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Grecia: salvarsi da un naufragio è sempre più spesso un crimine
In Grecia, il secondo gruppo più numeroso della popolazione detenuta è costituito da individui accusati di smuggling (traffico di esseri umani): un detenuto su cinque si trova in carcere per tale imputazione. Un dato che non si limita a restituire una mera statistica penitenziaria, ma rivela una precisa tattica giuridico-politica, funzionale a classificare tanto la società civile impegnata nelle attività di search-and-rescue quanto le stesse persone in movimento non solo quali nemici dello Stato, ma anche delle stesse persone in movimento, quindi di sé stesse. In questa prospettiva, le dichiarazioni del Ministro greco dell’Immigrazione e dell’Asilo, Thanos Plevris, rilasciate dopo il naufragio del 3 febbraio al largo di Chios 1, assumono una rilevanza ancora più inquietante 2: un esplicito appello alla “guerra contro i migranti assassini, unici responsabili di quanto sta accadendo”, nel contesto di un Mar Egeo che, nel 2025, ha registrato circa 40 naufragi documentati e più di 600 morti dall’inizio del 2026 3. PH: Aegean Boat Report Inoltre, secondo PICUM 4, l’84% delle persone perseguite per attraversamento irregolare delle frontiere è accusato di aver guidato un’imbarcazione o un veicolo al momento dell’ingresso nel Paese, o di aver assistito, anche solo offrendo dell’acqua, i passeggeri a bordo. I processi durano in media dieci minuti, con avvocati nominati pochi minuti prima dell’udienza. Nella maggior parte dei casi gli imputati sono uomini soli, per lo più sudanesi 5. Una procedura che comprime in modo evidente le garanzie procedurali e sostanziali previste dallo stato di diritto, vanificando di fatto il diritto di difesa. Da gennaio 2026 si sono tenuti sette processi per smuggling nella sola Creta, affermano gli attivisti di De:criminalize 6. E, come se non bastasse, gli avvocati che assumono la difesa delle persone in movimento accusate di smuggling sono esposti a vere e proprie intimidazioni pubbliche. È il caso della ONG Human Rights Legal Project (HRLP) di Samos, che ha scelto di difendere la persona alla guida della barca coinvolta nel naufragio di Chios di febbraio 2026. Il Ministro greco della Migrazione non si è limitato a criticare: ha addirittura paragonato il lavoro di difesa dei diritti fondamentali svolto dall’ONG a quello di un’associazione a tutela dei diritti delle donne che difende lo stupratore 7. Tuttavia, il 21 febbraio, il quotidiano greco Ριζοσπάστης ha pubblicato la testimonianza di un ex comandante di un’unità navale della Guardia Costiera Ellenica (HCG), che fornisce un quadro dettagliato sull’operato della HCG, contrapponendosi alla narrazione del Ministro Plevris. “L’ordine è di ‘fermarli a ogni costo’. […] Soprattutto gli ufficiali di orientamento fascista trattano i migranti come nullità, come se fossero sotto-uomini, quasi animali. Non provano alcun rimorso. […] Sono convinti che questo sia il modo giusto per servire il loro Paese. […] In situazioni particolarmente critiche, cinque o sei membri delle unità speciali (KEA) intervengono: arrivano armate e con i cappucci neri, e picchiano i migranti” 8. Due elementi rendono il ricorso sistematico a procedimenti penali per smuggling particolarmente allarmante. Il primo è la severità della pena prevista dalla Legge 5038/2023: fino a dieci anni di reclusione per ciascuna persona trasportata, estendibili fino a quindici anni se sussiste pericolo per la vita delle persone a bordo. Il secondo elemento riguarda il requisito soggettivo del profitto economico, spesso ignorato nella prassi giudiziaria: la mera fuga o l’aver condotto un’imbarcazione al fine di salvare la propria vita viene qualificata come illecito penale, nonostante manchi il necessario intento di lucro o vantaggio economico. È il caso del signor Z., cittadino palestinese, il quale rischiava venticinque anni di detenzione per smuggling, dopo diciassette mesi di custodia cautelare ad Atene. Finalmente assolto il 21 gennaio sull’isola di Rodi, egli ha dichiarato: “Dal momento in cui sono arrivato in Europa, invece di trovare giustizia, sono stato vittima della più grande ingiustizia. Sono stato accusato di un crimine che non ho commesso e imprigionato. Ogni giorno in carcere sembra durare un anno e vivo nella paura e nell’angoscia costante per la mia famiglia, che ho lasciato sotto i bombardamenti a Gaza” 9. Oltre a trasformare la fuga in reato, l’uso abusivo del procedimento penale per smuggling e della detenzione preventiva genera un vero e proprio cortocircuito giuridico: impedisce l’accesso effettivo alla procedura di asilo e contravviene al principio di non-penalizzazione sancito dall’art. 31 della Convenzione di Ginevra, nonché dai Protocolli delle Nazioni Unite di Palermo. Esemplare è il caso Pylos 9: nove cittadini egiziani sopravvissuti al naufragio al largo di Pylos, in cui persero la vita oltre 650 persone nel giugno 2023, furono inizialmente accusati di smuggling e associazione a delinquere, prima di essere assolti per mancanza di giurisdizione. Pur avendo presentato domanda di asilo durante la detenzione, la loro istanza non fu mai trasmessa al Servizio di Asilo; conseguentemente, non poterono invocare la clausola di esenzione prevista dall’art. 3, comma 3, della Legge 5038/2023, che, recependo la Convenzione di Ginevra, esclude la responsabilità penale per smuggling dei richiedenti asilo e dei beneficiari di protezione internazionale. Come opporsi quindi a questo dispositivo giuridico sistematico, totalmente illegittimo? Un mese fa si è concluso a Lesbo il processo – o forse sarebbe più corretto definirlo una vera e propria molestia giudiziaria – contro i 24 operatori umanitari della ERCI, accusati, tra l’altro, di smuggling. Dopo sette anni di limbo giuridico, durante i quali ogni attività di search-and-rescue nel Mar Egeo è stata di fatto paralizzata, gli imputati sono stati finalmente assolti. Notizie GRECIA. ASSOLTI A LESVOS 24 OPERATORI UMANITARI IMPEGNATI NEL SOCCORSO IN MARE Una sentenza contro la criminalizzazione della solidarietà Ludovica Mancini 19 Gennaio 2026 Tuttavia, il rispetto dei diritti degli accusati è stato garantito solo grazie alla presenza di osservatori internazionali. Senza un monitoraggio esterno, il sistema giudiziario probabilmente non avrebbe assicurato né la piena tutela dei diritti fondamentali né il rispetto delle garanzie procedurali. Bisogna quindi agire: moltiplicare gli sforzi per difendere chi è ingiustamente accusato di smuggling; monitorare ogni processo, garantire la presenza di osservatori indipendenti, rendere pubbliche le pratiche delle corti; ricorrere al contenzioso strategico, costruire reti transnazionali di tutela, coordinare difese legali e iniziative di advocacy. Solo così si può trasformare l’eccezione abusiva in un’occasione di pressione legale e di responsabilizzazione dello Stato. Azioni come il CoSaH Database – un registro dei crimini contro la solidarietà e l’azione umanitaria a livello globale, pensato per individuare strategie legali di difesa e promuovere una advocacy internazionale – rappresentano un esempio concreto di questa strategia. Ma non è sufficiente: occorre estendere questo lavoro anche alle persone in movimento. Se la criminalizzazione è sistemica, anche la risposta deve esserlo: non episodica, non emergenziale, ma strutturata, coordinata, pubblica. Solo così sarà possibile sottrarre la solidarietà all’arbitrio e riportare il diritto alla sua funzione primaria: garantire libertà e diritti, non reprimerli. 1. Chios, Greece: Deadly tragedy following collision between Coast Guard vessel and boat carrying refugees – RSA (4 febbraio 2026) ↩︎ 2. Chios, 3 February 2026: A Collision, Fifteen Deaths, and a Growing Web of Contradictions, Aegean Boat Report ↩︎ 3. Ekathimerini-com (2025). Minister attributes Chios boat tragedy to ‘killer smugglers’ opposition demands full probe. ↩︎ 4. At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024 – Picum (aprile 2025) ↩︎ 5. From War to Prison: The Criminalization of Sudanese Refugees in Greece – de criminalize (14 novembre 2025); PICUM (2025). At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024 ↩︎ 6. Per ulteriori informazioni: De:criminalize ↩︎ 7. Per ulteriori informazioni: Public statement on the targeting and intimidation of HRLP and our staff ↩︎ 8. Ριζοσπάστης (2025). Μια αποκαλυπτική μαρτυρία που ρίχνει φως στα σκοτεινά γεγονότα στη Χίο [A revaling testimony that sheds light on the dark events in Chios] ↩︎ 9. De:criminalize (2025). Ziad is free – he has been acquitted. ↩︎
