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Dal colpo di stato contro Chávez al rapimento di Maduro: cosa è accaduto alla rivoluzione bolivariana
La notte tra il 2 e 3 gennaio gli Stati Uniti hanno rapito Maduro e sua moglie Flores in un vero e proprio atto di guerra contro il Venezuela, non rispettando il diritto internazionale, bypassando sia le Nazione Unite che il Congresso degli Stati Uniti. Da quel giorno la macchina della propaganda è in atto, l’azione di Trump è un’«operazione militare chirurgica», nonostante siano morte almeno cento persone, e «Maduro è un sanguinoso dittatore». Il nostro governo di destra supporta apertamente gli Usa e l’ipotesi che Maduro sia un narco-terrorista. Eppure il Cartel del los Soles di cui Maduro sarebbe a capo semplicemente non esiste ed è anche stato cancellato dalle carte della procura statunitense. In realtà, Trump è stato chiarissimo nella sua conferenza stampa: le compagnie petrolifere devono tornare a controllare il petrolio venezuelano, è questo il principale obiettivo dell’”operazione”. Meloni e i suoi giornali continuano a tuonare contro la «sinistra che difende un dittatore», «contro i sindacati che difendono il Venezuela dove si guadagnano due dollari» e «contro gli italiani di estrema sinistra che spiegano a degli esuli venezuelani che cosa significhi essere venezuelano». Welcome to Favelas ha addirittura portato due persone venezuelane con posizioni anti-Maduro alla piazza indetta da Stop Rearm Europe, per riprendere la discussione e farne un video acchiappa click e supportare le tesi trumpiane. Certo, però, non va meglio nella sinistra democratica che denuncia l’attacco degli Usa ma con difficoltà lo inserisce nella sua lunga storia imperialistica nel continente americano. Fino ad arrivare all’articolo di Manconi su “Repubblica”: «La sinistra invece che schierarsi incondizionatamente dalla parte della legalità internazionale e dei diritti politici, civili e sociali dei venezuelani, sceglie di stare dalla parte dell’autocrate Nicolás Maduro». > E poi abbiamo le posizioni che dividono il mondo in due blocchi, cosiddette > “campiste”, che difendono Maduro contro ogni critica, liquidando le comunità > venezuelane migranti come manipolate, ignorando l’esodo di quasi otto milioni > di persone dal paese per la povertà dell’ultimo decennio e che non hanno > interesse a discutere di come la rivoluzione bolivariana si sia richiusa su se > stessa. Contro l’attacco al Venezuela, le minacce alla Colombia, a Cuba e alla Groenlandia c’è la necessità di una grande mobilitazione mondiale contro il nuovo imperialismo statunitense, guidata dai Paesi latino-americani più colpiti. Movimenti e organizzazioni di sinistra del sud del continente hanno già lanciato una mobilitazione permanente e discutono di una marcia continentale contro il nuovo imperialismo. LA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA Il rapimento di Maduro è l’apice della campagna per screditare e distruggere la rivoluzione bolivariana portata avanti dagli Stati Uniti per 27 anni, iniziata con la prima elezione di Hugo Chávez a Presidente del Venezuela. Ed è anche la continuazione di un’aggressione durata sei secoli contro l’America Latina, iniziata con il processo coloniale. Chávez era un militare, che si politicizza quando alla fine degli anni 1970 il governo di centro sinistra di Carlos Andrés Pérez vota, su indicazione del Fondo monetario internazionale, l’aumento del biglietto dell’autobus di quasi quattro volte. Insieme alla polizia, viene chiamato l’esercito, e si spara su chi è in piazza: le stime ufficiali parlano di 300 persone uccise, ma quelle non ufficiali parlano di migliaia. Queste rivolte e la loro repressione sanguinaria di fatto rompono il Pacto de Puntofijo, l’accordo siglato dopo la dittatura tra i tre principali partiti venezuelani, Acción Democrática (AD), Comité de Organización Política Electoral Independiente (COPEI), Unión Republicana Democrática (URD), tutti filo-statunitensi, e che esclude ogni forza di sinistra. I governi si alternavano, spartendosi le posizioni di potere e il controllo economico, mentre la maggior parte della popolazione rimaneva esclusa dalla vita politica vivendo in condizioni di estrema povertà. Coloro che hanno siglato il Pacto e ne hanno beneficiato per decenni hanno poi osteggiato Chávez in tutti i modi, perché la sua presidenza gli ha tolto il potere politico ed economico. Tra gli ufficiali militari dopo il Carcazo inizia a serpeggiare malcontento, nasce il Movimento Bolivariano Rivoluzionario, che porterà Chávez al tentato e fallito golpe del 1992. Chávez rimarrà in prigione fino al 1994, rilasciato grazie alla sua crescente popolarità si dedica alla costruzione di un movimento che possa prendere il potere democraticamente, Il Movimento Quinta Repubblica con cui vince le elezioni nel 1998, con l’obiettivo di scrivere una nuova Costituzione e superare la Quarta Repubblica, fondata su un patto tra oligarchie. > Salito al potere, Chavez inizia un vero e proprio processo costituente: indice > un referendum, il primo della storia venezuelana, la partecipazione supera > l’80% degli aventi diritto, un successo è anche l’elezione dell’Assemblea > costituente, dove il suo movimento prende più del 60% dei voti, così come il > referendum confermativo della Costituzione. Al centro della carta l’idea di una Democracía Participativa y Protagónica, dove il popolo controlli il potere tramite referendum revocatorio possibile per tutte le cariche elettive, Presidente compreso. E soprattutto tramite processi partecipativi che si sono aperti negli anni seguenti come les comunas e le politiche sociali organizzate in misiones. Redatta la Costituzione, si ritorna al voto, e Chávez vince nuovamente con quasi il 60% delle preferenze. Come spiega Koerner in Black Agenda Report, «Il chavismo non fu una creazione verticistica di Chávez, bensì un movimento dal basso – organizzato dal semiproletariato nero e indigeno delle baraccopoli periferiche insieme agli ex-guerriglieri comunisti – di cui il futuro Presidente fu egli stesso un prodotto. Fu proprio questa frazione di classe, costituita da piccoli produttori sfollati dalle campagne senza essere pienamente integrati nei settori industriale o nei servizi, che giocò un ruolo decisivo anche nella Rivoluzione algerina e nella lotta per la liberazione dei neri negli Stati Uniti». I primi dieci anni di chavismo sono segnati da: investimenti in istruzione e ricerca, aumento degli stipendi degli insegnanti, riduzione della povertà, diminuzione della disoccupazione, borse di studio per le fasce più povere della popolazione, creazioni di cooperative, abolizione del latifondo. Anche se con difficoltà, pure Rodolfo Toé su Il Post deve riconoscere che «tra i cittadini del Venezuela la popolarità di Chávez era soprattutto dovuta alle sue politiche economiche, basate su importanti nazionalizzazioni e su programmi di spesa pubblica, finanziati dai profitti delle imponenti riserve petrolifere venezuelane, in anni in cui il prezzo del petrolio crebbe molto». E questo è inaccettabile per molti dentro e fuori il Venezuela. IL COLPO DI STATO Il petrolio in Venezuela è stato nazionalizzato nel 1976, la compagnia PDVSA, la più importante del Paese, era già statale e gestita da un gruppo di burocrati in accordo con il settore privato. Quando Chávez tenta di riformare la gestione della compagnia statale e rimuovere i direttori esecutivi questi si rifiutano di lasciare le proprie posizioni. Ed è qui che la rottura con le élite borghesi filo-statunitensi che avevano fino ad allora guidato il Paese esplode. Questo porta al tentativo di rimuovere Chavez con la forza con il colpo di stato dell’11 aprile del 2002, apertamente sostenuto dagli USA, di cui rimangono le immagini dei cecchini sui palazzi che sparano sulla folla. Gli Stati Uniti, la Spagna e Israele si affrettano a riconoscere il nuovo Presidente, che dichiara subito di uscire dall’OPEC, elimina gli accordi con Cuba, e annulla la nuova Costituzione. Il tutto con il pieno sostegno dell’apparato mediatico. Nei tre giorni seguenti, mentre Chávez era tenuto in detenzione, si conta che quasi sei milioni di persone siano scese in strada per difendere la rivoluzione bolivariana, sfidando i cecchini, l’esercito, e tutto l’apparato a sostegno del nuovo governo. Solo grazie a questa straordinaria mobilitazione il colpo di stato è fallito. > Allora oggi ci potremmo chiedere: che cosa è cambiato in Venezuela dal 2002 al > 2026? Perché il colpo di stato contro Chávez è stato difeso da milioni di > persone che sono scese in piazza con i propri corpi e nel 2026 le strade sono > rimaste più o meno calme dopo il sequestro di Maduro? Il fallito colpo di stato del 2002 ha reso Chávez molto più forte e stabile all’interno del Venezuela, e lo ha anche isolato sempre di più dal mondo occidentale, e dai governi latino americani filo-statunitensi. È qui che la politica di Chavez si fa più socialista e anti-imperialista, non solo nelle politiche ma anche nel linguaggio e nella simbologia. Sono gli anni delle alleanze con i governi progressisti latino americani, dell’ALBA, l’abbandono del Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Fino al momento emblematico in cui Chávez nel 2006 di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite definisce Bush «Mr. Danger». Come spiega il Prof. Alejandro Velasco, intervistato da CBC: «II chavismo ha sempre avuto al suo interno due correnti contrapposte e contraddittorie. La prima è una corrente autoritaria, che risale (…) a quella visione più aristocratica di Simón Bolívar. Secondo questa visione, il modo per trasformare gli Stati, rivoluzionare i governi e migliorare realmente il benessere delle nazioni latinoamericane era attraverso un governo forte ma illuminato. Ma, a causa delle tendenze e delle convinzioni di sinistra di Chávez e di altri membri del suo movimento, il chavismo ha anche mantenuto una componente molto partecipativa: molto più democratica, molto più orientata verso i settori popolari». E se da un lato c’è stata una tendenza ad accentrare potere nell’esecutivo, e intorno al grande carisma del Presidente, dall’altra si è sviluppata una vera e propria democrazia partecipativa multilivello con assemblee di quartiere, elezioni dirette comunali degli enti locali, e partecipazione diretta di lavoratori e lavoratrici nella gestione delle industrie espropriate, redistribuzione della ricchezza e politiche sociali per migliorare le condizioni di vita della popolazione più povera e marginalizzata. Tutto questo non può essere facilmente dismesso, Chavez è stato un catalizzatore per i governi e movimenti progressisti di tutto il continente americano e non solo». IL PASSAGGIO DI POTERE, LA CRISI ECONOMICA E LE SANZIONI USA Chávez muore a marzo del 2013, a un anno dalla sua quarta elezione, lascia in carica il vicepresidente Maduro, già Ministro degli Esteri per sei anni. Maduro non ha il carisma di Chavez e nel 2015, con il crollo del prezzo del petrolio, si trova a gestire una delle più gravi crisi economiche per il Paese. L’economia venezuelana si mostra in tutta la sua fragilità ed estrema dipendenza dalla fonte fossile. Il reddito pro capite crolla sotto gli 8.000 dollari, in cinque anni l’economia si contrae del 30%, le politiche sociali vengono tagliate, e l’inflazione è fuori controllo, arrivando a picchi del 700%. Le nuove sanzioni statunitensi peggiorano enormemente la situazione. Infatti durante la sua prima presidenza, Trump impedisce l’accesso ai mercati finanziari statunitensi per qualsiasi titolo legato al Venezuela e alla sua compagnia petrolifera nazionale, rendendo sempre più difficile il rifinanziamento del debito pubblico venezuelano, e di fatto azzerando il valore dei titoli venezuelani. Questo ha avuto un impatto drammatico sulla popolazione venezuelana: il sistema sanitario finanziato con la rendita petrolifera collassa, l’importazione di cibo diminuisce quasi dell’80% nel 2018, le infrastrutture di base, come quelle dell’acqua, sono lasciate all’abbandono. > In uno studio pubblicato nell’agosto del 2025 su The Lancet si stima che le > sanzioni unilaterali statunitensi abbiano un impatto drammatico tanto quanto > quello di una guerra, provando una correlazione diretta tra innalzamento della > mortalità e sanzioni. A questo il governo Maduro ha risposto con un vero e proprio piano di austerità, accentrando il potere, aumentando la repressione, e costruendo intorno a sé una nuovo gruppo di potere che gode di benefici impensabili per il resto della popolazione. Nel 2018 il Programma per la ripresa, la crescita e la prosperità economica ha di fatto «liquidato i salari e annullato le discussioni sulla contrattazione collettiva. Queste misure hanno favorito la trasformazione dei salari in bonus (…), senza mantenere le ferie pagate, le prestazioni sociali e altri benefici che i lavoratori ricevevano in precedenza come parte del loro reddito salariale» come spiega in un’ intervista il membro del Partito per il Socialismo e la Libertà. E di fronte all’iper-inflazione, l’economia venezuelana si dollarizza di fatto, perché tutti preferiscono dollari ai bolivares negli scambi quotidiani, peggiorando ancor di più la situazione della moneta. La repressione è ricaduta prima di tutto su chi a sinistra critica il governo per le sue scelte socio-economiche, persone attive nel processo della rivoluzione socialista bolivariana fino ad allora, e che lentamente hanno iniziato a lasciare il Paese per non finire in carcere. Come scrivono compagn_ della diaspora venezuelana del sindacato ADL cobas, il governo Maduro negli ultimi anni «ha represso, silenziato e incarcerato settori popolari, sindacalisti e sindacaliste, lavoratori e lavoratrici, attivisti e attiviste sociali che erano stati protagonisti del processo chavista e che oggi lottano semplicemente per salari dignitosi, servizi pubblici e diritti fondamentali». Il 2024 è sicuramente stato l’anno di svolta, dopo le elezioni non riconosciute come valide, e più di duemila persone arrestate, e migliaia ferite dalla polizia. > Le opposizioni di sinistra venezuelane oggi, però, sono silenziate sia > all’interno che all’esterno del Venezuela, dove sui media occidentali trovano > voce solo le opposizioni della destra neoliberale e filostatunitense. I numeri della diaspora sono enormi, otto milioni di persone sono emigrate fuori dal Paese in dieci anni, quasi un terzo della popolazione, che con le loro rimesse supportano il sistema economico. La popolazione venezuelana è divisa e una parte – lo abbiamo visto – ha accolto con favore o con indifferenza la fine del governo Maduro perché straziata dal costo della vita, dalle misure di austerità, dalla distruzione di ogni politica sociale, e dalla repressione. Continuano l_ sindacalist_ di ADL cobas «Se oggi una parte significativa della diaspora proveniente da settori popolari finisce per identificarsi politicamente con la destra, questo dato non può essere liquidato o stigmatizzato, ma deve interrogare seriamente le responsabilità del governo Maduro, che ha compromesso e delegittimato, nei fatti, il significato storicamente associato alla sinistra e al progressismo». La copertina è di Alex Lanz da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Dal colpo di stato contro Chávez al rapimento di Maduro: cosa è accaduto alla rivoluzione bolivariana proviene da DINAMOpress.
