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Smisurata preghiera
Questo contributo assume la forma di una lettera aperta rivolta a chi opera, studia e attraversa le frontiere contemporanee. A partire dall’incontro con una giovane donna migrante, il testo ricostruisce una traiettoria migratoria segnata da violenze strutturali, detenzione arbitraria, pratiche di riscatto e forme di schiavitù contemporanea in Libia. La storia mette in luce il nesso tra controllo dei confini, sistemi detentivi informali, attori criminali e logiche di profitto che trasformano le persone migranti in “oro nero”, merce scambiabile lungo una filiera che va dalla cattura allo sfruttamento lavorativo e sessuale. Il testo interroga anche la posizione di chi fa ricerca sul campo nelle aree di frontiera, problematizzando la distanza tra osservazione e coinvolgimento, tra denuncia e protezione effettiva. La frontiera emerge così non solo come linea geopolitica o dispositivo di esclusione, ma come spazio politico e morale in cui si ridefiniscono valore, dignità e libertà delle vite in movimento. La storia di Victoire rende tangibile la permanenza di forme di schiavitù ancora presenti nel nostro mondo  e tenta, in questo modo, di interrogare profondamente la responsabilità etica e politica di ogni singolo essere umano. Questa è una lettera aperta. Un invito a tutti gli operatori di frontiera che agiscono con il corpo, l’anima e il sudore ogni giorno in quel contesto senza pace e senza limite che è un confine. A tutte le ricercatrici e ricercatori: per questioni legate ai loro studi, finiscono per ficcare il naso in temi che non sono oggetti di studio, ma vite, spogliate di dignità e di valore. Anche loro oltrepassano un confine, che li porta fuori dall’accademia. Si spostano nel campo fino a trovarsi invischiati nel terreno melmoso di vite che ancora respirano ma non hanno spazio di esistere, anche quando vorrebbero ancora. È una lettera alle persone che lavorano nel sociale. A chi si ritrova legato a uomini e donne che vivono tra le frontiere, le attraversano, le subiscono, le bruciano, le incarnano. Persone che troppo spesso si incastrano nella loro carne, come spine che penetrano e ci si incistano dentro. A chi sceglie di starci ed esserci, senza sapere che agisce nelle frontiere che stanno “fuori” per capire le proprie, che stanno “dentro”. I confini configurano il mondo, delimitano territori, eppure sono costantemente soggetti a cambiamenti apparendo e scomparendo, qualche volta cristallizzandosi nella forma di muri che rompono e riordinano spazi politici un tempo unificati, attraversano la vita di milioni di uomini e donne che se li portano addosso. In luoghi come il Mediterraneo centrale, sono liquidi, fluidi, intersezione tra pratiche di attraversamento e di chiusura; non luoghi in cui si scontrano tensioni politiche e sociali, sito di esclusione, ma anche spazio di resistenza e di contestazione.  Il limine è uno spazio politico, un modo di vivere.  È una lettera aperta, questa, che chiama a raccolta il dolore e la rabbia. Nomina la fatica che si incastra nell’anima, nell’eterna ricerca della giusta distanza con chi si incontra, in un movimento talvolta estenuante perché come un pendolo si agita tra un troppo vicino che brucia e un troppo lontano che non è abbastanza. So che tutte queste persone che agiscono nelle frontiere combattendo per affermare il sacrosanto diritto di ogni singolo essere vivente, capiranno la storia che segue.  Parla di una donna di 21 anni, madre di un bambino di appena due mesi. La chiamerò Victoire qui. Ovviamente non è il suo vero nome. Le attribuisco questo, perché sa di lotta e di gloria. Sa di storia che ha un lieto fine.  Victoire è giovane; nei pochi anni che ha dietro di sé, c’è già troppa violenza.  Nata in un paese dell’Africa dell’est, è rimasta orfana molto presto. L’ha crescita una zia che l’ha obbligata a sposarsi quando aveva diciassette anni con un uomo che aveva più del doppio della sua età. “Era un modo per liberarsi di me”, mi ha detto. Victoire non voleva. Ha implorato, ma questo le era destinato. Allora ha scelto di andarsene, sola. Ha avuto il coraggio della lotta e dell’avventura.  Del suo percorso attraverso l’Africa non so molto, non ne abbiamo parlato oggi. La ascolterò se avrà voglia di raccontarmelo un’altra volta. Deciderà lei. Oggi mi ha raccontato che è finita in Libia e che qui viveva con un uomo incontrato durante l’avventura. Lo definisce così, il suo percorso, come fanno le persone migranti.  È in Libia che ha dato alla luce il figlio di questo uomo e compagno. Non l’ha fatto in ospedale, ma da sola, nella casa che condivideva con altre venti persone. Per andare in una clinica ci vogliono soldi e poi, è pur sempre vero che troppo spesso le persone migranti dell’Africa sub sahariana si fanno respingere come cose sgradite. Certe volte, le cacciano proprio anche lì. Ha partorito da sola all’inizio di dicembre 2025. Una sera, nella casa in cui viveva, in una città sulla costa, un gruppo di sette persone armate e incappucciate è entrato con la forza. Li chiamano Asma boys o Isma Boys. Gruppi criminali attivi in Libia, composti prevalentemente da giovani uomini e spesso collegati, in modo diretto o indiretto, a milizie locali o a reti informali di controllo del territorio. Non si tratta di un’organizzazione formalmente strutturata. Sono banditi che intervengono nella gestione informale delle strutture, nei trasferimenti dei detenuti e in pratiche connesse allo sfruttamento lavorativo o sessuale, in attività riconducibili al traffico di esseri umani. Sono criminali armati e violenti che operano all’interno di un sistema frammentato e caratterizzato da un forte legame tra poteri ufficiali e attori informali. Non hanno scrupoli: non vedono persone davanti a loro, ma merce di scambio, da sfruttare, da vendere. Le chiamano or noir, oro nero, sottolineandone il valore economico. E in questa prospettiva, le persone diventano una fonte di profitto paragonabile a una risorsa preziosa: ogni passaggio – dalla detenzione al trasporto, fino allo sfruttamento lavorativo o sessuale – genera guadagni per chi controlla il sistema. L’aspetto paradossale e drammatico è proprio questo: i migranti vengono considerati “preziosi” in quanto merce redditizia, non in quanto esseri umani. Il loro valore è calcolato esclusivamente in termini monetari, mentre sul piano umano sono privati di diritti, dignità e tutela. Così, pur essendo trattati come una risorsa economica di grande pregio, nella pratica quotidiana subiscono violenze, abusi e condizioni di totale spersonalizzazione e reificazione. La loro vita non ha valore in sé, in quanto vita. Ha valore in quanto merce. È un bene scambiabile, stimata per il profitto che può generare. Victoire è oro nero. E poi è giovane e donna: vale di più sul mercato. Gli asma boys, in dicembre, l’hanno arrestata insieme agli altri con cui viveva, l’hanno caricata su un camion chiuso insieme agli altri compagni, stipati come animali, scaricati in una prigione che lei non sa identificare.  Chissà dov’è quel luogo, dalle stanze ampie, in cui le donne, sole e con figli sono detenute insieme, senza materassi per terra, senza teli, con una sola finestra che non si può raggiungere, perché troppo in alto. Dove sarà questo centro di detenzione nel cui cortile ci sono altalene per far giocare i bambini, ma in cui lei e nessun altro detenuto ha avuto diritto di andare, messe li, ad ingannare gli osservatori dei diritti umani o le organizzazioni che ogni tanto hanno l’autorizzazione di entrare? È in Libia certo, questo inferno recintato dove lei, come tutte le persone che ci sono arrivate insieme, prima di entrare nella stanza, sono state denudate davanti a tutti e perquisite, che si sono viste infilare le dita in ogni pertugio, perché -si sa- il corpo è un nascondiglio, la cachette più efficace. Perquisiscono anche i bambini, ché non si sa mai che nel pannolino ci siano beni preziosi nascosti, sfuggiti alle infinite precedenti perquisizioni. Suo figlio aveva due settimane quando è entrata lì dentro.  Victoire ha provato a descrivermi il luogo e si è soffermata negli angoli dello stanzone, in cui, ad ondate, nuove donne sono arrivate e altre sono riuscite ad uscire perché qualcuno ne ha pagato il riscatto. Si è soffermata su quelli, perché è lì che le donne sono violentate. Generalmente ne prendono due o tre e le portano in quegli angoli. E le obbligano ad avere rapporti orali, davanti alle altre detenute. Poi c’è un bagnetto. Uno solo. Piccolo, con escrementi e poca acqua. E spesso, se manca, devono bere quella dello scarico. Allora se una donna viene portata lì dietro, sarà sodomizzata.  È stata cruda, nel suo racconto Victoire: mi ha fatto entrare in quel luogo, mi ha fatto guardare gli angoli di quella stanza e ha usato le parole sporche della violenza, taglienti, rudi, ruvide.  