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I movimenti e il no di Sánchez
-------------------------------------------------------------------------------- Poche volte le grandi manifestazioni hanno cambiato il mondo. Non ci riuscirono nell’immediato quelle del 15 febbraio 2003 contro la guerra in Iraq. Tuttavia, quella data resta importante per i movimenti sociali per ciò che ha seminato in profondità: mai nella storia dell’umanità milioni di persone hanno manifestato contro la guerra contemporaneamente in tutto il mondo. L’elenco delle città – 793 – che hanno partecipato a quella straordinaria protesta è ancora archiviato qui. Nella foto, la maglietta diffusa dal settimanale Carta (un anno dopo quell’evento) con il disegno di Pablo Eucharren -------------------------------------------------------------------------------- Pedro Sánchez riassume il suo gesto di sfida all’amministrazione Trump in quattro parole: “No a la guerra“. È prima di tutto uno schiaffo al Partido Popular, in ricordo di Aznar sull’isola delle Azzorre, frangetta al vento, tramando con Bush e Blair la guerra che sarebbe tornata con un terribile boomerang l’11 marzo 2004 a Madrid (quel giorno alcuni attentati terroristici coordinati hanno devastato il sistema ferroviario locale durante l’ora di punta mattutina provocando la morte di 193 persone, ndr). Ma per me significa anche un’altra cosa: il dono lasciato dalle mobilitazioni del 2003 nella società spagnola e in molti altri paesi, le prime che ho vissuto che hanno straripato ampiamente e felicemente i nuclei di militanza radicale autonoma e di sinistra dove io partecipavo. Un dono, un’impronta, uno “spirito”. È un luogo comune screditare la politica di strada perché “è effimera” e “non tocca il potere“, eppure ventitré anni dopo ricordiamo il no alla guerra perché ha fatto un segno sulla sensibilità collettiva, tra ciò che è tollerato e ciò che non lo è. Una marca che dura ancora. Di fronte ai “realisti della politica” che pensano, in sintesi, che l’unica cosa che ha reale esistenza è il potere, contestarlo, prenderlo, esercitarlo e difenderlo, c’è una politica di strada che pensa con un’altra logica: fare ostacolo, essere ostacolo, ostacolare. E non si tratta di un gesto puramente negativo, perché creare ostacolo muove i corpi, attiva gli affetti, innamora gli immaginari, e lascia nel corpo collettivo segni che si riaprono nel momento meno pensato. Dire no alla guerra dalla presidenza del governo non è la stessa cosa che dirlo dalla strada. Ma la politica di strada deve essere astuta, non purista o moralista. Se qualche “principe” vuole brandire i suoi slogan, va bene, ma che se la giochi e faccia qualcosa – e questo vale sia per Pedro Sanchez che per Podemos. La questione è “non credere” nel potere, continuare a distanza, pensando con un’altra logica, quella dell’ostacolo, affidandoci alla potenza della strada per imporre limiti, cambiare atmosfere, lasciare impronte e segni. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I movimenti e il no di Sánchez proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
Sanchez: la posizione del Governo Spagnolo è: “No alla guerra”
Così si è espresso questa mattina, dal Palazzo della Moncloa, il presidente spagnolo Pedro Sánchez. Il capo del governo ha analizzato la crisi in Medio Oriente, ha chiarito la posizione del suo governo e ha affermato: “Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi”. Questi sono alcuni dei punti principali del suo discorso. (Testo completo alla fine di questa nota) “La posizione del governo spagnolo di fronte a questa situazione è chiara e coerente. È la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza. In primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, specialmente i più indifesi, la popolazione civile. In secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo con i conflitti e le bombe. E infine, no al ripetersi degli errori del passato. In definitiva, la posizione del governo spagnolo si riassume in quattro parole: no alla guerra”. “Dalla guerra in Iran non nascerà un ordine internazionale più giusto, né ne deriveranno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano. (…) Quello che per ora possiamo intravedere è una maggiore incertezza economica, aumenti del prezzo del petrolio e anche del gas. Per questo motivo dalla Spagna siamo contrari a questo disastro, perché riteniamo che i governi siano qui per migliorare la vita delle persone (…). Ed è assolutamente inaccettabile che quei leader che non sono in grado di adempiere a questo compito utilizzino il fumo della guerra per nascondere il loro fallimento e riempire le tasche di pochi, i soliti noti. Gli unici che guadagnano quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili”. “Collaboreremo, come abbiamo sempre fatto, con tutti i paesi della regione che sostengono la pace e il rispetto della legalità internazionale, che sono due facce della stessa medaglia. (…) E continueremo a lavorare per raggiungere una pace giusta e duratura in Ucraina e in Palestina, due luoghi che meritano di non essere dimenticati. “Infine, il governo continuerà a chiedere la cessazione delle ostilità e una risoluzione diplomatica di questa guerra. E voglio anche specificarlo, perché sì, la parola giusta è chiedere. Perché la Spagna è membro a pieno titolo dell’Unione Europea, della NATO e della comunità internazionale. E perché questa crisi riguarda anche noi, gli europei e, di conseguenza, gli spagnoli. (…) L’ho detto in molte occasioni e lo ripeto ora: non si può rispondere a un’illegalità con un’altra, perché è così che iniziano i grandi disastri dell’umanità. Dobbiamo imparare dalla storia e non possiamo giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone. Le potenze coinvolte in questo conflitto devono cessare immediatamente le ostilità e puntare sul dialogo e sulla diplomazia. E noi altri dobbiamo agire con coerenza, difendendo ora gli stessi valori che difendiamo quando parliamo dell’Ucraina, di Gaza, del Venezuela o della Groenlandia. Perché la questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah. Nessuno lo è. Certamente non lo è il popolo spagnolo e, ovviamente, nemmeno il governo spagnolo. La domanda, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace. Noi ripudiamo il regime iraniano che reprime e uccide viliamente i propri cittadini, in particolare le donne. Ma allo stesso tempo rifiutiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica. Alcuni ci accuseranno di essere ingenui per questo, ma è ingenuo pensare che la soluzione sia la violenza. È ingenuo credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni