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Dal Tarajal a Cutro: le frontiere che uccidono
ALESSIA ALBANO E FRANCESCA FUSARO, NO NAME KITCHEN Ogni anno, sulla spiaggia del Tarajal a Ceuta (Spagna), si svolge una marcia che è molto più di una commemorazione. Qui, il 6 febbraio 2014, decine di persone morirono tentando di attraversare a nuoto il confine tra Marocco e Unione Europea verso l’enclave spagnola. La Guardia Civil spagnola rispose con gas lacrimogeni e proiettili di gomma; alcuni corpi non furono mai recuperati. Quel tratto di mare, pur largo poche decine di metri, rimane un simbolo della violenza delle frontiere. «Tarajal, nunca más. El racismo mata, la memoria resiste» (Il razzismo uccide, la memoria resiste) è stato il tema della XIII Marcha che si svolge ogni anno per ricordare una delle stragi più crudeli mai avvenute. Quest’anno, a causa delle condizioni meteorologiche avverse, la tradizionale manifestazione sulla spiaggia del Tarajal non si è svolta. Il programma è stato rimodulato in una forma più raccolta: una tavola rotonda di confronto pubblico e un incontro in moschea hanno sostituito il corteo lungo il confine. Un cambiamento forzato, che non ha però indebolito il senso politico dell’iniziativa. L’assenza della manifestazione fisica sulla spiaggia ha reso ancora più evidente quanto il Tarajal non sia solo un luogo simbolico da attraversare una volta all’anno, ma una ferita aperta che parla al presente. Nelle parole condivise durante gli incontri è emersa con forza la continuità tra il 6 febbraio 2014 e l’oggi: le persone che ancora tentano di superare quella frontiera, i respingimenti, le violenze, le sparizioni che si consumano lontano dai riflettori. La connessione tra la giornata di Ceuta e le iniziative parallele in Marocco e in tante altre città evidenzia un altro aspetto importante: le politiche migratorie europee non si fermano alla linea del confine. Si estendono ben oltre, fino ai luoghi in cui le partenze vengono intercettate, gestite o bloccate dalle autorità locali in collaborazione con l’Unione Europea. E si estendono fino dentro al cuore dell’Unione Europea. Questo contesto di controllo esteso produce violenze quotidiane che raramente compaiono nei grandi titoli dei media. Rapporti e dossier/Confini e frontiere VITE SACRIFICABILI Un rapporto di No Name Kitchen sulle violenze, l’esclusione e il regime di frontiera contro le persone in transito a Ceuta e Melilla Giovanna Vaccaro 19 Dicembre 2025 FRONTIERE CHE UCCIDONO – OLTRE IL TARAJAL Ricordare il Tarajal significa inevitabilmente guardare all’intero Mediterraneo come teatro di morti e sparizioni sistematiche. La stessa logica di violenza che ha prodotto le vittime di Ceuta continua in altre rotte: quella atlantica verso le Canarie, l’Egeo orientale, il Mediterraneo centrale. Come denunciato anche negli appelli di inizio anno, si profila un altro anno segnato da morti in mare se non cambiano le politiche. Le tragiche immagini di Cutro, dove nel febbraio 2023 1 decine di persone persero la vita in un naufragio vicino alle coste calabresi, restano un monito doloroso 2. Quelle bare allineate negli spazi del palazzetto dello sport hanno scosso l’opinione pubblica italiana e internazionale. Notizie/Confini e frontiere NAUFRAGI NEL CANALE DI SICILIA: «IDENTIFICARE I CORPI E DARE RISPOSTE ALLE FAMIGLIE» Mem.Med, ASGI, Mediterranea e Alarm Phone hanno inviato formale richiesta alle autorità italiane Redazione 21 Febbraio 2026 Ma il rischio è che questa indignazione si dissolva con il tempo, proprio come succede per altri drammi meno visibili. Negli ultimi mesi, nuove stragi si sono registrate ancora al largo della Libia: almeno 53 persone morte, tra cui neonati, in un altro naufragio che evidenzia quanto pericolose siano le rotte, anche quando manca un sistema di ricerca e soccorso efficace e coordinato. PERCHÉ RICORDARE FA PARTE DELL’OGGI La memoria non è un rito vacuo: è uno strumento politico. La Marcha por la Dignidad (nome ufficiale della marcia a Ceuta anche se a volte erroneamente ci si riferisce ad essa come Marcha del Tarajal) non si limita a commemorare il 6 febbraio 2014, ma lo collega all’attualità delle frontiere europee che continuano a uccidere e far sparire persone in movimento. Richiamare quei nomi è un modo per rifiutare la normalizzazione delle morti in frontiera. Nell’ambito delle frontiere iberiche, anche il 2026 è già stato segnato da respingimenti e violenze in frontiera, e da numerose morti: a Ceuta hanno già perso la vita 36 minori e adolescenti nell’intento di entrare nuotando nel mare. Inoltre, le espulsioni collettive dalla Spagna verso il Marocco, spesso operate in piena notte e senza garanzie