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Fondi agricoli UE alla mafia, nel nuovo processo 45 condanne e oltre 300 anni di carcere
Si è concluso con pesanti condanne il maxiprocesso “Nebrodi 2”, incentrato sullo sfruttamento dei fondi agricoli europei da parte della mafia siciliana. Il tribunale di Patti (Messina) ha infatti comminato pene a 45 delle 54 persone alla sbarra, per un totale di 325 anni di reclusione. I soggetti condannati erano accusati a vario titolo di associazione di stampo mafioso, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, estorsione e traffico di droga. I giudici hanno delineato un sistema nel quale gli imputati riuscivano a ottenere contributi pubblici attraverso la disponibilità fittizia o illecita di terreni o mediante minacce dirette ad agricoltori e allevatori che si opponevano alle loro mire. Si tratta di un filone, nato da uno storico blitz del 6 febbraio 2024, che segue il primo processo “Nebrodi”, conclusosi nel dicembre del 2025 con cinquanta condanne in via definitiva. Il verdetto è arrivato dopo sei ore di camera di consiglio. Le condanne più alte sono state inflitte a Sebastiano “Piricoco” Bontempo Scavo e Vincenzo “Lupin” Galati, rispettivamente puniti con 23 e 22 anni di carcere. Hanno subito invece condanne a 20 anni di galera ciascuno Giuseppe Bontempo, detto “Botoia”, Carmelo Bontempo Scavo, detto “Pittinissa”, e Sebastiano “Spacchiusu” Bontempo Scavo. La Procura, rappresentata dai pubblici ministeri Francesco Massara e Marco Accolla, aveva chiesto 48 condanne per 460 anni di carcere complessivi. Sono state inoltre disposte sanzioni pecuniarie e interdittive per sette società agricole, tra le quali Rinascita cooperativa di Tortorici (240mila euro), 180 Le Colline di Tortorici (180mila euro), Tirrenia di Caltagirone e Sorgente Ramo (150mila euro) e confiscate 11 imprese riconducibili agli imputati. La cosiddetta “mafia dei pascoli” ha trasformato nel tempo i finanziamenti europei destinati all’agricoltura in una fonte di finanziamento per le organizzazioni criminali dei Nebrodi. Il meccanismo consisteva nell’acquisire, realmente o solo dal punto di vista formale, la disponibilità di ampie superfici agricole, o attraverso contratti e documentazione falsi o esercitando direttamente pressioni ed estorsioni sui proprietari. Una volta ottenuta la disponibilità dei terreni, sovente lasciati sostanzialmente incolti, era possibile presentare domande all’AGEA, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, e dunque incassare i contributi pubblici collegati agli ettari dichiarati. Tale sistema permetteva dunque di incamerare fondi pubblici senza svolgere una corrispondente attività agricola, sottraendo terreni e risorse agli imprenditori regolari. Secondo quanto attestato dall’indagine che ha aperto al processo “Nebrodi 2”, il meccanismo si sarebbe poi evoluto attraverso i cosiddetti titoli AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura) “tossici”, ovvero diritti all’aiuto ritenuti di origine fraudolenta che venivano ripetutamente trasferiti tra imprese e soggetti diversi, rendendo più complesso ricostruirne la provenienza. Nel dicembre dello scorso anno si è chiuso il primo maxiprocesso sulla “mafia dei Nebrodi”. La Corte di Cassazione ha inflitto un totale di 50 condanne – la più alta a oltre 20 anni di carcere – ai danni di soggetti legati al clan mafioso dei Batanesi (diretta propaggine delle famiglie tortoriciane) e dei Faranda-Crascì, in prima linea nella perpetrazione delle truffe. Nel 2024 è peraltro emerso come a richiedere e ottenere senza incorrere in nessun ostacolo i sussidi agricoli dallo Stato italiano e dall’Unione Europea siano state, negli ultimi anni della sua latitanza, anche le sorelle di Matteo Messina Denaro, boss stragista di Castelvetrano. Si parla di somme, accreditate dall’AGEA, che ammontano complessivamente a circa 17mila euro. I fondi sono entrati in maniera continuativa per 8 anni, dal 2015 al 2023, nelle casse della famiglia dell’allora superlatitante. Quest’ultimo è stato arrestato il 16 gennaio 2023 ed è poi deceduto nel carcere dell’Aquila il 25 settembre dello stesso anno a causa di un tumore. The post Fondi agricoli UE alla mafia, nel nuovo processo 45 condanne e oltre 300 anni di carcere appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 19, 2026
L'INDIPENDENTE
Strage di via D’Amelio, la Cassazione conferma il più grave depistaggio della storia italiana
