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Dal Tarajal a Cutro: le frontiere che uccidono
ALESSIA ALBANO E FRANCESCA FUSARO, NO NAME KITCHEN Ogni anno, sulla spiaggia del Tarajal a Ceuta (Spagna), si svolge una marcia che è molto più di una commemorazione. Qui, il 6 febbraio 2014, decine di persone morirono tentando di attraversare a nuoto il confine tra Marocco e Unione Europea verso l’enclave spagnola. La Guardia Civil spagnola rispose con gas lacrimogeni e proiettili di gomma; alcuni corpi non furono mai recuperati. Quel tratto di mare, pur largo poche decine di metri, rimane un simbolo della violenza delle frontiere. «Tarajal, nunca más. El racismo mata, la memoria resiste» (Il razzismo uccide, la memoria resiste) è stato il tema della XIII Marcha che si svolge ogni anno per ricordare una delle stragi più crudeli mai avvenute. Quest’anno, a causa delle condizioni meteorologiche avverse, la tradizionale manifestazione sulla spiaggia del Tarajal non si è svolta. Il programma è stato rimodulato in una forma più raccolta: una tavola rotonda di confronto pubblico e un incontro in moschea hanno sostituito il corteo lungo il confine. Un cambiamento forzato, che non ha però indebolito il senso politico dell’iniziativa. L’assenza della manifestazione fisica sulla spiaggia ha reso ancora più evidente quanto il Tarajal non sia solo un luogo simbolico da attraversare una volta all’anno, ma una ferita aperta che parla al presente. Nelle parole condivise durante gli incontri è emersa con forza la continuità tra il 6 febbraio 2014 e l’oggi: le persone che ancora tentano di superare quella frontiera, i respingimenti, le violenze, le sparizioni che si consumano lontano dai riflettori. La connessione tra la giornata di Ceuta e le iniziative parallele in Marocco e in tante altre città evidenzia un altro aspetto importante: le politiche migratorie europee non si fermano alla linea del confine. Si estendono ben oltre, fino ai luoghi in cui le partenze vengono intercettate, gestite o bloccate dalle autorità locali in collaborazione con l’Unione Europea. E si estendono fino dentro al cuore dell’Unione Europea. Questo contesto di controllo esteso produce violenze quotidiane che raramente compaiono nei grandi titoli dei media. Rapporti e dossier/Confini e frontiere VITE SACRIFICABILI Un rapporto di No Name Kitchen sulle violenze, l’esclusione e il regime di frontiera contro le persone in transito a Ceuta e Melilla Giovanna Vaccaro 19 Dicembre 2025 FRONTIERE CHE UCCIDONO – OLTRE IL TARAJAL Ricordare il Tarajal significa inevitabilmente guardare all’intero Mediterraneo come teatro di morti e sparizioni sistematiche. La stessa logica di violenza che ha prodotto le vittime di Ceuta continua in altre rotte: quella atlantica verso le Canarie, l’Egeo orientale, il Mediterraneo centrale. Come denunciato anche negli appelli di inizio anno, si profila un altro anno segnato da morti in mare se non cambiano le politiche. Le tragiche immagini di Cutro, dove nel febbraio 2023 1 decine di persone persero la vita in un naufragio vicino alle coste calabresi, restano un monito doloroso 2. Quelle bare allineate negli spazi del palazzetto dello sport hanno scosso l’opinione pubblica italiana e internazionale. Notizie/Confini e frontiere NAUFRAGI NEL CANALE DI SICILIA: «IDENTIFICARE I CORPI E DARE RISPOSTE ALLE FAMIGLIE» Mem.Med, ASGI, Mediterranea e Alarm Phone hanno inviato formale richiesta alle autorità italiane Redazione 21 Febbraio 2026 Ma il rischio è che questa indignazione si dissolva con il tempo, proprio come succede per altri drammi meno visibili. Negli ultimi mesi, nuove stragi si sono registrate ancora al largo della Libia: almeno 53 persone morte, tra cui neonati, in un altro naufragio che evidenzia quanto pericolose siano le rotte, anche quando manca un sistema di ricerca e soccorso efficace e coordinato. PERCHÉ RICORDARE FA PARTE DELL’OGGI La memoria non è un rito vacuo: è uno strumento politico. La Marcha por la Dignidad (nome ufficiale della marcia a Ceuta anche se a volte erroneamente ci si riferisce ad essa come Marcha del Tarajal) non si limita a commemorare il 6 febbraio 2014, ma lo collega all’attualità delle frontiere