procedurali, sollevano preoccupazioni sulle violazioni delle norme internazionali. Rapporti e dossier/Confini e frontiere  «RESISTERE AD UN ALTRO ANNO DI MASSACRO NEL MEDITERRANEO»  Il rapporto sul 2025 di Memoria Mediterranea Maria Giuliana Lo Piccolo 9 Febbraio 2026 LA SITUAZIONE OGGI A CEUTA La doppia barriera metallica che separa Ceuta dal Marocco è sempre più alta, sempre più sorvegliata. Telecamere, sensori, pattugliamenti congiunti rafforzano un confine che non è naturale, ma costruito. Le persone intercettate prima di raggiungere la barriera subiscono spesso violenze e abusi da parte della polizia marocchina e poi messi in grandi autobus che li abbandonano nel sud del Marocco o nel deserto del Sahara. Chi invece riesce a raggiungere il suolo spagnolo rischia sempre di essere respinto con procedure sommarie che spesso ignorano il diritto di chiedere protezione internazionale. I minori stranieri non accompagnati presenti nell’enclave vivono in uno stato di precarietà strutturale: in molti casi senza accesso adeguato a istruzione, alloggi decenti o assistenza legale. Tutti i centri di prima accoglienza, tanto per adulti che per minori, sono sovraffollati con centri, con picchi del 300% dello spazio consentito. PH: Greta Cassanelli/NO NAME KITCHEN IL LAVORO DI UNA NNK A CEUTA: 24/7 IN FRONTIERA Come NNK siamo arrivate ufficialmente a Ceuta nel febbraio 2021, un anno dopo la chiusura della frontiera tra Ceuta e Marocco. Dopo un’analisi iniziale dei bisogni, l’entrata massiva di persone nel maggio 2021 ha reso evidente la necessità di una presenza stabile a lungo termine. Ceuta, insieme a Melilla, rappresenta l’unica frontiera terrestre tra Africa ed Europa ed è un punto chiave nella gestione dei flussi migratori. In questo contesto, come NNK osserviamo da anni numerose forme di violenza contro le persone migranti – fisica, psicologica e amministrativa – che continuiamo a denunciare pubblicamente 3. Molte persone, inclusi minori, rischiano la vita per lasciare Ceuta con la pratica del “risky”, nascondendosi sotto i camion diretti ai traghetti o tentando la traversata in barca. Il lavoro in frontiera è mutevole e ciò che accade a Ceuta spesso rimane invisibile. Per questo cerchiamo di creare spazi sicuri, offriamo assistenza umanitaria e supporto legale, raccogliamo testimonianze e documentiamo le violazioni dei diritti umani. Molte persone migranti, soprattutto minori, vivono in strada. Alcune non vogliono entrare nei centri di accoglienza per mancanza di fiducia nelle autorità, per le condizioni disastrose di questi centri e per gli abusi subiti da parte del personale; altri desiderano raggiungere rapidamente la Penisola per lavorare o riunirsi alla famiglia. A Ceuta il team NNK opera per accompagnare le persone, coprire i bisogni di base nei limiti delle proprie possibilità e denunciare le violazioni in atto. Inoltre, a Ceuta, grazie alla presenza costante di un team legale, lottiamo anche con dei litigi strategici: lavorare su dei casi legali specifici con l’obiettivo non solo di risolvere la singola disputa, ma di creare un precedente per ottenere un cambiamento strutturale. Nel 2025, assieme a SJM e Coordinadora de Barrio abbiamo vinto un importante caso davanti al TSJA (Tribunal Superior de Justicia de Andalucia) con il giudice che ha dichiarato che i respingimenti in mare sono illegali. GUARDARE AVANTI: MEMORIA E LOTTA Collegare il Tarajal alle stragi di Cutro e alle continue morti nel Mediterraneo non è un semplice esercizio narrativo. È un modo per far emergere un filo rosso: le frontiere uccidono, nonostante slogan e politiche che si presentano come “umanitarie” o “di ordine pubblico”. Collegare tutto ciò e ribadire l’impegno quotidiano di tante e tanti singoli e Associazione e Collettivi è la maniera di portare avanti la memoria e di lottare nel quotidiano. Ogni barriera più alta, ogni pattugliamento intensificato, ogni accordo di esternalizzazione con Paesi terzi spinge le rotte verso percorsi più lunghi, più pericolosi, più mortali. I momenti di ricordo – come la Marcha por la Dignidad – sono fondamentali, ma non possono restare rituali senza domande politiche. Aprire canali legali e sicuri, garantire sistemi di ricerca e soccorso efficaci, denunciare i respingimenti collettivi, costruire reti di accoglienza dignitose sono scelte non solo possibili ma urgenti. 1. Non dimenticheremo. Di ritorno da Crotone, Redazione Melting Pot (15 marzo 2023) ↩︎ 2. Cutro, ricostruite le 3 ore fatali prima della strage, Il Manifesto (18 febbraio 2026) ↩︎ 3. Si veda il progetto Burorrepression ↩︎
[Semilla] Marocco