La Corte di Cassazione ha ufficialmente certificato il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, che già otto anni fa lo storico verdetto del processo “Borsellino Quater” aveva identificato come «il più grave» della storia repubblicana. La Suprema Corte ha infatti messo il timbro sulla sentenza di secondo grado pronunciata nel giugno del 2024 nei confronti di tre poliziotti che sono stati portati a processo con l’accusa di avere “costruito a tavolino” collaboratori di giustizia e di averli costretti a rendere dichiarazioni false sotto l’egida dell’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera. Il depistaggio, per quanto macroscopico, non porterà a condanne definitive e all’applicazione di pene nei confronti dei suoi responsabili: La Barbera è deceduto, mentre i poliziotti alla sbarra sono stati prescritti, essendo caduta l’aggravante del favoreggiamento mafioso. IL DEPISTAGGIO Il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio è iniziato pochi minuti dopo lo scoppio della bomba che uccise il magistrato Paolo Borsellino e i membri della sua scorta con il furto dell’agenda rossa, strumento che il magistrato aveva continuamente utilizzato dalla strage di Capaci fino a quel tragico 19 luglio 92. L’agenda era contenuta in una borsa di cuoio collocata sul sedile posteriore della macchina guidata da Borsellino nell’ultimo viaggio della sua vita, che lo aveva condotto davanti al palazzo in cui abitava l’anziana madre. Lo stesso pomeriggio, dopo la devastazione prodotta dalla bomba, la borsa passò dalle mani di Rosario Farinella, carabiniere e membro della scorta dell’allora deputato (e precedentemente pm al Maxiprocesso) Giuseppe Ayala, il quale la prelevò dall’auto e la consegnò a una persona non meglio identificata; poi, tra le 17.20 e le 17.30, fu nelle mani del capitano dei Carabinieri, Giovanni Arcangioli, immortalato dalle telecamere mentre la portava all’uscita di via D’Amelio. La borsa ritornò poi nell’auto da cui era stata prelevata, per poi essere presa dall’agente Francesco Paolo Maggi, che la portò in Questura, nell’ufficio del capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera. Il depistaggio proseguì poi con il cosiddetto “impupamento” del falso pentito Vincenzo Scarantino, il quale, pur senza avervi mai avuto nulla a che fare, si auto-accusò davanti ai magistrati di essere stato l’esecutore materiale della strage. Il falso pentito fu costretto attraverso pressioni e violenze da parte dei poliziotti finiti a processo (e ora dunque definitivamente prescritti) a fornire una ricostruzione falsata delle responsabilità sul delitto, pur inserendo nel suo racconto «elementi di verità» ai magistrati che lo ascoltarono, inducendoli a credere alla sua versione e contribuendo a sviare le indagini. Sulla base delle dichiarazioni di Scarantino, sette persone innocenti furono mandate all’ergastolo e poi scagionate nel processo di revisione: a sconfessare Scarantino fu infatti, dal 2009, Gaspare Spatuzza, killer che agiva per conto dei boss di Brancaccio Giuseppe e Filippoi Graviano, reale esecutore della strage. LA SENTENZA DI PRIMO GRADO Già in primo grado, il Tribunale aveva dichiarato prescritto il reato di calunnia per due imputati, il funzionario di polizia Mario Bo e l’ispettore Fabrizio Mattei, essendo per loro caduta l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra, e assolto Michele Ribaudo. Sulla sparizione dell’agenda rossa, i giudici hanno scritto che «può ritenersi certo» che essa «non è riconducibile a una attività materiale di Cosa nostra». Secondo il Tribunale, ciò proverebbe «l’appartenenza istituzionale di chi ebbe a sottrarre materialmente l’agenda», essendo «che può essersi trattato solo di chi, per funzioni ricoperte, poteva intervenire indisturbato in quel determinato contesto spazio-temporale e per conoscenze pregresse sapeva cosa era necessario e opportuno sottrarre», aggiungendo che «l’istruttoria dibattimentale ha consentito di apprezzare una serie di elementi utili a dare concretezza alla tesi della partecipazione (morale e materiale) alla strage di Via D’Amelio di altri soggetti (diversi da Cosa nostra) e/o di gruppi di potere interessati all’eliminazione di Paolo Borsellino». Insomma, corpi estranei a Cosa Nostra non si sarebbero solo limitati a depistare le indagini, ma avrebbero direttamente preso parte, tanto «nella fase ideativa» quanto in quella «esecutiva», all’attentato. Soffermandosi