IMMAGINA L’immaginazione è ciò che precede ogni creazione, ogni rivoluzione, ogni cambiamento personale. MA CHE FINE HA FATTO? Pubblichiamo il video dell’incontro con Stefano Laffi, autore di “Immagina” ( Feltrinelli ) tenutosi domenica 18 gennaio 2026 alle ore 16:00 al … Continua a leggere→
Controriforma del lavoro in Argentina: Milei contro la classe operaia
L’11 dicembre 2025, il presidente argentino Javier Milei ha firmato un disegno di legge annunciato da tempo, che verrà sottoposto al Congresso con l’obiettivo di trasformare radicalmente il mondo del lavoro. Nonostante l’intenzione fosse quella di farlo approvare entro la fine del 2025, la sua discussione è stata rinviata al prossimo febbraio a seguito della massiccia mobilitazione sindacale di giovedì 18 dicembre e delle proteste da parte dell’opposizione parlamentare. Il testo, presentato come intervento di “modernizzazione del lavoro”, contiene quasi 200 articoli che propongono modifiche su questioni molto diverse tra loro, come il lavoro su piattaforma passando per i contributi previdenziali e le pensioni fino al diritto di sciopero e all’allungamento della giornata lavorativa. Nonostante nelle settimane precedenti alcuni portavoce del governo avessero fatto trapelare o fatto riferimento a vari aspetti della proposta di legge, la versione finale era ancora più lunga e ampia di quanto previsto. Celebrata dalle Camere di Commercio (molte delle quali hanno partecipato alla stesura del testo), ha generato allarme e preoccupazione in tutto il movimento sindacale argentino. Jorge Sola, co-segretario generale della Confederación General del Trabajo (CGT) ha dichiarato la propria «categorica contrarietà a ogni singolo punto messo in essere da questo disegno di legge di riforma del lavoro». Sulla stessa linea, le due anime della Central de Trabajadores de Argentina (CTA) [sigla sindacale nata nel 1992 da una scissione dalla CGT e composta dalla Centrale dei Lavoratori della Argentina Autonoma (CTA-A e dalla Centrale dei Lavoratori dell’Argentina dei Lavoratori (CTA-T) – ndt], che in un comunicato congiunto sostengono che il disegno di legge «non modernizza nulla» e che, in realtà, «è una legge stilata negli studi legali dei grandi gruppi imprenditoriali» il cui vero scopo «è creare precarietà e lasciare i lavoratori senza tutele». La risposta dei sindacati è commisurata alla situazione, visto che proprio il Ministro della Deregolamentazione, Federico Sturzenegger, ha ammesso, durante una visita nello Stato spagnolo lo scorso novembre, che uno degli obiettivi della legge era quello di «smantellare» i sindacati riducendone il «potere» di negoziazione. > La maggior parte dei sostenitori del progetto cerca però di sottolineare come, > a loro avviso, con queste modifiche sarà possibile creare più posti di lavoro > e generare maggiore «stabilità» nel mercato del lavoro. Paradossalmente, il > modello economico promosso finora da Javier Milei ha generato stagnazione, > perdita di potere d’acquisto e di posti di lavoro. Secondo dati ufficiali, dall’insediamento del Presidente di estrema destra i salari reali sono calati in media dell’11%. Allo stesso tempo, il salario minimo è crollato del 34% e oggi dispone di un potere d’acquisto inferiore di quanto ne avesse nel 2001, anno in cui l’Argentina ha attraversato la peggiore crisi economica della sua storia. Inoltre, come sottolineato dalla giornalista Eugenia Rodríguez in un dettagliato articolo pubblicato su “El Destape” [portale di informazione online, fondato nel 2014 dal giornalista Roberto Navarro – ndt], «le riforme del lavoro introdotte con la Ley Bases nel 2024 (periodo di prova più lungo, introduzione della categoria dei collaboratori “indipendenti” e la liquidazione facoltativa)» non hanno creato posti di lavoro. Anzi, «gli ultimi dati ufficiali pubblicati di recente indicano che sono andati persi oltre 280.000 posti di lavoro dipendente». In un’intervista con “El Salto”, la sociologa Luci Cavallero ha sottolineato che «uno dei principali miti promossi dai media, ma ormai diventati di senso comune, è l’ipotesi e il presupposto implicito che una maggiore flessibilità nelle normative sul lavoro comporti una maggiore probabilità che gli imprenditori assumano più lavoratori». Tuttavia, ha aggiunto, «questo non si è verificato in nessuna parte del mondo, mentre gli esperti del mondo del lavoro di ogni settore e ideologia concordano sul fatto che quello che crea occupazione concreta sono le economie in crescita». UN ATTACCO AI SINDACATI l ricercatore Luis Campos, membro dell’Istituto di Studi e Formazione della CTA-A e uno dei massimi esperti sulla situazione del lavoro in Argentina, sostiene che, in realtà, il progetto del governo Milei nasconde tre riforme in una. In primo luogo, rappresenta un attacco diretto all’organizzazione e all’azione collettiva, il cui principale strumento istituzionale sono i sindacati. «Di fatto, proibisce gli scioperi attraverso un’eccessiva regolamentazione dei cosiddetti servizi essenziali», ha sottolineato Campos nell’intervista su questa stessa testata. La proposta di legge classifica come essenziali attività diverse come la gastronomia, l’istruzione e la produzione alimentare, e imporrebbe, in caso di indizione di uno sciopero, l’obbligo di garantire un livello minimo di personale tra il 50% e il 75% a seconda dei casi. «In questo modo si impongono restrizioni al diritto di sciopero praticamente in tutti i settori dell’economia, restrizioni che attualmente esistono già ma soltanto per un numero molto limitato di attività, come le unità di terapia intensiva o le centrali nucleari», ha riferito il ricercatore. > Un’altra questione critica per i sindacati riguarda i contratti collettivi di > lavoro. Attualmente, è in vigore un sistema progressivo per il quale la Legge > sui Contratti di Lavoro stabilisce un livello minimo che gli accordi specifici > di settore possono migliorare, ma mai peggiorare. Allo stesso tempo, vengono consentiti accordi individuali a livello aziendale o regionale, che devono però rispettare gli stessi standard minimi. La riforma proposta dal governo argentino mira a rompere questa dinamica, consentendo che gli accordi di secondo livello (provinciali o aziendali) prevalgano sui contratti collettivi nazionali nonostante introducano condizioni di lavoro peggiori. La proposta prevede anche l’imposizione di un limite molto severo alla cosiddetta “ultrattività di legge” dei contratti collettivi. A differenza di altri Paesi, in Argentina questi accordi non hanno una data di scadenza. Ciò significa che, se le trattative tra un sindacato e un’associazione di imprenditori non riescono a raggiungere un accordo, tutti i diritti acquisiti in base all’accordo precedente rimangono in vigore. Anche in questo caso, il governo intende eliminare questo principio stabilendo un periodo di validità di un anno per alcune clausole, aspetto che metterebbe i sindacati in una posizione di debolezza poiché sarebbero costretti a sottoscrivere accordi con le aziende, anche se questo significherebbe perdere benefici e conquiste ottenute nel tempo. Inoltre, si condiziona anche l’attività sindacale all’interno delle unità produttive. Qualsiasi gruppo di lavoratori che decida di tenere un’assemblea dovrà ottenere l’autorizzazione del datore di lavoro e, in caso di riscontro positivo, il tempo impiegato nella discussione collettiva verrà detratto dalla retribuzione. Infine, ma non meno importante, «sono previste restrizioni molto severe sul finanziamento sindacale», ha sottolineato Campos, aggiungendo che «forse quella più significativa è che i datori di lavoro non sono più tenuti a fungere da sostituti d’imposta per le quote sindacali, il che ostacolerà notevolmente la capacità dei sindacati di finanziare le proprie attività». CONTROLLO DEL PROCESSO DI LAVORO Secondo Campos, la seconda riforma è correlata alla prima, ma si concentra sull’ampliamento e rafforzamento del controllo da parte del datore di lavoro sul processo lavorativo. Tra i punti più significativi figurano: l’estensione del periodo di prova a sei mesi; una maggiore flessibilità nei periodi di ferie permettendone il frazionamento in periodi di almeno sette giorni consecutivi e introducendo l’obbligo per i datori di lavoro di concedere ferie “almeno” una volta ogni tre anni durante la stagione estiva; l’introduzione dei “salari dinamici” che possono essere modificati in base alla produttività o al “merito”; l’autorizzazione al pagamento in valuta estera, voucher o cibo. Senza dubbio, l’aspetto più controverso di questa seconda riforma del progetto rimane la cosiddetta “banca delle ore”. Questo sistema consente ai datori di lavoro di gestire il tempo dei dipendenti in base alle proprie esigenze produttive e di modificare l’orario di lavoro senza pagare gli straordinari. Una giornata lavorativa di otto ore potrebbe essere estesa a 12 ore lo stesso giorno, se l’azienda dovesse decidere in tal senso. Come compensazione, queste ore verrebbero “restituite” al dipendente in un altro giorno, tramite una riduzione della giornata lavorativa. > «Questo pone i lavoratori in una posizione molto debole nei confronti dei > datori di lavoro, perché queste questioni, entro certi limiti, potevano essere > oggetto di negoziazione nei contratti collettivi, mentre da ora in poi saranno > discusse nei contratti individuali», sostiene Campos. Da parte sua, Luci Cavallero ritiene che se questa legge venisse approvata, «l’impatto sarebbe una diminuzione del costo del lavoro per le aziende non solo in virtù dell’adeguamento degli stipendi, ma anche in relazione alle condizioni di lavoro», dove ci sarebbe «una maggiore flessibilità e una maggiore responsabilità da parte del lavoratore per questioni che prima erano assunte dal datore di lavoro e che dovrebbero continuare ad essere assunte dal datore di lavoro». RENDERE I RICCHI PIÙ RICCHI Il terzo aspetto della legge sulla “modernizzazione del lavoro” è direttamente legato al progetto politico, economico e nazionale di Milei: un governo della classe dirigente e per la classe dirigente. Per Luis Campos non ci sono dubbi: il testo della nuova legge «rappresenta un trasferimento multimilionario di risorse dalla forza-lavoro al capitale». Possiamo osservarlo in due modi. In primo luogo, la riduzione dei contributi mensili di previdenza sociale da parte dei datori di lavoro, che diminuiscono di tre punti percentuali: dal 20,4% al 17,4%. Questi fondi confluiscono attualmente nell’Administración Nacional de la Seguridad Social (ANSES) , responsabile del pagamento delle indennità, delle pensioni, degli assegni familiari e di altri contributi previdenziali. Mentre le aziende continueranno a trattenere questi tre punti percentuali dalla retribuzione totale, questi fondi saranno reindirizzati al Fondo di Assistenza al Lavoro (FAL), uno strumento creato dalla nuova legge che sarà responsabile del pagamento delle indennità di fine rapporto ai lavoratori licenziati dai loro datori di lavoro. «Quindi, per i datori di lavoro, rappresenta un guadagno quotidiano netto: verseranno il 3% al FAL, ma risparmieranno il 3% di contributi previdenziali», ha spiegato Campos. In definitiva, risparmieranno sulle indennità di fine rapporto «che ora saranno coperte indirettamente da fondi che l’ANSES non riceverà più». In altre parole, i soldi saranno sottratti a pensionati e altre persone vulnerabili per finanziare la possibilità per le aziende di licenziare i lavoratori. In secondo luogo, la legge prevede anche una riduzione dei contributi a carico dei datori di lavoro ai fondi di previdenza sociale, dal 6% al 5% dei salari. Ciò significa che i lavoratori argentini cederebbero al settore imprenditoriale circa il 4% della massa salariale complessiva. Secondo le stime dei sindacati, il totale ammonta attualmente a circa 2,5 miliardi di dollari all’anno. QUAL È LO STATO DI AVANZAMENTO DEL PROGETTO? Come accennato all’inizio, l’obiettivo dichiarato dell’Esecutivo era che il Congresso approvasse la riforma entro la fine del 2025. Infatti, la neoeletta senatrice ed ex-Ministro della Sicurezza sotto Milei, Patricia Bullrich, aveva fissato il 26 dicembre come data per la votazione. Tuttavia, la situazione è cambiata nei giorni precedenti alla data. Nella notte di mercoledì 17 dicembre, il partito al governo ha subìto una battuta d’arresto nella votazione sulla Legge di Bilancio alla Camera dei Deputati, dove l’opposizione è riuscita a far respingere l’articolo che eliminava i finanziamenti all’università pubblica e abrogava la legge Emergenza e Disabilità [legge che dichiarava uno stato di emergenza fino alla fine del 2026 e introduceva sussidi per le persone con disabilità, approvata dal Senato il 10 giugno 2025 ma bloccata da Milei il 4 agosto 2025 – ndt]. Nel frattempo, giovedì 18 dicembre, i principali sindacati, organizzazioni sociali, gruppi per i diritti umani e partiti politici si sono mobilitati in Plaza de Mayo per manifestare contro la riforma del lavoro. Poche ore dopo la manifestazione, nella quale era stato evocato lo sciopero nazionale, la senatrice Bullrich ha annunciato che il disegno di legge sarebbe stato discusso il prossimo 10 febbraio. Nonostante dell’ottobre 2025 il governo di Milei sia emerso rafforzato dalle elezioni legislative e abbia ampliato la propria rappresentanza in entrambe le camere del Congresso, deve ancora trattare con i settori moderati e più inclini al dialogo per ottenere l’approvazione dei suoi progetti. In questo momento, mentre il partito di governo cerca di convincere i legislatori indecisi (con argomentazioni o prebende), il movimento operaio sta pianificando i prossimi passi in una battaglia che, per ora, è riuscito a rimandare al 2026. Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress da “El Salto“. La copertina è di Gage Skidmore da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Controriforma del lavoro in Argentina: Milei contro la classe operaia proviene da DINAMOpress.
Reprimere e punire: un nuovo «diritto della paura»?