Dal Tarajal a Cutro: le frontiere che uccidono
ALESSIA ALBANO E FRANCESCA FUSARO, NO NAME KITCHEN Ogni anno, sulla spiaggia del Tarajal a Ceuta (Spagna), si svolge una marcia che è molto più di una commemorazione. Qui, il 6 febbraio 2014, decine di persone morirono tentando di attraversare a nuoto il confine tra Marocco e Unione Europea verso l’enclave spagnola. La Guardia Civil spagnola rispose con gas lacrimogeni e proiettili di gomma; alcuni corpi non furono mai recuperati. Quel tratto di mare, pur largo poche decine di metri, rimane un simbolo della violenza delle frontiere. «Tarajal, nunca más. El racismo mata, la memoria resiste» (Il razzismo uccide, la memoria resiste) è stato il tema della XIII Marcha che si svolge ogni anno per ricordare una delle stragi più crudeli mai avvenute. Quest’anno, a causa delle condizioni meteorologiche avverse, la tradizionale manifestazione sulla spiaggia del Tarajal non si è svolta. Il programma è stato rimodulato in una forma più raccolta: una tavola rotonda di confronto pubblico e un incontro in moschea hanno sostituito il corteo lungo il confine. Un cambiamento forzato, che non ha però indebolito il senso politico dell’iniziativa. L’assenza della manifestazione fisica sulla spiaggia ha reso ancora più evidente quanto il Tarajal non sia solo un luogo simbolico da attraversare una volta all’anno, ma una ferita aperta che parla al presente. Nelle parole condivise durante gli incontri è emersa con forza la continuità tra il 6 febbraio 2014 e l’oggi: le persone che ancora tentano di superare quella frontiera, i respingimenti, le violenze, le sparizioni che si consumano lontano dai riflettori. La connessione tra la giornata di Ceuta e le iniziative parallele in Marocco e in tante altre città evidenzia un altro aspetto importante: le politiche migratorie europee non si fermano alla linea del confine. Si estendono ben oltre, fino ai luoghi in cui le partenze vengono intercettate, gestite o bloccate dalle autorità locali in collaborazione con l’Unione Europea. E si estendono fino dentro al cuore dell’Unione Europea. Questo contesto di controllo esteso produce violenze quotidiane che raramente compaiono nei grandi titoli dei media. Rapporti e dossier/Confini e frontiere VITE SACRIFICABILI Un rapporto di No Name Kitchen sulle violenze, l’esclusione e il regime di frontiera contro le persone in transito a Ceuta e Melilla Giovanna Vaccaro 19 Dicembre 2025 FRONTIERE CHE UCCIDONO – OLTRE IL TARAJAL Ricordare il Tarajal significa inevitabilmente guardare all’intero Mediterraneo come teatro di morti e sparizioni sistematiche. La stessa logica di violenza che ha prodotto le vittime di Ceuta continua in altre rotte: quella atlantica verso le Canarie, l’Egeo orientale, il Mediterraneo centrale. Come denunciato anche negli appelli di inizio anno, si profila un altro anno segnato da morti in mare se non cambiano le politiche. Le tragiche immagini di Cutro, dove nel febbraio 2023 1 decine di persone persero la vita in un naufragio vicino alle coste calabresi, restano un monito doloroso 2. Quelle bare allineate negli spazi del palazzetto dello sport hanno scosso l’opinione pubblica italiana e internazionale. Notizie/Confini e frontiere NAUFRAGI NEL CANALE DI SICILIA: «IDENTIFICARE I CORPI E DARE RISPOSTE ALLE FAMIGLIE» Mem.Med, ASGI, Mediterranea e Alarm Phone hanno inviato formale richiesta alle autorità italiane Redazione 21 Febbraio 2026 Ma il rischio è che questa indignazione si dissolva con il tempo, proprio come succede per altri drammi meno visibili. Negli ultimi mesi, nuove stragi si sono registrate ancora al largo della Libia: almeno 53 persone morte, tra cui neonati, in un altro naufragio che evidenzia quanto pericolose siano le rotte, anche quando manca un sistema di ricerca e soccorso efficace e coordinato. PERCHÉ RICORDARE FA PARTE DELL’OGGI La memoria non è un rito vacuo: è uno strumento politico. La Marcha por la Dignidad (nome ufficiale della marcia a Ceuta anche se a volte erroneamente ci si riferisce ad essa come Marcha del Tarajal) non si limita a commemorare il 6 febbraio 2014, ma lo collega all’attualità delle frontiere europee che continuano a uccidere e far sparire persone in movimento. Richiamare quei nomi è un modo per rifiutare la normalizzazione delle morti in frontiera. Nell’ambito delle frontiere iberiche, anche il 2026 è già stato segnato da respingimenti e violenze in frontiera, e da numerose morti: a Ceuta hanno già perso la vita 36 minori e adolescenti nell’intento di entrare nuotando nel mare. Inoltre, le espulsioni collettive dalla Spagna verso il Marocco, spesso operate in piena notte e senza garanzie procedurali, sollevano preoccupazioni sulle violazioni delle norme internazionali. Rapporti e dossier/Confini e frontiere  «RESISTERE AD UN ALTRO ANNO DI MASSACRO NEL MEDITERRANEO»  Il rapporto sul 2025 di Memoria Mediterranea Maria Giuliana Lo Piccolo 9 Febbraio 2026 LA SITUAZIONE OGGI A CEUTA La doppia barriera metallica che separa Ceuta dal Marocco è sempre più alta, sempre più sorvegliata. Telecamere, sensori, pattugliamenti congiunti rafforzano un confine che non è naturale, ma costruito. Le persone intercettate prima di raggiungere la barriera subiscono spesso violenze e abusi da parte della polizia marocchina e poi messi in grandi autobus che li abbandonano nel sud del Marocco o nel deserto del Sahara. Chi invece riesce a raggiungere il suolo spagnolo rischia sempre di essere respinto con procedure sommarie che spesso ignorano il diritto di chiedere protezione internazionale. I minori stranieri non accompagnati presenti nell’enclave vivono in uno stato di precarietà strutturale: in molti casi senza accesso adeguato a istruzione, alloggi decenti o assistenza legale. Tutti i centri di prima accoglienza, tanto per adulti che per minori, sono sovraffollati con centri, con picchi del 300% dello spazio consentito. PH: Greta Cassanelli/NO NAME KITCHEN IL LAVORO DI UNA NNK A CEUTA: 24/7 IN FRONTIERA Come NNK siamo arrivate ufficialmente a Ceuta nel febbraio 2021, un anno dopo la chiusura della frontiera tra Ceuta e Marocco. Dopo un’analisi iniziale dei bisogni, l’entrata massiva di persone nel maggio 2021 ha reso evidente la necessità di una presenza stabile a lungo termine. Ceuta, insieme a Melilla, rappresenta l’unica frontiera terrestre tra Africa ed Europa ed è un punto chiave nella gestione dei flussi migratori. In questo contesto, come NNK osserviamo da anni numerose forme di violenza contro le persone migranti – fisica, psicologica e amministrativa – che continuiamo a denunciare pubblicamente 3. Molte persone, inclusi minori, rischiano la vita per lasciare Ceuta con la pratica del “risky”, nascondendosi sotto i camion diretti ai traghetti o tentando la traversata in barca. Il lavoro in frontiera è mutevole e ciò che accade a Ceuta spesso rimane invisibile. Per questo cerchiamo di creare spazi sicuri, offriamo assistenza umanitaria e supporto legale, raccogliamo testimonianze e documentiamo le violazioni dei diritti umani. Molte persone migranti, soprattutto minori, vivono in strada. Alcune non vogliono entrare nei centri di accoglienza per mancanza di fiducia nelle autorità, per le