sulla sottrazione dell’agenda rossa, i giudici hanno inoltre asserito che «un intervento così invasivo, tempestivo (e purtroppo efficace) nell’eliminazione di un elemento probatorio così importante per ricostruire – non oggi, ma già 1992 – il movente dell’eccidio di Via D’Amelio certifica la necessità per soggetti esterni a Cosa Nostra di intervenire per alterare il quadro delle investigazioni, evitando che si potesse indagare efficacemente sulle matrici non mafiose della strage (che si aggiungono, come già detto a quella mafiosa) e, in ultima analisi, disvelare il loro coinvolgimento nella strage di Via D’Amelio». IL VERDETTO DI APPELLO Parole pesantissime si leggono poi nella sentenza di appello, appena confermata dalla Cassazione. «Non vi possono essere dubbi sul fatto che tutti e tre gli imputati aderirono alle direttive impartite da La Barbera consapevoli di stare instradando un ‘collaboratore’ inattendibile al fine di costruire attorno a lui un’aura di attendibilità e rafforzarlo nelle sue dichiarazioni calunniose», si legge nelle motivazioni, «né si può discutere del fatto che essi potessero avere dubbi legittimi sull’innocenza delle persone da costui accusate». Secondo i giudici, «si tratta di pubblici ufficiali che in presenza di elementi che dovevano fare semmai dubitare della veridicità delle dichiarazioni accusatorie di un soggetto il quale aveva mostrato in ogni modo la sua inaffidabilità, si adoperavano per eliderli, ridimensionarli, quando non occultarli o misticarli e lo inducevano a riferire circostanze della cui veridicità non potevano avere contezza». Sulla figura di La Barbera, invece, «è emersa la capacità di coltivare relazioni e di accreditarsi non solo negli ambienti delle forze dell’ordine e degli uffici giudiziari, non solo tra gli uomini dei servizi di sicurezza nazionale, ma anche tra gli appartenenti alla criminalità organizzata o alle articolazioni più opache degli stessi servizi di sicurezza». Secondo la Corte, se si devono «ricostruire le finalità che volle perseguire La Barbera con la sua azione nel depistare le indagini», le evidenze acquisite permettono di concludere che il poliziotto volle «agevolare chi intendeva tutelare assetti di interessi e di potere diversi e più compositi del sodalizio mafioso che procedette all’esecuzione dell’attentato». Infatti, egli «certamente sapeva che stava coprendo responsabilità diverse da quelle di esponenti di Cosa Nostra», ma «mostrava anche di volerne colpire articolazioni e struttura in una prospettiva minimalista ma funzionale ad agevolare gli apparati più che l’organizzazione; o meglio ad agevolare alcuni esponenti di Cosa Nostra laddove accomunati da responsabilità con esponenti degli apparati». The post Strage di via D’Amelio, la Cassazione conferma il più grave depistaggio della storia italiana appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Le forme che assume la colonia. La storia della Sicilia e la necessità del mito della Mafia per il rinnovarsi del classismo su matrice etnica.
Ad Harraga – in onda tutti i venerdì dalle 15 alle 16 – continuiamo a parlare di colonia raccontandola, anche, a queste latitudini. Una colonia interna che, per mantenere in piedi uno stato nazione, si avvale dei suoi poteri predatori sui territori di confine. Quale periferia migliore di un’isola di frontiera come la Sicilia? Terreno da cui estrarre materie prime ma sul quale anche costruire mitologie di “barbarie” locali per le quali si pongono necessarie delle salvifiche azioni dello Stato. Con due compagni siciliani presentiamo la rivista Il Movente e i suoi concetti chiave. Concetti che ci aiutano ad entrare nel profondo di dicotomie o stereotipi tanto diffusi anche al Nord. Mafia e Anti-Mafia a guardarli nella loro genealogia e nella loro potenza nello smuovere immaginari, paure e “coscienze”, altro non appaiono che strumenti mitologici in mano allo Stato per porsi salvifico rispetto a una brutalità indigena; apparentemente in perenne agguato. Sappiamo bene quali orrori torturatori abbia prodotto il mito dell’antimafia e non è mai troppo tardi per risalire il fiume della storia e narrare come la repressione simbolica e materiale agisca, e abbia agito, in Sicilia. Approfittiamo di questa puntata per portare la nostra solidarietà ax compagnx imputatx nell’operazione Ipogeo che tra pochi giorni vedranno la chiusura, con sentenza, del primo grado del processo a loro carico.
