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A Milano sfila il “campo larghissimo” della guerra
Sabato si è svolto in piazza della Scala a Milano un presidio, organizzato da Ponte Atlantico e dall’associazione Maanà, per esprimere sostegno alle manifestazioni di protesta in corso in Iran. Erano presenti un centinaio di persone con bandiere iraniane monarchiche, di Israele, ucraine e del Venezuela. Si sono susseguiti una […] L'articolo A Milano sfila il “campo larghissimo” della guerra su Contropiano.
A fianco dell’amico e compagno Luciano Vasapollo
Come già avvenuto nell’autunno del 2024, il mio caro amico e compagno Luciano Vasapollo sta subendo una selvaggia aggressione di squadrismo mediatico da parte di giornalisti e politicanti della destra liberalfascista. Questi squallidi cacciatori di streghe si sono di nuovo scatenati contro di lui dopo il rapimento terroristico di Nicolas […] L'articolo A fianco dell’amico e compagno Luciano Vasapollo su Contropiano.
Smontiamo la montatura
Una montatura politico/giudiziaria che deve essere smantellata. Questo è il caso dell’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi attivi in Italia. In essa sono fin troppo evidenti sia le contraddizioni giuridiche che le ingerenze e gli obiettivi politici. Non può essere liquidato come un dettaglio il fatto che 88 […] L'articolo Smontiamo la montatura su Contropiano.
Cile. Una sconfitta nella battaglia culturale, prima che elettorale
Cosa spinge un minatore del Nord a votare per l’estrema destra? O un operaio del centro del Paese a optare per José Antonio Kast? Come si suol dire, la vittoria ha molti padri, ma la sconfitta è orfana. Il risultato negativo del ballottaggio presidenziale non è sfuggito a questa logica. […] L'articolo Cile. Una sconfitta nella battaglia culturale, prima che elettorale su Contropiano.
Stanno cercando di eliminare il movimento di solidarietà con la Palestina?
Edward Lorenz sosteneva che il battito delle ali di una farfalla in Brasile poteva scatenare un tornado nel Texas. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è il tentativo, con molte meno suggestioni scientifiche e decisamente forzato, di strumentalizzare una strage di civili di religione ebraica avvenuta all’altro capo del mondo – […] L'articolo Stanno cercando di eliminare il movimento di solidarietà con la Palestina? su Contropiano.
Cile, il dado è tratto
Ormai il Cile avrà ufficialmente alla presidenza un discendente dei nazisti tedeschi: Juan Antonio Kast. Nel suo programma elettorale e nel suo percorso politico ha mostrato chiaramente di essere degno erede dei suoi antenati. Limitazioni al diritto di sciopero, togliere le tasse ai super ricchi, porre deroghe al matrimonio ugualitario […] L'articolo Cile, il dado è tratto su Contropiano.
Perché l’ideologia woke è di destra
L’ideologia woke già da due anni ha perso smalto e innocenza, per diventare nelle mani delle destre l’insulto ideale con cui screditare ogni lotta contro razzismo, ingiustizia, oppressione. Il wokismo è diventato il dispositivo retorico reazionario della destra per criticare chiunque parli di lotta al colonialismo e all’imperialismo, anche se spesso e volentieri discorsi apparentemente anticoloniali stanno sullo sfondo dei discorsi woke. Non è un caso infatti che erroneamente molti autori progressisti vengono definiti woke, pur non essendolo di fatto. Ciò alimenta ancor di più la confusione sotto il cielo. L’obiettivo della destra è delegittimare chi parla di colonialismo occidentale e dei suoi crimini nella storia degli ultimi secoli, continuando a portare in palmo di mano i presunti “valori occidentali”. Dall’altra parte le esplosioni di puritanesimo rieducativo scatenato dagli eccessi della cancel culture hanno alienato chi, pur di opinioni progressiste, non accettava questo clima di inespressione. C’è chi la demonizza, descrivendola come una sorta di perversione-ossessione, e c’è chi invece la considera una forma addirittura di “progresso morale e spirituale dell’umanità”. Ma che cosa significa Woke? E in che cosa consiste questa nuova ideologia che sembra diventata egemone in molti ambienti della cosiddetta “sinistra neoliberal” occidentale? Sebbene sia fondamentalmente presa di mira dalla destra più reazionaria, davvero è di sinistra? Esistono, oltre alle solite critiche della destra bigotta e conservatrice, anche altre più sensate che mettono a nudo le ipocrisie e fanno luce sui suoi legami con l’attuale sistema-mondo e la sua ideologia di fondo, il neoliberismo? Il termine Woke,– letteralmente “sveglio” – entra ufficialmente nei dizionari dell’anglosfera a partire dal 2017 dopo essere stato adottato dal movimento anti-razzista Black Lives Matter. Non si tratta di una visione politica complessiva e organica, ma di un insieme – spesso anche un po’ caotico – di teorie e di rivendicazioni diverse ma che, secondo autori importanti come Chomsky o Zizek, hanno comunque un senso storico preciso e coerente: un vero e proprio cambio di paradigma nelle teorie e nelle pratiche politiche della sinistra occidentale. La sinistra non di sempre, ma la sinistra liberal: quella che non critica il capitalismo, ma parla di “capitalismo inclusivo”; quella che non parla di liberazione dai sistemi di oppressione, ma di emancipazione nei sistemi stessi; quella che non parla di mettere in discussione gli attuali rapporti di potere, ma vuole integrare tutti negli attuali ruoli di potere; infine quella che non parla di socialismo, ma di “mercato libero” in nome del “neoliberismo progressista”. L’ideologia Woke spazia dai classici temi connessi ai diritti civili ad alcune nuove battaglie culturali che vanno dalla distruzione di monumenti del passato alla politicizzazione degli orientamenti sessuali visti come atti di autoaffermazione, alla legalizzazione della gravidanza surrogata, alla censura del linguaggio ritenuto scorretto: da qui i grandi temi delle “guerre culturali”, la polarizzazione radicale dell’opinione pubblica e la lotta per il politically correct).   