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Il Nepal volta pagina nelle prime elezioni dopo la rivolta gen-Z
A soli sei mesi dalla rivoluzione della gen-Z nepalese, il Paese himalayano, divenuto Repubblica solo nel 2008 grazie alla rivoluzione armata guidata dai gruppi maoisti, cambia faccia. Dopo anni di governi nelle mani di una classe politica gerontocratica e corrotta, votata all’alternanza di governo tra Partito Comunista Nepalese – Unificato Marxista-Leninista – e Congresso Nepalese con rispettivi partiti minori alleati, mutano nettamente gli equilibri politico-partitici dell’assemblea legislativa del Paese. Simbolo di questo cambiamento post rivoluzione gen-Z è Balen Shah, ingegnere, ex sindaco di Kathmandu e famoso rapper. Balen, così conosciuto dalle masse in seguito al suo exploit musicale avvenuto nel 2013, ha costruito il suo successo cambiando il volto pubblico del Rashtriya Swatantra Party (Rsp)– partito nazionale indipendente. Levato il partito dalle mani dell’ex conduttore televisivo Rabi Lamichanne – uscito di galera durante la rivoluzione gen-Z di settembre, dov’era rinchiuso con accuse di frode fiscale – Balen ha puntato sull’effetto social network e sulla capitalizzazione della sua popolarità in termini elettorali. Spazzate via le figure influenti di Sudan Gurung – leader della popolare ONG Hami Nepal, personalità molto influente durante la rivoluzione gen-Z – e terminato il dibattuto mandato di transizione di Sushila Karki, Balen ha sugellato il suo successo stravincendo nella competizione elettorale contro K.P. Oli, ex primo ministro e leader del Partito Comunista Nepalese – Unificato Marxista-Leninista. Dietro al dato simbolico della vittoria si cela il dato oggettivo della chiusura di un’epoca politica iniziata a metà anni novanta con la lotta armata dei comunisti-maoisti per la Repubblica e poi tradita dalla stessa classe politica che aveva impugnato i fucili contro la monarchia della famiglia Rana; di una rivoluzione gen-Z, o meglio delle classi subalterne, che in un sussulto di liberazione si è emancipata da un ceto politico anziano e putrescente. > Il risultato di Balen è anche figlio dell’incapacità dei partiti di rinnovare > agenda e facce nella fase di transizione post-rivoluzionaria. Il partito comunista marxista-leninista, solo nel nome, guidato da K.P. Oli non ha mai riconosciuto come legittimo il governo di transizione di Sushila Karki, restando arroccato nelle proprie posizioni politiche e con le stesse figure di spicco alla guida del partito. Il pessimo risultato alle urne è anche figlio di quest’incapacità di rinnovarsi per stare al passo coi tempi. Cambio di faccia invece adottato dal Congresso Nepalese, con la candidatura del “giovane” quarantanovenne Gagan Thapa per sostituire la vecchia leadership. Un’operazione fallimentare, all’insegna del cambiare tutto per non cambiare nulla. Più interessante, ma allo stesso tempo residuale, l’operazione unitaria di una decina di partiti comunisti riunitisi sotto il simbolo del Nepal Communist Party. Il cambio di paradigma è evidente nella crescita esponenziale del Rashtriya Swatantra Party. Il giovane partito, nato meno di quattro anni fa, passa dai 20 seggi su 275, conquistati nelle ultime elezioni, a una proiezione che assegna al solo partito circa la metà dei seggi in ballo. Nonostante il lento conteggio degli oltre dieci milioni di voti, su una platea di elettori di circa 19 milioni di aventi diritto, la vittoria è schiacciante. Con un programma elettorale centrato su modernizzazione tecnologica , istruzione, giovani, lavoro digitale, e attenzione alla diaspora nepalese, Balen si troverà col difficile compito di de-burocratizzare un Paese dove spesso i documenti vengono consegnati a ridosso della loro scadenza. Ambizioso il programma economico con cui si vuole portare la crescita economica al 7% annuo del PIL, necessaria per l’obiettivo dell’espansione economica a quasi 100 miliardi di dollari, e l’aumento del reddito medio pro-capite a tremila dollari all’anno da una base di 1.440 dollari registrata nel 2024. > Crescita che poggia sulla promessa della creazione di 1,2 milioni di posti di > lavoro per sopperire alla diaspora nepalese, puntando sul reinserimento dei > lavoratori migranti e l’attrazione di nomadi digitali, individuati come > cruciali per la crescita i settori dei servizi, informatica e > telecomunicazioni, turismo, agricoltura e manifatturiero. Fanno da cornice alle proposte di legislazione ordinaria, le proposte di riforma costituzionale ed elettorale. Sul piatto l’elezione diretta del capo del governo, la legge elettorale per rendere il Parlamento pienamente proporzionale – ad oggi 165 membri sono eletti con il maggioritario uninominale e 110 con il proporzionale –, e riforma del federalismo. Su quest’ultimo compito, la riforma andrebbe a istituire una struttura amministrativa federalista dello Stato, come previsto dalla Costituzione del 2015, mai attuata dai 14 governi che si sono succeduti in soli 17 anni di Repubblica. I compiti saranno ancor più difficili se il nuovo primo ministro si dovesse ritrovare a dover fare alleanze con altri partiti minori, fughe dal partito, o ancor peggio una gestione del potere politico clientelare quanto quella della classe politica pre-rivoluzione gen-Z. Il voto è una bocciatura delle politiche della vecchia Repubblica, responsabile dell’impoverimento della popolazione e della massiccia emigrazione giovanile. Nel Paese con un’età media di 25 anni, sono più di tre milioni i giovani costretti a emigrare per cercare condizioni di vita migliori che in madre patria non riescono a trovare. Di questi, molte e molti emigrano nei Paesi asiatici circostanti. Le famiglie che hanno un gruzzolo poco più grande consegnano un destino migliore ai propri figli, consentendo loro di partire per Europa, Americhe o Asia occidentale – 1,7 milioni nella regione tra il Mar Arabico e il Mar Rosso. Indispensabili le loro rimesse per la tenuta dei conti pubblici, su cui pesano per oltre un terzo del totale. A spoglio quasi al termine è certo che l’obiettivo di scacciare via la classe politica corrotta del Paese è stato raggiunto, resta da capire se la nuova sarà in grado di essere all’altezza del consenso della gen-Z o se sarà oggetto delle sue critiche. Il passaggio di cariche da Sushila Karki commentato da Balen come «vittoria della democrazia sotto la [sua] guida» porta con sé dubbi su quanto la transizione guidata dall’ex presidente della Corte Suprema – tra l’altro ritenuta troppo moderata da frange degli insorti in settembre – sia stata efficace nel preparare la nuova Repubblica. Altrettanto leciti i dubbi sulla forma tecno-ottimista e liberista del programma di Balen e Rsp, i cui auspicati esiti positivi si troveranno a fare i conti con uno Stato fortemente burocratizzato, alta povertà e comprovata prontezza dei subalterni gen-Z a scacciare i governi quando questi sono incapaci di attenersi ai propri compiti. Del resto, i subalterni nepalesi non sono nuovi ad alzare la testa. Loro che, in più di un decennio di lunga rivoluzione contadina armata, hanno destituito una delle più longeve e parassitarie monarchie sopravvissute alle ghigliottine delle rivoluzioni borghesi. La copertina è di Janak Bhatta (Wikipedia) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Nepal volta pagina nelle prime elezioni dopo la rivolta gen-Z proviene da DINAMOpress.
March 7, 2026
DINAMOpress
Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»
Pubblichiamo questo intervento per il convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio, pubblicato anche sul quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo-guerra”. Anche all’indirizzo https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/03/futuro-anteriore-note-sulla-non-sottomissione/ Qui il pdf: Futuro anteriore.   Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»   Il primo a chiamarla così, mutuando l’espressione dagli antimilitaristi della penisola iberica, fu, credo, Agostino Manni. In genere la si definiva «obiezione totale», a indicare il rifiuto sia del servizio militare sia di quello civile sostitutivo. «Non-sottomissione» chiariva meglio che non si trattava di un’obiezione di coscienza più “completa” di quella prevista dalla legge, ma di un’insubordinazione a un ordine dello Stato. Quelle componenti pacifiste, non-violente, cristiane che si rifiutavano di indossare una divisa e di impugnare un fucile furono in genere “soddisfatte” dall’introduzione, nel 1972, del diritto all’obiezione di coscienza. A quel punto per alcuni di loro la battaglia continuò sotto forma di auto-riduzione del servizio civile (che durava venti mesi contro i dodici di quello militare) e di rifiuto del «congedo militare» al termine del servizio civile. Il «sacro dovere di difendere la Patria» (art. 52 della Costituzione) non veniva messo in discussione. Solo si voleva compierlo senza armi. Il nostro, invece, era l’antimilitarismo dei «senzapatria» (come infatti si chiamava il bimestrale fondato nel 1978), perché «quando lo Stato si prepara ad assassinare si fa chiamare patria». La non-sottomissione agli obblighi di leva prevedeva il carcere militare (di tali strutture in Italia ce n’erano, se non ricordo male, sette). Trascorso l’anno di carcere – a cui spesso si aggiungeva qualche mese supplementare per il rifiuto di tagliarsi i capelli, mettersi sull’attenti o fare il «cubo», cioè ripiegare lenzuola e coperte come in caserma), la Patria non era soddisfatta. Se il tribunale militare non riconosceva le ragioni dell’obiezione, e la condanna veniva emessa per «mancanza alla chiamata» o per «diserzione», scontato l’anno di carcere arrivava di nuovo la cartolina-precetto. In caso di ulteriore rifiuto, si aprivano di nuovo le porte della prigione militare, a meno che lo Stato non trovasse qualche pretesto per “congedare” l’antimilitarista – come è successo a qualche compagno. Altrimenti, per legge la spirale cartolina-rifiuto-carcere-cartolina poteva continuare fino al compimento del 45° anno di età, a partire dal quale decadevano gli obblighi di leva. La legge fu poi cambiata con una sentenza della Corte Costituzionale, in base alla quale il non-sottomesso non poteva essere condannato per più di tre volte e la pena non poteva superare complessivamente l’anno di carcere. È nota come “sentenza Cospito”, perché fu pronunciata in seguito a uno sciopero della fame condotto per oltre cinquanta giorni da Alfredo Cospito nel carcere militare – se non ricordo male – di Forte Boccea a Roma. Era il 1991. Alfredo era già stato in carcere militare qualche anno prima ed era stato riarrestato per «diserzione» (per essere definiti disertori non era necessario aver abbandonato il servizio militare; anche la «mancanza alla chiamata», se ripetuta, diventava «diserzione»). Lo sciopero di Alfredo – attorno a cui si mobilitò un discreto movimento antimilitarista – ci parve all’epoca lunghissimo. Ma fu in fondo “poca cosa” rispetto a quello, davvero impressionante, che ha condotto tre anni fa contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo. Per anni non fummo mai più di 4 o 5 a fare contemporaneamente la scelta della non-sottomissione. Solo nella seconda metà degli anni Novanta – dopo la “sentenza Cospito” e un certo allentamento nei tempi dei processi e delle condanne – arrivammo ad essere più di venti. Come noto, nel 2005 la leva fu “sospesa” (non abolita) e i casi di non-sottomissione in corso furono “congedati”. Preziosi nel sostenere i non-sottomessi furono il giornale «senzapatria» – che pubblicava le dichiarazioni di “obiezione totale” e le lettere dal carcere insieme alle azioni antimilitariste in giro per il mondo – e la Cassa di solidarietà antimilitarista, che stampava manifesti e volantoni e sosteneva economicamente i non-sottomessi nei giri di propaganda, nei periodi di latitanza e poi in carcere militare (la latitanza era in genere vissuta come sfida pubblica, con l’obiettore totale ricercato dalla polizia che prendeva parola durante le manifestazioni per farsi arrestare in modo plateale). Eravamo quasi tutti anarchici (esclusi i Testimoni di Geova, per cui andrebbe fatto un discorso a parte). La diserzione, negli ambiti dell’Autonomia e in quelli marxisti-leninisti, era una sorta di tabù. Il riferimento di quelle aree era ancora l’esperienza dei «Proletari in divisa», ma senza più quell’atteggiamento concretamente «disfattista» da mantenere in caserma. Per cui quei pochi casi di non-sottomessi che si definivano comunisti – ricordo con affetto Salvo e Guido, passati poi entrambi all’anarchia – ricevettero appoggio e solidarietà solo dal movimento anarchico. Lo stesso vale per Gianni, un simpaticissimo veneziano che si definiva «liberal-socialista» e «gobettiano», autore di una splendida lettera ai suoi coetanei (specie di sinistra) che deridevano il suo gesto perché «individuale». Come si può immaginare, la scelta della non-sottomissione – tra dichiarazioni pubbliche, periodi di latitanza e compagni detenuti da sostenere – ci univa molto anche sul piano umano. In queste parabole esistenziali ci sono stati due eventi storici che hanno fatto della non-sottomissione una sorta di precipitato collettivo e, con gli occhi di oggi, di anticipazione del futuro: la guerra nel Golfo del 1991 e poi la guerra in ex-Jugoslavia, soprattutto