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#war La lunga mano della #mafia sui droni di #Sigonella Di Antonio Mazzeo - Sequestrata per mafia un'azienda di #Barcellona PG (Messina) che ha realizzato in subappalto gli hangar per ospitare i droni "Triton" e i pattugliatori marittimi P-8A "Poseidon" di US Navy a Sigonella.https://www.stampalibera.it/2026/04/19/la-lunga-mano-della-mafia-sui-droni-di-sigonella/?fbclid=IwY2xjawRR8K5leHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeRuzngHd79Tb9QgiB1XEX21lePYUQSm6Hycmy6eLPrzoTA0PnKQEoMiZ-6C0_aem_P3ldKHFDld0wyj2dKD0_pA
April 19, 2026
Antonio Mazzeo
La lunga mano della #mafia sui #droni di #Sigonella Sequestrata per mafia un'azienda di #Barcellona PG (Messina) che ha realizzato in subappalto gli hangar per ospitare i droni "Triton" e i pattugliatori marittimi P-8A "Poseidon" di @USNavy https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/04/la-lunga-mano-della-mafia-sui-droni-di.html
April 18, 2026
Antonio Mazzeo
Difendiamo la magistratura dagli attacchi della potere
“Ci accorgeremo che la mafia è entrata nelle istituzioni quando le stesse attaccheranno la magistratura” Giovanni Falcone Lo diceva Falcone negli anni Ottanta. E non lo diceva per folklore, lo diceva perché era così. Lui stesso aveva ricevuto forti critiche politiche e istituzionali, specialmente negli anni immediatamente precedenti la sua morte nel 1992. Critiche aspre e trasversali, provenendo da diversi settori sia di destra che di sinistra, che aumentarono un profondo clima di ostilità nei suoi confronti. Questo attacco trasversale a Giovanni Falcone da parte della classe politica ed istituzionale dell’epoca è stato definito come un vero e proprio “linciaggio” mediatico e professionale, che ha contribuito a isolarlo. Qualche ignorante che parla oggi di “politicizzazione della magistratura” (sempre intendendo ovviamente le “toghe rosse”, senza mai parlare del fatto che il fenomeno del correntismo è da decenni che è, per la maggioranza, pendente a destra, pur essendo un fenomeno minoritario), dovrebbe ricordarsi che lui stesso era un magistrato membro di “Movimento per la giustizia”, una corrente politica interna alla magistratura italiana, storicamente legata ad aree progressiste. Nonostante ciò, “politico” non vuol dire “partitico” e non coincide con “istituzionale”. Famoso fu lo storico confronto tra Giovanni Falcone e Leoluca Orlando nei primi anni ’90. In un confronto al Maurizio Costanzo Show, vide il sindaco di Palermo accusare il magistrato di nascondere la verità sui mandanti politici della mafia nei “cassetti”, chiedendo se ci fossero le prove della collusione con la mafia del politico democristiano Salvo Lima. Accusa che farebbe ridere se non per il fatto che Orlando la fece veramente, senza mai pentirsi amaramente. Nel video si può ben vedere un giurista del pubblico da Maurizio Costanzo, nonché ignorante dell’epoca (perché quelli sono una costante in tutte le epoche, con la caratteristica di nasconderai dietro “lecite opinioni” e di essere sempre presuntuosi, autoreferenziali ed egoici, oltre a vestire spesso gli abiti degli “uomoni di cultura” ), additare Falcone di essere un ostacolo all’indipendenza della magistratura, di essere un magistrato che preferiva ruoli ministeriali (sebbene i suoi non furono mai incarichi politici, ma istituzioni che dovevano essere rivestiti obbligatoriamente da magistrati). Nel video si può ben udire come, alle accuse rivolte a Falcone, la platea del Maurizio Costanzo Show abbia applaudito. Un applauso anacronistico, un paradosso, che risulta quasi assurdo visto con gli occhi di oggi. Questo per dimostrare come fosse indirizzato il senso comune della gente: verso la denigrazione e la legittimazione della magistratura. Quella puntata al Maurizio Costanzo Show fu il primo vero funerale di Giovanni Falcone, con l’aggravante di mantenerlo in vita, costringendolo a vedere lapalissianamente senza filtri un Paese omertoso, ignorante (nel senso che ignora) e soprattutto “idiota” (nel senso greco). La cultura italiana, terribilmente “moderata” sui temi importanti e terribilmente “enfatica” su quelli effimeri, è profondamente “idiota” nel senso greco non-dispregiativo del termine. Gli idiṓtēs (ἰδιώτης) nell’Antica Grecia erano i “privati cittadini” o le “persone comuni” che si occupavano solo dei propri affari privati (ídios) senza partecipare alla vita politica o pubblica della “polis”. I Greci associavano il disinteresse per la cosa pubblica alla mancanza di cultura o alla ristrettezza di vedute. Il termine passerà al