Trump contro l’élite della politica estera

Jacobin Italia - Saturday, March 7, 2026
Articolo di Paul Heideman

L’attacco dell’amministrazione Trump all’Iran non è stato certo una sorpresa. Da gennaio, il dispiegamento militare attorno al paese degli Ayatollah ne aveva fatto presagire l’imminenza. Eppure, nonostante fosse stato previsto da tempo, l’attacco non è stato meno scioccante. L’assassinio dell’ayatollah iraniano Ali Khamenei ha segnalato che non si sarebbe trattato di una ripetizione della guerra dei dodici giorni dell’estate scorsa, ma di un conflitto molto più aspro e distruttivo. Allo stesso tempo, l’amministrazione ha orgogliosamente dichiarato il suo disprezzo per le tradizionali regole d’ingaggio, suggerendo di ignorare i «danni collaterali», un atteggiamento peggiore anche dell’ignobile record dell’Operazione Iraqi Freedom.

Allo stesso tempo, ci sono segnali che l’amministrazione fosse miseramente impreparata alla guerra. Gli obiettivi annunciati sono stati mutevoli e incoerenti. Non c’era alcun piano per evacuare i cittadini americani dalla regione, nonostante la prevedibilità della risposta dell’Iran. E non è nemmeno chiaro se l’esercito americano abbia armamenti sufficienti per la durata dello scontro che si prevede. Tutto ciò solleva la questione di chi stia esattamente pianificando la guerra di Donald Trump. Indagare su questo interrogativo rivela molto più della semplice incompetenza per cui entrambe le amministrazioni Trump sono giustamente note. Rivela anche la profonda frattura che il partito della guerra di Trump crea con l’establishment della politica estera americana e con i suoi sostenitori tra i vertici aziendali.

Gran parte di ciò che rende possibile questa frattura necessita di una spiegazione. Nel mio recente libro, Rogue Elephant, ho sostenuto che la novità più grande di Trump e del Partito repubblicano di oggi deriva dal fatto che questo si è svincolato dal controllo dell’intera classe capitalista americana – sia chiaro, non dal controllo dei singoli capitalisti o di ristretti interessi settoriali, ma da quel particolare tipo di controllo di classe che il network pensante della politica estera avrebbe dovuto fornire. Sebbene la guerra e l’orrore imperialista siano tutt’altro che aberrazioni nella politica estera americana, è proprio questa rottura strutturale con l’establishment che contribuisce in larga misura a spiegare la particolare forma assunta dalla bellicosità di Trump negli ultimi mesi.

Il network pensante

Fin dall’affermazione degli Stati uniti come potenza globale all’inizio del XX secolo, la politica estera americana è stata plasmata da una rete di think tank, a loro volta supervisionati dai vertici delle principali aziende americane. Il Council on Foreign Relations (Cfr) è la più venerabile di queste istituzioni, nata dopo la Prima guerra mondiale dai consigli di pianificazione istituiti dall’amministrazione di Woodrow Wilson (la rivista del Consiglio, Foreign Affairs, fu fondata dopo che uno dei suoi dirigenti inviò lettere di raccolta fondi ai mille americani più ricchi). Altre istituzioni simili includono l’Atlantic Council, la Rand Corporation, l’Aspen Institute e la Commissione Trilaterale.

Queste organizzazioni elaborano la politica estera attraverso due canali. In primo luogo, cercano di influenzare il clima di opinione sulle questioni chiave del momento. Ad esempio, il rapporto del Cfr del 2001, Strategic Energy Policy: Challenges for the 21st Century, sosteneva che lasciare Saddam Hussein al potere in Iraq avrebbe «incoraggiato Saddam Hussein a vantarsi della sua ‘vittoria’ contro gli Stati uniti, alimentato le sue ambizioni e potenzialmente rafforzato il suo regime. Una volta incoraggiato […] Saddam Hussein avrebbe potuto rappresentare una minaccia maggiore per la sicurezza degli alleati degli Stati uniti nella regione». Questo rapporto faceva parte di una più ampia spinta da parte della rete di pianificazione della politica estera a favore di un cambio di regime in Iraq. Più in generale, questo tipo di rapporti cerca di definire i problemi chiave della politica estera americana, nonché lo spazio delle possibili soluzioni politiche.