Questo nuovo orientamento politico ha origine in quella corrente culturale nota come postmodernismo emersa negli anni Settanta nelle università francesi e poi diffusasi in alcuni ambienti della sinistra liberal americana da cui poi è stata pienamente fecondata. Un nuovo approccio che prenderà anche il nome di New Left e che si caratterizza per una cesura piuttosto netta con la tradizione socialista e marxiana e si fonda su nuove teorie dello sfruttamento e dell’emancipazione più compatibili con le strutture capitaliste. A partire dagli anni Ottanta, con la crisi dell’Urss e l’affermarsi delle strutture economiche neoliberiste, che questa ideologia comincia a diffondersi e ad affermarsi. Per quanto quasi nessuno si definirebbe Woke, oggi nel nostro Paese gran parte di queste idee sono entrate a far parte dell’immaginario politico delle nuove generazioni, e questo anche grazie all’adesione ad alcune delle sue teorie da parte attori, influencer e di buona parte dell’industria dello spettacolo e dell’intrattenimento. Dall’altro lato della barricata, ad avere risonanza sono purtroppo quasi solo le critiche mosse dalla destra bigotta e reazionaria che, in nome di una tradizione da loro arbitrariamente inventata, si erge ad eroica guardiana dei sacri valori del patriarcato, della distinzione dei ruoli di genere e, in generale, di come si facevano le cose una volta. Ma al di là del generale Vannacci e dell’estrema destra italiana, in questi anni anche tanti intellettuali di sinistra hanno preso posizione contro alcune delle tesi antropologiche e politiche dell’ideologia Woke più superficiali e contro l’atteggiamento aristocratico e antidemocratico di alcuni suoi esponenti. Nel suo libro Categorie della politica, Vincenzo Costa sottolinea, ad esempio, anche l’atteggiamento spesso elitario e classista di questa nuova sottocultura. Maturata all’interno delle università, l’ideologia Woke ha infatti fatto presa soprattutto negli ambienti di lavoro intellettuale e negli strati più agiati della popolazione. Nonostante il bombardamento mediatico, le classi popolari ne sono rimaste sostanzialmente estranee e, anzi, spesso guardano ad essa con ostilità e sospetto. Come scrive la giornalista Florinda Ambrogio: “La correlazione tra redditi alti dei genitori e comportamenti Woke dei figli salta agli occhi. […] In Francia, solo il 40 per cento degli operai ha sentito parlare della scrittura inclusiva e solo il 18 per cento sa di che cosa si tratta, contro il 73 per cento nelle categorie superiori.” Ma questa diffidenza e ostilità non è casuale e ha ragioni politiche profonde. Nella New Left postmoderna vengono infatti ridefinite le nozioni di dominio e di emancipazione: il soggetto da emancipare smette di essere identificato nei ceti subalterni e nelle classi lavoratrici – ossia le persone vittime della miseria e della precarietà – per diventare le minoranze etniche e sessuali e di coloro che, indipendentemente dal reddito, sono considerati o si sentono “diversi”. Diventando questi ultimi i soggetti sociali da emancipare, gli operai, contadini, impiegati e, in generale, le classi popolari, a causa della loro cultura – che viene considerata dallo wokismo retrograda, ignorante e prevaricatrice – diventano magicamente espressione del nuovo potere da abbattere. Dalla lotta politica allo sfruttamento e per l’emancipazione del 99% quindi, con l’ideologia Woke si passa alla lotta culturale contro il costume e le tradizioni popolari, ritenute come un bacino uniforme di sessismo, razzismo, omofobia. Per questo, scrive Costa, “anche l’atto rivoluzionario non consiste più nello spezzare i legami di potere e dipendenza tra le classi e gli uomini, ma nel distruggere la cultura popolare come emblema di oppressione delle minoranze”. Diventa quindi chiaro perché la sinistra liberal appaia sempre più spesso un’elitè che, demonizzando lo stile di vita e i legami comunitari, vorrebbe imporre loro una rieducazione dall’alto in base alle proprie convinzioni di nicchia. “Categorie della politica” di Vincenzo Costa Come nota Zizek, questo progetto è probabilmente destinato a fallire. “Sceneggiatori, registi, attrici e attori” – scrive il filosofo marxista sloveno in un articolo chiamato Wokeness is here to stay – “cadono sempre di più nella tentazione di impartire lezioncine moraleggianti. Una forzatura che non ha riscosso successo tra il pubblico, nonostante il settore dell’immaginario è dove si conquista il mondo reale e si rovescia il pensiero delle persone”. Differentemente dalle grandi figure della tradizione socialista, insomma, queste nuove forme di “intellettualismo degenerato” (parafrasando Adriana Zarri, quando si scagliava sia contro il pensiero unico democristiano sia contro i falsi intellettuali pronti ad esaltare la società dei consumi), non sembrano interessati ad ascoltare e a dare voce agli interessi della maggioranza delle persone, ma solo a biasimarne gli stili di vita accusandoli di ignoranza e discriminazione: “Quella che in origine era una sacrosanta volontà di uguaglianza di diritti” – continua Costa in Le categorie della politica – “rischia di diventare una vera e propria guerra culturale dei primi contro gli ultimi”. Un