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La destra e la Procura di Napoli a caccia di fantasmi
Nei giorni scorsi la Procura di Napoli ha disposto una serie di perquisizioni e sequestro di contenuti digitali contro alcuni iscritti ai Carc. Il reato ipotizzato è “associazione sovversiva e apologia di reato in favore delle Brigate Rosse e delle “nuove Brigate Rosse”. Una ipotesi, quella dei magistrati napoletani, che si […] L'articolo La destra e la Procura di Napoli a caccia di fantasmi su Contropiano.
April 23, 2026
Contropiano
Siamo sicuri che l’autoritarismo crescente sia solo colpa del governo Meloni?
“Sicurezza” è sempre meno mera parola tra i 427mila vocaboli del dizionario Treccani e sempre più la summa di una filosofia incarnata dall’ultradestra di Giorgia Meloni. Dici “sicurezza” e nella testa ti si dischiude un mondo di immagini, luoghi, suoni, lemmi che si riassumono in alcune dicotomie classiche: ordine vs. […] L'articolo Siamo sicuri che l’autoritarismo crescente sia solo colpa del governo Meloni? su Contropiano.
March 30, 2026
Contropiano
Elon Musk, modernista reazionario
Elon Musk è molte cose: imprenditore, provocatore di estrema destra, rappresenta un monito sugli effetti negativi della totale mancanza di senso dell’umorismo. Questa figura volubile è il soggetto principale di Muskism : A Guide for the Perplexed (HarperCollins, 2026) di Quinn Slobodian e Ben Tarnoff. Entrambi sono attrezzati per compiere un’immersione profonda nella vita e nel pensiero dell’imprenditore tecnologico. Slobodian è professore di storia internazionale alla Boston University e autore di numerosi libri di successo sulle origini intellettuali del capitalismo neoliberista. Tarnoff ha scritto molto sulla politica del settore tecnologico e sulle personalità che compongono la Silicon Valley. Quell’esperienza traspare chiaramente nel loro nuovo libro, che si distingue per uno stile sicuro e incisivo, senza mai risultare frettoloso. In parte biografia critica, in parte analisi politico-economica dell’era neoliberista, è un libro ben scritto e acuto che svela con formidabile precisione la terrificante visione del mondo del suo “protagonista”. Nonostante i suoi pregi, la ricostruzione dell’ascesa e dell’influenza del protagonista di Musk offerta da Muskism è incentrata esclusivamente sull’ideologia, in modo da nascondere le più ampie forze politiche ed economiche che agiscono dietro le quinte. Il che rende il libro illuminante, ma in definitiva limitato nella sua capacità di comprendere le patologie del presente. Trarrebbe beneficio da un’analisi che collochi Musk nel più ampio contesto di istituzioni e pratiche che gli hanno permesso di prosperare e che discuta del suo rapporto con la destra in senso lato. Detto questo, ho trovato Muskism più suggestivo che rivelatore, e ho la sensazione che la critica definitiva da sinistra su questo tema debba ancora essere scritta. LEGGI ANCHE… ECONOMIA CAPITALISMO FUORI CONTROLLO Marco Bertorello HITLER MECCANICO E IL CONSERVATORISMO CYBORG La figura di Musk si presta al tipo di analisi prediletta da Slobodian e Tarnoff, che si colloca in uno spazio liminale tra biografia e polemica. Ha un bisogno patologico di attenzione e una capacità illimitata di auto-narrazione. Questi tratti erano apparentemente presenti fin dall’inizio della sua carriera. Descrivendo l’ascesa del miliardario durante la bolla delle dot-com degli anni Novanta, Slobodian e Tarnoff sostengono che ciò che «ha distinto Musk non è stata l’abilità ingegneristica o l’acume negli affari, ma la sua incrollabile fede nel futuro e il suo talento nel far credere anche agli altri in esso». Musk è, in fondo, un «narratore di favole»: «mescola fantasia e realismo» per raccontare storie sulle «straordinarie trasformazioni» che verrano prodotte dalle sue aziende e dalla loro tecnologia, stando attendo a tacere sul supporto tra investitori privati e governi che rende possibile questo successo. Slobodian e Tarnoff osservano che lo stile comunicativo di Musk è sempre stato «prolettico» e promissorio. Le sue speculazioni utopiche e la sua fede nel potere dei miracoli tecnologici sono il complemento necessario alle sue cupe e