condizioni disastrose di questi centri e per gli abusi subiti da parte del personale; altri desiderano raggiungere rapidamente la Penisola per lavorare o riunirsi alla famiglia. A Ceuta il team NNK opera per accompagnare le persone, coprire i bisogni di base nei limiti delle proprie possibilità e denunciare le violazioni in atto. Inoltre, a Ceuta, grazie alla presenza costante di un team legale, lottiamo anche con dei litigi strategici: lavorare su dei casi legali specifici con l’obiettivo non solo di risolvere la singola disputa, ma di creare un precedente per ottenere un cambiamento strutturale. Nel 2025, assieme a SJM e Coordinadora de Barrio abbiamo vinto un importante caso davanti al TSJA (Tribunal Superior de Justicia de Andalucia) con il giudice che ha dichiarato che i respingimenti in mare sono illegali. GUARDARE AVANTI: MEMORIA E LOTTA Collegare il Tarajal alle stragi di Cutro e alle continue morti nel Mediterraneo non è un semplice esercizio narrativo. È un modo per far emergere un filo rosso: le frontiere uccidono, nonostante slogan e politiche che si presentano come “umanitarie” o “di ordine pubblico”. Collegare tutto ciò e ribadire l’impegno quotidiano di tante e tanti singoli e Associazione e Collettivi è la maniera di portare avanti la memoria e di lottare nel quotidiano. Ogni barriera più alta, ogni pattugliamento intensificato, ogni accordo di esternalizzazione con Paesi terzi spinge le rotte verso percorsi più lunghi, più pericolosi, più mortali. I momenti di ricordo – come la Marcha por la Dignidad – sono fondamentali, ma non possono restare rituali senza domande politiche. Aprire canali legali e sicuri, garantire sistemi di ricerca e soccorso efficaci, denunciare i respingimenti collettivi, costruire reti di accoglienza dignitose sono scelte non solo possibili ma urgenti. 1. Non dimenticheremo. Di ritorno da Crotone, Redazione Melting Pot (15 marzo 2023) ↩︎ 2. Cutro, ricostruite le 3 ore fatali prima della strage, Il Manifesto (18 febbraio 2026) ↩︎ 3. Si veda il progetto Burorrepression ↩︎
“Rompere il silenzio”: la nuova Carovana per una Calabria aperta e solidale
Dal 24 al 28 febbraio torna per il secondo anno la Carovana per una Calabria aperta e solidale, un’iniziativa politica e umana che intreccia memoria, denuncia e mobilitazione. Crotone, Cutro, Riace, Caulonia e Reggio Calabria saranno le tappe di un viaggio organizzato da Carovane Migranti e Caravana Abriendo Fronteras 1, che si intreccia con una parte delle iniziative organizzate a Steccato di Cutro e Crotone dalla Rete 26 Febbraio nei giorni del terzo anniversario della strage di Cutro. «Verità e giustizia per le famiglie delle vittime, per i superstiti, dignità ai morti e agli scomparsi delle stragi nel Mediterraneo», è la richiesta trasversale a tutti gli appuntamenti. Le organizzazioni nel loro appello identificano quanto sta avvenendo come «una geografia del terrore, una risposta del Potere alla libertà di movimento delle persone». E ancora: «Non vi è termine più appropriato che quello di “migranticidio” per definire la mattanza alle frontiere dell’Occidente». Il riferimento esplicito è alle politiche europee e alla loro recente evoluzione: «L’Europa che si riarma ha già un esercito comune: Frontex schierato in armi alle frontiere esterne per blindare la Fortezza Europa e moltiplicare i respingimenti». Un impianto che trova applicazione concreta «nel famigerato Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo», i cui effetti «vediamo nella recente decretazione del Governo». Nel mirino anche il clima politico complessivo: «Sotto attacco feroce i migranti, i richiedenti asilo, le famiglie che tentano di ricongiungersi», mentre «le navi umanitarie» vengono «vessate in ogni modo» e «i solidali criminalizzati preventivamente». Lo scenario attuale viene definito «una guerra di frontiera». Una guerra che, si legge, produce un sistema in cui «i migranti sono meglio se inghiottiti dal mare o dai trafficanti di terra». Da qui la necessità di una risposta collettiva: «La risposta dal basso deve darsi un orizzonte più ampio, condividendo lotte, pratiche e testimonianze dalle rotte». Una azione politica che deve essere internazionale «intrecciando le voci delle madri, dei familiari che da Tunisi o Algeri, dal Marocco o dall’estremo Oriente chiamano le Americhe ed il resto del mondo». La strage di Cutro è stato un momento in cui questa risposta si è data e le giornate successive ne sono state un esempio». Per questo «dovremo occupare gli spazi che le istituzioni lasciano deliberatamente vuoti», costruendo percorsi che «vedano al centro le madri, le famiglie ed i loro bisogni». Durante tutte le tappe saranno presenti i Lenzuoli della Memoria Migrante, le pagine bianche di un libro che vogliono «raccontare e dare un nome alle persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo». Un gesto simbolico che accompagna ogni Carovana, «riaffermando con forza la dignità di persona che viene regolarmente negata». IL PROGRAMMA GIORNO PER GIORNO 24 febbraio – Crotone, davanti al tribunale * Alle 14.00 conferenza stampa con familiari, sopravvissuti e associazioni. * Dalle 14.30 alle 17.30 presidio: «per dare voce alle famiglie» anche di fronte al rinvio del processo. 25 febbraio – Crotone * Alle 10.00, al campo di Tufolo, partita di calcio “friendly match”. * Alle 16.30, in Piazza dell’Immacolata, incontro pubblico su «stragi nel Mediterraneo e nelle rotte di terra», con l’obiettivo dichiarato di «dare voce ai diritti dei superstiti, delle famiglie delle vittime e degli scomparsi». * Alle 20.00, al Cinema Teatro Apollo, la proiezione del docufilm “Cutro, 94… and more”. 26 febbraio – Crotone / Steccato di Cutro * Alle 4.00 la veglia commemorativa: un momento che risponde all’appello delle famiglie a «non sentirsi sole nella notte di Steccato di Cutro». * Alle 11.30 conferenza stampa al Municipio di Crotone con «le voci dei familiari di ritorno dall’alba». * Alle 15.00 dibattito su «genocidio, migranticidio, guerra e disinformazione di massa», che mette in relazione le politiche migratorie con i conflitti globali. * Nel pomeriggio, proiezione del docufilm a Cutro e presentazione del libro “Un viaggio verso Cutro” a Crotone. 27 febbraio – Riace / Caulonia * A Riace incontro con Mimmo Lucano. * A Caulonia, alle 17.30, l’iniziativa: «Resistere, esistere. Dal basso, contro la barbarie del migranticidio e del genocidio a Gaza». 28 febbraio – Reggio Calabria * Visita al cimitero di Armo e al Museo diocesano delle migrazioni. * Nel pomeriggio, iniziativa conclusiva: «Mare nMostrum, rompere il silenzio su genocidio e migranticidi di Stato». Un momento pensato per «tirare le fila del viaggio» e rilanciare le mobilitazioni. Le iniziative organizzate dalla Rete 26 febbraio “PROCEDURE CERTE, DEGNE E TRASPARENTI” Tra le richieste più concrete avanzate dalla Carovana c’è quella di vincolare le istituzioni «di fronte alle tragedie di mare e di terra, a procedure certe, degne e trasparenti». In particolare su «identificazione», «supporto psicologico ai familiari», «presenza nelle diverse fasi dell’iter processuale», fino a «sepolture e rimpatrio dei corpi». L’obiettivo è anche internazionale: «Lavoriamo insieme alla costruzione di un incontro internazionale» per definire «un protocollo per l’identificazione dei corpi» e «garantire il diritto inalienabile dei familiari a conoscere la sorte dei loro cari». LA VOCE DELLE FAMIGLIE E DEI SOPRAVVISSUTI «PERCHÉ VI SIETE DIMENTICATI DI NOI?» Al centro restano loro. Le parole con le quali le famiglie hanno chiesto che non cali il silenzio sulla strage di Steccato di Cutro e che siano rispettate le promesse che la Presidente del Consiglio Meloni fece a loro nelle settimane successive al naufragio di tre anni fa. «È difficile vivere senza giustizia. È difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari». E aggiungono, «ci fa più male di tutto la sensazione che vi siate dimenticati di noi». Le promesse istituzionali, denunciano, «non si sono realizzate» e «nessuna delle altre promesse […] è stata mantenuta». Da qui la decisione di tornare, «con le unghie e con i denti, con l’amore per la verità, faremo in modo di tornare». Una voce che si unirà a quella di tante persone solidali che saranno mobilitate per «rompere il silenzio». 1. Scarica il comunicato completo ↩︎
