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Susan Choi / Famiglie e diaspora coreana
Flashlight, l’ultimo romanzo di Susan Choi, si apre con un evento drammatico e misterioso, la scomparsa di un uomo, un professore. Una sera, durante una passeggiata con Louisa – la figlia di dieci anni –, l’uomo svanisce nel nulla. La bambina viene ritrovata sulla spiaggia, in stato di ipotermia, ma non ricorda con precisione ciò che è accaduto. Da questo episodio prende forma un ampio affresco familiare e storico che attraversa generazioni e continenti, intrecciando identità e memoria, il cui aspetto più interessante è dato dal racconto dei numerosi rapimenti (e il relativo impatto sulle vite delle persone coinvolte) di cittadini sudcoreani da parte della Corea del Nord, una pagina poco conosciuta della storia dell’Asia orientale. Attraverso questa vicenda, la scrittrice – nata negli Stati Uniti da padre coreano e madre ebrea americana – esplora anche i complessi rapporti tra Corea del Sud, Giappone e Corea del Nord. Alla nascita, l’uomo scomparso si chiama Seok Kang, figlio di immigrati coreani in Giappone, ma nel corso della sua vita assumerà diverse identità: Hiroshi in Giappone, per sottrarsi alle discriminazioni riservate ai coreani, e in seguito Serk negli Stati Uniti, dove incontrerà Anne, la donna che diventerà sua moglie e madre di Louisa, ma già madre di Tobias, nato da una precedente relazione e dato in adozione al padre biologico e alla sua compagna. La variegata narrazione alterna i diversi punti di vista dei vari protagonisti della vicenda, procedendo con continui sfasamenti temporali. Conosciamo quindi Anne, segnata da una giovinezza inquieta e dalla sclerosi multipla inizialmente scambiata per una depressione, causata dal rifiuto al trasferimento dall’America al Giappone; Tobias, sopravvissuto a un tumore cerebrale e divenuto una specie di vagabondo contraddistinto da uno spiccato altruismo e una profonda spiritualità; Louisa, il cui rapporto conflittuale con la madre e il fratellastro costituisce uno dei nuclei emotivi del romanzo; infine Serk, segnato dalle tensioni storiche e politiche tra i Paesi in cui si trova a vivere. Attorno a loro ruota una serie di personaggi secondari – descritti con una buona profondità psicologica e credibilità – che amplia la prospettiva storica e sociale, con particolare attenzione al destino dei familiari di Serk trasferitisi volontariamente nella Corea del Nord nella speranza di sfuggire alle discriminazioni subite in Giappone. Centrale è il tema del lutto e della perdita; la scomparsa di Serk permea l’intero romanzo, evidenziando come un evento poco affrontato e poco condiviso continui a influenzare una famiglia per tutta la vita. Si ragiona anche sulla memoria e i suoi limiti. Uno dei temi più importanti è l’inaffidabilità del ricordo; Louisa cerca più volte di ricostruire la notte in cui sparì suo padre, ma la memoria è frammentaria, selettiva e influenzata dalle emozioni. Il passato, pare dire Susan Choi, non è mai completamente recuperabile. Altro aspetto che la scrittrice analizza in più parti del romanzo è l’identità e il senso di appartenenza. La vicenda di Serk, coreano cresciuto in Giappone e poi emigrato negli Stati Uniti, pone interrogativi su cosa significhi essere parte di una comunità o di una famiglia, quando la propria identità è costantemente ridefinita dagli eventi storici e dalle migrazioni. Infine, il romanzo esplora anche la complessità delle relazioni familiari e l’effetto del silenzio e dei segreti, delle omissioni, per cui quello che non viene detto può avere un peso pari, se non maggiore, a ciò che viene raccontato. Flashlight – Finalista al Booker Prize 2025 e candidato al National Book Award, è un romanzo impegnativo, un’opera intensa e stratificata, capace di raccontare come le grandi vicende storiche si riflettono nelle esistenze individuali e nei legami familiari e invita il lettore a riflettere sul modo in cui il passato continua a modellare il presente. L'articolo Susan Choi / Famiglie e diaspora coreana proviene da Pulp Magazine.
July 17, 2026
Pulp Magazine
Orson Welles, Marco Ferreri, ecc. / Metti una sera al cinema
C’è modo e modo di pubblicare testi di cinema. Cuepress, casa editrice specializzata nella cultura cinematografica, ha il merito indiscutibile di rendere disponibili al lettore italiano materiali rari, spesso inediti o da lungo tempo introvabili: sceneggiature originali, soggetti, riflessioni d’autore. Tre titoli recenti — La grande abbuffata di Marco Ferreri e Rafael Azcona, Il signor Arkadin di Orson Welles, e Cinema e fantascienza di Goffredo Fofi e Marcello Flores — confermano questa vocazione. Ma confermano anche un limite editoriale molto evidente: i testi vengono consegnati al lettore nudi e crudi, senza un minimo di commento e di apparato critico utile a trasformare il documento in esperienza di lettura, il reperto in conoscenza. Partiamo da La grande abbuffata. Il film di Marco Ferreri del 1973 è una delle opere più radicali, scandalose e fraintese del cinema europeo del decennio: quattro uomini — interpretati da Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Michel Piccoli e Philippe Noiret — si ritirano in una villa con l’intenzione dichiarata di continuare a mangiare fino alla morte, e lo fanno davvero. Il film fu accolto a Cannes con un misto di fischi e scandalo, e divenne immediatamente oggetto di letture politiche, psicoanalitiche, antropologiche. Era una metafora del capitalismo che si autodistrugge nel proprio eccesso? Un pamphlet sulla voracità suicida della borghesia europea? Una dichiarazione di nichilismo puro? Ferreri non rispose mai in modo definitivo, e il film prosperò nell’ambiguità. La sceneggiatura firmata insieme a Rafael Azcona — lo sceneggiatore spagnolo che fu il sodale più importante della carriera di Ferreri, oltre che collaboratore di Berlanga e di altri maestri del cinema iberico — è dunque un documento di primaria importanza. Leggere come il film fu concepito sulla carta, prima che le improvvisazioni sul set, la fisicità degli attori e la regia di Ferreri lo trasformassero, sarebbe stata un’operazione critica di grande interesse. Ma il volumetto pubblicato da Cuepress non ne reca la minima traccia. Non c’è un’introduzione che situi storicamente la genesi del progetto. Non c’è una nota che spieghi il rapporto creativo tra Ferreri e Azcona, due temperamenti che si completavano in modo quasi osmotico ma che provenivano da tradizioni culturali, linguistiche e cinematografiche assai diverse. Non c’è un apparato di note che segnali eventuali variazioni rispetto al film montato, le scene tagliate, i dialoghi modificati in fase di lavorazione. Non c’è, in definitiva, nulla che accompagni il lettore nel passaggio dal testo scritto all’opera compiuta. Il presunto romanzo si riduce dunque alla novelization pura e semplice della sceneggiatura. Chi conosce già bene il film e la sua storia non ha bisogno di leggerla; chi si avvicina per la prima volta al lavoro di Ferreri e Azcona si guasta l’esperienza della futura visione. Il caso di Il signor Arkadin è, se possibile, ancora più sintomatico. Orson Welles è un autore che ha fatto della complessità testuale una cifra identitaria: i suoi film esistono spesso in versioni multiple, con montaggi diversi, titoli diversi a seconda del paese di distribuzione, e una storia produttiva che è essa stessa parte integrante dell’opera. Mr. Arkadin — uscito nel 1955, noto in Italia anche come Rapporto confidenziale — non fa eccezione. Esistono almeno tre versioni significativamente diverse del film, con un diverso montaggio, scene esclusive, differenti mixaggi sonori. Il romanzo omonimo che Welles scrisse in parallelo alla lavorazione (o forse fece scrivere sotto la sua supervisione, come spesso si è sospettato) aggiunge un ulteriore livello di complicazione. La storia di un magnate misterioso che assume un avventuriero per investigare sul suo stesso passato oscuro, con il segreto scopo di rintracciare e poi eliminare chiunque sappia troppo su di lui, è raccontata in modo non identico nelle varie versioni, e ogni minima differenza è una finestra sull’officina creativa di Welles. Il testo pubblicato da Cuepress in questo volume sarebbe dunque potenzialmente affascinante: potremmo avere tra le mani un pezzo del puzzle wellesiano. Ma quale pezzo, esattamente? Da quale versione proviene il testo? Quali scelte sono state fatte nella traduzione? Qual è il rapporto tra questo testo e altri materiali esistenti? Senza risposte a queste domande, il volume non fa un buon servizio né al lettore né, soprattutto, a Welles. Un autore che meriterebbe un’edizione critica, o almeno un’introduzione che abbia l’onestà di situare il testo rispetto a presunte varianti tracciandone i tortuosi percorsi narrativi e produttivi. Il terzo titolo, Cinema e fantascienza di Goffredo Fofi e Marcello Flores, si muove su un territorio diverso: non si tratta di un testo filmico ma di – almeno così viene ingannevolmente presentato – un saggio critico, anzi di quello che fu, in anni remoti, una ricognizione cinefila sul rapporto tra il cinema di fantascienza – quando la fantascienza contava ancora qualcosa – e le sue implicazioni culturali, politiche, antropologiche. Fofi è stata una delle voci critiche più autorevoli e scomode del cinema italiano: la sua militanza, la sua capacità di leggere i film come sintomi sociali, il suo rifiuto degli specialismi autoreferenziali ne fanno un interlocutore sempre stimolante. Flores, storico di formazione, porta nel ragionamento cinematografico una prospettiva diversa, ancora più attenta ai contesti storici e ideologici. Ma il libro, che in realtà non è un saggio critico ma è composto essenzialmente di semplici e sintetiche schede sui film, come quelle che si distribuivano una volta nei cineforum, uscì nel 1975 (il film più recente citato è Zardoz!) e senza una presentazione storica che contestualizzi e giustifichi la riproposizione del vetusto lavoro di Fofi e Flores, il libretto resta un semplice e inutile pezzo da museo, l’eco del mondo perduto dei cineclub e di un dibattito sulla fantascienza che non ha più niente a che vedere con il presente (in cui forse la fantascienza, almeno quella fantascienza, non esiste neanche più). Questo è il punto critico che accomuna i tre volumi, e che vale la pena di formulare con chiarezza: Cuepress sembra confidare nel fatto che il nome degli autori — Ferreri, Azcona, Welles, Fofi, Flores — sia sufficiente a giustificare la pubblicazione e a soddisfare il lettore. È una fiducia che tradisce una certa ingenuità editoriale, o forse una fretta che non fa bene alla causa. Un editore specializzato ha il dovere, prima ancora che la possibilità, di aggiungere valore ai materiali che pubblica. Questo valore può consistere in molte cose: un’introduzione critica di qualità, una cronologia, un apparato iconografico, note al testo, un’intervista inedita, una bibliografia ragionata, un confronto con le fonti. Non è necessario che tutti i volumi abbiano tutte queste cose; è necessario però che almeno qualcosa ci sia, anche per giustificare un prezzo piuttosto alto per volumetti così minimali e spogli. I tre volumi qui considerati sono, ciascuno a modo proprio, testi che avrebbero richiesto un’edizione più curata, più precisa, meno arbitraria. Senza alcun lavoro di approfondimento testuale e di presentazione critica, restano libri — come si diceva all’inizio — buttati lì, nel senso più letterale dell’espressione: gettati nel mondo senza una mano che li sorregga, senza una voce che li introduca, senza un contesto che li faccia rivivere. È un peccato, perché i materiali ci sono. Manca solo il coraggio di trattarli come meritano. L'articolo Orson Welles, Marco Ferreri, ecc. / Metti una sera al cinema proviene da Pulp Magazine.
July 17, 2026
Pulp Magazine
Gabriel Zuchtriegel / In cosa credevamo?
La tesi di partenza di Quando gli dèi lasciarono il mondo. L’ultima estate di Pompei, a partire dalla quale viene raccontata la città antica con una attenzione particolare agli aspetti della religiosità, del sacro, e quindi anche, per contrappunto, dell’estremamente profano e dell’osceno, è che in quella seconda metà del I secolo d.C., negli ultimi anni prima dell’eruzione del Vesuvio, a Pompei ci fossero già tutti gli indizi della fine del mondo antico; che quella del 79 d.C. sia stata l’ultima estate non soltanto di una città ma, idealmente, della cultura classica e pagana, per quanto come istituzione l’impero romano avrebbe vissuto ancora molti decenni. Secondo Gabriel Zuchtriegel quegli anni, che pure siamo abituati a considerare tranquilli anzi l’età d’oro dell’Impero romano, albergavano una profonda crisi spirituale e gli dèi pagani avevano già iniziato ad abbandonare il mondo. A esergo del testo è riportata la stessa citazione – da una lettera di Gustave Flaubert – che Marguerite Yourcenaur pone all’inizio dei suoi “Taccuini di appunti”, pubblicati in coda a Memorie di Adriano: «Quando gli dèi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio. C’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo». Yourcenar scrive di aver trascorso una gran parte della sua vita a cercare di definire e descrivere quell’uomo solo, e legato a tutto, che per lei è stato l’imperatore Adriano. Zuchtriegel forse ha inteso in altro modo quella frase, soffermandosi soprattutto sulla solitudine, sull’isolamento dell’uomo antico, nel tramonto della classicità. Solitudine che non ha tardato ad essere colmata e ridefinita. Dal 2021 direttore del Parco Archeologico di Pompei, Zuchtriegel in questo nuovo libro (nel 2023, sempre per Feltrinelli, era uscito Pompei. La città incantata) mescola reportage giornalistico, storia delle religioni e diario di scavo (il racconto delle principali scoperte archeologiche avvenute nel 2024 e 2025) con alcuni accenni, poco scontati, alla sfera personale e familiare. Il volume è diviso in capitoli che esplorano vari aspetti di Pompei a partire da un luogo, da un tempio, da una divinità: il culto di Iside, di Diana, di Dioniso (una megalografia dipinta con il corteo di Dioniso è emersa negli scavi del 2025 nella Casa del Tiaso), Venere e la prostituzione (Pompei era chiamata “città di Venere”, Colonia Veneria Pompeianorum). Le pitture e la cultura materiale mostrano a ripetizione le divinità pagane ma secondo l’autore queste permeano soltanto la superficie del quotidiano, usate ma non più comprese fino in fondo. Si vagheggia e si mostra quello che non si esperisce, gli dèi (come Diana in un’epoca in cui la caccia non era più fondamentale per la sopravvivenza) al pari dei paesaggi bucolici; nella religione pre-classica le divinità vivevano negli elementi naturali finché, di fronte alla crescente antropizzazione del paesaggio, sono state “traslocate” nei templi in muratura costruiti a partire dal 600 a.C., in Grecia. Si è tuttavia continuato a temere, per lungo tempo, che gli dèi non gradissero affatto la crescente frattura tra l’uomo e la natura, e che potessero scatenare la loro ira. Lo dimostra, ad esempio, la pratica dei sacrifici animali, in seguito strumentalizzata dagli autori cristiani al fine di ridicolizzare i culti politeisti. Scrive l’autore: «in origine l’offerta sacrificale non significa affatto che si uccide in modo arbitrario un animale per un dio, per mangiarne poi anche una parte della carne. L’animale, piuttosto, viene ucciso per nutrirsi, ma l’uccisione, benché necessaria alla propria sopravvivenza, rappresenta una violazione rispetto alla vita e dev’essere riparata con la restituzione di una parte della preda». Per questo nell’età classica non c’è traccia dell’esistenza dei macellai, non ci si poteva dedicare a questa attività come professione: in tutte le culture arcaiche del Mediterraneo l’uccisione di animali era legata a pratiche rituali, perché altrimenti si sarebbe incappati nella collera di Diana-Artemide. Ma così non era già più nella Pompei del I secolo, quando la professione del macellaio e la vendita nelle taverne di carne si svolgevano liberamente. Le divinità erano ormai diventate nani da giardino. È una visione, questa, che rischia di considerare con nostalgia un tempo, se esso è effettivamente esistito, in cui nani non lo erano affatto. Come evidenzia Zuchtriegel, nel mantenimento del sacro conta soprattutto quello che si fa nel quotidiano, gli “esercizi di fiducia” di fronte alla divinità; ma che nella religiosità pagana il rispetto per i riti abbia una grande importanza – atteggiamento che spiega la durezza delle istituzioni romane verso i primi cristiani che hanno rifiutato quei riti – non è un elemento di debolezza della fede, piuttosto l’ammissione che di fronte a tutto quello che non siamo in grado di comprendere e controllare si può soltanto partecipare, svolgere una pratica. Una religione di questo tipo si mantiene viva non perché le persone hanno fede, ma perché condividono la quotidianità del rito (come accade in certe religioni contemporanee come l’induismo). È il malcontento sociale, più che l’aspirazione a una spiritualità profonda, che può indebolire o rompere quel meccanismo comunitario di religiosità. Interrogandosi sul perché il cristianesimo abbia fatto breccia e sia riuscito, nel lungo periodo, a sostituirsi al paganesimo, l’autore ritiene che potesse trarre vantaggi dal messaggio cristiano chi non aveva niente da perdere. Il messaggio proponeva il Regno di Dio come una liberazione interiore, ma ad aderire al Cristianesimo degli inizi sono stati soprattutto coloro che aspiravano a ribaltare realmente la propria condizione di subordinazione, in una società come quella romana dove il trenta per cento della popolazione era schiava. Lo scavo archeologico del quartiere servile di una grande villa romana a Civita Giuliana, a pochi chilometri da Pompei, mostra la materializzazione della gerarchia, persino all’interno della condizione servile (i diversi gradi di schiavitù). Nel primo cristianesimo la famiglia biologica (se pure “allargata” al modo romano, ovvero la gens, ben più ampia della famiglia mononucleare composta da due genitori) era subordinata a quella spirituale: chi seguiva davvero Gesù avrebbe dovuto abbandonare la propria casa e la famiglia, una condizione che nei secoli a venire verrà molto edulcorata. L’autore presagisce possibili critiche, e le anticipa nell’introduzione: «so bene che questo libro contiene tesi piuttosto controverse e che potrebbero suscitare ancora una volta l’interrogativo se l’autore sia credente e, in caso affermativo, quale sia la sua confessione. Per principio non rispondo […] Tuttavia, due parole in merito mi sento di dirle: scrivere di storia delle