#war La lunga mano della #mafia sui droni di #Sigonella
Di Antonio Mazzeo - Sequestrata per mafia un'azienda di #Barcellona PG (Messina)
che ha realizzato in subappalto gli hangar per ospitare i droni "Triton" e i
pattugliatori marittimi P-8A "Poseidon" di US Navy a
Sigonella.https://www.stampalibera.it/2026/04/19/la-lunga-mano-della-mafia-sui-droni-di-sigonella/?fbclid=IwY2xjawRR8K5leHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeRuzngHd79Tb9QgiB1XEX21lePYUQSm6Hycmy6eLPrzoTA0PnKQEoMiZ-6C0_aem_P3ldKHFDld0wyj2dKD0_pA
Tag - mafia
La lunga mano della #mafia sui #droni di #Sigonella
Sequestrata per mafia un'azienda di #Barcellona PG (Messina) che ha realizzato
in subappalto gli hangar per ospitare i droni "Triton" e i pattugliatori
marittimi P-8A "Poseidon" di @USNavy
https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/04/la-lunga-mano-della-mafia-sui-droni-di.html
Difendiamo la magistratura dagli attacchi della potere
“Ci accorgeremo che la mafia è entrata nelle istituzioni quando le stesse
attaccheranno la magistratura”
Giovanni Falcone
Lo diceva Falcone negli anni Ottanta. E non lo diceva per folklore, lo diceva
perché era così.
Lui stesso aveva ricevuto forti critiche politiche e istituzionali, specialmente
negli anni immediatamente precedenti la sua morte nel 1992. Critiche aspre e
trasversali, provenendo da diversi settori sia di destra che di sinistra, che
aumentarono un profondo clima di ostilità nei suoi confronti. Questo attacco
trasversale a Giovanni Falcone da parte della classe politica ed istituzionale
dell’epoca è stato definito come un vero e proprio “linciaggio” mediatico e
professionale, che ha contribuito a isolarlo.
Qualche ignorante che parla oggi di “politicizzazione della magistratura”
(sempre intendendo ovviamente le “toghe rosse”, senza mai parlare del fatto che
il fenomeno del correntismo è da decenni che è, per la maggioranza, pendente a
destra, pur essendo un fenomeno minoritario), dovrebbe ricordarsi che lui stesso
era un magistrato membro di “Movimento per la giustizia”, una corrente politica
interna alla magistratura italiana, storicamente legata ad aree progressiste.
Nonostante ciò, “politico” non vuol dire “partitico” e non coincide con
“istituzionale”.
Famoso fu lo storico confronto tra Giovanni Falcone e Leoluca Orlando nei primi
anni ’90. In un confronto al Maurizio Costanzo Show, vide il sindaco di Palermo
accusare il magistrato di nascondere la verità sui mandanti politici della mafia
nei “cassetti”, chiedendo se ci fossero le prove della collusione con la mafia
del politico democristiano Salvo Lima.
Accusa che farebbe ridere se non per il fatto che Orlando la fece veramente,
senza mai pentirsi amaramente.
Nel video si può ben vedere un giurista del pubblico da Maurizio Costanzo,
nonché ignorante dell’epoca (perché quelli sono una costante in tutte le epoche,
con la caratteristica di nasconderai dietro “lecite opinioni” e di essere sempre
presuntuosi, autoreferenziali ed egoici, oltre a vestire spesso gli abiti degli
“uomoni di cultura” ), additare Falcone di essere un ostacolo all’indipendenza
della magistratura, di essere un magistrato che preferiva ruoli ministeriali
(sebbene i suoi non furono mai incarichi politici, ma istituzioni che dovevano
essere rivestiti obbligatoriamente da magistrati).
Nel video si può ben udire come, alle accuse rivolte a Falcone, la platea del
Maurizio Costanzo Show abbia applaudito. Un applauso anacronistico, un
paradosso, che risulta quasi assurdo visto con gli occhi di oggi. Questo per
dimostrare come fosse indirizzato il senso comune della gente: verso la
denigrazione e la legittimazione della magistratura.
Quella puntata al Maurizio Costanzo Show fu il primo vero funerale di Giovanni
Falcone, con l’aggravante di mantenerlo in vita, costringendolo a vedere
lapalissianamente senza filtri un Paese omertoso, ignorante (nel senso che
ignora) e soprattutto “idiota” (nel senso greco).
La cultura italiana, terribilmente “moderata” sui temi importanti e
terribilmente “enfatica” su quelli effimeri, è profondamente “idiota” nel senso
greco non-dispregiativo del termine.
