Tag - Naufragi e sparizioni

«Libertà di movimento»
Ogni anno migliaia di persone muoiono nel Mediterraneo, nell’oceano Atlantico, nel deserto, nel tentativo di emigrare verso l’Europa. E chi non muore troppo spesso incontra sofferenze e violenze. Tutto ciò è evitabile. Come? Riconoscendo il fallimento generale della politica migratoria europea. Ammettendo il tracollo etico e culturale delle nostre società. E introducendo una discontinuità radicale, che richiede di affrontare il tema della libertà di movimento e circolazione delle persone. Il testo si presenta come un’assemblea, con cinque interviste che dialogano tra loro, i cui protagonisti sono Nawal Soufi, Soumaila Diawara, Nancy Porsia, Yasmine Accardo e Gianluca Vitale. La prefazione di Jason W. Moore, noto storico dell’ambiente di fama internazionale, completa un volume di urgente importanza. * La scheda del libro
Criminalizzazione, rotte migratorie e accordi di cooperazione alla frontiera euro-africana occidentale
Nel 2025 il Mediterraneo e le rotte atlantiche verso la Spagna si confermano tra i confini più letali d’Europa. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione Caminando Fronteras, tra gennaio e metà dicembre, almeno 3.090 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo via mare. Numeri drammatici, contenuti nel rapporto “Derecho a la Vida 2025” 1, pubblicato il 29 dicembre: tra le vittime si contano 192 donne e 437 bambini. Un bilancio che riaccende l’attenzione sulle politiche migratorie, sulle operazioni di soccorso e sul diritto alla vita lungo una delle rotte più pericolose al mondo. Caminando Fronteras registra un record di oltre 10.000 morti in mare durante il viaggio verso la Spagna nel 2024. In un quadro globale sempre più caratterizzato da deportazioni verso Paesi terzi, incarcerazioni e detenzioni il continuo tentativo di controllo e restringimento alla mobilità delle persone si fa pietra angolare delle pratiche di violenza razziale e coloniale dell’impianto securitario europeo. Le modalità di controllo dei corpi gettano le basi di una struttura oppressiva in grado di poter decidere delle sorti e del futuro delle persone. La visione intrinsecamente islamofobica e razzializzante, che connota gli organi europei, favorisce una totale e deliberata violenza istituzionale in grado di cancellare qualsiasi diritto alla vita, alla cittadinanza e alla mobilità. Tale visione, costruita discorsivamente e materialmente nei confronti delle persone in movimento, produce una divisione binaria tra un corpo sociale interno “noi” ed una minaccia esterna “loro”. Questa narrazione, che favorisce l’esclusione, alimenta un sistema nazionale e transnazionale basato sulla sicurezza, il controllo e la criminalizzazione. In questo contesto i dati pubblicati all’interno del report annuale 2 del collettivo Caminando Fronteras ci vengono in aiuto per svelare nella sua interezza l’architettura di frontiera. Tra il 1° gennaio e il 15 dicembre 2025 le morti causate dall’impianto frontaliero lungo il confine euro-africano occidentale 3 sono state 3090. Di queste 192 sono state donne e 437 bambinɜ e adolescenti. Le imbarcazioni scomparse con innumerevoli persone a bordo arrivano invece a quota 70. Caminando Fronteras è un collettivo nato nel 2002, frutto dell’incontro e della sinergia di vari difensori dei Diritti Umani su diversi territori del confine euro-africano occidentale. Lotta per la tutela dei diritti delle persone migranti e delle loro comunità e per un diritto alla vita, all’informazione, alla giustizia e alla memoria. Le stragi sulla frontiera spagnola sono strettamente collegate all’attivazione tardiva o inesistente delle operazioni di ricerca e soccorso, alla mancanza di coordinamento tra gli Stati coinvolti nell’area e all’omissione del dovere di salvataggio. Il rapporto, nonostante registri una diminuzione nel numero dei tentativi di attraversamento verso la Spagna, dimostra un aumento delle tragedie in mare. Al 15 dicembre 2025 si possono infatti rilevare 303 imbarcazioni andate incontro a una tragedia in mare aperto. I risultati della ricerca di Caminando Fronteras riconducono la causa principale delle morti e delle scomparse all’influenza delle politiche di controllo migratorio sull’impiego delle operazioni SAR 4. Questo fenomeno, ampiamente documentato anche dai report precedenti, risulta essere comune a tutte le rotte migratorie che conducono allo Stato spagnolo. ACCORDI DI ESTERNALIZZAZIONE E CRIMINALIZZAZIONE I numeri riportati dal collettivo spagnolo sono il riflesso di una politica europea che, mediante accordi formali e informali con Paesi terzi o Stati membri, attua pratiche di esternalizzazione e criminalizzazione delle persone in movimento. Il rapporto del 2025 presenta un’interessante mappatura di tutto un ventaglio di accordi di cooperazione transnazionale in materia di controllo e gestione delle frontiere. L’aumento dei finanziamenti a Paesi terzi mira ad estendere la frontiera il più lontano possibile dal territorio europeo. Ciò rivela e cela un tentativo di contenimento e limitazione di ogni singolo spostamento da e verso i diversi territori nazionali. La Mauritania, il Senegal, il Gambia, il Marocco e l’Algeria si ritrovano pertanto interconnessi a dinamiche di cooperazione e criminalizzazione che, seppure con sfumature diverse, condividono la stessa matrice di controllo dei corpi e della mobilità. Che sia un accordo siglato con l’UE, Frontex 5 o il governo spagnolo l’’apparato securitario svela in tutta la sua violenza la struttura dell’impianto politico. UNA COSTELLAZIONE DI SPOSTAMENTI Il report fornisce una panoramica approfondita sulle diverse rotte e pericoli della persona in movimento. I nuovi meccanismi di controllo migratorio, implementati delle politiche mauritane, ad esempio, hanno comportato una significativa diminuzione negli spostamenti lungo la rotta atlantica 6. Sebbene si sia mostrato quest’andamento ciò “non ha determinato uno spostamento dei migranti verso la rotta del Mediterraneo occidentale” 7 Questo perché si tratta di “due circuiti migratori completamente differenti, con profili, traiettorie e dinamiche non intercambiabili e che non possono essere interpretati come una sostituzione l’uno dell’altro” 8. La rotta che parte dalle coste della Mauritania ha comunque continuato a registrare il numero più alto di vittime nel 2025. L’osservatorio di Caminando Fronteras ha documentato un totale di 1319 morti in 27 tragedie, con 17 imbarcazioni scomparse. Sul lato Mediterraneo la rotta algerina, in continuità con gli anni passati, continua ad essere la più pericolosa in termini di mortalità. Nel solo anno del 2025 si contano un totale di 1037 vittime con una percentuale del 70% per quanto riguarda gli incidenti marittimi. Delle 70 imbarcazioni scomparse sul confine euro-africano occidentale 47 sono partite proprio dalle coste dell’Algeria. L’aumento delle attività migratorie fa di quest’ultima la principale rotta di transito verso lo Stato spagnolo. Lo studio di Caminando Fronteras è in grado di fornirci un’analisi dettagliata su una moltitudine di rotte migratorie connotate da diversità nelle scelte e storie di vita. Adottare un approccio di complessità si mostra sempre più necessario per evitare di osservare, mediante uno sguardo semplicistico e/o superficiale, le diverse e più svariate modalità di spostamento. Le rotte lungo il confine euro-africano occidentale sono difatti attraversate da una eterogeneità di individui che si muovono su traiettorie che chiamano in causa più di 30 Paesi differenti. «Ha 16 anni, è mio fratello. Quel giorno avrei dovuto attraversare con lui ma non ho potuto perché c’è stata una retata nel cantiere dove lavoravo come muratore e mi hanno deportato nel deserto. Ci è voluto un po’ prima che riuscissi a tornare e, quando sono rientrato ad Algeri, i miei amici mi dissero che si era imbarcato, ma da allora non avevano più avuto sue notizie. Ho provato a chiamare i telefoni dei suoi amici ma erano spenti e da allora lo sto cercando. Mi hanno detto che la barca è scomparsa, non ha mai raggiunto la Spagna. All’inizio avevo speranza. Dicevano che poteva essere in prigione. Qui, puoi marcire in prigione solo per il fatto di essere un migrante se vieni catturato in mare. Ma ormai ho perso la speranza di trovarlo in Algeria. Non so come dirlo a mia madre, non so come dirle che il suo figlio più piccolo è scomparso» M.B., Mali, fratello di una persona scomparsa 9 SPARIZIONI L’invisibilizzazione delle vittime in mare e l’occultamento delle informazioni da parte delle autorità statali si intersecano ai perenni ostacoli incontrati dalle famiglie delle persone scomparse. Tali ostacoli sono esplicitati nella difficoltà di denuncia dei casi di sparizione, nelle barriere di accesso alle informazioni e nei ritardi di avvio delle operazioni di ricerca. Queste pratiche sistemiche fanno dell’apparato securitario transfrontaliero una struttura tentacolare in grado di controllare ed influenzare le vite delle persone migranti e delle loro famiglie tra passato, presente e futuro. «La mancanza di indagini indipendenti, di trasparenza da parte delle autorità e di responsabilità politica e giuridica consente che le violazioni dei diritti si ripetano senza conseguenze.» 10 Il lutto, sospeso tra temporalità diverse, mantiene le famiglie in una condizione di tensione costante, in un limbo di incertezza causato dall’impossibilità di conoscere il destino dei propri cari. Molo di Ceuta (Caminando Fronteras) «È già da parecchio tempo che stiamo cercando mio cugino, è figlio unico e i suoi genitori non riescono a gestire le procedure amministrative e di ricerca. Abbiamo scoperto da un articolo pubblicato su El Faro de Ceuta che è sepolto nel cimitero musulmano di Ceuta. Quando ho chiamato e fornito i suoi dati, mi hanno detto che potrebbero corrispondere a un corpo sepolto lì e ci hanno dato il numero della tomba, ma ho chiamato la polizia e ho scritto loro ma non mi hanno risposto. Nessuno ti fornisce informazioni chiare sulle procedure. Abbiamo una semplice richiesta: vogliamo sapere dove si trova il corpo di mio cugino e completare tutte le pratiche affinché i suoi resti possano essere riesumati e sepolti nella sua città natale, dove i suoi genitori possano visitare la sua tomba. Wellah kalbena mehrouk 3li (i nostri cuori sono ricolmi di dolore) e non sappiamo cosa fare, è un vero labirinto. Che Allah sia con noi”» A.H., Algeria, cugino di una vittima 11 CONCLUSIONI il report di Caminando Fronteras rappresenta ad oggi un importante strumento in grado di mostrare nelle sue varie sfumature accordi di esternalizzazione, meccanismi di criminalizzazione e pratiche di polizia. Ci fornisce pertanto una visione di insieme sulle pratiche, amministrative e materiali, di eliminazione ed obliterazione con cui le persone in movimento devono confrontarsi. La criminalizzazione della mobilità, la detenzione arbitraria, la violenza istituzionale, la persecuzione delle organizzazioni della società civile, unitesi allo spettro delle deportazioni, si rivelano essere le fondamenta su cui si erge l’intero impianto securitario europeo e di frontiera. Il rapporto va così ad unirsi a strumenti come la guida pratica 12 per orientare le famiglie delle persone scomparse nelle lunghe e burocraticamente tortuose attività di ricerca. La ricostruzione degli eventi legati alle vittime di frontiera e/o scomparse e il sostegno alle famiglie di queste ultime vanno a dar forma ad una serie di azioni volte alla ricerca di giustizia e dignità per le persone inghiottite dalla macchina securitaria. Rendere manifesta la memoria, le testimonianze, le esperienze, così come i numeri delle persone scomparse o decedute, è necessario non solo in quanto condanna di un sistema che criminalizza, detiene e respinge, ma anche per mostrare le diverse esperienze di vita, pratiche di stare al mondo ed esistenza di una collettività tutt’altro che uniforme, troppo spesso narrata in termini desoggetivizzanti e depoliticizzanti. Sperando di poter osservare, finalmente, nella sua interezza e complessità, una vasta gamma di soggettività in grado di auto-organizzarsi e riadattarsi a sistemi sempre più aggiornati di controllo e securitizzazione dello spazio e dei corpi. 1. Il rapporto è disponibile in inglese spagnolo ↩︎ 2. Rapporto “Monitoreo Derecho a la Vida 2025”, Caminando Fronteras (dicembre 2025) ↩︎ 3. La zona chiamata in causa fa riferimento alla regione di confine, comprendente le aree terrestri e marittime situate tra lo Stato spagnolo e la costa africana, che va dalla Guinea all’Algeria ↩︎ 4. SAR è l’acronimo di “search and rescue”. L’area SAR è un’area di mare assegnata ad uno Stato specifico, il quale diventa responsabile del coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio di quella zona. Il fenomeno è definito dalla Convenzione internazionale del 1979 in materia di ricerca e soccorso marittimo. Monitoring the right to life 2024, Caminando Fronteras (2024) ↩︎ 5. Frontex è l’Agenzia europea per la gestione dei confini esterni e coordina le operazioni di controllo e sorveglianza dei confini esterni, marittimi e terrestri. Attualmente è oggetto d’inchiesta da parte del Parlamento europeo oltre che di denunce presso la Corte di giustizia europea per le pratiche di respingimento illegale e violento in frontiera. Sorgoni, B. (2022), Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati, Carocci, Roma, p. 84 ↩︎ 6. La seguente rotta contrassegna tutti quegli spostamenti in uscita verso le isole Canarie. La particolare posizione delle isole Canarie, nell’Oceano Atlantico, le rende un punto cruciale per le rotte migratorie provenienti dall’Africa. Burorrepresión: quando la violenza è anche burocratica. Un rapporto sulla frontiera sud della Spagna, Melting Pot Europa (ottobre 2024) ↩︎ 7. Monitoring the right to life 2025, Caminando Fronteras (2025), p. 15 ↩︎ 8. Ibid. ↩︎ 9. Ivi, p. 28 ↩︎ 10. Ivi, p. 19 ↩︎ 11. Ivi, p. 33 ↩︎ 12. Prodotta e tradotta in diverse lingue da Caminando Fronteras. Consulta la brochure informativa sulle scomparse in frontiera ↩︎
