Dal Tarajal a Cutro: le frontiere che uccidono

Progetto Melting Pot Europa - Tuesday, February 24, 2026


ALESSIA ALBANO E FRANCESCA FUSARO, NO NAME KITCHEN

Ogni anno, sulla spiaggia del Tarajal a Ceuta (Spagna), si svolge una marcia che è molto più di una commemorazione.

Qui, il 6 febbraio 2014, decine di persone morirono tentando di attraversare a nuoto il confine tra Marocco e Unione Europea verso l’enclave spagnola. La Guardia Civil spagnola rispose con gas lacrimogeni e proiettili di gomma; alcuni corpi non furono mai recuperati. Quel tratto di mare, pur largo poche decine di metri, rimane un simbolo della violenza delle frontiere.

«Tarajal, nunca más. El racismo mata, la memoria resiste» (Il razzismo uccide, la memoria resiste) è stato il tema della XIII Marcha che si svolge ogni anno per ricordare una delle stragi più crudeli mai avvenute.

Quest’anno, a causa delle condizioni meteorologiche avverse, la tradizionale manifestazione sulla spiaggia del Tarajal non si è svolta. Il programma è stato rimodulato in una forma più raccolta: una tavola rotonda di confronto pubblico e un incontro in moschea hanno sostituito il corteo lungo il confine. Un cambiamento forzato, che non ha però indebolito il senso politico dell’iniziativa.

L’assenza della manifestazione fisica sulla spiaggia ha reso ancora più evidente quanto il Tarajal non sia solo un luogo simbolico da attraversare una volta all’anno, ma una ferita aperta che parla al presente.

Nelle parole condivise durante gli incontri è emersa con forza la continuità tra il 6 febbraio 2014 e l’oggi: le persone che ancora tentano di superare quella frontiera, i respingimenti, le violenze, le sparizioni che si consumano lontano dai riflettori.

La connessione tra la giornata di Ceuta e le iniziative parallele in Marocco e in tante altre città evidenzia un altro aspetto importante: le politiche migratorie europee non si fermano alla linea del confine.

Si estendono ben oltre, fino ai luoghi in cui le partenze vengono intercettate, gestite o bloccate dalle autorità locali in collaborazione con l’Unione Europea. E si estendono fino dentro al cuore dell’Unione Europea. Questo contesto di controllo esteso produce violenze quotidiane che raramente compaiono nei grandi titoli dei media.

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Ricordare il Tarajal significa inevitabilmente guardare all’intero Mediterraneo come teatro di morti e sparizioni sistematiche. La stessa logica di violenza che ha prodotto le vittime di Ceuta continua in altre rotte: quella atlantica verso le Canarie, l’Egeo orientale, il Mediterraneo centrale.

Come denunciato anche negli appelli di inizio anno, si profila un altro anno segnato da morti in mare se non cambiano le politiche.

Le tragiche immagini di Cutro, dove nel febbraio 2023 1 decine di persone persero la vita in un naufragio vicino alle coste calabresi, restano un monito doloroso 2. Quelle bare allineate negli spazi del palazzetto dello sport hanno scosso l’opinione pubblica italiana e internazionale.

Notizie/Confini e frontiere

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Ma il rischio è che questa indignazione si dissolva con il tempo, proprio come succede per altri drammi meno visibili.

Negli ultimi mesi, nuove stragi si sono registrate ancora al largo della Libia: almeno 53 persone morte, tra cui neonati, in un altro naufragio che evidenzia quanto pericolose siano le rotte, anche quando manca un sistema di ricerca e soccorso efficace e coordinato.

Perché ricordare fa parte dell’oggi

La memoria non è un rito vacuo: è uno strumento politico. La Marcha por la Dignidad (nome ufficiale della marcia a Ceuta anche se a volte erroneamente ci si riferisce ad essa come Marcha del Tarajal) non si limita a commemorare il 6 febbraio 2014, ma lo collega all’attualità delle frontiere europee che continuano a uccidere e far sparire persone in movimento. Richiamare quei nomi è un modo per rifiutare la normalizzazione delle morti in frontiera.

Nell’ambito delle frontiere iberiche, anche il 2026 è già stato segnato da respingimenti e violenze in frontiera, e da numerose morti: a Ceuta hanno già perso la vita 36 minori e adolescenti nell’intento di entrare nuotando nel mare.

Inoltre, le espulsioni collettive dalla Spagna verso il Marocco, spesso operate in piena notte e senza garanzie procedurali, sollevano preoccupazioni sulle violazioni delle norme internazionali.