europee che continuano a uccidere e far sparire persone in movimento. Richiamare quei nomi è un modo per rifiutare la normalizzazione delle morti in frontiera. Nell’ambito delle frontiere iberiche, anche il 2026 è già stato segnato da respingimenti e violenze in frontiera, e da numerose morti: a Ceuta hanno già perso la vita 36 minori e adolescenti nell’intento di entrare nuotando nel mare. Inoltre, le espulsioni collettive dalla Spagna verso il Marocco, spesso operate in piena notte e senza garanzie procedurali, sollevano preoccupazioni sulle violazioni delle norme internazionali. Rapporti e dossier/Confini e frontiere  «RESISTERE AD UN ALTRO ANNO DI MASSACRO NEL MEDITERRANEO»  Il rapporto sul 2025 di Memoria Mediterranea Maria Giuliana Lo Piccolo 9 Febbraio 2026 LA SITUAZIONE OGGI A CEUTA La doppia barriera metallica che separa Ceuta dal Marocco è sempre più alta, sempre più sorvegliata. Telecamere, sensori, pattugliamenti congiunti rafforzano un confine che non è naturale, ma costruito. Le persone intercettate prima di raggiungere la barriera subiscono spesso violenze e abusi da parte della polizia marocchina e poi messi in grandi autobus che li abbandonano nel sud del Marocco o nel deserto del Sahara. Chi invece riesce a raggiungere il suolo spagnolo rischia sempre di essere respinto con procedure sommarie che spesso ignorano il diritto di chiedere protezione internazionale. I minori stranieri non accompagnati presenti nell’enclave vivono in uno stato di precarietà strutturale: in molti casi senza accesso adeguato a istruzione, alloggi decenti o assistenza legale. Tutti i centri di prima accoglienza, tanto per adulti che per minori, sono sovraffollati con centri, con picchi del 300% dello spazio consentito. PH: Greta Cassanelli/NO NAME KITCHEN IL LAVORO DI UNA NNK A CEUTA: 24/7 IN FRONTIERA Come NNK siamo arrivate ufficialmente a Ceuta nel febbraio 2021, un anno dopo la chiusura della frontiera tra Ceuta e Marocco. Dopo un’analisi iniziale dei bisogni, l’entrata massiva di persone nel maggio 2021 ha reso evidente la necessità di una presenza stabile a lungo termine. Ceuta, insieme a Melilla, rappresenta l’unica frontiera terrestre tra Africa ed Europa ed è un punto chiave nella gestione dei flussi migratori. In questo contesto, come NNK osserviamo da anni numerose forme di violenza contro le persone migranti – fisica, psicologica e amministrativa – che continuiamo a denunciare pubblicamente 3. Molte persone, inclusi minori, rischiano la vita per lasciare Ceuta con la pratica del “risky”, nascondendosi sotto i camion diretti ai traghetti o tentando la traversata in barca. Il lavoro in frontiera è mutevole e ciò che accade a Ceuta spesso rimane invisibile. Per questo cerchiamo di creare spazi sicuri, offriamo assistenza umanitaria e supporto legale, raccogliamo testimonianze e documentiamo le violazioni dei diritti umani. Molte persone migranti, soprattutto minori, vivono in strada. Alcune non vogliono entrare nei centri di accoglienza per mancanza di fiducia nelle autorità, per le condizioni disastrose di questi centri e per gli abusi subiti da parte del personale; altri desiderano raggiungere rapidamente la Penisola per lavorare o riunirsi alla famiglia. A Ceuta il team NNK opera per accompagnare le persone, coprire i bisogni di base nei limiti delle proprie possibilità e denunciare le violazioni in atto. Inoltre, a Ceuta, grazie alla presenza costante di un team legale, lottiamo anche con dei litigi strategici: lavorare su dei casi legali specifici con l’obiettivo non solo di risolvere la singola disputa, ma di creare un precedente per ottenere un cambiamento strutturale. Nel 2025, assieme a SJM e Coordinadora de Barrio abbiamo vinto un importante caso davanti al TSJA (Tribunal Superior de Justicia de Andalucia) con il giudice che ha dichiarato che i respingimenti in mare sono illegali. GUARDARE AVANTI: MEMORIA E LOTTA Collegare il Tarajal alle stragi di Cutro e alle continue morti nel Mediterraneo non è un semplice esercizio narrativo. È un modo per far emergere un filo rosso: le frontiere uccidono, nonostante slogan e politiche che si presentano come “umanitarie” o “di ordine pubblico”. Collegare tutto ciò e