Strage di Cutro: ONG e familiari chiedono verità e giustizia
Si sarebbe dovuto aprire domani, 14 gennaio, davanti al Tribunale di Crotone il processo penale sul naufragio avvenuto al largo di Steccato di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, una delle stragi più gravi della storia recente italiana. In quel naufragio persero la vita almeno 94 persone, mentre il numero dei dispersi non è mai stato accertato. Solo 80 persone riuscirono a sopravvivere. Nel procedimento sono imputati sei ufficiali tra Guardia Costiera e Guardia di Finanza, accusati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. A costituirsi parte civile sono Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS Mediterranee. Notizie/In mare NAUFRAGIO DI CUTRO: QUATTRO FINANZIERI E DUE MILITARI DELLA GUARDIA COSTIERA RINVIATI A GIUDIZIO Le Ong parte civile al processo: «Si avvicina la possibilità di ottenere verità e giustizia» Redazione 24 Luglio 2025 Le organizzazioni di ricerca e soccorso spiegano di aver scelto la via giudiziaria per «ottenere verità e giustizia per la catena di eventi, decisioni ed omissioni che hanno portato» al naufragio. Al centro della loro denuncia vi sono i ritardi e le scelte operative delle autorità italiane nella gestione dell’allarme. «Come la tempestività è fondamentale nei soccorsi, così i ritardi nell’attivare interventi di salvataggio non sono un semplice incidente ma una negligenza da sanzionare», hanno scritto le ONG, sottolineando che «in questo caso specifico, le autorità italiane hanno prima dato priorità all’operazione di polizia e poi ignorato il loro dovere di soccorso; come noto, quella gestione ha avuto conseguenze drammatiche». Secondo le organizzazioni SAR, quanto accaduto tre anni fa è l’emblema di quanto avviene sempre più spesso a causa dei ritardi nell’avvio delle operazioni di salvataggio in mare, che «hanno portato a tante evitabili stragi». Per questo motivo, il processo dovrebbe alzare lo sguardo verso l’alto: «Il giudizio non può fermarsi ai funzionari di grado inferiore e ogni decisione, anche quelle delle autorità superiori, deve essere presa in considerazione risalendo la catena di comando». Le ONG richiamano esplicitamente il quadro normativo internazionale: «Il diritto internazionale, la tutela della vita e il dovere di soccorrere chi è in difficoltà in mare devono essere la priorità e vanno rispettati sempre». E aggiungono: «È inaccettabile che le persone continuino ad annegare nel Mediterraneo e non si deve più consentire che i responsabili, a tutti i livelli, di questo come di altri naufragi restino impuniti». Il ricorso al condizionale è d’obbligo perché, nel frattempo, è sopraggiunto un rinvio: l’udienza è stata rimandata a data da destinarsi. Le ONG fanno comunque sapere che, quando il processo inizierà, saranno presenti rappresentanti di tutte le organizzazioni costituite parte civile, che nel corso del dibattimento saranno ascoltati insieme ai consulenti tecnici inseriti nelle liste testi. L’obiettivo dichiarato è anche quello di «supportare le famiglie delle vittime nella loro richiesta di giustizia». Proprio alle famiglie dà voce il comunicato diffuso da Carovane Migranti, che rende pubblica una lettera inviata da un gruppo di familiari delle vittime e dai sopravvissuti della barca “Summer Love”. Un testo che esprime dolore, rabbia e un profondo senso di abbandono. «È difficile vivere senza giustizia. È difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari, che sono arrivati morti sulle vostre coste», scrivono le famiglie. «Ci fa più male di tutto la sensazione che vi siate dimenticati di noi. Passa un anno, poi due e già si avvicina un’altra commemorazione». Nel mirino ci sono le promesse istituzionali rimaste senza seguito: «Alle promesse del vostro Primo Ministro non sono seguiti fatti concreti. I ricongiungimenti familiari in cui abbiamo creduto e che abbiamo sperato non si sono realizzati. Nessuna delle altre promesse che i politici ci hanno fatto in questi anni è stata mantenuta». La lettera propone anche nuove iniziative pubbliche: «Con le unghie e con i denti, con l’amore per la verità, faremo in modo di tornare a Roma nei luoghi delle promesse infrante». E pone una domanda diretta alle istituzioni: «Perché vi siete dimenticati di noi?». Carovane Migranti spiega che, nonostante il rinvio dell’udienza – «un mero rinvio ad altra composizione collegiale», con una nuova data ancora da fissare – si è scelto di rendere comunque pubblica la lettera. «Pensiamo valga la pena dare voce alle famiglie», scrivono, ritenendo il testo «una buona premessa per la costruzione delle iniziative per il prossimo 26 febbraio». L’appello è aperto a tutte e tutti e si può firmare scrivendo a carovanemigranti@gmail.com : «Sarebbe auspicabile raccogliere le adesioni di quanti credono che la strage non debba essere dimenticata, perché si risponda con verità e giustizia alle domande dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime». Un processo che, per ONG e familiari, non riguarda solo le responsabilità individuali, ma il modo in cui il governo Meloni ha scelto, e continua a scegliere, di non gestire il soccorso in mare, bensì di esternalizzare le frontiere e stringere accordi con le milizie libiche. Un processo che, come chiedono da tempo famiglie delle vittime e persone sopravvissute, dovrà fare i conti non solo con i fatti, ma anche con le promesse mancate.
“Corpi, diritti e memorie in lotta”
Cosa succede nel Sud Italia quando viene rinvenuto il corpo di una persona migrante? Come si procede ad identificarlo e ad avvertire la famiglia? Crediti fotografici: Silvia Di Meo; Valentina Delli Gatti Queste sono le due domande fondamentali al centro dell’ultimo rapporto di Memoria Mediterranea (MEM.MED) 1 e Clinica Legale Diritti Umani (CLEDU) di Palermo, “Corpi, diritti e memorie in lotta” 2. Prima di approfondire la questione, però, è opportuno fare un breve punto della situazione sulle politiche migratorie europee e, in particolare, italiane.  Iniziamo da un dato: dal 2014, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, almeno 33.220 persone sono morte o risultano disperse nel tentativo di raggiungere la riva nord del Mediterraneo 3. L’Unione Europea, con l’Italia in prima linea, continua a incrementare la collaborazione con Paesi terzi, innanzitutto Tunisia e Libia, garantendo ingenti finanziamenti per impedire alle persone migranti di spostarsi, nonostante ci siano prove di abusi e violazioni dei diritti umani in entrambi gli Stati. L’inchiesta “State Trafficking” 4, ad esempio, ha dimostrato che le forze militari tunisine sono coinvolte nelle espulsioni forzate verso la Libia, oltre che nella vendita di persone migranti ai corpi armati libici. Come se ciò non bastasse, a febbraio 2025 sono state ritrovate due fosse comuni in Libia, contenenti molti corpi di persone migranti, alcuni con segni di ferite da arma da fuoco 5.  Spostandoci al confine sud-orientale dell’Europa, è l’Albania a ricevere maggiori attenzioni. Nel novembre 2023, infatti, i presidenti dei rispettivi esecutivi, Giorgia Meloni e Edi Rama, hanno concordato un patto per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria, poi ratificato dal Senato italiano il 15 febbraio 2024 6. L’accordo prevede la possibilità per l’Italia di valutare domande di protezione internazionale su territorio albanese ma sotto la propria giurisdizione, tramite la detenzione delle persone migranti in dei CPR italiani situati sulle coste albanesi 7. Come sottolineano gli autori nel rapporto di MEM.MED e CLEDU:  «Questo protocollo è un altro tassello del sistema di violenza che uccide subdolamente: poco più di qualche settimana fa, il 19 maggio 2025, Hamid Badoui si è tolto la vita nel carcere di “Lorusso e Cotugno” a Torino. Il suo arrivo in carcere è stata l’ultima tappa di un ciclo infernale, che l’ha fatto passare prima nel CPR di Bari e poi in quello di Gjadër in Albania. […] Quello che viene definito sempre più spesso come “modello Albania” si rivela essere una macchina di oppressione, al quale altri leader della sfera internazionale vorrebbero ispirarsi, ma che ha conseguenze nefaste sulle vite di chi vi si ritrova intrappolato» 8. Le politiche migratorie si confermano, dunque, un “laboratorio per sperimentazioni normative a vocazione autoritaria” 9 e sono inserite in una narrazione più ampia di criminalizzazione che non riguarda solo le ONG, ma anche giornalisti, attivisti, comuni cittadini e, ovviamente, le persone migranti definite “illegali”. La colpevolizzazione esclusiva di queste ultime, inoltre, porta a una negazione delle responsabilità da parte degli Stati europei e, di conseguenza, a una negazione del problema in quanto tale.  Il rapporto di MEM.MED e CLEDU Palermo vuole essere «un diario di viaggio nelle pieghe concrete delle conseguenze di queste politiche» 10, coinvolgendo le famiglie dei migranti nelle ricerche dei propri parenti: «le loro testimonianze sono fondamentali: ci ricordano che dietro i numeri approssimativi prodotti dalle organizzazioni o dalle associazioni internazionali e nazionali, ci sono dei nomi, dei volti, delle storie, dei legami che non si spezzano con la morte o la sparizione. Anzi, queste famiglie non dimenticano, non possono dimenticare. L’oblio imposto dagli stati non è una possibilità plausibile. La creazione di nuove narrative, che specificano l’ingiustizia subita, contribuisce a formulare nuovi ricordi, nuovi modi di stare con e andare contro, insomma nuove memorie che abbracciano una dimensione collettiva, di rivendicazioni e di denuncia» 11.  Da settembre 2024 a maggio 2025 MEM.MED ha incontrato e fornito supporto a 82 famiglie di persone migranti scomparse e ha svolto attività di monitoraggio in Sicilia, Sardegna e Calabria per far luce su ciò che impedisce l’effettivo esercizio del diritto alla verità, all’identità, alla sepoltura e al lutto. La causa di ciò, oltre ad essere politica, riguarda un vero e proprio vuoto normativo nell’attuale ordinamento giuridico italiano: l’istanza di ricerca dei corpi dispersi e di identificazione delle salme non ha rango di diritto, si basa solo su mutevoli esigenze morali o religiose. Ciò si traduce, nel concreto, in una inadeguatezza del sistema burocratico che dovrebbe occuparsi della ricerca dei dispersi, dell’identificazione dei morti e del rimpatrio delle salme.  L’iter per la ricerca e l’identificazione di un corpo, infatti, è un percorso lungo e difficile, il cui peso ricade quasi interamente sulle famiglie, e costituisce un’altra forma di violenza 12. Il rapporto mostra quello che definisce un «regime della morte e della dimenticanza nel Mediterraneo» 13, in cui la gestione delle salme ricopre un ruolo fondamentale, e ricostruisce il percorso che segue il trattamento dei corpi di persone decedute in mare prendendo in considerazione diversi momenti: il soccorso, il recupero e lo sbarco, la raccolta e analisi dati, l’identificazione, il trasferimento e la sepoltura, il rimpatrio.  