Naufragi nel Canale di Sicilia: «Identificare i corpi e dare risposte alle famiglie»
Dopo i naufragi avvenuti tra il 14 e il 21 gennaio 2026 nel Canale di Sicilia, in coincidenza con il passaggio del ciclone “Harry”, Mem.Med – Memoria Mediterranea, ASGI, Mediterranea Saving Humans e Alarm Phone hanno inviato formali comunicazioni alle autorità italiane 1 per sollecitare interventi urgenti sulle operazioni di identificazione dei corpi riaffiorati lungo le coste e la necessità di garantire procedure rigorose per restituire le vittime alle famiglie. Secondo quanto ricostruito dalle organizzazioni Refugees in Libya-Tunisia, Mediterranea e Alarm Phone, nel mese di gennaio centinaia di persone sono partite dalla Tunisia, in particolare da Sfax, nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale. Le partenze si sono concentrate proprio nei giorni in cui il ciclone “Harry” ha reso estremamente difficili le condizioni in mare, compromettendo le rotte e aumentando il rischio di naufragi. Le organizzazioni stimano che «sarebbero state oltre dieci le imbarcazioni partite in quel periodo», per un totale di almeno mille dispersi. Notizie CICLONE HARRY: FORSE 1.000 LE PERSONE DISPERSE IN MARE Refugees in Libya - Tunisia e Mediterranea: silenzio e inazione di Italia e Malta Redazione 2 Febbraio 2026 Ad oggi, solo una di queste imbarcazioni sarebbe riuscita a raggiungere Lampedusa, mentre delle altre non si hanno notizie certe. Nelle settimane successive, alcuni corpi sono stati recuperati: uno dalla nave Ocean Viking, altri lungo le coste siciliane – tra Trapani, Marsala e Pantelleria – e calabresi, nei territori di Tropea, Amantea, Scalea e Paola. Si teme che nei prossimi giorni possano emergere ulteriori salme, spesso in condizioni tali da rendere difficile il riconoscimento. Le associazioni riferiscono anche di aver ricevuto numerose segnalazioni da parte di familiari alla ricerca dei propri cari dispersi. In questo contesto, Mem.Med ha già attivato canali legali per chiedere alle autorità competenti verifiche puntuali sulle salme rinvenute. Al centro delle richieste c’è il rispetto dei protocolli per il prelievo e la comparazione del DNA, oltre alla tracciabilità certa delle sepolture. L’obiettivo è garantire alle famiglie il diritto di conoscere la sorte dei propri congiunti. «Al fine di restituire un’identità ed una storia alle persone scomparse e dare risposte certe alle famiglie in attesa abbiamo sollecitato l’adozione di procedure rigorose e coordinate», dichiarano le organizzazioni, chiedendo che tutte le operazioni siano svolte «con tempestività e nel pieno rispetto dei protocolli previsti». Nel comunicato viene sottolineato come il riconoscimento delle vittime non sia solo un passaggio tecnico, ma un principio fondamentale di civiltà giuridica: «Ribadiamo che il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere». Le organizzazioni insistono quindi sulla necessità di un intervento immediato e coordinato da parte delle autorità nazionali e locali, affinché sia possibile identificare il maggior numero possibile di corpi e restituirli alle famiglie, interrompendo almeno in parte l’incertezza che accompagna queste tragedie. 1. Le lettere inviate: – alle autorità nazionali e di Siracusa – alle autorità di Trapani – alle autorità calabresi ↩︎
La Humanity 1 bloccata per 60 giorni a Trapani per aver obbedito alla legge del mare
La nave di soccorso Humanity 1 è stata fermata per 60 giorni nel porto di Trapani. Il provvedimento, notificato il 13 febbraio, prevede anche una multa da 10mila euro. A renderlo noto è l’Ong tedesca SOS Humanity, che denuncia la criminalizzazione in corso e l’ulteriore stretta contro le operazioni civili di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Secondo quanto riferito dall’organizzazione, il provvedimento riguarda un’operazione SAR in cui erano state soccorse 33 persone in pericolo e avvistati due cadaveri in acqua. Le autorità italiane contestano alla nave di non aver comunicato preventivamente con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. Nella sostanza, si tratta di una fotocopia del fermo notificato a marzo 2024, che sia il Tribunale sia la Corte d’Appello di Catanzaro, nel novembre 2025, hanno definito illegittimo, ribadendo che la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un’autorità legittima di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Notizie/In mare SOS HUMANITY VINCE LA SUA PRIMA CAUSA CONTRO IL FERMO ILLEGALE DI NAVI DI SOCCORSO La Corte d’Appello di Catanzaro conferma la sentenza del Tribunale di Crotone Redazione 4 Novembre 2025 Non è un caso che il fermo arrivi a poche ore dalla presentazione, da parte del governo Meloni, del disegno di legge che introduce la possibilità del cosiddetto “blocco navale” per le navi delle ONG, ennesima misura securitaria per cercare di impedirne l’ingresso nelle acque territoriali italiane dopo aver svolto una operazione di soccorso. Su X il ministro dell’Interno Piantedosi ha subito rivendicato il provvedimento con un post di propaganda: «L’ONG ancora una volta – scrive – non ha rispettato gli obblighi di legge previsti durante le operazioni in mare. Non si tratta solo di una grave violazione della normativa ma di un comportamento irresponsabile che mette a rischio la vita stessa delle persone». La replica di SOS Humanity non si è fatta attendere: «Il nostro equipaggio ha informato tutti i centri di coordinamento dei soccorsi competenti in conformità con il diritto marittimo internazionale», ha dichiarato Viviana di Bartolo, coordinatrice delle operazioni di ricerca e soccorso. «Abbiamo deliberatamente deciso di non comunicare con gli attori libici, poiché non possono essere considerati autorità di ricerca e soccorso legittime: sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in cerca di protezione». L’Ong ha poi aggiunto che si tratta della terza detenzione in tre mesi di una nave appartenente all’alleanza “Justice Fleet”. Nell’agosto 2025, ricorda, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave di soccorso non governativa. «Questo ribalta pericolosamente la realtà. Mentre noi salviamo vite umane e veniamo puniti per questo, la cosiddetta Guardia Costiera libica viene sostenuta, le stesse forze che abusano e uccidono le persone in fuga», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche. E’ il secondo fermo in tre mesi che SOS Humanity subisce: «Chiediamo il rilascio immediato della nostra nave di soccorso». In precedenza era stata bloccata anche la Sea-Watch 5, una delle principali navi umanitarie operative nel Mediterraneo centrale. Con due grandi imbarcazioni ferme in porto, sottolinea infine l’organizzazione, si riduce ulteriormente la capacità di soccorso in un tratto di mare sempre più pericoloso. Nel frattempo il numero delle persone migranti morte nel Mediterraneo centrale continua a crescere. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), dall’inizio dell’anno almeno 484 persone risultano morte o disperse a seguito di diversi naufragi, spesso legati alla mancanza di soccorsi tempestivi. Ma bilancio reale è purtroppo molto più grave. Numerosi sono infatti i naufragi “invisibili”, mai ufficialmente registrati. Tra questi, quelli denunciati da Refugees in Libya e Tunisia, insieme a Mediterranea, durante il ciclone Harry: un evento che può essere definito come una delle più grandi stragi degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale, con oltre un migliaio di persone disperse.
