#noponte Il Ponte sullo Stretto di #Messina è l'emblema delle grandi opere
criminogene e criminali. #pontesullostretto #mafia
La lettura di questo volume, pubblicato 16 anni fa, alla luce delle cronache di
queste giorni, è ancora più utile ed attuale.
I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo Stretto di Messina
By Antonio Mazzeo - 2010, Alegre Edizioni
https://www.academia.edu/41211492/I_Padrini_del_Ponte_Affari_di_mafia_sullo_Stretto_di_Messina
Tag - mafia
Riceviamo e pubblichiamo dal gruppo ‘Agende Rosse “Rita Atria” – Reggio Emilia e
Provincia’
Solidarietà al magistrato Beatrice Ronchi
e appello alla Consulta della Legalità di Reggio Emilia
Il gruppo Agende Rosse “Rita Atria” di Reggio Emilia e Provincia esprime la
propria totale e incondizionata solidarietà alla dottoressa Beatrice Ronchi, a
seguito della decisione della quinta commissione del CSM di escluderla dalla
nomina a procuratore aggiunto di Bologna.
Decisione che riteniamo ingiustificata e che, come ha dichiarato il presidente
Francesco Maria Caruso, rischia di vanificare gli sforzi compiuti in 15 anni di
lotta alle mafie in Emilia Romagna.
Non possiamo restare in silenzio di fronte a una decisione che, privilegiando
criteri di anzianità burocratica rispetto al merito e all’esperienza specifica,
rischia di risultare punitiva per una professionista che si è spesa con
indiscutibile competenza e di indebolire il contrasto alla criminalità
organizzata, sottovalutando la reale portata del radicamento mafioso nel nostro
territorio.
Ricordiamo, infatti, con forte preoccupazione, le parole di Lucia Musti che,
nella sua relazione di apertura dell’anno giudiziario 2022 aveva definito il
Distretto dell’Emilia Romagna un “Distretto di mafia”, evidenziando come da
indagini e processi emergesse la presenza di un nuovo metodo mafioso autoctono
dell’Emilia Romagna, che risente fortemente delle caratteristiche del territorio
altamente produttivo.
Il rischio è altissimo: senza questa nomina, il mandato della dottoressa Ronchi
presso la Direzione Distrettuale Antimafia scadrà alla fine del 2027, privando
il pool antimafia — già sotto organico — della sua risorsa più esperta.
Agende Rosse Reggio Emilia pertanto si unisce alle voci dei 112 firmatari di un
documento – tra cui figurano la presidente del tribunale di Reggio Emilia
Cristina Beretti, il gip Andrea Rat, e l’ex procuratore generale di Bologna
Giuseppe Amato- a sostegno della PM, per chiedere che il CSM in seduta plenaria
riconsideri la decisione della commissione di presentare come unica proposta per
la nomina di procuratore aggiunto a Bologna quella di Stefano Dambruoso, un
magistrato fuori ruolo per diversi anni della sua carriera.
Ritenendo che la società civile e le istituzioni non possano restare inerti di
fronte a scelte che riguardano la sicurezza di tutti, auspichiamo una decisa e
urgente presa di posizione da parte della Consulta della Legalità di Reggio
Emilia.
È fondamentale che le istituzioni locali facciano sentire la propria voce presso
il CSM per chiedere che venga valorizzata una professionalità che ha ottenuto
risultati di importanza storica nel contrasto ai clan.
La lotta alla mafia non si fa solo nelle aule di tribunale, ma anche difendendo
chi, in quelle aule, ha servito lo Stato con instancabile dedizione.
Reggio Emilia, 4 giugno 2026
Redazione Italia
Ostia, chi controllerà il mare di Roma?
Il Comune di Roma ha dichiarato battaglia agli storici concessionari balneari di
Ostia, facendo leva sul malcontento di residenti e frequentatori del litorale,
stanchi di essere respinti ai cancelli degli stabilimenti nonostante il diritto
al libero e gratuito accesso al mare. Per anni a Ostia il 94,5% degli
stabilimenti non ha permesso l’ingresso gratuito, detenendo il record negativo
per continuità di litorale senza spiaggia libera: 3.450 metri senza varchi verso
il mare. Il lungomare di Ostia, per decenni trasformato in un vero e proprio
“lungomuro”, preda del lavoro stagionale sottopagato, sembra oggi destinato a
una fase di cambiamento. Ma la stagione balneare, tra macerie e nuove
concessioni ancora da firmare, stenta a partire.
Le domande restano aperte: siamo davvero di fronte alla fine del vecchio sistema
balneare oppure a una sua semplice riorganizzazione? L’applicazione della
direttiva Bolkestein libererà realmente il mare oppure aprirà le spiagge agli
interessi di grandi operatori economici e finanziari?