L’assenza di un quadro normativo chiaro si riflette innanzitutto nell’insufficienza delle risorse messe a disposizione per la ricerca e il recupero dei corpi, ma anche nel momento dell’identificazione, dato che non esiste un sistema di raccolta dati centralizzato e uniformato. La raccolta e la gestione dei dati biologici, al contrario, avvengono in modo frammentato, con prassi diverse in base a territori diversi, senza alcun coordinamento strutturale, rendendo molto difficile l’applicazione dell’identificazione forense dei corpi. Non esistono nemmeno procedure uniformi per la conservazione degli effetti personali ritrovati, che insieme ai dati biologici potrebbero essere necessari per un successivo riconoscimento. Quest’ultimo, invece, avviene principalmente tramite l’identificazione visiva da parte di un parente, qualora si trovi sul luogo, o tramite riconoscimento fotografico e, più raramente, tramite procedure di identificazione a distanza con videochiamata. Qualora le salme non vengano identificate, la situazione si complica ed emergono altri elementi problematici, tra cui assenza di tracciabilità, documentazione incompleta, competenze istituzionali confuse e mancanza di rispetto dell’identità religiosa delle persone decedute. Non c’è, infatti, una mappatura sistematica dei luoghi di sepoltura e il rispetto dei riti funebri non è garantito, soprattutto per quanto riguarda il rito musulmano. Come sottolineano le autrici, «la questione religiosa legata al trattamento e alla cura dei corpi delle persone decedute lungo le rotte migratorie è raramente presa in considerazione, e questa lacuna costituisce un’ulteriore forma di violenza».   Per quanto riguarda il rimpatrio, infine, la legge italiana prevede una serie di procedure che variano a seconda del Paese in questione, ma non esistono visti specifici che permettano ai familiari di recarsi nel luogo in cui si trovano le salme dei propri cari, e il visto turistico spesso non è sufficiente, dato il tempo richiesto da questo tipo di procedure. Inoltre, non viene fornita alcuna assistenza finanziaria alle famiglie da parte del Governo italiano e ciò aggiunge, agli ostacoli di natura politica e burocratica, anche quelli di natura economica, negando alle famiglie il diritto al lutto e alla memoria.  Se la violenza che colpisce innanzitutto chi cerca di attraversare i confini è lampante, nonostante il tentativo degli Stati di nasconderla, quella che colpisce le famiglie non è neanche presa in considerazione da questi ultimi, che vedono i migranti solo come numeri, invasori, nemici contro cui combattere per la sicurezza delle proprie popolazioni. Ma, come evidenziano MEM.MED e CLEDU, la morte alle frontiere e questo secondo tipo di violenza, meno immediata, hanno tuttavia degli effetti molto concreti e delle implicazioni significative sulle famiglie e sulle comunità di provenienza: «per ogni salma ritrovata sulle rive europee, c’è una famiglia che vive un’assenza incompresa. Per ogni corpo disperso in mare, c’è una famiglia che vive nel dubbio, nell’attesa, nella speranza di conoscere il destino del proprio caro» 14.  Dato che la maggioranza dei corpi non viene trovata o rimane non identificata, le famiglie che cercano i loro cari vivono una condizione particolare, che la psicologa Pauline Boss definisce di “perdita ambigua” 15, ovvero un tipo di perdita che non è chiara, non ha una conclusione e non permette un normale processo di lutto. È considerata una delle forme di perdita più stressanti e disfunzionali, perché manca la certezza necessaria per elaborare il dolore e “chiudere” l’esperienza. La perdita ambigua porta, infatti, alla mancanza di rituali (non c’è un funerale, né un momento di fine), a una sospensione emotiva (non si sa se “lasciare andare” o continuare ad aspettare) e a stress cronico (perché la situazione rimane irrisolta). In questa situazione, le famiglie sono abbandonate dalle istituzioni dei loro paesi d’origine e ignorate nel paese di destinazioni; si scontrano con «l’impassibile trascuratezza» 16 del sistema che gestisce le vite e le morti dei loro cari, senza riuscire a trovare un responsabile 17.  Secondo le autrici, siamo di fronte a una «strategia della dispersione della morte e dei corpi» 18 volta a evitare che le morti dei migranti acquistino troppa visibilità mediatica, estromettendo e silenziando il ruolo e le rivendicazioni delle famiglie. Il caso di Roccella Ionica 19, infatti, ha dimostrato come la dispersione dei corpi delle vittime in più ospedali e in più cimiteri abbia reso difficile un contatto diretto tra famiglie, associazioni, avvocati, facendo sì che, rispetto al caso di Cutro 20, la capacità di questi attori di essere visibili e incisivi nelle loro richieste è stata notevolmente ridotta. Rapporti e dossier NAUFRAGIO MAR IONIO, 17.6.2024. I MORTI INVISIBILIZZATI E IL SILENZIO DELLE ISTITUZIONI Un report da Roccella Jonica di Mem.Med (Memoria Mediterranea) Mem.Med 26 Giugno 2024 Il rapporto insiste, dunque, sulla necessità di far fronte a questo vuoto normativo con una proposta concreta che possa regolamentare e standardizzare procedure e modalità di intervento nei casi di morte in contesto migratorio, permettendo alle famiglie e alle comunità di appartenenza il pieno esercizio dei loro diritti. Combattere questo processo di invisibilizzazione è di primaria importanza, perché esso consente la normalizzazione di quelle morti, conducendo a una forma di assuefazione dell’opinione pubblica che rende il morire nel tentativo di attraversare i confini una conseguenza normale, accettabile e perfino prevedibile, la cui colpa viene spesso fatta ricadere sulle persone che hanno deciso di intraprendere il viaggio. Il rapporto evidenzia, quindi, il modo in cui «una narrazione umanitario-securitaria, insieme a una retorica criminalizzante, costituisce l’impalcatura ideologica e discorsiva che sostiene e legittima questo sistema di morte. Quando affiorano sulle coste meridionali italiane, accade che i corpi vengano spesso sepolti senza nome 21, sparsi tra i cimiteri. Queste vite si perdono una seconda volta nell’anonimato: alla morte fisica si aggiunge quella sociale e storica» 22. Contro questo lavoro di morte e invisibilizzazione, le testimonianze e la resistenza delle famiglie, affiancate dal lavoro di associazioni come MEM.MED e CLEDU, risultano ogni giorno necessarie e fondamentali per rivendicare giustizia a nome di coloro che non possono più farlo e per tentare di sovvertire, se non le relazioni di potere in quanto tali, almeno le narrazioni dominanti che costituiscono l’immaginario occidentale delle migrazioni.   1. La tag di Mem.Med su Melting Pot ↩︎ 2. Consulta il rapporto ↩︎ 3. Mediterranean | Missing Migrants Project (aggiornato al 22/12/2025) ↩︎ 4. Consulta il rapporto ↩︎ 5. IOM Deeply Alarmed by Mass Graves Found in Libya, Urges Action | International Organization for Migration ↩︎ 6. Protocollo di collaborazione Italia – Albania ↩︎ 7. I centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), istituiti in Italia nel 1998, sono strutture di detenzione amministrativa nelle quali le persone migranti vengono trattenute per un tempo massimo che, dal 2023, può arrivare fino a 18 mesi cfr. L’Italia dei CPR: luoghi senza tempo, corpi senza giustizia – Memoria Mediterranea. Si veda anche Il Viminale vuole nascondere a tutti i costi che cosa succede nel Cpr di Gjadër in Albania (Altreconomia, 23 dicembre 2025) ↩︎ 8. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.8 ↩︎ 9. Decreto legge 37/2025: un laboratorio autoritario delle politiche migratorie – Asgi ↩︎ 10. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.6 ↩︎ 11. Ivi, p. 51. ↩︎ 12. Ivi, p. 20. ↩︎ 13. Ivi, p. 35. ↩︎ 14. Ivi, p. 44. ↩︎ 15. P. Boss, Ambiguous Loss: Learning to Live with Unresolved Grief, Harvard University Press, 2000 ↩︎ 16. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.46 ↩︎ 17. Appello alle istituzioni da parte di madri, sorelle e familiari di persone morte o disperse ai confini, Memoria Mediterranea (ottobre 2025) ↩︎ 18. Ivi, p. 51. ↩︎ 19. Tra il 16 e il 17 giugno 2024 un’imbarcazione partita dalle coste dal porto di Bodrum in Turchia con circa 67 persone a bordo (di cui 26 minori) è naufragata a circa 120 miglia dalle coste della Calabria. Leggi il report: Un anno dalla strage di Roccella – la stessa Memoria per verità e giustizia, Memoria Mediterranea (17 giugno 2025) ↩︎ 20. Il naufragio è avvenuto il 26 febbraio 2023 in provincia di Crotone. Partite dalla Turchia, ma provenienti da Afghanistan, Pakistan, Iran, Palestina, almeno 94 persone sono morte e decine scomparse ↩︎ 21. Dare un nome alle vittime della migrazione recuperate nel Mediterraneo centrale. La richiesta delle Ong per restituire dignità ai morti e conforto ai loro cari ↩︎ 22. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.54 ↩︎
Le stragi di Natale: naufragi invisibili nel Mediterraneo e nell’Atlantico
Un altro Natale segnato da morte, disperazione e cinismo sulle rotte migratorie verso l’Europa. Tra il Mediterraneo centrale e l’oceano Atlantico, almeno 128 persone hanno perso la vita negli ultimi giorni, in naufragi avvenuti lontano dagli sguardi, nel silenzio delle autorità impegnate nelle feste natalizie e nell’assenza di operazioni di ricerca e soccorso statali ed europee. Il caso più grave riguarda il Mediterraneo centrale. Secondo Alarm Phone, nella notte tra il 18 e il 19 dicembre una barca con 117 persone a bordo, partita da Zuwara, in Libia, sarebbe affondata. L’allarme è stato lanciato il 20 dicembre, quando l’organizzazione è stata informata della scomparsa dell’imbarcazione e della perdita di contatto con il telefono satellitare. «Temiamo che nella notte del 19 dicembre si sia verificato un altro naufragio», scrive Alarm Phone. «Di fronte al silenzio e all’indifferenza delle autorità, chiediamo risposte. Le famiglie che cercano i loro cari scomparsi hanno diritto alla verità». Secondo le informazioni raccolte, l’unico sopravvissuto sarebbe stato trovato il 21 dicembre da pescatori tunisini, allo stremo delle forze, su una barca di legno. L’uomo avrebbe raccontato che, poche ore dopo la partenza, le condizioni meteo sono peggiorate drasticamente, con venti fino a 40 km orari e mare agitato. Il naufragio sarebbe avvenuto poco dopo. Il sopravvissuto sarebbe stato trasferito in un ospedale in Tunisia, ma Alarm Phone non è ancora riuscita a verificare ufficialmente la sua sorte. Nei giorni successivi, l’organizzazione ha contattato ripetutamente le guardie costiere italiana, libica e tunisina. «Ci è stato detto che non risultano soccorsi o intercettazioni e che le condizioni meteo rendevano “impossibile” uscire in mare», riferisce Alarm Phone. Dal 18 al 21 dicembre, inoltre, nessuna imbarcazione proveniente dalla Libia è arrivata a Lampedusa. Le ONG presenti nell’area non hanno potuto intervenire: la Sea-Watch 5 aveva già lasciato la zona, mentre ResQPeople non si trovava abbastanza a sud. Il 22 dicembre, l’aereo Seabird 3 di Sea-Watch ha effettuato una ricerca aerea senza individuare tracce del naufragio. Nello stesso periodo, un velivolo di Frontex – Osprey 4 – ha sorvolato la zona il 20 dicembre, due volte il 21 dicembre e nuovamente il 22 dicembre. «Cosa ha visto Frontex e perché queste informazioni non sono state rese pubbliche?», chiede Alarm Phone. «Perché non sono state avviate operazioni di ricerca e soccorso proattive una volta che l’imbarcazione è scomparsa?». Anche la società civile tunisina ha tentato di rintracciare il presunto sopravvissuto, senza ottenere risposte dalle istituzioni. «Questo silenzio riflette il restringimento dello spazio civico», denuncia l’organizzazione, ricordando casi precedenti in cui sopravvissuti a naufragi sono stati deportati nel deserto senza nemmeno ricevere cure mediche. Durissimo il commento di Mem.Med – Memoria Mediterranea, che parla di «un Natale mortale nell’ennesima strage nel Mediterraneo centrale». «Il regime di frontiera uccide altre 116 persone nell’ennesimo naufragio del 2025», scrive l’associazione che offre supporto ai familiari per la ricerca delle persone migranti disperse nel Mediterraneo e monitora le pratiche di frontiera. «Nessuna ricerca in atto per recuperare i corpi, nessuna notizia per denunciarne le cause. Pretendiamo risposte, esigiamo verità e giustizia per tutte le persone ancora disperse e per chi è ancora in mare, lontano dalle vostre tavole imbandite di indifferenza». Prima di quest’ultima strage, nel solo 2025, secondo i dati del Missing Migrants Project di OIM, 1.575 persone avevano già perso la vita nel cimitero Mediterraneo. Ma la scia di morte, come spesso avviene, non si ferma al Mediterraneo. Anche sulla rotta atlantica verso le isole Canarie si è consumata un’altra tragedia. Sempre secondo Alarm Phone e fonti dell’agenzia di stampa AFP, almeno 12 persone sono morte dopo il capovolgimento di un’imbarcazione al largo della città senegalese di Mbour. A bordo ci sarebbero state circa 100 persone: 32 o 33 i sopravvissuti, mentre altri secondo l’agenzia sarebbero riusciti a fuggire prima dell’arrivo delle autorità. «Questi naufragi, come tanti altri prima, non sono incidenti», conclude Alarm Phone. «È il risultato di una deliberata mancata assistenza, della violenza razzista alle frontiere e del rifiuto di garantire la libertà di movimento e il diritto alla vita». «Nessuna frontiera. Nessuna morte. Nessun silenzio».