Naufragio al largo della Libia: almeno 53 morti, due sono neonati
Ancora un naufragio, ancora altre insopportabili morti nel Mediterraneo centrale. Almeno 53 persone sono morte o risultano disperse, tra cui due neonati, dopo il ribaltamento di un gommone al largo della Libia, a nord di Zuwara. Il naufragio è avvenuto il 6 febbraio. Il gommone – denuncia Refugees in Libya (RIL) – trasportava 55 persone ed era partito da al-Zawiya intorno alle 23 del 5 febbraio. Dopo circa sei ore di navigazione, il natante ha iniziato a imbarcare acqua fino a capovolgersi. Solo due donne sono sopravvissute. Una ha perso il marito, l’altra i suoi due bambini.  «Tra i morti ci sono anche dei neonati, a ricordare al mondo, ancora una volta, che il mare è diventato un cimitero per coloro a cui è stato negato un passaggio sicuro»,  denuncia con forza RIL, «Nessun nome ancora. Nessun volto ancora. Solo numeri. Ma ogni numero era una vita, un respiro, una promessa interrotta nell’oscurità». Questo naufragio si aggiunge a una lunga serie di stragi avvenute nelle ultime settimane. Dopo il passaggio del ciclone Harry, Refugees in Libya e Tunisia, insieme a Mediterranea, avevano denunciato la possibile scomparsa in mare di fino a un migliaio di persone, vittime di naufragi avvenuti in condizioni meteo estreme, nel silenzio e nell’inazione di Italia, Malta e dell’Unione europea. Notizie CICLONE HARRY: FORSE 1.000 LE PERSONE DISPERSE IN MARE Refugees in Libya - Tunisia e Mediterranea: silenzio e inazione di Italia e Malta Redazione 2 Febbraio 2026 Numeri impressionanti, rapidamente scomparsi dalle prime pagine dei giornali che non hanno ricevuto la benché minima attenzione nel dibattito politico, sempre più strumentalmente concentrato su nuovi pacchetti “sicurezza”, mentre l’attenzione pubblica veniva dirottata altrove, tra narrazioni emergenziali, Olimpiadi e presunti comici al Festival di Sanremo. Naufragi “invisibili”, come vengono ormai definiti. Imbarcazioni che affondano senza che nessuna nave venga inviata in soccorso, senza indagini, senza una risposta politica all’altezza. Senza un minuto di silenzio, senza un giorno di lutto nazionale. Morti considerate minori, morti che si possono non vedere, non nominare, non commemorare. Morti che, semplicemente, non contano. Rapporti e dossier “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Le persone a bordo del gommone erano partite da al-Zawiya, uno dei principali snodi del sistema libico di detenzione. Un sistema che continua a funzionare perfettamente anche grazie agli accordi tra Italia e Libia, a partire dal Memorandum d’intesa del 2017, più volte rinnovato e che il governo Meloni ha intenzione di estendere al generale Haftar. Un accordo che, di fatto, esternalizza le frontiere europee, subappaltata il lavoro sporco alle milizie libiche e contribuisce a catturare in mare migliaia di persone e riportarle nei lager libici, dove violenze, torture, stupri e lavori forzati sono documentati in modo dettagliato da anni.  Notizie LIBIA ORIENTALE, FOSSE COMUNI E CENTRI DI DETENZIONE “CLANDESTINI” La denuncia di Mediterranea mentre Italia e UE rafforzano la “cooperazione” con il governo di Haftar Redazione 22 Gennaio 2026 È da questi luoghi che le persone continuano a fuggire, dopo aver subito violenza, pagato somme ingenti o riscatti, perché non vi è altra scelta che prendere la via del mare alla ricerca disperata di una vita migliore.  Refugees in Libya e Mediterranea parlano chiaramente di responsabilità politiche, le tragedie non sono frutto del caso. Nel comunicato diffuso ieri da MSH si legge: «Non è una tragedia inevitabile. È il risultato diretto delle politiche europee di chiusura delle frontiere, degli accordi con la Libia, della criminalizzazione dei soccorsi in mare. Qui non mancano solo i nomi: manca la volontà politica di non lasciar morire le persone nel Mediterraneo. Quando vie legali e sicure vengono sistematicamente negate e la priorità resta il contenimento, rischiare la vita in mare diventa l’unica opzione possibile.  Queste morti sono il prodotto di decisioni precise, di confini armati, di politiche che ogni giorno decidono chi può vivere e chi può morire». Tuttavia, la guerra alle persone migranti alza ulteriormente il tiro. Il paradosso più cinico è che, mentre il Mediterraneo continua a essere una fossa comune, il dibattito politico italiano si alimenta di propaganda, rilanciando nuove misure sulla “sicurezza”. Il governo si prepara, infatti, a discutere l’ennesimo decreto o disegno di legge sull’immigrazione, che dovrebbe recepire il Patto europeo su migrazione e asilo e rilanciare dispositivi già ripetuti dalla destra, non solo italiana, in anni di campagna elettorale. Tra questi, secondo le dichiarazioni della presidente del Consiglio Meloni e del ministro dell’Interno Piantedosi, potrebbe tornare oggi all’esame del Consiglio dei ministri anche il cosiddetto “blocco navale”, evocato come dispositivo attivabile in caso di presunti rischi legati al terrorismo. Un ulteriore tentativo di allargare il binomio sicurezza-immigrazione all’uso manipolatorio di un’altra parola chiave della destra, in perfetta continuità con la torsione autoritaria che stanno imprimendo all’intera società. Un “blocco navale” che punta, in realtà, a ostacolare l’azione della flotta civile impegnata nelle attività di ricerca e soccorso, nonché la possibilità di testimoniare i naufragi. Se poi questi aumenteranno, la risposta è già pronta: «La colpa non è delle politiche governative, che puntano a bloccare le partenze e quindi le morti in mare, ma degli scafisti o, tutt’al più, di coloro che scelgono di partire nonostante i pericoli».