GLI ABUSI SUL LITORALE ROMANO
La rottura con il passato è iniziata attraverso una massiccia attività di
controllo sugli stabilimenti balneari. Come raccontato dal “Corriere della
Sera“, i sopralluoghi effettuati con droni e verifiche tecniche hanno riguardato
circa 73mila metri quadrati di strutture sul litorale di Ostia. Il risultato è
stato significativo: quasi un intero ettaro di opere abusive accertate. Prima
dell’inizio della stagione balneare erano 34 gli stabilimenti chiamati a
demolire manufatti contestati: verande, ampliamenti, pedane, cabine e ristoranti
costruiti ben oltre i limiti autorizzati.
Un numero considerevole che restituisce la dimensione di un sistema che per anni
ha trattato il bene demaniale come uno spazio da occupare progressivamente più
che come patrimonio collettivo. Quella degli abusi non è quindi soltanto una
questione urbanistica. È il riflesso materiale di un modello di gestione del
litorale costruito attraverso proroghe continue, tolleranza amministrativa e
privatizzazione progressiva dello spazio pubblico.
Per anni gli stabilimenti di Ostia hanno funzionato come barriere fisiche e
sociali: chilometri di costa occupati da concessioni, varchi controllati,
spiagge libere ridotte e un accesso al mare spesso ostacolato. La battaglia sul
litorale romano non riguarda quindi soltanto le demolizioni. Riguarda l’idea
stessa di mare come bene collettivo.
LA GARA DEL CAMPIDOGLIO E IL SISTEMA DELLE ROYALTIES
Nel 2025 il Campidoglio ha indetto due bandi per l’assegnazione delle nuove
concessioni demaniali marittime relative alla maggior parte degli stabilimenti
di Ostia e delle spiagge libere attrezzate con concessioni scadute. La gara ha
riguardato una quarantina di concessioni: circa un terzo degli impianti ha
cambiato formalmente gestione.
Le nuove concessioni, la maggior parte delle quali non ancora operative, hanno
una durata estremamente breve: un anno, rinnovabile stagione per stagione fino a
un massimo di altre due annualità. Si tratta di una soluzione transitoria
nell’attesa che venga approvato il nuovo PUA (Piano di Utilizzazione degli
Arenili) dall’Assemblea Capitolina. Una volta concluso l’iter, si potrà
procedere alla messa a gara delle concessioni pluriennali.
Tra gli elementi più rilevanti introdotti dal Comune di Roma c’è il nuovo
sistema delle royalties. Oltre al tradizionale canone concessorio, i nuovi
assegnatari dovranno versare al Campidoglio una percentuale sul fatturato
prodotto dalle attività. Secondo l’assessore al Demanio Tobia Zevi, questo
meccanismo avrebbe prodotto un rialzo medio del 12% delle offerte economiche. Ma
il nuovo modello viene guardato con forte preoccupazione.
di Metro Centric (Flickr)
Secondo il LabUr, la royalty non rappresenta soltanto una clausola economica ma
una vera e propria scelta politica e urbanistica. Il rischio evidenziato è che
il nuovo sistema finisca per favorire operatori dotati di grande capacità
finanziaria, in grado di sostenere margini ridotti e ritorni economici differiti
nel tempo. In questo scenario la concessione balneare smette di essere una
semplice attività stagionale e diventa un asset strategico: presidio
territoriale, leva commerciale, piattaforma immobiliare futura e strumento di
posizionamento economico.
È proprio qui che si apre uno dei nodi principali della nuova fase: chi
controllerà realmente il mare di Roma dopo questa caotica transizione? E
soprattutto: il superamento del vecchio sistema balneare, con il nuovo PUA,
produrrà una maggiore accessibilità pubblica oppure una nuova concentrazione del
demanio nelle mani di grandi operatori economici?
UNA STAGIONE BALNEARE CHE NON RIESCE A PARTIRE
Mentre procedono sequestri e demolizioni, la stagione estiva 2026 appare già
segnata dall’incertezza. Gli assistenti bagnanti della Sezione Lifeguards
Italiani hanno denunciato una situazione definita “grave e pericolosa” sul
litorale romano. Nel loro comunicato parlano di carenza di presidi di
salvataggio, spiagge non cardioprotette, mezzi inutilizzati e assenza di una
pianificazione efficace per la sicurezza in mare.
A tutto questo si aggiunge il tema dell’erosione costiera. Le mareggiate degli
ultimi mesi hanno colpito duramente il litorale di Ostia, mentre l’avanzamento
del mare continua a ridurre l’arenile anche in assenza di eventi eccezionali. La
crisi del modello balneare romano non è quindi soltanto amministrativa o
giudiziaria. È anche ambientale.