In un attimo, le ho sentite insinuarsi dentro, mi hanno investita, travolta, sopraffatta le grida di quelle donne, le suppliche di smettere e di lasciarle andare, i pianti dei figli che vedono. Lei, è stata risparmiata dal subirle, non dall’obbligo di esserne spettatrice. Ha visto donne entrare e uscire, fino a quando un uomo in contatto con le guardie, un “fratello nero”, un intermediario tra la prigione e il mondo, le ha proposto di acquistare per lei la sua liberazione. Ha comprato la sua libertà, insieme a quella di altre otto persone. Perché funziona così: da una prigione in Libia si esce perché qualcuno paga il riscatto o perché si muore.  Quell’uomo le ha promesso che l’avrebbe liberata. L’ha pagata 7000 dinari. Quasi mille euro. In cambio, Victoire doveva lavorare per lui o per chi lui avrebbe deciso. Lei ha accettato.  Due settimane fa, è arrivata in una nuova prigione che assomiglia ad una casa. Ci sono le finestre con sbarre, c’è un bagno. Ogni sera va a lavorare da una ricca donna libica che parla solo arabo e la tratta male, come mi dice. Esce alle sei e finisce a mezzanotte. Sempre rigorosamente scortata. Talvolta è la stessa padrona libica che la riaccompagna nella sua “casa”.  Lavoro a parte, Victoire non può uscire quando vuole e se lo fa, qualcuno, che lavora per l’uomo che se l’è comprata, la accompagna e la sorveglia.  Il venerdì non lavora: in fondo è gentile questo suo proprietario che domanda a tutta la sua merce umana cosa vogliano fare del giorno libero che lui benevolmente accorda.  Io oggi, prima di parlarle, non lo sapevo che fosse una schiava. Io provo a fare una ricerca che tenta di comprendere come vivano le persone migranti  prima di attraversare il mare per arrivare in Europa e quali siano le dinamiche di solidarietà che che si sviluppano lungo il percorso migratorio. Ho ascoltato persone che vivono nei campi di insediamento informale alle periferie di Zawiya e Zuwara, quelle che lavorano nelle case in costruzione a Tripoli. Alcune che vivono negli Zitounes in Tunisia. Io, oggi, non mi aspettavo di parlare con una schiava. Perché questo è Victoire: una persona di fatto privata della libertà, controllata, sfruttata come oggetto per trarne profitto, attraverso coercizione, violenza, abuso di vulnerabilità o inganno. Questo pensiero non mi dà pace, mi tormenta. Ho avuto a che fare con donne che erano state sfruttate, ma libere quando le ho incontrate o ancora coatte, ma con reali ed effettive possibilità di protezione, di liberazione, di riacquisizione della libertà. Victoire è schiava. Ora.  Il suo valore ammonta a 7000 dinari. Quasi 1000 euro. In Europa, molti potrebbero comprarla. Non riesco a smettere di pensare che oggi nel mondo in cui vivo, c’è chi tira a campare, chi si compra una macchina e chi acquista un essere umano e lo rivende.  Oggi ho ascoltato Victoire. Mi ha detto cose che non avevo previsto di sentire: mi ha parlato della sua sorte di schiava.  Non mi ha chiesto i soldi per ridurre i tempi della sua detenzione, ma di raccontare la sua storia, proprio la sua.  Allora tengo fede alla promessa. Oggi, ascoltando la sua storia, mi chiedo che valore abbia denunciare che tutto questo accade ancora. Perché la mia denuncia non la protegge e non le restituisce la libertà che lei, come tutte le altre persone vendute devono avere di diritto.  Per questo lascio che la sua storia sia una lettera aperta. Destinata a chi, come me, opera in frontiera, a chi l’ha attraversata, ci lavora, la difende, la calpesta. A tutti quelli che la immaginano come una linea, come un corpo che incarna, come un muro da erigere o abbattere. A chi pensa che vada difesa o a chi ne dichiara l’assoluta e ingiusta esistenza. A chi vorrà consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità. Ad ogni essere umano che si fermerà, anche solo un istante per incontrare Victoire, proprio quella di questa storia. Che la immaginerà fragile e forte, sola e spaventata. Isolata, stanca, persa. Ancora viva. E schiava, come l’ho incontrata io. 
Black: nero non è solo un colore
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 La terza parola del Contro Dizionario del Confine esprime molto di più di una sfumatura cromatica: è una presa di posizione, è l’incarnazione di una soggettività. «Nous les blacks» è l’espressione con cui molti soggetti razzializzati si autodefiniscono lungo la rotta tunisina e nel Maghreb, trasformando uno stigma in emblema di orgoglio e fratellanza. Nello sguardo dominante, “nero” è marchio di inferiorizzazione, ma gli aventuriers gli attribuiscono solidarietà, appartenenza, riconoscimento reciproco che va oltre l’appartenenza allo stesso Paese o l’uso comune di una lingua. “Noi neri” è un soggetto plurale non privo di tensioni: dentro le violenze delle frontiere, le gerarchie di classe e le eredità della tratta transahariana, Black attraversa tanto la migrazione quanto lo spazio della cittadinanza, affrontando le sfide di essere riconosciuti come cittadini in una società che esclude e discrimina. Black è allora una parola che racconta insieme oppressione, resistenza e ambivalenze delle relazioni di potere lungo le rotte degli aventuriers. BLACK Questa parola è stata curata da Filippo Torre, Luca Queirolo Palmas e Franck Yotedjie dell’Università di Genova. Filippo Torre ha, inoltre, curato l’edizione del Contro Dizionario del confine. Ogni identità collettiva si costruisce come posizionamento dentro uno spazio di relazioni. Nous les blacks è un’espressione ricorrente attraverso cui soggetti razzializzati si autodefiniscono lungo le diverse tappe dell’avventura migratoria dentro lo spazio tunisino e del Maghreb più in generale. Se per la società ospitante l’etichetta di «nero» è un segno di inferiorizzazione (si veda Jebri) che può operare fra i soggetti razzializzati in chiave di autocensura, delimitando ciò che si può dire, fare o rivendicare, nous les black si articola dentro una dimensione di orgoglio, di trasformazione di uno stigma in emblema. In qualità di autodefinizione si contrappone a or noir, che incarna lo sguardo espresso dai locali – les chefs arabes – che nei blacks vedono una risorsa da sfruttare (si veda Or noir). Eppure colore, oppressione, migrazione e solidarietà si depositano in contesti sociali e politici che sono attraversati essi stessi da dibattiti, presenze, lotte per il riconoscimento agite dai maghrebini neri; cittadini la cui presenza porta il segno di un passato legato alla schiavitù domestica, a secoli di tratta transahariana. La linea del colore nella migrazione si sovrascrive ed entra in frizione con la linea del colore dentro lo spazio della cittadinanza nel Maghreb. In particolare il processo attraverso cui si «diventa neri» lungo la rotta tunisina è stato alimentato dall’eredità storica della tratta di schiavi transahariana, dalla crescente delega del controllo delle frontiere europee al regime tunisino, dalla circolazione di discorsi e legittimazioni di tipo etno-nazionalista e sovranista che hanno raggiunto la loro massima espressione nel discorso del presidente Kaïs Saïed del febbraio 2023, con cui evocava «un piano criminale ordito all’alba di questo secolo per modificare la composizione demografica della Tunisia, al fine di trasformarla in un paese solo africano e offuscare il suo carattere arabo e musulmano». Il noi nero degli aventurier se da un lato agisce come denominatore di una fratellanza possibile, da attivare, dall’altro occulta lo spazio soggiacente delle disuguaglianze, di classe e di potere. Arnaqueur, kidnappeur, falsi cokseur, guardiani di prigioni e torturatori sono spesso predatori neri che agiscono contro altri neri; inoltre chi fa il viaggio attraverso il deserto è in termini di classe distinto da quanti arrivano con visti e aerei per iscriversi nelle università del Maghreb. Quanti sono in solidarietà durante il viaggio afferiscono allora a cerchie più ristrette, di frères e soeurs (si veda Frères/soeurs), di amici e parenti, di boys e uncles, di relazioni dettate spesso dall’anzianità e dalla protezione. Infine, questa dimensione binaria – nous les blacks, loro les arabes – nasconde gli incontri solidali e di interesse che spesso mettono insieme locali e aventurier. Per fare la traversata c’è sempre bisogno di un arab che procura il materiale necessario e che provi a corrompere le guardie; e ancora, durante le marce per attraversare le frontiere e il deserto ed evitare le deportazioni, sono spesso gli abitanti locali che, mossi da una solidarietà fondata sulla religione, offrono cibo e riparo ai viaggiatori nonostante i rischi della repressione a opera delle autorità. ESEMPI DAL CAMPO Noi parliamo di noi con il colore. Noi siamo gli africani neri, loro, gli arabi, sono gli africani bianchi. È un termine che usiamo fra noi. Non ci stanno designando altri, non