latino col significato di “incolto”, “inesperto” o “rozzo”, per poi scivolare verso quello attuale di persona priva di intelligenza o senno. Il senso comune reazionario italiano si può descrivere come compendio di tutti questi termini. A questo dobbiamo aggiungere le osservazioni di Antonio Gramsci, il quale definiva il senso comune come la concezione del mondo frammentaria, incoerente e “folcloristica” delle masse, intrisa di influenze esterne e della classe dominante. Un “concetto equivoco, contraddittorio, multiforme” che permette alla classe dominante di imporre la propria visione del mondo come filosofia del popolo, facendo sì che le masse accettino la propria condizione, interiorizzando la volontà dei “padroni”. Contestualizzando con le vicende legate a Falcone, la “volontà dei padroni” era preservare la Trattativa Stato-Mafia e nasconderla, mentre i media erano un ottimo veicolo per dare un’immagine ridicolizzante e delegittimante delle figure che invece volevano andare nella direzione opposta. Anche lo scontro tra Leoluca Orlando e Falcone era funzionale a questo: indebolire e isolare Falcone, renderlo distante dall’opinione pubblica. Ecco dunque che la presenza di Falcone al Maurizio Costanzo Show aveva una funzione drammaturgica e teatrale: lui era lì per essere dato in pasto agli “utili idioti” del momento inconsapevoli (vorremmo ben sperare) che la loro narrazione fosse la narrativa perfetta che serviva al potere per poter delegittimare e isolare Falcone insieme a Borsellino. Il 12 gennaio 1992, durante una puntata di “Babele” su RaiTre, di Corrado Augias, una giornalista chiese a Falcone: “Lei dice che in Sicilia si muore perché si è soli. Giacché lei, fortunatamente, è ancora tra noi, chi la protegge?”. Falcone rispose con una domanda: “Questo vuol dire che per essere credibili in questo Paese bisogna essere ammazzati?”. Il gelo in studio. La giornalista disse: “Non volevo dire quello”. Falcone ribatte’: “Se fino ad ora sono vivo mi è andata bene?”. I conduttori, compreso Augias, cercarono di correggere il tiro, ma Falcone granitico disse: “Questo è il paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere”. “No per carità, non lo deve dire. Questo é molto amaro” – hanno detto i presenti in studio a Falcone. “È forse la cosa più amara che ha detto” – aggiunse Augias. La giornalista fece la domanda in buonafede aspettandosi un conforto da Falcone, ma Falcone non la gradì: non la gradì perché lui non stava vivendo come tutti gli altri italiani. Lui sentiva sulla sua pelle la tensione, sentiva la morte incombere (come hanno preso altri, prenderanno anche me) sentiva che non aveva solidarietà, sentiva di non essere capito, sentiva di essere isolato e, per questo, provava un naturale senso di irritazione nonostante la sua compostezza istituzionale non lo desse a vedere. E così rispose. Poi quando venne ucciso si calò improvvisamente il sipario su quello che la gente viveva quotidianamente con il suo senso comune, venendo catapultata in un altro scenario. Falcone era un pm antimafia, Falcone indagava sulla mafia, Falcone era attaccato dalla politica e dalla istituzioni, Falcone era stato ucciso in un attentato di mafia e forse con altri mandanti. L’Italia sembrava per un momento recuperare lucidità nell’accorgersi cosa stava succedendo e cosa facesse veramente Falcone. Alla sua morte tutti furono pronti a santificarne ed elogiarne le gesta, mentre prima lo snobbavano. Solo recentemente Corrado Augias, in una intervista a Roberto Saviano del 16 marzo 2026 a “Torre di Babele”, ha dichiarato di essersi pentito di aver risposto a Falcone in quel modo poiché effettivamente era “inesperto” e non capiva fino in fondo ciò che Falcone stava vivendo. Augias ha fatto mea culpa sottolineando che spesso fare il mestiere di giornalista impedisce di riuscire ad approfondire tutto nei dettagli. Questo è il segnale di una persona colta ed intelligente, quale è Augias, che è in grado di ammettere e capire. Ma tutti gli altri? Sono riusciti a fare mea culpa o si sono dimenticati di questa parentesi o, peggio, hanno normalizzato? Chi applaudiva coloro che criticavano Falcone e non capiva cosa viveva e si permetteva di elargire giudizi, cosa prova ora? La forza di Giovanni Falcone non è solo nella sua storia, ma nella lucidità con cui aveva già visto ciò che oggi continuiamo a misurare: quando il potere attacca chi indaga, quando si delegittima chi cerca la verità, quando si prova a isolare la magistratura, allora non è solo un conflitto istituzionale. È un segnale. È un allarme. Falcone