con i bombardamenti del 1999. Personalmente, non mi presentati alla visita di leva nel luglio del 1990. Non sottoporsi alla visita militare comportava l’accusa di «renitenza alla leva» (un reato civile per cui era previsto il carcere civile). Per una delle non poche coincidenze fortunate della mia vita, proprio quell’estate fu cambiata la legge, che prima prevedeva l’arresto immediato del renitente. Quando decisi di rispondere «signornò!» (fummo, in un lustro, quattro compagni a fare tale scelta) c’era ancora il rischio di essere subito arrestato e quindi di non finire il liceo. Tra compagne e compagni di classe, professori, amici e solidali si creò di conseguenza un certo interesse, date anche le dimensioni della città di Rovereto. Ricordo, per fare un paio di esempi, un professore che presentò una mozione di solidarietà al Collegio docenti e una sala gremita quando spiegai pubblicamente le ragioni della mia scelta. Fui, da prassi, arruolato d’ufficio, processato e condannato a 6 mesi di carcere per «renitenza alla leva» (pena sospesa con la condizionale). La cartolina con cui lo Stato mi “invitava” a presentarmi in una caserma di Casale Monferrato giunse nel gennaio del 1991, in piena guerra del Golfo. Ecco allora che la mia «mancanza alla chiamata», poi «mancanza alla chiamata aggravata» e infine «diserzione» avvenne in un contesto storico in cui la guerra non sembrava affatto lontana (giova qui ricordare che alla coalizione dei bombardatori dell’Iraq partecipò anche l’URSS). Infatti, in quanto non-sottomessi venivamo invitati a parlare ovunque – scuole, università, circoli di paese, piazze. Il nostro ragionamento era che sottrarsi individualmente all’esercito era tanto necessario quanto insufficiente, per cui quel gesto d’insubordinazione andava visto come parte di un più ampio sabotaggio della guerra. Quello contro la guerra in Iraq – chi c’era se lo ricorda bene – fu un movimento di massa, i cui momenti più significativi furono senz’altro i blocchi ferroviari per impedire il passaggio dei carri armati che dalla Germania dovevano arrivare a Livorno, per poi essere imbarcati per il Golfo. Ma a differenziare quel movimento da quelli successivi – lo spartiacque fu in tal senso la guerra in Jugoslavia – era il sentimento diffuso che la guerra avrebbe sconvolto le vite quotidiane. Mi ricordo la vera e propria trepidazione negli animi in piazza la sera – credo il 16 gennaio – in cui scadeva l’ultimatum del governo italiano a quello iracheno. Nei giorni dopo, quando le scuole e le università erano occupate, e anche le fabbriche erano in agitazione, la gente si precipitava nei supermercati a fare incetta di pasta, farina, zucchero, caffè ecc. Per una società dove in molti avevano ancora un ricordo diretto del secondo conflitto mondiale, guerra voleva dire penuria di cibo e figli al fronte. La foglia di fico della «operazione di polizia internazionale» usata dal governo Andreotti non illudeva nessuno. Per dire: che per un mese e mezzo non avessi messo piede a scuola non era sembrato strano né ai miei professori né ai miei famigliari. Mi è capitato di recente di leggere un’eccellente tesi di laurea scritta da una compagna, dedicata ai diari di alcune donne trentine sui bombardamenti del ’43-45. Una di queste donne era stata intervistata proprio nel 1991. Ebbene, raccontava di aver paura di uscire di casa e di guardare il cielo (su quest’ultimo aspetto tornerò dopo). Le guerre successive hanno invece fatto emergere che si potevano bombardare popoli in giro per il mondo senza che la nostra esistenza quotidiana ne venisse sconvolta; che in gioco erano, in fondo, le vite degli altri. Senza trascurare l’infame ruolo giocato dalla sinistra istituzionale – dal governo D’Alema in avanti – nel paralizzare una parte significativa della società, credo che sia stato soprattutto questo «choc rientrato» ad invisibilizzare la guerra. Le manifestazioni del 2003 furono sì oceaniche, ma non avevano né la composizione né l’intensità emotiva di quelle del 1991. Ricordo, durante la guerra del Golfo, la gente più “improbabile” che si lanciava con foga sui binari per fermare i treni della morte, come se da quel gesto dipendessero le sorti dell’umanità. E ricordo che, denunciati a decine, fummo tutti assolti per aver agito in «stato di necessità putativo» – tanta era la gente dentro e fuori l’aula. Uno scrittore parlava degli agguati che ci tende il futuro. In tal senso, il tempo verbale di quel sentire era il futuro anteriore. Molto più vicino, insomma, al nostro presente, segnato contemporaneamente dal moto internazionale in solidarietà con il popolo palestinese e dalla guerra mondiale come orizzonte. Il ritorno della leva obbligatoria, da un lato, e la diserzione come fenomeno di massa in Ucraina, dall’altro, tolgono ogni carattere storiografico alle riflessioni sulla non-sottomissione. Alla fine non sono andato in carcere per diserzione. Di rinvio in rinvio, la condanna a un anno era diventata esecutiva proprio a ridosso della professionalizzazione delle forze armate. Dopo un breve periodo di latitanza, al mandato di cattura si è sostituito il «congedo illimitato». Se paragono il me stesso non ancora diciottenne alle prese con la renitenza alla leva con il me stesso di oggi alle prese con il cosa e il come fare di fronte alla guerra tecno-capitalista totale, noto che in realtà in questi trentasei anni mi sono posto sempre lo stesso problema (formulato, agli albori dell’epoca moderna, dal giovane Étienne de La Boétie nel suo celebre Discorso sulla servitù volontaria). Se immaginiamo il potere come un fuoco (oggi potenzialmente termonucleare), possiamo pensare la non-collaborazione come rifiuto di fornire la legna che lo alimenta, e l’azione diretta come quell’insieme di secchiate d’acqua rese necessarie dal fatto che la non-collaborazione da sola non riesce a spegnere le fiamme. Dovremo affrontare prove molto difficili, e per tanti aspetti inedite. Di alcune cose, tuttavia, possiamo essere abbastanza certi. Scelte individuali e sconvolgimenti storici saranno sempre più intrecciati, come capita quando le tempeste non risparmiano l’ordinarietà dei giorni. La non-collaborazione con i «signori dello sfruttamento e della guerra» – come li chiamava Franco Leggio – tornerà ad essere un’opzione collettiva, a cui dare tutto il nostro contributo internazionalista (come quando, durante la guerra in Jugoslavia, fornivamo appoggio ai disertori serbi, croati, sloveni ecc.). Tale non-sottomissione non sarà sufficiente per sabotare un apparato scientifico-militare-industriale che, incorporando l’alienazione sociale estorta nei secoli, tende a sostituire la variante umana e a congelarne il futuro. Il lavoro di preparazione rivoluzionaria avrà bisogno di sperimentazioni concrete e non di proclami. Dalla guerra al carcere di guerra, un passo avanti sarebbe già quello di sentirsi, materialmente e spiritualmente, parte di un moto internazionale. Una cosa che mi ha colpito leggendo quei diari di guerra scritti da donne poco scolarizzate è come cambiava ai loro occhi la dimensione del cielo. Un cielo stravolto, là dove chi stava in basso si augurava che facesse brutto tempo (condizione atmosferica che rendeva più difficili i bombardamenti), ma soprattutto ambivalente: contemporaneamente luogo immaginario di invocazione ai Santi protettori e spazio reale da cui giungevano terrore, distruzione e morte. Come non pensare a Gaza e al profondo sentimento religioso che soccorre e anima un’umanità «per tre quarti annegata». Dal lato del dominio come da quello degli oppressi, il futuro si carica d’intensità escatologica. Anche l’ateo si fa forza, quando è all’angolo, recitando le proprie poesie preferite (non certo i passi legnosi dei suoi manuali politici). La rivoluzione è sempre stata l’ultima santa a cui votarsi. Carcere di Trento, 11 gennaio 2026 Massimo Passamani
March 6, 2026
il Rovescio
Dietro le quinte di Nèmèsis (Italia). Tra Femonazionalismo e falso femminismo la propaganda xenofoba dell’estrema destra fallisce ancora
A Lione il 12 febbraio, Quentin Deranque, attivista di un gruppo neonazista, è rimasto ferito – ed è poi morto – a seguito di un’azione di stampo fascista messa in atto dal suo stesso gruppo alla facoltà di Scienze Politiche, dove si stava tenendo una conferenza dell’europarlamentare Rima Hassan (La France Insoumise). Accanto alla squadraccia vestita di nero e armata di spranghe, fumogeni usati come torce infiammabili e spray al peperoncino, c’era anche il collettivo femonazionalista di estrema destra “Nèmèsis”, che non ha perso un attimo a fornire ai media una narrazione salvifica dell’episodio, tentando di far passare l’aggressione come un mero atto di difesa nei propri confronti. A ben poco è servita tanta gentile riverenza. A pochi giorni dall’accaduto, mentre la Francia e l’Europa si scagliavano contro il “terrorismo antifascista” violento e assassino, il media indipendente Contre-Attaque ha pubblicato un video inequivocabile sulla reale dinamica dell’evento, smentendo la versione fornita sia da Nèmèsis sia dal gruppo neonazista e riposizionando la verità lì dove deve stare, cioè, come sempre, dalla parte giusta della storia. Molto è stato detto e molto è già stato scritto sulla vicenda, strumentalizzata a favore della propaganda di destra che, come nel caso del poliziotto di Rogoredo, ha cavalcato una notizia che credeva già scritta e che invece le è tornata indietro come un boomerang, grazie all’informazione indipendente e alle voci dal basso. Quello che ha interessato meno i media è invece il ruolo e il profilo del gruppo Nèmèsis, che ha spalleggiato il pestaggio sbrigandosi a costruire una storia assolutoria e romanzata degna del miglior Bridgerton d’oltre Manica. Perché, si sa, per citare il più basico patriarcato: “dietro un uomo che agisce c’è sempre una donna che trama nell’ombra ma che deve comunque essere protetta”. E in questo caso, sarebbe il caso di dirlo, ce ne sono state molte. MA CHI È NÈMÈSIS? Nato in Francia nel 2019 da Alice Cordier (pseudonimo), a seguito sia delle aggressioni del Capodanno 2016 a Colonia, in Germania, sia della nascita del movimento #MeToo, il collettivo opera attualmente anche in Belgio, Svizzera e Italia ed è molto vicino al cattolicesimo reazionario e agli antiabortisti di La Manif pour tous. Si compone di circa 100–200 esponenti, prevalentemente donne cis tra i 18 e i 35 anni, bianche, con collegamenti più o meno diretti con Rassemblement National di Marine Le Pen. Sul sito ufficiale si auto-definiscono: “un collettivo nato nell’ottobre 2019, su iniziativa di un gruppo di amiche, stanche di sentire gli inganni dei cosiddetti movimenti femministi che dovrebbero rappresentarle ma preferiscono anteporre , a spese delle donne, un’ideologia di sinistra”. > Tra i principali obiettivi: difendere le donne occidentali, promuovere la > civiltà europea e denunciare il presunto pericolosissimo impatto > dell’immigrazione sulle donne (neanche a dirlo) occidentali. Non serve una grande arguzia per comprendere da che parte stia Nèmèsis nel panorama politico europeo e non solo; eppure, come spesso accade alle destre, quello che è chiaro può sempre essere ribaltato all’occorrenza. Nonostante venga giustamente classificato da studiosə e dai media come collettivo di estrema destra — identitario, xenofobo, razzista, anti-immigrazione, anti-islam e trans-escludente — questa dicitura viene rifiutata dalle componenti, che invece lo descrivono come un semplice collettivo di giovani donne (cis) pronto ad accogliere cittadinə di buona volontà (ogni riferimento alla Chiesa cattolica è puramente casuale, ovviamente) “innamorati della nostra civiltà e ferocemente impegnati nei suoi diritti”. In realtà la posizione di Nèmèsis è fin troppo chiara, ciarlerie fumose a parte. E no: Nèmèsis non è un gruppo femminista. Nèmèsis è innanzitutto un gruppo di estrema destra femonazionalista — concetto elaborato dalla sociologa Sara R. Farris per descrivere la retorica femminista usata a sostegno di politiche nazionaliste e anti-immigrazione — che costruisce la propria matrice identitaria su un inganno in termini. Definirsi femministe aiuta perché, diciamolo: quanto va di moda la questione di genere in questo periodo? Tanto, anzi troppo. Tanto che possiamo parlare di un vero e proprio fenomeno di gender-washing e “brandizzazione” del femminismo, che serve molto a vendere magliette con scritto Girl Power e molto meno a pareggiare i salari. Solo che Nèmèsis non ha fatto i conti con chi il femminismo, quello vero, lo fa davvero. Altro che t-shirt. Non è infatti sufficiente affibbiarsi un nome per essere tale, così come non lo è definirsi virologə per avere di default una laurea e competenze annesse. Certo, nel mondo liquido e social in cui viviamo conta la faccia: fake it till you make it. O quanto meno: credici, raccontatela, rivendicala. E il passato ci insegna che i fascisti la storia se la sono raccontata, e continuano a raccontarsela, a modo loro, ovviamente. NON ESISTE, E MAI ESISTERÀ, IL FEMMNISMO DI DESTRA Parlare di femminismo di destra è come parlare di un ossimoro politico in grado di provocare allucinazioni e per capire cosa non è femminismo e transfemminismo è fondamentale capire e capirsi su cosa sia il femminismo e il transfemminismo. Al di là dell’excursus storico — che qui non riassumeremo, anche