Gli idiṓtēs (ἰδιώτης) nell’Antica Grecia erano i “privati cittadini” o le
“persone comuni” che si occupavano solo dei propri affari privati (ídios) senza
partecipare alla vita politica o pubblica della “polis”. I Greci associavano il
disinteresse per la cosa pubblica alla mancanza di cultura o alla ristrettezza
di vedute. Il termine passerà al latino col significato di “incolto”,
“inesperto” o “rozzo”, per poi scivolare verso quello attuale di persona priva
di intelligenza o senno.
Il senso comune reazionario italiano si può descrivere come compendio di tutti
questi termini. A questo dobbiamo aggiungere le osservazioni di Antonio Gramsci,
il quale definiva il senso comune come la concezione del mondo frammentaria,
incoerente e “folcloristica” delle masse, intrisa di influenze esterne e della
classe dominante. Un “concetto equivoco, contraddittorio, multiforme” che
permette alla classe dominante di imporre la propria visione del mondo come
filosofia del popolo, facendo sì che le masse accettino la propria condizione,
interiorizzando la volontà dei “padroni”.
Contestualizzando con le vicende legate a Falcone, la “volontà dei padroni” era
preservare la Trattativa Stato-Mafia e nasconderla, mentre i media erano un
ottimo veicolo per dare un’immagine ridicolizzante e delegittimante delle figure
che invece volevano andare nella direzione opposta. Anche lo scontro tra Leoluca
Orlando e Falcone era funzionale a questo: indebolire e isolare Falcone,
renderlo distante dall’opinione pubblica.
Ecco dunque che la presenza di Falcone al Maurizio Costanzo Show aveva una
funzione drammaturgica e teatrale: lui era lì per essere dato in pasto agli
“utili idioti” del momento inconsapevoli (vorremmo ben sperare) che la loro
narrazione fosse la narrativa perfetta che serviva al potere per poter
delegittimare e isolare Falcone insieme a Borsellino.
Il 12 gennaio 1992, durante una puntata di “Babele” su RaiTre, di Corrado
Augias, una giornalista chiese a Falcone: “Lei dice che in Sicilia si muore
perché si è soli. Giacché lei, fortunatamente, è ancora tra noi, chi la
protegge?”.
Falcone rispose con una domanda: “Questo vuol dire che per essere credibili in
questo Paese bisogna essere ammazzati?”. Il gelo in studio. La giornalista
disse: “Non volevo dire quello”. Falcone ribatte’: “Se fino ad ora sono vivo mi
è andata bene?”. I conduttori, compreso Augias, cercarono di correggere il tiro,
ma Falcone granitico disse: “Questo è il paese felice in cui se ti si pone una
bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non
l’hai fatta esplodere”.
“No per carità, non lo deve dire. Questo é molto amaro” – hanno detto i presenti
in studio a Falcone. “È forse la cosa più amara che ha detto” – aggiunse Augias.
La giornalista fece la domanda in buonafede aspettandosi un conforto da Falcone,
ma Falcone non la gradì: non la gradì perché lui non stava vivendo come tutti
gli altri italiani. Lui sentiva sulla sua pelle la tensione, sentiva la morte
incombere (come hanno preso altri, prenderanno anche me) sentiva che non aveva
solidarietà, sentiva di non essere capito, sentiva di essere isolato e, per
questo, provava un naturale senso di irritazione nonostante la sua compostezza
istituzionale non lo desse a vedere. E così rispose.
Poi quando venne ucciso si calò improvvisamente il sipario su quello che la
gente viveva quotidianamente con il suo senso comune, venendo catapultata in un
altro scenario. Falcone era un pm antimafia, Falcone indagava sulla mafia,
Falcone era attaccato dalla politica e dalla istituzioni, Falcone era stato
ucciso in un attentato di mafia e forse con altri mandanti. L’Italia sembrava
per un momento recuperare lucidità nell’accorgersi cosa stava succedendo e cosa
facesse veramente Falcone.
Alla sua morte tutti furono pronti a santificarne ed elogiarne le gesta, mentre
prima lo snobbavano.
Solo recentemente Corrado Augias, in una intervista a Roberto Saviano del 16
marzo 2026 a “Torre di Babele”, ha dichiarato di essersi pentito di aver
risposto a Falcone in quel modo poiché effettivamente era “inesperto” e non
capiva fino in fondo ciò che Falcone stava vivendo.
Augias ha fatto mea culpa sottolineando che spesso fare il mestiere di
giornalista impedisce di riuscire ad approfondire tutto nei dettagli. Questo è
il segnale di una persona colta ed intelligente, quale è Augias, che è in grado
di ammettere e capire. Ma tutti gli altri? Sono riusciti a fare mea culpa o si
sono dimenticati di questa parentesi o, peggio, hanno normalizzato? Chi
applaudiva coloro che criticavano Falcone e non capiva cosa viveva e si
permetteva di elargire giudizi, cosa prova ora?
