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Verso la militarizzazione della ricerca in Europa | Per costruire alternative, la proposta “La Conoscenza non marcia” – di Gennaro Avallone
Il movimento per la Palestina contro la logica militare Il movimento sociale per la Palestina e contro il genocidio è riuscito tra il 2024 e il 2025 a inserire nell'agenda politica, delle mobilitazioni e del mondo della ricerca e della formazione il tema della militarizzazione del sapere. Questa novità ha prodotto anche degli esiti [...]
October 18, 2026
Effimera
Leonardo a Siena? Istituzioni, CGIL, CISL e UIL sull’attenti, ma Potere al Popolo non ci sta!
Quando si entra in clima di campagna elettorale il governo si ricorda dei lavoratori dello stabilimento Beko di Siena; è un’operazione di sciacallaggio politico non solo per gli evidenti risvolti in chiave elettorale, ma anche perché pone i lavoratori e la comunità davanti al ricatto tra la disoccupazione e riarmo, […] L'articolo Leonardo a Siena? Istituzioni, CGIL, CISL e UIL sull’attenti, ma Potere al Popolo non ci sta! su Contropiano.
October 13, 2026
Contropiano
Civitavecchia, un master che integra il mondo universitario a quello militare
Il sodalizio fra l’Università degli Studi della Tuscia (Unitus), il Centro Alti Studi per la Difesa (CASD) e il Centro per la Formazione Logistica Interforze (Ce.FLI) ha generato un percorso formativo, il master universitario in “Complex Transport: Logistics, Safety and Security Risk Management”, che dall’aprile del 2025 sta facendo discutere molto. La didattica si sviluppa nell’arco di circa un anno e avviene in modalità mista, sia in presenza, al polo di Civitavecchia, che online. Il direttore del corso, il Prof. Enrico Maria Mosconi, ha affermato che le strutture sono pronte a ospitare a breve una nuova edizione (Fonte: trcgiornale.it), la quale verrà annunciata tramite un bando. Lo scopo del master è quello di integrare e far interagire l’ambito logistico civile con quello militare sotto forma di dual-use della logistica e della gestione dei rischi a essa connessa. Proprio questa natura di duplice uso, giacché le competenze vengono sviluppate da parte di un’università pubblica in connubio con degli istituti derivanti dal Ministero della Difesa, comporta una critica etica rilevante. Vengono utilizzate, infatti, risorse e metodologie universitarie per poter supportare una pianificazione strategica e/o logistica delle forze armate. Inoltre, la presenza militare all’interno di poli civili e dei comitati scientifici universitari può generare osservazioni da parte di chi come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università promuove una demilitarizzazione della ricerca, ma anche della formazione accademica (clicca qui per vedere cosa chiede la campagna “La conoscenza non marcia”). Di fatto, la stragrande maggioranza di fondi che riceve l’Università della Tuscia proviene proprio da parte di canali istituzionali, come ad esempio dal finanziamento FFO, erogato dal MUR, da tasse universitarie e da fondi di ricerca, sia europei che nazionali e regionali. Il rischio di accordi commerciali per la produzione di armi tra l’Università e l’industria militare, inoltre, è solitamente molto alto in questi casi, pur se nell’inchiesta di Altraeconomia in merito (I dati inediti sugli accordi tra le Università e l’industria militare) l’Unitus non risulta esserci. Da quest’ultima ricerca, però, risultano 23 atenei su 31 in Italia che hanno legami con Leonardo Spa, 20 con Thales Alenia Space Spa e 8 con Mbda Italia Spa. Dalle pagine della rivista, si può leggere come a preoccuparsi di questa situazione ci sia un docente di Economia alla Scuola normale superiore di Firenze, Mario Pianta, il quale ha lavorato per un lungo periodo nel campo tecnologico sulle relazioni tra il mondo militare e quello civile. Il master universitario di II livello del polo di Civitavecchia è stato ideato e promosso da parte di strutture del Ministero della Difesa e concepito dal Ce.FLI (sotto l’egida del CASD). I vantaggi per il mondo militare, risultanti da questo percorso, riguardano la possibilità di poter concedere titoli di studio universitari civili e di valore legale agli studenti. Infatti, le scuole di formazione d’eccellenza militari (Ce.FLI o CASD) non li possono rilasciare. Il tutto a costi ridotti, sicché i fondi provengono da fonti differenti da quelle che generalmente finanziano il Ministero della Difesa. Infine, lo sdoganamento e la normalizzazione, tramite l’ingresso in aule universitarie da parte di docenti in divisa, permette alle forze armate di migliorare la loro percezione pubblica (mascherando la prerogativa bellica sotto forma di studio scientifico) e a tal fine si crea una rete di professionisti civili ben allineati. In tal modo, però, oltre alla trappola del dual-use e alla subordinazione della ricerca civile a delle logiche di sicurezza, sia in termini di fondi che di tempo dedicato a questa disciplina e non ad altre, si rischia anche la perdita dell’indipendenza della governance accademica, ovvero tramite la presenza di alti ufficiali e generali all’interno dei comitati scientifici di ateneo. Perdipiù, l’orientamento occupazionale degli studenti civili indirizzati verso tali percorsi può essere condizionato. Il loro futuro professionale appare più chiuso in un campo ristretto all’interno della logistica securitaria, a discapito di visioni incentrate verso la cooperazione internazionale e la sostenibilità. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Modena e la fabbrica della guerra
Il territorio modenese sta diventando strategico per il settore della Difesa costruendo una sinergia tra pubblico e privato, affermandosi come polo di sviluppo per i droni e avendo alle spalle decenni di esperienza avanzata nel settore della meccanica. Aziende di piccole, medie e grandi dimensioni, laboratori pubblici e privati, lavoratori autonomi: una catena della guerra ha preso corpo in quella area geografica da sempre nota come Motor Valley. La trasformazione è avvenuta nell’arco di pochissimi mesi; basta ricordare che nel giugno 2026 nasce la MGI Italia, una joint venture tra la britannica MGI Engineering (fondata dall’ingegnere di Formula 1 Mike Gascoyne) e l’italiana Vigilar Group, attiva nel settore della Difesa, della sicurezza, dell’aerospazio e nelle tecnologie dual-use. Vigilar nasce nel secolo scorso, in tempi ormai lontani e una visita al suo sito internet può essere istruttiva (clicca qui) L’esperienza acquisita nella costruzione di moto e autovetture e, in generale, nella meccanica avanzata è di aiuto nel campo dell’aerodinamica, dei materiali leggeri e della motoristica di precisione; dalle auto sportive ai velivoli senza pilota il passo parrebbe essere più breve di quanto pensato fino ad oggi. E contro il coinvolgimento dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia nella ricerca di tecnologie duali da tempo si sono attivate realtà giovanili e studentesche (clicca qui). La riconversione della manifattura meccanica da civile a militare beneficia di attenzione particolare dalle grandi aziende del settore armi ma anche dalle autorità accademiche. In ballo ci sono ingenti finanziamenti internazionali come le possibili commesse nei variegati appalti della Difesa per il riarmo. Da quanto leggiamo su diverse fonti Modena sarebbe il banco di prova in Italia di quel processo di trasformazione della meccanica avanzata ad uso civile in produzione di guerra con sinergie tra pubblico e privato e il diretto coinvolgimento della ricerca pubblica nello sviluppo di tecnologie duali Fonti: https://www.mgidifesa.com/; https://www.infoaut.org/fabbrica-della-guerra/la-fabbrica-della-guerra-a-modena-una-prima-mappatura; https://www.ilsole24ore.com/art/droni-nasce-mgi-joint-venture-uk-e-italia-AIkXskSD Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Ritorno al nucleare in Italia
