Solidarietà al Senatore Scarpinato, colpevole di denunciare la “borghesia mafiosa” in Italia
In questi giorni sta esplodendo la polemica che sta colpendo il Senatore Roberto
Scarpinato, membro della Commissione Antimafia in quota M5S ed ex-magistrato
eroe dell’antimafia. Tutto è nato quando settimana scorsa il gip di
Caltanissetta, Santi Bologna, ha accusato l’ex-magistrato antimafia Roberto
Scarpinato di “attività depistanti” in antimafia per la strage di Via D’Amelio,
affermando che la nota archiviazione dell’inchiesta Mafia-Appalti a Palermo –
voluta da Scarpinato – è stata concausa delle stragi di Capaci e via
D’Amelio. Il gip ha espresso anche dure valutazioni sull’ex-magistrato, che
risuonano un attacco politico più che una valutazione di merito o demerito.
L’ANM di Caltanissetta è intervenuta per esprimere solidarietà al gip nisseno
Santi Bologna auspicando “che il dibattito su vicende di interesse collettivo si
svolga senza alimentare sfiducia nei confronti dei magistrati”. Peccato che il
risultato sia stato proprio l’opposto: consegnare un eroe dell’antimafia nelle
grinfie di quella classe politica che non vedeva l’ora di trovare un appiglio
per poter gettare fango su Scarpinato. Un ottimo espediente che ha legittimato
l’attacco frontale della destra unita contro Roberto Scarpinato, una vita da
magistrato contro Cosa nostra, ora senatore M5s e membro attivo della
Commissione antimafia.
Tra Fdi e M5S sono volati gli stracci dopo la richiesta dei meloniani ai 5S di
sostituire in Antimafia l’odiato Scarpinato, colui che in Commissione da anni
sollecita indagini a 360 gradi sui mandanti esterni delle stragi, compresa la
pista del terrorismo attuato dall’estrema destra eversiva di stampo neofascista.
I membri della maggioranza di governo stanno chiedendo le dimissioni di
Scarpinato per una ragione sostanzialmente pretestuosa, e cioè delle
intercettazioni risalenti a trent’anni fa prive di rilievo e conseguenze
giudiziarie.
Un’accusa che già in passato era stata mossa contro Scarpinato e che i suoi
detrattori avevano pagato in aule di tribunale. Roberto Scarpinato in passato
era già stato diffamato per aver chiesto e ottenuto l’archiviazione
dell’inchiesta “Mafia e appalti” di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il 1
febbraio 2023 i giornalisti Piero Sansonetti e Damiano Aliprandi sono stati
condannati dal Tribunale di Avezzano – specificamente dalla giudice Camilla
Cognetti – al pagamento di un’ammenda per diffamazione a mezzo stampa contro
Roberto Scarpinato (all’epoca dei fatti procuratore generale di Palermo) e nei
confronti dell’ex procuratore della Repubblica di Messina Guido Lo Forte. Lo
Forte e Scarpinato avevano querelato Sansonetti e Aliprandi per una serie di
alcuni articoli pubblicati sul quotidiano Il Dubbio (che era stampato in
provincia di L’Aquila), all’epoca diretto da Sansonetti, in cui i due magistrati
venivano praticamente accusati di aver “affossato” l’inchiesta Mafia-Appalti.
Si trattava di un’indagine dei carabinieri del Ros aperta nel 1991 sui legami
economici tra Cosa Nostra, l’imprenditoria e la politica: una sorta di costola
siciliana di Tangentopoli che incrocia il periodo delle stragi di Capaci e di
via d’Amelio.
A Scarpinato e Lo Forte, che all’epoca erano sostituti procuratori a Palermo,
viene da sempre contestata in modo strumentale la firma apposta sotto la
richiesta di archiviazione di una parte di Mafia-Appalti, il 13 luglio 1992, sei
giorni prima dell’omicidio di Paolo Borsellino. Ma quella era soltanto una
costola dell’inchiesta, che venne riaperta poco dopo. A ricordarlo era stato lo
stesso Scarpinato deponendo a Caltanissetta come testimone al processo sul
depistaggio delle prime indagini su via d’Amelio:
“L’archiviazione del luglio 1992? Non è l’archiviazione di mafia-appalti.
Mafia-appalti continua anche dopo quella archiviazione, tant’è che il 5
settembre 1992 viene depositata la nuova informativa sulla Sirap e nel maggio
1993 vengono arrestati 25 personaggi, tra cui lo staff direttivo della Sirap,
l’onorevole Lombardo e fu chiesta autorizzazione a procedere nei confronti dei
Ministri – sono le parole del magistrato in aula – Quindi quella archiviazione
non riguardava mafia-appalti, come spesso nella stampa si legge impropriamente,
ma riguardava soltanto la posizione di alcuni soggetti per cui non erano stati
aggiunti sufficienti elementi anche a causa di una grave anomalia
istituzionale”.
Nel corso della sua deposizione Scarpinato aveva ricordato la relazione della
Procura di Palermo che, del giugno 1998, “ricostruiva l’intera vicenda
dell’inchiesta mafia-appalti”.