esempio emblematico, in questo senso, è il caso del cosiddetto linguaggio inclusivo: in maniera del tutto arbitraria e in barba ai secolari processi storici di formazione linguistica, alcune nicchie di intellettuali americani e europei hanno deciso di voler modificare alcune desinenze e pronomi, accusando di discriminazione e prevaricazione tutti coloro che non si adeguano. Il linguaggio è un discorso molto più complesso e non avviene mai per scelte arbitrarie prese da un momento all’altro. Mentre si bersagliano i plurali linguistici, a non essere mai toccate dalle critiche Woke sembrano essere proprio le principali cause della riproduzione della diseguaglianza e della discriminazione, ossia i meccanismi di mercato e di distribuzione della ricchezza. Per dirla con una battuta “Ci si emancipa con successo dall’oppressione di grammatica e sintassi, mente ci si prosterna accoglienti verso i consigli per gli acquisti degli influencer” scrive Andrea Zhok. Alla luce di questa trasformazione nei concetti di “discriminazione” ed “emancipazione” appare ora molto più chiaro il nesso tra cultura Woke e neoliberismo e la ragione per la quale i grandi poteri di questo mondo si siano spesso fatti portavoce di questa nuova ideologia. Nel wokismo, le questioni socioeconomiche, i rapporti tra lavoro e capitale, lo strapotere della finanza internazionale e la perdita di sovranità democratica vengono surclassate. Centrale è invece il tema dell’identità e delle narrazioni identitarie poichè a destare scandalo è la notizia di cronaca, sulle quali si fa leva per generare consenso. In secondo luogo, il wokismo promuove una politica dell’individualismo e della frammentazione in cui ogni fronte comune che si fondi sull’interesse nazionale, sull’interesse di classe, sull’interesse di una comunità locale viene infiacchito da conflitti privati di autoaffermazione. Si parla spesso, per questa tendenza, di Identity politics – politiche dell’identità -, ma sarebbe più giusto parlare di politica di rigetto dell’identità, visto che ogni identità collettiva viene percepita con disagio da individui abituati a pensare che la libertà sia totale assenza di vincoli e legami e che il processo di liberazione sia sempre un processo non con, ma contro ogni comunità di appartenenza: per citare Sartre, per i rappresentati della cultura Woke, “l’altro è l’inferno.” A partire da questo tema, un’altra grande critica all’ideologia woke è stata mossa dalla filosofa Susan Neiman – statunitense trapiantata in Germania – nel suo libro “La sinistra non è woke. Un antimanifesto”. Dappertutto sta risorgendo un nazionalismo feroce e cinico, contrapposto alla globalizzazione e l’elezione di Donald Trump è arrivata a coronare una rimonta delle destre reazionarie in tutto il mondo, con punte di neofascismo o addirittura neonazismo. Com’è potuto succedere? Neiman ha una sua risposta. Non è economica, geopolitica o tecnologica, ma è una risposta culturale: la destra ha vinto perché la sinistra non esiste quasi più. Come ha dichiarato Neiman in una intervista a La Repubblica: «È dal 1991 che la sinistra è allo sbando. Non solo il socialismo di Stato; ogni forma di socialismo è stata vista come fallimentare. In più, con la fine del socialismo di Stato è come se si fosse estinto ogni altro ideale e proprio qui il neoliberalismo, sostenuto dalla psicologia evoluzionistica, ha sostenuto e propagandato che l’unica forza universalista valida fosse il desiderio generale per beni di consumo e potere. E quelli a sinistra che non accettavano di aderire a questa prospettiva, si sono sentiti senza alternative se non combattere l’oppressione in termini molto particolari: la lotta al razzismo, al sessismo e all’omofobia. Lotte fondamentali, ma che non si possono portare avanti senza quei princìpi che proprio il progressivismo woke ha abbandonato». Dalla seconda metà del Novecento, secondo Neiman, i valori della sinistra sono stati messi in discussione proprio da certe frange neoliberali e movimentiste. Ed è così che molti fra coloro che oggi si considerano “di sinistra” non sono davvero “di sinistra”, ma sono “woke”. Che è una cosa diversa, anzi, in un certo senso è proprio il contrario: un movimento che vive la modernità in tutti i suoi aspetti futili, ma diffida delle sue fondamenta spesso senza cognizione di causa; che vive del mito del progresso economico, ma diffida dei suoi presupposti; che nega ogni fronte comune possibile, frammentando il corpo sociale in tribù identitarie in lotta; che rinuncia ai diritti sociali e si aggrappa esizialmente ai diritti civili. Già alla prima riga, Susan Neiman dichiara che questo libro non è «una tirata contro la cancel culture», ma è molto di più: un anti-manifesto, una lucida requisitoria sugli sbagli che la sinistra ha fatto, in questi decenni confusi. Perché è solo tornando a costruire, dalle fondamenta dei propri valori, che la sinistra può risorgere. «Woke fa appello alle tradizionali emozioni liberali e di sinistra: il desiderio di aiutare oppressi ed emarginati. Per questo motivo si tende a sottovalutare i vari modi in cui il movimento woke è profondamente minato al suo interno da idee molto reazionarie: il rifiuto dell’universalismo, la negazione che esista una distinzione di principio tra potere e giustizia, credere che ogni tentativo di progresso sia una forma mascherata di sottomissione. Tutte le idee che il woke tenta di boicottare sono valori fondamentali di sinistra» – ha affermato Neiman nell’intervista a La Repubblica – «(…) confonde la mente a progressisti e liberali che non riescono ad agire con chiarezza e, come si vede