Mercoledì 23 settembre il Senato ha approvato il disegno di legge sul nucleare presentato dal Consiglio dei ministri all’inizio del 2025, dopo il via libera della Camera a inizio giugno. Si tratta di una legge delega: un provvedimento con cui il parlamento attribuisce al governo la facoltà di legiferare su una materia attraverso uno o più decreti legislativi, da scrivere nei prossimi 24 mesi. Il punto più complesso e preoccupante è che il testo si muove in nome della “neutralità tecnologica“: saranno i decreti attuativi a stabilire quali soluzioni potranno essere utilizzate, sulla base di “maturità, sicurezza e sostenibilità”. Quello che si sa è che il DDL esclude le grandi centrali tradizionali e limita le installazioni agli SMR (Small Modular Reactors), una tecnologia ancora in fase di sviluppo, ma propagandata come già esistente. In realtà non ce ne sono di operativi perché non sono economicamente convenienti a livello di produzione: sono piccoli e producono poca energia (100-150 MW), in Italia ne servirebbero tra i 40-80 per coprire la percentuale di fabbisogno invocata dal governo. Decine di comunità si troverebbero quindi un reattore vicino a casa, senza tutele sulla sicurezza delle centrali e sulla gestione delle scorie, punti non affrontati all’interno del DDL. È evidente la natura ideologica dello slancio verso l’energia nucleare. Invece di investire sulle rinnovabili, si presenta la fissione nucleare come una tecnologia matura, green ma soprattutto come una soluzione ponte, mentre si continua a inseguire l’idea della fusione. Il piano poggia su una visione irrealistica dei tempi di sviluppo di queste tecnologie, comunque troppo lunghi rispetto all’urgenza di decarbonizzare e di mitigare il cambiamento climatico. Nel ddl, inoltre, manca qualsiasi riferimento alle risorse consumate dalle centrali, in particolare all’acqua, che andrebbe presa in considerazione visto l’aggravarsi delle siccità legate al cambiamento climatico. Non si affronta nemmeno il tema dello smaltimento e del trasporto delle scorie, che diventerebbe cruciale con impianti dislocati in tanti territori. Da un lato si insegue quindi l’obiettivo dell’indipendenza energetica, in un contesto di difficoltà di approvvigionamento dei combustibili fossili; dall’altro, vista la natura intrinsecamente dual-use della tecnologia nucleare, la vicenda va letta nel contesto generale del riarmo europeo. In questo senso sono emblematici progetti come lo statunitense PELE, che punta a realizzare piccoli reattori trasportabili su gomma per produrre energia elettrica e alimentare basi militari in teatri e territori “ostili”, o ANPI per la produzione di nuove armi alimentate da SMR. Anche l’Italia va in questa direzione, puntando alla nuclearizzare della marina militare (progetto MINERVA) e con la joint venture Nuclitalia, di cui fa parte Leonardo, che avrà quindi libero accesso alla tecnologia SMR una volta sviluppata per supposti scopi civili. Ne abbiamo parlato con Alessandro Ferretti, docente di Fisica all’Università di Torino e autore del blog https://alessandroferrettiblog.wordpress.com/
September 28, 2026
Radio Blackout - Info
Israele, dual use e finanziamenti Horizon: un’interrogazione parlamentare mette sotto esame l’Università di Bologna
Il 23 settembre 2025 il Senato Accademico dell’Alma Mater Studiorum ha approvato una mozione che impegnava l’ateneo a interrompere ogni collaborazione formale con università, istituzioni e aziende israeliane, salvaguardando solo i progetti in corso non riconducibili al dual use. A dicembre dello stesso anno il Consiglio di Amministrazione ha ridefinito il perimetro della delibera, escludendo dall’interruzione le collaborazioni la cui cessazione avrebbe comportato rischi finanziari, contenziosi con le istituzioni sovranazionali o perdita di opportunità scientifica. LE PROTESTE STUDENTESCHE Sulle scelte dell’ateneo pesa una mobilitazione studentesca che non si è mai fermata. A ottobre 2025 il rettore Giovanni Molari aveva escluso dall’ordine del giorno del Senato Accademico una mozione — approvata il 14 ottobre dalle rappresentanze studentesche dopo essere stata respinta per un solo voto nella seduta di settembre — che chiedeva la rescissione degli accordi con Israele e la fine dei rapporti con NATO e Marina Militare. I collettivi universitari (Cambiare Rotta, Giovani Palestinesi d’Italia, Federazione Giovanile Comunista) avevano protestato davanti al rettorato di via Zamboni, denunciando quello che le rappresentanti del Consiglio Studentesco avevano definito “un grave attacco alla struttura democratica dell’ateneo”. La tensione si è riaccesa il 15 settembre 2026, in concomitanza con l’inaugurazione dell’anno accademico UniBo alla presenza della ministra dell’Università Anna Maria Bernini. Centinaia di studenti hanno organizzato un corteo con lo striscione «Unibo complice del genocidio. Stop accordi con Israele», diretto verso il teatro Manzoni dove si teneva la cerimonia. Alcuni manifestanti sono riusciti a entrare nel teatro e hanno calato una bandiera palestinese dalla galleria poco prima del discorso del rettore Molari; in via Indipendenza la polizia ha caricato più volte il corteo. La mobilitazione, convocata dai Giovani Palestinesi d’Italia insieme ai collettivi universitari, è arrivata dopo il duplice diniego dell’ateneo alle richieste studentesche di interrompere le collaborazioni con le istituzioni israeliane. L’INTERROGAZIONE DELLA DEPUTATA ASCARI È su questo scarto tra gli impegni assunti dagli organi accademici e la loro applicazione concreta — un divario che la mobilitazione studentesca denuncia da quasi un anno — che si concentra un’interrogazione a risposta scritta rivolta ai Ministri dell’Università e degli Affari Esteri, presentata dalla deputata Stefania Ascari (Movimento 5 Stelle). Nel testo, Ascari ricostruisce il percorso delle delibere bolognesi per poi soffermarsi su un punto che l’inchiesta di Investigate Europe e Reporters United ha reso di stringente attualità: la stessa delibera del Senato Accademico aveva individuato nel carattere dual use uno dei criteri determinanti per decidere se interrompere o meno le collaborazioni esistenti. Un criterio che, alla prova dei fatti — come mostra il caso NeAixt — non sembra aver orientato le scelte successive dell’ateneo. L’interrogazione solleva otto quesiti distinti, di cui i più rilevanti riguardano: la richiesta di una mappatura completa di tutte le collaborazioni ancora attive tra UniBo e soggetti israeliani, con partner, oggetto, durata e fonti di finanziamento per ciascuna; la verifica se tra i partner israeliani figurino soggetti legati alle Forze di difesa israeliane o al comparto militare; quali siano i criteri concretamente utilizzati per qualificare un progetto come dual use, e chi sia competente a stabilirlo; se il Governo intenda promuovere linee guida nazionali sulla trasparenza delle collaborazioni scientifiche suscettibili di impiego militare, e se intenda intervenire in sede europea perché Horizon Europe garantisca piena trasparenza su questi progetti. Ascari chiede infine se corrisponda al vero che «numerosi Atenei italiani continuerebbero a partecipare a programmi o collaborazioni con soggetti israeliani nonostante precedenti deliberazioni o impegni diretti a limitarne o interromperne i rapporti» — una domanda che l’inchiesta