Rapporti e dossier/Confini e frontiere

 «Resistere ad un altro anno di massacro nel Mediterraneo» 

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La situazione oggi a Ceuta

La doppia barriera metallica che separa Ceuta dal Marocco è sempre più alta, sempre più sorvegliata. Telecamere, sensori, pattugliamenti congiunti rafforzano un confine che non è naturale, ma costruito.

Le persone intercettate prima di raggiungere la barriera subiscono spesso violenze e abusi da parte della polizia marocchina e poi messi in grandi autobus che li abbandonano nel sud del Marocco o nel deserto del Sahara.

Chi invece riesce a raggiungere il suolo spagnolo rischia sempre di essere respinto con procedure sommarie che spesso ignorano il diritto di chiedere protezione internazionale.

I minori stranieri non accompagnati presenti nell’enclave vivono in uno stato di precarietà strutturale: in molti casi senza accesso adeguato a istruzione, alloggi decenti o assistenza legale.

Tutti i centri di prima accoglienza, tanto per adulti che per minori, sono sovraffollati con centri, con picchi del 300% dello spazio consentito.

PH: Greta Cassanelli/NO NAME KITCHEN
Il lavoro di una NNK A CEUTA: 24/7 in frontiera

Come NNK siamo arrivate ufficialmente a Ceuta nel febbraio 2021, un anno dopo la chiusura della frontiera tra Ceuta e Marocco. Dopo un’analisi iniziale dei bisogni, l’entrata massiva di persone nel maggio 2021 ha reso evidente la necessità di una presenza stabile a lungo termine.

Ceuta, insieme a Melilla, rappresenta l’unica frontiera terrestre tra Africa ed Europa ed è un punto chiave nella gestione dei flussi migratori. In questo contesto, come NNK osserviamo da anni numerose forme di violenza contro le persone migranti – fisica, psicologica e amministrativa – che continuiamo a denunciare pubblicamente 3.

Molte persone, inclusi minori, rischiano la vita per lasciare Ceuta con la pratica del “risky”, nascondendosi sotto i camion diretti ai traghetti o tentando la traversata in barca.

Il lavoro in frontiera è mutevole e ciò che accade a Ceuta spesso rimane invisibile. Per questo cerchiamo di creare spazi sicuri, offriamo assistenza umanitaria e supporto legale, raccogliamo testimonianze e documentiamo le violazioni dei diritti umani. Molte persone migranti, soprattutto minori, vivono in strada.

Alcune non vogliono entrare nei centri di accoglienza per mancanza di fiducia nelle autorità, per le condizioni disastrose di questi centri e per gli abusi subiti da parte del personale; altri desiderano raggiungere rapidamente la Penisola per lavorare o riunirsi alla famiglia.

A Ceuta il team NNK opera per accompagnare le persone, coprire i bisogni di base nei limiti delle proprie possibilità e denunciare le violazioni in atto. Inoltre, a Ceuta, grazie alla presenza costante di un team legale, lottiamo anche con dei litigi strategici: lavorare su dei casi legali specifici con l’obiettivo non solo di risolvere la singola disputa, ma di creare un precedente per ottenere un cambiamento strutturale.

Nel 2025, assieme a SJM e Coordinadora de Barrio abbiamo vinto un importante caso davanti al TSJA (Tribunal Superior de Justicia de Andalucia) con il giudice che ha dichiarato che i respingimenti in mare sono illegali.

Guardare avanti: memoria e lotta

Collegare il Tarajal alle stragi di Cutro e alle continue morti nel Mediterraneo non è un semplice esercizio narrativo. È un modo per far emergere un filo rosso: le frontiere uccidono, nonostante slogan e politiche che si presentano come “umanitarie” o “di ordine pubblico”.

Collegare tutto ciò e ribadire l’impegno quotidiano di tante e tanti singoli e Associazione e Collettivi è la maniera di portare avanti la memoria e di lottare nel quotidiano. Ogni barriera più alta, ogni pattugliamento intensificato, ogni accordo di esternalizzazione con Paesi terzi spinge le rotte verso percorsi più lunghi, più pericolosi, più mortali.

I momenti di ricordo – come la Marcha por la Dignidad – sono fondamentali, ma non possono restare rituali senza domande politiche. Aprire canali legali e sicuri, garantire sistemi di ricerca e soccorso efficaci, denunciare i respingimenti collettivi, costruire reti di accoglienza dignitose sono scelte non solo possibili ma urgenti.

  1. Non dimenticheremo. Di ritorno da Crotone, Redazione Melting Pot (15 marzo 2023) ↩︎
  2. Cutro, ricostruite le 3 ore fatali prima della strage, Il Manifesto (18 febbraio 2026) ↩︎
  3. Si veda il progetto Burorrepression ↩︎