Cavalcare la iena: le avventure di Giulio Cesare EvolaAndrea Scarabelli, Vita avventurosa di Julius Evola, Edizioni Bietti (2024,
nuova ed. ampliata 2026) pp. 944, € 40.00
Ha davvero senso perdere tempo a parlare di Evola? No. Ma bisogna farlo, per la
stessa ragione per cui bisogna parlare di certi funghi: non perché siano
interessanti, ma perché sono velenosi e qualcuno continua a raccoglierli. Anzi,
qualcuno ha appena finito di raccoglierli e li ha portati in cucina — non quella
di un circolo neofascista di periferia, ma quella di palazzo Chigi, per finire
di avvelenare gli italiani.
Bisogna parlare di Evola, quindi, personaggio ambiguo alla periferia estrema del
pensiero europeo, razzista, misogino, ricompilatore fantasioso di idee altrui,
propulsore occulto del terrorismo nero italiano: non certo il tipo di figura che
meriterebbe novecento pagine di biografia celebrativa. Eppure qualcuno quelle
novecento pagine le ha scritte, e se lo ha fatto è perché qualcun altro quelle
pagine le leggerà. E quei lettori non sono sparsi a caso nella popolazione.
Vengono da un ghetto culturale ben preciso, quello del neofascismo italiano e
della destra radicale europea, un ghetto che per decenni ha coltivato i propri
miti fondativi in convegni semiclandestini, riviste tirate in poche centinaia di
copie e case editrici frequentate solo dagli iniziati, in un’atmosfera da setta.
Il problema — il problema per tutti noi, s’intende, non certo per loro — è che
quel ghetto oggi non è più ai margini. È al governo. Occupa ministeri, formula
politiche culturali, esprime un ministro della Repubblica come Alessandro Giuli
che può citare Evola e il pensiero tradizionale come riferimenti intellettuali
senza che questo provochi altro che qualche risatina imbarazzata. Quando un’area
politica che si è nutrita per decenni solo dei cascami dei totalitarismi
novecenteschi arriva a palazzo Chigi, la domanda di padri nobili presentabili
diventa urgente, quasi disperata. Occorre una genealogia culturale che non
faccia vergognare, una tradizione di pensiero citabile nei talk show senza
suscitare reazioni scomposte: Evola viene così candidato a questa operazione di
cosmesi culturale. Abbastanza oscuro da sembrare profondo, abbastanza esoterico
da far apparire chiunque lo critichi un profano incapace di cogliere le
sottigliezze del pensiero tradizionale, abbastanza criptico da non confondersi
con la politica spicciola, abbastanza «complessificabile» — ora, dopo
settant’anni di rimozione collettiva — da essere citato in un convegno
universitario come una felice riscoperta per chi non vuole fare i conti con la
sua eredità più diretta e documentata. Le novecento pagine di Vita avventurosa
di Julius Evola sono, in questo senso, un prodotto perfettamente funzionale al
proprio tempo e al proprio ambiente. Non una biografia: un manifesto culturale
in forma di biografia. Non uno studio critico: un’operazione di marketing
identitario per una destra che vuole sentirsi legittimata da una tradizione
intellettuale senza doversi interrogare su dove quella tradizione, concretamente
e storicamente, abbia condotto.
Vita avventurosa, recita il titolo. È una definizione che calza, ma non nel
senso che intende l’autore. Il titolo è involontariamente onesto: Evola fu
davvero un avventuriero — come lo sono certi personaggi da romanzo picaresco:
sempre pronto a cambiare casacca ideologica, sempre capace di atterrare in
piedi, sempre abile nel lasciare da parte il lavoro sporco. L’avventura di Evola
è quella di un uomo che ha attraversato dadaismo, esoterismo, fascismo, razzismo
e neofascismo senza mai scontare il peso delle sue teorie e delle sue idee:
altri — più giovani, più sprovveduti e più armati — le avrebbero messe in
pratica.
La quarta di copertina, introdotta dal maître à penser neodestro Alain de
Benoist, promette una biografia che supera «la doppia mitologizzazione» di
Evola, sottraendosi sia ai demonizzatori che agli entusiasti, restituendo al
lettore una figura «irriducibile a facili etichette». È una promessa elegante. È
anche una bugia elegante, costruita con la stessa cura artigianale che
caratterizza l’intero volume: settecentocinquanta pagine (che diventano 944
nella nuova edizione ampliata) di erudizione al servizio di una tesi
prestabilita, un monumento editoriale eretto là dove sarebbe necessaria, invece,
una accorta demolizione critica.