Scaletta della puntata: - Eat the dream - Chelha (feat. ensemble of mamoud ghania and his son abdellah) - Maalem Said Damir, Gnawa Allstars - Soudani - Hassan Erraji & Arabesque - Nikriz - Chalaban - Ouyoun - Oum - Lik - Majid Bekkas - African Blues - Laïla Amezian - Muwashah - Hindi Zahra - Oursoul - Bab L'Bluz - Ila Mata - U-Cef - Maghreb - Hassan Hakmoun and Zahar - Soudan Minitara - Amarg Fusion - Aswingem  
February 11, 2026
Radio Onda Rossa
CommemorAzione alle frontiere: contro il regime di morte che uccide e fa sparire
«Il 6 febbraio è una giornata di lotta contro i poteri di morte delle frontiere e per esigere verità, giustizia e riparazione per le vittime della migrazione e le loro famiglie, per le vittime del razzismo di stato» Oujda (Marocco) – Il 7 febbraio, in occasione della Giornata mondiale 1 in solidarietà alle vittime delle frontiere e ai dispersɜ nelle rotte migratorie, si è svolta a Oujda (nel Marocco settentrionale), grazie all’organizzazione dell’Association Marocaine d’aide aux Migrants en Situation Vulnérable (AMSV) 2, un’intera giornata di mobilitazione incentrata sulla memoria e la denuncia delle politiche securitarie. Le rivendicazioni di Oujda vanno ad aggiungersi ad una mobilitazione transnazionale di più ampio respiro. La “Commémor’Action” infatti, nata in seguito alla strage di Tarajal 3 ha connesso tra loro più di 60 città presenti da una costa all’altra del Mediterraneo. Si sono così radunate in presidio, nelle prime ore della mattina davanti alla sede del comune di Oujda, le famiglie delle persone scomparse o detenute, attiviste e reti/collettivi nazionali e internazionali solidali. In centro alla piazza uno striscione srotolato mostra i volti dei propri parenti, mariti, figli, fratelli e sorelle scomparse in Tunisia, Libia, Algeria, nel Mediterraneo e nell’Atlantico. Un primo momento per poter condividere, in una lunga giornata di lotta, il ricordo dei propri cari. Poco tempo dopo i pullman iniziano a muoversi e una carovana di solidarietà parte in vista della spiaggia di Saïdia. La città a 60 Km da Oujda, situata alla frontiera terrestre con l’Algeria e in quella marittima sul Mediterraneo, diviene in tal senso luogo di commemorAzione materiale e simbolica di tutte le famiglie presenti. Arrivate alla città di frontiera si alzano sin da subito gli striscioni e, in corteo, denunciando con forza le politiche migratorie europee, si è raggiunta la spiaggia affacciata sul Mediterraneo. Le scritte sugli striscioni recitavano: “Ogni vita vale più delle loro leggi, dei loro muri e delle loro armi“; “Lotta continua per la verità, la libertà, la dignità e la giustizia”; “Fermate la guerra contro i migranti. Stop al razzismo e ai discorsi e all’incitamento all’odio”. Un’azione di ricordo e commemorazione ha avuto luogo sulla spiaggia. I petali dei fiori sparsi sulla battigia sono andati mescolandosi con le voci ed i silenzi dando forma a quello che è stato un momento di richiesta di giustizia, verità e dignità e di denuncia dell’intero apparato frontaliero. “Azioni collettive di memoria e denuncia sono organizzate ogni anno in tutto il mondo. Mentre le politiche razziste di selezione, controllo e repressione delle popolazioni continuano a produrre morti, sparizioni forzate, traumi, rifiutiamo di dimenticare le persone vittime di questi crimini lungo le rotte migratorie come nei nostri quartieri. [….] Rifiutiamo di considerare che alcune vite valgano meno di altre. Chiamiamo a rafforzare le azioni di solidarietà e le resistenze collettive, dal locale all’internazionale, dal mare alla città passando per il deserto e le montagne. Chiamiamo ad ampliare le mobilitazioni contro le violenze della polizia, della giustizia e del sistema penitenziario, contro la criminalizzazione delle persone esiliate, razzializzate e precarizzate”. Il ricco programma della giornata gestita dell’AMSV si conclude dunque alla frontiera. Con un ricordo ed una presenza che va a contrapporsi alla militarizzazione delle frontiere, per una totale libertà di circolazione. Un momento di condivisione, di rabbia, di dolore, di sofferenza e di lotta volto ad una condanna organica nei confronti della violenza perpetrata dalle politiche di securitizzazione delle frontiere. Nella giornata di sabato 7 i famigliari delle persone scomparse, detenute o bloccate lungo la rotta migratoria hanno fatto riecheggiare la propria voce da Oujda. 1. Leggi l’appello ↩︎ 2. Leggi l’appello ↩︎ 3. Il 6 febbraio del 2014 14 persone migranti morirono annegate nel tentativo di entrare a nuoto in Europa dal Marocco attraverso la spiaggia di Tarajal, nell’enclave coloniale spagnola di Ceuta ↩︎
La XIII Marcha Por La Dignidad – Tarajal, No Olvidamos
