestite o spazi per iniziative di studenti e studentesse contro la guerra) ma di un mondo universitario strettamente connesso con il mondo delle imprese, incline a rafforzare la collaborazione con imprese di armi, fondazioni e centri di ricerca ad esse collegati. Bologna, Roma, Firenze, Pisa e Torino, dove le proteste studentesche contro il genocidio sono state più forti, sono state anche le città universitarie ove l’assottigliarsi delle destre negli organismi studenteschi è stata accompagnata da campagne di vittimismo, da aperta contrapposizione alle mobilitazioni per la Palestina e da critiche a percorsi di studio che non disegnano strette relazioni con le imprese di armi e nutrono dubbi sulla ricerca legata a tecnologie duali, utilizzate in gran parte nel settore militare e solo, nella sempre più residuale parte, in quello civile. Il capitalismo va dove maggiori sono i margini di profitto, i titoli azionari dei gruppi produttori di sistemi d’arma hanno raggiunto risultati paragonabili a quelli delle multinazionali farmaceutiche ai tempi del Covid. In questo scenario in continua evoluzione, l’omologazione del mondo universitario passa anche dai nuovi equilibri determinati dall’ingresso di liste e rappresentanti di destra negli organismi di rappresentanza degli atenei; l’obiettivo è ridurre ai minimi termini le critiche verso la partecipazione degli atenei a progetti di ricerca duali. A tal proposito è da evidenziare la campagna costruita attorno a HumanAIze, master di due atenei torinesi con il contributo di STEM by women e della Fondazione Compagnia di San Paolo, aperto alle facoltà umanistiche e dedicato all’intelligenza artificiale, non gratuito e con un tirocinio in alcune aziende partner. Le critiche, emerse in ambito studentesco e non, sono state subito respinte dal Comitato Scientifico che esclude attività militari e lo sviluppo di tecnologie duali all’interno del master. Ma nella presentazione del master perché ad un certo punto, stando agli studenti, è comparso il nome di Leonardo SpA? E perché dopo le prime proteste leggiamo che il nome di Leonardo SpA è stato rimosso così come si apprende da un articolo pubblicato dalla Stampa lo scorso 2 luglio? Nel frattempo, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università crediamo che sarebbe utile iniziare a discutere non solo delle ragioni per le quali la ricerca non debba avere fini duali ma anche quale modello sociale si affermerà con l’utilizzo della IA. A dirlo non siamo noi ma esponenti di punta di aziende che fanno ampio ricorso all’IA, producono sistemi di arma di ultima generazione e parlano di future società dove il pubblico sarà fortemente ridimensionato con crescenti disparità economiche e sociali favorite proprio dalle tecnologie di ultima generazione (clicca qui). Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Sulla riconversione industriale a fini militari
LA SITUAZIONE STATUNITENSE Secondo indiscrezioni pubblicate da alcuni giornali statunitensi – come il Wall Street Journal1, Reuters e il New York Times – e provenienti da fonti anonime, il Pentagono starebbe avviando colloqui preliminari con i vertici di alcune case automobilistiche per la riconversione di alcuni stabilimenti produttivi a fini militari. Tra le aziende coinvolte ci sarebbero General Motors e Ford. La mossa dei vertici militari coinvolgerebbe anche imprese importanti già attive nel settore militare, come Oshkosh e GE Aerospace, nel tentativo di creare una sinergia industriale che vada oltre il settore dell’automotive. La causa principale di questa mossa politico-economica starebbe nel rapido deterioramento delle scorte militari dovuto alla guerra in Ucraina e a quella in Iran, a cui le aziende automobilistiche potrebbero porre rimedio con “relativa” facilità, vista la possibilità di integrare alcuni dei tradizionali processi produttivi delle automobili nella filiera militare: stampaggio, fusione, lavorazioni meccaniche, produzione e assemblaggio di componenti digitali. È inoltre noto che il settore dei veicoli civili non sia in grado di generare un tasso di innovazione tecnologica che stia al passo con quello dell’automotive cinese, campione dell’auto elettrica e di quella a guida autonoma: si tratta dunque di importare innovazione tecnologica dal settore della difesa per incrementare la competitività. Ne gioverebbero sia la filiera militare che quella automobilistica.2 Certo, la notizia non farà piacere agli amanti della pace: il precedente storico, difatti, sta nella riconversione a fini militari – per la produzione di camion, jeep e velivoli – di molti stabilimenti di Detroit, avvenuta durante la Seconda