Prima di aprire il libro, vale la pena soffermarsi su chi lo ha scritto, perché
la posizione dell’autore non è un dettaglio accademico: è il cuore del problema.
Andrea Scarabelli è direttore della rivista «Antarès» (che promette fin nel
sottotitolo “prospettive antimoderne”) e della collana «l’Archeometro» di
Edizioni Bietti, e vicesegretario della Fondazione Julius Evola. La Fondazione,
presieduta da Gianfranco de Turris, si è costituita col benestare dello stesso
Evola nel 1974, con lo scopo dichiarato di assicurare visibilità alla
pubblicistica evoliana e progettarne un’edizione completa e integrale.
Scarabelli è inoltre membro della sezione italiana del GRECE il Groupement de
Recherche et d’Études pour la Civilisation Européenne fondato da Alain de
Benoist — lo stesso de Benoist che introduce e benedice la nuova edizione del
volume con una prefazione encomiastica. Soffermiamoci su questa costellazione,
perché merita di essere considerata impietosamente. Il biografo è vicesegretario
della fondazione dedicata al soggetto. Pubblica con l’editore di cui dirige le
collane ideologicamente orientate. Ottiene la prefazione dal massimo teorico
della Nouvelle Droite europea, movimento – del quale il prefato è membro – che
ha fatto della riabilitazione culturale di autori come Evola la propria missione
storica. Non siamo davanti a un conflitto di interessi: siamo davanti a un
conflitto di interessi istituzionalizzato, strutturato, esibito senza il minimo
imbarazzo. Un recensore da qualche parte ha commentato correttamente che, a
un’impressione superficiale, una presentazione del genere equivale a quella
dell’oste che dice il suo vino buono. L’impressione superficiale, in questo
caso, è quella più vicina alla realtà. E l’oste che dice il suo vino buono: è
anche il proprietario della cantina, il presidente dell’associazione dei
sommelier e il curatore della guida di degustazione.
Per giudicare la biografia, però, vale la pena ricordare con precisione chi
fosse il suo protagonista, al di là delle nebbie pseudo-esoteriche da lui stesso
sollevate intorno alla propria figura con certa abilità retorica. Julius Evola
(1898-1974) — al secolo Giulio Cesare Evola, figlio di un telegrafista e di una
casalinga siciliana, mai laureato, mai barone se non per autodichiarazione — fu
un personaggio di inquietante mobilità ideologica. Attraversò il dadaismo,
l’idealismo magico di sapore neokantiano, il neopaganesimo anticristiano, i
circoli esoterici massonici e paramassonici romani, la collaborazione attiva con
il regime mussoliniano e con gli ambienti nazionalsocialisti tedeschi (in
particolare Himmler e le SS), la teorizzazione di un «razzismo spirituale» — che
non era meno razzismo per essere “spirituale”, così come un veleno non è meno
letale per essere somministrato in una fiala di cristallo — per chiudere la
carriera come guru ispiratore del neofascismo postbellico, golpista e bombarolo.
Una traiettoria ben poco filosofica, nel senso proprio del termine. È la
traiettoria di un avventuriero intellettuale di indubbio talento retorico,
capace di cavalcare (la tigre ?) ogni corrente, fosse pure la più oscura e
reazionaria, del Novecento, ricompilando artatamente pensieri e concezioni
altrui (Nietzsche, Weininger, Michelstaedter, Spengler, Bäumler, Guénon, ecc.),
senza costruire mai un sistema coerente e verificabile, ma producendo un
patchwork culturale dalla forte capacità di seduzione sulle frange più radicali
— sui giovani in cerca di un’identità autoritaria, sui violenti in cerca di una
giustificazione metafisica — che nessuna riabilitazione biografica dovrebbe
permettersi di edulcorare.