«Tarajal, nunca más. El racismo mata, la memoria resiste». Questo è il tema che porterà nell’enclave spagnola di Ceuta in territorio marocchino, più di 230 collettivi che, come ogni anno, manifestano per ricordare una delle stragi più crudeli mai avvenute. La strage de El Tarajal del 6 febbraio 2014, quando 14 vite sono state strappate a Ceuta sulle rive di quella spiaggia. All’alba di quel giorno, un gruppo numeroso di persone, in gran parte provenienti dall’Africa subsahariana, cercò di entrare in territorio spagnolo e tentando la traversata a nuoto lungo la costa. Mentre erano ancora in mare, la Guardia Civil spagnola intervenne per impedire l’ingresso, utilizzando proiettili di gomma e gas lacrimogeni in direzione dell’acqua. In una situazione già estremamente pericolosa, molte persone andarono in difficoltà e almeno 14 persone morirono annegate. Dopo i fatti, diversi sopravvissuti furono immediatamente respinti verso il Marocco, senza poter presentare domanda di asilo. Le autorità spagnole fornirono inizialmente versioni contraddittorie sull’uso della forza, per poi ammettere l’impiego di mezzi antisommossa. Le indagini giudiziarie avviate in Spagna si conclusero negli anni successivi senza condanne per gli agenti coinvolti, una decisione che provocò forti polemiche e le proteste di ONG e organizzazioni per i diritti umani. «Tarajal è dolore. È violenza istituzionale. È silenzio dello Stato», scrivono le organizzatrici a 12 anni da quella strage, «ma è anche memoria e denuncia collettiva. Per questo, ogni anno, centinaia di persone continuano a chiedere giustizia, verità, riparazione e garanzie affinché non si ripeta». La giornata inizierà alle 11:45 con una tavola rotonda nell’auditorium dell’Istituto Abyla. Brice O., sopravvissuto alla strage di El Tarajal, vi parteciperà, insieme a Hanaa Hakiki, con la relazione “Sopravvivere a El Tarajal e chiedere giustizia all’ONU”, e la giornalista Lucía Asué Mbomio, che affronterà il tema “Nuove narrazioni per fare memoria”. L’incontro potrà essere seguito in diretta su YouTube. Nel pomeriggio, dalle ore 15:15, la marcia inizierà dalla Plaza de los Reyes, con tre tappe simboliche durante il percorso verso la spiaggia di Tarajal. Dalla Marcia per la Dignità denunciano con forza come questa edizione torni a opporsi ai discorsi d’odio e a politiche migratorie apertamente razziste, che negli ultimi anni si sono fatte sempre più pervasive e violente. In questo contesto, accusano il Patto europeo su migrazione e asilo e le politiche di esternalizzazione delle frontiere di essere strumenti di morte, responsabili di mettere consapevolmente in pericolo la vita di migranti e rifugiati che cercano di raggiungere l’Europa, trasformando le frontiere in spazi di esclusione e sofferenza.
RADIO AFRICA: L’AMICIZIA TRA SENEGAL E MAROCCO OLTRE IL CALCIO, LE ELEZIONI IN UGANDA E IL RISARCIMENTO DEI CRIMINI COLONIALI
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 29 gennaio, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli attrezzi. In questa puntata parleremo delle relazioni di amicizia che legano Senegal e Marocco partendo dalla finale della Coppa d’Africa che si è svolta a Rabat. Lo faremo con Abdou Ndao presentatore della trasmissione Kaddu Modu Modu la voce dei migranti, in onda ogni domenica alle ore 15 su queste frequenze. Riprenderemo poi dal Senegal con il corrispondente del Sole 24 ore da Nairobi Kenya, Alberto Magnani, con il quale parleremo anche di risarcimento dei crimini coloniali e delle elezioni presidenziali in Uganda. La puntata di Radio Africa, in onda giovedì gennaio alle ore 18.45 e in replica venerdì 19 dicembre, alle ore 6.30. Ascolta o scarica
January 29, 2026
Radio Onda d`Urto
«Board»: il mondo che Trump creò
articoli di Franco Astengo e di Mario Sommella «Board»: l’Onu personale di Trump di Franco Astengo Forse in maniera inopportuna ma mi permetto egualmente di sollevare un tema che mi pare fortemente sottovalutato. Si tratta di questo: nella crisi degli organismi sovranazionali e in particolare dell’ONU, in una fase di scontro frontale all’insegna della “logica dei blocchi” il presidente USA
January 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Attivista saharawi denuncia ritorsioni economiche e torture perpetrate dalle autorità di occupazione marocchine