guerra mondiale. Tutto ciò mentre negli USA la disoccupazione (tradizionalmente contenuta) è in aumento, passando dal 3,8% del 2023 al 4,5% del 2025, e il poco stato sociale ivi esistente viene progressivamente demolito. Dei 1.500 miliardi di dollari destinati alla difesa per il 2027 – «il budget più alto dalla Seconda guerra mondiale»3 –, dunque, almeno una parte avrebbe dovuto essere investita nelle politiche sociali, ma così non è stato. LA SITUAZIONE ITALIANA Anche in Italia si parla di riconversione militare dell’automotive, attualmente portata avanti da aziende come Berco e, in futuro, Stellantis. Il Governo Meloni ha inserito nel maxi-emendamento alla Finanziaria 2026 un comma dedicato alla riconversione dell’industria, laddove si parla di «progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa».4 Il tentativo è quello di sfruttare la capacità produttiva delle case automobilistiche per commercializzare le innovazioni produttive di tipo militare, potendo così accorciare i cicli temporali della ricerca e dello sviluppo delle innovazioni belliche. La guerra in Ucraina, infatti, ha dimostrato che per conseguire obiettivi di prontezza militare sia fondamentale riuscire a innovare più rapidamente del nemico i sistemi d’arma. Per fare ciò sarà necessario favorire l’orientamento strategico dei finanziamenti militari, che dovrebbero essere diretti maggiormente verso l’innovazione produttiva e sulle esigenze di lungo termine: «difesa aerea e missilistica, sistemi di artiglieria, munizioni e missili, droni e sistemi anti-droni, mobilità militare, tecnologie emergenti quali intelligenza artificiale, quantum, guerra cibernetica ed elettronica e, infine, infrastrutture strategiche abilitanti, inclusi sistemi di trasporto aereo strategico»5. A tal fine risulteranno essenziali «la promozione di partenariati pubblico privati su progetti strategici nazionali ed europei»6 e l’incremento dei finanziamenti pubblici. Questi, per la verità, in Italia sono ancora prevalentemente impiegati per la spesa per il personale, mentre solo il 6% va alla ricerca e sviluppo di nuovi prodotti. Siffatti obiettivi di pianificazione economica strutturale non sono conseguibili con un tessuto industriale così frammentato dalla corposa presenza di piccole e medie imprese – condizione, questa, particolarmente vera per l’Italia ma in buona parte anche per gli altri paesi europei –, che limitano le capacità di coordinamento degli attori imprenditoriali e l’accesso ai fondi europei, inficiando la visione strategica del Governo e delle Forze Armate, le quali sempre più spesso esprimono pareri sulla politica industriale nazionale. Pertanto il tentativo del legislatore sarà quello di creare una base industriale dual-use, in cui «non è il prodotto a essere “a duplice uso” ma lo stesso sito produttivo, che quindi sarebbe in grado di produrre beni diversi sia per uso civile che militare, sia contemporaneamente che in alternanza, attraverso una rapida transizione da una funzione di produzione di beni commerciali a beni militari senza necessità di continui investimenti»7. Un altro tassello importante è costituito dalla politica per l’approvvigionamento costante e sicuro di input produttivi, che parte dalle catene di fornitura delle materie prime critiche (come i metalli semiconduttori). Ciò potrà essere conseguito, nei piani di Meloni e Crosetto – supportati dai loro centri studi e uffici tecnici –, tramite «una migliore promozione dell’internazionalizzazione, che punti a facilitare l’accesso ai mercati esteri»8 e, soprattutto, attraverso l’acquisizione di un ruolo maggiormente centrale del Governo. Questo al momento non può costituirsi parte negoziale nelle trattative9 – e noi speriamo che non possa mai farlo. In questo senso un cavallo di Troia in grado di scardinare o forzare la legislazione attuale potrebbe essere costituito da trattative fra governi (accordi Government-to-Government), auspicata sia dal Governo che dalle Forze Armate. Dal punto di vista commerciale il tentativo italiano sembra definirsi attorno a una politica attenta, sì, a consolidare e sviluppare i legami con le aziende e i paesi della Comunità Europea e del Regno Unito, «favorendo la creazione di alleanze industriali e di veri e propri campioni europei in grado di competere a livello globale»10, ma orientata anche alla tutela degli specifici interessi nazionali, in particolar modo per quanto concerne i legami commerciali con i paesi del Golfo e del Sud-Est asiatico. Per realizzare il piano industriale su esposto il Governo punterà a rimuovere i vincoli per gli investimenti bancari del settore, ad armonizzare la legislazione