perché parte dalla fine del XVII secolo — il femminismo ha una caratteristica di base che non potrà mai essere associata alle destre: la lotta a un sistema oppressivo che vive e si nutre di disuguaglianze sociali e di disparità sistemica di potere. Basterebbe già questo per dimostrare l’inganno su cui cerca di costruire la propria identità Nèmèsis, ma andiamo avanti. Il femminismo è un movimento politico e teorico con una sua storia, che ha attraversato fasi differenti e si è trasformato nel tempo; ha vissuto le proprie contraddizioni interne — e ancora le vive — ma si fonda su principi basilari che ne delineano i contorni al di là delle sue pluralità. Le donne – e tutte le altre soggettività marginalizzate – nascono e vivono nelle società contemporanee capitalistiche e patriarcali, in una condizione strutturale di subalternità e discrimazione, generata e foraggiata da un sistema che può continuare a esistere solo grazie a una logica gerarchica ed escludente. SEPARARE, OPPORRE, ESCLUDERE, SOTTOMETTERE Questo sistema riconosce i privilegi come destinati a specifici gruppi — uomini, bianchi, ricchi, eterosessuali — ed esclude politicamente, socialmente ed economicamente altri gruppi, generando sessismo, razzismo, classismo e omo-lesbo-bi-transfobia. Il femminismo ha invece come obiettivo quello di ridistribuire equamente: ridistribuire il potere, le possibilità, le risorse. Per questo motivo oggi non si può pensare il femminismo come separato dalle lotte inclusive, come quella per i diritti LGBTQIA+ o per i diritti dellə lavoratorə e delle persone migranti. La scala valoriale su cui si basa il femminismo è intrinsecamente intersezionale, il che rende, ipso facto, il femminismo non associabile alle destre e ai loro sistemi valoriali. A fare le pulci, qualcunə potrebbe dire che esiste tutto un filone — ad esempio TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminism)— o neoliberale che esclude o non ha come obiettivo le disuguaglianze di classe e razza. Beh, ad esistere esiste. Che poi sia femminismo, questo è tutto da vedere. > Un “femminismo” che difende solo le donne biologicamente intese ma che al > contempo accetta, tollera o promuove l’oppressione e la discriminazione, > portando avanti valori e politiche che ledono la libertà di alcunə a favore di > quella di altrə, non può definirsi tale. Inoltre le destre conservatrici fanno di anti-abortismo e “famiglia naturale” due delle questioni cardine del loro pensiero. La determinazione delle donne è subordinata a tradizionali ruoli di genere che si basano su un ordine “naturale”, che comprende solo ed esclusivamente uomini e donne, incardinatə all’interno di una unione religiosa eteronormata finalizzata alla creazione di una famiglia nucleare tradizionale. L’uomo è il capofamiglia e la donna deve stare lì dove le compete: in casa, spazio che le concederà il grande privilegio di esserne la regina indiscussa, occupandosi del lavoro di cura — non retribuito — e dei figli. La maternità è il destino “naturale” e il “dovere” verso la nazione. Dio. Patria. Famiglia. Fuori c’è solo la perdizione queer e la cultura woke. Nulla di tutto questo ha a che fare con il femminismo, che considera i ruoli e le gerarchie di genere, razza, classe e sessualità come costruzioni storiche e sociali, che producono oppressione e che vanno trasformate insieme, non preservate. Il femminismo intersezionale lotta al fianco delle famiglie monoparentali, queer, ricomposte o scelte fuori dal matrimonio e ne riconosce il valore giuridico e sociale, così come rifiuta il binarismo di genere e l’eteronormatività come unica opzione possibile. L’autodeterminazione è la chiave: libertà di scelta sul proprio corpo, accesso al mondo del lavoro, parità salariale, diritto a un aborto libero, garantito e sicuro, lotta alla violenza di genere e alla educazione sessuo-affettiva in ogni scuola di ordine e grado. Questo è femminismo e non ha nulla che fare con le destre conservatrici. CHI HA PAURA DELL’UOMO NERO? Dentro a questo quadro si inserisce dunque Nèmèsis, “femministe diverse”, come amano definirsi loro. Così diverse che rifiutano l’intersezionalità e inneggiano alle differenze biologiche: difendono solo le donne biologicamente intese ma soprattutto ce l’hanno con i migranti, uomini, soprattutto di pelle scura, meglio se islamici. A loro, e solo a loro, viene attribuita la colpa e la responsabilità della violenza di genere. Il fulcro della propaganda è un femonazionalismo puro che razzializza la violenza di genere e la strumentalizza, usandola come arma contro i migranti e puntando su una narrazione etnodifferenzialista che considera Africa, Medio Oriente e contesto islamico come “patriarcali e sessisti” e perciò incompatibili con i diritti delle donne occidentali. All’immigrato irregolare – ma anche regolare – e ai suoi discendenti di seconda e terza generazione viene attribuita la responsabilità unica della violenza sulle donne, degli stupri, delle molestie e dei femminicidi. È una narrazione potente, questa, perché alimenta paure antiche al fine di giustificare politiche securitarie, ma anche perché attinge a un immaginario storico molto più antico: quello dell’“uomo nero”; figura costruita per secoli nei discorsi coloniali e razzisti europei come simbolo di pericolo per la purezza e la sicurezza delle donne bianche. > In questo senso il discorso di Nèmèsis non rappresenta soltanto una posizione > marginale o provocatoria: si inserisce in una più ampia strategia politica e > culturale che usa il linguaggio dei diritti delle donne per rafforzare > confini, giustificare politiche repressive e realtà come i centri di > detenzione in Albania. La violenza di genere viene così trasformata in uno strumento di costruzione del nemico: non un problema strutturale da affrontare, ma una colpa da attribuire a un gruppo preciso, facilmente riconoscibile e già stigmatizzato. La retorica della difesa delle donne proposta da Nèmèsis è perciò un mero dispositivo di esclusione, il cui obiettivo è quello di foraggiare gruppi come Génération Identitaire in Francia o AfD in Germania e la loro politica di opposizione al “Great Replacement”, teoria complottista secondo cui esisterebbe una volontà da parte delle élite di sostituire le popolazioni etniche francesi e bianche europee con quelle non bianche, specialmente provenienti da paesi a maggioranza musulmana, attraverso la migrazione di massa, la crescita demografica e un calo del tasso di natalità degli europei bianchi. Inoltre, concentrare l’attenzione su un presunto aggressore esterno aiuta a sviare l’attenzione dalla realtà più ampia della violenza di genere che, dati alla mano, avviene prevalentemente in contesti relazionali ben radicati nelle società europee. Secondo i dati disponibili, infatti, la maggior parte delle violenze contro le donne avviene all’interno delle relazioni affettive o familiari: partner, ex partner, conoscenti. Non è un fenomeno che arriva “da fuori”, ma una struttura di potere e controllo che attraversa l’intera società, indipendentemente da origine, religione o status giuridico. > Ridurre tutto alla figura del migrante aggressore non solo è fuorviante, ma > rende anche più difficile affrontare le cause reali della violenza di genere. Il risultato è una doppia rimozione. Da un lato si invisibilizza la violenza che attraversa le società occidentali, quella che si consuma nelle case, nelle relazioni, nei luoghi di lavoro e nelle istituzioni. Dall’altro si costruisce una gerarchia implicita tra le vittime: alcune donne meritano protezione perché parte della comunità nazionale, altre vengono rese sospette, marginalizzate o semplicemente ignorate perché migranti e razzializzate. Affrontare davvero la violenza di genere richiederebbe invece l’opposto: riconoscerne la complessità, guardare alle strutture sociali che la rendono possibile e costruire strumenti di prevenzione, educazione e supporto che non selezionino le vittime in base alla loro appartenenza. Significherebbe, soprattutto, sottrarre il corpo e la sicurezza delle donne alla logica della propaganda e restituirli al terreno — molto più difficile ma necessario — dei diritti e della giustizia sociale. NÈMÈSIS ITALIA: IL VOLTO SOCIAL DEL FEMMINISMO IDENTITARIO Il 31 gennaio a Torino si è tenuta la manifestazione nazionale convocata a seguito dello sgombero del centro sociale Askatasuna, che ha visto lə manifestanti impegnatə per ore in scontri contro le forze dell’ordine. Il giorno dopo, davanti alle camionette della polizia impegnata a circoscrivere l’area di Askatasuna, cinque giovani ragazze dall’aspetto acqua e sapone, con le UGG ai piedi e le unghie ben fatte, si sono presentate portando cartelli fatti a mano con scritto: “Le femministe non sono antifa”, “Noi stiamo con la polizia”. Sono le aderenti al gruppo Nèmèsis Italia, costola neonata ma già interessantissima del Collectif Nemesis France. Con la casa madre condividono ideologie e metodologie politiche e, come quest’ultima, anche affiliazioni e relazioni con gruppi ben più grandi e strutturati del panorama dell’estrema destra italiana, come Gioventù Nazionale (fronte giovanile di FdI). > Al di là della loro composizione interna, che vede tra le aderenti anche > figlie di esponenti di Fratelli d’Italia, quello che risulta interessante è > sicuramente la comunicazione social di Nèmèsis Italia. È sufficiente andare a guardare la loro pagina Instagram per comprenderne la retorica: ridondante, piatta, faziosa e tanto, ma proprio tanto, social. L’estetica visiva colpisce per la sua ripetitività cromatica e simbolica: il blu, il bianco e il rosso (tipici di un’estetica nazionalista) si ripetono senza sosta a sostenere slogan dal linguaggio allarmista ma assertivo come: “stop agli stupri stranieri” e “difesa della nostra cultura”, scritti a caratteri cubitali, duri e spessi. Questi slogan funzionano come vere e proprie call to action, con l’intento di provocare una reazione emotiva nellə follower, stimolando il senso di urgenza e di necessità di difesa. Spesso l’uso del termine “straniero” viene utilizzato in modo generico per creare una dicotomia basica tra “noi” e “loro”, senza entrare mai nel merito delle cause strutturali della violenza di genere o dei contesti in cui questa avviene. L’ESTETICA VISIVA DELLA PAGINA È IN LINEA CON I TEMI DELLA SICUREZZA, DELLA PROTEZIONE E DELLA DIFESA I post spesso utilizzano immagini fortemente simboliche: bandiere tricolore con slogan che richiamano concetti di purezza e difesa delle tradizioni o disegni di donne unite che guardano fiere verso l’orizzonte, vestite di un blu che più nazionale di così non si può e che ricordano tanto le logiche comunicative di “buon’anima”. Almeno quando c’era lui i treni arrivavano in orario. Le immagini sono poi spesso accompagnate da testi brevi e concisi, pensati per essere immediatamente leggibili e condivisibili. Il messaggio visivo e quello verbale sono sempre legati da una coerenza stilistica che si presenta come una propaganda visiva che vorrebbe essere diretta ma che invece risulta monotona. In alcuni casi vengono anche utilizzati meme, vignette o video generati con l’IA, raffiguranti sedicenti femministe woke arrabbiate – dai tratti mascolini e dai capelli colorati – che gridano slogan sconnessi come: “vogliamo tutti i profughi”. > L’obiettivo è quello di viralizzare i messaggi e raggiungere un pubblico più > giovane, e al contempo aumentare il tono provocatorio e offensivo. Ai post che riprendono — rari — momenti collettivi si affiancano poi i decisamente più frequenti post di singole “attiviste”: giovani, bianche, dall’aspetto impeccabile, sedute di tre quarti, che leggono e commentano – con un tono monocorde dai rari esiti soporiferi – notizie di violenze di genere ad opera di “stranieri”. A questi si aggiungono poi quelli in cui vengono proposti vari stereotipi di bellezza pacata — biondo miele e “100% femminile” — da contrapporre ovviamente a quella che descrivono come grezza e appariscente delle altre femministe, quelle che non si depilano per capirci e dalle quali appaiono chiaramente ossessionate, in una dinamica “noi/voi” che neanche alle scuole primarie! In sintesi, la pagina social di Nèmèsis Italia somiglia molto a Nèmèsis Italia. La loro narrazione è incentrata su una visione semplificata e riduttiva della violenza di genere, veicolata attraverso un’estetica bianca, ricca e privilegiata che non si preoccupa di approfondire ma rimane in superficie, e che non ha alcuna intenzione di promuovere una vera lotta collettiva emancipatrice. Piuttosto, mira a sfruttare la causa per giustificare politiche xenofobe e securitarie. In questo senso, la loro strategia social si inserisce perfettamente in una più ampia logica di esclusione e divisione sociale tipicamente di destra, piuttosto che di inclusione e reale cambiamento. Per promuovere inclusione e cambiamento invece l’8 e il 9 marzo il movimento transfemminista Non una di meno, al suo decimo anno di lotta, scenderà in piazza al grido di “Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo” per ribadire che la lotta e di tutt3 e non si ferma. SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Dietro le quinte di Nèmèsis (Italia). Tra Femonazionalismo e falso femminismo la propaganda xenofoba dell’estrema destra fallisce ancora proviene da DINAMOpress.