Si profila all’orizzonte l’ennesima stretta securitaria, l’ennesimo intervento legislativo volto a dare risposta, nell’intenzione del governo italiano, alle emergenze sempre più pressanti della società italiana. Un intervento normativo preceduto e accompagnato da una narrazione ben precisa della realtà che viene veicolata in maniera ossessiva dai media e ripetuta a sostegno e giustificazione dell’ennesima risposta repressiva e punitiva rispetto a fenomeni sociali complessi che meriterebbero ben altro approccio e maggiore attenzione. Gli interventi normativi, soprattutto in campo penale, che stanno caratterizzando le politiche dell’attuale governo, sono state ampiamente analizzate e classificate in maniere diverse. Alcuni commentatori hanno parlato di un “diritto penale della perenne emergenza 1” proprio per sottolineare come gli interventi normativi di questi anni rispondano alla necessità di reprimere condotte illecite e punire colpevoli creati dagli allarmi lanciati dalla cronaca nera e dalle ansie ingenerate nella popolazione da media troppo spesso a caccia di sensazionalismo. Altri autori hanno anche parlato di “diritto penale massimo”, ovvero di un diritto penale che si caratterizza per la proliferazione delle fattispecie, delle aggravanti, degli aumenti incontrollati delle pene. Ma non solo. Si è anche parlato di un “diritto penale erratico, asistematico, imprevedibile” in quanto rappresenta più che altro una reazione impulsiva del legislatore che non tiene in alcun conto i principi di coerenza, razionalità e ragionevolezza giuridica che dovrebbero garantire l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale. Ma anche di “diritto penale di segno neocorporativo” utilizzato per compiacere particolari settori della popolazione o categorie professionali, ma anche segmenti delle stesse istituzioni, a danno del nemico di turno individuato alternativamente e cumulativamente nel migrante, nel disobbediente, nell’irregolare, sempre e comunque però in chi si trova ai margini della società. Ma tutti questi interventi legislativi, presentati come la risposta delle istituzioni al malessere crescente in alcuni strati sociali della nostra società, hanno mostrato i loro limiti e la loro incapacità di dare concreta risposta a fenomeni sociali complessi che richiederebbero ben altro tipo di attenzione. Così, non solo ci troviamo a dover commentare l’ennesimo pacchetto di misure repressive e punitive, ma dobbiamo fare i conti con l’ulteriore spostamento in avanti dell’asticella di quel securitarismo che nel privilegiare la sicurezza, l’ordine pubblico e la stabilità, comprime sempre di più diritti individuali e sociali, non cercando un equilibrio tra le contrapposte esigenze ma facendo pendere la bilancia sempre di più a favore delle prime. In questo contesto si inserisce la bozza del nuovo pacchetto sicurezza predisposto dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi 2. Si tratterebbe di un insieme di nuove norme indirizzate a rafforzare strumenti e organizzazione di Viminale e delle forze di polizia, ma anche dirette ad intervenire nel campo della sicurezza pubblica, della gestione dell’ordine, dell’immigrazione e della protezione internazionale. Le indiscrezioni giornalistiche e le bozze che circolano in queste ore si concentrano su alcune misure che, come già evidenziato, rappresentano quella risposta impulsiva di cui si è detto in precedenza. Ecco allora la previsione di: * una pena ad hoc per chi non si ferma all’alt delle forze polizia, con una pena della reclusione da sei mesi a cinque anni accompagnata dalle misure accessorie della sospensione della patente di guida e della confisca del veicolo, nonché dalla possibilità di arresto in flagranza differita; * fermo di prevenzione durante le manifestazioni, ovvero la possibilità per gli ufficiali e gli agenti di polizia, nel corso di specifiche operazioni di prevenzione svolte nell’ambito dei servizi di ordine e sicurezza pubblica disposti per manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, di accompagnare nei propri uffici e di trattenerle lì per non oltre 12 ore, per gli accertamenti di polizia, persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche in relazione a specifiche circostanze di tempo e di luogo, sulla base di elementi di fatto, al possesso di armi, strumenti atti ad offendere, o all’uso di caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona; * l’arresto facoltativo in flagranza nei confronti di imputati minorenni per il porto illecito di coltelli e di altri particolari strumenti atti ad offendere; * una nuova aggravante per reati contro giornalisti e direttori di testata durante lo svolgimento delle loro funzioni o a causa di esse; * un ampliamento del catalogo dei reati per i quali si può applicare l’ammonimento del questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni, inserendo anche le ipotesi di lesione personale, rissa, violenza privata e minaccia qualora commessi con l’uso di armi o di strumenti atti ad offendere dei quali è vietato il porto in modo assoluto ovvero senza giustificato motivo; * una sanzione amministrativa a carico di chi è tenuto alla sorveglianza del minore sopra i 14 anni, salvo prova di non aver potuto impedire il fatto, impostazione che verrebbe estesa anche a casi collegati ad ammonimenti per atti persecutori o cyberbullismo. Uno specifico blocco di norme riguarderebbe, poi, immigrazione e asilo con misure per limitare ulteriormente i ricongiungimenti familiari, rendere più efficaci le espulsioni e introdurre norme che incidono anche sulle ONG con ipotesi di interdizione temporanea delle acque territoriali per ragioni di sicurezza nazionale e, in casi estremi, trasferimenti verso Paesi terzi. La bozza prevede che per lo straniero rintracciato dopo la violazione di un secondo ordine del questore non si proceda all’adozione di un nuovo provvedimento di espulsione, ma all’esecuzione del provvedimento in precedenza emesso. È anche prevista l’abrogazione della disposizione che prevede, senza alcuna verifica reddituale, il gratuito patrocinio nella fase giurisdizionale contro il provvedimento di espulsione del cittadino extra Ue e l’autorizzazione di una spesa complessiva pari a oltre 8 mln a favore del Viminale, per dare esecuzione ai rimpatri e far fronte all’attuazione del Patto europeo della migrazione ed asilo. Inoltre, i soggetti ‘pericolosi‘ per la sicurezza dello Stato potranno essere riconsegnati allo Stato di appartenenza dal Ministero dell’Interno. A chiudere il quadro, infine, vi sarebbe la previsione generalizzata della possibilità per i prefetti di creare zone rosse nelle aree caratterizzate da gravi e ripetuti episodi di illegalità. Una possibilità che oggi è invece prevista solo in casi eccezionali ed urgenti. Quello che sembra emergere da questo nuovo intervento emergenziale e securitario predisposto dal governo, è l’idea che si sta facendo sempre più strada un diritto della paura, ovvero un ordinamento giuridico basato sull’idea dell’esistenza di un costante pericolo per la nostra società e per la convivenza civile che richiede pertanto interventi sempre più repressivi e anche dimostrativi per attestare la forza dello Stato e la presenza di un potere pronto ad intervenire prontamente per reprimere e punire. Quanto poco efficace sia questo diritto della paura rispetto a fenomeni sociali che hanno radici profonde e che sono frutto di processi carsici di trasformazione della nostra società, credo che sia abbastanza evidente. Ma altrettanto evidente è che, per altro verso, i fenomeni che si intendono combattere con la sola repressione, sono espressione spesso del fallimento più evidente di quelle istituzioni che non sono in grado di dare risposte adeguate a disagi reali delle nostre comunità. 1. Il diritto penale della destra. Ovvero il diritto penale dell’insicurezza, giuridica e sociale, Questione giustizia ↩︎ 2. «Pacchetto sicurezza in Cdm a gennaio. Avanti con operazione Strade sicure», Intervista del ministro Piantedosi all’Adnkronos ↩︎
Chi ha paura della libertà? Lo Scudo europeo per la democrazia e la deriva autoimmune dell’UE
Lo Scudo europeo per la democrazia viene presentato come un argine a disinformazione e interferenze straniere, ma finirà per istituzionalizzare la censura preventiva nello spazio informativo. Diventano suscettibili di limitazioni contenuti “altrimenti legali” ma “rischiosi”, una categoria tanto elastica da inglobare qualunque contenuto politicamente scomodo. La “difesa della democrazia” comporta la stigmatizzazione del conflitto delle idee come devianza e la costruzione di una filiera di segnalazione, fact-checking e neutralizzazione finalizzata a “tutelare l’integrità dello spazio informativo” e che coinvolge piattaforme online, ONG e istituzioni pubbliche sotto un’opaca regia del potere esecutivo. È un dispositivo che, se attuato, minerà alla radice i diritti fondamentali della libertà di espressione e della libera circolazione delle idee, pietre angolari di una democrazia sostanziale. (Prima parte) > Ero su una collina, e di là vidi avvicinarsi il > > vecchio, ma veniva come se fosse il nuovo. > > BERTOLT BRECHT CONTESTO La Commissione europea a novembre 2025 ha presentato ufficialmente lo Scudo europeo per la democrazia (European Democracy Shield, EDS – JOIN(2025) 791/final): un insieme di “misure concrete per rinforzare, proteggere e promuovere democrazie forti e resilienti in tutta l’UE” in risposta alle minacce, interne ed esterne, di “manipolazione dell’informazione e disinformazione”. Si tratta dell’ultima tappa di un processo avviato oltre un decennio fa, quando una serie di shock (geo)politici (la crisi ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, la Brexit e l’elezione di Donald Trump nel 2016) portarono al centro dell’agenda europea il tema della disinformazione online e delle interferenze malevole, domestiche e straniere. Questi temi hanno occupato l’agenda politica dell’Unione con enfasi crescente a partire dalla pandemia COVID-19, con lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022 e con l’escalation delle ostilità[i] a Gaza nel 2023, e infine in occasione delle elezioni europee del 2024, culminando nell’enunciazione pubblica dell’EDS nel discorso di candidatura di Ursula von der Leyen per la presidenza 2024-2029. Lungi dall’essere uno slogan elettorale, l’EDS è una “struttura dedicata” che riunisce una gamma estremamente articolata di strumenti, legislativi e non, tesi a mobilitare istituzioni, società civile e attori privati (whole-of-government e whole-of-society approach, così la JOIN(2025) 791/final) per la “protezione della democrazia”. Parallelamente al consolidarsi dell’idea che la democrazia sia esposta a rischi crescenti (“Democracy cannot be taken for granted – it needs to be actively nurtured and defended”, COM(2020) 790 final), ha fatto il suo ingresso nel lessico della Commissione la parola resilienza: inizialmente riferita alle infrastrutture critiche, essa è stata progressivamente estesa alla sfera sociale e politica. Sicché l’ultimo Strategic Foresight Report (2025) ha introdotto il concetto di “resilienza 2.0” come approccio “trasformativo, pro-attivo e lungimirante” da attuare in diverse aree strategiche, tra cui una “rafforzata democrazia”. “Quando le democrazie sono messe a dura prova, possono (e dovrebbero) ‘contrattaccare’”, osservano Bressanelli e Bernardi (2025)[ii], sintetizzando la strategia europea. Registriamo che, sempre nel 2025, il Consiglio d’Europa (CdE) ha lanciato l’iniziativa “Un Nuovo Patto Democratico Europeo”, descritto nelle parole del segretario generale del CdE come un “reset” necessario per l’Europa. UNO SCUDO PER PROTEGGERE LA DEMOCRAZIA… DALLA DEMOCRAZIA? Il progetto dell’EDS, sotto la responsabilità del Commissario designato per la Democrazia, la Giustizia e lo Stato di Diritto (e Protezione dei Consumatori), riprende e sistematizza misure legislative e strumenti già presenti in diversi package, tra cui lo European Democracy Action Plan (2020), che integra strumenti legislativi in ambito digitale quali il Digital Services Act (DSA, 2022) e l’AI Act (2024), e il Defence of Democracy Package (2023), dedicato alle interferenze straniere e alla trasparenza politica. Come descritto nella JOIN(2025) 791/final, l’architettura dell’EDS si articola in tre assi prioritari: 1) salvaguardare l’integrità dello spazio dell’informazione; 2) rafforzare le istituzioni democratiche, la libertà e la regolarità delle elezioni e la libertà e l’indipendenza dei media; 3) aumentare la resilienza della società e il coinvolgimento dei cittadini (“citizens’ engagement” nel lessico della Commissione europea). Mi soffermo sul primo asse, relativo all’integrità dell’informazione. A tale scopo è utile leggere le definizioni ufficiali di disinformazione e di Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI), che secondo l’UE costituiscono le maggiori minacce nella sfera dell’informazione. Secondo il Piano d’azione contro la disinformazione (JOIN(2018) 36 final) “Disinformation is understood as verifiably false or misleading[iii] information that is created, presented and disseminated for economic gain or to intentionally deceive the public, and may cause public harm. Public harm includes threats to democratic processes as well as to public goods such as Union citizens’ health, environment or security. Disinformation does not include inadvertent errors, satire and parody, or clearly identified partisan news and commentary. The actions contained in this Action Plan only target disinformation content that is legal under Union or national law”. Inoltre: “The actors behind disinformation may be internal, within Member States, or external, including state (or government sponsored) and non-state actors”. La Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI) è introdotta dal Servizio Diplomatico Europeo (European External Action Service, EEAS) nel Stratcom Activity Report (2021) come: “a pattern of behaviour that threatens or has the potential to negatively impact on values, procedures and political processes. It is manipulative in character, conducted in an intentional and coordinated manner. Actors can be state or non-state, including their proxies.” Si tratta di definizioni che hanno come oggetto contenuti legali e non necessariamente falsi, bensì ingannevoli/fuorvianti, passibili di censura[iv], secondo la Commissione, in virtù dei loro potenziali effetti nocivi sui processi politici democratici. Per un’approfondita analisi critico-giuridica rimando a Benedetto Ponti (2025)[v]. Anche a un occhio non specialista, però, dovrebbe essere evidente che siamo di fronte a definizioni che, per costruzione, si prestano a interpretazioni estensive, con un perimetro così elastico da poter ricomprendere, secondo opportunità, una varietà di manifestazioni del pensiero tipiche dell’opposizione politica, della propaganda politica, della critica istituzionale o scientifica, della mobilitazione civile: in sintesi, tutto quanto caratterizza la vita sociale e politica di una vera democrazia. Inoltre, come nota Ponti[vi], le due definizioni sono fortemente permeabili e costruite “per rivolgersi indistintamente a tutti gli attori, interni od esterni che essi siano”. Pongono, cioè, sullo stesso piano gli Stati e le entità “straniere” e i cittadini e le diverse componenti della società dell’UE, insinuando la figura del “nemico interno” in quella che dovrebbe essere normale dialettica democratica. Al di là dei proclami, l’approccio UE sembra voler neutralizzare, se non proprio militarizzare, il discorso pubblico ed appare inconciliabile con la libertà d’espressione, diritto fondamentale cardine di un’effettiva democrazia, sancito dalla Costituzione italiana (Art. 21) e anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE (Art. 11.1): “Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”. La Commissione ne è senz’altro consapevole[vii] e sembra voler aggirare il problema demandando a piattaforme e media digitali, giornalisti, organizzazioni non governative (ONG) e mondo della ricerca, sempre in dialogo con le istituzioni europee, la tutela dell’integrità dell’informazione online. Le piattaforme online sono ingaggiate attraverso lo Strengthened Code of Practice on Disinformation (2022) e il DSA, con i quali la Commissione ha introdotto una serie di commitment, validi per tutte, e di obblighi (si vedano, per esempio, gli Art. 34 e 35 del DSA) per le Very Large Online Platform (cioè piattaforme con numero medio mensile di utenti dell’UE pari o superiore a 45 milioni), investendole della responsabilità di analisi e mitigazione dei “rischi sistemici” (ovvero “eventuali effetti negativi, attuali o prevedibili, sul dibattito civico e sui processi elettorali, nonché sulla sicurezza pubblica”, come definiti nell’Art. 34 del DSA) legati alla disinformazione, attraverso la collaborazione con “fact-checker affidabili” e “fonti autorevoli”. Si prevede inoltre l’istituzione di un Centro Europeo per la Resilienza Democratica, con funzioni di coordinamento tra Stati membri, Commissione e EEAS, e di governo di una Stakeholder Platform sulla quale convergeranno “comunità” finanziate dalla Commissione, quali lo European Digital Media Observatory (EDMO), la futura Rete Europea di Fact-Checkers (attualmente esiste una European Fact-Checking Standards Network (EFCSN)) e il futuro framework di supporto alla ricerca con annessa una Recommendation on supporting scientific evidence in policymaking. Tra le misure da mettere in campo per contrastare la disinformazione figurano la promozione dell’alfabetizzazione mediatica e digitale[viii] e il ricorso, oltre che al debunking (confutazione ex post), al cosiddetto pre-bunking, inteso