September 12, 2026
Radio Blackout - Info
Mafia, parla Giovanni Brusca: “Le stragi volevano favorire la discesa in campo di Berlusconi”
Continua la sfilata di collaboratori di giustizia al processo in corso a Firenze contro Salvatore Baiardo, storico favoreggiatore dei boss stragisti di Cosa Nostra Giuseppe e Filippo Graviano, imputato per favoreggiamento e calunnia, con novità importanti sul fronte delle dichiarazioni rese. A parlare in qualità di testimone davanti ai giudici è stato infatti ieri il pentito Giovanni Brusca, ex boss mafioso considerato il “boia” della strage di Capaci. Come già fatto da numerosi altri collaboratori di giustizia nell’ambito del medesimo processo, anche Brusca si è soffermato sui legami tra Cosa Nostra e l’ex premier Berlusconi, che a suo dire avrebbero avuto conseguenze importanti sulla campagna stragista del ’92-’93, che Cosa Nostra avrebbe in quella fase consumato per agevolare il Cavaliere e «orientare la sua entrata in politica». Parlando degli attentati effettuati da Cosa Nostra nei primi anni Novanta, Brusca ha dichiarato che «nelle discussioni con Bagarella dicevamo di usarli come strumento politico, come se fossero suggeriti dalla sinistra» così da favorire Silvio Berlusconi per la sua discesa in campo, avvenuta nel 1994. Uno scenario che, se mai venisse confermato (si tratta, a oggi, solo delle parole di un collaboratore di giustizia), consentirebbe di tratteggiare una sorta di prosecuzione non solo esecutiva, ma anche strategica e “narrativa”, della strategia della tensione degli anni del terrorismo. In cui, lo ricordiamo, l’obiettivo dei promotori era proprio quello di scaricare sulle sinistre le responsabilità di sanguinari attentati in realtà decisi ed eseguiti da ben altre aree di riferimento. Brusca ha inoltre raccontato come, in seguito all’arresto di Leoluca Bagarella (1995), gli uomini di Cosa Nostra si incontrarono in occasione di una partita di poker, dove «Messina Denaro ci disse che Giuseppe Graviano aveva visto al polso di Silvio Berlusconi un orologio da 500 milioni di lire. È la prima volta che io sento di questo contatto con Berlusconi». Brusca aveva già raccontato di questo presunto episodio alcuni anni fa al processo sulla “‘Ndrangheta stragista”, in cui lo stesso Giuseppe Graviano ha affermato di avere incontrato più volte Berlusconi quando era latitante. «Io sono appassionato di orologi – ha aggiunto – e l’argomento mi è venuto facile crederlo, il discorso c’è stato quando ci siamo messi a parlare dei nostri orologi». I legami tra il Silvio Berlusconi imprenditore e la mafia sono stati ufficialmente storicizzati dalla sentenza con cui, nel 2014, la Suprema Corte ha inflitto all’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, già suo braccio destro nella vita pre-politica, la condanna a 7 anni di carcere per concorso esterno. Nel 1974, in occasione di un incontro tenutosi a Milano tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, l’allora capo di Cosa Nostra palermitana Stefano Bontate e il mafioso Francesco di Carlo, fu infatti sancito un “patto di protezione” che rimase effettivo almeno fino al ’92 (l’anno delle stragi). «Grazie all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione da parte di Silvio Berlusconi di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione da lui accordata da Cosa Nostra palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti che a esso avevano aderito grazie all’impegno profuso da Dell’Utri: per Silvio Berlusconi esso consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva invece nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale», si legge nella sentenza. A garanzia della protezione di Berlusconi fu innestato direttamente nella villa dell’allora imprenditore Vittorio Mangano, boss del mandamento di Porta Nuova. Un uomo che, a detta di Brusca, sarebbe ritornato centrale come tramite nei rapporti col Cavaliere nell’epoca delle stragi. «C’è un incontro per dargli (a Mangano, ndr) l’incarico. Mangano poi ci fece sapere che aveva avuto un contatto che lo aveva fatto sapere a Berlusconi o tramite Dell’Utri o altri canali, e ci riportò che Berlusconi aveva ringraziato e che quanto prima ci avrebbe dato una mano». Brusca ha aggiunto che «gli mandammo anche una minaccia velata», cioè «che se non ci avesse dato una mano, avremmo messo altre bombe per metterlo politicamente in difficoltà». Nelle scorse settimane, altri pentiti avevano evidenziato i legami che si sarebbero venuti a creare