di Investigate Europe sembra confermare, individuando in Italia, Spagna, Paesi Bassi e Belgio 34 atenei che hanno sottoscritto 38 nuovi progetti Horizon con partner israeliani legati alla difesa dopo aver annunciato politiche di sospensione. IL CASO NEAIXT Un’inchiesta di Investigate Europe e Reporters United, pubblicata su Il Fatto Quotidiano il 9 settembre 2026, offre elementi concreti a supporto dei quesiti posti. Bologna risulta tuttora partner del progetto Horizon Europe NeAixt, dedicato allo sviluppo di tecnologie di intelligenza artificiale applicabili al settore della difesa. Tra i membri del consorzio figura Weebit Nano, produttore israeliano di semiconduttori, fino a inizio 2026 parte del consorzio Nemo insieme a Elbit Systems, tra i principali produttori di armi israeliani. Interpellata dai giornalisti, Weebit Nano ha negato qualunque trasferimento di proprietà intellettuale a Elbit o ad altri membri del consorzio. Interrogato sulla contraddizione tra la partecipazione a NeAixt e gli impegni assunti dal Senato Accademico, l’ateneo ha risposto richiamando gli obblighi internazionali della Repubblica italiana. L’inchiesta segnala però che l’Università di Delft, partner dello stesso progetto, è riuscita a ritirarsi nel dicembre 2025 con il consenso degli altri membri del consorzio, dopo una decisione formale del proprio Consiglio Esecutivo — un precedente che indebolisce l’argomento dell’impossibilità giuridica del recesso. A marzo 2026, inoltre, Bologna ha assunto il ruolo di ente coordinatore di un nuovo progetto con l’Università israeliana Reichman, dedicato allo sviluppo di tecnologie protesiche. La Reichman ospita un istituto di antiterrorismo che offre formazione a clienti militari e di intelligence, e ha dichiarato pubblicamente di essersi mobilitata a sostegno dello sforzo bellico durante gli attacchi a Gaza. IL QUADRO EUROPEO I casi di Bologna non sono isolati. In Olanda, Groningen ed Eindhoven sono tornate sui propri annunci di sospensione dei rapporti con il Technion Institute, dopo la rivelazione che un professore dell’istituto prestava servizio come tenente colonnello di riserva dell’esercito israeliano. Il Technion gestisce inoltre l’Advanced Defense Research Institute, dedicato esplicitamente al collegamento tra ricerca accademica e Forze di difesa israeliane. Il caso più citato a livello europeo è quello dell’Università di Granada, impegnata in un contenzioso davanti alla Corte Suprema spagnola per la sospensione di collaborazioni con enti israeliani, mentre resta partner del progetto PROACTIF insieme all’azienda israeliana Mellanox (oggi di proprietà di Nvidia) e ai gruppi della difesa Safran e Leonardo. A Paris-Saclay, una raccomandazione del Comitato etico per la sospensione dei rapporti con Tel Aviv University è stata ritirata dopo il parere contrario del Ministero francese dell’Università. Solo l’Università di Gand, in Belgio, risulta essersi ritirata con successo da un progetto per la presenza di un partner israeliano, dopo aver trovato un partner sostitutivo. Anche la protesta ha una dimensione europea: il 27 marzo 2026 il movimento pro-Palestina si è mobilitato a Bruxelles, davanti alle istituzioni UE, chiedendo l’esclusione di Israele da Horizon Europe. Gli organizzatori — tra cui Justice for Palestine e Brussels Against Genocide — hanno segnalato che lo Stato israeliano potrebbe incassare 1,11 miliardi di euro dal programma tra imprese, università ed enti pubblici, e hanno denunciato tra i beneficiari la presenza di società strettamente connesse alle Forze di difesa israeliane. LA POSIZIONE DELLA COMMISSIONE EUROPEA Horizon Europe è il programma quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione, con una dotazione complessiva di 95 miliardi di euro. Israele vi partecipa in qualità di paese associato, in virtù dell’accordo di associazione con l’UE — uno status che gli permette di accedere ai finanziamenti alle stesse condizioni degli Stati membri, e che è proprio uno dei nodi giuridici richiamati da UniBo per giustificare la prosecuzione delle collaborazioni. Interpellata da Investigate Europe e Reporters United sulle richieste di interruzione della partecipazione israeliana ai progetti Horizon, la Commissione ha risposto che ogni richiesta di questo tipo viene valutata “caso per caso”. Un portavoce ha precisato che «nell’attuazione dei progetti, tutti i beneficiari devono garantire che tutte le attività siano conformi… ai principi etici e al diritto nazionale, dell’Unione e internazionale pertinente» — una formulazione che rinvia la responsabilità della conformità etica ai singoli beneficiari (le università) piuttosto che a un controllo centralizzato della Commissione stessa. Il punto più significativo riguarda però l’ammissione sul dual use. La Commissione ha dichiarato che, «nonostante quanto sopra… non si può escludere che i risultati possano essere ulteriormente sviluppati in tecnologie con applicazione dual use». Una dichiarazione che si affianca a quella, ancora più esplicita, resa a ottobre 2025 dalla commissaria alla Ricerca Ekaterina Zaharieva, secondo cui i risultati dei progetti finanziati «potrebbero essere trasformati in tecnologie con un potenziale di doppio uso (civile e militare)» — pur ribadendo che, fino al 2027, le attività di ricerca e innovazione finanziate da Horizon Europe devono restare orientate ad applicazioni esclusivamente civili. Questa duplice posizione — vincolo formale all’uso civile, ma riconoscimento esplicito del rischio di riconversione dual use — è al centro di uno dei quesiti dell’interrogazione di Ascari, che chiede al Governo di intervenire in sede europea «affinché sia verificato che finanziamenti destinati alla ricerca civile non possano contribuire, direttamente o indirettamente, allo sviluppo di tecnologie destinate a impieghi militari». A rendere il quadro più concreto sono i numeri emersi dall’analisi di Investigate Europe e Reporters United sul database Horizon: a maggio 2026, su 19.203 progetti Horizon firmati, 793 vedevano la partecipazione di almeno un ente israeliano (circa uno su 24). Di questi, l’80% coinvolge soggetti israeliani con legami diretti al settore della difesa o a organismi statali come il Ministero della Difesa israeliano. Sono inoltre censiti 12 progetti che coinvolgono direttamente enti statali o pubblici israeliani, con la partecipazione di 128 istituzioni europee. Va segnalata anche la posizione della VERA (Association of Israeli University Heads), che rappresenta le nove principali università israeliane: interpellata sul tema, ha respinto le critiche affermando che la partecipazione israeliana a Horizon Europe «si fonda sull’eccellenza scientifica ed è rigorosamente disciplinata dai meccanismi di conformità civile ed etica supervisionati dalla Commissione Europea», e che «escludere partner di ricerca o boicottare scienziati sulla base della loro origine nazionale costituisce una violazione diretta della libertà accademica e delle norme antidiscriminazione europee». Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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“La Conoscenza Non Marcia”. Il 28 si parte con la petizione in tutte le piazze
Il 28 settembre nelle piazze in tutta Italia comincerà la raccolta firme per la petizione popolare “La Conoscenza Non Marcia”. A promuoverla è la rete “La conoscenza non marcia”, una campagna di scopo contro la militarizzazione del mondo della formazione, che negli ultimi mesi ha riscosso non poco successo in […] L'articolo “La Conoscenza Non Marcia”. Il 28 si parte con la petizione in tutte le piazze su Contropiano.