La forza di Giovanni Falcone non è solo nella sua storia, ma nella lucidità con
cui aveva già visto ciò che oggi continuiamo a misurare: quando il potere
attacca chi indaga, quando si delegittima chi cerca la verità, quando si prova a
isolare la magistratura, allora non è solo un conflitto istituzionale. È un
segnale. È un allarme.
Falcone ci ricorda che la mafia non è soltanto un’organizzazione criminale: è un
metodo, un modo di occupare gli spazi pubblici, di piegare le regole, di
trasformare le istituzioni in strumenti di convenienza. E il primo bersaglio,
quando questo accade, è sempre la giustizia.
Per questo la sua frase non appartiene al passato. È un invito a restare vigili,
a non normalizzare l’attacco a chi difende la legalità, a riconoscere che la
democrazia si protegge ogni giorno, anche quando farlo è scomodo. La memoria non
è un rito: è un impegno. E Falcone continua a indicarci la direzione.
Ha avuto ragionissima Gratteri quando ha affermato sul Referendum costituzionale
del 22 e del 23 marzo: “Voteranno per il ‘no’ le persone perbene, quelle che
credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria.
Voteranno per il ‘si’ gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i
centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”
(Fonte: ANSA).
Tali gruppi di potere beneficerebbero di una riforma che indebolirà l’efficacia
della magistratura, oltre che del sistema accusatorio, a cui tanto si appella il
Fronte del Sì. Le affermazioni di Gratteri hanno trovato il sostegno del
magistrato Nino Di Matteo, il quale ha concordato che “mafiosi e massoni
voteranno sì”, e di Salvatore Borsellino, che ha definito la riforma un “golpe”.
Lorenzo Poli
Legalità è futuro: Nicola Gratteri incontra gli studenti a Sant’Anastasia
Educare alla legalità per costruire il domani.
Era gremita la sala convegni del complesso di Madonna dell’Arco, a
Sant’Anastasia, che sabato ha ospitato l’incontro “Legalità è futuro: educare
alla legalità”.
Un confronto sulle dinamiche di reclutamento dei giovani da parte delle
organizzazioni criminali e sul tema della difesa dei diritti e della sicurezza,
con particolare attenzione alle nuove generazioni.
L’iniziativa, promossa dalla sezione ANPI di Sant’Anastasia “Caduti della
Flobert”, ha visto protagonisti gli studenti dei licei di Somma Vesuviana e
Sant’Anastasia che hanno incontrato il procuratore della Repubblica di Napoli
Nicola Gratteri, da anni impegnato nella lotta alla criminalità organizzata.
La sala era così piena di giovani, docenti e cittadini che, per permettere a
tutti di partecipare, il procuratore Gratteri ha invitato gli studenti a sedersi
anche a terra davanti al palco, trasformando l’incontro in un momento di dialogo
diretto e informale.
Ad aprire l’incontro il saluto della presidente dell’ANPI Maria Elena Capuano,
che ha ringraziato Gratteri per la sua presenza e per il lavoro che svolge nella
difesa della legalità e della Costituzione.
«La gente crede nella magistratura e nella giustizia, c’è tanta voglia di
legalità», ha sottolineato, ricordando come la criminalità organizzata
rappresenti una minaccia spesso silenziosa e capace di adattarsi ai cambiamenti
della società, utilizzando modelli e linguaggi che attraggono soprattutto i più
giovani.
Un fenomeno che richiede un impegno costante delle istituzioni e della società
civile. «Dobbiamo sostenere uomini e donne che ogni giorno mettono a rischio la
propria vita nella lotta alla criminalità e nella difesa della Costituzione. La
legalità va distillata goccia a goccia nei cuori e nelle menti dei ragazzi».
Il valore della libertà e dell’impegno civile è stato richiamato anche da Ciro
Liguori, presidente dell’associazione “Caduti della Flobert”, la fabbrica di
proiettili e lanciarazzi che esplose l’11 aprile 1975 causando 13 vittime e
lasciando una ferita profonda nella comunità di Sant’Anastasia.
«La libertà è come l’aria», ha ricordato citando Piero Calamandrei, «ci si
accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Un invito rivolto ai ragazzi
a difendere la libertà attraverso l’impegno quotidiano per la legalità.
A coordinare l’incontro il giornalista Rai Claudio Pappaianni, che ha esortato
gli studenti a essere protagonisti del proprio futuro: «Impossessatevi del
vostro futuro». Perché la mafia si combatte anche attraverso lo studio e la
conoscenza.