L’altro canale attraverso cui i think tank definiscono la politica estera è quello di fornire personale a una nuova amministrazione. Lo stato di sicurezza americano è ampio e decine e decine di posizioni amministrative di alto livello cambiano con ogni nuova amministrazione. Le persone che ricopriranno queste posizioni provengono spesso in gran parte dalla rete dei think tank di politica estera e, dopo la fine di un’amministrazione, molti membri dello staff tornano in questi ambienti. Questa porta girevole tra think tank e postazioni decisionali è in effetti una delle ragioni per cui i primi esistono. Come ha affermato Joseph Nye, un importante pensatore e amministratore della Commissione Trilaterale, «il modo più efficace [per influenzare la politica] è quando si sviluppano idee con persone che poi entrano e prendono in mano la leva, oppure si prendono in mano la leva di persona».

I legami tra i think tank e l’élite aziendale americana sono forti. In primo luogo, molti dei think tank più importanti ricevono gran parte dei loro fondi direttamente da grandi aziende, da Goldman Sachs a Coca-Cola. In secondo luogo, i consigli di amministrazione dei think tank sono composti da figure provenienti direttamente dalla classe dirigente aziendale. Come concludono Bastiaan van Apeldoorn e Naná de Graaff in uno studio del 2016,

Oltre la metà dei direttori e dei fiduciari che governano gli istituti di pianificazione politica, centrali nelle ultime tre amministrazioni post-Guerra Fredda, sono strettamente legati alla comunità aziendale attraverso la loro contemporanea appartenenza ai consigli di amministrazione. Questi direttori sono in contatto con un totale di 318 aziende diverse. In altre parole, scopriamo che un numero considerevole di questi direttori fa parte dell’élite aziendale mentre dirige il processo di pianificazione politica.

Sia l’amministrazione di George W. Bush che quella di Biden esemplificano queste dinamiche. Donald Rumsfeld, primo segretario alla Difesa di Bush, era un fiduciario della Rand Corporation prima della sua nomina (oltre a essere presidente di una grande azienda farmaceutica). Condoleezza Rice, il suo consigliere per la sicurezza nazionale, era stata membro del Cfr e amministratore delegato di aziende come Chevron e Hewlett-Packard. Allo stesso modo, Joe Biden aveva a disposizione un’ampia rete di think tank aziendali. Il suo segretario di Stato, Antony Blinken, era membro del Cfr (oltre che fondatore di un gruppo di consulenza per l’industria della difesa), mentre il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, era stato membro del Carnegie Endowment for International Peace, il cui consiglio di amministrazione è composto in gran parte da dirigenti di diverse società finanziarie.

Da Wilson a Biden, ecco chi ha plasmato la politica estera degli Stati uniti. Sebbene quelle politiche potessero cambiare da un’amministrazione all’altra, il personale veniva costantemente selezionato da una rete di think tank finanziati e supervisionati dai leader delle più grandi aziende del paese. Questa supervisione, a sua volta, garantiva che le politiche adottate in queste istituzioni fossero coerenti con le aspirazioni politiche della classe dirigente aziendale. Infatti, riunendo i dirigenti di diverse aziende in un unico consiglio di amministrazione, svolgono un ruolo importante nel facilitare l’accordo.

La rete si è rotta

La prima amministrazione Trump ha segnato una netta rottura con questa tradizione. Alcune figure provenienti dalla rete dei think tank hanno certamente ricoperto posizioni chiave. James Mattis come Segretario alla Difesa; Mark Esper come Segretario dell’Esercito (e in seguito Segretario alla Difesa); HR McMaster come Consigliere per la Sicurezza Nazionale così come John Bolton, provenivano tutti da un background istituzionale abbastanza simile a quello di figure analoghe nelle precedenti amministrazioni.