March 6, 2026
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8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere
«La parità è un diritto non una concessione» tuona Giorgia Meloni in un convegno dedicato agli 80 anni del voto alle donne. E quindi le donne non devono chiedere concessioni come il sistema delle quote o un welfare agevolato. Ma non si sa bene a quali concessioni si riferisca Meloni, in Italia, infatti, non ci sono quote obbligatorie nelle elezioni politiche, ma solo nella composizione delle liste elettorali. Questo sistema non è particolarmente efficiente, infatti, l’attuale Parlamento Italiano ha meno parlamentari donne rispetto al precedente, e in ogni caso la percentuale delle donne nell’organo legislativo non ha mai superato il 35%, ben lontano dalla parità. E non va meglio negli enti locali. L’altra legge che esiste sulle quote per le donne riguarda la composizione dei Consigli di amministrazione delle società quotate in borsa (L.120/2011), oggi in questi C.d.a la percentuale di donne si attesta intorno al 40%, ma se cerchiamo quanto donne oggi sono CEO nelle grandi società noteremo che, anche secondo le migliori stime, non superano il 7%. Ma non è verso il soffitto di cristallo che dobbiamo guardare per renderci conto di quanto siamo distanti dalla parità, ma nel mercato del lavoro in generale, dove i risultati sono agghiaccianti. E lo si evince dal Rendiconto di genere elaborato da Inps e CIV per il terzo anno consecutivo. Premessa necessaria è che i dati continuano a riportare solo ed esclusivamente due generi, e né l’Inps né l’Istat includono o prendono in considerazioni le persone trans e non binarie nelle loro indagini statistiche ordinarie.  Il rendiconto ci spiega che le donne nel nostro Paese studiano di più e hanno risultati migliori in tutti i livelli educativi. Le ragazze si iscrivono maggiormente ai licei: il 61% delle iscrizioni ai licei sono ragazze contro un 39% di maschi, vale il contrario nella filiera tecnica e professionale. Concludono il percorso di studi con successo in numeri superiori rispetto ai ragazzi (52,6% di diplomate e 47,4% di diplomati). Si iscrivono maggiormente all’università e la concludono più facilmente (il 57,8% di laureate magistrali sono donne) e stanno aumentando anche i numeri nelle discipline STEM. Ma appena arriviamo al capitolo sul mondo del lavoro la situazione si ribalta. > Le donne trovano meno lavoro, sono più precarie, guadagnano di meno, sono a > rischio licenziamento nel periodo precedente e successivo la gravidanza, hanno > pensioni più basse, nonostante siano più longeve, e sono quindi più povere.  «Nel 2024, il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,3%, rispetto al 71,1% degli uomini, evidenziando un divario di genere significativo pari al 17,8%. Inoltre, le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il 42,2% del totale». Praticamente, in Italia lavora una donna su due, e la situazione rispetto all’anno precedente è stabile. E qui ritornano in mente le parole della Presidente del Consiglio «La vera libertà però rimane potersi guadagnare sul campo la propria posizione e quello che lo Stato può fare è garantire che la partita non sia truccata». Ecco, però, i numeri ci raccontano proprio di una partita truccata, e di quanto la meritocrazia sia una parola vuota che corre lungo le linee della discriminazione di genere e di razza. «L’instabilità occupazionale coinvolge soprattutto il genere femminile in quanto, fra le assunzioni a tempo indeterminato, solo il 36,7% sono donne, a fronte del 63,3% di uomini. Le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 67,2% del totale e anche il part time involontario è prevalentemente femminile, rappresentando il 13,7% degli occupati, rispetto al 4,6% dei maschi». Il gap retributivo è importante: le donne guadagnano fino a un 25% in meno. «In particolare, fra i principali settori economici, la differenza è pari al 19,7% nelle attività manifatturiere, 23,6% nel commercio, 15,7% nei servizi di alloggio e ristorazione, 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative». E sono meno presenti nei ruoli apicali. Ma certo oggi sono molte le voci maschili – come il giornalista nella sala stampa di San Remo – che si alzano per dire «è colpa loro: le donne hanno poca voglia di lavorare».  In effetti, le donne nel nostro paese non solo si sobbarcano il lavoro di produzione, ma anche quello di riproduzione. Continua il Rendiconto di genere: «Nel 2024, le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini». E il 2026 non sarà l’anno in cui avremo un congedo parentale equiparato tra uomini e donne perché è stato appena affossato dalla maggioranza parlamentare per fondi insufficienti. I soldi però si sono trovati per gli aerei da guerra della Leonardo, ma non per dare il giusto spazio al ruolo di padre nella nostra società. Meglio continuare a sobbarcare tutto sulle spalle delle madri. Peccato che le voci maschili su questo siano state flebili, mentre proprio quei primi mesi di vita sono centrali per instaurare una relazione significativa con figli e figlie. E potremmo continuare con la situazione degli asili nido, delle scuole primarie senza tempo pieno, delle attività per il tempo libero per l’infanzia tutte a pagamento. Basterebbe questo per comprendere perché da dieci nel nostro paese l’8 marzo non è più una festa ma un giorno di sciopero lanciato dal movimento transfemminista Non una di meno. Leggiamo nell’appello: «Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori».  Uno sciopero che chiede pieni diritti e piena partecipazione per tutte le donne, persone trans, non binarie, con qualsiasi orientamento sessuale, non solo ricche, non solo bianche. In questi giorni, gli Usa e gli Stati Uniti hanno cominciato una guerra contro l’Iran che rischia di portare il mondo intero sull’orlo del baratro, dopo due anni di genocidio in Palestina, e quattro anni di guerra in Ucraina. La guerra è una sistema che ridefinisce confini territoriali tra cosa è dentro e cosa è fuori, riorganizza i ruoli di genere tra chi andrà al fronte e chi starà a casa, ristabilisce gerarchie tra chi è degno di vivere e chi può essere sacrificato. In questo scenario buio, risuonano forte le parole di Non una di meno nel loro appello ai sindacati: «Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo contratti di lavoro stabili e salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa, una sanità pubblica universale e gratuita e un welfare efficace per tuttə». L’8 marzo sarà una giornata di mobilitazione, e il 9 marzo è convocato lo sciopero transfemminista: «Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra». Immagine di copertina di Silvia Cleri SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo 8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere proviene da DINAMOpress.
March 6, 2026
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Smisurata preghiera
Questo contributo assume la forma di una lettera aperta rivolta a chi opera, studia e attraversa le frontiere contemporanee. A partire dall’incontro con una giovane donna migrante, il testo ricostruisce una traiettoria migratoria segnata da violenze strutturali, detenzione arbitraria, pratiche di riscatto e forme di schiavitù contemporanea in Libia. La storia mette in luce il nesso tra controllo dei confini, sistemi detentivi informali, attori criminali e logiche di profitto che trasformano le persone migranti in “oro nero”, merce scambiabile lungo una filiera che va dalla cattura allo sfruttamento lavorativo e sessuale. Il testo interroga anche la posizione di chi fa ricerca sul campo nelle aree di frontiera, problematizzando la distanza tra osservazione e coinvolgimento, tra denuncia e protezione effettiva. La frontiera emerge così non solo come linea geopolitica o dispositivo di esclusione, ma come spazio politico e morale in cui si ridefiniscono valore, dignità e libertà delle vite in movimento. La storia di Victoire rende tangibile la permanenza di forme di schiavitù ancora presenti nel nostro mondo  e tenta, in questo modo, di interrogare profondamente la responsabilità etica e politica di ogni singolo essere umano. Questa è una lettera aperta. Un invito a tutti gli operatori di frontiera che agiscono con il corpo, l’anima e il sudore ogni giorno in quel contesto senza pace e senza limite che è un confine. A tutte le ricercatrici e ricercatori: per questioni legate ai loro studi, finiscono per ficcare il naso in temi che non sono oggetti di studio, ma vite, spogliate di dignità e di valore. Anche loro oltrepassano un confine, che li porta fuori dall’accademia. Si spostano nel campo fino a trovarsi invischiati nel terreno melmoso di vite che ancora respirano ma non hanno spazio di esistere, anche quando vorrebbero ancora. È una lettera alle persone che lavorano nel sociale. A chi si ritrova legato a uomini e donne che vivono tra le frontiere, le attraversano, le subiscono, le bruciano, le incarnano. Persone che troppo spesso si incastrano nella loro carne, come spine che penetrano e ci si incistano dentro. A chi sceglie di starci ed esserci, senza sapere che agisce nelle frontiere che stanno “fuori” per capire le proprie, che stanno “dentro”. I confini configurano il mondo, delimitano territori, eppure sono costantemente soggetti a cambiamenti apparendo e scomparendo, qualche volta cristallizzandosi nella forma di muri che rompono e riordinano spazi politici un tempo unificati, attraversano la vita di milioni di uomini e donne che se li portano addosso. In luoghi come il Mediterraneo centrale, sono liquidi, fluidi, intersezione tra pratiche di attraversamento e di chiusura; non luoghi in cui si scontrano tensioni politiche e sociali, sito di esclusione, ma anche spazio di resistenza e di contestazione.  Il limine è uno spazio politico, un modo di vivere.  È una lettera aperta, questa, che chiama a raccolta il dolore e la rabbia. Nomina la fatica che si incastra nell’anima, nell’eterna ricerca della giusta distanza con chi si incontra, in un movimento talvolta estenuante perché come un pendolo si agita tra un troppo vicino che brucia e un troppo lontano che non è abbastanza. So che tutte queste persone che agiscono nelle frontiere combattendo per affermare il sacrosanto diritto di ogni singolo essere vivente, capiranno la storia che segue.  Parla di una donna di 21 anni, madre di un bambino di appena due mesi. La chiamerò Victoire qui. Ovviamente non è il suo vero nome. Le attribuisco questo, perché sa di lotta e di gloria. Sa di storia che ha un lieto fine.  Victoire è giovane; nei pochi anni che ha dietro di sé, c’è già troppa violenza.  Nata in un paese dell’Africa dell’est, è rimasta orfana molto presto. L’ha crescita una zia che l’ha obbligata a sposarsi quando aveva diciassette anni con un uomo che aveva più del doppio della sua età. “Era un modo per liberarsi di me”, mi ha detto. Victoire non voleva. Ha implorato, ma questo le era destinato. Allora ha scelto di andarsene, sola. Ha avuto il coraggio della lotta e dell’avventura.  Del suo percorso attraverso l’Africa non so molto, non ne abbiamo parlato oggi. La ascolterò se avrà voglia di raccontarmelo un’altra volta. Deciderà lei. Oggi mi ha raccontato che è finita in Libia e che qui viveva con un uomo incontrato durante l’avventura. Lo definisce così, il suo percorso, come fanno le persone migranti.  