ci ricorda che la mafia non è soltanto un’organizzazione criminale: è un metodo, un modo di occupare gli spazi pubblici, di piegare le regole, di trasformare le istituzioni in strumenti di convenienza. E il primo bersaglio, quando questo accade, è sempre la giustizia. Per questo la sua frase non appartiene al passato. È un invito a restare vigili, a non normalizzare l’attacco a chi difende la legalità, a riconoscere che la democrazia si protegge ogni giorno, anche quando farlo è scomodo. La memoria non è un rito: è un impegno. E Falcone continua a indicarci la direzione. Ha avuto ragionissima Gratteri quando ha affermato sul Referendum costituzionale del 22 e del 23 marzo: “Voteranno per il ‘no’ le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il ‘si’ gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” (Fonte: ANSA). Tali gruppi di potere beneficerebbero di una riforma che indebolirà l’efficacia della magistratura, oltre che del sistema accusatorio, a cui tanto si appella il Fronte del Sì. Le affermazioni di Gratteri hanno trovato il sostegno del magistrato Nino Di Matteo, il quale ha concordato che “mafiosi e massoni voteranno sì”, e di Salvatore Borsellino, che ha definito la riforma un “golpe”.   Lorenzo Poli
March 18, 2026
Pressenza
Legalità è futuro: Nicola Gratteri incontra gli studenti a Sant’Anastasia
Educare alla legalità per costruire il domani. Era gremita la sala convegni del complesso di Madonna dell’Arco, a Sant’Anastasia, che sabato ha ospitato l’incontro “Legalità è futuro: educare alla legalità”. Un confronto sulle dinamiche di reclutamento dei giovani da parte delle organizzazioni criminali e sul tema della difesa dei diritti e della sicurezza, con particolare attenzione alle nuove generazioni. L’iniziativa, promossa dalla sezione ANPI di Sant’Anastasia “Caduti della Flobert”, ha visto protagonisti gli studenti dei licei di Somma Vesuviana e Sant’Anastasia che hanno incontrato il procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri, da anni impegnato nella lotta alla criminalità organizzata. La sala era così piena di giovani, docenti e cittadini che, per permettere a tutti di partecipare, il procuratore Gratteri ha invitato gli studenti a sedersi anche a terra davanti al palco, trasformando l’incontro in un momento di dialogo diretto e informale. Ad aprire l’incontro il saluto della presidente dell’ANPI Maria Elena Capuano, che ha ringraziato Gratteri per la sua presenza e per il lavoro che svolge nella difesa della legalità e della Costituzione. «La gente crede nella magistratura e nella giustizia, c’è tanta voglia di legalità», ha sottolineato, ricordando come la criminalità organizzata rappresenti una minaccia spesso silenziosa e capace di adattarsi ai cambiamenti della società, utilizzando modelli e linguaggi che attraggono soprattutto i più giovani. Un fenomeno che richiede un impegno costante delle istituzioni e della società civile. «Dobbiamo sostenere uomini e donne che ogni giorno mettono a rischio la propria vita nella lotta alla criminalità e nella difesa della Costituzione. La legalità va distillata goccia a goccia nei cuori e nelle menti dei ragazzi». Il valore della libertà e dell’impegno civile è stato richiamato anche da Ciro Liguori, presidente dell’associazione “Caduti della Flobert”, la fabbrica di proiettili e lanciarazzi che esplose l’11 aprile 1975 causando 13 vittime e lasciando una ferita profonda nella comunità di Sant’Anastasia. «La libertà è come l’aria», ha ricordato citando Piero Calamandrei, «ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Un invito rivolto ai ragazzi a difendere la libertà attraverso l’impegno quotidiano per la legalità. A coordinare l’incontro il giornalista Rai Claudio Pappaianni, che ha esortato gli studenti a essere protagonisti del proprio futuro: «Impossessatevi del vostro futuro». Perché la mafia si combatte anche attraverso lo studio e la conoscenza. Nel suo intervento Nicola Gratteri ha parlato direttamente ai ragazzi, sottolineando il valore dell’onestà e dell’esempio che nasce innanzitutto in famiglia. «La legalità si costruisce ogni giorno attraverso piccoli gesti quotidiani e attraverso ciò che i giovani vedono in casa». Il magistrato ha insistito sull’importanza della cultura e dell’istruzione: solo un giovane solido dal punto di vista etico e culturale può resistere alle lusinghe della criminalità organizzata e non cadere nella trappola del facile guadagno. Gratteri ha richiamato anche i rischi di una società dominata dal culto del denaro e dall’influenza dei modelli diffusi sui