apocalittiche profezie sul virus della mentalità woke, la sostituzione etnica, il socialismo strisciante e qualsiasi altra cosa il magnate si trovi a twittare alle cinque del mattino. Queste cupe fantasticherie sono, secondo Slobodian e Tarnoff, l’ostacolo alla realizzazione di un «sublime tecnologico che sembra sempre a un solo decennio di distanza». Questo conferisce a Musk un senso di importanza quasi religioso. La facciata che si è creato, tuttavia, è fragile e piena di insicurezze, tanto da essersi sentito persino costretto a mentire sulla sua bravura nei videogiochi. Slobodian e Tarnoff deducono, a mio avviso correttamente, che questo fabulismo sia parte integrante della politica di destra di Musk. Si possono fare interessanti paragoni con il suo amico occasionale Donald Trump. Lo stesso Trump ha iniziato con una politica relativamente ambigua, ma tutt’altro che convenzionalmente conservatrice. In un passaggio insolitamente autocosciente de L’arte di fare affari (in Italia uscito per Sperling & Kupfer nel 1989), il futuro presidente descriveva il modo in cui giocava con le fantasie delle persone attraverso l’«iperbole veritiera». Affermava che, mentre la gente comune potrebbe non pensare «in grande», ammirava coloro che «credono che una determinata cosa sia la più grande, la più grandiosa e la più spettacolare». Sia per Musk che per Trump, il fabulista può diventare un grande uomo giocando sulle fantasie delle masse altrimenti docili: una visione del mondo che spiega la propensione di entrambi per la gerarchia e l’autoesaltazione. È la teoria del grande uomo di Thomas Carlyle applicata all’era neoliberista. Allo stesso modo, Musk potrebbe aver iniziato la sua carriera assecondando il desiderio dei liberali californiani della classe medio-alta di salvare il mondo acquistando auto da 100.000 dollari, ma questo aveva meno a che fare con un profondo amore per l’umanità che con il bisogno di essere amato dall’umanità. Slobodian e Tarnoff spiegano la deriva di Musk verso la destra complottista in diversi modi. Alcune delle «ragioni materiali sono facili da intuire», scrivono: > Come altri miliardari che proiettavano un’immagine pubblica di stampo > progressista, soprattutto quelli della Silicon Valley, Musk si sentiva > alienato dalla crescente influenza della sinistra statunitense. Disprezzava la > proposta del presidente Biden di una tassa patrimoniale sui super-ricchi, così > come il sostegno dell’amministrazione ai sindacati e la spinta regolamentare e > antitrust della presidente della Ftc, Lina Khan. Ma le ragioni più profonde dell’attrazione di Musk per la destra risiedono nell’ambito ideologico piuttosto che nell’economia politica. Musk invoca regolarmente il concetto di «empatia suicida» dell’influente esponente di destra Gad Saad per descrivere la compassione per i deboli e i sofferenti come un flagello che frena la civiltà occidentale. Questo flagello concentra un’attenzione eccessiva sui bisogni e sull’emancipazione delle classi inferiori, minando a sua volta la capacità di figure come Musk di costruire il futuro a propria immagine. Il muskismo, scrivono Slobodian e Tarnoff, «è sempre stato impegnato in una strenua difesa della gerarchia. Alcuni esseri umani nascono per governare; altri per essere governati». Forse non sorprende che questa ideologia abbia portato i suoi sostenitori ad abbracciare un profondo antiumanesimo. L’umanità «dovrebbe fondersi con la macchina, purché rimanga segmentata per genere, razza e classe. Chiamiamolo conservatorismo cyborg». Ad esempio, Musk non ha problemi con le persone che si impiantano microchip per «collegarli a Neuralink» con i suoi computer, perché ne trae profitto e ottiene un certo controllo sulle loro vite. Ma le persone transgender che tentano di cambiare genere mettono in discussione l’amore del Ceo per una gerarchia di genere presumibilmente naturale che deve rimanere sostanzialmente immutata. L’analisi di Slobodian e Tarnoff sulla visione del mondo di Musk è affascinante e ricca di informazioni, ma il libro rappresenta un’occasione persa per dire qualcosa di più incisivo dal punto di vista storico su come la prospettiva del magnate della tecnologia si colleghi