possano nascere dalle rovine. O pensare che praticare un seguitarismo cieco e servile sia un modo di guidare. Al contrario, credo che questa posizione non sia affatto ingenua, è coerente e quindi non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per paura delle ritorsioni di qualcuno. “Alcuni diranno che siamo soli in questa speranza, ma non è vero. Il governo spagnolo è con chi deve essere. È con i valori che i nostri padri e i nostri nonni hanno sancito nella nostra Costituzione. La Spagna è con i principi fondanti dell’Unione Europea. È con la Carta delle Nazioni Unite. È con il diritto internazionale e quindi è con la pace e la convivenza pacifica tra i paesi. Siamo inoltre (…) con milioni di cittadini e cittadine che chiedono al domani non più guerra o più incertezza, ma più pace e più prosperità. Perché la prima cosa avvantaggia solo pochi, mentre la seconda avvantaggia tutti noi”. Video: https://www.youtube.com/live/4sKsp0nBlkw?si=5mNCBV0l5T8dtul3   Testo completo del discorso in spagnolo Pressenza IPA
March 4, 2026
Pressenza
Una regolarizzazione spinta dal basso cambia la Spagna
La misura, promossa dalla piattaforma Regularización Ya! e portata in discussione nel Parlamento spagnolo dopo aver raccolto più di 700.000 firme, potrebbe beneficiare circa 840.000 persone che si trovano in situazione amministrativa irregolare nel Paese. Oltre il 90% di questi individui proviene dall’America Latina e il 58% sono donne. Tra le persone beneficiarie potrebbero esserci 150.000 minori di 10 anni. Ora si attende la pubblicazione definitiva nella Gazzetta Ufficiale dello Stato (BOE), prevista per marzo 2026. La misura, approvata mediante Real Decreto-Ley lo scorso 27 gennaio 1 durante il Consiglio dei ministri 2, è stata promossa dalla piattaforma Regularización Ya insieme a quasi un migliaio di organizzazioni della società civile 3. «Senza dubbio l’aspetto più importante di questo annuncio è che la misura è stata concepita per il beneficio delle persone migranti in Spagna in un momento in cui questi diritti vengono messi in discussione a livello globale», dichiarava Redwan Baddouh, attivista e membro della piattaforma, durante una conferenza stampa 4. La misura prevede un totale di tre requisiti, dei quali sarà necessario soddisfarne almeno uno per poterne beneficiare. Questi sono: trovarsi in situazione di vulnerabilità, essere entrati in Spagna prima del 31 dicembre 2025 e poter dimostrare una permanenza pari o superiore a cinque mesi nel territorio. Allo stesso tempo, le persone dovranno dimostrare di rispettare anche gli altri requisiti ordinari propri di un processo di regolarizzazione. Al 1° gennaio 2025, il totale delle persone straniere residenti in Spagna in situazione amministrativa irregolare rappresentava il 17,2% della popolazione straniera proveniente da Paesi non comunitari 5. Nella maggior parte dei casi, le persone sono arrivate in situazione regolare, ritrovandosi successivamente in una condizione amministrativa irregolare. Questo fenomeno è noto come irregolarità sopravvenuta. «A partire dal 2020, grazie alla ricerca promossa da enti del terzo settore come Fundación porCausa, abbiamo potuto ottenere un quadro più completo del profilo di queste persone», riconosce Edith Espinola, anch’essa membro della piattaforma. «Un elemento sicuramente positivo è che la misura favorisce per quasi il 60% le donne, molte delle quali madri sole in una situazione di enorme precarietà», sottolinea Espinola. «Senza dubbio stiamo parlando di un salto di qualità nella vita di queste persone. Come persona che è arrivata in questo Paese per lavorare come collaboratrice domestica convivente, conosco le condizioni di violenza e semischiavitù a cui molte mie colleghe sono esposte quotidianamente», continua Espinola, evidenziando che quasi 200.000 donne impiegate nel settore dell’assistenza e della cura in Spagna beneficeranno della misura. Per i rappresentanti della piattaforma Regularización Ya, l’aspetto più importante è poter sperimentare la sensazione di libertà che comporta camminare per strada senza paura di retate della polizia. > «Quando si lascia alle spalle la situazione irregolare, si torna a sentirsi > una persona con dignità», afferma Baddouh. «Vivere in Spagna senza documenti equivale a vivere in una prigione invisibile», commenta Lamine Sarr, rappresentante del collettivo dei venditori ambulanti di Barcellona. «Stiamo parlando di qualcosa di così umano come poter accedere al mercato del lavoro con diritti. Grazie a questa misura, persone che lavorano più di 12 o 14 ore al giorno raccogliendo fragole a Huelva potranno aspirare a qualcosa di tanto basilare quanto avere un tetto sotto cui vivere», sottolinea Sarr. «Voglio lanciare un messaggio a tutte quelle persone di questo Paese che dicono con orgoglio di essere razziste. Se lo siete davvero, smettete di consumare qualsiasi prodotto che sia stato manipolato da persone migranti durante la sua fase di produzione. Oggi è impossibile vivere ignorando le persone straniere in questo Paese», conclude Sarr. UN’INIZIATIVA POPOLARE CHE DIVENTA NORMA Il movimento Regularización Ya è nato nel 2020 durante la pandemia di COVID, di fronte alla situazione straordinaria che migliaia di persone migranti in situazione irregolare stavano vivendo in quel momento in Spagna. Nell’aprile di quell’anno è stata lanciata la prima campagna pubblica della piattaforma, sostenuta da quasi 900 collettivi, in maggioranza composti da persone migranti. Non è stato fino al 2022 che un movimento di quasi un migliaio di organizzazioni guidate da Regularización Ya ha avviato la campagna denominata Esenciales per promuovere un’Iniziativa Legislativa Popolare (ILP) con cui portare la proposta di regolarizzazione davanti al Congresso. Nell’aprile 2024 tutti i gruppi parlamentari, ad eccezione del partito di estrema destra Vox, hanno votato a favore della sua trattazione. Da allora, la piattaforma doveva solo attendere che il governo ne annunciasse l’approvazione definitiva. A differenza delle regolarizzazioni promosse da governi precedenti, la novità in questa occasione risiede nel fatto che la proposta arriva attraverso una mobilitazione cittadina. Allo stesso tempo, a differenza del meccanismo del Real Decreto, che può essere contestato da altri partiti e inviato alla Terza Sezione del Tribunale Supremo, trattandosi di un’iniziativa che emana dalla società civile nessuna formazione politica può metterla in discussione. Grazie alla misura, il governo spagnolo prevede di raccogliere più di 3.500 euro annui di contributo aggiuntivo per persona attraverso imposte dirette e contributi previdenziali; inoltre, si prevede che contribuisca a riequilibrare la piramide demografica, poiché meno dell’1% delle persone che potranno beneficiarne supera i 65 anni, età media di pensionamento in Spagna. Nel caso dell’Italia, l’ultima regolarizzazione straordinaria annunciata dal governo è avvenuta il 19 maggio 2020. Conosciuta come Sanatoria 2020, è stata approvata mediante il Decreto Rilancio durante la prima fase della pandemia. Delle oltre 200.000 domande presentate, un totale di 85.000 persone ha beneficiato della misura. 