L’attivista e giornalista saharawi Braika Bahi ha rivelato una terribile campagna di ritorsioni sistematiche volta a mettere a tacere la sua voce. Bahi, membro del team televisivo della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) e attivista ambientale, ha descritto la doppia strategia di violenza fisica ed estorsione economica utilizzata dall’occupazione marocchina contro di lui e i suoi compagni attivisti saharawi. In un’intervista video con Equipe Media, Bahi ha dichiarato che, dopo l’adozione della risoluzione 2797 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite alla fine di ottobre 2025, è stato sottoposto ad aggressioni pubbliche e torture a El Aaiún da parte di pattuglie paramilitari. Ha identificato i capi di queste unità come due poliziotti marocchini soprannominati “l’Americano” e “Zald al-Touhima”, entrambi noti per il loro coinvolgimento in una serie di atroci violazioni dei diritti umani nel Sahara occidentale occupato. Questa aggressione pubblica segue precedenti episodi in cui Bahi è stato rapito e torturato nelle zone rurali alla periferia della città. Le ritorsioni si sono estese alla famiglia dell’attivista. Nel marzo 2025, le autorità marocchine hanno sospeso lo stipendio mensile di sua madre, dichiarando esplicitamente che non le sarebbe stato rimborsato a meno che Bahi non avesse abbandonato la sua attività di attivista sui social media o deciso di emigrare. Bahi ha descritto questa mossa come una “politica calcolata di punizione collettiva” volta a isolare gli attivisti dalle loro famiglie e comunità. “Le forze di occupazione stanno usando il sostentamento di mia madre come moneta di scambio”, ha affermato Bahi nel video, ribadendo il suo impegno a continuare la sua lotta pacifica nonostante i rischi crescenti. Equipe Media
January 22, 2026
Pressenza
Rete Saharawi: “Il diritto all’autodeterminazione per il popolo Saharawi non è negoziabile”
A seguito dell’adozione della Risoluzione n. 2797 (2025) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione del Sahara Occidentale, la Rete Saharawi accoglie con favore il rinnovo del mandato della MINURSO, la Missione di Pace dell’ONU nel Sahara Occidentale e la riaffermazione del diritto inalienabile del popolo Saharawi all’autodeterminazione e all’indipendenza, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e la Risoluzione 1514 (XV) dell’Assemblea Generale sulla decolonizzazione. La Rete esprime tuttavia profonda preoccupazione per l’inserimento, su impulso di alcuni membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, del cosiddetto “piano di autonomia” proposto dal Regno del Marocco come possibile base negoziale. Tale riferimento — sebbene privo di valore vincolante — costituisce un vulnus politico e giuridico rispetto ai principi fondamentali del diritto internazionale e un grave precedente nella gestione dei processi di decolonizzazione ancora irrisolti. La Risoluzione omette inoltre ogni riferimento alla crisi umanitaria nei campi dei rifugiati Saharawi, al progressivo indebolimento degli aiuti internazionali e alle violazioni sistematiche dei diritti umani nei territori occupati, documentate da organismi delle Nazioni Unite e da organizzazioni indipendenti. Nonostante tali criticità, il popolo Saharawi continua a distinguersi per un alto livello di istruzione, coesione e resilienza, pur vivendo separato da un muro di sabbia lungo oltre 2.700 chilometri, che divide le zone occupate da quelle liberate. La Rete Saharawi, che riunisce oltre trenta organizzazioni e enti del terzo settore italiani, denuncia la diffusione di informazioni inesatte o non verificate circa la natura e la portata della Risoluzione n. 2797, le quali rischiano di alterare il quadro giuridico internazionale e di favorire la normalizzazione di un’occupazione illegale e dello sfruttamento delle risorse naturali di un territorio ancora soggetto a decolonizzazione. La Rete ribadisce che: * Il Sahara Occidentale è e rimane un territorio non autonomo ai sensi del Capitolo XI della Carta delle Nazioni Unite; * Il Fronte Polisario è riconosciuto dalle Nazioni Unite come unico rappresentante legittimo del popolo Saharawi; * Qualsiasi soluzione che non contempli l’esercizio del diritto all’autodeterminazione mediante un referendum libero e regolare non può essere considerata conforme al diritto internazionale. La Rete Saharawi invita le Nazioni Unite e i loro Stati membri a ristabilire la piena centralità del diritto all’autodeterminazione nel processo politico, in coerenza con i principi di legalità internazionale. Il ripristino di tale centralità rappresenta una condizione imprescindibile per garantire una soluzione giusta, duratura e conforme alle aspettative del popolo saharawi, nonché per evitare il consolidamento di pratiche che rischiano di legittimare occupazioni illegali e lo sfruttamento delle risorse di un territorio ancora soggetto a decolonizzazione. Il popolo Saharawi non rivendica concessioni, ma l’attuazione del diritto internazionale. Nadia Conti, Presidente RETE SAHARAWI Solidarietà Italiana con il Popolo Saharawi ETS Per informazioni e contatti scrivere a: info@retesaharawi.it   Redazione Italia
January 22, 2026
Pressenza
Il Marocco impedisce ad Aminetu Haidar di viaggiare