social network. «Spesso i ragazzi sono soli e diventano figli di internet, inseguendo un mondo fatto di illusioni dove si ammira chi ha soldi e ricchezza come unico modello di successo». Per spiegare concretamente le conseguenze di certe scelte, il procuratore ha raccontato la storia di un ragazzo che, attratto dai soldi facili, aveva iniziato a fare il corriere della droga finendo poi nella spirale del carcere. Un carcere che, ha spiegato, non sempre riesce a recuperare chi ha sbagliato e rischia di spingerlo ancora più a fondo nella vita criminale quando, una volta fuori, non trova alternative. «Non è una bella vita quella del garzone di camorra», ha sottolineato. Il magistrato ha ricordato come Napoli sia una città ricca di energia, cultura e vitalità ma anche una città dove la violenza criminale è ancora presente. I ragazzi sono esposti a modelli distorti e per questo è fondamentale il lavoro congiunto di istituzioni, forze dell’ordine, scuola, terzo settore e Chiesa per creare contesti educativi e sociali alternativi. Gratteri ha ricordato anche l’impegno del cardinale Domenico Battaglia, «che ogni giorno lavora per non lasciare solo nessuno, soprattutto gli ultimi e chi vive nelle periferie sociali». Particolarmente significativo è stato il momento dedicato alle domande degli studenti. Un dialogo diretto e sincero che ha toccato anche il tema del mondo digitale e delle nuove modalità con cui la criminalità si muove online. «Si può fermare la mafia?» ha chiesto uno studente. Gratteri ha spiegato che è possibile colpire e ridurre le organizzazioni criminali, ma più difficile è sradicare la mentalità mafiosa, che si alimenta soprattutto nei contesti di povertà e mancanza di istruzione. Il procuratore ha inoltre evidenziato le difficoltà del sistema giudiziario e carcerario, sottolineando come molti detenuti siano persone con problemi di tossicodipendenza o disturbi mentali che avrebbero bisogno di percorsi di recupero e strutture adeguate. Alla domanda su cosa dovrebbe fare oggi un ragazzo per costruire il proprio futuro nel segno della legalità, Gratteri ha risposto con chiarezza: studiare molto e credere in sé stessi. «Studiate tanto, soprattutto se siete figli di nessuno». Una studentessa gli ha chiesto se sceglierebbe ancora di fare il magistrato nonostante le minacce ricevute nel corso della sua carriera. «Sì. Fare il magistrato è meraviglioso: significa lavorare per la legge e per la giustizia». Un impegno che comporta sacrifici e limitazioni nella vita personale, ma che gli consente di sentirsi «un uomo libero perché lavoro per gli altri». Ampio spazio è stato dedicato anche al tema dei social network. Gratteri ha spiegato che le organizzazioni criminali hanno compreso da tempo il potere della comunicazione online e utilizzano i social per costruire consenso e visibilità. Ha ricordato anche il ruolo della narrazione culturale: film come Il Padrino, pur essendo capolavori artistici, hanno contribuito a diffondere l’idea di una mafia dotata di un codice d’onore, mentre in realtà la mafia vive in modo parassitario. Infine ha evidenziato l’eccellenza delle forze investigative italiane ma anche la necessità di investire di più nella formazione e nelle competenze tecnologiche per affrontare le nuove sfide della criminalità. Rivolgendosi ai ragazzi ha lanciato anche un invito: coltivare le competenze informatiche e valutare la possibilità di entrare nelle forze dell’ordine, dove c’è grande bisogno di giovani preparati. L’incontro si è concluso con un messaggio chiaro agli studenti: la legalità non è un principio astratto ma una scelta quotidiana che passa dallo studio, dalla consapevolezza e dalla responsabilità personale. Dal pubblico è arrivata anche una domanda sul tema della giustizia, ma il procuratore ha spiegato di essere lì per dialogare con i ragazzi di legalità e non per parlare di referendum. Il lungo applauso finale dei ragazzi è stato il segno di una partecipazione autentica e di un interesse concreto verso i temi della legalità, della giustizia e della responsabilità civile. Gina Esposito
March 15, 2026
Pressenza
L’ombra della nuova Dottrina Monroe su Cuba
C’è qualcosa di profondamente inquietante nella strategia che l’amministrazione di Donald Trump sta mettendo in campo contro Cuba. Non si tratta solo dell’ennesimo episodio di pressione politica o economica contro l’isola caraibica. Siamo di fronte a un salto di qualità: la costruzione di un vero e proprio dispositivo politico, diplomatico […] L'articolo L’ombra della nuova Dottrina Monroe su Cuba su Contropiano.