1. A seguito di un accordo tra PSOE e Podemos ↩︎ 2. Leggi anche: El Consejo de Ministros aprueba la tramitación urgente del Real Decreto para regularizar a personas migrantes, El Salto (27 gennaio 2026) ↩︎ 3. La storia del Movimiento #RegularizacionYa ↩︎ 4. Leggi anche: La regularización extraordinaria de migrantes o cómo la calle le marcó el camino a las instituciones, El Salto (4 febbraio 2026) ↩︎ 5. La población extranjera en situación irregular en España a comienzos de 2025: una estimación, Funcas (gennaio 2026) ↩︎
Dal Tarajal a Cutro: le frontiere che uccidono
ALESSIA ALBANO E FRANCESCA FUSARO, NO NAME KITCHEN Ogni anno, sulla spiaggia del Tarajal a Ceuta (Spagna), si svolge una marcia che è molto più di una commemorazione. Qui, il 6 febbraio 2014, decine di persone morirono tentando di attraversare a nuoto il confine tra Marocco e Unione Europea verso l’enclave spagnola. La Guardia Civil spagnola rispose con gas lacrimogeni e proiettili di gomma; alcuni corpi non furono mai recuperati. Quel tratto di mare, pur largo poche decine di metri, rimane un simbolo della violenza delle frontiere. «Tarajal, nunca más. El racismo mata, la memoria resiste» (Il razzismo uccide, la memoria resiste) è stato il tema della XIII Marcha che si svolge ogni anno per ricordare una delle stragi più crudeli mai avvenute. Quest’anno, a causa delle condizioni meteorologiche avverse, la tradizionale manifestazione sulla spiaggia del Tarajal non si è svolta. Il programma è stato rimodulato in una forma più raccolta: una tavola rotonda di confronto pubblico e un incontro in moschea hanno sostituito il corteo lungo il confine. Un cambiamento forzato, che non ha però indebolito il senso politico dell’iniziativa. L’assenza della manifestazione fisica sulla spiaggia ha reso ancora più evidente quanto il Tarajal non sia solo un luogo simbolico da attraversare una volta all’anno, ma una ferita aperta che parla al presente. Nelle parole condivise durante gli incontri è emersa con forza la continuità tra il 6 febbraio 2014 e l’oggi: le persone che ancora tentano di superare quella frontiera, i respingimenti, le violenze, le sparizioni che si consumano lontano dai riflettori. La connessione tra la giornata di Ceuta e le iniziative parallele in Marocco e in tante altre città evidenzia un altro aspetto importante: le politiche migratorie europee non si fermano alla linea del confine. Si estendono ben oltre, fino ai luoghi in cui le partenze vengono intercettate, gestite o bloccate dalle autorità locali in collaborazione con l’Unione Europea. E si estendono fino dentro al cuore dell’Unione Europea. Questo contesto di controllo esteso produce violenze quotidiane che raramente compaiono nei grandi titoli dei media. Rapporti e dossier/Confini e frontiere VITE SACRIFICABILI Un rapporto di No Name Kitchen sulle violenze, l’esclusione e il regime di frontiera contro le persone in transito a Ceuta e Melilla Giovanna Vaccaro 19 Dicembre 2025 FRONTIERE CHE UCCIDONO – OLTRE IL TARAJAL Ricordare il Tarajal significa inevitabilmente guardare all’intero Mediterraneo come teatro di morti e sparizioni sistematiche. La stessa logica di violenza che ha prodotto le vittime di Ceuta continua in altre rotte: quella atlantica verso le Canarie, l’Egeo orientale, il Mediterraneo centrale. Come denunciato anche negli appelli di inizio anno, si profila un altro anno segnato da morti in mare se non cambiano le politiche. Le tragiche immagini di Cutro, dove nel febbraio 2023 1 decine di persone persero la vita in un naufragio vicino alle coste calabresi, restano un monito doloroso 2. Quelle bare allineate negli spazi del palazzetto dello sport hanno scosso l’opinione pubblica italiana e internazionale. Notizie/Confini e frontiere NAUFRAGI NEL CANALE DI SICILIA: «IDENTIFICARE I CORPI E DARE RISPOSTE ALLE FAMIGLIE» Mem.Med, ASGI, Mediterranea e Alarm Phone hanno inviato formale richiesta alle autorità italiane Redazione 21 Febbraio 2026 Ma il rischio è che questa indignazione si dissolva con il tempo, proprio come succede per altri drammi meno visibili. Negli ultimi mesi, nuove stragi si sono registrate ancora al largo della Libia: almeno 53 persone morte, tra cui neonati, in un altro naufragio che evidenzia quanto pericolose siano le rotte, anche quando manca un sistema di ricerca e soccorso efficace e coordinato. PERCHÉ RICORDARE FA PARTE DELL’OGGI La memoria non è un rito vacuo: è uno strumento politico. La Marcha por la Dignidad (nome ufficiale della marcia a Ceuta anche se a volte erroneamente ci si riferisce ad essa come Marcha del Tarajal) non si limita a commemorare il 6 febbraio 2014, ma lo collega all’attualità delle frontiere europee che continuano a uccidere e far sparire persone in movimento. Richiamare quei nomi è un modo per rifiutare la normalizzazione delle morti in frontiera. Nell’ambito delle frontiere iberiche, anche il 2026 è già stato segnato da respingimenti e violenze in frontiera, e da numerose morti: a Ceuta hanno già perso la vita 36 minori e adolescenti nell’intento di entrare nuotando nel mare. Inoltre, le espulsioni collettive dalla Spagna verso il Marocco, spesso operate in piena notte e senza garanzie procedurali, sollevano preoccupazioni sulle violazioni delle norme internazionali. Rapporti e dossier/Confini e frontiere  «RESISTERE AD UN ALTRO ANNO DI MASSACRO NEL MEDITERRANEO»  Il rapporto sul 2025 di Memoria Mediterranea Maria Giuliana Lo Piccolo 9 Febbraio 2026 LA SITUAZIONE OGGI A CEUTA La doppia barriera metallica che separa Ceuta dal Marocco è sempre più alta, sempre più sorvegliata. Telecamere, sensori, pattugliamenti congiunti rafforzano un confine che non è naturale, ma costruito. Le persone intercettate prima di raggiungere la barriera subiscono spesso violenze e abusi da parte della polizia marocchina e poi messi in grandi autobus che li abbandonano nel sud del Marocco o nel deserto del Sahara. Chi invece riesce a raggiungere il suolo spagnolo rischia sempre di essere respinto con procedure sommarie che spesso ignorano il diritto di chiedere protezione