religioni senza essere, in qualche modo, religiosi è come redigere la guida turistica di un paese dove non si è mai stati». Sulle prime, stupisce che Zuchtriegel si ponga questa domanda. Perché qualcuno dovrebbe accusare l’autore di non essere credente? Per discettare di storia delle religioni bisogna conoscerle a fondo, non avere fede in esse, viene da pensare; a ben vedere, però, portare la questione su questo piano – a che cosa crediamo – non è affatto banale. Sigmund Freud, come ricorda l’autore, ha interpretato Pompei come materializzazione gigantesca dell’inconscio collettivo, un residuo psichico rimosso che può tornare alla luce con il lavoro della vanga. Inconscio materiale: un ossimoro calpestato ogni anno da migliaia e migliaia di turisti e studenti in gita. Una città in rovina che desta preoccupazioni e polemiche per ogni porzione di muro che crolla, e che teniamo stretta a noi come scenografia necessaria per i viaggi e per la rappresentazione contemporanea della profondità (e dell’ordinarietà) del tempo. Ma il libro di Zuchtriegel, pur non esente da osservazioni che taluni vorranno criticare, mostra bene come quella solida materialità si disfi rapidamente in memoria fluida e pastosa che riempie e satura i “programmi di verità” (l’espressione è di Paul Veyne, in I Greci hanno creduto ai loro miti?) che ogni volta costruiamo diversi, per il presente e per l’antico: la forma che diamo alla verità delle cose. Le verità, ha scritto Veyne, sono esse stesse delle immaginazioni. Nel leggere delle visioni e delle liturgie infrante della civiltà pagana, in quell’ultima estate di Pompei, ci possiamo domandare cosa si sia rotto oggi nella nostra civiltà laica e illuminista, che di nuovo, forse, ci rende deboli di fronte a chi potrebbe domandarci in cosa crediamo, qual è la forma della nostra verità. Verranno a chiederci del nostro amore, cantava De Andrè. Verranno a chiederci anche in che cosa credevamo, a quale categoria del divino aderivamo, in un mondo innervato sulle ingiustizie sociali e politiche. Non è una domanda scorretta; non nella misura in cui pensiamo ancora che il sacro, in qualsivoglia forma, e a livello non puramente individuale, intrida l’esistenza.     L'articolo Gabriel Zuchtriegel / In cosa credevamo? proviene da Pulp Magazine.
July 16, 2026
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Giosuè Calaciura / La conquista delle Indie, la violenza dell’oggi
L’Ammiraglio, con la consonante iniziale maiuscola, è Cristoforo Colombo, l’uomo che effettuò la più straordinaria esplorazione di tutti i tempi e forse, più o meno consapevolmente, l’iniziatore del colonialismo e dei suoi crimini. Personaggio sottoposto a continue e laboriose revisioni, a difese ottuse quanto ad attacchi sacrosanti, che lo vogliono processare simbolicamente oggi per assalire gli eredi immeritevoli di quel potere che dalla Spagna si espanse in quasi un intero continente, snaturandolo e sbarcando avidità e violenza. Il punto di vista offerto al lettore è quello di chi si è ritrovato vicino a lui, sulle navi e poi in terra americana, e ha convissuto con quell’avventura dal lato opposto dell’Ammiraglio, senza viverne un desiderio che non fosse quello di tornare indietro. Colombo, invece, descritto come visionario, bugiardo e feroce nel suo esercizio di potere, non è né personaggio storico (seppure il romanzo si appoggi lungo tutta la sua lunghezza sui diari dell’Ammiraglio) né romanzesco, e sembra elevarsi sulla narrazione, quasi che le paure, le traversie, le angosce e le emozioni della ciurma non lo riguardino. «Spacciava la verità per l’inconsistenza delle sue estasi» è scritto nel romanzo. Se è ogni tipo di materialità a segnare la vita dell’umanità europea che sbarca in quell’equivoco geografico (dal cibo al sesso, alla violenza fino alle malattie), in Colombo sembra muoversi solo il mito delle città sconosciute e delle terre ricche traboccanti d’oro, come Cipango descritta ne Il milione di Marco Polo. Cipango era il Giappone, evocata per tutto il romanzo come fosse una delle “città invisibili” di Italo Calvino. Territori abitati e civili, ma intesi come a disposizione dell’occidentale, in cui è lecito imporre le proprie leggi e stabilire diritti di possesso, di vita e di morte, perché vuoti o abitati da esseri che si collocano poco più in alto degli animali selvaggi, forse solo animali più facilmente addomesticabili. È inutile sfuggire alla sensazione di disagio che si prova durante la lettura quando descrive l’interazione tra occidentali e nativi, è la stessa che il mondo vive oggi con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, una spacciata imposizione di sottomissione che solo una incommensurabile capacità di fare violenza può giustificare. Ed è proprio questo uno dei fattori che rende questo romanzo inquietante, la descrizione della violenza quando questa è esercitata in una sproporzione di mezzi. La narrazione è dedicata più all’esperienza dell’inizio della dominazione coloniale che al viaggio in mare e ai suoi squarci di erranza senza meta che ricordano l’Odissea, perché visti con gli occhi degli spaesati marinai, inconsapevoli della teoria geografica della rotondità della Terra. Colombo, almeno da quanto riporta Alexander von Humboldt, aveva usato calcoli e mappe di Paolo dal Pozzo Toscanelli, geografo, astronomo e matematico, con cui aveva avuto una corrispondenza, che però contenevano alcuni errori tanto da ritenere la traversata molto più breve che in realtà. Dunque, la messa a fuoco non è sul viaggio verso l’ignoto Ponente, ma su un’umanità ignota che però non è vissuta come mistero e come stupore. La curiosità è scarsa e la conoscenza ridotta a quei fattori minimi riconducibili alla cultura occidentale di allora. Sembra di rileggere in forma narrativa alcune pagine de La conquista dell’America. Il problema dell’altro di Tzvetan Todorov (Einaudi, 1984), quando si osserva che o i nativi americani sono identificati come diversi, ma inferiori e quindi destinati a essere sottomessi e sfruttati, oppure sono catalogati come uguali, e in tal caso devono essere assimilati alla cultura spagnola. Tertium non datur. E questo ci riporta ancora ai nostri tragici giorni di dissoluzione, non solo del pensiero critico, così chiaramente espresso da Edward Said in Orientalismo (Bollati Boringhieri, 1991), ma anche di quello illuminista. Dunque, è la realtà della sottomissione che mi ha maggiormente colpito leggendo il romanzo. Prima quella dei marinai, assoldati con la minaccia e il ricatto, poi quella dei nativi, incapaci di opporsi a una tecnica del potere così raffinata come quella sviluppata nei secoli della perenne guerra europea. La nuova terra, osserva il marinaio narratore, cessa di essere quell’oriente che sempre era esistito, con i suoi popoli e le sue merci, che venivano scambiate dai secoli nei porti genovesi e veneziani del Mediterraneo asiatico, per diventare un nuovo occidente, europeo e cristiano, in cui ogni identità è negata. La forza è quella di una civiltà basata sulla potenza degli eserciti e sul profitto, ma soprattutto su un’etica cristiana che nei secoli ha giustificato qualunque aberrazione. I nativi “non mettevano insieme la causa con l’effetto” e con questa conclusione li si può escludere dal mondo della cultura ecclesiale e laica europea. In questo senso, il marinaio narratore, riflettendo sulla linea d’ombra che separa scoperti e scopritori, scrive che «in realtà erano stati loro a scoprirci, nella miseria delle nostre certezze, nell’ipocrisia delle croci piantate di spiaggia in spiaggia, nella vergogna delle armi e dei desideri, nella violenza delle nostre vite». E così si cambiano i nomi di quei luoghi e di quei popoli, anzi li si battezza, con quell’analogia a un’identità che si assume ben dopo essere nati e avere intrapreso l’esistenza; così è per i nativi accolti al livello più basso della piramide del potere europeo. L’intero romanzo di Giosuè Calaciura è una denuncia, e il diario di Colombo, quello scritto dal navigatore per documentare la sua impresa, richiama, ma per negarlo, un altro viaggio straordinario in nave lungo il continente americano: quello di Charles Darwin. Ma se per l’evoluzionista inglese la natura americana gli si pone davanti come enigma, grazie alla sua cultura di naturalista eversivo ottocentesco, per Colombo l’America è una banalità, una terra da occupare e i suoi nativi solo forza lavoro da rendere schiava e vendere in Spagna. E ancora, l’attualità dei nostri giorni ci consente di leggere e rileggere il passato e trovarne spunti. L’Ammiraglio «li provocava affinché reagissero con la violenza dei disperati per muovere una giusta guerra e poterli sepellire in cataste ordinate di merce nella stiva delle caravelle». Un’ultima riflessione sulla lingua, davvero eccezionale all’interno di una letteratura italiana fatta di principali terminate da un punto e vocabolari scarni e deprimenti, di ripetizioni desolanti. In questo senso L’Ammiraglio è un romanzo che cerca altre strade, che non intende soggiacere a standard di leggibilità umilianti e che dona, e questo è quasi un miracolo, una visione profonda degli eventi e della natura che li abbraccia, ma dagli occhi e dalla mente di un marinaio cialtrone e analfabeta. L'articolo Giosuè Calaciura / La conquista delle Indie, la violenza dell’oggi proviene da Pulp Magazine.