Ma, esaminata nel complesso, la disgiunzione tra il personale di Trump e le amministrazioni che lo hanno preceduto è evidente. Per misurarla, van Apeldoorn e de Graaff hanno contato il numero di legami tra i principali responsabili della politica estera di ciascuna amministrazione e la rete dei think tank. Nell’amministrazione Bush, c’erano 131 legami tra alti funzionari di politica estera e la rete dei think tank. Nell’amministrazione Obama, ce n’erano 133. Nell’amministrazione Trump, ce n’erano solo 39. Come concludono van Apeldoorn e de Graaff, «l’élite di politica estera trumpiana è scarsamente integrata nell’élite transnazionale di politica estera che aveva legami così stretti con tutte e tre le precedenti amministrazioni. Osserviamo quindi una rottura reale e significativa con la precedente configurazione del potere delle élite».

Nel primo mandato di Trump, tuttavia, ciò non ha rappresentato una rottura radicale. Certo, l’aggressione criminale al governo ucraino per aver sparso la voce sulla famiglia Biden è stata un nuovo tipo di intervento geopolitico. Ma nel complesso, la sua politica estera ha continuato sui binari tracciati dalle amministrazioni precedenti. L’atteggiamento più conflittuale nei confronti della Cina non faceva che proseguire ciò che l’amministrazione Obama aveva iniziato. Sulla Russia, la politica di Trump è stata in realtà leggermente più bellicosa di quella dei suoi predecessori. E mentre ritirare gli Stati uniti dal Piano d’azione congiunto globale con l’Iran ha rappresentato certamente una rottura violenta con l’amministrazione Obama, che aveva appena negoziato quell’accordo, il Partito repubblicano nel suo complesso non ne ha mai accettato la legittimità.

Sebbene il personale di Trump nel suo primo mandato avesse un background istituzionale piuttosto diverso da quello tipico dell’élite di politica estera, la sua amministrazione non ha, nel complesso, tentato una revisione significativa della politica americana. Le ragioni di ciò derivano dalla natura inaspettata della vittoria di Trump. La maggior parte del Partito repubblicano ha trascorso il 2016 aspettando che Trump perdesse, e lo stesso Trump non aveva nemmeno scritto un discorso di vittoria l’8 novembre. Ci sono stati pochi sforzi per mettere insieme una vera squadra di politica estera con una visione coesa. Una volta in carica, ruoli chiave sono stati occupati da figure come Mattis o Bolton, che si sono adoperati attivamente per frustrare qualsiasi tentativo di un cambiamento di politica troppo drastico. Nella prima amministrazione Trump, proseguire nei solchi familiari tracciati dalla politica precedente era la via più facile.

La seconda amministrazione Trump è piuttosto diversa. Non ci sono più figure paragonabili a Mattis o McMaster. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth non ha alcuna esperienza politica, avendo lavorato come conduttore di Fox News dopo aver fallito nella gestione di gruppi di veterani di destra. Il vicepresidente J.D. Vance e il direttore dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard non hanno alcun legame con la rete dei think tank. Molti altri importanti responsabili politici provengono direttamente dalla finanza (Scott Bessent al Tesoro, Stephen Miran al Consiglio dei consulenti economici) o dal settore immobiliare (l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff). La figura più vicina all’élite tradizionale della politica estera è il Segretario di Stato/Consigliere per la Sicurezza Nazionale (che ricopre il ruolo di Henry Kissinger nell’amministrazione Nixon) Marco Rubio. Rubio era senatore dal 2010 e faceva parte dei circoli repubblicani di politica estera più tradizionali. Ma a livello istituzionale, non ha nessuno dei legami tipici delle figure simili nelle precedenti amministrazioni. Il think tank a cui è più strettamente associato è la Foundation for the Defense of Democracies (Fdd). Questa non è un tipico think tank di politica estera quanto un’estensione della lobby israeliana. Costituito nel 2001 con il nome di Emet (in ebraico «verità»), la missione originaria dell’Fdd era quella di «fornire formazione per migliorare l’immagine di Israele in Nord America e la comprensione da parte del pubblico delle questioni che riguardano le relazioni arabo-israeliane». È stato un attore chiave nel promuovere un cambio di regime in Iran.