Sar sickness, la malattia della SAR e le stragi di Stati
Silence fini 1 è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 2di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. PROLOGO ALL’ULTIMO EPISODIO Screenshot di un video ricevuto da Alarm Phone che mostra come i pescatori hanno trovato il sopravvissuto Una piccola doverosa precisazione. L’episodio numero 5, l’ultimo di questo reportage, è stato scritto a inizio dicembre. Oggi è il 25 e la sera del 18, un’imbarcazione di legno blu ha lasciato le coste di Zuwara, con a bordo 117 persone. Non si sa chi fosse il fabbricante, chi il cokseur che ha raccolto i soldi, chi l’arabo 3 che poi ha incastrato a bordo le persone, strette strette perchè più ne salgono e più il guadagno è alto. Maglie di una catena, organizzazione che esiste grazie ai finanziamenti e alle politiche migratorie pensate e applicate dall’Europa.  Le persone sono fatte partire la sera. E’ inverno. Fa freddo anche in Libia.  La sera del 18 dicembre, pare il mare sia cresciuto, il vento aumentato. Alarm Phone 4 ha perso quasi subito il contatto con la barca. Ha chiamato tutte le autorità competenti, tutti quelli che avrebbero dovuto soccorrere. Pare che la Guardia Costiera italiana “abbia interrotto la chiamata” e quella libica “comunicato telefonicamente di non aver soccorso né intercettato alcuna imbarcazione il 18 o 19 dicembre”. Ha provato a cercarla inutilmente Seabird, uno degli aerei della flotta civile. Il 21 dicembre, alcuni pescatori tunisini hanno soccorso un uomo, che derivava a bordo di una barca blu in mezzo al Mediterraneo. Ha raccontato di essere l’unico sopravvissuto: a bordo c’erano 117 esseri umani.  Forse, se ne parlerà forse nei prossimi giorni. Si parlerà di tragedia. Sarà l’ennesima narrazione deviante. Non è una tragedia. È una strage.  Non si tratta di un evento doloroso e inevitabile, ma di un omicidio collettivo causato da un’omissione di soccorso. Strage di Stati che sacrificano, come in quest’ultimo caso, donne, uomini, bambini.  Penso a queste persone, a tutti i dispersi, a tutti i morti, ai loro cari. E a tutti i compagni che continuano ad amare il Mediterraneo, nonostante sia pieno di cadaveri. EPISODIO 5. SAR SICKNESS, LA MALATTIA DELLA SAR E LE STRAGI DI STATO Quando si torna dalla SAR, il mare non è più lo stesso.  Sono passate tre settimane dalla fine di questa rotation #10 e io non lo guardo più con gli stessi occhi. Al mio arrivo a casa a metà novembre, ne ho parlato con un amico. Il nickname che si è scelto dice molto di lui: Nemo. Era meccanico in una barca che svolgeva operazioni di ricerca e soccorso e a gennaio di questo anno quasi trascorso, ha portato a bordo della “sua” nave un gruppo di esseri umani: alcuni sono affogati davanti ai suoi occhi, altri sono morti a bordo. Tra loro un bambino.  Era fine gennaio quando è accaduta questa tragedia. Da allora, ha smesso di partecipare alle operazioni che la nave per cui lavorava ha continuato a compiere nei mesi dopo quel tragico naufragio. Non riesce più a salire a bordo. Mi dice: “Il Mediterraneo è pieno di cadaveri, eppure io continuo ad amarlo”. Anche per lui, il mare non è più lo stesso: il Search and Rescue lo ha obbligato a vedere ciò che in fondo già sapeva: la dissonanza tra la perfezione di quel cobalto liquido e i morti causati dall’assenza di risposte politiche adeguate. Lo sanno tutti i volontari e operatori che svolgono azioni di soccorso in mare; lo sospettano. Poi, ne diventano certi partecipando alle prime operazioni e se lo riconfermano nelle volte che seguono. Un semplice passaggio: dal dubbio alla certezza che esistano vite interrotte e corpi che scompaiono. I cadaveri del Central Med sono fantasmi. Non perché tutti si perdano nei fondali. Ce ne sono alcuni che derivano fino alle coste, gonfi, ma li vedono solo i soccorritori e i pescatori che li raccolgono incagliati nelle loro reti e mai chi continua a rafforzare la fortezza europea spingendone le mura sempre più a sud. Per questo, il Mediterraneo Centrale è una nuova Tebe: in scena, nel dramma, persone che, come moderne Antigoni non credono ai fantasmi ed esigono la ricerca e la sepoltura dei loro fratelli. Nemo mi ha raccontato di quella notte lacerata nella sua memoria, del soffio gelido di panico che ha attraversato la barca. Tutto l’equipaggio per un tempo che ora lui non sa dire, si è paralizzato: il ponte si è riempito di un’improvvisa tensione, coperto di corpi, come se la barca vivesse trattenendo il respiro. La morte, cruda, rigida e incontestabile, aveva conquistato la notte.  Molti membri dell’equipaggio, dopo l’approdo a terra, sono stati incapaci di risalire a bordo. Quando si torna dalla SAR, il mondo che ci accoglie, nelle nostre case, non è più lo stesso, come se la terra fosse un urto a cui bisogna resistere. Le città sembrano continuare il loro rumore, le conversazioni la loro indispensabile banalità. Sarà forse perché nei soccorsi a cui ho partecipato i migranti acquistano volti e nomi, sarà perché le barche di cui mi avevano parlato non sono fotografie prese da internet, sarà perché ho ascoltato il Mayday relay annunciato dalla radio e ne ho trascritto io le coordinate. O chissà: sarà perché la Garde Nationale tunisina ci ha affiancati minacciosamente per riprendersi a bordo persone dopo che le avevamo soccorse. Allora le morti non sono più un concetto astratto: sono uomini, donne, bambini che non arrivano, che non saranno mai riconosciuti. O forse sarà che, chi sopravvive e sale a bordo porta tracce indelebili: la paura, la fatica, le cicatrici e quell’odore di acqua salata, vestiti fradici, gasolio ed escrementi.  La SAR si insinua come una malattia silente, cronica, latente. Una forma ostinata di Eros che agisce dentro uno spazio governato da Thanatos. Entra nella vita di chi partecipa ai soccorsi, anche quelli che generano un porto sicuro e lascia come cicatrice indelebile la coscienza ostinata.  Ci vorrebbe un gruppo anonimo fatto di volontari, capitani, meccanici, anime perse o ritrovate che vi operano che si raduna una volta alla settimana. Per condividere ciò che non può essere detto fuori, ciò che rimane tra te, il mare e quelle persone che hanno guardato la morte in faccia. Io, questa volta, sono stata graziata dall’assenza di morti. Se così non fosse stato, forse non vorrei andare in mare di nuovo.  Sono tornata dalla SAR, ma le piattaforme di petrolio e di gas non sono immagine lontana, come non lo è il mare, né Sfax, le KK islands, Sabratah, Zaouia, Tripoli.  Libia, Tunisia. Qualche giorno fa, l’otto dicembre, il Consiglio UE ha approvato una proposta che modifica il concetto di “paese terzo sicuro” e ha dato il via libera alla prima lista comune di “paesi di origine sicuri”. Tra gli Stati inclusi nella lista figurano Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia: una scelta che avrà effetti diretti sulle modalità di esame delle richieste di protezione internazionale nell’Unione. Secondo il testo approvato a Bruxelles, l’istituzione dell’elenco permetterà agli Stati membri di applicare procedure di asilo più rapide nei confronti delle persone provenienti da questi Paesi, sulla base dell’assunto che essi siano considerati “sufficientemente sicuri” per rifiutare una domanda di protezione senza esaminarne il merito. Questa svolta arriva nel quadro più ampio del Patto europeo su migrazione e asilo e potrebbe influenzare in modo significativo le pratiche applicative anche in Italia, dove il tema dei paesi considerati a basso rischio di persecuzione ha già alimentato dibattiti politici e giuridici.  Io penso all’ultimo soccorso in mare, quando la GN tunisina ci ha accostati minacciosamente per tentare di riprendersi a bordo le persone. Penso anche alle testimonianze di persone migranti che hanno raccontato come, durante i viaggi per arrivare in Europa, le motovedette della suddetta guardia costiera si avvicinano alle barche che partono, già sgonfie e sovraccariche e fanno in modo di increspare il mare per ribaltarle. Quando le persone finiscono in acqua, le osservano affogare. Poi, quelle che sopravvivono, sono portate a terra, picchiate, caricate negli autobus, portate al confine con la Libia. Vendute. Una volta in Libia sono detenute e liberate sotto riscatto.  Ma la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Le persone di origine sub sahariana che ci arrivano sono chiamate oro nero e diventano merce di scambio. Per questo la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Perché vende in modo sicuro alla Libia. Anche la Libia fra poco sarà considerato un luogo pacifico per le persone in movimento, anche se la so called guardia costiera spara anche a chi effettua i soccorsi in mare e le persone detenute nelle prigioni escono solo previo pagamento di un riscatto. Non ha importanza che i soldi della liberazione siano estorti alle famiglie facendo loro ascoltare le suppliche dei loro cari sotto tortura o perché qualche ricco estraneo ricompra queste persone per utilizzarle come meglio desidera. Non è più questione di diritti umani violati: è proprio l’umanità che manca. Ci sono migliaia di persone che vivono nascoste nei campo’ -come molte chiamano gli insediamenti abusivi in cui vivono a Zouara o Zouaia o chissà, quale altro snodo di case in Libia, destinati ai migranti deportati dalla Libia e usciti di prigione-, o negli Zitounes sulle coste della Tunisia. Vivono appese, sopravvivendo mentre aspettano di arrivare in Europa.  Ne conosco alcune, che hanno voluto condividere con me la loro storia.  Qualche giorno fa, dieci dicembre, due uomini mi hanno detto che stavano per lasciare la Libia. Tripoli. Uno ce l’ha fatta. Finalmente al sicuro, riconosciuto rifugiato da UNHCR, è stato accompagnato all’aeroporto. Un visto in tasca, al polso un braccialetto con un codice a barre. Nella valigia, qualche vestito. Sull’aereo, aveva un posto numerato per sedersi, un assistente di volo lo ha accolto a bordo. Gli ha offerto da bere. All’aeroporto d’arrivo in Italia, lo ha accolto una delegazione: politici e associazioni che hanno costruito per mesi un corridoio umanitario per farlo arrivare insieme ad altri. Ora, lo aspetta un nuovo paese, una nuova lingua, una nuova frontiera. Il secondo mi ha scritto, mentre aspettava in un hangar. Il pavimento era freddo, le pareti ruvide, la porta chiusa. Di giorno, era andato alla ricerca di un giubbotto di salvataggio. Ha aspettato. So che ha già tentato l’avventura e l’ultima volta, quando la sua barca era già nelle acque internazionali, sono arrivate le motovedette della Garde Nationale Tunisina a fingere di prestare soccorso dopo aver generato il rovesciamento della barca su cui era a bordo. Sono morti in molti. Lui è sopravvissuto “par la grace de Dieu”. Dopo essere stato torturato e venduto. Il dieci dicembre 2025 era pronto, con un giubbotto salvataggio appena comprato e il numero di Alarm Phone da contattare.  Di lui non ho notizie. Forse non è riuscito a partire. Spero che il suo telefono sia muto solo perché la batteria si è scaricata e non perché è stato ingoiato dal mare, ennesima vittima di una strage di Stati. 1. Leggi gli altri episodi: Introduzione; Il deserto dei Tartari; Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco; Il silenzio complice ↩︎ 2. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎ 3. Col termine arabo si indica la persona che ha materialmente messo a bordo le persone. Si definisce anche bananier o organisateur. Si veda EQUIPAGGIO DELLA TANIMAR, Controdizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale, Tamu, Napoli 2025 ↩︎ 4. Alarm Phone fears yet another deadly shipwreck in the Central Mediterranean ↩︎
Grecia. A Lesbo, il search and rescue sotto processo