a quella della destra in generale. LEGGI ANCHE… ESTREMA DESTRA COSA UNISCE MELONI E TRUMP Bartolomeo Sala - Quinn Slobodian CITIZEN MUSK Il libro di Slobodian e Tarnoff è focalizzato in modo quasi maniacale sul suo soggetto principale. Il «muskismo» ruota attorno alla visione del mondo di Musk, fino all’inquietante epilogo in cui gli autori descrivono i potenziali futuri distopici che il miliardario della tecnologia vorrebbe imporci. Tutto ciò è interessante, ma la focalizzazione su una singola figura finisce per oscurare tanto quanto rivela. Quali strutture sociali hanno permesso a Musk e ai suoi simili di acquisire tanto potere, al punto che il loro futurismo messianico e tecnoreazionario rappresenta una vera minaccia, anziché semplice materiale per la fantascienza di serie B? Come e dove si colloca Musk nella più ampia storia della destra politica? Stranamente, nonostante Slobodian abbia scritto ampiamente sulla storia del pensiero neoliberista, si nota uno scarso impegno nell’inserire Musk in questo filone, e ancor meno nel descrivere come le politiche e le pratiche neoliberiste abbiano contribuito alla sua ascesa. All’inizio del libro, si accenna a come Musk abbia tratto profitto dagli sforzi dell’amministrazione di George W. Bush per privatizzare le funzioni governative, fino all’esercito, in nome di una più snella e spietata integrazione tra Stato e capitale. Questo potrebbe spiegare perché i deboli tentativi di Joe Biden di arginare il potere degli oligarchi si siano rivelati inefficaci. Adottare una prospettiva più strutturale e di lungo termine stimolerebbe inoltre una serie di intuizioni meno personali su come rispondere al muskismo e ad altre volgarità prodotte dalle fasi finali del capitalismo neoliberista. Slobodian e Tarnoff sono molto convincenti nel dimostrare che l’eredità di Musk sarà, in larga misura, tragica. Ma impedire a Musk, e ai suoi successori, di causare danni in futuro richiederà ben più che una semplice analisi e contestazione della sua ideologia. Dobbiamo indagare le forze materiali che hanno reso possibili queste concentrazioni di potere di classe. Come hanno fatto persone così profondamente prive di etica, così contrarie ai principi umani fondamentali da considerare l’empatia un male sociale e l’introspezione una perdita di tempo, ad arrivare a esercitare potere e influenza sulla società? Un’altra possibile pista di indagine sarebbe stata quella di collegare Musk e il muskismo alla storia più ampia della destra politica globale. Ho già menzionato il neoliberismo, ma mentre leggevo il libro avevo ben chiara la tradizione fascista del «modernismo reazionario». Come teorizzato nel classico di Jeffrey Herf che porta questo stesso titolo, il modernismo reazionario si riferisce al modo in cui pensatori e artisti fascisti abbandonarono la tecnofobia che aveva a lungo permeato la destra, giungendo a feticizzare il potere della tecnologia. LEGGI ANCHE… MODERNISMO REAZIONARIO Maya Vinokour Personaggi come Ernst Jünger e Oswald Spengler ritenevano che la sconfitta della Germania nella Prima Guerra Mondiale fosse in gran parte dovuta alla sua incapacità di superare gli Alleati nella produzione bellica. La soluzione, a loro avviso, consisteva nel far risorgere e potenziare un grande popolo razziale attraverso nuove tecnologie distruttive, che i nazionalisti reazionari, diffidenti nei confronti dell’associazione tra scienza e l’Illuminismo egualitario, avrebbero dovuto abbracciare. Per questi pensatori di estrema destra, tecnologie come i razzi V-2 e gli aerei moderni erano armi per grandi uomini e guerrieri, destinate a conquistare i cieli, e potevano servire a rafforzare le gerarchie sociali, aiutando la Germania a ridurre in schiavitù vaste fasce di popolazione razzialmente inferiore nella sua nuova impresa imperiale. La destra tech-bro contemporanea è ovviamente molto diversa dalla sua controparte tra le due guerre. Musk e soci sono molto più individualisti, motivati dal guadagno finanziario, ossessionati dalla cultura dei videogiochi e profondamente influenzati dall’ecosistema mediatico del ventunesimo secolo. Eppure molte delle loro ansie – riguardo al declino della razza bianca e all’ascesa