July 15, 2026
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Paolo Parisi / Lucio Ruvidotti / 100 anni con Miles
A cento anni dalla nascita, Miles Davis non è un monumento da contemplare, bensì un corpo sonoro ancora in movimento. Il centenario del 2026 conferma la natura paradossale della sua eredità: Davis è ormai pienamente canonizzato, celebrato da festival, musei, grandi istituzioni musicali e operazioni editoriali internazionali, ma resta irriducibile alla forma rassicurante del classico. La sua storia è quella di un artista capace di sabotare ogni stile che lui stesso contribuiva a fondare, dal bebop al cool jazz, dall’hard bop al jazz modale, passando per orchestrazioni, svolta elettrica, funk, fusion e molto altro ancora. In questo senso, ricordare oggi Miles Davis significa interrogare l’idea stessa di modernità musicale, ovvero la capacità di tradire la propria forma prima che diventi maniera. A ripercorrerne la traiettoria arrivano ora due libri a fumetti che scelgono strade differenti ma complementari: The Sound of Miles Davis di Paolo Parisi e Miles Davis. Assolo a fumetti di Lucio Ruvidotti. Entrambi si confrontano con la difficoltà di tradurre in immagini una musica fondata sul tempo, sul silenzio, sull’improvvisazione e sul continuo scarto rispetto alle forme già acquisite. Nel lavoro di Parisi, autore da tempo interessato all’incontro tra fumetto e jazz, la figura di Davis può essere letta soprattutto come materia grafica e musicale. Non soltanto una biografia da ordinare cronologicamente, ma una scansione di forma e contenuto che si alternano alle scelte di vita e di arte. L’esperienza dell’autore, già misuratosi con figure come John Coltrane e Billie Holiday, contribuisce a un approccio nel quale il racconto della vita tende a fondersi con la ricerca visiva, lasciando che siano il ritmo delle tavole, le campiture e le ellissi a restituire un pezzo dell’identità sonora del musicista.  Diversamente, Ruvidotti  adotta invece una costruzione esplicitamente biografica e documentata. Assolo a fumetti attraversa la vita di Davis per grandi nuclei temporali, dagli anni del bebop e dell’incontro con Charlie Parker passando per il cool jazz, Kind of Blue, svolta elettrica, al ritiro e il successivo ritorno. Ma anche in questo caso la cronologia non è trattata come una successione neutra di date: viene organizzata per cesure, crisi e rinascite, quasi che ogni passaggio esistenziale preparasse una nuova mutazione musicale. A entrambe le opere non sfuggono le ombre che hanno caratterizzato questo mito del jazz, il suo temperamento estremamente irrequieto, il suo rapporto con le sostanze, gli scoppi di rabbia che hanno condizionato le sue relazioni, l’intemperanza verso l’autorità. E naturalmente il suo orgoglio di essere nero, di appartenere a una tradizione sonora e sociale memorabile e tenace. Il colore è infatti totale protagonista dei volumi, non solo nelle esplosioni psichedeliche e nelle campiture piatte, ma anche nell’assenza, nei bianchi e neri più pieni, nei retini grigi un po’ retrò. La forma narrativa di base è ovviamente quella degli episodi significativi della vita di Miles Davis, dai più noti a quelli un po’ romanzati. Se Ruvidotti dispone gli episodi come movimenti di una lunga composizione, Parisi sembra cercare il suono dentro l’immagine, lavorando sulla qualità percettiva della pagina. Ciò che li accomuna, dunque, è la rinuncia all’agiografia. Il Miles Davis che emerge non è affatto un’icona pacificata, ma un uomo contraddittorio, vulnerabile, spesso autodistruttivo e insieme ossessionato dalla necessità di cambiare. Entrambi i racconti a fumetto divengono poi un complemento ideale all’autobiografia ufficiale dell’artista, da lui scritta assieme a Quincy Troupe e pubblicata da Minimum Fax. Su tutto, a trionfare è il movimento, sia quello prettamente musicale sia quello di un artista che ha fatto della trasformazione una disciplina e dell’inquietudine un metodo creativo. La sfida, per noi lettori e ascoltatori, è quella di continuare ad ascoltare la sua musica con orecchie sempre differenti. L'articolo Paolo Parisi / Lucio Ruvidotti / 100 anni con Miles proviene da Pulp Magazine.
July 15, 2026
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Morgan Dick / Eredità e altri disguidi familiari
Uno dei punti di forza di La figlia preferita – romanzo d’esordio della scrittrice canadese Morgan Dick, pubblicato da Fazi Editore con la traduzione di Silvia Castoldi – è senza alcun dubbio la scrittura: fluida, sicura, mai stucchevole né pomposa, ma che nella sua semplicità sa unirsi all’intrinseca danza tra dramma e commedia che pervade la storia. Michelle, soprannominata Mickey, ha visto il padre andarsene di casa una sera di molti anni prima, ad un’età abbastanza sviluppata da ricordare cosa significa avere una figura paterna che fa sbocciare sorrisi e risate. Assieme ai ricordi belli, però, si solidificano anche momenti più dolorosi: quelli in cui il padre insultava la moglie, oppure quelli in cui veniva scortato a casa da una pattuglia di polizia perché troppo ubriaco per tornare con le proprie gambe. In un dualismo di emozioni, tra l’amore infantile e il dolore anestetizzato per il padre, Mickey cresce lottando per meritarsi una vita adulta più stabile, ma finendo per percorrere una strada solitaria fin troppo familiare. Il romanzo si apre con Mickey al lavoro: è un tardo pomeriggio, il sole tra tramontando e rimane ancora un bambino alla scuola dell’infanzia dove lavora come maestra d’asilo, Ian, da mandare a casa. Mickey ha appena letto sul giornale che suo padre è morto e l’impulso pomeridiano di bere alcol è martellante. Quello stesso giorno, qualche ora più tardi, Mickey scopre di aver ereditato l’intero patrimonio del padre, ma ad una condizione: prima deve sottoporsi ad un ciclo di sette sedute di psicoterapia. Così Mickey, senza poterlo sapere, conosce la sorellastra. Charlotte, soprannominata Arlo, è la psicoterapeuta che accoglie Mickey nella sua stanza dove tiene tutte le sue sedute, in un importante studio. Arlo e Mickey sembrano essere agli antipodi: al contrario di Mickey, Arlo ricorda di essere cresciuta avvolta dall’amore e dalla protezione paterna, che poi ha restituito nella fase finale della vita del padre, accudendo un uomo in fin di vita al pieno delle sue capacità. Arlo è consapevole di avere una sorellastra, ma non ha idea di che aspetto abbia: non sorprende che quando si incontrano, nel modo orchestrato dal padre, le due sorellastre non si riconoscano. Mentre Mickey deve affrontare le estenuanti sedute con Arlo, fingendo che il puzzle della sua vita sia in perfetto ordine senza tasselli paterni mancanti, la sua vita pian piano implode, come tante piccole esplosioni sotto un’acqua torbida di alcol. Arlo, all’apparenza in perfetto equilibrio, svela un’esistenza altrettanto solitaria. Sotto il costante occhio critico del padre, Arlo si è isolata da tutto ciò che l’uomo non reputava alla sua altezza, finendo per inserire il padre nel podio delle sue priorità scavalcando tutto il resto, compreso un ex-marito, e venendo meno al dovere professionale di cura e attenzione per i suoi pazienti. Morgan Dick disegna due esistenze con un solo apparente punto di contatto, come fossero rette perpendicolari, le quali nel corso del romanzo finiscono per essere uno specchio l’una per l’altra, rivelandosi rette parallele. L’esperienza di un padre alcolizzato, di un’esistenza che implode sotto il peso delle incertezze, la solitudine e il bisogno primario di essere compresi, di aprirsi al calore degli altri: Arlo e Mickey lo vedono nell’altra, lo riconoscono, lo comprendono. La figlia preferita è un romanzo tragicomico, intriso di umorismo e introspezione, tenuti in perfetto equilibrio tra loro da una scrittura che sprigiona leggerezza e freschezza, donando alla storia un alto potenziale per entrare anche nelle vostre letture preferite dell’estate. L'articolo Morgan Dick / Eredità e altri disguidi familiari proviene da Pulp Magazine.