Dal 2015 al settembre 2025, secondo i dati dell’UNHCR, 20.036 persone sono morte o risultano disperse nel Mar Mediterraneo. Mentre i governi degli Stati frontalieri dell’Unione Europea si adoperano per ‘proteggere’ le proprie frontiere, anche a costo di perdite di vite umane, coloro che tentano di salvarle – attraverso operazioni di search and rescue, dando attuazione all’obbligo giuridico internazionale di prestare soccorso in mare – vengono sempre più frequentemente criminalizzati e sottoposti a procedimenti penali. Approfondimenti GRECIA. QUANDO I DIRITTI DIVENTANO REATO La criminalizzazione della solidarietà e la sfida della società civile alle politiche migratorie governative Ludovica Mancini 12 Novembre 2025 In Grecia, non sembrano bastare né la strage di Pylos del giugno 2023, né le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – ad esempio A.R.E. c. Grecia 1 che condanna la pratica sistematica dei pushbacks da parte della Repubblica Ellenica – né i numerosi shadow reports di varie ONG 2, per orientare l’azione dei decisori politici verso la creazione di percorsi legali e sicuri per i richiedenti asilo diretti verso l’Unione Europea. Il vero ‘problema’ politico, infatti, continua a essere chi presta soccorso. Una qualificazione che, sotto il profilo giuridico, risulta profondamente controverso. Il 4 dicembre 2025 3, ventiquattro difensori dei diritti umani, tra cui Séan Binder, Athanasios (Nassos) 4 Karakitsos e Sarah Mardini, sono stati chiamati a comparire davanti alla Corte d’Appello di Mitilene (Lesbo, Grecia), a sette anni dal loro primo arresto, avvenuto nel febbraio 2018 5. Sette anni di limbo legale, di informazioni non chiare sulle accuse, di gravi errori procedurali e di rinvii reiterati, che hanno reso evidente – come affermato dall’avvocato Zacharias Kesses, difensore di sei degli imputati – come “al cuore di questo caso vi sia un tentativo delle autorità di criminalizzare l’assistenza umanitaria, al fine di allontanare da Lesbo tutte le organizzazioni attive nel settore”. Per l’attività volontaria di salvataggio di vite umane svolta nell’ambito delle operazioni di search and rescue, i ventiquattro operatori umanitari sono imputati dei reati di costituzione e partecipazione a un’organizzazione criminale ai sensi dell’articolo 187 del Codice Penale, di favoreggiamento dell’ingresso irregolare di cittadini stranieri ai sensi degli articoli 29 e 30 della Legge sugli Stranieri n. 4251/2014, nonché di riciclaggio di denaro ai sensi degli articoli 1, 2, 4 e 45 della legge n. 3691/2008; in caso di condanna, essi rischiano pene detentive fino a venti anni di reclusione immediata. Le accuse si fondano prevalentemente sull’attività della Emergency Response Centre International (ERCI) – di cui gli imputati facevano parte – organizzazione civile di soccorso regolarmente registrata, attiva tra il 2015 e il 2018 lungo la rotta di attraversamento dalla Turchia verso la Grecia, mediante l’impiego di due imbarcazioni, turni di avvistamento notturno e servizi di assistenza medica e logistica. È opportuno sottolineare che la ERCI operava in collaborazione con la Guardia Costiera Ellenica. A partire dal 2018, è stata avviata una persecuzione penale abusiva nei confronti degli operatori umanitari, caratterizzata da gravi vizi procedurali e sostanziali, in aperto contrasto con i principi fondamentali del diritto penale e con gli obblighi internazionali di soccorso in mare. Ne sono prova, tra l’altro, le condizioni della custodia cautelare antecedenti al rilascio in attesa della prosecuzione del procedimento – con fino a diciotto persone per stanza e soli due servizi igienici – la mancata traduzione dell’atto di accusa e di altri documenti essenziali in una lingua comprensibile agli imputati, l’assenza di interpreti durante le udienze, la vaghezza delle accuse, prive di una puntuale individuazione delle responsabilità individuali e affette da errori temporali, nonché i rinvii pluriennali del processo. La presenza di tali vizi ha attirato l’attenzione della comunità internazionale: Amnesty International ha più volte chiesto l’archiviazione di tutte le accuse, oltre che essere presente al processo, così come altre organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights 6. Durante l’udienza di dicembre 2025 si sono tuttavia registrati alcuni segnali di miglioramento, tra cui la presenza dell’UNHCR, di due ufficiali della Guardia Costiera – interrogati dagli avvocati al fine di chiarire ai giudici il contesto delle operazioni di soccorso – nonché dei liaison officers e del comandante della Guardia Costiera di Lesbo. Il processo è stato tuttavia nuovamente rinviato ai giorni 16 e 17 gennaio 2026. Questo caso non costituisce un’anomalia nel contesto europeo: nel solo 2024, almeno 142 persone – di cui 62 in Grecia – sono state deferite alla giustizia per la loro attività di assistenza umanitaria 7. Tale tendenza crescente appare chiaramente riconducibile a una precisa volontà politica di eludere la tutela dei diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati, anche attraverso la sistematica mancata protezione e criminalizzazione dell’azione umanitaria. Ancora più allarmante è il fatto che le persone accusate di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare siano soprattutto i sopravvissuti a naufragi. Secondo PICUM 8, l’84% dei soggetti sottoposti a imputazione per attraversamento irregolare delle frontiere viene incriminato per aver guidato un’imbarcazione o condotto un veicolo oltre confine, ovvero per una presunta assistenza nella gestione dei passeggeri a bordo. Nel solo 2024, tali procedimenti hanno coinvolto 91 persone – di cui 45 in Grecia – e si sono svolti con una durata media di appena dieci minuti, spesso in assenza di un’adeguata traduzione e di un’effettiva istruttoria probatoria con imputati detenuti prima ancora dell’inizio del processo 9. Ciò evidenzia una chiara volontà di criminalizzare la condizione stessa di migrante e di penalizzare la loro fuga. Come afferma Free Humanitarians, ONG impegnata nella tutela degli operatori umanitari vittime di criminalizzazione per la loro assistenza alle persone in movimento, le autorità, anziché perseguire attività umanitarie regolarmente registrate e autorizzate, dovrebbero riconoscere e valorizzare le competenze e le risorse che le organizzazioni non governative mettono a disposizione – soprattutto laddove le risposte statali risultino carenti o inefficaci. 1. Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo A.R.E. contro Grecia 15783/21, 7 gennaio 2025 ↩︎ 2. Vedi, tra l’altro: Greek Council for Refugees (2024), At Europe’s Borders: Pushbacks Continue as Impunity Persists; AIDA (2025), Country Report on Greece – Update on 2024 ↩︎ 3. Grecia: archiviare le accuse contro Seán Binder, Amnesty International (17 novembre 2025) ↩︎ 4. Documentario “La storia di Seán Binder” ↩︎ 5. Front Line Defenders – case page ↩︎ 6. Watch Trial of aid workers accused of migrant smuggling set to start on Lesvos, eKathimerini (4 dicembre 2025); Solidarity on Trial in Greece, HRW (3 dicembre 2025) ↩︎ 7. PICUM (2025). At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024 ↩︎ 8. At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024, Picum (aprile 2025) ↩︎ 9. Ibid ↩︎
Harraga: sparizioni e detenzioni tra Marocco, Mediterraneo e zone di frontiera
FEDERICO MASSARO 1 L’11 ottobre, negli spazi della confederazione democratica del lavoro di Béni Mellal, si è tenuto, grazie all’organizzazione della Rete Marocchina dei Giornalisti delle Migrazioni (RMJM), all’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnerable (AMSV), e alla Fondazione Heinrich Böll di Rabat, l’evento “Casi di scomparsa di migranti marocchini in mare o alle frontiere: mobilitazione mediatica e cittadina per la verità”. Béni Mellal (in arabo بني ملال‎, Banī Mallāl; in berbero ⴰⵢⵜ ⵎⵍⵍⴰⵍ, Aït Mellal) è una città del Marocco situata al centro del Paese, capoluogo dell’omonima provincia e della regione del Béni Mellal-Khénifra. Sorge a 625 m s.l.m. in un’oasi ai piedi del Jbel Tassemit, fra i rilievi del Medio Atlante e la pianura. Dalle città vicine di Souk Sebt, Khouribga, Attaouia e Kelâat Sraghna si sono raccolte le famiglie delle persone scomparse e insieme hanno potuto condividere, in un “rituale” collettivo 2, le proprie testimonianze sulla scomparsa delle loro figlie e dei loro figli, fratelli/sorelle, mariti e parenti. Le loro voci, accomunate da una lacerante ferita causata dalla perdita di una persona a loro cara, reclamano giustizia e verità. «Non smetteremo di mobilitarci finché non avremo risposte sulla sorte dei nostri figli» 3. PH: Federico Massaro (Beni Mellal – 11.11.25) La sofferenza e la rabbia che le famiglie provano da anni trovano nell’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnerable un canale di supporto giuridico, amministrativo ed organizzativo. Eventi come questo, uniti alle attività 4 svolte dall’associazione di Oujda 5, gettano le basi di una denuncia organica all’intero edificio coloniale europeo 6. Le rivendicazioni di giustizia e verità mosse dai famigliari delle persone scomparse e dall’AMSV si muovono in questo senso a favore di una completa rottura del silenzio delle istituzioni nazionali e internazionali. A favore di una piena e approfondita conoscenza delle sorti e del destino delle persone a loro care. SCOMPARSE E INCARCERAZIONI Il presidente dell’associazione, Hassan Ammari, ha presentato diversi casi di persone scomparse, detenute, bloccate o trattenute sulle rotte migratorie. «Ogni giorno riceviamo tra tre e quattro segnalazioni di sparizioni durante i tentativi di migrazione. Ad oggi, l’associazione ha registrato più di 560 dossier riguardanti marocchini presumibilmente detenuti in Algeria, dei quali 260 sono attualmente in corso di deportazione, oltre a decine di altri in Libia e in Tunisia» 7. Come riportato dalla testata giornalistica ENASS 8 in caso di arresto su suolo algerino 9 le persone migranti marocchine si trovano ad essere condannate per pene lievi per un periodo che va da 6 a 12 mesi. Se il loro rilascio avviene rimangono bloccate in Algeria per mancanza di mezzi e documenti di viaggio o, nella peggiore delle ipotesi, in caso questo non avvenga si trovano costrette ad abitare il limbo dei centri di detenzione in attesa di un rimpatrio per il Marocco. SPARIBILITÀ E PRECARIETÀ Stando al report di Caminando Fronteras 10, nel periodo che va dal 1 gennaio al 31 maggio 2025, al confine euro-africano occidentale 1.865 persone sono morte/disperse e 38 imbarcazioni sono scomparse. I dati dell’anno precedente 11 riflettono lo stesso andamento: 10.457 persone sono cadute vittime del regime di frontiera, con cifre che toccano le 30 morti giornaliere. Le partenze registrate dall’Algeria nel Mediterraneo fanno della rotta algerina, con le sue 517 vittime complessive, la seconda in termini di mortalità. Il concetto di “sparibilità” (disappearability), così come definito da Laakkonen in quanto “potenzialità” e “condizione che si riferisce alle sparizioni, ai destini ignoti e ai corpi non identificati, o al pericolo di incontrare tale sorte”, ci viene in aiuto per mostrare quei meccanismi di violenza e precarietà che designano le diverse “forme e strategie di sparizione” 12. In continuità con tale visione, vediamo come la violenza coloniale e razziale caratteristica dell’impianto securitario rappresenti il filo rosso che unisce, tra passato e presente, relazioni diseguali Nord-Sud e dinamiche di classe 13. Storicizzare la seguente definizione ed analizzarla in quanto inserita all’interno di una struttura di potere, che si è costruita e continua a costruirsi su dinamiche di classe e razza, è essenziale per mostrare nella sua interezza l’intero apparato dei regimi frontalieri europei. Tutto ciò ci dà la possibilità di guardare alle sparizioni in quanto somma di “costellazioni cumulative di precarietà” 14 a cui lɜ migranti devono giornalmente far fronte. Forme di pericolo, controllo, ed eliminazione che si materializzano e gettano le basi di un sistema in grado di creare soggettività precarie e vulnerabili alle sparizioni 15. Prendono importanza in questo contesto gli harraga. Il termine, che “deriva dal verbo arabo harraqa (bruciare), nel doppio significato di ‘bruciare le frontiere’ e di ‘bruciare i documenti di identità’”, viene qui utilizzato per descrivere “i migranti maghrebini che sfidano le leggi proibizioniste per entrare in Europa” 16. Gli harraga si trovano a dover confrontare, da una parte, una costante de-soggettivazione e sfigurazione delle menti e dei corpi 17 mentre, dall’altra, una continua sovra-mediatizzazione degli sbarchi (sulle coste del Mediterraneo) e invisibilizzazione delle scomparse. «Per chi è in attesa dei propri cari, una persona scomparsa lascia una situazione irrisolta, un dolore senza una fine: non c’è un corpo da seppellire né un luogo della memoria da visitare – solo incertezza e dubbio» 18. La mancanza di informazione relativamente i propri cari trasporta le famiglie in una condizione di liminalità 19 tra la vita e la morte. Ciò le espone ulteriormente al pericolo di estorsione e false informazioni da parte di gruppi, organizzazioni e persone che professano di avere notizie relativamente la persona a loro cara 20. L’AMSV rappresenta pertanto, ad oggi, una delle poche ONG marocchine a riuscire a fornire un sostegno concreto ai famigliari nella ricerca delle loro persone care scomparse o detenute nei paesi della costa sud del mediterraneo. PH: Enass BENI MELLAL-KHÉNIFRA: TRA MIGRAZIONI E DEPORTAZIONI Non è un caso che si sia scelta la città di Beni Mellal come sede dell’evento. La zona attorno alla città mostra una storia importante in termini di migrazioni e ritorno da e verso i paesi europei 21. La regione ai piedi dell’Atlante centrale, comprendente al proprio interno le province di Beni Mellal, Khouribga e Fkih Ben Saleh, viene da tempo ribattezzata, a causa dei numerosi decessi nelle rotte migratorie verso l’Europa, il “triangolo della morte” 22. Il termine, riflesso delle dinamiche politiche e migratorie dell’area, dimostra come dal 2019 in poi l’ampio fenomeno migratorio si sia intersecato sempre più con le sparizioni in mare di migranti marocchinɜ. Emblematica in questo senso la giornata del 27 