come “confutazione preventiva dell’argomento persuasivo”[ix], prima che quest’ultimo circoli e attecchisca nello spazio pubblico. Degno di nota, a questo riguardo, è il progetto “Prebunking at Scale” della EFCSN, finanziato da Google.org: un esempio della crescente intersezione tra politiche europee e iniziative di attori privati globali. Si delinea una sorta di Ministero della Verità diffuso nella forma di partnership pubblico-privata “epistemica”, ove il pubblico è costituito da entità (ONG, media, lo stesso mondo della ricerca) che dipendono in larga misura dai finanziamenti europei per la loro sussistenza[x],[xi], configurando un enorme problema di conflitto di interessi e di mancanza di indipendenza, mentre i privati sono giganteschi oligopoli tecno-finanziari con capitalizzazioni comparabili o superiori a quelle di Stati sovrani. Il tutto avviene sotto la regia opaca della Commissione europea, che getta il sasso (delineando finalità e obiettivi della lotta a disinformazione e FIMI, nonché incentivi e sanzioni) e nasconde la mano (delegando a soggetti terzi e alle piattaforme online la “verifica” dell’informazione e la “mitigazione del rischio”). Come osserva Ponti5, si assiste a un quasi ribaltamento dei fini dichiarati del DSA: invece di “contenere o limitare il potere esercitato dalle piattaforme” si “mira piuttosto a sfruttarlo e ad indirizzarlo alla finalità (pubblica) della lotta alla disinformazione”. Anche le recenti iniziative della Commissione in tema di deregulation dello spazio digitale attraverso il Digital Omnibus sembrano andare in questa direzione, in linea con quell’impostazione del rapporto Draghi, “irricevibile”, come scrive Maurizio Borghi[xii], che vorrebbe presentare la tutela dei diritti fondamentali come un ostacolo alla competitività. Fa inoltre attrito, con questa urgenza protettiva verso la democrazia, il fatto che la Commissione non sembri troppo preoccupata della dipendenza europea da tecnologie e infrastrutture non europee: dalla microelettronica ai servizi cloud, dalle piattaforme social all’AI, solo per restare nel campo dell’informazione digitale[xiii]. Come osserva Juan Carlos De Martin, l’Europa, negli ultimi trent’anni, ha rinunciato a controllare le infrastrutture di trasmissione, archiviazione ed elaborazione dell’informazione, diventando dipendente da una manciata di imprese statunitensi[xiv]. La situazione che emerge in questo contesto è profondamente asimmetrica. Negli Stati Uniti, l’integrazione tra potere pubblico, apparato militare e industria tecnologica si è sviluppata lungo l’arco di decenni, grazie ad ingenti investimenti statali e militari che hanno dato origine alle infrastrutture digitali oggi determinanti[xv]. Ciò ha prodotto una stretta integrazione tra potere pubblico e potere privato che, come scrive Maurizio Tirassa in “Intelligenza artificiale e mondi reali”[xvi], si struttura come complesso politico-militare-tecnologico-finanziario ai vertici della catena di potere. Una lettura puramente economicista di un tale assetto risulta riduttiva, poiché il suo funzionamento va compreso all’interno di una gerarchia di potere ampia, in cui il confine tra pubblico e privato risulta sfumato attraverso politiche non solo di finanziamento, ma anche di porte girevoli che coinvolgono apparati statali, militari e grandi imprese tecnologiche, come ben visualizzato dal progetto Authoritarian Stack. In Europa, e in particolare in Paesi come l’Italia, dove manca una filiera digitale lontanamente comparabile, è invece in atto una vera e propria cessione di sovranità attraverso l’esternalizzazione di infrastrutture statali (in tutti i domini critici: dati, difesa, spazio, energia e denaro) ai colossi privati[xvii] parte integrante del complesso politico-militare-tecnologico-finanziario statunitense. In un mondo computerizzato e interconnesso[xviii], “‘The Stack’ – strati interconnessi di hardware, software, reti e dati – è diventato il sistema operativo del potere politico ed economico moderno”, osserva Francesca Bria[xix]. Si tratta dunque di una dipendenza che può essere definita a pieno titolo “esistenziale”, poiché, “nel XXI secolo, chi controlla le infrastrutture digitali controlla le condizioni di possibilità della democrazia stessa.” L’UE, così ambiziosa quando si tratta di regolamentare il discorso pubblico, è dunque una colonia digitale [xx]e con lo Scudo consolida questo status, affidando la sorveglianza della propria sfera informativa a quegli stessi attori privati ed extra-territoriali da cui dipende strutturalmente e rispetto ai quali, sul versante dei dati personali, ha sempre mostrato una certa esitazione nel perseguire un pieno enforcement del GDPR, esitazione che oggi, anche sotto pressione di aziende e governi europei, rischia di tradursi in vera e propria deregulation nella già richiamata proposta del Digital Omnibus[xxi]. Per cogliere la portata delle conseguenze della dipendenza digitale infrastrutturale dagli USA e dei suoi effetti a livello politico e geopolitico, anche sul piano giurisdizionale, basti pensare alla recente vicenda delle sanzioni nei confronti della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese e di giudici e funzionari della Corte Penale Internazionale (CPI), inseriti nella lista delle Specially Designated Nationals (SDN) dell’OFAC, l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro statunitense. Le persone inserite nella lista SDN non possono intrattenere rapporti economici o professionali con soggetti sottoposti alla giurisdizione statunitense. La conseguenza pratica è l’esclusione di queste persone, cittadini europei e titolari di funzioni internazionali, dal sistema bancario e dallo spazio digitale del proprio Paese. In Italia, neppure Banca Etica ha potuto aprire un conto corrente a Francesca Albanese[xxii]; in ottemperanza alle stesse sanzioni, Microsoft ha sospeso l’account email del Procuratore capo della CPI, Karim Khan[xxiii]. Il controllo di infrastrutture digitali e finanziarie globali consente così l’applicazione extraterritoriale di provvedimenti made in USA a individui e istituzioni non soggetti alla giurisdizione statunitense. Questo stato di cose, in cui il complesso politico-militare-tecnologico-finanziario che ha il suo perno negli Stati Uniti esercita un’influenza determinante anche sugli Stati europei attraverso la dipendenza infrastrutturale, non nasce con l’attuale amministrazione statunitense, né può essere ricondotto a un improvviso cambio di paradigma. Esso rappresenta, piuttosto, l’esito maturo di un processo ormai quarantennale che, nel contesto europeo, ha visto le politiche neoliberali ridefinire in profondità il rapporto fra Stato, economia e società. Come ricostruisce Carlo Iannello[xxiv], con la “svolta di fine secolo” il mercato ha progressivamente eclissato la politica, assumendo il ruolo di ordinatore della vita sociale e determinando un ribaltamento degli equilibri costituzionali: al governo è stata sostituita la governance, gli organi politici rappresentativi della collettività sono stati marginalizzati e l’assunzione delle decisioni è stata spostata in sedi di concertazione in cui interviene “una pluralità di attori pubblici e privati (dalle organizzazioni internazionali ai singoli portatori di interesse, i cosiddetti stakeholders), senza titolo a rappresentare democraticamente i cittadini che saranno destinatari delle decisioni assunte.” Lungo questa traiettoria sono state create le condizioni della dipendenza infrastrutturale dalle grandi corporation digitali e, più in generale, della crescente permeabilità della sovranità degli Stati democratici europei a poteri transnazionali, una trasformazione che, avverte Iannello, “negli ultimi tempi ci sta conducendo verso un’ulteriore trasformazione in senso illiberale.” Sintomo palese di questa trasformazione in senso illiberale è la tendenza globale dei governi a intervenire sul discorso pubblico, con alcune significative differenze, però, tra modello statunitense ed europeo, che emergono con particolare chiarezza osservando alcuni episodi recenti: le ammissioni di Mark Zuckerberg[xxv] sul fatto che Meta si adeguò alle richieste “informali” di censura da parte dell’amministrazione Biden durante la pandemia; lo scontro tra la Commissione europea ed Elon Musk, il quale ha denunciato pressioni “sottobanco” per allineare X agli standard europei di moderazione[xxvi]; le dichiarazioni di Pavel Durov[xxvii] secondo cui anche Telegram avrebbe ricevuto richieste analoghe da parte di un governo europeo. Negli Stati Uniti il Primo emendamento fa sì che la censura possa verificarsi in conseguenza di pressioni politiche, ma resti priva di un fondamento normativo e dunque – almeno in linea di principio – esposta a contestazione pubblica, ricorsi giudiziari ed ammissioni ex post. A questo proposito, nel caso di Francesca Albanese già richiamato, lo stesso Dipartimento del Tesoro USA, interpellato in merito, ha chiarito che per associazioni accademiche statunitensi resta lecito ospitare un suo intervento, rivolgerle domande e condividere con lei ricerca e materiali di studio, perché lo scambio di idee è protetto dal Primo emendamento e non può essere compresso per via sanzionatoria[xxviii]. Sebbene anche negli Stati Uniti la libertà di espressione sia stata storicamente oggetto di compressioni in nome della sicurezza nazionale (un caso per tutti può essere quello dei Pentagon Papers sulla guerra del Vietnam), esiste tuttavia una differenza rilevante sul piano giuridico rispetto all’Unione europea. Il Primo emendamento, infatti, viene di norma interpretato come una protezione quasi assoluta della libertà di espressione[xxix], mentre la limitazione di quest’ultima è formalmente prevista nella legislazione dell’Unione come esito del bilanciamento con “altri interessi collettivi”, tra cui la “sicurezza nazionale”[xxx]. In una fase storica segnata da gravi crisi geopolitiche e da conflitti armati, come quella attuale, l’impostazione europea pone una seria ipoteca sull’effettiva tenuta di questo diritto fondamentale. Nei fatti, in Europa e in Italia, proprio a partire da scuole e università, si va consolidando un clima di censura preventiva. È istruttivo in questo senso analizzare l’uso strumentale del binomio pluralismo/contraddittorio: (i) si classificano, più o meno esplicitamente, determinati temi come “sensibili” (nella sfera politica e sociale, ma anche in quella tecnico-scientifica); (ii) si subordinano le libertà di espressione e di insegnamento a una par condicio ex-ante di relatori/posizioni[xxxi],[xxxii], spostando la questione dal merito alla procedura organizzativa o al contenzioso giuridico[xxxiii]. In questo modo si aprono spazi per interventi gerarchici di cancellazione prudenziale e si produce un effetto dissuasivo che si traduce in autocensura. Nella prassi, l’obbligo di pluralismo/contraddittorio tende a scattare su posizioni non allineate con l’interpretazione mainstream, mentre quelle conformi vengono veicolate come informazione, educazione civica, strumenti per formare un’opinione autonoma e non condizionata. Nel medesimo quadro vanno lette alcune recenti iniziative che investono direttamente l’università come istituzione. Da un lato, nel dibattito sul DDL “sicurezza” (poi confluito nel D.L. n. 48/2025) figurava una disposizione (art. 31) che avrebbe esteso l’obbligo di collaborazione con le agenzie di informazione e sicurezza anche a università ed enti pubblici di ricerca; la sua successiva scomparsa dal testo in vigore è stata letta come rivelatrice (e potenzialmente reversibile) di un clima in cui l’eccezione resta disponibile come opzione normativa latente[xxxiv]. Dall’altro lato, emergono proposte legislative come il DDL A.S.1722 (cd. Delrio), il quale prevederebbe che l’organismo di vigilanza di ogni università individui al proprio interno un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni di contrasto all’“antisemitismo” secondo la definizione operativa dell’IHRA, ampiamente discussa e contestata in ambito accademico e giuridico[xxxv], stabilizzando, così, una funzione di controllo interna alla governance dell’ateneo[xxxvi]. In nome di un’“emergenza” presentata come autoevidente, ma non provata, la libertà accademica da principio costituzionale diventa libertà condizionata da valutazioni di opportunità o conformità di ordine politico e contingente. Non si tratta di singolarità del sistema, o di questo o quel governo, ma di fenomeni destinati a moltiplicarsi perché manifestazioni di una “logica derogatoria” di governo dell’eccezione, che “rischia di essere intrinsecamente espansiva e pertanto non arginabile”.[xxxvii] Nel solco di questa logica derogatoria, l’Unione europea sta istituzionalizzando l’intervento sullo spazio informativo – fino alla censura di contenuti altrimenti legali – attraverso gli strumenti che convergono nello Scudo. In questo quadro, vale la pena rilevare che Donatella Della Porta, in una recente pubblicazione[xxxviii], ha mostrato come in Germania, in nome della lotta all’antisemitismo, si sia consolidata una macchina burocratico-amministrativa che ha radicalmente compromesso il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di insegnamento e alla libertà artistica. Alla luce dell’influenza esercitata dalla Germania sull’Unione europea, nonché del ruolo della presidente della Commissione, è lecito interrogarsi sul peso di tale modello nell’impostazione sottesa allo Scudo. Ciò che negli USA appare come abuso contingente, nell’Unione europea si va dunque configurando come dispositivo strutturale di governance dell’informazione, la cui attuazione è affidata, in misura decisiva, a infrastrutture e piattaforme tecnologiche detenute da una manciata di grandi aziende statunitensi. La governance dello spazio pubblico digitale, una funzione che incide sull’esercizio di diritti fondamentali, finisce così per appoggiarsi a veri e propri “governi privati”[xxxix], come li definisce in modo particolarmente pregnante Daniela Tafani, che operano all’interno del complesso politico-militare-finanziario già richiamato secondo una razionalità del profitto che può essere intesa, a seconda della posizione nella gerarchia di potere, come fine sovrano dell’azione oppure come strumento di incentivazione e di disciplinamento. Una razionalità che, in ogni caso, certamente nulla ha a che fare con la deontologia della democrazia e con i cosiddetti “nostri valori” che, almeno nominalmente, la definiscono. Assumendo che per “nostri valori” si intenda il riconoscimento alla persona umana di un “valore incondizionato, una dignità e dei diritti”, sui quali dovrebbe fondarsi l’obiettivo ultimo del nostro ordinamento democratico di  “promuovere l’uguaglianza e la libertà dei cittadini” (art. 3 della Costituzione italiana), è difficile non vedere l’incoerenza nel delegare funzioni regolative di diritti fondamentali a soggetti la cui razionalità può essere accostata, come scrive Tafani, al “profilo dello psicopatico”: “si può infatti ritenere razionale uccidere un lavoratore, come scrive Cory Doctorow, se “uccidere un lavoratore mi costa 1.000.000 di dollari in sanzioni e mi fa risparmiare 1.000.000,01 dollari in spese operative”[xxxix]. Se, invece, stessimo parlando di valori puramente formali, come il fatto di essere convocati ogni tanto alle urne[xl], allora i conti tornerebbero. Temo che siamo in presenza di un grande, radicale equivoco, tra cittadini e istituzioni europee, su cosa si intenda oggi per democrazia. Come ha osservato Luciano Canfora, il sistema cosiddetto “democratico” vigente negli Stati Uniti e in Europa “può accostarsi, per molti aspetti, alla pratica ateniese, dove una élite proveniente dai ceti mercantili e industriali […] dirige la cosa pubblica facendosi periodicamente legittimare dalle masse”[xli]. A supporto di tale timore, va osservato che, nello stesso solco dello Scudo, si collocano altre iniziative di rilievo. Da un lato, la proposta di Information Security Regulation (ISR, COM(2022) 119 final), volta a rafforzare la sicurezza informativa all’interno delle istituzioni europee, estendendo la nozione di diritto alla riservatezza anche a documenti non classificati, sulla base di valutazioni discrezionali delle singole istituzioni. Dall’altro, la proposta di regolamento per il contrasto agli abusi sessuali su minori online (CSAR, spesso indicata come “Chat Control 2.0”), che prefigura la scansione generalizzata delle comunicazioni private dei cittadini. Si tratta di due iniziative di segno opposto ma funzionalmente convergenti: la ISR tende a ridimensionare la trasparenza dell’operato delle istituzioni, sottraendole al controllo pubblico; Chat Control 2.0, per contro, prefigura cittadini sempre più trasparenti per le istituzioni e per i loro intermediari tecnologici. Insieme allo Scudo, esse delineano gli assi portanti di un progetto di controllo pervasivo della sfera dell’informazione che, in nome della sicurezza e della resilienza, renderebbe costitutivo della cosiddetta “democrazia rafforzata” un sistema di sorveglianza di massa cognitivo e sociale. Nota. La citazione in apertura è di Bertolt Brecht, Parata del vecchio nuovo, ed è riportata in V. Giacché, La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, 3a ed., Imprimatur, 2016, p. 259. Ringraziamenti. Ringrazio di cuore Juan Carlos De Martin e Maurizio Tirassa per l’attenta lettura della prima versione di questo lavoro e per i preziosi consigli e spunti che mi hanno offerto, nonché Fabrizio Barpi per la segnalazione di alcuni utili riferimenti. Desidero inoltre ringraziare l’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (AISA) per le occasioni di confronto e discussione sul rapporto tra scienza, conoscenza e democrazia. Dichiarazione di responsabilità. Le opinioni espresse sono di mia esclusiva responsabilità, così come eventuali imprecisioni, e non riflettono necessariamente le posizioni delle istituzioni o delle organizzazioni cui afferisco. [i] Si usa qui “escalation delle ostilità” in linea con la terminologia ricorrente nei report ONU (OCHA/OHCHR) su Gaza. [ii] Bressanelli, E. & Bernardi, L. (2025), Strengthening Resilience – Towards the European Democracy Shield, European Parliament Special Committee. Lo studio, commissionato dal Parlamento europeo, mappa gli strumenti UE che convergono nello European Democracy Shield. https://www.europarl.europa.eu/thinktank/en/document/IUST_STU(2025)777917. Cfr. anche Lewis, N. (2025).  