nel tempo tra Cosa Nostra e la creatura politica di Berlusconi. Ciro Vara, storico capo della cosca di Vallelunga Pratameno, ha confermato come nel 1994 «tutte le famiglie, i mandamenti e le province» di Cosa Nostra votarono Forza Italia, partito politico che andò a «sostituire la Democrazia Cristiana (tradizionale referente politico di Cosa Nostra fino alla fine degli anni Ottanta, ndr) in tutto». «C’era molta soddisfazione» ha aggiunto il collaboratore di giustizia, poiché «si sapeva in Cosa nostra che anche Berlusconi aveva avuto rapporti con noi, c’era un’aspettativa perché si potevano aggiustare le cose». Emanuele Celona, ex capomafia di Gela, ha affermato di aver saputo, quando si trovava in galera, che Cosa Nostra sostenne Forza Italia alle elezioni del ‘94 con lo scopo di ottenere un alleggerimento delle misure antimafia. A testimoniare è stato anche Gaspare Spatuzza, esecutore della strage di via D’Amelio, il quale – come già in altri precedenti processi – ha fatto riferimento al suo appuntamento al Bar Doney di Roma del gennaio 1994 con Giuseppe Graviano: «Dopo aver fatto il punto della situazione di quello che era il preparativo per l’attentato all’Olimpico (bomba che doveva esplodere il 23 gennaio 1994, ma la strage fallì, ndr) mi dice che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo, che ci eravamo messi il Paese nelle mani […]. Mi fa il nome di Berlusconi, che io tanto tendo a dire che se era quello del Canale 5 […]. Che c’era di mezzo un nostro compaesano, Marcello Dell’Utri. Quindi avevamo chiuso tutto, eravamo felici, ci eravamo messi il Paese nelle mani». Ora toccherà ai giudici trovare eventuali riscontri a queste dichiarazioni, che riaprono uno squarcio sulle dinamiche politico-criminali a cavallo tra Prima e Seconda Repubblica. The post Mafia, parla Giovanni Brusca: “Le stragi volevano favorire la discesa in campo di Berlusconi” appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 10, 2026
L'INDIPENDENTE
Roma, 7 arresti per l’omicidio dell’ultrà Piscitelli: dietro il delitto l’accordo tra clan
Sette esponenti della criminalità romana, tra cui il boss Michele Senese, sono stati arrestati con l’accusa di essere i mandanti dell’omicidio di Fabrizio “Diabolik” Piscitelli, capo ultrà della Lazio eliminato a Roma il 7 agosto del 2019. Insieme a Senese sono stati ristretti in carcere anche Leandro Bennato, al vertice dell’omonimo clan, e il broker di cocaina Alessandro Capriotti. Secondo l’ordinanza del gip, Piscitelli è stato ucciso poiché, pur essendo affiliato al clan Senese, si era ritagliato un ruolo troppo autonomo nel traffico degli stupefacenti, non rispettando i patti sulla percentuale degli ingenti introiti che avrebbe dovuto versare alla consorteria criminale. Il delitto si inserisce così nel frastagliato e violento contesto del narcotraffico romano, dove alleanze precarie e storiche rivalità tra gruppi rendono instabili e pericolosi gli equilibri criminali. Fabrizio Piscitelli, leader degli “Irriducibili”, gruppo ultras della Lazio egemone in curva nord allo stadio Olimpico, aveva militato a lungo nelle file dell’estrema destra ed era in affari con Camorra, ‘Ndrangheta e fazioni albanesi nel traffico di droga. Nel 2017 aveva svolto l’importante ruolo di garante, insieme a Salvatore Casamonica, nell’ambito della “pax mafiosa” fra il clan Spada e il gruppo criminale operante sul territorio di Ostia capeggiato da Marco Esposito, detto “Barboncino”. La sera del 7 agosto 2019, Piscitelli era seduto su una panchina del Parco degli Acquedotti, accompagnato dal suo bodyguard e autista. A un tratto, poco prima delle 19 – quando ancora il sole illuminava Roma – un killer vestito da runner arrivò sul posto e gli sparò un colpo in testa, uccidendolo sul colpo. Un delitto che, anche per le inedite e peculiari modalità esecutive, ha scosso veementemente lo scacchiere criminale del mercato romano della droga. I sette soggetti arrestati risultano gravemente indiziati, a vario titolo, di omicidio aggravato con metodo mafioso, estorsione con armi da guerra, tentato omicidio e associazione finalizzata al narcotraffico. Grazie a intercettazioni ambientali e telefoniche e all’analisi di chat criptate, gli investigatori hanno raccolto prove che potrebbero risultare decisive su un accordo integrato tra diversi clan operanti nella Capitale. «La complessa e premeditata organizzazione del delitto, eseguita in pieno giorno, è stata qualificata dal G.I.P. del Tribunale di Roma come azione con