di presunti inferiori razziali, alle potenziali rivendicazioni militanti della classe operaia per la democrazia, alla decadenza culturale e alla diffusione del libertinismo progressista – riecheggiano quelle dei modernisti reazionari del secolo scorso. E c’è molto da dire su come sia il modernismo reazionario fascista che la filosofia tech-bro moderna vedano nella tecnologia un mezzo per conservare le gerarchie sociali e persino crearne di nuove, piuttosto che un mezzo per dare potere alla gente comune e distruggere l’elitarismo. Per loro è più facile immaginarci vivere come cyborg su Marte che la fine del capitalismo. Muskism è una lettura stimolante, la sua brevità i temi che tocca dovrebbero garantirgli di raggiungere un pubblico vasto. Sarebbe un bene, dato che, come dimostrano Slobodian e Tarnoff, la sua filosofia e il suo impatto sono corrosivi. Ma in fin dei conti, Musk è solo una persona. Enfatizzare eccessivamente la sua importanza rischia di trasformarlo in un cattivo della storia mondiale, il riflesso oscuro del ruolo di salvatore che si è auto-attribuito. Il problema non è Musk o il muskismo, ma un mondo in cui la sinistra è tenuta a prendere sul serio entrambi. Il nostro obiettivo non dovrebbe essere solo quello di sbarazzarci di Musk come sintomo, ma anche dell’ordine sociale che lo ha generato. *Matt McManus è professore assistente allo Spelman College. Ha scritto, tra gli altri, The Political Right and Equality (Routledge, 2023) e The Political Theory of Liberal Socialism (Routledge, 2025). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Elon Musk, modernista reazionario proviene da Jacobin Italia.
March 26, 2026
Jacobin Italia
POST – REFERENDUM: MELONI, DIMETTERNE DUE (O TRE) PER SALVARE TUTTI GLI ALTRI AL GOVERNO
C’è aria di fratelli coltelli dentro la destra italiana dopo il crack del referendum costituzionale sulla giustizia, sonoramente battuto nelle urne da circa 15 milioni di voti, 2 milioni in più di quelli raccolti dai favorevoli. La Meloni accusa il colpo, travolto dalla sonora sconfitta referendaria con la vittoria schiacciante del “No” contro le modifiche costituzionali sulla giustizia. Nell’esecutivo saltano le prime teste: la fino a poche ore fa potentissima e temuta capo di gabinetto del Guardasigilli Nordio, Giusy Bartolozzi, e il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e della fino a costretti a rassegnare le dimissioni. Sulla figura di Del Mastro, ras meloniano del Piemonte settentrionale. Da Biella Roberto Pietrobon, giornalista e dirigente Alleanza Verdi Sinistra della città di Delmastro. Ascolta o scarica La Meloni cerca poi di scaricare la ministra del Turismo Daniela Santanchè, invitata pubblicamente a seguire l’esempio di Bartolozzi e Delmastro. Per ora però l’esponente Fdi, entrata in mattinata al ministero del Turismo, non ha dato alcuna risposta né alla premier né ai giornalisti, assiepati all’esterno. Anche Nordio avrebbe offerto le proprie dimissioni, respinte dalla premier: la caduta di un ministero centrale, come quello della Giustizia, porterebbe infatti dritti alla caduta dell’esecutivo, trattandosi di uno dei ministeri più “pesanti” e decisivi. Per evitare scherzetti soprattutto dei suoi, ‘nessuna crisi di governo’ è il mantra che filtra da palazzo Chigi, con la Meloni che fa sapere di non avere alcuna intenzione in Parlamento per chiedere di confermare la fiducia al governo, evitando il confronto con le opposizioni, che dal canto loro hanno già chiesto già oggi, mercoledì 25 marzo, in apertura di seduta del Senato, di poter discutere al più presto la mozione di sfiducia per la Santanchè. Il commento su Radio Onda d’Urto Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. Ascolta o scarica
March 25, 2026
Radio Onda d`Urto
Ce n’est qu’un début, continuons le combat – di Sapienza Precaria
Il voto referendario del 22-23 marzo 2026 può segnare una svolta importante nella politica italiana. La pretesa e l’arroganza del governo Meloni di indire un referendum confermativo sui temi della giustizia aveva l’obiettivo si spianare la strada verso un dispotismo autoritario, in linea con la negazione dei principi-base dello stato di diritto, come già [...]