esistente con quella degli altri paesi europei – allentando molteplici vincoli normativi – e a meglio coordinare la logistica militare. Hanno fatto scalpore, in tal senso, il recente accordo tra Leonardo SpA e RFI, stipulato nel febbraio del 2024, volto al monitoraggio e alla protezione degli snodi ferroviari strategici, così come lo sviluppo delle banchine portuali elettrificate, previsto dal PNRR11, che consentirà alle navi militari ormeggiate di prendere elettricità da terra per poter soddisfare il fabbisogno energetico delle proprie tecnologie avanzate, riducendo i tempi di stazionamento dei porti e incrementando il traffico militare. A chiudere il cerchio di questa disastrosa politica bellicista troviamo l’esistenza di una considerevole pressione sul sistema scolastico e universitario: le materie STEM come priorità d’insegnamento, considerate «essenziali per garantire una forza lavoro qualificata e capace di sostenere l’innovazione tecnologica richiesta dal comparto»12; il «rafforzamento della collaborazione tra imprese, università e istituti di ricerca» e la «creazione di spin-off universitari»13 (imprese – di solito start-up – che nascono all’interno o a partire da università e centri di ricerca). Nel merito vogliamo ricordare l’intervento di inizio febbraio dell’ex Amministratore Delegato di Leonardo SpA, Roberto Cingolani, fatto davanti agli studenti del Liceo Scientifico Newton, dell’I.T.I.S. G. Galilei, del Liceo Digitale Matteucci e dell’Istituto De Merode di Roma proprio per magnificare l’importanza delle discipline STEM, e nel quale ha dichiarato: «Leonardo negli ultimi tre anni ha assunto quasi 20 mila persone, oggi siamo 63 mila e nei prossimi tre anni ne verranno assunte probabilmente altre 17 mila. La gran parte di queste persone ha una formazione tecnico-scientifica»14. Del resto, attraverso la Fondazione Leonardo ETS, la nota azienda produttrice di armi sta progressivamente penetrando nel mondo dell’istruzione pubblica, attraverso progetti come “STEMLab”, “A Scuola di STEM” e “Civiltà dei Dati”, che mirano a collegare il mondo aziendale dell’innovazione tecnologica (con un marcato outlook sul militare e la Difesa) con quello della formazione. Si tratta di un tassello di una più articolata politica degli industriali e delle istituzioni europee per l’aziendalizzazione della scuola pubblica, che a dire la verità parte da lontano: la potente lobby padronale della Tavola Rotonda Europea degli industriali (ERT), creata nel 1983, già da tempo sosteneva «l’importanza strategica vitale della formazione e dell’educazione per la competitività europea», criticando gli insegnanti per «una comprensione insufficiente dell’ambiente economico, degli affari e della nozione di profitto»15; la Commissione Europea, dal canto proprio, afferma da oltre quarant’anni che «gli istituti scolastici, i centri di formazione e le università dovrebbero essere aperti sul mondo: è opportuno assicurare i loro legami con l’ambiente locale, con le imprese e con i datori di lavoro in particolare, per migliorare la comprensione dei bisogni di questi ultimi».16 Siamo nelle mani sbagliate e ci troviamo nel bel mezzo di veri e propri piani di guerra, dunque. Speriamo che a combatterla ci vadano quelli che con la guerra vogliono arricchirsi, anziché i lavoratori d’Italia, e che ci lascino – è proprio il caso di dirlo – in pace. Emiliano Gentili, Federico Giusti – Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1 Cfr. S. Terlep, Pentagon Approaches Automakers, Manufacturers to Boost Weapons Production, 15th April 2026, https://www.wsj.com/politics/national-security/pentagon-approaches-automakers-manufacturers-to-boost-weapons-production-19538557?. 2 Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Dove ci porta la riconversione bellica dell’automotive, 30 marzo 2026, https://diogenenotizie.com/dove-ci-porta-la-riconversione-bellica-dellautomotive/. 3 Redazione Eurofocus, Riconversione militare delle case automobilistiche: dopo la Germania, tocca agli Usa, 17 aprile 2026, https://eurofocus.adnkronos.com/imprese/produzione-armi-aziende-auto-trattative-pentagono-confronto-germania/. 4 L. 199/2025, art. 1, c. 280. 5 MIMIT, Made in Italy 2030. Per una nuova strategia industriale, gennaio 2026, p. 140. 6 Ivi, p. 137. 7 Ivi, p. 141. 8 Ivi, p. 139. 9 Cfr. D.P.R. 104/2015, art. 3. 10 MIMIT, op. cit., p. 140. 11 Pnrr #NEXTGENERATIONITALIA, M3C2. 1, Riforma 1.3, p. 169. 12 MIMIT, op. cit., p. 139. 13 Ivi, p. 141. 14 Cfr. https://www.fondazioneleonardo.com/stories/stem-tecnologie-futuro-evento-leonardo-roma. 15 ERT, Education et compétence en Europe, Etude de la Table Ronde Européenne sur l’Education et la Formation en Europe, Bruxelles, Février 1989. 16 Commissione della Comunità Europea, Les objectifs concrets futurs des systèmes d’éducation, Rapport de la commission, COM(2001) 59 final , Bruxelles, 31 janvier 2001. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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L’università inglese assoldata per la guerra