Per anni il litorale è stato sfruttato come piattaforma economica senza una
reale pianificazione pubblica capace di affrontare erosione, consumo di suolo e
fragilità della costa. La ciliegina sulla torta è stata la costruzione del Porto
turistico di Ostia alla foce del Tevere, un’opera contestata da anni per il suo
impatto sul naturale ripascimento delle spiagge. Il porto è finito al centro di
sequestri e procedimenti giudiziari che hanno coinvolto Mauro Balini. Le
indagini della magistratura hanno inoltre più volte incrociato il sistema di
relazioni tra l’imprenditoria del litorale, l’amministrazione locale e ambienti
riconducibili ai clan Fasciani e Spada.
Eppure la risposta politica continua a muoversi nella stessa direzione. Il
sindaco Gualtieri, nonostante il parere contrario del Municipio X, ha inserito
tra le opere strategiche del Giubileo il Porto crocieristico di Fiumicino,
sull’altro lato della foce del Tevere, sostenuto anche dal governo Meloni
attraverso il sindaco di Fiumicino Mario Baccini e dalla Lega di Salvini. Il
progetto prevede una concessione demaniale di lunghissima durata — novant’anni —
affidata a Royal Caribbean Group, colosso globale dell’industria crocieristica.
Dai tempi dell’imperatore Traiano sappiamo che non si costruiscono porti alla
foce dei fiumi, ma una parte della politica sembra non aver imparato la lezione.
Una volta resa operativa la direttiva Bolkestein sul litorale romano, chi ci
garantisce che un modello simile, incentivato dal sistema delle royalties, non
finisca per aprire le porte del demanio a grandi gruppi economici e finanziari,
togliendo spazio alle più modeste realtà locali?
POLITICA LOCALE E SISTEMA BALNEARE
Il rapporto tra politica locale e concessionari balneari rappresenta uno dei
nodi più delicati dell’intera vicenda. Per decenni il sistema degli stabilimenti
è stato difeso trasversalmente da centrodestra e centrosinistra. Le
amministrazioni si sono alternate, ma il modello di gestione del litorale è
rimasto sostanzialmente invariato: proroghe continue, tolleranza sugli abusi,
scarsità di spiagge libere e centralità economica e politica dei concessionari.
Dentro questo quadro si inseriscono anche le recenti indagini sulle cene
elettorali organizzate allo Shilling, storico stabilimento di Ostia legato
all’imprenditore Fabio Balini, parente di Mauro Balini del Porto turistico di
Ostia. Secondo quanto riportato dalla stampa, nelle inchieste compaiono
esponenti politici di diversi schieramenti, tra cui Monica Picca e Antonio
Caliendo. La Procura di Roma ipotizza finanziamenti illeciti collegati agli
eventi politici e privati organizzati allo Shilling. Le persone coinvolte hanno
respinto le accuse.
Monica Picca, oltre a essere esponente della Lega a Ostia, fa parte anche della
giunta Baccini di Fiumicino, favorevole al Porto crocieristico affidato a Royal
Caribbean. Negli ultimi mesi la consigliera è stata inoltre impegnata, insieme
al consigliere Aguzzetti — ex-militante di CasaPound e imputato nel procedimento
per il tentativo di occupazione di una casa popolare — in una campagna politica
per lo sgombero della Vittorio Emanuele in nome della legalità e del decoro
urbano. Una contraddizione politica difficile da ignorare: si raccolgono firme
invocando interventi rapidi contro marginalità sociale e occupazioni informali,
mentre sugli abusi strutturali che per anni hanno segnato il litorale romano si
è spesso scelto il silenzio, quando non la difesa degli interessi dei
concessionari.
Al di là degli sviluppi giudiziari, il dato politico resta evidente: il sistema
balneare romano ha mantenuto a lungo una forte capacità di influenza trasversale
sulle amministrazioni e sul governo del territorio.
di Andrea Vanni (Flickr)
LA BATTAGLIA PER IL MARE LIBERO
La battaglia che oggi si apre a Ostia non riguarda soltanto la sostituzione di
alcuni concessionari. Riguarda il futuro del mare di Roma. La domanda centrale è
se il litorale continuerà a essere gestito come una somma di feudi economici
oppure se diventerà finalmente uno spazio pubblico realmente accessibile.
Perché il punto non è semplicemente chi vincerà le nuove concessioni. Il punto è
capire quanto spazio verrà restituito alle spiagge libere con il PUA, quali
abusi saranno davvero demoliti, quali interessi economici sopravvivranno dietro
le nuove società, quali nuovi interessi saranno favoriti dal sistema delle
royalties, quanto controllo pubblico esisterà sul litorale e soprattutto quale
idea di città verrà costruita lungo il mare.