internazionale. I minori stranieri non accompagnati presenti nell’enclave vivono in uno stato di precarietà strutturale: in molti casi senza accesso adeguato a istruzione, alloggi decenti o assistenza legale. Tutti i centri di prima accoglienza, tanto per adulti che per minori, sono sovraffollati con centri, con picchi del 300% dello spazio consentito. PH: Greta Cassanelli/NO NAME KITCHEN IL LAVORO DI UNA NNK A CEUTA: 24/7 IN FRONTIERA Come NNK siamo arrivate ufficialmente a Ceuta nel febbraio 2021, un anno dopo la chiusura della frontiera tra Ceuta e Marocco. Dopo un’analisi iniziale dei bisogni, l’entrata massiva di persone nel maggio 2021 ha reso evidente la necessità di una presenza stabile a lungo termine. Ceuta, insieme a Melilla, rappresenta l’unica frontiera terrestre tra Africa ed Europa ed è un punto chiave nella gestione dei flussi migratori. In questo contesto, come NNK osserviamo da anni numerose forme di violenza contro le persone migranti – fisica, psicologica e amministrativa – che continuiamo a denunciare pubblicamente 3. Molte persone, inclusi minori, rischiano la vita per lasciare Ceuta con la pratica del “risky”, nascondendosi sotto i camion diretti ai traghetti o tentando la traversata in barca. Il lavoro in frontiera è mutevole e ciò che accade a Ceuta spesso rimane invisibile. Per questo cerchiamo di creare spazi sicuri, offriamo assistenza umanitaria e supporto legale, raccogliamo testimonianze e documentiamo le violazioni dei diritti umani. Molte persone migranti, soprattutto minori, vivono in strada. Alcune non vogliono entrare nei centri di accoglienza per mancanza di fiducia nelle autorità, per le condizioni disastrose di questi centri e per gli abusi subiti da parte del personale; altri desiderano raggiungere rapidamente la Penisola per lavorare o riunirsi alla famiglia. A Ceuta il team NNK opera per accompagnare le persone, coprire i bisogni di base nei limiti delle proprie possibilità e denunciare le violazioni in atto. Inoltre, a Ceuta, grazie alla presenza costante di un team legale, lottiamo anche con dei litigi strategici: lavorare su dei casi legali specifici con l’obiettivo non solo di risolvere la singola disputa, ma di creare un precedente per ottenere un cambiamento strutturale. Nel 2025, assieme a SJM e Coordinadora de Barrio abbiamo vinto un importante caso davanti al TSJA (Tribunal Superior de Justicia de Andalucia) con il giudice che ha dichiarato che i respingimenti in mare sono illegali. GUARDARE AVANTI: MEMORIA E LOTTA Collegare il Tarajal alle stragi di Cutro e alle continue morti nel Mediterraneo non è un semplice esercizio narrativo. È un modo per far emergere un filo rosso: le frontiere uccidono, nonostante slogan e politiche che si presentano come “umanitarie” o “di ordine pubblico”. Collegare tutto ciò e ribadire l’impegno quotidiano di tante e tanti singoli e Associazione e Collettivi è la maniera di portare avanti la memoria e di lottare nel quotidiano. Ogni barriera più alta, ogni pattugliamento intensificato, ogni accordo di esternalizzazione con Paesi terzi spinge le rotte verso percorsi più lunghi, più pericolosi, più mortali. I momenti di ricordo – come la Marcha por la Dignidad – sono fondamentali, ma non possono restare rituali senza domande politiche. Aprire canali legali e sicuri, garantire sistemi di ricerca e soccorso efficaci, denunciare i respingimenti collettivi, costruire reti di accoglienza dignitose sono scelte non solo possibili ma urgenti. 1. Non dimenticheremo. Di ritorno da Crotone, Redazione Melting Pot (15 marzo 2023) ↩︎ 2. Cutro, ricostruite le 3 ore fatali prima della strage, Il Manifesto (18 febbraio 2026) ↩︎ 3. Si veda il progetto Burorrepression ↩︎
Una strada diversa: la regolarizzazione dei migranti in Spagna
NANDO SIGONA 1 All’inizio del 2026, la Spagna ha preso una decisione che va controcorrente rispetto alle attuali politiche migratorie europee. Attraverso uno straordinario programma di regolarizzazione 2, il governo spagnolo ha deciso di concedere il diritto di soggiorno e di lavoro ai migranti privi di documenti e ai richiedenti asilo che già vivono nel paese. In un’epoca caratterizzata da una xenofobia dilagante e dalla strumentalizzazione sistematica dei migranti come capri espiatori politici, l’importanza di questa mossa risiede non solo nella sua portata (il governo prevede circa 500.000 domande), ma anche nella sua tempistica e nella sua impostazione. La regolarizzazione non è una novità. Molti paesi europei l’hanno già attuata in passato, spesso in modo discreto e senza darle un nome specifico. I termini e le condizioni sono variati e i programmi sono stati spesso frammentati, specifici per settore o fortemente condizionati. Ciò che rende distintivo l’approccio della Spagna è che riconosce apertamente la regolarizzazione come uno strumento politico legittimo in un momento in cui gran parte dell’Europa sta tornando a politiche di deterrenza, repressione e retorica anti-migrazione. Il programma spagnolo si basa su una semplice premessa: le persone che sono già integrate nella società e nel mercato del lavoro non dovrebbero essere mantenute in uno stato di limbo giuridico permanente. L’ammissibilità si basa sulla presenza precedente, sulla durata della residenza e sull’assenza di condanne penali gravi. I richiedenti che superano la selezione ricevono un permesso di soggiorno e di lavoro, con la possibilità di passare allo status di residente ordinario dopo 12 mesi se le condizioni sono soddisfatte. Questo è un punto cruciale. A differenza della protezione temporanea o della tolleranza discrezionale, il programma apre esplicitamente una via verso l’insediamento. Il contrasto con altre traiettorie politiche è netto. Quattordici anni fa, Barack Obama ha giustificato il rinvio degli ordini di espulsione per i giovani privi di documenti negli Stati Uniti usando un linguaggio molto simile, sostenendo che non era né giusto né sensato punire le persone per uno status che non avevano scelto. Tuttavia, nonostante la sua importanza, il DACA 3 non è riuscito a offrire un percorso verso lo status permanente. La Spagna va oltre, riconoscendo che un sollievo temporaneo senza sicurezza a lungo termine non fa altro che riprodurre la precarietà. Questo è importante perché, come ha dimostrato la ricerca 4, l’irregolarità in Europa non è principalmente il risultato di attraversamenti irregolari delle frontiere. È prodotta in modo schiacciante a livello amministrativo: attraverso permessi scaduti, regole restrittive di rinnovo, visti legati al datore di lavoro e costi elevati dei visti. La risposta dominante dell’UE è stata quella