March 12, 2026
Contropiano
L’isola feroce
È stato presentato ieri sera al Laboratorio Andrea Ballarò di Palermo un prezioso libricino autoprodotto con Amazon. L’autore, Giovanni Guadagna, ambientalista e giornalista, appassionato di ecologia urbana e ornitologia, vi racconta, a partire da sé, dalla storia del suo impegno politico e dei suoi sentimenti civili, di un curioso ritrovamento. Nel marzo del 1993, a poco meno di un anno dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio, durante una passeggiata in cerca di animali selvatici da fotografare, lepri cinghiali serpi e stormi di passa, in una contrada fra San Giuseppe Jato (il paese di Giovanni Brusca), Piana degli Albanesi e Partinico, in un’area proibita ai giochi dei bambini e nota col pauroso soprannome delle “ossa dei giganti”, l’Autore scopre un  teschio e lo porta subito ai carabinieri che non sembrano, però, appassionarsi troppo al ritrovamento, tanto da non prenderlo in consegna, cosa che suscita indignazione e rabbia nel Nostro. Da una ricerca catastale risulterà poi che nell’ottobre dello stesso anno quel terreno, diviso in due proprietà diverse ma appartenenti ad un’unica famiglia, sarebbe stato acquisito mediante esproprio dal comune di Alcamo, una mossa curiosa e “rapida”, più che una coincidenza fortuita o almeno così sembra… Da questo episodio, il titolo del libro: Come scoprire un cimitero di mafia a San Giuseppe Jato e portarselo a casa. Ma perché scriverne e parlarne a distanza di tanto tempo? Ce lo spiegano Nadia Furnari, fondatrice dell’Associazione Antimafie (al plurale!) Rita Atria, Ciro Troiano, criminologo napoletano emigrato a Milano, prefatore dell’opera, e Roberto Disma, giornalista d’inchiesta che con la Furnari ha spesso collaborato. Questo libro, dalla scrittura scorrevole e discorsiva, che ad ogni pagina ti attrae a proseguire, è mosso, secondo Troiano, dall’ “etica della cura”: cura del territorio e della sua bellezza, deturpata dall’invasione di immondizie e cemento, cura delle relazioni e dei ricordi – come quelli che riportano alla veglia della bara di Borsellino, sotto le luci abbacinanti e surreali delle volte in chiesa, quando il giudice sembrava più tradito e più solo che mai – e cura dello stesso linguaggio, mai caricato dal maltrattamento ideologico o dalla sovraesposizione lessicale adesso di moda. Con una grande attenzione alla scelta delle parole, per cui Natura ha sempre l’iniziale maiuscola in segno di rispetto. È un racconto che si dipana lungo la storia della mafia, da quando essa si distacca dalla soggezione al feudo e si fa moderna, alleandosi alla nascente borghesia isolana, fino alla sua espansione nei vari Nord del Sud, a suon di speculazioni appalti droghe armi e via lucrando. Ma questo racconto non guarda agli eventi con l’occhio degli addetti ai lavori, bensì muove dal vissuto, dal sentimento amaro della violazione del territorio, dall’inconcepibilità della violenza reiteratamente perpetrata. Come si fa a villeggiare e dormire tranquilli nei pressi della “camera della morte” di Sant’Erasmo dove i corleonesi scioglievano i loro nemici nell’acido? – si chiede Furnari – Bisognerebbe organizzare un viaggio di memoria e d’impegno – prosegue – che dai boschi di San Giuseppe Jato, da Rocca Busambra, dove fu ucciso Placido Rizzotto, e da Portella delle Ginestre (molti documenti della sua strage non sono mai stati desecretati!) giunga fino alla sughereta di Niscemi. Qui il Comune ha trovato i fondi per mettere in sicurezza le antenne MUOS della base USA-Nato ma non per proteggere l’abitato civile dalla frana annunciata. Qui la scorsa estate un incendio, presumibilmente doloso e certamente impunito, ha devastato ettari di querceto e commuove visitare quello che poteva e doveva essere un santuario naturale per diventare testimoni della tenacia dolcissima con cui i tronchi arsi buttano ancora gettoni e dal cuore bruciato gemmano verzure. Ecco perché parlarne ancora: perché la mafia non è il passato, non è subcultura, ma è – avverte Troiano – nel più stretto senso