metodo mafioso, finalizzata ad agevolare il clan Senese, egemone nell’area in cui il delitto è stato consumato – si legge in una nota della Questura di Roma -. L’omicidio ha generato nel territorio romano un diffuso clima di assoggettamento ed omertà, palesato dall’evidente reticenza dei testimoni oculari e dei sodali più stretti della vittima». Michele Senese, detto “‘O pazz'”, è indiziato quale «mandante apicale». Avrebbe infatti fornito l’assenso preventivo – e decisivo – per l’assassinio di Piscitelli. L’azione punitiva serviva a riaffermare il potere del clan su un proprio affiliato, il quale, «resosi autonomo nel traffico di stupefacenti insieme a Fabrizio Fabietti», si rifiutava «di corrispondere la dovuta quota sui profitti delle sue attività illecite». Bennato, da parte sua, avrebbe deliberato il delitto poiché considerava Piscitelli «un concorrente scomodo sul mercato della cocaina» e per «conquistare il controllo criminale della zona della Tuscolana». Capriotti avrebbe fissato per il 7 agosto un appuntamento fittizio con Piscitelli presso la panchina del parco, «attirandolo scientemente nel raggio d’azione del sicario, già travestito da runner e appostato nell’area». Per l’assassinio di Piscitelli era finito alla sbarra, per poi essere condannato nel 2025 all’ergastolo in primo grado come esecutore, l’argentino Raul Esteban Calderon. La Corte d’assise d’appello di Roma, lo scorso maggio, ha però assolto l’imputato poiché non esisterebbero prove sufficienti per attribuirgli l’omicidio: non è mai stata trovata l’arma del delitto e il video ripreso da una telecamera di sicurezza non è stato ritenuto utilizzabile. Oggi, però, ci si concentra sul “secondo livello”, quello dei mandanti e degli organizzatori, con il nome del numero uno della Camorra romana, Michele Senese, a fare da padrone. Un clan, quello dei Senese, che era balzato agli onori delle cronache alcuni mesi fa in relazione al caso dei legami tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. Prestanome, quest’ultimo, proprio del gruppo mafioso guidato da “‘O pazz'”. The post Roma, 7 arresti per l’omicidio dell’ultrà Piscitelli: dietro il delitto l’accordo tra clan appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 9, 2026
L'INDIPENDENTE
I boss mafiosi stanno continuando a uscire dal carcere in permesso premio
Dietro un silenzio assordante, autorevoli mafiosi di Cosa Nostra continuano nei mesi a godere di benefici penitenziari e a lasciare le patrie galere senza aver detto una parola ai magistrati sui loro affari, complici e ambienti criminali. L’ultimo caso è quello dell’ergastolano Damiano Rizzo, spietato killer del gruppo di fuoco di Villabate, che quest’estate è tornato nella sua Sicilia in permesso premio per una settimana. Prima di lui, a luglio, era toccato a Giuseppe Guttadauro, fratello di Filippo (cognato di Matteo Messina Denaro), uscito di prigione grazie al meccanismo della continuazione, che consente di ricalcolare unitariamente la pena per più reati, anche già giudicati con sentenze diverse, se commessi nell’ambito dello stesso disegno criminoso. Negli ultimi anni, sono ormai oltre duecento gli “irriducibili” che, complice un impianto normativo ormai molto lasco, hanno potuto godere dei permessi premio. Tra questi ci sono moltissimi soggetti condannati all’ergastolo per reati gravissimi, comprese le stragi. Rizzo, che ha oggi 61 anni, era affiliato alla famiglia mafiosa di Villabate e uomo di fiducia del capomafia Nicola Mandalà, molto vicino all’ex capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. Operava principalmente nel traffico degli stupefacenti e nelle estorsioni. Venne arrestato nel gennaio 2005 nell’ambito dell’operazione “Grande Mandamento”, che smantellò una parte della rete di fiancheggiatori del superlatitante. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, è stato impegnato nelle operazioni più rischiose e delicate del clan. Il reato più grave di cui si è macchiato insieme ad altri mafiosi è l’omicidio dell’imprenditore mafioso Salvatore Geraci, ucciso il 5 ottobre 2004 in corso dei Mille, a Palermo. Geraci, già inserito nel sistema degli appalti di Angelo Siino e Giovanni Brusca, dopo la scarcerazione voleva rientrare nel circuito senza l’autorizzazione dei vertici. Rizzo partecipò ai sopralluoghi e fu presente sulla scena del delitto, venendo condannato definitivamente all’ergastolo. Eppure, le porte del carcere per lui hanno iniziato ad aprirsi. Assai rilevante è anche il profilo