dalle recenti iniziative di Donald Trump, consente alla destra di qualificare e attaccare come woke qualsiasi tentativo di promuovere la giustizia sociale». Secondo la Neiman, è stata l’ideologia woke, con la sua retorica spesso irragionevole, a spalancare la strada alla destra più reazionaria. Il principale merito del pamphlet di Susan Neiman (che sta sbancando negli Stati Uniti) è di spiegare bene che il wokismo, un’ideologia fondamentalmente di destra, si è impossessata di ampie frange della sinistra. Neiman documenta brillantemente lo svilimento delle lotte “umanistiche” in rivendicazioni identitarie, l’infiltrarsi delle categorie schmittiane “amico-nemico” nel discorso politico di sinistra, la rinuncia alla concezione progressiva della storia ereditata dall’illuminismo. Rigettando universalismo, giustizia e progresso, i woke si sono sostanzialmente uniformati al particolarismo, all’ideologia del dominio e all’abolizione della speranza. Neiman non ha timore di dichiararsi socialista e persino illuminista. Se si va a vedere, la sua pars construens non è lontana da quella offerta da Axel Honneth in L’idea di socialismo. “La sinistra non è woke. Un antimanifesto” di Susan Neiman Ma la soluzione a queste contraddizioni non sarebbe il tanto ripetuto argomento per il quale bisogna portare avanti sia i diritti civili che quelli sociali? Sicuramente, ma dovremmo anche fingere di non vedere che, da mezzo secolo, il dibattito pubblico verte solo sui primi, mentre sono solo i secondi ad andare a picco; a questo proposito, una menzione merita l’ultimo libro di Carl Rhodes – Capitalismo Woke – dedicato ad un fenomeno in espansione, quello del Wokewashing, e cioè l’attitudine delle aziende a sostenere cause progressiste quali l’ambiente (greenwashing e veganwashing), le cause LGBT (pinkwashing o rainbow-washing), l’antirazzismo (blackwashing), i diritti delle donne (purplewashing), le azioni umanitarie (bluewashing), i diritti animali (animal-washing), o addirittura i temi sociali e i diritti del lavoro (redwashing): dal ricco CEO di BlackRock che tuona contro le discriminazioni allo spot di Nike contro il razzismo; da Gillette che fustiga la mascolinità tossica al sostegno di varie compagnie al referendum australiano del 2017 sul matrimonio omosessuale. Questi non sono esempi isolati: “Fra le imprese, soprattutto quelle globali, vi è una tendenza significativa ed osservabile a diventare woke” scrive Rhodes, tanto che “Secondo il New York Times il capitalismo woke è stato il leitmotiv di Davos 2020”. L’autore – che non è certo un conservatore di destra – ha, nei confronti di questo fenomeno, una posizione piuttosto negativa e ne sottolinea l’aspetto ipocrita e strumentale volto a sviare l’attenzione dalle pratiche oligarchiche e antisociali dei grandi gruppi economici: «È tempo di abbandonare l’idea che le imprese, in quanto attori principalmente economici, possano in qualche modo aprire la strada politica per un mondo più giusto, equo e sostenibile. Il capitalismo woke è una strategia per mantenere lo status quo economico e politico e per sedare ogni critica. Questo libro è un invito a opporgli resistenza e a non farsi ingannare». E’ infatti facile vedere come fra i temi di tale impegno ci sia una forzosa selezione determinata dai propri interessi: non si è ancora visto, ad esempio, le grandi aziende scendere in campo contro l’elusione fiscale, dato che sono i primi a praticarla. In qualche modo, Capitalismo woke di Carl Rhodes si sposa perfettamente con la critica, che fece la giornalista e saggista Naomi Klein in No Logo, ai processi di rebranding e di rebrandizzazione delle menti da parte delle multinazionali con il fine di rifarsi una verginità a fini di immagini pubblicitarie e propagandistiche. L’ideologia Woke, secondo Rhodes, sta diventando il corrispettivo di ciò che era il cristianesimo per la borghesia dell’800 e 900: un modo per vendersi come difensori della morale e del bene, sviando l’attenzione dalle forme sistemiche di sfruttamento che portano avanti. Dopo aver lottato contro il moralismo religioso di stampo cristiano di qualunque declinazione, ci troviamo oggi imbrigliati in una forma rigenerata di moralismo laico che nulla ha di diverso strutturalmente rispetto al primo se non nei contenuti. “Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia” di Carl Rhodes Il wokismo è un esempio di americanizzazione culturale in nome dell’individualismo liberale della società dei consumi dove tutto (corpo, idee, pensiero, identità, linguaggio) finisce per essere frammentato oltre ad essere poi ridotto a merce o a feticcio. Pier Paolo Pasolini, uno dei primi critici ante-litteram dell’ideologia woke, pochi mesi prima di essere ammazzato, aveva capito che sotto la copertura delle giuste rivendicazioni politiche delle minoranze si stava sviluppando una nichilistica distruzione di tutte le forme di vita difformi alla norma del consumismo individualistico. Così, a tal riguardo, scriveva sul Corriere della Sera nel 1975: “Tale rivoluzione capitalistica dal punto di vista antropologico pretende degli uomini privi di legami con il passato, cosa che permette loro di privilegiare, come solo atto esistenziale possibile, il consumo e la soddisfazione delle sue esigenze edonistiche. […] tale nuova realtà ha tratti facilmente individuabili; borghesizzazione totale e totalizzante; correzione dell’accettazione del consumo attraverso l’alibi di un’ostentata ed enfatica ansia democratica, correzione del più degradato e delirante conformismo che si ricordi, attraverso l’alibi di un’ostentata ed enfatica esigenza di