ribadire l’impegno quotidiano di tante e tanti singoli e Associazione e Collettivi è la maniera di portare avanti la memoria e di lottare nel quotidiano. Ogni barriera più alta, ogni pattugliamento intensificato, ogni accordo di esternalizzazione con Paesi terzi spinge le rotte verso percorsi più lunghi, più pericolosi, più mortali. I momenti di ricordo – come la Marcha por la Dignidad – sono fondamentali, ma non possono restare rituali senza domande politiche. Aprire canali legali e sicuri, garantire sistemi di ricerca e soccorso efficaci, denunciare i respingimenti collettivi, costruire reti di accoglienza dignitose sono scelte non solo possibili ma urgenti. 1. Non dimenticheremo. Di ritorno da Crotone, Redazione Melting Pot (15 marzo 2023) ↩︎ 2. Cutro, ricostruite le 3 ore fatali prima della strage, Il Manifesto (18 febbraio 2026) ↩︎ 3. Si veda il progetto Burorrepression ↩︎
“Rompere il silenzio”: la nuova Carovana per una Calabria aperta e solidale
Dal 24 al 28 febbraio torna per il secondo anno la Carovana per una Calabria aperta e solidale, un’iniziativa politica e umana che intreccia memoria, denuncia e mobilitazione. Crotone, Cutro, Riace, Caulonia e Reggio Calabria saranno le tappe di un viaggio organizzato da Carovane Migranti e Caravana Abriendo Fronteras 1, che si intreccia con una parte delle iniziative organizzate a Steccato di Cutro e Crotone dalla Rete 26 Febbraio nei giorni del terzo anniversario della strage di Cutro. «Verità e giustizia per le famiglie delle vittime, per i superstiti, dignità ai morti e agli scomparsi delle stragi nel Mediterraneo», è la richiesta trasversale a tutti gli appuntamenti. Le organizzazioni nel loro appello identificano quanto sta avvenendo come «una geografia del terrore, una risposta del Potere alla libertà di movimento delle persone». E ancora: «Non vi è termine più appropriato che quello di “migranticidio” per definire la mattanza alle frontiere dell’Occidente». Il riferimento esplicito è alle politiche europee e alla loro recente evoluzione: «L’Europa che si riarma ha già un esercito comune: Frontex schierato in armi alle frontiere esterne per blindare la Fortezza Europa e moltiplicare i respingimenti». Un impianto che trova applicazione concreta «nel famigerato Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo», i cui effetti «vediamo nella recente decretazione del Governo». Nel mirino anche il clima politico complessivo: «Sotto attacco feroce i migranti, i richiedenti asilo, le famiglie che tentano di ricongiungersi», mentre «le navi umanitarie» vengono «vessate in ogni modo» e «i solidali criminalizzati preventivamente». Lo scenario attuale viene definito «una guerra di frontiera». Una guerra che, si legge, produce un sistema in cui «i migranti sono meglio se inghiottiti dal mare o dai trafficanti di terra». Da qui la necessità di una risposta collettiva: «La risposta dal basso deve darsi un orizzonte più ampio, condividendo lotte, pratiche e testimonianze dalle rotte». Una azione politica che deve essere internazionale «intrecciando le voci delle madri, dei familiari che da Tunisi o Algeri, dal Marocco o dall’estremo Oriente chiamano le Americhe ed il resto del mondo». La strage di Cutro è stato un momento in cui questa risposta si è data e le giornate successive ne sono state un esempio». Per questo «dovremo occupare gli spazi che le istituzioni lasciano deliberatamente vuoti», costruendo percorsi che «vedano al centro le madri, le famiglie ed i loro bisogni». Durante tutte le tappe saranno presenti i Lenzuoli della Memoria Migrante, le pagine bianche di un libro che vogliono «raccontare e dare un nome alle persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo». Un gesto simbolico che accompagna ogni Carovana, «riaffermando con forza la dignità di persona che viene regolarmente negata». IL PROGRAMMA GIORNO PER GIORNO 24 febbraio – Crotone, davanti al tribunale * Alle 14.00 conferenza stampa con familiari, sopravvissuti e associazioni. * Dalle 14.30 alle 17.30 presidio: «per dare voce alle famiglie» anche di fronte al rinvio del processo. 