
Solidarietà al Senatore Scarpinato, colpevole di denunciare la “borghesia mafiosa” in Italia
Pressenza - Thursday, October 15, 2026In questi giorni sta esplodendo la polemica che sta colpendo il Senatore Roberto Scarpinato, membro della Commissione Antimafia in quota M5S ed ex-magistrato eroe dell’antimafia. Tutto è nato quando settimana scorsa il gip di Caltanissetta, Santi Bologna, ha accusato l’ex-magistrato antimafia Roberto Scarpinato di “attività depistanti” in antimafia per la strage di Via D’Amelio, affermando che la nota archiviazione dell’inchiesta Mafia-Appalti a Palermo – voluta da Scarpinato – è stata concausa delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il gip ha espresso anche dure valutazioni sull’ex-magistrato, che risuonano un attacco politico più che una valutazione di merito o demerito.
L’ANM di Caltanissetta è intervenuta per esprimere solidarietà al gip nisseno Santi Bologna auspicando “che il dibattito su vicende di interesse collettivo si svolga senza alimentare sfiducia nei confronti dei magistrati”. Peccato che il risultato sia stato proprio l’opposto: consegnare un eroe dell’antimafia nelle grinfie di quella classe politica che non vedeva l’ora di trovare un appiglio per poter gettare fango su Scarpinato. Un ottimo espediente che ha legittimato l’attacco frontale della destra unita contro Roberto Scarpinato, una vita da magistrato contro Cosa nostra, ora senatore M5s e membro attivo della Commissione antimafia.
Tra Fdi e M5S sono volati gli stracci dopo la richiesta dei meloniani ai 5S di sostituire in Antimafia l’odiato Scarpinato, colui che in Commissione da anni sollecita indagini a 360 gradi sui mandanti esterni delle stragi, compresa la pista del terrorismo attuato dall’estrema destra eversiva di stampo neofascista.
I membri della maggioranza di governo stanno chiedendo le dimissioni di Scarpinato per una ragione sostanzialmente pretestuosa, e cioè delle intercettazioni risalenti a trent’anni fa prive di rilievo e conseguenze giudiziarie.
Un’accusa che già in passato era stata mossa contro Scarpinato e che i suoi detrattori avevano pagato in aule di tribunale. Roberto Scarpinato in passato era già stato diffamato per aver chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’inchiesta “Mafia e appalti” di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il 1 febbraio 2023 i giornalisti Piero Sansonetti e Damiano Aliprandi sono stati condannati dal Tribunale di Avezzano – specificamente dalla giudice Camilla Cognetti – al pagamento di un’ammenda per diffamazione a mezzo stampa contro Roberto Scarpinato (all’epoca dei fatti procuratore generale di Palermo) e nei confronti dell’ex procuratore della Repubblica di Messina Guido Lo Forte. Lo Forte e Scarpinato avevano querelato Sansonetti e Aliprandi per una serie di alcuni articoli pubblicati sul quotidiano Il Dubbio (che era stampato in provincia di L’Aquila), all’epoca diretto da Sansonetti, in cui i due magistrati venivano praticamente accusati di aver “affossato” l’inchiesta Mafia-Appalti.
Si trattava di un’indagine dei carabinieri del Ros aperta nel 1991 sui legami economici tra Cosa Nostra, l’imprenditoria e la politica: una sorta di costola siciliana di Tangentopoli che incrocia il periodo delle stragi di Capaci e di via d’Amelio.
A Scarpinato e Lo Forte, che all’epoca erano sostituti procuratori a Palermo, viene da sempre contestata in modo strumentale la firma apposta sotto la richiesta di archiviazione di una parte di Mafia-Appalti, il 13 luglio 1992, sei giorni prima dell’omicidio di Paolo Borsellino. Ma quella era soltanto una costola dell’inchiesta, che venne riaperta poco dopo. A ricordarlo era stato lo stesso Scarpinato deponendo a Caltanissetta come testimone al processo sul depistaggio delle prime indagini su via d’Amelio:
“L’archiviazione del luglio 1992? Non è l’archiviazione di mafia-appalti. Mafia-appalti continua anche dopo quella archiviazione, tant’è che il 5 settembre 1992 viene depositata la nuova informativa sulla Sirap e nel maggio 1993 vengono arrestati 25 personaggi, tra cui lo staff direttivo della Sirap, l’onorevole Lombardo e fu chiesta autorizzazione a procedere nei confronti dei Ministri – sono le parole del magistrato in aula – Quindi quella archiviazione non riguardava mafia-appalti, come spesso nella stampa si legge impropriamente, ma riguardava soltanto la posizione di alcuni soggetti per cui non erano stati aggiunti sufficienti elementi anche a causa di una grave anomalia istituzionale”.