September 22, 2026
Contropiano
Il dual use è morto… Lunga vita al dual use!
Come le governance degli Atenei si pongono rispetto alla ricerca bellica nel delicato equilibrio fra libertà accademica, etica e compliance Ai tempi della monarchia francese, alla morte di un sovrano, si usava dire: “Il Re è morto! Lunga vita al Re!”, indicando così la continuità nell’avvicendamento. E forse quella locuzione potrebbe essere utilizzata anche nel peculiare caso del dual use, cioè quell’ambito che riguarda prodotti, beni e tecnologie che possono avere sia un uso civile che un uso militare. Nel periodo fra il 2024 e il 2025 sembrava quasi che in maniera più o meno diffusa, negli Atenei statali del nostro Paese, si fosse disposti a mettere una croce sopra agli accordi dual use, almeno in linea di principio. Dopo la stagione delle acampadas per Gaza e le proteste studentesche sembrava che almeno su questo punto si potesse trovare la quadra, d’accordo con le governance degli Atenei o almeno in qualche delibera del Senato Accademico. In realtà, ci si è accorti poi che in più di un caso si trattava solo di dichiarazioni d’intenti con scarse applicazioni nella pratica o che magari si poneva fine a un accordo quadro siglato a livello di amministrazione centrale e poi magari le collaborazioni continuavano a livello di singoli dipartimenti. L’Università di Pisa aveva addirittura modificato lo statuto dell’Ateneo per ribadire il NO al dual use. L’Università di Bologna aveva inserito nel merito un punto specifico nel Codice etico e tanti Atenei avevano messo uno stop agli accordi più evidenti, ad esempio quelli con Leonardo, Thales e Rheinmetall. E invece no! Questo apparente giro di vite ha avuto vita breve, perché nel frattempo la Commissione Europea si era lanciata in un triplo salto carpiato accogliendo un parere di un comitato di esperti chiamati ad esprimersi su come trattare il dual use nell’ambito della ricerca, soprattutto in vista del Piano Strategico Horizon Europe 2025-2027. Ebbene, tali esperti avevano praticamente sdoganato il dual use nel principale programma di ricerca europeo con una sorta di “tana libera tutti”, sostenendo che l’innovazione procede in modo così veloce da rendere indistinguibile i confini fra ciò che è per uso civile e ciò che è per uso militare. E quindi, contrariamente agli anni precedenti, si è concessa un’apertura per la prima volta anche ai progetti dual use dentro Horizon, il principale programma di ricerca in Europa. Insomma, nel 2025 dall’UE alle università del continente europeo si è proclamato a gran voce: “Il dual use è morto! Lunga vita al dual use!“ E nel 2026 questo input è stato trasmesso a cascata lungo tutta la filiera della ricerca accademica e quella degli Enti pubblici di ricerca, che non volevano di certo mancare un simile appuntamento coi finanziamenti europei nella ricerca. Prima però di affrontare lo stato dell’arte del dual use negli Atenei italiani, è importante e opportuno sottolineare come esistano diversi piani sui quali questo tema può essere affrontato e quindi risulta fondamentale comprendere su quale di questi piani avviene l’interazione di volta in volta, per evitare di cadere in trappole interpretative. 1) approccio etico: si può adottare un piano più ampio e onnicomprensivo nel quale per dual use si intendono tutte quelle attività che possono potenzialmente essere utilizzate, oltre che per finalità civili, anche per finalità militari di qualsiasi tipo, non solo prodotti, beni e tecnologie, ma anche attività a carattere strategico o propagandistico. Si privilegia quindi un’interpretazione estensiva delle implicazioni allargando il campo di applicazione a tutto ciò che è in qualche modo riconducibile al sistema della guerra ed al complesso militare industriale: da una parte si amplia quindi l’ambito disciplinare (non solo STEM) e dall’altra si estende la casistica delle ricadute che alcuni accordi possono comportare in relazione al più generale sistema della guerra, incluse quelle situazioni nelle quali la cooperazione accademica rischia di legittimare il Paese dei partner e quindi esserne complice in relazione a conflitti e occupazione illegale di territori, fuori dalle regole del diritto internazionale. É ad esempio il caso del boicottaggio accademico e culturale contro Israele per le sue gravissime responsabilità nel genocidio ancora in corso a Gaza e per l’occupazione in Cisgiordania. I principi etici alla base sono fondamentalmente quello di non nuocere direttamente o anche indirettamente a singoli individui o collettività, ma anche quello di avere cura dei diritti delle generazioni presenti e future rispetto ai possibili impieghi e sviluppi in prospettiva che potrebbero minacciare anche in futuro gruppi e popolazioni anche di altri Paesi, al di là delle intenzioni delle finalità progettate in origine. Pertanto, oltre agli sviluppi materiali e fisici connessi agli armamenti, si includono anche quelle attività che possono essere utilizzate impropriamente e in modo malevolo da terzi e che possono essere manipolate ad arte per raggiungere fini strategico militari, anche solo di pura legittimazione di un attore militare o di propaganda bellica. Di conseguenza, in tale accezione risultano sensibili non solo le collaborazioni con l’industria bellica, ma anche quelle con le Forze Armate, con la NATO e con gli enti e le istituzioni di Paesi che perpetrano una sistematica violazione dei diritti umani, che sono incriminati per genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e apartheid: in tale ottica, anche un semplice accordo di mobilità con un Ateneo che ha sede legale, che tanto legale non è, in territori occupati o un progetto di ricerca sulla gestione del suolo e dell’acqua può avere risvolti etici in termini di complicità e ricadute in termini di legittimazione e consolidamento dell’occupazione militare di territori fuori dalle regole ONU. In un’accezione più ampia, si potrebbero così includere, oltre alla ricerca, anche le attività di didattica, orientamento e Terza missione. Tale approccio etico è quello adottato nelle proteste studentesche e soprattutto negli orientamenti di chi porta avanti il boicottaggio accademico nelle Università (vedi la PACBI). 