Source - Pulp Magazine

Jean Echenoz / Deviazioni
Un uomo nudo precipita da una finestra e si sfracella a pochi metri da Robert Bristol, che tira dritto. È assorto, ha un film da preparare, conti che non tornano, un’attrice da convincere e un treno da prendere. Il primo grido della portinaia non lo turba; solo quando si ripete e altre grida si aggiungono, Bristol si ferma e si volta. Comincia così Bristol: un avvenimento enorme (perlomeno per chi ci lascia le penne), una reazione fuori misura per difetto e tutte le premesse per un gustoso giallo. Presto, però, ci accorgiamo che Jean Echenoz non ha nessuna fretta di occuparsi di quel morto. Lo lascia lì, come un pretesto narrativo sul quale tornare quando gli farà comodo, mentre il romanzo salta da un luogo all’altro, segue altri personaggi, si attarda su una mosca. È una libertà un po’ anarchica, ma esercitata con grande precisione: il narratore taglia, cambia inquadratura, commenta le proprie scelte e mostra senza complessi il montaggio del racconto. E noi lo seguiamo volentieri quando ci porta lontano dalla storia che pensavamo di leggere. Una storia, comunque, c’è. Bristol è un regista non più giovane, con qualche riconoscimento, due matrimoni falliti e un pubblico che non si è mai accorto di lui. Vuole adattare Due cuori in purgatorio della prolificissima Marjorie des Marais: adulterio, mercenari, stregoni e miniere d’oro in un’Africa buona per tutte le avventure. Lui pretende savane e animali veri, la scrittrice mette i soldi, purché la protagonista sia la sua protetta Céleste Oppen. Si parte. Le riprese si complicano subito. Un attore si paracaduta sul dorso di un elefante e resta appeso a testa in giù. L’elefante, invece, è bravissimo: Bristol gli amplia la parte, incurante delle spese. Arriva poi una milizia vera, ma il comandante, prima di offrire uomini e mezzi, tiene al regista una lezione sul cinema tedesco degli anni Settanta! La paura si scioglie in una conversazione su Fassbinder: ci preparavamo al peggio ed Echenoz ci ha già portati altrove. È un’arte che l’autore francese esercita da molto tempo. Da Cherokee a Lac, passando per le vite di Ravel, Zátopek e Tesla, ha preso i generi popolari (il noir, la spy story, l’avventura) e li ha smontati per rimetterli in moto a modo suo. In Bristol il cinema entra anche nel soggetto: il regista cerca di far funzionare la sua sceneggiatura, mentre il narratore si concede ogni libertà con la propria. Si potrebbe temere un gioco compiaciuto, di quelli che tengono il lettore a distanza per mostrargli quanto è intelligente chi scrive. E invece ci si diverte, anche perché la voce narrante si assume il compito di farci compagnia. Ci informa che non ha voglia di descrivere un attore troppo occupato a contemplarsi da solo, tenta di raccontare un colpo di fulmine e subito si interroga sulla riuscita, taglia una scena d’amore ma dimentica di togliere il sonoro. Il romanzo procede attraverso queste confidenze, con una familiarità che permette al lettore di partecipare al lavoro della finzione. E poi ci sono le cose. Una scatola di tabacco trasformata in portamatite trattiene il racconto per un intero capitolo, grazie a una mosca che ne esplora i dintorni; un’auto a noleggio acquista il carattere premuroso di un cane guida; querce e platani si contendono l’ombra da proiettare sul prato. Gli oggetti si animano, gli animali osservano gli uomini, le descrizioni prendono iniziative proprie. Ogni deviazione offre qualcosa da guardare, una somiglianza inattesa, un dettaglio che cambia il tono della scena. Dentro questa commedia rimane però la solitudine di Bristol. Il fallimento del film svuota il telefono, dirada le visite, lascia tempo da riempire e una casa che si impolvera. Echenoz gli concede gesti goffi e pensieri malinconici senza trasformarlo in un caso umano da compatire come invece è l’ispettore. Continuiamo a seguirlo anche quando ha perso quasi ogni iniziativa, perché abbiamo imparato a conoscere il suo modo distratto di stare al mondo e forse, un po’, ci riconosciamo. L'articolo Jean Echenoz / Deviazioni proviene da Pulp Magazine.
October 23, 2026
Pulp Magazine
Antonio Iovane / Pertini non se ne va
Antonio Iovane, autore di questo libro, è stato uno degli oltre duecentomila ragazzini che il presidente Sandro Pertini ha incontrato durante il suo settennale mandato presidenziale. Con la scuola elementare da lui frequentata, la “Principessa Mafalda”, fu ricevuto al Quirinale il 24 aprile 1985. Di quella gita a Roma ancora ricorda la figura di Pertini, asserragliato in un rettangolo delimitato da un cordone rosso nella sala dei Corazzieri, mentre invitava la scolaresca a rivolgergli “domande con impertinenza”, a dispetto del suo cognome. A quarant’anni di distanza la figura di Pertini non è stata dimenticata, anzi, emerge con forza da L’italianissimo: occorre subito chiarire che non siamo di fronte a una biografia tradizionale, tantomeno a un romanzo storico nel senso più convenzionale del termine. Abbiamo tra le mani, piuttosto, un ritratto particolare di Pertini, che ci restituisce la dimensione più umana e meno “eroica” del Presidente operaio. Prendendo spunto da un episodio reale, il ritardo di Pertini nel giorno in cui avrebbe dovuto lasciare il Quirinale, Iovane costruisce intorno a questo avvenimento una situazione dichiaratamente fantasiosa: la scomparsa del Presidente che, una volta ritrovato, comunica a tutti la sua intenzione di non abbandonare il proprio ruolo. Il mancato commiato si traduce così in una girandola di incontri con vari personaggi della politica, studenti, giornalisti e addirittura con il Papa, all’epoca Wojtyła, e naturalmente con l’amata moglie Carla Voltolina. Tra discussioni, ricordi, telefonate, incontri e contrasti, ritornano alla luce fatti noti e meno noti della vita del settimo presidente della Repubblica. Non solo episodi come quelli relativi alla Resistenza che ne esaltano la dirittura morale, la tenacia e la coerenza, ma anche alcuni che svelano una dimensione più intima, meno conosciuta. Ad esempio Pertini, per rispettare la volontà della moglie di restare lontana dai riflettori, decise di usare il Quirinale soltanto come un ufficio dove “timbrare il cartellino”, rientrando a casa ogni sera e facendosi riservare, nel palazzo del potere, soltanto una piccola stanza per la siesta pomeridiana. Oppure ritorniamo con la memoria al novembre del 1980, quando il Presidente andò in Irpinia, dopo che la terra aveva tremato per novanta secondi scrollandosi di dosso case, chiese e scuole, uccidendo quasi tremila persone. E soprattutto al momento in cui, rientrato a Roma, tenne un discorso nel quale si scagliò, come avevano fatto anche molti cittadini, contro i soccorsi tardivi, arrivando a portare alle dimissioni l’allora Ministro dell’Interno Virginio Rognoni. Oppure il discorso di fine anno del 1982 quando, dopo aver visitato i campi profughi di Sabra e Shatila colpiti durante la guerra in Libano, aveva affermato che lo Stato di Israele avrebbe dovuto essere bandito dalla società internazionale. O ancora il giorno del funerale di Guido Rossa, sindacalista dell’Italsider di Genova, ucciso dopo aver denunciato un brigatista infiltrato all’interno della fabbrica. Pertini partecipò sotto la pioggia al corteo funebre insieme ai cittadini comuni e agli operai che cantavano “Bandiera Rossa”, “I morti di Reggio Emilia” “L’Internazionale”. Decise anche di incontrare i camalli, i portuali di Genova, nonostante tra alcuni di questi e le Brigate Rosse sembrasse correre una certa simpatia. Aprì il discorso presentandosi non come il Presidente della Repubblica, ma come il “compagno Sandro” e ricorda che lui le Brigate Rosse le ha conosciute, le ha viste in faccia durante la Resistenza, sottolineando che quelle erano, per lui, le vere Brigate Rosse: quelle che insieme a lui avevano combattuto contro i fascisti, non contro i democratici concludendo che quelli di oggi erano soltanto dei codardi che sparavano contro gli operai. Gli uomini lo applaudono, apprezzando probabilmente – nella ricostruzione di Iovane – il fatto che Pertini non avesse fatto sfoggio di retorica e non avesse cercato di accattivarsi la platea con parole ruffiane; non era lì per cercare l’applauso, ma per esporre la propria opinione, per cercare di capire. C’è da chiedersi se i politici attuali possano ancora comportarsi così e Iovane, nel suo gioco di fantapolitica, suggerisce una risposta facendo apparire Enrico Berlinguer che, rivolgendosi a Pertini, gli direbbe: “Quando hai iniziato tu con la politica, presidente, c’erano le grandi passioni. Oggi c’è solo una grande macchina che si preoccupa di occupare tutti i gangli del potere. Questa classe dirigente si è incancrenita nelle proprie rendite di posizione. Solo le figure come la tua sanno riscattare la politica”. Ci sono anche episodi che ricordano qualche inciampo del Presidente avvenuto durante il suo mandato così come nella ricostruzione della strage di Bologna: quando gli venne comunicata la notizia, Pertini inveì da subito — anche