March 25, 2026
Effimera
Comando supremo del movimento disobbediente – di Armando Precariaz
La guerra contro il buon senso, iniziata con baldanzosa sicumera sotto i vessilli del "cambiamo tutto per non cambiare noi", si è risolta in una disfatta di proporzioni balneari. I resti di quello che fu l’invincibile esercito della Riforma, sbandano ora in disordine verso le retrovie della Garbatella. Gli "appunti di Giorgia", un tempo [...]
March 24, 2026
Effimera
Piovono congetture sugli anarchici morti a Roma
Sui mass media è tutto un fiorire di ipotesi e congetture sulla possibile destinazione della bomba la cui esplosione in un cascinale abbandonato a Roma ha causato la morte di due militanti anarchici: Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. Non potendo sapere altro, le redazioni dei giornali e gli apparati di […] L'articolo Piovono congetture sugli anarchici morti a Roma su Contropiano.
March 23, 2026
Contropiano
Basta argomenti “ex auctoritate” per giustificare la Riforma Nordio
Il Fronte del Sì al Referendum del 22-23 marzo 2026 ha riabilitato tutti i grandi nomi possibili per giustificare La Riforma Nordio. Fin da subito ovviamente, per attaccare il correntismo come qualcosa da bandire, ha ripreso la retorica contro le “toghe rosse” di Berlusconi, salvo poi fargli notare che il correntismo oggi riguarda solo il 23% dei magistrati iscritti all’ANM e che la maggioranza di loro sono aderenti a correnti di centro-destra. Allora si sono spostati sulle degenerazioni del correntismo che avrebbe creato un sistema scellerato e fuori controllo di spartizione delle poltrone; salvo poi fargli notare che la magistratura italiana ha dimostrato di essere in grado di fare pulizia al suo interno e di riuscire a fare argine da sola al problema. Il Fronte del Sì ha corretto il tiro dicendo che comunque la riforma ha l’obiettivo di togliere potere alle correnti della magistratura in generale nel Consiglio Superiore della Magistratura con il metodo del sorteggio. E’ a quel punto che molti magistrati – tra cui Nicola Gratteri e Nino Di Matteo -, da sempre fuori dal correntismo e favorevoli al sorteggio, alzano la voce e dicono, schierandosi per il NO, che questo sorteggio, in qualunque caso, è truccato poichè i membri laici verrebbero sorteggiati da una lista – senza un quantitativo preciso di nomi – scelta precedentemente dal Parlamento e dal governo. Inoltre gli si fa notare che questa Riforma, oltre a non parlare minimamente del fenomeno del correntismo, ha come fine proprio rendere dipendente la magistratura da ogni governo in carica. A tal proposito, il Fronte del Sì ha iniziato a ripetere che la riforma Nordio sarebbe in realtà ciò che “voleva Falcone”, perché favorevole alla separazione delle carriere, a tutti coloro che hanno riportato come argomentazioni per il NO a questa riforma proprio le citazioni e le teorie di Giovanni Falcone contro la subordinazione della magistratura alla politica. Il Fronte del Sì – nella figura del Ministro Nordio – ha riabilitato anche il grande giurista e partigiano socialista e antifascista Giuliano Vassalli come “padre spirituale” della Riforma Nordio, in quanto necessario completamento di un processo penale che deve svolgersi davanti a un “giudice terzo” con accusa e difesa poste su un piano di parità: in sostanza sarebbe l’istituzionalizzazione finale del sistema accusatorio, modello su cui si fonda il nostro sistema di giustizia pensato proprio da Vassalli. Il Fronte del Sì ha iniziato a ripetere che la separazione delle carriere della riforma Nordio sarebbe in realtà ciò che “voleva Giacomo Matteotti contro l’unitarietà dei magistrati voluta dal fascismo”. Quando però gli si è fatto notare che l’unitarietà dei magistrati in Italia risale al Regno d’Italia e che sotto il fascismo era stata minata proprio dal governo fascista stesso, il Fronte del Sì si è messo in pace con la storia preferendo non ribattere. I liberali più arditi del Fronte del Sì hanno addirittura citato il grande padre costituente Piero Calamandrei, sostenendo – a partire da un estratto del suo Elogio dei Giudici scritto da un avvocato (1959) – che anche lui avrebbe voluto la Riforma Nordio per la “separazione delle carriere”. Queste affermazioni ricorrono continuamente, quasi fosse diventata un