Nel corso della sua deposizione Scarpinato aveva ricordato la relazione della Procura di Palermo che, del giugno 1998, “ricostruiva l’intera vicenda dell’inchiesta mafia-appalti”.
Dunque è falso sostenere che l’inchiesta Mafia-Appalti sia stata semplicemente “archiviata”, poichè nel luglio 1992 furono archiviate solo alcune posizioni, mentre l’indagine proseguì e alcuni degli interessati vennero successivamente arrestati. E’ anche falso sostenere che questa “archiviazione parziale” avvenne all’insaputa di Borsellino, poichè vi sono elementi – ampiamenti documentati – che dimostrano che Paolo Borsellino fosse stato informato della richiesta di archiviazione parziale. Più volte Scarpinato ha ricordato l’audizione del magistrato Patronaggio che, davanti alla stessa Commissione Antimafia, riferì della riunione del 14 luglio 1992 alla quale partecipò Borsellino e nella quale si parlò proprio di quella vicenda, richiamando ad atti giudiziari e dichiarazioni rese negli anni successivi.
E allora una domanda sorge spontanea: 𝐬𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐨𝐜𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐨𝐧𝐨, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐧𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐭𝐞𝐥𝐞𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐢̀ 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚? Roberto Scarpinato oggi muove accuse pesantissime alla presidente Chiara Colosimo e lo fa richiamando audizioni, dichiarazioni e atti giudiziari precisi. Scarpinato arriva a parlare addirittura di un “depistaggio in diretta televisiva”: un’accusa gravissima, che naturalmente dovrà essere verificata e alla quale Colosimo ha tutto il diritto di replicare. Ma proprio perché parliamo della Commissione parlamentare Antimafia, 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐟𝐚𝐫 𝐟𝐢𝐧𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐚 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐧𝐮𝐥𝐥𝐚. Qui non stiamo discutendo di una normale polemica politica. Stiamo parlando delle stragi del 1992, di Paolo Borsellino, di Giovanni Falcone e della ricerca della verità su una delle pagine più drammatiche della Repubblica. E mentre da Fratelli d’Italia proviene la richiesta di cacciare Scarpinato dalla Commissione, forse sarebbe il caso, prima di distribuire sentenze politiche, di rispondere nel merito alle questioni che sta sollevando.
A trattare in modo strumentale il caso sulle “intercettazione shock”, era stato anche Massimo Giletti che, nella puntata del 29 settembre 2025 de Lo stato delle cose dedicata al caso, dimostrava di non conoscere la vicenda e soprattutto di far di tutto per mettere in cattiva luce Scarpinato, il quale si sforza di spiegare a Giletti la vicenda trovandosi un muro di pietra.
Non è la prima volta che Scarpinato viene preso di mira dall’establishment. A causa dell’attività svolta in tanti procedimenti concernenti la criminalità del potere e i rapporti di collusioni con la mafia di colletti bianchi del mondo della politica, delle istituzioni e della economia, è stato spesso al centro di interrogazioni parlamentari, articoli polemici e di attacchi.
Nel 1999 l’onorevole Mancuso addebitò a Scarpinato con una interrogazione parlamentare di avere venduto nel 1996 un immobile di cui era comproprietario alla moglie di un soggetto che nel 1992 era stato indagato e archiviato dallo stesso Scarpinato. Il Ministro della Giustizia dopo avere effettuato accertamenti escluse in radice qualsiasi sospetto di irregolarità.
Nel luglio 2012 su richiesta di un componente laico del CSM veniva aperta una pratica per il suo trasferimento di ufficio perché in occasione di un intervento – svolto su invito dei familiari di Paolo Borsellino il 19 luglio 2012 nella ricorrenza del ventennale della strage di Via D’Amelio nell’ora e nel luogo della strage -, aveva manifestato il disagio provato in passato nel constatare che in occasione delle commemorazioni ufficiali dei magistrati assassinati dalla mafia erano presenti tra le prime fila anche personaggi che rivestivano cariche pubbliche, la cui condotta non appariva coerente con i valori di legalità. La pratica di trasferimento non aveva alcun corso a seguito di una serie di prese di posizione a suo favore da parte dell’ANM nazionale, di parenti delle vittime delle stragi, di associazioni culturali e da 528 magistrati in servizio presso uffici giudiziari di tutto il paese, i quali sottoscrivevano e inviavano al CSM un documento con il quale ribadivano che il discorso pronunciato da Scarpinato costituiva esercizio non censurabile del diritto costituzionalmente garantito di manifestare il proprio pensiero.