è razzismo. Lo usiamo noi per chiamare noi che siamo qui. È la solidarietà fra noi neri, anche un sudanese è un nero, non c’entra la lingua. È la fratellanza, fratellanza di pelle, di colore. Non conta la nazionalità. I sudanesi, i senegalesi, sono black come noi, anche se parliamo lingue diverse. Black per noi è una parola universale, vuol dire fratello. Gli arabi invece li chiamiamo in diversi modi, suraka, mukala, mbozo, mkassa. Intervista con William, Corrispondente del Giornale delle rotte Quando diciamo nous les blacks è un modo per elevare il nostro colore, perché qui in Tunisia, e ovunque nel Maghreb, noi neri siamo discriminati, visti come meno di niente, noi soffriamo il loro razzismo. Intervista con Popina, Corrispondente del Giornale delle rotte Sono storie di fughe, di caccia, di torture, di violenze e anche di piccoli incontri solidali in cui devi decidere se fidarti o meno di chi hai di fronte. Perché nel viaggio c’è sempre chi conosce la strada e chi non la conosce; e i primi dipendono dai secondi, o attraverso la solidarietà o attraverso la compra-vendita di servizi. Quando chiedo a Buba se usava l’espressione we the blacks, quando stava in viaggio o negli accampamenti in Tunisia, ride. Sono i neri che mi hanno sequestrato, sono i neri che mi hanno torturato. Lui parla invece come leader di un gruppo in viaggio, usando spesso l’espressione my boys o attraverso il titolo attraverso cui veniva chiamato dai suoi boys: uncle. Il suo racconto è la storia di come il gruppo in viaggio sia l’unità di base della solidarietà, quasi l’unica, di come i boys si perdano e si reincontrino lungo le diverse stazioni che dal Gambia conducono alle coste del Mediterraneo. Estratto dei diari di campo, marzo 2025
Aventure: “Come viene, viene, e continuare comunque”
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Nelle rotte dell’Africa occidentale e del Mediterraneo centrale una parola viene usata da chi attraversa o tenta di farlo: “avventura“. È un termine che restituisce una mobilità esistenziale e sociale fatta di coraggio quotidiano, violenza strutturale, disuguaglianze radicali e solidarietà necessarie. Parla di sopravvivenza, desiderio di futuro e forza di spirito. Descrive donne e uomini che sfidano l’ingiunzione all’immobilità per provare, semplicemente, a vivere, per continuare a farlo con dignità, con forza. La parola, in questo Contro Dizionario del Confine, è stata redatta da Franck Yotedje, Vincenza Pellegrino e Luca Queirolo Palmas che l’hanno raccolta e ripensata insieme agli avventurieri.  Loro, ci regalano una poesia collettiva che hanno redatto insieme e che trova spazio nel The Routes Journal. Avventura Per me, l’avventura è la scuola della vita. È uscire dalla propria zona di comfort, aprire la porta all’ignoto, all’incertezza, al rischio, alla scoperta. Per me, l’avventura è un’esperienza che racconta i sentieri che ci si prepara a percorrere ancora prima di sapere dove conducono. È una destinazione sconosciuta, un futuro che si spera migliore, con tutte le difficoltà lungo il cammino, le cadute, le deviazioni, i colpi duri che ti spezzano e allo stesso tempo ti rendono più forte per continuare ad andare avanti. Per me, l’avventura è un evento inatteso, sorprendente, dal finale incerto, spesso rischioso. È la scoperta dell’ignoto, un impegno prezioso, una scommessa fatta con la speranza di costruire qualcosa di migliore. Per me, l’avventura è scoprire una vita nuova, è credere che, nonostante le prove, un giorno andrà meglio. L’avventura è partire senza una destinazione, lasciare la famiglia alle spalle, andare avanti, attraversare il deserto senza acqua, con la fame, il vento, il caldo e poi il Mar Mediterraneo. Camminare dicendosi nella testa: «come viene, viene» e continuare comunque. Perché l’avventura è reale. È vissuta. È una preistoria fatta di fatti veri. E questa storia, andrebbe insegnata, trasmessa, raccontata alle generazioni future. AVENTURE Migrante/immigrato è ormai una parola abusata nel linguaggio mainstream – sia quello accademico sia quello comune – ed è carica di controindicazioni: pietrifica una condizione, la rende eredità, attraverso un participio passato, o inchioda in un presente continuo che non lascia scampo al cambiamento, a risoggettivarsi sotto un’altra luce che non sia quella del movimento passato o del movimento perpetuo. Raramente abbiamo ascoltato la parola migrante/immigrato facendo ricerca fra coloro che provano ad attraversare il Mediterraneo centrale. I nostri interlocutori provenienti dall’Africa Occidentale e che abbiamo imparato a conoscere nelle loro peripezie fra Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, ne privilegiano altre. Una fra tutte è avventura, e il modo soggettivo di definirsi è quindi quello di avventurieri. Con questo termine si allude a un campo di situazioni e significati che eccede il movimento in sé e mette in rilievo la dimensione del rischio, la sua assunzione volontaria, l’investimento personale, la gioia della scoperta e la trasformazione dello sguardo attraverso il viaggio e gli incontri, la costruzione di un sapere utile a destreggiarsi, l’aleatorietà e imprevedibilità delle situazioni. La parola aventure restituisce quindi, nei molti casi in cui viene citata, l’idea del movimento nello spazio come principale dinamica della mobilità esistenziale e sociale, principale concreto strumento di sottrazione all’inedia e allo sfruttamento, dimensione necessaria alla sopravvivenza ancor prima psichica e culturale che materiale per chi nasce e cresce in contesti dove la precarietà è tanta e il contesto aleatorio (in Africa come in tutto il mondo, verrebbe da dire). Ma in questo contesto la violenza è sempre dietro l’angolo (e maggiore è la necessità di nascondersi maggiore sarà la violenza derivante dalla non visibilità forzata), e diventa spesso violenza sessuale quando l’avventura è quella delle donne. Si tratta quindi di conservare tutta la portata semantica del termine avventura nel senso di «ingiunzione alla vita» (provare a vivere è un dovere), mettendo in secondo piano invece la dimensione romantica ed esotica che spesso viene evocata da questa parola, che in questo contesto non ha nulla della eccezionalità di eroismi individuali e si pone invece come epopea collettiva, come forza vitale dell’uomo e della donna comune davanti all’insufficiente e all’avverso. In tal senso altri sostantivi attraverso i quali le persone interdette al movimento identificano il proprio gruppo sociale (si veda Soldat) non sono (sol)tanto alternativi a quello di aventurier, quanto piuttosto integrati a esso, come due facce della stessa medaglia. Da un lato l’aventurier cerca di aprirsi una via di vita, cerca di darsi una vita altrimenti impossibile in contesti di origine fortissimamente disuguali, dall’altro il soldat è la figura di una base piramidale in cui il singolo aventurier vale poco o niente se non si unisce ad altri, non potrà sopravvivere se non ubbidisce, sa di avere poche speranze di riuscita. Se boza si riferisce all’atto di sfidare la frontiera, di tirare i dadi in una partita che si vince o si perde (si veda Boza), l’aventure inizia quando si lascia casa e ci si mette in una situazione di ricerca, senza una destinazione fissa, predeterminata. Il termine opera come un fattore distintivo che rimanda a due elementi: la dimensione generazionale, perché la popolazione degli aventurier è composta nella stragrande maggioranza da persone giovani dotate di una cospicua dotazione di capitale corporeo (forza fisica, resistenza, agilità, ecc.); e la classe sociale di appartenenza. Così da un lato troviamo gli aventurier (a volte anche designati come «quelli del deserto»), dall’altro gli studenti, quelli che si muovono con i visti e gli aerei. Una composizione sociale che ci permette di capire come le condizioni di mobility injustice configurino percorsi geografici e condizioni sociali di movimento radicalmente differenti già a partire dal paese di origine. Questa distinzione, se riafferma a volte un orgoglio subalterno, dall’altro offusca gli spazi di scambio e solidarietà che si danno in un contesto come quello tunisino in cui il razzismo di stato contro la popolazione black (si veda Black) non fa molti sconti in relazione ai documenti che si hanno in tasca. Sono tutti «oro nero» e in quanto tali vittime di deportazioni e tratta di stato verso la Libia (si veda Or noir). Capita allora che gli studenti e i loro spazi quotidiani divengano a volte un rifugio provvisorio per i loro fratelli più poveri, mettendo a disposizione abitazioni e relazioni. Gli stessi studenti quando prendono il mare divengono aventurier e bozayeur (si veda Boza). Aventure infine è riaffermare una sete di conoscenza e una forza dello spirito che spinge soggetti subalterni e razzializzati in una sfida continua al fine di cambiare