25 febbraio – Crotone * Alle 10.00, al campo di Tufolo, partita di calcio “friendly match”. * Alle 16.30, in Piazza dell’Immacolata, incontro pubblico su «stragi nel Mediterraneo e nelle rotte di terra», con l’obiettivo dichiarato di «dare voce ai diritti dei superstiti, delle famiglie delle vittime e degli scomparsi». * Alle 20.00, al Cinema Teatro Apollo, la proiezione del docufilm “Cutro, 94… and more”. 26 febbraio – Crotone / Steccato di Cutro * Alle 4.00 la veglia commemorativa: un momento che risponde all’appello delle famiglie a «non sentirsi sole nella notte di Steccato di Cutro». * Alle 11.30 conferenza stampa al Municipio di Crotone con «le voci dei familiari di ritorno dall’alba». * Alle 15.00 dibattito su «genocidio, migranticidio, guerra e disinformazione di massa», che mette in relazione le politiche migratorie con i conflitti globali. * Nel pomeriggio, proiezione del docufilm a Cutro e presentazione del libro “Un viaggio verso Cutro” a Crotone. 27 febbraio – Riace / Caulonia * A Riace incontro con Mimmo Lucano. * A Caulonia, alle 17.30, l’iniziativa: «Resistere, esistere. Dal basso, contro la barbarie del migranticidio e del genocidio a Gaza». 28 febbraio – Reggio Calabria * Visita al cimitero di Armo e al Museo diocesano delle migrazioni. * Nel pomeriggio, iniziativa conclusiva: «Mare nMostrum, rompere il silenzio su genocidio e migranticidi di Stato». Un momento pensato per «tirare le fila del viaggio» e rilanciare le mobilitazioni. Le iniziative organizzate dalla Rete 26 febbraio “PROCEDURE CERTE, DEGNE E TRASPARENTI” Tra le richieste più concrete avanzate dalla Carovana c’è quella di vincolare le istituzioni «di fronte alle tragedie di mare e di terra, a procedure certe, degne e trasparenti». In particolare su «identificazione», «supporto psicologico ai familiari», «presenza nelle diverse fasi dell’iter processuale», fino a «sepolture e rimpatrio dei corpi». L’obiettivo è anche internazionale: «Lavoriamo insieme alla costruzione di un incontro internazionale» per definire «un protocollo per l’identificazione dei corpi» e «garantire il diritto inalienabile dei familiari a conoscere la sorte dei loro cari». LA VOCE DELLE FAMIGLIE E DEI SOPRAVVISSUTI «PERCHÉ VI SIETE DIMENTICATI DI NOI?» Al centro restano loro. Le parole con le quali le famiglie hanno chiesto che non cali il silenzio sulla strage di Steccato di Cutro e che siano rispettate le promesse che la Presidente del Consiglio Meloni fece a loro nelle settimane successive al naufragio di tre anni fa. «È difficile vivere senza giustizia. È difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari». E aggiungono, «ci fa più male di tutto la sensazione che vi siate dimenticati di noi». Le promesse istituzionali, denunciano, «non si sono realizzate» e «nessuna delle altre promesse […] è stata mantenuta». Da qui la decisione di tornare, «con le unghie e con i denti, con l’amore per la verità, faremo in modo di tornare». Una voce che si unirà a quella di tante persone solidali che saranno mobilitate per «rompere il silenzio». 1. Scarica il comunicato completo ↩︎
Strage di Cutro: ONG e familiari chiedono verità e giustizia
Si sarebbe dovuto aprire domani, 14 gennaio, davanti al Tribunale di Crotone il processo penale sul naufragio avvenuto al largo di Steccato di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, una delle stragi più gravi della storia recente italiana. In quel naufragio persero la vita almeno 94 persone, mentre il numero dei dispersi non è mai stato accertato. Solo 80 persone riuscirono a sopravvivere. Nel procedimento sono imputati sei ufficiali tra Guardia Costiera e Guardia di Finanza, accusati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. A costituirsi parte civile sono Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS Mediterranee. Notizie/In mare NAUFRAGIO DI CUTRO: QUATTRO FINANZIERI E DUE MILITARI DELLA GUARDIA COSTIERA RINVIATI A GIUDIZIO Le Ong parte civile al processo: «Si avvicina la possibilità di ottenere verità e giustizia» Redazione 24 Luglio 2025 Le organizzazioni di ricerca e soccorso spiegano di aver scelto la via giudiziaria per «ottenere verità e giustizia per la catena di eventi, decisioni ed omissioni che hanno portato» al naufragio. Al centro della loro denuncia vi sono i ritardi e le scelte operative