se le prime informazioni riferivano dell’esplosione di una caldaia — contro i fascisti. Arrivato in elicottero a Bologna, dopo la visita ai feriti dell’Ospedale Maggiore, si reca davanti alla stazione, deturpata e piena di macerie, invasa da soccorritori, giornalisti, polvere, detriti, escavatori e ruspe. Si muove tra la scorta, la folla e i cronisti; disperato, cammina inorridito senza una direzione precisa. Quattro giorni dopo è in Piazza Maggiore, in attesa che parli il sindaco della città, Renato Zangheri. I politici erano stati bistrattati e fischiati, tutti tranne Pertini, ma nella basilica di San Petronio, quando si avvicina ai familiari delle vittime stringendo loro la mano, Annamaria Montani, figlia di una delle persone che avevano perso la vita, si rifiuta di concedergli la propria. Il capo dello Stato sembra smarrito, ferito e risentito, tanto da concludere lì il giro dei saluti. Gli altri familiari rimangono delusi, ma Pertini non vuole che quell’incidente si ripeta, non vuole rischiare; l’orgoglio gli ha fatto omettere un gesto di civiltà. Sono proprio questi episodi che spiegano come mai Pertini sia rimasto così profondamente impresso nella memoria collettiva: perché non ha quasi mai rispettato protocolli, etichette e regole; perché non ha nascosto il suo lato irascibile e permaloso; perché non si lasciava contraddire e neppure guidare, non accoglieva suggerimenti e spesso non ascoltava nessuno se non sé stesso. Lo si ricorda con affetto perché nei suoi racconti c’è sempre la mamma, perché esultò come un ragazzino al gol di Tardelli nella finale dei Mondiali di calcio del 1982, perché invocò la pace nel suo discorso di insediamento nel 1978 con quelle parole destinate a diventare una sorta di testamento politico e civile: “Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame”. Non lo dimentichiamo perché ha vissuto tante vite, almeno otto e “tutte con la p”: patriota durante la Prima guerra mondiale, prigioniero politico per quindici anni, partigiano, padre costituente, polemista per l’Avanti!, parlamentare e, infine, presidente della Repubblica. Nell’aprirsi l’ottava e ultima delle sue vite, quella da pensionato, Iovane sembra chiedersi che cosa rimanga di un personaggio politico quando la sua epoca è finita. È una domanda che riguarda Pertini, ma non soltanto lui. Che cosa rimane di una persona pubblica quando il ruolo è finito? Quanto della sua identità coincide con l’incarico che ha ricoperto? E soprattutto, è possibile uscire davvero dalla storia? Ci sono personaggi che sembrano non volerne uscire davvero – Pertini è uno di questi.       L'articolo Antonio Iovane / Pertini non se ne va proviene da Pulp Magazine.
October 22, 2026
Pulp Magazine
Douglas Stuart / Figli che diventano padri
Quando un libro oltre a piacerti ed emozionarti riesce a farti pensare e cambiare idea, a sfatare dei miti che nessuno mette in discussione, ad avvicinarti alla verità di un mondo che non conoscevi, beh allora siamo andati ben oltre i sentimenti e siamo entrati in un territorio che desta ammirazione o mette addirittura in soggezione. Douglas Stuart in John figlio di John fa tutto questo. Non è sorprendente perché lo aveva già fatto in Storia di Shuggie Bain e in Il giovane Mungo. Ma qui lo fa di più, lo fa meglio, con una compiutezza definitiva. Nel titolo “figlio di” è scritto in un font piccolissimo rispetto ai due “John”, e in effetti l’originale inglese è il più diretto John of John, che recupera la tradizione, britannica ma forse mondiale, di scelta e attribuzione dei nomi ma dichiara anche da subito un legame strettissimo e simbiotico tra padre e figlio. In realtà John figlio di John ha come primo nome Calum e tutti lo chiamano Cal. Lo troviamo a Edimburgo, dove è arrivato da una minuscola isola delle Ebridi Esterne, Harris – già, proprio quella dell’Harris Tweed – per studiare moda. Nonostante abbia finito brillantemente gli studi, non trova lavoro, siamo negli anni ’90 e gli effetti devastanti dell’amministrazione Thatcher sono lì sotto gli occhi di tutti. Cal vive di espedienti, ovvero facendosi ospitare dagli amici, ogni notte su un divano diverso, e rubacchiando cibo dai frigoriferi di quegli stessi amici, vergognandosi terribilmente. L’unico lavoro che ha trovato è in una ditta di pulizie, dove lo sfruttano e lo sottopagano. Una volta alla settimana telefona al padre, gli fa uno squillo e si fa richiamare, perché anche la telefonata non se la può permettere. Con il padre parlano in gaelico, recitano i salmi e cantano gli inni delle comunità presbiteriana a cui appartengono. Ed è in una di queste telefonate che John dice a Cal che la nonna ha le caviglie color fegato. La nonna che lo ha cresciuto. È un malcelato ordine a ritornare a casa, una pressione sul senso di colpa che a Cal non è mai mancato. Così Cal torna a casa. Ci mette due giorni, tra pullman e traghetti, un viaggio lungo e faticoso. Un viaggio che Cal non vorrebbe fare perché non vuole raccontare come lo studio non lo abbia portato da nessuna parte, e perché sa che una volta tornato a casa sarà molto difficile andarsene di nuovo. A casa è tutto rimasto come prima. Il Croft malandato, il vento e la pioggia, il mare; il padre che si divide tra pecore, agnelli e la filatura del tweed; la nonna che si rifiuta di parlare o ascoltare il gaelico, che lo vizia ma ha per lui uno sguardo attento e limpido; la madre che se ne è andata e si è rifatta una vita; il vicino di casa Innes, quasi uno zio per Cal; e gli amici d’infanzia, Isla e soprattutto Doll. La noia di un mondo ristretto e isolato, la fatica di un clima ostile e impietoso; ma anche la bellezza estrema di un pezzo di mondo rimasto intatto e indifferente al progresso e al cambiamento. A casa è tutto rimasto come prima, anche la comunità presbiteriana con le sue regole rigide e la sua intransigenza, con il suo controllo totalizzante sui fedeli, che fanno parte di un vicinato pettegolo e invadente. La dirittura morale e la bontà dichiarata sono spesso solo facciate dietro cui può esserci di tutto. I segreti sono infiniti ma in realtà tutti sanno tutto di tutti. E quindi la comunità, quella di cui oggi si parla tanto nei dibattiti e sui social, quella di cui sentiamo la mancanza e che pensiamo potrebbe risolvere tutti i nostri mali, quella che dovrebbe curare la nostra solitudine e smorzare il nostro individualismo, la comunità non è affatto un paradiso. Le sue maglie strette e la sua intolleranza per tutto ciò che non rientra nelle aspettative e nella norma rendono la vita difficile e spesso insopportabile. E la religione. No, non sono solo le religioni islamiche a essere totalitarie e intolleranti. Sappiamo che è stato così il cattolicesimo, ora in declino nelle nostre società secolarizzate. Ma anche i protestanti sanno essere totalitari e intolleranti, e non solo quando sono lontano da casa e in situazioni estreme come l’America dei pionieri. Forse basta l’isolamento, la difficoltà di sopravvivere, che avvicina le persone e fa mettere loro in comune tutto quello che hanno; e basta poco per scivolare dalla vicinanza e dalla condivisione verso la repressione e il controllo. Ma c’è un’altra cosa bellissima e importante, in questo romanzo, che già era presente nei libri precedenti e che viene dall’esperienza personale di Stuart, ed è il ribaltamento, il rovesciamento dei rapporti tra genitori e figli. Ovvero genitori incapaci di prendersi le proprie responsabilità e di vivere in modo “decent” (un termine inglese difficilmente traducibile ma che indica serietà e responsabilità, ragionevolezza e sensatezza) e figli che si fanno genitori dei genitori, che diventano presto o prestissimo responsabili non solo di sé stessi ma anche dei propri padri o madri (o entrambi). Le madri alcolizzate di Shuggie e di Mungo, i padri assenti. E qui il padre omosessuale di Cal, quel John che canta solennemente in chiesa ma si è fatto cogliere in flagrante dalla moglie, che si pente per la vergogna ma non sa resistere, che non sa decidere della sua vita. E figli come Shuggie, Mungo o Cal, che per quanto fragili e precari sanno farsi forti, indipendenti, amorevoli e pieni di cure per chi dovrebbe occuparsi di loro ma non lo sa e non lo riesce a fare. In un finale di dolcezza struggente e amore straziante e consolante sarà Cal a decidere per tutti, e a farlo con altruismo, delicatezza e tenerezza. Il ragazzo arrivato dal continente con i capelli lunghi e di un colore improbabile, che sembra ancora un adolescente, si rivela più adulto di tutti. Ho amato davvero questo romanzo in cui ci si arrabbia, ci si disgusta, ci si commuove e si sorride, in cui si impara e ci si arricchisce di qualcosa che è difficile definire ma che risuona come la possibilità di un’umanità paziente, ostica ma piena e bellissima. Finalista al Booker Prize che verrà consegnato in novembre e che l’autore ha già vinto con Storia di Shuggie Bain, John figlio di John è assolutamente da non perdere – anzi da leggere subito. L'articolo Douglas Stuart / Figli che diventano padri proviene da Pulp Magazine.