Il nesso tra le idee di Evola e la violenza politica concreta non è una calunnia
postuma, non è il frutto di un pregiudizio ideologico, non è una «facile
etichetta»: è storia. Il suo seguace postbellico più operativo per esempio, Pino
Rauti, fu il principale fondatore di Ordine Nuovo, il gruppo che avrebbe avuto
un ruolo documentato nella strategia della tensione. Il centro studi Ordine
Nuovo adottò testi evoliani come Orientamenti come un vero e proprio manifesto
d’azione. E tra le attività dei FAR — i Fasci d’Azione Rivoluzionaria –
gruppuscolo che nell’immediato dopoguerra, le idee di Evola intendeva mettere in
pratica — vi fu anche la predisposizione di un ordigno destinato al ministro
dell’Interno Mario Scelba (per queste connivenze Evola venne processato e
assolto). Tutti fatti accertati dalla magistratura e dalla storiografia, non
illazioni polemiche. Sono il sedimento concreto, pesante come il piombo, di ciò
che le idee di un uomo producono quando incontrano mani disposte a trasformarle
in azione. Giovanni Sangiorgi, Pubblico Ministero al processo ai FAR del 1951,
lo ha detto con una chiarezza che vale più di mille pagine di prosa elegante:
«Non ha fabbricato ordigni esplosivi, non è stato il capo di una banda di
dinamitardi, ma le idee producono fatti, conseguenze. L’evolismo ha prodotto
fascismo, razzismo e antisemitismo. La rivolta ha senso solo se alla distruzione
segue la ricostruzione, ma Evola ha badato solo a distruggere». È una sentenza
che dovrebbe campeggiare in epigrafe a qualsiasi studio serio su questo
personaggio. In questo libro non compare, ovviamente.
Ma sarebbe un errore pensare che l’influenza nefasta di Evola appartenga solo al
passato, per quanto tragico quel passato sia stato. Le più aggressive e retrive
forze reazionarie della contemporaneità si abbeverano ancora alle stesse fonti,
e il danno non si misura più solo dalla passata stagione di bombe ed attentati
terroristici in Italia ma nei termini della attuale geopolitica aggressiva
internazionale: a base di guerre e invasioni giustificate filosoficamente, di
democrazie aggredite con il supporto ideologico di chi si rifà alla stessa
tradizione con la T maiuscola. Alexandr Dugin, consigliere culturale di Putin e
architetto ideologico dell’eurasismo che fornisce copertura filosofica
all’espansionismo russo da Vladivostok all’Europa occidentale, è un lettore e un
prosecutore dichiarato di Evola. Non è un dettaglio: è la dimostrazione che
quelle idee, opportunamente riciclate, possono giustificare oggi quello che
giustificavano ieri, cambiando solo la latitudine e la lingua. E qui la catena
di complicità si fa ancora più stringente e ancora più imbarazzante: perché
Dugin non è uno sconosciuto per gli ambienti in cui si muovono Scarabelli e de
Benoist. Nel giugno 2018, durante una delle sue trasferte italiane, Scarabelli
intervistò Dugin sul suo blog sul Giornale, in un pezzo intitolato
significativamente «Evola, il populismo e la Quarta Teoria Politica». Nel 2020,
Scarabelli curò l’introduzione a Platonismo politico, antologia di saggi di
Dugin pubblicata da AGA Editore, presentandolo come un filosofo visionario che
agisce nel solco di Jünger, Guénon, Evola e Spengler. Scarabelli figura inoltre
tra i curatori di Solstizio d’inverno, dialoghi filosofici con Dugin pubblicati
sempre da AGA. De Benoist, dal canto suo, conosce Dugin da oltre trent’anni e ha
pubblicato con lui il volume Eurasia, Vladimir Putin e la grande politica,
saggio-intervista che illustra con evidente simpatia la geopolitica eurasiatica
dell’ideologo del Cremlino. Tutto questo prima dell’invasione russa
dell’Ucraina, s’intende: dopodiché i rapporti si sono fatti più discreti, ma le
affinità intellettuali non si cancellano con il silenzio. Dall’altra parte
dell’Atlantico, nel frattempo, Steve Bannon, ideologo di Trump (allora al suo
primo mandato) e nume tutelare dell’Alt-Right americana, ha dichiarato
pubblicamente il proprio debito nei confronti di Evola, traghettandone le
suggestioni nella galassia MAGA e nel suo sogno di un’America di nuovo grande,
bianca, gerarchica e tradizionale. Evola, che vagheggiava un’Europa non più
schiacciata tra la Russia sovietica e il capitalismo yankee, è diventato con una
certa ironia della storia uno dei riferimenti culturali comuni agli eredi
ideologici più oltranzisti di entrambe le potenze che voleva tenere a bada. Il
risultato è che l’Europa, quella vera, quella fatta di democrazie faticosamente
costruite sulle macerie del fascismo, resta nel mezzo: terra di conquista
culturale e, quando necessario, militare. Evola avrebbe apprezzato. I suoi
biografi e prefatori, evidentemente, anche.