antropologico “cultura”, Weltanschauung, visione del mondo, e si espande: la linea della palma sale sempre più verso il Nord, diceva Sciascia; ci lascia basiti l’inchino delle processioni più o meno laiche davanti alle case dei boss persino in Lombardia, mentre ovunque l’acre fumo degli affari ruba l’anima alla Terra, coprendola di scorie tossiche. Ma c’è ancora una ragione, e ben più grave, per cui parlarne: “la mafia da sola non va da nessuna parte” scrive Guadagna; non sarebbe mai sopravvissuta senza collusioni e complicità con i poteri forti dell’economia “legale” e di pezzi dello Stato. A proposito della recente morte di Nitto Santapaola – ricorda Furnari – Claudio Fava ha scritto che il capo defunto “è stato il sacerdote della Catania che contava”, notai avvocati imprenditori e professionisti vari. Il padre, Beppe Fava, fondatore della rivista I Siciliani, aveva denunciato al prezzo della vita i Costanzo e quelli che chiamava “i quattro cavalieri dell’Apocalisse”, la mafia dei colletti bianchi che aveva in mano l’economia, la politica e tutti i giri di giostra del potere nella capitale etnea. Va smontata, dunque, la narrazione palermocentrica di una mafia attiva solo nella Sicilia occidentale; va smontata e non per quel campanilismo che alla lunga è filomafioso, ma per dovere di consapevolezza storica e politica. A Barcellona Pozzo di Gotto, ad esempio, un bene confiscato alla mafia è stato di recente affidato agli stessi mafiosi; infiltrazioni sono notevoli nel sud dell’isola, quello delle raffinerie di Gela, Augusta e Priolo e del caporalato che recluta migranti nei campi e nelle serre di Vittoria. Ma soprattutto la mafia è sopravvissuta e sopravvive per la complicità di parte delle istituzioni, per la contiguità di certi settori dell’antimafia. Spesso siamo tornati a parlare di un’antimafia mafiosa, dice Furnari, ma per trent’anni ci hanno zittiti con l’argomento che avremmo favorito le destre e gli ambienti ostili alla magistratura. E Antonio Rampolla rincara: Palermo è una città feroce; paradossalmente le stragi e le mobilitazioni di piazza che ne sono scaturite hanno finito col ridare una verginità allo Stato. Eppure molti rappresentanti delle forze dell’ordine sono stati inquisiti: Contrada, De Gennaro, La Barbera, Mori, salvo poi finire assolti. Della giudice corrotta Luciana Saguto, condannata, si è detto che era una “mela marcia”, quando più verosimilmente era espressione di un vasto sistema di alleanze. Il mio libro – conclude Guadagna – vuol essere una risposta sia all’indifferenza sia all’insofferenza per l’asfissia degli ambienti ipocriti e mafiosi, così di centro-città come di periferia. Ma temo che di tante, troppe vicende non sapremo mai la verità: troppo è stato insabbiato, pensate alla sparizione dei diari di Borsellino… Su quel dolore sono stati costruiti altri mali… Non si rassegna, invece, Roberto Disma: la verità non si è dispersa – ribatte – ma la detiene chi non vuole farla trapelare; perciò è necessario il giornalismo d’inchiesta, è necessario mettersi al lavoro senza incoronarsi però con l’alloro dell’antimafioso.   Daniela Musumeci
March 5, 2026
Pressenza
Due secoli di migrazioni italiane: un immenso …
…. un immenso fatto politico totale. di Salvatore Pallida (*) La recente pubblicazione curata da Lorenzo Prencipe e Matteo Sanfilippo Breve storia statistica dell’emigrazione italiana [1] è un prezioso ricchissimo strumento non solo per chiunque si appassioni a tale argomento; dovrebbe essere studiato anche nelle scuole e da tutti gli italiani perché è una parte fondamentale della storia d’Italia. Oltre
Kosovo. UCK sotto accusa per crimini di guerra
Per quasi tre anni, all’Aja, si è celebrato un processo che costringe l’Occidente a guardarsi allo specchio. Sul banco degli imputati non un ‘rassicurante’ oscuro signore della guerra africano o islamico, ma Hashim Thaçi, ex presidente del Kosovo, e tre ex vertici dell’Uck, “l’Esercito di liberazione del Kosovo”. Gli stessi […] L'articolo Kosovo. UCK sotto accusa per crimini di guerra su Contropiano.