October 21, 2026
Pulp Magazine
Alessandra Saugo. L’invenzione di una lingua tenerissima e feroce
Con l’uscita de I giardini Salvi, curato da Emiliano Peguiron per Wojtek (pp.650, Euro 28,00), si torna su Alessandra Saugo, scrittrice ancora troppo poco conosciuta e difficile da collocare. La prefazione è di Massimo Recalcati, che era stato il suo psicoterapeuta. Nata a Valdagno nel 1972 e morta a 45 anni nel 2017, Saugo ha visto pubblicato in vita un solo libro: Bella pugnalata, uscito nel 2010 per Effigie grazie alla segnalazione di Antonio Moresco. Anche Metapsicologia rosa, apparso per Feltrinelli nel 2017, è postumo, pubblicato poche settimane dopo la sua morte. Sono poi arrivati, per Wojtek, Come una santa nuda (2023), La custodia dell’angelo (2025) e ora questi diari. La parte maggiore della sua opera ci raggiunge quando lei non può più accompagnarla, difenderla, magari contraddire chi la legge. I giardini Salvi raccoglie i quaderni nei quali Saugo ha registrato soprattutto l’esperienza delle sue tre maternità: le gravidanze, le nascite, i primi anni di vita delle amatissime bambine. Intorno si intreccia tutto il resto: gli amori, le amicizie, le letture, le insofferenze, i giudizi sugli altri e su se stessa, i rapporti con le figure controverse del padre e della madre. Saugo aveva cercato di riorganizzare questa materia negli ultimi anni, trascrivendo e rivedendo i diari senza riuscire a portare a termine il lavoro. Come spiega nella nota al volume, Peguiron ha rispettato il carattere incompiuto della revisione, conservando le discontinuità, le deformazioni delle parole e i bruschi passaggi di registro. Ha distinto i diversi usi delle virgolette e corretto le incongruenze di trascrizione, senza uniformare la scrittura. Sono rimaste le date discordanti, le interruzioni improvvise, i punti interrogativi al posto dei nomi. Ha rinunciato anche a corredare il testo di note. È una scelta forse discutibile, trattandosi di diari disseminati di riferimenti a persone e vicende che il lettore non sempre riesce a identificare. Restano dunque vuoti ed esitazioni, dentro una scrittura di potenza travolgente. Bastano poche righe per riconoscere la voce di Saugo, sia che si sia già avuta la fortuna di incontrarla, sia per voler cercare gli altri suoi libri, non tutti facilmente rintracciabili. La sua scrittura può essere tenerissima in modi inimmaginabili e subito dopo feroce come un colpo d’ascia. Le sue invenzioni sembrano nascere dal bisogno di dire con esattezza ciò che prova e osserva e dall’insofferenza per le parole che ha a disposizione: troppo generiche, troppo accomodanti per il dolore, il disgusto, la dipendenza amorosa, ma anche per la gioia. Allora le ripete, le deforma, le accosta in modi imprevisti, ne inventa altre, il dialetto veneto interviene pochissimo. È una lingua tutta sua, che non ha il carattere di un pastiche letterario, tanto meno postmoderno ma la semplice necessità di dire la verità delle cose. L’accostamento a Joyce proposto da Recalcati nella prefazione non sembra esagerato, soprattutto per il fermarsi della narrazione davanti a qualcosa che improvvisamente si rivela. Un gesto, un oggetto domestico trattengono la scrittura, diventano più importanti della vicenda che dovrebbe andare avanti. Saugo vede moltissimo, e qualche volta vede troppo: il sospetto dilaga, il dettaglio occupa tutto il campo. La lucidità non le evita il risentimento né le garantisce di avere ragione. Questo modo di scrivere si incontra già nelle prime pagine di Bella pugnalata (Effigie, 2010), che comincia con la preparazione di un brodo. Una cucina nuova, una casa pronta per accogliere Oscar, al quale la narratrice sa già che cosa offrirà nel caso si ammali: il tè, la frutta cotta, la minestrina. Una disponibilità minuziosa che fa sentire tanto più l’assenza della persona cui destinarla, con l’attesa che prende tutta la vita. Dietro c’è un’educazione femminile, con le letture infantili, Piccole donne, le ragazze che devono essere graziose e utili, contenere l’ambizione, rendersi sposabili. Saugo ne coglie in pieno la violenza ma non liquida ciò che quel mondo ha depositato in lei. Continua a desiderare una casa, qualcuno che rimanga. Le capacità di accudire sono vere, come il bisogno di farne una ragione per essere amata. Oscar lavora all’estero, viaggia, frequenta ambienti prestigiosi e quando la lascia per un’attrice, la fotografia della nuova coppia su un settimanale rende concreto ciò che il solo sapere non era bastato a rendere reale. L’altra ha una carriera, una gravidanza, un futuro riconosciuto. Oscar però ritorna, la cerca quando passa da Vicenza. Conserva il piacere della relazione sottraendosi alla sua responsabilità. Saugo è implacabile nel raccontare questa disparità e nel guardare la narratrice che vi si presta: l’idolatria, la gelosia, il bisogno di rendersi insostituibile. Vede la vanità della vittima, il compiacimento del dolore, il ricatto contenuto nell’abnegazione. Non risparmia la rivale, ma sa quanto l’abbia ingigantita. Non si concede il vantaggio di essere semplicemente la donna offesa da un uomo egoista. Riconoscere la propria dipendenza non significa riuscire a liberarsene. In Metapsicologia rosa (Feltrinelli, 2017) – primo libro di questa autrice che ho letto e dentro il quale sono letteralmente caduta – il bisogno di essere ascoltata incontra la psicoanalisi. La prima parte, “Nello studio incantato”, investe lo psicanalista di una prosa incalzante e caustica: salvatore e mestierante, commerciante dell’ascolto e presenza indispensabile, uomo che può distrarsi, annoiarsi, sbagliare. Lo sguardo affilato di Saugo passa dalla sala d’attesa ai pazienti accalcati, dall’incenso alle scarpe da ginnastica del terapeuta abbandonate in un angolo. Il denaro disturba l’incanto. Si vorrebbe essere il paziente prediletto, ma dopo di noi entra qualcun altro; eppure a quell’appuntamento si continua ad affidare la possibilità di vivere. Una paziente dice di aver bisogno della cultura per dire la verità, poi si accorge di usarla come un rossetto: anche quando racconta la propria disperazione vuole piacere. Saugo porta il sospetto fin dentro la propria scrittura: quanto del dolore si riesce a dire, quanto si finisce per aggiustarlo perché qualcuno lo ascolti? La seconda parte si accanisce sul dovere femminile di piacere. Nei camerini il corpo non va mai bene, gli abiti diventano ostili. Marilyn Monroe appare consumata dal lavoro necessario a essere Marilyn: ciglia strappate da quelle finte, capelli sfiniti dalla decolorazione, corpo corretto e costretto. Pagine durissime sulla bellezza come servizio al desiderio maschile convivono con il disprezzo per le femministe e la difesa di una femminilità che ammetta le proprie mancanze. Poi il libro torna a Valdulla, trasfigurazione della città d’origine, e alla giovinezza di Coccodè: le amiche, i furti alla Standa, i primi incontri sessuali, una famiglia piena di paura, il fidanzato musicista. La casa di lui offre il calore e l’appartenenza che lei cerca, ma la coppia ristagna. Coccodè riconosce quanto sia lei a frenare, a seminare discordia, a sentire ogni possibilità di vita come un’offesa alla tragedia familiare che crede di dover incarnare. La chiusura del libro perde quasi tutta la punteggiatura: studio, paesaggio, cucina e memoria si ammassano in una frase che continua ad avanzare mentre la vita rimane ferma. In Come una santa nuda (Wojtek, 2023) ce n’è per tutti: dal primo editore agli scrittori Emanuele Tonon, Tiziano Scarpa e Vitaliano Trevisan, che nelle sue pagine appare particolarmente sgradevole e violento. Saugo rimugina su una frase, una telefonata, un gesto di sufficienza. Dall’offesa ricava una lingua che coglie le meschinità altrui, ma può infierire fino all’ingiustizia. Giovanni Giovannetti di Effigie ha contestato il proprio ritratto in una lettera ad Antonio Moresco sul sito “Il primo amore”, rivendicando il lavoro fatto per Bella pugnalata. Ma il romanzo uscì quasi nel silenzio e nei Giardini Salvi Saugo racconta un’umiliazione concreta: il suo nome stampato in copertina con una «esse» di troppo e le copie sbagliate che lei stessa deve sostituire nelle librerie veneziane. Agli ambienti colti e alternativi non fa sconti. Una bibliografia può servire a non ascoltare, una buona causa a sentirsi innocenti, la raffinatezza