marzo 2022 dove, in un naufragio al largo delle coste di Laâyoune, persero la vita una decina di giovani originarɜ delle città di Beni Mellal, Kelaa Seraghna e Fkih Ben Saleh 23. A queste dinamiche vanno ad aggiungersi le “deportazioni interne” 24 o “spostamenti interni forzati” 25: pratiche adottate dalle autorità marocchine “volte ad allontanare i presunti candidati all’emigrazione irregolare dalle zone di frontiera” 26. Secondo il report “Expulsions gratuites” di GADEM 27, la violenza delle politiche di controllo dei corpi e dello spazio obbliga la persona migrante a far fronte ad arresti, reclusioni e spostamenti forzati. Le città nella zona centro-sud del Marocco, lontane rispetto ai luoghi di frontiera, vengono così coinvolte e inserite in una costellazione di spostamenti con cui la persona in movimento deve orientarsi. In questa cornice le città di Beni Mellal e Khouribga si fanno testimoni di vere e proprie operazioni di pratiche di confine 28. Le deportazioni e sparizioni, sia all’interno di dinamiche di frontiera che in territorio nazionale marocchino, si intersecano e intrecciano, mutuando – seppur con pratiche di polizia differenti – la stessa matrice di controllo dei corpi e della mobilità. È in questo contesto che la necropolitica 29 attuata nei confronti delle persone deportate internamente, se osservata da una visione che guarda alle sue pratiche come intrinsecamente coloniali e razzializzanti, è in grado di svelare l’attuale “razionalità moderna di governo” 30. Quella stessa matrice che in Italia deporta e crea, materialmente ed epistemicamente, l’illegalità 31 e la “deportabilità” 32 si trova così strettamente connessa alle pratiche che sull’altra sponda del Mediterraneo producono incertezza, vulnerabilità e sparizione. Riconoscere queste connessioni ci dà la possibilità di guardare alle strette relazioni tra l’apparato frontaliero, la mobilità delle persone e il sistema securitario europeo. In questo modo, si può vedere come le differenti modalità di potere e controllo dialogano e si autoalimentano tra loro all’interno di dinamiche nazionali e transnazionali. In tal senso acquisiscono importanza le parole di Wael Garnoui che, citando direttamente “I dannati della terra” di Frantz Fanon, mostrano come l’immobilità dell’harrag assomigli sempre più a quella del colonizzato descritto dallo psichiatra e militante martinicano. «La prima cosa che l’indigeno impara è a stare al suo posto, a non oltrepassare i limiti. Perciò i sogni dell’indigeno sono muscolari, sogni di azione, sogni aggressivi. Sogno di saltare, di nuotare, di correre, di arrampicarsi» 33. È il razzismo sistemico e la “colonialità del potere” 34, così definita da Anibal Quijano, cheagendo simultaneamente estromettono dallo spazio e dal tempo il corpo della persona in movimento. Riportare e leggere gli spostamenti degli harraga e le relazioni che questi hanno con la memoria, lo spazio e i legami famigliari ci aiuta a osservare le modalità di stare al mondo ed esistere di una moltitudine di soggettività in grado di scardinare la struttura securitaria europea 35. MEMORIA E COLLETTIVITÀ È necessario allontanarsi, dunque, da una visione umanitaria o da etichette giuridiche che riconducono la persona in movimento unicamente ad una condizione di necessità e/o mancanza: in quanto priva di agency, risorse, cultura, legami sociali etc 36. Notiamo come la mobilità degli harraga e la memoria delle famiglie di quest’ultimi vadano a scontrarsi direttamente con l’attuale sistema di obliterazione ed eliminazione della soggettività migrante. L’atto migratorio e le voci delle famiglie delle persone scomparse si fanno, pertanto, atto di rottura nei confronti “di quella sorta di ‘delirio securitario’” 37 caratteristico del sistema istituzionale europeo. La memoria, le rivendicazioni politiche delle famiglie delle persone scomparse e le attività dell’associazione AMSV vanno a dar forma, plasmare ed aggiungersi ad una cosmologia di pratiche capaci di mettere in crisi il regime di frontiera europeo 38. I famigliari in cerca delle persone care ritrovano così nell’associazione, megafono delle loro voci, una modalità di condivisione, confronto e ripoliticizzazione del costante dolore (hasra) provocato dalla scomparsa. In darija (dialetto marocchino), la parola “hasra” (حسرة) significa rimpianto, dispiacere o “nostalgia dolorosa” per qualcosa che non si ha più o che non si è realizzato. Il termine viene spesso utilizzato per esprimere un sentimento di perdita o di tristezza interiore. In questo caso riflette la condizione di profondo dolore delle famiglie nella scomparsa delle persone care. UNA MOBILITAZIONE TRANSNAZIONALE In occasione della giornata del 6 febbraio 2026, “Giornata mondiale in solidarietà alle vittime delle frontiere e ai dispersi nelle rotte migratorie”, l’Association Marocaine d’aide aux Migrants en Situation Vulnérable terrà 3 giornate di incontro e confronto – 5, 6 e 7 febbraio – a Oujda 39. L’evento, parte della mobilitazione transnazionale «Commémor’Action», riunirà, sotto lo slogan “Per una revisione totale della legge 02/03 che garantisca tutti i diritti dei migranti e delle famiglie dei dispersi, dei prigionieri e dei detenuti sulle rotte migratorie”, le famiglie marocchine delle persone scomparse o detenute, attiviste e reti/collettivi nazionali e internazionali. La giornata di CommemorAzione nasce in memoria della strage di Tarajal a Ceuta (enclave spagnola in Marocco), contro la militarizzazione delle frontiere e la libertà di circolazione. Il 6 febbraio del 2014 14 persone migranti morirono annegate nel tentativo di entrare a nuoto in Europa dal Marocco attraverso la spiaggia di Tarajal. Da allora, andando ad unirsi alla “Marcha por la Dignitad” di Ceuta, la mobilitazione ha preso adesioni in tutto il mondo acquisendo un respiro sempre più transnazionale. Queste giornate uniranno in unico grido la memoria e la richiesta di giustizia e verità dei famigliari delle persone inghiottite dal sistema securitario delle frontiere. Un modo in più per costruire una solidarietà collettiva multi-paese in grado di incrinare le dinamiche dei dispositivi di controllo transnazionali. Saidia, 2020 (PH: CommemorAction) 1. Mi sono laureato in Scienze Internazionali all’Università di Torino, con una tesi che indaga l’intreccio tra lavoro, settore delle costruzioni e colonialismo d’insediamento in Palestina. Oggi frequento il Master GEMPRAI dell’Università Federico II e mi interrogo sulle relazioni tra migrazioni, forme di violenza, colonialità ed agentività delle persone in movimento ↩︎ 2. Il seguente termine viene adottato in contrapposizione a quei “rituali di confine” (border rituals) così definiti da Khosravi. Per un approfondimento vedasi: Khosravi, S. (2007), The ‘illegal’ traveller : An auto-ethnography of borders, “Social Anthropology”, 15(3), 321–334 ↩︎ 3. Migrant·e·s disparu·e·s en mer : le cri des familles face à un drame silencieux, Enass (ottobre 2025) ↩︎ 4. Accompagnare e assistere le famiglie dellɜ migranti mortɜ, detenutɜo scomparsɜ alle frontiere e in mare; Lottare per la libertà di circolazione di ogni persona migrante e contro la chiusura e l’esternalizzazione delle frontiere; Contrastare la criminalizzazione della migrazione e della solidarietà; Favorire l’autonomia giuridica di individui e comunità vulnerabili (legal empowerment ), spesso collocati in situazioni di esclusione temporanea o permanente, per accompagnarli nelle difficoltà incontrate e aiutarli a far valere i propri diritti; Combattere l’esclusione, la discriminazione e gli stereotipi nei confronti delle persone migranti vulnerabili. Fonte: AMSV (2024), brochure informativa. ↩︎ 5. L’associazione, nata a Oujda nel 2017, a partire dal luglio 2023 è entrata a far parte della rete euro-africana Migreurop ↩︎ 6. Per uno sguardo sulla “colonialità” dell’Unione Europea in quanto “progetto politico ed economico” vedasi: Mellino, M. (2019), Governare la crisi dei rifugiati. Sovranismo, neoliberalismo, razzismo e accoglienza in Europa, DeriveApprodi, p.15 ↩︎ 7. Migrant·e·s disparu·e·s en mer : le cri des familles face à un drame silencieux, Enass (ottobre 2025) ↩︎ 8. Migration : Les Haraga optent pour l’Algérie, Enass (maggio 2024) ↩︎ 9. Loi algérienne 08-11 du 25 juin 2008 « relative aux conditions d’entrée, de séjour et de circulation des étrangers en Algérie ». Nel primo decennio del 2000 si è registrato, in conformità alle politiche di securitizzazione europee, un allineamento giuridico dei paesi del Maghreb. Vedasi anche: loi marocaine 02/03 de 2003 « relative à l’entrée et du séjour des étrangers au Royaume du Maroc, à l’émigration et l’immigration irrégulières » ; République tunisienne, loi n° 2004-6 du 3 février 2004, modifiant la loi n°75-40 du 14 mai 1975, relative aux passeports et aux documents de voyage ↩︎ 10. Consulta il rapporto ↩︎ 11. Consulta il rapporto ↩︎ 12. Laakkonen, V. (2022), Deaths, disappearances, borders: Migrant disappearability as a technology of deterrence, “Political Geography”, 99 (102767): 1–9 ↩︎ 13. Ibid., p.2 ↩︎ 14. Tali forme comprendono al proprio interno: “navi non idonee alla navigazione, sanzioni imposte alle compagnie di trasporto, regimi di violenza e sorveglianza delle frontiere, operazioni di intercettazione e respingimento, minacce di deportazione e detenzione, passaggio attraverso terreni accidentati o in veicoli non sicuri, tratta di esseri umani e condizione di irregolarità, costretti a muoversi clandestinamente”.Ibid ↩︎ 15. Irrintracciabili Pratiche di frontiera e scomparse forzate in Marocco, ASGI (marzo 2025), p. 10 ↩︎ 16. Garnoui, W. (2024), Harraga bruciare per l’Europa. Indagine e psicanalisi dei migranti nel Mediterraneo. Per un pensiero decolonizzato delle frontiere, Poiesis, p. 259 ↩︎ 17. Ibid., p.93 ↩︎ 18. Laakkonen, V. (2022), Op. Cit., p. 3 ↩︎ 19. Huttunen, L. (2016), Liminality and missing persons: Encountering the missing in postwar Bosnia-Herzegovina,“Conflict and Society”, 2(1): 201–218 ↩︎ 20. Guía para Familias Víctimas de la Frontera, Caminando Fronteras (maggio 2021) ↩︎ 21. Mghari M., Fassi Fihri M. (2010), Cartographie des flux migratoires des Marocains en Italie, Organisation Internationale pour les Migrations ↩︎ 22. Migration irrégulière des Marocains: au royaume des enfants disparus en mer, En toutes lettres Mag (ottobre 2025) ↩︎ 23. À Beni Mellal, les familles de migrants exigent la vérité, Enass (marzo 2023) ↩︎ 24. ASGI (marzo 2025), Op. Cit. ↩︎ 25. Situation des personnes non ressortissantes marocaines à Rabat. Note d’analyse des données recueillies à Rabat entre janvier 2021 et décembre 2022, GADEM (marzo 2023) ↩︎ 26. Ibid. ↩︎ 27. Consulta il report ↩︎ 28. Le destinazioni delle pratiche di deportazione interne sono diverse. Spaziano dalle città di Beni Mellal, Casablanca, Errachidia, Safi, Fès, Kenitra, Oujda, Marrakech, Rabat e Settat fino ad arrivare a Tiznit, Agadir e Dakhla. Coûts et blessures Rapport sur les opérations des forces de l’ordre menées dans le nord du Maroc entre juillet et septembre 2018 – Éléments factuels et analyse, GADEM (2018) ↩︎ 29. Il termine indica l’uso del potere politico e sociale per determinare chi può vivere e chi deve morire. “La sovranità in questi luoghi equivale alla capacità di definire chi conta e chi non conta, chi è eliminabile e chi non lo è”. Per una definizione completa di “necropolitica” vedasi: Mbembe, A. (2003). Necropolitics, “Public Culture”, Duke University Press, Durham, 15 (1), 11–40. Tr. it. Necropolitica (2016), Ombre Corte ↩︎ 30. Mellino, M. (2019), Op. Cit., p.26 ↩︎ 31. Per uno sguardo sulla “costruzione dell’illegalità all’interno dei regimi di frontiera” vedasi: Bachelet S., Hagan M. (2023), Migration, race, and gender: the policing of subversive solidarity actors in Morocco, “L’Année du Maghreb”, 30 ↩︎ 32. De Genova, N. (2002),Migrant “illegality” and deportability in everyday life, “Annual Review of Anthropology”, 31: 419–447 ↩︎ 33. Fanon, F. (2007), I dannati della terra, Einaudi In Garnoui, W. (2024), Op. Cit., p. 233 ↩︎ 34. Quijano, A. (2000), Coloniality of Power, Eurocentrism, and Latin America, “Nepantla: Views from South”, 1 (3): 533 –580 ↩︎ 35. Gilroy, P. (1984), There Ain’t No Black in the Union Jack, Routledge, London in Mellino, M. (2019), Op. Cit., p. 85 ↩︎ 36. Sorgoni, B. (2022), Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati, Carocci, Roma, p. 25 ↩︎ 37. Mellino, M. (2019), Op. Cit., p. 36 ↩︎ 38. Ibid., p. 47 ↩︎ 39. Per ulteriori informazioni vedasi la pagina dell’associazione ↩︎
Strage di Pylos: al via l’azione penale contro i vertici della Guardia Costiera greca