«Resistere ad un altro anno di massacro nel Mediterraneo»
«Restituire un nome non è stato solo un atto burocratico, ma un gesto umano e politico necessario a riconoscere chi è stato cancellato. Nominare significa anche ancorare i corpi alle loro storie, farne memoria, affermare presenze contro le assenze prodotte dall’ordine di frontiera» 1.  PH: Mem.Med Nominare, come atto politico, è uno degli obiettivi di Memoria Mediterranea (MEM.MED), un’associazione che fornisce supporto alle famiglie delle persone migranti disperse o defunte nel tentativo di attraversare le frontiere, accompagnandole nelle procedure di riconoscimento dei corpi, di sepoltura in Sicilia o di rimpatrio nel Paese d’origine, e contribuendo alla costruzione di una contro-narrazione del fenomeno migratorio.  Nel rapporto sull’attività del 2025 leggiamo date e sigle di nomi (lasciati anonimi per rispetto della privacy, tranne se esplicitamente richiesto dalle famiglie) di persone decedute o scomparse nel tentativo di attraversare i confini: ognuna di loro porta con sé una storia, una vita, non solo interrotta ma anche invisibilizzata dalle politiche migratorie europee, le quali mettono in atto «una violenza che oltrepassa il confine e prosegue fino alla sepoltura» 2. Per portarla alla luce, l’associazione ha documentato le difficoltà che ostacolano il ritrovamento e il riconoscimento delle persone decedute alle frontiere, la rimozione delle responsabilità istituzionali, l’abbandono nell’oblio delle famiglie in cerca dei propri cari 3.  Rapporti e dossier “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Uno dei modi in cui la memoria di queste persone viene ulteriormente intaccata, infatti, è la gestione delle sepolture, che potrebbe essere un momento di elaborazione della perdita e invece diventa un altro veicolo di sofferenza. Molto spesso le procedure sono estremamente lunghe e costringono i familiari ad attendere giorni e giorni mentre le salme dei loro cari sono abbandonate all’aperto in condizioni critiche 4, o seppellite in loculi a causa della mancanza di spazio.  Inoltre, se e quando i corpi ottengono una sepoltura, non viene rispettato in alcun modo il credo religioso, soprattutto nel caso delle persone musulmane, dal momento che in Sicilia mancano degli spazi dedicati, ad eccezione del cimitero di Messina, ormai saturo 5. Anche nel caso di richiesta di rimpatrio della salma nel Paese di origine, comunque, le procedure sono lunghe e complicate e prolungano il dolore delle famiglie. Come sostengono autrici e autori del rapporto, «è attraverso questa cancellazione sistematica che si tenta di neutralizzare il conflitto, sottrarre queste morti alla sfera politica e rendere accettabile l’inaccettabile» 6.  Porto Empedocle, sbarco delle salme e dei sopravvissuti della strage del 13 agosto 2025. PH: Silvia Di Meo Madri in protesta davanti al Consolato di Tunisia a Palermo, giugno 2025. PH: Sara Biasci In questo modo, alla violenza materiale, di per sé sempre più diffusa nel regime di controllo delle frontiere, si aggiunge una violenza simbolica che investe le persone migranti perfino dopo la morte. Come si legge alla voce disparu (scomparso) nel Contro-dizionario del confine, un glossario frutto del lavoro di ricercatori e ricercatrici dell’università di Genova e di Parma per comprendere il mondo delle migrazioni “dal basso”, il termine «non rimanda semplicemente all’assenza di una persona – morta o scomparsa senza lasciare tracce – rinvia piuttosto a una condizione liminale di scomparsa che sfida le categorie di vita e morte, producendo una sofferenza che è al tempo stesso individuale, familiare e sociale. […] Per le famiglie la battaglia per ritrovare i propri cari diventa anche una lotta contro l’ingiustizia di un mondo dove persino nella morte si applicano forme di discriminazione economica e razziale» 7. Tutto ciò, comunque, non ferma la resistenza e il coraggio di chi cerca di opporsi a questo regime istituzionalizzato di violenza. Diverse mobilitazioni si sono succedute lungo tutto l’anno, anche grazie al supporto delle attiviste e degli attivisti di MEM.MED. Carta del Mediterraneo dei pescatori delle isole Kerkennah, Sfax. PH: Silvia Di Meo CommemorAction delle famiglie a Palermo, giugno 2025. PH: Valentina Delli Gatti Ad esempio, il 6 febbraio 2025, in Tunisia, si è tenuta una “CommemorAction” per chiedere verità e giustizia sulle morti in mare dei familiari e per ricordarne la scomparsa. La CommemorAction «non è solo un momento di ricordo, ma un atto politico che rifiuta l’oblio imposto dai regimi di frontiera e rivendica giustizia per le vite spezzate. È un grido collettivo che denuncia la violenza sistemica delle politiche migratorie e l’impunità di chi le attua, riaffermando il diritto alla libertà di movimento. 8» La data non è casuale: il 6 febbraio del 2014, la Guardia civile spagnola utilizzò del materiale antisommossa contro più di 200 persone che stavano tentando di raggiungere Ceuta a nuoto: la strage del Tarajal. Solo 15 corpi sono stati recuperati, e decine di persone non sono state ritrovate. Si è deciso allora di mantenere questa data, «simbolo del razzismo e del classismo che strutturano questa violenza. Simbolo della sofferenza delle persone che restano, in attesa di notizie, di un corpo, di verità e giustizia. Ed è proprio da loro, da chi aspetta i e le loro carə partitə che è nata la necessità di denunciare e ricordare. Dall’incontro delle famiglie con attivistə che si battono per un mondo senza frontiere, è nata la CommemorAction» 9.  Un’altra CommemorAction si è svolta il 14 giugno, stavolta dall’altra sponda del Mediterraneo, a Palermo, in memoria del naufragio di un’imbarcazione con 750 persone a bordo avvenuto nei pressi di Pylos nel 2023, in cui è stato dimostrato il ruolo della guardia costiera greca 10. MEM.MED si è poi recata a Bologna in occasione del secondo anniversario della strage di Cutro, avvenuta il 26 febbraio 2023, per sostenere le famiglie che sono ancora in attesa di ottenere un visto per visitare le tombe dei propri figli.  Sepoltura presso il Cimitero musulmano di Borgo Panigale a Bologna. PH: Valentina Delli Gatti Cimitero di Canicattì. Sepoltura della figlia e del marito di Uba, sopravvissuta al naufragio del 13 agosto 2025. PH: Silvia Di Meo Nel corso dell’anno si sono svolte anche diverse attività accademiche, come il workshop “Migrazioni e violenze di frontiera. Pratiche del ricordo e dell’oblio attraverso il Mediterraneo” presso la Facoltà di Studi Internazionali, Giuridici, Storico-Politici dell’Università di Milano e il convegno “Morti e sparizioni di frontiera: tra memoria e oblio” presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo.  L’importanza di ricordare queste iniziative, che vedono la collaborazione di attivisti, ricercatori e famiglie delle persone scomparse, risiede anche nel fatto che occorre costruire una narrazione e una pratica politica che contrasti non solo i discorsi di odio e razzismo che dipingono le persone migranti come “clandestini” o “illegali”, ma anche quelli che li descrivono come pure vittime di un sistema impersonale, ridotti a soggetti inermi e semplicemente agiti dalla violenza.  