Per anni Ostia è stata il simbolo di una gestione privatizzata della costa
romana. Per anni è stata raccontata esclusivamente attraverso il paradigma
criminale e mafioso, spesso riducendo un territorio complesso alle relazioni tra
una parte dell’imprenditoria balneare, pezzi della politica locale e ambienti
criminali, a discapito della stragrande maggioranza di chi vive quotidianamente
Ostia senza essere colluso. Oggi quella struttura di potere sembra entrare in
crisi.
Ma senza una reale mobilitazione pubblica per il mare libero e per la difesa del
demanio come bene collettivo, il rischio è che il nuovo corso annunciato dal
Campidoglio finisca per cambiare soltanto le insegne, lasciando intatti gli
equilibri economici e politici che hanno governato il litorale negli ultimi
decenni.
Non saranno le liberalizzazioni a restituire il mare alla collettività. Il nuovo
corso dovrebbe ripartire dall’abbattimento del “lungomuro”, dall’aumento delle
spiagge libere e da un controllo pubblico reale sul demanio. Perché non sarà una
diversa distribuzione del profitto a restituire il mare libero, ma la rottura
del modello che ha trasformato la costa romana in uno spazio privatizzato ed
esclusivo.
La copertina è di Cala mar (Flickr)
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Strage di Capaci. Il 23 maggio dell’antimafia sociale
Il 23 maggio ricorre il trentaquattresimo anniversario della strage di Capaci,
in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro,
Rocco Dicillo e Vito Schifani. A Palermo, ogni anno, si tengono varie iniziative
istituzionali e scolastiche,
… Leggi tutto
L'articolo Strage di Capaci. Il 23 maggio dell’antimafia sociale sembra essere
il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
«Mai più cosa vostra»
Come combattere gli orrori del patriarcato (e delle mafie) rinforzati dai
silenzi. Daniele Barbieri (*) sul libro di Ilaria Ramoni e Fabio Roia «Non è
un libro sulla violenza di genere, è un libro contro il patriarcato e la
subucultura patriarcale di cui il nostro Paese è ancora impregnato». Un grande
editore per uno fra i temi più tragici
Puntata speciale sul libro “Criminalità immaginate”
In questa puntata abbiamo voluto fare uno speciale approfondimento sul tema
della mafia, grazie al libro “Criminalitá immaginate – Ripoliticizzare la
questione mafiosa” di Antonio Vesco, edito da Tamu/Tangerin.
Antonio Vesco (Alcamo 1983) è stato ricercatore presso il Dipartimento di
Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania. Ha conseguito il
dottorato di ricerca in Antropologia, Etnologia, Studi Culturali all’Università
di Siena e in Science Politique all’Université Paris 1 Sorbonne, presso il
Centre Européen de Sociologie et de Science Politique (CESSP-CNRS).
È stato assegnista di ricerca e docente a contratto presso il Dipartimento di
Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. Dal 2017 al 2021 è stato
post-doctoral research fellow presso la Aristotle University di Thessaloniki
nell’ambito del progetto ERC Heteropolitics. Refiguring the common and the
political. Precedentemente è stato titolare di un assegno di ricerca presso
l’Università di Ferrara nell’ambito del progetto Mafia, legalità, lavoro. Tra il
2010 e il 2017 ha preso parte a tre progetti di ricerca promossi dalla
Fondazione RES di Palermo: Mafie ed economia(2010-2011), Le mafie nelle aree non
tradizionali (2013-2014), Politica e corruzione (2016-2017).
I suoi interessi di ricerca ruotano intorno ai seguenti temi: la costruzione
delle soggettività politiche in ambito democratico; i partiti politici e i
processi di costruzione del consenso; la mafia come questione politica; la
corruzione politica; le pratiche di commoning tra movimenti sociali e
istituzioni; le immagini e le rappresentazioni del Sud e del Nordest d’Italia. È
tra i promotori del Laboratorio di analisi e ricerca sulla criminalità
organizzata (Università di Torino) e del Centro di documentazione e inchiesta
sulla criminalità organizzata in Veneto. È co-direttore della collana Politica e
comunità delle Edizioni Museo Pasqualino e redattore di Meridiana. Rivista di
storia e scienze sociali (Viella) e della Rivista di Antropologia Contemporanea
(il Mulino)
https://tangerin.it/tproduct/467310025-812243283202-criminalit-immaginate
Abbiamo pensato fosse importante parlare di mafia siciliana spogliandola da
tutti quegli elementi stereotipanti e che servono a considerarla solo da un
punto di vista di fenomeno criminale, per coglierne invece gli aspetti che
possono essere utili ad inquadrare dei meccanismi sociali, politici ed economici
interni alle classi dirigenti istituzionali e imprenditoriali che si vogliono
raccontare totalmente esterni al mondo criminale quando in realtà non lo sono.