L’attivista saharawi per i diritti umani Aminetu Haidar ha denunciato che le autorità marocchine le hanno impedito di lasciare il Sahara occidentale occupato. Come lei stessa ha reso pubblico sui social media: “La polizia marocchina mi impedisce di imbarcarmi dall’aeroporto di Dakhla verso la Spagna”. Questo nuovo atto di repressione e persecuzione politica dimostra, ancora una volta, che il Marocco continua a utilizzare il controllo delle frontiere, l’intimidazione e la punizione collettiva per mettere a tacere coloro che difendono i diritti del popolo saharawi. Aminetu Haidar è un simbolo della resistenza pacifica contro l’occupazione e un punto di riferimento internazionale nella difesa dei diritti umani. Impedirle di viaggiare non è un fatto isolato: fa parte di una strategia sistematica per isolare, logorare e criminalizzare le voci saharawi. Pressenza IPA
January 21, 2026
Pressenza
Criminalizzazione, rotte migratorie e accordi di cooperazione alla frontiera euro-africana occidentale
Nel 2025 il Mediterraneo e le rotte atlantiche verso la Spagna si confermano tra i confini più letali d’Europa. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione Caminando Fronteras, tra gennaio e metà dicembre, almeno 3.090 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo via mare. Numeri drammatici, contenuti nel rapporto “Derecho a la Vida 2025” 1, pubblicato il 29 dicembre: tra le vittime si contano 192 donne e 437 bambini. Un bilancio che riaccende l’attenzione sulle politiche migratorie, sulle operazioni di soccorso e sul diritto alla vita lungo una delle rotte più pericolose al mondo. Caminando Fronteras registra un record di oltre 10.000 morti in mare durante il viaggio verso la Spagna nel 2024. In un quadro globale sempre più caratterizzato da deportazioni verso Paesi terzi, incarcerazioni e detenzioni il continuo tentativo di controllo e restringimento alla mobilità delle persone si fa pietra angolare delle pratiche di violenza razziale e coloniale dell’impianto securitario europeo. Le modalità di controllo dei corpi gettano le basi di una struttura oppressiva in grado di poter decidere delle sorti e del futuro delle persone. La visione intrinsecamente islamofobica e razzializzante, che connota gli organi europei, favorisce una totale e deliberata violenza istituzionale in grado di cancellare qualsiasi diritto alla vita, alla cittadinanza e alla mobilità. Tale visione, costruita discorsivamente e materialmente nei confronti delle persone in movimento, produce una divisione binaria tra un corpo sociale interno “noi” ed una minaccia esterna “loro”. Questa narrazione, che favorisce l’esclusione, alimenta un sistema nazionale e transnazionale basato sulla sicurezza, il controllo e la criminalizzazione. In questo contesto i dati pubblicati all’interno del report annuale 2 del collettivo Caminando Fronteras ci vengono in aiuto per svelare nella sua interezza l’architettura di frontiera. Tra il 1° gennaio e il 15 dicembre 2025 le morti causate dall’impianto frontaliero lungo il confine euro-africano occidentale 3 sono state 3090. Di queste 192 sono state donne e 437 bambinɜ e adolescenti. Le imbarcazioni scomparse con innumerevoli persone a bordo arrivano invece a quota 70. Caminando Fronteras è un collettivo nato nel 2002, frutto dell’incontro e della sinergia di vari difensori dei Diritti Umani su diversi territori del confine euro-africano occidentale. Lotta per la tutela dei diritti delle persone migranti e delle loro comunità e per un diritto alla vita, all’informazione, alla giustizia e alla memoria. Le stragi sulla frontiera spagnola sono strettamente collegate all’attivazione tardiva o inesistente delle operazioni di ricerca e soccorso, alla mancanza di coordinamento tra gli Stati coinvolti nell’area e all’omissione del dovere di salvataggio. Il rapporto, nonostante registri una diminuzione nel numero dei tentativi di attraversamento verso la Spagna, dimostra un aumento delle tragedie in mare. Al 15 dicembre 2025 si possono infatti rilevare 303 imbarcazioni andate incontro a una tragedia in mare aperto. I risultati della ricerca di Caminando Fronteras riconducono la causa principale delle morti e delle scomparse all’influenza delle politiche di controllo migratorio sull’impiego delle operazioni SAR 4. Questo fenomeno, ampiamente documentato anche dai report precedenti, risulta essere comune a tutte le rotte migratorie che conducono allo Stato spagnolo. ACCORDI DI ESTERNALIZZAZIONE E CRIMINALIZZAZIONE I numeri riportati dal collettivo spagnolo sono il riflesso di una politica europea che, mediante accordi formali e informali con Paesi terzi o Stati membri, attua pratiche di esternalizzazione