Un comunicato congiunto di sei importanti organizzazioni greche 1 ha annunciato una svolta decisiva nell’inchiesta sul naufragio di Pylos: la Procura d’appello ha accolto i ricorsi presentati dai sopravvissuti e ha aperto un procedimento penale contro quattro alti ufficiali della Hellenic Coast Guard, tra cui l’attuale comandante. Secondo le organizzazioni firmatarie, «la decisione della Procura d’appello ribalta l’archiviazione disposta dal procuratore del Tribunale Navale del Pireo e riconosce la gravità delle omissioni denunciate dai sopravvissuti che avevano presentato ricorso contro l’archiviazione». Gli indagati dovranno rispondere di omissione di soccorso, esposizione a pericolo e omicidio colposo. Il provvedimento stabilisce che saranno contestati «reati gravi e ripetuti» e nello specifico: «a) esposizione seriale per mancato adempimento dell’obbligo legale di soccorrere e assistere persone in pericolo, che ha causato la morte delle vittime; b) esposizione seriale di altre persone per mancato adempimento dell’obbligo legale di soccorrerle e lasciarle indifese; c) omicidio colposo per negligenza per mancato adempimento seriale degli obblighi legali». Le organizzazioni ricordano inoltre che il 16 maggio 2025 era già stato avviato un procedimento penale «contro 17 membri della Guardia Costiera, tra cui alti ufficiali del comando e l’ex capo», un’inchiesta che era stata trasmessa al giudice istruttore competente. Notizie STRAGE DI PYLOS: INDAGATI 17 MEMBRI DELLA GUARDIA COSTIERA GRECA «A due anni dal naufragio, un primo, sostanziale passo verso la giustizia» Redazione 19 Giugno 2025 La nuova decisione conferma molti dei punti sollevati sia nelle denunce sia nei ricorsi dei sopravvissuti, che hanno più volte affermato che «le autorità non solo non sono intervenute tempestivamente, ma hanno messo ulteriormente a rischio le persone a bordo». Secondo l’ordinanza del Procuratore della Corte d’Appello e come sottolineato dai sopravvissuti nelle loro denunce e ricorsi: “[…] è chiaro che le condizioni del peschereccio Adriana erano precarie fin dall’inizio […] la situazione è gradualmente peggiorata e, per quanto riguarda i passeggeri, questi fatti sono stati confermati e sono apparsi chiari fin dall’inizio dell’incidente a tutti coloro che prestavano servizio nel Centro di coordinamento congiunto delle operazioni di soccorso (JRCC) e a tutta la gerarchia (coinvolta nella sua gestione), tuttavia non è stata attivata alcuna operazione di soccorso o di prevenzione dei rischi (l’incidente non è stato nemmeno classificato come “allerta”, ovvero al secondo livello di rischio previsto dalla Convenzione internazionale SAR) durante la prima fase dell’incidente, ovvero dalle ore 11:00 del 13-06-2023 (quando il Centro di coordinamento del soccorso marittimo italiano ha segnalato per la prima volta l’esistenza della nave sovraccarica) fino all’arrivo della nave P.P.L.S.-920 nella zona […]“. Nel frattempo: “[…] si può dedurre che tra la nuova immobilizzazione del peschereccio e il suo capovolgimento, ci sia stato un intervallo di mezz’ora durante il quale il JRCC non ha emesso l’ordine di inviare un MAYDAY, attenendosi alla sua decisione, durante tutta la gestione dell’incidente, che non fosse necessaria un’operazione di soccorso immediata. In questo modo, si è perso tempo prezioso, compromettendo le possibilità di sopravvivenza dei naufraghi, in un momento in cui le azioni del Centro e della nave PPLS 920 rivelano la consapevolezza dell’imminente pericolo di capovolgimento […]”. “[…] i quattro (4) ufficiali […] hanno partecipato attivamente alla gestione dell’incidente, poiché sono stati costantemente e personalmente informati dei suoi sviluppi, hanno partecipato alle riunioni per valutare e pianificare le azioni necessarie e, infine, hanno approvato (come essi stessi ammettono) le decisioni che sono state prese, ciascuno di loro avendo [….] un obbligo giuridico indipendente di proteggere la vita in mare e, per estensione, un obbligo giuridico specifico di soccorso (dato che hanno concordato o almeno condiviso le decisioni specifiche che sono state prese), e qualsiasi deviazione o mancato adempimento di tale obbligo stabilisce la loro responsabilità penale indipendente […], mentre, in altre parole, “[…] avrebbero dovuto rendersi conto, sulla base della loro esperienza, del loro ruolo, delle loro conoscenze specialistiche e delle informazioni a loro disposizione, che si trattava di una nave in pericolo, ma non hanno intrapreso le azioni necessarie e prescritte per classificare la nave come nave in pericolo e attivare i piani operativi prescritti e appropriati [come, ad esempio, Memoranda/Schede operative n. 1 “Nave in pericolo (indipendentemente dalla bandiera) all’interno della SRR greca” e n. 13 “Incidente grave”, ecc.] per il salvataggio delle persone a bordo della nave [….]“. Le organizzazioni fanno notare la valutazione inclusa nella disposizione relativa alla causa del ribaltamento e dell’affondamento della nave, secondo la quale: ”[…] Questa versione del traino (in combinazione con l’ammissione da parte dei membri della nave P.P.L.S. 920 di aver utilizzato una fune – indipendentemente dal fatto che non ammettano che ciò sia stato fatto a scopo di traino o che non sia stato menzionato dai presenti al JRCC nella fatidica notte) è più convincente e plausibile, dato che, d’altra parte (la Guardia Costiera), non viene fornita alcuna spiegazione dettagliata e convincente per l’improvviso (altrimenti) capovolgimento e affondamento del peschereccio. [….] Dato che il mare era calmo, non c’erano navi commerciali di passaggio (che avrebbero potuto causare grandi onde), i movimenti improvvisi e massicci dei passeggeri all’interno del peschereccio (sia verso l’alto che orizzontalmente, a destra o a sinistra) erano quasi impossibili (a causa del sovraffollamento e del relativo divieto di movimento, come spiegato sopra) ma anche ingiustificati, l’improvviso e potente traino da parte della nave della Guardia Costiera sembra essere l’unica causa possibile e attiva che ha portato il peschereccio a compiere (in quel particolare momento) le due brusche virate (a sinistra e a destra), impedendogli di riprendersi e causandone il ribaltamento. […]”. Gli avvocati delle organizzazioni e dei collettivi che rappresentano i sopravvissuti e le famiglie delle vittime della strage hanno espresso «piena soddisfazione per l’accoglimento dei ricorsi e per l’estensione del procedimento penale nei confronti dei quattro alti ufficiali della Guardia Costiera, il cui caso era stato inizialmente archiviato». Infine, considerano «il rinvio a giudizio per reati gravi di 21 membri della Guardia Costiera, compresi i suoi attuali e precedenti capi e altri alti ufficiali, nonché le conclusioni della Procura della Corte d’Appello, uno sviluppo sostanziale e evidente nel processo di rivendicazione delle vittime e di giustizia». 1. Le organizzazioni: Network for the Social Support of Refugees and Migrants; Greek League for Human Rights; Greek Council for Refugees (GCR); Initiative of Lawyers and Jurists for the shipwreck of Pylos; Refugee Support Aegean (RSA); Legal Centre Lesvos ↩︎
“Desaparecer” in gruppo: le rotte migratorie marittime del Chiapas
Il 21 dicembre del 2024, 40 persone migranti di varie nazionalità sono state fatte desaparecer in mare aperto, di fronte alle coste del Chiapas, nel sud del Messico. La rotta marittima che doveva portarle varie centinaia di chilometri più a nord, si è rivelata una trappola “che le/li ha inghiottiti” senza lasciarne traccia. 10 mesi di vuoto da parte delle istituzioni hanno convinto madri, nonne, sorelle ad alzare le loro voci, perché risuonino al di là di tutte le frontiere, in una conferenza stampa che si è tenuta il 25 ottobre 2025. Le madri delle persone desaparecidas LE AUTORITÀ MESSICANE: UN MURO DI INDIFFERENZA, SILENZIO E NEGLIGENZA «Dopo la desaparición dei nostri figli, ci siamo scontrate con un muro di indifferenza, silenzio e negligenza da parte delle autorità messicane… Per vari mesi ci siamo sentite sole, prive di protezione e disperate… Siamo andate di ufficio in ufficio, abbiamo presentato denunce, ma le nostre voci non sono state ascoltate… L’immobilismo delle Procure non solo ci impedisce di trovare i nostri figli, ma perpetua l’impunità e permette che si continuino a commettere ingiustizie… La vita di un migrante non vale, la sua desaparición non merita un’investigazione… Quanti altri sogni devono sparire perché qualcuno faccia qualcosa? … Esigiamo l’immediato inizio di ricerche esaustive e trasparenti, sulla desaparición dei nostri figli e di tutti gli altri migranti fatti sparire in Messico» Sono i frammenti di un solo discorso corale, pronunciati da Alicia, Margarita, Lázara, Isis, Elizabeth, Graciela, Lilian, 7 donne familiari di persone migranti cubane e un honduregno, vittime di una desaparición in massa in Chiapas, Messico, in un tratto marittimo della rotta verso gli USA. Per loro è arrivato il momento della denuncia pubblica, con dolore, rabbia e con indignazione. Parlano anche a nome di altre madri dell’Ecuador y del Perù che si stanno appena scoprendo e riconoscendo come parte del gruppo. DESAPARECER LONTANO, CERCARE “A DISTANZA“ Come si fa la ricerca “a distanza”? È la domanda che attraversa, come un filo invisibile, la conferenza stampa organizzata lo scorso 25 ottobre da sei madri e nonne cubane e da una sorella honduregna. Collegate da Cuba e dagli Stati Uniti, con computer, videocamere, schermi e un link di Meet, hanno dato una risposta concreta a quella domanda, dialogando con giornalisti, giornaliste e persone solidali riunite in Messico, Spagna e Italia. Hanno raccontato il loro calvario, iniziato il 21 dicembre 2024: la disperata ricerca dei propri cari scomparsi a migliaia di chilometri di distanza, in un paese che da decenni rappresenta la frontiera verticale degli Stati Uniti. Un paese latinoamericano in cui, paradossalmente, a chi proviene dal resto dell’America Latina è “vietato l’accesso”, perché – secondo la logica del suprematismo bianco al potere negli USA – rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza nazionale. È il 21 dicembre 2024, a San José el Hueyate, un’oasi tropicale sulla costa del Chiapas. Alle 8:14 del mattino, un gruppo di 23 persone – che ha trascorso la notte in una casa di sicurezza a pochi metri dal mare – viene condotto sulla spiaggia e fatto salire su un motoscafo diretto verso il mare aperto. L’imbarcazione attraversa la “barra”, il punto in cui si scontrano la forza delle correnti marine e quella del fiume che preme per uscire. Poco dopo, un secondo motoscafo accoglie un’altra ventina di persone, anche loro provenienti dallo stesso villaggio. In tutto, più di quaranta persone imbarcate. La rotta marittima era stata scelta per evitare i numerosi posti di blocco lungo i 400 chilometri di strada che separano Tapachula da Juchitán, nello stato di Oaxaca: una decisione apparentemente prudente, ma che per molti si rivelerà una brusca e inquietante sorpresa, poiché avevano pattuito un viaggio via terra, in un veicolo considerato sicuro. Sin dalla mattina presto ognuno ha aggiornato la propria famiglia. Le mamme, rimaste a casa, ricordano: «Mamma, va tutto bene, sto aspettando» mamma, abbi cura di Lulú (la cagnetta)» Frasi semplici, quotidiane, come in una qualunque mattina di viaggio: un saluto, una rassicurazione, un piccolo frammento di normalità. «Mamma, Lorena ed io partiamo con gli ultimi 20» «Mamma, facciamo colazione e poi speriamo di andarcene da qui» E sì, se ne sono andati. Hanno lasciato quelle spiagge tra lagune e mangrovie – paesaggi da dépliant di vacanze ai tropici – che però sono tristemente note per essere un nodo strategico dei traffici dei cartelli in questa zona di frontiera. L’INUTILITÀ DELLA TECNOLOGIA Una delle persone migranti aveva sul telefono un’app che permetteva ai familiari di seguirne, passo dopo passo, gli spostamenti. Grazie a questo, si conoscono i movimenti del gruppo negli ultimi giorni prima della desaparición. Alle 8:25 si registra l’ultima geolocalizzazione: il segnale li colloca in mare aperto. Poi, all’improvviso, la tecnologia diventa inutile – il segnale svanisce, i telefoni tacciono. Se ne sono andati, ma nessuno sa dove. Come dice Graciela, “Sembra che la terra li abbia ingoiati”. I cellulari non si riaccendono più, e alle famiglie restano soltanto quelle ultime parole. Samei è il più giovane: ha solo 14 anni. Sua nonna paterna, Lázara, racconta che “è l’unico ricordo che mi rimane di mio figlio Santiago, morto tre anni e cinque mesi fa”. Viaggia insieme a sua madre, Meiling, 41 anni. Elianis ha appena compiuto 18 anni, ma mostra una determinazione sorprendente. Jorge Alejandro ha 23 anni, Dayranis 31, Lorena 28. Tutti sognano di raggiungere gli Stati Uniti, dove qualcuno li attende per riprendere progetti di vita sospesi da tempo, a volte per anni. Provengono da diversi angoli di Cuba – da L’Avana, dalla provincia di Matanzas, da Santiago de Cuba, l’antica capitale, e da Camagüey. Ma non ci sono solo cubani tra loro: c’è anche Ricardo, 32 anni, originario del dipartimento honduregno di Yoro; Karla, 28 anni, anche lei honduregna; e Jefferson Stalin, 21 anni, dell’Ecuador. Tutte e tutti sono vittime del trumpfascismo. Alcune persone del gruppo avevano richiesto il “parole” umanitario 1, una delle poche vie ancora possibili per