Dunque è falso sostenere che l’inchiesta Mafia-Appalti sia stata semplicemente
“archiviata”, poichè nel luglio 1992 furono archiviate solo alcune posizioni,
mentre l’indagine proseguì e alcuni degli interessati vennero successivamente
arrestati. E’ anche falso sostenere che questa “archiviazione parziale” avvenne
all’insaputa di Borsellino, poichè vi sono elementi – ampiamenti documentati –
che dimostrano che Paolo Borsellino fosse stato informato della richiesta di
archiviazione parziale. Più volte Scarpinato ha ricordato l’audizione del
magistrato Patronaggio che, davanti alla stessa Commissione Antimafia, riferì
della riunione del 14 luglio 1992 alla quale partecipò Borsellino e nella quale
si parlò proprio di quella vicenda, richiamando ad atti giudiziari e
dichiarazioni rese negli anni successivi.
E allora una domanda sorge spontanea: 𝐬𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐨𝐜𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢
𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐨𝐧𝐨, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐧𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐭𝐞𝐥𝐞𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞
𝐚 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐢̀
𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚? Roberto Scarpinato oggi muove accuse pesantissime alla
presidente Chiara Colosimo e lo fa richiamando audizioni, dichiarazioni e atti
giudiziari precisi. Scarpinato arriva a parlare addirittura di un “depistaggio
in diretta televisiva”: un’accusa gravissima, che naturalmente dovrà essere
verificata e alla quale Colosimo ha tutto il diritto di replicare. Ma proprio
perché parliamo della Commissione parlamentare Antimafia, 𝐧𝐨𝐧
𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐟𝐚𝐫 𝐟𝐢𝐧𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐚 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨
𝐧𝐮𝐥𝐥𝐚. Qui non stiamo discutendo di una normale polemica politica. Stiamo
parlando delle stragi del 1992, di Paolo Borsellino, di Giovanni Falcone e della
ricerca della verità su una delle pagine più drammatiche della Repubblica. E
mentre da Fratelli d’Italia proviene la richiesta di cacciare Scarpinato dalla
Commissione, forse sarebbe il caso, prima di distribuire sentenze politiche, di
rispondere nel merito alle questioni che sta sollevando.
A trattare in modo strumentale il caso sulle “intercettazione shock”, era stato
anche Massimo Giletti che, nella puntata del 29 settembre 2025 de Lo stato delle
cose dedicata al caso, dimostrava di non conoscere la vicenda e soprattutto di
far di tutto per mettere in cattiva luce Scarpinato, il quale si sforza di
spiegare a Giletti la vicenda trovandosi un muro di pietra.
Non è la prima volta che Scarpinato viene preso di mira dall’establishment. A
causa dell’attività svolta in tanti procedimenti concernenti la criminalità del
potere e i rapporti di collusioni con la mafia di colletti bianchi del mondo
della politica, delle istituzioni e della economia, è stato spesso al centro di
interrogazioni parlamentari, articoli polemici e di attacchi.
Nel 1999 l’onorevole Mancuso addebitò a Scarpinato con una interrogazione
parlamentare di avere venduto nel 1996 un immobile di cui era comproprietario
alla moglie di un soggetto che nel 1992 era stato indagato e archiviato dallo
stesso Scarpinato. Il Ministro della Giustizia dopo avere effettuato
accertamenti escluse in radice qualsiasi sospetto di irregolarità.
Nel luglio 2012 su richiesta di un componente laico del CSM veniva aperta una
pratica per il suo trasferimento di ufficio perché in occasione di un intervento
– svolto su invito dei familiari di Paolo Borsellino il 19 luglio 2012 nella
ricorrenza del ventennale della strage di Via D’Amelio nell’ora e nel luogo
della strage -, aveva manifestato il disagio provato in passato nel constatare
che in occasione delle commemorazioni ufficiali dei magistrati assassinati dalla
mafia erano presenti tra le prime fila anche personaggi che rivestivano cariche
pubbliche, la cui condotta non appariva coerente con i valori di legalità. La
pratica di trasferimento non aveva alcun corso a seguito di una serie di prese
di posizione a suo favore da parte dell’ANM nazionale, di parenti delle vittime
delle stragi, di associazioni culturali e da 528 magistrati in servizio presso
uffici giudiziari di tutto il paese, i quali sottoscrivevano e inviavano al CSM
un documento con il quale ribadivano che il discorso pronunciato da Scarpinato
costituiva esercizio non censurabile del diritto costituzionalmente garantito di
manifestare il proprio pensiero.
Si conosce molto bene la reputazione di Scarpinato, oltre alla carriera da
magistrato che ha segnato la storia della giustizia in Italia. Il fatto che il
capogruppo FdI alla Camera Galeazzo Bignami chieda la rimozione di Scarpinato
dalla Commissione Antimafia e dal Copasir con congetture retoriche è solo per
una ragione reale: Scarpinato si sta battendo per non far naufragare le indagini
e le inchieste sulle stragi di mafia dei primi anni ‘90, che la destra vorrebbe
ridurre a questioni di appalti, mentre invece hanno un profondo significato
politico e costituiscono la parte finale dell’epoca dello stragismo iniziata
10-15 anni prima con chiare finalità eversive dell’ordine costituzionale e di
attacco alla democrazia italiana.