Nel suo intervento Nicola Gratteri ha parlato direttamente ai ragazzi,
sottolineando il valore dell’onestà e dell’esempio che nasce innanzitutto in
famiglia. «La legalità si costruisce ogni giorno attraverso piccoli gesti
quotidiani e attraverso ciò che i giovani vedono in casa».
Il magistrato ha insistito sull’importanza della cultura e dell’istruzione: solo
un giovane solido dal punto di vista etico e culturale può resistere alle
lusinghe della criminalità organizzata e non cadere nella trappola del facile
guadagno.
Gratteri ha richiamato anche i rischi di una società dominata dal culto del
denaro e dall’influenza dei modelli diffusi sui social network. «Spesso i
ragazzi sono soli e diventano figli di internet, inseguendo un mondo fatto di
illusioni dove si ammira chi ha soldi e ricchezza come unico modello di
successo».
Per spiegare concretamente le conseguenze di certe scelte, il procuratore ha
raccontato la storia di un ragazzo che, attratto dai soldi facili, aveva
iniziato a fare il corriere della droga finendo poi nella spirale del carcere.
Un carcere che, ha spiegato, non sempre riesce a recuperare chi ha sbagliato e
rischia di spingerlo ancora più a fondo nella vita criminale quando, una volta
fuori, non trova alternative.
«Non è una bella vita quella del garzone di camorra», ha sottolineato.
Il magistrato ha ricordato come Napoli sia una città ricca di energia, cultura e
vitalità ma anche una città dove la violenza criminale è ancora presente. I
ragazzi sono esposti a modelli distorti e per questo è fondamentale il lavoro
congiunto di istituzioni, forze dell’ordine, scuola, terzo settore e Chiesa per
creare contesti educativi e sociali alternativi.
Gratteri ha ricordato anche l’impegno del cardinale Domenico Battaglia, «che
ogni giorno lavora per non lasciare solo nessuno, soprattutto gli ultimi e chi
vive nelle periferie sociali».
Particolarmente significativo è stato il momento dedicato alle domande degli
studenti. Un dialogo diretto e sincero che ha toccato anche il tema del mondo
digitale e delle nuove modalità con cui la criminalità si muove online.
«Si può fermare la mafia?» ha chiesto uno studente.
Gratteri ha spiegato che è possibile colpire e ridurre le organizzazioni
criminali, ma più difficile è sradicare la mentalità mafiosa, che si alimenta
soprattutto nei contesti di povertà e mancanza di istruzione.
Il procuratore ha inoltre evidenziato le difficoltà del sistema giudiziario e
carcerario, sottolineando come molti detenuti siano persone con problemi di
tossicodipendenza o disturbi mentali che avrebbero bisogno di percorsi di
recupero e strutture adeguate.
Alla domanda su cosa dovrebbe fare oggi un ragazzo per costruire il proprio
futuro nel segno della legalità, Gratteri ha risposto con chiarezza: studiare
molto e credere in sé stessi. «Studiate tanto, soprattutto se siete figli di
nessuno».
Una studentessa gli ha chiesto se sceglierebbe ancora di fare il magistrato
nonostante le minacce ricevute nel corso della sua carriera.
«Sì. Fare il magistrato è meraviglioso: significa lavorare per la legge e per la
giustizia». Un impegno che comporta sacrifici e limitazioni nella vita
personale, ma che gli consente di sentirsi «un uomo libero perché lavoro per gli
altri».
Ampio spazio è stato dedicato anche al tema dei social network. Gratteri ha
spiegato che le organizzazioni criminali hanno compreso da tempo il potere della
comunicazione online e utilizzano i social per costruire consenso e visibilità.
Ha ricordato anche il ruolo della narrazione culturale: film come Il Padrino,
pur essendo capolavori artistici, hanno contribuito a diffondere l’idea di una
mafia dotata di un codice d’onore, mentre in realtà la mafia vive in modo
parassitario.
Infine ha evidenziato l’eccellenza delle forze investigative italiane ma anche
la necessità di investire di più nella formazione e nelle competenze
tecnologiche per affrontare le nuove sfide della criminalità.
Rivolgendosi ai ragazzi ha lanciato anche un invito: coltivare le competenze
informatiche e valutare la possibilità di entrare nelle forze dell’ordine, dove
c’è grande bisogno di giovani preparati.
L’incontro si è concluso con un messaggio chiaro agli studenti: la legalità non
è un principio astratto ma una scelta quotidiana che passa dallo studio, dalla
consapevolezza e dalla responsabilità personale.
Dal pubblico è arrivata anche una domanda sul tema della giustizia, ma il
procuratore ha spiegato di essere lì per dialogare con i ragazzi di legalità e
non per parlare di referendum.