È in Libia che ha dato alla luce il figlio di questo uomo e compagno. Non l’ha fatto in ospedale, ma da sola, nella casa che condivideva con altre venti persone. Per andare in una clinica ci vogliono soldi e poi, è pur sempre vero che troppo spesso le persone migranti dell’Africa sub sahariana si fanno respingere come cose sgradite. Certe volte, le cacciano proprio anche lì. Ha partorito da sola all’inizio di dicembre 2025. Una sera, nella casa in cui viveva, in una città sulla costa, un gruppo di sette persone armate e incappucciate è entrato con la forza. Li chiamano Asma boys o Isma Boys. Gruppi criminali attivi in Libia, composti prevalentemente da giovani uomini e spesso collegati, in modo diretto o indiretto, a milizie locali o a reti informali di controllo del territorio. Non si tratta di un’organizzazione formalmente strutturata. Sono banditi che intervengono nella gestione informale delle strutture, nei trasferimenti dei detenuti e in pratiche connesse allo sfruttamento lavorativo o sessuale, in attività riconducibili al traffico di esseri umani. Sono criminali armati e violenti che operano all’interno di un sistema frammentato e caratterizzato da un forte legame tra poteri ufficiali e attori informali. Non hanno scrupoli: non vedono persone davanti a loro, ma merce di scambio, da sfruttare, da vendere. Le chiamano or noir, oro nero, sottolineandone il valore economico. E in questa prospettiva, le persone diventano una fonte di profitto paragonabile a una risorsa preziosa: ogni passaggio – dalla detenzione al trasporto, fino allo sfruttamento lavorativo o sessuale – genera guadagni per chi controlla il sistema. L’aspetto paradossale e drammatico è proprio questo: i migranti vengono considerati “preziosi” in quanto merce redditizia, non in quanto esseri umani. Il loro valore è calcolato esclusivamente in termini monetari, mentre sul piano umano sono privati di diritti, dignità e tutela. Così, pur essendo trattati come una risorsa economica di grande pregio, nella pratica quotidiana subiscono violenze, abusi e condizioni di totale spersonalizzazione e reificazione. La loro vita non ha valore in sé, in quanto vita. Ha valore in quanto merce. È un bene scambiabile, stimata per il profitto che può generare. Victoire è oro nero. E poi è giovane e donna: vale di più sul mercato. Gli asma boys, in dicembre, l’hanno arrestata insieme agli altri con cui viveva, l’hanno caricata su un camion chiuso insieme agli altri compagni, stipati come animali, scaricati in una prigione che lei non sa identificare.  Chissà dov’è quel luogo, dalle stanze ampie, in cui le donne, sole e con figli sono detenute insieme, senza materassi per terra, senza teli, con una sola finestra che non si può raggiungere, perché troppo in alto. Dove sarà questo centro di detenzione nel cui cortile ci sono altalene per far giocare i bambini, ma in cui lei e nessun altro detenuto ha avuto diritto di andare, messe li, ad ingannare gli osservatori dei diritti umani o le organizzazioni che ogni tanto hanno l’autorizzazione di entrare? È in Libia certo, questo inferno recintato dove lei, come tutte le persone che ci sono arrivate insieme, prima di entrare nella stanza, sono state denudate davanti a tutti e perquisite, che si sono viste infilare le dita in ogni pertugio, perché -si sa- il corpo è un nascondiglio, la cachette più efficace. Perquisiscono anche i bambini, ché non si sa mai che nel pannolino ci siano beni preziosi nascosti, sfuggiti alle infinite precedenti perquisizioni. Suo figlio aveva due settimane quando è entrata lì dentro.  Victoire ha provato a descrivermi il luogo e si è soffermata negli angoli dello stanzone, in cui, ad ondate, nuove donne sono arrivate e altre sono riuscite ad uscire perché qualcuno ne ha pagato il riscatto. Si è soffermata su quelli, perché è lì che le donne sono violentate. Generalmente ne prendono due o tre e le portano in quegli angoli. E le obbligano ad avere rapporti orali, davanti alle altre detenute. Poi c’è un bagnetto. Uno solo. Piccolo, con escrementi e poca acqua. E spesso, se manca, devono bere quella dello scarico. Allora se una donna viene portata lì dietro, sarà sodomizzata.  È stata cruda, nel suo racconto Victoire: mi ha fatto entrare in quel luogo, mi ha fatto guardare gli angoli di quella stanza e ha usato le parole sporche della violenza, taglienti, rudi, ruvide.  In un attimo, le ho sentite insinuarsi dentro, mi hanno investita, travolta, sopraffatta le grida di quelle donne, le suppliche di smettere e di lasciarle andare, i pianti dei figli che vedono. Lei, è stata risparmiata dal subirle, non dall’obbligo di esserne spettatrice. Ha visto donne entrare e uscire, fino a quando un uomo in contatto con le guardie, un “fratello nero”, un intermediario tra la prigione e il mondo, le ha proposto di acquistare per lei la sua liberazione. Ha comprato la sua libertà, insieme a quella di altre otto persone. Perché funziona così: da una prigione in Libia si esce perché qualcuno paga il riscatto o perché si muore.  Quell’uomo le ha promesso che l’avrebbe liberata. L’ha pagata 7000 dinari. Quasi mille euro. In cambio, Victoire doveva lavorare per lui o per chi lui avrebbe deciso. Lei ha accettato.  Due settimane fa, è arrivata in una nuova prigione che assomiglia ad una casa. Ci sono le finestre con sbarre, c’è un bagno. Ogni sera va a lavorare da una ricca donna libica che parla solo arabo e la tratta male, come mi dice. Esce alle sei e finisce a mezzanotte. Sempre rigorosamente scortata. Talvolta è la stessa padrona libica che la riaccompagna nella sua “casa”.  Lavoro a parte, Victoire non può uscire quando vuole e se lo fa, qualcuno, che lavora per l’uomo che se l’è comprata, la accompagna e la sorveglia.  Il venerdì non lavora: in fondo è gentile questo suo proprietario che domanda a tutta la sua merce umana cosa vogliano fare del giorno libero che lui benevolmente accorda.  Io oggi, prima di parlarle, non lo sapevo che fosse una schiava. Io provo a fare una ricerca che tenta di comprendere come vivano le persone migranti  prima di attraversare il mare per arrivare in Europa e quali siano le dinamiche di solidarietà che che si sviluppano lungo il percorso migratorio. Ho ascoltato persone che vivono nei campi di insediamento informale alle periferie di Zawiya e Zuwara, quelle che lavorano nelle case in costruzione a Tripoli. Alcune che vivono negli Zitounes in Tunisia. Io, oggi, non mi aspettavo di parlare con una schiava. Perché questo è Victoire: una persona di fatto privata della libertà, controllata, sfruttata come oggetto per trarne profitto, attraverso coercizione, violenza, abuso di vulnerabilità o inganno. Questo pensiero non mi dà pace, mi tormenta. Ho avuto a che fare con donne che erano state sfruttate, ma libere quando le ho incontrate o ancora coatte, ma con reali ed effettive possibilità di protezione, di liberazione, di riacquisizione della libertà. Victoire è schiava. Ora.  Il suo valore ammonta a 7000 dinari. Quasi 1000 euro. In Europa, molti potrebbero comprarla. Non riesco a smettere di pensare che oggi nel mondo in cui vivo, c’è chi tira a campare, chi si compra una macchina e chi acquista un essere umano e lo rivende.  Oggi ho ascoltato Victoire. Mi ha detto cose che non avevo previsto di sentire: mi ha parlato della sua sorte di schiava.  Non mi ha chiesto i soldi per ridurre i tempi della sua detenzione, ma di raccontare la sua storia, proprio la sua.  Allora tengo fede alla promessa. Oggi, ascoltando la sua storia, mi chiedo che valore abbia denunciare che tutto questo accade ancora. Perché la mia denuncia non la protegge e non le restituisce la libertà che lei, come tutte le altre persone vendute devono avere di diritto.  Per questo lascio che la sua storia sia una lettera aperta. Destinata a chi, come me, opera in frontiera, a chi l’ha attraversata, ci lavora, la difende, la calpesta. A tutti quelli che la immaginano come una linea, come un corpo che incarna, come un muro da erigere o abbattere. A chi pensa che vada difesa o a chi ne dichiara l’assoluta e ingiusta esistenza. A chi vorrà consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità. Ad ogni essere umano che si fermerà, anche solo un istante per incontrare Victoire, proprio quella di questa storia. Che la immaginerà fragile e forte, sola e spaventata. Isolata, stanca, persa. Ancora viva. E schiava, come l’ho incontrata io. 
Grecia: salvarsi da un naufragio è sempre più spesso un crimine
In Grecia, il secondo gruppo più numeroso della popolazione detenuta è costituito da individui accusati di smuggling (traffico di esseri umani): un detenuto su cinque si trova in carcere per tale imputazione. Un dato che non si limita a restituire una mera statistica penitenziaria, ma rivela una precisa tattica giuridico-politica, funzionale a classificare tanto la società civile impegnata nelle attività di search-and-rescue quanto le stesse persone in movimento non solo quali nemici dello Stato, ma anche delle stesse persone in movimento, quindi di sé stesse. In questa prospettiva, le dichiarazioni del Ministro greco dell’Immigrazione e dell’Asilo, Thanos Plevris, rilasciate dopo il naufragio del 3 febbraio al largo di Chios 1, assumono una rilevanza ancora più inquietante 2: un esplicito appello alla “guerra contro i migranti assassini, unici responsabili di quanto sta accadendo”, nel contesto di un Mar Egeo che, nel 2025, ha registrato circa 40 naufragi documentati e più di 600 morti dall’inizio del 2026 3. PH: Aegean Boat Report Inoltre, secondo PICUM 4, l’84% delle persone perseguite per attraversamento irregolare delle frontiere è accusato di aver guidato un’imbarcazione o un veicolo al momento dell’ingresso nel Paese, o di aver assistito, anche solo offrendo dell’acqua, i passeggeri a bordo. I processi durano in media dieci minuti, con avvocati nominati pochi minuti prima dell’udienza. Nella maggior parte dei casi gli imputati sono uomini soli, per lo più sudanesi 5. Una procedura che comprime in modo evidente le garanzie procedurali e sostanziali previste dallo stato di diritto, vanificando di fatto il diritto di difesa. Da gennaio 2026 si sono tenuti sette processi per smuggling nella sola Creta, affermano gli attivisti di De:criminalize 6. E, come se non bastasse, gli avvocati che assumono la difesa delle persone in movimento accusate di smuggling sono esposti a vere e proprie intimidazioni pubbliche. È il caso della ONG Human Rights Legal Project (HRLP) di Samos, che ha scelto di difendere la persona alla guida della barca coinvolta nel naufragio di Chios di febbraio 2026. Il Ministro greco della Migrazione non si è limitato a criticare: ha addirittura paragonato il lavoro di difesa dei diritti fondamentali svolto dall’ONG a quello di un’associazione a tutela dei diritti delle donne che difende lo stupratore 7. Tuttavia, il 21 febbraio, il quotidiano greco Ριζοσπάστης ha pubblicato la testimonianza di un ex comandante di un’unità navale della Guardia Costiera Ellenica (HCG), che fornisce un quadro dettagliato sull’operato della HCG, contrapponendosi alla narrazione del Ministro Plevris. “L’ordine è di ‘fermarli a ogni costo’. […] Soprattutto gli ufficiali di orientamento fascista trattano i migranti come nullità, come se fossero sotto-uomini, quasi animali. Non provano alcun rimorso. […] Sono convinti che questo sia il modo giusto per servire il loro Paese. […] In situazioni particolarmente critiche, cinque o sei membri delle unità speciali (KEA) intervengono: arrivano armate e con i cappucci neri, e picchiano i migranti” 8. Due elementi rendono il ricorso sistematico a procedimenti penali per smuggling particolarmente allarmante. Il primo è la severità della pena prevista dalla Legge 5038/2023: fino a dieci anni di reclusione per ciascuna persona trasportata, estendibili fino a quindici anni se sussiste pericolo per la vita delle persone a bordo. Il secondo elemento riguarda il requisito soggettivo del profitto economico, spesso ignorato nella prassi giudiziaria: la mera fuga o l’aver condotto un’imbarcazione al fine di salvare la propria vita viene qualificata come illecito penale, nonostante manchi il necessario intento di lucro o vantaggio economico. È il caso del signor Z., cittadino palestinese, il quale rischiava venticinque anni di detenzione per smuggling, dopo diciassette mesi di custodia cautelare ad Atene. Finalmente assolto il 21 gennaio sull’isola di Rodi, egli ha dichiarato: “Dal momento in cui sono arrivato in Europa, invece di trovare giustizia, sono stato vittima della più grande ingiustizia. Sono stato accusato di un crimine che non ho commesso e imprigionato. Ogni giorno in carcere sembra durare un anno e vivo nella paura e nell’angoscia costante per la mia famiglia, che ho lasciato sotto i bombardamenti a Gaza” 9. Oltre a trasformare la fuga in reato, l’uso abusivo del procedimento penale per smuggling e della detenzione preventiva genera un vero e proprio cortocircuito giuridico: impedisce l’accesso effettivo alla procedura di asilo e contravviene al principio di non-penalizzazione sancito dall’art. 31 della Convenzione di Ginevra, nonché dai Protocolli delle Nazioni Unite di Palermo. Esemplare è il caso Pylos 9: nove cittadini egiziani sopravvissuti al naufragio al largo di Pylos, in cui persero la vita oltre 650 persone nel giugno 2023, furono inizialmente accusati di smuggling e associazione a delinquere, prima di essere assolti per mancanza di giurisdizione. Pur avendo presentato domanda di asilo durante la detenzione, la loro istanza non fu mai trasmessa al Servizio di Asilo; conseguentemente, non poterono invocare la clausola di esenzione prevista dall’art. 3, comma 3, della Legge 5038/2023, che, recependo la Convenzione di Ginevra, esclude la responsabilità penale per smuggling dei richiedenti asilo e