Negli ultimi 50 anni in Italia c’è ancora una parte della storia che deve essere
scritta e che sta lentamente e faticosamente emergendo in vari filoni giudiziari
e che mostra come l’Italia – fin dal Secondo dopoguerra – sia stata il teatro di
trame e strategie occulte per tenere i comunisti lontano dal governo e deviare
la vita politica del Paese dai binari del progresso democratico, sociale ed
economico con il fine di tenere ogni governo italiano saldamente nelle mani
degli interessi dei vertici sociali ed economici italiani, e disciplinatamente
al servizio degli Stati Uniti d’America, che ci occupano militarmente dal 1945.
Ecco dunque spiegata la storia, almeno dalla fine degli anni Ottanta,
dell’esistenza di associazioni eversive come la P2, Gladio e della Rete Stay
Behind.
Fin dal Secondo dopoguerra, con la mancata epurazione dei fascisti dalle neonate
istituzione democratiche repubblicane e con il principio della continuità dello
Stato – come analizzò lo storico Claudio Pavone -, una parte società italiana
collusa col regime fascista sopravvissuta alla fine del fascismo venne
riabilitata sulla scena pubblica si è data molto da fare per mettere in piedi un
insieme di rapporti tra apparati di Stato, servizi segreti deviati, militanza
neofascista, mafia, logge massoniche e CIA, finalizzata a organizzare il
presidio del confine tra i due mondi nella Guerra Fredda e l’eventuale esercito
“non ufficiale” funzionale a realizzare colpi di Stato eversivi dell’ordine
costituzionale, qualora i comunisti fossero arrivati al governo. Ecco dunque il
Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli; il Piano Solo del 1964, un
tentativo di colpo di Stato chiamato in tal modo perché “solo l’Arma dei
Carabinieri” lo avrebbe dovuto attuare, fatto predisporre da Giovanni de Lorenzo
durante il suo incarico di comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, per
volere del presidente della Repubblica Antonio Segni; e il golpe Borghese, un
tentato colpo di Stato neofascista avvenuto in Italia nella notte tra il 7 e l’8
dicembre 1970, organizzato dal principe e comandante della Decima Flottiglia MAS
Junio Valerio Borghese, a capo del movimento Fronte Nazionale.
Per non parlare del sottile filo della strategia della tensione che lega una
matassa piuttosto intricata di eventi, vicende, strategie e trame occulte che va
dalla Strage di Portella della Ginestra alla morte di Pinelli, attraversa le
stragi di Stato portate avanti dal neofascismo eversivo con esplosovi
proveniente da basi NATO vicine (Strage di Piazza Loggia, Strage di Piazza
Fontana, Strage di Bologna, Strage dell’Italicus) per poi arrivare a quello che
Leonardo Sciascia chiamava l’Affare Moro (le cui indagini per il ritrovamento
sono state sistematicamente depistate, al fine di far fallire la prospettiva del
“compromesso storico”), alla P2, al terrorismo nero e alle innumerevoli stragi
di civili e di magistrati da parte della mafia.
È un pezzo di storia con cui l’Italia non ha ancora fatto i conti, e non vuole
fare i conti, poiché oggi al governo e ai vertici economici e istituzionali del
Paese ci sono proprio gli eredi politici di questa strategia antidemocratica che
teneva insieme l’estrema destra, i pezzi di Stato deviato, le organizzazioni
massoniche e gli interessi statunitensi. Eredi che, tra l’altro, nella destra
politica, lo sono proprio sul piano della discendenza dalla collusione tra
Berlusconi e le organizzazioni mafiose: quella che Scarpinato più volte ha
definito “borghesia mafiosa”, quella che ha portato alla fondazione di Forza
Italia e Berlusconi al potere oltre ad essere il garante del grande patto tra
vertici del capitalismo italiano e organizzazioni criminali contro lo Stato.
Quella al governo oggi è davvero la peggiore destra della storia repubblicana,
proliferata grazie ai soldi della mafia e allo sfascio della cultura pubblica
del Paese, ed erede degli stragisti neofascisti che erano gli alleati ed
esecutori materiali delle strategie stragiste con la collusione degli occupanti
americani.
Sostenere Roberto Scarpinato significata sostenere il ruolo della Commissione
antimafia, facendo sì che le indagini non siano ancora vittime di depistaggio,
dirottate lontano da questa immensa montagna di eversione, mafia, connivenza con
pezzi di Stato deviati e servizi segreti stranieri.
Fonti:
https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/10/15/caso-scarpinato-colosimo-propone-legge-su-incompatibilita-dei-commissari-conte-fdi-combatte-la-mafia-o-campioni-dellantimafia/7731884/
https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2019/01/Roberto-Scarpinato-I-mandanti-impuniti-delle-stragi-italiane-bb161272-4742-4706-8cbe-2fd9b8b07748.html
https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2019/01/Roberto-Scarpinato-Listituto-della-prescrizione-in-Italia-cf42cbb3-fe8a-46c5-a477-7223aa4b36f1.html
Lorenzo Poli