2) approccio tecnologico: stringendo il cerchio, si può adottare una definizione più meramente tecnica e concentrata nell’ambito della ricerca, che però pone l’accento anche sulla potenzialità dell’utilizzo dei risultati dei progetti, e in tal caso si considerano dual use tutti quei beni, prodotti e tecnologie che, pur avendo finalità civili possono implicare sviluppi possibili anche in ambito militare o essere utilizzate in modo improprio rispetto alle finalità previste in origine. Tale approccio è quello di una parte della componente dei docenti e dei ricercatori, che intende limitare il tema del dual use quasi esclusivamente alle “scienze dure”, che sono più soggette ai vincoli connessi alla produzione di armamenti o prodotti dual use e a controlli sulle esportazioni, ignorando quasi tutte le implicazioni immateriali e cognitive; 3) approccio normativo: il nucleo più ristretto del dual use fa riferimento ad una terza definizione di carattere più normativo e segue un approccio più restrittivo, arrivando a considerare dual use solo ed esclusivamente quei casi definiti come tali dal relativo Regolamento europeo sull’esportazione di armamenti, oltre che dalla normativa nazionale, per cui ci si limita soltanto alle esportazioni di materiali e risultati della ricerca non inclusi negli elenchi dei prodotti vietati, salvo eventuali licenze o autorizzazioni. Ed è proprio quest’ultima definizione, cioè il semplice limitarsi a rispettare i vincoli normativi alla lettera, a rappresentare l’orizzonte verso il quale le governance di alcuni grandi Atenei si stanno orientando rispetto al tema del dual use. Per comprendere quale sia l’orientamento attuale è possibile osservare cosa succede in uno degli Atenei nei quali il dibattito interno sul tema è stato più vivace negli ultimi anni: l’Università di Bologna, che fra l’altro ha di recente dichiarato, in occasione di un intervento formativo interno sul dual use, che diversi altri grandi Atenei coi quali si sono confrontati, sono allineati sulla stessa posizione. Ma quale sarebbe questa posizione? La posizione è quella che UNIBO ha deciso di abbracciare un approccio restrittivo rispetto alla nozione di dual use (che diventa l’eccezione e non la regola) nell’applicazione della normativa europea, nella fattispecie il Regolamento UE n. 821 del 2001, cioè in sintesi guardare i contenuti degli elenchi di prodotti, beni e tecnologie riportate negli Allegati 1 e 4 del Regolamento, addirittura con un orientamento ancor più minimalista seguendo la Raccomandazione 2001/1700 (quest’ultima attraverso la sua funzione interpretativa restringe ancor di più il campo di applicazione dei vincoli sul dual use). […] Il problema è sistemico, per cui per quanto possa essere preziosa la lotta in ogni singolo Ateneo, che dovrà in ogni caso essere portata avanti, siamo arrivati al punto in cui è sempre più urgente puntare ad una soluzione che sia altrettanto sistemica per affrontare in modo più compiuto ed omogeneo il tema delle collaborazioni sensibili su tutto il territorio nazionale. E come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo intravisto questa possibilità nella campagna LA CONOSCENZA NON MARCIA, che lo scorso 18 luglio ha lanciato pubblicamente a Paestum, insieme alle tante altre realtà che hanno aderito, l’idea di una petizione popolare (ex art. 50 della Costituzione) per stimolare sul tema il Parlamento attraverso i lavori legislativi delle Commissioni competenti. Nelle prossime settimane vi terremo aggiornate/i e pubblicheremo sul sito il link alla piattaforma ufficiale sulla quale si raccoglieranno le firme online. In questa lotta, non si può contare sulla UE, che ha sdoganato per prima il dual use, non si può contare sul Governo, che sta cercando di allentare i vincoli sulle esportazioni di armi previsti dalla Legge 185 del 1990 e tende a legittimare il ricorso alla ricerca universitaria sull’uso duale, attraverso Linee guida nazionali per gli Atenei, come annunciato dalla Ministra Bernini, che propone anche di ribattezzare “common use”  le collaborazioni nella ricerca fra Università e Difesa. In un’epoca nella quale domina la guerra ibrida e le sorti dei conflitti si determinano anche sul piano cognitivo, sarebbe un errore di miopia madornale ignorare tutte quelle dinamiche di collaborazione che sono formalmente fuori dal dual use in senso stretto, ma che hanno profonde implicazioni sulla costruzione dei conflitti e sulla loro estensione nella società: dalla legittimazione più o meno implicita di sistemi militari e strategici alla classica propaganda militarista più o meno diretta o addirittura all’israelizzazione dei luoghi di istruzione e di ricerca. E quindi anche un corso di laurea in filosofia (Bologna docet nel caso dell’Accademia militare di Modena) può avere implicazioni dual use, così come un accordo di mobilità con università che hanno sede legale in territori occupati in Palestina, tramite il quale magari soldati e i riservisti israeliani dell’IDF vengono a studiare nelle aule universitarie italiane seduti con naturalezza accanto agli altri studenti dopo aver fatto la spola fra il genocidio e gli impegni accademici.       Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
July 25, 2026
Pressenza
Il dual use è morto… Lunga vita al dual use!