la propria vita e quella delle proprie famiglie. Il termine, diffuso lungo tutte le rotte terrestri e marine nel Maghreb e in Africa subsahariana, è stato registrato dalla letteratura socio-antropologica più attenta sin dai primi anni 2000. ESEMPI DAL CAMPO Un viaggio ha una meta, l’avventura non ha destinazione. Cerchi solo una vita migliore, anche senza risorse ti metti in avventura. L’avventura è uno spirito, la capacità di far fronte all’ignoto. C’è il sogno, l’eldorado, per intraprendere il cammino, c’è la speranza che con la forza della volontà e la benedizione del cielo si arriverà in un luogo in cui i giorni saranno migliori. È uno stato dell’animo, più che un itinerario che si può descrivere. Prevede anche un pensiero da soldato, perché il cammino, si sa, è difficile. Come dice una canzone, «Io vado avanti con gli occhi chiusi» e un’altra ancora «La marcia indietro è rotta». Se sei aventurier non puoi che andare avanti. Intervista con il testimone numero 5 del rapporto State trafficking L’aventure è la stessa per le donne e per gli uomini. Ma alle donne viene chiesto di donare il corpo per ottenere qualche cosa. La donna ha più rischi dell’uomo quando decide di andare in avventura. Io stessa sono stata vittima di violenza sessuale. E se non sei sostenuta finanziariamente, la tua avventura è molto difficile. Dall’inizio della mia avventura non ho mai avuto sostegno, mi sono retta da sola, mi sono battuta da sola per arrivare sino in Tunisia. Per le donne è impossibile evitare la violenza sessuale, soprattutto nel deserto. E poi c’è la prostituzione, la donna si prostituisce per avere un po’ di denaro. La donna se non ha nessuno che la sostiene ha bisogno della prostituzione per avanzare nel cammino… Intervista con la testimone numero 2 del rapporto State trafficking  L’avventura? Il mio viaggio è stato… Andare verso nulla e senza niente e, quasi per magia, arrivare a una destinazione imprevista. Intervista con Kamto, una volta arrivato in Italia
Dal Tarajal a Cutro: le frontiere che uccidono
ALESSIA ALBANO E FRANCESCA FUSARO, NO NAME KITCHEN Ogni anno, sulla spiaggia del Tarajal a Ceuta (Spagna), si svolge una marcia che è molto più di una commemorazione. Qui, il 6 febbraio 2014, decine di persone morirono tentando di attraversare a nuoto il confine tra Marocco e Unione Europea verso l’enclave spagnola. La Guardia Civil spagnola rispose con gas lacrimogeni e proiettili di gomma; alcuni corpi non furono mai recuperati. Quel tratto di mare, pur largo poche decine di metri, rimane un simbolo della violenza delle frontiere. «Tarajal, nunca más. El racismo mata, la memoria resiste» (Il razzismo uccide, la memoria resiste) è stato il tema della XIII Marcha che si svolge ogni anno per ricordare una delle stragi più crudeli mai avvenute. Quest’anno, a causa delle condizioni meteorologiche avverse, la tradizionale manifestazione sulla spiaggia del Tarajal non si è svolta. Il programma è stato rimodulato in una forma più raccolta: una tavola rotonda di confronto pubblico e un incontro in moschea hanno sostituito il corteo lungo il confine. Un cambiamento forzato, che non ha però indebolito il senso politico dell’iniziativa. L’assenza della manifestazione fisica sulla spiaggia ha reso ancora più evidente quanto il Tarajal non sia solo un luogo simbolico da attraversare una volta all’anno, ma una ferita aperta che parla al presente. Nelle parole condivise durante gli incontri è emersa con forza la continuità tra il 6 febbraio 2014 e l’oggi: le persone che ancora tentano di superare quella frontiera, i respingimenti, le violenze, le sparizioni che si consumano lontano dai riflettori. La connessione tra la giornata di Ceuta e le iniziative parallele in Marocco e in tante altre città evidenzia un altro aspetto importante: le politiche migratorie europee non si fermano alla linea del confine. Si estendono ben oltre, fino ai luoghi in cui le partenze vengono intercettate, gestite o bloccate dalle autorità locali in collaborazione con l’Unione Europea. E si estendono fino dentro al cuore dell’Unione Europea. Questo contesto di controllo esteso produce violenze quotidiane che raramente compaiono nei grandi titoli dei media. Rapporti e dossier/Confini e frontiere VITE SACRIFICABILI Un rapporto di No Name Kitchen sulle violenze, l’esclusione e il regime di frontiera contro le persone in transito a Ceuta e Melilla Giovanna Vaccaro 19 Dicembre 2025 FRONTIERE CHE UCCIDONO – OLTRE IL TARAJAL Ricordare il Tarajal significa inevitabilmente guardare all’intero Mediterraneo come teatro di morti e sparizioni sistematiche. La stessa logica di violenza che ha prodotto le vittime di Ceuta continua in altre rotte: quella atlantica verso le Canarie, l’Egeo orientale, il Mediterraneo centrale. Come denunciato anche negli appelli di inizio anno, si profila un altro anno segnato da morti in mare se non cambiano le politiche. Le tragiche immagini di Cutro, dove nel febbraio 2023 1 decine di persone persero la vita in un naufragio vicino alle coste calabresi, restano un monito doloroso 2. Quelle bare allineate negli spazi del palazzetto dello sport hanno scosso l’opinione pubblica italiana e internazionale. Notizie/Confini e frontiere NAUFRAGI NEL CANALE DI SICILIA: «IDENTIFICARE I CORPI E DARE RISPOSTE ALLE FAMIGLIE» Mem.Med, ASGI, Mediterranea e Alarm Phone hanno inviato formale richiesta alle autorità italiane Redazione 21 Febbraio 2026 Ma il rischio è che questa indignazione si dissolva con il tempo, proprio come succede per altri drammi meno visibili. Negli ultimi mesi, nuove stragi si sono registrate ancora al largo della Libia: almeno 53 persone morte, tra cui neonati, in un altro naufragio che evidenzia quanto pericolose siano le rotte, anche quando manca un sistema di ricerca e soccorso efficace e coordinato. PERCHÉ RICORDARE FA PARTE DELL’OGGI La memoria non è un rito vacuo: è uno strumento politico. La Marcha por la Dignidad (nome ufficiale della marcia a Ceuta anche se a volte erroneamente ci si riferisce ad essa come Marcha del Tarajal) non si limita a commemorare il 6 febbraio 2014, ma lo collega all’attualità delle frontiere europee che continuano a uccidere e far sparire persone in movimento. Richiamare quei nomi è un modo per rifiutare la normalizzazione delle morti in frontiera. Nell’ambito delle frontiere iberiche, anche il 2026 è già stato segnato da respingimenti e violenze in frontiera, e da numerose morti: a Ceuta hanno già perso la vita 36 minori e adolescenti nell’intento di entrare nuotando nel mare. Inoltre, le espulsioni collettive dalla Spagna verso il Marocco, spesso operate in piena notte e senza garanzie procedurali, sollevano preoccupazioni sulle violazioni delle norme internazionali. Rapporti e dossier/Confini e frontiere  «RESISTERE AD UN ALTRO ANNO DI MASSACRO NEL MEDITERRANEO»  Il rapporto sul 2025 di Memoria Mediterranea Maria Giuliana Lo Piccolo 9 Febbraio 2026 LA SITUAZIONE OGGI A CEUTA La doppia barriera metallica che separa Ceuta dal Marocco è sempre più alta, sempre più sorvegliata. Telecamere, sensori, pattugliamenti congiunti rafforzano un confine che non è naturale, ma costruito. Le persone intercettate prima di raggiungere la barriera subiscono spesso violenze e abusi da parte della polizia marocchina e poi messi in grandi autobus che li abbandonano nel sud del Marocco o nel deserto del Sahara. Chi invece riesce a raggiungere il suolo spagnolo rischia sempre di essere respinto con procedure sommarie che spesso ignorano il diritto di chiedere protezione internazionale. I minori stranieri non accompagnati presenti nell’enclave vivono in uno stato di precarietà strutturale: in molti casi senza accesso adeguato a istruzione, alloggi decenti o assistenza legale. Tutti i centri di prima accoglienza, tanto per adulti che per minori, sono sovraffollati con centri, con picchi del 300% dello spazio consentito. PH: Greta Cassanelli/NO NAME KITCHEN IL LAVORO DI UNA NNK A CEUTA: 24/7 IN FRONTIERA Come NNK siamo arrivate ufficialmente a Ceuta nel febbraio 2021, un anno dopo la chiusura della frontiera tra Ceuta e Marocco. Dopo un’analisi iniziale dei bisogni, l’entrata massiva di persone nel maggio 2021 ha reso evidente la necessità di una presenza stabile a lungo termine. Ceuta, insieme a Melilla, rappresenta l’unica frontiera terrestre tra Africa ed Europa ed è un punto chiave nella gestione dei flussi migratori. In questo contesto, come NNK osserviamo da anni numerose forme di violenza contro le persone migranti – fisica, psicologica e amministrativa – che continuiamo a denunciare pubblicamente 3. Molte persone, inclusi minori, rischiano la vita per lasciare Ceuta con la pratica del “risky”, nascondendosi sotto i camion diretti ai traghetti o tentando la traversata in barca. Il lavoro in frontiera è mutevole e ciò che accade a Ceuta spesso rimane invisibile. Per questo