e criminalizzazione delle persone in movimento. Il rapporto del 2025 presenta un’interessante mappatura di tutto un ventaglio di accordi di cooperazione transnazionale in materia di controllo e gestione delle frontiere. L’aumento dei finanziamenti a Paesi terzi mira ad estendere la frontiera il più lontano possibile dal territorio europeo. Ciò rivela e cela un tentativo di contenimento e limitazione di ogni singolo spostamento da e verso i diversi territori nazionali. La Mauritania, il Senegal, il Gambia, il Marocco e l’Algeria si ritrovano pertanto interconnessi a dinamiche di cooperazione e criminalizzazione che, seppure con sfumature diverse, condividono la stessa matrice di controllo dei corpi e della mobilità. Che sia un accordo siglato con l’UE, Frontex 5 o il governo spagnolo l’’apparato securitario svela in tutta la sua violenza la struttura dell’impianto politico. UNA COSTELLAZIONE DI SPOSTAMENTI Il report fornisce una panoramica approfondita sulle diverse rotte e pericoli della persona in movimento. I nuovi meccanismi di controllo migratorio, implementati delle politiche mauritane, ad esempio, hanno comportato una significativa diminuzione negli spostamenti lungo la rotta atlantica 6. Sebbene si sia mostrato quest’andamento ciò “non ha determinato uno spostamento dei migranti verso la rotta del Mediterraneo occidentale” 7 Questo perché si tratta di “due circuiti migratori completamente differenti, con profili, traiettorie e dinamiche non intercambiabili e che non possono essere interpretati come una sostituzione l’uno dell’altro” 8. La rotta che parte dalle coste della Mauritania ha comunque continuato a registrare il numero più alto di vittime nel 2025. L’osservatorio di Caminando Fronteras ha documentato un totale di 1319 morti in 27 tragedie, con 17 imbarcazioni scomparse. Sul lato Mediterraneo la rotta algerina, in continuità con gli anni passati, continua ad essere la più pericolosa in termini di mortalità. Nel solo anno del 2025 si contano un totale di 1037 vittime con una percentuale del 70% per quanto riguarda gli incidenti marittimi. Delle 70 imbarcazioni scomparse sul confine euro-africano occidentale 47 sono partite proprio dalle coste dell’Algeria. L’aumento delle attività migratorie fa di quest’ultima la principale rotta di transito verso lo Stato spagnolo. Lo studio di Caminando Fronteras è in grado di fornirci un’analisi dettagliata su una moltitudine di rotte migratorie connotate da diversità nelle scelte e storie di vita. Adottare un approccio di complessità si mostra sempre più necessario per evitare di osservare, mediante uno sguardo semplicistico e/o superficiale, le diverse e più svariate modalità di spostamento. Le rotte lungo il confine euro-africano occidentale sono difatti attraversate da una eterogeneità di individui che si muovono su traiettorie che chiamano in causa più di 30 Paesi differenti. «Ha 16 anni, è mio fratello. Quel giorno avrei dovuto attraversare con lui ma non ho potuto perché c’è stata una retata nel cantiere dove lavoravo come muratore e mi hanno deportato nel deserto. Ci è voluto un po’ prima che riuscissi a tornare e, quando sono rientrato ad Algeri, i miei amici mi dissero che si era imbarcato, ma da allora non avevano più avuto sue notizie. Ho provato a chiamare i telefoni dei suoi amici ma erano spenti e da allora lo sto cercando. Mi hanno detto che la barca è scomparsa, non ha mai raggiunto la Spagna. All’inizio avevo speranza. Dicevano che poteva essere in prigione. Qui, puoi marcire in prigione solo per il fatto di essere un migrante se vieni catturato in mare. Ma ormai ho perso la speranza di trovarlo in Algeria. Non so come dirlo a mia madre, non so come dirle che il suo figlio più piccolo è scomparso» M.B., Mali, fratello di una persona scomparsa 9 SPARIZIONI L’invisibilizzazione delle vittime in mare e l’occultamento delle informazioni da parte delle autorità statali si intersecano ai perenni ostacoli incontrati dalle famiglie delle persone scomparse. Tali ostacoli sono esplicitati nella difficoltà di denuncia dei casi di sparizione, nelle barriere di accesso alle informazioni e nei ritardi di avvio delle operazioni di ricerca. Queste pratiche sistemiche fanno dell’apparato securitario transfrontaliero una struttura tentacolare in grado di controllare ed influenzare le vite delle persone migranti e delle loro famiglie tra passato, presente e futuro. «La mancanza di indagini indipendenti, di trasparenza da parte delle autorità e di responsabilità politica e giuridica consente che le violazioni dei diritti si ripetano senza conseguenze.» 