a esercitare un piccolo potere. Scrittori, artisti e personaggi televisivi possono spendere anche nei rapporti privati il credito della propria notorietà. Persino l’anticonformismo diventa una posizione da amministrare. Quel riconoscimento, però, Saugo lo desidera. Vuole essere letta, ascoltata, e sa quanto l’esclusione alimenti il suo disprezzo. Si riconosce invidiosa, superba, capace di nascondere una richiesta d’amore nel giudizio sprezzante. La sua analisi non risparmia nemmeno lei. La custodia dell’angelo (Wojtek, 2025) è accompagnato da una prefazione e una postfazione di Antonio Moresco, che da tempo sostiene questa scrittura e ne ricorda la scomodità editoriale. Racconta di un’agente, cercata per alleviare a Saugo la fatica di trovare un editore, che davanti a un suo manoscritto le consigliò di riscriverlo completamente. E osserva quanto poco spazio si conceda alle voci femminili quando sono feroci, contraddittorie, difficili da ricondurre a un’immagine edificante delle donne. Nelle quattro parti che costituiscono il libro – “Regale e fragile”, “La scaraventazione”, “Ragionamento doloroso”,” Così tanto, così poco, così male” – sembra precipitare ciò che negli altri libri è diffuso tra episodi, incontri, ricordi. Il suicidio della madre, la rottura del matrimonio, l’amore per le tre figlie portano allo scoperto il bisogno di proteggere e di essere protetta, la promessa della casa, il terrore che chi si ama possa sottrarsi. La prosa passa al verso, interroga, accusa, senza trovare una distanza dalla quale raccontare al sicuro. Alla madre suicida Saugo domanda che cosa le stia facendo, perché abbia dovuto farsi da parte così duramente. Anche il marito è chiamato a rispondere di una promessa venuta meno. La custodia dell’angelo del titolo riguarda questa attesa di un riparo reciproco, di qualcuno capace di accogliere la fragilità dell’altro senza approfittarne e senza fuggire. Lei lo aveva chiesto al marito ma ad esercitare quella custodia finisce per essere lei. L’accudimento mostra qui tutta la disparità di un compito che avrebbe dovuto essere condiviso. Saugo continua a chiedere alla famiglia una felicità possibile proprio mentre ne racconta la disintegrazione. La violenza delle accuse al marito ma anche alla donna con la quale l’uomo ha una relazione viene da questa fedeltà a ciò che avrebbe potuto esserci. Dopo tanta furia, il libro si chiude con una poesia dedicata a una delle figlie. La tenerezza sopravvive dentro la stessa lingua che ha appena dato forma alla devastazione. Le tre bambine sono del resto le creature che Saugo ama senza riserva alcuna. Persino gli altri bambini vengono descritti ne I giardini Salvi con un occhio critico a volte francamente sgradevole, senza quello sguardo affettuoso ma indistinto che perlopiù avvolge l’infanzia. Una persona così solitaria e misantropa ha continuamente bisogno, nella scrittura, di rivolgersi a qualcuno: Oscar, John, lo psicanalista, la rivale, il marito, gli scrittori, la madre. Li accusa, li supplica, li ama o li disprezza, li chiama a rispondere. Il “tu” permette di continuare un discorso che fuori dalla pagina si è interrotto, oppure non è mai andato come si voleva. Ne I giardini Salvi sono le figlie a chiedere una risposta. Non possiedono ancora le parole, domandano attenzione con tutto il corpo: il pianto, l’allattamento, l’abbandono al sonno impegnano Saugo in un ascolto diverso. Dopo la separazione della nascita, la voce materna continua a offrire un riparo e la preoccupazione trova parole tenerissime. La prima, Maria, ha un difetto di vista abbastanza grave e deve portare gli occhiali: «Si apposteranno su quel musetto profumato e miniato, sempre lì, beati loro, occhialini fortunati». La scrittura custodisce questa vicinanza, ma verso la fine dei diari la registra già con una nostalgia struggente. Saugo guarda i momenti che sta vivendo come qualcosa da salvare dalla perdita. Leggendoli oggi è difficile non pensare alle separazioni, ai lutti e alla malattia che seguiranno, fino alla sua morte, quando le figlie saranno ancora piccole. Le posizioni di Saugo sulle donne, sui rapporti tra i sessi e sulla maternità appaiono francamente reazionarie, se le leggiamo secondo una grammatica femminista ormai acquisita. C’è in lei un’idea della femminilità legata alla dedizione, all’accudimento, alla disponibilità verso l’altro, e della maternità come compimento dell’esistenza femminile, che sembra riportarci molto indietro. Non si preoccupa di emanciparsi da questi modelli e talvolta sembra rivendicarli. Ma quando si immerge nell’esperienza concreta arriva molto più lontano delle convinzioni che la sostengono. In una pagina dei Giardini Salvi scrive dei neonati, «analfabeti, afasici, alloglotti», che «tolgono la corrente alfabetica in cui viviamo immersi». Attraverso di loro si entra in contatto con la «basilarità umana», con qualcosa che è «tutta carne appena accennata, tutta emozionale, e azzardata». Il neonato interrompe l’ordine del discorso, mette la madre davanti a una vita che ancora non si lascia organizzare nei significati consueti. E subito dopo aggiunge: «Il neonato poi forse è anche l’occasione che ha la lingua per rifarsi una vita». È una frase straordinaria, tanto più perché arriva quasi di passaggio, tra parentesi. Per raccontare quella vita appena cominciata occorre inventare parole. Una scrittrice così lontana dal femminismo arriva a dire qualcosa di radicale sul rapporto tra corpo e linguaggio, sulla conoscenza che passa attraverso l’esperienza di una donna. In quelle stesse pagine la presenza delle bambine modifica il rapporto con la morte. La vicinanza della propria vita e l’intimità della propria morte, scrive Saugo, «si infuocano». La maternità rende più acuta la coscienza della fine e, nello stesso tempo, produce una felicità capace per un momento di sottrarre la morte al suo posto abituale. Saugo si chiede dove sia, e trova soltanto la bambina, lì, che profuma di sé tutto intorno. L'articolo Alessandra Saugo. L’invenzione di una lingua tenerissima e feroce proviene da Pulp Magazine.
October 20, 2026
Pulp Magazine
Valentina Grignoli / Case e domande
Vi siete mai chiesti chi abita nelle case intorno a voi quali misteri o segreti celino? La ricerca del proprio posto nel mondo è il tema centrale della quinta pubblicazione di Matita edizioni, Case di cose, che pone ai piccoli e grandi lettori dei quesiti curiosi sulle case e sulle persone che le abitano. È importante riscoprire il valore dei luoghi, spazi piccoli o grandi che siano, in cui potersi raccogliere e stare con sé stessi o ampi da lasciarci respirare. Per quale motivo ci sono case che fanno paura? Perché in alcune stanze le luci restano accese fino a tardi? Da qui parte un’esplorazione, con una buona dose di immaginazione gli spazi vuoti si riempiono facilmente e ogni curiosità ottiene una spiegazione coerente. Le stanze prendono forma e gli oggetti si fanno testimoni silenziosi di ricordi, affetti e identità. Ogni spazio è un piccolo universo che racconta un modo diverso di abitare il mondo e di costruire il proprio legame con esso. Traspare una profonda poesia che vibra tra le righe del testo, sottintendendo altri significati in un modo così semplice da sembrare immenso, come la casa del mondo da aggiustare in cui l’uomo col cacciavite cura le crepe e ritrova la sua pace, oppure nella casa delle sviste in cui qualcuno sta cercando un modo diverso di leggere il mondo. Parole toccanti e commoventi che evocano immagini chiare e precise, le stesse che poi ritroviamo sulle pagine. Un albo dolce che porta a una riscoperta e sottolinea il valore emotivo degli oggetti del nostro quotidiano che scegliamo di conservare in quanto portatori di memoria e testimonianza della nostra vita. Illustrazioni colorate ma non chiassose, al contrario delicate, perfettamente in linea con quel testo poetico che, come nella tradizione della casa editrice, è bilingue: italiano e francese. C’è una crescita evidente nel catalogo dell’editore, dato ancora più soddisfacente considerato che Delphine Trouillard – e chi l’accompagna in questa bella avventura – ha messo in moto una macchina che ha tutte le qualità per rompere i meccanismi già rodati dell’editoria e sparigliare le carte in tavola.   L'articolo Valentina Grignoli / Case e domande proviene da Pulp Magazine.