argomento definitivo: se l’avessero voluta loro, allora non ci sarebbe più nulla da discutere. Allora ammettiamolo, è vero: Vassalli, Falcone, Matteotti e Calamandrei erano sostenitori o di una “separazione delle carriere” o di una “separazione delle funzioni” in modo molto diverso tra loro, ma lo erano con cognizione di causa ed avevano tutto il diritto di sostenerlo. Il problema non è essere contro o favorevole alla “separazione delle carriere”: quella è un’opinione legittima. Il problema si pone al massimo su come si vuole attuare la “separazione delle carriere”. Bisogna sottolineare che questo referendum ha un quesito unico e che il votante non ha la possibilità di sostenere una o più parti della riforma e di rigettarne altre: il cittadino votante ha la possibilità di prendere il pacchetto completo delle modifiche o rigettarlo in toto. In questa Riforma sono molti gli elementi che non convincono, ma soprattutto la modalità in cui sono stati pensati il sorteggio e la separazione delle carriere, oltre ad una divisione inusuale del CSM e l’introduzione inusuale di un terzo organo disciplinare (l’Alta Corte). Anche volendo essere d’accordo con la separazione delle carriere o delle funzioni, laddove la riforma è un unicum che prevede altri elementi deprecabili, il cittadino ha il diritto di rifiutare la riforma in toto e non votare a favore solo per un elemento potenzialmente condivisibile. Stando a questi presupposti mi domando: quando Falcone, Vassalli, Matteotti, Calamandrei avrebbero mai scritto o detto di essere favorevoli al sorteggio dei magistrati? Non si trova traccia da nessuna parte. Nessun discorso, nessuna intervista, nessun documento ufficiale. E ancora quando si sarebbero mai espressi a favore di un giudice speciale come l’Alta Corte prevista nella riforma? Anche qui: nulla. Non esiste alcun testo in cui sostengono che sarebbe opportuno creare un organo del genere, né tantomeno che nei suoi collegi i magistrati debbano avere solo una rappresentanza e non una maggioranza. Non lo hanno mai scritto, mai detto, mai proposto, ma anzi possiamo dire il contrario. Vassalli, da giurista finissimo e garantista qual era, ha lavorato su norme fondamentali come il Codice Penale e il Codice di Procedura Penale, ma non ha mai sostenuto – né apertamente né tra le righe – i meccanismi previsti oggi dalla Riforma Nordio, ma anzi da Presidente della Consulta nel 2000, con la Sentenza 37/2000, ribadì che la separazione delle carriere doveva essere introdotta con legge ordinaria dello Stato senza toccare la Costituzione. Giuliano Vassalli Il grande socialista, giurista e penalista, ucciso dalla squadracce fasciste Giacomo Matteotti, nel suo articolo Il pubblico ministero è parte, sosteneva con particolare vigore che il pubblico ministero (1) va decisamente considerato nella sostanza come “parte”, questa intesa come colui che può far valere o contro il quale è fatta valere la pretesa penale. La tesi era sostenuta in aperto dissenso con l’opposta annotazione recata in proposito nella Relazione al Re – ancora oggi tralaticiamente ripetuta -, per la quale quella del pubblico ministero sarebbe, viceversa, una posizione “più nobile e imparziale al di sopra delle parti”. Invero, «La divisione dei poteri su cui si fondano i moderni regimi costituzionali e la divisione delle funzioni, fra le quali anche la “funzione persecutiva” assegnata “agli organi esecutivi dello Stato”, permettono codesto apparente assurdo di uno Stato che è giudice e parte nel tempo stesso; fino a quando almeno sembreranno sufficienti quelle garanzie d’indipendenza di cui sono circondati gli organi di giustizia … organi sempre più autonomi». Il pensiero di Matteotti sulla figura del pubblico ministero, pur senza volere trarne conclusioni sopra le righe, apre scenari inediti e di attuale modernità in tema di disciplinamento dei diversi organi statuali di giustizia, il pubblico ministero e il giudice, parlando di disciplinamento delle diverse funzioni. Parlando di separazioni delle “funzioni” e non delle carriere, Matteotti, nel suo ruolo di giurista e studioso di procedura penale, criticò con fermezza l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, vedendola come un presidio essenziale dello Stato di diritto contro l’arbitrio del