July 14, 2026
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Alessandro Maurizi / La Verona degli invisibili
Il diavolo nel palazzo è un romanzo storico-gotico che vira verso il noir. Impianto narrativo solido, l’elemento più riuscito è l’ambientazione: una Verona di fine Ottocento cupa, stratificata, quasi marcia sotto la superficie elegante, dove i palazzi nobiliari convivono con bordelli, miseria e violenza. Non è solo uno sfondo, ma un organismo vivo che condiziona personaggi, tono e conflitti. Uno dei punti di forza del romanzo è la costruzione dell’intreccio. L’omicidio della giovane donna non resta un semplice fatto di cronaca nera, ma diventa il centro di una rete più ampia di segreti, potere e ipocrisie sociali. La scelta di far convergere mondi diversi – l’aristocrazia, la prostituzione, la giustizia, i quartieri popolari, i ribelli – dà profondità alla storia e suggerisce una visione ampia dell’Italia post-unitaria, attraversata da disuguaglianze e tensioni irrisolte. Il mistero non punta solo sulla scoperta del colpevole, ma su ciò che il delitto rivela dell’intera società. Molto interessante è anche il sistema dei personaggi. Il vicecommissario Venier, il procuratore Federico Giorio, la giovane Bacchetto, Emilio e il gruppo degli Invisibili di San Zeno compongono una galleria varia e dinamica. Ognuno porta uno sguardo diverso sulla città: quello istituzionale, quello marginale, quello femminile, quello ribelle. Nel romanzo queste voci sono sviluppate con equilibrio e il risultato risulta particolarmente coinvolgente, perché la verità non passa da un solo eroe ma da una pluralità di esperienze. Il tema più forte, però, sembra essere la denuncia sociale. La violenza sulle donne, la corruzione dei ceti alti, la falsificazione della verità da parte del potere, la sopravvivenza dei più deboli: tutto lascia pensare a un libro che usa il giallo per parlare di strutture sociali profonde. In questo senso, il titolo stesso, Il diavolo nel palazzo: il male non è esterno o mostruoso, ma abita i luoghi del prestigio, dell’autorità, della rispettabilità. I molti fili narrativi, una forte carica simbolica e storica pretendono una lettura attenta, le chiavi di lettura sono diversi e non escludono il mero intrattenimento. Alessandro Maurizi punta senz’altro a tenere insieme intrattenimento e riflessione, suspense e critica sociale, e ci riesce con mestiere, con uno stile pulito e scorrevole. Il diavolo nel palazzo appare come un romanzo avvincente, oscuro e impegnato, capace di usare le forme del giallo storico per raccontare non solo un delitto, ma un intero sistema di potere. Storia d’indagine a trecentosessanta gradi che approfondisce questioni ancora attuali.       L'articolo Alessandro Maurizi / La Verona degli invisibili proviene da Pulp Magazine.
July 13, 2026
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Marc Bloch e la lunga storia delle false notizie
Marc Bloch. La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921). Tr. Gregorio De Paola. Fazi, pp. 120, euro 9,50. -------------------------------------------------------------------------------- Uno dei limiti della conversazione letteraria in Italia è quello di non prendere in considerazione la prosa dei grandi storici oltre a quella dei narratori, intendendo con questo termine gli autori di fiction, come si dice in inglese. Eppure quando si parla di letteratura latina non è che Tacito, Tito Livio, Svetonio vengano tenuti fuori dal sacro recinto della Grande Letteratura. Ma a chi viene in mente di considerare – per esempio – Mario Isnenghi come uno dei migliori prosatori del secondo Novecento? E se leggerete un capolavoro storiografico come La società feudale del grandissimo Marc Bloch: resterete incantati anche in traduzione da uno stile superbo. Lo stesso stile si ritrova in queste due opere minori dello storico francese, raccolte in un agile volumetto di gradevolissima lettura, per quanto gli argomenti trattati non siano di quelli proprio piacevoli. Sono stati messi insieme un memoriale nel quale lo storico racconta le sue esperienze sul fronte occidentale della Grande guerra, e un saggio di taglio accademico ma di grande attualità (ci torneremo) sulla genesi di quelle che oggi chiamiamo fake news con sfoggio non necessario dell’inglese, ma che potremmo definire più semplicemente notizie tarocche. Ebbene sì, erano un problema già nel 1921, quando Bloch pubblicò questo saggio: niente di nuovo sotto il sole. Ma partiamo da “Ricordi di guerra 1914-1915”. Questo scritto consta di due parti: la prima, più lunga, racconta quel che vide e fece e subì Marc Bloch, effettivo al 272° reggimento di fanteria dell’esercito francese col grado di sergente (solo perché aveva già svolto il servizio di leva anni prima), dal 10 agosto 1914 al 10 gennaio 1915. Sono i primi mesi di combattimenti, e Bloch, come i suoi commilitoni, non aveva ancora idea di essere finito in un conflitto che avrebbe cambiato non solo la guerra, ma anche l’Europa e il mondo; eppure sentiva di dover mettere su carta la sua testimonianza, e lo fa nei primi mesi del 1915, battendo il ferro quand’è ancora caldo, mentre era in licenza di convalescenza per una febbre tifoide contratta nell’ambiente malsano delle trincee. La seconda parte è di poche pagine: in essa lo storico voleva registrare il seguito della sua esperienza militare, a partire dal 7 giugno 1915, quando finisce la sua convalescenza e torna al reggimento e poi al fronte. Non finì mai di raccontare cosa gli successe nel resto della guerra, nonostante avesse la fortuna, a differenza di milioni di altri soldati, di uscirne vivo e non troppo malmesso. Evidentemente Bloch non riuscì in quegli anni a trovare quel che più desiderava mentre era nel fango delle trincee: un momento di quiete, un tavolo, una sedia, la possibilità di sedersi a scrivere. Non a caso la prima parte del memoriale la butta giù mentre era in convalescenza, e la seconda quando il suo reggimento, dopo essere sopravvissuto alla battaglia della Somme, viene trasferito in Algeria e adibito a compiti di ordine pubblico (cioè al controllo di un possedimento coloniale). Nell’introduzione alla seconda parte, lo storico scrive: “trascorro a Costantina una vita tranquilla, confortevole e un po’ vuota”, e proprio per questo si accinge a “far appello al passato per riempire il presente”, ma evidentemente – purtroppo – quella vita tranquilla non durò molto. Peccato, perché sarebbe stato interessante confrontare il suo racconto degli anni di guerra dal 1915 al 1917 con le memorie di altri combattenti su quel fronte, da Remarque a Jünger, da Dorgeles a Renn. Comunque, il memoriale di Bloch è una lettura preziosa anche per chi non nutra un particolare interesse per la letteratura di guerra. L’esperienza al fronte, la vita gomito a gomito con altri francesi in uniforme, persone ben diverse da quelle che lo storico aveva fino a quel momento frequentato nell’ambiente universitario, gli fanno scoprire una diversa dimensione della storia: non più il mondo dei re, degli imperatori, dell’aristocrazia, dei ceti dominanti che reggono il timone di regni e nazioni, bensì l’universo della gente comune, dei contadini, degli operai, dei commercianti, di quelli che subiscono le decisioni dei governanti. Di qui viene l’idea di andare oltre la storia dei Grandi Eventi, delle battaglie decisive, degli atti e delle leggi che decretano una qualche svolta pretesa epocale, per concentrarsi sulle trasformazioni di lunga durata, e sulle continuità che legano epoche diverse al di là dei cambi di monarchi e dinastie. Soprattutto c’è l’attenzione alla dimensione collettiva del divenire storico, alle pratiche diffuse (non a caso Bloch insegnò storia economica), che