Si conosce molto bene la reputazione di Scarpinato, oltre alla carriera da magistrato che ha segnato la storia della giustizia in Italia. Il fatto che il capogruppo FdI alla Camera Galeazzo Bignami chieda la rimozione di Scarpinato dalla Commissione Antimafia e dal Copasir con congetture retoriche è solo per una ragione reale: Scarpinato si sta battendo per non far naufragare le indagini e le inchieste sulle stragi di mafia dei primi anni ‘90, che la destra vorrebbe ridurre a questioni di appalti, mentre invece hanno un profondo significato politico e costituiscono la parte finale dell’epoca dello stragismo iniziata 10-15 anni prima con chiare finalità eversive dell’ordine costituzionale e di attacco alla democrazia italiana.
Negli ultimi 50 anni in Italia c’è ancora una parte della storia che deve essere scritta e che sta lentamente e faticosamente emergendo in vari filoni giudiziari e che mostra come l’Italia – fin dal Secondo dopoguerra – sia stata il teatro di trame e strategie occulte per tenere i comunisti lontano dal governo e deviare la vita politica del Paese dai binari del progresso democratico, sociale ed economico con il fine di tenere ogni governo italiano saldamente nelle mani degli interessi dei vertici sociali ed economici italiani, e disciplinatamente al servizio degli Stati Uniti d’America, che ci occupano militarmente dal 1945. Ecco dunque spiegata la storia, almeno dalla fine degli anni Ottanta, dell’esistenza di associazioni eversive come la P2, Gladio e della Rete Stay Behind.
Fin dal Secondo dopoguerra, con la mancata epurazione dei fascisti dalle neonate istituzione democratiche repubblicane e con il principio della continuità dello Stato – come analizzò lo storico Claudio Pavone -, una parte società italiana collusa col regime fascista sopravvissuta alla fine del fascismo venne riabilitata sulla scena pubblica si è data molto da fare per mettere in piedi un insieme di rapporti tra apparati di Stato, servizi segreti deviati, militanza neofascista, mafia, logge massoniche e CIA, finalizzata a organizzare il presidio del confine tra i due mondi nella Guerra Fredda e l’eventuale esercito “non ufficiale” funzionale a realizzare colpi di Stato eversivi dell’ordine costituzionale, qualora i comunisti fossero arrivati al governo. Ecco dunque il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli; il Piano Solo del 1964, un tentativo di colpo di Stato chiamato in tal modo perché “solo l’Arma dei Carabinieri” lo avrebbe dovuto attuare, fatto predisporre da Giovanni de Lorenzo durante il suo incarico di comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, per volere del presidente della Repubblica Antonio Segni; e il golpe Borghese, un tentato colpo di Stato neofascista avvenuto in Italia nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, organizzato dal principe e comandante della Decima Flottiglia MAS Junio Valerio Borghese, a capo del movimento Fronte Nazionale.
Per non parlare del sottile filo della strategia della tensione che lega una matassa piuttosto intricata di eventi, vicende, strategie e trame occulte che va dalla Strage di Portella della Ginestra alla morte di Pinelli, attraversa le stragi di Stato portate avanti dal neofascismo eversivo con esplosovi proveniente da basi NATO vicine (Strage di Piazza Loggia, Strage di Piazza Fontana, Strage di Bologna, Strage dell’Italicus) per poi arrivare a quello che Leonardo Sciascia chiamava l’Affare Moro (le cui indagini per il ritrovamento sono state sistematicamente depistate, al fine di far fallire la prospettiva del “compromesso storico”), alla P2, al terrorismo nero e alle innumerevoli stragi di civili e di magistrati da parte della mafia.
È un pezzo di storia con cui l’Italia non ha ancora fatto i conti, e non vuole fare i conti, poiché oggi al governo e ai vertici economici e istituzionali del Paese ci sono proprio gli eredi politici di questa strategia antidemocratica che teneva insieme l’estrema destra, i pezzi di Stato deviato, le organizzazioni massoniche e gli interessi statunitensi. Eredi che, tra l’altro, nella destra politica, lo sono proprio sul piano della discendenza dalla collusione tra Berlusconi e le organizzazioni mafiose: quella che Scarpinato più volte ha definito “borghesia mafiosa”, quella che ha portato alla fondazione di Forza Italia e Berlusconi al potere oltre ad essere il garante del grande patto tra vertici del capitalismo italiano e organizzazioni criminali contro lo Stato.
Quella al governo oggi è davvero la peggiore destra della storia repubblicana, proliferata grazie ai soldi della mafia e allo sfascio della cultura pubblica del Paese, ed erede degli stragisti neofascisti che erano gli alleati ed esecutori materiali delle strategie stragiste con la collusione degli occupanti americani.
Sostenere Roberto Scarpinato significata sostenere il ruolo della Commissione antimafia, facendo sì che le indagini non siano ancora vittime di depistaggio, dirottate lontano da questa immensa montagna di eversione, mafia, connivenza con pezzi di Stato deviati e servizi segreti stranieri.
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