COME LE GOVERNANCE DEGLI ATENEI SI PONGONO RISPETTO ALLA RICERCA BELLICA NEL DELICATO EQUILIBRIO FRA LIBERTÀ ACCADEMICA, ETICA E COMPLIANCE Ai tempi della monarchia francese, alla morte di un sovrano, si usava dire: “Il Re è morto! Lunga vita al Re!”, indicando così la continuità nell’avvicendamento. E forse quella locuzione potrebbe essere utilizzata anche nel peculiare caso del dual use, cioè quell’ambito che riguarda prodotti, beni e tecnologie che possono avere sia un uso civile che un uso militare. NEL PERIODO FRA IL 2024 E IL 2025 SEMBRAVA QUASI CHE IN MANIERA PIÙ O MENO DIFFUSA, NEGLI ATENEI STATALI DEL NOSTRO PAESE, SI FOSSE DISPOSTI A METTERE UNA CROCE SOPRA AGLI ACCORDI DUAL USE, ALMENO IN LINEA DI PRINCIPIO. Dopo la stagione delle acampadas per Gaza e le proteste studentesche sembrava che almeno su questo punto si potesse trovare la quadra, d’accordo con le governance degli Atenei o almeno in qualche delibera del Senato Accademico. In realtà, ci si è accorti poi che in più di un caso si trattava solo di dichiarazioni d’intenti con scarse applicazioni nella pratica o che magari si poneva fine a un accordo quadro siglato a livello di amministrazione centrale e poi magari le collaborazioni continuavano a livello di singoli dipartimenti. L’Università di Pisa aveva addirittura modificato lo statuto dell’Ateneo per ribadire il NO al dual use. L’Università di Bologna aveva inserito nel merito un punto specifico nel Codice etico e tanti Atenei avevano messo uno stop agli accordi più evidenti, ad esempio quelli con Leonardo, Thales e Rheinmetall. E invece no! Questo apparente giro di vite ha avuto vita breve, perché nel frattempo la Commissione Europea si era lanciata in un triplo salto carpiato accogliendo un parere di un comitato di esperti chiamati ad esprimersi su come trattare il dual use nell’ambito della ricerca, soprattutto in vista del Piano Strategico Horizon Europe 2025-2027. Ebbene, tali esperti avevano praticamente sdoganato il dual use nel principale programma di ricerca europeo con una sorta di “tana libera tutti”, sostenendo che l’innovazione procede in modo così veloce da rendere indistinguibile i confini fra ciò che è per uso civile e ciò che è per uso militare. E quindi, contrariamente agli anni precedenti, si è concessa un’apertura per la prima volta anche ai progetti dual use dentro Horizon, il principale programma di ricerca in Europa. Insomma, nel 2025 dall’UE alle università del continente europeo si è proclamato a gran voce: “Il dual use è morto! Lunga vita al dual use!“ E nel 2026 questo input è stato trasmesso a cascata lungo tutta la filiera della ricerca accademica e quella degli Enti pubblici di ricerca, che non volevano di certo mancare un simile appuntamento coi finanziamenti europei nella ricerca. PRIMA PERÒ DI AFFRONTARE LO STATO DELL’ARTE DEL DUAL USE NEGLI ATENEI ITALIANI, È IMPORTANTE E OPPORTUNO SOTTOLINEARE COME ESISTANO DIVERSI PIANI SUI QUALI QUESTO TEMA PUÒ ESSERE AFFRONTATO E QUINDI RISULTA FONDAMENTALE COMPRENDERE SU QUALE DI QUESTI PIANI AVVIENE L’INTERAZIONE DI VOLTA IN VOLTA, PER EVITARE DI CADERE IN TRAPPOLE INTERPRETATIVE. 1) approccio etico: si può adottare un piano più ampio e onnicomprensivo nel quale per dual use si intendono tutte quelle attività che possono potenzialmente essere utilizzate, oltre che per finalità civili, anche per finalità militari di qualsiasi tipo, non solo prodotti, beni e tecnologie, ma anche attività a carattere strategico o propagandistico. Si privilegia quindi un’interpretazione estensiva delle implicazioni allargando il campo di applicazione a tutto ciò che è in qualche modo riconducibile al sistema della guerra ed al complesso militare industriale: da una parte si amplia quindi l’ambito disciplinare (non solo STEM) e dall’altra si estende la casistica delle ricadute che alcuni accordi possono comportare in relazione al più generale sistema della guerra, incluse quelle situazioni nelle quali la cooperazione accademica rischia di legittimare il Paese dei partner e quindi esserne complice in relazione a conflitti e occupazione illegale di territori, fuori dalle regole del diritto internazionale. É ad esempio il caso del boicottaggio accademico e culturale contro Israele per le sue gravissime responsabilità nel genocidio ancora in corso a Gaza e per l’occupazione in Cisgiordania. I principi etici alla base sono fondamentalmente quello di non nuocere direttamente o anche indirettamente a singoli individui o collettività, ma anche quello di avere cura dei diritti delle generazioni presenti e future rispetto ai possibili impieghi e sviluppi in prospettiva che potrebbero minacciare anche in futuro gruppi e popolazioni anche di altri Paesi, al di là delle intenzioni delle finalità progettate in origine. Pertanto, oltre agli sviluppi materiali e fisici connessi agli armamenti, si includono anche quelle attività che possono essere utilizzate impropriamente e in modo malevolo da terzi e che possono essere manipolate ad arte per raggiungere fini strategico militari, anche solo di pura legittimazione di un attore militare o di propaganda bellica. Di conseguenza, in tale accezione risultano sensibili non solo le collaborazioni con l’industria bellica, ma anche quelle con le Forze Armate, con la NATO e con gli enti e le istituzioni di Paesi che perpetrano una sistematica violazione dei diritti umani, che sono incriminati per genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e apartheid: in tale ottica, anche un semplice accordo di mobilità con un Ateneo che ha sede legale, che tanto legale non è, in territori occupati o un progetto di ricerca sulla gestione del suolo e dell’acqua può avere risvolti etici in termini di complicità e ricadute in termini di legittimazione e consolidamento dell’occupazione militare di territori fuori dalle regole ONU. In un’accezione più ampia, si potrebbero così includere, oltre alla ricerca, anche le attività di didattica, orientamento e Terza missione. Tale approccio etico è quello adottato nelle proteste studentesche e soprattutto negli orientamenti di chi porta avanti il boicottaggio accademico nelle Università (vedi la PACBI). 