Il lungo applauso finale dei ragazzi è stato il segno di una partecipazione
autentica e di un interesse concreto verso i temi della legalità, della
giustizia e della responsabilità civile.
Gina Esposito
L’ombra della nuova Dottrina Monroe su Cuba
C’è qualcosa di profondamente inquietante nella strategia che l’amministrazione
di Donald Trump sta mettendo in campo contro Cuba. Non si tratta solo
dell’ennesimo episodio di pressione politica o economica contro l’isola
caraibica. Siamo di fronte a un salto di qualità: la costruzione di un vero e
proprio dispositivo politico, diplomatico […]
L'articolo L’ombra della nuova Dottrina Monroe su Cuba su Contropiano.
L’isola feroce
È stato presentato ieri sera al Laboratorio Andrea Ballarò di Palermo un
prezioso libricino autoprodotto con Amazon. L’autore, Giovanni Guadagna,
ambientalista e giornalista, appassionato di ecologia urbana e ornitologia, vi
racconta, a partire da sé, dalla storia del suo impegno politico e dei suoi
sentimenti civili, di un curioso ritrovamento.
Nel marzo del 1993, a poco meno di un anno dalle stragi di Capaci e Via
D’Amelio, durante una passeggiata in cerca di animali selvatici da fotografare,
lepri cinghiali serpi e stormi di passa, in una contrada fra San Giuseppe Jato
(il paese di Giovanni Brusca), Piana degli Albanesi e Partinico, in un’area
proibita ai giochi dei bambini e nota col pauroso soprannome delle “ossa dei
giganti”, l’Autore scopre un teschio e lo porta subito ai carabinieri che non
sembrano, però, appassionarsi troppo al ritrovamento, tanto da non prenderlo in
consegna, cosa che suscita indignazione e rabbia nel Nostro.
Da una ricerca catastale risulterà poi che nell’ottobre dello stesso anno quel
terreno, diviso in due proprietà diverse ma appartenenti ad un’unica famiglia,
sarebbe stato acquisito mediante esproprio dal comune di Alcamo, una mossa
curiosa e “rapida”, più che una coincidenza fortuita o almeno così sembra…
Da questo episodio, il titolo del libro: Come scoprire un cimitero di mafia a
San Giuseppe Jato e portarselo a casa. Ma perché scriverne e parlarne a distanza
di tanto tempo? Ce lo spiegano Nadia Furnari, fondatrice dell’Associazione
Antimafie (al plurale!) Rita Atria, Ciro Troiano, criminologo napoletano
emigrato a Milano, prefatore dell’opera, e Roberto Disma, giornalista
d’inchiesta che con la Furnari ha spesso collaborato.
Questo libro, dalla scrittura scorrevole e discorsiva, che ad ogni pagina ti
attrae a proseguire, è mosso, secondo Troiano, dall’ “etica della cura”: cura
del territorio e della sua bellezza, deturpata dall’invasione di immondizie e
cemento, cura delle relazioni e dei ricordi – come quelli che riportano alla
veglia della bara di Borsellino, sotto le luci abbacinanti e surreali delle
volte in chiesa, quando il giudice sembrava più tradito e più solo che mai – e
cura dello stesso linguaggio, mai caricato dal maltrattamento ideologico o dalla
sovraesposizione lessicale adesso di moda. Con una grande attenzione alla scelta
delle parole, per cui Natura ha sempre l’iniziale maiuscola in segno di
rispetto.
È un racconto che si dipana lungo la storia della mafia, da quando essa si
distacca dalla soggezione al feudo e si fa moderna, alleandosi alla nascente
borghesia isolana, fino alla sua espansione nei vari Nord del Sud, a suon di
speculazioni appalti droghe armi e via lucrando.
Ma questo racconto non guarda agli eventi con l’occhio degli addetti ai lavori,
bensì muove dal vissuto, dal sentimento amaro della violazione del territorio,
dall’inconcepibilità della violenza reiteratamente perpetrata.
Come si fa a villeggiare e dormire tranquilli nei pressi della “camera della
morte” di Sant’Erasmo dove i corleonesi scioglievano i loro nemici nell’acido? –
si chiede Furnari – Bisognerebbe organizzare un viaggio di memoria e d’impegno –
prosegue – che dai boschi di San Giuseppe Jato, da Rocca Busambra, dove fu
ucciso Placido Rizzotto, e da Portella delle Ginestre (molti documenti della sua
strage non sono mai stati desecretati!) giunga fino alla sughereta di Niscemi.