che I-CLAIM definisce una “politica di non politica” 5 in materia di regolarizzazione, che dà la priorità al rimpatrio di pochi, lasciando la maggior parte dei migranti privi di documenti in un limbo giuridico. I programmi di regolarizzazione sfidano questa logica, ma solo se sono progettati per farlo. La regolarizzazione italiana del 2020 6, introdotta durante la pandemia di COVID-19, offre un esempio da cui trarre insegnamento. Nonostante la retorica altisonante sul riconoscimento dei “lavoratori essenziali”, il programma era limitato, orientato ai datori di lavoro e burocraticamente complesso. La maggior parte delle domande è stata presentata dai datori di lavoro; molti lavoratori dell’agricoltura e dell’assistenza sono stati esclusi; i ritardi sono stati notevoli e pochi hanno ottenuto una sicurezza duratura. Anziché smantellare i rapporti di lavoro basati sullo sfruttamento, il programma li ha lasciati in gran parte intatti. L’iniziativa della Spagna sembra aver imparato da alcuni di questi fallimenti. Ha una portata più ampia, non è legata a settori specifici e, cosa fondamentale, è orientata verso uno status a più lungo termine. Ma la vera prova sarà la sua attuazione: la capacità amministrativa, l’accessibilità per i più emarginati e l’esistenza di una vera transizione verso una residenza stabile piuttosto che un altro ciclo di permessi temporanei. Visto dal Regno Unito, il contrasto è scomodo. Come ho sostenuto di recente, la direzione presa dal governo laburista è esattamente l’opposto 7. I percorsi verso l’insediamento per i migranti regolari stanno diventando più lunghi, più difficili e più condizionati, mentre le vie di protezione si restringono e la deterrenza si intensifica. Il risultato è prevedibile: le politiche che pretendono di combattere la migrazione irregolare la producono attivamente. L’irregolarità non è un effetto collaterale involontario, ma è generata strutturalmente. La regolarizzazione della Spagna va quindi intesa non come un atto di generosità o di opportunismo politico, ma come una forma di leadership fondata su dati concreti. Essa riconosce che i regimi migratori esclusivi minano gli standard lavorativi, la coesione sociale e la fiducia nelle istituzioni. La regolarizzazione non è una soluzione miracolosa. Ma se combinata con percorsi chiari verso la permanenza, può interrompere il ciclo di irregolarità che tante politiche europee stanno ora consolidando. In un momento in cui le persone migranti sono sistematicamente descritte come problemi da gestire o minacce da scoraggiare, la Spagna ha scelto un linguaggio diverso: quello della presenza, del contributo e dell’appartenenza. Il successo di questa scommessa dipenderà da ciò che seguirà. Ma la decisione di accettarla, apertamente e senza scuse, segna già un significativo allontanamento dalla politica della paura dell’Europa. 1. Nando Sigona (@nandosigona) è professore ordinario di sociologia delle migrazioni e direttore dell’Institute for Research into Superdiversity dell’Università di Birmingham ↩︎ 2. Spain’s mass regularisation for 500,000 undocumented migrants is not extreme, unprecedented or opportunistic – The Conversation (3 febbraio 2026) ↩︎ 3. The Long-Term Impact of DACA: Forging Futures Despite DACA’s Uncertainty – Immigration Initiative at Harvard, Special Report 1, 2019 ↩︎ 4. I-CLAIM How Europe’s Migration Rules Keep Creating the “Irregular Migrants” They Claim to Catch, Nando Sigona (novembre 2025) ↩︎ 5. The Legal and Policy Infrastructure of Migrant Irregularity. Comparative Report ↩︎ 6. Covid19 regularisation in Italy: a measure that did not lived up to its promises – Dignity firm (giugno 2024) ↩︎ 7. Labour’s plan for migrants to ‘earn’ permanent residency turns belonging into an endless exam – The Conversation (novembre 2025) ↩︎
La XIII Marcha Por La Dignidad – Tarajal, No Olvidamos
«Tarajal, nunca más. El racismo mata, la memoria resiste». Questo è il tema che porterà nell’enclave spagnola di Ceuta in territorio marocchino, più di 230 collettivi che, come ogni anno, manifestano per ricordare una delle stragi più crudeli mai avvenute. La strage de El Tarajal del 6 febbraio 2014, quando 14 vite sono state strappate a Ceuta sulle rive di quella spiaggia. All’alba di quel giorno, un gruppo numeroso di persone, in gran parte provenienti dall’Africa subsahariana, cercò di entrare in territorio spagnolo e tentando la traversata a nuoto lungo la costa. Mentre erano ancora in mare, la Guardia Civil spagnola intervenne per impedire l’ingresso, utilizzando proiettili di gomma e gas lacrimogeni in direzione dell’acqua. In una situazione già estremamente pericolosa, molte persone andarono in difficoltà e almeno 14 persone morirono annegate. Dopo i fatti, diversi sopravvissuti furono immediatamente respinti verso il Marocco, senza poter presentare domanda di asilo. Le autorità spagnole fornirono inizialmente versioni contraddittorie sull’uso della forza, per poi ammettere l’impiego di mezzi antisommossa. Le indagini giudiziarie avviate in Spagna si conclusero negli anni successivi senza condanne per gli agenti coinvolti, una decisione che provocò forti polemiche e le proteste di ONG e organizzazioni per i diritti umani. «Tarajal è dolore. È violenza istituzionale. È silenzio dello Stato», scrivono le organizzatrici a 12 anni da quella strage, «ma è anche memoria e denuncia collettiva. Per questo, ogni anno, centinaia di persone continuano a chiedere giustizia, verità, riparazione e garanzie affinché non si ripeta». La giornata inizierà alle 11:45 con una tavola rotonda nell’auditorium dell’Istituto Abyla. Brice O., sopravvissuto alla strage di El Tarajal, vi parteciperà, insieme a Hanaa Hakiki, con la relazione “Sopravvivere a El Tarajal e chiedere giustizia all’ONU”, e la giornalista Lucía Asué Mbomio, che affronterà il tema “Nuove narrazioni per fare memoria”. L’incontro potrà essere seguito in diretta su YouTube. Nel pomeriggio, dalle ore 15:15, la marcia inizierà dalla Plaza de los Reyes, con tre tappe simboliche durante il percorso verso la spiaggia di Tarajal. Dalla Marcia per la Dignità denunciano con forza come questa edizione torni a opporsi ai discorsi d’odio e a politiche migratorie apertamente razziste, che negli ultimi anni si sono fatte sempre più pervasive e violente. In questo contesto, accusano il Patto europeo su migrazione e asilo e le politiche di esternalizzazione delle frontiere di essere strumenti di morte, responsabili di mettere consapevolmente in pericolo la vita di migranti e rifugiati che cercano di raggiungere l’Europa, trasformando le frontiere in spazi di esclusione e sofferenza.