A shield against democracy – How the Democracy Shield protects the EU from the electorate. MCC Brussels. [iii] Sottolineature aggiunte. [iv] In questo testo “censura” è intesa in senso funzionale, non limitata alla rimozione dei contenuti. Essa include, ai sensi della legislazione EU, anche forme di intervento ex ante o “soft” che incidono sulla circolazione dell’informazione, quali: de-prioritizzazione/de-ranking e limitazione della visibilità (shadow banning); labeling e “correzioni”/contestualizzazioni obbligate; demonetizzazione e altre leve economiche che disincentivano la produzione di contenuti; restrizioni di account (sospensioni, limitazioni funzionali); notice-and-action e trusted flaggers; obblighi di risk assessment e risk mitigation azionati attraverso algoritmi di gestione e raccomandazione. [v] Ponti B. (2025), The “Ideal Informational Order”: the Use of Disinformation as a Restrictive Device on Freedom of Expression, in “Diritto pubblico, Rivista fondata da Andrea Orsi Battaglini” 2/2025, pp. 561-591, doi: 10.1438/118296. [vi] Ponti B. (2022), Disinformation e nemico interno, in a/simmetrie blog, https://asimmetrie.org/interventi/opinions/disinformation-e-nemico-interno/. [vii] Come annota Ponti (2025, Nota 22): Già nel preambolo del Code of practice del 2018 si poteva leggere che “the Signatories are mindful of the fundamental right to freedom of expression and to an open Internet, and the delicate balance which any efforts to limit the spread and impact of otherwise lawful content must strike”; più di recente, all’atto della qualificazione del Code of practice del 2022 in un “Codice di condotta” ai sensi del DSA, tale consapevolezza appare confermata, laddove il preambolo ribadisce che “the Signatories are mindful of the fundamental right to freedom of expression, freedom of information, and privacy, and of the delicate balance that must be struck between protecting fundamental rights and taking effective action to limit the spread and impact of otherwise lawful content”. [viii] Sul versante educativo, si veda per esempio: European Commission: Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture, Guidelines for teachers and educators on tackling disinformation and promoting digital literacy through education and training, Publications Office of the European Union, 2022, https://data.europa.eu/doi/10.2766/28248. [ix] European Commission: Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture, Final report of the Commission expert group on tackling disinformation and promoting digital literacy through education and training – Final report, Publications Office of the European Union, 2022, https://data.europa.eu/doi/10.2766/283100. Per la definizione di pre-bunking (“pre-emptive refutation of the persuasive argument”), v. p. 25 e i riferimenti ivi citati; nello stesso contesto il report richiama la Inoculation Theory che, con metafore di tipo medico, introduce la logica del“prevention is better than a cure” e i concetti di vaccino e anticorpi psicologici. Tra i riferimenti richiamati, cfr. J. Roozenbeek e S. van der Linden, Inoculation Theory and Misinformation (NATO Strategic Communications Centre of Excellence, 2021), spec. sez. 3, in cui si ricostruisce la genealogia di questo approccio, collocandone l’origine negli anni Sessanta, nel contesto della guerra del Vietnam. Per l’uso esplicito di tali metafore mediche nel discorso politico della Commissione, cfr. infra, Nota 43. [x] Fazi, T. (2025) Professors of propaganda. How the EU’s Jean Monnet Programme corrodes academia; Brussel’s media machine – EU media funding and the shaping of public discourse; The EU’s propaganda machine – How the EU funds NGOs to promote itself. MCC Brussels. [xi] Con riferimento alla Germania, si veda il rapporto di liber-net “The Censorship Network: Regulation and Repression in Germany Today”, 19 novembre 2025, che documenta più di 300 organizzazioni e più di 420 grants/finanziamenti collegati ad attività di soppressione di contenuti online. [xii] Borghi, M., L’Europa futura, meno diritti per più competitività, in Centro per la Riforma dello Stato, 11 ottobre 2024. https://centroriformastato.it/leuropa-futura-meno-diritti-per-piu-competitivita/. [xiii] Gineikyte-Kanclere, V., et al., European Software and Cyber Dependencies. Document requested by the European Parliament’s Committee on Industry, Research and Energy (ITRE). Dicembre 2025. https://www.europarl.europa.eu/thinktank/en/document/ECTI_STU%282025%29778576. Il report evidenzia la posizione dominante di imprese statunitensi lungo più livelli dello stack digitale europeo; per alcuni segmenti (cybersecurity) segnala anche la presenza di fornitori israeliani. Per un approfondimento giornalistico sul versante israelo-occidentale, v. anche M. Antonellis, “Israele, la cassaforte digitale dell’Occidente: ecco perché nessuno lo critica mai davvero”, L’Espresso, 2 ottobre 2025, https://lespresso.it/c/mondo/2025/10/2/israele-tecnologia-digitale-dipendenza-occidente/57329. [xiv] Mingori, E., “Le Big Tech sono una minaccia per la democrazia”: intervista al prof. Juan De Martin, TPI – The Post Internazionale, 19 dicembre 2025 (agg. 20 dicembre 2025). https://www.tpi.it/politica/big-tech-minaccia-per-democrazia-intervista-prof-juan-de-martin-202512191212216/. Cfr. supra, Nota 13. [xv] Mazzucato, M. (2020) Lo Stato innovatore. Nuova edizione. Laterza. Cap. IV: Lo Stato innovatore negli Stati Uniti e Cap. V: Lo Stato dietro l’iPhone. [xvi] Tirassa, M. (2025), Intelligenza artificiale e mondi reali. https://nexa.polito.it/intelligenza-artificiale-e-mondi-reali/. [xvii] Bria, F., United States of Palantir, in “Le Monde diplomatique”, 13 novembre 2025, https://monde-diplomatique.de/artikel/!6113232. [xviii] De Martin J.C., The computerization of the world and international cooperation, in “Nexa Center for Internet & Society”, dicembre 2024, https://nexa.polito.it/community-articles/. [xix] Bria F., Riconquistare la sovranità digitale dell’Europa, in “Forum Disuguaglianze Diversità”, 28 ottobre 2025. https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/riconquistare-la-sovranita-digitale-delleuropa/. [xx] Un caso emblematico è quello di ASML, azienda europea leader mondiale nella litografia avanzata per semiconduttori, le cui esportazioni di macchinari EUV verso la Cina sono state di fatto bloccate a seguito delle restrizioni statunitensi del 2022–2023, nonostante sede e governance formale europee. The Guardian (28 febbraio 2025); Reuters (5 marzo 2025). [xxi] Sul dibattito relativo all’enforcement limitato di GDPR e AI Act e, più in generale, alle proposte di semplificazione introdotte con il Digital Omnibus, nonché al rischio conseguente di consolidare la dipendenza europea dai grandi operatori statunitensi, si vedano, per esempio: Ryan, Riekeles, The Guardian, 12 novembre 2025; https://www.eunews.it/en/2025/12/02/gdpr-privacy-eu-reset/. [xxii] Sulle conseguenze delle sanzioni a Francesca Albanese: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/27/francesca-albanese-liste-ofac-banche-notizie/8135994/; https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/competenze-digitali/sanzioni-usa-a-francesca-albanese-perche-sono-un-test-per-la-sovranita-europea/; https://www.osservatoriodiritti.it/2025/10/22/francesca-albanese/. [xxiii] Sulla vicenda si veda: https://nltimes.nl/2025/05/20/microsofts-icc-email-block-triggers-dutch-concerns-dependence-us-tech. Recentemente la CPI ha annunciato l’intenzione di passare dalla piattaforma Microsoft a una piattaforma open source: https://www.digitalworlditalia.it/applicazioni-enterprise/office/dopo-il-blocco-dellemail-del-procuratore-capo-la-corte-penale-internazionale-abbandona-microsoft-365-176261. [xxiv] Iannello C. (2025), Lo Stato del Potere. Politiche e diritto ai tempi della post-libertà. Meltemi. [xxv] Mark Zuckerberg, Letter to Rep. Jim Jordan, Chairman, House Committee on the Judiciary (26 agosto 2024). Nella lettera Zuckerberg afferma che nel 2021 “senior officials” dell’amministrazione Biden, inclusa la Casa Bianca, avrebbero esercitato ripetute pressioni su Meta per rimuovere/censurare contenuti sul COVID-19 (inclusi “humor and satire”), e dichiara che tali pressioni erano “wrong” e che alla luce di quanto emerso successivamente non avrebbe rifatto le stesse scelte. Si vedano anche https://www.pbs.org/newshour/politics/zuckerberg-says-the-white-house-pressured-facebook-to-censor-some-covid-19-content-during-the-pandemic e https://time.com/7015026/meta-facebook-zuckerberg-covid-biden-pressure-censorship/. [xxvi] Musk ha sostenuto pubblicamente che la Commissione avrebbe proposto a X un “illegal secret deal” (“quietly censored speech… they would not fine us”), nell’ambito delle contestazioni UE su presunte violazioni del DSA (luglio 2024). https://www.euronews.com/next/2024/07/12/elon-musk-claims-eu-offered-an-illegal-secret-deal-as-x-charged-with-dsa-breaches. https://www.axios.com/2024/07/12/elon-musk-x-twitter-eu-violation-investigation. Il 12 agosto 2024 il commissario Thierry Breton ha scritto una lettera a Musk richiamando gli obblighi di conformità al DSA per la piattaforma X in relazione alla moderazione di contenuti/disinformazione, in particolare in vista dell’annunciata intervista live su X del candidato alla presidenza Donald Trump: https://www.reuters.com/world/eus-breton-says-musk-must-comply-with-eu-law-ahead-trump-interview-2024-08-12/. [xxvii] Pavel Durov (Telegram). Reuters, Telegram founder says he rejected a Western request to “silence” conservative voices in Romania (18 maggio 2025): Durov ha dichiarato in un post di aver rifiutato la richiesta del governo francese (non nominato, ma simboleggiato da una baguette) a Telegram di “silenziare” canali/voci conservatrici in Romania in vista del ballottaggio presidenziale. Accuse respinte dal ministro degli esteri francese. Da notare che in precedenza, ad agosto 2024, Durov era stato arrestato in Francia e la magistratura francese gli aveva contestato dodici capi di imputazione collegati all’uso di Telegram per attività criminali e alla (presunta) insufficiente cooperazione/moderazione della piattaforma, con applicazione di misure di controllo giudiziario: https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/privacy/telegram-le-accuse-a-durov-fanno-tremare-internet-ecco-perche/; https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/10050564. [xxviii] https://knightcolumbia.org/content/trump-administration-concedes-that-us-researchers-may-engage-with-sanctioned-un-official. [xxix] Nel caso citato dei Pentagon Papers, cfr. New York Times Co. v. United States, 403 U.S. 713 (1971), in cui la Corte Suprema statunitense respinse il tentativo del governo di impedire la pubblicazione dei documenti, stabilendo che la sicurezza nazionale non giustifica di per sé la censura preventiva della stampa. Vale la pena ricordare, al riguardo, le parole del giudice Hugo Black: “Only a free and unrestrained press can effectively expose deception in government. And paramount among the responsibilities of a free press is the duty to prevent any part of the government from deceiving the people and sending them off to distant lands to die of foreign fevers and foreign shot and shell.” [xxx] Come riportato in una recente analisi del Servizio Studi del Parlamento europeo: “European and EU law curtails the right to freedom of expression. Article 10 of the European Convention of Human Rights, which applies to all EU Member States, states that freedom of expression ‘carries with it duties and responsibilities’. In a democratic society, restrictions may be imposed in the interest, among others, ‘of national security, territorial integrity or public safety, for the prevention of disorder or crime, for the protection of health or morals, for the protection of the reputation or rights of others’”. Cfr. European Parliamentary Research Service (EPRS), Hate speech: Comparing the US and EU approaches, giugno 2025. [xxxi] MIM, Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, Nota su “manifestazioni ed eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche” (prot. 5836, 7 novembre 2025): “appare importante che l’organizzazione e lo svolgimento, all’interno delle istituzioni scolastiche, di manifestazioni ed eventi pubblici di vario tipo aventi ad oggetto tematiche spesso di ampia rilevanza politica e sociale, siano caratterizzati dalla presenza di ospiti ed esperti di specifica competenza e autorevolezza […] le istituzioni scolastiche, nell’ambito dell’autonomia loro riconosciuta, debbano operare in modo da assicurare il pieno rispetto dei principi del pluralismo e della libertà di opinione” (N.d.A.: enfasi aggiunta). [xxxii] Nel “caso Albanese”, il ministro Valditara ha ricondotto l’avvio di verifiche/ispezioni alla necessità di garantire pluralismo e confronto tra posizioni diverse. https://www.rainews.it/tgr/toscana/articoli/2025/12/albanese-nelle-scuole-il-ministro-valditara-chiede-ispezioni-cfbc60ea-3f40-4480-bb17-535cf9418903.html. Nello stesso clima, a Bologna un istituto ha annullato un incontro su Israele/Palestina richiamando espressamente le “ultime note del ministero” e la necessità di “garanzie di pluralismo e contraddittorio”. https://www.rainews.it/tgr/emiliaromagna/articoli/2025/12/no-agli-obiettori-israeliani-a-scuola-non-cera-garanzia-di-pluralismo-979f92d5-cc88-407d-be94-e174b09e9ebf.html. [xxxiii] Si veda a titolo d’esempio il recente pronunciamento del TAR sul “no” dell’Università di Torino all’evento “Storia e legalità internazionale del conflitto Russia-Ucraina” con proiezione di un documentario di Russia Today organizzato dal Prof. Ugo Mattei; il TAR ha respinto il ricorso del docente, richiamando nelle motivazioni anche il quadro UE sulla manipolazione/disinformazione russa. https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2025/03/25/niente-documentario-russo-alluniversita-il-tar-conferma_a4d3fc4a-cb3d-4ca5-aac4-eecd232b7e29.html. Per una ricostruzione giuridica critica e delle sue implicazioni per libertà accademica/interesse ad agire: Vittorio Gaeta, Un inquietante caso di censura preventiva, Giustizia Insieme (2025): https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-e-societa/3459-un-inquietante-caso-di-censura-preventiva-vittorio-gaeta. [xxxiv] Caso R., Pubblica amministrazione e servizi segreti: alla ricerca della (minacciosa) norma fantasma, Frammenti di un discorso pubblico, 13 aprile 2025. Si veda anche: Pievatolo M.C., Decreto legge ‘sicurezza’ (ex ddl ‘sicurezza’): la norma scomparsa, (14 aprile  2025) e Ricerca pubblica, servizi segreti: il ddl sicurezza e l’università (15 dicembre 2024), AISA, Associazione italiana per la promozione della scienza aperta. [xxxv] Sulle criticità legate alla definizione operativa di “antisemitismo” adottata dal DDL, corrispondente a quella proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), si veda l’appello di numerosi accademici, che ne hanno sottolineato l’ambiguità e il rischio di sovrapporre la legittima tutela contro l’odio razziale antiebraico alla limitazione della critica politica allo Stato di Israele: https://ilmanifesto.it/ddl-delrio-lappello-degli-accademici-contro-il-reato-di-critica-a-israele. [xxxvi] Il DDL prevede inoltre una delega al governo a disciplinare, in linea con il Digital Services Act, diritti degli utenti, obblighi delle piattaforme e modalità di intervento di AGCOM in materia di prevenzione, segnalazione, rimozione e sanzione dei contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme online. [xxxvii] Preterossi, G., L’accecamento ‘progressista’. A proposito di Habermas e non solo…, Jura Gentium, XXII (2025), n. 1, pp. 5–33. https://dialnet.unirioja.es/ejemplar/713156. Pur muovendo da un’analisi della gestione della pandemia, Preterossi individua una logica derogatoria dell’emergenza di portata generale; è a tale livello di astrazione che il riferimento è qui utilizzato. [xxxviii] Della Porta, D., Guerra all’antisemitismo? Il panico morale come strumento di repressione politica, Altrəconomia, Milano, 2024. [xxxix] Tafani, D., Governi privati e intelligenza artificiale, preprint, settembre 2025, https://zenodo.org/records/17158439. [xl] Che questa investitura elettorale sia percepita sempre più come rituale si riflette nel crescente astensionismo e, specularmente, nell’emergere di proposte volte a introdurre sanzioni per chi non vota. Cfr. De Bortoli, F. Il limite minimo di votanti, Corriere della Sera, 25 novembre 2025. [xli] Canfora, L. Critica della retorica democratica, Laterza, 2002, p. 36, cit. in Giacché, V., La fabbrica del falso, Imprimatur, 2016, p. 123. Per un inquadramento complessivo sul tema dell’equivoco insito nell’utilizzo odierno della parola ‘democrazia’ si vedano il cap. 3 in Giacché, V., La fabbrica del falso, op. cit.; Fagan, P. Benvenuti nell’era complessa – Mappe e strumenti del pensiero per esplorare il nuovo mondo in formazione, Diarkos, 2025, capp. 7 e 10; Iannello, C., Lo Stato del potere, op. cit.      