delle autorità italiane nella gestione dell’allarme. «Come la tempestività è fondamentale nei soccorsi, così i ritardi nell’attivare interventi di salvataggio non sono un semplice incidente ma una negligenza da sanzionare», hanno scritto le ONG, sottolineando che «in questo caso specifico, le autorità italiane hanno prima dato priorità all’operazione di polizia e poi ignorato il loro dovere di soccorso; come noto, quella gestione ha avuto conseguenze drammatiche». Secondo le organizzazioni SAR, quanto accaduto tre anni fa è l’emblema di quanto avviene sempre più spesso a causa dei ritardi nell’avvio delle operazioni di salvataggio in mare, che «hanno portato a tante evitabili stragi». Per questo motivo, il processo dovrebbe alzare lo sguardo verso l’alto: «Il giudizio non può fermarsi ai funzionari di grado inferiore e ogni decisione, anche quelle delle autorità superiori, deve essere presa in considerazione risalendo la catena di comando». Le ONG richiamano esplicitamente il quadro normativo internazionale: «Il diritto internazionale, la tutela della vita e il dovere di soccorrere chi è in difficoltà in mare devono essere la priorità e vanno rispettati sempre». E aggiungono: «È inaccettabile che le persone continuino ad annegare nel Mediterraneo e non si deve più consentire che i responsabili, a tutti i livelli, di questo come di altri naufragi restino impuniti». Il ricorso al condizionale è d’obbligo perché, nel frattempo, è sopraggiunto un rinvio: l’udienza è stata rimandata a data da destinarsi. Le ONG fanno comunque sapere che, quando il processo inizierà, saranno presenti rappresentanti di tutte le organizzazioni costituite parte civile, che nel corso del dibattimento saranno ascoltati insieme ai consulenti tecnici inseriti nelle liste testi. L’obiettivo dichiarato è anche quello di «supportare le famiglie delle vittime nella loro richiesta di giustizia». Proprio alle famiglie dà voce il comunicato diffuso da Carovane Migranti, che rende pubblica una lettera inviata da un gruppo di familiari delle vittime e dai sopravvissuti della barca “Summer Love”. Un testo che esprime dolore, rabbia e un profondo senso di abbandono. «È difficile vivere senza giustizia. È difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari, che sono arrivati morti sulle vostre coste», scrivono le famiglie. «Ci fa più male di tutto la sensazione che vi siate dimenticati di noi. Passa un anno, poi due e già si avvicina un’altra commemorazione». Nel mirino ci sono le promesse istituzionali rimaste senza seguito: «Alle promesse del vostro Primo Ministro non sono seguiti fatti concreti. I ricongiungimenti familiari in cui abbiamo creduto e che abbiamo sperato non si sono realizzati. Nessuna delle altre promesse che i politici ci hanno fatto in questi anni è stata mantenuta». La lettera propone anche nuove iniziative pubbliche: «Con le unghie e con i denti, con l’amore per la verità, faremo in modo di tornare a Roma nei luoghi delle promesse infrante». E pone una domanda diretta alle istituzioni: «Perché vi siete dimenticati di noi?». Carovane Migranti spiega che, nonostante il rinvio dell’udienza – «un mero rinvio ad altra composizione collegiale», con una nuova data ancora da fissare – si è scelto di rendere comunque pubblica la lettera. «Pensiamo valga la pena dare voce alle famiglie», scrivono, ritenendo il testo «una buona premessa per la costruzione delle iniziative per il prossimo 26 febbraio». L’appello è aperto a tutte e tutti e si può firmare scrivendo a carovanemigranti@gmail.com : «Sarebbe auspicabile raccogliere le adesioni di quanti credono che la strage non debba essere dimenticata, perché si risponda con verità e giustizia alle domande dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime». Un processo che, per ONG e familiari, non riguarda solo le responsabilità individuali, ma il modo in cui il governo Meloni ha scelto, e continua a scegliere, di non gestire il soccorso in mare, bensì di esternalizzare le frontiere e stringere accordi con le milizie libiche. Un processo che, come chiedono da tempo famiglie delle vittime e persone sopravvissute, dovrà fare i conti non solo con i fatti, ma anche con le promesse mancate.