I dirigenti dell’industria di armi inglesi, stando a un documento pubblicato su un sito indipendente (clicca qui) avrebbero avuto una grande influenza in ambito universitario con la partecipazione diretta di esponenti delle aziende produttrici di armi all’interno dei comitati consultivi universitari. Presenza che poi si sarebbe manifestata in una vera e propria “direzione strategica” rispetto ai dipartimenti accademici e ai progetti di ricerca. Declassified, il sito prima menzionato, individua le università interessate con tanto di documenti e verbali di riunioni tenutesi alla presenza di esponenti delle imprese di guerra. Perfino i programmi universitari sarebbero stati influenzati da questa ingombrante presenza, programmi rivisti in base alle richieste provenienti dalla industria di guerra. La presenza delle imprese militari non è nuova nelle università inglesi e, seguendo l’esempio statunitense, offre decine di tirocini industriali a studenti e studentesse con tanto di borse di studio. Siamo arrivati al punto che l’industria possa anche salire in cattedra nel mondo universitario. Questo fatto viene visto come una grande opportunità per il mondo universitario (opportunità di lavoro e di finanziamento) e per il mondo della impresa che potrà assumere studenti e studentesse debitamente formati nel loro percorso di studi. La ricerca in campo universitario diventa quindi ricerca duale, con l’utilizzo delle innovazioni anche a scopi militari. Università britanniche finanziate con circa 100 milioni di sterline da aziende della difesa – incluse quelle che armano l’esercito israeliano – attraverso donazioni, sponsorizzazioni e borse di studio. Esempi lampanti di una collaborazione sempre più stretta tra l’apparato industriale bellico inglese e le università. Un legame sempre più stretto e difficile da recidere specie se pensiamo agli inadeguati finanziamenti accordati dal Governo inglese alla ricerca e alla istruzione. E in questo modo rappresentanti delle imprese di armi siedono nei comitati consultivi di ben 21 università rappresentando una oggettiva minaccia alla libertà accademica e della ricerca. Quanto accade in Gran Bretagna presto potrebbe verificarsi anche in Italia, per questo l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia la piovra bellica che allunga i suoi tentacoli sui corsi di laurea degli atenei di casa nostra. Invitiamo il mondo accademico, studenti e studentesse, ricercatori e ricercatrici, docenti e non docenti, a organizzarsi con noi perché l’università non sia terreno di conquista per l’economia di guerra. Per ulteriori approfondimenti: https://www.nogeoingegneria.com/effetti/politicaeconomia/universita-a-servizio-del-complesso-industriale-militare/ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Geopolitica e Geostrategia all’Università di Bologna: un corso da guardare con lente critica
Fino al 15 maggio 2026 l’Università di Bologna ospita il corso di Geopolitica e Geostrategia, attivato presso il Campus di Ravenna nell’ambito della Laurea in Storia, società e culture del Mediterraneo. AISS, AISEM e Quaser Srl affiancano l’iniziativa. Per i professionisti della sicurezza si tratta di un percorso che prevede il riconoscimento di crediti certificativi fino a 30 punti ai fini della qualificazione professionale. Fin qui, nulla di insolito. Tuttavia, il contesto solleva interrogativi più ampi. A prima vista, il corso può apparire come un’occasione di formazione di alto profilo. Nondimeno, il “nuovo insegnamento” si inserisce in una tendenza più generale in cui i percorsi universitari sono strutturati con soggetti attivi nel campo della sicurezza e della difesa. Il programma spazia dai chokepoint marittimi alla cyberwarfare, dalle guerre ibride alla geostrategia globale, con la partecipazione di docenti universitari, ex esponenti delle Forze Armate, diplomatici ed esperti provenienti da ambiti istituzionali e professionali diversi. Un insieme così qualificato apre una domanda di fondo: quale rapporto si sta definendo tra produzione accademica del sapere e costruzione di competenze immediatamente spendibili in settori strategici e industriali? Un ulteriore elemento riguarda la sovrapposizione tra formazione universitaria e sistemi di crediti professionali