Un altro think tank esterno alla rete di pianificazione politica aziendale, ma fortemente legato all’amministrazione Trump, è l’America First Policy Institute (Afpi). L’Afpi è stato fondato solo nel 2021 e fin dall’inizio è stato profondamente legato a Trump. Sebbene il gruppo non renda noti i suoi donatori, ha stretti legami con i capitali petroliferi del Texas attraverso membri del consiglio di amministrazione come Tim Dunn e Cody Campbell. Nel 2024, Politico ha definito il gruppo la «Casa Bianca in attesa» di Trump, e diversi alti funzionari di politica estera (Kevin Hassett al National Economic Council, John Ratcliffe alla Cia e l’ambasciatore presso la Nato Matthew Whitaker) hanno ricoperto incarichi presso il gruppo. Il suo consiglio di amministrazione non ha praticamente alcuna sovrapposizione con altri think tank nella rete di pianificazione della politica estera.

In sintesi, la tradizionale rete di politica estera è pressoché assente nella seconda amministrazione Trump. Anzi, l’amministrazione ha dimostrato apertamente disprezzo nei confronti delle istituzioni che ne fanno parte. La scorsa estate, il Pentagono ha bruscamente annullato i piani di alcuni alti funzionari di intervenire all’Aspen Security Forum, accusando l’incontro di promuovere «il male del globalismo, il disprezzo per il nostro grande Paese e l’odio per il Presidente degli Stati Uniti». Ciò si è tradotto in una rottura molto più radicale con la politica precedente rispetto alla prima amministrazione. Fin dall’inizio, la politica tariffaria è stata caotica, interrompendo alleanze militari e diplomatiche che le precedenti amministrazioni consideravano sacrosante. L’amministrazione ha indebolito la Nato in modo ancora più drastico rispetto alla prima amministrazione, poiché le minacce di conquistare la Groenlandia con la forza hanno imposto ai governi europei la necessità di una politica di sicurezza indipendente dagli Stati Uniti.

E ora, Trump ha lanciato un attacco all’Iran senza alcun tipo di obiettivo bellico ben definito. I media hanno suggerito che Trump credesse di poter replicare quanto ottenuto in Venezuela, dove il capo dello Stato è stato rimosso e il resto dell’apparato statale si è rapidamente piegato al suo volere. Se ciò fosse vero, indicherebbe dietro quest’ultima guerra un team politico incredibilmente incompetente.

Niente di quanto fin qui sostenuto deve essere interpretato come una nostalgia per i bei vecchi tempi in cui l’élite esercitava il suo controllo. I bagni di sangue in Vietnam e Iraq avevano incontestabilmente origine da quella rete in cui l’ambizione americana di dominio globale veniva coltivata e articolata, e nessuno che abbia un impegno nei confronti dei principi democratici fondamentali dovrebbe provare nostalgia per l’epoca della sua egemonia.

Ciononostante, vi sono ragioni per credere che l’allontanamento dell’amministrazione Trump dalla rete dei think tank potrebbe inaugurare un’era ancora più distruttiva e caotica per la politica estera americana. Uno degli effetti di quella rete è quello di coinvolgere un’ampia varietà di interessi nella supervisione della formulazione della politica estera. Direttori di società finanziarie, aziende farmaceutiche, manifatturiere e aziende della difesa si uniscono per garantire che l’elaborazione delle politiche nei think tank segua linee conformi ai loro interessi. E sebbene questi interessi appartengano tutti alla classe dirigente, abbracciano un’ampia gamma di settori. Ciò significa che le aziende rappresentate sono esposte a numerose fonti di rischio, che cercano di garantire che le politiche adottate non vengano aggravate.

La pianificazione politica della seconda amministrazione Trump non contempla un insieme di interessi completo. Di conseguenza, l’amministrazione sembra disposta a rischiare molto di più con una pianificazione inferiore rispetto alle amministrazioni precedenti. Dato il livello di ferocia che erano disposti a tollerare nel perseguimento dei propri interessi, dovremmo aspettarci che Trump e il suo partito della guerra si spingano ancora oltre.

*Paul Heideman ha conseguito un dottorato di ricerca in studi americani presso la Rutgers University di Newark. È autore, di recente, di Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. 

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