
Crosetto su diserzione, difesa, Resistenza: ma cosa dicono davvero i numeri?
Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Sunday, October 4, 2026Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha replicato a chi usa in termine positivo la parola “diserzione” riferita alla difesa dello Stato (Repubblica, 17/9/2026), rivendicando che gran parte della guerra di Liberazione fu combattuta dalle forze dell’Esercito che, dopo l’8 settembre 1943, scelsero di resistere ai tedeschi, pagando con seicentomila deportati nei campi di concentramento. È una ricostruzione parziale, che la documentazione disponibile permette di verificare punto per punto.
La cifra degli internati
Il numero più accreditato per gli Internati Militari Italiani (IMI) è di circa 650.000 uomini, su un totale di circa 800.000 soldati catturati dai tedeschi nei giorni successivi all’armistizio. Sul numero dei morti nei lager non esiste una cifra ufficiale: le stime oscillano tra 37.000 e 50.000, talvolta fino a 60.000. Si tratta comunque di una forma di resistenza passiva — il rifiuto di aderire alla Repubblica Sociale e di continuare a combattere a fianco dei tedeschi — e non di un’azione militare contro le forze d’occupazione.
Le resistenze armate immediate
Due episodi concentrano la memoria della resistenza militare attiva. A Roma, tra il 9 e il 10 settembre, la divisione Granatieri di Sardegna, affiancata dai Lancieri di Montebello e da alcuni reparti della Sassari e carabinieri, combatté a Porta San Paolo insieme a civili accorsi spontaneamente: tra 241 e circa 400 caduti civili secondo le stime. A Cefalonia, la divisione Acqui del generale Antonio Gandin scelse di respingere l’ultimatum tedesco e di combattere: le stime sui caduti — tra scontri, fucilazioni di rappresaglia e annegamenti nel trasporto verso il continente — divergono sensibilmente a seconda degli studi, da circa 2.300 a oltre 6.500, con un comunicato ufficiale del 1945 che ne indicava circa 9.400. Gandin fu tra i primi fucilati, il 24 settembre.
L’altra componente: la diserzione come atto fondativo della Resistenza partigiana
Qui i dati raccontano un fenomeno che la ricostruzione di Crosetto lascia fuori campo. Le prime bande partigiane, formatesi dopo il 25 luglio e soprattutto dopo l’8 settembre, si formarono anche grazie a soldati che abbandonarono reparti ormai privi di comando per darsi alla macchia. A questo nucleo italiano si aggiunse una componente multinazionale: si stimano almeno 15-20.000 combattenti stranieri nella Resistenza italiana, giunti soprattutto tramite diserzione dalle forze armate tedesche o fuga dalla prigionia — tra loro circa 5.000 sovietici, migliaia di jugoslavi, polacchi e cecoslovacchi, 2-3.000 tedeschi e austriaci. Il caso più noto è quello di Fëdor Poletaev, sergente dell’Armata Rossa fuggito nel 1944 da un campo di lavoro a Tortona, caduto nella Battaglia di Cantalupo il 2 febbraio 1945 e insignito di medaglia d’oro al valor militare: la motivazione ufficiale lo descrive come “deportato russo in Italia, fuggito dal campo di concentramento tedesco dove era internato, per raggiungere le formazioni partigiane”. Diserzione ed evasione, in questi casi, non sono l’opposto della Resistenza, ne sono invece una delle vie d’accesso.
Il nodo storiografico
Claudio Pavone, in “Una guerra civile” (1991), e Santo Peli, in “La Resistenza in Italia” (2004), leggono questi percorsi — la renitenza degli Internati Militari Italiani, la resistenza armata di reparti regolari, la diserzione verso le bande — come componenti compresenti di un’unica crisi dello Stato-nazione, non come alternative gerarchiche sul piano morale. La contrapposizione tra “chi ha resistito in divisa” e “chi ha disertato” non corrisponde, in questa storiografia, a una linea di demarcazione tra legittimità e illegittimità.
Il punto lessicale
La distinzione che Crosetto rivendica tra “difesa” — termine a cui la Costituzione (art. 52) affianca l’aggettivo “sacro” — e “riarmo” sposta il piano del discorso dal dato materiale a quello valoriale. Ma usare “gran parte della guerra di Liberazione fu combattuta dalle forze dell’Esercito” per liquidare ogni uso positivo della parola “diserzione” richiede di ignorare che una parte sostanziale della stessa Resistenza partigiana nacque esattamente da atti di diserzione — italiana e straniera — e che la storiografia non li tratta come un’onta da cui prendere le distanze.
Conclusione
Per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, resta aperta, al netto della ricostruzione fattuale, una domanda che la polemica politica tende a chiudere in partenza: quando la diserzione può essere un valore? La storiografia citata sopra non offre una risposta univoca, ma un criterio di lettura: la diserzione non ha un segno morale fisso, dipende da cosa si abbandona e verso cosa ci si muove. I disertori tedeschi e austriaci che si unirono alle brigate partigiane lasciarono un esercito di occupazione per combattere contro di esso. Gli Internati Militari Italiani che rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana non disertarono: scelsero l’internamento pur di non continuare la guerra a fianco del Reich. I soldati italiani che dopo l’8 settembre abbandonarono reparti ormai senza comando per darsi alla macchia si allontanarono da una catena di comando che aveva smesso di esistere, non da uno Stato capace di dare ordini.
Se il criterio è questo — non l’atto in sé, ma la direzione verso cui porta e la natura di ciò che si lascia — allora la domanda che la politica dovrebbe porsi non è se la parola “diserzione” sia di per sé legittima o inaccettabile, ma quale sia, in ogni contesto storico specifico, l’autorità da cui ci si allontana e la causa per cui lo si fa. È su questo crinale che l’Osservatorio intende collocare il proprio contributo al dibattito: non difendere o condannare una parola in astratto, ma restituire alla sua storia la complessità che la ricostruzione di Crosetto, trattando “diserzione” come termine univocamente screditante, lascia fuori campo.
Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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