cerchiamo di creare spazi sicuri, offriamo assistenza umanitaria e supporto legale, raccogliamo testimonianze e documentiamo le violazioni dei diritti umani. Molte persone migranti, soprattutto minori, vivono in strada. Alcune non vogliono entrare nei centri di accoglienza per mancanza di fiducia nelle autorità, per le condizioni disastrose di questi centri e per gli abusi subiti da parte del personale; altri desiderano raggiungere rapidamente la Penisola per lavorare o riunirsi alla famiglia. A Ceuta il team NNK opera per accompagnare le persone, coprire i bisogni di base nei limiti delle proprie possibilità e denunciare le violazioni in atto. Inoltre, a Ceuta, grazie alla presenza costante di un team legale, lottiamo anche con dei litigi strategici: lavorare su dei casi legali specifici con l’obiettivo non solo di risolvere la singola disputa, ma di creare un precedente per ottenere un cambiamento strutturale. Nel 2025, assieme a SJM e Coordinadora de Barrio abbiamo vinto un importante caso davanti al TSJA (Tribunal Superior de Justicia de Andalucia) con il giudice che ha dichiarato che i respingimenti in mare sono illegali. GUARDARE AVANTI: MEMORIA E LOTTA Collegare il Tarajal alle stragi di Cutro e alle continue morti nel Mediterraneo non è un semplice esercizio narrativo. È un modo per far emergere un filo rosso: le frontiere uccidono, nonostante slogan e politiche che si presentano come “umanitarie” o “di ordine pubblico”. Collegare tutto ciò e ribadire l’impegno quotidiano di tante e tanti singoli e Associazione e Collettivi è la maniera di portare avanti la memoria e di lottare nel quotidiano. Ogni barriera più alta, ogni pattugliamento intensificato, ogni accordo di esternalizzazione con Paesi terzi spinge le rotte verso percorsi più lunghi, più pericolosi, più mortali. I momenti di ricordo – come la Marcha por la Dignidad – sono fondamentali, ma non possono restare rituali senza domande politiche. Aprire canali legali e sicuri, garantire sistemi di ricerca e soccorso efficaci, denunciare i respingimenti collettivi, costruire reti di accoglienza dignitose sono scelte non solo possibili ma urgenti. 1. Non dimenticheremo. Di ritorno da Crotone, Redazione Melting Pot (15 marzo 2023) ↩︎ 2. Cutro, ricostruite le 3 ore fatali prima della strage, Il Manifesto (18 febbraio 2026) ↩︎ 3. Si veda il progetto Burorrepression ↩︎
Naufragi nel Canale di Sicilia: «Identificare i corpi e dare risposte alle famiglie»
Dopo i naufragi avvenuti tra il 14 e il 21 gennaio 2026 nel Canale di Sicilia, in coincidenza con il passaggio del ciclone “Harry”, Mem.Med – Memoria Mediterranea, ASGI, Mediterranea Saving Humans e Alarm Phone hanno inviato formali comunicazioni alle autorità italiane 1 per sollecitare interventi urgenti sulle operazioni di identificazione dei corpi riaffiorati lungo le coste e la necessità di garantire procedure rigorose per restituire le vittime alle famiglie. Secondo quanto ricostruito dalle organizzazioni Refugees in Libya-Tunisia, Mediterranea e Alarm Phone, nel mese di gennaio centinaia di persone sono partite dalla Tunisia, in particolare da Sfax, nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale. Le partenze si sono concentrate proprio nei giorni in cui il ciclone “Harry” ha reso estremamente difficili le condizioni in mare, compromettendo le rotte e aumentando il rischio di naufragi. Le organizzazioni stimano che «sarebbero state oltre dieci le imbarcazioni partite in quel periodo», per un totale di almeno mille dispersi. Notizie CICLONE HARRY: FORSE 1.000 LE PERSONE DISPERSE IN MARE Refugees in Libya - Tunisia e Mediterranea: silenzio e inazione di Italia e Malta Redazione 2 Febbraio 2026 Ad oggi, solo una di queste imbarcazioni sarebbe riuscita a raggiungere Lampedusa, mentre delle altre non si hanno notizie certe. Nelle settimane successive, alcuni corpi sono stati recuperati: uno dalla nave Ocean Viking, altri lungo le coste siciliane – tra Trapani, Marsala e Pantelleria – e calabresi, nei territori di Tropea, Amantea, Scalea e Paola. Si teme che nei prossimi giorni possano emergere ulteriori salme, spesso in condizioni tali da rendere difficile il riconoscimento. Le associazioni riferiscono anche di aver ricevuto numerose segnalazioni da parte di familiari alla ricerca dei propri cari dispersi. In questo contesto, Mem.Med ha già attivato canali legali per chiedere alle autorità competenti verifiche puntuali sulle salme rinvenute. Al centro delle richieste c’è il rispetto dei protocolli per il prelievo e la comparazione del DNA, oltre alla tracciabilità certa delle sepolture. L’obiettivo è garantire alle famiglie il diritto di conoscere la sorte dei propri congiunti. «Al fine di restituire un’identità ed una storia alle persone scomparse e dare risposte certe alle famiglie in attesa abbiamo sollecitato l’adozione di procedure rigorose e coordinate», dichiarano le organizzazioni, chiedendo che tutte le operazioni siano svolte «con tempestività e nel pieno rispetto dei protocolli previsti». Nel comunicato viene sottolineato come il riconoscimento delle vittime non sia solo un passaggio tecnico, ma un principio fondamentale di civiltà giuridica: «Ribadiamo che il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere». Le organizzazioni insistono quindi sulla necessità di un intervento immediato e coordinato da parte delle autorità nazionali e locali, affinché sia possibile identificare il maggior numero possibile di corpi e restituirli alle famiglie, interrompendo almeno in parte l’incertezza che accompagna queste tragedie. 1. Le lettere inviate: – alle autorità nazionali e di Siracusa – alle autorità di Trapani – alle autorità calabresi ↩︎
Arnaqueur: la parola della promessa tradita
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu.  È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Arnaqueur è la prima parola. Quella che apre il Contro Dizionario.  L’ha redatta Enrico Fravega. L’ha ascoltata in Tunisia la prima volta, l’ha ritrovata nella pagina facebook di Marino Dubois, mama Africa, l’ha tessuta discutendo con le persone in movimento che ha incontrato negli Zitounes. Arnaqueur nomina una figura centrale e ambigua del viaggio: è chi regala la promessa di attraversare e al contempo tradisce la fiducia di chi parte. Non è solo un truffatore. È un nodo opaco delle reti informali che rendono possibile e al contempo rischiosa  la mobilità nel Mediterraneo Centrale.  La sua reputazione si costruisce sul tradimento di una promessa a cui non ha tenuto fede.  Le azioni dell’arnaqueur producono perdita economica per le persone in movimento e sono la traduzione di un mercato che, come tale, lascia spazio agli scambi, ma anche alla truffa. Come qualunque altro mercato.  Quando l’Arnaqueur viene identificato e denunciato, spesso tramite messaggi che passano sulle reti sociali come un tam tam, per lui è la fine. Esposto alla pubblica gogna, segnalato, isolato, paga il prezzo del suo inganno col corpo e con l’esclusione dalle reti sociali.  Questa voce  del Controdizionario mostra come il viaggio di chi cerca di arrivare in Europa non sia fatto solo di rotte e barche, di cammini, sentieri e strade percorse, ma di relazioni fragili, fiducia negoziata e violenze che passano anche attraverso le parole. ARNAQUEUR Utilizzato anche come sinonimo di voleur, escroc o fake-cokseur e derivato dal francese arnaquer («truffare»), questo termine, traducibile come «truffatore», identifica chi, attraverso il raggiro, trae un vantaggio economico dagli aventuriers che cercano di attraversare il Mediterraneo a partire dalle coste tunisine. Normalmente l’arnaque comporta la vendita di falsi passaggi per l’Europa, il mancato rimborso del denaro versato per il passaggio su tobà (si veda Tobà) non effettivamente partite, o la vendita di falsi visti che non va a buon fine. Può implicare anche il pagamento per beni che non sono poi resi disponibili (per esempio il mancato conferimento del motore fuoribordo o dei salvagenti). Molte delle piattaforme social che costituiscono l’infrastruttura informativa attraverso la quale bozayeurs (Si veda boza) e aventuriers organizzano la propria quotidianità e il proprio viaggio riportano dei veri e propri avis de recherche, corredati da tutte le informazioni necessarie a identificare l’arnaqueur, come nomi, cognomi, soprannomi, nazionalità, fotografie della persona e descrizione della truffa operata. La pubblicazione dell’avis de recherche si configura sia come una risorsa informativa per chi potrebbe trovarsi ad avere a che fare con il truffatore, sia come una forma di svalorizzazione del capitale sociale dell’arnaqueur. In questo senso l’avis de recherche si configura come una sorta di gogna social che permette l’identificazione dell’arnaqueur e, operando in modo non dissimile dal modo in cui funzionano le piattaforme di recensioni online (per