si sintetizza nel titolo della celeberrima rivista fondata e diretta dal nostro assieme a Febvre e altri: Annales d’histoire économique et sociale. Dall’incontro con la gente comune del suo paese nei campi di battaglia della Marna scaturiscono in ultima analisi caposaldi della scrittura storiografica come I re taumaturghi e La società feudale. A seguire abbiamo un saggio che ci tocca fors’anche più da vicino: “Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra”. Da un lato non stupisce che nel 1920 un veterano della Prima guerra mondiale voglia comprendere come si producano le falsità che circolavano durante il conflitto su entrambi i lati della linea; dall’altro, uno storico di razza come Bloch non può non porsi il problema di quale credibilità attribuire a quelle testimonianze individuali sulle quali si basa il lavoro di ricostruzione della storiografia. La domanda che viene posta all’inizio di questo scritto è di capitale importanza: “Non esiste buon testimone, né deposizione esatta in ogni sua parte; ma su quali punti un testimone sincero e che ritiene di dire la verità merita d’essere creduto?” Ovviamente Bloch s’interroga su leggende metropolitane (o forse sarebbe meglio dire militari) come i franchi tiratori belgi che sparavano a tradimento sui soldati tedeschi, o l’aereo francese che avrebbe sganciato bombe su Norimberga quando ancora tra Francia e Germania non c’era uno stato di guerra, storie poi risultate prive di fondamento, e ormai dimenticate – ma la questione delle notizie fasulle, in tutto o (ancor peggio) in parte è senz’altro attualissima, in questi anni di guerra tra Ucraina e Palestina. Però un insegnamento che Bloch impartisce nel suo saggio vale anche per la cronaca nera italiana di adesso: lo storico spiega che una falsa notizia attecchisce e prende piede nella coscienza collettiva nella misura in cui il terreno è già preparato, perché quell’avvenimento, per quanto inventato o deformato, viene incontro a pregiudizi, aspettative, paure già presenti nella mente del pubblico. Bloch sostiene che il pubblico tedesco credette nel 1914 alle notizie sui franchi tiratori belgi perché già nella guerra franco-tedesca del 1870 si erano sparse notizie simili su civili francesi che sparavano a tradimento sui soldati tedeschi che avanzavano in terra di Francia. Ora basta riportare questo meccanismo, mutatis mutandis, alla quotidianità italica dei giorni nostri, e pensare a come, quando viene ucciso qualche malcapitato in una rapina, subito si lanci l’idea che il colpevole è “evidentemente” un immigrato – e la notizia fa presa perché fin dagli anni Novanta l’apparato mediatico berlusconiano ha battuto incessantemente sul tasto della minaccia portata dall’esterno, della delinquenza alimentata dall’immigrazione. Prima del 2000 il problema erano gli albanesi e i rumeni; oggi tocca ai maranza, ma la musica è sempre la stessa, per quanto stonata. Ringraziamo quindi Fazi per aver proposto questi scritti solo apparentemente minori di uno dei maggiori storici del Novecento, che ancora tanto ha da insegnarci sia sul Medioevo che sul presente più prossimo a noi. L'articolo Marc Bloch e la lunga storia delle false notizie proviene da Pulp Magazine.
July 12, 2026
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Pino Tripodi / Umanità nascente, femminile
Macchinazioni fantastiche e policrome, ci siamo: alla fine (del tempo, dei nostri tempi?) bisogna considerare l’antologia dei Presocratici che tanto ha avuto attenzione nell’ultima parte del Novecento. È una necessità a cui rari scrittori e rare pagine danno spazio, forzati a posizioni testamentarie da poteri invasivi e tossici, da intenti politici vasti e intessuti di intelligenza artificiale. E a proposito: Turing era un poeta, a suo agio con i sogni (e dunque con la classicità greca), però era convinto che si potesse “insegnare” a una macchina la via del miglioramento tanto da sorvolare le pianure dell’intelligenza. Sappiamo come è andata, la poesia dovrebbe entrare nell’area LGBTQI+ nell’attuale contesto storico perché la salute planetaria possa avere una pur minima possibilità di sopravvivenza. Sì, leggere Shakespeare è alla portata dei Chatbot ma siamo sicuri che nello spazio degli incroci digitali l’imitazione non converga principalmente su delitti e controversie e cospirazioni? Tutte cose profondamente “umane” e quindi in vetta alla riproduzione su cui mirare. Nessuna specializzazione, sia chiaro, che è prerogativa degli insetti, ma il dominio del piacere ultramodernista. Però tutto questo bailamme da agenzia di viaggi cosa c’entra con Sindrome Paradiso? C’entra perché il libro di Pino Tripodi contiene l’urgenza di trattare le storie e il loro racconto esigendo di percorrere i rituali e gli addensamenti del fenomeno umanità, tra violenza e difesa della parola. Tripodi civilizza la parola dando voce a consistenze interamente femminili che combattono la dissoluzione. Le protagoniste sono i luoghi delle antiche filosofie greche, sono le vere incarnazioni del divenire umano, entità nascente che non può che essere femminile. La mediazione non neutralizza le erranze novecentesche lungo i classici greci e Nietzsche, se mai la divulgazione del nucleo solido di un reale fatto di perturbazioni, punti deboli e punti forti di fenomeni molteplici. Alla luce di Elea e le sorelle sul pianeta che gira con loro. “Chi è Elea? È Elea la donna che ogni donna è”. Questo è (anche) un libro di indagini. Un brivido percorre i capitoli, tracce e documenti nelle viscere del tempo, il presente svicola da tutte le parti tra futuro e passato personali. Elea è l’ispettrice che osserva la “vetrinetta” del tempo. Osserva “la storia venduta in saldo”. Giuseppe Genna mi scopre al telefono la fascinazione congiunta, durante la lettura, tra Stella Maris di Cormac McCarthy e Sindrome Paradiso: Alicia Western, in pieni anni ’20 del 2000, non vuole parlare del fratello Bobby durante le conversazioni col dottor Cohen. Nel dialogo fra i due protagonisti del romanzo, diagnosi di sociopatia e schizofrenia per la prima e psichiatra il secondo, i riferimenti di Alicia a Gödel, Feynman, Wittgenstein, Bach, sono plurimi, parsimoniosi quelli verso il fratello a cui vuole unicamente parlare – solo a Bobby in coma, in Italia dopo un incidente. Parole di matematica scambiate in Stella Maris, parole d’altrettanta matematica indagante in Sindrome Paradiso, cristalli multipli e multidimensionali d’entrambi in battere e levare, “in stella cielo cade”. Le “sorelle umane” lì possono vivere. Come spesso accade, Giuseppe coglie sintomo e cura al contempo, come nel caso di fallimenti civili ed exploits di energia cognitiva femminile nella coppia di romanzi ibridi e inauguranti un varco nello strappo del tempo, contro l’ottimismo militaresco che rende già fisicamente inabitabile il nostro presente affamato di catastrofe. La fine di qualcosa che viene attesa in Stella Maris trova compimento e ripartenza in Sindrome Paradiso dove è lo stesso linguaggio ad apparecchiare l’esistenza femminile sul pianeta, espressioni del reale venuto ben prima dell’opera, e di più gran conto – così come ai primordi dell’era greca classica. Possiamo essere insoddisfatti quanto vogliamo, ma il racconto visivo IMAX girato da Tripodi azzera la nostra volontà di rimozione del trauma rifugiandoci nell’inconscio. Giorgio Colli suggerirebbe che non ci troviamo di fronte al dolore, ma siamo noi stessi dolore. Questo lo sa Elea, e lo sanno le sorelle. Il cratere del contemporaneo si smaschera qui, schiaffandolo contro uno specchio (come ha fatto History di Genna) a forza di un racconto, di una storia, infine di un poema.   L'articolo Pino Tripodi / Umanità nascente, femminile proviene da Pulp Magazine.