tolleranza”. Nulla di più vero. Questa società ha un immenso bisogno di diritti civili, che possono progredire di senso solo laddove sono accompagnati dallo sviluppo dei diritti sociali, altrimenti rimarranno diritti per pochi. Come direbbe la filosofa femminista e marxista Nancy Fraser, serve più che mai una ribellione del 99% della popolazione per pensare ad un mondo di verso in nome della cura, delle relazioni, della difesa dell’ambiente dalle follie delle nostre società capitaliste industriali opulente odierne. Servono alleanze dal basso per capire l’interconnessione di eventi e fenomeni perché non ci si salva da soli, ma serve capire quali siano i nostri interlocutori senza farci abbindolare da distrazioni di massa volte solo a canalizzare la rabbia collettiva per disperderla nel nulla, illudendoci di essere incisivi mentre i fatti di questo mondo ci ricordano che siamo sempre più impotenti.   (1) Vi è una sola pecca nel libro: un sostanziale fraintendimento di Foucault, di cui va di moda dire che è un postmodernista scettico, relativista e celebratore di una “concezione neutra del potere”. Il grande accusato è “Sorvegliare e punire”. Ma Foucault va letto fino agli ultimi corsi al Collège de France, per capire anche le prime opere e la sua critica radicale ad ogni potere. E Neiman finisce invece per alimentare questo superficiale cliché.   Ulteriori info: https://www.ondarossa.info/iniziative/2025/02/capitalismo-woke  https://www.futuroprossimo.it/2024/06/dal-blackwashing-al-rainbow-washing-per-le-aziende-impegno-o-facciata/ https://site.unibo.it/canadausa/it/articoli/fenomenologia-della-cancel-culture-tra-woke-capitalism-e-diritti-delle-minoranze https://www.limesonline.com/rivista/censura-e-wokismo-uccidono-l-universita-tedesca–16365764/ > Capitalismo woke https://www.globalproject.info/it/in_movimento/cannibalizzazione-e-resistenza-lecopolitica-anticapitalista-di-nancy-fraser/25269 https://www.leftbrainmedia.co.uk/post/the-comfortable-embrace-how-the-woke-left-serves-capital Lorenzo Poli
Honduras: testa a testa tra i candidati dell’oligarchia
Dopo una giornata trascorsa in modo del tutto pacifico, i primi risultati diffusi dall’organo elettorale (Cne) attraverso il sistema di trasmissione di risultati preliminari (Trep) hanno completamente stravolto il panorama, con un impatto devastante sulle aspettative di chi puntava sulla continuità del progetto di “rifondazione” del Paese, promosso dal partito Libertà e Rifondazione (Libre) e dalla sua candidata Rixi Moncada. Sebbene Libre abbia da tempo annunciato che avrebbe riconosciuto solamente il risultato dello scrutinio finale della totalità dei verbali elettorali – cosa riaffermata nella nottata di ieri dalla stessa Moncada – la distanza di oltre 20 punti dai due candidati del bipartitismo affossa qualsiasi speranza. La diffidenza verso il conteggio preliminare deriva da una serie di audio in cui membri del Partito Nazionale, tra cui una consigliera del Cne, discutevano su un piano per hackerare la trasmissione stessa dei dati, creando una narrativa per proiettare uno dei candidati della destra come sicuro vincitore. La manovra sarebbe servita a destabilizzare l’intero processo elettorale e obbligare a indire nuove elezioni. L’appuntamento elettorale in Honduras si risolve quindi con un testa a testa tra i candidati della destra tradizionale Nasry Asfura e Salvador Nasralla, che incarnano il progetto neoliberista estrattivista e che rappresentano gli interessi dell’oligarchia nazionale, del capitale multinazionali e, ovviamente, degli Stati Uniti. Anche a livello di Parlamento, le proiezioni danno un emiciclo a netto appannaggio del bipartitismo, con Libre che si dovrebbe accontentare di una trentina di deputati su un totale di 128. Il margine risicato con una differenza inaspettata a favore di Asfura di soli 500 voti, l’enorme divario tra la candidata di Libre e i suoi avversari e la caduta del sistema di conteggio per quasi una giornata, gettano ulteriori ombre sull’intero processo. Mentre Asfura e Nasralla si scambiano reciproche accuse e garantiscono, in base alle copie dei verbali in possesso dei loro partiti, di essere i vincitori, la candidata di Libre mostra pubblicamente il conteggio di un paio di migliaia di seggi in cui non si sarebbero usate le misure di sicurezza biometriche. “Nella maggior parte di questi seggi vincono i due partiti d’opposizione, i risultati sono gonfiati ed appaiono nel conteggio del Trep. Faremo ricorso nelle apposite sedi. Come avevano detto stanno cercando di ingannarci, ma la nostra lotta non è finita e io non mi arrendo”, ha detto Moncada. Si prospetta un lungo ed estenuante tira e molla per decretare il vincitore di queste elezioni. Il Cne ha tempo fino al 30 dicembre per farlo. Uno dei simboli del disincanto di una popolazione che solo quattro anni fa aveva portato in trionfo Xiomara Castro, castigando il partito dell’ex presidente e reo per crimini legati al narcotraffico, Juan Orlando Hernández, è la bassa affluenza alle urne che sarebbe intorno al 50 per cento. Molto lontana da quel 69 per cento del 2021. Difficile azzardare un’analisi a caldo di una situazione in continua evoluzione. Proviamo comunque a introdurre una serie di elementi, tanto esogeni come endogeni. “Governo e partito sono stati assediati fin dall’inizio da una campagna mediatica massiccia e distruttiva, che ha inciso pesantemente sull’immaginario collettivo di una popolazione che voleva liberarsi da una narcodittatura e che aveva aspettative molto alte, ma anche su una nuova generazione di votanti che non ha o non vuole avere memoria storica”, spiega