Infatti la strategia retorica di Scarabelli è, anche a questo proposito, troppo
sofisticata per l’apologia spudorata, che sarebbe stata più onesta,
paradossalmente. Il metodo scelto è invece quello della complessificazione
sistematica: trasformare ogni complicità in «autonomia critica», ogni adesione
in «tensione dialettica», ogni incoerenza ideologica in «irriducibile
complessità». La quarta di copertina insiste sul fatto che Evola era «vicino al
Regime mussoliniano ma giudicato “antifascista” dall’OVRA, teorico di un
“razzismo spirituale” ostracizzato dai razzisti ufficiali» — come se le fronde
interne a un regime totalitario equivalessero all’opposizione al totalitarismo.
Come se criticare Mussolini da destra — perché troppo plebeo, troppo populista,
troppo moderno, troppo poco aristocratico — equivalesse in qualche misura a
criticarlo da una prospettiva democratica o umanista. Una formula progettata
chirurgicamente per rendere Evola appetibile anche a lettori non schierati a
priori. Il trucco funziona perché contiene un frammento di vero: Evola non era
fascista nel senso del militante di partito, dell’uomo della tessera e
dell’adunata. Ma la sua distanza dal fascismo di regime era sempre e soltanto
verso destra, sempre verso qualcosa di ancora più radicale, più elitario, più
spietatamente antidemocratico. Presentare questa posizione come una forma di
dissidenza è un esercizio di disonestà intellettuale che richiede una notevole
dose di sfacciataggine — quella di chi sa che il proprio pubblico non andrà a
verificare.
Il lavoro filologico di Scarabelli è almeno reale e documentato, e va
riconosciuto per non sembrare a nostra volta prevenuti. Ha scandagliato l’intero
materiale custodito dalla Fondazione — per la prima volta, dice — ha consultato
epistolari inediti e raccolto testimonianze dirette. Il libro è nato da un
decennio di ricerche in una «Babele di documenti, archivi e volumi». Nessuno
nega la fatica. Ma l’accumulo quantitativo di fonti non produce neutralità:
produce l’illusione della neutralità, che è cosa assai diversa e assai più
pericolosa. La selezione di cosa mostrare, come inquadrarlo, su cosa sorvolare,
quali silenzi mantenere e quali enfasi costruire: queste sono scelte
interpretative, non tecniche. E le scelte di Scarabelli sono quelle di un
militante culturale travestito da archivista, di un devoto che ha imparato a
parlare il linguaggio della filologia per rendere la propria devozione più
presentabile. L’erudizione è la sua maschera, non la sua garanzia. Anzi: quanto
più il libro è erudito, tanto più efficacemente svolge la propria funzione
apologetica, perché mette il lettore critico nella scomoda posizione di chi deve
contestare non delle opinioni esplicite ma una montagna di documenti selezionati
con cura da chi conosce l’archivio meglio di chiunque altro.
Una biografia critica vera richiederebbe uno storico senza cariche istituzionali
nella Fondazione Evola. Richiederebbe un editore senza interessi nella
promozione del corpus evoliano. Richiederebbe uno sguardo capace di trattare
Evola non come un maestro da restituire alla sua vera complessità, ma come un
fenomeno storico da spiegare con tutti gli strumenti della storiografia, della
sociologia delle idee, dell’analisi comparata dei fascismi europei, ed
eventualmente anche quelli della psicologia clinica e della nosografia
psichiatrica. Richiederebbe, soprattutto, il coraggio di mettere al centro ciò
che Scarabelli relega ai margini o trasforma in curiosità biografica: il fatto
che le idee di Evola non siano rimaste in un immaginario empireo spirituale, ma
siano scese in strada, abbiano armato mani, abbiano contribuito a costruire la
cultura politica di organizzazioni responsabili di stragi (e continuino
indirettamente a farlo anche oggi).