In quest’ottica, la prossima CommemorAction si terrà ancora una volta il 6 febbraio e per la prima volta si unirà la lotta delle famiglie delle persone scomparse sulle rotte migratorie a quella delle famiglie delle vittime delle violenze del sistema penitenziario e dei CPR. Come si legge nel comunicato, “questa convergenza è essenziale e urgente, perché amplifica la nostra voce collettiva e rafforza la nostra determinazione a esigere giustizia per tutte le morti, violenze e sparizioni a carico degli Stati” 11. Il 2025 si è concluso con un naufragio, in cui sono morte 116 persone 12, e anche il 2026 non sembra cominciare in maniera diversa 13: almeno 380 persone partite dalla Tunisia risultano disperse in mare dal 24 gennaio. L’aumento delle partenze sembra dovuto anche alla pressione crescente esercitata dalle forze di polizia tunisine contro gli accampamenti informali intorno a Sfax, parallelamente a un allentamento dei controlli sulle spiagge. In una situazione in cui i governi dei Paesi coinvolti tacciono e cercano di nascondere la realtà dei fatti, il contributo di associazioni come MEM.MED rimane quindi fondamentale proprio per «trasformare ciò che viene reso invisibile in memoria, e la memoria in accusa politica» 14. Lenzuolo delle madri tunisine in dono alle madri centroamericane, maggio 2025. PH: Valentina Delli Gatti CPR Trapani Milo, manifestazione delle madri e sorelle, giugno 2025. PH: Silvia Di Meo Cimitero di Canicattì, Agrigento. Sepoltura di persona non identificata morta al confine. PH: Silvia Di Meo Fatoumata Balde, sorella di Omar Balde, davanti al CPR di Trapani Milo. PH: Valentina Delli Gatti 1. 2025: Resistere ad un altro anno di massacro nel Mediterraneo. Una mappatura delle morti e sparizioni di frontiera  – Memoria Mediterranea ↩︎ 2. Ibidem. ↩︎ 3. Corpi, diritti e memorie in lotta. Report di monitoraggio e denuncia di MEM.MED Memoria Mediterranea e CLEDU di Palermo (2024 – 2025) ↩︎ 4. Così è stato nel caso del naufragio di Lampedusa avvenuto il 13 agosto cfr. AA Report strage di lampedusa 13.08.2025 ↩︎ 5. In teoria dovrebbe aggiungersene un altro nell’agrigentino, a Palma di Montechiaro, ma oltre la firma degli atti ufficiali e l’avvio dei preparativi non ci sono notizie sull’avvenuta inaugurazione formale e sull’effettivo funzionamento; Migranti vittime del mare, a Palma apre il primo cimitero islamico della provincia, Agrigento Notizie (agosto 2024) ↩︎ 6. 2025: Resistere ad un altro anno di massacro nel Mediterraneo. Una mappatura delle morti e sparizioni di frontiera  – Memoria Mediterranea ↩︎ 7. Equipaggio della Tanimar, Contro dizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo centrale, Tamu-Tangerin, Napoli, 2025, p. 91. ↩︎ 8. CommemorAction 2025: Voci di lotta e memoria oltre il confine ↩︎ 9. Cfr. CommemorAction 2025: Voci di lotta e memoria oltre il confine ↩︎ 10. Cfr. Strage di Pylos: indagati 17 membri della Guardia Costiera greca, Melting Pot (giugno 2025) ↩︎ 11. Call for Commemoractions february 6th, 2026 ↩︎ 12. Naufragio di Natale, «le autorità non si sono attivate», Il Manifesto (26 dicembre 2025) ↩︎ 13. Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry, Mediterranea Saving Humans (2 febbraio 2026) ↩︎ 14. 2025: Resistere ad un altro anno di massacro nel Mediterraneo. Una mappatura delle morti e sparizioni di frontiera  – Memoria Mediterranea ↩︎
CommemorAzione alle frontiere: contro il regime di morte che uccide e fa sparire
«Il 6 febbraio è una giornata di lotta contro i poteri di morte delle frontiere e per esigere verità, giustizia e riparazione per le vittime della migrazione e le loro famiglie, per le vittime del razzismo di stato» Oujda (Marocco) – Il 7 febbraio, in occasione della Giornata mondiale 1 in solidarietà alle vittime delle frontiere e ai dispersɜ nelle rotte migratorie, si è svolta a Oujda (nel Marocco settentrionale), grazie all’organizzazione dell’Association Marocaine d’aide aux Migrants en Situation Vulnérable (AMSV) 2, un’intera giornata di mobilitazione incentrata sulla memoria e la denuncia delle politiche securitarie. Le rivendicazioni di Oujda vanno ad aggiungersi ad una mobilitazione transnazionale di più ampio respiro. La “Commémor’Action” infatti, nata in seguito alla strage di Tarajal 3 ha connesso tra loro più di 60 città presenti da una costa all’altra del Mediterraneo. Si sono così radunate in presidio, nelle prime ore della mattina davanti alla sede del comune di Oujda, le famiglie delle persone scomparse o detenute, attiviste e reti/collettivi nazionali e internazionali solidali. In centro alla piazza uno striscione srotolato mostra i volti dei propri parenti, mariti, figli, fratelli e sorelle scomparse in Tunisia, Libia, Algeria, nel Mediterraneo e nell’Atlantico. Un primo momento per poter condividere, in una lunga giornata di lotta, il ricordo dei propri cari. Poco tempo dopo i pullman iniziano a muoversi e una carovana di solidarietà parte in vista della spiaggia di Saïdia. La città a 60 Km da Oujda, situata alla frontiera terrestre con l’Algeria e in quella marittima sul Mediterraneo, diviene in tal senso luogo di commemorAzione materiale e simbolica di tutte le famiglie presenti. Arrivate alla città di frontiera si alzano sin da subito gli striscioni e, in corteo, denunciando con forza le politiche migratorie europee, si è raggiunta la spiaggia affacciata sul Mediterraneo. Le scritte sugli striscioni recitavano: “Ogni vita vale più delle loro leggi, dei loro muri e delle loro armi“; “Lotta continua per la verità, la libertà, la dignità e la giustizia”; “Fermate la guerra contro i migranti. Stop al razzismo e ai discorsi e all’incitamento all’odio”. Un’azione di ricordo e commemorazione ha avuto luogo sulla spiaggia. I petali dei fiori sparsi sulla battigia sono andati mescolandosi con le voci ed i silenzi dando forma a quello che è stato un momento di richiesta di giustizia, verità e dignità e di denuncia dell’intero apparato frontaliero. “Azioni collettive di memoria e denuncia sono organizzate ogni anno in tutto il mondo. Mentre le politiche razziste di selezione, controllo e repressione delle popolazioni continuano a produrre morti, sparizioni forzate, traumi, rifiutiamo di dimenticare le persone vittime di questi crimini lungo le rotte migratorie come nei nostri quartieri. [….] Rifiutiamo di considerare che alcune vite valgano meno di altre. Chiamiamo a rafforzare le azioni di solidarietà e le resistenze collettive, dal locale all’internazionale, dal mare alla città passando per il deserto e le montagne. Chiamiamo ad ampliare le mobilitazioni contro le violenze della polizia, della giustizia e del sistema penitenziario, contro la criminalizzazione delle persone esiliate, razzializzate e precarizzate”. Il ricco programma della giornata gestita dell’AMSV si conclude dunque alla frontiera. Con un ricordo ed una presenza che va a contrapporsi alla militarizzazione delle frontiere, per una totale libertà di circolazione. Un momento di condivisione, di rabbia, di dolore, di sofferenza e di lotta volto ad una condanna organica nei confronti della violenza perpetrata dalle politiche di securitizzazione delle frontiere. Nella giornata di sabato 7 i famigliari delle persone scomparse, detenute o bloccate lungo la rotta migratoria hanno fatto riecheggiare la propria voce da Oujda. 1. Leggi l’appello ↩︎ 2. Leggi l’appello ↩︎ 3. Il 6 febbraio del 2014 14 persone migranti morirono annegate nel tentativo di entrare a nuoto in Europa dal Marocco attraverso la spiaggia di Tarajal, nell’enclave coloniale spagnola di Ceuta ↩︎