potere esecutivo. Matteotti criticò aspramente il tentativo del regime fascista di assoggettare l’ordine giudiziario al controllo del governo, difendendo l’indipendenza dei giudici come garanzia per i cittadini. Nel suo pensiero, emergeva una visione del processo penale come strumento nomofilattico (di garanzia dell’esatta osservanza della legge), criticando eccezioni come l’Alta Corte di giustizia, che riteneva di carattere meramente politico e non giurisdizionale. Le riflessioni di Matteotti (1917-1919) anticipavano moderni scenari sulla disciplina degli organi di giustizia, fermo restando il suo fermo rifiuto di qualsiasi interferenza politica nella magistratura. Giacomo Matteotti Che dire di Falcone, il quale parlava di efficienza della giustizia, di coordinamento tra procure, di modernizzazione degli strumenti investigativi, di collaborazioni internazionali, concentrato sul funzionamento concreto del sistema, non sulla creazione di organi speciali né sul sorteggio dei componenti del CSM. L’ex procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha dichiarato a La Repubblica in merito al presunto sostegno di questa separazione delle carriere da parte del grande pm: “Falcone si sta rivoltando nella tomba” – ha detto – “lo sport più diffuso è quello di attribuire a Falcone dopo la sua morte idee che non lo avevano nemmeno sfiorato”. A confermare questo inciso è stato Alfredo Morvillo, cognato del grande pm antimafia: “Giovanni (Falcone, ndr) era contrario alla separazione delle carriere. Semmai era un sostenitore della cosiddetta separazione delle funzioni o quantomeno della necessità di una specializzazione per l’ufficio del pubblico ministero”. Si tratta di una differenza abissale rispetto all’attuale Riforma Nordio(2). Giovanni Falcone Sulla stessa linea, anni addietro, era stato proprio il padre costituente Piero Calamandrei a esprimersi nei suoi Scritti e discorsi politici: “Il pubblico ministero è un magistrato che ha l’obbligo di cercare la verità, non la vittoria; ed è per questo che egli deve essere pronto a chiedere l’assoluzione quando si accorge che l’imputato è innocente.” Secondo Calamandrei un PM con una carriera separata e gerarchizzata verrebbe valutato in base alle “vittorie” (condanne), perdendo questa funzione di garanzia. Per Calamandrei, il PM non è un semplice “avvocato dell’accusa” o un organo di polizia, bensì un “promotore della giustizia” con l’obbligo di cercare la verità, anche a favore dell’imputato. Questa è cultura della giurisdizione: solo chi è cresciuto professionalmente con la mentalità del giudice può avere l’umiltà intellettuale di chiedere un’assoluzione. Nel dibattito sull’articolo 112 (poi approvato), Calamandrei sostenne fermamente l’obbligatorietà dell’azione penale come garanzia di uguaglianza, vietando al PM di sospenderla o ritardarla arbitrariamente. Nel discorso inaugurale dell’anno accademico dell’Università di Siena, tenuto il 13 novembre 1921, Piero Calamandrei, allora docente di “diritto giudiziario”, individuava quattro “tortuose vie …che la politica segue per far sentire il suo influsso sull’amministrazione della giustizia” mettendo in pericolo la separazione dei poteri, in particolare fra giustizia e politica “che di quella separazione costituisce il cuore pulsante”. In un suo discorso alla Costituente, Calamandrei disse: “La magistratura deve essere un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Questa indipendenza è la condizione suprema perché la giustizia non diventi strumento di fazione o di vendetta politica.” Ad accompagnare questa convinzione, una sua famosa citazione: “Quando per la porta del tribunale entra la politica, la giustizia esce dalla finestra.” La posizione di Calamandrei e di gran parte dei padri e delle madri costituenti fu contraria alla proposta di far dipendere il PM dal potere esecutivo (Governo), per evitare la politicizzazione dell’azione penale. Calamandrei si oppose alla separazione delle carriere tra giudici e PM, sostenendo che entrambi dovessero far parte dello stesso ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere (come poi sancito dall’art. 104 della Costituzione). In sintesi, per Calamandrei il PM è un magistrato a tutti gli effetti, inamovibile e indipendente, distinguendosi dai giudicanti