October 20, 2026
Pulp Magazine
Christine Wunnicke / Scrutare all’interno dell’ignoto
Una donna caparbia, aggrappata all’anima anche quando il corpo non risponde più; la figura di Marie Biheron, anatomista realmente vissuta nella Francia del Settecento, emerge dagli abissi del tempo per divenire la protagonista del romanzo Cera di Christine Wunnicke, premio Bückner 2026. A forza di scrutare all’interno dei corpi, Marie sembra aver acquisito la facoltà di guardare attraverso di essi, come un orologiaio aduso al proprio mestiere. La vediamo giovanissima, cercare in una caserma il suo primo cadavere da sezionare, e poi vecchia, ormai consumata dal trascorrere del tempo. Dettagli biografici che la scrittrice ha orchestrato attorno alle esigue fonti storiche. Wunnicke descrive un mondo cupo, in cui le improvvise avversità metereologiche sconvolgono le menti degli uomini, inducendoli alla ribellione. In una città stravolta dalla rivoluzione, animali fuggiti da chissà dove si aggirano per le vie portando scompiglio. L’ossessione per i segreti celati all’interno del corpo nutrita da Marie viene in contatto con l’estetica del disegno botanico coltivata da Madeleine Basseport, anch’ella realmente esistita, in un singolare intreccio fra curiosità cadaveriche e minuziose composizioni floreali. Nasce fra loro un amore segreto, celato agli occhi degli uomini così come appare scandalosa l’attività di anatomista e in seguito di ceroplasta praticata da Marie, proprio perché all’epoca riservata a un mondo maschile. Arte affascinante ed effimera quella della ceroplastica, riguardo la quale ha fatto luce una recente mostra agli Uffizi, centrata sull’interesse dei Medici per tale tipologia estetica. Morbida e duttile, di natura organica, la cera dà forma a esseri vivi e morti. La corruzione dei corpi è tema privilegiato dell’artista più noto, Gaetano Giulio Zumbo; nel Seicento, del resto, le tematiche più diffuse in tale contesto erano quelle della malattia e della morte, del castigo che segue il trapasso. Successivamente, nel XVIII e nel XIX secolo, tale arte fu di ausilio alla scienza, riproducendo realisticamente i modelli anatomici. Torniamo dunque alla materia narrata, all’esigenza di Marie di mantenersi confezionando modelli da esporre. Il suo cammino è reso più arduo dalle limitazioni imposte dalla società coeva. “Il mio sospetto è che le donne diventino così brave in tutto perché glielo si rende tanto difficile”, scrive Madeleine. Il tema della condizione femminile entra prepotentemente nel libro. L’arte di Marie, alla fine, conquista il gusto della regina. Libro peculiare ma non arduo, in grado di sondare gli abissi dell’anima mantenendo intatto il piacere del raccontare. L’ossessione per il trascorrere del tempo e per il dissolversi del corpo trova nella ceroplastica incarnazione di grande forza simbolica. Marie vuole vedere con i propri occhi cosa c’è sotto la pelle e, riproducendolo in forma artistica, aspira donare valore estetico a quanto solitamente viene immaginato con orrore. “Mi sono presa questo rischio per amore della verità! Perché vedessero che lì sotto non c’è niente di storto, non c’è errore né vergogna e soprattutto non c’è un’anima immortale!” Il libro stesso è un invito a non fermarsi alle apparenze, a osservare i minuti meccanismi dell’esistenza, a cercare il particolare nel quale è celata la bellezza del creato. L'articolo Christine Wunnicke / Scrutare all’interno dell’ignoto proviene da Pulp Magazine.
October 19, 2026
Pulp Magazine
Pasquale Palmieri / Personale, collettivo
1977 è l’anno in cui si è incontrato, e conosciuto, l’amore, le notti bianche e i dibattiti furibondi quando le menti più acute allenavano la dialettica politica, varia e misteriosa, mentre si chiedevano come farsi notare dalla ragazza col foulard contrapposta alla ragazza esibente con nonchalance il proprio maglione oversize. Tanti anni fa, era il decennio del movimento e dei cortei seguiti con la 500 blu (lo si vedeva a Genova), delle alluvioni meteorologiche e delle progenie nel guado di quel futuro costruito dalla generazione precedente e che ora veniva al dunque. Al 1977 occorreva abbondante spazio, ottenendolo, per contenere una grandiosa raccolta di fatti e avvenimenti: il femminismo, il punk, l’irriverenza, le sonde Voyager (I e II, i sarcasmi e i rifiuti delle regole, i primi computer con scopi lavorativi e ludici (Apple II, Atari 2600), elezioni libere in Spagna, Guerre stellari, il Centre Pompidou, Lama contestato alla Sapienza, Brigate rosse, rapimento e uccisione di Aldo Moro, la RAI a colori, Portobello… in Italia la contemporaneità è tutto un giro di linguaggi seri, difficili, e la ricerca di spazi per i sentimenti sotto un ombrello che vede solidarietà e guerriglia cittadina. Pasquale Palimieri, insegnante di Storia Moderna all’Università di Napoli, porta nel suo libro quel mondo lì, utilizzando un talento descrittivo illuminante, in cui sobrietà e sguardo veloce riescono nell’impresa di rendere agibili gli scaffali alla maggior parte di coloro che sono nati durante e dopo l’anno in questione. Anno e decennio sembrano fatti della stessa pasta: la crisi non è solo politica, tutto è strettamente adeso, “grande storia” e curiosità eccentriche descrivono pratiche emotive e culturali proprio quando cresce l’offerta televisiva e gli spazi domestici vengono invasi da ondate di ribellione e striptease notturni di abborracciata confezione. Niente da capire, canta De Gregori – e tutto da comprendere, poiché il 1968 sembra finito quando le nuove leve reclamano il diritto al godimento anziché combatterne il consumismo. Le maggiori testate giornalistiche intravedono una polveriera pronta a saltare, i settimanali illustrati (non tutti, per la verità) sottolineano il deteriorarsi della lingua, e i fenomeni sono così eterogenei che ai più risulta difficile affrontarne qualità e quantità. Il cinema offre scorribande “poliziottesche” e avvenenze femminili, mentre Paolo Villaggio riassume in un delirio di sventure il ragionier Ugo Fantozzi. La svolta horror di Dario Argento zittisce tutti con Profondo rosso e Peter Kolosimo inventa gli scenari fantarcheologici di Ombre sulle stelle, Non è terrestre, Astronavi sulla preistoria. Evasione e nostalgia irrompono a salvaguardia di minacce “estranee”. Nella spaccatura fra impegno e evasione si posizionano anche le canzoni, tra Francesco Guccini e Lucio Battisti, Paolo Conte e Claudio Baglioni. E l’Estate Romana di Nicolini tenta nuove simmetrie fra arte e spettacolo alla ricerca di un’utopica felicità per tutti. Tra gli attacchi al pudore di Porci con le ali (libro e film), le brezze psico-autunnali che avanzano nelle canzoni di Lucio Dalla, Antonello Venditti e Renato Zero, e le nuove tendenze femministe interpretate da Carla Lonzi e Lea Melandri, il paesaggio mediatico si dispiega nelle pagine del libro di Palmieri con prevalenza documentaristica. Senza dimenticare i tratti autoriali e artistici assunti dal fumetto con il ruolo svolto dalla rivista “Linus”. Fra colto e popolare, il movimento s’esalta anche intorno alla produzione della rivista “Cannibale”, subito adottata negli ambienti della contestazione. È la geografia storica d’Italia a confrontarsi con il resto del mondo: potremmo dire che 1977 (il saggio) sia la presa diretta con il mondo vissuto da un paio di generazioni coinvolte in un trasferimento coatto simile a un teletrasporto per niente istantaneo. Con tutte le conseguenze del caso, su corpi e psiche. Chi poteva prevedere che il Duemila non sarebbe stato quello letto sui libri e visto nelle sale cinematografiche? Tutt’altri eventi, tutt’altri imperi e mode, e vaste cronache ostili giunte in simil modo a La guerra dei mondi. Nel libro di Palmieri, l’italico 1977 appare in tutte le sue dimensioni, compreso lo spazio-tempo diventato un vero classico. Giunti al termine della lettura, si ha la sensazione che le increspature avvertite lungo il viaggio siano l’avvisaglia di quanto sarebbe arrivato dopo, e non solo un riflusso della memoria. Segnaletica non casuale: 1979 – al Festival internazionale dei poeti di Castelporziano, sostenuto da Nicolini, sconosciuti e stelle americane della “Beat Generation” si avvicendano sul palco che crolla sulla spiaggia sotto il peso delle persone che lo calcano. 1980 – il nuovo network fondato da Berlusconi nel 1979 prende il nome di Canale 5. E poi…   L'articolo Pasquale Palmieri / Personale, collettivo proviene da Pulp Magazine.