dei beneficiari di protezione internazionale. Come opporsi quindi a questo dispositivo giuridico sistematico, totalmente illegittimo? Un mese fa si è concluso a Lesbo il processo – o forse sarebbe più corretto definirlo una vera e propria molestia giudiziaria – contro i 24 operatori umanitari della ERCI, accusati, tra l’altro, di smuggling. Dopo sette anni di limbo giuridico, durante i quali ogni attività di search-and-rescue nel Mar Egeo è stata di fatto paralizzata, gli imputati sono stati finalmente assolti. Notizie GRECIA. ASSOLTI A LESVOS 24 OPERATORI UMANITARI IMPEGNATI NEL SOCCORSO IN MARE Una sentenza contro la criminalizzazione della solidarietà Ludovica Mancini 19 Gennaio 2026 Tuttavia, il rispetto dei diritti degli accusati è stato garantito solo grazie alla presenza di osservatori internazionali. Senza un monitoraggio esterno, il sistema giudiziario probabilmente non avrebbe assicurato né la piena tutela dei diritti fondamentali né il rispetto delle garanzie procedurali. Bisogna quindi agire: moltiplicare gli sforzi per difendere chi è ingiustamente accusato di smuggling; monitorare ogni processo, garantire la presenza di osservatori indipendenti, rendere pubbliche le pratiche delle corti; ricorrere al contenzioso strategico, costruire reti transnazionali di tutela, coordinare difese legali e iniziative di advocacy. Solo così si può trasformare l’eccezione abusiva in un’occasione di pressione legale e di responsabilizzazione dello Stato. Azioni come il CoSaH Database – un registro dei crimini contro la solidarietà e l’azione umanitaria a livello globale, pensato per individuare strategie legali di difesa e promuovere una advocacy internazionale – rappresentano un esempio concreto di questa strategia. Ma non è sufficiente: occorre estendere questo lavoro anche alle persone in movimento. Se la criminalizzazione è sistemica, anche la risposta deve esserlo: non episodica, non emergenziale, ma strutturata, coordinata, pubblica. Solo così sarà possibile sottrarre la solidarietà all’arbitrio e riportare il diritto alla sua funzione primaria: garantire libertà e diritti, non reprimerli. 1. Chios, Greece: Deadly tragedy following collision between Coast Guard vessel and boat carrying refugees – RSA (4 febbraio 2026) ↩︎ 2. Chios, 3 February 2026: A Collision, Fifteen Deaths, and a Growing Web of Contradictions, Aegean Boat Report ↩︎ 3. Ekathimerini-com (2025). Minister attributes Chios boat tragedy to ‘killer smugglers’ opposition demands full probe. ↩︎ 4. At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024 – Picum (aprile 2025) ↩︎ 5. From War to Prison: The Criminalization of Sudanese Refugees in Greece – de criminalize (14 novembre 2025); PICUM (2025). At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024 ↩︎ 6. Per ulteriori informazioni: De:criminalize ↩︎ 7. Per ulteriori informazioni: Public statement on the targeting and intimidation of HRLP and our staff ↩︎ 8. Ριζοσπάστης (2025). Μια αποκαλυπτική μαρτυρία που ρίχνει φως στα σκοτεινά γεγονότα στη Χίο [A revaling testimony that sheds light on the dark events in Chios] ↩︎ 9. De:criminalize (2025). Ziad is free – he has been acquitted. ↩︎
Nasce l’alleanza dei partiti curdo-iraniani, tra repressione e attacco Israele-USA
Nel cuore delle montagne del Rojhelat, l’Est del Kurdistan, tra le vette e i villaggi inerpicati sulla catena dello Zagros, la politica curda si muove su un filo sottile, sospesa tra aspirazioni di autonomia e realtà di guerra. La nascita della Coalizione dei partiti politici del Kurdistan iraniano, nota anche come «Kurdistan Alliance», rappresenta l’ultimo tentativo di consolidare le forze dell’opposizione curda in Iran. LA COALIZIONE DI FINE FEBBRAIO L’annuncio è arrivato in una mattina di fine febbraio, da un luogo non divulgato nel Kurdistan iracheno, come a sottolineare la delicatezza della mossa. Una scelta che non è passata inosservata: il Governo Regionale del Kurdistan (KRG) ha subito preso le distanze, ribadendo di non permettere che il suo territorio diventi minaccia per Paesi vicini. Un messaggio chiaro, riferito indirettamente a Teheran e un segnale della complessità dei rapporti tra il Kurdistan del Sud e i movimenti curdi dell’Iran. Nel settembre 2023, un accordo di sicurezza tra Erbil, Baghdad e Teheran, firmato sotto la minaccia di un’invasione, aveva costretto quasi tutti i partiti curdi iraniani con base nella regione del Kurdistan al disarmo e alla ricollocazione nell’entroterra. > La coalizione riunisce cinque partiti: il Partito della Libertà del Kurdistan > (PAK), il Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK), il Partito > Democratico del Kurdistan – Iran (PDKI), l’organizzazione Xebat e una delle > fazioni dell’organizzazione comunista Komala. Il documento che li unisce > richiama principi ambiziosi: autodeterminazione curda, diritti politici e > civili e un Iran democratico, decentralizzato e laico. Ma la sostanza > operativa è tutta da verificare. La coalizione è nata da un organismo preesistente noto come Centro per il Dialogo e la Cooperazione, un forum in cui sette partiti curdi iraniani si incontravano da circa otto-nove mesi. Tale organismo funzionava essenzialmente come uno spazio consultivo: i partiti si riunivano, occasionalmente rilasciavano dichiarazioni congiunte, ma non aveva alcun potere decisionale. Le azioni più forti intraprese fino a oggi consistevano nella proclamazione di alcuni scioperi nelle aree curde. Un risultato positivo, considerando che le organizzazioni in questione hanno alle spalle una lunga storia di conflitti interni. La nuova coalizione rappresenta un tentativo di elevare questo assetto a qualcosa di politicamente più vincolante. Due dei sette partiti originari hanno rifiutato l’adesione: la fazione di Komala guidata da Abdullah Mohtadi, residente negli Stati Uniti ma con un vice-leader operativo a Sulaymaniyah, e il Komala Communist Party of Kurdistan, che contestano la vaghezza delle proposte e l’assenza di un piano concreto di implementazione. LIMITI NUMERICI E PROGRAMMATICI Il testo che accompagna la nascita della coalizione parte da un assunto: il movimento politico curdo ha avuto negli ultimi cento anni diverse occasioni per ottenere la propria libertà, ha lottato per essa, eppure non è riuscito ad ottenerla. Da qui, un’assunzione di responsabilità: «Sebbene la ragione principale di questo fallimento sia stata di natura geopolitica, regionale e internazionale, non possiamo ignorare l’assenza di un discorso condiviso e di una strategia di lotta congiunta tra le forze politiche curde dell’Est del Kurdistan». In larga parte, il comunicato è una vera e propria road map programmatica in quindici punti, in cui i firmatari disegnano l’orizzonte politico dei movimenti curdi per il futuro Iran. I primi due punti riguardano il riconoscimento comune del diritto all’autodeterminazione e l’impegno per la costruzione di istituzioni democratiche negli altipiani curdi, raggiungibile tramite una «lotta congiunta con le altre nazioni sottomesse dell’Iran, con l’obiettivo di rovesciare la Repubblica Islamica e stabilire un sistema politico democratico, decentralizzato e laico che garantisca i diritti di tutte le componenti nazionali, religiose ed etniche». > Al quarto punto emerge uno dei temi più cari al movimento basato sul paradigma > del confederalismo democratico, rappresentato nella coalizione dal PJAK: > «Sosteniamo la lotta delle donne in Kurdistan per la parità di genere e la > loro partecipazione in tutti gli ambiti politici, sociali e amministrativi». Il quinto punto stabilisce che i processi decisionali dovranno avvenire attraverso dialogo e consenso e specifica che: «Riteniamo che ricorrere a qualsiasi forma di violenza, in particolare armata, per risolvere disaccordi sia condannato e proibito». Ciò che potrebbe sembrare ovvio, nella politica curda spesso non lo è: i partiti della coalizione, nel corso di mezzo secolo di lotta armata, hanno più volte fatto ricorso alla violenza tra loro, sfociata in vere e proprie guerre civili, spesso alimentate e strumentalizzate dalle potenze regionali. Il punto sei specifica che ogni forma di resistenza è legittima, inclusa l’autodifesa, per garantire la continuità, l’armonia e l’unità nella sfera civile, politica, culturale e dell’attivismo. L’uso del termine «autodifesa», privilegiato dal movimento confederalista, come altri particolari del documento, lascia trapelare l’influenza del PJAK nella stesura. Abdullah Öcalan, in un messaggio ha invitato il partito a non abbandonare a priori la via della lotta politica «se emerge un terreno basato sull’integrazione democratica», confermando la legittimità della resistenza armata se necessario: «Se la negazione, il genocidio e l’inimicizia continuano, devono proteggersi». > La strada è sicuramente in salita anche per quanto riguarda le alleanze > interne. Il settimo punto del programma dichiara il supporto alla «lotta di > tutti i popoli alla ricerca della libertà in Iran contro la Repubblica > Islamica, lo smantellamento di essa e l’istituzione di un sistema democratico > basato sulla decentralizzazione», estendendo chiaramente gli orizzonti oltre > le regioni curde e cercando di tessere alleanze con le altre componenti del > paese sulla base della «cooperazione reciproca, del riconoscimento del diritto > all’autodeterminazione per la nazione curda e del rifiuto di ogni forma di > dittatura». La prima reazione al comunicato è arrivata da Reza Pahlavi, figlio del deposto scià e aspirante successore, che ha bollato la coalizione come separatista e collaborazionista, affermando che «possiamo aspettarci che l’esercito iraniano adempia al suo dovere nazionale e patriottico, si schieri al fianco del popolo e difenda l’Iran sia dalla Repubblica Islamica che dai separatisti». Ancora una volta, per i movimenti politici curdi, si preannuncia una lotta su più fronti. Alcuni degli articoli chiave del documento sono volutamente vaghi. L’articolo 8, dedicato al coordinamento politico e diplomatico, non chiarisce chi rappresenta la coalizione o come avverranno i rapporti con l’esterno, ad esempio con il KDP di Erbil o il PUK di Sulaymaniyah, né come interagire con altre forze di opposizione iraniane. L’articolo 9 propone un comando congiunto delle forze armate curde, ma il testo parla solo di «lavorare verso la formazione» di questa struttura. Per il momento, ogni partito conserva il controllo sulle proprie armi. Gli articoli da 10 a 14 delineano quello che equivale a un periodo transitorio fino al vero e proprio quadro costituzionale per un Kurdistan post-rivoluzionario: formazione di una struttura di autogoverno nel rispetto della volontà popolare, i cui dettagli non vengono delineati, ma la cui responsabilità sarà quella di «favorire la partecipazione della popolazione civile in vari ambiti e fornire servizi». L’impegno a indire elezioni entro un anno dopo la caduta del regime e a rispettarne l’esito qualunque siano i risultati è ambizioso, forse troppo. Le questioni più complesse: chi controlla il territorio, chi amministra i servizi, quali quadri compongono l’autorità provvisoria, come vengono assegnati i seggi, vengono tutte rinviate. È in questi dettagli che possono facilmente emergere disaccordi tra questi partiti, date le profonde differenze ideologiche e organizzative. IL COLLASSO DEL REGIME Nonostante il duro colpo inflitto alla Repubblica Islamica, il crollo del regime non è scontato, ancor meno lo spazio di manovra in cui i partiti curdi possano applicare la propria roadmap. Il precedente c’è: è chiaramente la rivoluzione del Rojava, e i movimenti curdi del Rojhelat arrivano oggi con un bagaglio di conoscenze, pratiche ed errori che i cugini in Siria non avevano. La fondazione stessa della coalizione può essere vista come un insegnamento dai passati errori. Ma la battaglia, di fatto, non è ancora cominciata, e le contraddizioni non mancano. > Mentre PAK, KDPI, Xabat e Komala possono influire sul piano del coordinamento > politico e della diplomazia, PJAK porta in dote ciò che nessun altro partito > ha: una capacità militare operativa, logistica e di presenza sul campo. Va > detto che sebbene l’accordo del 2023 abbia seriamente minato le capacità > militari degli altri partiti, con la crescente pressione esercitata sull’Iran > dagli Stati Uniti, il KRG potrebbe allentare la presa e permettere un graduale > riarmo. Tuttavia, solo il PJAK possiede strutture militari, basi operative e guerriglieri distribuiti in Rojhelat e Bashur, con esperienza pluridecennale di resistenza armata. Molti combattenti del PJAK hanno