esempio Tripadvisor, ma anche Google e lo stesso Facebook), rivela il ruolo cruciale della reputazione nelle reti informali attraverso cui prende forma il viaggio. Oltre alle sanzioni simboliche (biasimo e rifiuto sociale), qualora siano catturati, gli arnaqueurs possono essere soggetti a sanzioni negative economiche (multe) o fisiche. In altre parole, si applica loro il fakop (si veda Fakop). La figura dell’arnaqueur testimonia la densità e l’opacità delle relazioni che legano gli aventuriers alle reti degli intermediari che operano nello spazio stratificato delle migrazioni, e che si strutturano lungo linee reticolari legate all’amicizia, alla parentela, all’identità etnica o a relazioni di conoscenza maturate nel corso dei viaggi stessi. In questo quadro la rottura della relazione di fiducia attraverso la quale opera la truffa mostra l’importanza del legame sociale e delle forme di riconoscimento reciproco in tutte le interazioni e le negoziazioni che danno forma alla mobilità illegalizzata. ESEMPI DAL CAMPO TUNISIA…  Cocxeur disonesto  Nome: _viapi  Nazionalità: guineana  Era stato concordato che versassi il deposito il 10 seconda data il 20 ottobre… nessuna notizia nessuna risposta alle chiamate telefoniche arnaqueur. Mafia, come dice il tuo passeggero…  Post sulla pagina facebook marino dubois officiel
La Humanity 1 bloccata per 60 giorni a Trapani per aver obbedito alla legge del mare
La nave di soccorso Humanity 1 è stata fermata per 60 giorni nel porto di Trapani. Il provvedimento, notificato il 13 febbraio, prevede anche una multa da 10mila euro. A renderlo noto è l’Ong tedesca SOS Humanity, che denuncia la criminalizzazione in corso e l’ulteriore stretta contro le operazioni civili di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Secondo quanto riferito dall’organizzazione, il provvedimento riguarda un’operazione SAR in cui erano state soccorse 33 persone in pericolo e avvistati due cadaveri in acqua. Le autorità italiane contestano alla nave di non aver comunicato preventivamente con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. Nella sostanza, si tratta di una fotocopia del fermo notificato a marzo 2024, che sia il Tribunale sia la Corte d’Appello di Catanzaro, nel novembre 2025, hanno definito illegittimo, ribadendo che la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un’autorità legittima di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Notizie/In mare SOS HUMANITY VINCE LA SUA PRIMA CAUSA CONTRO IL FERMO ILLEGALE DI NAVI DI SOCCORSO La Corte d’Appello di Catanzaro conferma la sentenza del Tribunale di Crotone Redazione 4 Novembre 2025 Non è un caso che il fermo arrivi a poche ore dalla presentazione, da parte del governo Meloni, del disegno di legge che introduce la possibilità del cosiddetto “blocco navale” per le navi delle ONG, ennesima misura securitaria per cercare di impedirne l’ingresso nelle acque territoriali italiane dopo aver svolto una operazione di soccorso. Su X il ministro dell’Interno Piantedosi ha subito rivendicato il provvedimento con un post di propaganda: «L’ONG ancora una volta – scrive – non ha rispettato gli obblighi di legge previsti durante le operazioni in mare. Non si tratta solo di una grave violazione della normativa ma di un comportamento irresponsabile che mette a rischio la vita stessa delle persone». La replica di SOS Humanity non si è fatta attendere: «Il nostro equipaggio ha informato tutti i centri di coordinamento dei soccorsi competenti in conformità con il diritto marittimo internazionale», ha dichiarato Viviana di Bartolo, coordinatrice delle operazioni di ricerca e soccorso. «Abbiamo deliberatamente deciso di non comunicare con gli attori libici, poiché non possono essere considerati autorità di ricerca e soccorso legittime: sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in cerca di protezione». L’Ong ha poi aggiunto che si tratta della terza detenzione in tre mesi di una nave appartenente all’alleanza “Justice Fleet”. Nell’agosto 2025, ricorda, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave di soccorso non governativa. «Questo ribalta pericolosamente la realtà. Mentre noi salviamo vite umane e veniamo puniti per questo, la cosiddetta Guardia Costiera libica viene sostenuta, le stesse forze che abusano e uccidono le persone in fuga», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche. E’ il secondo fermo in tre mesi che SOS Humanity subisce: «Chiediamo il rilascio immediato della nostra nave di soccorso». In precedenza era stata bloccata anche la Sea-Watch 5, una delle principali navi umanitarie operative nel Mediterraneo centrale. Con due grandi imbarcazioni ferme in porto, sottolinea infine l’organizzazione, si riduce ulteriormente la capacità di soccorso in un tratto di mare sempre più pericoloso. Nel frattempo il numero delle persone migranti morte nel Mediterraneo centrale continua a crescere. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), dall’inizio dell’anno almeno 484 persone risultano morte o disperse a seguito di diversi naufragi, spesso legati alla mancanza di soccorsi tempestivi. Ma bilancio reale è purtroppo molto più grave. Numerosi sono infatti i naufragi “invisibili”, mai ufficialmente registrati. Tra questi, quelli denunciati da Refugees in Libya e Tunisia, insieme a Mediterranea, durante il ciclone Harry: un evento che può essere definito come una delle più grandi stragi degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale, con oltre un migliaio di persone disperse.
Paesi sicuri e blocco navale: il governo attacca le Ong e i diritti delle persone in movimento
Alarm Phone, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, ResQ People Saving People, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS Mediterranee ritengono inaccettabile che il Governo consideri una minaccia alla sicurezza nazionale le persone che rischiano di annegare nel Mediterraneo e le persone che tentano di soccorrerle. Questo il loro comunicato. Dopo la Legge Piantedosi e il Decreto Flussi arriva un’altra stretta al soccorso civile nel Mediterraneo da parte del Governo Meloni. Un insieme di misure che non mirano a governare i flussi di persone in movimento, ma a colpire e bloccare le navi umanitarie con il risultato di aumentare il numero di chi perde la vita in mare. Il disegno di legge che approderà in Parlamento rischia di fare dell’Italia la prima nel recepire il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, segnando un grave arretramento nelle tutele dei diritti fondamentali. Le nuove norme accelerano procedure di frontiera e rimpatri, ampliano la lista dei cosiddetti “Paesi di origine sicuri” – in cui vengono ricompresi pure Egitto e Tunisia – e facilitano il trasferimento dei richiedenti asilo verso Stati terzi anche senza legami reali. Il risultato è una compressione del diritto d’asilo e il rischio di esporre molte persone a persecuzioni e trattamenti inumani. Notizie NON ESISTONO “PAESI SICURI” E con le nuove regole UE su migrazione e asilo siamo tutti più in pericolo  Nicoletta Alessio 12 Febbraio 2026 La strategia del Governo per estromettere le Ong del soccorso in mare dal Mediterraneo si arricchisce di un nuovo capitolo. Dopo le limitazioni operative, i rientri obbligatori dopo un solo salvataggio, l’assegnazione sistematica di porti lontani e le sanzioni contro chi presta assistenza, arriva l’interdizione fino a sei mesi dall’ingresso nelle acque territoriali. Una misura che viola il diritto internazionale e le convenzioni sul soccorso, mettendo in discussione l’obbligo inderogabile di salvare vite umane. Il blocco navale è previsto per casi definiti in modo vago e quindi soggetti ad ampia discrezionalità: se applicato, produrrà meno tutele, più sofferenze per i naufraghi e meno navi pronte a intervenire in mare. Troviamo inaccettabile che il Governo consideri una minaccia alla sicurezza nazionale le persone che rischiano di annegare nel Mediterraneo e le persone che tentano di salvarle. Queste norme non rendono lo Stato più sicuro. A mettere in pericolo lo Stato di diritto è invece il Governo che sceglie di sospendere la legalità nelle città e in mare, di limitare il diritto d’asilo, di criminalizzare chi manifesta o chi salva vite. La stessa Europa, con la lista dei Paesi cosiddetti sicuri e con le novità introdotte dal Patto migrazione e asilo che entrerà in vigore a giugno, cambia natura: non più luogo di pace e di diritti, ma “continente fortezza”, che punta su esternalizzazione delle frontiere e forti restrizioni a tutele e diritti dei migranti, compreso quello all’asilo per le persone in movimento. Le ONG continueranno a operare nel rispetto del diritto internazionale per prestare soccorso e salvare vite umane, senza girarsi dall’altra parte. La stessa ambizione che dovrebbero avere anche l’Europa e gli Stati membri, senza eccezioni.