October 18, 2026
Pulp Magazine
Costanza DiQuattro / Pagine di scrittura e memoria
Ognuno di noi porta dentro di sé una zona grigia di cui non riuscirà mai a disfarsi e che, in molti casi, riesce addirittura a conferire un senso alla propria vita. Vale per gli individui e vale, a maggior ragione per le relazioni. Ma quando queste relazioni sono quelle familiari, l’ingombro, il peso, di questa zona grigia rischia di divenire insostenibile e allora cresce dentro di noi il bisogno di disfarcene, almeno in parte, e di affidarne il carico a qualcun altro. Di solito un parente stretto. È quello di cui ci parla Costanza DiQuattro nel suo recentissimo romanzo La mezza attraverso la vita e le (molte riflessioni) di Elena, trentenne professoressa associata di letteratura. Al centro di tutto ci sono (solo) i legami familiari con la forza della loro rete affettiva che a volte dà anche l’impressione di essere una sorta di condanna. Si inizia dai nonni per passare ai genitori fino ad arrivare al presente di Elena a Trieste con sullo sfondo la scena di un teatro forse metafora di vicende in cui la fanno da protagonista il dolore e la morte ma anche l’amore. È proprio sul punto di morte che Giovanni, il nonno tanto amato di Elena, consegna alla nipote un segreto a cui potrà accedere solo dopo la sua scomparsa. E qui nasce la prima considerazione che la stessa autrice formula in uno dei primi capitoli del libro e che ci accompagnerà per tutto lo sviluppo della storia: «certi segreti non andrebbero svelati mai (…) spesso nascondere è più sano che mostrare (…) raccontare può essere molto più distruttivo che mentire». Il fatto stesso di sapere dell’esistenza di un segreto “di famiglia” viene recepito da Elena “come uno schiaffo” nonostante lei sia ormai una donna adulta. Ma decide di affrontare la questione. Inizia così un percorso nella sua storia di famiglia che parte da lontano nel tempo, nella sua città di origine, Catania, e arriva fino a Trieste toccando anche Milano e Roma. Il tempo è un elemento decisivo nell’impianto narrativo di DiQuattro. Nelle sue riflessioni e nelle ricostruzioni necessarie e intime, riesce a saltare dagli anni Novanta del Novecento fino al suo presente. Comprende il ricordo della madre Agata, scomparsa all’improvviso e travolge anche il suo rapporto con Matteo, insegnante di matematica che ama e di cui però non si fida a causa di certi sospetti. La mezza è una storia di storie. Al punto che il segreto nel cassetto di nonno Giovanni si svelerà essere nient’altro che un dattiloscritto che contiene altri racconti (di famiglia). Se il racconto è di decisiva importanza, lo è anche la scrittura, in generale, poiché un altro elemento deflagratore è costituito dal ritrovamento di un biglietto autografo che rimanda a un certo appuntamento. Insomma: le cose scritte rimangono e se si conservano, magari in luoghi nascosti, possono essere ritrovate, allora creano sospetti e forniscono indizi “scabrosi”. In conclusione, La mezza ci conduce all’interno del disvelamento di vicende che tutti gli esseri umani vivono e hanno vissuto e che, pur consapevoli di questa loro condizione, patiscono con un forte dolore.   L'articolo Costanza DiQuattro / Pagine di scrittura e memoria proviene da Pulp Magazine.
October 17, 2026
Pulp Magazine
Marco Revelli / Discutere la democrazia
Marco Revelli apre il libro con una constatazione: le macerie della democrazia sono sotto i nostri occhi. Il titolo, non ha punto interrogativo ed è una formula che gli avversari della democrazia usano da tempo. Come ricorda la quarta di copertina, Peter Thiel e altre personalità vicine al governo di Donald Trump sostengono che libertà e democrazia siano incompatibili e che la partecipazione diffusa riduca l’efficienza dei governi. La diffusione di autocrazie nel mondo viene presentata come la prova che la democrazia è superata. Il libro chiede se sia davvero così o se si tratti soltanto del disegno di oligarchi e mega miliardari, e risponde distinguendo. A essere superata non è l’idea democratica, ma la democrazia reale, che conserva il nome senza assicurare più le funzioni che la definivano: rappresentanza, partecipazione, trasparenza, informazione. La responsabilità, dunque, non è dell’idea ma di chi ha svuotato quelle funzioni lasciando intatte le forme. Da qui la tesi dichiarata del libro: solo una critica radicale della democrazia esistente può salvarne il futuro. Difenderla senza criticarla significa lasciare la critica agli avversari, che la fanno comunque e con altri scopi. Revelli, professore emerito di Scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale, torna così su un tema che attraversa da anni i suoi libri, da Finale di partito a Populismo 2.0, a La politica senza politica, e lo affronta con un giudizio esplicito fin dal titolo. Il metodo è la ricostruzione in negativo: Revelli non propone una definizione di democrazia, ma elenca ciò che nelle democrazie attuali manca o funziona al contrario. Il procedimento è utile per tre ragioni. La prima è che ogni voce dell’elenco si verifica su fatti e dati, mentre una definizione ideale non si può smentire. La seconda è che separa la forma dalla funzione: le elezioni si svolgono regolarmente, ma non producono più ciò per cui erano state istituite. La terza è che ogni mancanza accertata indica ciò che andrebbe ripristinato, per cui diagnosi e rimedio nascono dallo stesso materiale e il «che fare» finale non è un’aggiunta ma la conseguenza dell’analisi. Le forme di degrado descritte sono sei. La democrazia “esecutoria” sostituisce il Parlamento con l’efficienza del leader e fa della rapidità della decisione l’unico criterio di valutazione. La democrazia “senza popolo” è quella in cui l’astensionismo, più che apatia, diventa una “partecipazione negativa”: la formula è precisa perché attribuisce a chi non vota una scelta, e quindi una critica, e non una semplice assenza. La democrazia “dei pochi” è oligarchica, e Revelli la documenta con dati, a cominciare dal fatto che il 10 per cento più ricco della popolazione mondiale detenga l’85 per cento della ricchezza. La democrazia “del denaro” è quella in cui il mercato regola ogni relazione e il cittadino è appiattito al solo ruolo di consumatore. La democrazia “della disinformazione” è prodotta da media e algoritmi: i canali sono anche troppo numerosi, ma tutti danno sempre le stesse notizie, nello stesso ordine di importanza, con commenti quasi identici. Infine la democrazia “delle armi e del segreto”, il capitolo più attuale. Revelli parte da Kant: in Per la pace perpetua (1795) la costituzione repubblicana, cioè rappresentativa, è la prima condizione di una pace stabile, perché se la guerra richiede il consenso dei cittadini è naturale che questi esitino a decidere un’impresa di cui sopporterebbero tutti i costi. Dopo il 1945 la previsione kantiana sembrò verificarsi, e alla fine del Novecento si credette illusoriamente di essere entrati in un’epoca di pace (che in realtà coinvolgeva solo il mondo occidentale). Oggi ogni ipocrisia è caduta: anche le democrazie si riarmano, e l’Unione Europea, nata per bandire la guerra dopo le due che avevano devastato il continente, ha varato il piano ReArm Europe. Il vincolo kantiano è crollato con la rappresentanza: i cittadini non hanno che minima incidenza sulle decisioni che li riguardano di più. La guerra, del resto, non serve davvero a chi la combatte né agli Stati, nemmeno ai vincitori, ma solo ai gruppi economici di potere che condizionano o governano gli Stati. Le sei forme non sono elencate in parallelo, ma in relazione causale. La concentrazione della ricchezza consente di controllare l’informazione; un’informazione uniforme riduce la partecipazione; con meno partecipazione le decisioni restano a minoranze; le minoranze chiedono efficienza esecutiva riducendo il ruolo del Parlamento. Alla base di questa degenerazione Revelli pone il neoliberismo degli ultimi trent’anni, che ha prodotto una “mutazione genetica” delle società a democrazia matura: la decostruzione sistematica del sociale e la diffusione di forme radicali di individualismo. Ne risulta anche il senso del titolo: antiquato non è l’ideale democratico, ma l’insieme di rituali vuoti che ne ha preso il posto e che le democrazie reali praticano senza più assicurarne gli effetti, accontentandosi di presentarsi come la forma di governo meno peggiore. Questo apparato può essere dichiarato superato, ma il suo superamento non rende necessaria la sostituzione