Potete trovare il libro in vendita presso la sede della nostra Radio in via
Cecchi 21/a.
Buon ascolto
#war La lunga mano della #mafia sui droni di #Sigonella
Di Antonio Mazzeo - Sequestrata per mafia un'azienda di #Barcellona PG (Messina)
che ha realizzato in subappalto gli hangar per ospitare i droni "Triton" e i
pattugliatori marittimi P-8A "Poseidon" di US Navy a
Sigonella.https://www.stampalibera.it/2026/04/19/la-lunga-mano-della-mafia-sui-droni-di-sigonella/?fbclid=IwY2xjawRR8K5leHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeRuzngHd79Tb9QgiB1XEX21lePYUQSm6Hycmy6eLPrzoTA0PnKQEoMiZ-6C0_aem_P3ldKHFDld0wyj2dKD0_pA
La lunga mano della #mafia sui #droni di #Sigonella
Sequestrata per mafia un'azienda di #Barcellona PG (Messina) che ha realizzato
in subappalto gli hangar per ospitare i droni "Triton" e i pattugliatori
marittimi P-8A "Poseidon" di @USNavy
https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/04/la-lunga-mano-della-mafia-sui-droni-di.html
Difendiamo la magistratura dagli attacchi della potere
“Ci accorgeremo che la mafia è entrata nelle istituzioni quando le stesse
attaccheranno la magistratura”
Giovanni Falcone
Lo diceva Falcone negli anni Ottanta. E non lo diceva per folklore, lo diceva
perché era così.
Lui stesso aveva ricevuto forti critiche politiche e istituzionali, specialmente
negli anni immediatamente precedenti la sua morte nel 1992. Critiche aspre e
trasversali, provenendo da diversi settori sia di destra che di sinistra, che
aumentarono un profondo clima di ostilità nei suoi confronti. Questo attacco
trasversale a Giovanni Falcone da parte della classe politica ed istituzionale
dell’epoca è stato definito come un vero e proprio “linciaggio” mediatico e
professionale, che ha contribuito a isolarlo.
Qualche ignorante che parla oggi di “politicizzazione della magistratura”
(sempre intendendo ovviamente le “toghe rosse”, senza mai parlare del fatto che
il fenomeno del correntismo è da decenni che è, per la maggioranza, pendente a
destra, pur essendo un fenomeno minoritario), dovrebbe ricordarsi che lui stesso
era un magistrato membro di “Movimento per la giustizia”, una corrente politica
interna alla magistratura italiana, storicamente legata ad aree progressiste.
Nonostante ciò, “politico” non vuol dire “partitico” e non coincide con
“istituzionale”.
Famoso fu lo storico confronto tra Giovanni Falcone e Leoluca Orlando nei primi
anni ’90. In un confronto al Maurizio Costanzo Show, vide il sindaco di Palermo
accusare il magistrato di nascondere la verità sui mandanti politici della mafia
nei “cassetti”, chiedendo se ci fossero le prove della collusione con la mafia
del politico democristiano Salvo Lima.
Accusa che farebbe ridere se non per il fatto che Orlando la fece veramente,
senza mai pentirsi amaramente.
Nel video si può ben vedere un giurista del pubblico da Maurizio Costanzo,
nonché ignorante dell’epoca (perché quelli sono una costante in tutte le epoche,
con la caratteristica di nasconderai dietro “lecite opinioni” e di essere sempre
presuntuosi, autoreferenziali ed egoici, oltre a vestire spesso gli abiti degli
“uomoni di cultura” ), additare Falcone di essere un ostacolo all’indipendenza
della magistratura, di essere un magistrato che preferiva ruoli ministeriali
(sebbene i suoi non furono mai incarichi politici, ma istituzioni che dovevano
essere rivestiti obbligatoriamente da magistrati).
Nel video si può ben udire come, alle accuse rivolte a Falcone, la platea del
Maurizio Costanzo Show abbia applaudito. Un applauso anacronistico, un
paradosso, che risulta quasi assurdo visto con gli occhi di oggi. Questo per
dimostrare come fosse indirizzato il senso comune della gente: verso la
denigrazione e la legittimazione della magistratura.
Quella puntata al Maurizio Costanzo Show fu il primo vero funerale di Giovanni
Falcone, con l’aggravante di mantenerlo in vita, costringendolo a vedere
lapalissianamente senza filtri un Paese omertoso, ignorante (nel senso che
ignora) e soprattutto “idiota” (nel senso greco).
La cultura italiana, terribilmente “moderata” sui temi importanti e
terribilmente “enfatica” su quelli effimeri, è profondamente “idiota” nel senso
greco non-dispregiativo del termine.