Qui il Comune ha trovato i fondi per mettere in sicurezza le antenne MUOS della
base USA-Nato ma non per proteggere l’abitato civile dalla frana annunciata. Qui
la scorsa estate un incendio, presumibilmente doloso e certamente impunito, ha
devastato ettari di querceto e commuove visitare quello che poteva e doveva
essere un santuario naturale per diventare testimoni della tenacia dolcissima
con cui i tronchi arsi buttano ancora gettoni e dal cuore bruciato gemmano
verzure.
Ecco perché parlarne ancora: perché la mafia non è il passato, non è subcultura,
ma è – avverte Troiano – nel più stretto senso antropologico “cultura”,
Weltanschauung, visione del mondo, e si espande: la linea della palma sale
sempre più verso il Nord, diceva Sciascia; ci lascia basiti l’inchino delle
processioni più o meno laiche davanti alle case dei boss persino in Lombardia,
mentre ovunque l’acre fumo degli affari ruba l’anima alla Terra, coprendola di
scorie tossiche.
Ma c’è ancora una ragione, e ben più grave, per cui parlarne: “la mafia da sola
non va da nessuna parte” scrive Guadagna; non sarebbe mai sopravvissuta senza
collusioni e complicità con i poteri forti dell’economia “legale” e di pezzi
dello Stato.
A proposito della recente morte di Nitto Santapaola – ricorda Furnari – Claudio
Fava ha scritto che il capo defunto “è stato il sacerdote della Catania che
contava”, notai avvocati imprenditori e professionisti vari. Il padre, Beppe
Fava, fondatore della rivista I Siciliani, aveva denunciato al prezzo della vita
i Costanzo e quelli che chiamava “i quattro cavalieri dell’Apocalisse”, la mafia
dei colletti bianchi che aveva in mano l’economia, la politica e tutti i giri di
giostra del potere nella capitale etnea.
Va smontata, dunque, la narrazione palermocentrica di una mafia attiva solo
nella Sicilia occidentale; va smontata e non per quel campanilismo che alla
lunga è filomafioso, ma per dovere di consapevolezza storica e politica. A
Barcellona Pozzo di Gotto, ad esempio, un bene confiscato alla mafia è stato di
recente affidato agli stessi mafiosi; infiltrazioni sono notevoli nel sud
dell’isola, quello delle raffinerie di Gela, Augusta e Priolo e del caporalato
che recluta migranti nei campi e nelle serre di Vittoria.
Ma soprattutto la mafia è sopravvissuta e sopravvive per la complicità di parte
delle istituzioni, per la contiguità di certi settori dell’antimafia. Spesso
siamo tornati a parlare di un’antimafia mafiosa, dice Furnari, ma per trent’anni
ci hanno zittiti con l’argomento che avremmo favorito le destre e gli ambienti
ostili alla magistratura. E Antonio Rampolla rincara: Palermo è una città
feroce; paradossalmente le stragi e le mobilitazioni di piazza che ne sono
scaturite hanno finito col ridare una verginità allo Stato.
Eppure molti rappresentanti delle forze dell’ordine sono stati inquisiti:
Contrada, De Gennaro, La Barbera, Mori, salvo poi finire assolti. Della giudice
corrotta Luciana Saguto, condannata, si è detto che era una “mela marcia”,
quando più verosimilmente era espressione di un vasto sistema di alleanze.
Il mio libro – conclude Guadagna – vuol essere una risposta sia all’indifferenza
sia all’insofferenza per l’asfissia degli ambienti ipocriti e mafiosi, così di
centro-città come di periferia. Ma temo che di tante, troppe vicende non sapremo
mai la verità: troppo è stato insabbiato, pensate alla sparizione dei diari di
Borsellino… Su quel dolore sono stati costruiti altri mali…
Non si rassegna, invece, Roberto Disma: la verità non si è dispersa – ribatte –
ma la detiene chi non vuole farla trapelare; perciò è necessario il giornalismo
d’inchiesta, è necessario mettersi al lavoro senza incoronarsi però con l’alloro
dell’antimafioso.
Daniela Musumeci
Due secoli di migrazioni italiane: un immenso …
…. un immenso fatto politico totale. di Salvatore Pallida (*) La recente
pubblicazione curata da Lorenzo Prencipe e Matteo Sanfilippo Breve storia
statistica dell’emigrazione italiana [1] è un prezioso ricchissimo strumento non
solo per chiunque si appassioni a tale argomento; dovrebbe essere studiato anche
nelle scuole e da tutti gli italiani perché è una parte fondamentale della
storia d’Italia. Oltre
Kosovo. UCK sotto accusa per crimini di guerra
Per quasi tre anni, all’Aja, si è celebrato un processo che costringe
l’Occidente a guardarsi allo specchio. Sul banco degli imputati non un
‘rassicurante’ oscuro signore della guerra africano o islamico, ma Hashim Thaçi,
ex presidente del Kosovo, e tre ex vertici dell’Uck, “l’Esercito di liberazione
del Kosovo”. Gli stessi […]
L'articolo Kosovo. UCK sotto accusa per crimini di guerra su Contropiano.