2) approccio tecnologico: stringendo il cerchio, si può adottare una definizione più meramente tecnica e concentrata nell’ambito della ricerca, che però pone l’accento anche sulla potenzialità dell’utilizzo dei risultati dei progetti, e in tal caso si considerano dual use tutti quei beni, prodotti e tecnologie che, pur avendo finalità civili possono implicare sviluppi possibili anche in ambito militare o essere utilizzate in modo improprio rispetto alle finalità previste in origine. Tale approccio è quello di una parte della componente dei docenti e dei ricercatori, che intende limitare il tema del dual use quasi esclusivamente alle “scienze dure”, che sono più soggette ai vincoli connessi alla produzione di armamenti o prodotti dual use e a controlli sulle esportazioni, ignorando quasi tutte le implicazioni immateriali e cognitive; 3) approccio normativo: il nucleo più ristretto del dual use fa riferimento ad una terza definizione di carattere più normativo e segue un approccio più restrittivo, arrivando a considerare dual use solo ed esclusivamente quei casi definiti come tali dal relativo Regolamento europeo sull’esportazione di armamenti, oltre che dalla normativa nazionale, per cui ci si limita soltanto alle esportazioni di materiali e risultati della ricerca non inclusi negli elenchi dei prodotti vietati, salvo eventuali licenze o autorizzazioni. Ed è proprio quest’ultima definizione, cioè il semplice limitarsi a rispettare i vincoli normativi alla lettera, a rappresentare l’orizzonte verso il quale le governance di alcuni grandi Atenei si stanno orientando rispetto al tema del dual use. PER COMPRENDERE QUALE SIA L’ORIENTAMENTO ATTUALE È POSSIBILE OSSERVARE COSA SUCCEDE IN UNO DEGLI ATENEI NEI QUALI IL DIBATTITO INTERNO SUL TEMA È STATO PIÙ VIVACE NEGLI ULTIMI ANNI: L’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA, CHE FRA L’ALTRO HA DI RECENTE DICHIARATO, IN OCCASIONE DI UN INTERVENTO FORMATIVO INTERNO SUL DUAL USE, CHE DIVERSI ALTRI GRANDI ATENEI COI QUALI SI SONO CONFRONTATI, SONO ALLINEATI SULLA STESSA POSIZIONE. MA QUALE SAREBBE QUESTA POSIZIONE? La posizione è quella che UNIBO ha deciso di abbracciare un approccio restrittivo rispetto alla nozione di dual use (che diventa l’eccezione e non la regola) nell’applicazione della normativa europea, nella fattispecie il Regolamento UE n. 821 del 2001, cioè in sintesi guardare i contenuti degli elenchi di prodotti, beni e tecnologie riportate negli Allegati 1 e 4 del Regolamento, addirittura con un orientamento ancor più minimalista seguendo la Raccomandazione 2001/1700 (quest’ultima attraverso la sua funzione interpretativa restringe ancor di più il campo di applicazione dei vincoli sul dual use). Di recente, seguendo le indicazioni contenute nella Raccomandazione del Consiglio UE del 2024, che sollecita gli organismi di ricerca a strutturare presidi interni per prevenire violazioni, UNIBO ha istituito un gruppo denominato DUSE per il monitoraggio interno sul dual use e ha predisposto delle Linee guida interne per la sicurezza della ricerca, che rappresentano i due strumenti di due diligence d’Ateneo, cioè per l’istruttoria accurata e il self-assessment da condurre rispetto alle collaborazioni con i partner internazionali sulla ricerca. Esiste poi un altro terminale per l’autovalutazione dei rischi e per la due diligence, che è invece individuale ed è rappresentato dalla figura del ricercatore, una figura cruciale nell’individuazione dei rischi potenziali legati all’uso duale e su cui quindi grava una forte responsabilità, spesso anche a fronte di contratti precari di ricerca, che agiscono come strumento di ricatto che limita ulteriormente l’imparzialità nel giudizio e la libertà di decisione. Un compito gravoso quello dei ricercatori nel dover seguire tutte le previsioni di legge, il Regolamento europeo, le linee guida interne, quelle nazionali e il Regolamento d’Ateneo per l’integrità della ricerca. Ma l’Ateneo di Bologna li ha di recente rassicurati in occasione della formazione interna, garantendo supporto attraverso il personale degli uffici preposti e tramite appunto il gruppo DUSE, individuato appositamente dalla governance fra componenti del personale docente e del personale tecnico amministrativo. Le raccomandazioni si sono indirizzate ripetutamente nel restringere il più possibile le fattispecie ed il campo di applicazione. E sui casi in cui risulterà essere presente un reale vincolo sull’uso duale, si invierà richiesta di licenza o autorizzazione all’UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento), l’unità preposta presso il MAECI per vigilare su tale ambito. Insomma, alla fine l’ultima parola in funzione di garanzia del sistema spetterà – ahinoi – addirittura a chi opera sotto quello stesso Ministro [ndr: Tajani] che dichiarava che «il diritto internazionale vale fino ad un certo punto». Pertanto, dopo anni di proteste, di inviti accorati alla riflessione sulle conseguenze dell’attività accademica e sulla necessità di investire nell’integrità della ricerca, l’elefante accademico ha partorito il topolino: l’unico impegno dei grandi Atenei è quello di limitarsi a rispettare alla lettera i vincoli della normativa dual use, senza ampliare il campo di applicazione ad ambiti sensibili che qualsiasi riflessione etica potrebbe suggerire, se non altro per autotutelarsi nei confronti di eventuali complicità e difendere l’immagine dell’Ateneo dall’essere associato a certe realtà. Uno dei grandi equivoci nel voler controbilanciare le minacce del dual use è spesso quello di appellarsi al principio della libertà accademica, che però è un diritto individuale del singolo docente o ricercatore e non può essere accampato come pretesto e rivendicato dalla governance di un Ateneo, perché non è esigibile in quella veste. Il singolo invece può esercitarlo individualmente, quindi senza coinvolgere le responsabilità, le risorse e gli impegni dell’Ateneo, pur nella consapevolezza dei limiti normativi del dual use. INSOMMA, IL SUCCO È CHE L’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA E GLI ALTRI ATENEI MAGGIORI PIÙ IMPLICATI NELLA RICERCA BELLICA NON FARANNO NULLA DI PIÙ DI CIÒ CHE È STRETTAMENTE PREVISTO DALLA LEGGE E, ANZI, LADDOVE POSSIBILE CERCHERANNO L’INTERPRETAZIONE PIÙ RISTRETTA POSSIBILE PER AMPLIARE IL PIÙ POSSIBILE IL LORO MARGINE DI MANOVRA. Ci chiediamo quindi quale sia il merito in termini di slancio etico nel fare ciò che è previsto dalla legge, visto che rispettare la lettera delle norme in materia è obbligatorio. Da qui deriva la pratica inutilità di basare la lotta sugli accordi sensibili soltanto sul tema del dual use, in quanto sarebbe come chiedere alle governance degli Atenei di impegnarsi a rispettare la legge e su questo non potranno che dire sì. Ci aspettavamo dal mondo accademico una riflessione più profonda sul tema ed uno slancio etico più esteso che considerasse maggiormente le implicazioni e le esigenze espresse dalle proteste studentesche, dai ricercatori precari e da quelle componenti nelle comunità accademiche che hanno in questi anni contribuito a portare nell’arena universitaria la complessità degli aspetti sensibili nelle collaborazioni degli Atenei con il complesso militare-industriale. Emblematico un episodio verificatosi in occasione di un recente intervento di formazione interna sul dual use a docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo di UNIBO: nello spazio delle domande che seguiva la presentazione nella sessione dedicata alla prospettiva etica sull’uso duale, a fronte di un’interpretazione piuttosto estensiva del dual use da parte della Prof.ssa Mattoni contro la violazione di diritti umani di popoli e collettività, un discente ha chiesto alla docente se tali violazioni sono da considerare tali anche in caso di rischio ambientale. A quel punto la docente, dopo aver ribadito che in linea teorica ricadrebbero in quella sfera etica da tutelare, ha però preferito lasciare la parola per l’interpretazione pratica al collega giurista Prof. Casolari che, nell’ottica restrittiva adottata da UNIBO, ha escluso che tale esempio possa ricadere nella casistica del dual use, a meno che non si utilizzino espressamente le specifiche e i