di Giuseppe Guttadauro, classe ‘48, considerato uno dei principali rappresentanti della componente “borghese” della mafia palermitana. Medico chirurgo capace di muoversi tra ambienti sanitari, imprenditoriali, politici e istituzionali, ma anche nel campo del traffico degli stupefacenti, entrò nelle grandi inchieste antimafia già negli anni Ottanta, rimediando varie condanne. Dopo gli arresti dei fratelli Graviano divenne uno degli uomini di riferimento del mandamento di Brancaccio-Ciaculli. Dalle intercettazioni realizzate nella sua abitazione nacque il filone conosciuto come quello delle “Talpe alla DDA”, nel quale emersero fughe di notizie riservate a vantaggio di esponenti mafiosi e in cui fu indagato – e poi condannato a sette anni per favoreggiamento alla mafia – l’ex presidente della Regione Totò Cuffaro. Terminata una precedente lunga detenzione nel 2012, Guttadauro si trasferì a Roma. Una successiva inchiesta fece però emergere come non avesse interrotto i rapporti con gli uomini di Cosa Nostra, continuando a intervenire negli affari legati a lavori edili e traffico di droga delle famiglie palermitane. Per questo è stato ri-arrestato. Esattamente come Rizzo, non ha scelto la strada della collaborazione con la giustizia, ma la strategia dell’“attesa”. Ora ripagata. Tra le centinaia di boss mafiosi che, negli ultimi anni, hanno goduto dei benefici, c’era anche il boss e killer ergastolano Raffaele Galatolo. A giugno, però, quest’ultimo è stato nuovamente arrestato: approfittando di permessi premio e semilibertà, l’uomo continuava a controllare estorsioni, scommesse e investimenti illeciti, gestendo l’infiltrazione nei cantieri navali, nel mercato ortofrutticolo e in attività imprenditoriali attraverso l’utilizzo di prestanome. Il gip ha sottolineato «l’irreversibilità della scelta di appartenenza alla mafia», con il boss che, grazie agli spazi di libertà, esercitava il potere «in modo davvero sfrontato». La famiglia Galatolo è direttamente collegata a delitti eccellenti – come quelli del Generale Dalla Chiesa, di Rocco Chinnici e di Pio La Torre –, nonché al fallito attentato a Falcone all’Addaura. Il nipote Vito, collaboratore di giustizia, nel 2014 aveva rivelato un piano finalizzato all’eliminazione fisica del magistrato Nino Di Matteo con 200 chili di tritolo, approvato da Totò Riina e Matteo Messina Denaro. L’ergastolo ostativo – ovvero il “fine pena mai” – per i mafiosi è stato ufficialmente demolito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel 2019 ha giudicato incompatibile con i principi della Convenzione europea un divieto assoluto. A questa pronuncia si è accodata la Corte Costituzionale, che ha sollecitato sul punto un intervento legislativo. La risposta è arrivata con una riforma approvata durante il governo Meloni, che ha aperto la possibilità di accedere ai benefici anche ai detenuti non collaboranti, purché dimostrino concretamente di aver reciso ogni legame con le organizzazioni mafiose e previo parere della Direzione nazionale antimafia. Tra i mafiosi che negli ultimi anni hanno potuto goderne, solo per fare alcuni nomi, ci sono Ignazio Pullarà, storico boss di Santa Maria di Gesù, e Paolo Alfano, killer di Brancaccio condannato anche al Maxiprocesso, entrambi autorizzati a tornare a Palermo. Ha ottenuto la semilibertà anche un boss stragista come Giovanni Formoso, condannato come esecutore dell’attentato di via Palestro del 1993. Lo stesso beneficio è stato concesso a Vito Busca e Girolamo Buccafusca. Nel 2025 è emerso come Salvatore Benigno, coinvolto nelle stragi del 1993, abbia usufruito di vari permessi. Stando a quanto è trapelato dai dati girati alla Commissione Antimafia dal Dipartimento delle carceri, nei soli primi mesi del 2025 i boss che hanno ottenuto permessi premio sono almeno 200. The post I boss mafiosi stanno continuando a uscire dal carcere in permesso premio appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Lo studio sedicente “indipendente” che nega il genocidio a Gaza: ecco chi c’è dietro
Negli ultimi giorni diverse testate internazionali hanno dato spazio al lancio di “Gaza GenoLIE”, una campagna promossa da 40 organizzazioni per smontare le accuse di genocidio rivolte a Israele. L’iniziativa viene presentata ai lettori come una “analisi indipendente“, ma basta esaminare la composizione e i finanziatori del cartello per capire […] L'articolo Lo studio sedicente “indipendente” che nega il genocidio a Gaza: ecco chi c’è dietro su Contropiano.