Chi vuole capire davvero Evola — come sintomo di una patologia del pensiero
reazionario, come anello di una catena che porta da Nietzsche mal letto alla
bomba di piazza Fontana, come specchio di un Novecento capace di produrre mostri
anche nei salotti più eleganti e nelle biblioteche più fornite — ha bisogno di
strumenti che questo libro non fornisce e non può fornire, per ragioni che non
sono accidentali ma strutturali. Ha bisogno, soprattutto, di non dimenticare mai
ciò che Scarabelli lavora sistematicamente a far dimenticare: che le idee non si
giudicano in astratto, lontano dalla storia e dalle loro conseguenze. Si
giudicano anche, e soprattutto, dai frutti che producono. E i frutti prodotti
dal pensiero di Evola hanno un nome preciso: si chiamano Ordine Nuovo, strategia
della tensione, anni di piombo: una schiera di pedine mandate a morire e a
uccidere in nome di una «tradizione» — con la T maiuscola, come la scrivono
solennemente Evola e i suoi sodali: le maiuscole delle “idee senza parole”, come
ben analizzava Furio Jesi — che non è mai esistita fuori dalla mente di un
manipolo di esoteristi di second’ordine.
Vale la pena soffermarsi su questa T maiuscola, perché è il cuore dell’inganno.
Il concetto di tradizione primordiale, unica e metastorica che Evola agita come
una clava contro la modernità non è un concetto filosofico, come la philosophia
perennis del Rinascimento, o un’ipostasi trascendentale della teologia: è un
rancio mal digerito. René Guénon, il pensatore francese convertito all’Islam che
è il vero architetto – Evola non inventa mai nulla, ricicla – di questa
“macchina mitologica” (torno ad usare le definizioni di Jesi), la elaborò a
partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento attingendo a piene mani dalla
Teosofia di Madame Blavatsky, dall’occultismo da salotto che imperversava nei
circoli parigini e londinesi di fine secolo, da una lettura selettiva e distorta
delle tradizioni orientali filtrate attraverso il colonialismo culturale
europeo. La tradizione con la T maiuscola è un prodotto tipicamente moderno:
nasce dalla stessa cultura tardo-romantica e pseudo-esoterica che produce le
sedute spiritiche, i Rosacroce e i Templari in giacca e cravatta e i manuali di
magia pratica venduti nelle librerie di Boulevard Haussmann. Evola prende questo
edificio già traballante, lo spoglia della sua dimensione contemplativa e
quietista, vi innesta una feroce volontà politica e gerarchica, e lo rivende
come saggezza millenaria contrapposta alla democrazia e all’uguaglianza. È un
plagio travestito da rivelazione. È teosofia riciclata come metapolitica
reazionaria.
La tradizione di Evola non ha dunque radici antiche: ha radici nella Société
Théosophique, nei circoli martinisti, nelle logge di rito egiziano e nelle
fantasie ariosofiche che proliferavano nell’Europa guglielmina e asburgica. Il
fatto che Evola citasse i Veda, il Tantra, il Tao Te Ching (da lui “tradotto”
senza sapere una parola di cinese…) e i misteri eleusini non lo rende un
depositario di sapienze ancestrali: lo rende un relatore selettivo e tendenzioso
di tradizioni altrui, usate come scenografia per un pensiero che aveva già
deciso le proprie conclusioni politiche prima ancora di aprire i testi sacri.
Spacciare tutto ciò per filosofia — come fa Scarabelli con instancabile
devozione — significa non sapere cos’è la filosofia, o far finta di non saperlo,
che è peggio.
Nessuna prosa elegante, nessun archivio inedito, nessuna prefazione autorevole
cambierà questi dati. A proposito della prefazione: che sia firmata da Alain de
Benoist è una scelta rivelatrice non solo per le ragioni già dette, ma per una
contraddizione specifica che meriterebbe un libro a parte. De Benoist è il
teorico che ha dedicato decenni a costruire una Nuova Destra laica e — almeno a
parole — critica nei confronti del razzismo biologico e del fascismo storico. Ha
scritto contro il nazionalismo etnico, ha polemizzato con Le Pen, si è definito
«trasversale» ed «eterodosso». Eppure eccolo qui, a introdurre la biografia
celebrativa di un uomo che fu teorico del razzismo spirituale, ispiratore del
neofascismo armato italiano e riferimento culturale di bombaroli e golpisti che
hanno “ordito e non ardito”(povero D’Annunzio!). La coerenza intellettuale di de
Benoist si ferma esattamente dove inizia la solidarietà di campo: al momento in
cui si tratta di chiudere le fila intorno ai propri antenati ideologici, ogni
distanza critica si dissolve e rimane solo la tribù. È la dimostrazione più
plastica del fatto che la Nouvelle Droite non è una revisione della destra
radicale europea: ne è la continuazione con altri mezzi, più presentabili, più
citabili, più adatti ai convegni universitari e alle collane patinate. Sarebbe
disonesto fingere il contrario. Sarebbe, in un certo senso, evoliano.
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