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume a cura di Filippo Torre, è edito da Tamu.  È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. PRESENTAZIONE Cara lettrice, caro lettore,  quante volte hai preso in mano un dizionario? Sicuramente, hai iniziato da bambina. Se chiudi gli occhi, te ne ricordi il peso, la copertina rigida, l’odore delle pagine sottili ingiallite e sfogliate molte volte. Lo hai aperto per tradurre il mondo: le parole cercate, una alla volta, ti hanno salvato dall’incertezza, sciolto dubbi, rimesso ordine, riportato in un mondo sicuro perché comprensibile. Ti hanno regalato senso. Probabilmente più di uno, talvolta instillandoti il dubbio che del mondo non c’è un’unica versione possibile. In certi dizionari, pare che ogni cosa abbia il suo posto. Raccontandoti cosa vuol dire un termine che ti è sconosciuto, lo hanno trasportato da un’altra lingua che non è la tua. Ti hanno fatto viaggiare, ma solo per un breve momento.  Ora invece stai per entrare in un vocabolario che ti spingerà al movimento, un atlante linguistico che ti aiuterà a capire gli attraversamenti del Mediterraneo Centrale. Approfondimenti PAROLE IN MOVIMENTO: UN VOCABOLARIO PER CAPIRE LE FRONTIERE E CHI LE ATTRAVERSA Sul libro «Controdizionario del confine» Giovanna Vaccaro 15 Gennaio 2026 Lo farai attraverso le parole usate da chi migra cercando di raggiungere l’Europa a partire dall’Africa del nord, ma anche dalle persone che effettuano soccorsi in mare, da chi abita le isole, le comunità costiere, dai pescatori. Se l’hai visto in libreria e l’hai preso in mano, ti ha colpito la copertina di cartone color cartadazucchero, il dorso decorato da strane lettere che sembrano di un antico alfabeto, tanto antico quanto il movimento degli esseri umani su terra. Allora hai letto le parole, nella quarta di copertina. Se l’hai sollevato, ti ha sorpreso il suo formato tascabile e leggero e il titolo: Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale.  I dizionari classici portano verso o attraverso. Alcuni, come questo, Contro. Lo scoprirai qui, su Melting Pot, leggendo una voce alla volta per quarantadue settimane. Avrai la sensazione di trovarti in un mare aperto attraversato da rotte invisibili, pattuglie, attese, respingimenti. In questo spazio di limine, dove le frontiere non sono tracce ma pratiche, le parole possono aiutarti a non andare alla deriva. E per questo il Contro dizionario ti sarà utile. Questo testo non punta a nord: è una bussola strana. Non è rotta, nel senso che non va aggiustata. Però, come rotta, – nel senso di direzione – ti offre quarantadue parole, disposte in ordine alfabetico, come fari sparsi. Non sono le parole delle leggi, dei comunicati ufficiali o dei titoli di giornale. Sono invece quelle che circolano tra chi attraversa, soccorre, pesca, attende. Sono parole nate nel movimento, inventate, storpiate, riappropriate, ridisegnate, condivise da chi viaggia. Le si usa per indicare un alleato, riconoscere un pericolo, nominare una violenza o illuminare una speranza. Non è un dizionario che sta sulla cattedra: insegna, piuttosto, un sapere condiviso che ne ha permesso la scrittura.  Le sue parole rivendicano la forza della contaminazione tra tunisino, francese, italiano, siciliano. Sono libere e autentiche, perché portano dentro rabbia e desiderio, paura e ostinazione. Ti spostano, ti spingono a guardare il Mediterraneo centrale da un punto che raramente riesci a trovare nello spazio pubblico. Partono da una realtà: quella del confine come esperienza che attraversa i corpi, le lingue, le relazioni. Le sue parole sono strumento di sopravvivenza. In questo atlante linguistico, si scoprono le tracce lasciate da chi si muove in uno spazio che l’Europa rende sempre più mortifero, perché delega la violenza del controllo a polizie, governi e mercenari che eseguono e applicano le sue decisioni.  Attenzione: non si tratta di un manuale di magia. In quel caso, le parole raccolte come formule cancellerebbero la violenza. Qui, invece, la si nomina e la si riconosce. Se continuerai a leggere, scoprirai anche che questo Contro dizionario non serve solo a definire, ma a stare dentro: dentro un mare attraversato da disuguaglianze, dentro un linguaggio che resiste, dentro una mobilità che non accetta paralisi, che si oppone alla narrazione dominante fatta da un linguaggio che criminalizza “gli spostamenti di alcuni soggetti e gli sforzi di chi li sostiene”. L’autore è un intero equipaggio, quello della Tanimar. “Sembrano pirati”, avrai pensato. La ricerca da cui prende forma è collettiva, coordinata dalle università di Genova e Parma, attraversata da ricercatrici e ricercatori con sguardi, strumenti ed esperienze differenti, capaci di muoversi secondo traiettorie variabili. Dal 2021, gli autori hanno percorso il Mediterraneo centrale seguendo rotte molteplici in questo mare. Non hanno semplicemente osservato luoghi, piuttosto, seguito i movimenti di chi lo attraversa. In due occasioni il lavoro sul campo si è svolto a bordo di una barca a vela, la Tanimar, che ha dato nome all’autore collettivo di questo Contro dizionario: un equipaggio di ricerca in navigazione per un’etnografia del mare. Ma i ricercatori non sono gli unici autori. Le parole sono scritte a più mani, insieme a chi quelle parole le vive e le trasmette: persone in viaggio esperte di viaggio, magici narratori incontrati lungo il percorso, soggetti collettivi impegnati in pratiche di testimonianza, singole persone in viaggio ma anche soggetti dentro progetti abolizionisti collettivi, quali i corrispondenti della pagina Instagram The Routes Journal o i testimoni del rapporto State Trafficking. Gli incontri che lo hanno generato non sono episodici: sono trama continua di relazioni. Un lessico costruito camminando e stando accanto, seguendo parole che, come le persone, restano in movimento. Se queste persone non esistessero, il Contro dizionario non ci sarebbe. Non esisterebbe la copertina blu cartadazucchero, le quarantadue voci, ma neanche la descrizione di quel movimento e la narrazione profonda che descrive il confine. Non ci sarebbe il significato delle parole, ma anche il loro uso sociale e il loro potenziale di rottura.  Ora, caro lettore, cara lettrice, puoi finalmente iniziare. Comincia la prefazione e dalla settimana prossima il Contro dizionario ti lancerà all’aventure. PREFAZIONE DEL LIBRO  di Georges Kouagang In Camerun esiste una lingua chiamata camfranglais, talvolta chiamata francanglais o francamglais; è una forma mista, un vernacolo urbano nato dall’incrocio tra francese camerunense, inglese camerunense, Cameroonian Pidgin English ed elementi di lingue indigene del Camerun. Nasce come codice pratico e creativo utilizzato soprattutto dai giovani nelle aree urbane dove coesistono francofoni e anglofoni. Il camfranglais ha iniziato a emergere a metà degli anni ’70, subito dopo la riunificazione tra l’ex Camerun francese e l’ex Camerun inglese. È nato nei mercati, porti, scuole e stadi delle grandi città camerunensi. La sua popolarità è cresciuta dalla fine degli anni ’90 grazie anche al suo utilizzo nella musica urbana da musicisti come Koppo, Krotal e Ak Sang Grave, e anche da parte di alcuni scrittori. Spesso adoperato dai giovani (in particolare tra i dodici e i ventisei anni), è stato inizialmente più usato dagli uomini ma oggi più anche dalle donne. In contesti scolastici (soprattutto secondari) diventa un linguaggio nascosto utile per conversazioni tra coetanei, anche per comunicare in modo criptico rispetto agli adulti. Sul web e sui social è ampiamente presente, contribuendo alla formazione di un’identità urbana moderna, distaccata dai contesti coloniali o etnici. Mi chiamo Georges. Sono nato in Camerun e per anni ho lottato per i diritti del mio popolo. Sono un attivista; parlavo troppo, forse, in un paese dove la verità fa paura. Nel 2011 sono stato costretto a fuggire. La mia voce era diventata pericolosa. La mia vita un bersaglio. Ricordo ancora il giorno in cui ho lasciato casa. Non avevo niente con me, solo la speranza e una convinzione profonda: non sarei morto in silenzio. Il mio viaggio verso l’Europa è cominciato così. Lungo, difficile, spesso disumano. Attraversare il deserto, dormire sotto le stelle o sotto i colpi della polizia, ho sempre cercato di sopravvivere. Durante quel cammino ho imparato una parola nuova. Una parola che circolava sottovoce, come una formula segreta tra noi migranti: boza. La sentii per la prima