August 17, 2026
Contropiano
La mafia siciliana sta cercando di acquistare le armi ucraine sul mercato nero
La mafia siciliana è interessata al contrabbando di armi provenienti dal mercato nero nato dopo lo scoppio della guerra russo-ucraina: in particolare, Cosa nostra vorrebbe reperire armi sofisticate come i droni lanciamine. A lanciare l’allarme è stato il procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia nel corso dell’audizione davanti alla commissione nazionale Antimafia. «Abbiamo trovato armi che vengono dal Salento ma la cui provenienza è l’area balcanica, cioè l’ex Jugoslavia, ma sappiamo di un interesse della mafia verso armi più sofisticate: quelle, ad esempio, del mercato nero nato con la guerra Russa-Ucraina. Abbiamo segnali di acquisto di droni lanciamine, armi da cui non siamo preparati a difenderci. C’è dunque un tentativo di ricostituire un arsenale di qualità. Questo sia nel circondario di Palermo che in altri territori», ha affermato il procuratore. Le organizzazioni criminali starebbero, dunque, facendo un passo avanti nell’ammodernamento del loro arsenale, non accontentandosi più solo delle armi “convenzionali”, ma puntando direttamente alle armi da guerra di ultima generazione: nello specifico, i droni lanciamine sono droni modificati, in grado di trasportare e sganciare esplosivi, determinanti nella guerra in Ucraina. Secondo de Lucia, i mafiosi sono in grado di organizzarsi e operare anche dalle carceri in regime di detenzione, in quanto ha affermato che «poche ore dopo essere entrati in carcere i mafiosi vengono muniti di apparecchi telefonici. Questa è una situazione che riguarda tutti gli istituti di pena». De Lucia ha spiegato nel dettaglio che «Nelle sole carceri di Palermo, Pagliarelli e Ucciardone abbiamo scoperto a disposizione dei detenuti, tra il 2025 e il primo semestre del 2026, 297 cellulari. E centinaia ne abbiamo trovati in tutta la Sicilia. Questi sono quelli che abbiamo recuperato, la cui introduzione nelle celle cioè è fallita. E’ immaginabile quanti invece siano riusciti a entrare negli istituti di pena senza che ce ne accorgessimo». In questo modo si permette che le cosche mafiose perpetrino l’organizzazione di crimini dall’interno delle carceri senza riuscire a neutralizzarle davvero, mentre il loro interesse si amplia verso il mercato nero delle armi da guerra. Al momento non è possibile sapere in che modo il crimine organizzato userebbe armi sofisticate come i droni lanciamine, ma si sa attraverso collaboratori di giustizia che esiste un interessamento: parlando delle ipotesi relative alle nuove strategie delle cosche, il procuratore di Palermo ha chiesto di secretare la sua audizione. Il problema del contrabbando delle armi ucraine, in particolare quelle inviate dai Paesi Ue e Nato all’ex Stato Sovietico in guerra con la Russia, è noto da tempo: già a pochi mesi dallo scoppio del conflitto nel 2022, le organizzazioni Europol e Eurojust avevano avvertito che il massiccio invio di armi avrebbe contribuito a gonfiare il mercato nero delle armi. In particolare, il rapporto EU-SOCTA 2025 di Europol mette in luce come la disponibilità di armi nelle zone di guerra e post-crisi, come il conflitto in Ucraina, alimenta il traffico illecito di armi da fuoco verso l’Unione Europea. La criminalità organizzata sfrutta, dunque, l’instabilità geopolitica per ampliare i propri mercati criminali. Tutto questo è esacerbato dal fatto che è difficile rintracciare le origini degli armamenti: infatti, gli Stati Ue mantengono la massima riservatezza sulla quantità e il tipo di armi inviate al fronte, rendendo indirettamente più facile la creazione di un traffico illegale di armi. A riguardo, il ministero degli Interni ucraino ha fornito dati precisi: dall’inizio della guerra 780.465 armi sono state smarrite o rubate, delle quali la metà si concentra nelle regioni di Mykolaiv, Kiev e Donetsk. Le armi più frequentemente rubate o smarrite sono soprattutto mitragliatrici, fucili da caccia e carabine. Il maggior numero di armi smarrite è stato registrato nel primo anno di piena operatività con 266.086 unità scomparse. Nel 2023, il numero di armi di cui si sono perse le tracce è diminuito, ma dal 2024 la cifra ha ricominciato ad aumentare. L’anno in corso si preannuncia da record: sono, infatti, già 149.760 le armi ricercate. Sono proprio queste armi smarrite o rubate a costituire il grande indotto del mercato illegale che potrebbe raggiungere le principali nazioni europee. L’ex ministro dell’Interno ucraino, Ihor Klymenko, in un’intervista aveva dichiarato che al termine della guerra con la Russia, l’Ucraina potrebbe possedere fino a tre milioni di armi non registrate. Ciò significa che, con il calo della domanda da parte degli apparati militari, ci sarà un surplus di armi e, dunque, un’ampia offerta che molti gruppi criminali potranno sfruttare. Uno scenario particolarmente pericoloso per l’Italia che potrebbe vedere le stesse armi fornite all’Ucraina, e pagate dai contribuenti, rientrare nel Paese per finire nelle mani delle organizzazioni criminali. The post La mafia siciliana sta cercando di acquistare le armi ucraine sul mercato nero appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 5, 2026
L'INDIPENDENTE
#noponte Crimine organizzato e costruzione del Ponte di #Messina #pontesullostretto #mafia #ndrangheta By Antonio Mazzeo - Published 2011 Il Padre di tutte le Grandi Opere, monumento-cattedrale allo spreco delle risorse e al consumo di territorio, delirio d’onnipotenza di una classe politica inetta e parassitaria. È il Ponte sullo Stretto di Messina, l’Ecomostro, https://www.academia.edu/41601957/Crimine_organizzato_e_costruzione_del_Ponte_di_Messina
August 4, 2026
Antonio Mazzeo