partecipato alla rivoluzione del Rojava come volontari e alcuni comandanti erano tra le file della guerriglia del PKK prima ancora della fondazione del PJAK. Senza di loro, la coalizione resta simbolica. Con loro, il peso delle decisioni strategiche ricade su un singolo partito, esposto a rischi enormi. Oltre al piano operativo, c’è una questione di rappresentanza, non meno importante. Quattro dei leader presenti alla conferenza stampa di presentazione della coalizione: Mustafa Hijri del KDPI da Nagadeh, Hussein Yazdanpanah del PAK da Bukan, Baba Sheikh Hosseini di Xebat da Baneh, e Reza Kaabi di Komala da Saqqez, provengono da un cluster limitato di città Sorani e Sunnite. Solo PJAK, con Peyman Viyan da Mako, unica donna presente, e dirigenti provenienti da zone Sciite e Kurmanji, estende la propria influenza al di fuori di questo nucleo. Anche ammettendo una piena rappresentanza della regione Sorani-Sunnita, quattro dei cinque partiti si contendono principalmente la rappresentanza di 3-4 milioni di persone, su una popolazione curda totale stimata tra 10 e 12 milioni. PJAK può contare su una presenza più diffusa, anche considerando le organizzazioni della società civile a a lui ideologicamente vicine come KJAR e KODAR, ma è evidente che ognuno di questi partiti dovrà impegnarsi in uno sforzo politico significativo se vuole aspirare a rappresentare realmente il vasto mosaico sociale, culturale e religioso che abita il Kurdistan dell’est, per non parlare dei milioni di curdi residenti nella regione del Khorasan o a Teheran. La recente escalation militare ha trasformato anche la Regione del Kurdistan in Iraq in un vero e proprio campo di battaglia. Erbil è stata colpita da droni, sirene di allarme e blackout elettrici per due notti consecutive. Le sedi di PAK, KDPI e Komala sono state prese di mira con missili e droni, come a Sulaymaniyah, Pirdê e Sûrdaş. Gli attacchi non hanno causato vittime, ma mostrano la capacità iraniana di colpire rapidamente e lanciare un messaggio ai movimenti curdi. > In questo contesto, anche se l’indebolimento della Repubblica Islamica > potrebbe sembrare una grande opportunità, la coalizione si trova in una > posizione delicata: ogni azione militare rischia di provocare una repressione > feroce. Se gli Stati Uniti dovessero nuovamente ritirarsi e negoziare con > Teheran e se nessun movimento nazionale emergesse in Iran, il Kurdistan si > troverebbe ancora una volta isolato, a combattere da solo contro un regime > ancora potente e determinato. Il PJAK, in quanto forza militare più organizzata, è dunque al centro di un dilemma politico e militare: ha la capacità di difendersi, ma non può scatenare una guerra aperta senza il rischio di ritorsioni devastanti. I suoi leader hanno più volte dichiarato di essere pronti a difendere una rivoluzione nata dalla società iraniana, ma di rigettare l’intervento esterno e le mire imperialiste di potenze regionali o internazionali. Ogni azione militare e politica implica un calcolo preciso, ogni scelta strategica diventa una responsabilità pesante e rischiosa, che implica bilanciare aspirazioni di libertà e autodeterminazione con la dura realtà della guerra. I prossimi giorni e gli eventi sul terreno determineranno se la coalizione sarà un simbolo di unità politica o una forza reale sul campo. Nel frattempo, le montagne del Rojhelat osservano silenziose, pronte a testare la resistenza dei loro guerriglieri. La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Nasce l’alleanza dei partiti curdo-iraniani, tra repressione e attacco Israele-USA proviene da DINAMOpress.
March 4, 2026
DINAMOpress
Una nuova pronuncia in difesa di Mohamed Shahin
Il 23 gennaio scorso la vicenda che vede coinvolto l’imam di Torino Mohamed Shahin ha visto un nuovo sviluppo significativo: la Corte d’Appello ha rifiutato la richiesta di espulsione ribadendo l’assenza di “concreti elementi per ritenere realmente sussistente la situazione di pericolosità, esposta nel provvedimento di trattenimento del questore, e quindi l’adeguatezza del trattenimento” 1. Come mettevamo in evidenza nell’articolo datato 16 dicembre 2026, la vicenda si è trovata a lungo al centro del dibattito pubblico. Giurisprudenza italiana/Notizie/CPR, Hotspot, CPA MOHAMED SHAHIN LIBERO: SMONTATA LA TESI DEL VIMINALE SULLA “PERICOLOSITÀ SOCIALE” Corte d'Appello di Torino, ordinanza del 15 dicembre 2025 Redazione 16 Dicembre 2025 Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin è un cittadino egiziano residente in Italia da oltre vent’anni e titolare di un permesso di soggiorno di lungo periodo, nonché imam della moschea Al Omar Ibn Al Khattab di Torino. Da sempre impegnato per l’impegno nel dialogo inter-religioso, da oltre due anni aveva preso parte in prima persona alle mobilitazioni in sostegno al popolo palestinese. La sua partecipazione a un blocco stradale durante una manifestazione a sostegno della Palestina in data 9 ottobre, infatti, era stato il presupposto per la richiesta della deputata Augusta Montaruli, Fratelli d’Italia, di espulsione di Shahin, facendo riferimento ad alcune frasi pronunciate pubblicamente durante un’iniziativa di denuncia del genocidio in corso in Palestina. Le frasi in questione, però, erano già state archiviate dalla procura lo scorso 16 ottobre con il fascicolo originato da una segnalazione della Digos, dal momento che i PM non avevano trovato elementi sufficienti a ipotizzare una violazione del codice penale, e quindi gli estremi di reato, né un’istigazione a delinquere. Nonostante questa evidenza, il decreto di espulsione ha raggiunto Mohamed Shahin in data 24 novembre, quando il cittadino è stato condotto in Questura e ha visto revocato il suo permesso di soggiorno di lunga durata. In quest’occasione, è stato notificato un decreto di espulsione dall’Italia giustificato “per motivi di ordine pubblico e di sicurezza per lo stato”, ai sensi dell’articolo 13, comma 1, del Testo unico sull’immigrazione ed è stato accompagnato in Tribunale, dove il giudice ha convalidato l’iter con decreto del Ministero dell’Interno. In quest’occasione, i legali hanno formalizzato una richiesta di protezione internazionale, ritenendo infatti che rientrare in Egitto potesse configurare seri rischi di incolumità per Shahin, in quanto oppositore politico. In merito, si sottolinea la decisione di disporre la reclusione nel Cpr (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Caltanissetta, in Sicilia, seguendo la strategia già ben nota dell’allontanamento della persona oggetto della misura dalle reti sociali in cui questa è inserita. Inoltre, il Cpr che è preso qua in considerazione era già stato segnalato dalla Rete Siciliana contro il Confinamento, la quale si è espressa a più riprese a proposito dei gravi episodi verificatisi in questa sede. Il trattenimento in attesa di espulsione si è prolungato fino al 15 dicembre, data in cui la Corte d’Appello di Torino ha disposto il suo rilascio immediato. Il ricorso contro il trattenimento disposto dai legali è stato vinto e il cittadino è stato autorizzato a rientrare nella città di Torino. La decisione è arrivata al termine del procedimento di riesame del trattenimento, affermando la mancanza di alcuna concreta e attuale pericolosità sociale e disponendo così la cessazione immediata della misura. È stato quindi confermato quanto evidenziato a suo tempo dalla Procura di Torino, la quale non aveva riconosciuto nessun pericolo in questa persona, dal momento che sul fascicolo di archiviazione del caso veniva scritto a chiare lettere che la frase pronunciata da Shahin rappresentava un’ “espressione di pensiero che non integra estremi di reato”. La vicenda, tuttavia, non era per questo ancora del tutto conclusa, dal momento che il procedimento di espulsione restava formalmente in vigore, oggetto di ulteriori ricorsi. Il 31 dicembre, la Corte d’Appello del Tribunale di Caltanissetta ha confermato la mancanza di presupposti per l’allontanamento immediato di Mohamed Shahin dal territorio italiano, rendendo così inefficace la decisione precedentemente presa dal Tar del Lazio che aveva invece confermato il decreto di espulsione. La decisione è stata raggiunta dalla nuova pronuncia della Corte d’Appello in data 23 gennaio, secondo la quale la richiesta di espulsione è stata rifiutata. In ultima battuta, almeno per quanto concerne il rischio di trattenimento in Cpr, il 1° di marzo arriva la notizia che la Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero contro la Corte d’Appello di Torino. Come noto, a difesa di Mohamed Shahin si sono espresse molteplici voci della società civile tramite una petizione, una raccolta fondi, un appello di accademici, numerose manifestazioni di solidarietà partite da Torino e poi sparse in tutta Italia raggiungendo l’Europa e un comitato cittadino ad hoc. In merito alla sua vicenda è stato evidenziato il carattere simbolico della misura: mentre i recenti Decreti Sicurezza offrono sempre più una rilettura del diritto come orientato alla neutralizzazione del conflitto sociale e alla criminalizzazione di condotte di protesta collettiva, quello che appare particolarmente preoccupante è l’utilizzo di strumenti amministrativi per colpire l’esercizio della libertà di opinione. Il sistema stesso dei Cpr, ancora una volta, mostra un disegno più ampio in cui nessuna vicenda giudiziaria è isolata, ma è, piuttosto, tassello di un sistema penale e amministrativo che punisce e respinge. Nel caso di Shahin, del resto, la richiesta di protezione internazionale che ha presentato a seguito della revoca del permesso di soggiorno è stata rigettata come risposta a un procedimento di esame fortemente accelerato. Su questa ha pesato la classificazione dell’Egitto come “Paese di origine sicuro”, senza riservare la giusta attenzione ai rischi in cui l’imam incorrerebbe qualora fosse espulso verso il Paese di cui sopra. Come afferma l’associazione A Buon Diritto, nella vicenda qui analizzata a preoccupare è “l’utilizzo dello strumento del decreto d’espulsione e del trattenimento in Cpr, una procedura amministrativa che non prevede le garanzie di difesa del procedimento penale. L’applicazione di tale misura altamente restrittiva si basa peraltro su un sospetto riguardante una condotta che non configura una fattispecie penalmente rilevante e su alcune dichiarazioni poi rettificate” 2. Il comitato cittadino Free Mohamed Shahin nel suo comunicato del 23 gennaio evidenzia la gravità delle dichiarazioni del Ministro Nordio il quale, in seguito al pronunciamento, avrebbe affermato di voler avviare “un’attività istruttoria al fine di verificare l’eventuale sussistenza dei presupposti per l’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati coinvolti”. Esortando a non “abbassare la guardia”, il comitato invita a continuare a seguire la vicenda, in merito alla quale la solidarietà e la mobilitazione dal basso sono state significative. 1. La corte d’appello ribadisce il no all’espulsione dell’imam Shahin – RaiNews (21 gennaio 2026) ↩︎ 2. La società civile chiede all’Italia di fermare l’espulsione di Mohamed Shahin verso l’Egitto, A Buon Diritto (3 dicembre 2026) ↩︎
Hudson Valley vs ICE: no al detention center a Chester