#Niscemi, la #mafia e il #MUOS
By Antonio Mazzeo #nomuos #nomafia
L'Annesso al Memorandum d'intesa Italia-Stati Uniti del 2 febbraio 2005,
relativo alle installazioni concesse in uso alle forze armate USA, al capitolo
XI riporta che nel caso di acquisti di beni o servizi in Italia, i Comandi
militari statunitensi esaminino la possibilità di adottare «procedure simili a
quelle adottate dalle forze armate italiane, comprese quelle previste dalla
normativa antimafia».
https://www.academia.edu/40825864/Niscemi_la_mafia_e_il_MUOS
Puntata del 03/02/2026@0
Il primo argomento della puntata è stato quello dello sciopero internazionale
dei porti, indetto e coordinato dal CALP e dal sindacato di base USB, e che
sempre nelle acque del Mediterraneo avrà luogo in Grecia, nei Paesi Baschi, in
Marocco e in Turchia. Anche qui in Italia ci saranno manifestazioni che vedranno
protagonisti i portuali di ben 11 città, coinvolti attivamente contro la
logistica di guerra. Abbiamo intervistato Riccardo dei CALP per farci spiegare
le rivendicazioni e la portata di questa iniziativa, per poi addentrarci sulle
condizioni generali vissute da chi lavora nei porti e che da qualche anno a
questa parte si ritrova volente o nolente in prima linea contro la logica di
guerra permanente e riarmo. Di seguito il comunicato dello sciopero:
6 Febbraio 2026: “I Portuali non lavorano per la guerra”. Giornata
internazionale di azione congiunta dei porti
I sindacati Enedep di Grecia, Lab dei Paesi Baschi, Liman-Is di Turchia, ODT del
Marocco e USB in Italia hanno chiamato la Giornata internazionale di azione e
lotta il 6 febbraio 2026.
In quella giornata, i lavoratori portuali di circa 21 tra i più importanti porti
europei e del Mediterraneo, da Tangeri a Mersin, passando Bilbao, da gran parte
dei porti italiani e dal Pireo ed Elefsina, manifesteranno e sciopereranno
insieme, una forma concreta di protesta al quale non si assisteva da decenni,
convocata sulle seguenti motivazioni:
per garantire che i porti europei e mediterranei siano luoghi di pace e liberi
da qualsiasi coinvolgimento nella guerra;
per opporsi agli effetti dell’economia di guerra sui nostri salari, pensioni,
diritti e condizioni di salute e sicurezza
per bloccare tutte le spedizioni di armi dai nostri porti verso il genocidio in
Palestina e verso qualsiasi altra zona di guerra, e per chiedere un embargo
commerciale su Israele da parte dei governi e delle istituzioni locali;
per opporsi al piano di riarmo dell’UE e per fermare l’imminente piano dell’UE e
dei governi europei di militarizzare i porti e le infrastrutture strategiche;
per respingere il riarmo come alibi per introdurre ulteriore privatizzazioni e
automazione dei porti.
Ecco l’elenco delle iniziative in Italia indette per quel giorno:
Genova – ore 18.30 – Varco San Benigno
Livorno – ore 17.30 – piazza 4 Mori
Trieste – ore 17.30 – Cia K. Ludwig Von Bruck presso autorità portuale Trieste
Ravenna – ore 15.00 Via Antico Squero 31 (Autorità Portuale)
Ancona – ore 18.00 Piazza del Crocifisso
Civitavecchia – ore 18.00 – Piazza Pietro Gugliemotti
Salerno – ore 17.00 – varco principale al porto
Bari – ore 16:00 – Terminal Porto
Crotone – ore 17.30 – Piazza marinai d’Italia presso l’entrata del porto.
Palermo – ore 16.30 – Varco Santa Lucia
Cagliari – ore 17:00 – via Roma lato porto
Queste sono le principali iniziative convocate nei principali porti europei
dalle organizzazioni sindacali che hanno chiamato il 6 febbraio:
Pireo (Grecia) – Appuntamento alle 10.30 l.t. davanti all’ingresso principale
del porto
Elefsina (Grecia) – Appuntamento alle ore 10.30 l.t davanti all’ingersso
principale del porto.
Bilbao (Paesi Baschi) – Ore 10.00 preso il porto
Pasaia/ San Sebastian (Paesi Baschi) – ore 10.00 presso il porto
Mersin (Turchia) – ore 10.30 l.t. terminal porto
Tangeri (Marocco) – ore 10.00 presso l’ingresso del porto (al momento da
confermare visto il grave allarme meteo che potrebbe chiudere il porto).