“Il tempo dei padroni e dei mullah è finito”. Voci dall’Iran in rivolta
In vista di una nostra posizione più articolata, pubblichiamo alcuni materiali sull’Iran da cui emerge la natura generalizzata della rivolta in corso. Attanagliata dalla morsa tra un regime anti-proletario e le mire imperialiste di Stati Uniti, Israele ed Europa, tra riferimenti espliciti alle Shora (Consigli) della rivoluzione contro lo Scià e manipolazioni da parte delle organizzazioni monarchiche, tra prospettiva internazionalista e campisti di destra e di sinistra, tra emancipazione di classe e di genere e forze nazionaliste, l’insurrezione in Iran è un crogiuolo delle contraddizioni della nostra epoca, dove il nesso guerra/rivoluzione torna in tutta la sua drammatica concretezza. Per collocare la sollevazione in corso nella storia del rapporto tra rivoluzione e controrivoluzione, rinviamo inoltre a due testi sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979 che avevamo tradotto e pubblicato più di tre anni fa, in occasione del movimento “Donna, Vita, Libertà”. Con le sfruttate e gli sfruttati d’Iran! Giù le mani imperialiste dalla loro rivolta! Contro i padroni di casa nostra! Qui in pdf: Materiali Iran -------------------------------------------------------------------------------- Da Arak (*) – “Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai Consigli!” “Ai lavoratori di Markazi, ai compagni del Khuzestan e a tutto il popolo iraniano”. Per decenni hanno risposto alle nostre richieste di pane con il piombo e alle nostre richieste di dignità con la prigione. Ma oggi il silenzio è finito. Noi, lavoratori delle industrie di Arak, dichiariamo quanto segue: Controllo dei Luoghi di Lavoro: da questo momento, la gestione delle fabbriche di Machine Sazi, AzarAb e Wagon Pars è assunta dai Consigli Operai eletti dai lavoratori. Non riconosciamo più i manager nominati dallo Stato né i sindacati fantoccio del regime. Saldatura con il Territorio: Il nostro sciopero non è più una questione di salari. Invitiamo i cittadini di Arak a formare Consigli di Quartiere per gestire la sicurezza e i rifornimenti. Le nostre fabbriche sono la vostra protezione. Difesa dei Soldati: Ci rivolgiamo ai nostri fratelli nell’Esercito: non diventate gli assassini dei vostri padri. Se sceglierete la nostra parte, i nostri Consigli garantiranno la vostra sicurezza e quella delle vostre famiglie. Ultimatum al Regime: Ogni tentativo di entrare con la forza nei complessi industriali o di arrestare i nostri delegati sarà considerato un atto di guerra contro l’intera città. Se una sola goccia di sangue operaio sarà versata, le fiamme della rivolta non lasceranno traccia del vostro potere. Non siamo qui solo per i salari arretrati. Siamo qui per decidere come deve essere gestita questa fabbrica e questo Paese. Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai Consigli!” (*) Arak è uno dei principali centri industriali dell’Iran, sede di importanti impianti dell’industria siderurgica, metalmeccanica, petrolchimica, della produzione di macchine per l’industria. ======= Dichiarazione del Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle Periferie Pur dichiarando solidarietà alle lotte popolari contro la povertà, la disoccupazione, la discriminazione e l’oppressione, dichiariamo esplicitamente la nostra opposizione a qualsiasi ritorno a un passato dominato da disuguaglianze, corruzione e ingiustizia. Crediamo che la vera liberazione sia possibile solo attraverso la leadership e la partecipazione consapevoli e organizzate della classe operaia e delle persone oppresse, non attraverso la riproduzione di vecchie forme di potere autoritarie. Nel frattempo, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i licenziamenti e le pressioni sui mezzi di sussistenza, continuano a essere in prima linea in queste lotte. Il Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle Periferie sottolinea la necessità di proseguire le proteste indipendenti, consapevoli e organizzate. Lo abbiamo detto più volte e lo ripetiamo ancora: la via per la liberazione dei lavoratori e dei lavoratori non passa attraverso una guida creata dall’alto, né affidandosi a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno del governo. Passa, piuttosto, attraverso l’unità, la solidarietà e la creazione di organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro e a livello nazionale. Non dobbiamo permetterci di essere nuovamente vittime dei giochi di potere e degli interessi delle classi dominanti. Il Sindacato condanna fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o sostegno all’intervento militare da parte di governi stranieri, inclusi Stati Uniti e Israele. Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e all’uccisione di persone, ma forniscono anche un’ulteriore scusa per la continuazione della violenza e della repressione da parte del governo. Le esperienze passate hanno dimostrato che i governi occidentali autoritari non attribuiscono il minimo valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza e ai diritti del popolo iraniano. Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno ordinato e perpetrato l’uccisione di persone. Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe. ============= Proteste popolari e scioperi nelle città di tutto il Paese sono ormai entrati nel loro undicesimo giorno.  Nonostante un clima sempre più militarizzato, il massiccio dispiegamento di polizia e forze di sicurezza e la violenta repressione, le proteste hanno continuato a espandersi sia nella portata che nella forma.  Secondo i resoconti, durante questo periodo almeno 174 località in 60 città di 25 province hanno assistito a proteste e centinaia di manifestanti sono stati arrestati.  Tragicamente, durante questo periodo almeno 35 manifestanti, compresi bambini, sono stati uccisi. Da Dey 1396 (gennaio 2018) ad Aban 1398 (novembre 2019) e Shahrivar 1401 (settembre 2022), il popolo oppresso dell’Iran è sceso ripetutamente in piazza per dimostrare il suo rifiuto delle relazioni economiche e politiche prevalenti e delle strutture basate sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza.  Questi movimenti non sono nati per restaurare il passato, ma per costruire un futuro libero dal dominio del capitale, un futuro fondato sulla libertà, l’uguaglianza, la giustizia sociale e la dignità umana. Esprimendo la nostra solidarietà con le lotte del popolo contro la povertà, la disoccupazione, la discriminazione e la repressione, ci opponiamo chiaramente e inequivocabilmente a qualsiasi ritorno a un passato caratterizzato da disuguaglianza, corruzione e ingiustizia. Crediamo che una vera liberazione possa essere raggiunta solo attraverso la partecipazione consapevole e organizzata e la guida della classe operaia e degli oppressi stessi, non attraverso la rinascita di forme di potere arretrate e autoritarie imposte dall’alto.  In questo contesto, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i licenziamenti e la forte pressione economica, rimangono in prima linea in queste lotte.  Il Sindacato dei Lavoratori di Teheran e della Compagnia degli Autobus Suburbani sottolinea la necessità di proseguire con proteste indipendenti, consapevoli e organizzate. Abbiamo ripetutamente affermato – e lo ribadiamo ancora una volta – che la via verso la liberazione dei lavoratori e degli oppressi non risiede nell’imposizione di leader dall’alto, né nell’affidamento a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno dell’establishment al potere. Piuttosto, risiede nell’unità, nella solidarietà e nella creazione di organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro, nelle comunità e a livello nazionale.  Non dobbiamo permettere a noi stessi di diventare ancora una volta vittime di lotte di potere e degli interessi delle classi dominanti. Il Sindacato condanna inoltre fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o sostegno all’intervento militare da parte di stati stranieri, inclusi Stati Uniti e Israele.  Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e all’uccisione di civili, ma forniscono anche un ulteriore pretesto per la continuazione della violenza e della repressione da parte di chi detiene il potere.  L’esperienza passata ha dimostrato che gli stati occidentali dominanti non attribuiscono alcun valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza o ai diritti del popolo iraniano. Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno ordinato e compiuto l’uccisione dei manifestanti. Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe La soluzione per gli oppressi sta nell’unità e nell’organizzazione 7 gennaio 2026 Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni – Collettivo Roja (*) (*) questo collettivo femminista, anticapitalista e internazionalista, composto di donne iraniane, curde e afghane, è nato a Parigi nel settembre 2022 sulla spinta dell’insurrezione scoppiata in Iran dopo l’uccisione – nel settembre 2022 – di Jina Masha Amini, caratterizzata dallo slogan “Donna, vita, libertà”. https://it.crimethinc.com/2026/01/07/iran-an-uprising-besieged-from-within-and-without-three-perspectives https://lanticapitaliste.org/auteurs/collectif-roja Aggiornamento, 9 gennaio Questo intervento politico è stato scritto da Roja il 4 gennaio 2026, nel sesto giorno di proteste nazionali in Iran. Molto è successo da quel momento – soprattutto la notte del 8 gennaio che non ha precedenti storici, il dodicesimo giorno di rivolta. La giornata è iniziata con uno sciopero generale dei negozianti e dell’economia di mercato, segnatamente in Kurdistan, chiamato dai partiti curdi. La chiusura dei negozi è coincisa con mobilitazioni nelle strade e nei campus attraverso la nazione. Scontri con le forze di polizia attraverso dozzine di città, dalla capitale alle province di frontiera; un report di un osservatorio dei diritti, ha contato quel giorno azioni di protesta in almeno 46 città attraverso 21 province. Arrivati alla notte, le immagini che circolavano mostravano folle di dimensioni impressionanti, ingestibili da parte della polizia: milioni di persone che si riprendevano le strade e in molti posti, spingevano le forze di sicurezza presenti a ritirarsi – un’atmosfera che, per molti, rimandava nella memoria ai mesi che portarono alla rivoluzione del 1979. La sera dell’8 gennaio, mentre l’apparato repressivo della Repubblica Islamica vacillava e le strade sfuggivano dalla sua presa, implementava un quasi totale shutdown di internet. Il blackout continua mentre scriviamo, un tentativo di dividere i circuiti di coordinamento e di impedire la documentazione degli omicidi. Allo stesso tempo Donald Trump ha reiterato minacce di ritorsione se la Repubblica Islamica continua con gli omicidi, mentre – soltanto parzialmente – si distanziava da Reza Pahlavi, dicendo che non era sicuro che un incontro fosse appropriato e che “dovremmo lasciare che tutti vadano fuori e vedere chi emerge”. La fissazione sul “figlio dello Scià” oscura un’altra tendenza, comunque vera, su cui ci focalizziamo in questo testo: la prospettiva di una transizione controllata attraverso la riconfigurazione interna – un cambiamento senza rottura – sulla falsariga di ciò che è recentemente successo in Venezuela. I. La quinta insurrezione dal 2017 Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne, le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno 2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo è rivendicare migliori condizioni di vita. Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti. L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al governo. II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti” — ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo: usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025 hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi. Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di sicari statunitensi e israeliani. Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”, che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria popolazione. “Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un “pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica. Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane. Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando frontalmente l’apparato repressivo. Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di sollevarsi contro di essa. Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni: vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della Repubblica islamica. III. La diffusione della rivolta Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati, venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran. La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono diventate l’epicentro di questa ondata di proteste. Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica. Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati: giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti. Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar (l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come “piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si affrettarono a liquidarla come reazionaria. Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri urbani in tutto il Paese. IV. La geografia della rivolta Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan, Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante l’insurrezione del 2022. Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa. Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah). Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70 minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali. La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione e repressione. Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del “freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar, università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza. V. L’impatto della guerra dei dodici giorni Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili iraniani hanno portato ad un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza. La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio. Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre, quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale” del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta nazionale. Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia, esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati. Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita quotidiana delle persone. Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati, lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro, il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta “ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe, l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi. Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni: una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra. I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe, insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e del petrolio. VI. Le contraddizioni Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International, divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari, finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e Israele. Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia — visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del 2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci, che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero. Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista, approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione politica dei popoli dell’Iran. La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica. Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi” rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente. VII. L’orizzonte L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella repressione. Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale alternativa. Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente, ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata l’autodeterminazione. Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via” astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio — interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità indipendenti. Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe, anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione. Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”, prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in nome della lotta contro un nemico esterno. Sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979: Una scintilla nella notte. Sulla rivoluzione in Iran (1978-1979) – il Rovescio
Storie di teatro, poesia e identità. Dal Nord-Est siriano alla diaspora curda
La rivoluzione del Rojava, oltre a ridefinire istituzioni e meccanismi di governo, ha trasformato il paesaggio culturale, ponendo al centro la produzione e trasmissione dei saperi. In un territorio in cui per decenni lingue e identità erano state represse, arte, letteratura e memoria orale sono divenute strumenti di emancipazione collettiva. Durante il regime baathista, la lingua curda e le espressioni artistiche erano marginalizzate e confinate alla clandestinità; le narrazioni circolavano in spazi domestici e comunitari – cucine, cortili, riunioni familiari – attraverso canti, poesie e racconti degli anziani. In questo contesto si colloca la figura del dengbêj, il cantastorie curdo che con il canto epico custodiva genealogie, memorie di conflitti e tragedie collettive. Per generazioni i dengbêjan hanno rappresentato un archivio vivente: una memoria orale extra-istituzionale che, proprio nella marginalità, si configurava come pratica di resistenza e di sopravvivenza identitaria. L’avvio dell’autogoverno nel 2012 ha segnato una svolta: la memoria orale è stata riconosciuta e incorporata nelle nuove istituzioni. L’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES) ha collocato la rinascita culturale tra le proprie priorità, promuovendo archivi, accademie linguistiche, biblioteche comunitarie, laboratori teatrali e festival itineranti. La narrazione, non più semplice ornamento, diventa dispositivo di identità e legittimazione politica, in una cornice plurilingue che valorizza curdo, arabo, siriaco e armeno come patrimonio condiviso. Questi spazi segnano il passaggio da una mémoire vivante – nel senso di Pierre Nora, fluida e orale — a una memoria formalizzata e riconosciuta come patrimonio collettivo. I due poli si intrecciano: un canto può diventare drammaturgia, una narrazione sceneggiatura documentaria, un mito performance itinerante capace di trasformare la memoria vissuta in eredità condivisa. > Parallelamente, la produzione artistica contemporanea diventa spazio critico > di autoriflessione, indagando tensioni etniche, fratture generazionali e > dinamiche di genere. Portare alla luce tali contraddizioni significa > sottoporre l’esperienza rivoluzionaria a continua interrogazione. Le testimonianze raccolte tra giugno e novembre 2025 delineano un quadro in cui cultura e produzione artistica diventano spazi di conflitto, sperimentazione e affermazione collettiva. Tra queste spicca la voce di Diljan Osman Oso, attore e regista di Qamishlo, nato nel 2001, che attraverso teatro e cinema custodisce e rinnova la memoria del padre, ucciso in un attacco dell’ISIS a Tirbespiye. Per lui, l’arte è un atto di continuità e resistenza: «Mi sono avvicinato alla recitazione a dodici anni, ispirato da mio padre. La sua morte ha segnato una frattura irreversibile, e da allora ho sentito il bisogno di far rivivere la sua memoria sul palco e sullo schermo». Il percorso artistico di Diljan è iniziato nel 2013 al Centro Culturale e Artistico Mihammed Sheikho. Da allora ha recitato in oltre cinquanta ruoli in curdo e arabo, intrecciando la carriera con la costruzione di uno spazio culturale autonomo, ma denunciandone i limiti: «Nella mia città esistono molti artisti di talento, ma troppi restano ai margini per mancanza di spazi e opportunità. La scarsità di produttori, teatri e infrastrutture culturali rende ancora difficile, in molte aree, il semplice atto di portare in scena un’opera». Pur in presenza di tali limitazioni strutturali, l’esperienza di Diljan mostra come l’arte possa assumere forme di intervento significative, capaci di incidere sulle dinamiche sociali e sulla rielaborazione collettiva del trauma. Alla domanda su un momento particolarmente significativo del suo percorso, Diljan ha risposto: «Nel 2023 sono entrato per la prima volta, nelle vesti di attore, nel campo di al-Hol. È stata per me un’esperienza dolorosa, poiché proprio quelle persone sono state responsabili della morte di mio padre. Eppure ho scelto di presentare lo spettacolo e, attraverso di esso, ho voluto dire loro che, sebbene avessero martirizzato mio padre, ero lì per tentare di trasformare la loro mentalità con l’arte. Perché l’arte è un’arma potente, capace di generare cambiamento». Colpisce come, in questo contesto, l’arte diventi gesto di restituzione pubblica e strumento per sottrarre l’esperienza all’oblio, restituendola alla memoria collettiva. Continua Diljan: «Mentre i combattenti difendevano la nostra terra con le armi, noi offrivamo la nostra arte come atto di resistenza, sacrificandoci simbolicamente come loro, che donano la vita per la comunità». Siham Salah Suleiman, poetessa cinquantenne di Qamishlo, ha unito pratica artistica e impegno civile, collaborando con il Consiglio delle Famiglie dei Martiri e recitando poesie commemorative. La sua produzione è una forma di riconoscenza verso i martiri e le unità di protezione YPG e YPJ. «Le nostre poesie nascono da esperienze e osservazioni. Le dedichiamo alle anime dei nostri martiri, ai combattenti in prima linea. Scrivere è un dovere verso chi ha sacrificato la vita per una società libera». Nella prospettiva della rivoluzione del Rojava, la cultura è anche terreno di emancipazione femminile. Continua Siham: «In passato le figure femminili nel canto erano rare – Aishishan, Mezgin e poche altre – in una comunità fortemente conservatrice, dove esibirsi in pubblico era complesso e spesso ostacolato. Con il mutamento politico e sociale si è aperto un percorso di emancipazione: le donne hanno ampliato la loro presenza in ogni ambito, lavorando accanto agli uomini, cantando, assumendo responsabilità equivalenti e, infine, partecipando anche alla lotta armata». Questa trasformazione non ha tuttavia eliminato modelli tradizionali e strutture patriarcali, che restano terreno di confronto e intervento. Su questi aspetti si concentra la riflessione di Diljan: «Nel tentativo di integrare memoria orale e tradizioni locali nei nostri progetti artistici emerge una questione centrale: nella cultura della mia città persistono elementi problematici che richiedono attenzione critica. Con film e rappresentazioni cerchiamo di sensibilizzare la comunità, affrontando dinamiche come l’ideologia patriarcale che confina le donne al ruolo domestico, radicata in gran parte del Medio Oriente, e che riteniamo necessario contrastare attraverso l’arte». Accanto alle esperienze radicate nel Rojava emerge la prospettiva della diaspora, che aggiunge nuovi livelli di complessità al discorso culturale e memoriale. In questo quadro si inserisce la voce di Seyrana Celad, 46 anni, poetessa curda-ezida residente in Armenia, la cui opera intreccia lingua, identità e memoria. Dopo quindici anni di silenzio ha scelto di tornare a scrivere in curdo come atto di cura verso la lingua e la comunità: «Se non difendiamo noi la nostra identità, nessuno lo farà. Scrivere è il mio modo di custodire ciò che siamo, per noi e per chi verrà dopo». Per Seyrana, la memoria è una trama viva di legami: tra curdi e armeni – nonostante una storia intrecciata anche da momenti di violenza e lacerazioni –, tra generazioni, tra i luoghi dell’esilio e quelli d’origine. La sua voce ripercorre la storia di Radio Yerevan, che negli anni ’50 divenne scuola e archivio sonoro del Kurdistan, e riafferma che la cultura è tanto uno spazio di pace quanto di conflitto. «Nel 1955, in Armenia, nacque una stazione radiofonica in lingua curda, Radio Yerevan. Con il tempo, divenne una vera e propria scuola di intellettuali, un vivaio di accademici, scrittori e musicisti. Gli organizzatori viaggiavano di villaggio in villaggio, raccogliendo canti, racconti e poesie, per poi portarli in radio». Le esperienze di Diljan, Siham e Seyrana mostrano come corpo, voce e scrittura diventino spazi di resistenza simbolica: un monologo, una poesia commemorativa o una canzone tradizionale assumono in questo quadro, la funzione di pratiche discorsive dotate di una valenza politica. Nell’ambito della DAANES l’arte funge da dispositivo di mediazione interculturale, ponte tra comunità e lingue diverse. Per molti artisti esprimersi in più idiomi è un atto di riconoscimento delle culture che convivono nella regione: «Non ci esprimiamo solo in curdo, ma anche in arabo, siriaco e armeno e ci impegniamo ad apprendere queste lingue per poter rappresentare e valorizzare le culture che vi si esprimono, riflettendo una convivenza che dura da molti anni», sottolinea Diljan. > La memoria rivoluzionaria si configura come processo collettivo e identitario, > realizzato attraverso pratiche e rituali che trasformano spazi ordinari in > luoghi della memoria. In diaspora, sottolinea Seyrana, il canto e le > celebrazioni restano fondamentali: «Manteniamo vive le nostre feste, e il > Newroz occupa un posto d’onore, accanto al Çarşema Sor e al Khdr Nebi. In quei > momenti la musica annulla ogni distanza e restiamo semplicemente persone, > unite dal ritmo e dalla festa. Ogni ricorrenza intreccia gioia e malinconia. È > come riportare in vita un pezzo della nostra storia». La riflessione sul ruolo della memoria nelle comunità curde conduce inevitabilmente a uno dei suoi nuclei concettuali: la nozione di şehîd (martire), reinterpretata all’interno del movimento curdo in chiave laica come eredità vivente, capace di tradurre il sacrificio individuale in orientamento etico e responsabilità collettiva. In tale prospettiva, la commemorazione assume la funzione di pedagogia rivoluzionaria, mentre le pratiche artistiche si configurano come strumenti privilegiati di mediazione e trasmissione di questa memoria. Conclude Diljan: «Nei momenti più difficili, quando il Nord Est della Siria era sotto l’assedio dei carri armati, dei bombardamenti e dell’oppressione dell’ISIS, nonostante fossimo ancora bambini, abbiamo continuato a portare avanti il nostro lavoro artistico in modo quasi sacrificale. Consideriamo l’arte una vera e propria forma di sacrificio, un modo per contribuire, con mezzi diversi, alla difesa e alla rinascita del nostro popolo». La copertina è stata concessa dal Rojava information center e raffigura Siham Salah Suleiman alla diga di Tishreen, nella Siria del Nord-est SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Storie di teatro, poesia e identità. Dal Nord-Est siriano alla diaspora curda proviene da DINAMOpress.