l’analista politica Reina Rivera. Un altro elemento è costituito dal sostegno sfacciatamente interventista del presidente Donald Trump ad Asfura, che ha avuto un forte impatto soprattutto sugli honduregni che vivono negli Stati Uniti, sulle famiglie che sopravvivono con i trasferimenti in dollari (remesas) o su chi crede innocentemente agli aiuti economici all’Honduras in caso di vittoria del candidato nazionalista. “È pericoloso che con un semplice messaggio sui social si possa stravolgere l’esito di un’elezione. Siamo di fronte a un riposizionamento strategico e militare degli Stati Uniti nella regione, una nuova avanzata globale, non solo contro il Venezuela, Colombia o Cuba, ma contro tutti quei governi che non seguono pedissequamente le direttive di Washington”, aggiunge l’avvocata e attivista dei diritti umani. Rivera analizza anche fenomeni interni a Libre e al governo che hanno contribuito all’esito negativo di queste elezioni. “Libre ha fatto molto in termini di politica sociale, ma ha sbagliato nella costruzione di una narrativa che non ha saputo includere anche quei settori popolari interessati a costruire criticamente insieme. Si è allontanato da un movimento sociale e popolare che ha contribuito alla sua nascita come soggetto politico, inglobando nel progetto governativo molte delle sue figure di maggior spicco e indebolendo così il tessuto sociale di sostegno”, spiega. L’analista politica sottolinea anche le difficoltà nel fare conoscere ciò che con successo si stava facendo, contrastando così la campagna mediatica denigratoria e di occultamento dei processi di trasformazione in atto. “Sono state fatte molte cose che hanno anche portato a una significativa riduzione della povertà, ma non si è quasi mai riusciti a rompere il muro di silenzio e il boicottaggio mediatico. Inoltre – continua – ci si è molto concentrati sull’area rurale, dove però l’investimento in politiche sociali non si trasforma automaticamente in voti, bensì si scontra con tradizioni politiche familiari e il controllo “caudillesco” del sindaco di turno. Rompere queste dinamiche non è facile”. Per Rivera, lo scenario dei prossimi anni si annuncia estremamente complicato. “Torna l’estrema destra e lo farà senza fare sconti a nessuno e con un forte sentimento di rivalsa. La svendita della sovranità, la distruzione dei territori, il saccheggio dei beni comuni, lo Stato di nuovo in balia delle banche e le forze repressive contro chi difende la terra. Faranno di tutto – continua – per affossare ciò che di buono è stato fatto in materia di giustizia sociale. Verranno tempi duri per i diritti delle donne, della comunità LGBTIQ, per le popolazioni indigene e nere, per le comunità contadine e la difesa della sovranità alimentare”. Di fronte a questo scenario, conclude Rivera, non è però il momento di abbassare le braccia, né di chinare la testa. “È il momento di tornare alle radici della resistenza, di pensare e sviluppare un progetto politico-sociale che torni ad unire la politica con la lotta sociale, con la dignità e il popolo. Nella sconfitta, per favore, non rinunciamo alla speranza e nemmeno alla memoria”. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
La destra strumentalizza il caso della famiglia naturalista in Abruzzo. Cosa è l’ecofascismo?
In questi giorni come Pressenza Italia abbia pubblicato diversi articoli (1) in sostegno alla causa della famiglia che vive nel bosco in Abruzzo poichè rappresenta un modello alternativo umano, pedagogico, ecologico di vita  da cui dovremmo prendere esempio o almeno ispirarci. Un modello che andrebbe almeno giudicato per quello che è: una scelta di vita in consapevolezza, felicità e armonia con la Natura che non sta violando nessuna legge. Un modello che ha imposizioni esterne dovrebbe essere studiato e non criminalizzato. Importante è stato il sostegno della popolazione vicina, che ha solidarizzato con la famiglia, trovando necessario porsi delle domande sulla vergognosa situazione, che non è tanto originata dai giudici, ma ha un’origine sistemica: ha origine nella mentalità e nelle contraddizioni delle nostra società. Una società sempre più autoritaria e repressiva in nome dell’emergenza ha eroso, erode e sta erodendo i diritti fondamentali, le nostre libertà costituzionali e la nostra liberta di scelta in termini di vita, educazione, salute e cura. L’attrice Barbara Mugnai, attivista antispecista ed ecologista ha dichiarato sulle sue pagine social: “Credo che dovremmo mobilitarci in massa; non è in gioco solo la felicità di cinque persone e il trauma per tre bambini (che di per sé sarebbe già un’enormità), ma la libera scelta di ognuno di vivere come in coscienza crede sia meglio, senza arrecare danno a niente e a nessuno, se non al sistema che pretende di decidere per noi.” Nonostante tutte queste considerazioni e commenti leciti ed importanti, è interessante capire come la vicenda, già complessa sul piano tecnico, sia diventata rapidamente e in modo inaspettato materia politica. Inaspettato perchè a parlare per primi, per politicizzare la vicenda, non sono stati movimenti sociali e di base, ma bensì due politici di destra. Il primo a intervenire è stato il Ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha dichiarato senza mezzi termini: “Strappare un bambino alla famiglia è un atto doloroso e grave. Dobbiamo approfondire. È prematuro esprimersi sulla procedura, ma ci saranno accertamenti profondi”. Più duro il vicepremier Matteo Salvini, che definisce il caso “un sequestro di tre bimbi tolti alla madre e al padre in maniera indegna, preoccupante, pericolosa e