Alibi perfetto: migranti. Ma la preda vera…
… sono tutti i cittadini. di Mario Sommella (*). A seguire un’analisi di Maurizio Alfano e alcuni link di Diogene e Idos sulle politiche contro i diritti in Italia e altri Paesi UE… con la Spagna controcorrente. Dalla scenografia (trumpiana) delle catene alla normalizzazione dello Stato di polizia C’è sempre una figura pronta a farsi carico delle nostre paure. A
February 1, 2026
La Bottega del Barbieri
Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari compie 5 anni
> Il trattato, che oggi conta sul sostegno di 99 paesi, consolida il suo impatto > normativo, mentre cresce la pressione affinché altri Stati, tra cui la Spagna, > aderiscano al divieto. Il 22 gennaio 2021 era entrato in vigore il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN). Oggi, a cinque anni di distanza, celebriamo non solo un anniversario, ma anche un passo storico verso un mondo più sicuro e più umano. Nel luglio 2017, 122 paesi – una schiacciante maggioranza della comunità internazionale – hanno votato all’ONU a favore dell’adozione di questo trattato, segnando una delle tappe più importanti nella lotta per l’abolizione delle armi nucleari. Quando il TPAN ha raggiunto le 50 ratifiche necessarie, è entrato in vigore ed è diventato legge internazionale. Da allora, il suo impatto non ha smesso di crescere. Nel frattempo, gli esperti di tutto il mondo concordano sul fatto che il rischio di una guerra nucleare è oggi più alto che mai. L’urgenza è evidente. Ma lo è anche l’opportunità: per la prima volta da decenni, esiste uno strumento giuridico e morale in grado di cambiare il corso degli eventi. Come funziona un trattato che i paesi dotati di armi nucleari non hanno ancora firmato? Il TPAN opera attraverso uno strumento potente: la stigmatizzazione. Il divieto internazionale crea un nuovo standard morale e politico che trasforma i comportamenti, anche tra coloro che non hanno firmato. È così che sono state abolite le armi chimiche, biologiche, le mine terrestri e le munizioni a grappolo. Oggi sarebbe impensabile che un paese si vantasse di essere una “potenza chimica”. Questo tabù non è nato dal nulla: è stato creato dalla legge, dalla pressione internazionale e dalla mobilitazione dei cittadini. Lo stesso vale per le armi nucleari. Sebbene nessuno Stato con un arsenale nucleare abbia firmato il TPAN, il trattato sta già producendo effetti concreti: * Le istituzioni finanziarie smettono di investire in aziende legate alle armi nucleari. * Sempre più Paesi, città e amministrazioni locali esprimono il loro sostegno al divieto. * La narrativa globale sta cambiando: ciò che prima era considerato “normale” comincia ad essere visto come inaccettabile. Perché questo trattato è diverso da quelli che sono stati smantellati negli ultimi anni? Perché non dipende dalla volontà di due governi né dai cicli politici. I trattati bilaterali – tra due parti – sono vulnerabili al cambiamento di opinione di una delle parti, che può compromettere decenni di buone relazioni e di duro lavoro diplomatico; i trattati multilaterali – tra più paesi – invece, creano norme che si rafforzano con ogni nuova adesione. Una volta che una norma internazionale si consolida, anche i paesi che non l’hanno firmata finiscono per adattare il loro comportamento. Come una pressione dei pari. L’esempio degli Stati Uniti, con le mine terrestri e le munizioni a grappolo, è rivelatore: non hanno mai firmato i trattati che le vietano, ma hanno smesso di produrle perché erano rimasti senza acquirenti e investitori e nel mondo si era creato un clima di condanna morale che rendeva la loro produzione politicamente sfavorevole. La Spagna e il TPAN: una decisione morale e democratica Il TPAN elimina l’ambiguità: o le armi nucleari sono accettabili, o non lo sono. Un Paese che non firma il trattato sta dicendo, di fatto, che considera accettabile il loro uso a proprio nome. La Spagna, che si definisce difensore dei diritti umani, della pace e del multilateralismo, non ha ancora compiuto questo passo. Ed è proprio ora, in questo quinto anniversario, che è più importante che i cittadini esigano coerenza. (Nota del traduttore: anche l’Italia non l’ha ancora firmato!) Sono già 99 i paesi che lo hanno firmato, una maggioranza all’interno della comunità internazionale. La Spagna dovrebbe essere tra questi paesi. Questo anniversario non è solo una data: è un invito. * Un invito ad alzare la voce. * A rivendicare la leadership morale. * A dimostrare che la vera sicurezza non si costruisce con minacce di distruzione di massa, ma con cooperazione, diplomazia e coraggio politico. Celebriamo questi cinque anni del TPAN mobilitandoci. Condividiamo questo messaggio, parliamo del trattato, raccogliamo sostegno ed esigiamo che la Spagna si schieri dalla parte giusta della storia. È il momento di agire. È il momento di difendere la vita e il diritto internazionale. È il momento di esigere che la Spagna firmi il TPAN. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Carlos Umaña
January 23, 2026
Pressenza
Spagna, il clero cede sugli abusi
di Luca Tancredi Barone·(*). A seguire una breve nota della “bottega” con il link al comunicato della Garante per l’infanzia e l’adolescenza in Sardegna. Se c’è un avversario temibile per ogni governo di sinistra spagnolo è la Chiesa cattolica, da sempre. Un’istituzione che in Spagna vanta la collaborazione lungo i 40 anni di dittatura franchista: dalla legittimazione del colpo di
January 16, 2026
La Bottega del Barbieri
Criminalizzazione, rotte migratorie e accordi di cooperazione alla frontiera euro-africana occidentale