volta in Camerun ma il suo vero significato lo capii in Marocco. Boza voleva dire «saltare il muro», entrare in Europa senza pagare, senza documenti, senza passare dalle mani dei trafficanti. Era il sogno di attraversare Melilla o Ceuta e gridare «ce l’ho fatta!» al mondo intero. Boza era libertà. Ma anche dolore. Con il passare del tempo la parola è cambiata. È diventata boza free, che significava più genericamente superare il confine via terra o via mare senza soldi, solo con il coraggio, solo con i piedi, solo con la voglia di vivere. Era un codice, una chiave che – come il camfranglais – usavamo tra noi, persone in movimento, persone che il mondo non voleva vedere e non vuole nemmeno oggi. Tra noi le parole erano un mezzo di comunicazione sicuro, invisibile agli occhi degli altri. Boza non era solo un termine: era una promessa. Una parola nata dalla strada, destinata a cambiare, a trasformarsi, come noi. Oggi sono in Italia. Vivo, continuo a lottare ma in un altro modo. Ogni tanto chiudo gli occhi e torno lì con la mente, a quel viaggio, a quel deserto, a quel confine. E sento ancora boza risuonare nella mia testa. Non è solo un ricordo: è la mia storia. È il mio nome inciso sulla strada verso la libertà. Ogni viaggio porta con sé una lingua. Una lingua fatta non solo di suoni e grammatica ma di urgenze, paure, speranze. Questo controdizionario nasce dall’ascolto di quelle parole che, troppo spesso, non trovano spazio nei documenti ufficiali, nei notiziari o nelle statistiche. Sono le parole dei migranti in transito: termini inventati, adattati, presi in prestito o trasformati, che circolano nei campi informali, nei centri di accoglienza, lungo le frontiere e nei luoghi di attesa. Parole che raccontano la geografia del viaggio, i rapporti di potere, la solidarietà, le strategie di sopravvivenza. A volte sono parole in codice, altre volte piccoli lampi poetici in mezzo al trauma. Raccoglierle non è solo un fenomeno linguistico: è un atto politico. Significa riconoscere che anche in condizioni estreme le persone continuano a nominare il mondo, a reinventare il linguaggio per raccontarsi e orientarsi. Significa accettare che esiste un vocabolario parallelo, precario, ma straordinariamente vivo, che nasce ai margini dei confini, nei silenzi delle istituzioni, nelle pieghe del quoti- diano. Il controdizionario non vuole tradurre i migranti ma piuttosto aprire un varco di ascolto. Ogni parola è qui accompagnata dal suo contesto, dalla sua origine, dalla voce di chi l’ha usata o raccolta. Perché capire queste parole non significa solo comprendere un lessico: significa comprendere una condizione umana. A chi legge, l’invito è di entrare in queste pagine con attenzione e rispetto. Non si tratta solo di parole: si tratta di vite che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare.
Naufragio al largo della Libia: almeno 53 morti, due sono neonati
Ancora un naufragio, ancora altre insopportabili morti nel Mediterraneo centrale. Almeno 53 persone sono morte o risultano disperse, tra cui due neonati, dopo il ribaltamento di un gommone al largo della Libia, a nord di Zuwara. Il naufragio è avvenuto il 6 febbraio. Il gommone – denuncia Refugees in Libya (RIL) – trasportava 55 persone ed era partito da al-Zawiya intorno alle 23 del 5 febbraio. Dopo circa sei ore di navigazione, il natante ha iniziato a imbarcare acqua fino a capovolgersi. Solo due donne sono sopravvissute. Una ha perso il marito, l’altra i suoi due bambini.  «Tra i morti ci sono anche dei neonati, a ricordare al mondo, ancora una volta, che il mare è diventato un cimitero per coloro a cui è stato negato un passaggio sicuro»,  denuncia con forza RIL, «Nessun nome ancora. Nessun volto ancora. Solo numeri. Ma ogni numero era una vita, un respiro, una promessa interrotta nell’oscurità». Questo naufragio si aggiunge a una lunga serie di stragi avvenute nelle ultime settimane. Dopo il passaggio del ciclone Harry, Refugees in Libya e Tunisia, insieme a Mediterranea, avevano denunciato la possibile scomparsa in mare di fino a un migliaio di persone, vittime di naufragi avvenuti in condizioni meteo estreme, nel silenzio e nell’inazione di Italia, Malta e dell’Unione europea. Notizie CICLONE HARRY: FORSE 1.000 LE PERSONE DISPERSE IN MARE Refugees in Libya - Tunisia e Mediterranea: silenzio e inazione di Italia e Malta Redazione 2 Febbraio 2026 Numeri impressionanti, rapidamente scomparsi dalle prime pagine dei giornali che non hanno ricevuto la benché minima attenzione nel dibattito politico, sempre più strumentalmente concentrato su nuovi pacchetti “sicurezza”, mentre l’attenzione pubblica veniva dirottata altrove, tra narrazioni emergenziali, Olimpiadi e presunti comici al Festival di Sanremo. Naufragi “invisibili”, come vengono ormai definiti. Imbarcazioni che affondano senza che nessuna nave venga inviata in soccorso, senza indagini, senza una risposta politica all’altezza. Senza un minuto di silenzio, senza un giorno di lutto nazionale. Morti considerate minori, morti che si possono non vedere, non nominare, non commemorare. Morti che, semplicemente, non contano. Rapporti e dossier “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Le persone a bordo del gommone erano partite da al-Zawiya, uno dei principali snodi del sistema libico di detenzione. Un sistema che continua a funzionare perfettamente anche grazie agli accordi tra Italia e Libia, a partire dal Memorandum d’intesa del 2017, più volte rinnovato e che il governo Meloni ha intenzione di estendere al generale Haftar. Un accordo che, di fatto, esternalizza le frontiere europee, subappaltata il lavoro sporco alle milizie libiche e contribuisce a catturare in mare migliaia di persone e riportarle nei lager libici, dove violenze, torture, stupri e lavori forzati sono documentati in modo dettagliato da anni.  Notizie LIBIA ORIENTALE, FOSSE COMUNI E CENTRI DI DETENZIONE “CLANDESTINI” La denuncia di Mediterranea mentre Italia e UE rafforzano la “cooperazione” con il governo di Haftar Redazione 22 Gennaio 2026 È da questi luoghi che le persone continuano a fuggire, dopo aver subito violenza, pagato somme ingenti o riscatti, perché non vi è altra scelta che prendere la via del mare alla ricerca disperata di una vita migliore.  Refugees in Libya e Mediterranea parlano chiaramente di responsabilità politiche, le tragedie non sono frutto del caso. Nel comunicato diffuso ieri da MSH si legge: «Non è una tragedia inevitabile. È il risultato diretto delle politiche europee di chiusura delle frontiere, degli accordi con la Libia, della criminalizzazione dei soccorsi in mare. Qui non mancano solo i nomi: manca la volontà politica di non lasciar morire le persone nel Mediterraneo. Quando vie legali e sicure vengono sistematicamente negate e la priorità resta il contenimento, rischiare la vita in mare diventa l’unica opzione possibile.  Queste morti sono il prodotto di decisioni precise, di confini armati, di politiche che ogni giorno decidono chi può vivere e chi può morire». Tuttavia, la guerra alle persone migranti alza ulteriormente il tiro. Il paradosso più cinico è che, mentre il Mediterraneo continua a essere una fossa comune, il dibattito politico italiano si alimenta di propaganda, rilanciando nuove misure sulla “sicurezza”. Il governo si prepara, infatti, a discutere l’ennesimo decreto o disegno di legge sull’immigrazione, che dovrebbe recepire il Patto europeo su migrazione e asilo e rilanciare dispositivi già ripetuti dalla destra, non solo italiana, in anni di campagna elettorale. Tra questi, secondo le dichiarazioni della presidente del Consiglio Meloni e del ministro dell’Interno Piantedosi, potrebbe tornare oggi all’esame del Consiglio dei ministri anche il cosiddetto “blocco navale”, evocato come dispositivo attivabile in caso di presunti rischi legati al terrorismo. Un ulteriore tentativo di allargare il binomio sicurezza-immigrazione all’uso manipolatorio di un’altra parola chiave della destra, in perfetta continuità con la torsione autoritaria che stanno imprimendo all’intera società. Un “blocco navale” che punta, in realtà, a ostacolare l’azione della flotta civile impegnata nelle attività di ricerca e soccorso, nonché la possibilità di testimoniare i naufragi. Se poi questi aumenteranno, la risposta è già pronta: «La colpa non è delle politiche governative, che puntano a bloccare le partenze e quindi le morti in mare, ma degli scafisti o, tutt’al più, di coloro che scelgono di partire nonostante i pericoli».