February 23, 2026
Contropiano
#Niscemi, la #mafia e il #MUOS By Antonio Mazzeo #nomuos #nomafia L'Annesso al Memorandum d'intesa Italia-Stati Uniti del 2 febbraio 2005, relativo alle installazioni concesse in uso alle forze armate USA, al capitolo XI riporta che nel caso di acquisti di beni o servizi in Italia, i Comandi militari statunitensi esaminino la possibilità di adottare «procedure simili a quelle adottate dalle forze armate italiane, comprese quelle previste dalla normativa antimafia». https://www.academia.edu/40825864/Niscemi_la_mafia_e_il_MUOS
February 5, 2026
Antonio Mazzeo
Puntata del 03/02/2026@0
Il primo argomento della puntata è stato quello dello sciopero internazionale dei porti, indetto e coordinato dal CALP e dal sindacato di base USB, e che sempre nelle acque del Mediterraneo avrà luogo in Grecia, nei Paesi Baschi, in Marocco e in Turchia. Anche qui in Italia ci saranno manifestazioni che vedranno protagonisti i portuali di ben 11 città, coinvolti attivamente contro la logistica di guerra. Abbiamo intervistato Riccardo dei CALP per farci spiegare le rivendicazioni e la portata di questa iniziativa, per poi addentrarci sulle condizioni generali vissute da chi lavora nei porti e che da qualche anno a questa parte si ritrova volente o nolente in prima linea contro la logica di guerra permanente e riarmo. Di seguito il comunicato dello sciopero: 6 Febbraio 2026: “I Portuali non lavorano per la guerra”. Giornata internazionale di azione congiunta dei porti I sindacati Enedep di Grecia, Lab dei Paesi Baschi, Liman-Is di Turchia, ODT del Marocco e USB in Italia hanno chiamato la Giornata internazionale di azione e lotta il 6 febbraio 2026. In quella giornata, i lavoratori portuali di circa 21 tra i più importanti porti europei e del Mediterraneo, da Tangeri a Mersin, passando Bilbao, da gran parte dei porti italiani e dal Pireo ed Elefsina, manifesteranno e sciopereranno insieme, una forma concreta di protesta al quale non si assisteva da decenni, convocata sulle seguenti motivazioni: per garantire che i porti europei e mediterranei siano luoghi di pace e liberi da qualsiasi coinvolgimento nella guerra; per opporsi agli effetti dell’economia di guerra sui nostri salari, pensioni, diritti e condizioni di salute e sicurezza per bloccare tutte le spedizioni di armi dai nostri porti verso il genocidio in Palestina e verso qualsiasi altra zona di guerra, e per chiedere un embargo commerciale su Israele da parte dei governi e delle istituzioni locali; per opporsi al piano di riarmo dell’UE e per fermare l’imminente piano dell’UE e dei governi europei di militarizzare i porti e le infrastrutture strategiche; per respingere il riarmo come alibi per introdurre ulteriore privatizzazioni e automazione dei porti. Ecco l’elenco delle iniziative in Italia indette per quel giorno: Genova – ore 18.30 – Varco San Benigno Livorno – ore 17.30 – piazza 4 Mori Trieste – ore 17.30 – Cia K. Ludwig Von Bruck presso autorità portuale Trieste Ravenna – ore 15.00 Via Antico Squero 31 (Autorità Portuale) Ancona – ore 18.00 Piazza del Crocifisso Civitavecchia – ore 18.00 – Piazza Pietro Gugliemotti Salerno – ore 17.00 – varco principale al porto Bari – ore 16:00 – Terminal Porto Crotone – ore 17.30 – Piazza marinai d’Italia presso l’entrata del porto. Palermo – ore 16.30 – Varco Santa Lucia Cagliari – ore 17:00 – via Roma lato porto Queste sono le principali iniziative convocate nei principali porti europei dalle organizzazioni sindacali che hanno chiamato il 6 febbraio: Pireo (Grecia) – Appuntamento alle 10.30 l.t. davanti all’ingresso principale del porto Elefsina (Grecia) – Appuntamento alle ore 10.30 l.t davanti all’ingersso principale del porto. Bilbao (Paesi Baschi) – Ore 10.00 preso il porto Pasaia/ San Sebastian (Paesi Baschi) – ore 10.00 presso il porto Mersin (Turchia) – ore 10.30 l.t. terminal porto Tangeri (Marocco) – ore 10.00 presso l’ingresso del porto (al momento da confermare visto il grave allarme meteo che potrebbe chiudere il porto). Hanno espresso solidarietà e sostegno alla giornata del 6 febbraio l’IDC (International Dockworkers Council), la