esterni. Il corso rientra nell’offerta accademica dell’Ateneo, ma produce anche effetti nel circuito della certificazione professionale. Questo doppio livello, pur formalmente legittimo, solleva interrogativi sul confine tra funzione pubblica della didattica e sua valorizzazione in ambiti esterni. In questo quadro, la questione non riguarda la legittimità dei contenuti – pienamente coerenti con lo studio della geopolitica contemporanea – quanto il modo in cui tali contenuti si collocano in un ecosistema formativo sempre più integrato con soggetti professionali esterni, che includono anche ambiti istituzionali e operativi legati alla sicurezza, alla difesa e alle organizzazioni internazionali (NATO). In una fase storica in cui università, imprese e attori istituzionali interagiscono sempre più attraverso progetti, finanziamenti e percorsi formativi ibridi, il confine tra didattica, comunicazione istituzionale e formazione professionale tende a diventare progressivamente meno nitido, con il rischio che la produzione del sapere accademico si trovi sempre più spesso a dialogare – e in alcuni casi a sovrapporsi – con esigenze formative espresse da settori operativi della sicurezza e della difesa. L’analisi dei fabbisogni del nuovo corso di Geopolitica e Geostrategia dell’Università di Bologna (Campus di Ravenna) si concentra sulla necessità di formare figure professionali capaci di interpretare le sfide poste dai nuovi domini della conflittualità. I punti chiave su cui si basa l’offerta formativa includono: – nuovi scenari di minaccia: Il corso risponde alla domanda di esperti in grado di analizzare le guerre ibride, le operazioni “proxy” e “false flag”, il terrorismo e la guerra asimmetrica; – sicurezza nei domini digitali: è emerso un forte fabbisogno di competenze relative alla guerra cognitiva nell’infosfera, comprendendo information warfare, cyber warfare e la gestione degli attacchi informatici da parte di attori non statali; – settore privato e Security Management: una parte centrale dell’analisi riguarda la crescente necessità di figure come i Security Manager, specializzati nel comprendere la geopolitica e la geoeconomia per guidare le strategie aziendali in contesti globali complessi; – ambito istituzionale e intelligence: La formazione mira a fornire strumenti analitici coerenti con le necessità di enti come l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) e i servizi di informazione e sicurezza (AISI, AISE), affrontando temi come la proliferazione delle armi di distruzione di massa e le minacce CBNR. L’insegnamento è strutturato per integrare teoria e pratica attraverso tavole rotonde con figure di vertice delle Forze Armate, della Magistratura e dei Servizi di sicurezza. I principali beneficiari delle figure professionali formate dal corso in Geopolitica e Geostrategia sono enti e organizzazioni operanti in ambiti critici per la sicurezza nazionale e internazionale. Nello specifico, i soggetti che trarranno vantaggio da queste competenze sono: – aziende del settore privato: le imprese necessitano di Security Manager esperti in geopolitica e geoeconomia per gestire i rischi globali e proteggere gli asset aziendali; – agenzie di Sicurezza Nazionale: enti istituzionali come l’ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale) e i servizi di informazione (come AISI e AISE) beneficiano di analisti formati su guerra cognitiva, cyber warfare e contrasto alla proliferazione di armi; – istituzioni internazionali e Forze Armate: organizzazioni che operano in contesti di difesa e cooperazione internazionale (es. ambito NATO o corpi militari) che richiedono esperti in conflitti ibridi e minacce asimmetriche; – settore dell’informazione: testate giornalistiche e centri di analisi che necessitano di figure capaci di interpretare la “strategia dell’inganno” e l’information warfare nell’infosfera. – fondazioni e think tank: organizzazioni come la fondazione MedOr che si occupano di analisi strategica e relazioni internazionali. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università esprime la sua preoccupazione per come un Ateneo statale prestigioso come UNIBO si presti alle logiche della militarizzazione dei luoghi del sapere accettando di progettare ed erogare un percorso di laurea che va chiaramente a formare i professionisti della guerra del prossimo futuro per realtà che nulla hanno a che fare con il progresso della società, ma che seguono logiche di stampo imperialista e colonialista, oltre che di controllo securitario e di censura. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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