Juan è in America da diciotto anni. Viene da Puebla, Messico. Ogni mattina scende dalla collina dove sorge Chester per raggiungere le serre a valle, dove raccoglie i frutti che finiranno sulle tavole di New York City. Tutti lo conoscono: i vicini, i commercianti della via principale, persino i poliziotti. Chester è una di quelle cittadine anonime e tranquille tipiche dell’Hudson Valley. Quattromila abitanti a un’ora da New York City, una strada principale, qualche negozio, il cream cheese per cui la zona è famosa e un castello trasformato in parco giochi per bambini/e. I tassi di criminalità sono praticamente inesistenti. Però, dall’8 gennaio, qualcosa comincia a cambiare. Il Dipartimento della Homeland Security pubblica un avviso: intende acquistare un magazzino nell’area industriale per trasformarlo in un “centro di detenzione e processamento” dell’Immigration and Customs Enforcement. Capacità: 1.500 persone. La notizia fa il giro dei media locali, poi arriva al Washington Post e al New York Times, fino alla stampa internazionale. Il 13 febbraio, l’agenzia conferma ufficialmente: «L’ICE ha acquistato una struttura a Chester, New York. Sarà un centro di detenzione ben strutturato che soddisfa i nostri standard». Per braccianti come Juan, che ogni mattina scendono dalla collina per nutrire la città, la paura della deportazione non è più un pensiero lontano: è diventata realtà. > «Sono qui con mia sorella e mia nipote», dice Juan, chiedendo di restare > anonimo. «Qui c’è solo una strada principale e tutti si conoscono. Se arriva > l’ICE, mi deporta in un giorno». «L’edificio in questione è un ex-centro di distribuzione di ricambi auto Pep Boys. Secondo il Washington Post, d’estate le temperature al suo interno diventano insopportabili, paragonabili a stare intrappolati in una baracca di alluminio. Ma c’è un dettaglio che non è sfuggito a molti: il magazzino appartiene a una società riconducibile a Carl Icahn, ex-consulente industriale dell’amministrazione Trump e uno dei suoi maggiori finanziatori. «Stiamo davvero parlando di costruire centri di detenzione», si chiede il reverendo Richard Witt, direttore esecutivo della Rural and Migrant Ministry, «oppure si tratta di pompare denaro pubblico nelle tasche di un amico del presidente?» * Photo by Henry Smith/American Image News Service La struttura si trova a meno di tre chilometri da una scuola elementare, diverse chiese e un parco pubblico. «È l’unica località proposta nello Stato di New York e verrebbe probabilmente utilizzata per detenere persone provenienti da tutto lo Stato, non solo dall’Hudson Valley», spiega Vanessa Cid, attivista di For the Many, movimento di base che organizza le comunità nella Hudson Valley per la giustizia abitativa e migratoria. «Questa struttura avrà un impatto su tutti i newyorkesi, non solo sui residenti di Chester e della valle. Aumenterà la presenza dell’ICE e i rapimenti nella Hudson Valley e oltre. Non vogliamo che nessuno, da nessuna parte, venga rapito e detenuto». Non è la prima volta che l’Orange County ospita strutture di detenzione: già oggi la contea affitta gran parte della sua prigione all’agenzia federale, guadagnando milioni di dollari. Witt conosce bene questo meccanismo e cita il precedente di Batavia, una cittadina nell’ovest dello Stato che costruì un centro anni fa. «Batavia non è più conosciuta per essere una bella città, ma solo per la struttura di detenzione. Ora l’Orange County diventerà nota come il luogo di raccolta per madri e padri innocenti». L’impatto sulla comunità è già tangibile, soprattutto tra i lavoratori agricoli. La Rural and Migrant Ministry, fondata nel 1981, accompagna da decenni le famiglie rurali e i braccianti nella loro lotta per migliori condizioni di lavoro e di vita. Molti provengono dall’America Centrale e del Sud, dai Caraibi, ma anche da paesi come l’Egitto e la Cina. L’agricoltura muove oltre sei miliardi di dollari all’anno nello Stato di New York. «I contadini di New York esistono per nutrire New York City – spiega Witt – portare via le persone ha un impatto economico enorme». Nella via principale di Chester, nei caffè e nei negozi, non si parla d’altro. I migranti che raccolgono frutta nelle serre e lavorano nella ristorazione hanno già cominciato a limitare i propri movimenti. «Le persone hanno paura di uscire. L’ICE si mette davanti alle lavanderie e ai supermercati – racconta Witt – la gente ha paura di camminare per la strada, di lasciare i figli a scuola. C’è un’enorme crescita dell’ansia. Questo vale anche per chi non è immigrato, ma dipende dagli immigrati per la propria attività. La paura sta colpendo tutti». Photo by Henry Smith/American Image News Service Di fronte a questa minaccia, la risposta non si è fatta attendere. «Quando ci siamo mobilitati per la prima volta a Chester il 2 gennaio, poco dopo la fuga di notizie sulla stampa e prima che molti avessero sentito parlare del centro, si sono presentate meno di una dozzina di persone – spiega Cid – il 12 gennaio, circa 700 persone hanno risposto alla nostra chiamata per presentarsi a una riunione del consiglio comunale. Alla fine di gennaio, circa 800 persone si sono presentate a un’altra manifestazione. È incredibile quanti membri della comunità si siano uniti a questa lotta così rapidamente. È ancora più sorprendente dato che questa è un’area molto rurale — solo circa 4.000 persone vivono a Chester». > «Ovunque le persone provano paura e rabbia mentre l’ICE terrorizza le comunità > – aggiunge Cid – l’agenzia ha aumentato massicciamente la sua attività nella > Hudson Valley da quando è entrata in carica la seconda amministrazione Trump; > gli avvistamenti confermati e i rapimenti di residenti della valle sono > esplosi rispetto al primo mandato di Trump. Questa agenzia federale canaglia > non può essere riformata. Deve essere abolita». «C’è un’enorme voglia di opposizione – conferma Daniel Atonna, consigliere comunale di Poughkeepsie e organizzatore del Mid-Hudson Valley DSA – l’Hudson Valley è davvero una sola comunità, e siamo molto preoccupati che i nostri vicini vengano rapiti. Se questa struttura aprirà, rapiranno migliaia di persone per le strade di tutta la Hudson Valley, e li manderanno qui a Chester». Photo by Henry Smith/American Image News Service Il 29 gennaio, tra 600 e 800 persone sono tornate in strada durante un meeting del Town Board, il consiglio che amministra la città. La pressione ha prodotto risultati: il consiglio ha approvato due risoluzioni, una contraria alla costruzione del centro, l’altra a sostegno del NY MELT Act, che obbligherebbe gli agenti a portare cartellini identificativi. Parallelamente, For the Many ha fatto pressione sul rappresentante democratico Pat Ryan affinché rifiutasse le donazioni dei dirigenti di Palantir, uno dei più grandi contractor dell’ICE, e destinasse i fondi già ricevuti a organizzazioni locali di difesa degli immigrati. Ryan ha accettato. Dietro Chester si nasconde qualcosa di molto più ampio. Secondo documenti interni trapelati a dicembre e pubblicati dal Washington Post, la cittadina fa parte di un piano nazionale per costruire 23 nuovi centri su tutto il territorio, per un totale di 76.500 posti letto. Il piano è finanziato dal Big Beautiful Bill, la legge che ha quasi raddoppiato i fondi dell’agenzia, che oggi detiene settantamila persone al giorno – un record storico. > «A prima vista sembra che riguardi solo Chester», spiega Witt, «ma a uno > sguardo più attento, riguarda l’intera regione. Si tratta di costruire una > struttura vicino alla base aerea di Stewart per espellere le persone, > affittando spazi per svuotare l’Hudson Valley, il Connecticut occidentale, il > New Jersey settentrionale e la Pennsylvania orientale. Si tratta di uno sforzo > nazionale complessivo per costruire queste strutture. Si tratta di trasformare > il nostro paese in uno Stato di Polizia». L’espansione è già in corso: nuovi uffici dell’ICE stanno sorgendo a New Windsor, a Woodbury e a Roseland. Tutti i sedi si trovano a meno di un’ora e mezza da Chester, creando una rete di controllo sul territorio. I numeri confermano l’accelerazione su scala nazionale. A metà gennaio, più di 75.000 immigrati si trovavano in detenzione, rispetto ai 40.000 di un anno prima. Le strutture utilizzate sono più che raddoppiate, arrivando a 225 siti in 48 stati. Ma l’amministrazione Trump sta compiendo ulteriori passi: a gennaio sono stati spesi 102 milioni di dollari per un magazzino nel Maryland, 84 milioni in Pennsylvania, più di 70 milioni in Arizona. Mentre il governo costruisce la sua infrastruttura della deportazione, da Chester parte un movimento di resistenza per difendere la valle e opporsi all’ICE. Il costo umano è altissimo. «Abbiamo un ragazzo di sedici anni che ha già perso il padre e ogni giorno ha paura di perdere la madre», racconta Witt. «È qualcosa che un sedicenne dovrebbe affrontare?» La pressione si fa sentire tra i giovani lavoratori: molti stanno abbandonando la scuola per prendersi cura delle famiglie. «Le famiglie con cui lavoriamo non sono criminali», sottolinea Witt. «Sono uomini e donne che lavorano duramente. Non sono qui solo per sfuggire a persecuzioni e povertà, ma anche per contribuire alle nostre comunità, alla nostra economia. Ci stanno nutrendo». Photo by Henry Smith/American Image News Service Mentre i ristoranti si svuotano, cresce la determinazione. «La paura sta colpendo tutti», ammette Witt, «ma stiamo vedendo anche qualcos’altro: una comunità che si unisce, che dice no. Le persone alle manifestazioni sono gente comune – non solo attivisti ma anche madri, padri… persone normali insomma. Non permetteremo che i nostri vicini vengano rapiti dalle loro case». Come è successo a Batavia, se il centro verrà costruito, le proteste continueranno. «Le persone continueranno a resistere contro quella che percepiscono come detenzione ingiusta, rapimenti e abusi». «Vogliamo che i nostri fratelli e sorelle in Italia e in Europa sappiano che non condividiamo ciò che è stato detto e fatto da molti dei nostri funzionari eletti, specialmente dal Presidente – aggiunge Witt – siamo in molti a credere che la visione e la forza dell’America si fondino sulla diversità: persone che si uniscono, lavorano, vivono insieme. È da qui che l’America trae la sua forza e la sua pace». «For the Many organizza persone comuni in tutta la Hudson Valley per fare pressione su chi detiene il potere», spiega inoltre Vanessa Cid. «Siamo riusciti a ottenere che Pat Ryan rifiutasse le donazioni di Palantir con un post sui social media. Immaginate quanto saremmo efficaci se ci presentassimo in massa ogni volta, come abbiamo fatto a Chester. È questo che ci vuole per tenere fuori l’ICE e fermare questi attacchi alle nostre comunità. Ed è per questo che ci stiamo organizzando». Immagine di copertina di Henry Smith/American Image News Service SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Hudson Valley vs ICE: no al detention center a Chester proviene da DINAMOpress.
March 3, 2026
DINAMOpress
Solo sì è sì: lo speciale sul ddl Bongiorno
A novembre, a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la violenza delle donne, alla Camera è stato approvato all’unanimità un progetto di legge per riformulare integralmente la formulazione dell’art. 609-bis del Codice penale sulla violenza sessuale, per legare esplicitamente il reato di violenza sessuale al concetto di consenso libero e attuale. Ma già il 25 novembre 2025, giornata simbolica e data prevista per l’approvazione in Aula del Senato, la maggioranza blocca la votazione, rinviando l’esame e «chiedendo approfondimenti» sul testo. La proposta dovrebbe intervenire sulla legge contro la violenza sessuale varata nel 1996, frutto di lunghi anni di battaglie, e che trasformò la violenza sessuale da un reato contro la morale a un reato contro la persona. L’impianto della legge del 1996 lega la violenza sessuale alla presenza della minaccia e dell’abuso, un modello coercitivo, ma ormai superato dalla giurisprudenza, che dopo l’approvazione della Convenzione di Istanbul, ha iniziato a riconoscere il modello fondato sul consenso come principio cardine per valutare se c’è stata o no violenza sessuale. Qualche settimana fa è presentato in Commissione il nuovo disegno di legge è a cura della Senatrice Giulia Bongiorno (Lega), che sostituisce il “consenso” con la «volontà contraria all’atto sessuale», introducendo il concetto di “dissenso” e riportando l’Italia indietro di cinquant’anni. Leggi il nostro speciale per approfondire. Foto di Non una di meno Roma DDL “CONSENSO”: QUANDO IL “DISSENSO” SERVE A PROTEGGERE LO STUPRATORE Di Giada Sarra Dopo l’accordo bipartisan sul reato di violenza sessuale, promosso da Meloni e Schlein, la sostituzione del “consenso” con il “dissenso” rivela una chiara scelta politica, facendo apparire la proposta originaria come l’ennesima manovra di gender washing Foto di Daniele Napolitano BE FREE: «IL DDL BONGIORNO STRAVOLGE IL SIGNIFICATO DELLA CONVENZIONE DI ISTANBUL» di redazione La norma in discussione alle camere sta suscitando proteste e mobilitazioni. Con l’approvazione, si arriverà a dare per scontata la legittimità predatoria del rapporto sessuale e l’esigibilità dei corpi femminili, causando un grave arretramento giuridico in un Paese dove la violenza di genere è un fenomeno ancora così diffuso e spesso sommerso Foto di Margherita Caprili LA CULTURA DELLO STUPRO COME TECNICA DI POTERE di Babs Mazzotti Dalla guerra alle carceri, dai centri di detenzione ai tribunali, la violenza sessuale emerge come dispositivo politico e strumento di dominio. Un’analisi che intreccia genealogia storica, conflitti contemporanei, contesto italiano e il dibattito sul consenso e sul ddl Bongiorno Immagine di copertina di Non una di meno Roma SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Solo sì è sì: lo speciale sul ddl Bongiorno proviene da DINAMOpress.
March 2, 2026
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