Nel 2025 il Mediterraneo e le rotte atlantiche verso la Spagna si confermano tra i confini più letali d’Europa. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione Caminando Fronteras, tra gennaio e metà dicembre, almeno 3.090 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo via mare. Numeri drammatici, contenuti nel rapporto “Derecho a la Vida 2025” 1, pubblicato il 29 dicembre: tra le vittime si contano 192 donne e 437 bambini. Un bilancio che riaccende l’attenzione sulle politiche migratorie, sulle operazioni di soccorso e sul diritto alla vita lungo una delle rotte più pericolose al mondo. Caminando Fronteras registra un record di oltre 10.000 morti in mare durante il viaggio verso la Spagna nel 2024. In un quadro globale sempre più caratterizzato da deportazioni verso Paesi terzi, incarcerazioni e detenzioni il continuo tentativo di controllo e restringimento alla mobilità delle persone si fa pietra angolare delle pratiche di violenza razziale e coloniale dell’impianto securitario europeo. Le modalità di controllo dei corpi gettano le basi di una struttura oppressiva in grado di poter decidere delle sorti e del futuro delle persone. La visione intrinsecamente islamofobica e razzializzante, che connota gli organi europei, favorisce una totale e deliberata violenza istituzionale in grado di cancellare qualsiasi diritto alla vita, alla cittadinanza e alla mobilità. Tale visione, costruita discorsivamente e materialmente nei confronti delle persone in movimento, produce una divisione binaria tra un corpo sociale interno “noi” ed una minaccia esterna “loro”. Questa narrazione, che favorisce l’esclusione, alimenta un sistema nazionale e transnazionale basato sulla sicurezza, il controllo e la criminalizzazione. In questo contesto i dati pubblicati all’interno del report annuale 2 del collettivo Caminando Fronteras ci vengono in aiuto per svelare nella sua interezza l’architettura di frontiera. Tra il 1° gennaio e il 15 dicembre 2025 le morti causate dall’impianto frontaliero lungo il confine euro-africano occidentale 3 sono state 3090. Di queste 192 sono state donne e 437 bambinɜ e adolescenti. Le imbarcazioni scomparse con innumerevoli persone a bordo arrivano invece a quota 70. Caminando Fronteras è un collettivo nato nel 2002, frutto dell’incontro e della sinergia di vari difensori dei Diritti Umani su diversi territori del confine euro-africano occidentale. Lotta per la tutela dei diritti delle persone migranti e delle loro comunità e per un diritto alla vita, all’informazione, alla giustizia e alla memoria. Le stragi sulla frontiera spagnola sono strettamente collegate all’attivazione tardiva o inesistente delle operazioni di ricerca e soccorso, alla mancanza di coordinamento tra gli Stati coinvolti nell’area e all’omissione del dovere di salvataggio. Il rapporto, nonostante registri una diminuzione nel numero dei tentativi di attraversamento verso la Spagna, dimostra un aumento delle tragedie in mare. Al 15 dicembre 2025 si possono infatti rilevare 303 imbarcazioni andate incontro a una tragedia in mare aperto. I risultati della ricerca di Caminando Fronteras riconducono la causa principale delle morti e delle scomparse all’influenza delle politiche di controllo migratorio sull’impiego delle operazioni SAR 4. Questo fenomeno, ampiamente documentato anche dai report precedenti, risulta essere comune a tutte le rotte migratorie che conducono allo Stato spagnolo. ACCORDI DI ESTERNALIZZAZIONE E CRIMINALIZZAZIONE I numeri riportati dal collettivo spagnolo sono il riflesso di una politica europea che, mediante accordi formali e informali con Paesi terzi o Stati membri, attua pratiche di esternalizzazione e criminalizzazione delle persone in movimento. Il rapporto del 2025 presenta un’interessante mappatura di tutto un ventaglio di accordi di cooperazione transnazionale in materia di controllo e gestione delle frontiere. L’aumento dei finanziamenti a Paesi terzi mira ad estendere la frontiera il più lontano possibile dal territorio europeo. Ciò rivela e cela un tentativo di contenimento e limitazione di ogni singolo spostamento da e verso i diversi territori nazionali. La Mauritania, il Senegal, il Gambia, il Marocco e l’Algeria si ritrovano pertanto interconnessi a dinamiche di cooperazione e criminalizzazione che, seppure con sfumature diverse, condividono la stessa matrice di controllo dei corpi e della mobilità. Che sia un accordo siglato con l’UE, Frontex 5 o il governo spagnolo l’’apparato securitario svela in tutta la sua violenza la struttura dell’impianto politico. UNA COSTELLAZIONE DI SPOSTAMENTI Il report fornisce una panoramica approfondita sulle diverse rotte e pericoli della persona in movimento. I nuovi meccanismi di controllo migratorio, implementati delle politiche mauritane, ad esempio, hanno comportato una significativa diminuzione negli spostamenti lungo la rotta atlantica 6. Sebbene si sia mostrato quest’andamento ciò “non ha determinato uno spostamento dei migranti verso la rotta del Mediterraneo occidentale” 7 Questo perché si tratta di “due circuiti migratori completamente differenti, con profili, traiettorie e dinamiche non intercambiabili e che non possono essere interpretati come una sostituzione l’uno dell’altro” 8. La rotta che parte dalle coste della Mauritania ha comunque continuato a registrare il numero più alto di vittime nel 2025. L’osservatorio di Caminando Fronteras ha documentato un totale di 1319 morti in 27 tragedie, con 17 imbarcazioni scomparse. Sul lato Mediterraneo la rotta algerina, in continuità con gli anni passati, continua ad essere la più pericolosa in termini di mortalità. Nel solo anno del 2025 si contano un totale di 1037 vittime con una percentuale del 70% per quanto riguarda gli incidenti marittimi. Delle 70 imbarcazioni scomparse sul confine euro-africano occidentale 47 sono partite proprio dalle coste dell’Algeria. L’aumento delle attività migratorie fa di quest’ultima la principale rotta di transito verso lo Stato spagnolo. Lo studio di Caminando Fronteras è in grado di fornirci un’analisi dettagliata su una moltitudine di rotte migratorie connotate da diversità nelle scelte e storie di vita. Adottare un approccio di complessità si mostra sempre più necessario per evitare di osservare, mediante uno sguardo semplicistico e/o superficiale, le diverse e più svariate modalità di spostamento. Le rotte lungo il confine euro-africano occidentale sono difatti attraversate da una eterogeneità di individui che si muovono su traiettorie che chiamano in causa più di 30 Paesi differenti. «Ha 16 anni, è mio fratello. Quel giorno avrei dovuto attraversare con lui ma non ho potuto perché c’è stata una retata nel cantiere dove lavoravo come muratore e mi hanno deportato nel deserto. Ci è voluto un po’ prima che riuscissi a tornare e, quando sono rientrato ad Algeri, i miei