vergognosa”. Il leader della Lega annuncia una visita in Abruzzo e torna ad attaccare: “Giudici e assistenti sociali non rompano le scatole. Questa storia conferma che serve una riforma profonda della giustizia”. Parole forti che hanno rimarcato quanto Salvini stesso aveva detto il 21 novembre: “Mi ripropongo, non da ministro ma da genitore, da padre e da italiano, di seguire direttamente la vicenda (della famiglia che vive in una casa nel bosco nella provincia di Chieti, ndr) e se serve, di andare sul posto perché ritengo vergognoso che lo Stato si occupi di entrare nel merito dell’educazione privata, delle scelte di vita personali di due genitori che hanno trovato nell’Italia un paese ospitale e che invece gli ruba i bambini”. Così il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini commentando il provvedimento del tribunale dei minori dell’Aquila sul trasferimento dei bambini in una comunità dove potranno stare con la madre. “Mi sembra una scelta vergognosa, assurda, pericolosa per la salute dei bambini. Abbiamo già chiesto come Lega chiarimenti al ministro della Giustizia”, ha poi detto. “Farò di tutto, se serve anche andando sul posto per riportare a casa quei bambini”. Come si può notare dalle affermazioni, sembra quasi che sia Nordio sia Salvini ignorino come funzionino le procedure del Servizio Sociale. Nessun assistente sociale può allontanare un bambino di propria iniziativa, ma semmai segnala alla Procura della Repubblica, cioè a un Pubblico Ministero, che ravvisa situazioni di disagio per quel o quei bambini. Il PM a sua volta si rivolge al Tribunale per i Minorenni, che è un organo collegiale, composto da due giudici togati (professionali) e due giudici onorari esperti (in genere in psicologia o pedagogia). Il TM può sollevare i genitori dalla responsabilità genitoriale e nominare un curatore speciale (un avvocato, per es.) perché prenda decisioni in vece dei genitori. La famiglia di Palmoli, in tutto ciò, è difesa da un avvocato ed è stata visitata dalla garante per l’infanzia. Certo, pur di contestualizzare, Salvini e Nordio preferiscono cavalcare la retorica tossica secondo cui lo Stato avrebbe un atteggiamento “mangiabambini”, sparando a zero sugli assistenti sociali che “portano via i bambini ai genitori sbagliati”. Preferiscono fare di tutta l’erba un fascio per mascherare il fascio. Ma perchè due politici di destra come Nordio e Salvini, che normalmente odierebbero lo stile di vita naturalistico e hippie, si trovano a difenderli a spada tratta. Non si tratta di buonsenso, di umanesimo, di credenza in altre modelli educativi e pedagogici, ne tantomento di asserzione a stili di vita ecologici anti-conformisti e anti-consumisti. Si tratta di comunicazione politica, o meglio di propaganda. Come ha fatto notare la storica Claudia Cernigoi – esperta del legame tra neofascismo e esoterismo – il “mito della bellezza ambientale”, di “vivere nel bosco” e il “mito del buon selvaggio” sono da sempre attrazione ideologica dell’estrema destra. Come ha scritto la Cernigoi, basta navigare nelle pagine di storici militanti fascisti – “quelli che menavano le mani per conto di Avanguardia Nazionale, che aggredivano Pasolini chiamandolo “Paola”, di uno di quei fasci che secondo Angelo Izzo (che va preso per le pinze, ovviamente) sarebbe stato un “magister” della Rosa Rossa: nella pagina di Serafino Di Luia, insomma” –  per trovare uno slancio di solidarietà nei confronti della famiglia australiana che ha riscoperto il “bosco”, il bosco che fa anche parte dei vari simbolismi fatti propri degli ambienti esoterici nazisti e neonazisti. In Europa come negli Stati Uniti, l’estrema destra si appropria dei fondamentali dell’ecologia per giustificare i suoi discorsi politici identitari e nazionalisti. L’ecofascismo è dunque già una realtà. Il legame tra l’arcipelago delle destre radicali e la difesa dell’ambiente non ha nulla di evidente, ma esiste, è pericolosamente vitale e porta con sé minacce culturali, sociali e politiche. Non potendo piú negare il cambiamento climatico, oggi l’estrema destra sta mutando strategia per conservare la sua identità: legge strumentalmente la crisi ambientale come risultato dei flussi migratori dal Sud del mondo e torna a proporre in forma nuova il suo violento armamentario ideologico fatto di strani complotti, xenofobia e razzismo. A parlare di questo tema vi è l’interessante libro di Francesca Santolini: “Ecofascisti. Estrema destra e ambiente”. I regimi del passato, in particolare quello fascista e quello nazista, hanno strumentalizzato il concetto di territorio, terra e ambiente per ricalcare il valore delle razza e della patria. In particolare la propaganda fascista ha completamente distorto i concetti di ruralità e bonifica, applicando al primo, all’Italiano Rurale, la figura della persona legata alla sua patria, lavoratore obbediente, amante della tradizione. Una storia completamente falsata, poiché è stato in primis il fascismo ad italianizzare le zone rurali e le sue culture e ha creato un proletario agricolo predando le piccole comunità appenniniche-montane. Il concetto di bonifica e di modifica del territorio è stato un leitmotiv della propaganda: la nazione che cambia grazie all’immolazione dei suoi gloriosi lavoratori. Una storia che nasconde i morti di malaria e di fatica nelle zone paludose d’Italia. L’ecofascismo vede nei ‘diversi’ una minaccia per la Patria (vista come “etno-stato”), il “corpo bianco” e l’ambiente, o meglio, le minoranze etniche sono una minaccia che va arginata per il “bene dell’ambiente”. Una matrice fortemente razzista, che riecheggia quelle