July 12, 2026
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Bernie Sanders / “Restiamo uniti e andiamo avanti”
Si legge tutto d’un fiato, il pamphlet di Bernie Sanders, ma quello che dice rimane. Perché è uno dei racconti della nostra realtà più semplici ma anche più veritieri. Nel mondo in cui viviamo le disuguaglianze, le differenze di reddito, patrimonio, possibilità e modi di vita tra ricchi e poveri sono troppe. Sono aumentate a dismisura e stanno aumentando ancora. Sono misurabili, e quindi Sanders ci riporta i dati più evidenti e clamorosi per gli Stati Uniti, che non è solo uno dei Paesi più ricchi del mondo ma anche il modello e il riferimento di quel che comunemente riteniamo il progresso e l’evoluzione delle società. Tuttavia, anche senza dati e anche guardando solo il nostro paese, anche solo vivendo, andando in giro, leggendo, guardando la televisione e scrollando le piattaforme social, anche solo osservando il mondo che ci circonda, è palese che la ricchezza sia sempre più concentrata nelle mani di pochissimi. Ed è palese anche che quei pochissimi quella ricchezza la usano per esercitare un’influenza politica che gli permetta di conservarla e aumentarla, rendendo così progressivamente più profondo il divario tra ricchi e poveri: già nel 2011 il movimento Occupy Wall Street aveva sottolineato come l’1% della popolazione possiede da solo più di quello che possiede il restante 99% tutto insieme. All’inizio del 2025, l’immagine della cerimonia di insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, con alle spalle Jeff Bezos, Elon Musk e Mark Zuckerberg, è la sintesi più eloquente che si possa immaginare di quanto la situazione sia peggiorata nei quattordici anni intercorsi. È la testimonianza più evidente e incontestabile di come la politica americana sia in mano a un piccolo gruppo di persone. Gli oligarchi. Già per i greci l’oligarchia era una forma di governo “degenerata”, quello che diventava la democrazia quando i pochi che la governavano lo facevano perché erano ricchi. E la definizione di oligarchi ha cominciato a diventare nota e diffusa dopo il crollo dell’Unione Sovietica, quando nel caos che ne era derivato alcune figure, per lo più losche e senza scrupoli, si sono arricchite in tempi super rapidi e sono diventate potenti e determinanti per l’agenda politica dei capi di stato. Che gli oligarchi siano una minaccia per la società è stato raccontato molto bene, recentemente, anche da Giuliano da Empoli nel suo libro L’ora dei predatori, una definizione più che evocativa. Quello che è bello, e ci conforta, è che Sanders cerca di trovare una strada per cambiare le cose. Quella che propone è una strada che si appoggia alle grandi lotte del passato, dalla guerra d’indipendenza americana (rievocata nelle manifestazioni No King contro Trump) alle lotte per il diritto di voto alle donne e ai neri, alle battaglie sindacali, o per l’istruzione pubblica o, più recentemente, per i diritti LGBTQ+, e ai risultati positivi che sono stati ottenuti. È anche una strada che chiama tutti i cittadini a diventare soggetti attivi della democrazia, che come ogni cosa ha bisogno di essere curata, amata, sostenuta, nutrita e difesa. Sanders racconta il suo viaggio attraverso l’America, negli stati più ricchi e in quelli più sfortunati, nelle cittadine minuscole e nei grandi centri, e come il suo messaggio semplice e chiaro ha chiamato a raccolta molte più persone di quante lui e il suo staff potessero immaginare. Cittadini normali, americani preoccupati per il loro presente e il loro futuro: la crisi delle abitazioni che ha raggiunto livelli impensabili, con un costo degli affitti così esorbitante che pure le persone con un buon lavoro non se lo possono permettere; la sanità così inefficiente e così costosa che la gente non riesce a curarsi neppure se ha l’assicurazione di base Medicare; le scuole pubbliche malfunzionanti, le pensioni insufficienti, le infrastrutture che cadono a pezzi e nessuno ripara. Tutti temi di cui i democratici negli ultimi tempi non si sono occupati, e che quindi hanno lasciato libero campo alle false promesse di Trump. Trump ha promesso il cambiamento, e molti cittadini stanchi della pessima gestione della cosa pubblica e del disinteresse dei democratici nei confronti dei problemi della gente comune, lo hanno votato. Ora certo è evidente che il cambiamento di Trump è solo meno tasse per i più ricchi, taglio della spesa pubblica, aumento del costo dei beni essenziali. Un peggioramento netto delle condizioni già precarie della maggior parte della popolazione americana. Ed è da qui che bisogna partire, o meglio ripartire. Sanders riconosce che nel Partito Democratico sono stati fatti troppi errori, e che rimediare è impegnativo e faticoso, ma è anche sicuro che ce la si può fare, e che ci se la deve fare. Così, quando si chiude Contro l’oligarchia, ci si sente confortati e speranzosi. Quel “Restiamo uniti e andiamo avanti” è un richiamo potente. È vero che il caos sembra dominare il nostro mondo, che le notizie da cui siamo bombardati sono per lo più nefaste, e che disuguaglianza, disinformazione, corruzione e abusi di potere la fanno da padroni anche nel nostro paese. È vero che il nostro governo sembra più che mai interessato solo alla propria sopravvivenza e ignaro delle necessità dei cittadini, ossessionato dalla sicurezza e obnubilato dalla visione di una realtà che non esiste più (se mai è esistita). Ma è anche vero che, così come negli Stati Uniti, anche in Italia la maggior parte delle persone è animata da buone intenzioni e desidera solo una vita serena e tranquilla. Ed è sempre vero che le cose si possono cambiare. Dovremo a questo punto armarci di parecchio ingegno e perseveranza, convinzione e resistenza – ma anche qui da noi possiamo cercare di costruire una vera democrazia. L'articolo Bernie Sanders / “Restiamo uniti e andiamo avanti” proviene da Pulp Magazine.
July 11, 2026
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Arnaud Miranda / Cartografia della neoreazione
Quando Peter Thiel si presentò all’Institut de France il 26 gennaio 2026 per concludere un ciclo di seminari sull’“avvenire della democrazia”, i resoconti oscillarono tra l’“allucinato” e il “tecnofascista”. Pochissimi, però, erano in grado di collocare le sue posizioni in un sistema di pensiero preciso, con una storia e un vocabolario specifico. Ecco il vuoto che il libro di Arnaud Miranda — dottore in teoria politica al CEVIPOF di Sciences Po, pubblicato da Gallimard/Le Grand Continent a gennaio 2026 e ora tradotto da Rizzoli — si propone di colmare. Il primo merito dello studio è la chiarezza della cartografia. Miranda offre una vera tassonomia della neoreazione, con evoluzione, diramazioni e sottocorrenti: alt-right, postliberali, neoreazionari propriamente detti, paleolibertari. Una distinzione tanto più necessaria quanto più, nel discorso pubblico italiano (e non solo), questi termini vengono usati come sinonimi intercambiabili. La differenza tra alt-right e neoreazionari è il punto teoricamente più denso del libro: l’alt-right — il movimento che portò Steve Bannon nell’orbita di Trump durante il primo mandato — è un fenomeno culturale di massa, nazionalista, populista, identitario, che mobilita il risentimento di una base bianca rurale e operaia attraverso una retorica anti-establishment accessibile. Il suo immaginario attinge al folklore, al nazionalismo etnico, a un certo comunitarismo reattivo: è, in ultima analisi, ancora un prodotto del politico, nel senso schmittiano, una mobilitazione dell’amico contro il nemico entro coordinate riconoscibili. La neoreazione è più intellettuale, legata alla nuova economia digitale, centrata su mezzi di diffusione come internet e i meme; non è priva di solide basi intellettuali ma le supera e le reinterpreta. Soprattutto, è ideologicamente più radicale: mentre i postliberali rimangono ancorati alla Costituzione americana, i neoreazionari ne chiedono l’abolizione tout court. Questo scarto si è manifestato con evidenza nel passaggio dal primo al secondo mandato di Trump. Nel 2016-2020, l’influenza culturale decisiva era quella dell’alt-right bannoniana: nazionalismo economico, protezionismo, retorica anti-immigrazione, recupero di un’America profonda. Un anno dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il trumpismo appare più strutturato ideologicamente che durante il primo mandato e la grammatica neoreazionaria ne fornisce l’ossatura. Miranda rileva come questa influenza sia visibile non tanto nella presenza diretta di funzionari di stretta osservanza NRx nell’apparato governativo, quanto nella logica che presiede alle decisioni politiche: gli orientamenti geopolitici non vengono più giustificati in nome della morale o della democrazia, come accadeva durante la fase neoconservatrice, ma si inscrivono in una logica assumée della potenza bruta. I