WFTU (Federazione Sindacale Mondiale) e la TUI Tppfc – Federazione dei trasporti Europei sempre della FSM. Sono arrivate adesioni in supporto e solidarietà da altri porti europei tramite gruppi indipendenti di lavoratori portuali e movimenti sociali e politici: Amburgo – Manifestazione con più appuntamenti che parte alle ore 13.00 presso il terminal Hapag-Lloyd per finire alle ore 17.00 davanti al consolato americano. Brema – Manifestazione dalle ore 12.30 alle ore 14.15 presso l’Eurogate del porto di Brema. Marsiglia – Manifestazione dalle 12.00 alle 14.00 davanti all’ingresso del porto commerciale di Fos-De-Mer alla presenza di sindacalisti e portuali per la Palestina e indipendenti. Per quanto riguarda oltre l’Europa, la giornata del 6 febbraio sta incontrando molte adesioni e manifestazioni di solidarietà soprattutto da USA e Sud America che sono in via di aggiornamento nelle prossime ore Al momento, negli USA abbiamo ricevuto il sostegno da parte del movimento del “Stop Us-Led War” attivo anche in Venezuela e Colombia e abbiamo anche ricevuto la solidarietà del sindacato di Minneapolis SEIU Local 26, tra i protagonisti degli scioperi generali al grido ICE OUT. In Colombia segnaliamo l’iniziativa convocata in solidarietà con la giornata del 6 febbraio dal movimento “Green go home” davanti all’ambasciata USA di Bogotà alle 4 del pomeriggio. Manifestazione di solidarietà e vicinanza anche dal sindacato dei lavoratori petroliferi del Brasile. Dalle ore 17.30 del 6 febbraio presso tutti i canali social di USB sarà disponibile la diretta della giornata con interventi e contributi dalle piazze nazionali e internazionali. Si profila una giornata di lotta e di solidarietà internazionale, la dimostrazione che si può concretamente fare qualcosa contro la guerra, le aggressioni, le rapine di risorse e contro gli effetti dell’economia di guerra mettendo insieme più sindacati di più paesi. Un primo punto di partenza ma che marca un livello di mobilitazione che può mettere in difficoltà i disegni di sfruttamento dei portuali e di tutti i lavoratori da parte di chi oggi pensa di guidare il mondo. La solidarietà internazionale è una parte essenziale del nostro futuro!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della serata ha riguardato un appuntamento che si terrà venerdì 6 febbraio presso il Laboratorio Malaerba a Torino, ovvero un evento a metà tra reading teatrale e di riflessione sul tema delle mafie. Abbiamo ospitato al telefono Antonio Vesco, antropologo e sociologo che si occupa appunto di studio dei fenomeni mafiosi per farci raccontare qualcosa di più su questo evento, oltre che per parlarci del suo ultimo libro “Criminalità immaginate” edito da Tangerin edizioni, da cui sono estratti molti brani di questa sorta di conferenza teatrale. Ci siamo fatti spiegare il perchè il mondo considerato mafioso e quello del precariato lavorativo finiscono per incrociarsi all’interno del testo di Antonio Vesco e da quali casi di studio è partito per analizzare il fenomeno. Vi invitiamo perciò a partecipare a questo evento che ricordiamo si terrà il 6 febbraio alle ore 19:30 presso il Laboratorio Malaerba in Via Verres 4 a Torino. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo argomento della serata è stato quello di un provvedimento disciplinare, subito da una lavoratrice che lavorava come dipendente da più di trent’anni presso il supermercato Pam di via Sabotino a Grosseto a fronte di un provvedimento disciplinare erogato dall’azienda che le è costato il licenziamento diretto. Il tutto è partito da un banalissimo episodio: La dipendente dopo il turno di lavoro aveva fatto compere presso lo stesso esercizio per il quale lavorava, ma dopo aver fatto cadere per incidente un flacone di detersivo, con il permesso del responsabile del punto vendita, ne ha preso un altro dagli scaffali. L’azienda la accusa pertanto di furto. Ne abbiamo parlato con Paolo Martellucci, avvocato della lavoratrice, che assieme al siundacato FILCAMS CGIL ha preso in carico la vertenza. Buon ascolto
February 5, 2026
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