Naufragio di Cutro: quattro finanzieri e due militari della guardia costiera rinviati a giudizio
A due anni e mezzo dal naufragio di Steccato di Cutro, che costò la vita ad almeno 94 persone – tra cui 35 minori – arriva un primo passo concreto per la ricerca di verità e giustizia: sei militari, quattro appartenenti alla Guardia di Finanza e due alla Guardia Costiera, sono stati rinviati a giudizio con le accuse di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Lo ha deciso la giudice per l’udienza preliminare di Crotone, Elisa Marchetto, accogliendo la richiesta del pubblico ministero Pasquale Festa. Secondo quanto riporta l’ANSA, tra gli imputati figurano Giuseppe Grillo, capo turno della sala operativa del Reparto operativo aeronavale di Vibo Valentia; Alberto Lippolis, comandante del Roan; Antonino Lopresti, ufficiale in comando tattico; Nicolino Vardaro, comandante del Gruppo aeronavale di Taranto. Con loro, a processo andranno anche Francesca Perfido, ufficiale in servizio a Roma, e Nicola Nania, che era di turno nel Comando regionale della Capitaneria di porto di Reggio Calabria la notte della strage. L’avvio del processo è previsto per il 14 gennaio 2026 davanti al Tribunale di Crotone. Il procedimento giudiziario ruota attorno alla mancata attivazione del Piano Sar (Search and Rescue) nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, quando il caicco Summer Love si spezzò a pochi metri dalla costa calabrese con a bordo persone provenienti perlopiù da Afghanistan, Iran, Siria e Pakistan. Le trasmissioni di Radio Melting Pot (Non) È Stato il mare. A un anno dalla strage di Cutro Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 10 seconds 00:00 / 29:00 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 29:00 | Registrato il 26 Febbraio 2024 A salutare con favore il rinvio a giudizio sono le sei Ong Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS Mediterranee, tutte ammesse parte civile nel processo. In una dichiarazione congiunta affermano: «Con il rinvio a giudizio si avvicina la possibilità di ottenere verità e giustizia». Le organizzazioni fin dal primo momento avevano denunciato una catena di gravi omissioni nelle operazioni di salvataggio: «I tempi sono fondamentali per la buona riuscita delle operazioni di soccorso, per questo i ritardi nell’attivare interventi di salvataggio non sono un incidente ma una negligenza, che non può restare impunita. In questo caso specifico le autorità italiane hanno ignorato il loro dovere di soccorso e l’omissione ha avuto conseguenze drammatiche». Soprattutto, oggi, chiamano in causa anche i livelli superiori della catena di comando e rilanciano un appello: «Non è accettabile e non si deve più consentire che i responsabili di questo come di altri naufragi restino impuniti mentre le persone continuano ad annegare. Il diritto internazionale, la tutela della vita e il dovere di soccorrere chi è in difficoltà in mare devono essere rispettati sempre, anche nel Mediterraneo». Infine, chiedono «di porre immediatamente fine alla criminalizzazione delle persone in movimento e di ripristinare efficaci operazioni di ricerca e soccorso in mare, auspicabilmente anche con una missione europea dedicata». Le prossime udienze rappresentano quindi un momento cruciale non solo per accertare le responsabilità individuali, ma anche per far luce sulle responsabilità politiche e sulle pressioni esercitate dall’alto su un sistema generale di soccorso ormai da anni ostaggio di scelte politiche che ne hanno progressivamente limitato capacità e volontà di intervento.