Gli idiṓtēs (ἰδιώτης) nell’Antica Grecia erano i “privati cittadini” o le
“persone comuni” che si occupavano solo dei propri affari privati (ídios) senza
partecipare alla vita politica o pubblica della “polis”. I Greci associavano il
disinteresse per la cosa pubblica alla mancanza di cultura o alla ristrettezza
di vedute. Il termine passerà al latino col significato di “incolto”,
“inesperto” o “rozzo”, per poi scivolare verso quello attuale di persona priva
di intelligenza o senno.
Il senso comune reazionario italiano si può descrivere come compendio di tutti
questi termini. A questo dobbiamo aggiungere le osservazioni di Antonio Gramsci,
il quale definiva il senso comune come la concezione del mondo frammentaria,
incoerente e “folcloristica” delle masse, intrisa di influenze esterne e della
classe dominante. Un “concetto equivoco, contraddittorio, multiforme” che
permette alla classe dominante di imporre la propria visione del mondo come
filosofia del popolo, facendo sì che le masse accettino la propria condizione,
interiorizzando la volontà dei “padroni”.
Contestualizzando con le vicende legate a Falcone, la “volontà dei padroni” era
preservare la Trattativa Stato-Mafia e nasconderla, mentre i media erano un
ottimo veicolo per dare un’immagine ridicolizzante e delegittimante delle figure
che invece volevano andare nella direzione opposta. Anche lo scontro tra Leoluca
Orlando e Falcone era funzionale a questo: indebolire e isolare Falcone,
renderlo distante dall’opinione pubblica.
Ecco dunque che la presenza di Falcone al Maurizio Costanzo Show aveva una
funzione drammaturgica e teatrale: lui era lì per essere dato in pasto agli
“utili idioti” del momento inconsapevoli (vorremmo ben sperare) che la loro
narrazione fosse la narrativa perfetta che serviva al potere per poter
delegittimare e isolare Falcone insieme a Borsellino.
Il 12 gennaio 1992, durante una puntata di “Babele” su RaiTre, di Corrado
Augias, una giornalista chiese a Falcone: “Lei dice che in Sicilia si muore
perché si è soli. Giacché lei, fortunatamente, è ancora tra noi, chi la
protegge?”.
Falcone rispose con una domanda: “Questo vuol dire che per essere credibili in
questo Paese bisogna essere ammazzati?”. Il gelo in studio. La giornalista
disse: “Non volevo dire quello”. Falcone ribatte’: “Se fino ad ora sono vivo mi
è andata bene?”. I conduttori, compreso Augias, cercarono di correggere il tiro,
ma Falcone granitico disse: “Questo è il paese felice in cui se ti si pone una
bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non
l’hai fatta esplodere”.
“No per carità, non lo deve dire. Questo é molto amaro” – hanno detto i presenti
in studio a Falcone. “È forse la cosa più amara che ha detto” – aggiunse Augias.
La giornalista fece la domanda in buonafede aspettandosi un conforto da Falcone,
ma Falcone non la gradì: non la gradì perché lui non stava vivendo come tutti
gli altri italiani. Lui sentiva sulla sua pelle la tensione, sentiva la morte
incombere (come hanno preso altri, prenderanno anche me) sentiva che non aveva
solidarietà, sentiva di non essere capito, sentiva di essere isolato e, per
questo, provava un naturale senso di irritazione nonostante la sua compostezza
istituzionale non lo desse a vedere. E così rispose.
Poi quando venne ucciso si calò improvvisamente il sipario su quello che la
gente viveva quotidianamente con il suo senso comune, venendo catapultata in un
altro scenario. Falcone era un pm antimafia, Falcone indagava sulla mafia,
Falcone era attaccato dalla politica e dalla istituzioni, Falcone era stato
ucciso in un attentato di mafia e forse con altri mandanti. L’Italia sembrava
per un momento recuperare lucidità nell’accorgersi cosa stava succedendo e cosa
facesse veramente Falcone.
Alla sua morte tutti furono pronti a santificarne ed elogiarne le gesta, mentre
prima lo snobbavano.
Solo recentemente Corrado Augias, in una intervista a Roberto Saviano del 16
marzo 2026 a “Torre di Babele”, ha dichiarato di essersi pentito di aver
risposto a Falcone in quel modo poiché effettivamente era “inesperto” e non
capiva fino in fondo ciò che Falcone stava vivendo.
Augias ha fatto mea culpa sottolineando che spesso fare il mestiere di
giornalista impedisce di riuscire ad approfondire tutto nei dettagli. Questo è
il segnale di una persona colta ed intelligente, quale è Augias, che è in grado
di ammettere e capire. Ma tutti gli altri? Sono riusciti a fare mea culpa o si
sono dimenticati di questa parentesi o, peggio, hanno normalizzato? Chi
applaudiva coloro che criticavano Falcone e non capiva cosa viveva e si
permetteva di elargire giudizi, cosa prova ora?