con il governo dell’uomo forte. Rende necessario rifondare una democrazia autentica. Va riconosciuta a Revelli una franchezza non comune. Lo studioso confessa di avere esitato a lungo prima di pubblicare queste considerazioni, perché il rischio di favorire i veri nemici della democrazia gli era ben presente. Gli avversari dichiarati della democrazia partono dallo stesso giudizio sul presente: la democrazia reale non funziona, è lenta, è inefficiente, è superata. Un libro che documenta lo stesso fallimento offre loro dati e argomenti, e può essere citato fuori contesto come conferma. Ciò che separa Revelli da loro non è la diagnosi dei sintomi, ma la causa attribuita e la conclusione che ne segue. Per i teorici dell’efficienza la democrazia fallisce perché la partecipazione è eccessiva e va ridotta; per Revelli fallisce perché la partecipazione è stata sottratta e va ricostruita. Pubblicare comunque è giustificato, scrive, perché mantenere un’immagine illusoria di fronte a un mondo che va in direzione opposta è non solo inutile, ma in qualche modo colpevole: tacere i fatti non li toglie agli avversari, che li usano ugualmente, e toglie ai democratici la possibilità di darne un’altra spiegazione. Le pagine conclusive sono la parte migliore del libro, e le ragioni sono due. La prima è che respingono la risposta più facile. Dopo i capitoli di analisi severa, il lettore si aspetta un invito generico alla speranza. Revelli cita invece Piero Gobetti, che nel saggio del 1924 intitolato Democrazia distingue un costume democratico praticato in ogni aspetto dell’esistenza da una democrazia che, per quieto vivere, accetta supinamente le proprie storture senza fare niente di concreto per poterle correggere. Un ordinamento democratico non basta a produrre una democrazia. Per rifarla, scrive Revelli, bisogna ripartire dalla «pianta-uomo» prima che dall’involucro formale, dall’antropologia prima che dal diritto pubblico, dalle pratiche di vita, dal costume e dai rapporti sociali di produzione e riproduzione: dal demos, insomma, prima che dal kratos. La seconda ragione è la coerenza di tutto il contesto. Se il degrado dipende dal denaro, dall’informazione e dall’individualismo, cioè da rapporti sociali e non da norme, la soluzione non può essere una riforma di norme. Il dibattito politico italiano discute da decenni di assetti istituzionali e di leggi elettorali; Revelli sostiene che il problema è precedente, ed è sociale e antropologico. Sul “che fare” Revelli si rivolge in particolare alle giovani generazioni ed esclude sia la violenza sia l’aspettativa di risultati immediati. Non si parte da zero, scrive: esiste già un reticolo leggero ma diffuso di piccoli gruppi, associazioni, volontari laici e confessionali, gruppi di quartiere e di territorio, aggregati informali, centri sociali (la parola, scherza, è proibita, ma la scrive comunque), strutture di mutuo aiuto, flottiglie. Ciascuno di questi soggetti ha sviluppato un sapere «ricostruttivo», ma resta separato dagli altri. Il compito è farli lavorare insieme e sperimentare forme e stili di vita non mediati dalla «forma merce». Il collegamento con l’analisi è diretto: la democrazia del denaro, descritta in negativo nei capitoli precedenti, diventa il terreno su cui intervenire. Se il mercato regola tutte le relazioni, la ricostruzione parte dalle relazioni che il mercato non regola. È una proposta modesta, ed è la sua forza: Revelli non indica un soggetto politico da costruire, ma riconosce quelli che già esistono. Resta da chiarire come queste esperienze possano incidere sulle decisioni pubbliche, e a questa domanda un libro di 168 pagine non può certo rispondere del tutto. Revelli non promette una soluzione e non nasconde il limite della sua proposta. Stabilisce però due punti che il dibattito corrente evita: la democrazia attuale va giudicata sulle funzioni che svolge e non sulle forme che conserva, e la sua ricostruzione non comincia dalle istituzioni ma dai rapporti sociali. Chi vuole discutere oggi di democrazia deve partire da qui.   L'articolo Marco Revelli / Discutere la democrazia proviene da Pulp Magazine.
October 16, 2026
Pulp Magazine
Chiara Pavan / Cucinare dentro il cambiamento
Granchio blu, il famigerato. Basta il nome e scatta il riflesso di opposizione: è un invasore, è cattivissimo, non si può mangiare. È il frutto della catastrofe ecologica, e alla catastrofe bisogna opporsi. Mettersi a cucinarlo può sembrare una resa, un modo per addomesticare il disastro: come fare giardinaggio mentre il mondo brucia. La chef Chiara Pavan, autrice di Cucina ambientale. Il cibo come atto di cura, comincia invece a osservarlo, a studiarlo, a cucinarlo. Ne considera il ruolo nell’ecosistema e le possibilità alimentari, ascolta i pescatori, si confronta con una biologa marina. Potremmo chiamare questo approccio “resiliente”, se la parola non fosse ormai tanto consumata da suscitare diffidenza. Pavan, intelligentemente, la usa con molta parsimonia. Ma il libro racconta proprio il lavoro della resilienza: comprendere condizioni mutate, cambiare le proprie pratiche, costruire possibilità dentro un ambiente ferito. E chiedersi fino a che punto questo adattamento possa spingersi. Tutto assume una forma fattiva e precisa. Il granchio blu è buono, ma estrarne la polpa non è semplice e richiede tempo; una preparazione possibile in una cucina con molti cuochi, diventa impraticabile in un’osteria che serve centinaia di persone. Pavan spiega quindi quali parti utilizza, quali tecniche adotta, e come modificare il piatto secondo gli strumenti e il lavoro disponibili. Il ragionamento procede come una ricetta spiegata nei particolari, ed è questa concretezza a rendere il libro interessante e anche persuasivo. Laureata in filosofia prima di diventare cuoca, Pavan dirige insieme a Francesco Brutto il ristorante Venissa, una stella Michelin, sull’isola di Mazzorbo, nella laguna veneziana. La sua cucina ambientale nasce proprio dall’osservazione della laguna: raccontare un luogo attraverso i sapori e interrogarsi sulle conseguenze di ciò che si porta in tavola. L’acqua alta del 2019, la siccità del 2022 e l’esplosione del granchio blu nel 2023 sono limiti precisi e una condizione concreta del lavoro: che cosa ha senso cucinare, qui e ora? Il libro si fa particolarmente interessante quando mette mano alla tradizione. Le vongole del delta del Po, quelle la cui scomparsa minaccia un’intera economia, sono filippine: introdotte negli anni Ottanta, hanno sostituito in gran parte quelle nostrane, già depredate dalla pesca. Quindi una specie arrivata da lontano neanche tanti anni fa ha prodotto ricchezza e abitudini alimentari fino a sembrare inseparabile dal territorio. L’identità gastronomica si forma anche attraverso questi passaggi che la memoria tende a dimenticare. Il granchio blu potrebbe entrare nello stesso processo: mangiarlo permette intanto di utilizzare una risorsa abbondante, sostenere i pescatori e alleggerire il prelievo di altre specie. Nemmeno la laguna è una natura intatta alla quale tornare. Nei secoli l’uomo ha deviato fiumi, scavato canali, costruito argini per renderla abitabile e impedirne l’interramento, modificando fondali, salinità, flora e fauna. Il MOSE, il sistema di barriere mobili che separa temporaneamente la laguna dal mare per difendere Venezia dall’acqua alta, appartiene a questa lunga storia. La sua costruzione è stata accompagnata per anni da manifestazioni e mobilitazioni ambientaliste che ne contestavano l’impatto sui delicati equilibri lagunari. Oggi protegge la città, ma le sue chiusure pongono problemi al ricambio delle acque, all’apporto di sedimenti e alle migrazioni dei pesci. Nella riflessione di Pavan emergono così le contraddizioni dell’adattamento: quanto possiamo continuare a intervenire sugli effetti senza affrontare le cause? Il limite si intreccia inestricabilmente con la globalizzazione. Attenersi a ciò che un territorio offre significa fare i conti con un territorio già attraversato dal mondo: emissioni, commerci, specie introdotte, mercati. La salicornia, presentata come tipicità lagunare arriva spesso da Israele; il granchio pescato nel delta può essere lavorato in Sri Lanka e venduto negli Stati Uniti. Anche i saperi viaggiano: le verze diventano kimchi, i ceci tempeh, gli scarti salse fermentate. La prossimità degli ingredienti convive con l’apertura delle conoscenze.     L'articolo Chiara Pavan / Cucinare dentro il cambiamento proviene da Pulp Magazine.