Parole in movimento: un vocabolario per capire le frontiere e chi le attraversa
Controdizionario del confine. Parole alla deriva del Mediterraneo centrale (Tamu Edizioni, Novembre 2025) 1 raccoglie 42 parole dalla A alla Zeta, derivate dalle lingue coloniali e dall’arabo e innovate, manipolate, ibridate nel contesto dell’esperienza delle persone provenienti dall’Africa subsahariana o originarie della Tunisia verso l’Europa. Notizie/Arti e cultura «CONTRODIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE» Equipaggio della Tanimar, a cura di Filippo Torre (Tamu Edizioni, Novembre 2025) 21 Novembre 2025 L’Equipaggio della Tanimar 2, l’autore collettivo che prende il nome dalla barca a vela su cui hanno viaggiato nel cuore del Mediterraneo le ricercatrici e i ricercatori delle Università di Genova e Parma, ha raccolto queste parole da incontri, canzoni, diari di campo, testimonianze o post sui social network e le ha selezionate attraverso l’interlocuzione diretta con le persone in transito, in particolare, sul confine italo-tunisino. Parole di mare e di terra, fuori dalla storia ufficiale, recuperate e restituite in queste pagine con l’intento di esplorarne l’etimologia e il significato, ma soprattutto l’uso sociale e il potenziale sovversivo: parole di una lingua viva, in costante mutamento e movimento, parlata da chi, nel limbo determinato dalle politiche securitarie della fortezza Europa, si trova a muoversi sulla soglia tra il visibile e l’invisibile, subendo, resistendo e sfidando il razzismo, la violenza e l’emarginazione che da esse derivano, sia a livello istituzionale che sociale. Un contro-dizionario per una contro-narrazione in cui ogni parola è accompagnata da una o più testimonianze: esempi di campo che permettono di comprendere il loro significato o ri-significato pratico e profondo nella vita quotidiana delle persone in movimento. Una contro-narrazione dell’esperienza migratoria che, smarcandola dalla rappresentazione e narrazione dominante di massa indistinta di vittime o criminali, riesce a restituire la dimensione individuale, il protagonismo e la prospettiva di chi la vive, a partire dalle auto-definizioni di: adventurier, soldats, harraga, bozayeurz. PH: Roberta Derosas In questo contro-dizionario, che si fa innanzitutto luogo in cui si attraversano spazi geografici, marini e terrestri, spazi relazionali e sociali, spazi di auto-organizzazione, emarginazione o costrizione, si incontrano termini come: boutille (la parola “segreta” per indicare l’imbarcazione del viaggio in partenza), skadra (che indica la motovedetta militare tunisina che pattuglia le coste e riporta indietro), zitounes (che indica tutti i territori fatti di ripari di fortuna in cui vivono ammassate le persone in movimento) o centro (parola generica con cui vengono indicate tutte le tipologie di centro in cui si può finire una volta attraversato il Canale di Sicilia). Tra le pagine di Controdizionario di Confine trovano luogo anche le parole degli spazi virtuali, dei post di promozione dei viaggi, di “recensioni” su intermediari (cokseur), avvertenze su truffatori (arnaqueur) e le parole utilizzate da pescatori, abitanti, soccorritori. In un gioco di specchi, c’è spazio anche per un’espressione come or noir, oro nero: il termine con cui le persone in transito sanno di essere chiamate dai trafficanti e dagli sfruttatori autoctoni che traggono profitto dal traffico o dallo sfruttamento dei loro corpi. In questo archivio di parole di un Mediterraneo alla deriva, in cui si trovano parole segrete, alternative, armate, sacre, di solidarietà, speranza, resistenza, rabbia, sfida e rassegnazione non ci sono parole neutre perchè nella violenza e contraddizioni del confine marittimo che tradisce la sua stessa etimologia di “fine comune”, anche la parola “meteo” si carica di un significato di presagio, di opportunità o minaccia e di manifestazione della volontà divina. Mentre, il termine che, in assoluto, primeggia e ricorre come riferimento di tante altre parole è Boza, la parola della riuscita, del grido di vittoria sulla frontiera. Un contro-dizionario frutto di tanti viaggi che dovrebbe, a sua volta, viaggiare non solo tra gli esperti di migrazioni ma nelle scuole e tra i pubblici più vari, affinché nella narrazione dominante trovi spazio una rappresentazione dell’esperienza migratoria nella sua complessità che, travalicando vittimizzazione e criminalizzazione riesce a rendere conto non solo dell’ingiustizia prodotta dalle politiche europee e dagli accordi tra l’Unione europea e i Paesi del Nord Africa, ma anche della consapevolezza, della capacità di resistenza, di difesa, di auto-organizzazione collettiva e di autodeterminazione delle persone in movimento. L’avvertenza per fare buon uso e comprendere il senso profondo del lavoro che ha portato a questo prezioso dizionario si trova nella prefazione di Georges Kpuangang: “Chi legge è invitato a entrare in queste pagine con attenzione e rispetto. Non si tratta solo di parole: si tratta di vite che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare”. PH: Roberta Derosas 1. A cura di Filippo Torre; Prefazione di Georges Kouagang. Consulta la scheda del volume ↩︎ 2. L’Equipaggio della Tanimar è composto da un gruppo di ricercatrici e ricercatori delle Università di Genova e di Parma che studia le forme di mobilità e l’abitare migrante nel regime di frontiera mediterraneo. Formato da sociologi, antropologi e giuristi, si occupa di migrazioni, immaginari e confini usando metodi etnografici, visuali e partecipativi. Dopo anni di ricerca sul confine mediterraneo, nel 2022 l’equipaggio ha navigato tra Pantelleria, Malta e le Isole Pelagie, esperienza da cui è nato il libro Crocevia mediterraneo (Elèuthera, 2023). Un secondo viaggio etnografico ha interessato, nel 2023, l’area dei porti tunisini di Kerkennah, Sfax, Mahdia e Monastir e un terzo, nel 2025, le isole dell’Egeo, tra Grecia e Turchia. Nel settembre 2025 l’equipaggio ha partecipato all’iniziativa politica f.Lotta, un’occupazione massiccia del Mediterraneo. ↩︎
Borioni: «La difesa della Groenlandia è rendere un attacco USA politicamente infame»
L’isola artica è nel mirino della politica aggressiva e imperialista del presidente Trump ormai da molti anni, ma nell’ultimo periodo la sua insistenza nel “prendere” la Groenlandia si fa sempre più pressante e insistente. I timori di una vera e propria invasione militare e di una acquisizione «con le buone o le cattive», parafrasando Trump, del territorio, si sono fatti ancora più vividi in seguito all’attacco sferrato dagli Stati uniti al Venezuela nei primi giorni del 2026. Inoltre, le dichiarazioni di Trump si insinuano all’interno di un percorso pluridecennale che sta portando progressivamente la Groenlandia verso una sua indipendenza nei confronti della Danimarca, e di contro la politica groenlandese non accetterebbe di passare da un controllo straniero all’altro. Di questi e di altri aspetti legati alle tensioni che emergono sempre più vivide intorno alla Groenlandia abbiamo parlato insieme a Paolo Borioni, professore associato al Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale dell’università La Sapienza ed esperto in studi artici. Di seguito la video-intervista e una sintesi scritta della conversazione. Che spazio è la Groenlandia? Ci puoi raccontare di più della popolazione indigena inuit che la abita e della sua storia di colonizzazione? La popolazione inuit è una popolazione che esprime con chiarezza un desiderio d’indipendenza, però al contempo ha anche assunto alcuni dei tratti trasmessi dal rapporto con i danesi. È una società che protesta anche animatamente e retrospettivamente per alcune questioni come le sterilizzazioni forzate a cui sono state sottoposte nei decenni passati alcune donne inuit, così come la privazione della patria potestà ad alcune coppie. Queste politiche si inserivano all’interno di una un’idea di riforma sociale preventiva che ha degli aspetti altamente problematici, repressivi e razzisti. Al contempo i groenlandesi hanno assunto su di sé alcuni caratteri, come la vicinanza alla fede religiosa, che si identifica con la con la chiesa evangelica danese, maggioritaria in Danimarca e in Groenlandia. Anche il rapporto con i monarchi danesi è sempre stato forte e l’idea di andare verso l’indipendenza è caratterizzata da minore ostilità rispetto a ciò che abbiamo visto in altre storie coloniali, ed esiste soprattutto è un’idea collaborativa. Storicamente avviene che abbiamo le popolazioni nordiche, prima di tutto quelle norvegesi, che ancora prima dell’anno mille si stabiliscono per alcuni secoli in Groenlandia. Dal XVIII° secolo viene ripresa come terra di missione gestita in parte dai religiosi della chiesa evangelica luterana e poi da compagnie con capitale borghese norvegese e danese, e in seguito da una compagnia regia commerciale, come era usanza al tempo in tutto il mondo, per gestire i commerci fra la metropoli e la periferia coloniale. Negli anni 1950 del secolo passato, la Groenlandia diviene una provincia della Danimarca, quindi c’è un progresso nei diritti, nel senso che i groenlandesi, così come i faroesi, eleggono due deputati al parlamento monocamerale danese. Negli stessi anni la Danimarca ha concesso o comunque viene attribuita la capacità di autodeterminazione di un governo autonomo Groenlandese. L’ultima evoluzione del 2009 porta a una forma di autogoverno completa che ha anche un suo itinerario verso l’indipendenza, anche se disegnato secondo una forma cooperativa e collaborativa. Certamente il modello sociale dal quale non vogliono allontanarsi troppo i groenlandesi è quello nordico danese ed è attestato da tutti i tipi di indagini di opinione, recenti e passati. Quali sono le sfide di questo territorio di fronte al riscaldamento climatico, al nuovo turismo e alla disoccupazione diffusa? Rispetto al cambiamento climatico le questioni sono due. Da un lato il fatto che le grandi ricchezza del sottosuolo sono state sfruttate in maniera poco sistematica fino a questo momento perché gli spessissimi ghiacci interni rendono più difficile l’estrazione dal sottosuolo. Dall’altro perché anche qualora questo avvenisse, la mancanza e la difficoltà di costruire infrastrutture renderebbe comunque difficile poi l’effettiva esportazione delle risorse. Il cambiamento climatico, posto che è una catastrofe che va evitata a tutti i costi, però può favorire una forma più intensa di sfruttamento del sottosuolo. Quello della Groenlandia è un tipico caso di economia della dipendenza ed estrattiva, o meglio estrattivista. Tra l’altro le elezioni di qualche anno fa sono state caratterizzate dal fatto che la popolazione inuit ha rifiutato un progetto di estrazione di terre rare perché ne aveva già accertato gli esiti negativi sul piano ambientale, e temevano che queste nuove attività economiche potessero compromettere la caccia e la pesca, ben più radicate nella cultura inuit, ma anche estremamente rimunerative. L’esito elettorale ha favorito la vittoria di Inuit Ataqatigiit (Ia), il partito socialista e indipendentista groenlandese, alla sinistra della social democrazia, che ha sospeso questo tipo di estrazione dietro la quale c’era una joint venture se non ricordo male sino-australiano. Infine faccio una mia riflessione sul cambiamento climatico e sulla questione dell’iperturismo che ormai è arrivato anche ai lembi estremi del nord europea, tipo l’Islanda, e anche nell’artico potrebbe arrivare. Ritengo che, non so quanto legittimamente, i grandi capitalisti delle Big-Tech che si muovono intorno a Trump, e Trump stesso, stiano forse pensando ad acquisire la Groenlandia anche perché in un’ipotesi di clima sempre più caldo magari alcune popolazioni o alcune persone particolarmente benestanti potrebbero accettare di trasferirsi lì per scampare a invece i disastri ben maggiori che potrebbero accadere in altre zone del mondo. Questo per realizzare lì una specie di comunità di geni o supposti geni che si radunano per creare un’aristocrazia del nuovo ipercapitalismo. Qual è la situazione politica e le posizioni in campo di fronte questa minaccia statunitense? Sia il partito Siumut, che sono social-democratici, che Inuit Ataqatigiit, che sono questo partito socialista groenlandese, sono indipendentisti, e sono ora rispettivamente il secondo e il terzo partito dopo essere stati quasi sempre il primo e secondo. Entrambi però sono attenti a indicare un percorso di indipendenza che non sia uno stravolgimento degli aspetti del welfare social-democratico nordico. Poi c’è un aspetto di altro tipo, cioè che appunto con i danesi alla fine si è costruito un percorso costituzionale condiviso che è anche prospettico: dalla svolta del 1979 che ha concesso il governo autonomo e poi quella successiva del 2009 dell’autogoverno, sempre uscite da referendum popolari nettamente maggioritari. Quindi c’è stato un percorso democratico chiaro ed evidente. La maggior parte della popolazione quindi non vorrebbe lasciare questo percorso certo, deciso insieme ai danesi, per un percorso incerto “americano”. Inoltre le condizioni di vita delle popolazioni inuit in Alaska, un po’ meglio per quanto riguarda il Canada, non sono certo migliori di quelle dei groenlandesi, anzi tutt’altro. Le ultime elezioni hanno visto una netta maggioranza di partiti, Siumut (social-democratici), Inuit Ataqatigiit (socialisti), e Demokraatit (liberal-democratici), i quali presentano differenze tra di loro ma si ritrovano tutti in un approccio indipendentista. Tutti dicono non vogliamo essere né danesi né americani ma certamente non vogliamo essere comprati: we are for business but not for sale. Questa coalizione che raccoglie il 75% dell’elettorato, e che adesso governa, si è unita, prima in campagna elettorale all’inizio del 2025 e poi con la formazione del governo attuale, per rimanere all’interno del percorso che abbiamo descritto, costituzionale, di progressiva autonomia. Inoltre questo percorso può concretamente portare a una retrocessione ulteriore della Danimarca, soprattutto nella gestione della politica estera che è ora quasi l’unica prerogativa che rimane ai danesi rispetto ai groenlandesi e ai faroesi. Per ora il dibattito ha visto i groenlandesi accettare questa “acquisizione” della gestione della politica estera, ma vengono sempre più spesso avanzate richieste di maggiore autonomia su alcuni temi più strettamente legati al territorio groenlandese, come per esempio la richiesta di sedere nel Consiglio artico. Va detto anche che la Danimarca contribuisce ancora molto all’economia dell’isola, con un contributo fisso annuale di vari miliardi di corone, che divisi per una popolazione sotto i 60 mila abitati non è poco. C’è soltanto un partito, che si chiama Naleraq, più nazionalista e più indipendentista, che è cresciuto fino al 25%, ed è l’unico all’opposizione, che invece è più aperto al rapporto con gli Stati Uniti, nonostante probabilmente lo fanno per comunque accelerare il distacco dalla Danimarca. Perché Trump è così interessato Groenlandia?  È vero che la Nato e i danesi in particolare hanno continuato da una ventina d’anni una non più realistica politica che vede l’artico come spazio di pace, per cui la regione non è stata presidiata militarmente quanto forse sarebbe stato necessario per prevenire queste pretese statunitensi. La Russia da parte sua possiede circa il 60% di territori artici, quindi è normale che sia attiva nella zona. Gli esperti danesi, rispetto all’attività russa nell’artico, dicono che sì, esiste, ma è più dalla parte del mare di Barents e delle Svalbard, e questo è interessante, quasi divertente, perché come sappiamo i danesi sono stati i più filo-Nato all’interno dell’Europa occidentale e i più antirussi probabilmente in assoluto. Mentre non risulta nulla di particolare né di russo e nemmeno di cinese intorno alla Groenlandia. Quello che temono gli americani è che i sommergibili atomici russi possano insinuarsi sotto i ghiacci avvicinandosi molto al continente americano e accorciare ancora di più quella che è la realtà dell’artico, nel senso che l’artico è la zona di minore percorrenza dalla quale si possono raggiungere tre continenti, come la zona del mediterraneo. Avvicinandosi e navigando sotto i ghiacci i sommergibili atomici russi potrebbero essere più minacciosi e questo probabilmente ha un suo fondamento strategico. Un’altra motivazione può essere che dopo il logoramento subito dai russi in Ucraina una presenza americana forte nell’artico produrrebbe per loro uno sforzo militare ulteriore e quindi uno stress superiore per l’economia russa. Ma i danesi rispondo che nei trattati come quello del 1951, firmato in piena guerra fredda e poi modificati in seguito, in realtà gli americani possono benissimo decidere, trattando con i groenlandesi, di impiantare nuove basi. Ma gli americani hanno addirittura nel tempo ritirato delle forze dalla Groenlandia, quindi i danesi controbattono che se gli Stati uniti hanno queste paure la colpa è anche loro che si sono ritirati da quel territorio. Infine altra questione importante che sta dietro il ragionamento americano riguarda gli aspetti più strategici, più razionali, per quanto temibili per la pace degli equilibri mondiali. C’è l’idea di arretrare la difesa del continente americano, cioè lasciare agli europei la difesa verso la Russia nel post guerra in Ucraina per poi investire una parte cospicua nella parte artica e in quella pacifica. Secondo lei come si muoveranno gli USA per arrivare al controllo di questo territorio? C’è una risorsa che i nordici, e specialmente i nordici neutrali, come Finlandia e Svezia, fino a poco tempo fa hanno utilizzato durante la guerra fredda, cioè rendere particolarmente infame, a livello politico, un possibile attacco al loro territorio. Questa politica era parte del loro dispositivo di sicurezza, perché la neutralità ha una sua teoria della sicurezza nazionale. La difesa della Danimarca è quella di diffidare gli Stati uniti dallo sparare a un Paese con queste caratteristiche, che in più è uno dei più fedeli alleati. Ma visto che l’opzione militare c’è sempre, rischia di forzare gli inuit e la Danimarca ad accettare delle soluzioni che non avevano voluto accettare prima, per esempio un’associazione della Groenlandia agli Stati uniti, tipo Portorico. Fino al momento gli esperti militari danesi dicono che non risponderanno nel caso gli Stati uniti li attacchino [l’intervista è stata registrata sabato 10 gennaio, ndr]. Un’altra ipotesi dell’espansione americana in Groenlandia è per esempio la seguente: è plausibile che si concluda un nuovo trattato che riguardi una nuova presenza militare americana con, per esempio, cinque nuove basi e l’invio di 10mila soldati. Poi la realtà magari sarà che gli uomini e le forze realmente dispiegate saranno il quintuplo, con una annessione di fatto dell’isola e una gestione sul piano clientelistico della popolazione. Un’altra ipotesi, che ho sentito dire da degli esperti accademici questa volta, non della difesa, sia norvegesi che danesi, vedrebbe gli americani chiedere agli alleati Nato di barattare una presenza statunitense come garanzia per una futura pace in Ucraina in cambio di una pressione verso la cessione della Groenlandia da parte dei danesi. La copertina è a cura di DinamoPress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Borioni: «La difesa della Groenlandia è rendere un attacco USA politicamente infame» proviene da DINAMOpress.