amici mi dissero che si era imbarcato, ma da allora non avevano più avuto sue notizie. Ho provato a chiamare i telefoni dei suoi amici ma erano spenti e da allora lo sto cercando. Mi hanno detto che la barca è scomparsa, non ha mai raggiunto la Spagna. All’inizio avevo speranza. Dicevano che poteva essere in prigione. Qui, puoi marcire in prigione solo per il fatto di essere un migrante se vieni catturato in mare. Ma ormai ho perso la speranza di trovarlo in Algeria. Non so come dirlo a mia madre, non so come dirle che il suo figlio più piccolo è scomparso» M.B., Mali, fratello di una persona scomparsa 9 SPARIZIONI L’invisibilizzazione delle vittime in mare e l’occultamento delle informazioni da parte delle autorità statali si intersecano ai perenni ostacoli incontrati dalle famiglie delle persone scomparse. Tali ostacoli sono esplicitati nella difficoltà di denuncia dei casi di sparizione, nelle barriere di accesso alle informazioni e nei ritardi di avvio delle operazioni di ricerca. Queste pratiche sistemiche fanno dell’apparato securitario transfrontaliero una struttura tentacolare in grado di controllare ed influenzare le vite delle persone migranti e delle loro famiglie tra passato, presente e futuro. «La mancanza di indagini indipendenti, di trasparenza da parte delle autorità e di responsabilità politica e giuridica consente che le violazioni dei diritti si ripetano senza conseguenze.» 10 Il lutto, sospeso tra temporalità diverse, mantiene le famiglie in una condizione di tensione costante, in un limbo di incertezza causato dall’impossibilità di conoscere il destino dei propri cari. Molo di Ceuta (Caminando Fronteras) «È già da parecchio tempo che stiamo cercando mio cugino, è figlio unico e i suoi genitori non riescono a gestire le procedure amministrative e di ricerca. Abbiamo scoperto da un articolo pubblicato su El Faro de Ceuta che è sepolto nel cimitero musulmano di Ceuta. Quando ho chiamato e fornito i suoi dati, mi hanno detto che potrebbero corrispondere a un corpo sepolto lì e ci hanno dato il numero della tomba, ma ho chiamato la polizia e ho scritto loro ma non mi hanno risposto. Nessuno ti fornisce informazioni chiare sulle procedure. Abbiamo una semplice richiesta: vogliamo sapere dove si trova il corpo di mio cugino e completare tutte le pratiche affinché i suoi resti possano essere riesumati e sepolti nella sua città natale, dove i suoi genitori possano visitare la sua tomba. Wellah kalbena mehrouk 3li (i nostri cuori sono ricolmi di dolore) e non sappiamo cosa fare, è un vero labirinto. Che Allah sia con noi”» A.H., Algeria, cugino di una vittima 11 CONCLUSIONI il report di Caminando Fronteras rappresenta ad oggi un importante strumento in grado di mostrare nelle sue varie sfumature accordi di esternalizzazione, meccanismi di criminalizzazione e pratiche di polizia. Ci fornisce pertanto una visione di insieme sulle pratiche, amministrative e materiali, di eliminazione ed obliterazione con cui le persone in movimento devono confrontarsi. La criminalizzazione della mobilità, la detenzione arbitraria, la violenza istituzionale, la persecuzione delle organizzazioni della società civile, unitesi allo spettro delle deportazioni, si rivelano essere le fondamenta su cui si erge l’intero impianto securitario europeo e di frontiera. Il rapporto va così ad unirsi a strumenti come la guida pratica 12 per orientare le famiglie delle persone scomparse nelle lunghe e burocraticamente tortuose attività di ricerca. La ricostruzione degli eventi legati alle vittime di frontiera e/o scomparse e il sostegno alle famiglie di queste ultime vanno a dar forma ad una serie di azioni volte alla ricerca di giustizia e dignità per le persone inghiottite dalla macchina securitaria. Rendere manifesta la memoria, le testimonianze, le esperienze, così come i numeri delle persone scomparse o decedute, è necessario non solo in quanto condanna di un sistema che criminalizza, detiene e respinge, ma anche per mostrare le diverse esperienze di vita, pratiche di stare al mondo ed esistenza di una collettività tutt’altro che uniforme, troppo spesso narrata in termini desoggetivizzanti e depoliticizzanti. Sperando di poter osservare, finalmente, nella sua interezza e complessità, una vasta gamma di soggettività in grado di auto-organizzarsi e riadattarsi a sistemi sempre più aggiornati di controllo e securitizzazione dello spazio e dei corpi. 1. Il rapporto è disponibile in inglese spagnolo ↩︎ 2. Rapporto “Monitoreo Derecho a la Vida 2025”, Caminando Fronteras (dicembre 2025) ↩︎ 3. La zona chiamata in causa fa riferimento alla regione di confine, comprendente le aree terrestri e marittime situate tra lo Stato spagnolo e la costa africana, che va dalla Guinea all’Algeria ↩︎ 4. SAR è l’acronimo di “search and rescue”. L’area SAR è un’area di mare assegnata ad uno Stato specifico, il quale diventa responsabile del coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio di quella zona. Il fenomeno è definito dalla Convenzione internazionale del 1979 in materia di ricerca e soccorso marittimo. Monitoring the right to life 2024, Caminando Fronteras (2024) ↩︎ 5. Frontex è l’Agenzia europea per la gestione dei confini esterni e coordina le operazioni di controllo e sorveglianza dei confini esterni, marittimi e terrestri. Attualmente è oggetto d’inchiesta da parte del Parlamento europeo oltre che di denunce presso la Corte di giustizia europea per le pratiche di respingimento illegale e violento in frontiera. Sorgoni, B. (2022), Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati, Carocci, Roma, p. 84 ↩︎ 6. La seguente rotta contrassegna tutti quegli spostamenti in uscita verso le isole Canarie. La particolare posizione delle isole Canarie, nell’Oceano Atlantico, le rende un punto cruciale per le rotte migratorie provenienti dall’Africa. Burorrepresión: quando la violenza è anche burocratica. Un rapporto sulla frontiera sud della Spagna, Melting Pot Europa (ottobre 2024) ↩︎ 7. Monitoring the right to life 2025, Caminando Fronteras (2025), p. 15 ↩︎ 8. Ibid. ↩︎ 9. Ivi, p. 28 ↩︎ 10. Ivi, p. 19 ↩︎ 11. Ivi, p. 33 ↩︎ 12. Prodotta e tradotta in diverse lingue da Caminando Fronteras. Consulta la brochure informativa sulle scomparse in frontiera ↩︎