entrare negli Stati Uniti in modo “regolare”, ma avevano ricevuto solo silenzio o un secco rifiuto. Avevano fretta, consapevoli che, con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, ogni tentativo di raggiungere gli Stati Uniti – per vie legali o irregolari – sarebbe diventato impossibile. Sapevano anche che il diritto di chiedere asilo, un tempo relativamente accessibile almeno per chi proveniva da Cuba, sarebbe stato spazzato via dalla nuova amministrazione. MESSICO SELVAGGIO Il loro viaggio si è svolto lungo una delle nuove rotte migratorie, che cambiano di continuo. Un percorso tortuoso, fatto di voli alternati a lunghi tratti via terra, attraverso numerosi paesi del Sud e del Centro America, fino a raggiungere Tapachula, in Chiapas. Fino a quel punto, per tutte e tutti, il viaggio procede senza grandi ostacoli. Ma a Tapachula l’atmosfera si fa più tesa: si avverte la presenza dei cartelli, anche se i gesti quotidiani – a volte persino gentili – di alcuni operatori che controllano o spostano i migranti riescono a bilanciare, almeno in parte, le paure e le inquietudini che affiorano nei messaggi inviati ai familiari. Il gruppo cubano, unito e solidale, rappresenta per ciascuno una fonte di forza e di rassicurazione. All’inizio, l’interruzione del contatto telefonico non desta troppa preoccupazione: capita spesso, durante viaggi così incerti. Ma con il passare delle ore, e soprattutto la sera, il nervosismo delle famiglie cresce. Le rassicurazioni dei coyotes non bastano più a placare l’ansia, e le versioni che circolano nei giorni successivi, invece di portare sollievo, aumentano la paura: il gruppo sarebbe stato fermato dall’Istituto Nazionale di Migrazione (INM), o dalla Marina, o dalla polizia nazionale; oppure – si dice – sarebbe caduto nelle mani della delinquenza organizzata, o avrebbe persino naufragato. Poi, poco a poco, i coyotes smettono di rispondere a chiamate e messaggi, recidendo l’unico filo che sembrava poter ricondurre alle persone scomparse. Quando le famiglie iniziano le ricerche attraverso i social network, scatta la trappola crudele delle estorsioni. Per circa un mese ricevono chiamate continue, minacce di ogni tipo, manipolazioni del dolore e della disperazione: tutto per spingerle a pagare migliaia di dollari, senza mai una prova di vita. È stato un processo durissimo, imparato da sole e in fretta. “All’inizio – racconta una delle madri – non sapevamo cosa fare né a chi rivolgerci, eravamo completamente sole.” Eppure, fin dall’inizio, l’iniziativa è rimasta nelle mani delle madri e delle famiglie, che solo in un secondo momento hanno trovato sostegno in alcune organizzazioni della società civile. RICONOSCERSI ED AGIRE IN COLLETTIVO Già a dicembre, nella ricerca sulle reti sociali, madri, sorelle, mariti, padri iniziano ad incontrarsi, a riconoscersi come parte dello stesso incubo ed a pensare ed agire insieme. Si cominciano ad organizzare creando un gruppo di whatsapp. Il 31 dicembre viene contattata per la prima volta la console di Cuba a Veracruz che, in seguito, informerà la Procura Speciale delle persone migranti di Chiapas dei fatti avvenuti il 21 dicembre, ma senza ricevere alcuna risposta. Da quel momento le famiglie hanno utilizzato tutti i mezzi possibili per denunciare e chiedere sostegno. Hanno intrapreso lunghi viaggi dalle proprie comunità per recarsi di persona presso gli uffici competenti dei loro paesi – dai Ministeri degli Esteri alle direzioni consolari – e hanno inviato innumerevoli email e fatto altrettante telefonate alle istituzioni messicane, nonostante le enormi difficoltà di comunicazione 2. Hanno presentato denunce e richiesto l’attivazione delle Commissioni di Ricerca: quella nazionale (Comisión Nacional de Búsqueda, CNB) e quella statale del Chiapas (Comisión Estatal de Búsqueda, CEB). Le segnalazioni sono partite da Cuba, dal Brasile, dagli Stati Uniti e dal Messico. Si sono rivolte anche alla Procura statale del Chiapas e successivamente alla Commissione Nazionale per i Diritti Umani (CNDH). Hanno contattato una corrispondente del quotidiano spagnolo El País, che ha pubblicato un ampio reportage sulla desaparición di massa del 21 dicembre 2024 3. Con l’assistenza legale della Fondazione per la Giustizia e per lo Stato Democratico di Diritto (Fiscalía Especial de investigación de delitos relacionados con personas migrantes y refugiadas de la Fiscalía General de la República – FJEDD), l’11 aprile 2025 hanno presentato una denuncia collettiva alla Procura Speciale per i delitti contro persone migranti e rifugiate, all’interno della Procura Generale della Repubblica (FGR). Di fronte al silenzio e all’inerzia delle istituzioni nazionali, le famiglie si sono rivolte al Comitato delle Nazioni Unite contro la Sparizione Forzata (CED), chiedendo l’attivazione di azioni urgenti e sollecitando i governi del Messico e dei paesi d’origine ad avviare indagini e ricerche effettive. In questi dieci mesi interminabili, le madri non hanno mai smesso di cercare. Prive di protezione istituzionale, si sono esposte a rischi enormi e hanno affrontato da sole ogni tipo di difficoltà logistica ed economica. Grazie al loro impegno instancabile, hanno fornito nelle denunce informazioni dettagliate e preziose sugli ultimi giorni trascorsi in Chiapas – fino alle fatidiche 8:25 del mattino del 21 dicembre – dati che, purtroppo, le autorità hanno ignorato, rendendoli oggi, a quasi un anno di distanza, praticamente inutilizzabili. LA RETE REGIONALE DI FAMIGLIE MIGRANTI Il contatto con la Red Regional de Familias Migrantes 4 è più recente ed è servito prima di tutto a fare un bilancio della situazione: la mancanza di un’indagine efficace, di collaborazione tra le autorità coinvolte, e di comunicazione con le famiglie. Ne sta prendendo corpo una nuova strategia che ha già dato luogo a varie iniziative. Per la prima volta, le madri e altri familiari si sono riuniti con rappresentanti della Procura Generale della Repubblica (FGR) e della Commissione Nazionale di Ricerca (CNB), per chiarire se esista un’indagine ufficiale e conoscerne gli esiti aggiornati. Hanno inoltre chiesto nuove azioni di ricerca e d’investigazione, una reale coordinazione tra tutte le istituzioni coinvolte – a livello nazionale e internazionale – e la partecipazione diretta e costante delle famiglie. Su questi punti, la FGR e la CNB hanno assunto impegni espliciti. LE DESAPARICIONES DI MASSA DI MIGRANTI: UNA PRATICA ORMAI COMUNE SULLE COSTE DEL CHIAPAS? La conferenza stampa del 25 ottobre nasce all’interno di questa strategia collettiva: un momento in cui le madri hanno deciso di prendere la parola pubblicamente, per squarciare il velo di silenzio che ancora nasconde all’opinione pubblica fatti tanto gravi. Fatti che avvengono in un territorio, quello del Chiapas, dove la presenza della delinquenza organizzata e la violenza sistematica contro le persone migranti sono realtà note da decenni – ma dove, fino a poco tempo fa, le desapariciones di massa erano un fenomeno inedito. Questi episodi segnano una svolta nella gestione criminale delle rotte migratorie alla frontiera sud del Messico. Negli ultimi mesi, infatti, sono emerse nuove segnalazioni di sparizioni collettive nella stessa area costiera del Chiapas, come quella di 23 migranti scomparsi il 5 settembre 2025. Tutto lascia pensare che si tratti ormai di una pratica ricorrente nella regione. Le madri chiedono l’appoggio della presidenta del Messico, Claudia Sheinbaum, affinché si assuma la responsabilità politica di quanto sta accadendo. Ana Enamorado, fondatrice della Red de Familias de Personas Desaparecidas, commenta: > «Claudia Sheinbaum deve sapere che qui stanno facendo desaparecer le persone > in gruppo», forse alludendo ai 133.427 casi ufficialmente registrati di sparizione forzata 5, un numero che il governo sembra intenzionato, se non a occultare, quantomeno a minimizzare. Enamorado aggiunge: «Ma il messaggio deve arrivare anche a chi sa dove sono le persone scomparse, a chi oggi controlla le loro vite». TROVARE I NOMI CHE MANCANO La conferenza stampa del 25 ottobre coincide con il quarto anniversario della Red, celebrato il 15 e il 23 ottobre. A questo proposito, Sandra Odette Gerardo, collaboratrice solidale della rete sin dalla sua fondazione, afferma: «Non vorremmo nemmeno che la Rete esistesse, invece ogni anno le desapariciones aumentano… e sono sempre di più le persone che si avvicinano al nostro collettivo». Il gruppo iniziale del 21 dicembre 2024 – già cresciuto con le famiglie provenienti da Honduras, Ecuador e Perù – sa che resta un passo fondamentale da compiere: identificare una trentina di giovani migranti tuttora senza nome, scomparsi nello stesso episodio. Un lavoro necessario per spezzare la maledizione che colpisce le persone migranti, costrette a desaparecer due volte: la prima in mare o lungo la rotta, la seconda nel silenzio, quando nessuno notifica la loro assenza e nessun registro ufficiale ne riconosce la scomparsa. Il prossimo passo sarà rintracciare le loro famiglie e coinvolgerle in questa battaglia per la verità e la giustizia, per – come dicono le madri – «…obbligare le autorità messicane, ma anche quelle dei paesi d’origine delle persone scomparse, a fare il loro lavoro e ad assumersi le proprie responsabilità». IL DIRITTO DELLE FAMIGLIE A CERCARE A una domanda sul possibile coinvolgimento delle famiglie nella ricerca sul terreno, la prima risposta, spontanea, di diverse madri è netta: non vogliono farlo. > «Non vogliamo che sia necessario. Vogliamo che le nostre ragazze e i nostri > ragazzi compaiano subito…» Poi, dopo un silenzio, Lilian aggiunge: «…ma se questo non succederà, siamo disposte ad andare fino in capo al mondo per cercarlə». Perché questo sia possibile, spiega Sandra Odette Gerardo, le autorità devono riconoscere alle famiglie il diritto di cercare le persone scomparse, senza alcuna distinzione di nazionalità o status migratorio – così come stabilito dal diritto internazionale e dalle leggi messicane. In concreto, è necessario che le madri e gli altri familiari del gruppo del 21 dicembre vengano riconosciuti come vittime indirette, affinché nel 2026 si possa organizzare una brigata internazionale di ricerca in Chiapas, con l’appoggio del governo. Solo così potranno recarsi nei luoghi dove le persone amate hanno trascorso gli ultimi giorni prima di essere inghiottite dalla rotta migratoria, per raccogliere informazioni, tracce, nuove piste su cui spingere le autorità a indagare – fino a trovare e riportare a casa chi oggi manca all’appello. LE VITE DELLE PERSONE MIGRANTI DESAPARECIDAS VALGONO Le madri sanno che la loro lotta va ben oltre la ricerca dei propri familiari. È una battaglia contro le politiche migratorie che producono morti e sparizioni di frontiera in tutto il mondo. Hanno chiaro che gli obiettivi di verità e giustizia sono inseparabili dal principio della non ripetizione: «La desaparición dei nostri figli e di tanti altri migranti è una tragedia che non possiamo ignorare. Non è un caso individuale, ma il riflesso della grave crisi umanitaria che vivono i migranti in Messico e nel resto del mondo. Non possiamo permettere che altre famiglie soffrano questa agonia». Le madri promettono una tenacia instancabile, per difendere e affermare i valori più profondi e radicali della solidarietà e dell’umanità: > “…Non permetteremo che i loro sogni diventino statistiche dimenticate. > La loro assenza è una ferita aperta nel cuore delle loro famiglie e > dell’umanità.” La logica dei governi e delle istituzioni deve cambiare. Perché le nostre vite valgono. Notizie IL DIRITTO DI MIGRARE NELL’ERA TRUMP Le riflessioni di Gabriela Hernández, direttrice di “Tochan, Nostra Casa“ di Città del Messico Mara Girardi 26 Febbraio 2025 1. Il programma di “Parole humanitario”, ovvero la libertà condizionata umanitaria (CHNV, acronimo di Cuba, Haiti, Nicaragua, Venezuela), era stato istituito dall’amministrazione Biden nell’ottobre 2022. Permetteva a migranti provenienti da questi quattro paesi di entrare regolarmente negli Stati Uniti e di viverci e lavorare per un periodo di due anni. Con l’ordine esecutivo “Proteggere i nostri confini”, firmato da Trump il giorno stesso del suo insediamento (20 gennaio 2025), questo programma di libertà vigilata è stato abolito, cancellando una delle poche vie legali di accesso al territorio statunitense per migliaia di persone in fuga da crisi economiche e politiche ↩︎ 2. Le istituzioni non mettono a disposizione numeri con whatsapp, e alle famiglie mancano le risorse per fare lunghe telefonate internazionali ↩︎ 3. Anatomía de una desaparición masiva en México: “Mamá, caí en manos de la mafia”, El Pais (22 giugno 2025); Intervista di Adela Micha a Beatriz Guillén ↩︎ 4. Collettivo di familiari di migranti centro e sudamericani desaparecidas nelle rotte migratorie del Messico ↩︎ 5. Al 5 novembre 2025, secondo la base di dati del Registro Nacional de Personas Desaparecidas y No Localizadas, RNPDNO della CNB ↩︎