non per appartenenza a un corpo diverso, ma solo per la diversità di funzioni: ciò che sostiene in Elogio dei Giudici scritto da un avvocato del 1959. Piero Calamandrei Di fronte a tutto questo, perché allora il Fronte del Sì continua a tirare in ballo i loro nomi? Pensa che i cittadini siano così ignoranti a tal punto da dagli in pasto delle mezze verità, senza contestualizzazione, su questi illustri uomini di cultura istituzionale e politica? Evidentemente sì. Le argomentazioni ex auctoritate – come ha scritto Gustavo Zagrebelsky nell’introduzione alla guida al Referendum di Marco Travaglio – sono proprio funzionali a questo: dare in pasto mezze verità dando l’illusione ai cittadini di essere informati, dando l’illusione di sapere senza conoscere niente. Far passare il messaggio che “lo volevano loro (n.d.a: Falcone, Matteotti, Calamandrei, Vassalli)” significa chiudere la discussione prima ancora che inizi, come se bastasse evocare alcune figure importantissime della storia della giustizia italiana per mettere il timbro di legittimità di questa riforma pasticciata. Attribuire le volontà contorte della Riforma Nordio a Falcone, Vassalli, Matteotti e Calamandrei non è solo storicamente falso, ma una scorciatoia retorica, una fallacia logica, un enorme sofisma laddove la falsificazione dell’argomentazione è intenzionale. Il Fronte del Sì e la destra sono in malafede quando usano queste strategie di comunicazione distorta: sono un tentativo di mettere un’aura di autorevolezza su qualcosa che dovrebbe essere discusso apertamente e laicamente. Il pensiero di Falcone, Vassalli, Matteotti e Calamandrei va letto, non reinventato. E soprattutto non usato come slogan per sostenere posizioni che non hanno mai espresso. La Riforma Nordio va discussa nel merito senza pregiudizi e non giustificata ex auctoritate. Si sta parlando di questa riforma con le sue scelte precise: il sorteggio, l’Alta Corte, la nuova composizione degli organi disciplinari, il diverso equilibrio tra politica e magistratura di cui la “separazione delle carriere” – positiva o negativa che sia – è solo lo sfondo dei contenuti di questa riforma… e nemmeno così troppo trasparente. Per concludere è interessante che la destra oggi non citi Paolo Borsellino, grande magistrato antimafia nonchè fondatore e membro di Magistratura Indipendente – corrente di destra moderata e conservatrice dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) – , il quale invece era un oppositore convinto della separazione delle carriere. Nel suo libro Oltre il muro dell’omertà. Scritti su verità, giustizia e impegno civile (Edizione Bur, maggio 2022, con presentazione di Manfredi Borsellino) Borsellino affermava: “Le ricorrenti tentazioni del potere politico, quali ne siano le motivazioni, di mortificare obiettivamente i magistrati del pm, prefigurandone il distacco dall’ordine giudiziario, anche attraverso il primo passo della definitiva separazione delle carriere non incoraggiano certo i ‘giudici’, che tali tutti sentono di essere, a indirizzare verso gli uffici di Procura le loro aspirazioni”. Come ha dichiarato suo fratello, Slavatore Borsellino: “Il timore di Paolo Borsellini era che venisse alterata l’indipendenza della magistratura: pensava che una separazione delle carriere avrebbe potuto portare i magistrati sotto l’inflluenza del potere politico”. Ai votanti l’ardua sentenza…   (1) Nel sistema processuale penale e nell’esercizio dei poteri assegnatigli in particolare dagli artt. 1 e 179 cod. proc. pen. del 1913. (2) In una intervista che rilasciò a Mario Pirani de La Repubblica il 3 ottobre 1991, in cui si parlava della riforma Vassalli e del nuovo Codice di Procedura Penale, Giovanni Falcone dichiarò: “Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo”.   Altre fonti: https://www.giustiziainsieme.it/articolo/3393-la-magistratura-e-lindipendenza-in-memoria-di-giacomo-matteotti-introduzione-paola-filippi https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-e-societa/3264-indipendenza-dei-giudici-e-riforme-della-giustizia-ai-tempi-dellomicidio-matteotti-uno-sguardo-alle-pagine-di-cento-anni-fa-della-rivista-la-magistratura-simone-pitto Lorenzo Poli
March 20, 2026
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March 9, 2026
Contropiano