La forza di Giovanni Falcone non è solo nella sua storia, ma nella lucidità con
cui aveva già visto ciò che oggi continuiamo a misurare: quando il potere
attacca chi indaga, quando si delegittima chi cerca la verità, quando si prova a
isolare la magistratura, allora non è solo un conflitto istituzionale. È un
segnale. È un allarme.
Falcone ci ricorda che la mafia non è soltanto un’organizzazione criminale: è un
metodo, un modo di occupare gli spazi pubblici, di piegare le regole, di
trasformare le istituzioni in strumenti di convenienza. E il primo bersaglio,
quando questo accade, è sempre la giustizia.
Per questo la sua frase non appartiene al passato. È un invito a restare vigili,
a non normalizzare l’attacco a chi difende la legalità, a riconoscere che la
democrazia si protegge ogni giorno, anche quando farlo è scomodo. La memoria non
è un rito: è un impegno. E Falcone continua a indicarci la direzione.
Ha avuto ragionissima Gratteri quando ha affermato sul Referendum costituzionale
del 22 e del 23 marzo: “Voteranno per il ‘no’ le persone perbene, quelle che
credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria.
Voteranno per il ‘si’ gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i
centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”
(Fonte: ANSA).
Tali gruppi di potere beneficerebbero di una riforma che indebolirà l’efficacia
della magistratura, oltre che del sistema accusatorio, a cui tanto si appella il
Fronte del Sì. Le affermazioni di Gratteri hanno trovato il sostegno del
magistrato Nino Di Matteo, il quale ha concordato che “mafiosi e massoni
voteranno sì”, e di Salvatore Borsellino, che ha definito la riforma un “golpe”.
Lorenzo Poli
Legalità è futuro: Nicola Gratteri incontra gli studenti a Sant’Anastasia
Educare alla legalità per costruire il domani.
Era gremita la sala convegni del complesso di Madonna dell’Arco, a
Sant’Anastasia, che sabato ha ospitato l’incontro “Legalità è futuro: educare
alla legalità”.
Un confronto sulle dinamiche di reclutamento dei giovani da parte delle
organizzazioni criminali e sul tema della difesa dei diritti e della sicurezza,
con particolare attenzione alle nuove generazioni.
L’iniziativa, promossa dalla sezione ANPI di Sant’Anastasia “Caduti della
Flobert”, ha visto protagonisti gli studenti dei licei di Somma Vesuviana e
Sant’Anastasia che hanno incontrato il procuratore della Repubblica di Napoli
Nicola Gratteri, da anni impegnato nella lotta alla criminalità organizzata.
La sala era così piena di giovani, docenti e cittadini che, per permettere a
tutti di partecipare, il procuratore Gratteri ha invitato gli studenti a sedersi
anche a terra davanti al palco, trasformando l’incontro in un momento di dialogo
diretto e informale.
Ad aprire l’incontro il saluto della presidente dell’ANPI Maria Elena Capuano,
che ha ringraziato Gratteri per la sua presenza e per il lavoro che svolge nella
difesa della legalità e della Costituzione.
«La gente crede nella magistratura e nella giustizia, c’è tanta voglia di
legalità», ha sottolineato, ricordando come la criminalità organizzata
rappresenti una minaccia spesso silenziosa e capace di adattarsi ai cambiamenti
della società, utilizzando modelli e linguaggi che attraggono soprattutto i più
giovani.
Un fenomeno che richiede un impegno costante delle istituzioni e della società
civile. «Dobbiamo sostenere uomini e donne che ogni giorno mettono a rischio la
propria vita nella lotta alla criminalità e nella difesa della Costituzione. La
legalità va distillata goccia a goccia nei cuori e nelle menti dei ragazzi».
Il valore della libertà e dell’impegno civile è stato richiamato anche da Ciro
Liguori, presidente dell’associazione “Caduti della Flobert”, la fabbrica di
proiettili e lanciarazzi che esplose l’11 aprile 1975 causando 13 vittime e
lasciando una ferita profonda nella comunità di Sant’Anastasia.
«La libertà è come l’aria», ha ricordato citando Piero Calamandrei, «ci si
accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Un invito rivolto ai ragazzi
a difendere la libertà attraverso l’impegno quotidiano per la legalità.
A coordinare l’incontro il giornalista Rai Claudio Pappaianni, che ha esortato
gli studenti a essere protagonisti del proprio futuro: «Impossessatevi del
vostro futuro». Perché la mafia si combatte anche attraverso lo studio e la
conoscenza.