pensatori analizzati nel saggio sono sei. Il capostipite è Curtis Yarvin, alias Mencius Moldbug, il cui blog Unqualified Reservations (aperto nel 2007) costituisce, agli occhi di Miranda, “l’atto di nascita della neoreazione”. Su questa piattaforma, Yarvin firma i suoi principali testi, dei quali Miranda analizza lo stile pamphletario: il ricorso sistematico all’ironia, le metafore efficaci — tra cui quella della red pill e della blue pill, riprese dal film Matrix, che irroreranno una certa cultura internet. Un’altra metafora frequentemente usata è quella della Cattedrale, che raggrupperebbe stampa, media e università — tutto infiltrato dall’ideologia progressista — come sistema che impedirebbe ai neoreazionari di realizzare i propri obiettivi: la distruzione della democrazia. Yarvin ne propone l’abolizione a favore di una monarchia gestita come un’azienda — con il CEO (Chief Executive Officer), per noi italiani l’Amministratore Delegato (AD), sovrano al posto del monarca. Il secondo pilastro è Nick Land, figura ben più complessa e intellettualmente stimolante. Land fu, negli anni Ottanta e Novanta, un esponente dell’avanguardia deleuziana, noto come teorico dell’accelerazionismo. Nel corso degli anni 2000, dopo aver lasciato l’università e essersi trasferito a Shanghai, scivolò progressivamente verso posizioni antidemocratiche. Scoprendo gli scritti di Yarvin all’inizio degli anni 2010, si convertì esplicitamente a posizioni neoreazionarie. Questo passaggio dalla critica postmoderna a un pensiero reazionario assunto svela una mutazione più ampia. Non si tratta di un semplice ritorno della tradizione reazionaria, ma della sua trasformazione a contatto con categorie provenienti dallo sviluppo del capitalismo tecnologico. Mentre per Yarvin la tecnologia è al servizio della sovranità, Land fa della transizione neoreazionaria un trampolino verso l’accelerazione tecnocapitalista: la democrazia non va semplicemente abolita, verrà necessariamente abolita dall’accelerazione stessa del capitale; si tratta quindi di non frapporsi, lasciare che il sistema si consumi fino allo sfacelo produttivo. Completano il corpus Spandrell, Bronze Age Pervert (Costin Alamariu) e Zero HP Lovecraft, nei quali la rigenerazione biologica e l’eugenetica diventano elementi centrali, consustanziali al loro profondo razzismo e maschilismo. Miranda li tratta con la stessa cura analitica riservata ai pensatori più sistematici, e questa scelta è giusta: è proprio nell’incontro tra la blogosfera masculinista – la manosphere antifemminista di internet – e le tesi tecnocapitaliste di Yarvin che si genera la sintesi più pericolosa, quella che ha poi raggiunto le orecchie dei miliardari Musk e Thiel. Perché proprio i magnati della Silicon Valley? La risposta di Miranda è economicamente precisa: il successo ideologico della neoreazione si fonda non solo sulla sua critica della democrazia, ma su un rifiuto più generale del politico come campo autonomo. Questa volontà di distruzione del politico passa per la dissoluzione di ogni libertà politica. I cittadini devono in ultima istanza rinunciare al proprio statuto di cittadini per diventare clienti dei servizi dello Stato. La governance aziendale come modello statuale — il CEO sovrano al posto del monarca — si sposa perfettamente con la visione del mondo di chi ha costruito fortune nell’economia delle piattaforme. L’anti-democratismo è anche, e forse soprattutto, anti-regolatoria. La pensée néoréactionnaire non esprime una “volontà di preservazione”, come fa il conservatorismo. Afferma una «volontà di ricostituzione»: il conservatore si accomoda con la democrazia pur criticandola; il neoreazionario vuole abbatterla. Non si tratta di un semplice ritorno della tradizione reazionaria, ma della sua trasformazione al contatto con categorie provenienti dallo sviluppo del capitalismo tecnologico. È questo fenomeno singolare di ibridazione ad apparire particolarmente interessante ed è in questa distinzione che risiede il valore analitico maggiore del libro. La critica francese più esigente ha però segnalato il limite principale. Il libro è un tableau descrittivo più che un’analisi approfondita, e non va mai al di là della storia delle idee. Miranda racconta con precisione cosa pensano i neoreazionari, ma non sviluppa né la critica immanente alle loro posizioni filosofiche, né l’analisi delle condizioni materiali che hanno reso queste idee appetibili proprio quando il capitalismo delle piattaforme si è saldato con la crisi della rappresentanza liberale. La storia delle idee da sola non spiega perché certe idee attecchiscono in certi momenti. Rimane tuttavia un’introduzione necessaria — la prima disponibile in italiano su un fenomeno che non riguarda soltanto gli Stati Uniti.   L'articolo Arnaud Miranda / Cartografia della neoreazione proviene da Pulp Magazine.
July 10, 2026
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Jina Khayyer / Generazioni di donne in Iran
“L’Iran è un gatto” scrive Jina Khayyer a circa metà del suo romanzo, descrivendone poi i confini. Da qui il titolo del libro, Nel cuore del gatto, un viaggio profondo attraverso l’Iran. La narrazione si apre attorno a un evento traumatico per la protagonista e per un’intera nazione, l’uccisione per mano della polizia morale di Jina Mahsa Amini, giovane ragazza catturata a Teheran, nel 2022, che dà origine alla prima rivolta organizzata da donne in Iran. L’autrice è particolarmente colpita, sia perché teme per la vita dei suoi cari, ma anche a causa dell’omonimia che la lega alla giovane e che la porta indietro nel tempo, in un percorso magico e doloroso nella sua esistenza e in quella del Paese. Il punto di vista di Khayyer è interessante: figlia di genitori iraniani, è nata e cresciuta in Europa – per la precisione in Germania – dove vive tuttora, e da dove segue gli avvenimenti con apprensione, temendo per il destino della sorella e della nipote che vivono a Teheran e che stanno prendendo parte attivamente alle proteste. Subito dopo l’incipit, torniamo indietro ai primi anni 2000, ovvero quando Khayyer, allora venticinquenne, visita per la prima volta la sua terra di origine, intraprendendo con la sorella Roya un viaggio alla scoperta dei territori più selvaggi, e delle antiche tradizioni. A cavallo tra meraviglia e tormento e con una buona dose di inadeguatezza, l’autrice ci fa scoprire l’Iran tra paura, nostalgia, ma anche stupore e una grande dolcezza. La dolcezza del miele, dei datteri, degli abbracci dei parenti mai incontrati, dei saluti degli sconosciuti e di un forte senso di comunità, e di una lingua, il persiano, conosciuta solo nella forma parlata, ma che già nelle frasi di circostanza e nei nomi delle stagioni è ricca di poesia, e regala immagini struggenti, anche e soprattutto di chi la parla e la vive tutti i giorni. Un popolo che combatte, silenziosamente prima, e poi facendo sempre più rumore, vessato da violenze e soprusi di un regime che annichilisce lo spirito, e che dopo anni di libertà e di conquiste, ha portato di nuovo la società al grado zero, o probabilmente ancora più in basso. La resistenza c’è sempre, e chi scrive ce lo racconta attraverso le vite delle donne e degli uomini che cercano con i piccoli gesti di tutti i giorni di ottenere la libertà, anche e soprattutto chi non l’ha mai conosciuta: i più giovani che non hanno mai visto un Iran senza gli ayatollah. Khayyer non fa sconti, nemmeno a se stessa, tormentata dal senso di colpa di non essere lì, di “nascondersi” in Europa al riparo dalle violenze dirette, ma offrendo aiuto come può, comprendendo l’importanza della ribellione. Un racconto autobiografico che crea immagini vivide e ci trasporta lontano, risvegliando le nostre intorpidite coscienze. Iman, ragazza che si fa passare per un uomo per non portare il velo e vivere libera dice, già venticinque anni fa, parlando del velo: «Ci marchiano perché il mondo occidentale ci tratti come lebbrose. Il mondo occidentale parla del mondo islamico come se qui non ci fosse nient’altro che la religione, l’uomo islamico, i mullah, gli ayatollah, […] ci hanno marchiato perché l’Occidente ci ignori, si volti dall’altra parte: chi guarda volentieri degli spettri neri? Senza il controllo sui nostri corpi non ci sarebbe una repubblica islamica». Un lucido sguardo su di noi, che ci distogliamo lo sguardo, insensibili al dolore degli altri, delle vittime di regimi di cui siamo complici, convinti di essere dal lato giusto della storia, e migliori di chi “si lascia maltrattare”, che siamo svelti ad etichettare un popolo come perduto: Khayyer ci mostra volti e storie di chi continua a restare e combattere per il paese che ama “molto più di quanto un amore possa sopportare”.           L'articolo Jina Khayyer / Generazioni di donne in Iran proviene da Pulp Magazine.
July 9, 2026
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