prodotti contenuti negli allegati al Regolamento europeo. In definitiva, l’etica abdica al suo ruolo davanti alle esigenze e ai tecnicismi della compliance normativa finalizzata agli interessi della governance. Una scenetta alla quale si è in fondo già assistito in Ateneo, quando, dopo la delibera del Senato Accademico del 23 settembre 2025 che aveva introdotto dei paletti sulle collaborazioni con Israele, a gennaio 2026 il CdA di Unibo ha rimesso tutto in gioco facendo rientrare dalla finestra quegli accordi per evitare diffide dai partner israeliani e l’apertura di un eventuale contenzioso con risarcimento danni per aver interrotto gli accordi. Il continuo rimandare al solo Regolamento europeo contraddice fra l’altro il punto specifico che la stessa Alma Mater Studiorum Università di Bologna ha inserito nel preambolo del suo Codice etico e di comportamento, nel quale ci si impegna anche a: > «una cultura della consapevolezza e della responsabilità rispetto al tema del > duplice uso dei risultati della ricerca, al fine di individuare i relativi > rischi e minimizzare gli eventuali danni [ndr orribile formulazione], nel > rispetto della normativa nazionale, europea e internazionale». Ma della normativa nazionale non vi è traccia nelle raccomandazioni di chi rappresenta la governance, eppure l’elenco dei prodotti a uso duale presenti nell’elenco vigente in Italia risulta più ricco, dettagliato e aggiornato di quello previsto in Europa. Cosa si potrebbe fare allora nelle università per affrontare seriamente dal basso la questione delle collaborazioni sensibili? * estendere le considerazioni alla sfera etica più generale e non limitarsi solo alla ricerca né guardare il problema solo con la lente del dual use, perchè fa disperdere energie nell’inseguire ogni rivolo dell’oggetto della ricerca in ogni singolo progetto perdendo di vista il problema di fondo; * spostare lo sguardo dall’oggetto della ricerca al soggetto con cui si decide di collaborare e su cosa fa in generale quel soggetto, non solo in relazione al progetto o all’accordo con l’Ateneo; * attivare negli Atenei strumenti di monitoraggio dal basso, quali comitati, ma non lasciare che vengano nominati dalla governance, in base al principio che a controllare non sia chi deve essere controllato, come invece accade nei gruppi di monitoraggio che stanno nascendo in alcune università, e renderli efficaci nella loro azione garantendo l’accesso agli atti necessari da visionare e valutare; * pubblicare ed aggiornare periodicamente l’elenco delle collaborazioni considerate sensibili per “sanzionare” le amministrazioni degli Atenei inadempienti e “mettere all’indice” chi collabora o è complice delle guerre; * garantire a tutti i componenti delle comunità accademiche l’opzione dell’obiezione di coscienza di fronte a tutte le attività che direttamente o indirettamente implicano un contributo al sistema bellico o al complesso militare industriale; * adottare soluzioni sistemiche che siano valide in tutti gli Atenei tentando di raggiungere obiettivi di carattere normativo che regolino la questione delle collaborazioni sensibili nelle università e nella ricerca. APPURATO CHE NON ESISTE LA VOLONTÀ POLITICA DI PORRE UN FRENO ALLA RICERCA BELLICA E CHE UE E GOVERNO PROCEDONO AL RIARMO, TRASCINANDOSI DIETRO IL MONDO ACCADEMICO, E NON INTENDONO NEANCHE SOSPENDERE AD ESEMPIO GLI ACCORDI DI COOPERAZIONE CON ISRAELE, VORRÀ DIRE CHE NE PRENDEREMO ATTO E RIPARTIREMO DA QUI PER UNA NUOVA STAGIONE DI LOTTA, NON CONSIDERANDO PIÙ INTERLOCUTORI PRIVILEGIATI ED AFFIDABILI QUEI CANALI ISTITUZIONALI COME LA UE, IL GOVERNO, LE GOVERNANCE DI ALCUNI ATENEI, LA CRUI… … (che ha siglato un patto con Confindustria sul trasferimento tecnologico della ricerca, presumibilmente anche bellica), che hanno scelto scientemente di restare sordi e miopi davanti alla realtà, ma cercando altre strade dal basso e dal cuore pulsante di chi studia, lavora e vive nella realtà accademica per affermare le nostre ragioni, che urlano soltanto un forte e chiaro: “FUORI LA GUERRA DALL’UNIVERSITÀ!“ Inutile esprimere quanto sia sconfortante il vedere luoghi del sapere indipendenti, come dovrebbero essere le università, appiattiti sulle esigenze belliche e ridursi a zerbino al servizio di quello che Michele Lancione ha ribattezzato come “Complesso militare – industriale – accademico”. Gli Atenei in ginocchio davanti ai diktat della Ministra Bernini per assecondare le esigenze della Difesa, come lei stessa di recente ha ribadito durante una visita a Space Industries a Settimo Torinese davanti ai rettori degli Atenei di Torino (vedi qui). Il problema è sistemico, per cui per quanto possa essere preziosa la lotta in ogni singolo Ateneo, che dovrà in ogni caso essere portata avanti, siamo arrivati al punto in cui è sempre più urgente puntare ad una soluzione che sia altrettanto sistemica per affrontare in modo più compiuto ed omogeneo il tema delle collaborazioni sensibili su tutto il territorio nazionale. E come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo intravisto questa possibilità nella campagna LA CONOSCENZA NON MARCIA, che lo scorso 18 luglio ha lanciato pubblicamente a Paestum, insieme alle tante altre realtà che hanno aderito, l’idea di una petizione popolare (ex art. 50 della Costituzione) per stimolare sul tema il Parlamento attraverso i lavori legislativi delle Commissioni competenti. Nelle prossime settimane vi terremo aggiornate/i e pubblicheremo sul sito il link alla piattaforma ufficiale sulla quale si raccoglieranno le firme online. In questa lotta, non si può contare sulla UE, che ha sdoganato per prima il dual use, non si può contare sul Governo, che sta cercando di allentare i vincoli sulle esportazioni di armi previsti dalla Legge 185 del 1990 e tende a legittimare il ricorso alla ricerca universitaria sull’uso duale, attraverso Linee guida nazionali per gli Atenei, come annunciato dalla Ministra Bernini, che propone anche di ribattezzare “common use”  le collaborazioni nella ricerca fra Università e Difesa. In un’epoca nella quale domina la guerra ibrida e le sorti dei conflitti si determinano anche sul piano cognitivo, sarebbe un errore di miopia madornale ignorare tutte quelle dinamiche di collaborazione che sono formalmente fuori dal dual use in senso stretto, ma che hanno profonde implicazioni sulla costruzione dei conflitti e sulla loro estensione nella società: dalla legittimazione più o meno implicita di sistemi militari e strategici alla classica propaganda militarista più o meno diretta o addirittura all’israelizzazione dei luoghi di istruzione e di ricerca. E quindi anche un corso di laurea in filosofia (Bologna docet nel caso dell’Accademia militare di Modena) può avere implicazioni dual use, così come un accordo di mobilità con università che hanno sede legale in territori occupati in Palestina, tramite il quale magari soldati e i riservisti israeliani dell’IDF vengono a studiare nelle aule universitarie italiane seduti con naturalezza accanto agli altri studenti dopo aver fatto la spola fra il genocidio e gli impegni accademici. Gruppo Università, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Contropiano