Sinergie infrastrutturali per l’identificazione dei corpi in Italia
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Osnabrück University Master’s Thesis in the Master Programme Internationale Migration und Interkulturelle Beziehungen (IMIB) Tesi di Clara Aruanno (2025) INFRASTRUCTURAL SYNERGIES FOR BODY IDENTIFICATION IN ITALY: CONTESTING THE NECROPOLITICAL CONDITION OF THE CENTRAL MEDITERRANEAN BY RE-DIGNIFYING MIGRANT DEATHS Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE Il Mediterraneo centrale è stato trasformato da tempo in un laboratorio di morte e abbandono, diventando l’incarnazione di un paradosso. Se da un lato, infatti, la tragica perdita di vite umane che avviene nelle sue acque è regolarmente oggetto di titoli sui giornali di tutto il mondo, rendendo così sempre più visibili le morti delle persone migranti, dall’altro lato i dispositivi normativi e operativi spesso fanno sì che queste morti vengano sistematicamente trascurate e normalizzate. Rapporti e dossier/Papers “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Questa apparente contraddizione è alla base della presente tesi, che esamina come i corpi delle persone migranti che muoiono alle frontiere marittime meridionali dell’Europa, e più specificamente mentre cercano di raggiungere l’Italia, vengono gestiti, non identificati e infine commemorati o dimenticati e lasciati senza nome. Assumendo la dignità umana come principio guida, la presente tesi si propone di indagare le ramificazioni della non identificazione, cercando così di far luce sul perché l’identificazione sia una responsabilità primaria, attualmente soggetta a diverse carenze e inadempienze, ed esplora il ruolo delle sinergie infrastrutturali multi-attore nel tentativo di porre rimedio a tali mancanze. Mantenendo in primo piano il concetto di dignità dei defunti e dei loro parenti sopravvissuti, questa tesi intende contribuire ad ampliare i dibattiti nell’ambito degli studi critici sulle frontiere (Critical Border Studies), degli studi femministi sulla migrazione (Feminist Migration Studies) e della bio-necropolitica (Bio-Necropolitics), che hanno spesso e a lungo evidenziato la violenza perpetrata alle frontiere ma, allo stesso tempo, hanno prestato relativamente meno attenzione al lavoro tangibile e simbolico dell’identificazione dei morti. Inoltre, questa tesi mira anche a contribuire al campo della medicina forense umanitaria (Humanitarian Forensics), cercando di mostrare come le pratiche e metodologie forensi e l’etica umanitaria possano unirsi per contrastare un contesto fatto di vuoti amministrativi e di negligenza e inazione politica. Empiricamente, essa arricchisce la letteratura sintetizzando le diverse prospettive legali, psicologiche, forensi e commemorative, offrendo così un quadro sfumato e multistrato che va oltre le pure considerazioni tecniche per dimostrare come l’identificazione possa attivamente restituire dignità sia ai morti che ai vivi. Nel tentativo di realizzare questi obiettivi, la tesi è strutturata come segue. Il capitolo 1 offre una contestualizzazione delle morti di confine nel Mediterraneo centrale. Lo fa fornendo una panoramica di diversi aspetti che vanno dall’importanza dei rituali funebri nel facilitare i processi di elaborazione del lutto, al fenomeno della perdita ambigua, che si materializza quando non c’è un corpo da ritualizzare e piangere, fino a una presentazione quantitativa della perdita di vite umane riconducibile al regime necropolitico che governa oggi il Mediterraneo centrale, per arrivare, infine, all’introduzione dell’idea che la medicina legale debba essere reinventata alla luce dell’assenza di un corpo, spostando il paradigma identificativo da un approccio tradizionalmente corpo-centrico a uno umano-centrico. Il quadro teorico a sostegno delle formulazioni della tesi in esame, così come il suo disegno di ricerca, costituiscono il contenuto dei capitoli 2 e 3. Segue una serie di capitoli analitici su considerazioni legali, psicologiche e forensi, nonché sulle pratiche di memorializzazione e sull’introduzione di sinergie infrastrutturali, che vengono così definite e spiegate. Il capitolo 9, seguito dalla conclusione di questo studio, discute i risultati evidenziati nelle precedenti dimensioni legali, psicologiche, forensi e memoriali.
La XIII Marcha Por La Dignidad – Tarajal, No Olvidamos
«Tarajal, nunca más. El racismo mata, la memoria resiste». Questo è il tema che porterà nell’enclave spagnola di Ceuta in territorio marocchino, più di 230 collettivi che, come ogni anno, manifestano per ricordare una delle stragi più crudeli mai avvenute. La strage de El Tarajal del 6 febbraio 2014, quando 14 vite sono state strappate a Ceuta sulle rive di quella spiaggia. All’alba di quel giorno, un gruppo numeroso di persone, in gran parte provenienti dall’Africa subsahariana, cercò di entrare in territorio spagnolo e tentando la traversata a nuoto lungo la costa. Mentre erano ancora in mare, la Guardia Civil spagnola intervenne per impedire l’ingresso, utilizzando proiettili di gomma e gas lacrimogeni in direzione dell’acqua. In una situazione già estremamente pericolosa, molte persone andarono in difficoltà e almeno 14 persone morirono annegate. Dopo i fatti, diversi sopravvissuti furono immediatamente respinti verso il Marocco, senza poter presentare domanda di asilo. Le autorità spagnole fornirono inizialmente versioni contraddittorie sull’uso della forza, per poi ammettere l’impiego di mezzi antisommossa. Le indagini giudiziarie avviate in Spagna si conclusero negli anni successivi senza condanne per gli agenti coinvolti, una decisione che provocò forti polemiche e le proteste di ONG e organizzazioni per i diritti umani. «Tarajal è dolore. È violenza istituzionale. È silenzio dello Stato», scrivono le organizzatrici a 12 anni da quella strage, «ma è anche memoria e denuncia collettiva. Per questo, ogni anno, centinaia di persone continuano a chiedere giustizia, verità, riparazione e garanzie affinché non si ripeta». La giornata inizierà alle 11:45 con una tavola rotonda nell’auditorium dell’Istituto Abyla. Brice O., sopravvissuto alla strage di El Tarajal, vi parteciperà, insieme a Hanaa Hakiki, con la relazione “Sopravvivere a El Tarajal e chiedere giustizia all’ONU”, e la giornalista Lucía Asué Mbomio, che affronterà il tema “Nuove narrazioni per fare memoria”. L’incontro potrà essere seguito in diretta su YouTube. Nel pomeriggio, dalle ore 15:15, la marcia inizierà dalla Plaza de los Reyes, con tre tappe simboliche durante il percorso verso la spiaggia di Tarajal. Dalla Marcia per la Dignità denunciano con forza come questa edizione torni a opporsi ai discorsi d’odio e a politiche migratorie apertamente razziste, che negli ultimi anni si sono fatte sempre più pervasive e violente. In questo contesto, accusano il Patto europeo su migrazione e asilo e le politiche di esternalizzazione delle frontiere di essere strumenti di morte, responsabili di mettere consapevolmente in pericolo la vita di migranti e rifugiati che cercano di raggiungere l’Europa, trasformando le frontiere in spazi di esclusione e sofferenza.