brutte pagine della storia e della scienza in cui si parlava di “geografia della razza”, di “caratteristiche biologiche della razza”, di “frenologia”, di “classificazione delle razze” come riportate nell’Atlante De Agostini pubblicato nel 1894. Periodo in cui la stessa scienza era razzista e serviva per fomentare fenomeni politici come il darwinismo sociale volti a giustificare le guerre e il colonialismo. Anche oggi i movimenti di estrema destra in tutto il mondo riprendono istanze animaliste e ambientaliste per accaparrarsi un po’ di visibilità, strumentalizzando e distorcendo in maniera schizofrenica le questioni legate anche all’ecologia profonda. L’ecofascismo affonda le sue radici in un passato abbastanza inquietante, il proto-nazismo che aveva trovato consenso in alcune comunità come gli Artamani, “protettori della zolla”, un movimento rurale fondato nel 1926 con l’obiettivo di creare un’élite völkisch, germanica e antisemita in piena campagna, lontana dalla liberale Repubblica di Weimar, con il fine di rendersi autosufficienti e di prepararsi al Terzo Reich. La loro vita trovava fondamento nell’esoterismo (che venne ripreso negli anni Settanta dai movimenti dell’estrema destra spiritualista e dalle loro scuole di riferimento come Orion) e nel “ritorno alla terra” abbinato all’odio xenofobo. Ne fecero parte gerarchi delle SS del calibro di Heinrich Himmler, famoso per la passione esoterica, e il futuro comandante di Auschwitz Rudolf Höss. D’altronde il motto nazista “Blut und Boden”, ovvero “sangue e suolo”, evoca un collegamento diretto tra un gruppo etnico e il territorio. Negli anni Settanta vengono fondati i Gruppi Ricerca Ecologica (GRE) per il volere del biologo Alessandro Di Pietro, legato al Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano (MSI). Furono il primo esempio in Italia di ambientalismo “di estrema destra”, nato attorno ai Campi Hobbit, manifestazioni giovanili d’estrema destra tenutasi fra il 1977 ed il 1981. Per molti ecofascisti, infatti, l’umanità sarebbe sì un parassita della Natura, ma il disastro ecologico sarebbe “una minaccia all’integrità razziale”. Non a caso l’ecofascista rigetta i diritti umani, avendo come fine riorganizzare la società secondo principi autoritari. Se l’intento di Salvini era cavalcare, a livello simbolico, la vicenda della famiglia nel bosco per il suo rimando rurale e naturalistico, ha sbagliato di grosso, sottolineando ancora una volta la grande ipocrisia. Mi chiedo come avrebbe potuto reagire Salvini se, al posto della famiglia anglo-australiana, ci fosse stata una famiglia camerunense a vivere in una casetta nel bosco. Molto probabilmente sarebbe stato il primo ad esporsi in modo favorevole sul “sequestro dei figli”. Per concludere, bisogna però essere chiari. La famiglia nel bosco di Palmoli non ha bisogno di politicizzazioni e strumentalizzazione dalla nostra destra nostrana, perchè già ha dato esempio di umanità, accoglienza ed ecologia. Il loro stile di vita è un’antidoto a lasciarsi alle spalle queste propagande assurde, facendoci riflettere su come la nostra società industriale di massa sia di per sè un cancro. In molti sono concordi sul fatto che vi sia una forma ancor più silenziosa e strisciante di ecofascismo, ossia il capitalismo green perpetrato dallo Stato, ma anche da gruppi “ambientalisti” di stampo neoliberale che credono in una gestione totalmente tecno-scientifica di quella che proclamano “emergenza climatica”, imponendo in modo fortemente autoritari quelle che i movimenti ecologisti, contadini, indigeni e terzomondisti da anni condannano come false soluzioni tecnocratiche alla crisi climatica. Già il termine “emergenza” e il modello di gestione che crea, spianano la strada a interventi autoritari e di delega allo Stato. La tecnofilia dominante rischia di andare ad ostacolare le pratiche ecologiche di autoproduzione e intervento collettivo sui territori, minacciando i legami simbiotici tra essere umani e Vivente.   (1) https://www.pressenza.com/it/2025/11/liberta-educativa-cura-ed-autodeterminazione-possono-salvarci-dal-vuoto-pedagogico-della-societa-consumista/ > Sto dalla parte della famiglia nel bosco, di Carlo Cuppini > I figli sono proprietà di uno Stato opprimente lontano dalla gente > “Non è isolamento, è libertà”. La vita della famiglia che vive nel bosco in > Abruzzo raccontata da dentro   Ulteriori informazioni: > Lo specismo non è un’isola: antispecismo, animalismo e fascismo Dossier “CONOSCERLI PER ISOLARLI, ISOLARLI PER ELIMINARLI. La destra, più o meno estrema, in ambito ecologista e animalista in Italia”. Dossier “Antispecisti di destra?” https://radioblackout.org/podcast/ecofascismo-e-autoritarismo-ambientalista/ https://www.rivoluzioneanarchica.it/ecofascismo-e-fascioecologismo-difendere-lambiente-per-difendere-la-razza-pura/ https://gognablog.sherpa-gate.com/la-trappola-dellecofascismo/ https://www.lifegate.it/ecofascisti-santolini https://www.archiginnasio.it/objects/ecofascisti-estrema-destra-e-ambiente   > Eco-fascismo: cancellare la storia per gli interessi dei potenti Lorenzo Poli
In Italia le “minacce alla democrazia” non esistebbero. Il Parlamento europeo si defila
Le istituzioni europee, come prevedibile, vanno sempre più a destra. A confermarlo è la notizia che fine anno la prevista missione del Parlamento europeo sul monitoraggio dello stato di diritto in Italia non si farà. La proposta era stata avanzata dalla commissione Libertà Civili (Libe) del parlamento di Strasburgo, ma […] L'articolo In Italia le “minacce alla democrazia” non esistebbero. Il Parlamento europeo si defila su Contropiano.