Hanno espresso solidarietà e sostegno alla giornata del 6 febbraio l’IDC
(International Dockworkers Council), la WFTU (Federazione Sindacale Mondiale) e
la TUI Tppfc – Federazione dei trasporti Europei sempre della FSM.
Sono arrivate adesioni in supporto e solidarietà da altri porti europei tramite
gruppi indipendenti di lavoratori portuali e movimenti sociali e politici:
Amburgo – Manifestazione con più appuntamenti che parte alle ore 13.00 presso il
terminal Hapag-Lloyd per finire alle ore 17.00 davanti al consolato americano.
Brema – Manifestazione dalle ore 12.30 alle ore 14.15 presso l’Eurogate del
porto di Brema.
Marsiglia – Manifestazione dalle 12.00 alle 14.00 davanti all’ingresso del porto
commerciale di Fos-De-Mer alla presenza di sindacalisti e portuali per la
Palestina e indipendenti.
Per quanto riguarda oltre l’Europa, la giornata del 6 febbraio sta incontrando
molte adesioni e manifestazioni di solidarietà soprattutto da USA e Sud America
che sono in via di aggiornamento nelle prossime ore
Al momento, negli USA abbiamo ricevuto il sostegno da parte del movimento del
“Stop Us-Led War” attivo anche in Venezuela e Colombia e abbiamo anche ricevuto
la solidarietà del sindacato di Minneapolis SEIU Local 26, tra i protagonisti
degli scioperi generali al grido ICE OUT.
In Colombia segnaliamo l’iniziativa convocata in solidarietà con la giornata del
6 febbraio dal movimento “Green go home” davanti all’ambasciata USA di Bogotà
alle 4 del pomeriggio.
Manifestazione di solidarietà e vicinanza anche dal sindacato dei lavoratori
petroliferi del Brasile.
Dalle ore 17.30 del 6 febbraio presso tutti i canali social di USB sarà
disponibile la diretta della giornata con interventi e contributi dalle piazze
nazionali e internazionali.
Si profila una giornata di lotta e di solidarietà internazionale, la
dimostrazione che si può concretamente fare qualcosa contro la guerra, le
aggressioni, le rapine di risorse e contro gli effetti dell’economia di guerra
mettendo insieme più sindacati di più paesi.
Un primo punto di partenza ma che marca un livello di mobilitazione che può
mettere in difficoltà i disegni di sfruttamento dei portuali e di tutti i
lavoratori da parte di chi oggi pensa di guidare il mondo.
La solidarietà internazionale è una parte essenziale del nostro futuro!“
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della serata ha riguardato un appuntamento che si
terrà venerdì 6 febbraio presso il Laboratorio Malaerba a Torino, ovvero un
evento a metà tra reading teatrale e di riflessione sul tema delle mafie.
Abbiamo ospitato al telefono Antonio Vesco, antropologo e sociologo che si
occupa appunto di studio dei fenomeni mafiosi per farci raccontare qualcosa di
più su questo evento, oltre che per parlarci del suo ultimo libro “Criminalità
immaginate” edito da Tangerin edizioni, da cui sono estratti molti brani di
questa sorta di conferenza teatrale. Ci siamo fatti spiegare il perchè il mondo
considerato mafioso e quello del precariato lavorativo finiscono per incrociarsi
all’interno del testo di Antonio Vesco e da quali casi di studio è partito per
analizzare il fenomeno.
Vi invitiamo perciò a partecipare a questo evento che ricordiamo si terrà il 6
febbraio alle ore 19:30 presso il Laboratorio Malaerba in Via Verres 4 a Torino.
Buon ascolto
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Il terzo argomento della serata è stato quello di un provvedimento disciplinare,
subito da una lavoratrice che lavorava come dipendente da più di trent’anni
presso il supermercato Pam di via Sabotino a Grosseto a fronte di un
provvedimento disciplinare erogato dall’azienda che le è costato il
licenziamento diretto.
Il tutto è partito da un banalissimo episodio: La dipendente dopo il turno di
lavoro aveva fatto compere presso lo stesso esercizio per il quale lavorava, ma
dopo aver fatto cadere per incidente un flacone di detersivo, con il permesso
del responsabile del punto vendita, ne ha preso un altro dagli scaffali.
L’azienda la accusa pertanto di furto. Ne abbiamo parlato con Paolo Martellucci,
avvocato della lavoratrice, che assieme al siundacato FILCAMS CGIL ha preso in
carico la vertenza.
Buon ascolto