October 15, 2026
Pulp Magazine
Vaga / Una danza che richiede una certa agilità
Carla e Alfredo, più che amici, meno che fidanzati, codipendenti l’una dall’altro e intrappolati in una situazione di sopravvivenza esistenziale che è insieme legata a un disastro ambientale e a uno interiore, bloccati nel peggior luogo possibile in un momento cruciale della propria crescita, l’adolescenza. Questa la premessa di Fujakkà, nuovo fumetto di VAGA, nome d’arte della fumettista napoletana Valentina Galluccio, docente alla Scuola Italiana di Comix e illustratrice per il Teatro Bellini, che torna al mondo del fumetto dopo la sua opera prima Dog, vincitrice del Lucca Project Contest del 2022. Siamo in una città del Sud Italia devastata da scosse sismiche, ormai all’ordine del giorno. Per quanto sia facilmente intuibile dove si localizzi questa storia, non viene mai nominata esplicitamente la città di Napoli, scossa, soprattutto in questi ultimi anni, da crescenti e sempre più preoccupanti problemi legati al bradisismo. Il lettore capisce precisamente dove ci si trova, in ogni caso, perché i personaggi parlano in dialetto napoletano e ci sono diversi elementi che rimandano alla città, senza però voler localizzare precisamente la storia di Carla e Alfredo, il cui dramma assume così una dimensione sospesa e soffocante, perché privo di punti di riferimento precisi. Carla e Alfredo sono due giovani che vivono nella città post-disastro, “così affamati di emozioni che alla fine vi ingozzate solamente di esperienza di merda”, come dice il loro vicino Mario, un uomo anziano rassegnatosi a rimanere, rivangando l’amore perduto, come apparentemente loro stessi. I due rimangono in una città ormai distrutta, semi-deserta, perché non sentono di avere altro posto dove stare, non sanno cosa c’è dall’altra parte. Apollinea lei, dionisiaco lui, perennemente prigionieri dei rispettivi “io”, costretti a sopravvivere in una situazione di completo abbandono. La storia di Carla e Alfredo  procede da un primo devastante terremoto, avvertito per primi dai ratti, a una situazione dal sapore “post-apocalittico”, fino al  confronto tra le rispettive volontà di andarsene e rimanere. In un flusso di coscienza anche grafico, il lettore riemerge nella psiche dei due giovani  che, senza l’aiuto degli adulti, possono contare soltanto su sé stessi e sulle proprie, immani fragilità. “Fujakkà” è una parola “macedonia”, un’espressione che nella lingua napoletana significa “fuggire via da qui”. Un termine che di solito utilizziamo con l’espressione “ce ne amma’”, cioè “dobbiamo”, perché la fuga è un atto che in sé implica la necessità di doverlo fare, di sfuggire alle costrizioni e alle catene, siano esse fisiche o mentali. Catene come ad esempio le manette che Carla compra in un sexy shop d’ispirazione cyberpunk, che ritorneranno prepotentemente nel corso dell’opera. Catene come  il rimanere in un luogo dove si è persa qualsiasi speranza che le cose possano migliorare. I due adolescenti si parlano addosso fino allo sfinimento,  litigano, si punzecchiano, si amano, si odiano, si disprezzano ma al tempo stesso tornano sempre l’uno dall’altra per dichiararsi il bene reciproco; sono insopportabili e, al tempo stesso, dei semplici bambini che non volevano crescere così, che volevano ancora le favole della buonanotte o giocare con i rispettivi giocattoli, non la miseria esistenza in cui si trovano a galleggiare insopportabilmente. Graficamente, lo stile di VAGA segue la filosofia dichiarata dell’autrice, il disegno si conforma a ciò che la storia ha bisogno di raccontare, non il contrario. Le potenti illustrazioni già presenti in “Dog” qui si accompagnano a sperimentazioni con il formato a gabbia a splash pages che mozzano il fiato per la loro bellezza. Si possono trovare anti-climax e non sequitur costanti nell’opera, che tutto vuole essere meno che lineare, alternando il racconto del presente a quello del passato senza soluzione di continuità, passando per rappresentazioni degli abitanti rimasti in maggioranza in città, i topi, anch’essi “intrappolati” nelle proprie fogne. Il disegno alterna momenti di stilizzata dolcezza a crude rappresentazioni di persone ormai profondamente spezzate nel loro animo, e che, pur nonostante, resistono ed esistono pur avendo di fronte a sé il mare delle avversità. Persone che, come i topi, sono animate da un potente istinto di sopravvivenza. I topi continuano ad adattarsi, cercano un modo per andare avanti, e i personaggi del fumetto facciano esattamente la stessa cosa. Fujakkà è una storia d’amore e resistenza, disperata e insieme inesorabilmente, stupendamente gioiosa, esattamente come la canzone dei 99 Posse cui intende rendere omaggio. E, dulcis in fundo, si invita chi legge a ricordare che, come dice ‘O Zulù, il Fujakkà “è una danza che richiede una certa agilità / che consiste nello sfuggire alla cosiddetta autorità”. L'articolo Vaga / Una danza che richiede una certa agilità proviene da Pulp Magazine.
October 14, 2026
Pulp Magazine
Emanuela Canepa / Sono Amalia Guglielminetti…
Emanuela Canepa, scrittrice romana trapiantata a Padova da anni, ha scoperto Amalia Guglielminetti su suggerimento di un’amica bibliotecaria che le ha consigliato di leggere un suo libro. Era un’antologia dei suoi testi preceduti da una breve biografia. Da lì la scrittrice ha cominciato a leggere e cercare tutto su di lei senza fermarsi. Una reazione irrazionale per Canepa, che si ritiene una persona molto razionale. Guglielminetti nasce nel 1881 e già nel 1901 pubblica poesie sul supplemento de “La Gazzetta del Popolo”. Una donna sui generis per i suoi tempi: abile nella seduzione, libera e anticonformista, ma entrata nell’oblio dopo la sua scomparsa nel 1941. Guido Gozzano sarà il suo primo amore, tormentato perché respinta, che poi si trasformerà in una solida amicizia. Successivamente una relazione travagliata con Dino Segre, in arte Pitigrilli, condizionerà pesantemente la sua vita privata e letteraria perché farà scandalo. Molto più giovane di lui, dopo un primo periodo di felicità la relazione si trasformerà in un incubo: la società non le perdona la sua libertà sessuale e Segre, a un certo punto, comincia ad attaccarla con articoli al veleno. Guglielminetti raggiunge una certa notorietà nel 1907, con l’antologia poetica Le vergini folli, ma avrà poi una serie di pubblicazioni qualitativamente altalenanti che mineranno la propria carriera letteraria. Oltre alla poesia scrive prosa e articoli su giornali e riviste. Donna scomoda e avanti sui tempi, non si preoccuperà mai del giudizio del pubblico in un momento storico in cui la morale era il male del tempo. Il rifiuto del matrimonio e di una vita normale per rincorrere il talento e la libertà sessuale non le sarà mai perdonato. Canepa ha dichiarato che è stata più volte sul punto di abbandonare il libro: ma alla fine l’ossessione e l’attrazione per questa donna così singolare ha vinto sul sentimento di respingimento che sentiva da parte di Amalia. Un testo che, per chi avesse ancora dubbi sull’autrice, ci conferma come Canepa sia una delle voci più potenti della narrativa italiana. Lo stile cristallino, l’attenzione maniacale sulla scelta delle parole che rendono la lettura musicale, l’introspezione che non lascia niente al caso e una visione dettagliata del periodo storico in cui si svolge la vicenda rendono il romanzo una lettura piacevole e qualitativamente ben al di sopra della media. E la scelta di intramezzare i capitoli con le sensazioni che ha provato durante la scrittura del testo, è un regalo prezioso per i lettori.   L'articolo Emanuela Canepa / Sono Amalia Guglielminetti… proviene da Pulp Magazine.
October 14, 2026
Pulp Magazine