10 Il lutto, sospeso tra temporalità diverse, mantiene le famiglie in una condizione di tensione costante, in un limbo di incertezza causato dall’impossibilità di conoscere il destino dei propri cari. Molo di Ceuta (Caminando Fronteras) «È già da parecchio tempo che stiamo cercando mio cugino, è figlio unico e i suoi genitori non riescono a gestire le procedure amministrative e di ricerca. Abbiamo scoperto da un articolo pubblicato su El Faro de Ceuta che è sepolto nel cimitero musulmano di Ceuta. Quando ho chiamato e fornito i suoi dati, mi hanno detto che potrebbero corrispondere a un corpo sepolto lì e ci hanno dato il numero della tomba, ma ho chiamato la polizia e ho scritto loro ma non mi hanno risposto. Nessuno ti fornisce informazioni chiare sulle procedure. Abbiamo una semplice richiesta: vogliamo sapere dove si trova il corpo di mio cugino e completare tutte le pratiche affinché i suoi resti possano essere riesumati e sepolti nella sua città natale, dove i suoi genitori possano visitare la sua tomba. Wellah kalbena mehrouk 3li (i nostri cuori sono ricolmi di dolore) e non sappiamo cosa fare, è un vero labirinto. Che Allah sia con noi”» A.H., Algeria, cugino di una vittima 11 CONCLUSIONI il report di Caminando Fronteras rappresenta ad oggi un importante strumento in grado di mostrare nelle sue varie sfumature accordi di esternalizzazione, meccanismi di criminalizzazione e pratiche di polizia. Ci fornisce pertanto una visione di insieme sulle pratiche, amministrative e materiali, di eliminazione ed obliterazione con cui le persone in movimento devono confrontarsi. La criminalizzazione della mobilità, la detenzione arbitraria, la violenza istituzionale, la persecuzione delle organizzazioni della società civile, unitesi allo spettro delle deportazioni, si rivelano essere le fondamenta su cui si erge l’intero impianto securitario europeo e di frontiera. Il rapporto va così ad unirsi a strumenti come la guida pratica 12 per orientare le famiglie delle persone scomparse nelle lunghe e burocraticamente tortuose attività di ricerca. La ricostruzione degli eventi legati alle vittime di frontiera e/o scomparse e il sostegno alle famiglie di queste ultime vanno a dar forma ad una serie di azioni volte alla ricerca di giustizia e dignità per le persone inghiottite dalla macchina securitaria. Rendere manifesta la memoria, le testimonianze, le esperienze, così come i numeri delle persone scomparse o decedute, è necessario non solo in quanto condanna di un sistema che criminalizza, detiene e respinge, ma anche per mostrare le diverse esperienze di vita, pratiche di stare al mondo ed esistenza di una collettività tutt’altro che uniforme, troppo spesso narrata in termini desoggetivizzanti e depoliticizzanti. Sperando di poter osservare, finalmente, nella sua interezza e complessità, una vasta gamma di soggettività in grado di auto-organizzarsi e riadattarsi a sistemi sempre più aggiornati di controllo e securitizzazione dello spazio e dei corpi. 1. Il rapporto è disponibile in inglese spagnolo ↩︎ 2. Rapporto “Monitoreo Derecho a la Vida 2025”, Caminando Fronteras (dicembre 2025) ↩︎ 3. La zona chiamata in causa fa riferimento alla regione di confine, comprendente le aree terrestri e marittime situate tra lo Stato spagnolo e la costa africana, che va dalla Guinea all’Algeria ↩︎ 4. SAR è l’acronimo di “search and rescue”. L’area SAR è un’area di mare assegnata ad uno Stato specifico, il quale diventa responsabile del coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio di quella zona. Il fenomeno è definito dalla Convenzione internazionale del 1979 in materia di ricerca e soccorso marittimo. Monitoring the right to life 2024, Caminando Fronteras (2024) ↩︎ 5. Frontex è l’Agenzia europea per la gestione dei confini esterni e coordina le operazioni di controllo e sorveglianza dei confini esterni, marittimi e terrestri. Attualmente è oggetto d’inchiesta da parte del Parlamento europeo oltre che di denunce presso la Corte di giustizia europea per le pratiche di respingimento illegale e violento in frontiera. Sorgoni, B. (2022), Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati, Carocci, Roma, p. 84 ↩︎ 6. La seguente rotta contrassegna tutti quegli spostamenti in uscita verso le isole Canarie. La particolare posizione delle isole Canarie, nell’Oceano Atlantico, le rende un punto cruciale per le rotte migratorie provenienti dall’Africa. Burorrepresión: quando la violenza è anche burocratica. Un rapporto sulla frontiera sud della Spagna, Melting Pot Europa (ottobre 2024) ↩︎ 7. Monitoring the right to life 2025, Caminando Fronteras (2025), p. 15 ↩︎ 8. Ibid. ↩︎ 9. Ivi, p. 28 ↩︎ 10. Ivi, p. 19 ↩︎ 11. Ivi, p. 33 ↩︎ 12. Prodotta e tradotta in diverse lingue da Caminando Fronteras. Consulta la brochure informativa sulle scomparse in frontiera ↩︎