Nel suo intervento Nicola Gratteri ha parlato direttamente ai ragazzi,
sottolineando il valore dell’onestà e dell’esempio che nasce innanzitutto in
famiglia. «La legalità si costruisce ogni giorno attraverso piccoli gesti
quotidiani e attraverso ciò che i giovani vedono in casa».
Il magistrato ha insistito sull’importanza della cultura e dell’istruzione: solo
un giovane solido dal punto di vista etico e culturale può resistere alle
lusinghe della criminalità organizzata e non cadere nella trappola del facile
guadagno.
Gratteri ha richiamato anche i rischi di una società dominata dal culto del
denaro e dall’influenza dei modelli diffusi sui social network. «Spesso i
ragazzi sono soli e diventano figli di internet, inseguendo un mondo fatto di
illusioni dove si ammira chi ha soldi e ricchezza come unico modello di
successo».
Per spiegare concretamente le conseguenze di certe scelte, il procuratore ha
raccontato la storia di un ragazzo che, attratto dai soldi facili, aveva
iniziato a fare il corriere della droga finendo poi nella spirale del carcere.
Un carcere che, ha spiegato, non sempre riesce a recuperare chi ha sbagliato e
rischia di spingerlo ancora più a fondo nella vita criminale quando, una volta
fuori, non trova alternative.
«Non è una bella vita quella del garzone di camorra», ha sottolineato.
Il magistrato ha ricordato come Napoli sia una città ricca di energia, cultura e
vitalità ma anche una città dove la violenza criminale è ancora presente. I
ragazzi sono esposti a modelli distorti e per questo è fondamentale il lavoro
congiunto di istituzioni, forze dell’ordine, scuola, terzo settore e Chiesa per
creare contesti educativi e sociali alternativi.
Gratteri ha ricordato anche l’impegno del cardinale Domenico Battaglia, «che
ogni giorno lavora per non lasciare solo nessuno, soprattutto gli ultimi e chi
vive nelle periferie sociali».
Particolarmente significativo è stato il momento dedicato alle domande degli
studenti. Un dialogo diretto e sincero che ha toccato anche il tema del mondo
digitale e delle nuove modalità con cui la criminalità si muove online.
«Si può fermare la mafia?» ha chiesto uno studente.
Gratteri ha spiegato che è possibile colpire e ridurre le organizzazioni
criminali, ma più difficile è sradicare la mentalità mafiosa, che si alimenta
soprattutto nei contesti di povertà e mancanza di istruzione.
Il procuratore ha inoltre evidenziato le difficoltà del sistema giudiziario e
carcerario, sottolineando come molti detenuti siano persone con problemi di
tossicodipendenza o disturbi mentali che avrebbero bisogno di percorsi di
recupero e strutture adeguate.
Alla domanda su cosa dovrebbe fare oggi un ragazzo per costruire il proprio
futuro nel segno della legalità, Gratteri ha risposto con chiarezza: studiare
molto e credere in sé stessi. «Studiate tanto, soprattutto se siete figli di
nessuno».
Una studentessa gli ha chiesto se sceglierebbe ancora di fare il magistrato
nonostante le minacce ricevute nel corso della sua carriera.
«Sì. Fare il magistrato è meraviglioso: significa lavorare per la legge e per la
giustizia». Un impegno che comporta sacrifici e limitazioni nella vita
personale, ma che gli consente di sentirsi «un uomo libero perché lavoro per gli
altri».
Ampio spazio è stato dedicato anche al tema dei social network. Gratteri ha
spiegato che le organizzazioni criminali hanno compreso da tempo il potere della
comunicazione online e utilizzano i social per costruire consenso e visibilità.
Ha ricordato anche il ruolo della narrazione culturale: film come Il Padrino,
pur essendo capolavori artistici, hanno contribuito a diffondere l’idea di una
mafia dotata di un codice d’onore, mentre in realtà la mafia vive in modo
parassitario.
Infine ha evidenziato l’eccellenza delle forze investigative italiane ma anche
la necessità di investire di più nella formazione e nelle competenze
tecnologiche per affrontare le nuove sfide della criminalità.
Rivolgendosi ai ragazzi ha lanciato anche un invito: coltivare le competenze
informatiche e valutare la possibilità di entrare nelle forze dell’ordine, dove
c’è grande bisogno di giovani preparati.
L’incontro si è concluso con un messaggio chiaro agli studenti: la legalità non
è un principio astratto ma una scelta quotidiana che passa dallo studio, dalla
consapevolezza e dalla responsabilità personale.
Dal pubblico è arrivata anche una domanda sul tema della giustizia, ma il
procuratore ha spiegato di essere lì per dialogare con i ragazzi di legalità e
non per parlare di referendum.
Il lungo applauso finale dei ragazzi è stato il segno di una partecipazione
autentica e di un interesse concreto verso i temi della legalità, della
giustizia e della responsabilità civile.
Gina Esposito